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FRANCESCO FARABI
DON STEFANO BASTIANELLI
VITA DEL BEATO MARZIO DA PIEVE DI COMPRESSETO
TERZIARIO FRANCESCANO ED EREMITA
Pieve di Compresseto
Giubileo Anno 2000
Con approvazione ecclesiastica
25 Marzo 2000 |
Hanno Collaborato:
Don Antonio MANCINI
Don Girolamo GIOVANNINI
Don Bruno MARCON
Fiorello MORICONI
Gianfranco CIOLI
Antonio FRILLICI
Si Ringraziano:
I Padri Cappuccini del Convento "Madonna del Divino Amore" di Gualdo Tadino (Perugia)
Don Giancarlo ANDERLINI
Don Aldo MATALONI
Riccardo FARABI
Massimo FANASCA
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FONTI STORICHE
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Le maggiori notizie utilizzate in questo lavoro provengono da un Legendario del Convento di San Francesco di Gualdo Tadino, composto verso la metà del XIV secolo da un frate francescano che risiedeva in quel convento. Oggi di questa monografia agiografica non possediamo più il testo completo, ma solo alcuni frammenti.
In esso sono contenuti la vita di santi originari dell'Umbria, in particolare delle diocesi di Gubbio e di Nocera e Gualdo. Delle ultime otto vite, sette riguardano i santi di Gualdo Tadino.
La prima difficoltà che ci si presenta riguarda il problema dell'autore. Il curatore, infatti, del "Legendario" è sconosciuto. Piuttosto che identificarlo ci atterremo a chiamarlo, come avevano già fatto lo Jacobilli e il Wadding, l'Anonimo Umber, dato che l'unica cosa certa è che si tratta di un religioso francescano del convento di Gualdo Tadino.
Ma la notizia più interessante per noi è che l'autore del Legendario afferma di aver conosciuto personalmente Marzio e siccome l'ultimo eroe di santità di cui tratta è il beato Angelo di Gualdo Tadino morto nel 1324, possiamo dedurre che esso sia vissuto tra la fine del XIII secolo e i primi decenni del XIV.
Allo stesso anonimo scrittore, la tradizione, ha attribuito anche una cronaca dal titolo Historia antiquae civitatis Tadini (o Chronicon Gualdense) e un Martirologio intitolato Memoriale de Sanctis fratribus Minoribus.
Questo spiega perché nella vita del beato Marzio alcune notizie siano più vicine al racconto storico che all'intento di edificazione proprio degli scritti agiografici. Altre notizie in tal senso le possiamo desumere, inoltre, dal Chronicon del francescano Frate Elemosina (+1339) che soggiornò nel convento di Gualdo ove, quasi certamente, ebbe modo sia di consultare lo scritto agiografico che di conoscerne personalmente l'autore.
Nel XVII secolo, anche il folignate Jacobilli, - che lesse sicuramente lo scritto agiografico medioevale - riporta, nella sua opera sui santi dell'Umbria, notizie dettagliate riguardanti il beato Marzio.
Oggi lo studioso francese F. Fossier colloca cronologicamente il nostro Legendario intorno al 1330-1335.
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PREFAZIONE
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Non è sempre facile parlare di uno scritto tendente a ricostruire fedelmente e in maniera scientifica la vita e l'opera di un santo.
Molto spesso il rischio che si incontra è quello di presentare, in una maniera oltre modo elogiativa, l'esistenza di un uomo di Dio vissuto, molti secoli fa.
Comunque, pur nella sua semplicità - il presente libretto - ha il pregio di parlare con immediatezza ed esattezza storiografica all'uomo e alla donna del nostro tempo. I santi più che elogiati o venerati vanno imitati. La straordinarietà della loro vocazione alla santità, infatti, è fondata sul Cristo. Cristo è presente nella storia attraverso il suo corpo mistico (la Chiesa), la Parola e i sacramenti.
Infatti, la santità - afferma Luigi Monza - non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie. E’ ciò che hanno fatto Francesco e Chiara d'Assisi, Benedetto e Scolastica da Norcia e tanti altri santi che, nella loro semplicità, rendendo grande la Chiesa ci fanno comprendere come al mondo c'è una sola tristezza: quella di non essere santi. E quindi una sola felicità: quella di essere santi (Léon Bloy). Vorrei, perciò, concludere questa mia prefazione con un aneddoto:
“Un tale, mentre stava osservando i lavori di costruzione di una Cattedrale, vide un operaio che, di cattivo umore, preparava la calce e gli chiese: ‘Che cosa stai facendo?’. Rispose: ‘Sto subendo la maledizione divina: mangerai il pane con il sudore della tua fronte’. Continuando nella sua visita, notò un altro che, con aria rassegnata, trasportava il materiale e gli chiese: ‘Che fai amico?’. – ‘Sto guada- gnando il pane per la mia famiglia’, rispose quello.
Più avanti vide uno scultore, che con aria soddisfatta stava scalpellando una statua e gli rivolse la stessa domanda: - ‘Sto realizzando un’opera d’arte’, fu la risposta.
Giunto presso la sommità dell'edificio il visitatore incontrò un operaio che lavorava cantando con gioia e gli chiese: ‘Che fai, uomo felice?’.
‘Sto costruendo una Cattedrale’, rispose.
Tutti e quattro gli intervistati lavoravano alla stessa opera, ma uno solo aveva coscienza di lavorare a qualcosa di grande, di meraviglioso".
Il beato Marzio ci aiuti a riscoprire, nel quotidiano, la gioiosa sorpresa che rende la nostra esistenza valida nella misura in cui aderisce alla volontà di Dio.
Don ANTONIO MANCINI
Roma, 28 agosto 1999
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INTRODUZIONE
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A circa 700 anni di distanza dalla morte del beato Marzio può davvero stupire la attualità del suo messaggio che testimonia l'unica e immutabile freschezza dell'insegnamento evangelico.
La viva esperienza di questo fedele imitatore di Cristo è caratterizzata dall' aspirazione di raggiungere la santità con il duro lavoro e una carità così perfetta da condividere il superfluo del proprio onesto guadagno con i poveri e i bisognosi.
Inoltre, non poteva mancare nella sua vita di perfezione la quotidiana visita dei malati, dei carcerati e de i deboli e gli ignudi presso i vari ospedali (presenti in Gualdo sin dal 1260) e le prigioni cittadine.

Pieve di Compresseto - Panorama
Foto: Mario Franceschini
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Marzio è dunque il laico dei nostri giorni che costruisce la santitànell'adempimento dei propri doveri cristiani, soccorrendo ogni persona che Dio pone sulla sua strada vivendo fedelmente in sintonia con le beatitudini evangeliche.
Più tardi, in quella che possiamo indicare come la nuova fase della sua vita, quella eremitica, Marzio unisce al modello di vita precedente quello di una santità ricercata attraverso una più intensa preghiera, sottoponendo il proprio corpo a durissime penitenze e imitando il Cristo povero e umile.
Marzio, coerente al suo stile di vita, non volle seguire i frati francescani che, dopo l'incendio che distrusse Gualdo, decisero di installarsi con un nuovo e più ampio convento nella riedificata città. Egli, infatti, preferì rimanere nell'antico conventino francescano di Valdigorgo (oggi di S. Marzio) insieme ad alcuni compagni, vivendo una vita di profonda unione con Dio.
E può apparire paradossale che, mentre i frati francescani abbandonavano il loro eremo per andare tra la gente, quest'ultima, invece, cercava Marzio richiamata dalla fama di santità di questo uomo di Dio.
Quale richiamo per i nostri tempi, in cui sempre più spesso ci ritroviamo soffocati da un attivismo a volte esasperato e in cui sempre meno si riesce a dare spazio ad una autentica vita di preghiera.
Marzio sembra allora garantire, con la sua vita, un equilibrio tra la vita attiva e la vita contemplativa, tra l'amore di Dio e del prossimo, resosi visibile da atti di compassione verso i poveri e gli emarginati.
Il profilo del beato Marzio che abbiamo il piacere di offrire ai nostri lettori, si distanzia dallo stile agiografico moderno, meno indulgente alla idealizzazione della figura dei santi.
Volutamente abbiamo fatto questa scelta, al fine di conservare lo stile, oltreché il contenuto giunto a noi dai documenti d'archivio.
