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♣♣♣

 

TRAMONTO GUALDESE

Appena che je dissero tu’ fija
se stà a bacià di dietro ‘l monticello.
Cencio pensò al decoro dé famija,
e ‘l sangue jarrivò fino al cervello:

prese ‘n bastone, se calzò ‘l cappello,
serrò la bocca, scartocciò le cija
e, come ‘n purosangue senza brija,
la strada divorò per fa ‘l macello.

Ma quanno la sorprese, in quel tramonto,
abbraccicata e piena di passione,
Cencio non menò più, come no ‘ntonto,
ritornò a casa e buttò via ‘l bastone.

Leonello Donnini  “Fichetto”

Tramonto Gualdese, poesia di Leonello Donnini “Fichetto”
Video di Angelo Barberini

Video di Angelo Barberini

PREGHIERA A SAN GIUSEPPE FRITTELLARO

San Giuseppe frittellaro, tanto bono e tanto caro,
tu che sei così potente da aiutà la pòra gente,
tutti pieni de speranza te spedimo quest’istanza.
Fa sparì da su ‘sta terra chi desidera la guerra;
fa venì l’era beata che la gente affratellata
da’ la pace e dà ‘l lavoro, nun se scannino tra loro.

Fa che er popolo italiano ciabbia er pane quotidiano
fatto solo de farina senza ceci nè saggina.
Fa che calino le tasse e la luce, er tranve e er gasse;
che ar telefono er gettone, nun lo mettano un mijone;
che a potè legge er giornale nun ce serva un capitale;
fa’ che tutto a Campidojo vadi liscio come l’ojo;
che a li ricchi troppo ingordi je se levino li sordi
pe’ curà quer gran malato che sarebbe l’impiegato
che, così, l’avrebbe vinta e s’allarga un po’ la cinta;
mò quer povero infelice fa la cura dell’alice…
e la panza è tanto fina che s’incolla co’ la schina.

O mio caro San Giuseppe, famme fa un ber par de peppe,
ma fa’ pure che er pecione nun le facci cor cartone
che sinnò li stivaletti doppo un mese che li metti
te li trovi co’ li spacchi senza sola e senza tacchi.
E fa’ pure che er norcino er salame e er cotechino
ce lo facci onestamente cor maiale solamente
che sinnò li’ drento c’è tutta l’arca de Noè.
Manna er freddo e manna er sole tutto quello che ce vole
pe’ fa bene a la campagna che sinnò qua nun se magna.
Manna l’acqua che ricrea che sinnò la sora Acea
ogni vorta che nun piove s’impressiona e fa le prove
pe’ potè facce annà a letto cor lumino e er moccoletto.

O gran Santo benedetto fa’ che ognuno riabbia un tetto.
La lumaca, affortunata, cià la casa assicurata
che la porta sempre appresso… fa pe’ noi puro lo stesso…
facce cresce su la schina una camera e cucina.
Fa che l’oste, bontà sua, pe’ fa er vino addopri l’uva
che sinnò quanno lo bevi manni giù l’acqua de Trevi.
Così er vino fatto bene fa scordà tutte le pene
e te mette l’allegria. Grazzie tante… accusì sia!

Checco Durante

 

SCUSI MI SA DIRE …

 

In piazza un forestiero ‘na matina,
cercava un tale Nello, un ebanista!
Domannava a la Guardia lì vicina
al Postino e persino al Farmacista;.
“Dicécce ‘el ‘soprannome e ‘nte un baleno
‘sto Nello… sto ebanista altrovaremo »

Su la porta del Biscio era Ciclone…
“Bracca’, chiamate un pò Pisciacarraffe !”
Caporoscio parlava co’ Strillone,
altri Gualdesi, pe nun fà ‘ na gaffe,
al forestiero che stava a ascoltà,
dissero:”sto percorso avrà da fà:

Girate Giona, Scagno, Pezzopane,
e dopo la Mencaccia e Spezzaferro,
piàte verso la Riccia e, da Grancane,
sentéte ‘el Boccia e ‘l Pinco a batte ‘el ferro;
dopo Bubù, giù al’ ponte de Cent’anne,
piàte la ‘Pisciarella… verso Nanne,
passata La Cucciola con Lacchetto,
EI Bruscio, Presenta. La Roscia, Pecciariello

Fico, Peppone, Mesio e Vìcoletto,
Braccàno, Bruttoculo, Ciuciubello,
EI Buttero, Contìja, Toccare!!a,
Cappelletto, Pinchetto con Padella,

dopo Nanne, girate verso El Frate,
ma sensa.de arriàne a la torraccia,
de Trenosse, el Vecchietto, domannate
e, .quase de ‘rimpetto a la Sorchiaccia,
parente de Ventura e Chiaravalle
trovate Nello,….ditto Cacaballe.

Aldo Gammaitoni (Garzellone) 

 

IL TERREMOTO (1)

El porco alza ‘l grugno sopre de ‘l trocco,
el gallo strozza la simbola ‘nte ‘l gozzo,
el cane gnaula scialbato da l’accrocco,
la somara l’erba gomita ‘nte ‘l pozzo (2).

Ruzzajiamo al “mercato” facenno finta,
straginate, a pia’ i “faggiole” giù per terra.
-Nun coleno ‘sti sasse.daje ‘na spinta!-
je dava Elide e ‘zzeppava co ‘na barra.

-Varda como vonno, fermete! – j’ò itto:
“tremao” felice: ‘n gioco senza gnente.
Ma eccote, mamma ucca:- ottìo, ‘l soffitto!-(3).

Ho guardato Monte Nero con la mente,
s’è “allamata” Serrasanta e il Penna è zitto:
triste saga come jena galoppante (4).

Note

(1) È il ricordo di un episodio accaduto nella circostanza di una scossa di terremoto, durata pochi secondi, quando io abitavo in Via Circonvallazione vicino ai “Fiammiferi” ed avevo presumibilmente l’età di circa sette o otto anni.

(2) Il richiamo del “porco” va riferito alla porcilaia che si trovava a sinistra della Flaminia, in direzione di Nocera, a ridosso del rialzo di terra da cui si distendeva il campo di Lelle e di Sira. Per noi monelli era un forte richiamo alle avventure di strada. Il “gallo” e il “cane” erano di casa nostra. Un tempo dietro l’orto c’era uno stalletto con un muro intonacato ed io ero sempre curioso la mattina di andare a vedere se c’erano le uova fresche delle galline. “Lupetta” era il cane affezionatissimo il cui sguardo non dimenticheremo mai, né io né mia sorella Mara, quando fu trascinato a forza per la strada dai pastori maremmani in transumanza, ai quali babbo pensò di darla via.
La “somara” è quella di Checco del Frate. Checco era puntuale come il tocco dell’ avemaria a tornare a casa dalla campagna della Rasina, la sera al tramonto del sole, carico di attrezzi e di fieno, con la moglie Nena sorridente.
Nell’espressione dialettale ho voluto mettere in evidenza l’attimo di panico animale di quei pochi eterni terribili secondi della scossa, nel momento di assumere o vomitare (gomita) il pasto (la “simbola” è un pastone di semola e mais) mentre il cane rimane leggermente colpito da qualche calcinaccio.

(3) Quando i giochi non c’erano, si inventavano (‘n gioco senza gnente). Si usava dire:
– giochiamo alla famiglia?… giochiamo al negoziante?… ecc. ecc.-. In questo gioco del “mercato” si prendeva la breccia di strada con una paletta, la si lasciava scivolare attraverso una guida di stecche di legno in finti piatti di bilancia, simulando poi la vendita di “fagioli”. Quest’episodio mi è rimasto impresso perché, mentre i sassolini erano rimasti incastrati e non scivolavano per le guide di legno, nell’istante della scossa, pur avendo avuto la sensazione che intorno a me tutto si muovesse in modo anomalo, in quel preciso momento ero troppo preso dalla felicità nel vedere che finalmente i “faggiole” avevano sussultato e avevano ripreso a cadere nella bilancia. L’istante del “tremare” (tremao) vuol esprimere simultaneamente il sommovimento della terra confuso al “tremore” gioioso dell’animo, preso dalla contentezza nel momento di gridare: – “Varda!.”. Ho trasalito e capito tutto solo davanti alla concitata presenza di mamma, che era corsa dalla cucina verso di me, rossa in viso, impaurita dall’ondeggiamento della casa.
La compagna di gioco è Elide Petrini, la figlia di Corrido e Fanny.

(4) Una pausa. Mi sono svestito del dialetto. Ho avuto voglia di rincorrere una “saga”, la cui storia più volte mi è stata raccontata da nonna Cleofe (Pachini). Essa mi diceva che una volta il Monte era uno solo, molto grande e che gli amori focosi del “diavolo” e della “Bastola” avevano provocato una catastrofe a causa della reciproca gelosia. Il diavolo per far dispetto alla Bastola, che abitava sul monte, aveva inferto un colpo con la sua potente coda allo stesso spaccandolo in tre parti (è il “tabù” di un antico terremoto?.): Serrasanta, Montenero e Monte Penna. Questa triste leggenda fa nascere nell’animo una tremenda voglia di volerla annientare, distruggerla con la ragione (“ho guardato… con la mente), anche se dietro l’uscio si affaccia il timore che possa divenire di colpo un’amara realtà.

Amoni Mirro 

 

 

LA PAGELLA

Quant’era tristo ‘l banco ‘nte ‘l cantone.
Nun me potìo ‘ntrojamme ‘nte l’inchiostro,
e nun potìo da’ manco ‘no spintone:
me stieno addosso j’occhie de ‘l maestro (1).

Tutto de ‘n pezzo, sciutto era Corsini:
i nummeri archiappava ‘nti quadrucci.
Quanno pu’ entrava Peppe.su, i pennini!
‘Na caciara! E giù a rìde ‘l sor Pascucci (2).

Ma quel giorno ‘n so gito ‘nte ‘l bottaccio,
che piagnìa la pagella su la spola,
me parìo, a sede’, ‘n poro raghinaccio (3).

Tre cose babbo disse:-Arfàe la scola.-
E ta me, torcato como ‘no straccio,
me toccò ‘n contra’ Nino senza gnola (4).

Note

(1) Con questo fugacissimo ricordo personale voglio ricordare i miei primi tre anni di scuola elementare. Potrei riassumere questo squarcio di storia con due parole: ero “discolo”.
Le abitudini quotidiane, come il giocare per la strada a piedi scalzi, fare la “guerra” tra bande di rioni rivali, rubacchiare qualche mela nel campo di Durante, tirare pezzi di carta con gli elastici sotto la pancia dei muli, venivano poi tradotte in comportamenti indisciplinati a scuola. “Introgiarsi” nell’inchiostro era divertente. I calamai di vetro si svuotavano regolarmente ogni giorno, poiché ci inzuppavamo la carta assorbente e gonfiavamo a dismisura i pennini di questo liquido bluastro che sgocciolava puntualmente sopra i fogli di quaderno, peraltro strapieno di “orecchie”. Ovviamente, pensavamo che la confusione in classe accadesse senza che il maestro vi ponesse attenzione. Ma non era così.

(2) Due maestri dei miei primi tre anni: il maestro Corsini e il maestro Angelo Pascucci.
La severità del maestro Corsini era direttamente proporzionale alla sua rettitudine morale. Insisteva senza posa a voler far uscire da quelle rape che eravamo alcuni di noi un minimo di cultura, quanto bastava per sopravvivere! L’espressione “i numeri… quadrucci” vuol significare il suo sforzo nel far entrare in testa agli alunni le operazioni di aritmetica da eseguirsi nel quaderno a quadretti grandi.
Il maestro Angelo Pascucci aveva un carattere scherzoso, allegro. Cercava di dialogare molto con tutti. Tra le tante attività, ricordo che amava le recite, alcune delle quali furono eseguite nel teatrino dell’oratorio salesiano.
Peppe, il bidello, è stato un punto di riferimento e un mito per tutti. Sempre presente, controllava tutti, era il “vice” del direttore Teodori. Quando alzava la voce e il naso diventava sanguigno e rosso come un peperone, voleva dire che avevamo oltrepassato il limite e bisognava subito rientrare nei ranghi, altrimenti ci pioveva addosso l’urlo castigatore. Il particolare dei “pennini” in aria si riferisce alla circostanza della distribuzione dell’inchiostro nei calamai. Era una festa. Quando Peppe entrava in classe con quell’enorme caffettiera di stagno pieno di inchiostro e lo straccio nero per pulire le gocce, tutti alzavano le mani e le penne, gridando: – io… io… ta me… ta me…! -. Lascio immaginare la fatica che doveva fare il maestro per riportare la calma nella bolgia generale.

(3) Era finita la terza elementare. Avevo riportato a casa la pagella: rimandato settembre con due materie, italiano e aritmetica. La scena in casa mi è rimasta stampata nella memoria come in una videocassetta. Era circa l’una. Mamma armeggiava con i piatti nel lavandino: aveva già detto la sua. Io ero sedere su uno scalino della finestra, la faccia nascosta tra le mani e guardando il pavimento. La pagella pendeva appoggiata sulla vecchia macchina da cucire “Singer”. Pensavo tutto quello che sarebbe potuto succedere all’arrivo di mio padre: la cinghia nelle gambe, le parole grosse, una sculacciata come dio comanda… Lui arrivò e io cominciai a tremare. Si tolse di dosso il cappello color kaki, la cintura con la pistola d’ordinanza, la giacca della divisa. Prese la pagella tra le mani. Lesse. Appoggiò la pagella sul tavolo. In silenzio si sedette a tavola. Mangiammo tutti il boccone del pranzo sempre in silenzio. Mi sembravano eterni quei minuti. I miei occhi cercavano quelli di mio padre, ma invano. Solo dopo quasi venti minuti, lui mi guardò. Profondamente. Mi sentivo il freddo dappertutto, mentre dalle pupille scendevano i goccioloni. Non proferì una parola per qualche minuto. Poi, calmo, ma deciso sicuro, disse: – A settembre non ci vai… Anche se sono solo due materie, ripeterai l’anno scolastico! -. Senza aggiungere altro, uscì per riprendere servizio in piazza.
(In parentesi, il “bottaccio” è quello di Farinella sulla strada della Rocchetta).

(4) Fu una lezione d’oro quella di babbo. Con la nuova terza elementare, la musica cambiò completamente con il maestro Nino Pericoli. L’applicazione nello studio andò diversamente. Cominciai a conoscere i bei voti e quelle piccole soddisfazioni che poi mi avrebbero accompagnato successivamente degli studi.
A margine di queste note, colgo l’occasione per esternare il mio affetto per il maestro Nino, anche se non c’è più, sempre puntuale e perfetto nell’insegnamento, come erano perfetti quei “cerchi” che disegnava alla lavagna davanti ai nostri occhi increduli.
E ancora, ricordo volentieri alcuni nomi di compagni di classe, alcuni anche di avventura, delle prime tre elementari: Pinacoli Alberto, Brunetti Aldo, Scassellati Aldo, Sciabacucchi Roberto, Cinti Angelo, Cardoni Angelo, Goracci Alberto, Sillani Aldo, Ippoliti Aldo, Paoletti Angelo (“Scricchiolo”), Depretis Mario, Depretis Gianni, Finetti Giancarlo.

Amoni Mirro 

 

 

GIUANNE

– Giua’!. – uccào sotto la finestra,
El tullo t’arcutino a trabadamme.
Sgammetta lue la rota a manca e a destra,
azzeppa: e ‘l coccio arpìa foco e fiamme (1).

El forno è stracco pe’ ‘ngola’ fascine,
e ‘l sole arrìa da Pollito: è le sette.
Giuanne, giacca e cappellaccio fine,
Marisa ‘l vede e lue je se promette (2).

Quante sere d’inverno tutt’a due,
facenno ciciarella, a fa’ l’amore
j’ stuzzicao dicennno: è per vue!- (3a).

Ruzzao co’ la sedia a fa’ rumore.
-Ciaìa da capita’ proprio ta nue!-,
ridìa Giuanne, bono più de ‘l core (3b).

Note

(1) Giovanni Filippetti. “Giuanne” e la “Vincenzina”, un tutt’uno. Il ricordo della fabbrica della Vincenzina è indimenticabile. Luogo di scorribande. Si veniva giù dalla Porta di Sotto. Le fascine erano fuori sopra un muretto. Uno dei passatempi era quello di trovare, tra i “cocci” buttati via, i “tulli” sui quali si appoggiava il “coccio” d’argilla per essere cotto. Se capitava di arrivare sul posto mentre era spalancata la porta che dava sulla fornace, allora era uno spettacolo garantito: volteggiavano enormi vampate di fuoco dove sparivano i cocci! “Giuanne” l’ho stampato in mente. Lo vedevo dalla strada della Botte, dietro i vetri della finestra, in alto. Andavo su. Era seduto sul bancone. Entrare in quella stanza era come bucare un tabù. Tutto metteva soggezione. “Voe proa’ ?” -diceva, indicandomi la grossa ruota di legno che, spinta con il piede, faceva girare il tornio. Ma gli occhi erano addosso a quel pugno di “terra”, che, miracolosamente prendeva la forma segreta, inventata dalle dita maestre.

(2) È sera. La Vincenzina chiude. Dalla Porta di Sotto vengono su le donne (mi ricordo Alfonsina.): numerose, facce accaldate, felici. Al tramonto il sole scompariva dietro la “macchietta de Pollito” (Ippoliti). “Giuanne” me lo ricordo come un bel giovanotto che avanzava con passo marziale. Tranquillo. Sempre sorridente con quei suoi occhi azzurri. Appendeva la giacca, con l’indice e il medio della mano destra, sulla spalla a cadere dietro la schiena. Aveva un cappello a lunetta a tese larghe, pendente alla “birbacciona” sulla fronte. Non ci voleva molto a notarlo. E le ragazze avevano fiuto e sguardo lungo.
Tra gli scherzi che da ragazzi mettevamo in atto per ridicolizzare due fidanzatini c’erano delle filastrocche. Ne ricordo una: “… el ragazzo e la ragazza fa l’amore su la cassa. e la cassa je se sfonna.e se vede tutta la gonna…”. Questa tiritera dava sicuramente fastidio, perché talvolta ci scappavano le “minacce” degli interessati. E questa nenia è toccata anche a Marisa (Amoni) e Giovanni, quando, soletti, andavano a fare due passi nella piazzetta o al Fosso.

(3a) In queste due terzine, due aneddoti. Una volta si “faceva l’amore” dentro casa (“fare l’amore” nella mentalità odierna vuol dire fare riferimento più o meno anche all’attività sessuale, mentre un tempo significava semplicemente lo stare insieme di due persone che si volevano bene, dove al massimo era consentita una carezza, una coccola.). Ricordo la stanza di zio Augusto (il babbo di Marisa): tavolo grande quadrato al centro, finestra che dava sul corso Piave e tra la finestra il tavolo, seduti, la zia Anita e lo zio. Nella parete a fianco, un enorme focolare. Quando Giuanne veniva la sera, insieme a Marisa si metteva a sedere vicino al focolare.
E qui arrivavo io. Essere ficcanaso è istintivo nei ragazzi ed è un desiderio che prude finché non viene esaudito. Talvolta capitava che, nel bel mezzo della tombola, c’erano i “ciarabaldune”: ne prendevo uno, magari più di uno, per portarlo a loro due. Ovviamente, “scocciando” il più delle volte le uova nel paniere.

(3b) Allora non esisteva il fai-da-te, ma zio Augusto sapeva fare di tutto, anche il falegname. E da parte mia, devo confessare che di lavoro e gliene ho dato tanto. Avevo il “ticchio” per lo schienale della sedia di legno. Quando mi prendeva la smania, quasi sempre, prendevo una sedia, appoggiavo lo schienale per terra sulle mattonelle, e via… a strisciare di corsa attorno al tavolino…. “brmm!.brmm!.brmm!.”. Ero Nuvolari! Curve da brivido! E legno si riduceva all’osso. E così, dacci oggi e dacci domani… “Varda – alzava la voce zio Augusto – nun c’enno più le stagge su ‘sta sedia.!”. Un po’ di voce grossa, ma poi con pazienza puntigliosa la riparava e puntualmente concludeva: “.mo’ arpròece, èsso, vedrae que te fo’.!” E a me, puntualmente, non pareva vero di ricominciare! E Giuanne, divertito da queste scenette aggiungeva: “.sta ‘ttente che t’arlonza!.”.

