Banca Etruria

Banca Etruria“Addio Banca Gualdese”. Lo ricordate? Uscito nel gennaio 1988. Autore Gianni Pasquarelli. Erano appena trascorsi circa 6 mesi dal quel 26 aprile 1987 in cui l’assemblea dei soci della Banca Popolare di Gualdo Tadino (convocata presso il Papillon su richiesta degli azionisti oppositori) deliberò la fusione per incorporazione con la Banca dell’Etruria.
Rileggetelo, quel libro.
A me non piace la dietrologia ma in questa circostanza vi consiglio di rileggerlo.
Gianni Pasquarelli, prima di assumere incarichi da manager, era stato un brillante giornalista della Rai esperto di economia. Ed alla luce di ciò che è accaduto oggi alla Banca dell’Etruria è stato un libro profetico.
Gianni Pasquarelli era a capo dei pochi oppositori alla vendita della Banca. Le sue argomentazioni erano serie e motivate ma di fronte alla prospettiva dell’immediato guadagno (le azioni pagate dall’Etruria molto di più del loro valore nominale) non fecero presa sulla massa degli azionisti. Una responsabilità che, spiace dirlo, ricade proprio sui piccoli azionisti. Perché nella Banca Popolare, nel voto, non contavano il numero delle azioni ma il numero degli azionisti. Ogni azionista contava per uno, indipendentemente dal numero delle azioni che possedeva. L’operazione arricchì una ventina di famiglie gualdesi, mentre la stragrande maggioranza degli azionisti funzionò da stampella per il guadagno stratosferico di pochi. E magari alcuni di loro sono tra quelli che sono rimasti, oggi, con il cerino in mano.

Rileggetelo, quel libro. E’ illuminante.

I fautori della fusione con l’Etruria l’avevano programmata da tempo. La motivazione ufficiale addotta era costituita dall’imminente globalizzazione che avrebbe fatto perdere la competitività alla Banca Popolare e dall’impreparazione del personale ad affrontare le nuove sfide. Pasquarelli caldeggiava una prospettiva alternativa e riporta una lettera della Banca di Pesaro i cui contenuti li riassume così: “Facciamo una fusione in piena regola, creiamo una Banca con su scritto Pesaro e Gualdo Tadino, con un consiglio di amministrazione composto di pesaresi e di gualdesi in modo che si possa diventare più robusti e più competitivi senza perdere la singola individualità, la singola autonomia, il singolo potere decisionale sui rispettivi territori, la singola capacità di pilotare e mirare gli investimenti”. “La soluzione che faceva gli interessi di tutti dunque c’era- continua Pasquarelli- ma <loro> (dove loro sta per quei pochi che pilotarono l’incorporazione con l’Etruria) l’hanno occultata per affossarla e scartarla. Ecco la prova che a lorsignori non interessava un fico secco né l’Europa, né la liberalizzazione, né la competitività, né altre favole che hanno raccontato ai quattro venti un giorno sì e l’altro pure”.

Rileggetelo, quel libro. E’ profetico soprattutto nelle conclusioni:

“”Oggi Gualdo, di là delle apparenze, di là dai fuochi d’artificio, di là dalle frasi fatte, è più povera perché impoverita nelle possibilità, nelle potenzialità, nelle opportunità. Ieri i gualdesi avevano una leva nelle loro mani che avrebbero potuto manovrare, bene o male. Oggi non l’hanno più, oggi non possono più nemmeno sbagliare. E’ capitato, storicamente, ai popoli colonizzati da altri popoli. La Storia si ripete, anche se la colonizzazione assume la forma beffarda della liberalizzazione europea, che saprebbero affrontare gli aretini e che non saprebbero fronteggiare i gualdesi o altri umbri”.

Ed ancora:

“Volete adesso che vi racconti come s’impiegherà il grosso del denaro che si è intascato? Semplice. Quelli che si ritengono più furbi, non si accontenteranno di metterli nella Banca ormai aretina. Li porteranno verso altri lidi, altri approdi, altre spiagge. Chi investirà in immobili, chi in azioni e chi all’estero anche perché oggi si può investire all’estero senza andare contro legge.

Quelli meno furbi si gingilleranno con Bot, Cct e simili”. Quest’ultimi, dico io, identificabili chiaramente con quelli che sono finiti nel gruppone di chi è rimasto con il cerino in mano.

Sembra che avesse la capacità di leggere il futuro.

Riccardo Serroni

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2 risposte a Banca Etruria

  1. Giovanni scrive:

    Chissà se quel manipolo di capo rioni che hanno intascato plusvalenze da capogiro oggi ci hanno lasciato qualche penna!
    Non credo, la mia è solo la ricerca della giustizia dei poveri cristi.
    I falchi volano alti, superano gli ostacoli.
    Per noi che abbiamo avuto l’esempio e l’incentivazione del risparmio per il domani e per i nostri figli la vicenda di Banca Etruria è un pugno nello stomaco. Ci troviamo disorientati, spiazzati da coloro che a parole “amici” ci hanno pugnalato e scippato l’idea di banca sicura che ti fa dormire sonni tranquilli.
    Il progresso? Il materasso? Il mattone? Non ci è dato sapere.

  2. GUALDESE scrive:

    Fummo in pochissimi a votare contro: e le foto scattate -non dai giornalisti- lo documentarono.

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