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PRIMI ANNI DI VITA DI UN AUTENTICO
LAICO CRISTIANO DI PROFESSIONE MURATORE
Il beato Marzio nacque circa nell'anno 1210 da onesti genitori dediti al lavoro della terra, presso il Castello di Pieve di Compresseto. Una tradizione locale, tramandata nel corso dei secoli fino ad oggi, suole indicare in Villanova presso Coldorto (tenuta dei Principi Torlonia) il luogo esatto della nascita del beato Marzio. Ne sono prova di tale assunto la presenza, in detto luogo, di ruderi e macerie che testimoniano la inequivocabile presenza di insediamenti umani.
All’epoca, Pieve era un feudo pressoché indipendente, appartenente al conte Monaldo di Nocera e sottoposto alla giurisdizione del Ducato di Spoleto(1).

Pieve di Compresseto – Panorama da Poggio Sant’ercolano
La freccia indica la località Villanova (presso Coldorto) luogo di nascita del beato Marzio.
Foto: Mario Franceschini

Pieve di Compresseto - Presbiterio della Chiesa Parrocchiale
Lunetta di sinistra: Il beato Marzio in preghiera prima del lavoro.
Tempera di Alessandro Bianchini di Perugia - Anno 1910
Foto: Fabrizio Bartolini
Marzio aveva tre fratelli, Silvestro (o Salvetro o anche Salvetto) che più tardi lo seguirà nella vita religiosa, Leonardo e Filippo, quest'ultimo diventato poi sacerdote.
Come narra il biografo: Passati gli anni dell'infanzia nella semplicità in casa, crebbe ragazzo innocente nel timore di Dio senza abbandonarsi alle distruzioni del mondo(2).
Insieme ai fratelli, a Gualdo cominciò ad esercitare il mestiere di muratore.
A tale riguardo il biografo afferma quanto segue: di quel che guadagnava, e del salario del suo lavoro, tratteneva soltanto quanto gli bastava, per un vitto leggero e un rozzo vestiario, e ispirato da Dio. Nelle Domeniche e nei giorni festivi distribuiva ai poveri quel che aveva guadagnato nel corso della settimana, e visitava gli ammalati e i carcerati e negli ospizi sosteneva i deboli e gli ignudi(3).
Il biografo ci dice che Marzio era un laico illetterato timorato di Dio, semplice nella sua semplicità, osservava con sincerità i comandamenti di Dio e si guardava da ogni offesa a Dio, ai santi e al prossimo, onorava Dio e i santi con le sue parole per quanto poteva, e soccorreva per quanto poteva il prossimo indigente, e a quelli che non poteva aiutare con la sua elemosina, manifestava autentica compassione. Castigava inoltre il proprio corpo col peso delle pietre e della calce(4).
Così la vita di Marzio è tipica di quei laici che, tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, si santificavano con la carità e il lavoro attingendo alla spiritualità francescana.

Pieve di Compresseto - Presbiterio della Chiesa Parrocchiale
Lunetta di destra: Il beato Marzio nell'Eremo di Valdigorgo.
Tempera di Alessandro Bianchini di Perugia - Anno 1910
Foto: Fabrizio Bartolini
San Francesco era passato per Gualdo una prima volta nel 1208 ancora in abito secolare, ove convertì il Conte Sassone dei Brancheforti, che in seguito prese il nome di Fra Pietro.
Il poverello di Assisi esortava i Gualdesi all'osservanza dei comandamenti di Dio e all'obbedienza ai precetti della S. Madre Chiesa(5), ma dagli abitanti di Gualdo, per la loro rozzezza e incapaci di comprendere il grande messaggio di rinnovamento evangelico promosso da Francesco, fu da stolti uomini e giovinastri colpito e sporcato con polvere, pietre, paglia e calzature, e scacciato tra risa e beffe(6).
Ma Francesco sopportò pazientemente questa persecuzione, felice perché era stato fatto degno di essere disprezzato per il nome dl Gesù(7) e riprese il cammino per portare altrove la sua parola innovatrice, dopo aver lavato i piedi dalla polvere e averla scrollata dal sandali , presso il fiume Rasina, ai confini del territorio gualdese.
Durante la sua seconda visita, avvenuta intorno all'anno 1212, ben diversa fu l'accoglienza; tanto che, il Santo vi rimase alcuni giorni edificando i Gualdesi con la sua parola.
La terza ed ultima visita avvenne intorno al 1224, quando era ormai ultimato il conventino francescano in Valdigorgo sotto il titolo dei Santi Martiri Stefano e Lorenzo (oggi, come già abbiamo detto, chiamato Eremo di Santo Marzio), facendovi numerosi seguaci.
"In quella fraternità di eremiti (seguaci di S. Francesco) - afferma Don Mario Sensi - era entrato pure un certo Fra Fava il quale, poiché desiderava raggiungere con preghiere e astinenze il perfetto stato di vita solitaria, era in ciò ostacolato dai suoi confratelli, per cui chiese allo stesso beato Francesco, di ritornare una seconda volta in quell'eremo, per amore di Dio e per la salvezza della sua anima e che gli concedesse di poter dimorare, per un certo tempo, in un antro o in una spelonca profonda della roccia che era nella parte posteriore dello stesso monte.
San Francesco avrebbe acconsentito; e Fra Fava si ritirò al lato del monte sotto l'eremitorio di Campitella dove, da tempi antichi servi e serve di Cristo dimoravano rinchiuse per il servizio di Dio. Queste vicende che tanto da vicino sembrano alludere al dramma degli Spirituali, vessati dalla comunità al tempo di Frate Elia, hanno una logica prosecuzione”(7 bis) nel capitolo che riguarda la vicenda spirituale di Marzio.
Una volta istituito l'Ordine dei Frati Minori, il primo nucleo di seguaci di Francesco, si stabilì, verso l'anno 1219, nella località Valdigorgo distante circa mezzo miglio dalla seconda città di Gualdo, su licenza del vescovo Rinaldo di Nocera (il quale ebbe anche occasione di incontrare San Francesco).
E' interessante notare come sin dai primi secoli dell'era cristiana, ancora prima che si insediassero i Frati Francescani, questa zona fosse stata oggetto di predilezione da parte di uomini noti per la loro santità. Uomini come S. Facondino vescovo di Tadino, S. Gioventino arcidiacono della cattedrale tadinate, S. Romualdo, S. Rinaldo Vescovo di Nocera, S. Pier Damiano, i quali condussero vita eremitica sulla montagna che sovrasta Valdigorgo e che da essi prende il nome di Serra Santa.
Come abbiamo già accennato precedentemente, l'incontro di Marzio con i seguaci del Poverello di Assisi avvenuto intorno agli anni 1235-1240, cambiò la sua esistenza.
I frati che vivevano nell'Eremo di Valdigorgo - narra il biografo - esortavano tutti con la parola e l'azione e i santi esempi, a fare penitenza e ad incamminarsi sulla via della salvezza, erano mandati da Dio come Angeli di pace a predicare al popolo(8).
E anche Marzio. constatando la vita santa condotta dai seguaci di Francesco e da tanti altri fratelli spirituali che disprezzando le cose terrene erano protesi a ricercare i beni celesti, si unì a loro.
Con riverenza e devozione, ammirando con umiltà i loro passi, e mettendo in pratica le loro raccomandazioni, servendoli nelle loro necessità esteriori, e molto spesso dimorava presso di loro ascoltandone con gioia i divini uffici, e come la devotissima Maria ai piedi del Signore Gesù, così il fedele Marzio sedeva devoto ai piedi dei frati minori e ne ascoltava con riverenza le prediche e le conversazioni spirituali, che i buoni frati intrattenevano fra di loro nei momenti liberi, confortandosi a vicenda e Cristo veniva in mezzo a loro e riscaldava le loro menti con la sua santa grazia(9).
Quindi Marzio, affascinato da questi uomini visse con essi per alcuni anni, senza però entrare nell'ordine, ma servendoli ed ascoltandoli come la devotissima Maria ai piedi di Gesù(10).
Gualdo Tadino – Rocca Flea, XIV sec.
Foto: Mario Franceschini
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Ma questa armoniosa esistenza fu bruscamente interrotta, da un evento tanto improvviso quanto imprevedibile, che determinò un mutamento decisivo per i Frati Minori di Valdigorgo. Si tratta, infatti, del grave incendio che distrusse completamente il secondo Gualdo nel 1237(11)
Le fonti storiche al riguardo sono scarse e spesso avvolte nella leggenda; e se da una parte l'incendio viene attribuito ad una semplice disgrazia, dall'altra lo si riferisce a causa dolosa riversando la colpa sulla vicina Nocera.