Amoni Mirro 

 

 

RAMINO (1)

Un lamento da ‘na “crocefissione”:
– du’ “rechiem” pe’ Ramino di’, si pole -.
Era ‘n bonomo, uccava e ‘n po’ beone,
la giacca rotta e scarpe senza sòle.

Con Filicino a chiacchiera’ del misse
l’ ò ‘nteso ‘n giorno jù la Pisciarella.
E pu’, la sera, como ‘n biribisse,
su ‘l Cappanno argìa, ‘n te la cannella.

– Varda Ramino! – ‘n giorno fa ‘l pittore.
Parìa ‘l boccione como arpiasse foco:
Ramino è vivo sotto ‘l Redentore!

– Quell’ o’! Si passe là pe ‘l cimitero,
du’ “rechiem” pe’ Ramino enn’ anco poco:
mo ‘l sae che, lue, tristo ‘nnera davero -.

Note

(1) Questo personaggio mi è tornato alla memoria per una strana, fortuita coincidenza. Ricordo che “Ramino” abitava nella “Pisciarella”. Parlava il dialetto un po’ strillato e qualche volta era solito alzare un po’ il gomito… Molto tempo fa, parlando con mio zio Renzo Megni (è il “pittore” di cui si parla nel sonetto) del più e del meno, il discorso era andato cadere sulla tecnica del colore da dare alla pittura. E a modo di esemplificazione, lui mi parlava di una “crocefissione” del Reni, da lui riadattata e riprodotta poi nelle mattonelle in una cornice a forma di mezzaluna. L’opera era stata poi cementata presso una cappellina del cimitero di Gualdo (visibile a tutti fino a non molto tempo fa).
“.Sae di chi enno sti piede?.- mi disse Renzo indicandomi una figura in basso nel dipinto – enno i piede de uno che se chiamava Ramino, che èsso è morto, poretto. Ha posato pe’ ‘sto quadro.”. A queste parole, ho sentito come un brivido dentro di me. Avevo davanti agli occhi un evento pittorico bello e, simultaneamente, un soggetto-persona, cooprotagonista di questo evento, il cui ricordo fino a quel momento mi tornava come sbiadito. Allora è venuto fuori pian piano, un sentimento di pietà misto a compassione. Così, il ricordo di quest’uomo, teneramente liberato dalle nebbie del passato, si è venuto via via fissando nella mia mente come un monito. Anzi, qualcosa di più: come un esempio. È come se, dalla testimonianza silenziosa di “Ramino” venisse evocato un principio etico fondamentale: non giudicare mai l’intenzione degli altri, anche se all’apparenza ti possono sembrare strani.
Insomma “Ramino” mi era apparso “vivo” nel contesto del dipinto di quella “passione”.
Il “boccione”, di cui si parla, è il fiasco di vino. Renzo mi ha testimoniato di aver dato gratuitamente al nostro personaggio un fiasco di vino, in cambio delle pose fatte nel corso della esecuzione della pittura.
“Filicino” era della “Pisciarealla”. Colpiva il suo fare eccessivo nel parlare sempre del MSI (Movimento Sociale Italiano). Nell’insieme del comportamento, risultava un personaggio certamente convinto e coerente con il suo credo. Talune sue esagerazioni gli davano un contorno di leggera comicità.

Amoni Mirro 

 

 

GALETTO (1)

Archiàppelo, Pallu’, si je la fae!
El gruppo tira, ‘l fiato fora ‘l petto:
cucì, a curre, nun à visto mae
du’ polpacce toste e dure: è Galetto!

Ottìo, à bucato al primo giro!
Enno curse ‘n to ‘ncasa a pia’ la rota.
Rondelli n’approfitta, que vampiro!
Galetto piagne: quale trista nota.

Ma ecco, l’arpìa tutte ‘n diece gire.
“Galetto è primo! – ucca Biscontini-.
‘L sapìo: ci aìo scommesso venti lire.

Galetto è forte, è granne como ‘n sire,
nobile e bello, doti sopraffini;
è mite, anco quanno à da soffrire.

Note

(1) L’avvenimento ciclistico dei “quindici giri di Gualdo” (tra la curva di Peppetto e la curva della Flaminia in direzione Rigali), credo che abbia segnato profondamente la memoria e l’immaginazione di noi ragazzi. L’atleta “Galetto” era diventato molto più che un personaggio del paese. Era per noi un eroe, un mito da rivivere anche a costo di “soffrire”. Non c’era in casa una vecchia bicicletta che non la si usasse per fare, almeno una volta da “galetto”, la salita di Luzi o la discesa di S.Rocco.
L’episodio descritto si riferisce a una delle vittorie di Galetto, veramente strepitosa, allorché riuscì a tagliare per primo il traguardo situato all’altezza delle Scuole Elementari, nonostante la sfortuna toccatagli. Infatti dopo una foratura al primo giro, non si era riusciti a trovare, non so per quale accidente, un tubolare di scorta efficiente. Ricordo che volarono addirittura a San Pellegrino, suo paese natale, per reperire a casa sua un qualche ricambio. Una volta sistemata la bicicletta, il nostro atleta riprese la corsa sostenuto da un tifo indiavolato. Da ultimo che era, riuscì a rimontare, giro dopo giro, i primi del gruppo. L’urlo “Galetto è primo” di Danilo biscottini, che era sul sedile posteriore della motocicletta (forse della giuria della corsa), fu come una folgore per noi che eravamo appollaiati su delle impalcature da muratore, situate pressoché a ridosso dello striscione del traguardo.
Pallucca e Rondelli erano corridori che godevano di una stima diversa: il primo perché era quasi sempre ritardatario; il secondo, perché, pur essendo bravo, non lo sentivamo come un eroe nostro.

 Amoni Mirro 

 

 

PEPPONE (1)

Dato foco a balle ‘n ti barattujie
E dato ‘l Cristo ta j’ ‘ncappucciate (2),
s’arduna ‘na ‘mmucchiata de munèje
co le cannele e j’ occhie appiccicate.

“Con funi, con catene – canta ‘l coro –
si batte il Salvator” da mascalzone.
Quanno.cavallo bianco e arma d’oro.
Peppone appare, più che ‘ncenturione.

“Estelo, vàrdelo como sta dritto!
‘St’aguzzino comanna qui’ soldate”,
dice ‘n padre ta ‘l fijo che sta zitto.

‘Ntonino attacca tutte le cantate.
Peppone passa e lassa ‘l cor trafitto,
e dietro le pie donne addolorate.

Note.

(1) “Peppone”: “centurione” struggente e appassionato. La processione del Venerdì Santo è stata uno dei momenti di particolare amalgama della popolazione. Mi faceva sempre impressione vedere tra l’altro, mio zio Ettore, vestito da cristo in tunica rossa, portare la croce. Molti ricorderanno ancora la figura di Peppone: immancabilmente puntuale ad aprire la sfilata delle comparse, seduto in groppa ad un cavallo bianco; vestito di un’armatura color oro e aggrappato con la mano destra al labaro con il simbolo romano. Tutti i cavalli partecipanti erano di colore scuro. L’unico cavallo bianco, l’indomito, quasi ad evocare la gloria di un potere misterioso che doveva serpeggiare sopra le teste della folla penitente, era quello di Peppone.
Per noi era l’apice del divertimento l’andare a frugare, nelle prime ore pomeridiane del Venerdì Santo, tra le casse piene di vestiti e di oggetti vari, situate nella vecchia chiesa di Sant’Agostino. Si correva dagli uomini che stavano vestendo l’armatura ai cavalli legati ad una staccionata nel cortile del dopolavoro, al quale si poteva accedere anche dal grande portone delle scuole vecchie. E quando sul far della sera, tutto era pronto e Peppone saliva sul cavallo, immediatamente svaniva il sapore profano dei preparativi. Pian piano, tutto e tutti invadeva il tocco della sacralità. E Antonino, che ancora oggi io ricordo, quale indegno allievo, con sentimenti di affetto, cominciava a far echeggiare nell’aria l’armonia delle meravigliose laudì spirituali.

(2) Mi pare di ricordare che la statua del cristo morto venisse portata dalla confraternita della Trinità. Il fuoco delle “balle” significa il modo di realizzare le luminarie sulle finestre lungo la strada durante il passaggio della processione. Si utilizzavano barattoli di latta vuoti, si riempivano di pezzi di juta inzuppati di petrolio o benzina, o addirittura di olio, e si accendevano. Queste innumerevoli fiammelle, sistemate dappertutto nelle strade, sortivano l’effetto di ingigantire l’impressione tragica dello scenario religioso.

Amoni Mirro 

 

 

LA SANTUREGGIA

‘Sta sera ‘n cenno i gioche a trabadasse.
‘Nnisconnemo le frecce drent’ a casa,
arponemo j’anelle fatte d’osse:
la processione scappa da la chiesa (1).

Da Magnalardo a ‘n piazza, como ‘l viento,
‘mmucchiamo ascenzo, guazza e santureggia.
E i zompe, j’iucche, i criste: più de cento!
E ‘l battuto è pronto: èccolo, mannaggia! (2).

E’ festa granne: tutte enno arnoate.
Gireno, armesse, Gige de Madonne
E Rendino e la Guercia da’ i sfollate (3).

E’ festa granne, specie de le donne,
che ‘nsieme ae ciarabalde e le crostate
arporteno da ‘l forno cresce tonne (4).

Note

(1) È la festività del Corpus Domini: una festa religiosa, condita con insieme un pizzico di sana profanità. Le strade principali profumavano, a sera, del tipico odore della “santureggia”, dei petali di rose, dell’incenso della processione. Era una festa sentita, capace sempre di unire tutta la popolazione. La banda la faceva da padrona. Chi non ricorda Pietruccio con il tamburello? E Giulietto con il clarino?
“Gli anelli fatti d’osso” di pèsca erano uno dei passatempi della strada. Adalberto Mencarelli, Mauro Teodori e Norma Depretis potrebbero ricordare come, prendendo in mano un osso di pesca, dopo aver ben bene insalivato la pietra liscia della strada, lo si limava per lungo tempo nella stessa pietra. E poco dopo, oh meraviglia! Ecco che appariva un bell’anello di legno da infilarsi al dito.

(2) La “santureggia” rimaneva a disposizione di noi ragazzi purtroppo per poco tempo. Dopo quasi mezz’ora che era passata la processione, i netturbini la radunavano e la portavano via con le carriole. Eppure, quella mezz’ora era sufficiente per fare il finimondo con i salti e le corse nei grossi mucchi fatti da noi. Ovviamente, i vestiti puliti e stirati diventavano malconci. E allora, non era raro il caso che ci potesse scappare il. “battuto” (raramente: piuttosto un’alzata di voce) della mamma a conclusione della festa.

(3) Gli sfollati, da quando era finita la guerra, hanno avuto domicilio per diverso tempo nelle scuole vecchie. “Rendino e la Guercia” mi hanno sempre impressionato. Mi sembra di rivederli lungo il corso, nel loro incedere con andamento quasi solenne. Erano sempre a braccetto. “Gigetto delle madonne” era notissimo. La strada che faceva, era per lo più dalla Porta di sotto. Lo ricordo ancora tirare il suo piccolo carretto con sopra le balle di erba, con il cappello a lunetta tirato di fianco e con queste “madonnucce” nelle tasche da dare a chi incontrava.

(4) Il forno di cui parlo è quello vicino alla sora Peppa. Quel forno conosce la storia delle “cresce” dolci e di formaggio di mezzo Gualdo, con i nomi scritti nei foglietti appiccicati in mezzo agli stessi dolci, per essere rintracciati dalle rispettive proprietarie.
I “ciarabaldune” si facevano con pasta cosparsa di chicchi di anice, cotta nella brace e con l’aiuto di grosse molle, le cui ganasce erano costituite da due tondi metallici, che, stringendosi fino a uno spessore di due millimetri, imprimevano nella pasta anche un allegro disegno, attraverso piccole puntine sporgenti.

Amoni Mirro 

 

 

TA I SOMARE

Arrìa la somara de Saracca:
nualtre boccia facemo ciciarella.
E dopo la bastigna co’ la pacca,
‘n po’ de terra rubbamo, ‘na criarella (1).

J’occhiàle grosse e mano da maestro,
Filicione ta ‘l somaro leva ‘l basto;
Marisanta arcoje stracce e canestro
e ‘l vicoletto armane buio e mesto (2).

Pinchetto, sul carretto, è un tribuno,
azzeppa le fascine a quintalate,
e spanne l’aria de ‘l sapor de ‘l vino (3).

Somare, dal pelame grigio o bruno!
‘N eriate ciuche brutte e spelacchiate.
Tenaci.come razza di Tadino!

Note

(1) Da viperini monelli quali eravamo, facevamo ammattire il povero Saracca, allorché, avvicinatici di soppiatto al carretto stracolmo di “terra” (la fresca argilla da forno) che doveva essere trasportata presso la fabbrica della Vincenzina, affondavamo le mani in quel bendidio, portandone via una piccola parte da utilizzare per i nostri poveri giochi di strada. E lui accorgendosi del “misfatto”, urlava a gran voce, poveretto, e dava grandi “pacche” di bastone nelle assi, accompagnandole sovente con… prevedibili giaculatorie!

(2) Era più che una semplice curiosità aspettare, noi ragazzi appoggiati al muro dell’orto di fronte, dietro al Vicoletto, Felicione e Marisanta nel sistemare il carretto e il somaro, dopo una giornata di lavoro. Mi sembra di rivedere, come in fotografia, quella porta aperta e, dentro, la greppia sistemata a sinistra, mentre l’animale si preparava ad adagiarsi.
Il Vicoletto “buio e mesto” vuol semplicemente dire che la chiusura della stalla, di sera, coincideva con la fine di alcuni nostri giochi, come per esempio, la gara del cerchio in diversi giri tra Via del Corso e il Vicoletto appunto.

(3) Non ricordo di aver visto mai Pinchetto seduto sul carretto. Sempre in piedi. Sorridente. I suoi schiocchi di frusta erano impareggiabili. E la stalla… ah, la stalla, che profumi!.
Tanti odori si mescolavano, ma quello che io ricordo è quello del mosto fresco. Anch’io ho pestato l’uva con i piedi appoggiato con le mani in quel viscido muretto. Era un piacere unico, che magari durava poco, perché le gambe facevano male. Ma il dolore passava subito, quando gli adulti ci facevano bere un bicchiere della gustosissima “friscolata”..

Amoni Mirro 

PORTA DI SOTTO 1945

‘N po’ de boccia erajamo giù pe’ ‘l Corso,
sporche a ruzza’ per terra su ‘l selciato.
“I soldate!- ucca Gianne ch’aìa curso-.
In fila! Dònno ‘l dolce zuccherato” (1).

“Baldà (n) è scappato.” dice ‘l Cuccioletto
(‘Ngiola ‘l mettìa a sede’ fòra de casa):
subbito tutte a chiede ‘n “pizzichetto”
e giù, a “sfrojia’” co’ i dite que la cosa(2).

‘N c’ereno i joche, ma nun se piagnìa,
s’arcutinaeno i cerchie de le doghe,
e ‘l cirulino, forte se battìa (3).

N’arvèngheno qui’ tiempe, penna mia,
ma.ònno itto più que tante vòghe:
gravi.comm’era ‘Ntogno in sacrestia.

Note

(1) Ricordo che, finita da poco la guerra, gruppi di militari di ronda nel paese, mentre passavano lungo il Corso provenendo dalla Porta di sotto, erano soliti fermare noi ragazzini che giocavamo nella strada. Ci mettevano in fila lungo il muro, in ordine di altezza, e regalavano a ciascuno una caramella di zucchero colorata, talvolta a forma di cuore o di guancialino, di diversa misura: la caramella più grossa toccava al bambino più grande e quella più piccola al bambino più piccolo.

(2) Il povero Baldàn era solito, nella sua bonaria severità, metterci nel palmo della mano una spruzzatina piccolissima di tabacco da naso, che lui, con gesto lento e ieratico, “pizzicava” dalla sua tabacchiera d’argento con il pollice e il medio (l’indice era piegato in dentro) della mano destra.

(3) Nel gioco del cerchio si utilizzavano i cerchioni in ferro o il legno (rari) delle biciclette: oggetti peraltro un po’ “signorili”. Comunemente si usavano i cerchi di ferro inutilizzati delle piccole botti di vino non più usate.
Il gioco del “cirulino” ricordo che, nei momenti della sua massima gloria, ha avuto anche l’onore di essere esposto in vendita nelle bancarelle in piazza durante la fiera.

Amoni Mirro 

 

 

I JOCHE DE NA VOLTA

A “toto”, bire ‘l tacco e fae sparmocchia,
a “battimuro” piérde co’ i babitte,
co’ la “freccia” te sproe a chiappa’ la ‘nnocchia,
A “figurine” vinche quann’ en fitte.

I “lastichitte” attacche a l’archibugio,
co ‘l “sambuco” e la sula fae lo schioppo,
co ‘l “potasso” sta ttente che t’abbrugio,
co ‘l “carretto” t’ annuggisco anco troppo.

Co ‘l “cerchio” gne la fae senza furcino,
co la “terra” i bambocce fae e te ‘n gegne,
a “ruzzola” vae a curre giù ‘l mulino.

I “sasse” co’ ‘na mano tire e segne,
co ‘l “rocchetto” te ce fae ‘n bel cordino,
“co’ la parte” è quel che troe e senza fregne.

Amoni Mirro 

 

 

CAPEZZA

Per la salita delle monache son salito,
arrivato in cima sorpreso e desolato,
al posto delle pietre l’asfalto ci ho trovato.
Dov’è tutta la mia gente che ci ho lasciato?
Se n’è andata insieme col selciato?
Pure la vecchia fontana hanno levato!

Giunto davanti a quella che era la mia casa
di tanta gente n’è rimasta poca
non più somari, pecore, nemmeno un’oca!

Me pare de sentì sotto el cantinone
cantà la Violetta, d’Americo de Fratone,
e le frescacce sciorinate a profusione.

Il poro Ciribelli, a mezzogiorno in punto
a protestà che el pranzo non è pronto
certo che per le due el pranzo era pronto.

Peppe de Franchetti,
la gomma sotto le scarpe te metteva
con la camicia rossa sul banchetto le montava
e ogni discorso due ore te durava.

Per svegliarti la sveglia non l’usavi
tra canti, muli, ragli di somari
prima dell’alba sveglio ti trovavi.

Se tutto questo poi nun te bastava
c’era sempre qualcuno che fori litigava
se no … la sirena de Luzi te svegliava.

Angelo Pasquarelli , 1978 

 

 

STE MUNELLE NOSTRE

Munelle mia, ve vojo tanto bene
quante che sete che ve bagio tutte:
tra vue nun c’ènno arrugginite e brutte
e de vue Gualdo quanto se ne tène!

El sangue che curre nte le vene
è roscio commo le cerase, e sciutte
cete le nuce, e de graziette piene
le guance a cascà bene do te butte!

Jocchi ènno tizzi e fragole le bocche,
co i boccoletti se po tèsse n velo,
sotto el corpetto spunteno du brocche! .

Si el ragazzo ve strigne, bè, pol’èsse
ch’armedia no schiaffone a contropelo,
ma el riso sbotta pieno de promesse! .

Nello Sinibaldi da “La Freccia” del 24 gennaio 1943 

EL PROTETTORE

Nun dì de no, nun dì ché sti preti
sàpieno fà, ciajamo n capitale!
Ogni nimico nostro, tal’e quale
de n baccalà fregato n te le reti!

