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alla memoria di mia madre
èlia galassi
e al suo nome,
guida nelle scoperte di queste pagine
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PRESENTAZIONE
Nell'ambito delle attività culturali, promosse per il 1984 dall'Amministrazione Comunale di Gualdo Tadino e dal Consorzio per i Beni Culturali, vede la luce questa pubblicazione incentrata su Totìla, i Goti e la Battaglia di Tagina con la quale l'Impero di Bisanzio distrusse la dominazione dei Goti in Italia, nell'anno 552.
Il contenuto del libro è parte di uno studio più ampio, condotto dal sottoscritto sulle vicende dell'Alto Medio Evo nella «regio tadinatis», che non sono state mai oggetto di un approfondimento sistematico, anche se ne derivò l'insediamento in questa zona di popoli di diversa origine, che hanno impastato questa terra con il loro sudore, le loro lacrime e il loro sangue, dando poi origine alle comunità attuali.
Rinviando ad altra occasione la pubblicazione della parte restante di questo studio, che per vari aspetti ritengo particolarmente illuminante delle vicende passate da questa terra nel periodo indicato, esprimo un doveroso ringraziamento al prof. Roberto Abbondanza, per l'opera di supervisione a questo lavoro, e agli Enti che ne hanno finanziato la stampa.
L'autore
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INDICAZIONI UTILI
Bisanzio: |
(o anche Costantinopoli). È la capitale dell'Impero di Oriente. |
Civitas – civitates: |
Rappresenta la popolazione e l'organizzazione civica della città con le sue magistrature. |
| Diverticulum: |
Derivazione delle strade principali (vie). |
| Foederati: |
Alleati. |
| Legati: |
Emissari, ambasciatori, luogotenenti, rappresentanti. |
| Monofisismo: |
Una delle eresie su cui si scontrarono i Papi di Roma e gli imperatori Bizantini. |
| Municipium: |
Città autonoma i cui cittadini godevano del privilegio della cittadinanza di Roma. |
| Tuscia et Umbria |
Regione dell'Italia medioevale che comprendeva, oltre alla Toscana attuale, parte dell'Umbria e della Maremma laziale. |
| Stadio: |
Unità di misura del mondo antico. |
| Statio: |
Luogo di sosta attrezzato (taverne, cambi di cavalli) che era situato lungo le vie di comunicazione, gli itinerari e generalmente nelle località in cui confluivano più vie. |
| Vicus: |
Modesto agglomerato che si collocava in una posizione inferiore rispetto al municipium e la civitas delle quali raccoglieva una parte degli abitanti e una porzione del territorio. |
Taluni vocaboli di lingua latina e greca presentano nel testo differenziazioni nelle loro parti terminali, a seconda dei casi, per effetto delle declinazioni proprie di tali lingue che, nella lingua italiana, sono supplite dall'uso delle preposizioni.
Per facilitare a tutti la lettura si è offerta la traduzione di tutti i testi in lingua italiana.
Le citazioni incorniciate sono riportate integralmente, dai testi indicati, nella forma originaria.
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I barbari nella pianura di Gualdo Tadino - Pittura di Clodovico Menichetti nella sala consiliare del Comune di Gualdo Tadino (1909) |
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Introduzione
Tra fantasia e realtà la battaglia di Tagina (1) ha rappresentato per quasi quindici secoli l'evento storico di maggior rilievo fra quelli verificatisi, nella vallata di cui Gualdo Tadino è il baricentro e che fu conosciuta per lunghi secoli come «regio tadinatis» o regione di Tadino (2).
Abbiamo detto tra fantasia e realtà perché in pratica l'evento verificatosi nell'anno 552 dopo Cristo, in uno dei periodi storici più avari di documentazione scritta e quindi di testimonianze e prove, è stato per molti secoli al centro di indagini storiche e storiografìche non sempre disinteressate ed attendibili, con il risultato che molte delle cose scritte hanno finito per diventare fantasiose argomentazioni che hanno distorto la realtà dei fatti.
L'evento in sé, come tutte le grandi battaglie della storia, dalle Termopili a Zama a Waterloo, rappresenta uno di quegli eventi storici che hanno segnato le vicende dell'umanità e conseguentemente appare comprensibile il tentativo esaltante di molti che hanno tentato di dire la loro, approfittando del fatto che la mancanza di documentazione certa lasciava ampio spazio alle ipotetiche argomentazioni.
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(1) La dizione Tagina, usata comunemente e che viene ripresa anche in queste pagine, non è corretta; essa è risultata dalla volgarizzazione di un vocabolo foneticamente diverso.
Lo scrittore greco Procopio, per indicare nella propria lingua i resti dell'antico municipium» dei «Tadinates», usa la parola «Taghinai», dizione che appare foneticamente affine anche alla probabile pronunzia gutturale dei Goti e dei Longobardi che erano popoli di stirpe germanica.
Scomparsi i motivi culturali ellenici, con la fine della presenza militare bizantina nell'Italia centrale, e quelli germanici, con l'assorbimento dei gruppi etnici tedeschi da parte delle popolazioni autoctone, la parola subì il processo di volgarizzazione per il prevalere di gruppi etnici estranei alle pronunzie gutturali e si arrivò alle dizioni medioevali di Taino e Tadino.
(2) II termine «regio tadinatis» viene ripreso dal codice della Biblioteca Vaticana n. 7853.
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E il risultato conseguente di tanto interesse ha finito per essere una molta confusione.
Accanto ad una storiografia non attendibile è fiorito inoltre fecondamente il campo delle leggende, delle tradizioni più o meno attendibili, sono sorti dei luoghi comuni.
In questo lavoro ci ripromettiamo di portare un po' d'ordine in tanta confusione, di portare qualche ulteriore certezza dopo il lavoro meritorio già fatto da alcuni, di portare infine qualche fatto nuovo che noi abbiamo acquisito per una personale conoscenza dei luoghi che altri non avevano.
Va detto subito che l'unico documento certo, che parla della battaglia di Tagina, è il testo dello storico greco, Procopio di Cesarea (3) contemporaneo della vicenda. Poche sono le notizie di altri autori del tempo come il cronista Teofane o Paolo Diacono.
Prima di affrontare il tema delle fonti storiche, ci preme tuttavia mettere in rilievo i motivi dell'importanza del fatto storico di cui ci andiamo occupando.
Perché lo abbiamo definito l'evento storico di maggior rilievo fra quelli verificatisi nella vallata di Gualdo Tadino?
Innanzi tutto, durante i duecento anni della dominazione bizantina in certe zone dell'Italia Centrale, la vallata ebbe un ruolo ben preciso ed importante, che non aveva mai avuto prima e che non avrebbe più avuto dopo. I molti avvenimenti, che pur si svolsero in questa terra nei secoli seguenti, ebbero caratteristiche e dimensioni prettamente locale; anche se ne furono protagonisti il Ducato di Spoleto, il Comune di Perugia, il Papato e l'Impero, non si sarebbe più registrato un evento importante come la «battaglia di Tagina».
In secondo luogo, con questo evento, viene stroncata una delle egemonie barbariche che si erano affermate sulle ceneri dell'Impero Romano d'Occidente in dissoluzione: il regno dei Visigoti in Spagna, il regno dei Franchi
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(3) Procopio di Cesarea (morto nel. 562), nominato dall'Imperatore Giustiniano segretario e consulente del generale Belisario, ne diventò anche lo storiografo. Nella sua opera « Le Guerre » (Persiana, Vandalica e Gotica) ha narrato fatti di cui, per la maggior parte, è stato testimone e protagonista. Fanno eccezione gli avvenimenti relativi alla spedizione condotta da Narsete, succeduto a Belisario, che concluse la campagna d'Italia contro i Goti.
Così, per molti anni, queste vicende sono state conosciute precipuamente per quanto ne ha riferito Procopio.
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in Gallia e il regno dei Goti in Italia; anche se in Italia si sarebbe organizzata ben presto l'egemonia dei Longobardi, è indubbio che la sua recente costituzione, rispetto agli altri, la rese fragile avanti al regno dei Franchi che ne ebbe facilmente ragione. Sotto questo punto di vista taluni storici non hanno esitato a definire la «battaglia di Tagina» come uno degli eventi «che segnarono i fati d'Italia» (4), determinando un ritardo millenario nell'unificazione della penisola.
Abbiamo sommariamente indicato alla base di questo nostro lavoro fatti nuovi personalmente acquisiti o derivanti dalla personale conoscenza dei luoghi di cui altri non disponevano.
Come metteremo in evidenza nel corso della nostra indagine, sono restati nella nostra realtà etnica e territoriale, particolarmente nella toponomastiqa, delle tracce del passaggio di questo evento che, coniugandosi con le notizie 'certe riportate da Procopio, acquistano un valore di prova documentale. E la novità di questo lavoro appunto è costituita dalla evidenziazione di questi elementi, fra i quali in particolare la scoperta di una culla di elementi culturali greci che si sono conservati nella località in cui più verosimilmente i fatti si svolsero.
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(4) F. LOPES PEGNA — Le due battaglie che segnarono i fati d'Italia . Firenze 1971.
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Le fonti
La fonte più ricca, ed anche in gran parte attendibile, che ci riferisce i fatti della guerra gotica, con abbondanza di particolari e meticolosa precisione è lo storico Procopio, contemporaneo degli avvenimenti narrati. E lecito tuttavia avanzare delle riserve sulla obiettività di Procopio nel descrivere avvenimenti che riguardavano da vicino lui, o chi a lui ha riferito.
Va considerato infatti che Procopio non seguì di persona la spedizione di Narsete, come aveva seguito quelle precedenti guidate da Belisario, e pertanto le notizie di Procopio non sono di prima mano, ma sono desunte o dai racconti o da resoconti inviati alla corte di Bisanzio, o raccolte fra i reduci dalla spedizione.
Due documenti, anche se posteriori di qualche secolo, nei quali avremmo potuto trovare notizie sulle vicende che ci interessano, sarebbero stati il « De desolatione Italiae et Umbriae per Gotos et Longobardos » (1) e il « Quomodo Tadinatum civitas defecere et ipsa patria in solitudinem redacta est posi B. Facundino » (2). Questi scritti erano contenuti in un antico codice medioevale, noto come « Leggendario dei Santi proveniente dal Convento di San Francesco di Gualdo » (3).
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(1) La distruzione dell'Italia e dell'Umbria per opera dei Goti e dei Longobardi.
(2) Come distrussero la città dei Tadinati e lo stesso territorio fu ridotto un deserto dopo il B. Fecondino.
(3) Reperibile presso l'Archivio Storico Comunale di Gubbio (Fondo Armanni II, cod. 23).
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Purtroppo questi scritti sarebbero
«...ora non più reperibili, a meno che non si voglia identificarli con il capitolo che, sotto altro titolo, sta a c. 140 del cod. II, c. 3 del fondo Armanni, presso l'Archivio storico comunale di Gubbio» (4). |
L'antica Cronaca di Fra Paolo da Gualdo, che risale al XII secolo e che costituisce forse il documento più antico e più completo per la storia della zona di Gualdo Tadino, non offre particolari sulla fine del regno di Totila. Ciò potrebbe avvalorare l'ipotesi che la battaglia di Tagina non sia propriamente avvenuta nelle vicinanze della città, ma a qualche chilometro di distanza; e, con i mezzi di locomozione del tempo, e la scarsa presenza della popolazione sul territorio, anche qualche chilometro finiva per acquistare il valore di una distanza ragguardevole.
Un'attenzione particolare, nel citare le fonti, va posta sulle cronache medioevali; sulla loro origine ed attendibilità particolarmente interessante è lo studio dello storico gualdese Ruggero Guerrieri che abbiamo già ricordato.
Sul valore storico di queste cronache c'è una interessante lettera di Ludovico Muratori che nel 1745 scriveva:
«mi protesto io ben tenuto alla bontà di V.S. per la notizia datami dell'antica Cronica di Gualdo. La prego 'dunque di osservare se sia composta prima o dopo l'anno 1500; se prima, è cosa di cui farci stima». |
Certo anche per i cronisti medioevali il ricorso alla tradizione, laddove era carente la documentazione scritta, fu d'obbligo e fu estremamente pericoloso; poi le successive trascrizioni manuali, in molti casi, finirono per inquinare le loro opere.
La ricerca di nuovi elementi storici che si riferiscono ad un periodo in cui le prove più che tramandate venivano distrutte, e in tempi in cui era già problematica la sopravvivenza degli individui, appare così estremamente ardua. Le cronache dei secoli XII e XIII si presentano incomplete, lacunose, manomesse, alterate, copiate e riprodotte, ma in ogni caso prive di autenticità e di rigore storico (5).
Molti, in epoca storica più recente, hanno tentato di avvicinarsi all'argomento, ma in maniera spesso inesatta e non possono essere seguiti per una corretta ricostruzione storica, anche perché videro le cose molto da lontano e senza approfondirle (6).
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(4) RUGGERO GUERRIERI: Le Cronache e le agiografie francescane medioevali gualdesi ed i loto rapporti con altre cronache e leggende agiografiche umbre — Gubbio 1933.
Secondo l'analisi fatta dal Guerrieri, di questo codice non sarebbero più reperibili otto dei venticinque capitoli che componevano il documento originale.
Tali scritti, a suo parere, nella stesura pervenutaci sarebbero da attribuire a Fra Paolo da Gualdo che, a sua volta, avrebbe attinto da altre fonti precedenti, come lascia intendere la somiglianzà del testo con quello di altri codici provenienti da altre località.
Due degli otto capitoli non più reperibili sarebbero appunto questi richiamati.
(5) Tutte le notizie che compaiono nelle varie «cronache» umbre sembrano derivare dal Chronicon gualdese che fu notevolmente alterato da un falsario del XVI secolo, che pagò con la vita questa sua attività, e dalla Historia Antiquae Civitatis Tadini , attribuita a Fra Paolo da Gualdo, entrambe reperibili alla Biblioteca Vaticana (Fondo Ottoboniano cod. 2666).
(6) Diamo un elenco degli autori che, con discordanza di opinioni, hanno trattato queste vicende: Paolo Diacono, Pandolfo Collenuccio, Leonardo Aretino, Jacopo da Bergamo, Giovanni Magno, Valentini, Tarcagnota, Botta, Borgia, Baronio, Rinaldi, Targioni, Campelli, Soldani, Della Rena, Dempster, Ferrari, Pellini, Giovio, Bricchi, Baldi, Alberti, Hodkin, Valsecchi, Balbo, Acquacotta, Ciatti, Cluverio, Colucci, Brandimarte, Alfeiano, Guazzesi, Bellengi, Pratesi, Moise, Giacosa, Mazzatinti, Holstenio.
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Il quadro storico
Per una chiara esposizione dei fatti succedutisi durante gli anni della nostra indagine nella « regio tadinatìs », e per fornire un quadro completo delle condizioni ambientali del momento, è opportuna una rapida sintesi delle notizie certe che si hanno, e della Storia d'Italia e della Storia locale: il territorio di Tagina, attraversato dalla Via Flaminia che collegava Ravenna e Roma, le due metropoli del tempo (1), fu coinvolto direttamente in tutte le vicende di questo periodo. Sono gli ultimi anni di vita dell'Impero di Roma.
| Anno 410: |
Alarico, re dei Visigoti, cala su Roma infrangendo il mito della sua intangibilità.
Questa la descrizione del passaggio di questa prima orda di invasori lasciataci dallo storico Giordane (2) appena un secolo più tardi: |
«...Flamminiaeque aggerem inter Picenum et Tusciam, usque ad urbem Romani discurrentes, quidquid in utrumque latus fuit, in preda diripiunt...». |
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«...scorrendo il percorso della Flaminia, fra il Piceno e la Tuscia , fino alla città di Roma, strappano come preda qualsiasi cosa trovino su entrambi i lati». |
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(1) Con la divisione dell'Impero a Ravenna era stata istaurata la sede del potere politico mentre a Roma era restata la sede del potere religioso.
(2) Storico del VI secolo; scrisse negli anni 551 e 552 una « Storia dei Goti » e una « Storia di Roma ».
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Anno 476: |
Odoacre, a capo degli Eruli, depone a Ravenna, capitale dell'Impero di Occidente, l'ultimo imperatore romano Romolo Augustolo. I barbari, padroni dell'Italia, si insediano nelle città e si appropriano delle terre in cambio delle mercedi che non sono state corrisposte loro dagli ultimi imperatori, che li avevano utilizzati come truppa mercenaria. |
Anno 489-493: |
Teodorico, re dei Goti, invade l'Italia e, con quattro anni di guerre, distrugge il regno di Odoacre. Si rinnova il dramma delle popolazioni latine, che passano da un padrone all'altro, anche se Teodorico assicura un trentennio di tranquillità, che però termina in un bagno di sangue. |
Anno 535: |
L'Impero Romano di Oriente inizia le guerre per tentare la riconquista dell'Italia liberandola dai barbari. Le vicende belliche si protrarranno fino all'anno 553. Tra Ravenna e Roma le alterne fortune militari comportano ripetuti spostamenti di soldatesche che, nei territori attraversati, debbono sfuggire carestie e pestilenze spaventose che si aggiungono agli orrori della guerra. |
In particolare annotiamo:
«... Totila, re dei Goti, l'anno 546 rovinò la città di Tadino, Nocera, Sentino (3), Pistia (4) ed Usenti (5), et altri luoghi vicini dell'Umbria...» (6); |
e ancora
«...in queste incursioni anche Nocera subì danni notevoli, onde il suo Vescovo e titolo episcopale fu trasferito a quello di Tadino...» (7). |
Anno 552: |
Battaglia di Tagina con la quale termina il regno dei Goti. |
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(3) Città romana ubicata nella zona dell'attuale Sassoferrato; i superstiti dalla sua distruzione diedero origine alle città di Fabriano e Rosella; quest'ultima diede poi origine a Sassoferrato.
(4) Pistìa sorgeva nella zona archeologica omonima presso il valico di Colfiorito in comune di Foligno.
(5) Cittadina di incerta ubicazione di cui non rimane nulla. Il Sigismondi ritiene che dovesse essere ubicata a occidente di Gaifana, presso la località di Lanciano, sulla strada di collegamento tra la Flaminia e il Subasio, dove egli localizza una antica « plebs Usenti » (pieve di Usenti).
(6) LUDOVICO JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria - pag. 65.
(7) FELICE CIATTI: Perusia Pontificia — libro II, pag. 77; se questa informazione del Ciatti è esatta, viene risolto negativamente il quesito sul ruolo che avrebbe avuto Nocera nella guerra fra i Goti e i Bizantini e sulle vicende relative alla battaglia di Tagina: nessun ruolo per una città che i Goti avevano distrutto pochi anni prima.
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I tempi e i luoghi
La localizzazione della vicenda di Totila e Narsete, che chiuse praticamente l'esperienza gotica in Italia, è ormai storicamente accertata nella zona che comprende il territorio degli attuali comuni di Gualdo Tadino, Fossato di Vico e Sigillo, a ridosso del confine di regione fra l'Umbria e le Marche, e ci sembra fuori luogo la ripetizione di un dibattito su questo argomento che può considerarsi esaurito.
Per giungere a questa localizzazione è stato determinante il contributo dell'illustre storico locale Gino Sigismondi (1) attraverso una rigorosa analisi filologica del testo di Procopio pubblicata sul Bollettino di Storia Patria per l'Umbria; da questo studio non si può prescindere per qualsiasi ulteriore approfondimento sull'argomento.
Ogni ricerca di altri elementi storici precisi si arresta immancabilmente ai secoli X e IX, a ritroso dei quali sembra impossibile trovare documenti, citazioni, resti, monumenti di interesse storico in tutta la zona. E questo della battaglia di Tagina non è il solo caso:
«Appena si abbandona il periodo classico, per cercare di estendere all'Umbria barbarica le nostre ricerche, si fa immediatamente sentire una pesante carenza di documenti attendibili, la quale via via si aggrava con l'approssimarsi all'Umbria feudale, fino a diventare assoluta nel pieno sviluppo del feudalismo, alla soglia dell'anno mille...» (2). |
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(1) GINO SIGISMONDI: La battaglia fra Narsete e Totila nel 552 d.C. in Procopio — B.D.S.P.U. — Vol. LXV — fasc. 1 — Perugia 1968.
(2) RENZO ALBERTINI in « Atti del Convegno di studi umbri — Gubbio 1965» pag. 155.
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Tutte le istituzioni e gli stessi edifici di origine romana, paleocristiana e medioevale sono stati cancellati nel periodo delle invasioni barbariche che registrarono ripetuti saccheggi, incendi e distruzioni determinati dalle ricorrenti invasioni che, per secoli, si rovesciarono su Roma seguendo la Flaminia.
Per comprendere pienamente di quanto le invasioni barbariche abbiano inciso in queste realtà locali, si consideri che qui esistevano due città: il « municipium » dei Tadinati e il « vicus » di Helvillum ; dell'uno e dell'altro non è restato nulla. Mentre nei testi si è conservato il nome di Helvillum , ma non se ne ha certa ubicazione, della città dei Tadinati non si conosce nemmeno il nome certo: in tutte le citazioni se ne parla sempre come « città dei Tadinati ».
Questa zona per secoli fu una autentica terra di nessuno, calpestata dagli eserciti e dalle orde degli invasori, contrastata fra i Bizantini ed i Longobardi, insidiata dai Ducati di Perugia e di Spoleto, senza che alcuna forma di vita civile vi potesse essere riorganizzata nonostante gli sforzi ripetutamente tentati dai vescovi e dallo stesso Papa Gregorio Magno (3).
Di quei tempi e dei secoli precedenti ci è rimasto ben poco. Ricordate le opere stradali sulla Flaminia, come il bel ponte romano di Sigillo, si deve scorrere fino ai secoli IX e X per trovare le costruzioni più antiche della zona: la rocca di Fossato, sulla cui origine primitiva non appare infondata l'ipotesi di collegamenti con gli eventi seguiti alla battaglia di Tagina (4), le fortificazioni di San Pellegrino nota alla fine del primo millennio come Castro Contranense , la Chiesa e la torre di San Facondino (5) nei pressi di Gualdo Tadino, e infine la rocca Flèa, ormai chiusa nella cerchia di questa città.
Ed ora affrontiamo l'argomento: Chi erano i Goti?
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(3) II Pontefice Gregorio Magno ha lasciato due lettere che provano il suo diretto interessamento per la rielezione del Vescovo dei Tadinati, l'una indirizzata alla cittadinanza di questa antica « civitas » e l'altra indirizzata al Vescovo di Gubbio, Gaudioso, perché sovrintendesse direttamente a questo adempimento. In seguito a queste lettere nel 598 si elesse il Vescovo Facondino.
(4) II nome di Fossato deriva dalla parola greca (leggi fossatòn) che significa «campo militare»; in seguito alla riconquista dell'Italia da parte dei Bizantini, a tutela dell'itinerario fra Ravenna e Roma, vennero creati dei presidi militari, uno dei quali fu evidentemente quello di Fossato.
(5) II luogo di culto in cui è venerato San Facondino risale a prima del mille quando venne ricostruito ove sorgeva una preesistente chiesa che era andata distrutta.
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SIGILLO: Il ponte romano sulla Flaminia, superba espressione di ingegneria dei costruttori dell'antica Via consolare. |
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I Goti
Originari della Scandinavia, si affacciano per la prima volta nella storia di Roma nel II secolo dopo Cristo; nel III secolo sono nella Russia meridionale, a nord del Mar Nero: ad ovest del Dnieper il gruppo dei Visigoti, ad est del fiume stesso gli Ostrogoti (= Goti di Oriente).
L'imperatore Caracalla, nell'anno 214, sarebbe il primo a sconfiggere schiere di Goti in Dacia (1).
Successivamente uno dei governatori di Gordiano III (238-244) costringe i Goti a ritirarsi nella Mesia Inferiore (2), dove sono penetrati sotto la guida del re Ostrogotha.
L'imperatore Decio (249-251) infligge ai Goti una grave sconfitta presso Nicopoli, ma cade combattendo contro di loro. Il suo successero, Treboniano Gallo, conclude con essi una pace vergognosa, che durerà solo due anni: i Goti avanzano ancora fino a Tessalonica (3), distruggono il dominio romano sulla Dacia e, nel 257, saccheggiano l'Oriente balcanico, la Grecia e le isole egèe, fino alla sconfitta di Naisso (4), ad opera dell'imperatore Claudio, nel 269.
L'imperatore Aureliano li respinge oltre il Danubio, negli anni 270-275, ma ben presto, sotto la guida di Geberico, i Goti riportano una grande vittoria sui Vandali (anno 340), assoggettano i popoli slavi, baltici e finnici e costituiscono un grande regno dal Mar Baltico al Mar Nero, dagli Urali alla Danimarca, sotto il re Ermanarico della stirpe degli Amali.
In questo periodo si convertono al Cristianesimo.
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(1) Regione della penisola balcanica corrispondente all'attuale Romania.
(2) Regione della penisola balcanica che corrisponde all'attuale Bulgaria.
(3) L'odierna città di Salonicco, in Grecia.
(4) Sul fiume Morava, in Serbia.
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In seguito alla migrazione dei Visigoti il regno si indebolisce e non regge davanti all'orda degli Unni, che lo travolgono nell'anno 375.
Negli anni che seguono la stirpe dei Goti si divide e si frammenta in diversi tronconi, che subiscono destini diversi, mentre il nucleo primitivo, restato sulle terre di origine, tenta invano di liberarsi dal dominio degli Unni e deve combattere successivamente contro gli Anti, gli Svevi e i Gepidi.
Una parte di essi infine, sotto la guida del re Valamiro, soggetto ad Attila, viene trascinata dagli Unni verso occidente finché, nel 446, Valamiro viene sconfitto da Ezio, l'ultimo grande condottiero militare dell'occidente latino.
Per avere una esatta visione della dispersione delle forze dei Goti, in questo periodo storico, si consideri che, mentre una parte di essi combatte a fianco delle legioni romane, sotto la guida del re Teodorico, altri Goti, guidati da Valamiro, sono nel campo avverso, alle dipendenze di Attila.
Nel 454, scomparso Attila, Valamiro abbatte il regno dei suoi successori e gli Ostrogoti occupano la Pannonia (5), il Norico (6), l' Illirico (7), da Vienna a Singiduno (8), diventando foederati (alleati) dell'Impero di Oriente.
Negli anni che seguono i Goti, sotto la guida di Teodorico e Valamiro, difendono i confini dell'Impero contro gli Sciri, i Rugi i Suebi, i Quadri, i Marcomanni, i Sarmati.