Dicono le fonti che, nemica di Gualdo, se ne sarebbe così vendicata, aggiungendo che l'incendio fu appiccato alle abitazioni da una donna chiamata Bastola; nome rimasto tristemente famoso nelle tradizioni popolari.
Il cronista ci fornisce una descrizione dettagliata e realistica dell'incendio, dicendo che la città fu distrutta in breve tempo a causa del vento impetuoso. Tutto questo poté avvenire perché il paese era costituito da case con pareti non di muro ma intessute e chiuse da siepi di vimini e ramoscelli e tralci, sicché il fuoco diffuso e rinvigorito dal vento non poté essere spento, e mentre tutti fuggivano seminudi, il paese fu distrutto dal fuoco(12).
La città di Gualdo era rimasta in questo luogo per circa 36 anni, dopo che era stata ricostruita dal sito precedente all'attuale di Valdigorgo.
Il cronista prosegue nel racconto dicendo che i Frati Minori furono presi da grande compassione per i Gualdesi afflitti e impauriti, esortandoli alla pazienza. Insieme, poi, al Priore dell' Abbazia di Santa Croce in Fonte Avellana, arrivato insieme ai suoi monaci a soccorrere la popolazione, estrassero dalle rovine delle case bruciate uomini, donne e bambini carbonizzati e li seppellirono nella Chiesa abbaziale di S. Donato(13).
Dopo l’incendio i superstiti Gualdesi cominciarono a ricostruire la nuova città più in basso ad appena un miglio distante da Valdigorogo, su una collina di proprietà dell'Abbazia di S. Benedetto chiamata Colle S. Angelo in cui sorgeva anche la Rocca F1ea(14).
A seguito di questi avvenimenti, alla fine di Gennaio del 1240 arrivò in Gualdo con la sua corte l'Imperatore Federico Il, partito nel 1239 con i figli Enrico e Corrado dalla Lombardia e diretto a Roma. Narra il cronista che Federico Il, guardando la Rocca Flea sopra Gualdo, esclamò: E 'una rocca di ladri(15) e preso a compassione per i Gualdesi oppressi dai Conti del posto e dalle terre vicine, rimosse le loro abitazioni dal colle incendiato, trasferendole sul Colle S. Angelo. Fece venire uomini da tutta la regione per scavare fossati e costruire steccati e all'interno furono assegnate ai Gualdensi aree per costruire case(16).
Sorgeva così in breve tempo la nuova Gualdo, dove cominciarono ad affluire abitanti dai vicini castelli, che vedevano in essa una valida protezione garantita dall'autorità imperiale. La città dovette comunque avere un notevole ed insperato sviluppo, tanto che due anni dopo, nel 1242, Federico II fece iniziare la costruzione delle robuste ed estese mura castellane.
Ma se da una parte la ricostruzione di Gualdo aveva dato nuovi impulsi e una maggiore prosperità alla nuova città, dall'altra ciò fu all'origine della crisi e conseguente rottura avvenuta tra Marzio e i Frati Minori.
Questi ultimi, infatti, intorno al 1241 decisero di abbandonare il vecchio conventino di Valdigorgo, ormai lontano dalla nuova città, per insediarsi all'interno di essa su un terreno offerto loro da un nobile di nome Oddo.
E, come ci dice il cronista, la scelta fu fatta a fini pastorali per fruttifi care in mezzo al popolo con la predicazione e la celebrazione del culto divino e per ricondurre le anime a Dio ascoltando le confessioni dei peccatori(17).
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Gualdo Tadino - Eremo di Santo Marzio.
Foto: Mario Franceschini
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Al riguardo, il biografo, pur apprezzando la scelta dei frati, lodò con calore Marzio per non averli seguiti in città ed essere rimasto in quell'eremo di Valdigorgo.
Marzio vi rimarrà insieme ad alcuni compagni: il fratello Silvestro, un prete di nome Filippo, frate Leonardo ed altri che vennero a raggiungerlo, con i quali professava la regola del Terz'Ordine di S. Francesco.
Il biografo ha scritto la vita di Marzio, e quella di Majo, non tanto per promuovere un culto o per giustificare successivamente l'instaurarsi di devozioni verso questi Santi, ma molto probabilmente perché egli stesso rimase ammirato da questi uomini semplici e pii che conobbero i primi compagni gualdesi di San Francesco.
Sono loro, secondo l’autore, che hanno saputo interpretare autenticamente lo spirito del poverello di Assisi. In un’epoca in cui Giovanni XXII e i frati della comunità perseguitavano questi Spirituali,
in particolare nell'Umbria e nelle Marche, la vita di Marzio (e quella di Majo) suona come una protesta. Marzio e Majo hanno infatti vissuto in totale povertà e il gesto di Marzio di restituire al comune, sul letto di morte, il luogo in cui aveva vissuto da eremita con i suoi compagni e il fatto di non fare testamento perché non possedeva nulla, contrastava con la ricchezza del convento dei Frati Minori di Gualdo Tadino, ricostruito e ingrandito tra il 1280 e il 1290 grazie a numerose elargizioni. Lo stesso vale per Majo che lascia la sua casa trasformata in ospizio al comune e non alle autorità ecclesiastiche. Tutto ciò rappresentava una condanna silenziosa della scissione prodottasi, intorno agli anni Il 1240, nell'Ordine dei Frati Minori e cioè, tra i Conventuali e coloro che promuovendo la vita penitenziale ed eremitica giungeranno al movimento francescano dell’ Osservanza.
Gualdo Tadino – Chiesa di San Francesco (3.a cappella a destra). Affresco del beato Marzio – opera di ignoto pittore dell’ultimo quarto del ‘700
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Pieve di Compresseto, Chiesa Parrocchiale “Assunzione di Maria”, origine XII sec.
Foto: Mario Franceschini
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Il convento di Gualdo Tadino, come dimostra bene la sua storia, per quel processo di urbanizzazione e conven tualizzazione aveva perduto ormai lo spirito originario e più autentico di San Francesco.
Marzio si addolorò molto, infatti, che un luogo così adatto alla preghiera e alla meditazione fosse abbandonato e, ispirato da Dio, chiese ai Gualdesi di poter usare l'eremo con l'orto e il bosco. I Gualdesi glielo concessero per amore di Dio.
Presa dimora di quel luogo intorno all'anno 1243, poco più che trentenne, costruì una nuova abitazione con una chiesetta sopra quella vecchia e andò a viverci con i suoi compagni.
Come attesta il biografo, vi rimase per circa sessanta anni servendo con fervore e fedeltà Cristo e seguendo umilmente le orme dei beato Francesco, vestito di una rozza tunica, senza mai i calzari ai piedi, senza denaro e tesori e possessi, imitando il Cristo povero, percorrendo pieno di fervore la via della penitenza, camminando a piedi nudi tra le rocce, nella neve e sul ghiaccio, portando la croce di Cristo nell'anima e nel corpo, veramente crocifisso al mondo. Tra i sassi e le rupi e i boschi pregando fervidamente e lacrimando trascorreva le sacre vigilie, mentre in parte del suo tempo conduceva vita attiva come Marta e domava il suo corpo soggiogandolo ed esercitandolo con i carichi delle pietre e dell'agricoltura, perché non potesse germogliare in lui nessun vizio e così costringeva la carne ribelle a servire allo spirito.
Molto spesso saliva al monte per pregare, e si fermava in devota orazione sul posto dove era stata la cella del sacerdote di Dio il beato Vescovo Facondino(18).
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VALDIGORGO:
SCELTA EREMITICA ED ASCESI MISTICA
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Dopo la partenza dei frati da Valdigorgo, comincia quindi una nuova esistenza per Marzio, diventato nel frattempo il capo (principalis) di questa nuova comunità.
Egli riesce a stabilire un equilibrio tra la vita attiva, a partire dal recupero del vecchio conventino e del suo orto, e quella contemplativa.
Allo stesso modo, alterna le sue visite in città - per distribuire ai bisognosi e soprattutto ai pauperes verecondi (i poveri dignitosi), le elemosine che gli venivano portate - a lunghi periodi di preghiera in cima alla montagna presso la cella in cui si ritirava a pregare secondo la tradizione, il vescovo San Facondino insieme all'arcidiacono Gioventino, suo compagno.