È vero, annò a scarnisse ntra i roeti,
magnò sconnito senza l’ojo e l sale,
alzanno n deto te guarì gni male,
cerase a marzo, peggio d’i poeti .

Pe questo è Santo, scì, ma, damme retta,
quanno che la riliquia t’ho bagiata
e monno messa n bocca la chiaetta,

Si arpenso al colpo che mannò de core,
ta la matrigna armasta lì gelata,
me sa, tra i Santi, el mejo Protettore!

Nello Sinibaldi da “La Freccia” del 24 gennaio 1943 

 

 

COM’È LA VITA

Io giro tutta Gualdo, estate e inverno:
palazzi, case, buchi zozzi e stalle:
dal paradiso passo nte l’inferno,
da la Capezza a Pisciarella e Valle.

Nun te fidà del posto e de l’esterno,
ché, do meno te penzi de troalle,
certe miserie scopri nte l’interno
che da fora, macché, manco penzalle!

Dolori che te fonno strigne el core
do fora ride tutta la facciata,
e, do n parrebbe, drento tutto n fiore .

Ccussì è la vita, amico, na risata
se mischia co n singhiozzo de dolore:
piagni e, a fonnello, va na serenata!

Nello Sinibaldi da “La Freccia” del 24 gennaio 1943 

 

 

IN MEMORIA DI MONS. RAFFAELE CASIMIRI

Si come l’onda fresca e cristallina
da la Rocchetta sgorga in liete spume,
dal core tuo fluiva la divina
onda del canto libera da brume.

Le dolci melodie del Palestrina
ivi indagando con sottile acume
e in Te, divina sintesi, dottrina
ed alta ispirazione si riassume.

Pio, dotto, alato di poesia e di canto,
a la tua Gualdo più tornerai
e Gualdo un serto ti tessé di pianto.

Tra i Geni de la Patria incastonato,
gloria Ti attende :. a Gualdo resterai
«il nostro Lelle», e sarai sempre amato.

Nello Sinibaldi 4 maggio 1943 – XXI 

 

CRONACA NERA VERSIFICATA

Elisa Monacelli di Morano
tiene una ricca banda di galline
che fanno giù le ova a tutto spiano:
fresche le vende tutte le mattine.

Uno di questi giorni, la donnetta
fu colta da la guardia di servizio
mentre vendeva l’ova in fretta in fretta
sopra il calmiere! Oh, detestabil vizio!

Portata nell’Ufficio, in piazza Umberto,
dal Capo ebbe di capo una lavata.
Partita che si fu: – ora son certo –
egli pensò – per sempre è sistemata.

Non farò né denuncia né verbale,
instaurando un regno latte e miele. –
Ma coi caparbi si fa sempre male
ed ogni zuccherino è sempre fiele.

Nessuno dei lettori muova al riso
se dico che la notte che seguì
la Lisetta fu colta all’improvviso
da dolori terribili e abortì!

Del Vigile e del Capo, adesso strilla,
tutta è la colpa! Chè non lascian fare?
Non so che male c’è! Perché una spilla
non deve avere il prezzo che ci pare? –

A questo giudizioso ragionare
opporsi certo non potrà nessuno:
Fate gli Agenti tutti imprigionare,
ova e diamanti: dieci lire l’uno!

Nello Sinibaldi da “La Freccia” 25 aprile 1943 

I MODI DE DÌ GUALDESI

Posce affogatte!… Va a morì ammazzato!
No sbocco!… Crepa!… N’accidente a secco!
Posce arrabbiatte te e chi t’ha criato!
Fio de sta vacca!… Fija de ‘sto becco

Sto parlà alegro, facile, nfiorato
che te vurria lassà come no stecco,
tel cibi n piazza, a vicoli, al mercato,
e si nciarmani pare sia n’azzecco!

Qualche bastigna fa da misticanza,
«ch’armanessi tuquine» è n giuramento
senza penzà ta Sildo o all’ambulanza.

Embè, n principio, Gualdo n te va giù,
ma quanno n’ae capito el sentimento,
béi a la Rocchetta e nun te stacchi più!

Nello Sinibaldi da “La Freccia” 25 aprile 1943 

 

 

 

I MEDICI DE NA VOLTA E QUELLI D’ADESSO

I medici de na volta

A Badia Val de Rasina c’è n omo
che, quello ch’onno ntorno a cinquant’anni,
l’aricordeno n fior de galantuomo,
bravo a tajatte e a tojete i malanni.

Era del tempo de quel poro Nanni
che co’ rimpianto s’aricorda ognomo,
del poro Orazi che n statia n ti panni
si n t’arrizzava j aridotti n giomo.

E ce statia co lue quel Zaccheroni
ch’era el bon padre d’ogni disgraziato:
tutti medici bravi, e tutti boni.

Ma st’omo, anche si vecchio co j acciacchi,
ha ngegno e core come pel passato:
chi n s’aricorda de Giovita Tacchi?

E quelli d’adesso

Rubegni ce piuì da gioinotto
co’ na pippetta che parea n camino;
defora urtica e mèle perde sotto,
maestro a arconciatte stommico e ntestino.

Oggi è Gaudenzi che te schiaffa sotto
gioviale e te ricama sopraffino;
ma, si ce vòi fa a bòtte el contentino
tel dà, chè t’addormenta co’ n cazzotto!

Ruggero, dotto e storico de razza,
te sa tutta la storia del creato:
Marcucci starne e microbi sdirazza.

El più scemo de tutti, gente mia,
so’ io che, dopo avevve visitato,
su el ricettario scrivo ‘na poesia.

Nello Sinibaldi, novembre 1942 

 

 

I GUBBINI DE GUALDO

A Gualdo c’enno tipi da stravede:
su le scalette Asnuldo e Alvise stonno
nsin’a le due co’ l’Ingegnere a sede,
e Nello e jaltri co’ Checco de Nonno.

Marziale e Elia fon versi da nun crede,
co’ el Cioccolino nun te vié mai sonno,
e si n ciclista bravo te voi vède
guarda Ignazietto che te gira n tonno.

Te scotta i boccia Pietro de Carini
co’ i soldi, e n’altro, per dimenticanza,
sbaja de busta e scopre jaltarini.

E come si sta banda de Gubbini
nati tuquì nun fussero abbastanza,
c’èn piouti Marcucci co’ Bedini!

Nello Sinibaldi da “LA FRECCIA” edito a Gualdo T. il 28 ottobre 1942

 

logo_il-pepeGiornale edito a Gualdo nel 1946 

 

 

 

TE CANTO DE GUALDO

Te vojo fa la storia de sto Gualdo
co quattro strofe de parlata nostra:
patì sto territorio el freddo e el caldo
d’i secoli che qui fecero giostra,
chè da Roma e giù dal Norde,
da La Rasina a Le Corde,
fu n gran passaggio
e ognuno del su umore lassò n saggio.

Dumila e cinquecento quarantasette (2547 a.C.)
prima de Cristo, dice na leggenna,
Tirreno ta Taino vita dette
e a volà forte je dilassò la penna.
Ma el decen sessantasei, (266 a.C.)
Legionario, qui tu sei:
ducentoventi, (220 a.C.)
la via Flaminia spazzeno sti venti.

Annibale el ducentodieciassette (217 a.C.)
Tain te tratta da assassino e ladro,
pu, poco prima del quarantasette, (49-47 a.C.)
vié Cesare che je completa el quadro:
chè Taino con Pompeo,
su la Rasina e sul Feo,
repubblicana
te se dichiara e ce perdé la lana.

Duecentocinquantuno dopo Cristo (251 d.C.)
San Feliciano more chè Taino
nte le su strade e piazze t’avea visto
predicà Amore contro de Caino.
Ne scoltò la santa voce,
fece Chiese, alzò la Croce,
ma pu, man mano,
mutò ntantino e te puzzò de Ariano.

Al cinquecen quarantasei le Gote (546)
de Totila squadracce fòn cagnara,
però Narsete el Greco giù Le Rote,
li schianta e quello morse a La Caprara.
Novecen novantasei, (996)
tu, Tain, distrutta sei
da Ottone e approva
el Papa chè l’Ariano lì ce cova.

Disperzi, na Chiesetta, i Tadinati
se fòn su le ruine lì vicino
e ce venìeno p’èsse battezzati:
santa Maria se chiama de Taino. (1000.)
Fatto Gualdo su sto Colle
sto Battesimo ce volle
co la Chiesetta
ch’al cinquecento Santa Chiara è detta. (1575)

Nel mille e centottanta el primo Gualdo
fu a Pian De Rote, ntorno all’Abbazia:
s’el coa San Baenedetto e l tene caldo, (1180)
ma nun gne basta la diplomazia,
chè Nucera e Bulgarello
da Fossato, fòn Bordello.
Dopo trent’anni,
a Val De Gorgo pe salvasse i panni. (1210)

De lì a ventisett’anni na stregaccia,
che Bastula se chiama e è Nucerina,
co i Conti de Nucera va n gattaccia
e abbrugia Gualdo ch’armane a pagina. (1237)
Gualdo nostro abbozza e pate,
s’arcomanna a Fanìo abbate:
dopo du mesi
sotto la Rocca i fochi t’ha riaccesi (1237 Apr.)

Intanto Val de Gorgo e Serrasanta
s’arnempeno de Santi in penitenza:
c’è San Francesco a Capetella e canta
de pace a Frate Fava la sentenza.
Val de Gorgo un Romitorio,
su la cima un Oratorio:
e giù ntel Piano
c’è l’Abbazzia ch’a Gualdo da na mano.

De Chiese vojo di quattro parole:
viè prima, da La Valle, San Donato, (1255)
San Benedetto, dopo, ride al sole (1256)
e pu Sant’Agostino è fabbricato. (1272)
Dopo vene San Francesco (1315)
e Matteo je fa l’affresco: (m. 1505)
e, n Fulignato,
l’Alunno, el quadro nco ja pitturato. (1471)

Mo vene Federico Mperatore (1240)
– poeta, Svevo, nat’a Jesi – e cura
del Grifo Guelfo pe stagnà el furore
de fabbricà quaranta torri e mura. (1242)
Ma el cinquanta Lue se morse, (1250)
Gualdo artorna nte le morse:
e sott’al Grifo
je tocc’argì si puro je fa schifo.

Spoleto, el Papa, el Grifo, el Michelotti,
pu Fortrbraccio, el Trinci, el Piccinino
co Sforza fonno a chi più cocci rotti
pol’armedià a sto Gualdo de Taino.
A metà del quattrocento
arpia el Papa el sopravvento: (1459)
co Fabbriano
pel Monte curtellate a tutto spiano.

Ciavremo na parlata n po’ scruteggia,
bastioneremo n po’, ma ce credemo
si vae a Morano, a costo de na treggia
te poi troà, però nun troi no scemo.
El Biat’Angelo ce coa, (1270-1325)
manna n colpo che t’artroa:
protegge Gualdo
si el guarda storto el Grifo o San Rinaldo.

Quanno stie a Gubbio e ,pare, a Col Mollaro,
c’è caso ch’arriò a Gualdo el Poeta Dante:
de La Commedia n Canto tiente caro, (Par. XI)
Gualdese mia, perché te mette avante.
« Sott’al giogo dice – piagni »,
e del Grifo che te lagni:
intanto a Nue
cià mentuvato Dante ! Gloria a Lue !

Lucrezia Borgia, fia del Papa bionna,
te gia a Ferrara verso el ‘500:
st’alegra pipa, occhiacci neri e tonna,
nu gne mancava certo el sentimento.
Du mariti avea spacciato,
mo anco el terzo t’ha mpegnato:
sta bella cocca
passanno annò a pusasse su la Rocca. (1502)

Rivoluzion Francese portò nove (1798)
però Napoleone l’arvoltone, (1809)
Mazzini brilla ntel quaratanove, (1849)
« sorella » Francia pu cel fa arimpone. (1849)
Ma, el Settembre del sessanta, (1860)
passa sott’el Serrasanta
co i sui Cadorna
e a pace e libertà Gualdo aritorna.

Sinente all’ottocentotrentatrene
ce chiamavamo Gualdo de Nucera:
ce fecero Città che fa da sene (1833)
e te finì accussì sta tiritera.
Pe ricordo de Taino
se chiamò Gualdo Tadino
sta Città bella
che se mereta più benigna stella.

Perché tuquì el Poeta col Pittore, (1400)
col Medico e l Giurista fu de casa: (1500)
con Casimiri el canto tocca el core; (m. 1943)
pitture, versi e soni, c’è na spasa.
Matteo, i Tromba col Monina,
co i Durante gni Mattina,
da Serrasanta
de Gualdo, a gloria, el sole te li ammanta.

Io so’ de Gualdo e so’ de La Spiazzetta
e quanno stio lontano mel sognavo.
Dal Crocifisso a giù La Colonnetta
è n sogno d’arte e chi mel nega è bravo.
Sott’el Penna e l Serrasanta
core e mente ognomo vanta:
Jeroi fratelli
acclameno Mancini co Storelli.

Perché qui, co jartisti e co i sapienti,
ce stonno Eroi de tutte le battaje:
gni volta che st’Italia sgrignò i denti
ste madri nostre armasero n gramaje.
Viva Gualdo artista e forte,
ama vita e n teme morte:
d’i Santi sposa
al Monno jà nsegnato qualchi cosa !
NELLO

Nello Sinibaldi da IL “PEPE” Anno I n°2 del 21 aprile 1946 

BUFICCHIA !

Su le scalette de San Benedetto
na notte co l’Abruzzo, Alvise e Augusto,
statio a pia l fresco, prima de gì a letto,
e a senti i soni ce pijavo gusto.

Intanto, su la Sala Comunale,
ballaveno jinglesi a gezz e-baune:
nu sventolava fora n paro d’ale,
de Peppe de Patano le mutanne…

Noo!… Questo succedeva giù le Scole!
Ma gni tanto n inglese a la ringhiera
te venia al fresco e nte la queta sera
se scolava pensanno a ste fijole.

Però nun te credessi che piagneva…
je daia a stroscio commo na fontana
e te paria sentine a la lontana
na canzona che sàe… «come pioveva».

Ntel buio sorte n gruppo de persone
e avant’a tutti scappa giù na picchia
che, sott’a la ringhiera, fà: « Buficchia!… ».
Rideveno le stelle bonaccione.

Grandinava sto Lujo sul selciato
e a mitrajate daveno la caccia,
oggi l’inglese ce buficchla n faccia.
Què ce vòe dì, nun èmo mijorato?!…

Nello Sinibaldi, Settembre 1944 

 

TAGINA

Tagina, tu de la cruenta pugna
fosti arena alorché, di sangue intriso,
Totila cade da Narsete ucciso:
non è l’ultimo barbar che t’espugna.
L’ira d’Ottone e il rogo di Nocera
al suol ti radono inclita Flebèa;
più alta levi allor la Rocca Flea;
donde poi ‘l fulvo Federico impera.

Te si contendono il Grifo e la Tiara,
ma ‘l giogo scuoti infin d’ogni signore.
Del tuo pittor le tele ardon di luce

e dei Monina l’arte bella e chiara,
che rifulge nel magico colore,
ovunque la tua fama vi conduce.

Umberto Carini

“TAGINA” di Umberto Carini – VIDEO di Angelo Barberini
Secondo appuntamento con l’angolo della poesia e della canzone gualdese “Te canto de Gualdo”, con Umberto Carini (1911-1980) e la sua poesia “Tagina” che ebbi il piacere di pubblicare ne “Il Serrasanta” del 15 gennaio 1958. Mio zio Umberto, di mestiere ispettore compartimentale del Ministero delle Finanze, in questa sua poesia raccontò le tribolate vicende storiche di Gualdo (Taino, Tagina, Tadinum, , poi Waldum, sito presso l’Abbazia di S. Benedetto vecchio nel predio denominato Pomaiolo, distrutto dall’imperatore Ottone III, poi il Castello in val di Gorgo, distrutto da uno spaventoso incendio, poi quello ricostruito in Col S. Angelo sotto la federiciana Rocca Flea. Poi le dominazioni da parte dei perugini e del papato, fino alla sua emancipazione celebrata insieme ai suoi gioielli artistici (Matteo da Gualdo e la Ceramica d’arte).

Video di Angelo Barberini 

 

 

DETTI POPOLARI E PROVERBI GUALDESI

Anna, Susanna, Rebecca, Maranna, Lazzero, Ramo:
a Pasqua ce siamo (I).
Quanno vedi gli altari ammantà (II) ,
poco stà, poco stà (III).
Sant’Andrea pescatore piglia un pesce ‘n pe’ onore.
Candelora de l’inverno semo fora (IV);
se ce nengue (V) o se ce pioe
ce ne son quarantanoe;
ma si c’è sole o solello,
c’è quaranta dì d’inverno.
Al primo de decembre sant’Ansano,
ai due santa Bibiana,
ai tre san Francesco Saverio,
ai quattro santa Barbera romana,
ai sei san Niccolò che ven pe’ via,
ai sette sant’Ambrogio de Milano,
agli otto Concezion de Maria,
ai nove l’offizio segreto,
ai diece la Maonna de Loreto,
ai tredece santa Lucia,
a li ventuno san Tomaso canta,
ai venticinque la Nascita Santa.
San Silvestro papa sparte
el giorno, el mese e l’anno.

(I) Prima della riforma liturgica del 1964 erano un riferimento ai brani evangelici della quaresima.
(II) Dalla domenica di Passione si dovevano velare le croci e le statue.
(III) La festa di Pasqua.
(IV) È passato l’inverno
(V) Nevica.

Patre nostro alla siciliana,
co’ la bacchetta se batte la lana,
co’ lo spito (I) se gira l’arrosto:
ecco ditto el Patre nostro.
Patre nostro alla quotidiana
scarpe de ferro e calzitte de lana.
Su quel monticello
ce sta’ ‘n fraticello
e me volìa confessa’.
Se i peccate nun ce l’ho,
t’al frate que je dirò?
Roscio de sera
bon tempo se spera,
blu da matina
mal tempo s’avvicina.
Pioe col vento e col sole,
la Madonna coje ‘n fiore,
lo coje pe’ Gesù,
domane non pioe più.
I faggiolitti bianche tu li zappe
e io le cojo.
Mamma mia me t’à promesso
e io te vojo,
giochete cento scudi – e io te pijo.
Armette (II) ‘sti pulcini che pioiccica; (III)
se te li chiappa l’acqua te li zoppica.
Quanno arrìa san Mattia,
ogni neve porta via.
Vedo un pulciniello bianco,
uno nero e uno grigiolato:
accidente al sor curato!

(I) Spiedo
(II) Ritira i pulcini nel pollaio
(III) Inizia a piovere

M’alzo la matina de bonora,
pijo la falce e me ne vo’ a falcia.
Pe’ la strada ‘ncontro ‘na feraccia
che già magnanno la favera veccia (I).
Gli ho ditto: “Te faccia bon prò”.
Lìa (II) me s’è arvoltata co’ granne stizza
Me cavo la catana (III), la pelliccia
e glie do’ quattro calce ‘n te la trippa.
Cipolla de febbraro
una vale ‘n pajaro (IV).
Chi de schiena soffre, chi de petto,
tutte avemo ‘n gran difetto.
Gaglina vecchia fa bon brodo.
San Clemente lea el boe ta la semente,
si nun nel leerai te ne pentirai.
Ella (V) la luna e ella la stella,
ello san Giacomo che vendegna (VI).
El moscatello ha vendegnato,
ello el lupo che sta ‘n tei prato,
‘na forma de formaggio s’è magnato.
E lue glie disse: “Mettela giù”.
E se ne prese una de più.
Signore mia Gesù Cristo,
ho ‘na fame che me ce pisto,
ho ‘na sete che me travaglia,
te rubberio ‘sto tovaja.
Pe’ santa Caterina
nun è più semente, ma è sementina.
Chi fa l’ovo ‘n te la paja
la gaijna o la cavalla?
Merd’in bocca a chi ‘ndovina.