Sono anni di guerre continue finché, nel 473-474, altre migrazioni ed altre guerre conducono i Goti verso Ovest, oltre le Alpi orientali, e verso est nella Mesia Inferiore, sul basso Danubio (9).
La corte bizantina, che mal sopporta tutte queste iniziative e questi spostamenti all'interno dei confini dell'impero, senza avere peraltro la forza di opporvisi, non sa far altro che fomentare discordie fra i Goti guidati da Teodorico, succeduto nel frattempo a Teodomiro, e un altro ceppo gotico già insediato nella Tracia (10) meridionale, come foederato dell'Impero.
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(5) Regione corrispondente all'attuale Croazia.
(6) L'attuale Ungheria.
(7) Corrispondente a parte della Serbia e della Dalmazia.
(8) L'odierna Belgrado.
(9) L'attuale Bulgaria.
(10) L'attuale Turchia europea.
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Nelle gole dell'Emo tuttavia, anziché continuare a dissanguarsi in una lotta fratricida, i due gruppi si riconciliano ed iniziano a condurre una politica comune, fino alla morte di uno dei due capi.
Teodorico, della stirpe degli Amali, eredita così i diritti e le prerogative di capo di entrambi i due ceppi gotici che, sotto il suo scettro, si riunificano: a Bisanzio non rimane che nominarlo console, subirne i ricatti e le minacce, assecondarlo in ogni iniziativa.
Cosi nel 488, allorché i Goti accennano alla loro intenzione di migrare lontano da Costantinopoli (11), l'imperatore Zenone è ben lieto di accordare a Teodorico il benestare ad impossessarsi dell'Italia, come patrizio dell'Impero di Oriente, abbattendo il regno italico degli Eruli, costituito qualche anno prima da Odoacre (12), ma in realtà con lo scopo e la segreta speranza di allontanare dalla residenza imperiale dei sudditi troppo scomodi e intraprendenti.
Con questo atto inoltre, il giovane principe barbaro che li guida, educato alla corte di Bisanzio e « filius in arma » dell'Imperatore, viene compensato per la sua fedeltà alla romanità che egli venera e ammira e che vede nella riconquista dell'Italia una seducente prospettiva.
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(11) Altro nome della città di Bisanzio.
(12) Nell'anno 472, allorché Odoacre aveva debellato l'Impero di Occidente deponendo l'ultimo imperatore Remolo Augustolo.
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I Goti in Italia
Nell'anno 489, come narra lo scrittore contemporaneo Ennodio (1), i Goti passano in massa in Italia, non per una razzia temporanea come le incursioni barbariche del tempo, ma per una autentica migrazione; « innumerae catervae » di donne, vecchi e bambini con animali, carri e masserizie, passano in Italia, dopo essersi aperte sanguinosamente un varco attraverso i territori controllati dai Gepidi e da altri popoli e trascinandosi dietro altri gruppi di barbari che sono alla ricerca di nuove terre.
In alcuni testi si parla di 250-300.000 unità (2) di cui non più di 25-30.000 erano i guerrieri; ma non si hanno validi elementi per suffragare questa affermazione.
La lotta contro Odoacre e gli Eruli si protrae per quattro anni e alla fine i Goti vincitori si insediano in tutta la Valle Padana e l'Italia nord-orientale, da cui si estendono poi gradualmente nel resto della penisola.
Nasce così il regno italico dei Goti: Teodorico tenta di far convivere pacificamente barbari e latini, ariani e cattolici, promuovendo la rinascita economica e culturale del paese e fissando a Ravenna la capitale del regno. L'obiettivo di Teodorico è di dare all'Italia un buon governo; il « miser romanus » dovrebbe essere beneficiato dall'« utilis Gothus » (3) mentre la potenza gotica garantisce la salvaguardia di quei valori del passato che lo stesso Teodorico venera.
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(1) Magno Felice Ennodio, scrittore latino vissuto ai tempi di Teodorico, ne descrisse le fino all'anno 507 nel Panegyricus Theodorici .
(2) E. SCHMIDT: Die Ostgermanen — parla di 100.000 individui e 20.000 guerrieri.
(3) ANONIMI VALESIANI — Theodoriciana .
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I Goti si sostituiscono all'elemento latino, come classe dominante, riservandosi l'esercizio delle armi; ai latini viene riservato l'esercizio delle arti e delle lettere.
In virtù del grande prestigio personale di Teodorico le relazioni con i vicini popoli Vandali, Burgundi, Franchi e Visigoti vengono strette e si instaurano rapporti amichevoli con Alemanni, Turingi, Gepidi ed Eruli; altre guerre di conquista estendono il regno dei Goti alla Provenza (508), al Nerico e alla Pannonia.
Può apparire strano: l'Italia, anche alla luce di quanto avrebbero rappresentato le invasioni degli altri popoli selvaggi che in seguito avrebbero violato le frontiere dell'Impero (Longobardi, Alemanni ecc.), con l'instaurazione del regno dei Goti è stata relativamente fortunata.
«Esso offre lo spettacolo veramente strano e paradossale degli sforzi disperati fatti da un conquistatore barbaro per salvaguardare, quanto meglio possibile, il patrimonio dell'antica Roma. Mentre in Gallia, Spagna o in Africa i nuovi padroni, pur traendo profitto dall'organizzazione romana, restano fedeli alle loro tradizioni nazionali, in Italia si vede un Goto impegnato, con inesauribile energia a sorreggere o risollevare il vecchio edificio imperiale che crolla da tutte le parti» (4). |
Ma la politica illuminata di Teodorico è destinata ad essere schiacciata dai conflitti fra un Papato ortodosso ed un Impero eretico (monofisita), dalle concezioni contrastanti del potere religioso e dei suoi rapporti con il potere politico, e dai condizionamenti della religione nazionale dei Goti, l'Arianesimo, isolata e disprezzata sia a Roma che a Bisanzio.
Nel momento in cui cessa il contenzioso religioso-politico fra Roma e Bisanzio viene meno la funzione di predente mediazione assicurata in Italia da Teodorico e dal gruppo moderato dei Goti; la vitalità del regno goto si infrange per il germinare, al suo interno, di contrasti fra tradizionalisti e innovatori, ed i legami
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(4) L. HALPHEN: Les Barbares — Parigi 1926, pagg. 77.
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Con i vicini regni romano-barbarici vengono agevolmente minati da sottili iniziative diplomatiche; i Goti restano soli ed isolati a subire l'ostilità e il peso della pressione imperiale.
I contrasti e i dissidi, fra le popolazioni latine e i Goti, e fra gli stessi Goti, si esprimono nelle due fazioni che prendono via via consistenza: una favorevole alla pacifica convivenza con le popolazioni itali-che, l'altra ossequiosa alla tradizione germanica.
In questo clima di irrigidimento dei rapporti fra l'Italia e l'Impero matura a Bisanzio la decisione di una riconquista.
Le ragioni che spingono l'imperatore di Oriente a riprendersi il governo dell'Italia non sono certo di natura economica. C'è essenzialmente una ragione politica, determinata dalla presenza in Roma del Papato e dalla volontà di esercitare un controllo su di esso; c'è una ragione di prestigio e di affezione. E' inconcepibile e provocatorio infatti per gli imperatori «Romani» di Bisanzio, che non hanno mai rinunziato alla loro romanità, che Roma, la culla delle civiltà da cui sono partite le legioni per la conquista del mondo, sia governata dai barbari, anche se questo stato di cose, per ragioni politiche contingenti, si basa su un atto di formale legalità.
II mutamento che apporta alla politica estera di Bisanzio l'avvento dell'Imperatore Giustino (518-527) accentua lo stato di tensione tra l'elemento latino e quello barbarico: la. politica di convivenza pacifica viene abbandonata e il regno di Teodorico finisce in un bagno di sangue.
Così non è difficile trovare un pretesto, nell'uccisione della regina Amalasunta vedova di Teodorico, perché i rapporti fra la corte gota di Ravenna e quella bizantina, mai idilliaci, si guastino definitivamente.
E Giustino trae motivo da questi fatti per riconquistare l'Italia, e Roma in particolare, all'Impero di Oriente, inviando un primo esercito al comando di Belisario.
Particolarmente la nobiltà latina, mai doma e completamente sottomessa, non ha desistito di sperare nella liberazione dal dominio barbarico anche se, negli ultimi anni del suo regno, Totila tenterà una politica di pacificazione con le popolazioni italiche, nel tardivo tentativo di crearsi un ambiente meno ostile.
In pratica quella classe intermedia di parassiti e di sfruttatori delle masse rurali, cui i dominatori goti si erano affiancati, sovrapposti o sostituiti, a seconda dei casi, ha continuato a tessere intrighi con Bisanzio e l'invio degli eserciti orientali giunge, quanto meno, non indesiderato.
Nei « Memorabilia civitatis Eugubii et aliarum urbium antiquarum in Umbria » (5) si legge al riguardo:
«...Iustinus vero imperator catolicus, ad praeces Sanctae Romanae Ecclesiae et Sanctorum, misit Narsen ducem...» (6).
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«...Giustino, imperatore cattolico, aderendo alle implorazioni della Santa Chiesa Romana, e dei Santi, mandò il comandante Narsete...». |
Si può chiaramente desumere da questo brano come negli ambienti religiosi, in cui venivano abitualmente conservate e trascritte le cronache, fosse opinione diffusa che l'invio dell'esercito liberatore sia stato sollecitato dalla Chiesa di Roma, anche se la stessa avrebbe ben presto accusato troppo stretti i legami e i vincoli con l'Impero.
Mentre la diplomazia bizantina prepara un attacco dei Franchi contro la Liguria , Mundus assale la Dalmazia e Belisario la Sicilia , che i Goti perdono nel 535.
Nell'anno successivo la guerra riprende; Belisario avanza da sud fino a Napoli, che resiste per sole tre settimane,-mentre i vari presidi capitolano o si ritirano davanti ali'avanzata dell'esercito invasore.
In seguito ai continui rovesci, i Goti depongono allora il re Teodato e affidano la corona a Vitige. Questi riorganizza l'esercito, riprende in mano la situazione militare, e riesce a chiudere Belisario dentro le mura di Roma assediandolo.
Ma, sotto l'infuriare di carestie e pestilenze, che decimano il suo esercito, Vitige, dopo un anno di assedio, è costretto ad abbandonare Roma e a ritirarsi a Ravenna, capitale del regno, anche per difenderla i da un nuovo esercito inviato dall'Impero di Oriente.
Le sorti si capovolgono: Vitige da assediante diventa assediato e Belisario da assediato diventa assediante; tra i due intercorrono laboriose e lunghe trattative:
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(5) Cose memorabili della città di Gubbio e di altre città antiche dell'Umbria.
(6) Archivio storico comunale di Gubbio — Fondo Armanni, II — E 18, pag. 44. Va notata l'inesattezza del testo; al momento della spedizione guidata da Narsete sul trono di Bisanzio era succeduto all'Imperatore Giustino il nipote Giustiniano (anno 527).
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Belisario si mostra apparentemente disposto ad assumere la corona del regno italico per proprio conto e Vitige decide di arrendersi, dietro promessa che alla gente gota sarà consentito di rimanere nella pianura padana.
È il 540 d.C.: i Goti, stremati e dissanguati da secoli di guerre continue, hanno posto la sola condizione di essere lasciati vivere in pace, aprendo le porte di Ravenna a Belisario: ma questi, venendo meno ai patti, si impadronisce del tesoro reale, incatena Vitige e deporta a Bisanzio, come prigionieri di guerra, il re e il gruppo dirigente dei Goti.
Per un popolo che aveva svolto un ruolo di dominatore resta difficile tuttavia l'accettazione della resa esosa che l'accomunerà nel ruolo degli sfruttati e degli sconfitti.
Davanti al tradimento bizantino ai Goti non rimane che riprendere le armi e continuare a combattere. Pertanto, dopo la capitolazione di Ravenna, già nel 541 le forze militari superstiti, sopravvissute alla resa di Vitige e raccoltesi attorno ad Ildibaldo, dopo brevi contrasti con Erarico, acclamano re il nipote del primo: Baduila, detto Totila, che significa invincibile .
Il Ciatti, citando Biondo Flavio (7), sostiene che Totila riprende le ostilità contro le truppe imperiali alla testa di cinquemila uomini:
«...pervenne il regno a Totila, signore di Trevigi, e d'animo fiero e sanguigno; questo, rivolto l'animo all'acquisto del perduto regno, raccolse in un momento cinquemila Goti coi quali scorse tutta la Gallia , oggi detta Lombardia...» (8). |
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(7) Biondo Flavio — Storico del XV secolo, autore delle «Historiarum ab inclinatione Romanorum decades», una storia dal 412 al 1441.
(8) F. CIATTI « Delle memorie annuali et historiche delle cose dì Perugia » - Perugia 1638.
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Totila e l'Umbria
Alla ripresa delle attività politiche e militari dei Goti, che seguirono all'avvento di Totila, un ruolo di particolare importanza vennero ad assumere l'Italia Centrale, l'Umbria, e la Flaminia che l'attraversa, collegando Ravenna e Roma. Proprio questa parte dell'Italia avrebbe finito per sostenere la parte più onerosa dei primi anni della dominazione di Totila per la sua necessità di consolidare il potere, eliminando le sacche di presenza bizantina rimaste, e registrando successivamente i suoi tentativi di riforme politiche, nei confronti delle popolazioni contadine dell'Italia, quando apparve evidènte l'opportunità e la necessità di averle amiche accomunandone le forze contro l'Impero.
Il Ciatti, citando San Gregorio Magno, Paolo Diacono (1), Procopio, Leone Aretino, Biondo Flavio, Baronio e Fra Paolo da Gualdo, si dilunga nella descrizione di un poliennale assediò (addirittura sette anni) che venne imposto a Totila dalla necessità di espugnare Perugia (2); durante questo assedio una parte dell'esercito, per sopperire alle esigenze logistiche, provvedeva al saccheggio sistematico e ripetuto delle varie città dell'Umbria e delle Marche...
| «io stimo che in quello stesso assedio ruinò il vecchio Tadino» (3). |
È evidente che, se Perugia riuscì a sostenere questo assedio per sette anni e alla fine capitolò solo per fame, gli assedianti erano tutt'altro che irresistibili, alle prese con i problemi logistici e di vettovagliamento che li condizionavano e per la scarsa esperienza che avevano gli eserciti barbari nel combattere contro le città fortificate.
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(1) E di questi anni l'epopea della popolazione di Perugia che resiste ai barbari sotto la guida del Vescovo Ercolano.
(2) Paolo Diacono (Paolo Warnefrido), storico longobardo dell'VIII secolo, autore di una Historia Romana e di una « Historia Longobardorum ».
(3) F. CIATTI: Perusia Pontificia — pag. 54.
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Per quanto possa valere la testimonianza del Ciatti, questo episodio tuttavia non può essere respinto in blocco, anche in considerazione dei numerosi autori sui quali si basa la sua narrazione.
«...Totila... incontrò l'opposizione più decisa in quelli che si possono considerare i punti chiave della penisola; Ravenna era difesa da Costanziano, Roma da Giovanni, Spoleto da Bessa, Firenze da Giustino, Perugia da Cipriano. L'accanimento di Totila, soprattutto verso le città umbre, può essere indizio dell'importanza che egli attribuiva a quelle piazzeforti. Il re goto... volle assicurarsi ad ogni costo la via che univa Roma a Ravenna...
Erodiano, dopo aver per un mese atteso invano gli aiuti orientali, consegnò Spoleto; Sisifrido, che comandava la guarnigione di Assisi, tentò di resistere ad ogni costo; morì con quasi tutti i suoi, mentre la cittadina dovette arrendersi;... l'abbandono di Perugia assediata (548)... costituì l'episodio saliente della restaurazione gotica in Italia...» (4).
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Che questa fase del dominio dei Goti abbia lasciato un ricordo tutt'altro che gradito nella tradizione popolare, di cui fanno fede le numerose cronache medioevali, viene confermato anche dai seguenti brani:
«...et Tadinatum civitas a Gothis primitus conculcata...fuit, et nobiles eius, et populares, clerici et religiosi, in dispersione missi, aliqui occisi, aliqui vinculati, alii subiugati in servitudine, alias profughi in alias regiones confugerunt...» (5);
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«...e la città dei Tadinati fu oppressa dai Goti, e i suoi nobili e il suo popolo il clero ed i religiosi, furono dispersi, alcuni uccisi, altri imprigionati, altri ridotti in schiavitù, altri infine si rifugiarono profughi in altre regioni...»;
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«...subiacuit autem, sub pedibus et dominio Gothorum, per longum tempus Perusina gens, Tudertina, Eugubina, Tadinensis, Spoletana, Asisinata et aliarum terrarum desolatarum populi usque ad tempus quo Iustinus Imperator Catholicus, Narsen patriciuum, ducem militum, cum exercitu magno, misit in Italiam. Qui Narses, dimicans cum Totila, occidit eum et trucidavit in frusta et contrivit exercitum Gothorum et disperdidit...» (6);
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«...per lungo tempo poi sotto il giogo e il dominio dei Goti giacque la gente Perugina, di Todi, di Gubbio, di Tadino, di Spoleto, di Assisi ed i popoli di altre terre devastate, fino al tempo in cui l'imperatore cattolico Giustino mandò in Italia, con un grande esercito, il comandante delle sue truppe Narsete il quale, combattendo con Totila, lo uccise, lo fece a pezzi, e pestò e disperse l'esercito dei Goti...»;
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«...subiacuit ergo desolata Perusia...et omnes aliae, sub Totila et Gothis, annis tunc plusquam XV...» (7);
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«...restò così l'abbandonata Perugia... e tutte le altre (città), sotto il dominio di Totila e dei Goti per più di 15 anni»;
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«...Iustinus Imperator misit Narsen patricium cum exercitu forti qui regem Totilam perfidum trucidavit...» (8). |
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«...L'imperatore Giustino mandò il patrizio Narsete con un forte esercito che trucidò il perfido re Totila...». |
Sono evidentemente diverse esposizioni dei medesimi avvenimenti e delle medesime circostanze, rese con parole e s'fumature diverse, ma sostanzialmente concordi. Il mutamento della politica di Totila nei confronti delle popolazioni italiche si sarebbe manifestato solo nella ultima fase del suo regno.
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(4) FRANCESCO GIUNTA in « Atti del Convegno di Studi Umbri » — Gubbio, 24-28 maggio 1954, pag. 205.
(5) Leggendario dei Santi proveniente dal Convento di San Francesco di Gualdo Tadino — Archivio Storico comunale di Gubbio — Fondo Armanni II, c. 23, foglio 140.
(6) Cronaca Umbra, già del convento di San Francesco di Assi - Biblioteca comunale di Assisi - n. 341, foglio 23.
(7) Archivio Storico Comunale di Gubbio — Fondo Armanni II, E 18, pag. 44.
(8) Cronaca di Gualdo, proveniente al Convento di San Francesco di Gualdo — Biblioteca Vaticana — Fondo Ottoboniano, n. 2666, pag. 13.
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Ultimi anni dei Goti in Italia
Fallita una prima spedizione contro Totila, per la scarsità dei mezzi impegnati, Bisanzio, consapevole della debolezza dell'avversario, si accinge ad organizzarne una seconda.
In questo frangente tuttavia a Totila non sfugge l'opportunità di procurarsi il favore e la collaborazione delle popolazioni latine; così, dopo aver perpetrato stragi e saccheggi per qualche anno, allorché Bisanzio dimostra di voler conquistare ancora l'Italia, egli ricorre ad una
«nuova generosa politica nei confronti dei coloni di origine italica, liberandoli dagli obblighi di servitù verso i padroni e sollevandoli dall'esoso fiscalismo dei funzionari imperiali» (1),
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come estremo tentativo di coinvolgere anche le popolazioni latine nella sua politica di resistenza all'Impero.
Di questa nuova politica, da parte di Totila, troviamo una testimonianza nella « Cronaca Umbra », proveniente dal Convento di San Francesco di Assisi (2):
«...et sicut rex Totila securitatem et licentiam dedit Perusinis qui fugerant, ut redirent et secu-re ibidem habitarent sub suo dominio, ita Eugubinis et Tadinensibus et aliis qui fugerant licentian redeundi et securitatem vivendi concessit; et ut suas domos restaurarent et terras excolerent sub suo dominio, licentiam eis dedit...». |
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«e come il re Totila diede la certezza e la possibilità, ai Perugini che erano fuggiti, di ritornare e di vivere in tranquillità, sotto il suo dominio, così egli concesse il permesso di tornare e di vivere in tranquillità agli Eugubini, ai Tadinati e agli altri che erano fuggiti; concesse loro inoltre il permesso di restaurare le loro case e di coltivare le terre sotto il suo dominio...». |
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(1) G. SPINI: Disegno storico della civiltà Italiana — Vol. I, pag. 72.
(2) Biblioteca Comunale di Assisi, cod, n. 341.
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E ancora:
«Sulla figura di questo re barbaro (Totila) valga qualche testimonianza di Procopio, che pure era creatura di Belisario, quindi insospettabile. — " Presa che ebbe Napoli (543), Totila spiegò tale umanità verso i vinti, quale non si aspetterebbe da un barbaro " (Procopio III, 8) — Qualche anno prima la città era stata trattata ben altrimenti dagli imperiali. Il re barbaro tiene ad essere giudice imparziale tra Romani ed Ostrogoti a rischio di rendersi sgradito ai suoi; vuoi essere un esempio di moderazione e di timor di Dio. E tutto ciò — mentre, « i duci dell'esercito romano, insieme ai soldati spogliavano i sottoposti dei loro averi, né vi era insolenza o intemperanza da cui si astenevano » (Procopio, III, 9). — Totila infine, e questo fu il suo atto politico più significativo, — " ai contadini... in tutta Italia non recò alcuna molestia, ma li invitò a lavorare liberamente la terra secondo il consueto, pagando a lui i tributi che già prima solevano pagare all'erario e ai proprietari " (Procopio, III, 13); — ne conquistava così la lealtà e ne promuoveva l'elevazione sociale, dato che con questo provvedimento venivano praticamente affrancati» (3), |
un comportamento, questo, che si distingueva nèttamente da quello vessatorio e di spoliazione totale, portato avanti dagli imperiali, che avrebbe spinto le popolazioni italiche a preferire la « libertas barbarica » al governo di Bisanzio.
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(3) A. BOSISIO: L'Italia nell'età barbarica in «Storia d'Italia dalla Civiltà Latina alla nostra Repubblica», Novara 1979, pag. 298.
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Frattanto, riprese le armi contro i Bizantini, Totila vince a Faenza, nel Mugello, tenta un assedio di Firenze, occupa Cesena, Urbino, Montefeltro, Petra Pertusa (4), le varie città dell'Umbria e delle Marche, Benevento, Cuma e Napoli.
Continuando la riconquista del regno i Goti, nel 548, battono i Bizantini a Rossano, riconquistano la Sicilia , devastano le coste della Dalmazia, occupano la Sardegna e la Corsica. Il dominio dei Bizantini in Italia è ridotto ben presto alla sola città di Ravenna, quando l'imperatore Giustiniano, che nel frattempo è succeduto a Giustino, invia in Italia un nuovo esercito per abbattere il regno dei Goti, al comando di Narsete, un vecchio eunuco del gineceo imperiale, già distintosi in passato per fedeltà all'Imperatore, e che era già stato associato a Belisario temporaneamente nella precedente campagna (anno 551).
Va subito, precisato che l'esercito di cui dispone Narsete, forte delle tradizioni militari della romanità e delle esperienze antiche e recenti, è un esercito regolare e disciplinato, agli ordini di un capo che si prefigge lo scopo ben definito .della riconquista di Roma, e che ha chiare le difficoltà da superare per raggiungere il suo obiettivo.
La presenza al suo seguito, di contingenti barbarici, arruolati per fare numero, non altera la fisionomia della spedizione; anzi, allorché un contingente longobardo si dimostrerà indisciplinato, verrà allontanato e costretto a riattraversare le Alpi.
Una conferma dell'efficienza e della organizzazione dell'esercito imperiale è costituita dal fatto che Narsete, come narra Procopio, ne accetta il comando soltanto dopo che vede accolte tutte le sue richieste ed egli è certo della sua capacità e della sua consistenza.
Nelle cronache medioevali si parla di quarantamila uomini, in parte truppe regolari bizantine, in parte mercenari Eruli, Longobardi, Gepidi, Unni e Persiani; e di questo esercito poliglotta rimane traccia anche nei « Memorabilia civitatis Eugubii et aliarum urbium antiquarum in Umbria » che annota « exercitu graecorum et orientalium ». (con un esercito di greci e di orientali) (5).
In questo esercito poliglotta un suolo fondamentale venne sicuramente svolto dai Longobardi. Annota in proposito il Sigismondi:
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(4) E la denominazione usata da Propopio per indicare l'odierno Passo del Furio, situato lungo la Via Flaminia circa 14 chilometri a nord di Cagli, e di particolare importanza poiché costituiva un passaggio obbligato sull'itinerario Ravenna — Roma, tanto che Narsete decise di evitarlo. Per le notizie storiche e topografiche sul Furio, vedi Sigismondi, op. eh., p. 42, nota.
(5) Archivio storico comunale di Gubbio — Fondo Armanni, II — E 18, pag. 44
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NARSETE - Testa marmorea di epoca tardo-romana conservata al Palazzo dei Consoli
di Gubbio. (riproduz. studio Gavirati) |
«Dalla “ Guerra Gotica ” di Procopio si sa che i Longobardi furono mercenari di Narsete (IV, 26) cui dettero un aiuto, forse determinante, — erano oltre 5000 — nella battaglia nella quale fu sconfitto Totila del 552 d.C., e dove essi occuparono il centro dello schieramento. E vero che, secondo Procopio, in seguito Narsete (IV, 33), volendo liberarsi del loro deprecabile comportamento, li rimandò nelle loro sedi, oltre i confini d'Italia perché essi, superando la loro consueta inciviltà, ora si erano messi ad appiccare il fuoco a tutti gli edifici che trovavano e a violentare le donne, trascinandole via dai santuari in cui si erano rifugiate ...non è pensabile che tutti i 5000 Longobardi della battaglia del 552 siano tornati in Pannonia...» (6). |
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(6) G. SIGISMONDI: Nuceria in Umbria , Foligno 1979, pagg. 290-291, note.
