PRESENTAZIONE


 

“San Donato ai suoi figli migliori” è scritto a caratteri capititali sul pinnacolo che sovrasta la base del monumento ai caduti eretto negli anni Sessanta nella piccola frazione fabrianese di San Donato. E fra i “figli migliori” è annoverato anche don David Berrettini, che in realtà nacque e visse fino alla sua ordinazione sacerdotale a Gualdo Tadino: a lui è dedicata un'intera facciata del monumento, quella che da verso la strada principale, in una splendida posizione panoramica che ripropone, in prospettiva rovesciata rispetto alla nostra, i profili delle cime appenniniche dal Serrasanta al Catria. Qui, insomma, il gesto del giovane sacerdote gualdese, “fucilato per salvare molte vite umane” - recita l'iscrizione - ha lasciato un grato ricordo e ci si rende conto di ciò fermandosi qualche istante a contemplare il bel giardinetto fiorito che circonda l'austero monumento marmoreo. S'intuisce, allora, che al di là della retorica, dei formalismi e delle sovrastrutture ideologiche, dopo 64 anni dal suo crudele eccidio, la figura del giovane parroco della neppure vicinissima frazione fabrianese di Marischio è stata adottata dalla comunità nella quale si svolsero i tragici fatti di quel 19 giugno 1944.
Dall'altra parte dell'Appennino, sotto l'altro spartiacque, nella città natale del coraggioso sacerdote, la memoria sembra, invece, più labile. Anche se molti gualdesi conoscono la vicenda umana di don Berrettini, per averla sentita narrare o per averne letto i resoconti in una pubblicazione ora divenuta introvabile, molti altri ne sono al corrente solo per sommi capi, mentre i più ignorano totalmente chi sia questo personaggio.
Qualcuno minimizza persino la portata del suo gesto. Non ci sono, del resto, mausolei o monumenti per lui, nella sua città, ad eccezione di una menzione nella lapide affissa in uno dei luoghi più tragici per la storia della Resistenza gualdese, piazza Martiri della Libertà. Un'attestazione che rende don Berrettini una delle tante vittime, ma che non caratterizza la peculiarità del suo atto eroico, che poi gli è valsa l'attribuzione - non così comune - della medaglia d'oro al merito civile. E se, umanamente, un personaggio schivo come lui non avrebbe gradito di essere in qualunque modo distinto dagli altri “martiri”, perché mai non si dovrebbe riconoscere che, pur potendolo evitare, quest’uomo accettò volontariamente d'immolarsi per salvare le vittime di un'ingiusta rappresaglia causata da un agguato, i cui responsabili preferirono restare nell'ombra?
Poiché, dunque, è evidentemente da ingrati, per non dire rischioso, non conservare o snaturare il ricordo di chi, durante i più tragici periodi della storia recente, ha visto la propria esistenza spezzata dalla follia dei tempi e degli uomini, l'Accademia dei Romiti, in collaborazione con le sezioni gualdesi del Rotary club e del Lions club, ha preso spunto dal centenario della nascita di Don Berrettini (1908) per riproporre alla cittadinanza la sua storia, il suo gesto di coraggio e di dedizione, nella speranza che da questo breve opuscolo nasca quel dibattito che spinga la collettività gualdese a recuperare, uno ad uno, nella propria memoria, tutti i suoi eroi nascosti, sconosciuti e dimenticati, le cui tombe, lapidi o croci collocate nei luoghi della morte, in questi ultimi anni, sono a loro volta vittime di incuria, oblio e degrado. Un ulteriore calvario.
Come non c'è infatti nessun più grande gesto d'amore che sacrificare la propria vita per salvarne un'altra o molte altre, così non c'è nessun atto di gratitudine più sincero della perpetuazione di quel nobile gesto nella memoria di ognuno.

Pierluigi Gioia
Rettore dell’Accademia dei Romiti

 