(I) Le fave vecchie
(II) Essa
(III) Recipiente
(IV) Pagliaio.
(V) Ecco
(VI) Vendemmia

Se pioe o tira vento,
cacciator, nun perde tempo.
Quanno tira i vento macarese
pija la bisaccia e va al paese.
L’inverno è arriato,
l’autunno è passato,
tutt’i santi m’hanno aiutato.
… nun ce piòe e nun ce nengue (I)…
Quanno tona, da qualche parte piòe (II)
Palma ‘nfusa, gragna sciucca (III).
Chi la sera s’arpone la crosta
la matina je s’accosta (IV).
Pecora nera, pecora bianca,
chi more more, chi campa campa.
L’acqua fa male, ‘l vino fa cantare,
‘l sugo de l’agresta (V) me fa gira la testa:
bevi, bevi compagno, se no t’ammazzerò.
Nun m’ammazza, compagno, ch’adesso beerò. Bumba bu.
Ta la gaijna ‘ngorda (VI) crepa ‘l gozzo
Un cempene (VII) ornato de sonaglie
quanno cià del tristo hae tempo a daje.
Magna, cavallo mia, che l’erba cresce.
Cappuccio e cotta sempre borbotta.
La strada bona nun fu mae lunga.

(I) Nevica
(II) Tuona… piove…
(III) Se piove la domenica delle Palme, la mietitura sarà senza pioggia.
(IV) Chi ripone un tozzo di pane la sera, il giorno dopo lo ricerca.
(V) Il vino
(VI) Avida, golosa
(VII) Strumento musicale.

Chi lassa (I) la via vecchia pe’ la nova,
male s’artrova (II)
Chi va piano, va sano e va lontano.
Chi de gaijna nasce, convien che ruspe.
Meglio l’ovo ogge che la gaijna domane.
Chi tard’arriva mal’alloggia.
Tempo de carestia, pan de veccia (III).
Frati sfratati – cavoli riscallate (IV) –
nun furon mae bone.
Carcere e malatie – nun lèvan l’orno da fantasie.
Un sereno fatto de notte
nun vale ‘n pigno de fàe cotte.
Nun cade foglia che Dio nun voglia.
Predicator che prediche l’avvento,
nun predica pe’ me che perdi tempo.
Acqua corrente – non ha mae ammazzato la gente.
Ogni gioco corto è bello,
quann’è lungo è piagnarello (V).
Chi rubba pe’ magna ha sempre fame,
chi rubba pe’ vestisse è sempre nudo.
St’anno brisciolosa – ‘n’antranno sposa,
st’anno brisciolara – ‘n antr’anno su la bara.
La processione da do’ scappa arnentra (VI).

(I) Lascia
(II) Sì ritrova
(III) Pianta erbacea
(IV) Cavoli
(V) Porta al pianto
(VI) Dove esce, rientra.

Chi fa e! foco co’ ie frasche (I),
la minestra pija de fumé (II).
El bastone de grugnale
rompe l’ossa e nun fa male.
Chi se loda, se sbroda.
El diavolo fa tante berrette,
finché una se ne mette.
Non tutte le ciambelle vengheno col buco.
Magna tu che magno io – magna tu, compagno mio.
L’uccellino ‘n gabbia,
se nun canta per amor, canta per rabbia.
Dagli amici me guardi Iddio,
dai nemici me guardo io!
Tiri tappola, Mennica mia, – tutt’i giorni li maccarò,
e la broda la butte via, – tiri tappola, Mennica mia.
‘l letto è ‘na rosa,
se nun se dorme se riposa.
Scrupoli e malinconia, via lontan da casa mia.
Te vojo fa magna quattro cipolle,
cotte sotto la bragia calle, calle.
Un bel parlar de bocca
assae vale e poco costa.
Scherze de mano, scherze da villano.
Io voglio fare ‘n testamento esatto,
senza notaro e nun paga lo scritto.
Tempo de guerra, ogni soldato passa (III).

(I) Ramoscelli secchi
(II) Fumo
(III) Fatto abile

Ogni botte da ‘l vino che ha.
Quanno che canta el gallo sul patollo (I),
la sera è sciucco (II), la matina è mollo.
L’arcobaleno de la sera
tutt’el monno arinserena (III),
l’arcobaleno de la matina
arnempe la marina (IV).
A sant’Andrè, calza el pè: (V)
o acqua o bufa c’è.
‘na pianta de mele bisce
nun po’ da le pere moscatelle.
È mejo de magna le mele bisce,
che de parlà con chi nun te capisce.
Uno, due, tre,
papa, vesco e re…
Durasse tanto la mia mal vicina,
quanto dura la neve marzolina (VI).
Durasse tanto la mia mala (VII) nora,
quanto dura la neve marzaiola.
Quanto se’ bella, te venga la pesta
de rogna (VIII), te venga ‘na catasta
de cancrere, malatie e dolor de testa.
Lo pecoraro quanno va ‘n maremma,
glie pare d’esse’ giudice e notaro;
la coda de la pecora la penna,
lo secchio de lo latte el calamaro.
Chi ama la paglia, Nove mesi in Maremma
e tre in montagna.

(I) Pollaio
(II) Asciutto
(III) Rasserena
(IV) Riempie
(V) Piede
(VI) Del mese di marzo
(VII) Cattiva nuora
(VIII) Auguri di malanni

Santa Maria – el prete fa la spia;
santa matassa – el prete fa la massa (I)
Tirandella, tirandalla,
morirae senz’assaggialla!
E que?
La pizza col zibibbo calla calla (II).
Quattro aprilanti – quranta dì duranti (III).
Roscio de sera – bel tempo se spera,
Cielo a pecorelle (IV) – acqua a catinelle,
Natale al sole – Pasqua al tizzone (V).
(I) Preparare il lievito per fare il pane.
(II) Calda
(III) Quanto aprile
(IV) Carico di cirri
(V) Al cammello

Carlo Cancellotti da “Dialetto e folclore tadinate”, 1988 

 

 

 

GITA A SERRASANTA

O caro il mio paese tanto amato
sito ai piedi dell’alto Appennino,
per l’acque buone è tanto rinomato
che a cambio si potria fare col vino,
poi chi al Serrasanta s’è trovato
(oh! bellezza e natura a te m’inchino!)
vede Perugia, se ha la vista buona,
e sul mattin scorge il mar d’Ancona.

Antica tradizione ci giunge ancora
fare una festa nel mese di maggio
e la sveglia ci suona di buon’ora
tra il finir della notte e il primo raggio,
e pria che il sol la campagna indora
i partenti si accingono al viaggio
e le campane con il campanone
ci annunciano che è il dì dell’Ascensione.

Tutta la citt à prende occasione
e di buon’ora fanno la partenza.
S’avvia il curato con la processione,
portando seco tutta l’occorrenza.
Di goderci questo giorno è opinione,
benché si dovrìa far penitenza,
ma il nostro Dio tutto ci concede,
poi finta farà che non ci vede.

Che bella usanza, forse lo saprete,
in questo giorno di divertimento
solo col vino si smorza la sete,
ancor meglio se trovi un argomento.
Quanti dalle campagne vederete,
bench é lungo viaggio ci dia tormento,
con sulle spalle le bisacce piene,
dicendo: “Oggi quanto starò bene!”.

Ed il monte si sale lene, lene,
impiegando qualche oretta di cammino.
C’ è chi ai laghetti s’intrattiene,
chi ha bisogno di far uno spuntino,
chi va sui poggi, chi all’ombre amene
e chi al nuovo sole fa l’inchino,
ringraziando Dio e la natura,
che tante cose belle ci procura.

Ivi è una chiesa di povere mura,
di poca vastità per tanta gente,
chi s’inginocchia fuori alla verdura
a mani giunte, tutta riverente,
mentre il curato con voce sicura
invoca il perdono dell’Onnipotente.
Tanto raccoglimento di preghiera:
si direbbe che ogni anima è sincera.

Qui c’ è la gente rossa, bianca e nera,
ma in questo dì la politica a parte,
e sventola soltanto una bandiera,
e nascosto vi sta l’alfiere Marte.
Soltanto Bacco con gentil maniera
a dispensare il vino adopra l’arte.
Quante fogliette (chi l’ha mai contate?),
maccheroni, coscette, altre portate.

Nel pomeriggio poi son radunate
le musiche di fuori e del paese
e fan sentir le note delicate
e si diverte il popolo gualdese.
Care ragazze, tanto non ballate,
che si vedono gi à le guance accese;
o tenerelle come le viole,
copritevi, se no vi tinge il sole.

Cala la sera, perch é Dio lo vuole,
ognuno a casa deve ritornare,
da un’altra parte se n’ è ito il sole,
si dice un altro mondo a illuminare.
La mamma presso sé chiama la prole,
seguon l’altre l’esempio che vi pare
a ripigliar la strada del mattino
che ci riporta giù a Gualdo Tadino.

A tanti e tani fa l’effetto il vino
e la strada la piglian tutta loro.
Anche a me piace un bel tantino
ed è per questo che non li deploro.
E gi ù scendiamo per il colle Metino
rossi in viso che è un capolavoro;
figuratevi anche le signorine
tornan giù nere come le abissine.

O monte mio, sulle superbe cime
potessimo un altr’anno essere presenti
e venirti a cantar ancor le rime
della nostra salute ancor possente.
Va l’augurio, alto e sublime,
al sommo Iddio, signore delle genti,
che ci salvasse da tanti malanni
per goderci la festa altri cent’anni.

Elia Meccoli 

 

 

 

IL MIO PAESE

Case vecchie a ridosso del monte,
case nuove disseminate in pianura.

E un campanile svetta su tutto,
e la cattedrale, col prezioso vetusto Rosone,
sull’unica piazza, al cui lato
un’altra famosa abbazia,
dedicata a Frate Francesco,
arricchisce le preziose vestigia
di Gualdo e dell’Umbria.

Da una torre, celebrata dal tempo
s’ode oggi il lento rintocco delle ore
o l’annunciare di eventi.

Una rocca dall’alto, ancora maestosa,
sovrasta e quasi sorveglia.

E tutto d’intorno
colline, ombrose pinete,
montagne con panorami d’incanto
e sorgenti di un’acqua invidiata.

Il silenzio che s’era ispirato
alle cose del tempo che fu,
è ora assalito e turbato
da quanto pretende il più moderno, industre fervore:
è un tributo della vita alla vita.

A chi tanto paesaggio
rimirava un tempo, dalle cime d’intorno,
appariva, inodata di luce,
la forma di un cuore
adagiato in un mare di verde.

Se il progresso con strade nuove e palazzi,
ha alterato, confuso quel cuore,
è pur vero che esso continua a pulsare
ancor più, attraverso una gente,
che un difficile, tormentato passato
ha reso laboriosa, tenace, stimata:
ne ha fatto insomma un gualdese,
ed in noi, del presente, c’è l’orgoglio di essere tali.

Francesco Angeli 

“IL MIO PAESE” di ANGELI FRANCESCO (detto Checchino)
Video di Angelo Barberini

 

 

LE ELEZIONI E… EL PENSIERACCIO

Ardeccoce munejie!
‘ste diaole d’elezioni
Ce tengheno un po’ svejie
Con tutti gli ucchi e i soni.

El sinneco, poretto,
la notte nun riposa.
Pensanno al suo tronetto
se bira senza posa.

” Me toccherà lassallo?
Capace de scine,
mo che ci ho fatto el callo
a sta’ a sedé tuline!

Me n’arincresceria
Mica proprio pe’ gnente:
me piace e nun paria,
sta’ e commanna’ a la gente.

Ognuno a scappellasse
Dicennote “signore”.
Tutti a raccomandasse
Rennendote l’onore.

El “mejo” m’hon chiamato
M’hon ditto ch’ero io.
O popolo beato!
El “mejo” e ne l’sapio!

Anco si pù m’hon ditto
Che n’ce capisco gnente,
l’appoggio ho del partito
per governa’ la gente.”

e arpensa alla vittoria,
ai giorni ch’en’ passati,
all’ora de baldoria,
ai voti guadagnati.

“Che tempo granne quello!
De lotta e de passione!
El simbolo mio bello
portato sul balcone!

Como ce se sta bene
Sulla poltrona granne!
Te passeno le pene,
el sangue più se spanne.

Caro tronetto mia,
nun trezzica’, te prego!
Nun famme manna’ via!
nun famme da’ ‘sto sbrego!”

E, el Sinneco pensoso
S’arbira su pel letto.
Proprio nun ha riposo
Sì pensa al suo tronetto.

“Saria ‘n gran brutto chioppo
che peggio ‘n se potria,
si proprio, mo, d’unbotto
toccasse stolsa’ via!”

E’ questo el pensieraccio
che a notte l’arrovella:
è proprio ‘n affaraccio
si pu’ la fine è quella!”

E arpensa a quel ch’è stato
dopo ch’è gito sune;
como l’ha amministrato
el nostro bel Comune.

“Co’ ‘sto governo cane
Nun c’è mancato gnente
né i soldi e manco el pane
p’accontenta’ la gente.

Ho fatto le stradelle,
ho fatto i fantanini,
le scole granni e belle,
i pubblici giardini.

E tutto t’ho armutato
su Gualdo e le frazioni.
Financo t’ho arnovato
i pubblici lampioni.

Coi soldi che m’hon dato,
ho fatto questo e quello.
El popolo ha pagato
e io me feci bello!

È vero che alla gente
Qualcosa sempre manca.
Anco si ‘n serve gnente,
de chiede nun se stracca.

E vol’ tutto de fretta:
tulì manca ‘na fonte.
di là, la curva è stretta,
tuquì ce vole ‘n ponte.

le scole nun ci stonno
per tutti gli studenti.
E do’ se schiafferanno?
Pe’ strada, a tutti i venti?

La casa pei vecchietti,
no, nun è pronta ancora.
però c’enno i progetti.
e questo m’addolora.

Le strade del paese
èn’ tutte sistemate
anco si a più riprese
nue l’emo rifasciate.

Le pietre c’emo messo
Su qualche vicoletto.
Ma nun te sia permesso
de gicce per diletto.

Tante en le buche e i sassi
che si nun guardi dritto
manco fae quattro passi
che caschi a capo fitto!

Ma c’emo la piscina
che è granne e tanto bella.
S’accenne la mattina
e. asciuga la scarsella!”

Co’ ‘sti pensieri in testa
la notte è tormentosa.
S’affanna e svejo resta:
se scote e nun riposa.

El Sinneco s’arvolta
con sospirone forte
pensanno che talvota
se chiudeno le porte.

“O caro mio tronetto,
te lasso e nun te lasso?
‘Stavolta ce scommetto
d’esse’ mannato a spasso.

Quante listacce èn’ pronte
per famme veni’ via!
Tanti me ston’ di fronte
e tremo. mamma mia!

Tutte le liste èn’ bone
e già me ne dispero.
Si el popolo s’oppone,
da roscio me fo nero.”

El Sinneco sospira!
Co’ ‘n’ultima birata
se leva su con ira.
la notte s’è giocata!…

Brunello Troni , 1965 

IL BIANCOSPINO

Sempre,
ormai da sette secoli,
torna in tal giorno
ad apparir festoso
tra la neve,
un fiorellino.

Quel dì lontano,
copriva il manto bianco
tutte le cose intorno.
Gelida l’aria
Nel limpido mattino
quando,
creature invisibili celesti
col suono a festa
di tutte le campane,
recaron tra la gente
la novella:
” E’ morto il Santo ! “.

Corse la gente
In frotta,
di Capod’acqua
all’eremo solingo.
Corse in preghiera.
L’ansia del paradiso
scoprì
nell’occhio spento
del Santo di Casale
proteso verso il cielo.

E quando,
come in trionfo
volle
la bara portar
alla lontana Chiesa cattedrale,
Ecco,
lungo i sentieri,
tra le innevate siepi,
umile e candido,
il bel fiore sbocciardel BIANCOSPINO.

Brunello Troni 

SAN GUIDO

Ho parlato stamatina
Co’ ‘n grazioso rosignolo
Mentre, ‘ntanto la manina
El frenava dal suo volo;

“Tu che voli sotto el sole
Sensa mai pijà riposo,
me sae dì con dù parole
del paese più grazioso?

Scosse l’ali el rosignolo,
buttò all’aria ‘n trillo d’oro
e scordannose del volo
lue me disse con decoro:

“Proprio ‘n miezzo all’Appennino
Sotto el monte Sarasanta
C’è el paese de Tadino
De cui l’Umbria se ne vanta.

Pù, tra i pini, ‘n bella vista
Un rifugio hon fabbricato
Colla guida d’un artista.
Pare proprio ‘ncastonato!

E sì el nome voe sapenne
In segreto tel confido:
da ‘n signore che ce venne
l’hon chiamato scì, San Guido.”

Ditto questo, el rosignolo
Gorgheggiò dù note in coro
E arprennenno el suo bel volo
Curse verso el sole d’oro .

Brunello Troni, 1975 

 

 

SOPRA EL MONTE “SARASANTA”

Sopra el monte Sarasanta
c’èn tre Croci ed una Chiesa;
scopre l’occhio ‘na distesa
ch’a miralla ce se ‘ncanta.

Te se stajeno sul cielo
de montagne cento cime:
èn’ lontane, ènno vicine
èn’ cuperte como ‘n velo;

strade fatte e storci nelle
se sguluppeno lontano
von’ tra i boschi, vonno al piano
a scoà le cose belle.

Sotto, a dritta, que t’appare?
Dalle macchie ‘nghirlandata
Como culla vellutata,
c’è Valsorda da mirare.

C’èn’ villette e casolari,
c’èn’ rifugi e ‘na chiesetta.
Quello che più t’alletta
ènno i fiori beje e vari.

Tra i fioritte c’è el narciso
Tutto bianco e profumato:
pare proprio el re del prato
che t’invita a fà ‘n sorriso.

Ha un colore accuscì fino,
un biancore delicato,
che diriste: ha nevicato!
Si ne vigghe un po’ vicino.

Nun parlamo de l’odore!
Dai più forti nun divaria
E si tu l’annusi in aria
t’aringiovanisce el core.

A du’ passi dalla vetta
c’è una grotta che te dona
anco l’acqua fresca e bona,
proprio sotto la chiesetta.

Si pu’ j’occhie giri al basso,
più lontano dalla vetta
c’è una fonte: la Rocchetta!
L’acqua a strosce vèn’ dal sasso.

Quella scì che te ristora!
Si t’attacchi alla cannella
T’arinfresca le budella,
le ganasse te colora.

Quello eppu’ che più l’onora,
è che lia contene el ferro,
è leggera e si nun erro,
più ne bie, più . ne fae fòra!

Ma a cerca’ più cose ancora
gli occhie a ‘n tratto ribiramo
e con gioia rimiramo
un paese ch’innamora:

tutt’intorno ha piante e piante;
sotto, ha el piano de Tagina.
Lue, ch’è sopra ‘na collina
pare el core d’un gigante;

tante case e tante chiese,
tante fabbriche de stile,
una Rocca, un campanile.
Gualdo è el nome del paese!

Svetta al cielo el campanile!
Ta i vicine e ta i lontane
col suo sòno de campane,
parla e parla assai gentile.

Que je dice quel rumore
de campane, ch’ogni giorno
ne diffonde tutt’intorno?
Que je dice? Parla al core!

E si tu le recchie hae tese,
questo dice ta la gente:
su ‘sto monno nun c’è gnente
bello como el tuo paese!

Brunello Troni , 1988 

 

 

DAVANTI ALLA PINETA MARTORIATA

Calò ridendo
il vento
da dietro il Serrasanta
per correre a giocar
tra i pini
sopra San Guido.
Calò anche cantando.
E insieme a luì
presero i pini a cantar
con tutti ì rami
che allegri
si scuotean come per festa….
Questo,
fino a quando
il tocco suonò
della campana di San Benedetto
e il vento, stanco,
andò a pigliar riposo
tra le vette.