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L'Italia dei Goti
Le lunghe e intense vicende, di cui è stata protagonista la gente gotica, riassunte sommariamente, testimoniano la grande usura cui fu sottoposto questo popolo bellicoso, da secoli di guerre pressoché ininterrotte, condotte da un capo all'altro dell'Europa; usura aggravata dalle disastrose condizioni dell'economia e dell'agricoltura, dalle stragi e dalle epidemie, di cui parlano diffusamente gli scritti del tempo.
E, in simili condizioni, non solo appare assurdo pensare ad un incremento demografico, ma appare fuori discussione che le poche nascite riuscissero a compensare, solo in minima parte, l'alto tasso di mortalità che veniva registrato.
Una descrizione fedele di queste condizioni disperate ci viene tramandata dallo stesso Procopio (1):
«Quanti abitavano nei monti (2), macinavano ghiande di quercia come grano e ne facevano pane che mangiavano. Ne avveniva, naturalmente, che i più fossero colti da malattie di ogni sorta, solo alcuni uscendone salvi.
Nel Piceno si dice che ben cinquantamila contadini morissero di fame ed anche ben molti di più di là dal Golfo Jonico.
Quale aspetto avessero, ed in quale modo morissero, essendone stato io stesso spettatore, ora vengo a dire: tutti venivano emaciati e pallidi, la carne loro, mancando gli alimenti, secondo l'antico adagio, consumava se stessa e la bile, prendendo dominio sulle forze del corpo, dava a questo un colore giallastro. Col pro gredire del male ogni umore in loro veniva meno, la cute asciutta pareva di cuoio e aderiva alle ossa e il colore fosco, cambiatesi in nero, li facea parere come torce abbrustolite.
Nel viso erano come stupefatti e come orribilmente stralunati nello sguardo. Quali di essi morivano per inedia, quali per eccesso di cibo, perché essendo in loro tutto il calore naturale delle interiora, se mai alcuno li nutrisse a sazietà, e non a poco alla volta come si fa con i bambini, appena nati, non potendo essi già più dirigere il cibo, tanto più presto venivano a morte.
Taluni furono che, sotto la violenza della fame, mangiaronsi l'un l'altro...ben molti, travagliati dal bisogno di fame, se mai in qualche erba si incontravano, avidamente vi si gettavano sopra e, appuntando le ginocchia, cercavano di estrarla da terra, ma non potendo, perché ogni loro forza era esausta, cadeano morti su quell'erba e sulle loro mani.
Né v'era alcuno che li seppellisse, perché a dar sepoltura niu no pensava; non erano però toccati da alcun uccello dei molti che sogliono pascersi dei cadaveri, non essendovi nulla per questi, poiché come ho già detto, tutte le carni la fame stessa aveva di vorato...
E intanto la fame cresceva... la gente del volgo non mangia va che le ortiche, delle quali ben molte ne crescevano presso le mura e in ogni dove, fra i ruderi della città. E perché quella pianta pungente non offendesse la gola e le fauci, la mangiavano dopo averla cotta: e quando anche ai ricchi fu impossibile acquistare grano, mancato alla città, tutti erano ridotti emaciati; e il loro co lore si era, a poco a poco, mutato in livido rendendoli simili a spettri e molti, mentre camminavano e masticavano fra i denti le ortiche, cadeano morti a terra improvvisamente; e già si mangiavano gli escrementi l'uno dell'altro...molti, tormentati dalla fame, si suicidavano, non trovando più né cani, né topi, né cadaveri, né animali di cui cibarsi...»
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(1) II testo di Procopio viene riprodotto nella traduzione di Domenico Comparetti, edito dalla collana « Le fonti della storia d'Italia ». ( La Guerra Gotica II, cap. 20).
(2) Poiché tutta la « regio tadinatis » si estende a cavallo dell'Appennino Umbro- Marchigiano, quel « quanti abitavano nei monti » appare particolarmente attinente alla realtà delle vicende evocate.
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A questa situazione già disperata vanno aggiunte le conseguenze delle continue guerre e invasioni, le distruzioni, i saccheggi e le stragi.
Riprendiamo da uno dei testi medioevali (3):
«...plures civitates destructae numquam restauratae fuerunt: Martana, Lucana, Trevia, Forum Flamineum, Plestea, Usentula, Rosella, Luciolum, Tadinatum, Tyberina et Eugubia...» |
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«...numerose furono le città distrutte e mai restaurate: Martana, Lucana, Trevi, Foro Flaminio, Pistia, Usentula, Rosella, Luceoli, Umbertide, Gubbio e la città dei Tadinati...». |
Queste erano le condizioni in cui la quasi totalità delle popolazioni italiche affrontavano la vita di ogni giorno, sia in ciò che rimaneva in piedi dei resti di città un tempo popolose e fiorenti, sia nelle campagne ( dispersum per casales ), a causa delle continue guerre e invasioni e per le periodiche devastazioni, che provocavano carestie ed epidemie spaventose.
Né si può ipotizzare che questi flagelli fossero limitati alle sole popolazioni assoggettate, ma investivano naturalmente anche l'elemento dominante che, proprio per essersi riservato l'esercizio delle armi, era anzi maggiormente esposto alla decimazione delle guerre.
Si è già visto infatti che Vitige, nell'anno 538, era stato costretto a desistere dall'assediare Belisario dentro le mura di Roma, a causa della fame e delle pestilenze che ne decimavano l'esercito, e aveva dovuto ripiegare su Ravenna.
In questa situazione se, come ritiene lo Schmidt, la popolazione gota, al momento dell'invasione dell'Italia, nel 489, era di circa cento-mila unità, di cui non più di ventimila potevano essere gli idonei all'esercizio delle armi, se si considera che i sessanta anni della loro permanenza in Italia furono caratterizzati da continue guerre; se si considera infine che questa popolazione si era sparsa per gran parte della penisola, la forza che Totila poteva raccogliere e mettere insieme, nel tentativo di opporsi a Narsete, non poteva superare di molto il numero indicato dal Ciatti, riportato a pag. 29: cinquemila uomini.
Totila poi, davanti all'invasione in atto, anche se è un re guerriero, non ha l'esercito pronto, ma deve affrettarsi a raccoglierlo e metterlo insieme attraverso le varie regioni d'Italia.
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(3) Cronaca Umbra proveniente dal Convento di San Francesco di Assisi (Biblioteca Comunale di Assisi — n. 341, foglio n. 92). Le città enumerate possono essere solo parzialmente identificate, alcune di esse sono totalmente scomparse.
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È evidente quindi che questo esercito raccogliticcio, né forte, né numeroso, né ordinato, né disciplinato si dispone ad opporre all'esercito di Narsete una resistenza senza prospettiva: del resto le condizioni non erano migliori di quelle che appena quindici anni prima avevano indotto Vitige alla resa incondizionata.
Si aggiunga infine che, con la battaglia di Tagina e con quella avvenuta l'anno seguente alle falde del Vesuvio, i Goti escono definitivamente dalla Storia: conferma evidente del loro avanzato stato di decadenza e di debilitazione materiale e fisica, conseguenza inevitabile di guerre condotte in continuazione per tanti anni, da un punto all'altro dell'Europa.
In conclusione non appare fuori luogo affermare che ad opporsi al nuovo esercito di quarantamila uomini, inviato da Bisanzio, non siano presenti che poche migliaia di disperati, la cui sorte è già segnata.
Del resto che l'esercito dei Goti fosse scarso, raccogliticcio e impreparato ci viene confermato dallo stesso Procopio in diversi passi del suo racconto.
Egli scrive che, mentre Narsete è già in Italia, Totila, muovendo da Roma, attraverso la Tustia e l'Umbria, si affretta a raccogliere un esercito e che, il giorno stesso che si accinge ad affrontare la battaglia, attende ancora l'arrivo di un contingente.Inoltre Narsete, sempre secondo il testo di Procopio, il giorno precedente la battaglia,
«...mandò una ambasceria al campo di Totila perché si rendesse conto che egli, capo di pochi uomini raccolti da poco senza alcuna regola, non avrebbe potuto mai combattere molto a lungo con tutto l'Impero dei Romani» (4). |
Come si può constatare, nel testo dello storico greco non mancano chiare dimostrazioni dell'inferiorità dell'esercito goto, che tenta di opporsi a Narsete, anche se, come vedremo più avanti, appare poco verisimile l'invio di questa ambasceria.
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(4) PROCOPIO: VIII — IV, 29, 6.
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La Flaminia attraverso la Regio Tadinatis
Per la ricostruzione storica dell'ultima vicenda dei Goti, e per la individuazione della località in cui avvenne lo scontro fra i due eserciti, assume una rilevanza fondamentale la strada consolare Flaminia e il percorso che seguirono Narsete e Totila in relazione ad essa.
Più in particolare si farà riferimento al tratto della Flaminia a nord di Forum Flaminii , la città che sorgeva a cento miglia di distanza da Roma, in località Pontecentesimo, frazione del comune di Foligno.
Secondo il Radke (1), il primitivo percorso della Flaminia, a nord di Forum Flaminii , proseguiva
«attraverso l'altipiano di Plestea fino a Camerino e, passando attraverso Attidium (2), Tuficum (3), Sentinum (4), raggiungeva il Mare Adriatico a Senigallia, dopo un percorso totale di 198 miglia da Roma» (5). |
Lo studioso tedesco sostiene che su questo tracciato si sarebbe articolato il più antico itinerario della Flaminia, fatta costruire dal console Flaminio nell'anno 223 a.C..
Un secondo percorso della strada consolare, sempre secondo il Radke, che in questa ipotesi riprende una teoria del Gronow (6), sarebbe stato tracciato dal console Sempronio Gracco nell'anno 177 a.C.; di esso rimangono ancora lunghi tratti ben identificabili, a breve distanza dall'attuale Via Flaminia, attraverso la campagna umbra: Nuceria, Tadinum, Helvillum, Hensem, Forum Sempronii, Calem, Fanum Fortunae (Nocera Umbra, Gualdo Tadino, Fossato di Vico, Scheggia, Fossombrone, Cagli, Fano), erano le tappe di questo secondo tracciato.
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1) G. RADKE: Ricerche su Camerino, città umbra . — Milano 1964, pag. 24.
(2) Attiggio, località in comune di Fabriano.
(3) Albacina, sulla S.S. 76.
(4) Sassoferrato.
(5) SIGISMONDI: opera citata , pag. 59.
(6) J.F. GRONOW (1611-1671): studioso tedesco che fu il primo ad identificare con il nome di Via Sempronia l'attuale tracciato della Flaminia, ad occidente dell'Appennino, attraverso Gualdo Tadino, Cagli e Fossombrone ( Forum Sempronii ).
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Questi due percorsi alternativi, divaricandosi dalla località di Forum Flaminiì , superavano gli Appennini il primo al passo di Colfiorito e il secondo al valico di Scheggia.
A nostro avviso, la ricostruzione di questo secondo tracciato è fuori discussione: ne rimangono ancora notevoli vestigia ed è tuttora identificabile gran parte della sede stradale attraverso il territorio del comune di Gualdo Tadino anche se, nel 1500, fu deciso di distruggere questo tracciato per costringere i viaggiatori a passare attraverso la città di Gualdo, che si era sviluppata a monte dell'antico tracciato stradale.
Quanto alla ricostruzione del percorso più antico, la tesi del Radke invece ci sembra difficilmente sostenibile.
La Flaminia nacque come strada di collegamento fra Roma e il Mare Adriatico e, come tutte le strade della romanità, tendeva ad un percorso lineare, che mal si addice a quello indicato dal Radke: Roma — Forum Flaminìi — Plestea — Kamars — Attidium — Tuficum — Sentinum — Sena Gallica ; anche se non è da escludere l'esistenza di una rete stradale e una serie di raccordi fra queste località e la Via Flaminia vera e propria, per cui sarebbe stato possibile compiere il viaggio da Roma a Senigallia, anche seguendo un tale itinerario.
Del resto gli stessi classici parlano di una Via Flaminia a Nuceria per Picenum Anconam (Via Flaminia da Nocera per Ancona, attraverso il Piceno), che attraversava Dubios, Prolaquae, Septempeda, Auximum , pari a 71 miglia (7).
Per un approfondimento di questa problematica appare particolarmente interessante l'indagine, per molti aspetti parallela alla nostra, condotta da Sante Cioli (8).
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(7) Itinerario Antonino del secondo secolo. Di questo tracciato restano nella toponomastica attuale la strada Prolaquense e la strada Septempedana ; Dubios si ritiene che fosse ubicata nella zona di Casaluna ed Auximum è identificabile con Osimo.
(8) SANTE CIOLI: Castrum Collis oggi Colle di Nocera Umbra — Roma, Aprile 1981.
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Questo lavoro, basato essenzialmente sulla scoperta e sulla conoscenza personale di elementi della tradizione, dell'orografia e dell'ambiente, puntualizza il ruolo della viabilità integrativa minore nella vita quotidiana e nei collegamenti fra le varie comunità insediate sui due versanti dell'Appennino umbro-marchigiano, nonché taluni avvicendamenti e varianti di questa viabilità, intervenute attraverso i secoli.
In particolare il Cioli descrive dettagliatamente il tracciato di uno dei raccordi, che collegava i due versanti, attraverso il Valico degli Scannelli, situato nelle adiacenze della frazione di Colle di Nocera Umbra, a quota 836; a custodia di esso sarebbero sorti, nell'alto Medio Evo, i castelli di Salmaregia e di Colle; e il ritrovamento di una necropoli, nella zona di Colle, attesta la presenza di un insediamento notevole in quella località, fin dai tempi antichi.
Nel 1750 poi è stato rinvenuto, nei pressi di Sassoferrato, il Miliarius (9) di Sentinum , una pietra miliare che indica in maniera chiara ed inequivocabile, in 141 miglia la distanza fra Roma e quella località; poiché Forum Flaminii sorgeva a cento miglia da Roma, la distanza fra Forum Flaminii e Sentinum era quindi di 41 miglia , pari a circa 60 chilometri .
Seguendo l'itinerario indicato dal Radke, fra le due località, si sarebbe avuta invece una distanza notevolmente superiore, certo oltre i cento chilometri.
Qual era allora il vero percorso di questa strada?
«Nel 1953 nelle vicinanze di Casaluna (10), in una località detta S. Croce, è stato trovato un cippo miliare a forma di colonna del diametro di 50 cm . e dell'altezza di 186 cm . di pietra calcare del luogo, su cui c'era scritto: Imp (erator) Caesar Vespasianus Aug (ustus) Pontif /(ex) Max (imus) Trib (unicia) Pot (estate) VII Imp (erator) XVII P (ater) P (atriae) Censor Co (n) s (ul) VII desig (natus) VIII. CXV . Ovvero un miliare che segnava il 115° miglio da Roma (CXV). Per le sue dimensioni si ritiene che sia stato trovato dove fu eretto in origine». (11). |
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(9) Il miliarius corrispondeva agli attuali cippi chilometrici posti sulle strade moderne.
(10) Frazione del Comune di Nocera Umbra
(11) S. CIOLI: op. cit. pag. 38.
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Il ritrovamento di questo miliarius prova l'esistenza di una strada, che collegava Nocera Umbra al Mare Adriatico, attraverso quella sperduta località, situata nei pressi di Casaluna, sul versante orientale dell'Appennino, nella zona in cui convergono i confini delle province di Perugia, Ancona e Macerata, dove viene ipotizzata la fecalizzazione di Dubios , località che era raggiungibile anche attraverso il Passo del Termine.
Questa località veniva raggiunta, probabilmente, attraverso una strada sul cui tracciato sarebbe stata ricostruita, nel XVIII secolo, la strada Clementina (12).
Collegando il ritrovamento delle due pietre miliari, si può asserire che il probabile itinerario della Flaminia, tra Forum Flaminii e Sentinum , fosse così articolato: Forum Flaminii, Nuceria , Molinaccio Umbro (13), strada romana di Campodonico (14), Campodiegoli, Sentinum ; da questa località proseguiva, attraverso il territorio di Suasa (15), fino a Sena Gallica , dopo aver percorso le vallate del Topino, del Giano, del Sentine, del Sanguerone e del Cesano, attraverso le gole dell'Appennino Umbro-Marchigiano.
Solo più tardi venne il secondo tracciato, quello indicato dal Gronow come Via Sempronia e da esso, e dalle località che attraversava, nacquero i « diverticula » diretti al versante marchigiano dell'Appennino, con un graduale disuso del tracciato più antico, determinato dalla costruzione del nuovo, ad occidente dell'Appennino.
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(12) La ex strada provinciale Clementina, da qualche anno pressoché inagibile, aveva origine al Km. 176,6 della SS Flaminia e, valicati gli Appennini, si collegava con la « strada romana di Campodonico », altra provinciale che scorre sul versante orientale dell'Appennino.
Il tracciato della Clementina risale ufficialmente al 1733, anno in cui Clemente XII ne dispose la riapertura attraverso la Valle del Peggio, fino al valico. Con l'apertura dell'attuale strada provinciale del Monte Alago, la Clementina è tornata ad uno stato di totale abbandono, determinato anche dallo spopolamento della zona.
(13) Frazione del comune di Nocera Umbra, situata sul versante orientale dell'Appennino.
(14) Strada provinciale in comune di Fabriano, che ha inizio dalla SS 361 « Prolaquense », attraversa Molinaccio Umbro e raggiunge Sassoferrato, attraverso il fondovalle marchigiano. Gran parte dell'antico tracciato è stato distrutto recentemente in occasione della costruzione della linea ferroviaria Roma-Ancona, della variante alla SS 76 « della Val d'Esina » e, infine, della nuova « strada provinciale di Campodonico », costruita nel 1970. Campodiegoli e Campodonico sono due frazioni del comune di Fabriano toccate da questa strada.
(15) Città romana che sorgeva nella zona di San Lorenzo in Campo, in provincia di Pesaro.
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Possiamo quindi concludere che il più antico tracciato della Flaminia, che risale all'anno 223 a .C., non era quello indicato dal Radke, ma piuttosto quello da noi ricostruito, e ciò in base alle seguenti argomentazioni.
1) la distanza fra Sentinum (posta a 141 miglia da Roma) e Forum Flaminii (posta a cento miglia da Roma) appare più rispondente alla realtà secondo questo tracciato che non secondo il tracciato indicato dal Radke;
2) II ritrovamento delle due pietre miliari, nell'agro sentinate e nella località di Santa Croce, costituiscono fatti certi e inoppugnabili, mentre i cosiddetti « itineraria », ricavati dagli scritti dell'antichità, sono il frutto di trascrizioni non sempre attendibili, inquinate da interpolazioni ed errori di scritturazione, molte volte persino tramandati a memoria.
3) Più a nord, della zona di San Lorenzo in Campo, dove sorgeva la città di Suasa , è tuttora viva la tradizione che quelle località, in antico, erano attraversate dalla Flaminia.
4) Le condizioni orografiche del terreno sono tali per cui la strada, su tale tracciato, risultava di facile costruzione e di agevole scorrimento, non richiedendo opere di notevole impegno, come ponti e gallerie.
5) Questo tracciato appare tuttora come la più rapida via di collegamento fra Roma e il Mare Adriatico.
6) II toponimo « strada romana di Campodonico », tuttora nell'uso corrente, è il residuo di una tradizione, sopravvissuta attraverso i secoli, ma che inizialmente ebbe una connessione con Roma e la strada costruita dai romani.
Realisticamente non ci sembra infine da escludere che, nel tormentato tratto appenninico, il tracciato della strada consolare, attraverso i secoli, abbia subito delle correzioni contingenti, per ragioni strategiche, o per fatti di natura politica o locale.
Uno di questi fatti fu lo sviluppo del « municipium » tadinate, che determinò il dirottamento della Flaminia ad occidente dell'Appennino, attraverso quella che sarebbe diventata la «regio tadinatis».
Del resto, anche per il tratto della Flaminia, che andava da Roma a Forum Flaminii , si conosce più di un unico tracciato.
Pertanto è verisimile che, nella zona, esistessero i seguenti itinerari:
- Via Flaminia (costruita nel 223): Forum Flaminii — Nuceria — P. del Termine (o degli Scannelli) — Sentinum — Suasa — Sena Gallica ;
- Via Flaminia (costruita nel 177 a .c.): Forum Flaminii — Nuceria — Tadinum — Helvillum — Hensem — Ca-lem — Forum Sempronii — Fanum Fortunae (indicata come Via Sempronia);
- Via Flaminia « a Nuceria, per Picenum — Anconam », attraverso il Passo del Termine, Dubios, Prolaquae, Septempeda, Auximum ;
- Via Flaminia « ab urbe per Picenum — Anconam»: Forum Flaminii, Plestea, Kamars, Tuficum , ecc., come sostenuto dal Radke.
Questi itinerari principali ovviamente si collegavano a raccordi e combinazioni varie, di carattere locale, e a viabilità integrativa minore di diversa, importanza, attraverso i numerosi valichi che caratterizzano la catena appenninica nella zona.
Il primo di questi valichi, salendo da Nocera verso nord, si incontra al passo del Termine (quota 865), il secondo al passo degli Scannelli (quota 836), il terzo in località Valsorda (quota 1005), il quarto in località Valmare (16), nel punto di convergenza fra i confini dei comuni di Gualdo Tadino, Fossato di Vico e Fabriano (quota 1050), il quinto in località Chiaromonte (quota 892), e infine il sesto è costituito dall'angusta e tortuosa gola in fondo alla quale scorre il fiume Semino, in comune di Scheggia e Pascelupo.
L'esistenza, nei tempi antichi, di queste vie di comunicazione fra i due versanti dell'Appennino, oggi ridotte a viottoli per pastori e cacciatori, per appassionati della montagna e del motocross, è storicamente certa: oltre allo studio del Cioli, per il Passo degli Scannelli, ricordiamo quello del Sigismondi per il « diverticulum ab Helvillo — Anconam » (17) che attraversava il valico di Chiaromonte, in comune di Fossato di Vico.
Agli effetti di questa indagine che la primitiva Via Flaminia valicasse gli Appennini e scendesse sul versante orientale al Passo del Termine (Nocera Umbra), o al Passo degli Scannelli (Colle di Nocera), o in entrambi i valichi non assume rilevanza; ha solo importanza il fatto che esisteva certamente un percorso della Flaminia a nord di Gualdo Tadino anche sul versante orientale dell'Appennino.
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(16) II valico di Valmare rappresentò per secoli la via di collegamento fra la « regio tadinatis » e l'Abbazia di S. Maria dell'Appennino.
(17) Vedere dettagliatamente l'Appendice alla monografia sulla battaglia fra Totila e Narsete.
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Helvillum, il Diverticulum, il Nofegge
Helvillum (1), identificata erroneamente per lungo tempo con la odierna Sigillo, era situata sulla Flaminia a 124 miglia da Roma. Sorgeva nella zona compresa tra Borgo di Fossato di Vico e il cimitero, presso lo svincolo stradale fra le SS 3 (Flaminia) e 76 (Val d'Esino), dove è ancora visibile un ponticello di costruzione romana, sul Fosso Rigo , che scorre alle falde del colle di Fossato, e dove sono venuti alla luce dei reperti archeologici.
Ai tempi di maggior splendore della romanità Helvillum fu un
« vicus » di una certa importanza perché « statio » sulla Flaminia, anche se non giunse mai ad essere un « municipium » (2). |
Si tratta di una localizzazione sicura, confermata, oltre che dai vari « itineraria » (3), in particolare dal ritrovamento di un cippo dedicato dagli Helvillates (abitanti di Helvillum ) al dio Marte (4), in una località del comune di Fossato di Vico, chiamata Aja della Croce.
Aggiungiamo che, secondo l'itinerario Gaditano, Helvillum era posta a sedici miglia di distanza da Nuceria (5) e che, secondo l'itinerario Bordigalense , era a sette miglia di distanza da Ptanias (6), che a sua volta distava otto miglia da Nuceria .
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FOSSATO DI VICO - Il cippo dedicato a Marte dagli abitanti di Helvillum. La scritta mutila recita testualmente: MARTI SANCTO SACRUM P-IVVENTIUS IUSTI (...) VOTUM SOLVIT LIBES MERITO LOCUS DATV (s)
(A Marte Santo P. Iuvenzio Giust (...) scioglie il sacro voto luogo convenientemente dedicato ai sacrifici dagli abitanti del vilaggio di Helvill...)
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La zona prospiciente all'attuale cimitero di Fossato di Vico può pertanto essere identificata, con una certa precisione come l'area in cui sorgeva Helvillum .
È comunque escluso che questa potesse essere identificata con l'odierna Sigillo (7).
Non si hanno elementi che consentano di ipotizzare la dimensione di Helvillum e la sua eventuale estensione lungo il tracciato della Flaminia; esiste tuttavia un tratture di campagna, a oriente della strada consolare, che inizia nei pressi del cimitero, attraversa i vocaboli di Teio, Fronzolesco e Burella, dove si sono trovate pietre di antiche costruzioni, e si congiunge alla strada che da Purello saliva al valico di Chiaromonte.
Si può quindi ritenere che l'abitato di Helvillum si estendesse sulla fascia collinare a oriente della Flaminia, fra il Fosso Rigo e il Fiume Vetorno.
Che presso Helvillum si divaricasse dalla Flaminia la strada diretta verso il territorio Piceno, nota con il nome di « diverticulum ab Helvillo — Anconam », è documentato anche dall'itinerario Antonino (8).
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(1) Per la localizzazione di Helvillum, vedere Sigismondi: op. cit.; pagg. 55 e segg.
(2) G. SIGISMONDI: op. cit.
(3) Gli Itineraria erano elenchi, diffusi nell'Impero Romano, che contenevano i nomi e le distanze delle città situate sulle grandi vie di comunicazione. Sono noti gli itinerari: Antonino (compilato ai tempi di Caracalla), Gaditano (conteneva i nomi delle località situate sulla strada fra Roma e Cadice) e Bordigalense (per il percorso da Bordeaux a Gerusalemme), compilato fra il 333 e il 337 d.C.
(4) Nel 1868, durante i lavori di scavo eseguiti in comune di Fossato di Vico, vennero rinvenuti reperti archeologici con dediche alla dea Cupra, redatte in lingua umbra. Per ulteriori notizie cfr. Sigismondi: opera citata.
(5) La distanza di 16 miglia da Nuceria (pari a circa 23 chilometri e mezzo), cade circa un chilometro a nord dell'incrocio di Osteria del Gatto; quella di sette miglia da Ptanias (pari a 12 chilometri ) arriva alla salita delle Moiette, fra il cimitero di Fossato di Vico e Purello.