IL CULTO DELLA MEMORIA

Ricorrendo nel 2008 il centenario della nascita di don David Berrettini, un eroe gualdese insignito della medaglia d'oro al merito civile; abbiamo ritenuto un dovere civico, un imperativo culturale, un comportamento etico di rilevante spessore ricordare l'alto valore del suo sacrificio, la sua figura eroica a quasi 65 anni dalla scomparsa, ad una collettività cittadina che non lo conosce, distratta dalle gesta di falsi eroi, mentre altrove egli è tuttora oggetto di venerazione.
È un dovere civico per Gualdo Tadino che lo annovera fra i suoi figli, è un imperativo culturale per chi in questa città usa più o meno a buon diritto la parola cultura, è un comportamento etico per una generazione che troppo spesso dimentica i valori fondanti della convivenza civile, quale si è conformata attraverso due millenni di civiltà, abituata a privilegiare espressioni di momenti di notorietà contingente.
Colpa della società, colpa dei tempi?
Dalle nostre scuole, istituzioni cui è affidata la formazione delle giovani generazioni, in tredici lustri sono stati educati non meno di 20.000 diplomati, da cui è emersa la nostra classe dirigente: tutti più o meno acculturati sulle vicende della nostra storia antica e medievale, in quelle eroiche del Risorgimento (Mazzini, Garibaldi, Cavour) e della Resistenza (Fosse ardeatine, Auschwitz, Shoah), ma nelle loro aule nessuno o pochi hanno sentito pronunciare il nome dell'eroe don David Berrettini, insignito della medaglia d'oro al merito civile (dell'uomo, non del prete), un autentico eroe di casa nostra nato all'ombra del Serrasanta, con il risultato che egli è pressoché sconosciuto ai più e ne è testimonianza la tomba negletta presso il cimitero civico, contrariamente ad altri luoghi legati alle vittime della Resistenza in occasione delle ricorrenze civili.
Eppure chi scrive, qualche tempo fa, casualmente ha avuto la ventura di accompagnare dei forestieri (non certo occasionali, non erano gualdesi!) sulla tomba di don David presso il cimitero, che la città di Gualdo Tadino non ha mai onorato di un mazzo di fiori, o di altri segni visibili.
Per questi motivi, nell'ambito dell'Accademia dei Romiti, è maturata l'iniziativa di dar corpo a questo opuscolo sulla figura e l'operato di don David; il lavoro è destinato in particolare ai giovani, perché in un momento in cui la società si interroga sulla riscoperta di certi valori, la testimonianza del suo eroismo non si perda, ma sia conosciuta ed esaltata come fulgido esempio di altruismo, del quale può andare fiera la comunità gualdese, poiché

“A egregie cose il forte animo accendono
l'urne dei forti... e bella e santa fanno al peregrin
la terra che le ricetta” (1),

come Ugo Foscolo, ne I Sepolcri, esalta il culto della memoria di persone che hanno lasciato ai posteri meritevole ricordo di sé e del loro passato, meritando di essere additate come esempio.
Retorica d'altri tempi? Non crediamo, ma cultura di valori immortali, di alto valore pedagogico cui educare le giovani generazioni, sì (2).
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(1) Ugo Foscolo, I sepolcri.
(2) Precisiamo doverosamente che le notizie riportate sono   riprese in gran parte da quanto già scritto attraverso gli anni in varie pubblicazioni, e più recentemente nel raro libro di Don Abramo Tenti Sacrificio eroico. Don Abramo Tenti, parroco di San Donato Marche dal 1948, è stato un autentico cultore della memoria di don David: ha raccolto direttamente fra i suoi parrocchiani le testimonianze sulla vicenda di don David che avevano condivisa, ha curato l'erezione di un monumento nella località, ed infine si è impegnato attivamente per ottenere il conferimento della medaglia d'oro dalla Presidenza della Repubblica quale riconoscimento del suo sacrificio.

 

UN GUALDESE AUTENTICO

Don David Berrettini nacque a Gualdo Tadino il 9 giugno 1908; era figlio di Enrico e Rosa Cambiotti e la sua era un’umile famiglia di contadini che conduceva a mezzadria un piccolo podere fra via dei Cappuccini e via Don Bosco, nella zona attualmente segnata nella toponomastica dalla strada a lui intitolata, sulla riva sinistra del Rio Rumori, da dove si trasferì poi nelle vicinanze di Palazzo Ceccoli.
Dopo le scuole elementari frequentò il ginnasio presso il Seminario diocesano di Nocera Umbra e, successivamente, completò la sua formazione presso il Seminario regionale di Assisi; fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1933 nella cattedrale di San Benedetto di Gualdo Tadino, dove esercitò la sua attività di “prete novello” per tre anni.
“Di carattere semplice e timido, sacerdote zelante, cultore della musica” (3), come primo impegno pastorale egli si dedicò all'educazione dei ragazzi al canto corale; correvano gli anni
in cui il gualdese mons. Raffaele Casimiri, con i concerti della sua Polifonica romana, raccoglieva successi in tutto il mondo, tanto da essere definito da Gabriele D'Annunzio "il miglior ambasciatore del genio italico", per cui l'impegno di don David nell'awiare i giovani a queste esperienze musicali, era considerato qualificante nell'ambiente locale e la sua attitudine alla pastorale giovanile gli aveva guadagnato da parte dei confratelli lo scherzoso nomignolo di “Don Bosco” (4).
Poi, dopo tre anni, con Bolla vescovile del 1° agosto 1936, Don David fu nominato parroco di Marischio, dove egli si trasferì con la famiglia, i genitori, un fratello e due sorelle, e che divenne la sua seconda patria: una piccola frazione nel comune di Fabriano, oggi periferia della città sviluppatasi nel dopoguerra, sulle pendici orientali del Monte Cucco e allora territorio della diocesi di Nocera e Gualdo.