La neve
ch’era nascosta
dentro nuvole bigie
sopra il monte
e li stava guardando,
scese anch’essa allora.
Come il vento
volea giocar tra i pini!
E addosso gli gettò
piccole stelle
bianche e d’argento…
Ma tanto e tante
che si fusero insieme,
quasi un abbraccio,
sopra le cime e i rami,
come fossero un manto.
E le cime dei pini
e i lunghi rami
fecero festa…

A quella festa
tornò in gran fretta
il vento.
Soffiò forte
e le stelle del manto
si videro salire
verso il cielo…
E vento e neve
presero a giocar
come monelli.

Dalla grande pineta
sembrò venisse un canto.
Lo se ntì il gelo…
Guardò:
“Bello quel manto
pieno di stelle d’argento
che il vento sta guastando!
Tutto per me l’vorrei!”
Gettò sul vento
Il suo gelido fiato
più ghiaccio che potea…
Ridendo,
ignaro, lo preso il vento
e seguitò
con quello e con la neve
il gioco spensierato
fino a Vespro.

Intanto,
più fitta era venuta la neve.
Greve,
il manto stava
sopra i rami e sulle cime,
curve
come un arco pronto alla scocca.
Stanchi
sembravano i rami…
“Su – disse il vento –
basta per ora.
E’ tardi.
Scuotetela la neve!
Come una freccia bianca
scagliatela sul cielo!
Togliete il manto bianco
e liberi tornate.
All’alba, ancora canteremo insieme!”

Al richiamo del vento,
le cime e i rami
un moto
fecero d’intesa…
Ma il gelo
le stringea come una morsa.
Il vento
li chiamò più forte,
aspettando e sperando
che i rami si scuotessero
p’esser pronti a far festa
a prima luce.

Ma quelli, niente!
Sembrava che la pineta
stesse dormendo
sotto il manto di gelo,
e che lui, il gelo,
stesse ridendo
per quella stretta sua
tanto gagliarda.
Sua era la preda
e forte la stringea!
Per questo, il vento
decise di svegliarla.
Corse
non più cantando
dentro la pineta….
Trai pini,
la sua voce
s’alzò sempre più forte.
Parea dicesse:
“lo v’aiuterò!
Insieme spezzeremo
la forza che vi stringe!”
Solo la voce sua
s’udia nella pineta!
Strillava al gelo:
“Vìa! Via! Via! via!”
Ma il gelo
più la strìngea.

Il vento,
raccolta tutta la forza
che potea,
contro gli si scagliò
urlando corno un pazzo.
Scosse le cime,
i rami….
“Ecco, ecco…cosi!”
Ma troppa era la forza
e ai pini
non strappò solo il manto
che s’era fatto “ghiaccio”‘….

Stanchi, i più deboli,
eccoli
i vecchi tronchi lasciar….
E con un tonfo sordo
caddero a terra !
Il manto bianco
ancora li copriva….
Ma no,
non era più dì festa!
Era come un sudario
che coprìa pietoso
quei corpi morti:
le cime e i rami
che, stesi
erano ai piedi dei pini
guardando verso il cielo.

Il vento vide.
Capì! Non credeva,
lui che … voleva dar loro la vita!
Allora urlò…
Urlò fuggendo dentro In pineta
come cantasse ai pini
l’ultimo canto.
Disperato…

Solo al mattino,
sotto uno scialbo sole,
si scopri la morte.
A fianco d’ogni pianta spoglia,
a terra,
c’erano i rami e le cime
sempre coperte
del lenzuolo bianco.

Brunello Troni, 1992 

 

 

POESIE DI NONNO BRUNELLO

[N.D.R.] È questa una piccola raccolta di poesie, scritte su dei piccoli foglietti gelosamente conservati, che Brunello scriveva ai nipoti, piccoli, insegnando loro in rima giocosa . . .

Primavera l’aria è bella
vola in ciel la rondinella.
Splende il sole tra le aiole
e profuman le viole.
Nell’ Estate c’è più gioia
di star fuori vien la voglia.
Chi va ai monti, chi va al mare.
Sono cose a tutti care.
In Autunno ogni momento
c’è la pioggia e fischia il vento.
Le foreste si fan spoglie
perché cadono le foglie.

Triste e pazzo è il freddo Inverno,
si sta chiusi nell’interno.
Molti bimbi stanno male,
ma di bello c’è Natale.

Per Elisabetta

 

Fra le case di cemento
grande c’è l’inquinamento.

Per fuggir dalla città
alla grande impurità

corre in luogo più pulito.
E restando assai stupito

al lindor della campagna,
lieto esclama: Che cuccagna.

 

—–<>—–

 

“Senti un po’ che gran schifezza,
giunge al naso con La brezza!”

Grida il babbo una mattina
alla cara mogliettina.

” Su, corriamo a respirare
l’aria buona a tutto andare!”

Ed in men che non si dica
tutto è pronto per la gita.

…Presto casa è abbandonata,
la campagna e conquistata !

Si respira a tutto andare
l’aria fresca e salutare!

 

LA PACE

Un giorno,
chiese alla madre
un bimbo che avea
della pace
sentito parlare tra la gente:
“Mamma . . . cos’è la pace? ”
Ella lo guardò negli occhi,
sorride.
dette un sospiro
e fece una carezza. . .
“La pace , bimbo mio?
È il tuo sorriso. . .
è il mormorare lieve
d’un ruscello,
lo splendore del sole
su, nell’azzurro cielo.
È il volo festoso degli uccelli,
lo stormir delle fronde
e un gran silenzio:
quello della notte.
Soggiunse il bimbo:
Poi?
“È quel che sento in cuore
a contemplare ogni alba,
l’aurora ed il tramonto. . .
È il vagito d’un bimbo
e il sonno eterno
D’ogni giusto.
È la stretta di mano
che accomuna in fraterna intesa
gli uomini tutti
d’ogni colore e razza.
Questa è la pace !”. . .
Ancora una carezza . . .
E sollevato il bimbo tra le braccia:
“Sei tu, per me,
la pace dei mio cuore.”

Per Veronica

 

NATALE 2002

Caro LUCA,

Perché tu possa gioire
tali versi vogliam dire
per poterti far trovare
un regalo da gustare.

È un regalo prelibato
che al palato da diletto
piccolino e profumato
dal sapore delicati

Ma tal dono, birichino,
vuoi giocare a nascondino;
È vicino od è lontano?
L’avrai presto nella mano?

Non sappiamo. Puoi cercarlo
se alla fine vuoi trovarlo.
Ma, non farlo con affanno…
Porteresti qualche danno . . .

Solo a naso il puoi trovare
pel profumo che sa dare . . .
Buona caccia e BUON NATALE!
Tale augurio per noi vale! . . .

Siam gli zii e i cuginoni
a far scherzi sempre buoni..

 

LA MIA TERRA

Or, se devo parlar
della mia terra,
di nuovo sentirò nel petto
accelerarsi
il palpito del cuore.
E penserò… e sognerò…
Fra storia e fra leggenda
vedrò tornar
le glorie del passato,
le sue sventure antiche,
il suo risorgere,
i santi suoi, gli eroi…
Il suono sentirò delle campane
salir dal campanile
che nel cielo svetta
oltre le case sorte
dell’Appennino fra gli austeri monti.
E il verde rivedrò delle pinete
e tornerò a godere
del profumo soave dei narcisi,
della freschezza
dell’acque dei torrenti…
Ecco i suoi pregiati vasi
brillar festosi nel riflesso;
ecco il fervido operar
della sua gente
in ogni ramo del lavoro umano. . .
Così la penserò
e l’amerò di più
la cara terra mia…

 

LE STAGIONI

Finalmente se n’è andato!
Ci ha lasciato il lungo inverno
col suo freddo e col suo gelo…
È tornata Primavera!
Su, nel cielo tutto azzurro
splende il sole sfavillante.
Quanta gioia è a noi d’intorno!
Ora canta sul torrente
l’acqua chiara gorgogliante…
Un bisbiglio assai sommesso
vien dal bosco che si desta.
Le violette son comparse
fra le siepi germoglianti…
Agitando i rami a festa
tutti gli alberi fioriti
par che gridino giulivi:
quant’è bella Primavera!

Al suo magico tepore
passerem liete giornate
fino al giunger dell’Estate
così caldo nel gran sole.
Tanti uccelli gorgheggiando
solcheranno allegri i cieli
e sui prati, campi e boschi
fra le aiole dei giardini
mille e mille fiorellini
daran gioia ai nostri cuori….
I paesi e le città
saran presto abbandonate
dalle genti affaticate
che correndo ai monti o al mare
per godere la natura,
nell’incanto del creato
avran pace e gran ristoro.

Quando poi sarà alle porte
il piovoso e grigio autunno,
presto il volo degli uccelli
avrà mete essai lontane
e la terra accoglierà
foglie secche ed appassite
dando in cambio frutti ancora,
fiori e fiori per i morti
e le tane per rifugio
di chi vive nei suoi boschi,
al ritorno dell’Inverno.

Arrivando imbacuccato
nel suo gelido mantello
romperà il silenzio intorno
percuotendo con gran furia
chi si oppone al suo passaggio,
fino si prossimo risveglio
della splendida natura
nella nuova Primavera.

Brunello Troni , 1991 

 

 

POLISPORTIVA TARSINA. POESIE PROMOZIONALI

[n.d.r.] Il maestro Brunello Troni in occasione della ripresa dell’attività dell’Atletica leggera, in seno alla Polisportiva Tarsina, scrisse delle poesie promozionali sulle attività commerciali gualdesi per aiutare la società a reperire fondi.
Ecco la lettera di presentazione ed alcune delle poesie:

A Gualdo sì ricomincia con l’Atletica

Dopo qualche anno di assenza la “regina” degli sport torna ad essere praticata a livello agonistico a Gualdo Tadino: la Polisportiva Tarsina (che già opera con risultati notevoli nei settori pattinaggio-corsa ed artistico) riapre i battenti all’Atletica leggera.
I giovani gualdesi degli anni ’70, che raccolsero numerosi allori nelle varie specialità dell’atletica, potranno vedere continuare le loro glorie, anche perché l’impianto sportivo attuale è certamente in grado di assicurare una migliore preparazione tecnica.
Ci piace ricordare, seppure ,in modo breve, alcuni risultati ottenuti nel passato dai gualdesi, sia per dare atto alla Polisportiva Tarsina dell’attività già svolta nell’Atletica leggera, sia per spronare i più giovani allo sport.
Nel 1969, primo anno in cui si partecipò ai Giochi della Gioventù, fu vinta la fase provinciale dei 4000 metri di marcia. Nel 1971, ’72, ’73 si ottennero buoni risultati anche in campo nazionale sempre relativamente ai Giochi della Gioventù. Nel 1974, nelle gare organizzate dal CSI, si vinsero ben 12 medaglie d’oro.
Nel 1975 si vinsero complessivamente 52 medaglie d’oro, 29 d’argento e 23 di bronzo e, nella speciale classifica a squadre di fine anno, per il trofeo Primavera Atletica, i ragazzi della Tarsina arrivarono venticinquesimi su quasi 1000 società italiane e le ragazze ventinovesime su quasi altrettante società.
Gli anni 1976, ’77, ’78, ’79 sono pieni di allori: basti ricordare che nei 1978 a Perugia, nella premiazione dei migliori atleti umbri, su 111 premiati ben 45 erano gualdesi. Nel 1980 l’allenatore, Fra Mauro, per motivi di salute, è costretto a lasciare l’attività e cosi piano piano l’atletica smette di essere praticata a livello agonistico.
Tutti si sono ripromessi di aspettare tempi migliori: il passato non è poi una storia cosi lontana, i vecchi atleti possono incoraggiare i nuovi e idealmente possono consegnare il loro testimonio in mani più giovani e rinverdire le glorie passate: la speranza è sempre molto viva nel cuore.
Auguriamo ai giovani atleti, alla loro allenatrice sig.na Orietta Ciccottie a tutta la Tarsina un ottimo avvenire anche nell’Atletica leggera e soprattutto di portare in alto il nome di Gualdo Tadino.

B.T.

CALZATURE ” CIAO “

No, non son parole oscure
quando tu senti esclamare:
“vado al – CIAO – ad acquistare
le più belle calzature”

che quel “CIAO” ti voglia dire
che dovresti sempre andare
dove scarpe puoi trovare,
all’istante puoi capire.

Li c’è tutto quel che chiedi
per poter con gioia andare
verso il monte e verso il mare
senza sforzi per i piedi!

Vanno i belli e vanno i brutti,
van bimbetti ed anzianotti,
signorine e giovanotti,
C’è da scegliere per tutti:

sandaletti e bei scarponi,
stivaletti e ciabattine,
scarpe andanti e sopraffine
atte a tutte le stagioni.

Del “Tarsina” van gii atleti
per potere ritornare
vittoriosi dalle gare
con accenti gai e lieti!

B.T.

 

CARTOLIBRERIA ZUCCARINI

Cari amici di Tadino
studentini e scolaretti
ascoltate un pochettino
d’un bambino i suoi versetti.

In città, voi lo sapete
un negozio c’è appropriato
dove tutto troverete
sì, per l’uso più svariato.

Il suo nome è conosciuto
dai più grandi e più piccini
e da tutti è risaputo
che si chiama ZUCCARINI

Lì c’è tanto da acquistare
per la scuola e pel lavoro,
per sorridere e sognare
per lo svago e pel ristoro

Molta mercé sta in vetrina!
Ma se dentro, a curiosare,
ve ne andrete una mattina,
non vorreste che comprare:

Borse e tanti bei quaderni,
libri piccoli e libroni,
fogli sparsi ed a quinterni
per i pigri e gli sgobboni.

Il giornale quotidiano,
la rivista ed il fumetto
sono sempre sotto mano
per recarvi gran diletto.

Per vacanze al monte e al mare
carte e mappe troverete.
Le potrete consultare
e bei viaggi… sognerete.

Se ricorre qualche festa,
fra le cose che vi sono,
voi, con somma assai modesta,
comprerete lì un bel dono.

Ora basta! Scuserete ….
non vi voglio più annoiare
ma altre cose voi vedrete
se lì andrete a curiosare….

E voi atleti di TARSINA ,
giovanotti e bei bambini
ricordate ogni mattino
di passar da ZUCCARINI!

B.T.

 

ENOTECA PETRINI

Oggi a tutti e’ ormai palese
che nel centro del paese
l’Enoteca di Petrini
e’ famosa per i vini.

Deliziar si può’ il palato
con il gusto prelibato
di bevande note e rare che
li solo sai trovare.

Guardi intorno e puoi scoprire
vini e vini a non finire:
bianchi, rossi e un po’ rosati
per i gusti raffinati.

Nazionali e pur stranieri
più’ robusti e più’ leggeri
di buon prezzo e meno cari
ma di tanti gusti vari.

La’, chinotti ed aranciate,
acque semplici e gassate,
coca cola, bitter, spray
e la birra troverai.

Ci son dolci a non finire.
Nella scelta puoi impazzire:
caramelle e cioccolate
solo al latte o mandorlate;

pavesini e bei torroni,
pinocchiate e panettoni.
Di Sapori c’è’ il panforte
varietà’ c’è’ poi di torte.

Per la pasqua, non e’ nuova,
solo li trovar puoi l’uova.
Certo, son di cioccolata
tanto buona e prelibata.

Se poi un dono tu vuoi fare,
per un fin particolare
che sollevi un po’ l’umore,
devi offrire un buon liquore.

Tanti sono e di gran pregio!
Basta sol guardare il fregio!
Tu sei certo addirittura
che puoi far bella figura.

Ed allor, sapendo questo,
corri, affrettati, fa’ presto!
C’è’ Petrini che ti aspetta
nella splendida piazzetta!

B.T.

 

FORNO E PIZZA DI LORETO E FIGLI

Quando il giorno è già spuntato
e ogni strada in un momento
si ritrova in gran fermento,
tutto sembra tramutato.

Che viavai! Che gran rumore!
Per la strada le massaie
vanno leste e vanno gaie
chiacchierando con fervore. . .

Operai ed impiegati
studentesse e studentini
van con macchine e pulmini
al lavoro preparati . . .

Ma d’un tratto cosa accade?
un profumo, una fragranza
che ti colma d’esultanza
sta a inondar tutte le strade….

E si vede con stupore,
naso all’aria e gioia in viso
per godere quel paradiso,
soffermarsi ogni viatore.

Tal fragranza , donde viene?
Da un negozio proprio accanto
che del cuocer porta il vanto:
DI LORETÓ il nome tiene.

Ecco,è lì,ben allineato
pane fresco e pane bianco
tutto esposto dietro un banco,
integrale e ben dorato . . .

Bianca,rossa ed abbondante
c’è la pizza. 0 meraviglia!
Per la gola lei ti piglia
così calda e sì croccante!

Pagnottelle e sfilatini,
dolci vari e tanto buoni,
paste, torte e ciambelloni
per i grandi e pei piccini!

Quando l’occhio più discreto
con la vista avrà saziato
il più avido palato,
resta un nome: DI LORETO!

B.T.

 

GIOIELLERIA ALFIO PALLUCCA

Tanta gente a passeggiare
lungo il Corso va ogni giorno
per potere rimirare
quanto c’è di bello intorno.

Gira gli occhi a destra e a manca
per trovare gualche cosa
e la vista mai si stanca.
Nel cercare mai si posa.

D’improvviso un luccicore
un brillar d’oro e d’argento
un autentico splendore,
tutti attrae in un sol momento.

Da una bella vetrinetta
sorgon fulgidi bagliori
e ciascuno ora s’affretta
a goderne gli splendori.

ALFIO ha nome il proprietario
della magica vetrina
dove un ricco campionario
viene esposto ogni mattina.

Tra orologi d’ogni tipo
sveglie e pendole pregiate
raggruppate in ogni sito,
sono gemme incastonate.

Tra collane e braccialetti,
lo splendore dei diamanti
con i tagli più perfetti,
sta incantando tutti quanti.

Ci son tante pietre dure!
C’è il chiarore delle perle !
Ci son gemme grandi e pure!
Tutto splende come stelle !

Pare il sole rimirare
tramontar nel ciel turchino
tanto sembra sfavillare
il bel rosso del rubino.

Lo smeraldo col suo verde?
Pare un prato rimirare.
E la mente allor si perde
e gli sembra di sognare . . .

Sognan sposi e fidanzati
sognan giovani galanti
tutti stanno li ammaliati. . .
Sognan proprio tutti guanti.

Chi gli anelli e chi collane,
chi topazi e chi smeraldi,
chi le gemme incastonate,
chi spilloni o . . . cose vane.

Basta, basta di sognare !
ALFIO aspetta a tutte l’ore.
Affrettatevi a comprare
ogni cosa con amore.

B.T.

 

IL BAR APPENNINO

Tutti sanno, questo è certo
che nel centro cittadino
dall’inizio del mattino
il buon Bar è sempre aperto

E non temi di sbagliare.
Sulle scritta che a riflesso
brilla all’alto dell’ingresso,
il suo nome chiaro appare: “APPENNINO”

Torna allora in mente a tutti
il pensier di valli e monti ,
il gorgoglio delle fonti,
di montagne tanti frutti…

E se varchi quella soglia
al tuo sguardo tosto appare
ogni cosa da gustare
e a saziarti ti vien voglia…

Quanta, e quale profusione!
Caff è puro o cappuccino
fin dal sorger del mattino,
si prepara a perfezione.

Vuoi gelati da gustare?
L ì , ne trovi assai squisiti
d’ogni specie e saporiti.
Basta solo domandare.
Ci son vini e gran spumanti,
caramelle e cioccolate,
molte cose prelibate
da saziare tutti e…tanti.

Se ancor vuoi sarai servito,
quando giunge la calura,
nella piazza addirittura.
Spetta a te scegliere il sito.
“APPENNIN0”, s ì , a tal nome
sempre il “Bar” ti sia presente,
bene impresso nella mente,
ogni giorno, ogni stagione .

B.T.