Così Marzio, col suo andirivieni fra la pianura e la montagna, si riaggancia a quella tradizione eremitica appenninica, ai confini dell'Umbria e delle Marche, in cui avevano trovato gloria e santità riformatori monastici come S. Romualdo e soprattutto San Pier Damiano. Con Marzio e i suoi compagni il Serra Santa ridiventa la santa montagna considerata tale dalle popolazioni locali, sin dalle origini cristiane. La fama di santità dell'uomo Marzio si sparse subito fra la gente e molti cominciarono ad affluire all'eremo per sentirlo parlare e sperimentare con lui la sua vita improntata ad una carità inesauribile.
Molti, come narra il biografo, grazie alla sua pia ammonizione si allontanavano dai male e si convertivano al bene; e altri eremiti venivano a lui da diversi luoghie l’uomo di Dio Marzio li accoglieva con letizia e carità e li rifocillava con poveri cibi e metteva debitamente a disposizione poveri alloggi come quello che aveva per sé(19).
E quando Marzio, povero, veniva a Gualdo per cercare l'elemosina, procedeva con tanta devozione e umiltà, nascondendosi gli occhi col cappuccio perché non vedessero alcuna vanità, e chiedendo l'elemosina umilmente, suscitando l'ammirazione di tutti col suo comportamento angelico. E se veniva a sapere che una persona era afflitta da fame e da indigenza, la soccorreva con le sue elemosine e la consolava come poteva.
Spesso i fedeli, per la grande devozione che riponevano in lui, insistevano perché amministrasse il battesimo ai loro figli e invocasse su di essi la benedizione di Dio, perché diventassero autentici cristiani. Il biografo, che aveva conosciuto Marzio personalmente, sottolinea come egli visse in pienezza quello che può essere ritenuto il messaggio più sublime dell'insegnamento di Gesù Cristo e cioè il vangelo delle beatitudini(20).
Al riguardo ci dice che Marzio fu veramente povero di spirito(21) così da meritare il Regno dei cieli, poiché nell'opera e nella volontà si mantenne nella povertà più estrema. Non si appropriò nemmeno dell'eremo in cui aveva vissuto e che lui stesso aveva ricostruito. Morì completamente povero e non possedendo nulla non fece neanche testamento.
Ma Marzio fu anche mite e umile di cuore. Pur essendo il Capo della comunità e la persona più in vista e ricercata di quel luogo, tuttavia serviva con umiltà i propri confratelli. Si mostrava semplice lavorando a vantaggio di tutti e in tutto quello che era necessario, si prestava a umili servizi con carità e letizia spirituale.
Trattava il prossimo sempre con grande mitezza e mansuetudine, allontanando da se stesso qualsiasi parola ingiuriosa nei riguardi di chiunque. Marzio si considerava un grande peccatore e spessissimo piangeva per i proori difetti e quelli del prossimo e per quest’ultimi implorava la divina misericordia
Era solito meditare, pieno di devozione, la passione di Nostro Signore Gesù Cristo, durante la quale spargeva rivoli di lacrime. Raccontano i suoi confratelli: noi stessi l'abbiamo visto mentre veniva celebrata la messa nella sua cella, pieno di tanta compunzione e sciogliersi in pianto comportandosi come un bambino che vagisce in assenza della madre e si scioglie in gran pianto e può appena consolarsi se non dopo riavuta la madre(22).
Grande era in lui il desiderio di abbandonare il proprio corpo mortale e potersi così congiungere con il suo Signore.
Come dice Gesù Cristo: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati(23); così Marzio desiderò ardentemente che gli uomini vivessero con giustizia, nella pace e nella carità, e che nessuno facesse agli altri quello che non voleva fosse fatto a sé, lui che rendeva cose buone per i mali ricevuti.
Grande in lui fu la beatitudine della misericordia (beati i misericordiosi perché otterranno misericordia(24)). Pregava spesso il Signore affinché convertisse i peccatori dalla loro condotta malvagia. Quelli poi che avvicinava, li invitava ad allontanarsi dal male e dal peccato inducendoli ad accostarsi con fiducia al sacramento della penitenza. Grazie alle sue preghiere e ai suoi consigli molti salvarono la propria anima.
Il santo uomo fu sempre pacifico con tutti e mai fece del male ad alcuno, né procurò pericoli e scandali al prossimo. Rappacificava tutti gli altri tra il prossimo quanto poteva, non permettendo che il sole tramontasse sopra l'ira dei suoi compagni, e di quelli che non poteva riappacificare con le opere buone e con l'affetto, compatendoli, desiderava la pace del Signore(25). E per questo ottenne dal Signore il dono della pace.
Marzio, salvaguardato per grazia di Dio, fu innocente e puro di cuore fin dalla giovinezza.
Fu sempre attento a ritrarre gli occhi perché non vedessero vanità nocive all'anima e teneva sotto controllo il suo cuore perché la sua bocca non dicesse cose turpi o illecite.
Respingeva i cattivi pensieri e gli inganni di Satana, protetto dalla virtù di Cristo, dal segno della croce e dalle devote preghiere. Nutriva l'anima di sante meditazioni e teneva la mente in una vera pulizia, castigando la carne con digiuni, veglie e fatiche(26).
Ci dice il biografo che, ottenuta la perfetta purezza di corpo e di mente, durante le sue meditazioni e preghiere vedeva Dio in enigma ed era, la sua anima, illuminata e confortata dal Suo mirabile aspetto e visita(27). Marzio fu tormentato e messo alla prova da numerose tentazioni e prove, ma Dio gli concesse la vittoria sul mondo, la carne e il diavolo.
Ricorreva spesso alla preghiera e castigava duramente la carne non appena si accorgeva che satana voleva suggestionarlo e spesso con una santa e umile confessione teneva lontano da sé i vizi. Il beato Marzio, come già ricordato, pervenuto nell'eremo dii Valdigorgo all'età di circa 31 anni, vi rimase per sessanta anni.
Gli ultimi anni trascorsi nell'eremo furono anni caratterizzati da grandi sofferenze, che unirono il santo uomo alla croce di nostro Signore Gesù Cristo.
Logorato dalla vecchiaia, macerato dall'astinenza e da una severa penitenza, divenuto cieco (molto più fu illuminato da Dio nella mente(28)) sopportò pazientemente e con gioia la cecità e le altre infermità, lodando Dio continuamente, benedicendolo e ringraziandolo.
Passati così alcuni anni nella cecità, sopraggiunsero infine altre gravi malattie che, come narra il biografo, lo tormentarono a tal punto che dalla pianta del piede fino al sommo della testa non rimaneva in lui parte sana e veramente era messo alla prova come l’oro nella fornace(29).
Marzio cresceva però sempre più in virtù, lodando Dio e ringraziandolo di aver spento in lui la forza del peccato e averlo conservato fedele fino alla fine.
A coloro che venivano a trovarlo e ai suoi fratelli eremiti raccomandava di non offendere Dio e rispettare i suoi comandamenti.
Morì l'8 ottobre 1301 all'età di 91 anni, al tempo di Papa Bonifacio VIII, dopo aver ricevuto devotamente i sacramenti, salutati i fratelli ed essersi affidato nelle mani di Dio(30).
Morì povero come era vissuto, riconsegnando ai Gualdesi il luogo che gli era stato concesso.
Fu sepolto nell'Eremo Francescano di Valdigorgo, che successivamente prese il suo nome (Eremo di Santo Marzio), sotto l'altare della Chiesa(31).
Suo fratello Silvestro, di professione laico, morì prima del beato Marzio, ricco di santità.
Frate Filippo loro fratello sacerdote, consimile al beato Marzio per santità, uomo di ammirevole astinenza e preghiera, morì parecchio dopo il beato Marzio e fu illustre per miracoli(32).
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Martirologio Francescano che indica, nell '8 Ottobre, il giorno di festa del beato Marzio e dei suoi fratelli Salvetto (o Silvestro) e Filippo: "A Gualdo, nell'Umbria, conducendo una vita eremitica, splendettero per santità e miracoli il beato Marzio da Compresseto e suo fratello Salvetto, o Silvestro, e il sacerdote Filippo del terzo Ordine dei Confessori”
Biblioteca Sacro Convento di Assisi.
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SEGNI E MIRACOLI
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Dopo la morte del beato Marzio si verificarono numerosi segni e prodigi tanto che molta gente si recava, dalle città e castelli circostanti, a venerare il Servo di Dio per molti anni ancora dopo la sua morte.