(6) Ptanias , in virtù della sua distanza da Nuceria , è identificabile con la città dei Tadinates (cfr. dettagliatamente Sigismondi, op. cit. pag. 15); a nostro avviso una spiegazione di questo nome inconsueto, attribuito alla città tadinate, può essere la seguente: il nome del municipium abitato dai Tadinates non è mai menzionato, in alcun testo che si conosce, al nominativo, ma sempre al genitivo, come terra dei Tadinates o città dei Tadinatum ; nei documenti medioevali invece la città è nota come Taynum e, nella sua denominazione, è già scomparsa la lettera «d»; probabilmente la dizione iniziale, evoluta in Taynum , era Tajnas , da cui il nome di Tajnates e Tadinates : una delle metatesi e interpolazieni, frequenti nelle trascrizioni manuali dei testi dell'antichità, a volte tramandati anche a voce, può aver trasformato Tajnas in Tanjas , diventato poi per altro errore, o per adattamento di pronunzia Ptanias , come riporta il Bordigalense .
Del resto, nella toponomastica locale, questo non è il solo caso di confusione fra la dentale «D» e la gutturale «G»; ricordiamo la evoluzione del frequente toponimo « podium » in « poggio » e di « madium » in « maggio ».
(7) Secondo il Borman e il Sigismondi, le origini di Sigillo potrebbero risalire agli antichi Suillates, menzionati da Plinio, nella « Naturalis Historia », fra le genti umbre.
(8) Vedi nota pag. 49.
(9) G. SIGISMONDI: Nuceria in Umbria — Ed. Ediclio — Roma 1974 - pag. 111.
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Il Sigismondi ipotizza in proposito (9) che le 141 miglia di distanza fra Sentinum (10) e Roma indicate dal « miliarius » (11) rivenuto in quella località, dovessero essere calcolate sulla Flaminia fino ad Helvillum , e quindi sul « diverticulum », fra Helvillum e Sentinum . Ma è solo un'ipotesi.
Il tracciato di questa strada, nel contesto di questa indagine, ha una importanza fondamentale.
Dell'esistenza, e dell'uso di questo itinerario da parte dei Vescovi di Nocera per le loro « visitationes » periodiche nelle parrocchie ubicate sul versante marchigiano degli Appennini, esiste ampia documentazione nell'archivio diocesano (12).
L'attuale valico di Fossato, aperto nel XVIII secolo, non era agibile nel Medio Evo; pertanto il tracciato del « diverticulum » non poteva essere che quello indicato nella « Diocesis Picta » (13) conservata presso la Curia Vescovile di Nocera Umbra.
La « Diocesis Picta » tuttavia non è una mappa topografica; da essa può essere desunto il tracciato di questa strada solo approssimativamente; costituisce tuttavia una prova ulteriore dell'esistenza di questa antica via di comunicazione.
«Il diverticulum, oggi per lunghi tratti completamente scomparso, attraversato l'Appennino nella zona in cui convergono i confini dei comuni di Sigillo, Fossato di Vico e Fabriano, « per montem » discendeva all'Abbazia di San Cassiano, in comune di Fabriano, consentendo di raggiungere le parrocchie marchigiane che erano sottoposte alla giurisdizione ecclesiale dei Vescovi di Nocera» (14). |
Nel tardo Medio Evo inoltre, in virtù di questa strada, si sarebbero estesi, prima il Ducato di Spoleto e la Diocesi di Nocera, e successivamente le rivendicazioni territoriali del Comune di Perugia fino a Sentinum e a Rocca Contrada (Arcevia).
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(10) Città che sorgeva presso l'odierna Sassoferrato.
(11) Il miliarius sta la pietra miliare con cui venivano indicate le distanze da Roma, lungo il percorso delle Vie Consolari.
(12) G. SIGISMONDI: op. cit.
(13) Pittura che riproduce l'intero territorio della Diocesi di Nocera Umbra; fu copiata nel 1784 da una preesistente che era conservata presso la Curia Vescovile.
(14) G. SIGISMONDI: op. cit.
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La «Diocesis Picta»: al centro il tracciato della Flaminia, in alto a destra il «diverticulum».
Salendo verso l'alto i centri di Nocera, Gualdo, Fossato e Sigillo; oltre i monti Sassoferrato. |
La costituzione della Diocesi di Nocera, Gualdo e Sassoferrato, quantunque sia stata realizzata, per concentrazione delle preesistenti, soltanto intorno al mille, fu conseguenza di un sistema viario che esisteva a cavallo degli Appennini; essa risultò dalla aggregazione di diverse comunità cristiane attorno ad un'unica cattedra episcopale, che finì poi per coincidere con i centri di potere politico, all'avvento dei Vescovi-Conti e l'affermarsi di un « comitatus » nocerino all'interno del Ducato di Spoleto. E un documento del 1281, conservato presso l'archivio comunale di Todi, conferma che i confini dei « comitatus » in genere coincidevano, con lievi varianti, con quelli delle Diocesi (15), passati pressoché indenni attraverso l'esperienza longobarda.
Anche questo conferma pertanto che, nell'Alto Medio Evo, in cui si costituirono la Diocesi e il « comitatus » di Nocera, esisteva nella zona un sistema viario formato dai due tracciati della Flaminia, a oriente e ad occidente dell'Appennino Umbro-Marchigiano, e da vari « diverticula » di collegamento fra di loro; il più noto di essi, anche perché riportato in vari «itineraria» era il « diverticulum ab Helvillo — Anconam ».
Per completare il quadro aggiungiamo tutta una tradizione di intensi contatti, fra le popolazioni stanziate sui due versanti della dorsale appenninica, di contatti e di contrasti fra boscaioli, pastori e agricoltori (quali erano gli abitanti di allora), per interessi di terreni, di pascoli, di boschi. Rimangono come tangibile ricordo di questa consolidata familiarità nello spaziare al di qua e al di là degli Appennini i così detti « abutinati » (16).
Rapporti e antagonismi così intensi e così profondi non esistevano, ad esempio, fra le popolazioni della vallata attraversata dalla Flaminia e le popolazioni umbre stanziate a occidente di essa (zone di Assisi, Gubbio e Valfabbrica).
Queste risultavano anche etnicamente diverse e parlavano un'idioma meno affine, almeno fin quando, nelle campagne, con la fine della civiltà patriarcale, le migrazioni interne, caratteristiche degli ultimi decenni, non hanno confuso questi caratteri, le stirpi e i dialetti.
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(15) S. BERTELLI: Il potere oligarchico nella città-stato medioevale . La Nuova Italia editrice — Firenze.
(16) Con questa denominazione, derivata dalla dizione latina «ab utor » ( = dall'usare) sopravvivono ancora una serie di usi civici, goduti dalle popolazioni del versante umbro, su alcuni territori del versante marchigiano, in virtù di un uso che risale a tempi immemorabili.
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La Diocesi di Nocera, Gualdo e Sassoferrato. Evidenti le due arterie che correvano ai lati della catena appenninica che sarebbe poi diventata il confine di Regione fra Umbria e Marche, dividendo a metà il territorio della Diocesi. |
Alla luce di quanto esposto fin'ora si può asserire che, ai tempi di cui si scrive, questo complesso viario, sviluppatesi nei secoli d'oro della pax romana, solcasse località desertiche, dove non esistevano più città e centri abitati; i pochi superstiti vivevano isolati nelle zone più impervie e inaccessibili dalle strade, o in sparute comunità, disperse fra i boschi ( dispersum per casales ).
Anche se può apparire ripetitivo, il concetto dello spopolamento quasi totale del territorio in cui ebbe epilogo la vicenda storica dei Goti è fondamentale per comprendere gli eventi di questi secoli.
Annotiano a questo riguardo:
il « municipium » tadinate era ridotto ad un semplice « vicus »;
«... Roma era ridotta poco meno di un deserto...» (17)
«...Milano era circondata da mura il cui perimetro non superava i tre chilometri...» (18),
«...la popolazione italiana...nel V secolo... era di 5-6 milioni assegnabile dal Doron (Italianiche Wirtscaftsgeschichte)...» (19).
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Partendo da questi elementi, se si considera che ai nostri giorni su quella che era la « regio tadinatis » sono insediati circa venticinquemila abitanti, e che la zona fu una delle più esposte d'Italia ai fenomeni, agli orrori e alle conseguenze dei diciassette anni della guerra gotica, si può asserire che ai tempi di cui si scrive, fatte le debite proporzioni, gli abitanti sopravvissuti non potevano essere molte migliaia.
La cosa spiega anche la scomparsa di quasi tutta la toponomastica latina (oltre che dei centri abitati) e la necessità per i Bizantini di insediare nella zona nuovi popoli quando dovettero presidiare questo territorio per garantirsi il controllo dei collegamenti fra Roma e Ravenna, dopo la riconquista dell'Italia.
E questi popoli nuovi, insediati in questa zona con il compito di « castra et civitates defendere et terram colere » (difendere città e presidi e coltivare la terra), avrebbero dato origine anche ad una nuova toponomastica di cui restano tracce evidenti nell'uso ancora corrente.
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(17) G. SPINI: Disegno storico della civiltà italiana — Vol. I — Roma 1952, pag. 74.
(18) N. RODOLICO: Sommario Storico — Vol. I — Firenze 1938, pag. 158.
(19) F. LANDOGNA: Caratteri e limiti delle dominazioni straniere in Italia nel Medioevo in Antologia della Critica Storica — Torino 1952.
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FOSSATO DI VICO: il ponte sul Fosso Rigo, al centro della zona in cui sorgeva Helvillum. Il ponte sorge a breve distanza dallo svincolo stradale fra la S.S. Flaminia e la S.S. della Val d'Esino, nell'area adiacente al cimitero di Fossato di Vico. |
Quanto a ciò che rimane del « diverticulum » gli « itineraria » lo definiscono « ab Helvillo », cioè proveniente da Helvillum ; ma poiché questa città è completamente scomparsa e non si hanno elementi per definire la sua reale estensione, è problematico affermare quale fosse in realtà anche tutto il tracciato del « diverticulum » sul versante umbro, tanto che bisognerà lasciarci guidare anche dalla orografia. Sicuramente i tracciati furono più d'uno e confluivano comunque tutti al valico di Chiaromonte, mentre situazioni contingenti condizionarono l'uso e il disuso delle diverse varianti, secondo la consuetudine tipica delle scorciatoie; una consuetudine questa che era necessariamente diffusa in un periodo in cui i mezzi di comunicazione erano tutt'altro che veloci.
Il tracciato principale del « diverticulum » era certamente quello che scendeva dal valico in direzione di Roma, attraverso il canalone che si apre a sinistra della SS 76 subito dopo l'uscita dalla prima galleria procedendo in direzione di Fabriano, e che si collegava alla Flaminia nell'abitato di « Helvillum ».
Di un secondo tracciato parla il « Liber Statutorum Terrae Sigilli (20)» (libro degli Statuti della terra di Sigillo) che descrive una diramazione che, dal valico, scendeva per il versante nord-occidentale del Monte Nofegge collegandosi alla Flaminia nel centro abitato di Sigillo.
Un terzo tracciato, che si affermò particolarmente dopo la distruzione di Helvillum , allorché crebbero nel corso del Medio Evo certi motivi di interesse strategico a Purello e a Ghèa (21), scendeva dal valico attraverso la vallata del Vetorno e la gola della Vergata, costeggiando il fiume fino all'abitato di Purello dove si collegava alla Flaminia; questa terza variante proseguiva inoltre, attraverso il territorio di Ghèa ad occidente della Flaminia, in direzione del Chiascio e del territorio eugubino, secondo un itinerario che sarebbe diventato noto più tardi come « strada del distrutto ».
I tratti che restano di questi antichi tracciati risultano particolarmente danneggiati dalle acque dilavanti, dalla coltivazione di cave, dall'uso di mezzi cingolati; la strada a volte è necessario cercarla attraverso la boscaglia cresciuta disordinatamente, a volte risulta incisa sulla viva roccia dal secolare rotolare delle ruote dei carri, mentre in brevi tratti si conservano muriccioli che danno il senso della vetustà ad un'opera costruita con raziocinio.
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(20) Libro degli Statuti del Territorio di Sigillo.
(21) A Ghèa sorse nell'Alto Medio Evo un castello che controllava le comunicazioni con il territorio eugubino.
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Percorrendo in direzione nord l'attuale strada Flaminia, nell'attraversare l'abitato di Purello, tra Fossato di Vico e Sigillo, dove il fiume Vetorno, uscendo dalla gola della Vergata, attraversa la strada consolare, al km. 199, quest'ultima svolta bruscamente sulla sinistra all'uscita dal ponte del Vetorno, per evitare il ripido pendio di un contrafforte montano brullo e scosceso.
Il pendìo si presenta ripido e pressoché inaccessibile e, con alcune articolazioni, continua per circa un chilometro fino alle porte di Sigillo, dove il fiume « la Dorìa » ne delimita la massa declive che, in alto, si salda al massiccio principale del Monte Cucco.
Questo avamposto montuoso del Monte Cucco viene indicato nelle mappe topografiche come Monte Nofegge ed era coperto da prati perenni fino agli anni '70 quando fu oggetto di un rimboschimento.
Il Nofegge presenta in basso una circonferenza di circa due chilometri che si restringe rapidamente salendo a quote più alte dove raggiunge oltre 1.000 metri di altitudine rispetto ai 500 metri dell'abitato di Purello.
Il Nofegge si presenta nettamente staccato dal resto della catena appenninica, alla quale è collegato da una sella, ed è caratterizzato, per tutto il suo perimetro, da ripidi e scoscesi versanti che lo rendono pressoché inaccessibile dal basso.
La prima diramazione del Nofegge è quella che incombe sul centro abitato di Purello, la seconda è quella che sovrasta il vicino nucleo di Borghetto a poche centinaia di metri di lontananza, mentre una terza sul versante nord-occidentale reca ancora traccia dell'antica mulattiera che, partendo dall'Aia di Fabriano, alle porte di Sigillo, saliva fino al valico.
Per la ripidità dei pendìi, se si eccettua quello collegato al massiccio principale dell'Appennino (la sella), la parte superiore del Nofegge si presenta agevolmente accessibile solo arrivando dal versante marchigiano. Ed appunto attraverso la sella, che unisce il Monte Cucco e il Monte Nofegge, passava anche la strada che collegava Sigillo al Valico di Chiaromonte, dove si univa al « diverticulum ad Helvillo-Anconam », una strada che non è stata mai più di una semplice mulattiera e della quale resta soltanto una tenue traccia sul costone occidentale del monte. Di questa strada,
«completamente abbandonata in seguito all'apertura dell'attuale valico di Fossato, resta memoria nella toponomastica locale; la tenue traccia appenninica, ancora esistente, si chiama strada del postiglione , perché per essa passavano le vetture del servizio postale», (22) fino alla fine dell'ottocento. |
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(22) G. SIGISMONDI: op. cit ., pag. 63.; la tenue traccia appenninica diventa ogni giorno più difficile da identificare, consumata dal disuso e dal tempo.
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Tagina
Lo stato di abbandono e di disgregazione sociale dell'intera vallata è un elemento dal quale non si può prescindere per una esatta e fedele ricostruzione delle vicende di cui ci occupiamo.
Le orde barbariche, che erano calate ripetutamente su Roma attraverso la Flaminia , negli anni precedenti e successivi alla caduta dell'Impero, i lunghi anni di saccheggi di cui furono protagonisti gli stessi Goti, avevano distrutto ogni insediamento.
Le comunità preesistenti, di discendenza umbra e latina, sopravvissute ai saccheggi e alle stragi, avevano sicuramente abbandonato una zona cosi esposta alle offese, ritirandosi in località più sicure.
Non deve meravigliare quindi che, al momento della nuova invasione guidata da Narsete, di tutti i popoli e le città della vallata sussistesse nella toponomastica e nell'uso corrente il solo nome dell'ex municipium romano che sorgeva nei pressi della odierna Gualdo Tadino.
Anche se, come scrive Procopio, esso era scaduto alla dimensione di (= villaggio), conservava tuttavia rovine e ruderi che, secondo la tradizione e le cronache medioevali, erano ancora imponenti qualche secolo più tardi.
Così può essere spiegata la sopravvivenza della denominazione « regio tadinatis » nei testi medioevali, quantunque l'unica cartografia del Medio Evo, la Tabula Peutingeriana , dimostri che fra Nuceria ed Helvillum non esisteva più la città dei Tadinati.
Per questi motivi probabilmente, nella narrazione dello storiografo bizantino, non si fa menzione né di Helvillum né di altre località e la vicenda, che si svolse nella zona, finì con l'assumere il nome della sola entità geografica e toponomastica esistente: Tagina , degradazione del nome del capoluogo decaduto.
Tagina entrò nei resoconti dei comandanti della spedizione, che senza dubbio venivano periodicamente inviati a Bisanzio, e Tagina entrò nei racconti e nelle narrazioni, più o meno fantasiose dei reduci.
«Questi comandanti e soldati, osservava Romano Maurizi, in qualunque esercito, raramente possono indicare con un nome il luogo dove accadde un fatto d'arme; e necessariamente si riferiscono ad una città o località più nota, più importante o più vicina.
Le celeberrime battaglie di Waterloo e di Zama, ad esempio, non avvennero affatto sotto Waterloo e Zama». (1).
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Il villaggio di Tagina sorgeva nel punto focale dell'arco appenninico, in cui si aprono i valichi montani indicati, e la sua importanza militare, per la ubicazione strategica, era già stata rilevata dai Romani. Così infatti ne parla uno dei codici medioevali:
| «... ex utraque parte viae Flaminiae, in decoro situ, in planitie, aquis irrigua, constructa fuit ab incolis patriae quam Romani victores carius tenerunt. In qua tabernae et hospitia et victualia militibus et consulibus et ducibus et imperatoribus transeuntibus et ibi repausantibus tribuebant; et ita quae erat quondam villula cum paucis tabernaculis, facta est civitas copiosa, confines suos cum Eugubia, Asisia, et Camerinum habens...» (2); |
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«...su entrambi i lati della via Flaminia fu costruita degli abitanti del territorio, in un luogo meraviglioso, pianeggiante, irrigato dalle acque, e i vincitori romani la tennero molto a cuore. In essa le taverne assicuravano vitto e alloggio alle legioni, ai consoli e ai comandanti e agli imperatori in transito, che ivi si ristoravano; e così quello che una volta era un piccolo paese, con pochi tuguri, fu trasformato in una ricca città che aveva i suoi confini con Gubbio, Assisi, e Camerino...»;
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| ...Tadinatum civitas quae in situ pulcherrimo, in planitie sita erat, sub montibus Appenninis..., per cuius medium via regia rei publicae Flaminea, per agrum publicum missa et directa a Roma in Flamineam provinciam quae nunc Romandiola dicitur...» (3). |
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«...la città dei Tadinati che era ubicata in una località meravigliosa, in pianura, ai piedi degli Appennini..., attraversata dalla Flaminia, regina delle strade della repubblica che, attraverso l'agro pubblico, è diretta da Roma verso la Provincia Flaminia , che ora viene chiamata Romagna…» |
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GUALDO TADINO: Il Pozzo di Taino, in località Rasina, unico vestigio rimasto dell'antico «municipium» dei Tadinati.
Sullo sfondo l'attuale città di Gualdo Tadino, ai piedi del Serrasanta. |
Secondo la narrazione di Procopio, Totila, risalito da Roma attraverso la Flaminia per opporsi a Narsete, pose il suo accampamento presso questo centro abitato. Ancora oggi, del resto, si può costatare che, dalle adiacenze della stazione ferroviaria di Gualdo Tadino, dove il fiume Feo interseca il tracciato della Flaminia antica, e dove probabilmente si trovava l'accampamento dei Goti, si controlla ad occhio nudo, specialmente con il bel tempo (e non si dimentichi che si era in estate), qualsiasi movimento avvenga su tutto l'arco appenninico compreso fra Scheggia e Nocera Umbra (4).
E evidente che Totila, disponendo di un esercito scarso, non può presidiare tutti i valichi che si aprono negli Appennini; si limita così a controllarli da lontano, pronto ad accorrere là dove le circostanze lo richiederanno.
Aggiungiamo che Totila, in attesa di ulteriori, rinforzi, come scrive lo stesso Procopio, si affretta incontro all'esercito invasore, provenendo da Roma attraverso la penisola e seguendo la Flaminia. Accampandosi nei pressi di Gualdo Tadino egli era in condizioni di ricevere rinforzi e rifornimenti che potevano arrivargli dall'Umbria e dalla Toscana, attraverso le vallate del Rasina e del Chiascio che, appunto nei pressi di Gualdo Tadino, aprono un varco nel sistema collinare preappenninico, che divide la pianura umbra dalla vallata percorsa dalla Flaminia, e la cui cima più nota è il Subasio.
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(1) Romano Maurizi (Gualdo Tadino 1892-1982) è stato un insigne cultore delle vicende storiche locali, autore di numerose pubblicazioni per le scuole.
(2) Memorabilia civitatis Eugubii et aliarum urbium antiquarum in Umbria — Archivio storico comunale di Gubbio — Fondo Armanni II — E 18, pag. 28.
(3) Cronaca di Gualdo, proveniente dal Convento di San Francesco di tale città . — Biblioteca Vaticana — Fondo Ottoboniano — Cod. 2666, pag. 18.
(4) II fiume Feo ha origine dalle sorgenti della Rocchetta, nei pressi di Gualdo Tadino e, confluito nel Rasina, si versa nel Chiascio, dopo aver attraversato la Flaminia e l'intera vallata, in direzione est-ovest.
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Narsete attraverso l'Italia
Dopo aver fornito un quadro della situazione politica del tempo, dell'ambiente in cui si svolsero le vicende e dei protagonisti, riprendiamo l'esame dei fatti.
Narsete, dopo il suo arrivo in Italia, muovendo alla volta di Roma con una specie di guerra lampo, evita di entrare in contatto con vari presidi che incontra nel Veneto e nella Romagna. Egli sa infatti che ogni ritardo consentirebbe alle forze dei Goti di radunarsi e organizzarsi: frettolosi ponti di barche consentono di attraversare gli stagni, i fiumi e le località acquitrinose del litorale.
Un primo esercito goto viene evitato presso Verona, un secondo viene sopraffatto presso Rimini (1), dove terminava l'antica Flaminia.
Il condottiero, apparso appena a Ravenna, stringe i tempi, consapevole della pochezza, della divisione e della impreparazione degli avversari. Senza perdersi in operazioni secondarie, egli punta decisamente su Roma, attraverso la strada consolare Flaminia, che costituiva e rimane il più rapido collegamento fra la città e il litorale romagnolo.
E una prova che a Bisanzio, più che la conquista dell'Italia, interessa la riconquista di Roma, come dimostreranno le vicende storiche dei secoli seguenti (2).
Narsete tenta un colpo di prestigio: se punta direttamente su Roma, egli sa che attirerà inevitabilmente su di sé l'esercito avversario in forze; invece la conquista sistematica di tutte le città presidiate dal nemico risulterebbe tatticamente inutile e dispendiosa. Eliminato il fulcro della resistenza avversaria, i vari focolai periferici si spegneranno inevitabilmente da sé.
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(1) Al ponte sul Marecchia ( Fluvius Ariminum ), dove cade il capo dei Goti Usdrila.
(2) II dominio di Bisanzio sull'Italia, dopo la distruzione del regno goto, si ridusse ben presto al Ducato romano e alla Pentapoli romagnola, costituendo l'embrione di quello che sarebbe poi diventato il potere temporale dei Papi.
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IL PERCORSO DI NARSETE DA RAVENNA A TAGINA
rispetto alla Flaminia indicata in tratteggio
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Narsete quindi discende dalla Romagna verso Roma, mentre Totila, muovendo da Roma attraverso la Tuscia et Umbria (3), cerca di mettere insieme un esercito.
L'esercito bizantino segue la Flaminia , sino a Fano; ma la presenza di un ulteriore contingente di Goti, che presidia il Passo del Furlo ( Petra Pertusa ), pone il dilemma: o rastrellare e ripulire l'ampia e impervia zona montana circostante, che domina la strada, o deviare sulla sinistra per aggirare l'ostacolo, senza tuttavia allontanarsi troppo dalla Flaminia. Procopio precisa infatti che questa era tutta in mano ai Goti e «senza libero passaggio». Del resto non occorrevano migliaia di uomini per insidiare il transito sulla Flaminia nel tratto montuoso fra Fossombrone, Cagli e Scheggia.
Sempre stando al testo di Procopio, Narsete compie pertanto una disgressione dalla Flaminia,
«sia per non perdere tempo, sia per evitare con azione secondaria, di trascurare ciò che era più importante e necessario fare (4)». |
Egli quindi si lascia sulla destra la Flaminia , evita di entrare in contatto col nemico a Petra Pertusa , e scende lungo la vallata del Cesano prima e del Sanguerone (5) poi, fino all'odierna Sassoferrato (6). Si riserva quindi di riguadagnare la Flaminia alla prima favorevole occasione, sorprendendo l'avversario su uno dei molti valichi di cui conosce senza dubbio la dislocazione, per essere stato al seguito di Belisario, nel corso della precedente campagna, durante la quale il percorso fra Ravenna e Roma e viceversa fu coperto in più di una circostanza, date le alterne vicende di quella guerra (7).
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(3) Regione della Diocesis Italiciana , secondo il riordinamento dell'Impero disposto da Diocleziano (Sigismondi: op.cit .., pagg. 14 e 47).
(4) PROCOPIO: VIII — IV, 28 — 11.
(5) Fiume dell'area Sentinate che, secondo la tradizione, deriva il suo nome dall'affossamento delle sue acque determinato dal massacro dei popoli italici, coalizzati contro Roma, nel corso della III guerra sannitica ( 295 a .C.).
(6) Qui sorgevano i resti dell'antica Sentinum .
(7) Secondo alcuni degli storici, che si sono occupati nella vicenda, la battaglia sarebbe avvenuta fra Brescello, Parma e Guastalla, ma l'affermazione di Procopio che Narsete marciò verso sud, a sinistra della Flaminia, è chiara ed inequivocabile. Cade di conseguenza questa versione, seguita inspiegabilmente da una serie di autori, fra i quali Biondo Flavio da Forlì.
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Per dirla con le stesse parole di Procopio,
«tutte le località che erano sulla Flaminia erano inaccessibili e senza libero passaggio per i Romani. Narsete, per questi motivi, lasciata la via più breve, seguì quella più accessibile e sicura» (8). |
Ma in quale località Narsete traversò l'Appennino, per ricondurre il suo esercito sulla Flaminia?