 

OTTICA ZUCCARINI

State allegri o cittadini!
Se problemi dà la vista
ed il cuor vi si rattrista,
c’è Lorenzo Zuccarini…

Egli è un “ottico” provetto
che risolve con bravura,
con sollecita premura,
della vista ogni difetto…

Non cercate chissà dove…
Assai presto il troverete.
L’indirizzo voi volete ?
“Corso Italia diciannove”!

Lì, nel cuor della città,
bene in mostra ed attrezzato
il suo “regno” è dislocato
con recenti novità.

In superba esposizione
scorgerete in un momento
il più bell’assortimento
d’ogni splendido campione.

Sono occhiali di prestigio
con le lenti chiare o scure,
con perfette montature…
Sembra tutto un bel prodigio!

Altre cose ammirerete
se osservate attentamente
e fissate nella mente
ciò ch’è esposto e che vedrete!

No, non c’è nulla di strano!
Canocchiali son presenti
e binocoli potenti
per scrutare da lontano…

Più curiosi poi vorrete
di scoprire addirittura
quel che cela la natura?
Microscopi troverete…

Ci sarebbe ancor da dire
di tant’altra mercanzia!
Ma sarebbe una pazzia!
Si potrebbe non finire….

Sia dai grandi e dal piccini
l’importante è avere in lista
per correggere la vista
“sol” LORENZO ZUCCARINI !!!

B.T.

Brunello Troni 

 

 

L’ITALIA HA UN CUORE VERDE L’UMBRIA

Confina con le Marche… la Toscana
ad Est ancora Marche e a Sud il Lazio,
da Spoleto a Perugia molta piana
e vari monti di color topazio!
Su i millenovecento alto è il Palino
Mont’Aspro è il terzo… dopo del Pennino.

Valichi cinque di un’altezza varia,
Bocca Serriola … Scheggia e Col Fiorito,
Fossato e l’altra ch’è Bocca Trabaria
minori passi ancora in ogni sito;
dall’ Appennino Umbro Marchigiano …
nascono fiumi a dissetare il piano.
Il Tevere fa ingresso a San Giustino ,

Bastia il bel Chiascio , nel suo seno alloggia,
a Terni il Nera brinda col Velino ,
il Paglia bagna Orvieto ed il Marroggia
Corno … Topino … ed il Clitunno ameno
i Laghi… Corbara… Piediluco… Trasimeno.

Per gli occhi. l’ Umbria è una goduia fine!
Verdi i suoi Castagneti ed Uliveti,
Acque abbondanti… pure e Cristalline,
Ricchi Colli, Declivi e gran Vigneti;
che dan Vini pregiati: L’Orvietano
Tassignano, Nebiolo ed il Trebbiano.

Dalla Flaminia… Consolare Via,
il commercio si irradia in essa attorno,
l’Umbro lavoro… ingegno e valentia…
da Terni … le fusioni d’altiforno…
ci dan caldaie … macchinari, travi,
materie per aerei!… Treni e navi!

Narni: fertilizzanti e iutifici,
Norcia… formaggi e carni alimentari!
Foligno… per i suoi zuccherifici!
Spoleto… il festival e tartufi rari;
studi a Perugia (Etrusca e Bizantina)
cioccolati e biscotti Perugina.

Gualdo Tadino… Gubbio con Deruta,
Perugia… Orvieto… Città di Castello,
fan Ceramica bella e conosciuta
esaltata dal forno e dal pennello;
Assisi!… Cascia!… Norcia… in santità,
fari di Fede e di Cristianità!

II clima è mite, l’acque il panorama!
Nel ritemperare forze e guarir mali
il forestiero in ogni dì richiama,
per l’acqua fresche in prodigiosi sali!
L’Oligo minerali d’etichetta…
San Gemini!… Nocera!… la Rocchetta!

Ogni città dell’Umbria ha nomi illustri:
Jacopone da Todi (francescano)
Matteo da Gualdo!… che ci dette lustro!
San Francesco d’Assisi… e a Fontignano…
morì il Pittore dal tocco divino;
( Pietro Vannucci ) detto il Perugino !

…Umbria.,. Terra di Santi e di Poeti!
Di Dotti!… Artisti!… Condottieri!… Asceti!
…Io… t’ho descritta in chiave di poesia …
La terra verde… dell’Italia mia!

Aldo Gammaitoni (Garzellone) 

ERA TAGINA. TADINUM. TAINO. ORA AL PRESENTE E’ GUALDO TADINO

Salubre è l’aria, e tua bonaria Gente
l’Ospite accoglie con gentile affetto;
scrigno è dell’Umbria ai pie dell’Appennino,
Gualdo Tadino.

Benefica ristora alle tue fonti l’acqua,
e s’ammanta di verde la tua roccia,
e i monti tuoi profuman di narcisi,
Gualdo Tadino.

Il tuo Castello ha l’orma del passato
e l’eco ancor di trombe e di battaglie,
nell’aere passa, quel silenzio arcano
dei Santi e dei Romiti.

Le vecchie Mura narrano la Storia
e il Campanon della Civica Torre,
da, con rintocchi, brividi di festa,
Gualdo Tadino.

Le Chiese tue si porgono la mano,
canta col suo Roson San Benedetto,
da San Francesco viene un Cor di Salmi.
Prega e Lavora.

Ogni fabbrica, qui ferve in tant’opre,
da informe creta l’arte dei tuoi Figli trae,
con il fuoco, l’Iride del Sole.
Gualdo Tadino,

…Incendiata… Distrutta e ancor rinata..
Waldum… Tagina… Tadinum… Taino,
Arte!… Fierezza. e in Santità Onorata…
…questa è la mia Città… Gualdo Tadino.

Aldo Gammaitoni (Garzellone) 

FERIE ESTIVE

Ma guarda chi s’arvede!… Commo va!
Io dico bène… ossia discretamente!
Beato atte!… dequi nse fa più gnente
a tirà avante. Cristo solo el sà;
si se nceppeno ì cocce… addio Pasquale,
me tocca fa na sfilsa de cambiale.

Sta robba nostra è poco domannata
e si sta situazione ancora dura,
sto pericolo commo se scongiura
co’ l’inflazione ch’è sempre aumentata?
Lo stommico aristrigne la sua sacca…
e la cintura i buchi co’ la ntacca!

Ma… queccevolefà… ce vò paciensa
vedrae che l’inflazione argirà a posto,
la robba per magnane a basso costo,
basta solo applicà mpo de cosciensa!
La guerra da un bel pezzo ch’è finita
ce vole più fiducia pe’ la vita!

Tu parie bene e manco se’ sciupato,
e sto discorso tua saria curioso
perché ciae i solde e nun più bisognoso
ntaricorde quannere un disgraziato!
Quella massima tua… faria faville…
chi ce l’ha… magna!… Chi ha i dolore striile!

Io ce penso, me arrabbio e me ce mpenno
da i nerve scosse, me ce sento male,
che me stravoierìo commo un maiale
proprio commo sì avesse perso el senno;
consumo qualche soldo… per le voie…
ma spesso fo baruffa co’ mi Moie!

…Ma si va male?… Gesse ancor più male!
Voldì per me… sarà questo el disegno…
finché ciò un po’ de robba… me l’arvenno
la casa! . L’orto! … El campo e l’orinale!
Per superane… sti tempacce brutte…
perché… si moro Io? . ènno morte tutte!

Aldo Gammaitoni (Garzellone) 

MA… GUALDO TADINO… E’ FORSE LA CENERENTOLA DELL’UMBRIA?…

Quanno c’è indifferenza c’è torpore
che a volte po’ sfociare a malcontento,
el cittadino lotta con vigore
e assieme alla Pro Loco… fa el lamento
sul Comprensorio… che va bene e male…
pe’ la Programmazione Provinciale!
Malgrado le proposte messe in linia
ogni entusiasmo adesso arpare spento!
Perché nse parla più… de la Flaminia?
Le pratiche… Camineno a rilento!
Malgrado i tanti Salmi e Litanie…
nun se comincia manco a du’ corsie!

Aspettamo el segnale ogni momento!
Perché da Roma in auto vai discreto,
fino a Foligno marci sopre i cento,
dopo One!… Terni!… e ancora oltre Spoleto!
Traffico snello… ma non più el medesimo…
dopo la curva de Pontecentesìmo!
Dìcheno che el percorso è picchettato!
Solo notizie pe’ imbonì la gente?
Pare che presto venga incominciato
co’ i solde pronte pe’ gli stansiamente!
Ma el tempo passa… e su sta strada in coma.
ce metti più che da Foligno a Roma!

Dopo la strada poi… pe’ l’Ospedale…
già qualche cittadino nutre el dubbio,
gnente per Gualdo ancor d’eccezionale
dal Comprensorio assieme Gualdo-Gubbio!
Nsè fatto gnente de particolare,
speramo che la chiacchiera nsia vero,
Gualdo considerato un quarto Cero!
Si el Gualdese se ferma a le stazioni
quelle della provincia e d’altro loco
Gualdo nnè nominato manco poco
pare che cionno messo le sanzioni!
e allora chi viaggia… ossia i Turiste…
commo ce pò venì sin sa che esiste?

Ogni rampogna pare cosa ingrata
e chi la scrive par campanilista!
ma ogni promessa venga concretata,
questo vuoi dire el tecnico dentista,
chi sta al comanno mai nun faccia el nèsci.
Campa cavallo mio… che l’erba cresce!

Aldo Gammaitoni (Garzellone) 

EL SOMARO… DE CIANFICO…

Un omo… che chiamato era Cianfico,
teneva un somaretto Sardegnolo,
con tanta intesa da capisse a volo,
ma poco accordo chel motivo dico:
per contestane quel somaro raja…
perché nun gne piacia… magna la paja!

Anse!… Je ce armanià de malumore…
quanno la fame el corpo tartassava,
malgrado questo… paja arifiutava
che Cianfico pensò… sarà el colore?
Sittùù nun magni!… tanta forsa perdi!
E… un giorno… japplicò j’occhiali verdi!

Vedenno verde!… quanta contentezza!
La paja masticò, con tanta fretta
credeva de magna… la fresca erbetta,
provava tanta gioja co l’ebbrezza!
alfine se sdrajò col corpo pieno…
ma che sapore quello strano fieno!

Cianfico dopo de l’esperimento
disse aj amici del sistema raro
la bestia… me ce casca da somaro,
magna la paja e ciarmane contento!
…Ma el ciuco dimagria sul fior dell’anni…
l’anca potea servì… d’attaccapanni!

… E un bel giorno d’estate, un po’ calletto,
nun c’era modo de fallo gi avante!
Quello recalcitrava petulante
perché gne la facìa tira el carretto!
An certo punto.,, je ncrociò le gambe
e a terra stramazzò… sotto le stanghe!

L’orno se lamentò… So sfortunato!
sto somaretto bello., me s’è morto!
Con quello stabbio… concimavo l’orto…
Eppù a magna la paja… avea mparato!
…Monno birbone! Nun ne va una dritta!
el carretto voto… e piena la suffitta!

Aldo Gammaitoni (Garzellone) 

 

 

 

UNA SETTIMANA PIENA DE INCARICHI

Un lunedì a le nove de matina
dice mi moje… co na busta in mano;
Aldo guarda ce sta na letterina
te voieno al collegio Salesiano!
Bene ho capito… è quell’iniziativa…
da Consijere a la Polisportiva!

Domane marteddì… pe le diciotto,
c’è un’altro invito e te Io fo presente…
te nviteno sull’Acli!… sopre e sotto!
Pel gruppo del Vangelo!… e sotto Presidente!
Però quanno me scappe… dopo cena…
finché n’arvenghi ho sempre el core in pena!

Mercoleddì telefona Addano…
Aldo stasera el sai… che c’è el Consijo…
a Piazza Soprammuro… nun lontano,
però a mi moje… che scusa je pijo?
Sta settimana… scappo da tre sere
quanno jel dico… avrà le rabbie nere!

El gioveddl un bijetto da Don Carlo…
per compila le feste in calendario,
lo sforso pe’ la Chiesa avrò da farlo!
dovemo organizza pel Centenario
per il Beato nostro… probo e buono…
che veglia la Città… quale Patrono!

Venerdì so’ nvitato a Pro Tadino
delegato Artigiano e Presidente,
st’associazione va proprio malino
se paga nsacco e nun te donno gnente!
Parlamo de Flaminia e in crude e cotte…
arnentro a casa dopo mezzanotte!

Sabbeto già se sa doppia riunione
membro de Processione al Comitato,
de San Martino io so el Capo Rione
e ancor tutto ha da esse preparato!
Pe i Giochi de le Porte… e inizio intanto,
per fare i quadri del Venerdì Santo.

Domennica gran Festa ai Salesiani
Ecchese Allievo e collaboratore,
Amici di Parrocchie e buon Cristiani
per Cristo e in Cristo un Collaboratore!
Dopo pranzo Don Remo m’ha invitato
Consijo Pastorale a San Donato!

Mi moje dice… tra ‘na cosa e l’altra
va bè che sarae un Omo de decoro,
e ciae la Rima facile assai scaltra…
stae dapertutto commo el pummidoro!
Con cinque mila lire… a ogni chiamata
sensa fa i dente, avriste la mesata!

Sull’Acli sensa Te… nun fonno gnente!
Sei Consijere a la Polisportiva!
Degli Artigiani Tu sei Presidente!
Le Parrocchie… la Stampa e iniziativa!
Da Consijere giù a la Pro Tadino!
Priore de La Porta San Martino!

Donatore dell’A.V.I.S. è normale!
Ma pure Consijere Provinciale!
Sarae apprezzato e ntantiniello conte…
e diche che la testa nun te monte…
…Però con tante Cariche… anche doppie.
na volta o l’altra… Vaffenì che scoppie!

Amata Moje el sae que te risponno?
Si ciò ste attività… nun te da pena!
Anche sensa de Me… camina el monno!
Ma l’individuo… deve avecce lena!
Nun tocca de aspetta e guardasse attorno,
qualsiasi attività… ce vole piena.
Me chiameno… so allegro e un Bontempone.
Aldo… ma pé Jamici… Garzellone!

Aldo Gammaitoni (Garzellone) 

NONNI E NIPOTI

Mentre la terra compie el girotonno
e co la luna armane in gravita,
la vita se rinnova su sto monno
de sta meravijosa umanità,
fra i quarant’anrù sarai nonna o nonno
da fijo… arnasce fijo… ce se sa,
che per ave na casa gaia e bella…
ce vole dentro… un boccia… o na muriella!

Anni ottanta… due lujo del marino…
me piace la notizia che me donno…
a la maternità… Gualdo Tadino…
Loredana… me rende ancora nonno!
Non conta el sesso… viva el nipotino
tra l’emozione subbito risponno…
fijo che nasce… è cosa ultragradita!
benvuta tra noi… novella vita!

La gioia incontenuta e l’uforia,
qualche lacrima calla fa casca,
i muneje ce porteno allegria
con loro ogni pena svanirà
e de getto prorompe sta poesìa…
sti sentimenti che voio esterna…
commo esplosione de gioie raccolte…
perché i nipoti… so fije du volte!

Co’ loro te se leveno jaffanni
la vocetta la casa te rintrona,
el primo a dimme Nonno : el mio Giovanni!
Seconda è quel tesoro de Simona!
La terza mentre scrivo ha già tre anni,
Annalisa se chiama, è na morona,
el quarto in acqua Santa a gonfie vele…
Oggi s’è battezzato ed è… Daniele!

Aldo Gammaitoni (Garzellone) 

GUALDO MIA

Quando passi per Gualdo
girati da ogni parte
dove ti volti, troverai un po’ d’arte.
Ogni coccio che vedi
porta un riflesso d’oro
questo capolavoro
soltanto a Gualdo lo sanno fa.

Ritornello:

O Gualdo mia
lontan da te quanta malinconia.
Quell’acqua che te gela
quel sole che ti incende
quel coccio che risplende
mi fanno vivere vicino a te.

Se passa una Balilla
che corre a più di cento
si ferma a Gualdo e fa rifornimento.
II forestiero scende
guarda entusiasta il monte
s’attacca ad una fonte
se la finisce se non vai là.

Ritornello:
O Gualdo mia.

Se gelido è l’inverno
arde la fiamma in cuore
scende la neve, sale lo sciatore.
Sui prati di Valsorda
tutto sembra un incanto
vola lo sci sul manto
lasciando un palpito di gioventù.

Ritornello:
O Gualdo mia.

Quando vai a Serrasanta
non ti scordar d’un fiore
e di guardar che Gualdo è fatto a cuore.
E’ un cuore che non arde
ma vive eternamente
l’estate quanta gente
dall’acqua nostra si fa guarir.

Ritornello:

O Serrasanta chi vien da te
s’inebria e ci si incanta.
Gubbio, Sigillo, Grello,
Nocera con Morano
l’hai tutte tra le mano
come giocattoli per trabadar.
Chi va su alla Rocchetta
e non passa per Bucone
non sa che cosa sia la febbre in core.
Un bacio, una carezza un languido sorriso
ti danno il paradiso
e se voi scordarlo soffri di più.

Ritornello:

O Gualdo mia
intorno a te
c’ è tanta poesia.
Per gli uomini l’amore
è dolce e lusinghiero
ma pure il forestiero
se mette a piangere che vuol tornar.

Parole di Leonello de Fichetto Aria della canzone “Santa Lucia” 

INNO DELLO SPORT – APPENNINO

I

In vetta de l’Umbro Appennino
è l’aria freschissima e pura;
non giunge del mondo piccino
lassù la viltà, la paura.

II

II sacco, le scarpe ferrate,
il forte bastone di spino;
fanfare, bandiere spiegate,
son pronte: su, tutti, in cammino.

III

Profumi di timo e viole,
fan l’albe del monte più care;
sublime la vista del sole,
che sorge lontano, dal mare !

IV

O quante città l’occhio vede
ridenti sirene del piano;
sorelle d’amore e di fede,
giardini del suolo italiano.

V

Su, figli di Gualdo, tornate
sul patrio Appennino a salir;
vigor sempre nuovo cercate,
la buona novella a bandir !

VI

La vetta superba del monte,
che umane miserie non sa;
al sole – scoperta la fronte –
saliamo, gridando : hip, urràh !

Giulio Guerrieri – Ahasvero

Parole di: Ahasvero (Giulio Guerrieri) Musica di: Valentino Lacchi 

 

 

INNO DELLA SOCIETA DEL MONTE

I

Serrasanta, montagna mia bella,
ad oriente di Gualdo sei tu;
doni il riso de la prima stella
e sei canto di santa virtù.
Al mattino, nel sorger del sole,
mandi a Gualdo il tuo dolce saluto;
con l’odor di narcisi e viole
il tuo muto saluto è d’amor…

Ritornello :

Serrasanta, sei riso d’amor,
Serrasanta, sei riso del cor,
Serrasanta, sei canto e beltà
che in narcisi tua vetta ci da.
Serrrasanta, sta Gualdo al tuo pie
e d’amor canta Gualdo per te…
A te offre, a te dona, a te dedica, ate da
Gualdo, nel canto, il cor !…

II

Noi saliamo ai tuoi boschi, ai tuoi prati
con la gioia che forti ci fa;
siamo figli di Gualdo, soldati
di una schiera che sosta non sa.
Sotto te noi ci siamo riuniti
sette secoli fa; tu, benigna,
ci hai protetti, dal fato colpiti,
e ci hai dato fortezza e bontà.