E come attesta il biografo, molti il Signore liberò da diverse infermità grazie all'invocazione dei suo servo il beato Marzio in diverse terre e luoghi, come noi stessi abbiamo visto e ascoltato da persone degne di fede, le quali cose sarebbe lungo da indagare, e possono saperle tutti quelli a cui Dio onnipotente ha elargito i doni della sanità grazie ai meriti del beato Marzio(33).
Dei numerosissimi miracoli operati dal beato dopo la sua morte, solo di tre abbiamo conservato un racconto alquanto circostanziato. In quei giorni avvenne un fatto straordinario per intercessione di S. Marzio. “Alle ore 13 e mezza in circa del giorno dell'anzidetto mese (cioè di settembre), il giovane Antonio Fontana, dalla Pergola, voleva essere pronto al comando del suo padrone Nicola, capomastro, detto Cocomero... Egli frettoloso saltò un piccolo palco, sotto cui trovò molleggiante il tavolato, tanto che rottasi una tavola in mezzo.., il giovane precipitosamente cadde abbandonato da un'altezza di palmi romani cinquantuno battendo verso il fine con impetuoso colpo una guancia sopra una trave.., e da lì passò a terminare il violento colpo del suo capo sopra un pianterreno, che formar devono botteghe, senza punto avvedersene, se ne stava in questa vita ovvero nell'altra. Si stava ricostruendo il Palazzo comunale.
Il capo mastro, sentendo le grida del giovane, tentò di correre in aiuto, ma anche lui si venne a trovare in una situazione scabrosissima- Gli altri muratori lo liberarono; e poi preso il giovane semivivo, privo di parola, tutto precipitato in faccia, slogati i denti ferita la mano destra, la vita pesta, dalla bocca gettava materia negra... fu portato a casa del suo padrone... Corse sollecito fra questo tempo un sacerdote Minore Conventuale con oglio della lampada del S. Marzio, con un pochetto de la di lui cassa, in cui fu trovato il di lui sacro corpo racchiuso, dopo aver infervorato il decaduto infermo, che confidasse ne' meriti grandi del beato suddetto, e dette alcune preci coi circostanti che lo assistevano, fu unto dal medesimo Padre in varie parti del corpo, indi datale a bevere (sic) in un cucchiaio un pochetto di quella cassa accennata, lo lasciò che continuamente chiamava il beato, che lo assistesse e lo liberasse da un tanto pericoloso male. Finalmente seguitando di continuo con tanta viva fede a invocarlo, che dopo tre giorni rimase libero della sua vita, si alzò dal letto, e si portò in persona a ringraziare il beato Marzio suo liberatore con un consenso universale di tutti...”.
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Pieve di Compresseto Chiesa Parrocchiale dedicata all'Assunta.
Foto: Fiorello Moriconi 1980
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“Al giorno dopo un altro Capo Mastro, detto mastro Giovanni da Gubbio, precipitò per la rottura di una pianella più o meno nello stesso punto dove erano caduti i primi, ferendosi con due tegole che portava in mano: Egli però chiamando il beato Marzio in aiuto rimase libero in tutt'altro, fuorché nella gamba che rimase leggermente scorticata... In ringraziamento di questi due episodi prodigiosi in casa del primo Capo Mastro detto Cocomero, dopo recitato il rosario, nella riga dei santi avvocati si recita il Pater Noster per il beato Marzio e da tutta la di lui famiglia ogni sera si va a visitare il di lui sacro deposito in S. Francesco. L'altro Capo Mastro, lasciata l'opera, coi suoi uomini ogni sera si portano a visitare il loro beato Protettore per ringraziarlo insieme di averli nel corso del giorno liberati da ogni disgrazia di caduta(34)” .
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Interno Chiesa Parrocchiale dedicata all’Assunta
Nel riquadro in basso: reliquiario contenente una tibia del beato Marzio.
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“DELLA SERVA DI DIO CHE RECUPERO' LA GRAZIA”
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"Una certa santa religiosa dell'ordine della penitenza di San Francesco, che era ornata di santità e perfezione ed elevata da Dio in sublime contemplazione con molte grazie e preghiere, e che aveva posseduto per parecchi anni la grazia di Dio tale che a volte dalla mattina fino a terza e a volte fin dopo nona rapita in Spirito e divina contemplazione rimaneva estatica in una chiesa solitaria, e aveva perduto dopo diversi anni questa grazia, senza che lei sapesse perché mai questa grazia le fosse stata tolta dal momento che non aveva commesso alcun peccato che giustificasse la sottrazione della grazia di Dio, e non riusciva l'anima sua a sostenere l'assenza del grazioso Salvatore nostro, insisteva nell'invocare Dio e i Santi e la beata Maria perché le fosse misericordiosamente restituita la consueta presenza del Figlio, e dopo essere rimasta per molti mesi desolata e afflitta poiché ormai si credeva abbandonata da Dio e dal santo padre suo Francesco, avendo udito della fama di San Marzio che in quel periodo era migrato a Cristo, subito da lontano venne devotamente a lui a pregare Dio perché per i meriti del servo suo Marzio le restituisse la sua grazia consueta, e subito fu esaudita ed ebbe la grazia di Dio fino alla fine della vita e migrò felicemente in vera povertà, obbedienza e santa castità(35)”.
E’ la purificazione delle anime più miti a Dio per il bene proprio e quello della comunità cristiana.
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Gualdo Tadino – Basilica di San Benedetto (anno1256)
Foto:Marcello Farinacci
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IL CULTO
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Secondo i biografi, la devozione al beato Marzio divenne rapidamente molto popolare e le sue reliquie attirarono folle di devoti da tutta la regione circostante desiderosi di ottenere la guarigione dai loro mali fisici e spirituali.
In seguito, il culto reso al beato Marzio si concentrerà a livello locale e sembra che, successivamente, abbia incontrato non poche difficoltà per affermarsi all'interno della stessa città di Gualdo.
Tra la fine del secolo XVI e l'inizio del XVII, l'Eremo di Valdigorgo per l'ingiuria del tempo e l'abbandono da parte dei cittadini crollò. I Priori del Comune di Gualdo vollero perciò portare processionalmente le spoglie mortali del beato Marzio nella chiesa Abbaziale di San Benedetto. Ma il Vescovo ordinò invece che fossero trasferite nella chiesetta di S. Anna, situata a pochi passi dall'Eremo. Successivamente anche questa chiesa andò in rovina e nell'anno 1608, le ossa del beato, con il permesso del Vescovo di Nocera Mons. Florenzi furono translate in forma solenne dal Clero e dalla Confraternita di S. Giovanni Battista nella chiesa di San Rocco, situata in prossimità di Gualdo.
1116 giugno del 1766 padre Angiolantonio Vantaggi, guardiano del convento di San Francesco in Gualdo, incoraggiato dal proprio superiore, rinnovando una domanda già fatta nell'agosto del 1735 e in quell'occasione respinta, chiese al Gonfaloniere e al Comune il permesso di trasferire le reliquie del beato Marzio per esporle alla venerazione della gente nella chiesa di San Francesco dove già si trovavano quelle del beato Majo, facendo notare che la Comunità non doveva affrontare alcun onere di spesa e che avrebbe mantenuto nel tempo stesso lo “Jus” cioè i propri diritti(36).
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Gualdo Tadino – interno della Chiesa di San Francesco (anno 1291)
Foto: Marcello Farinacci
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I devoti avrebbero potuto così venerare il santo eremita come potente intercessore presso Dio e come speciale protettore dei muratori(37). Doveva essere ancora vivo il triste ricordo del terremoto che il 26 luglio del 1751 distrusse gran parte di Gualdo e del territorio circostante e le cui rovine erano ancora visibili; come anche il ricordo delle epidemie che colpivano frequentemente la popolazione.
I Padri Francescani si impegnarono a far costruire a proprie spese una nuova urna, sulla quale avrebbero fatto incidere lo stemma di Gualdo “come segno di perpetuo diritto“(38).
Il Magistrato, in qualità di rappresentante della comunità gualdese, avrebbe avuto quale unico onere quello di intervenire, accolto con onore dai francescani, alla Messa cantata celebrata per tale occasione.
Il Comune espresse subito parere favorevole lasciando però la decisione definitiva all'Abbate di San Donato, Orazio Mattioli, essendo la chiesa di San Rocco sotto la giurisdizione della chiesa di San Donato.