«Che Narsete non abbia raggiunto l'Appennino, né a Cagli né a Scheggia, è un dato certo per chi crede valide le indicazioni topografiche di Procopio e specialmente la distanza di cento stadi (Procopio: VIII — IV:29,4) fra l'accampamento bizantino, nella zona appenninica, e quello dell'esercito goto, luogo unanimemente oggi individuato poco a sud ovest di Gualdo Tadino» (9); |
da cui mosse Totila per la battaglia.
«La mutatio ad Hensem (Scheggia) distava da Tagina oltre venticinque chilometri e quella 'ad Calem' (Cagli) circa quarantacinque. Perciò, per logica esclusione, tra l'altro, riteniamo con il Pagnani e con il Roisl, che Narsete da Suasa (San Lorenzo in Campo), abbia piegato a sud ovest e raggiunto l'agro di Sentinum » (10); |
Così il Sigismondi.
Del resto il teorico passaggio, che da Sentinum avrebbe potuto ricondurre l'esercito di Narsete sulla Flaminia, era costituito dalla sinuosa e tutt'altro che agevole gola del Sentino. Oltre alle argomentazioni topografiche del testo di Procopio, messe giustamente in evidenza dal Sigismondi, va notato che questo sinuoso passaggio basta percorrerlo, sia pure nelle condizioni in cui si presenta oggi con una strada asfaltata, che contende pochi metri di spazio al fiume Sentine, per escludere che un esercito, alla ricerca di un percorso sicuro, si sia avventurato
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(8) PROCOPIO: VIII — IV: 28, 13.
(9) e (10) S. SIGISMONDI. — opera citata , pag. 10.
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In quella gola, sotto la minaccia costante di picchi e strapiombi, da cui avrebbero potuto venire ogni genere di offese, senza che si potesse abbozzare alcuna difesa o resistenza.
Procopio non scrive forse che Narsete, lasciata la via più breve, seguì quella più accessibile e sicura? Seguire questa via di comunicazione non sarebbe stato certamente né prudente, né sicuro; inoltre, appare piuttosto problematico che questo « actus » fosse agibile.
Quindi Narsete, dopo aver risalito la valle del Cesano, seguito il corso del Sanguerone fino a Sentinum , si spinge ancora verso sud, in direzione dell'odierna Fabriano, sul più antico dei due tracciati della Flaminia, che corrisponde all'attuale « strada romana di Campodonico ».
Ma anche questa strada si addentra sempre di più in anguste vallate, che diventano tortuose e favorevoli alle imboscate; quindi non rimane che affrettare il valico, guadagnare il crinale appenninico e tornare sull'altro tracciato della Flaminia, quello che il Gronow chiama la Via Sempronia .
Nel frattempo Totila, accampato nei pressi di Tagina, a pochi chilometri di distanza, sta ancora aspettando l'arrivo di alcuni contingenti di soldati, incerto su quale dei valichi dovrà sostenere lo scontro.
Per arrivare a queste conclusioni, è sufficiente rifarsi un po' alle condizioni ambientali e logistiche della zona e dei tempi in cui i fatti avvennero.
Il Salvatorelli (11) sostiene che l'esercito di Narsete era composto di trentamila uomini. Se è attendibile l'affermazione di Procopio che l'esercito inviato in Italia, dall'Impero di Oriente, era composto di quarantamila uomini, considerando che immancabilmente una parte di essi può essere andata perduta durante il tragitto o lasciata di presidio in talune delle località attraversate, la cifra indicata dal Salvatorelli non deve ritenersi lontana dalla realtà, anche considerando i vari servizi logistici che dovevano essere assicurati.
Quantunque fosse praticato e istituzionale il costume della razzia, infatti, in una spedizione preparata con accuratezza, come quella di Narsete, è impensabile che si facesse esclusivo affidamento sulle capacità e sulle possibilità di arrangiarsi dei singoli componenti la spedizione. Ciò si sarebbe inevitabilmente ripercosso sulla
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(11) L. SALVATORELLI; Storia d'Italia ; volume III, pag. 196.
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disciplina e sulla capacità operativa dell'esercito stesso, anche se la possibilità di cattivarsi le simpatie delle popolazioni, stanziate nelle zone di operazione, non rientrava nella strategia dei Bizantini.
Senza considerare che lo stato di abbandono e di miseria delle città, delle campagne e delle popolazioni era tale che i soldati avrebbero potuto arrangiarsi ben poco.
E Narsete tutto questo lo sapeva bene!
Questa massa di trentamila uomini si spostava seguendo la strada; considerata l'ampiezza delle antiche vie di comunicazione, un numero così elevato di persone, oltre ai cavalli, ai carri e agli altri animali che si trascinava dietro, occupava necessariamente una lunghezza di almeno dieci chilometri.
Il fondo tutt'altro che perfettamente pianeggiante delle valli marchigiane del Cesano, del Sanguerone e del Sentine, fin oltre la località in cui dovevano trovarsi le rovine di Sentinum , esclude che questo esercito abbia potuto avanzare spiegato, o diversamente raggruppato attraverso la campagna.
Un esercito regolare ha la sua forza nella organizzazione militare e nella disciplina. Costretto a marciare in tali condizioni, si trova nello stato di maggiore vulnerabilità e di minori possibilità operative, di fronte ad un attacco improvviso o ad una imboscata. Basti ricordare la facile vittoria di Annibale, presso il Trasimeno, dove sorprese un esercito romano in marcia di trasferimento.
Narsete, imbottigliato nella stretta vallata che gradatamente si restringe, man mano che egli avanza verso sud, versa in difficili condizioni, con le truppe appesantite dalle armature e dai bagagli, fiaccate dalla calura estiva, particolarmente intensa nelle zone poco ventilate del fondo valle, e con il sole che batte per l'intera giornata in faccia ai suoi soldati che marciano verso mezzogiorno.
Se i Goti, con un minimo di tempestività e di informazioni, lo avessero assalito in quella situazione, probabilmente si sarebbe ripetuta una seconda battaglia di Sentinum ; ma, diversamente dal 295 a .C., in questa occasione sarebbero state trucidate le legioni che alzavano le aquile di Roma.
A Procopio, che non ha seguito personalmente la spedizione, questi particolari non sono stati evidentemente narrati. Narsete, comunque, scendendo dal nord dell'Italia verso la località di Tagina, e marciando a sinistra della Flaminia, fin dove gli è stato possibile, cioè fin dove questo itinerario di ripiego che egli ha scelto per evitare le difficoltà della Flaminia non è diventato rischioso e pericoloso, non può aver agito diversamente.
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I due tracciati della Flaminia, sui due versanti dell'Appennino, quello in direzione di Fano e quello iti direzione di Senigallia; in tratteggio le tre varianti del divertìculum in relazione al Passo di Chiaromonte delimitano il teatro della vicenda. Al centro dei due tracciati la dorsale appenninica. |
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A metà strada fra Ravenna e Roma
Narsete ha ormai coperto metà della distanza che deve percorrere, da Ravenna a Roma, allorché il diverticulum ab Helvillo — Anconam , che scende sul versante marchigiano nella zona di Sentinum , dal valico di Chiaromonte, si presenta come un invito ed una via di scampo per il suo esercito che deve uscire dal fondo valle, anche perché attraversa un territorio che, ad ogni pie sospinto, può rivelare la presenza del nemico e riservare la sorpresa di un'imboscata.
Scendere ulteriormente verso sud comporterebbe o di allontanarsi verso sinistra, nella piana di Fabriano, ma discostandosi ancora dalla Flaminia, oppure di addentrarsi in una vallata che, via via si restringe, fino a diventare pericolosa.
Per valicare gli Appennini Narsete deve organizzarsi, evitando inutili rischi. Quindi l'esercito bizantino si raggruppa, per prima cosa, nei pressi di Busta Gallorum , per iniziare la traversata dei monti, poi la parte più agile si avvia decisamente verso il valico, dove si attesta e prepara l'accampamento.
Trovandosi a breve distanza dal nemico, Narsete deve aver preso queste precauzioni, per essere pronto in qualsiasi momento e allo scopo di conservare il suo esercito in condizioni di freschezza, se dovrà combattere.
Nessuna meraviglia quindi che, alla guerra lampo iniziale e alle marce forzate, faccia seguito, nella zona di operazioni, l'accampamento in una località ben difendibile, mentre la parte meno agile dell'esercito è impegnata nella salita del versante orientale dell'Appannino.
Per localizzare la zona in cui Narsete pose il suo accampamento il testo di Procopio ci fornisce i seguenti dati:
— una distanza di circa cento stadi dall'accampamento dei Goti, che era stato posto nei pressi di Tagina;
— una località chiamata « Busta Gallorum »; e sul nome di questa località l'autore fa molta confusione.
Alcuni vorrebbero identificare i « busta » (resti di bruciato) con le rovine della città di Sentinum , che Narsete aveva appena attraversato. La tradizione vorrebbe identificarli invece con la località di Bastia, una frazione del comune di Fabriano.
Procopio, nella sua narrazione, dice che Narsete pose il campo nei pressi di una località che derivava il suo nome dai « busta », cioè dai resti del rogo in cui, molti anni prima, Camillo aveva bruciato i corpi dei Galli che aveva sterminato (1).
Agli effetti della nostra ricerca, non ci sembra che abbia alcuna rilevanza stabilire a quale invasione o a quale strage potessero risalire i «busta». E indiscutibile che, attraverso i secoli, da parte delle popolazioni galliche, stanziate nella bassa valle del Cesano, ci siano stati tentativi di attraversare la catena appenninica, che rappresentava un baluardo naturale ben difendibile, e ne siano derivate stragi, incendi e razzie. Del resto, di analoghe vicende verificatesi fin nel periodo del tardo dominio pontificio, per ragioni di confini di pascoli e di boschi, anche se di modesta dimensione, parlano ancora taluni abitanti della zona.
Non sembra, d'altra parte, che debba essere considerata assoluta ed esclusiva l'affermazione che i « busta », di cui si parla in vari episodi della storia dì Roma, possano essere solo quelli dell'anno 390 a .C.; nulla vieta che anche altre località, oltre a quella in cui avvenne il celebre episodio di Camillo, portassero la stessa denominazione, per ragioni analoghe.
Come poteva essere così ignorante Procopio, da confondere Camillo con Rulliano e Decio Mure? Infatti a questi ultimi risale la nota battaglia dì Sentinum e non a Camillo.
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(1) Confusione con l'episodio del 390 a .C., che però si sarebbe verificato a Roma e non Sentinum , nota per altro fatto d'arme.
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Comunque, per riprendere la narrazione con le parole di Procopio,
«l'esercito dei Romani, al comando di Narsete, non molto tempo dopo, accampatesi sul!'Appannino, stava fermo alla distanza di circa cento stadi dall'esercito dei nemici, in un luogo sì piano, ma circondato vicinissimo da molte alture, dove si dice che un tempo Camillo, comandante dei Romani, abbia distrutto la schiera dei Galli, dopo averli vinti in battaglia. Testimonianza di questa impresa porta a me, conservandone il ricordo, anche il nome del luogo, chiamato « Busta Gallorum » (2). |
Come si può osservare, lo stesso Procopio ammette che si tratta di un azzardato accostamento storico: il nome della località, e non altro, lo fa tornare con la memoria al famoso episodio di Camillo.
Sulla denominazione di Busta Gallorum , località nelle cui vicinanze si accampò l'esercito di Narsete, le perplessità sollevate dalla confusione storica di Procopio possono comunque essere superate; anzi, da questo particolare, si ha una ulteriore prova che la narrazione dello storico bizantino, quando esce dalla nuda esposizione della sostanza degli avvenimenti, è piuttosto ampollosa e tutt'altro che attendibile ed obiettiva.
Infine l'affermazione che l'accampamento dei Bizantini fu posto a Busta Gallorum non deve essere intesa in senso assoluto, ma in un senso relativo: nella zona di Busta Gallorum , nel comprensibile tentativo di dare un nome che consentisse di identificare la località con la migliore approssimazione possibile.
E veniamo all'ubicazione dell'accampamento.
La descrizione della località, fatta da Procopio, non è di chiara interpretazione. La sua distanza da Tagina è agevolmente controllabile: cento scadi sui percorso lineare e costante fra Gualdo Tadino e Sigillo, e fra questa località e il valico, conducono all'area circostante ad esso, a poca distanza da « Le Cese », a poco più di un chilometro di distanza, in linea d'aria, dall'attuale centro abitato di Bastia. (3)
Del resto Procopio parla di «circa» cento stadi e la stessa distanza deve essere considerata con una certa elasticità; nessuno ovviamente misurò la distanza fra il punto in cui finiva l'accampamento dei Goti e quello in cui aveva inizio l'accampamento dei Bizantini.
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(2) PROCOPTO: VIII — IV; 29 4,5.
(3) II toponimo Le Cese, che troviamo in due diversi punti della montagna adiacente a Purello e Sigillo, deriva etimologicamente da parole della lingua greca che significano «bruciato, dato alle fiamme» 
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Quale località, in fin dei conti, poteva essere più idonea delle amene località del Monte Cucco, per sistemare un accampamento militare nel mese di Giugno?
Procopio scrive che il campo fu posto sull'Appennino, che
«la località era circondata da alture, era impossibile che alcuni, passando da dietro, circondassero l'esercito dei Romani da quella parte, se non attraverso un sentiero che esisteva davanti alla collina» (4), |
che costeggiava da un lato l'accampamento dei Bizantini.
«Dunque una specie di stretto pianoro montano, la cui strettezza è confermata dal fatto che Narsete, nello schierare l'esercito, lo dispose nel modo più esteso e più profondo possibile. Come conciliare l'estensione con la profondità? Narsete vi si sarà allargato quel tanto che poteva consentirgli la strettezza del luogo, e in linee successive» (Romano Maurizi). |
Il Sigismondi invece da al testo di Procopio questa interpretazione:
«L'altipiano era circondato da alture, e perciò inaccessibile, meno che da una parte, ed aveva, proprio su questo fianco aperto, una piccola collina percorsa da un sentiero e parallelamente, o quasi parallelamente ad essa, scorreva un torrente» (5). |
Sembra chiaro, e dal testo di Procopio, e da queste interpretazioni, che il campo sia stato posto ad una certa altitudine, nei pressi del valico, piuttosto che nei pressi immediati di Bastia, ubicata sul fondo valle marchigiano. Del resto la posizione sarebbe stata più agevolmente difendibile, nell'eventualità di un attacco.
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(4) PROCOPIO: VIII — IV, 29,11.
(5) G. SIGISMONDI: opera citata , pagg. 24, 25.
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Inoltre nella zona c'è una sorgente e la superficie montana, ricoperta di prati perenni e di faggi ombrosi, si prestava benissimo all'allestimento di un accampamento per migliaia di soldati e di cavalli in periodo estivo.
C'è poi da aggiungere la distanza di cento stadi da Tagina.
Poiché il testo stesso di Procopio ci offre alcuni elementi che consentono di stabilire la lunghezza di uno stadio in circa 150 metri , ci troveremmo ad una distanza di circa quindici chilometri dalla località in cui erano accampati i Goti (6).
Rimane comunque difficoltoso localizzare, con precisione assoluta, nella zona che si descrive, il punto esatto dello scontro. Attraverso i secoli sono intervenute profonde modificazioni ambientali: vaste opere di rimboschimento, costruzioni di strade notevoli, sbancamenti e movimenti di terra cospicui sono caratteristica soltanto degli ultimi decenni. Si aggiunga ad essi l'azione costante delle acque dilavanti, dei movimenti franosi, dei geli e delle nevi invernali, che hanno necessariamente inciso, per tanti anni, sull'aspetto di queste cime montuose.
A parte queste considerazioni sulle trasformazioni dell'ambiente, tenteremo comunque di avvicinarci molto, almeno in via ipotetica, al punto in cui Totila schierò le sue truppe, a due tiri di freccia dal campo di Narsete, prima di tentare la carica disperata contro le difese nemiche.
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(6) Per la lunghezza degli stadi in Procopio, consultare il Sigismondi ( op. cit . pagg. 51 e segg.). In questo episodio il valore dello stadio va considerato circa 150 metri , mentre in altri scritti di Procopio varia, evidentemente a seconda delle fonti da cui egli attingeva, riportando dati di seconda mano.
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Goti e Bizantini a contatto
Riprendendo il racconto di Procopio, troviamo l'episodio dell'ambasceria che sarebbe stata inviata a Totila, da parte di Narsete, il giorno precedente alla battaglia.
Anche questo episodio deve essere considerato nella giusta luce.
Dopo l'epilogo, non certo soddisfacente, che aveva avuto la resa di Vitige a Belisario nell'anno 540, appare impensabile che Narsete abbia creduto o sperato di ottenere una nuova resa dei Goti. In ogni caso Totila si sarebbe guardato bene dal prendere in considerazione una eventuale proposta in tal senso.
Piuttosto sembra plausibile che Narsete, muovendosi su un terreno infido, e che egli sa in gran parte controllato dal nemico, invii degli osservatori in avanscoperta, per conoscere la forza, la preparazione, la dislocazione dell'avversario e magari, dopo esserci entrati in contatto, attirarlo in qualche trabocchetto.
È improbabile che, nel periodo di cui si scrive, la pianura fra Tagina ed Helvillum sia stata abitata e coltivata; le popolazioni originarie non potevano aver resistito, in questo tratto della vallata largo mediamente meno di due chilometri, così esposto alle invasioni ricorrenti, alle stragi, alle devastazioni ed ai saccheggi, per essere un passaggio obbligato sulla strada di Roma, e la campagna si presentava deserta e paludosa.
In questa specie di acquitrinosa brughiera di giunchi e, più in alto sulle pendici degli Appennini, di ginestre fiorite, si inoltrano le pattuglie di Narsete, mentre il grosso dell'esercito se ne sta attestato in una località sicura e ben difendibile. In questa terra di nessuno, che anche i Goti certamente presidiano, a breve distanza dal loro accampamento, si hanno i primi contatti fra i due eserciti.
I Goti, acquartierati a poca distanza dalle rovine di Tagina, intercettano una di queste pattuglie ed ha origine cosi l'eufemismo dell'ambasceria con la quale il più forte offrirebbe all'avversario più debole una resa onorevole: atto altamente umanitario, davanti alla Storia, ma poco verisimile. Appena dieci anni prima infatti, l'ultimo predecessore di Totila era finito prigioniero e incatenato alla corte di Bisanzio, dopo aver fatto pace, in buona fede, con il predecessore di Narsete.
Del resto erano tempi ancora lontani dai concetti cavaliereschi del basso Medio Evo.
I Goti sono consapevoli che li attende una battaglia decisiva per la loro sopravvivenza; Totila sa anche di non essere pronto per dare battaglia, perché non ha ricevuto ancora tutti i rinforzi, che attende da varie parti d'Italia, ma non perde il significato strategico della mossa dell'avversario, opponendo l'inganno all'inganno: fa rispondere che è sua intenzione dare battaglia solo fra otto giorni e rimanda indietro la pattuglia nemica.
Consapevole che in una regolare battaglia campale egli avrebbe la peggio, tenta di non concedere all'avversario il vantaggio di scegliere il terreno e il momento dello scontro. Si affida all'elemento sorpresa e, nel cuor della notte, si lancia sulle orme della pattuglia nemica, rimessa in libertà per far sapere all'avversario di non essere ancora pronto a combattere e, nello stesso tempo, per seguire la via che essa percorrerà per rientrare all'accampamento.
Poiché al re dei Goti non sfugge che dei due eserciti avrà la meglio quello che conquisterà la posizione più favorevole sul crinale appenninico, come scrive Procopio, Totila « il giorno seguente si presentò con tutto l'esercito » davanti all'accampamento nemico, nell'evidente tentativo di sorprendere l'avversario impreparato.
E, per completare la sorpresa, egli non si porta nelle adiacenze del campo avversario seguendo il « divertìculum », ma seguendo la strada che si divaricava dalla Flaminia nei pressi di Sigillo e si congiungeva al « diverticulum » presso il valico, la variante meno nota. Si può ritenere a ragione che l'esercito di Totila abbia raggiunto la località dello scontro proprio seguendo questa viuzza che, quantunque meno agevole, appariva meno pericolosa. La strada proveniente da Sigillo infatti saliva lungo il versante occidentale del Nofegge, cioè sul versante opposto a quello solcato dagli altri due tracciati dove erano accampati verosimilmente i Bizantini, che lo aveva sotto controllo.
Del resto il « diverticulum » era una strada: Procopio invece, parlando di questo viottolo, usa il termine ; (leggi atrapos ) che ha un significato riduttivo notevole. Traduce infatti il Sigismondi:
«non era una vera e propria strada, ma etimologicamente una via tanto stretta da non potervisi volgere indietro» (1). |
Quindi Totila non seguì il « diverticulum » vero e proprio, ma quello che Procopio definisce un ; oggi lo chiameremo un viottolo di montagna; il Rocci traduce « sentiero ».
Considerando le distanze, le condizioni di viabilità ed i tempi di percorrenza, le precauzioni necessarie per la riuscita della sorpresa, Totila deve aver marciato per tutta la notte nel tentativo di sorprendere l'avversario in una situazione strategicamente difficile; ma egli ben presto deve accorgersi di essere arrivato troppo tardi. Narsete infatti, dopo aver superato l'Appennino con tutto l'esercito, occupa tutti i punti dominanti.
Se l'arrampicata dell'esercito bizantino sul versante marchigiano dovè risultare piuttosto laboriosa, poiché Narsete non potè rischiare di far salire l'esercito allungato in una interminabile e vulnerabile fila indiana, il trasferimento dell'esercito di Totila, dall'accampamento ubicato nei pressi di Tagina al versante occidentale del Nofegge, dovè risultare ben più tumultuoso e impegnativo.
Furono coperti, nel cuor della notte, oltre dieci chilometri sulla Flaminia ed i rimanenti sul percorso montano lungo le pendici dell'Appennino. Secondo il testo di Procopio erano complessivamente circa cento stadi, quindici chilometri, e l'esercito non era costituito solo da cavalieri, ma anche da fanti appiedati.
Totila, risalito il versante ovest del Nofegge, prende atto che, per impostare favorevolmente la battaglia, non gli rimane che tentare la penetrazione di forza attraverso la sella da cui può raggiungere il valico e il versante orintale dove è accampato il nemico; se l'operazione riesce, Narsete sarà costretto a combattere in una posizione difficile, su un pendìo sfavorevole e senza poter spiegare tutto il suo esercito.
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(1) G. SIGISMONDI: opera citata , pag. 52.
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Ma per raggiungere il punto vulnerabile dello schieramento bizantino è necessario passare ai piedi di un'altura: letteralmente il vocabolo greco usato da Procopio
significa « poggio, altura, monticello di terra »; poiché tuttavia si riferisce di fatti ambientati in una località montana, prevalentemente coperta di bosco, il Rocci, in antitesi alla caratteristica ambientale dominante, indica anche un altro significato: « non coperto di bosco ». Si può quindi intendere che l'altura fosse uno dei cocuzzoli montani privi di vegetazione, che dominava un punto obbligato sulla strada di accesso al valico e, attraverso la quale, si sarebbero potute aggirare le posizioni dell'esercito bizantino; anzi, precisa Procopio che l'aggiramento poteva avvenire soltanto attraverso questo sentiero.
Il punto in cui il Nofegge si salda al massiccio principale del Monte Cucco, dove passava il viottolo che collegava Sigillo al « diverticulum », appena al di fuori della sella si presenta infatti oltremodo scosceso, disagevole e ripido.
C'è poi, nella narrazione di Procopio, un altro dato topografico: la presenza di un torrente che costeggiava questa strada.
Gli unici corsi d'acqua della zona sono il Vetorno e la Dorìa : il primo sul versante sud-orientale del Nofegge, in fondo alla gola che si apre negli Appennini alle spalle di Purello, il secondo sul versante occidentale del monte, nella gola ben più ampia al centro della quale è Sigillo.
E il torrente di cui parla Procopio è proprio la Dorìa ; quindi il percorso seguito da Totila, per raggiungere la località in cui il « diverticulum » valicava gli Appennini, era parallelo alla Dorìa e attraversava l'ampio canalone fra Sigillo e il Nofegge.
A questo punto, dopo aver dato la massima illustrazione a tutti i dati ambientali della località, riteniamo che sia il momento di esaminare come si svolsero in realtà le vicende della battaglia fra gli eserciti di Narsete e di Totila.
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La Battaglia
Procopio, dopo la descrizione dei luoghi, della collina, del torrente, della stradina che attraversava la località e rappresentava l'unica possibilità di accerchiare l'esercito bizantino, parla della occupazione della collina, da parte di cinquanta soldati di Narsete, del tentativo di sloggiarli fatto dai Goti, delle arringhe dei due comandanti.
La descrizione dei due schieramenti, lasciataci da Procopio, conferma in sostanza che i Bizantini, nel momento cruciale, sì trovavano in posizione più favorevole, anche se è lecito avanzare qualche dubbio sulla autenticità dei dettagli.
Certi meticolosi particolari infatti non possono essere riportati da uno che non ha veduto di persona: e Procopio non aveva visto di persona.
Se l'esercito goto si è presentato, a questo fatale appuntamento, nelle pietose condizioni di cui si è detto, è logico ritenere che al comando di Totila fossero meno di diecimila uomini.
E la preparazione affrettata di questo esercito raccogliticcio non va ignorata o sottovalutata.
Nelle ultime ore prima dello scontro Totila non riesce a conquistare la collina che controlla la strada di accesso al campo dell'esercito imperiale. Cosi, all'indomani, egli cerca di guadagnare tempo, forse nel tentativo di procrastinare lo scontro, in attesa di preziosi rinforzi.
Egli chiede quindi un colloquio a Narsete, ma gli viene rifiutato; poi effettua dei giucchi di abilità, per tutta la mattinata, ma senza alcun risultato. Narsete infatti sta in guardia e non consente ai propri soldati di deporre nemmeno temporaneamente le armi per rifocillarsi. Il Sigismondi (1) ricostruisce cosi i preliminari della battaglia:
«il giorno prima era arrivato davanti al campo bizantino l'esercito di Totila, che si schierò a poche centinaia di metri di distanza, durante la notte avvenne l'occupazione della collina, da parte dei cinquanta fanti bizantini, nelle prime ore del mattino, del giorno seguente — e si fece giorno molto presto perché si era in giugno o in luglio, — ci furono i tentativi dei Goti per strappare ai Bizantini la collina; il resto del mattino trascorse senza nulla di rilievo, tranne i giucchi di Totila — in attesa di duemila cavalieri goti — dinanzi al suo esercito schierato e in vista dei soldati bizantini, anch'essi già pronti per lo scontro finale. Fu proprio Totila che prese l'iniziativa dello scontro, poco dopo l'arrivo dei duemila cavalieri, e subito dopo aver fatto mangiare i suoi soldati, cui aveva per poco tempo comandato di rompere lo schieramento e indietreggiare. Dopo il pasto — e siamo già nel primo pomeriggio della giornata estiva — 'fattili tutti di nuovo indossare le armi, al completo come si conviene ai soldati, subito scagliò l'esercito contro i nemici, credendo di assalirli all'improvviso e perciò vincerli' (2).