Ritornello :
Serrasanta, sei riso…

III

Arte e amore, valore e poesia
hanno vinto sconforto e dolor;
Serrasanta, per bella che sia,
mai montagna ha il tuo riso d’amor.
Stretti intorno a l’aerea tua croce
che nel cielo sta segno d’amore,
tutti abbiamo sul labbro una voce :
A te, Gualdo ogni bacio del cuor…

Ritornello :
Serrasanta, sei riso…

Parole di: Emanele Sinibaldi Musica di: Angelo Biscontini 

SUL SERRASANTA

I

Ecco, la primavera torna già…
Dopo l’inverno triste splende il sol;

Si sveglia la natura,
l’aria è frizzante e pura ed il narciso è già sui prati in fior…

Il buon gualdese scruta il monte e sa
che, al suo richiamo, non resisterà…

Ritornello :

Ti porterò con me sul Serrasanta…
dolce è salire insieme sin lassù !…

Godremo uno spettacolo che incanta,
una visione che non scordi più !…

L’Italia ha un cuore verde: è l’Umbria bella…
Dal Serrasanta è lì… sotto i tuoi pie…

In paradiso sei, come una stella,
e l’infinito giuoca intorno a te…

II

Vecchia montagna mia, sei sempre tu!…
Quanti ricordi della gioventù !…

La prima mia escursione,
col zàino ed un bastone.
Quanta emozione nel venire a te !…

E pur c’è gente che non sa apprezzar
e preferisce oziar nella città !…

Ritornello:

Ti porterò con me sul Serrasanta…
dolce è salire insieme sin lassù !…

Godremo uno spettacolo che incanta,
una visione che non scordi più !…

L’Italia ha un cuore verde: è l’Umbria bella…
Dal Serrasanta è lì… sotto i tuoi pie…

In paradiso sei, come una stella,
e l’infinito giuoca intorno a te…

Per finire :

Torniamo alla natura… all’aria pura !…
La pace al mondo regnerà !…

Parole e musica di Angelo Biscontini 

ALLA ROCCHETTA

I

Primavera !
l’ore liete finalmente son tornate,
e d’estate
ogni cuore ha una speranza che si avvera…

C’è chi vuole
l’aria pura, l’acqua fresca o un po’ di sole,

e tra i monti corre allor
a cercar pace e ristor,
un sorriso o un po’ d’amor…

Ritornello :

Poco fuori di città
la ROCCHETTA se ne sta;
l’acqua limpida vien giù…
Se la bevi non la scordi più !…

Tra le foglie il sol ha un vel
e il laghetto specchia il ciel;

tra gli scogli dominanti,
tra i bei platani olezzanti,
questa garrula fontana
quanta gente sa attirar !…

Corre ognora il buon gualdese
all’amata fontanella…
O ROCCHETTA tanto bella,
tu di Gualdo sei un tesor !…

II

Sol calante :
a te scende il boscaiolo e si disseta,
e alla mèta
torna lieto col suo fascino rotolante…

Chi riposa
tra i bei sàlici rimira il cielo in rosa…

C’è chi amando vuoi sognar,
c’è chi allegro vuoi cantar:
tu sai tutti soddisfar…

Ritornello:
Poco fuori di città etc…

Parole di: Nino Pericoli Musica di: Angelo Biscontini 

IL VALZER DEL NARCISO

I

Tra i gioghi montani,
le belle vallate
di fior profumate
s’estendono al sol.
Son fiori d’incanto
che al fresco mattino
dischiudono un manto
di vago splendor.

Ritornello :

Narcisi profumati
dai petali di neve
o com’è tenue e lieve
il vostro candor !
Fiori,
fiori delle vallate,
il ciel sorride
gli augelli cantano;
al vostro olezzo,
qual dolce incanto,
esulta il cuor.
Narcisi gentili
o candidi fior.

II

O candidi fiori
narcisi gentili
soavi ed umili
dei prati l’onor.
Per voi primavera
più bella e ridente,
più dolce e splendente
appare nel sol.

Ritornello :
Narcisi profumati… ecc.

Finalino:
…fiori delle vallate,
candidi fior !

Brunello Troni
Dalla fiaba musicale: « II Principe di Rocca Flea »
Musica di Pietro Zanocco 

INNO A GUALDO

I

Laggiù,
nell’Umbria, come un fior,
la città
tra i monti se ne sta…

V’è sol
la pace ed il lavor,
sazietà
di sole e di beltà…

Chi vien,
di certo troverà
l’amore e la cordialità…

Ritornello :

GUALDO
è un paese pien d’amore e di bontà…
GUALDO
rinomata per le sue specialità !…

Certo,
se poi bevi alla Rocchetta ed ami il sol,
oh stupor !…
più non parti o, se parti, piange [il cor !…

II

Vedrai,
Valsorda e i prati in fior,
Serrasanta in tutto il suo splendor…

Vedrai
che Gualdo è fatta « a cuor »
e il suo cuor ti dona con amor…

Saran
vacanze in libertà,
lontan dai guai della città…

Ritornello :

GUALDO
è un paese pien d’amore e di bontà…
ecc. ecc.

A A. V V. – 1935 Dalla rivista: « Su e giù per Gualdo » 

TIRITERA GUALDESE

I

Gualdo mia, fatta a cuor:
stai tra i monti e sembri un fior…
Sei raccolta sotto il vecchio campani!,
come edera gentil…

Ritornello :

Tiritera gualdese,
di poche pretese,
che presto si può imparar…

Si canticchia così,
si fischietta… così…
nell’orecchio la senti ronzar…

Tutti in coro cantiam,
tutti insieme beviam,
e la vita sorriderà !…

II

Laboriosa città:
genio ed arte sai incarnar…
La città della ceramica sei tu:
è la grande tua virtù !…

Ritornello :Tiritera gualdese ecc. .

III

II gualdese si sa
ama il monte, corre e va…
Serrasanta, la Valsorda o Belveder
se li sa proprio goder !…

Ritornello :Tiritera gualdese ecc. .

IV

Gualdo mia, ma perché
son lontano e penso a te ?…
Serrasanta, la Rocchetta l’ho nel cuor.
Nostalgia mi punge ognor !…

Ritornello :

Tiritera gualdese,
del mio bel paese.
…ormai l’hai imparata già !…

Questa nenia gentil
è un motivo sottil,
un messaggio di pace e d’amor..

Qua, la mano stringiam!…
tutti amici noi siam…
e la vita ci piacerà !…

V

Forestier !… dove vai ?!…
sosta un attimo tra noi !…
godi l’aria, bevi l’acqua di quassù !….
non ripartirai mai più !…

Ritornello :Tiritera gualdese ecc. ecc.

Per finire:
Su cantiam !… Su gridiam !…
Viva Gualdo del mio cuor !…

Parole e musica di Angelo Biscontini 

TI MANDO UN SALUTO DA GUALDO

 

I

A Gualdo caro mio si sta benon
si nun ce credi vieni via con me
ti porto alla Rocchetta e da Bucon
tra l’acqua e il vin non finirai de bè.

Sul Serrasanta poi tra i prati in fior
tra bei narcisi, fragole e pansé
potrai vedere Gualdo fatto a cor
e l’Umbria verde che le giace ai pié.

Ritornello :

Ti mando un saluto da Gualdo
da questo paese gentil
dall’animo puro e cor saldo
raccolto tra i suoi campanil.

Son giunto per caso una volta quassù
e ormai non lo scorderò più.
Io sento un legame maliardo
è Gualdo che ha preso il mio cuor.

II

A Gualdo un po’ di tutto puoi trovar:
bambine belle e menti tutto ardor,
poeti e musicisti nascon qua
terra d’eroi, di santi e di scrittor.

Ti manda le ceramiche oltre i mar
dai bei riflessi che ti sembran d’or.
È tanto bella Gualdo credi a me
che, se riparti, parti con dolor !…

Ritornello :
Ti mando un saluto etc…

Parole di: An-Gi-Nel-Do Bis-Cir-Ozzi
(Angelo e Aldo Biscontini, Nelio Petrozzi e Gigino Cirelli)
Musica di: Angelo Biscontini 

Gualdo Tadino del PRO – REGRESSO 1957 – 2007

C’èra una volta Gualdo fatta a cuore.
C’èrano i turisti e gli affitta camere.
C’èrano gli alberghi e ristoranti di Gigiotto, Pistolone e in Piazza Garibaldi la trattoria Ferrante.
C’èra l’albergo ristorante Narciso a Val Sorda e il ristorante a S. Guido.
C’era il cinema teatro Talìa.
C’èra la sorgente Rocchetta alla cui cannella sgorgava l’acqua pura e curativa.
Al centro storico vi erano negozi.
C’èrano i vespasiani e i gabinetti pubblici.
C’èrano molte fabbriche artigianali della ceramica.
C’èrano, barbieri, calzolai, fabbri e sarti.
C’èrano i taxi in piazza.
Alla stazione FF.SS. C’èra il capo stazione, e fermavano tutti i treni.
C’èra l’Istituto Salesiani.
C’era la mostra internazionale della ceramica.
C’èra la pista di motocross in località Capo d’acqua.
C’era la discoteca Papillon.
C’èra in Piazza la farmacia e l’ufficio postale.
In Piazza Martiri e Corso Italia la pavimentazione era realizzata
con lastre di travertino, ove hanno trovato dimora nelle località di:
la Rocchetta, S. Guido e la chiesetta di Serra Santa,
sostituendo con i sampietrini posizionati frettolosamente e non di certo da mani esperte.

Questa era Gualdo di cinquanta anni fa.

Comunque, Gualdo ha una prerogativa, quella della rivalutazione degli …

ASINI !!!!!!!

Dino Pezzopane, 2007 

 

 

SALUTO AI MIEI CONCITTADINI

O Gualdesi un saluto cordiale
d’amicizia verace e sincera
noi vi diamo, riuniti stasera,
pria che il tren vi riporti laggiù.
Il raduno del genio Italiano
ch’ha riunito da tutti i paesi
gl’Italiani con i Torinesi
v’ha condotto alla nostra magion.
Benvenuti gualdesi! I Fedeli
son ben lieti che siate arrivati;
potendol v’avrebber ospitati,
ma la casa è piccola in ver.
Son felici d’aver riveduto,
e lo dico se ancor non l’ho detto,
il gagliardo giovial Romoletto (1)
che di tutti il più giovan appar.
E l’austero Quirino (2), che serio
se ne va per le vie di Torino,
dove compra per Gualdo Tadino
i pennelli, i rasoi, i sapon.
E Leonardo (3), gualdese figura,
che coi figli s’è qui radunato
non sapendo che il figlio soldato
l’attendeva a casa Fedel.
Adriana (4), che la grazia gualdese
impersona in questo momento,
torna a casa col cuore contento
p’aver visto e ammirato Torin.
E Lionello (5) che, epico nome,
non ricorda più di aver moglie
quando il Prete (6) ogni tanto lo coglie
a parlare col sesso gentil.
Un saluto cordiale a Gaetano (7),
che in Piemonte or si trova soldato,
cui auguriam che sia presto sfrattato
dall’esercito e da Mondovì.
Reverendo, se l’ho messo in coda,
non fu già per mancar di rispetto,
ma per esser fedele a quel detto
“Tutti i salmi finiscon in glor”.
Quando il Prete ha finito il suo ufficio
chi va dietro a piegare la stola?
Nessun altro all’infuor di Nicola (8)
le candele s’appresta a smorzar.
Per finir questa mia discussione,
che minaccia durar na serata,
io rinnovo all’allegra brigata
il saluto più bello di cuor.

Angelo Fedeli , 27 maggio 1935

La poesia venne realizzata in occasione del Raduno dell’arma Genio Militare tenuto a Torino, cui parteciparono anche rappresentanti di Gualdo Tadino, i quali approfittarono dell’occasione per trascorrere qualche giornata in compagnia di un gualdese, Angelo Fedeli (Angelino) dei Magnalardo , trapiantato a Torino, uno dei componenti del Partito Popolare e animatore della Filodrammatica Don Bosco.

Romoletto è Remo Garofoli , affabile e tipica figura dell’uomo probo gualdese, che finanziò la costruzione della nuova croce metallica collocata nel 1942 davanti all’eremo del Serrasanta, diventato popolare per la sua esclamazione ricorrente “per cristallina di coccio!”.
Quirino è Quirino Fedeli , tra i più apprezzati barbieri di Gualdo Tadino, il cui laboratorio (attuale piazza Martiri della Libertà) era alla sinistra uscendo dal palazzo comunale, adiacente all’allora bar Scaramucci.
Leonardo è Leonardo Carini , gestore del negozio del Consorzio Agrario al piano terra della Banca Popolare, adiacente alle scalette di via della Rocca, e delle due pompe di benzina sistemate all’epoca in piazza Garibaldi, accanto al negozio di Ireneo Scatena.
Adriana è Adriana Carini , una delle belle figlie del signor Leonardo.
Lionello è Leonello Carini , figlio di Leonardo, impiegato della Banca Popolare.
Il Prete è Don Davide Berrettini , da poco ordinato sacerdote, indimenticabile eroe insignito di medaglia d’oro, che era chiamato da tutti “Don Bosco”.
Gaetano è Gaetano Carini , un altro figlio di Leonardo, a lungo titolare della tipografia omonima in via Cesare Battisti.
Nicola è Nicola Lucarelli , una delle figure tipiche degli ambienti cattolici gualdesi, sacrestano di San Benedetto per 35 anni, uno dei protagonisti della Filodrammatica Don Bosco. 

ALLA ROCCHETTA

Ancor nel cuor mi canta un suono d’acque
Ancor sussurra un fremito di fronde

Perché, o Rocchetta, torni
Con le tue note voci
A suscitar, nell’animo sopite,
Memorie care di felici giorni
Quando sognai pensoso
Sul tuo bacino fra le roccie ascoso?
Fervea allegro il canto
Delle tue polle fresche e chiacchierine,
Cui s’aggiungeva un parlottar sommesso
Di vecchi, che sedean col fisco accanto.
Fra l’alghe del bacino
Seguian due pesci rossi
La rotta silenziosa senza scia.
Ma all’apparir d’un capo birichino
Sparivan sotto i massi
Ad evitar gl’insidiosi sassi.
Piovean dagli alti scogli
I tocchi sonnolenti del campano
D’una pendula capra, che brucava
Delle piante i più teneri germogli.
Scendevano dal monte
Le scalze legnaiuole
Guidando esperte il fascio rotolante.
E sostavano stanche presso il fonte
Che d’ombra e di riposo
Era al travaglio usato generoso.
Pregava il mite Santo
Di ceramica e d’oro nella nicchia.
Dai «Zoccolanti» salutava il sole
Di campanette ascose il dolce pianto…
Pregavo allor coi bronzi del Convento
E con i pioppi che fremeano al vento.

Nello Donati , gennaio 1935. 

BIANCOSPINO

O Biancospino, tenero
fiore sbocciato forse da l’amore,
forse da cieco impulso,
che facesti tremar le vene e il core
a una manna trepida
e gli occhi tuoi cerulei
meravigliati apristi su la terra,
il tuo piccolo essere non serra
tenera madre al seno:
a te vien meno,
non appena sbocciato, il pio sorriso
che s’apre come s’apre il paradiso
su la boccuccia tenera.

A te vien meno,
bimbo ignaro e sereno,
la tenerezza che ti diè in retaggio,
come alla terra il raggio
del sole, Iddio che ti donò una mamma:
tutta la gamma
degli affetti che in te versarsi
al primo tuo vagito
ch’è un invito
a prostarsi al miracolo divino
dell’aprirsi sul mondo,
quel mistero profondo,
di due occhi innocenti d’un bambino.

Ma tu dormi, tu, ignaro,
e il mondo, avaro
ai reietti di baci e di bontà,
non ha di te pietà!

L’ipocrisia che regola gli eventi
degli uomini per bene
lontan, bimbo, ti tiene
da la tua mamma che forse ti piange
e non li tange
la tua fragilità.

Orfano ti hanno fatto
contro tutte le leggi di natura
per tener fede al patto
dell’ipocrita gente onesta e pura
che getta sulla strada
un bambino innocente,
che ha il santo dritto alla materna culla
di due braccia amorose,
per farne un derelitto, un peso, un nulla
che la losca masnada
dei puri terrà assente
da le cose più belle e dignitose.
L’accolta invereconda
dei sepolcri imbiancati
della schiera ti fa dei ripudiati!

Tu dormi, bimbo, e le manine chiuse
serri contro il visetto
di rosa. In te concluse
la sua malvagità la gente pia
che vuol porre alla gogna,
col marchio di vergogna,
te, povero reietto,
e l’onor di tua madre salvo sia!

L’onor! parola vana
quando affiora dal buio del mistero
Il miracolo vero,
grande, divino d’una creatura
che Iddio ci manda qual benedizione:
e ne fanno un delitto, un’abbiezione!

Ma tu dormi e non sai
che al primo tuo vagito
non al seno di mamma fosti stretto
ma tenuto a ludibrio e maledetto!

Tu, gioia del creato,
tu amore, tu innocenza,
labaro fatto sei di delinquenza.

Ogni più pura cosa
or per te si trasmuta
in farsa ignominiosa!
Per te, fiore d’aprile,
che tutta assommi in te la primavera
di nostra vita stanca,
ed hai diritto ad una mano bianca,
tenera, affettuosa
che per tema dei puri si fa ascosa.

Dormi ignaro, piccino,
il dolce sonno tuo dell’innocenza,
dormi e sogna tranquillo nel lettino
che la beneficenza
ti apprestò in un sol mercenario seno:
se la tua vera mamma ti vien meno
tu nol sai, bimbo ignaro.

E nulla sai neppur della canea
che ti risospingea
dal dolce oblio verso la farsa immonda
che oscenamente attorno alla tua bionda
testina rise il laido baccanale
de la gente venale.

Tu, puro fiore, agli Angeli di Dio
parli col riso de la bocca pura.

Sorriso di natura
sei tu, liliale e pio:
indulgi, o bimbo, ai poveri mortali
e sotto l’ali
dell’angelo silente
dormi il sonno innocente.

Nello Sinibaldi , gennaio 1935 

Da GIGETTO MATALONI
che non è dei più minchioni
troverai in ogni mese
olio fino genovese.
Se poi bene vuoi mangià
ti dà pure il baccalaà.
Vuoi ognor placar tue brame?
compra pure il suo salame
con l’alici profumate
che ti dan gioe beate.
Che sia buono anche il suo stocco
lo capisce anche il più locco.
Staran bene i tuoi budelli
col suo riso di Vercelli
che condito al parmigiano
farà bene anche al villano.

Anonimo da ” N’è quistione “, 28 aprile 1934 

 

 

 

I liquori BISCONTINI
son gustosi, son divini;
ricercati dai vecchini,
dai felloni e dai bambini.
Son ovunque domandati
perchè bene preparati
preferiti anche dai Frati
per i prezzi limitati.

Anonimo da ” Mel diedero “, 28 ottobre 1934 

 

 

INVERNO

La neve al Penna spinse la già mite
aura, gelata, al piano
e, come passerette infreddolite,
le ragazze si stringono tra loro
e sussurrano in coro
qualche segreto arcano.
Gran cose, in fede mia!

La fantasia
dell’uomo corre in cerca di mistero
ed è vicno al vero
quando invece suppone umili cose,
tutte belle e graziose:
un ninnolo, una trina, una borsetta,
un nulla, una cosetta
da poco ma gentile
che il fidanzato porterà una sera
e donerà per cogliere un sorriso
sul caro viso,
mormorando nel cingere la snella
vita della sua bella:
«Io ti voglio, ti bramo…»
E lei, tremante come capinera,
dirà in un soffio: «Io ti amo!»
Gran galeotto il gelo
che le fa sgambettare per la via!
Gran galeotto il vento
che passa tra le vesti e porta via
coi profumi i sospiri!
Ogni tanto uno sbuffo alza la vesta
e la gamba rimane un po’ scoperta
perché l’altro l’ammiri…
Ed ei sta all’erta,
se altro non gli resta,
ed aspira il profumo sotto vento
ed ammira estasiato
di quelle calze il velo
che cinge – lui beato! –
quei torniti ginocchi
da lasciarci su gli occhi.

Noi, fuori della pista,
a chi corre passiamo la rivista:
va una piccina alla bersaglieresca
con la criniera al vento,
mentre un’altra avanza col suo lento
passo di donna altera
e, inanellata
la zazzeretta che i beu bruni invesca,
passa una bionda dea dinoccolata.
Ecco una chilometrica
come bruno cipresso:
ha regale l’incesso!
E la povera metrica
del mio verso dispera
compir la maratona
attorno alla giunonica persona
rosea, robusta, sana
d’una biona fanciulla ultramontana.