Chiamato in causa il Mattioli si accinse subito a consultare gli altri sacerdoti i quali, dopo una votazione, si opposero al trasferimento con 27 voti contro 7.
Allora i frati decisero di trasferire di nascosto, durante la notte, le reliquie nella chiesa di San Francesco, sotto l'altare che i religiosi avevano predisposto a tale scopo, nonostante le proteste dell'Abbate di S. Donato e del Comune(39).
Durante il VI Sinodo Diocesano del 1828 tenutosi nella Chiesa di Francesco in Gualdo, il vescovo Francesco Piervissani fece fare l’esumazione del corpo del beato Marzio.
Dal regolamento pel Municipio di Gualdo Tadino, rapporto ad alcune costumanze e passività che annualmente pratica ed incontra il comune da tempo immemorabile, datato 13 gennaio 1843, apprendiamo che finalmente a tutto carico comunalela piccola festa del beato Marzio, nostro concittadino, nella quale si canta la messa dal Cappellano di S. Rocco, una volta di S. Marzio, facendo ardere due candele al sepolcro di detto Santo da la sera a tutto il giorno seguente che si stabilisce nella seconda domenica di ottobre facendosi accomodare l'altare, e porlo in qualche (sic) decenza con fiori e sei facole comunali.
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Gualdo Tadino - Basilica di San Benedetto. Urna contenente le Reliquie del Beato Marzio.
Foto: Mario Franceschini
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Inoltre il Municipio fa godere ad uno de' maetri comunali, insignito del carattere sacerdotale, i beni così detti di “Marzio”, chiesa già diruta, ed ora traslata in S. Rocco. Questi ha l'onere di celebrare ed applicare una messa in S. Rocco, il dì di S. Lorenzo antico titolare della Chiesa di S. Marzio da cantarsi in S. Francesco all’altare del beato Marzio nella festa di detto Santo come si è detto… (40).
Altra ricognizione venne ordinata il 27 luglio 1871 da Mons. Pettinari.
Ultimati i lavori della chiesa di San Benedetto, l'arcidiacono Mons. Antonio Ribacchi il 4 luglio 1907 chiese ai Padri Conventuali di trasferire in modo definitivo dalla chiesa di San Francesco (divenuta proprietà comunale per i Decreti Demaniali del 1860) le reliquie di S. Marzio. La domanda fu approvata dal vescovo Mons. Rocco Anselmini.
Dal 12 dicembre 1907 le reliquie si trovano nella Concattedrale di San Benedetto in una urna sotto l'altare del Rosario.
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Pieve di Compresseto - Chiesa parrocchiale Santa Maria Assunta
Reliquiario contenente una tibia del Beato Marzio.
Foto: Mario Franceschini
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Una parte delle ossa del beato Marzio (esattamente una tibia) furono trasportate dalla chiesa gualdese dove il beato era sepolto, alla chiesa dell'Assunzione di Maria in Pieve di Compresseto e deposte in un'urna collocata dapprima sotto l'altare di S. Antonio Abate, dove nell'anno 1643 il sacerdote don Vincenzo Olivieri fece dipingere una grande tela raffigurante la SS. Trinità, la Madonna, S. Michele Arcangelo, l'Angelo Custode che conduce per mano un bambino, S. Giuseppe, S. Martino vescovo, S. Antonio Abbate, S. Antonio di Padova, e la figura dello stesso sacerdote in atto di preghiera.
Successivamente l'urna fu posta sotto l'altare maggiore.
L'8 ottobre 1995, su istanza di don Stefano Bastianelli, parroco della Parrocchia Assunzione di Maria in Pieve di Compresseto e a nome dell'intera comunità cristiana, il vescovo Sergio Goretti della diocesi di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, emetteva questo decreto: “Proclamo il beato MARZIO, eremita, compatrono, insieme a S. Macario, della Parrocchia “Assunzione di Maria” in Pieve di Compresseto e dispongo che la sua festa liturgica venga celebrata l'8 ottobre di ogni anno”.
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Decreto del Vescovo Sergio Goretti che, in data 8 ottobre 1995, proclama il beato Marzio,
insieme a San Macario, Compatrono della parrocchia “assunzione di Maria”
in Pieve di Compresseto.
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Interno Basilica di San Benedetto
Foto: Marcello Farinacci
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CRONOLOGIA ESSENZIALE
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1208 - 1212 - 1224: Visite di Francesco d'Assisi a Gualdo. |
| 1210 |
Marzio nasce a Pieve di Compresseto dove, fino a 31 anni circa, esercita il mestiere di muratore. |
| 1219 |
Su licenza di S. Rinaldo, vescovo di Nocera Umbra, i Frati francescani prendono possesso di Valdigorgo, dedicato ai SS. martiri Stefano e Lorenzo. |
| 1224 |
Francesco d'Assisi vi dimora alcuni giorni. |
| 1235 / 1240: Incontro di Marzio con i seguaci di San Francesco. |
| 1237 |
Incendio di Gualdo : la città viene ricostruita sul Colle S. Angelo. |
| 1240 |
Arriva a Gualdo, con il suo esercito, l'imperatore Federico II, partito dalla Lombardia nel 1239 con i figli Enrico e Corrado e diretto a Roma. |
| 1241 |
I Frati abbandonano l'Eremo di Valdigorgo, stabilendosi a Gualdo, ove erigono un nuovo piccolo convento con la chiesa dedicata a San Francesco. |
| 1242 |
Inizio della costruzione, ad opera dell'imperatore Federico II, delle mura castellane di Gualdo. |
| 1243 |
Marzio si stabilisce presso l'eremo di Valdigorgo poco più che trentenne e ristruttura l'eremo. |
| 1301 |
Muore l'8 di ottobre, all'età di 91 anni, al tempo di Bonifacio VIII. |
| 1608 |
Le ossa del Beato vengono traslate dalla chiesetta di S. Anna, situata a pochi passi dall'eremo di Valdigorgo (Santo Marzio), alla chiesetta di San Rocco. |
| 1766 |
Le reliquie del Beato vengono trasferite nella chiesa di S.Francesco, per essere esposte alla venerazione dei fedeli. |
| 1907 |
Il 4 luglio le reliquie del Beato vengono trasferite in modo definitivo nella chiesa di San Benedetto. |
| 1995 |
L' 8 ottobre, il vescovo di Assisi - Nocera Umbra – Gualdo Tadino, Mons. Sergio Goretti, mediante DECRETO, proclama il beato Marzio Compatrono della Parrocchia Assunzione di Maria in Pieve di Compresseto. |
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Gualdo Tadino – Panorama da Poggio Sant’Ercolano
Foto: Mario Franceschini
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NOTE
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- Pieve Di Compresseto per la sua particolare posizione topografica, fu sempre considerata di grande importanza strategica. Quando Gubbio cercò di conquistare il Castello di Pieve di Compresseto, questi, vista la schiacciante superiorità numerica degli Eugubini e dopo aver inutilmente tentato di resistere, cercò protezione presso la forte città di Perugia. Tommaso di Monaldo con il nipote Andreolo fuggirono di notte e, raggiunta Perugia, il 29 Agosto del 1257, stipularono l'Atto di sottomissione alla Città. Perugia, allora in rotta con Gubbio, accettò volentieri l'offerta ritenendo il feudo di Compresseto una valida difesa sul confine orientale della Repubblica Perugina, costituendo le ultime terre in direzione dell'Appennino. Riconquistato il castello con l'aiuto di Perugia, per questa sua speciale posizione topografica fu in seguito sempre validamente difeso e favorito da Perugia; spesso persino esentato da ogni "dazio e balzello "(Cfr. GUERRIERI R., Storia Civile ed Ecclesiastica del Comune di Gualdo Tadino, Gubbio 1933, pp. 54-55) (back)
- VAUCHEZ A., Ordini Mendicanti e Società Italiana XIII - XIV secolo, Il Saggiatore, Milano, p. 295.(back)
- VAUCHEZ A., op. cit., p. 296.(back)
- Ibidem (back)
- CANCELLOTTI C., I Santi di Valdigorgo di Tadino - Francesco d'Assisi - Majo - Marzio, Biblioteca Capitolare, Gualdo Tadino 1987, p. 8.(back)
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 8.(back)
- Ibidem. (back)
7 bis. SENSI M., Le Osservanze francescane nell’Italia Centrale, Roma 1985, pp. 77-78 (back)
- VAUCHEZ A., op. cit., p. 296.(back)
- Ibidem.(back)
- Ibidem.(back)
- Alla Tadinum antica che sorgeva nella pianura presso la Via Flaminia e che sarebbe stata distrutta nel 996 da Ottone III, seguì la costruzione di un borgo fortificato adiacente all'Abbazia di San Benedetto situata, un tempo, nei pressi dell'attuale stazione ferroviaria. Ma il nuovo piccolo castello (Gualdo: da Wald = bosco) cominciò ben presto ad essere molestato dai Feudatari del territorio, soprattutto dalle vicine città di Fossato e Nocera che non perdonarono a Gualdo di essersi in parte sottratta alla loro giurisdizione. Resosi conto di non poter resistere a lungo e considerando che il luogo era paludoso e malsano, si decise di costruire un altro castello in un luogo più sicuro.
Tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, i Gualdesi, lasciata l'Abbazia di San Benedetto, risalirono per circa tre chilometri il corso del Fiume Feo arrestandosi alle sue sorgenti. Il nuovo luogo era più nascosto e impervio; poteva inoltre, all'occorrenza contare sulla vicina Rocca Flea. A sinistra del predetto sito si trovava una piccola valle detta volgarmente Valdigorgo (a motivo probabilmente delle abbondanti sorgenti d'acqua ivi presenti) ed oggi chiamata Valle di Santo Marzio, essendo vissuto in essa l'eremita beato Marzio. Nella parte opposta, e precisamente nel quartiere detto della "Valle Alta", era situata l'Abbazia di S. Donato fondata nell'anno 1008. Fu appunto in questo luogo che i Gualdesi ricominciarono a costruire un castello, o villaggio fortificato che si continuò a chiamare Gualdo (Cfr. GUERRIERI R.. op. cit.. pp. 35-37).(back)
- VAUCHEZ A., op. cit., pp. 296-297.(back)
- L'evento così narrato dal cronista non appare inverosimile. Il Guerrieri riferisce che da scavi iniziati nel 1902 nella valle di Santo Marzio, per il rinnovamento dell'acquedotto, furono rinvenuti numerosi ruderi di abitazioni con evidenti tracce di incendio. Tra le macerie furono ritrovati anche scheletri umani. Molto interessante è che tra i ruderi e le macerie non fu rinvenuta la presenza di tegole o di altro materiale di terracotta; per cui possiamo realmente arguire che quelle abitazioni costruite in pietra, avessero il tetto in legno. Questo spiegherebbe la rapidità dell'incendio e la impossibilità di far fronte ad esso (Cfr. GUERRIERI R., op. cit., pp. 42-43).(back)
- Anche se dobbiamo presumere che qualche edificio dovesse essere stato ricostruito nello stesso luogo dell'incendio. Tutto ciò sembra essere confermato dal ritrovamento di monete, posteriori alla distruzione della seconda Gualdo: monete del secolo XIV e qualcuna del secolo XV, provenienti soprattutto da Ancona, Bologna, Perugia e Ravenna (Cfr. GUERRIERI R., op. cit., p. 43).(back)
- VAUCHEZ A., op. cit., p. 297.(back)
- Ibidem.(back)
- Ibidem.(back)
- VAUCHEZ A., op. cit., pp. 297-298.(back)
- VAUCHEZ A., op. cit., p. 298.(back)
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 31.(back)
- Ibidem.(back)
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 32.(back)
- Vangelo di Matteo, 5,6.(back)
- CANCELLOTTI C op. cit., p. 34(back)
- CANCELLOTTI C op. cit., pp. 34-35. (back)
- CANCELLOTTI C op. cit., p. 35. (back)
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 35. (back)
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 36.(back)
- Ibidem.(back)
- Mentre l'anno della sua morte è certo (1301), lo è di meno il giorno. La data dell' 8 Ottobre è stata avanzata da Wadding e figura nel ms. VAT. LAT. 5417: "VIII Idus Octobris, apud heremum sancti Laurentii quod in Appenninis montibus situm est, deposito viri Dei Martii solitari qui multe extitit sanctitatis et quampluribus claruit signis". Anche la "Bibliotheca Sanctorum" riporta la data dell'8 Ottobre, così come nel "Martirologio Francescano" Marzio e i suoi tre fratelli sono venerati sempre in questo giorno. Nella chiesa parrocchiale di Pieve di Compresseto, vi è, nella lunetta di destra del presbiterio, un dipinto di Alessandro Bianchini di Perugia, raffigurante il beato Marzio in preghiera, che reca la data dell'8 Ottobre 1301. Tuttavia il "Kalendarium" manoscritto conservato nella cattedrale di Gualdo Tadino, non lascia dubbi: esso indica la data della morte del beato Marzio al 24 Ottobre dell'anno 1301: "IX Kalendas Novembris obitus fratris Martii venerabilis et sanctitate preclari sub anno Domini MCCCI" (Cfr. VAUCHEZ A., op. cit., p. 286, vedi nota 19).(back)
- L'esistenza dell'Eremo di Valdigorgo è comprovata da due pergamene dell'archivio comunale di Gualdo in cui si riferiscono donazioni fatte all'Eremo stesso. La prima datata 4 Aprile 1288 contenente il testamento di tal Giovanni di Ventura di Acquittolo Notaio, che tra vari legati ne stabiliva uno di nove "solidos" cortonesi al convento di San Francesco di Gualdo e un altro di cinque "solidos" a favore dei frati abitanti presso il vecchio castello di Gualdo in Valdigorgo. La seconda datata 28 Luglio 1290, contenente il testamento di tal Salvuzio Sarto, nella quale si legge che lasciava dieci "solidos" alla Chiesa dei frati di Marzio (ecclesie fratrurn Martii). Ma l'Eremo fu abitato da Religiosi anche successivamente a queste date, persino nel XV secolo. Basti ricordare il Testamento del celebre Pittore Gualdese Matteo di Pietro, che porta la data del 2 Novembre 1492, con il quale chiedeva di essere sepolto nella chiesa di San Benedetto, fino a quando la salma non fosse stata trasportata fuori della città dai Frati Eremiti abitanti dell'Eremo di San Francesco (Cfr., GUERRIERI R., op. cit., p. 289).(back)
- VAUCHEZ A., op. cit., p. 304. (back)
- VAUCHEZ A., op. cit., p. 302.(back)
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 56.(back)
- VAUCHEZ A., op. cit., p. 303.(back)
- CANCELLOTTI C., op.cit., p. 53.(back)
- Ibidem. (back)
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 54.(back)
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 54. D. Bartolomeo Del Monte, missionario apostolico, con speciale delega del vescovo di Nocera mons. G:B. Chiappè, presenti D. Lorenzo Menicacci, vicario generale della Diocesi, e numerosi testimoni "circa un'ora di notte si portarono nella chiesa di S. Rocco e alla presenza del sig. Ottone Romualdo Simboli, medico condotto della Terra di Gualdo, e me notaro, fu veduto esteriormente il sepolcro a guisa di un camino rimurato con due colonnette ed un architrave di pietra viva, e parimente in mezzo una lastra di pietra contornato e suggellata insieme da mattoni a coltello murato con gesso. Quivi chiamato Mastro Giuseppe Curinotti, muratore fu aperto e trovata una cassa di legno d'olmo con serrature e grappe di ferro nelle cantonate di essa, sebbene in parte infragidate in cui le ossa del sopradetto beato Marzio riposavano, le quali tutte furono dal suriferito D. Bartolomeo Del Monte a un osso per volta estratte e collocate in una cassa di legno dolce foderata al di dentro con carta bianca e furono tutte riconosciute essere ossa... dei membri, cioè delle coscie, e gambe, vertebre, coste ed altra porzione che di essa si compone un corpo d'uomo, furono riposte nella predetta cassetta sigillata primiamente con chiodetti, e poi con fettucci di funicello rosso a guisa di croce dell'una e dell'altra facciata della medesima ligata, indi nelle legature con cera di Spagna sugillata, con sei sigilli di Monsignor Ill.mo e Rev.mo vescovo di Nocera ... Verso le tre ore di notte fu trasportata nella chiesa di S. Francesco dei PP. Minori Conventuali e riposta in un'altra cassa più grande parimenti di legno dolce per poi collocarla decentemente sotto l'altare di S. Antonio della predetta chiesa. (back)
In fede "Cfr. CANCELLOTTI C., op. cit., p. 54.