Ma i Bizantini non si fecero sorprendere impreparati: 'Narsete, temendo proprio ciò che avvenne, che cioè i nemici si gettassero contro di essi dopo aver proibito a suoi soldati di prendere riposo, di togliere la corazza e il freno ai cavalli, li aveva fatti mangiare schierati e armati' » (3).
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Avrebbe avuto inizio così lo scontro.
Sullo svolgimento della battaglia Procopio fornisce due versioni diverse e contrastanti: la prima con ampiezza di particolari e di dettagli, alcuni dei quali chiaramente immaginari, o appresi da qualche « miles gloriosus » (4), occupa tutto il pomeriggio e termina allorché si fa buio, con la rotta disordinata dei Goti, il successivo ferimento di Totila nella fuga, e la sua morte.
Eccone la descrizione:
«I cavalieri Goti invece, lasciati dietro di sé i fanti, forti soltanto delle lance, con impeto cieco andavano all'attacco e, arrivati allo scontro, colsero il frutto della loro follia. Scagliatisi infatti contro il centro dei nemici, si trovarono senza accorgersene, nel mezzo di ottomila fanti, colpiti da entrambi i lati, dalle frecce (scagliate) contro di essi e si persero subito di coraggio. Gli arceri infatti, a poco a poco, avevano piegato a semicerchio ambedue le ali dello schieramento, come da me è stato detto; i Goti perciò, in questo assalto, persero molti uomini e molti cavalli prima ancora che si scontrassero con i nemici e, avendo subito molte e irrimediabili perdite, tardi e a stento arrivarono nello schieramento dei nemici» 5). |
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(1) G. SIGISMONDI: opera citata , pag. 28.
(2) PROCOPIO: VIII - IV; 32, 3.
(3) PROCOPIO: VIII - IV; 32,4.
(4) Fanfarone.
(5) PROCOPIO: VIII - IV 32,8-10.
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Questo brano del racconto mette in evidenza il ruolo determinante avuto nella battaglia, dalle posizioni che i Bizantini avevano occupato sulle alture circostanti.
Procopio conclude poi la descrizione della battaglia, nella sua prima versione, come segue:
«Era già verso sera ed ambedue gli eserciti si mossero improvvisamente, quello dei Goti per la fuga, quello dei Romani per l'inseguimento. Infatti i Goti non resistettero ai nemici scagliati contro di loro, ma mentre quelli avanzavano, andavano indietro e precipitosamente fuggivano, atterritti dal loro gran numero e dal loro ordine perfetto.
Non si curavano affatto di resistere, spaventati come se li assalissero fantasmi o si combattesse dal ciclo. Ma per essi, rifugia-tisi presso i loro fanti, in poco tempo la sfortuna crebbe ed aumentò ancora di più. Infatti, non essendosi ritirati in buon ordine, giunsero tra essi non per riprendere fiato e insieme con loro riprendere poi a combattere, come si è soliti, sia affrontando gli inseguitori con scontri, sia facendo improvvisi dietrofront, sia in altro modo di guerra, ma così in disordine che, ad alcuni di essi accadde di essere uccisi dalla cavalleria venuta loro addosso. Perciò i fanti, né aperto lo schieramento li ricevettero, né salvatili stettero fermi, ma insieme con essi tutti fuggivano, ed allora per-sino si uccidevano l'uno con l'altro, come in una battaglia notturna.
I soldati romani, approfittando del loro terrore, uccidevano sempre quelli che incontravano, senza che si difendessero, o osassero alzare gli occhi, mentre si arrendevano ai nemici, perché ne disponessero a loro discrezione, tanto la paura si era impadronita di essi e il terrore li dominava. E di essi seimila caddero uccisi in quella battaglia e molti consegnarono se stessi al nemico» (6).
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E, al termine di questa prima descrizione della battaglia, Procopio fornisce anche una prima versione della morte di Totila (7):
«Totila poi, mentre fuggiva nel buio, con non più di cinque uomini, uno dei quali era Scipuar, veniva inseguito da alcuni Romani, i quali non sapevano che era Totila. Fra costoro si trovava il gepido Asbade che, appena giunto vicinissimo a Totila, lo assaliva per colpirlo alle spalle con la lancia. Allora un giovanetto gotico, della casa di Totila, che seguiva il padrone nella fuga, sdegnatesi per quanto accadeva, gridò ad alta voce: — Perché o cane ti sei scagliato a colpire il tuo padrone? — Asbade, dunque scagliò con tutta la forza la lancia contro Totila, ma egli stesso, colpito da Scipuar, ivi rimase. Ma anche lo stesso Scipuar si fermò, colpito da uno degli inseguitori, che — erano in quattro — dopo aver fatto l'inseguimento insieme con Asbade, per salvarlo, smisero l'inseguimento e tornarono indietro insieme con lui.
Quelli che accompagnavano Totila poi, credendo che i nemici ancora li inseguissero, non smisero di fuggire, ma trascinandosi dietro con grandi sforzi lui colpito a morte e in fin di vita, poiché erano costretti ad una corsa forzata. Dopo aver percorso ot-tantaquattro stadi, giunsero ad un luogo chiamato Caprae . Quindi fermatisi in questo luogo, curavano le ferite a Totila il quale, non molto tempo dopo cessò di vivere.
Allora quelli che lo seguivano, dopo averlo ivi sotterrato, si allontanarono. Così finirono il dominio e la vita di Totila, che aveva regnato sui Goti per undici anni»(8).
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Così si sarebbero svolti i fatti, secondo la versione ufficiale; ma lo stesso Procopio, alla fine del capitolo XXXII, ci tramanda anche una seconda versione di questi stessi avvenimenti.
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(6) PROCOPIO: VIII - IV; 32, 13-20.
(7) PROCOPIO: VIII - IV; 32, 22-28.
(8) PROCOPIO: VIII - IV; 32, 13-20.
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Le distanze fra le varie località descritte: |
Da Tagina a Le Cese 100 stadi
Da Caprara a Le Cese 84 stadi |
A noi sembra la più verisimile, anche se forse meno idonea alla stesura di una epopea. Eccone il testo:
«Alcuni però dicono che non così, ma in altro modo andarono gli avvenimenti relativi a Totila e a questa battaglia. E ciò a me non è sembrato fuori luogo di riferire.
Dicono infatti che all'esercito dei Goti accadde di mettersi in fuga, ma non senza motivo ed irrazionalmente, che, durante una scaramuccia di alcuni soldati romani, una freccia colpì improvvisamente Totila, senza espressa intenzione di chi l'aveva scagliata. Totila infatti, armato come un soldato (2), si trovava allineato, senza alcuna precauzione, in un punto qualunque dello schieramento, non volendo dar nell'occhio ai nemici, né esporre se stesso ad attacco, e perciò un disgraziato caso diresse la freccia contro il corpo di lui: dicono poi che egli, colpito mortalmente, straziato da acutissimo dolore, uscì fuori dallo schieramento con pochi, e a poco a poco, sì ritirò indietro; resistendo al dolore, cavalcò fino a Caprae dove poi, essendo svenuto si fermò per curare la ferita, ma non molto dopo arrivò per lui l'ultima ora di vita.
E allora l'esercito dei Goti — che peraltro non era di pari forze, per combattere i nemici — essendo stato messo fuori combattimento, contro ogni aspettativa il suo capo, fu sbigottito perché il solo Totila, e senza che i nemici lo colpissero di proposito, era stato colpito mortalmente. Perciò atterritti e scoraggiati caddero in così illimitato spavento che si misero in fuga vergognosa.
Ma su queste cose ognuno pensa come meglio crede» (9).
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(9) Va messa in evidenza anche un'altra contraddizione del testo di Procopio. Nella descrizione dei giuochi di abilità, che Totila avrebbe compiuto prima della battaglia, si afferma che
«egli indossava un'armatura laminata in oro ed era tutto ornato, dall'elmo alla lancia, di bendoni e pendagli e di tanta porpora quanta si ammira in un re».
Invece, in questo punto del racconto, come pure in quello che descrive l'uccisione per mano di Asbade, Totila non avrebbe alcun segno di distinzione dagli altri soldati.
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L'attendibilità di Procopio
Nel suo tentativo di localizzare il punto in cui sarebbe avvenuta la battaglia di Tagina, il Sigismondi scrive che la certezza del luogo della battaglia si potrebbe avere « se qualche fortunato reperto archeologico venisse alla luce »; ma di reperti archeologici riconducibili a questa vicenda, come non ne sono mai stati trovati, probabilmente non se ne ritroveranno.
Nello stesso testo di Procopio infatti si avanzava l'ipotesi che in realtà questa battaglia non sia stata nemmeno combattuta. Il tutto si sarebbe risolto in una scaramuccia, durante la quale Totila sarebbe stato ferito a morte; sarebbe stata sufficiente la sua ritirata perché la disorganizzazione, la sfiducia, le discordie, le rivalità, le disparità di vedute, una errata valutazione del sua allontanamento dal campo, portassero ad uno sbandamento e ad una fuga disordinata e ignominiosa.
Nel costume barbarico non esistevano infatti meccanismi automatici di successione per evitare i vuoti di potere.
Lo storico bizantino, dopo aver fornito la versione ufficiale dello svolgimento della battaglia, ne fornisce anche una seconda versione, rimettendosi poi al giudizio dei lettori:
«su queste cose ognuno pensa come meglio crede». |
Questo, dopo aver narrato con meticolosità, e aggiungerei quasi con rigore, fino a rasentare la pedanteria, tutto quello che era obiettivabile: dati topografici, abbigliamenti, tradizioni, itinerari, allocuzione.
Giovi ricordare che Procopio non visse personalmente le vicende di questa battaglia; si aggiunga che egli era uno scrittore di corte, che era stato accompagnatore e consigliere di Belisario, nella spedizione precedente, che quindi conosceva molto bene la situazione generale e che aveva accumulato sufficiente odio e disprezzo per il nemico, nei lunghi anni che lo aveva combattuto.
Infine il compito che egli si prefiggeva come storiografo era duplice: narrare i fatti per i posteri e intessere le lodi degli eroi e degli statisti di cui onorava la mensa.
Le possibilità e i rischi professionali, nonché le limitazioni individuali in questo genere di lavoro non possono essere sottovalutati. Uno scrittore, ospite del palazzo di una despota orientale che, per la méne di una corte sempre aperta all'intrigo, appena qualche anno prima non aveva esitato ad accantonare un generale, che poteva vantare le capacità ed i meriti di Belisario, solo perché la sua popolarità faceva ombra, doveva agire con prudenza e con circospezione, specialmente riferendo notizie non sue, ma fornitegli da altri.
Del resto lo stesso Procopio, all'inizio dei suoi scritti, affermando solennemente che « solo la verità si conviene alla Storia », avverte quasi la necessità di giustificarsi, richiamando l'attenzione del lettore su queste sue difficoltà: lo stesso scrittore si preoccupa evidentemente che qualcuno possa non essere soddisfatto di ciò che egli scrive, o che qualcuno possa avanzare dubbi e riserve sulla veridicità di una esposizione dei fatti nella quale l'autore non poteva esimersi dal lustrare le gesta e la gloria dei suoi mecenati, anche più del dovuto.
Quindi, dopo aver assolto al suo compito di adulatore, con la pomposa descrizione di una battaglia in cui sarebbero caduti uccisi seimila Goti, giustificandosi con l'affermazione iniziale che « solo la verità si conviene alla Storia », Procopio trova anche il modo di fornire ai lettori la seconda versione sull'andamento della vicenda, quella più veritiera, e termina:
«su queste cose ognuno pensa come meglio crede»; |
affermazione che in uno storico è inammissibile, specialmente se riferita agli aspetti salienti delle vicende narrate.
Se poi si aggiunge che il fenomeno della pomposità descrittiva è notevolmente diffuso in tutta la storiografia dell'antichità, non è certo l'esattezza dei dati topografici indicati ad escludere che anche Procopio ne sia stato contagiato.
Concluderemo pertanto che la narrazione di Procopio può essere considerata obiettiva e credibile per la parte del racconto che era obiettivabile, mentre, per quanto riguarda le valutazioni personali o di parte, essa va esaminata con una certa cautela.
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Perché la seconda versione
Si è già detto che, a nostro avviso, fra le due descrizioni della battaglia lasciateci da Procopio, sembra più credibile e più vicina alla realtà la seconda, quella che lo scrittore ha dato in via subordinata.
Innanzi tutto essa non può essere stata inventata totalmente senza avere alcun fondamento: inventare un castello di fatti immaginari, perché qualcuno ne tragga beneficio o possa menarne vanto è possibile; ma che uno scrittore- inserisca nel testo una ipotesi come questa, che non può andare a lustro e vantaggio di nessuno, che anzi è destinata a sminuire il valore intrinseco e la dimensione reale dei fatti narrati, inventandola completamente, non appare ne logico né possibile.
Pertanto, se questa seconda versione è stata riferita, evidentemente un qualche fondamento deve averlo. In quale situazione infatti si sarebbe trovato Procopio, se avesse falsato gli avvenimenti a danno dei protagonisti dell'impresa, che erano vivi, che egli conosceva, e con i quali forse aveva anche dei rapporti?
Aggiungiamo che una battaglia, dell'ampiezza descritta nella prima versione, appare difficilmente ambientabile nella località che abbiamo indicato; inoltre una battaglia conclusa con seimila morti di parte gota e, quanto meno, qualche centinaio di parte bizantina (infatti una battaglia, protrattasi per l'intero pomeriggio estivo, sarebbe necessariamente risultata dura e cruenta per entrambi i contendenti), lascia delle tracce che difficilmente si cancellano anche con il passare dei secoli. Invece non abbiamo notizia del ritrovamento di necropoli e di fosse comuni, in tutta la vallata, nonostante che essa sia stata intensamente coltivata in tutta la sua estensione.
I ritrovamenti di Helvillum non sono attribuibili ai caduti di questa battaglia, ma piuttosto ad una piccola necropoli collegabile all'esistenza di quel centro abitato, senza alcuna attinenza con la guerra gotica e le sue vicende. La mancanza della necropoli è quindi un altro elemento che esclude una grande battaglia, con migliaia di morti nella zona.
Aggiungiamo infine che i Goti, come tutti i popoli barbari, erano tenuti insieme dalla personalità e dal prestigio del capo, più che da un'organizzazione interna: mancato esso improvvisamente, appare plausibile che si siano sbandati e che ne siano seguite iniziative disarticolate; del resto la ritirata stessa di Totila può essere stata interpretata e valutata diversamente dal momento che i mezzi di comunicazione sul luogo della battaglia erano pressoché inesistenti e il terreno montano accidentato rendeva difficoltosi gli spostamenti.
Niente di più facile quindi, che alla prima frammentaria notizia sia seguito uno sbandamento, la fuga generale e l'uccisione di molti fuggiaschi.
La fuga avvenne infatti lungo il declivio montano, con una maggiore esposizione, di chi fuggiva verso il basso, alle armi e alle offese che gli inseguitori scagliavano dall'alto.
Appare anche probabile che questo inseguimento si sia sviluppato in varie direzioni, attraverso la pianura sottostante, fino all'abitato di Tagina, in una autentica caccia, all'uomo.
Si giustificherebbe così la nascita della tradizione popolare che pone lo sterminio dell'esercito dei Goti nella piana di Gualdo Tadino. Narra infatti uno dei testi medioevali, più volte ricordati, che Narsete distrusse i Goti e « bestìis et animalibus dedit devorandum » (li lasciò in pasto alle bestie e agli animali) (1); precisazione che ha indubbiamente una giustificazione logica che, almeno in parte, potrebbe spiegare il mancato ritrovamento della necropoli. I cadaveri degli uccisi non vennero certamente ricuperati, ma abbandonati alle fiere e alle intemperie. Molti restarono certamente sulle ripide pendici del Nofegge, sia sul versante del Vetorno, sia sul versante della Dorìa, nelle prime fasi della fuga; altri si dispersero nella vallata, dando origine alla tradizione della strage, che sarebbe avvenuta nella piana di Gualdo Tadino.
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(1) Memorabilia civitatis Eugubii et alìarum urbium antiquarum in Umbria — Archivio storico comunale di Gubbio — Fondo Armanni — E 18, pag. 45.
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Comunque la cifra di seimila morti di parte gota, riportata da Procopio, va ridimensionata. Se infatti aggiungiamo ai seimila uccisi le altre perdite, di cui pure fa menzione il cronista, il numero dei Goti scampati alla battaglia di Tagina scenderebbe a cifre irrisorie. Invece, già nell'anno seguente, Teja, il successore Totila, sarebbe riuscito ad opporre a Narsete un nuovo esercito, alle falde del Vesuvio, per l'ultimo scontro decisivo di tutta la campagna di guerra, sui monti Lattari. Un popolo dissanguato ed esausto non avrebbe potuto rimettere insieme un esercito così rapidamente, se esso fosse andato completamente distrutto nella battaglia di Tagina .
Nel testo di Procopio infine c'è da mettere in evidenza un'altra contraddizione: nella prima versione della battaglia si afferma che la rotta dei Goti ha inizio allorché si fa buio. Le ombre della notte avrebbero dovuto favorire un attenuarsi della battaglia e un possibile disimpegno dei Goti, più che la fuga e la strage. Invece, se Totila è stato ferito all'inizio della scaramuccia, lo sbandamento del suo esercito, che ne è derivato, lo ha esposto ad una decimazione, per tutto il resto della giornata.
Concludendo, quindi, si ha motivo di ritenere che una buona parte dei Goti che parteciparono alla battaglia di Tagina sia sopravvissuta, quantunque con una fuga poco onorevole, determinata dall'improvvisa e imprevista perdita del capo: i morti della battaglia di Tagina non raggiunsero così la cifra indicata da Procopio.
E poiché probabilmente, nei pressi dell'abitato di Tagina , avvenne l'uccisione dei prigionieri, riferita da Procopio (2), in questa località rimase più a lungo e più crudele il ricordo dell'eccidio.
Quindi la « battaglia di Tagina » sarebbe quanto di più improprio possa essere definita questa vicenda storica: non battaglia, perché probabilmente si trattò di una semplice scaramuccia; non di Tagina , perché in realtà avvenne lontano da questo centro abitato almeno quindici chilometri, in una località impervia, deserta e senza nome, per cui entrò nella Storia con la denominazione del primo centro abitato in' cui pose piede l'esercito vincitore e dove forse si ritirarono, sbandati o feriti, parte degli sconfitti che poi, secondo il testo di Procopio, sarebbero stati passati per le armi.
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(2) PROCOPIO: VIII - III, 11-7.
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Del resto i centri abitati che, a maggior ragione, avrebbero potuto legare il proprio nome a questa vicenda presero consistenza solo più tardi.
Per maggior completezza di questa informazione, riportiamo dal Sigismondi (3), che pur è uno dei più convinti assertori che i fatti si svolsero nella « regio tadinatis », la seguente nota:
«—...a Tadinae , a sud-ovest dell'attuale Gualdo Tadino, c'era soltanto l'accampamento di Totila e la battaglia avvenne nella località detta da Procopio Busta Gallorum a « circa cento stadi » lontano da Tadinae (IV,29). Le opinioni più recenti sulla localizzazione della famosa battaglia sono le seguenti:
a) A nord dell'attuale Sassoferrato nella piana di Serragualdo, nel luogo stesso in cui era stata combattuta, nel 295 la battaglia di Sentinum tra i Romani da una parte e i Galli Senoni, Sanniti e, forse, Etruschi e Umbri dall'altra parte.
Sono per questa localizzazione A. Pagnani ( Sentinum , Sassoferrato 1957, pp. 101-113) H.R. Roisi ( Die Schlacht bei Busta Gallorum 552 d.C. ) in « Geschichte der Hunnen » di F. Altheim, V, Berlin 1962, pp. 363-377; s.v. Tadinae e Totila nella RE XIV Suppl. (1974), coll. 749-758, 799- 809, M . Lopes Pegna ( Le due battaglie di Sentinum che segnarono i fati d'Italia , Firenze 1971);
b) A sud di Sassoferrato nell'area compresa tra Fabriano, S. Donato, Monte Nebbiano, Coccore. Così A. Pertusi ( Ordinamenti militari, guerre in Occidente e teorie di guerra dei Bizantini (sec. VI-X ) in «Ordinamenti militari in Occidente nell'Alto Medioevo» Spoleto 1968, pp. 643-647;
e) Nell'area della gola di Frasassi. Così il Fuchs e, con qualche variante, A. Fiecconi, Luoghi fortificati e strutture edilizie del fabrianese nei secoli XI-XII , in «Nuova Rivista Storica», (1975) a pp. 14-15 dell'estratto».
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(3) G. SIGISMONDI: Nuceria in Umbria — Ed Ediclio 1979, pagg. 240-241.
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Il fortunato reperto archeologico
II Sigismondi, che è stato il primo a scoprire il ruolo svolto in questa vicenda dal « diverticulum ab Helvillo — Anconam », non insiste nel tentativo di localizzare con precisione la località in cui i due eserciti sarebbero venuti a contatto,
«perché con il solo testo dello storico bizantino non si possono superare i limiti dell'opinabile» (1). |
In questa nostra indagine, tuttavia, noi riteniamo di aver trovato degli elementi che consentiranno di spingerci più avanti. Sono elementi che emergono dal testo stesso dello storico bizantino, dalla toponomastica e dalle tradizioni della zona, che fino ad oggi sono passati inosservati a tutti gli studiosi, ma che pure assumono il valore di una testimonianza inedita, come il lettore potrà costatare: l'esistenza di una culla di cultura orientale fra le montagne dell'Appennino.
Anche se, alla fine di queste pagine, faremo nostra l'affermazione di Procopio « su queste cose ognuno pensa come meglio crede », riteniamo di dare un contributo esponendo questi elementi, che abbiamo individuato e raccolto personalmente, per la conoscenza dei luoghi che altri non avevano. Per taluni costituiranno oggetto di stupore e di sorpresa; su di essi si potrà anche discutere, ma sono fatti e cose reali che ognuno può verificare, accertare e controllare personalmente ancora oggi, a distanza di tanti secoli.
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(1) G. SIGISMONDI: La battaglia fra Narsete e Totila nel 552 in Procopio (1968), pag. 25.
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Purello, una delle frazioni del Comune di Fossato di Vico, situata sulla Flaminia al Km. 199, a breve distanza da Sigillo, incastonata negli Appennini nel punto in cui una variante del « diverticulum » si arrampicava lungo il monte, deve etimologicamente l'origine del toponimo ad un verbo di lingua greca (leggi poreuo) (2).
Fra i tanti significati che lo studioso del greco antico Lorenzo Rocci attribuisce a questa parola citiamo « percorrere, valicare ».
Perché questa parola di origine greca?
La dimostrazione che il toponimo Purello sia una derivazione del verbo greco (leggi poreuo), nel significato di «valicare», attraverso adattamenti fonetici ben conservati nel corso dei secoli, si inserisce in una indagine più ampia, su un glossario greco che abbiamo scoperto nella zona di Purello, e costituisce un fatto di fondamentale importanza a sostegno dell'ipotesi del Sigismondi, secondo la quale l'esercito bizantino avrebbe attraversato l'Appennino seguendo il « diverticulum ah Helvillo-Anconatn »; su questo percorso sarebbe avvenuto lo scontro con l'esercito di Totila.
Il nome di Purello è legato al valico, e che esso sia derivato da una parola greca, in relazione al valico, riteniamo di poterlo dimostrare.
E fare riferimento al valico significa fare riferimento a Ravenna e a ciò che Ravenna rappresentava nel periodo storico di cui ci occupiamo: Ravenna era allora la capitale d'Italia, la sede dell'Esarca, rappresentante dell'Imperatore di Bisanzio; di conseguenza è possibile ipotizzare un collegamento Purello, Ravenna, Bisanzio, Oriente: Purello, il valico e il « diverticulum » furono per anni il fulcro della presenza bizantina nell'Italia centrale, durata per quasi due secoli.
Inoltre approfondendo l'indagine sui vari elementi culturali esogeni, che individuiamo nell'area di Purello, si può arrivare alla conclusione che essi furono al centro della vicenda da cui ebbe inizio la presenza bizantina in Umbria, di cui riteniamo di aver trovato testimonianze anche in questa zona.
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(2) II Sigismondi, che pur è andato così vicino alla verità, avanza l'ipotesi che Purello sia derivato dalla radice celtica POR ( = monte), pensando ad una presenza di popolazioni celtiche nella zona. La sua non conoscenza di luoghi gli ha impedito di giungere dove arriverà questa indagine.
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L'abitato di Purello, frazione di Fossato di Vico, sullo sfondo la gola della Vergata in cui scorre il Vetorno, sulla sinistra il Nofegge e in alto a destra il Pul de la Rocca. |
A Purello è tuttora vivo il culto per un Santo Patrono di origine non certamente umbra: Sant'Apollinare, notoriamente venerato a Ravenna, dove appunto sorgono le celebri basiliche, ricche di mosaici di questo periodo: Sant'Apollinare in Classe e Sant'Apollinare Nuovo.
E a Sant'Apollinare è tuttora dedicata anche la Chiesa parrocchiale di Purello.
Fino a qualche anno fa, prima che le migrazioni e i movimenti di popolazione, caratteristici degli ultimi decenni, ne mutassero i caratteri etnici, la frazione di Purello e il territorio contiguo sono stati abitati da un gruppo di famiglie i cui cognomi sono di manifesta etimologia greca o, quanto meno, chiara derivazione da un glossario greco.
Questi cognomi, anche se non in maniera così marcatamente nitida, erano presenti anche nelle campagne di Fossato di Vico e Sigillo: eccone taluni esempi:

Questi cognomi, di cui citiamo solo i più appariscenti, esistono tuttora anche se, con il passare dei secoli, ed in particolare negli ultimi decenni, molti dei vecchi nuclei familiari sono emigrati altrove e sono affluiti nella zona portatori di cognomi di diversa etimologia, che sfumano un fenomeno marcatamente evidente fino a poco tempo addietro (3).
