A proposito di scuola dell’obbligo

A proposito di scuola dell’obbligoLe cronache ci narrano oggi della decisione del GIP del Tribunale dei Minori di Perugia di revocare gli arresti domiciliari per uno dei ragazzi accusati di bullismo nei confronti dei compagni nella scuola media F.Storelli di Gualdo Tadino. La decisione del giudice è maturata in conseguenza del ravvedimento del ragazzo (che tra l’altro ha cambiato scuola e si è ritenuto responsabile soltanto per alcuni fatti contestatigli) per il quale è previsto un percorso obbligatorio di rieducazione formativa. Per l’altro studente gli arresti domiciliari erano scattati alcuni giorni dopo perché al momento del provvedimento si trovava in Marocco. Quindi fra non molto verrà ascoltato anche lui dal GIP.

La notizia mi induce a fare una riflessione su una questione che sta a monte della vicenda.

I due ragazzi accusati di bullismo hanno 15 e 16 anni. Il percorso normale della scuola media (vale a dire i tre anni) prevede l’uscita a 14 anni. Evidentemente i due ragazzi sono ripetenti. E la mia convinzione, dettata anche dall’esperienza quasi quarantennale di insegnante, mi induce a pensare che questa situazione abbia in qualche modo aggravato il problema. Mi spiego. Un ragazzo un po’ difficile da gestire nei suoi comportamenti non ha un rendimento sufficiente nelle attività didattiche; viene bocciato e costretto a ripetere l’anno con un gruppo di ragazzi più piccoli di lui; un po’ di rabbia per la bocciatura anche nei confronti degli insegnanti, un atteggiamento di superiorità nei confronti dei compagni più piccoli… ed ecco che i comportamenti sbagliati, anziché diminuire, aumentano e diventano ancora più gravi. Io sono dell’avviso che, nella scuola dell’obbligo, bocciare un alunno perché non apprende e, magari, ci aggiunge anche comportamenti non corretti, non serve a niente. Anzi, il rimedio rischia di essere peggiore del male. Il rapporto con compagni di classe più piccoli e, quindi, generalmente più fragili sia fisicamente che psicologicamente, può indurre ad acuire  comportamenti aggressivi e vessatori.

Noi insegnanti (e parlo al presente perché, nonostante la pensione, rimango sempre insegnante), ci dobbiamo rassegnare alla presa d’atto che ci sono ragazzini e ragazzine che faticano tantissimo ad apprendere perché non ne hanno le capacità. Magari hanno un’intelligenza pratica superiore ai compagni ma faticano a concentrarsi, faticano a memorizzare, faticano a comprendere concetti che richiedono una certa astrazione e così via. Madre natura, purtroppo, o per fortuna, non ci ha fatto tutti allo stesso modo e dobbiamo prenderne atto. A volte, poi, la carenza deficitaria degli strumenti per apprendere si associa a comportamenti inadeguati dal punto di vista educativo e comportamentale anche come reazione. In questi casi io insegnante dovrei fare mente locale su un principio base: nella scuola dell’obbligo il mio compito è quello di accompagnare l’alunno/a nel percorso didattico che deve fare obbligatoriamente per legge (5 anni di scuola elementare e tre anni di scuola media) cercando di fargli apprendere il più possibile e di aiutarlo a mettere a fuoco le sue potenzialità. Se fatica, se l’apprendimento è ai minimi termini pazienza, non sarà certo facendogli ripetere un anno che diventerà un genio. Gli facciamo terminare il percorso dell’obbligo sottolineando nella scheda personale quali sono state le tappe di questo percorso ed i traguardi raggiunti e poi che faccia la propria strada. La selezione, nella scuola, la troverà negli Istituti Superiori (lì sì che non può mancare), oppure intraprenderà un’attività lavorativa (certo, di questi tempi è dura) oppure un percorso di formazione professionale più adatto alle sue potenzialità.

Non bisogna bocciare mai, quindi, nella scuola dell’obbligo? A mio avviso la bocciatura deve essere un’eccezione. Ci possono essere dei casi in cui un alunno/a, per vari motivi (una lunga assenza per malattia, una maturazione fisica più lenta, ecc)  nel corso di un anno scolastico abbia avuto delle difficoltà. Con una valutazione attenta in accordo con i genitori e con l’alunno/a stesso/a si può decidere di fargli ripetere l’anno per dargli la possibilità di apprendere quanto non ha potuto e di riallinearsi. Una decisione, quindi, maturata in piena serenità e nell’interesse dell’alunno/a che, consolidate certe conoscenze e competenze, potrà, poi, continuare più speditamente il corso di studi negli anni successivi.

Ma, sottolineo, nell’interesse del ragazzo/a, non per punizione.

Qualche insegnante potrà obiettare che se non c’è il timore della bocciatura la voglia di studiare diminuisce ancora di più. A mio avviso non è su questo spauracchio che bisogna fare leva, ma su una motivazione più profonda. Tra me insegnante e tu studente stabiliamo un patto ben preciso. Tu vieni a scuola per imparare. Io vengo a scuola per aiutarti ad imparare. Se non impari quello che puoi in base alle tue potenzialità perché non ci metti l’impegno adeguato, non fai un dispetto a me insegnante, ma a te stesso. Che tu impari o non impari per me non cambia niente, lo stipendio lo prendo lo stesso. Me se tu ti trascuri, non metti il giusto impegno, non hai l’approccio corretto nei confronti della scuola rendi più difficile, o addirittura impossibile, il raggiungimento di quei traguardi che invece sarebbero alla tua portata. E rischi così di sprecarti, di partire con il piede sbagliato in un percorso di vita che può portarti ovunque e la meta da scegliere e da poter raggiungere dipende solo da te stesso, da quello che vuoi e non vuoi e da quello che fai e non fai.

Funziona? Io credo di sì. Certo, dipende dai soggetti, dalle famiglie che hanno alle spalle… ma è la sola strada che può portare  al successo.

Riccardo Serroni

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