- CANCELLOTTI C., op. cit., p. 75.(back)
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BIBLIOGRAFIA
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- Cancellotti Carlo, I Santi di Valdigorgo di Tadino - Francesco d'Assisi - Majo - Marzio, Biblioteca Capitolare, Gualdo Tadino,1987.
- Guerrieri Ruggero, Storia Civile ed Ecclesiastica del Comune di Gualdo Tadino, Gubbio, 1933.
- Jacobilli Lodovico, Vite de' Santi e Beati di Gualdo, Foligno, 1638, pp. 51-62.
- Vauchez André, Ordini Mendicanti e Società Italiana - XIII - XV Secolo, Il Saggiatore.
- Sensi Mario, Eremiti, Bizzochi e Fraticelli a Serra Santa di Gualdo Tadino in Le Osservanze Francescane nell'Italia Centrale, Roma 1985 pp. 75-96.
- Guerrieri Ruggero, Le Cronache e le Agiografie Francescane Medioevali Gualdesi ed i loro rapporti con altre Cronache e Leggende Agiografiche Umbre, Gubbio 1933 (estratto da Miscellanea Francescana, XXXIII).
- Sigismondi Gino, Tre Codici Medioevali Storico-Agiografici, inediti di Gualdo Tadino in Bollettino Storico della Città di Foligno, vol. VII, Foligno 1983, pp. 57-71-
- Cignitti Benedetto, Marzio in Enciclopedia dei Santi (Bibliotheca Sanctorum), vol. VIII (LIADAN - MARZI), Roma 1967 (2° Ristampa, gennaio 1996), coli. 1316-1318.
- Wadding, Annales, col.1301, VI, Roma 1733 pp. 2-3, n. II.
- Halkin F., in Analecta Bollandiana, LIII (1935)
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PREGHIERE
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PREGHIERA POSTA SUL RETRO DELLA IMMAGINE
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O beato Marzio, tu che sempre soccorresti con animo generoso tutti coloro che a te ricorrevano, ti preghiamo: ottienici, con la tua intercessione, tutte le grazie dell'anima e del corpo, di cui abbiamo tanto bisogno.
Fa' che sappiamo sempre accettare, con animo docile e generoso, la santa volontà di Dio, come tu sopportasti amorevolmente le prove della vita e ottienici da Dio la ricchezza dei suoi doni: pace, conforto e sostegno nelle necessità e nelle prove di ogni giorno.
Difendici dalle insidie del maligno e fa' che, con il tuo aiuto, possiamo sempre più crescere in amore e virtù, così da meritare, insieme a te, quel gaudio eterno preparatoci da Dio fin dal principio.
Amen.
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PER CHIEDERE UNA GRAZIA
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A te, o beato Marzio, ricorro fiducioso ed imploro la tua potente intercessione.
Ti prego, ottienimi da Gesù Misericordioso e per mezzo di Sua Madre, Maria Santissima, la Grazia che ti chiedo:... (esprimere la grazia richiesta )... Dio niente può negarti, perché nulla a Lui rifiutasti offrendo tutto te stesso, portando la croce di Cristo nell'anima e nel corpo, totalmente crocifisso al mondo.
Ricordati inoltre di tutti coloro che, malati nel corpo e nello spirito, giungevano supplichevoli ai tuoi piedi, implorando la grazia che il buon Dio concedeva per tua intercessione.
Non sia, o beato Marzio, proprio io a non sperimentare la tua potente intercessione. Fiducioso nel tuo aiuto, ti ringrazio e prometto di voler dare a Dio sempre maggior onore e gloria attraverso la mia vita.
Amen.
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PER IL PAESE
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O beato Marzio, nostro Patrono e potente intercessore presso Dio, ti preghiamo di vegliare e proteggere questo nostro paese, che fu anche il tuo.
Difendilo da ogni avversità e calamità.
Donagli pace e prosperità.
Allontana da esso gli attacchi del maligno.
Ricorda che qui trascorresti i tuoi anni giovanili, crescendo in virtù ed amore verso Dio e i fratelli.
Fa' che anche noi, sorretti dal tuo aiuto e dalla potente intercessione della Vergine Maria che hai teneramente amato, possiamo progredire in virtù e santità, come figli degni di questa tua patria che hai reso illustre agli occhi di Dio e degli uomini, con la ricchezza delle tue virtù e la luce della tua santità.
Amen.
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PER I MURATORI
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A te, o Beato Marzio, che sei stato additato come speciale protettore dei muratori, umilmente chiedo di ottenermi da Dio particolare aiuto e protezione nel mio duro lavoro quotidiano.
Anche tu sei stato muratore e perciò conosci i pericoli in cui posso incorrere.
Conosci la fatica e la stanchezza.
Perciò assistimi continuamente e preservami da ogni pericolo e fa' che il mio lavoro sia sempre a lode, gloria e onore di Dio Onnipotente
Amen.
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TRIDUO AL BEATO MARZIO
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- 0 beato Marzio, tu che hai amato Dio sopra ogni cosa, camminando a piedi nudi tra le rocce, nella neve e sul ghiaccio; tu che hai pregato con fervore, versando lacrime e trascorrendo intere notti in preghiera con Colui che tanto hai amato e desiderato;tu che hai domato il corpo col peso del duro lavoro quotidiano a imitazione di Gesù, divino lavoratore; tu, crocifisso al mondo nell'anima e nel corpo, macerato dall'astinenza, concedi anche a noi, per i tuoi meriti, di saper amare e desiderare Dio sopra ogni cosa, accettando con docilità la sua divina volontà.
Aiutaci a crescere in virtù e santità, impetrando per noi uno spirito di continua conversione e un forte amore verso Dio e verso
il prossimo, nella generosa rinuncia a tutto ciò che è di ostacolo alla piena unione con Dio Uno e Trino.
Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, come era nel principio e ora e sempre e nei secoli dei secoli.
Amen.
- 0 beato Marzio, tu che che ti guadagnavi da vivere facendo il muratore e che donavi, la Domenica e nei giorni di festa, il superfluo del tuo guadagno ai poveri, insegnaci a santificarci con il nostro lavoro:che ogni nostro gesto sia inno di lode a Dio nostro Padre e Creatore.
Tu che ti distinguesti per una profonda carità, visitando gli infermi e i carcerati, aiutando negli ospedali i più bisognosi soccorrendo i deboli e i più miseri, insegnaci ad avere un cuore sempre aperto e disponibile alle necessità e ai bisogni dei fratelli più abbandonati.
…..Amen.
Gloria.........
- 0 beato Marzio, assistici in ogni nostra necessità dell'anima e del corpo.Sana le nostre ferite spirituali, e come fosti compassionevole verso i peccatori, prega Iddio per noi affinché, sorretti dalla tua intercessione, possiamo giungere alla salvezza eterna. Converti i peccatori e preservaci da ogni male e da ogni peccato.
Difendici dagli assalti del maligno, perchè possiamo rimanere sempre uniti a Dio, nostro bene supremo ed eterno.
Sostienici nelle nostre necessità materiali e donaci la salute del corpo; liberaci da ogni infermità.
E come Tu sopportasti la cecità degli occhi e le altre malattie con santa pazienza, lodando, ringraziando e benedicendo Dio, insegnaci ad accettare in pace e serenità la divina volontà.
…..Amen.
Gloria....
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Da questa terra ove sei nato
tutti ti implorano grande Beato.
Tu davi ai poveri tutti i tuoi averi
e davi a Dio fatti e pensieri.
Beato Marzio la tua bontà,
il tuo lavoro, la tua umiltà
sono per tutti un fascio di luce
che verso i cieli tutti conduce.
(Parole e musica di Francesco Cencetti 08 Marzo 2000)
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INDICE
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| Fonti storiche |
Pag. |
5 |
| Prefazione |
Pag. |
7 |
| Introduzione |
Pag. |
9 |
| Primi anni di vita di un autentico laico cristiano, di professione muratore |
Pag. |
11 |
| Val Di Gorgo: scelta eremitica ed ascesi mistica |
Pag. |
23 |
| Segni e miracoli |
Pag. |
29 |
| Il culto |
Pag. |
35 |
| Cronologia essenziale |
Pag. |
43 |
| Note |
Pag. |
45 |
| Bibliografia |
Pag. |
51 |
| Preghiere al Beato Marzio |
Pag. |
53 |
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