E difficile sostenere la tesi di taluno secondo la quale i cognomi, affermatisi nel XVI secolo generalmente come patronimici, nel nostro caso specifico di povera realtà contadina ignorante e semianalfabeta, si siano affermati come espressione culturale di un umanesimo e rinascimento che poteva trovare espressioni in città come Roma e Firenze, ma non in mezzo alle nostre montagne.
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(3) II cognome Galassi, che era portato da oltre il 50% della popolazione di Purello, nelle zone prive di questi influssi culturali che andiamo riscoprendo, è tradotto nella lingua italiana come « Della Chiesa ». Aggiungiamo che Galassi è cognome usato anche in Romagna dove, in provincia di Ravenna, è storicamente fuori discussione che la presenza bizantina si è protratta per oltre due secoli.
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Questi cognomi di etimologia greca si formarono verosimilmente come derivazioni di soprannomi di uso corrente fra le popolazioni, uso ed abuso che del resto è ancora ampiamente riscontrabile in tutta la zona: a Gualdo Tadino, ad esempio, sono poche le famiglie che non siano conosciute per un soprannome.
A questi cognomi/soprannome si può aggiungere l'uso plurisecolare di una lunga serie di nomi di persona, tramandati di generazione in generazione, secondo la prassi del rinnovo dei nomi degli antenati; nomi che fanno parte della cultura classica, e greca in particolare, che sono diventati patrimonio etnico di questo gruppo.
Fra gli abitanti di Purello, e nell'area di naturale espansione di questa popolazione, sono ancora oggi ripetuti e di uso corrente i nomi Omero, Demetrio, Nike (4), Eolo ed Euro (5), Eulalia (6), Gaia, Melissa (7), 'Elia (8), Irene (9), Jonia (10), Adenico, Aristide, Cesarèa, Eude (11), Leda e Nerèa (12); tutti nomi che sono patrimonio culturale della Grecia classica.
Questa presenza massiccia di elementi culturali ed etnici di chiara derivazione greca, in una comunità di poche centinaia di persone, si manifesta in uno spazio di appena qualche chilometro, fra Fossato di Vico a sud e Sigillo al nord, anche se, nelle località estreme, sfuma e si attenua diluito fra tutta la popolazione.
E Purello è il centro di quest'area: quasi una piccola colonia greca nel cuore d'Italia.
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(4) Nome che corrisponde all'italiano « Vittoria ».
(5) Nomi di due divinità dei venti nella Grecia classica.
(6) Letteralmente « Buona parlatrice » — chiacchierona.
(7) Corrisponde alla parola italiana « ape ».
(8) Femminile di 'Elios, il dio Sole'.
(9) Corrisponde alla parola italiana « Pace ».
(10) Jonia deriva dal Mar Jonio e dalla popolazione greca
(11) Corrisponde alle parole « buona vista ».
(12) Divinità marine della Grecia classica.
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Oggi parlare di grecità a persone che si chiamano Galassi Eulalia, Pantalissi Adenico, Burzacca Lèda, Galassi Omero, Burzacca Euro, Galassi 'Elia, in una zona situata a cento chilometri di distanza dal mare e a mille chilometri dalla Grecia, può sembrare fantascientifico; certi elementi culturali qui esistono da sempre, sono così comuni e acquisiti nella coscienza degli abitanti, da sembrare cosa normale: e non perché queste cose siano state lette nei libri.
Invece questa presenza di elementi etnici e culturali greci così evidenti colpisce qualsiasi estraneo venga a contatto con questa realtà; cito ad esempio lo stupore espresso da un addetto ai servizi anagrafici del comune di Torino regi nell'apprendere che una emigrata da Purello in quella città, si chiamava Cesarèa.
Ma ci sono ancora da mettere in luce altri elementi legati a questa archeologia del linguaggio.
Nelle adiacenze di Purello, esiste un antichissimo Santuario, dove si è conservato un antichissimo simulacro ligneo che, in occasione della esposizione di arte umbra tenutasi a Perugia nel 1907, venne datato sicuramente come «antecedente all'anno mille».
Questo santuario è dedicato alla « Madonna della Ghèa »; inoltre nelle cronache medioevali si parla in più circostanze anche di un castello della Ghèa, che sorgeva nella località in cui oggi resta il solo Santuario.
A parte il culto, è evidente anche in questo caso, la derivazione etimologica del toponimo Ghèa dalla parola di lingua greca (leggi ghè) che significa « territorio ». E il discorso, che introduce il toponimo Ghèa è particolarmente importante da un punto di vista etnografico.
Infatti la corretta conservazione della pronunzia originaria della lettera gamma in gh, e non in g dolce, secondo l'uso fonetico greco, costituisce un elemento fondamentale a sostegno della tesi che, attraverso i secoli, siano esistite in questa località delle genti di lingua greca; dove queste popolazioni non sono esistite in maniera predominante questa pronunzia caratteristica è andata rapidamente perduta. Basta esaminare il toponimo Tagina : nel testo di Procopio è riportato come (leggi Taghinai), ma nell'uso delle popolazioni italiche divenne ben presto Tagina : la pronunzia gutturale venne sostituita dalla pronunzia in g dolce, secondo l'uso delle popolazioni autoctone per le quali Ghèa rappresentò invece un termine importato, ma che fu conservato dai discendenti di coloro che lo avevano importato.
Che la parola Ghèa sia stato un toponimo estraneo alla cultura predominante nelle popolazioni della zona è dimostrato dal fatto che, nei documenti del basso Medio Evo, in cui se ne fa uso, essa viene ri-petutamente deformata e storpiata (Glere, Glera, Ghee, ecc.).
E ancora: a breve distanza dal Santuario della Chèa si è conservato fino al 1940 in una chiesa di campagna un altro simulacro ligneo antichissimo, sicuramente antecedente al mille: una statua che veniva venerata come « la Basilissa ».
Anche in questa circostanza dobbiamo annotare che la parola Basilissa è propria della lingua greca: significava Imperatrice , come il Basileus era l'Imperatore.
E ancora: il monte che sovrasta da est l'abitato di Purello è indicato nelle mappe topografiche come « Monte della Rocca » in virtù di un antico fortilizio che sorgeva sulla cima e che fu al centro di aspre contese nei lontani secoli del Medio Evo. Nell'uso corrente della popolazione tuttavia il Monte della Rocca viene chiamato Pul de la Rocca. Ancora una volta siamo in presenza di una parola di lingua greca; TCOÙ (pu) è infatti un avverbio di luogo che in greco significa « dove »: Pul de la Rocca vuoi quindi significare « II luogo dove (è) la Rocca » (13).
Infine aggiungiamo un altro elemento di questa caratteristica toponomastica locale che ci ha portato a scoprire nella zona di Purello tanti motivi culturali di derivazione greca.
L'antica strada, che si inoltra nelle gole dell'Appennino a oriente di Purello, che coincideva con una delle varianti del « diverticulum » di cui si è già detto, è conosciuta come «strada della Vergata» e Vergata è appunto il nome della vallata attraverso la quale arrivano all'abitato di Purello i raggi del sole nascente.
Nell'ambito di questa indagine, sugli elementi culturali greci presenti nella zona, possiamo ritenere che anche il toponimo Vergata sia derivato da un termine greco: (leggi v-feraughetes ) (14) che significa « apportatrice di luce »; la Vergata , nel linguaggio comune dei residenti, era chiamata quindi « La valle apportatrice di luce » all'abitato di Purello che si trova al suo imbocco.
Questi nomi, questi elementi culturali, queste parole, derivano certamente da un dialetto greco, probabile retaggio di una comunità, insediatasi tanti secoli or sono in mezzo agli Appennini, che conservò i costumi, le abitudini, il culto e il linguaggio di origine. Forse la zona circostante era allora deserta, almeno per il raggio di qualche chilometro, e pertanto risultarono scarsi i contatti e i motivi di contaminazione con individui che parlavano altri idiomi, o forse altri fatti determinarono l'isolamento.
L'insediamento di un gruppo di cultura greca in questa zona non può che risalire al periodo della presenza bizantina nell'Italia centrale. E evidente che per secoli, interrotti i legami con Ravenna e Bisanzio, la vitalità di questa gente si è estrinsecata in un universo estremamente limitato, determinato dalla scarsa mobilità sul territorio, caratteristica di un popolo essenzialmente agricolo, attaccato alla terra, scarso di mezzi di trasporto, isolato dalla madre patria, dopo che la fine del dominio bizantino fece cessare l'importanza del collegamento fra Ravenna e Roma.
E questa ipotesi ha una base storica certa: per la durata del dominio bizantino, Ravenna restò infatti collegata al Ducato Romano, attraverso la strada Flaminia, per una sottile striscia di territorio fortificato a ridosso di essa (15), e presidiata da truppe che Bisanzio istallava e manteneva nel territorio.
Questi « castra appenninici » avrebbero consentito la sopravvivenza di sacche di resistenza greco-orientale fino ai tempi di Liutprando che li spazzò via nel 712, ma evidentemente non sterminando la popolazione. Per ora limitiamoci a prendere atto che l'archeologia dei toponimi, e del linguaggio ci ha fornito indirettamente il reperto cercato dal Sigismondi.
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(13) Esisteva come già ricordato, una « Rocca d'Appennino », di cui rimangono dei resti, nel Monte della Rocca, poco distante dall'abitato di Purello e dal diverticulum.
(14) Nella fonetica del greco antico la labiale «V» non esisteva. Le parole in cui questo suono viene usato da altre lingue, nel greco antico venivano pronunziate con varianti fonetiche corrispondenti ad altri segni ortografici (generalmente b,f,ou). Così, ad esempio, Ravenna era Rabenna , Vergilio era Ouerghilios ecc. Nella traslitterazione, dal greco all'uso corrente, di parole che troveremo più avanti questo fenomeno va tenuto presente (es. Vetorno da = b-vetron ) per comprenderlo più chiaramente.
(15) G. SPINI: Storia d'Italia — vol. I — pag. 82.
«il Ducato Romano, unito alla Pentapoli da un'esile linea di castelli e di città fortificate, attraverso tutta l'Umbria».
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La cosa del resto è giustificabile anche storicamente, se consideriamo che sulle montagne dell'Abruzzo, della Calabria e della Sicilia ancora oggi esistono delle comunità, di origine greca e albanese che hanno conservato, attraverso il tempo, dialetti propri, costumi ed usanze proprie, anche più spiccate e appariscenti che a Purello.
D'altra parte non si vede quale altra origine potrebbe avere avuto questa colonia greca nel cuore d'Italia e questa piccola culla di cultura e di tradizioni elleniche, a cento chilometri di distanza dal mare.
La conservazione attraverso i secoli di una pronunzia corretta, secondo la fonetica greca, prova che in questa zona è esistito un gruppo foneticamente diverso dalle altre popolazioni indigene già presenti nella vallata; per analogia si può affermare che anche l'etimologia del toponimo Purello derivi da (leggi poreuo, che significa « valicare »} e ci conduca alla località in cui l'esercito di Narsete valicò gli Appennini, il valico di Chiaromonte.
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L'archeologia dei toponimi
Se le considerazioni esposte in queste pagine ci portano a localizzare lo scontro fra gli eserciti di Totila e Narsete sull'altipiano appenninico, nella zona di Purello, l'ipotesi già formulata sull'origine del toponimo « Le Cese » ci porta ad altri collegamenti con le vicende storiche che andiamo ricostruendo. Niente di più facile che i primi abitanti di Purello siano da collegarsi ai fatti che diedero il nome a Le Cese e ad altre località adiacenti: soldati di un presidio o gli immancabili feriti, retaggio di qualsiasi conflitto, che ben difficilmente gli eserciti del tempo erano in grado di accudire e trascinarsi dietro: il toponimo Cese potrebbe risalire a un derivato del verbo greco : il participio (leggi chéas ), che tradotto letteralmente significa « bruciato, dato alle fiamme », quindi il corrispondente dei «busta» latini.
Gli elementi culturali greci, che abbiamo raccolto a Purello, sono presenti anche nell'area di Sigillo, quantunque siano meno nitidi e appariscenti che nella prima località. La distanza modestissima fra i due centri abitati non può aver tenuto separate le due comunità, anche se il Sigismondi sostiene l'ipotesi del Borman che l'origine di Sigillo possa derivare dalla gens dei Suillates , una delle popolazioni dell'Italia preromanica.C'è stata quanto meno una innegabile osmosi fra i nuovi arrivati che si insediarono a Purello e i discendenti dei Suillates .
Molti elementi lo lasciano supporre.
Il fiume che, scendendo da le Cese lungo il versante nordoccidentale del Monte Nofegge, attraversa la Flaminia nell'abitato di Sigillo, è chiamato tuttora la « Dorìa » (Dorìa si osservi bene, e non Dòria).
E anche questa è una parola di derivazione greca: deriva infatti da (leggi dory ) che significa « asta, lancia », ma, in senso traslato, anche « battaglia, guerra ». Si noti che nel linguaggio corrente e nella tradizione popolare, quantunque si tratti del nome di un fiume, (nella lingua italiana di genere maschile), la Dorìa viene considerata, da sempre, una parola di genere femminile.
Solo in questi ultimi tempi i giovani, e gli ultimi arrivati nella zona, hanno preso a maschilizzare il nome del fiume e addirittura la vecchia « via della Dorìa » per taluni è diventata « Via Andrea Doria », chiaro esempio di come possono essere travisate e cancellate delle preziose testimonianze storiche.
Ma, rinviando l'approfondimento sul toponimo Sigillo, mettiamo in luce altre interessanti scoperte dell'archeologia dei toponimi, attinenti alla vicenda di Totila e Narsete.
Mentre si procedeva all'esplorazione del contraforte montano incuneato fra Sigillo e Purello, alcuni anziani abitanti della zona lasciarono intendere che, per i vecchi del luogo, il toponimo Nofegge non indicava tutto il complesso montuoso indicato sulle mappe come « Monte Nofegge », ma solo quella parte di esso che è esposta verso Occidente; più precisamente,'per chi guarda dalla Flaminia, la parte del monte che sovrasta la chiesa della Madonna del Prato alle porte di Sigillo.
Questa parte del monte si presenta relativamente agevole, e fino al 1972, anno in cui è stata trasformata in un bosco artificiale di pini e di abeti, era in gran parte ricoperta di prati perenni che ne rendevano la superficie liscia, quantunque in notevole pendìo.
Anche la parola Nofegge sembra contenere qualche cosa di insolito e di misterioso, (1) rispetto all'altra toponomastica della zona; siamo così andati alla ricerca di un suo significato. E ricorrere ancora alla lingua greca era doveroso.
Il toponimo ha avuto origine certamente come derivazione di uno dei due verbi greci (leggi notizein) o (leggi nosfizein ). Per il primo il Rocci traduce il significato letterale con le parole latine « terga vertere », cioè « volgere le spalle », darsi alla fuga: un significato tipicamente bellico nel linguaggio dell'antichità, per indicare una fuga ignominiosa davanti al nemico.
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(1) Su questo senso di mistero, che avvolge le Cese e il Nofegge, vedere la pubblicazione di Domenico Bartoletti «Sigillo in Umbria», al capitolo Leggende, pagg.110.
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Per il secondo, sempre il Rocci, indica la traduzione « disfarsi di qualcuno, uccidere ». Sono due vocaboli che, in ultima analisi, possono indicare la medesima cosa: l'esito di una battaglia.
L'esercito di Narsete si accampò probabilmente sulla parte più alta del pianoro, nella zona del valico, in parte sul Nofegge, in parte forse sul versante orientale dell'Appennino, fino all'attuale Val di Ranco; la battaglia ebbe inizio, probabilmente, nell'allevamento che collega il Nofegge al Monte Cucco ( Le Cese ); qui passava il viottolo che da Sigillo saliva al valico; da qui scaturiscono le sorgenti del torrente Dorìa ; qui, dove più ragionevoli apparivano le possibilità di sfondamento delle difese nemiche, Totila lanciò la propria cavalleria, che fu presa in mezzo dalle frecce degli arceri bizantini, appostati sulle alture circostanti, e, non riuscendo a sfondare, voltò le spalle e si disperse in fuga, nella zona Nofegge, come oggi la chiamano i discendenti di quegli invasori che così, o quasi, la chiamarono quindici secoli or sono.
Se invece i fatti si svolsero secondo la versione che Procopio ha tramandato in via subordinata, qui potrebbe essere avvenuto non la carica della cavalleria dei Goti, ma il ferimento di Totila. L'epilogo si ebbe poi nelle due gole sottostanti, in fondo alle quali precipitano a valle la Dorìa (il fiume che finì con l'assumere il nome di fiume della battaglia) e il Vetorno, il fiume che attraversa Purello e che deriva il suo nome da un'altra parola greca, che può significare tra l'altro, anche « sterminio » ( leggi b-vetron ).
Raggruppati in poche centinaia di metri quadrati abbiamo scoperto questi elementi:
- il valico
da cui arrivarono gli invasori;
- le Cese (da
) dove iniziò la strage;
- l'inizio della Dorìa
che scorre parallela al versante nord occidentale del Nofegge ; dove i Goti volsero le spalle;
- il corso del Vetorno
verso cui necessariamente si riversarono una parte dei fuggiaschi dal campo di battaglia, che furono inseguiti, raggiunti e sterminati.
E facile immaginare infatti come questa massa di uomini, che si sbandarono nelle zone alte del Monte Nofegge, nel disperato tentativo di guadagnare la pianura, si siano divisi, una parte sul versante nord ovest (Dorìa), e l'altra sul versante sud est (Vetorno).
Sono sufficienti questi elementi per affermare di aver trovato il luogo della battaglia?
Con queste scoperte ci è sembrato legittimo pensare di aver individuato, in questa località, il « fortunato ritrovamento archeologico » auspicato dal Sigismondi: la chiave del mistero che ha avvolto la vicenda per tanti secoli.
Accostando al Nofegge la descrizione lasciataci da Procopio, la troviamo in gran parte corrispondente; si tenga conto, in ogni caso, che Procopio questo luogo non l'ha veduto ed ha cercato di descriverlo in base a racconti fattigli da altri.
Il Monte Nofegge, con le sue pendici ripide e inaccessibili, ma con la sua superficie della parte superiore sostanzialmente agevole, può essere identificato come il pianoro montano, inaccessibile da tutti i lati eccetto quello che si salda al Monte Cucco e all'Appennino, dal cui versante orientale arrivarono gli invasori.
Esso è circondato dal Monte Cucco (verso nord) e dalla Cima Feletta (verso est e sud est), cime che lo sovrastano. Sul fianco aperto, la sella di collegamento attraverso la quale passava la via che univa il «diverticulum» a Sigillo (oggi non c'è più, ma partendo da Aja di Fabriano, alle porte di Sigillo, per raggiungere il valico si passava necessariamente per di là); parallelamente, o quasi, scende tuttora il torrente di cui parla Procopio, la Doria , che in effetti è parallela a ciò che rimane dell'antica mulattiera che da Sigillo raggiungeva il valico.
Pure parallela alla strada e al torrente una strettissima cresta rocciosa del Nofegge, posta sul versante di Sigillo, più evidente per chi osserva dall'alto, potrebbe costituire il punto fortificabile che Narsete fece occupare nella notte precedente alla battaglia da cinquanta soldati; è forse quello che Procopio chiama il (leggi gheolofon), cioè il punto non imboschito, privo di vegetazione.
E in effetti le dimensioni di questo sperone roccioso sono tali da non potervisi schierare più di cinquanta uomini, tanto per fare un ulteriore raffronto con il testo di Procopio (2).
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(2) PROCOPIO: VIII — IV, 29 — 15,
«lì stavano fermi i cinquanta, addossati l'un l'altro, schierati a falange, per quanto lo permetteva il luogo stesso».
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Resta una obiezione: i luoghi descritti sono forse poco agevoli e troppo angusti per essere stati il teatro di una grande battaglia; ma lo stesso Procopio non parla forse di un pianoro montano, in cui Narsete dispose l'esercito nel modo più esteso e profondo possibile? O per una battaglia che non fu combattuta?
Se estensione e profondità mal si conciliano, la ristrettezza dei luoghi avrà imposto a Narsete di schierare l'esercito in più file successive. Se poi è valida l'ipotesi che abbiamo già formulato, facendo nostra la seconda delle due versioni lasciate da Procopio, possiamo anche aggiungere che, per lo svolgimento delle fasi culminanti di questa vicenda, non fu certo necessario un grande campo di battaglia, che le poche forze di cui disponeva Totìla non avrebbero potuto sostenere in campo aperto.
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La fine di Totila
L'argomento della battaglia di Tagina non si può considerare esaurito, trascurando di esaminare altri dati, ricavabili, dal testo di Procopio, che sono tuttora controllabili e che sono determinanti per la localizzazione e la ricostruzione della vicenda: la morte e la sepoltura di Totila, re dei Goti.
Alle propaggini occidentali del comune di Gualdo Tadino, c'è una zona collinare lambita dal fiume Chiascio, caratterizzata da un antico nucleo abitato, che sorge nel punto più alto, e da numerose case sparse, disseminate lungo i pendìi delle colline: il tutto è noto nella toponomastica come frazione di Caprara, toponimo che è presente anche nella narrazione di Procopio .
Fra queste rupi boscose, non lontano dal Chiascio, secondo la tradizione popolare e la narrazione di Procopio, Totila, scampato alla battaglia ma gravemente ferito, trovò rifugio, morte e sepoltura.
Ma ecco le parole di Procopio, nel testo della prima descrizione della battaglia (1):
«...Totila, colpito a morte e in fin di vita, dopo aver percorso ottantaquattro stadi, giunse ad un luogo chiamato Capras, e dopo non molto cessò di vivere. Allora quelli che erano con lui, dopo averlo ivi sotterrato si allontanarono». |
Aggiungiamo che nella toponomastica locale esistono tuttora un « boschetto di Totila » ed un « palazzo di Totila »; il tutto inquadrato in una tradizione popolare molto radicata, che ha spinto per secoli gli abitanti della zona alla vana ricerca di reperti e tesori nascosti.
La presenza di queste tradizioni popolari è molto importante, forse più di una documentazione scritta (2). Si consideri in particolare l'ambiente in cui queste tradizioni si sono sviluppate e conservate: ambiente chiuso sino alla fine del secolo scorso; fino a pochi anni fa addirittura privo di una strada di accesso agevole, quindi non contaminato da contatti esterni. L'intera popolazione era costituita da una decina di gruppi familiari, tutti imparentati tra loro, dove per secoli l'analfabetismo ha regnato sovrano, e dove non avrebbero potuto mai trapiantarsi e svilupparsi leggende e tradizioni, per assimilazione di fatti storici certi ma estranei all'ambiente, che nessuno degli abitanti avrebbe conosciuto, verificatisi in altre località.
Invece,
«i contadini di lassù più volte hanno, qua e là, scavato il terreno per ricercare gli avanzi delle armi e delle armature preziose che, secondo la tradizione pervenuta a loro di generazione in generazione, sarebbero state calate dai Goti nella fossa, con il cadavere del loro re» (3). |
Quindi Totila, dopo la morte, è stato sicuramente seppellito a Caprara, o meglio in quella zona conosciuta con questo nome, fra il centro abitato, la ripa boscosa e il letto del Chiascio sottostante. Il testo di Procopio fornisce dettagliatamente i particolari della morte e della ritirata del sovrano in questa località, in entrambe le due descrizioni della vicenda, con la precisazione del toponimo Caprara .
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(1) PROCOPIO: VIII — IV; 32, 27.
(2) Per quanto possa valere la tradizione, collegata ad un avvenimento storico, fra le popolazioni agricole dell'Umbria, spesso semianalfabete, stanziate da millenni in località isolate e prive di contatti con il resto del mondo, così il Sigismondi (op. cit. pag. 38):
«in proposito può essere utile un esempio preso dalla toponomastica di una zona non molto lontana da quella che ci interessa. I toponimi di Campi di Servilio, Ara dei Cavalieri ed altri, nell'area adiacente all'attuale Colfiorito (Foligno) restano come documenti vivi di una tradizione popolare tenacissima che in questa località, dopo la battaglia del Trasimeno, avvenne la sconfitta della cavalleria romana del console Servilio, da parte dei Cartaginesi dell'esercito di Annibale nell'estate del 217 a .C.; dopo oltre duemila anni il nome di Servilio documenta ancora, in una sperduta località appenninica, il fatto d'arme del lago Restino». Per analogia il nome di Totila, presente nelle tradizioni popolari di Caprara, ha il valore di una testimonianza certa che in questa località fu sepolto il re dei Goti.
(3) R. GUERRIERI: Storia civile ed ecclesiastica del comune dì Gualdo Tadino — pag. 14.
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Ed ecco le due versioni dell'avvenimento nella descrizione lasciataci da Procopio:
«Quelli poi che accompagnavano Totila, credendo che i nemici ancora li inseguissero, non smisero di fuggire, pur trascinandosi dietro, con grandi sforzi, lui colpito a morte e in fin di vita, poiché erano costretti ad una corsa forzata. Dopo aver percorso ot-tantaquattro stadi, giunsero ad un luogo chiamato Caprae. Quindi, fermandosi in questo luogo, curavano le ferite a Totila il quale, non molto tempo dopo, cessò di vivere. Allora quelli che lo seguivano, dopo averlo ivi sotterrato, si allontanarono» (4). |
«...poi egli, colpito mortalmente, straziato da acutissimo dolore, uscì fuori dallo schieramento con pochi e, a poco a poco si ritirò indietro; resistendo al dolore cavalcò fino a Caprae, dove poi essendo svenuto, si fermò per curare la ferita, ma non molto dopo arrivò per lui l'ultima ora di vita» (5). |
Come si può costatare, nella prima ricostruzione del fatto, Procopio ha inserito un particolare, importantissimo per la sua precisione, forse il più preciso di tutto il racconto. Esso resta tale anche se, in realtà, i fatti si sono svolti secondo l'altra versione. Gli ottantaquattro stadi , percorsi da Totila ferito a morte, non sono i « circa cento stadi » che troviamo in altra parte del testo, ma un dato preciso, controllato con una certa pignolerìa, da un punto ben identificato, dove si è veri-ficato un certo avvenimento, ad un altro punto ben preciso, dove ne è stato accertato un altro; altrimenti avremmo trovato ancora la parola « circa ».