Giù dalle Mattonelle,
dalla Monina e dai laboratori,
dagli angiporti del glorioso Luca,
tutte graziose e belle,
sciamano a cento le ragazze e, duca
de’ convegni amatori,
è, con possenti vanni,
il pizzicore audace dei vent’anni.

Non più le gite liete alla Rocchetta
nel pulviscolo d’oro
del sole che curioso
sorgea, regale, al Monte Penna in vetta
e al profumo del timo
si sposava, furtivo, un bacio ascoso
e gli amori fra loro
mescolavano rondini e ragazze
con grida e corse pazze,
baci rubati e molli intrecciamenti
che sbiancare faceano i dolci visi…

Or son divisi
sino a che l’aere imbruna
e non più a passeggiar sotto la luna
giù per la Croce, al fresco…

Attorno al desco
la ragazza ricama
e nel piccolo cuor punge la brama
dei ritrosi abbandoni
quand’ella, all’ape d’oro aperto fiore,
dicea di no col labbro e sì con cuore.

Però non disperate, o bimbe belle:
se al lume delle stelle
non potete flirtar col vostro amore
al cinema vi resta
di che supplire, in parte, al dì di festa.

Le stelle di Hollywood come le altre
su nello schermo fanno poco lume,
giusto appena un barlume,
sì che le mani vanno vagabonde
su le curve procaci
e van furtivi i baci
su chiome brune o bionde,
e, mentre quelle occhieggiano innocenti
dalla volta celeste,
queste,
moderne e scaltre,
v’insegnano languori, abbracciamenti,
stani contorcimenti,
e voi tornate,
leggermente turbate,
dopo il cinema a casa più istruite
negli amplessi fatali fatti a vite.

Bacerete alla Garbo,
vi snoderete, o bimbe, alla Paolieri…
dirvi non è mestieri
quanto piaccia lo snodo al fidanzato,
audace e innamorato,
il qual, bimbe, con garbo
saprà piegarvi ad arco
stringendovi la vita con la mano
e, bocca sulla bocca, piano piano,
al vostro fianco farà dolce carco…
e una notte stellata
il bel principe azzurro,
nel notturno sussurro,
su l’auto molleggiata,
per l’occasione camuffata a tank,
sognerete v’involi alla Fairbank.

Ma, dopo lunghi e travagliati mesi,
tutti del resto ottimamente spesi,
non andrete più al cinema, perché…
non lo vorrà il bebè.

Ragazza birichina
che fingevi di fare la ritrosa,
lungi da mamma amore è un’altra cosa.

Lungi da mamma t’è scappato un sì
cogli occhi, col sorriso…

Il dolce viso
non corrucciare e, in un lettin di trina,
ninna nanna al batuffolo di rosa.

Del buon curato la benedizione
sanerà ogni afflizione.

Il cinema? Ma è tutta un’altra cosa!

Due stelle giù dal cielo,
discese nella notta sulla terra,
contro il seno si serra
la maschietta di jeri
che ha fatto gli occhi seri
e d’una cosa sola oggi si stima:
d’esser mammina…

Su la neve sgambettan le maschiette
e bisbiglian fra loro
come suorine in coro…
– il vento scherza fra le zazzerette…-
I giovanotti seguono la scia
ed hanno la manìa,
chissà perché? di dire barzellette.
Scherzo? Forse, ma da che mondo è mondo
con questo scherzo amore
a questo nostro cuore
fa fare il giro tondo;
ti lusinga, t’invita…
e propaga la vita.

E tu, Re del creato,
ci rimani…invescato…
ma, per fortuna d’ogni creatura,
è così dolce questa…invescatura!

Nello Sinibaldi , 22 ottobre 1934 

 

 

VENATORIA

Tutti siam cacciatori, e per natura
ci tira or la penna ed ora il pelo
anzi c’è qualche uno addirittura
che pel secondo ha certo molto zelo.
Sa far le cose con grande cuore
ed ha il fucile pronto a tutte l’ore.

Voglio pure citarvi qualche nome
di questa gente forte e appassionata;
c’è infatti Pagnotta con Pappone
che Gualdo l’han quasi tutta bombardata.
Perfino Angiolo nostro a tempo e loco
sa fare il cacciator come ‘l coco.

Ma vi pare! Che dire di Checchino
che le pernici ha quasi sterminate?
Mentre i prodi Burano e Monferino
le starne l’hanno mezzo sdivezzate?
E questi o cari miei non è eresia
per quel che costa me lo ridò via.

Ma volete sapè quell’altro giorno.
…………………………………..Arcione
mentre che a casa già facean ritorno
ammazzarono pure un anitrone.
Solo Gigetto presso un contadino
sbagliò na starna per un bel tacchino.

Passò la cosa a tutti inosservata,
ma certo che di tutta la stagione
è stata quella la miglior cacciata
e, credo, che nessuno me s’oppone.
Intanto Omero fa le mille miglia
e spara a monte che è una meraviglia.

Anonimo da ” Mel diedero “, 28 ottobre 1934 

LA FIDANZATA

Beat’Angelo mio, fate che venga
quel giorno dell’anello benedetto!
Quando Peppe m’abbraccia stretto stretto
io sogno che nel dito già lo tenga!
Lui mi dice che son fredda e passiva
e invece io corro dietro al dolce sogno,
e invece io sento in me tanto bisogno
de’ baci suoi che sono fiamma viva…
E mi pare di averla dilaniata
questa sognante e pura anima mia
tanto col cuore tutta gliel’ho data…
ed al sogno s’è tanto abbandonata
che mi par che non sia più cosa mia
questa casetta dove sono nata.

Nello Sinibaldi , 1934 

IL MEDICO CONDOTTO A GUALDO TADINO

La medicina esercitata a Gualdo
è un pò come il cocktail americano:
l’ammalato, si sa, è d’umore strano
e il medico è un pò sempre il maramaldo
che del male che cova non s’è accorto
e arriva ad ammazzare un uomo morto.
Quindi cartine, pillole ed infusi
uno sull’altro come le disgrazie,
il farmacista ingrassa e dice grazie,
i microbi ristanno un pò confusi,
ma poi che, rinfrancati, pigliano fiato
tornano vispi e ammazzan l’ammalato!
La suocera vuol dire il suo parere,
la cognata conosce una ricetta,
la zia maestra è un pozzo di sapere,
la nonna, poi, la nonna, poveretta
dal dolor non dovrà mettersi a letto
per tener su lo stomaco «il maghetto!».
Quindi l’una pel tifo male mastica,
l’altra sospetta sia la polmonite
presa a scuola durante la ginnastica,
la maestra ci vede una pleurite
e la vecchia che la sa lunga tanto
opina «o cavar sangue o camposanto!».
Fra tutta questa ridda d’opinioni
espresse a mezza bocca ed in sordina
il medico confonde le nozioni,
ordina l’olio, il siero, la cartina,
perch’egli sai magari l’ha capita
ma ci ha contro la truppa inviperita.
E così tra mignatte e lavativi,
polveri, infusi caldi e santonina,
vengono fuori sei vermi vivi vivi
che nuotanao fra le bucce d’uva spina:
guardan nell’orinal quel ben di dio
e ognuna dice: «Lo dicevo io!»
Ma la nonna ha già pronto il «facolotto»
che manda a San Donato, al sagrestano,
la zia ha cavato i numeri del lotto
e venerdì li gioca sotto mano,
il ragazzo ha riempito l’orinale
tutti contenti ed è finito male!
Se poi la va a traverso, son dolori!
La Madonna non c’entra più per niente!
Tutti somari, qui, questi dottori
che in tre non ci han capito un’accidente,
e posson ringraziare il Padreterno:
se non piglian le botte, han vinto un terno!

Nello Sinibaldi, 1934 

LA DIVINA COMMEDIA
(Descrizione dell’inferno ad uso di Gualdo)

Nel mezzo del cammin del Fontanile
La dov’il diavol scampa la sua coda
Mi ritrovai una notte dell’aprile.
Pensavo a Binda, a Guerra e alla moda
Quando un folletto accanto s’accostò.
Un lampo, un fischio, il suo frustino snoda,
‘Na slenza sul groppone e m’alluccò.
Ruppemi l’alto sonno nella testa
Con grave tono, ch’io mi riscossi
Come persona che per forza è desta.
E l’occhio riposato intorno mossi
Dritto levato, e fiso riguardai
Per conoscer lo loco dov’io fossi.
Fra, garzon – dissemi allora un vecchio,
Come ti nomi? Qual desir ti prende?
A che venuto sei in questo secchio?
Vuoi rimaner tra queste anime orrende
Per tutta eternità qui condannate?
Ah! Voi vecchietto! Ed ora che vi prende?
Venuto sponte mea ? Non ci pensate!
Venuto qui non son, m’hanno mandato
E sento ancora il duol delle legnate.
Mi piaci ragazzone, sei sfacciato,
Ma in compenso mi sembri d’umor gaio,
E invece di buttarti sul selciato
Ti voglio offrir ciambelle con lo squaio.
Indi per dimostrar la mia affezione,
Ti porterò per tutto il semenzaio
Dei condannati a tanta dannazione,
Conoscer genti del paese tuo
Che scontan qui la loro punizione.
Mi prese in braccio, e fiso al collo suo
Volai con lui sull’ali sue di foco,
Tra fumo e puzzo volammo ambeduo.
Posommi e cominciò. In questo loco
Sta l’anima trista di colui
Che il pesce annuncia con urlaccio roco.
E’ tra gl’ignavi, e li sudori sui
Colmati son col vino del sor Checco
Lassù l’hai visto a bere secolui.
Goloso il Pappadopoli col becco
Adunco stassi a spiluccare un osso
Di prosciutto venuto giù da Frecco.
Ed io: Maestro quei giù nel fosso
Che scapaccion si danno a tutto spiano?
Fur seduttor di donne a più non posso:
Remo e Quadropol figaro sovrano,
L’un con ancelle, l’altro con signore
Strage produsser con ardore strano.
Ma questo figliol mio è forse onore
Guarda invece laggiù fra i sodomiti
Kakino e Spinzer, grande mercatore.
Questi che in vita un dì furono uniti
Or son nemici, e l’uno rode il capo
A quel per cui saper sono puniti.
A manca vedi, fino come un ago
Castellini l’uscer, fra i menzonieri
Il menzonier famoso anche se sciapo.
Menchin custode, coi suoi occhi fieri,
Guarda i dannati qui tra le foreste,
Come guardava in vita i cosi neri
Delle belle donnine senza veste.
Urla contro lo strìgiolo .ino
Che per timor di male oppur di peste
Se stesso violentò qual cagnolino,
Riducendo il suo corpo per le feste
Da sembrare davvero uno stecchino.
E questi che all’ingiù chinan le teste,
Di maldicenza Gualdo riempiro:
Grossi son essi e grandi guastafeste.
E dopo che mandò l’ultimo spiro,
Staviski venne qui tra i barattieri,
Chè d’imbrogliare sempre ebbe desiro.
E quei che sono in viso così neri?
Avari son, speziale v’è fra essi
Guardato è lui dai diavoli più fieri.
Vedi color che stan così dimessi?
Quei della Banca gli impiegati sono
L’orario novo li fece sì lessi.
Così troncò il suo dir di cose meste,
Ed io ch’appreso avea cose sì belle
Accanto lo seguì col capo chino
Per riveder il sol con l’altre stelle.

An-dantino , da “N’è quistione” 28 aprile 1934. 

 

 

 

LE STAGIONI… IN COLLEGIO

Grida gioconde, squilli di campana
Suscita autunno nel Collegio; fuori
Al primo soffio della tramontana
Scuotono mesti la corolla i fiori.

Ride nel verno il Penna incappucciato
Calan precoci l’ombre della sera.
A te placidamente addormentato
La ninna nanna canta la bufera.

Si specchia il cielo azzurro nei «Laghetti»
Fuggon le nubi al mare in primavera.
Olezza il Giardinetto di mughetti;
È dolce star sulla Collina a sera.

Torna il silenzio con l’estate afoso,
Taccion le voci, muta è la campagna.
E se al Pincetto chiedi ombra e riposo
Le cicale ti cantano il peana.

Anonimo , agosto 1933. 

 

TORRE BRUNA

Torre bruna,
presso al bianco camposanto,
de la luna
a notte alta, sai l’incanto?

Tu sei viva e guardi i morti
con disprezzo:
son lassù deboli e forti
tutto un lezzo!…

Medievale
torre, al sangue abituata,
sul guanciale
di scheletri addormentata.

tu sogghigni ai tempi nuovi,
come gufo,
che raduna foglie e rovi
dentro al tufo,

e di spine
orna il nido à suoi gufetti,
qual di trine
nobil culla e di merletti.

Dè tuoi merli è smantellata
la dentiera;
ma tu ruggi, non domata,
come fiera

dal fossato,
se dal ponte à la bertesca,
ravvivato
fuoco pur da selce ed esca,

balenando ne la rossa
notte intorno,
chiama i morti alla riscossa,
come corno.

Ai viventi
sì favelli, al tenebrore,
degli eventi
d’odio vero e vero amore,

quando l’uomo cieco e forte
non vedeva,
ma a la vita e più a la morte
sorrideva!

Giulio Guerrieri (Ahasvero) , agosto 1909 

 

IL SEPOLCRO DI TOTILA

Dagli Eugubini colli discendono
Mute e frementi le schiere Gotiche;
Le trombe squillano – le spade brillano,
E già dagli archi le frecce uscir.

Primo a la pugna si lancia Totila
Sciolte le chiome, l’occhio terribile.-
Ad alta voce – grida feroce:
Su tutti a vincere, tutti a ferir!.

Fanti e cavalli s’urtan, s’avvolgono,
Sui Greci scagliansi furenti i barbari. –
Già mille forti – giacciono morti,
Schiacciato il cranio, trafitto il sen.

Dalla lorica Narsete sanguina;
Ma il Duce Goto morde la polvere,
E i suoi gagliardi – gittando i dardi,
Cedono ai Greci l’armi e il terren.

Poi su le targhe pietosi adagiano
Il boccheggiante rege e s’involano,
Mentre dei cori – dei vincitori
Tutta la valle suonando va.

Ferocemente Totila avvolgesi
Sovra gli scudi; minaccia e s’agita.
Tra boschi ignoti – sostano i Goti.
E il prode l’ultimo sospiro dà!

Sotto al castello di Capra scendono,
E il suol co’ brandi nel sasso scavano –
Meste e piangenti – le bionde genti
Per l’alto Sire scavan l’avel.

Poscia il cadavere d’un fonte limpido
Divotamente lavan sul margine;
Col brando nudo – sovra lo scudo,
Lo seppelliscono pregando il ciel.

D’arso frumento la fossa aspergono,
E reverenti la terra baciano;
Poi del ginnetto – squarciano il petto
Là sovra ‘l tumulo del suo Signor.

Inconsolabili tre giorni piangono,
Ma al quarto lasciano la selva funebre,
Dove nascoso – del re glorioso
Giace coll’elmo lo scettro d’or.

Se a notte oscura ver Capra il villico
Traversa i campi di biade fertili,
Ode d’accanto – di preci un canto,
E sbigottito rivolge il piè.

Ma se discende nel piano memore
Che dalle Rotte de’ Goti appellasi,
Fra la coorte – dell’ombre morte
Ravvisa trepido l’ombra del Re!.

 Giulio Guerrieri , 1° ottobre 1878 

 

 

 

CONTE PIETRO DA MORANO

I
Quando contro Solimano
Sorse il grido battaglier,
A le sponde del Giordano
Corse Pietro il Cavalier

Dalla torre del castello,
Mesta Ghita lo guardò,
Finchè il rosso pennoncello
Al suo sguardo s’agitò.

Poi chinò la fronte, e gli occhi
Lacrimosi volse al ciel,
E prostrata sui ginocchi
Pregò Dio pel suo fedel!

II
Di Morano per l’ampia boscaglia
Un guerriero vestito a gramaglia
Va spronando l’ardente corsier.
Tien sul volto la buffa calata,
Posa il pugno sull’azza ferrata,
E divora impaziente il sentier.

Tocca il ponte, le briglie abbandona,
E alla porta che cupa risona
Colla spada tre colpi battè;
-Apri, arciero, son io Conte Uberto.-
-O possente Signor sempre aperto
E’ il castello di Piero per te.-

Come quei cui sorride speranza,
Conte Uberto giulivo s’avanza
Dove Ghita diè il vale al suo sir;
E alla bella, che attonita il vede
Come folle gettarsele al piede,
D’amor lancia fervente sospir.

-Conte Uberto. ti drizza. che fai?
-O mia Ghita, sett’anni celai
L’ardentissima fiamma nel cor.-
-Taci. a Piero la fede ho giurato.-
-E tu puoi. tutto avere obliato?-
-Nò. di Piero ricordo l’onor.-

-Ahi del serto di candide rose
Che la mia, la tua mano compose
D’una madre sul gelido avel,
Oggi più non rammenta la bella,
Che fè giuro di viver sorella
Sempre al fianco del mesto orfanel!.-

Una stilla furtiva di pianto
Spunta a Ghita, che fugge. Pel manto
La trattiene l’amico. Ella sta.
Getta un grido, si sdegna. ma invano.
Conte Uberto le bacia la mano,
Ghita. un bacio sul fronte gli dà.

III
Trascorso è un lustro. – L’Imperatore
Riedea co’ duci di gloria adorno,
E a Ghita in petto tremava il core
Di Conte Piero presso al ritorno.
L’amor giurato sopra l’avello
Secretamente nel sen nutrì,
E i mesti giorni dell’orfanello
Co’ dolci baci Ghita lenì.

Un dì un guerriero chiedeva l’albergo
E la contessa gliel concedea,
Chè avea veduto sopra l’usbergo
Brillar la croce di Galilea.
-Santo crociato, sai tu la novella
Di Conte Piero, del mio Signor?
Ha gli occhi negri, bionde l’anella,
Grande è la fama del suo valor.-

-Dio salvi, o Donna, l’alta Morano
Dove l’invitto Conte ha dimora;
In Palestina Turco o Cristiano
Di Piero il nome ciascuno onora.
Però s’è morto, s’è prigioniero,
Donna, in mia fede non ti so dir;
Sol ti consiglio vestirti a nero
S’ei di Nocera non segue il Sir!-

Ahi! di Nocera l’ardito Conte
Riede soletto col suo scudiero,
E molle il ciglio, mesta la fronte
Non dà novella del fido Piero.
Ghita s’attrista. Ma il dolce amico
Dopo tre mesi la disposò;
E la contessa l’affetto antico
Sul cor d’Uberto tutto versò.

IV
Romba il tuono, fischia il vento,
Tempestoso e scuro è il ciel,
E l’arciero sonnolento
Sente battere al castel.

-Chi va là? Per cortesia
Dì chi sei, buon peregrin.-
-Sono un prode di Soria;
Fatti, arciero, più vicin.-

Si fè presso a quell’ignoto
E l’arciero impallidì;
Lo fissò coll’occhio immoto,
Né un accento profferì.

E poi, come dal terrore
Improvviso di destò:
-Conte Piero, il mio Signore.!-
Gridò forte e si segnò.

-Non un motto.- fieramente
Disse quei, tratto il pugnal.
E salì d’ira fremente
A la stanza marital.

Pel maniero, spaventoso
S’udì un gemito echeggiar;
E sul talamo amoroso
Due cadaveri restar!

V
Il ruvido saio del Frate Assisano
Il Sir di Morano – pentito vestì;
E un tempio di belle sculture adornato,
Pel sangue versato – al Santo offerì.

E anch’oggi l’antica pittura il passante
V’ammira tremante – del fatto crudel.
Talor del castello tra i ruderi, insieme
Lamentasi e geme – la coppia fedel.

E un altro fantasma aggirasi lento
Del vecchio convento – fra ‘l tetro squallor.
Sul petto ha la croce, sul capo il cimiero
E l’ombra di Piero – che prega il Signor!

Giulio Guerrieri , 11 settembre 1878

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