Riferisce inoltre Procopio,
«...che Totila fosse scomparso dagli uomini, i Romani non lo seppero finché una donna, di origine gotica, non lo riferì ad essi e mostrò il sepolcro. Essi però, udito ciò, non credendo che le cose riferite fossero vere, si recarono sul posto, e avendo scavato subito la tomba, ne trassero fuori Totila morto e, si dice che dopo averlo riconosciuto, dopo aver saziato il loro desiderio di questa vista, di nuovo lo seppellirono nella terra e riferirono poi a Narsete tutto quanto era accaduto» (6). |
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(4) PROCOPIO: VIII — IV; 32,36-27.
(5) PROCOPIO: VIII — IV; 32,36-36.
(6) PROCOPIO: VIII — IV; 32,31-32.
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Evidentemente, nei giorni successivi allo scontro, nelle file dell'esercito bizantino qualcuno si vantava di aver colpito il re dei nemici, o qualcuno forse, cercando di scoprire il motivo della sua scomparsa improvvisa, faceva delle ricerche fra i morti e i prigionieri.
Il testo del Ciatti (7), che raccoglie e mette insieme notizie desunte da Procopio, da Biondo da Forlì (libro VII), da Paolo Diacono (libro XVII), Leonardo Aretino (Libro III), formulando una ricostruzione storica vaga e dispersiva, su questa vicenda non fornisce particolari utili. Tuttavia, dal quadro confuso della narrazione, emerge che Narsete e il suo esercito, nella seconda metà dell'anno 552, in cui viene collocata la morte di Totila, operò per un certo periodo di tempo nella zona compresa fra Sentinum (alle falde del Monte Cucco, sul versante orientale) e Luceolum , di cui restano vestigia lungo la Flaminia a nord di Scheggia, dei pressi di Pontericcioli. Solo successivamente l'esercito di Narsete si sarebbe mosso da questa zona verso Spoleto, verso la Gallia , verso la Toscana , verso Narni e verso Perugia.
E, per operare fra Sentinum e Luceolum , non si poteva che operare in questa zona di cui ci stiamo occupando: la « regio tadinatis ».
Molto probabilmente i Bizantini, nel periodo in cui rimasero nella zona, condussero intense e prolungate ricerche fra il punto dello scontro e la località in cui poi sarebbe stato rinvenuto il cadavere, sull'ipotetico cammino seguito dal ferito in ritirata.
In quei tempi vigeva per i soldati il diritto di preda; la scoperta della tomba di un re non poteva non essere appetita dai molti mercenari nell'esercito bizantino.
L'accanimento di questa ricerca viene confermato dal fatto che essa venne proseguita finché una donna, di stirpe gota, forse in seguito a pressioni, intimidazioni o minacce, o al fine di porre termine a questi rastrellamenti, che non dovevano certo risultare piacevoli e indolori per una popolazione già abbondantemente provata, tradì il segreto, indicando il punto della tomba: da qui la precisione del dato.
Considerando che il luogo della sepoltura, anche se non può essere precisato, può essere ipotizzato con notevole approssimazione lungo la riva del Chiascio, alle falde del sistema collinare di Caprara, dove esiste il toponimo « boschetto di Totila », resta da vedere il percorso attraverso il quale il ferito vi giunse.
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(7) F. CIATTI: Delle memorie annuali et historiche delle cose di Perugia , Perugia 1638.
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Il fiume Chiascio a Caprara di Gualdo Tadino; nelle vicinanze i vocaboli
« palazzo di Totila » e « boschetto di Totila ». |
Due sono le ipotesi del possibile itinerario: o Totila ha ripiegato fino ad Helvillum , deviando quindi verso il fiume Chiascio, oppure egli, lasciato il luogo in cui è stato ferito, ha seguito il corso del torrente Dorìa, fino alla confluenza con il Chiascio, costeggiando poi quest'ultimo fino alla zona di Caprara. E questa è l'ipotesi più verisimile.
In entrambi i casi, la distanza fra queste località e la parte alta del Monte Nofegge ( Le Cese ), sui due ipotetici itinerari è pressoché la medesima: 12 - 13 chilometri .
Va sottolineata l'importanza della precisione del dato « ottantaquattro stadi », perché la precisione di questa misura permette l'elaborazione del seguente prospetto delle distanze, traendone alcune conseguenti conclusioni:
| Da Tagina a Le Cese |
circa 100 stadi = Km |
15 circa |
| Da Caprae a Le Cese |
84 stadi = Km |
12,5 |
| Da Tagina a Helvillum (8) |
circa 80 stadi = Km |
12 circa |
| Da Helvillum a Le Cese |
circa 20 stadi = Km |
3 circa |
| Da Helvillum a Caprae |
circa 57 stadi = Km |
8 circa |
Le varie località indicate, con riferimento ai dati riportati, possono essere identificate come segue:
| Tagina: |
Corrisponde all'ex-municipium romano, che sorgeva in località Taino, sulle rive del fiume Rasina, a sud della stazione ferroviaria di Gualdo Tadino; |
| Caprae: |
Corrisponde genericamente al complesso collinare di Caprara, frazione del comune di Gualdo Tadino, a ridosso del fiume Chiascio, dove la toponomastica, locale indica il « boschetto di Totila »; |
| Helvillum: |
E' localizzabile nelle adiacenze del Cimitero del Comune di Fossato di Vico, fra il capoluogo e l'abitato di Purello; |
| Le Cese: |
Località del comune di Sigillo, sulla sella che collega il Nofegge al Monte Cucco . |
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(8) Distanza corrispondente fra le località di Taino (attuale SS Flaminia Km. 186 a valle della frazione di Rigali) e il Km. 198 della stessa Strada Statale, confermata in 7 miglia anche dall'Itinerario Bordigalense.
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Non appare superfluo precisare che si tratta di indicazioni relative, oscillanti con una certa approssimazione, e non di valori assoluti: migliaia di persone del resto, quante ne comprendevano i due eserciti, occupavano necessariamente un certo spazio e non soltanto un punto ristretto.
Controllando con questo accorgimento le distanze reali, fra le località indicate e quelle riportate in questa specie di mappa, sostanzialmente coincidono.
Da questo controllo ricaviamo anche l'indicazione che Procopio, almeno nell'episodio della « battaglia di Tagina », considera lo stadio corrispondente a circa 150 metri (9).
Pertanto, a meno che non si vogliamo ipotizzare, strane, fortuite e inconcepibili coincidenze, non si possono non considerare esatte queste indicazioni topografiche, la ricostruzione delle vicende fatta su di esse, e la loro localizzazione in questa zona dell'Appennino Umbro-Marchigiano.
Tutte le indicazioni topografiche e quelle ricavate dall'etimologia del linguaggio e dei toponimi sembrano confermarsi e convalidarsi a vicenda come le tessere di un mosaico.
Queste coincidenze di toponimi, tradizioni e distanze, con la realtà consentono anche un'ultima considerazione sulla vicenda che vale la pena di fare.
Procopio, nella sua prima versione della morte di Totila, scrive:
«Totila, poi, mentre fuggiva... veniva inseguito...il gepido Asbade l'assaliva per colpirlo alle spalle..., ma egli stesso, colpito da Scipuar, ivi rimase... gli inseguitori, che avevano fatto l'inseguimento insieme con Asbade, per salvarlo, smisero l'inseguimento e tornarono indietro insieme con lui;... Totila... dopo aver percorso ottantaquattro stadi,... giunse ad un luogo chiamato Caprae...». |
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(9) In altri passi di Procopio, la lunghezza dello stadio varia da un minimo di m. 143 ad un massimo di m. 260, evidentemente a seconda delle fonti, da cui lo scrittore attingeva, o delle tradizioni e consuetudini che vigevano nelle località in cui erano ambientate le singole vicende.
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Se fosse veritiera questa esposizione, Totila non sarebbe stato ferito sul luogo della battaglia, ma mentre era già in fuga e si era allontanato da quel luogo, che era situato davanti all'accampamento di Narsete; di fatti coloro che lo inseguivano, per salvare Asbade, dovettero abbandonare l'inseguimento e tornare indietro.
Riepilogando:
- Il campo bizantino era posto a circa cento stadi da Tagina;
- Procopio riferisce che « Totila si presentò davanti all'accampamento (bizantino) con tutto il suo esercito » e qui si verificò lo scontro;
- Gli ottantaquattro stadi, percorsi da Totila ferito, prima di raggiungere Caprae , misurati a ritroso da questa località, su entrambi i possibili itinerari della sua ritirata, terminano nella zona del Nofegge, dove era l'accampamento bizantino;
- La località, distante ottantaquattro stadi da Caprae , era la medesima che distava circa cento stadi da Tagina , dove i Goti avevano ubicato il loro accampamento;
- In questa stessa località quindi avvennero la battaglia e il ferimento di Totila.
Questa approfondita analisi del testo avvalora la seconda ipotesi sul ferimento di Totila, fornita dallo stesso Procopio, anche se in via subordinata: il fatto sarebbe avvenuto casualmente, nella località in cui i due eserciti si erano schierati, e non dopo che i Goti erano già fuggiti da quella località. Anche la prima ricostruzione della battaglia lascia-taci da Procopio, del resto, non appare come una battaglia di movimento, con spostamenti sul territorio, quantunque si sarebbe protratta per molte ore, ma è descritta come una ostinata serie di ripetuti attacchi dei cavalieri goti contro le difese bizantine.
Poiché la ritirata dei Goti non poteva avvenire che in direzione della pianura umbra sottostante, Totila, se rimase ferito sul luogo dello scontro (distante, si ripete, circa cento stadi da Tagina e ottantaquattro stadi da Caprae ), prima che i Goti si sbandassero e si mettessero in fuga, per raggiungere Caprae da quella località, ha percorso effettivamente ottantaquattro stadi.
Se invece, come sostiene Procopio nella prima versione dello scontro, il ferimento sarebbe avvenuto dopo che i Goti erano già stati messi in fuga, Totila, per raggiungere Caprae , avrebbe dovuto percorrere ottantaquattro stadi meno il tratto che egli aveva già percorso all'inizio della fuga prima di essere ferito.
Concludendo, se la località in cui Totila venne ferito deve essere considerata l'inizio di un percorso di ottantaquattro stadi che termina a Caprara di Gualdo Tadino; se tale località coincide con quella in cui termina la distanza di circa cento stadi che separava l'esercito bizantino da Tagina ; se in questa stessa località è avvenuto il contatto fra i due eserciti, Totila fu ferito non durante la fuga da quella località, ma prima dell'inizio della ritirata, cioè sul luogo stesso in cui si erano schierati i due eserciti.
Questa conclusione rende più verisimile la seconda delle due versioni dei fatti che ci ha tramandato Procopio; cioè, prima della battaglia, o quanto meno nelle sue fasi iniziali, un dardo avrebbe raggiunto il re dei Goti, mettendolo subito fuori combattimento e gettando lo scompiglio fra i suoi soldati; da qui la fuga generale, il terga vertere che corrisponde alla parola greca da cui derivò Nofegge, e le uccisioni, con successivo incendio dei resti che originò il toponimo le Cese (da ; — leggi chéas , participio dal verbo greco che significa bruciare).
Le Cese quindi non furono che il corrispondente dei Busta latini, cioè i resti di una cremazione.
Concludiamo affermando che Procopio, con l'abbondanza e la precisione di molti particolari e dati topografici inseriti nel contesto della narrazione, consente di confutare la sua stessa versione ufficiale della battaglia e dei fatti ad essa collegati.
L'esame comparativo di tutti questi particolari avvalora la seconda versione, che Procopio ha riportato per semplice dovere di cronaca, rimettendosi poi al giudizio del lettore dichiarando che « su queste cose ognuno pensa come meglio crede ».
Tuttavia non può considerarsi esaurito l'argomento della « battaglia di Tagina »; ci sia consentito portare un ulteriore elemento.
In una pubblicazione del Sigismondi (10), come in altri autori, si adombra la possibilità che risalga addirittura a Narsete e alla battaglia l'origine del culto per la Madonna della Ghèa , conservatesi e tramandatesi attraverso i secoli nel territorio di Purello.
I motivi addotti vanno dalle forme bizantineggianti dell'antica statua di legno, recentemente trasferita presso la Chiesa parrocchiale di Purello, alla devozione che veniva nutrita notoriamente da Narsete nei confronti della Madonna, alla quale eresse anche altre chiese.
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(10) G. SIGISMONDI: Santa Maria della Ghea — Fabriano 1969.
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Senza aggiungere nulla a questa ipotesi suggestiva, ci limitiamo a riportare, dal testo del Sigismondi, la nota di pag. 36:
«Uno storico bizantino del VI secolo (vissuto fra il 536 e il 595 circa) Evagrio, detto lo Scolastico, nella sua opera intitolata 'Storia Ecclesiastica' , al capitolo XXIV del libro IV, scrive — Coloro che vissero vicino a Narsete hanno spesso ricordato che egli calmasse la giustizia divina con preghiere e suppliche, rendendo anche omaggio al culto in onore della Santa Vergine, a tal punto che Ella gli manifestava con chiarezza il tempo in cui egli doveva fare la guerra. Così questo grande uomo non attaccava mai battaglia senza avere da lei ricevuto qualche segno.
Evagrio, oltre ad essere uno storico bene informato, è un contemporaneo di Narsete: di qui il valore della sua testimonianza sulla devozione mariana di Narsete. Accogliendo questo testo sobrio di Evagrio, il Baronio dice addirittura che la Madonna apparve a Narsete alla vigilia delle battaglie più importanti tra le quali è, senza dubbio, quella del 552 contro Totila».
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Pur non volendo addentrarci in questi aspetti mistici della figura di Narsete, non possiamo non sottolineare una singolare coincidenza. La famosa battaglia, che vide protagonisti Totila e Narsete, sarebbe avvenuta nell'estate del 552: fine Giugno dice il Sigismondi; secondo semestre dice il Ciatti; Teofane riferisce che la notizia della battaglia di Tagina giunse a Bisanzio nel mese di Agosto. In onore della Madonna della Ghèa si celebra in Agosto (11) da tempo immemorabile, una tradizionale festa che costituisce la manifestazione religiosa più importante della zona.
Più che pensare ad una semplice curiosa coincidenza saremmo portati a valutare l'ipotesi di un nesso logico, considerando che anche le tradizioni religiose non sono nate per caso.
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(11) Fissata in tempi recenti al 5 Agosto.
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FOSSATO DI VICO: Purello
La Madonna della Ghèa, antica statua di legno, datata di epoca sicuramente antecedente al mille |
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Giustizia per Totila
II questo lavoro, dedicato in massima parte all'epilogo della vicenda dei Goti e di Totila, appare doverosa una nota che renda giustizia a questa grande figura di un barbaro, un re barbaro il cui disegno politico non ebbe fortuna, ma che ebbe l'acume di cercare modi di convivenza pacifica, sia pure tardivamente, con l'elemento latino, anticipando la Storia di molti secoli.
La figura di Totila, quale ci è tramandata dalle cronache medioevali è contraddittoria; in taluna egli è definito « perfido », in tal'altra ne viene lodata la magnanimità, per aver consentito la ricostruzione delle città e la ricostituzione di convivenze civili.
Erano tempi, è opportuno ricordarlo, in cui la legge vigente più che sul diritto era basata sulla forza, e sulla violenza; le popolazioni italiche avevano sperimentato e subito l'estrema durezza delle milizie imperiali, condotte da Belisario e da Narsete alla riconquista dell'Italia, gli stermini perpetrati dai barbari, che erano arruolati negli eserciti di Bisanzio, che uccidevano chiunque incontrassero e saccheggiavano senza ritegno alcuno e, infine, un esoso fiscalismo dei funzionati imperiali, che spogliavano gli italici di tutti i loro averi senza ritegno, al solo scopo di rastrellare tesori da convogliare nelle esauste casse dell'Imperatore.
Totila, assunto il potere, ebbe chiaro che avrebbe potuto riconquistare il regno ed estenderlo in tutta Italia, sfruttando ed utilizzando il clima ostile che gli imperiali avevano saputo crearsi in Italia, e impose un capovolgimento alla politica condotta in Italia dai suoi predecessori, meravigliando gli stessi avversari.
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Totila e San Benedetto di Raffaele Stramondo
Riproduzione di un'antica stampa, nella Badia di Cava (SA).
L'episodio è ricordato anche in un paliotto dell'altare maggiore nella basilica cattedrale di San Benedetto.
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Scrive Procopio:
«Presa che ebbe Napoli, dimostrò tale umanità verso i vinti, quale non si sarebbe aspettata da un barbaro... ai contadini in tutta Italia non recò alcuna molestia, ma li invitò a lavorare liberamente la terra secondo il consueto...» (1). |
Troppo breve fu indubbiamente la vicenda di Totila perché l'elevazione sociale delle classi più derelitte, dei servi della gleba, dei contadini, che egli aveva affrancato, entrasse nella Storia a pieno titolo anche perché Narsete, subito dopo la vittoria, annullò tutte le leggi e le ordinanze, promulgate dai re goti dopo Vitige a favore dei contadini, ed i ricchi proprietari terrieri ripresero ad esercitare la loro influenza nefasta e basata su « un sistema tributario implacabile che imponeva la responsabilità collettiva dei contribuenti, con tutte le conseguenti iniquità e vessazioni, aggravate dalla disonestà degli esattori » (2).
Resta comunque la felice intuizione politica di un uomo che aveva saputo essere un precursore, sia pure interessato, nel gettare semi di promozione sociale che avrebbero germogliato nelle campagne italiane soltanto nel XX secolo.
È un doveroso riconoscimento all'uomo che, accanto alla sfortuna delle armi, ebbe anche quella di non poter realizzare questo disegno ambizioso. Ma l'uomo può essere ucciso, non vinto.
Quanto a Narsete, la sua non fu vera gloria; quantunque sia entrato nella Storia come il vincitore dei Goti e il primo Esarca dei territori conquistati in Italia, egli cadde ben presto in disgrazia.
In presenza dei rischi che comportava il richiamo alla corte di Bisanzio, egli preferì restare nella penisola, dove chiuse oscuramente i suoi giorni, con l'ombra del sospetto di essere stato l'istigatore dei Longobardi ad invadere l'Italia, come ritorsione per l'ingratitudine dell'Imperatore.
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(1) PROCOPIO: III, 8-13.
(2) A. BOSISIO: L'età gotico-bizantina in Storia d'Italia, dalla civiltà latina alla nostra repubblica, Novara 1979.
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Considerazioni
Dalle sue pagine Procopio ria voluto far uscire l'immagine di un esercito vittorioso che, in nome della civiltà latina, ha compiuto la notevole impresa di distruggere e disperdere il regno e la stirpe di un popolo barbaro, maldestro e codardo, condotto da un capo che commette anche grossolani errori tattici: Procopio non lo chiama mai nemmeno con il suo vero nome, Baduila , ma ironizza per l'intero racconto con il solo soprannome di Totila (l'invincibile).
In realtà le sparute schiere di Goti che, partendo da Tagina , pur essendo in condizioni di inferiorità manifesta e a ranghi incompleti, risalirono nel cuor della notte il versante occidentale del Nofegge, nel tentativo di bloccare il nemico in una località angusta, dove le preponderanti forze avversarie non avrebbero potuto gettare nella mischia la loro soverchiante superiorità numerica, e nella speranza di sorprenderlo su posizioni sfavorevoli, erano affamate, sfiduciate, stanche e decimate da molti anni di guerre ininterrotte, di pestilenze e di carestie spaventose: esse si sbandarono al primo urto, più per mancanza di una organizzazione e di una forza propria, che per merito degli avversari.
Se l'accostamento è possibile, i Goti tentarono sul Nofegge la stessa impresa di Leonida e dei trecento spartani alle Termopili, con la differenza che quest'ultima venne trasformata in una epopèa da una cultura ricca e brillante come quella della Grecia classica, mentre il sacrificio di Totila non ebbe né cantori, né epigoni che lo mettessero nella giusta luce: anche in questa occasione non si può non mettere in risalto l'ingiustizia tipica della Storia, scritta il più delle volte dai vincitori.
Se, in quegli anni di decadenza, il regno dei Goti avesse avuto un minimo di efficienza, Totila non sarebbe arrivato a questo appuntamento con un esercito incompleto; nel tempo impiegato da Narsete per raggiungere il Nofegge, egli avrebbe potuto raccogliere un esercito più forte e, controllando gli spostamenti dell'invasore, non avrebbe avuto difficoltà a sorprenderlo nelle anguste vallate marchigiane fra Pergola, Arcevia e Sassoferrato, o addirittura mentre era impegnato nella traversata degli Appennini.
Invece la disorganizzazione era tale che, in tutto il tempo impiegato da Narsete per raggiungere il territorio di Tagina , i Goti non riuscirono nemmeno a radunare e mettere insieme tutte le forze di cui avrebbero potuto disporre; nel momento cruciale fu sufficiente una freccia vagante, scagliata a caso contro il re, per determinarne lo sbandamento generale.
E analogamente andò disperso e cancellato l'effimero patrimonio di riforme, avviato da Totila, che i Bizantini si affrettarono a distruggere, facendo così entrare nella Storia i soli aspetti negativi del dominio goto.
Di questa scarsa generosità bizantina, nei confronti del vinto, testimonia anche la vicenda delle sue armature regali e dei suoi ornamenti, sottratti alla tomba senza tanti scrupoli e inviati a Bisanzio come trofèo di guerra.
Il cronista bizantino Teofane (1) ci ha tramandato infatti la notizia con questa precisazione:
«Narsete uccise Totila, che aveva regnato per oltre dieci anni, e inviò nella capitale le sue vesti insanguinate,.insieme con una corona ornata di pietre preziose, e furono gettate ai piedi dell'Imperatore, davanti al Senato»; |
particolari questi che Procopio non ci ha riferito, ma che anzi ha tenuto nascosti. Scrive infatti Procopio:
«Essi... non credendo che le cose riferite fossero vere, si recarono sul posto, e avendo scavato subito la tomba, ne trassero fuori Totila morto, e si dice, che dopo averlo riconosciuto e dopo aver saziato il loro desiderio di questa vista, di nuovo lo seppellirono nella terra e riferirono poi a Narsete tutto quanto era accaduto» (2); |
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(1) Historiae miscellanea — XVIII, 19.
(2) PROCOPIO: VIII - IV; 32-27.
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questo in un periodo in cui il saccheggio, la depredazione, la spoliazione costituivano di norma una sacra prerogativa dei vincitori. Ma, forse per Procopio, riferire cose del genere sarebbe apparso meschino, o comunque poco glorioso.
E, per chiudere la vicenda di Totila con le parole del Sigismondi,
«...i suoi nemici bizantini non furono generosi con il suo cadavere, perché gli negarono l'onore di un sepolcro regio. Una comune fossa terragna, senza alcuna distinzione, dovette accogliere le spoglie mortali di Totila, sfortunato re dei Goti» (3). |
Infine non appare proponibile l'ipotesi, avanzata da alcuni, che Totila sarebbe stato seppellito nel letto del fiume Chiascio, secondo la tradizione germanica, come Alarico nel Busento. Degli sbandati in fuga, dopo una battaglia perduta, avevano ben altro cui pensare che non la deviazione di un fiume come il Chiascio, per scavare nel suo letto una fossa; opera che sarebbe comunque risultata laboriosa.
In questo lavoro, teso a documentare e localizzare la battaglia di Tagina nella zona che abbiamo descritto, non si può non accennare ad un altro significativo elemento che conferma indirettamente il culto ed il ricordo attraverso i secoli per questa vicenda così importante.
Nella «Galleria delle Carte Geografiche» dei Musei Vaticani una delle carte che furono realizzate fra il 1580 e il 1583 dal pittore perugino Antonio Danti su disegno di suo fratello Egnazio, uno dei più dotti scienziati del suo tempo, troviamo l'indicazione « ad Capras ».
Nella carta dell'Italia antiqua non si trova né l'indicazione di Tadino né quella di Helvillum (scomparse nel periodo delle invasioni barbariche), né quella di Gualdo (che vide i suoi natali soltanto nel 1008); tuttavia sulla sinistra di un fiume, che inequivocabilmente è il Chiascio, fra Gubbio, Nocera e Sigillo, troviamo invece « ad Capras », cioè viene indicata la località che acquistò rilievo e risonanza storica per aver visto l'epilogo di una vicenda importante come la guerra fra Totila e Narsete.
E l'indicazione disinteressata di uno studioso della fama di Egnazio Danti non può essere messa in discussione a cuor leggero.
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(3) G. SIGISMONDI: opera citata , pag. 40.
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Quanto all'epilogo della vicenda infine riteniamo doveroso aggiungere che
«Vi è una Storia dei Goti che trascende questa loro estrema difesa. Non pochi fra essi rimasero in Italia... e il loro sangue generoso si uni a quello delle altre genti che vi ebbero sede aggiungendo una perenne scintilla di nobile fierezza...» (4). |
E ancora
«Un tempo si riteneva che... i Goti d'Italia dovessero considerarsi o deportati del tutto o annientati. Più recentemente — penso ai lavori di Schmidt, Stein — si è sostenuto invece, con ottimi elementi indiziati, che il grosso dei Goti sia passato alla funzione di truppa mercenaria dei Bizantini, e da questi sia stata lasciata a presidiare l'Italia...» (5), |
dove finirono per fondersi alla popolazione di discendenza italica.
Ma forse l'ultimo atto di questa vicenda, fra nordici e mediterranei, che ci ha portato alla scoperta di una comunità di discendenza greca nel cuore d'Italia, è quello svoltosi sulla stessa sella del Monte Nofegge, in una assolata giornata del Luglio 1944.
Alcuni pacifici contadini della frazione di Purello, lontani discendenti di quegli invasori arrivati nella zona al seguito di Narsete, mentre erano intenti a pascolare il bestiame sul Nofegge, furono trucidati nel corso di un rastrellamento da una pattuglia di soldati tedeschi, forse lontani epigoni di quei caduti di stirpe germanica dell'anno 552. Quasi che la Nemesi storica abbia voluto vendicare, su tardi discendenti, colpe storiche di lontani progenitori.
È una considerazione spontanea, formulata davanti ai cippi commemorativi di questo recente eccidio, sparsi nella stessa località in cui abbiamo cercato vestigia e ricordi di quattordici secoli prima.
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(4) P.S. LEICHT in « I Goti in occidente — Epilogo » — Atti del Convegno di studi del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo — 1955, Perugia 1956, pag. 691.
(5) G. BONETTI in « Atti. ..» c.s. (pag. 656).
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Onomastica derivata dal greco presente nella zona

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PS: Utile all'approfondimento degli argomenti trattati è la consultazione degli Atti delle Settimane di studi sull'Alto Medioevo, tenute a Spoleto, e delle Settimane di Studi umbri, tenute a Gubbio.
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