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(3) Abramo Tenti - op. cit. pag. 19.
(4) Ne hanno dato testimonianza allo scrivente il Dr Angelo Lucarelli e l’ins. Italo Giubilei, recentemente scomparsi, che ebbero la fortuna di conoscerlo personalmente e di apprezzarlo.

 

LA DIOCESI DI NOCERA E GUALDO

Quella della Diocesi è un’altra memoria della nostra storia forse destinata a scomparire, anche se attraverso i secoli, per mille anni le sue vicende sono state strettamente collegate con quelle della città di Gualdo Tadino. Per ricostruire la vicenda di don David Berrettini ritengo necessario pertanto un fugace accenno all'organizzazione territoriale della Chiesa, ai tempi in cui si sono svolti i fatti.
Le diocesi sono antiche circoscrizioni territoriali sopravvissute all'interno dello Stato Pontificio il più delle volte come blasone di antiche comunità locali, i cui confini sono stati per secoli retaggio di vicende medievali, anche se non funzionali ad una realtà che cambiava attraverso i tempi, finché nel 1984, le stesse sono state riorganizzate adeguandone i confini a quelli delle moderne circoscrizioni amministrative.
Fino a tale data il territorio dei comuni di Gualdo Tadino, Nocera Umbra, Fossato di Vico e Sigillo, attualmente incorporati nella diocesi di Assisi, costituiva la diocesi millennaria di Nocera Umbra, Gualdo Tadino e Sassoferrato, formata nel lontano 1004 per aggregazione di preesistenti circoscrizioni territoriali, ricalcando antichi confini che datavano ai tempi in cui il Ducato longobardo di Spoleto (5) si estendeva sui crinali
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(5) “In finibus Ducati spoletani” come si legge nel Placito di Cancelli, emanato nell’agosto del 801 a Cancelli, da Pipino re d'Italia, figlio di Carlo Magno.

appenninici fino a Caudino di Arcevia, a nord di Sassoferrato, e non era stato ancora tracciato il confine attuale fra l'Umbria e le Marche.
Questa diocesi comprendeva 92 parrocchie, metà sul versante umbro dell'Appennino in provincia di Perugia, e l'altra metà sul versante orientale, per la maggior parte in provincia di Ancona, e le altre in provincia di Pesare e Macerata. Il territorio dell'attuale comune di Fabriano (solo in tempi più recenti sede episcopale) (6) era diviso fra le diocesi di Matelica (già Marca Fermana) e di Nocera Umbra (già Ducato di Spoleto).
All'interno della diocesi pertanto, a seconda delle esigenze contingenti e delle disponibilità personali, era normale che, nell'assegnazione delle sedi parrocchiali, sacerdoti ori-ginari di quelle marchigiane fossero destinati ad esercitare il ministero in territorio umbro e viceversa, come fu appunto nel caso di don David al quale fu assegnata la parrocchia di Marischio di Fabriano.

Nel 1944 sedeva sulla cattedra episcopale di Nocera Umbra il vescovo di origini trentine mons. Costantino Stella, nominato il 12 dicembre 1943, che il 18 marzo, giorno in cui prese possesso della diocesi, nella “città delle acque” fu al centro di un mitragliamento aereo da parte degli “alleati” e che, fra i primi impegni pastorali nella nuova sede, in virtù della sua familiarità con la lingua tedesca, ebbe l'onere e la fortuna di strappare dalla fucilazione ad opera dei tedeschi un altro sacerdote gualdese, don Alfonso Guerra, parroco di Mosciano, una frazione della montagna nocerina, sul versante di Foligno, che era stato catturato nel corso di un rastrellamento insieme ad alcuni suoi parrocchiani.

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(6) È stata costituita la Diocesi unificata di Matelica e Fabriano solo in tempi recenti.

 

LA DIFFICILE MARISCHIO

Per una corretta ricostruzione dei fatti riferiti è opportuno inquadrarli nel momento storico e nell'ambiente in cui sono maturati.
Don David arrivò a Marischio negli anni in cui l’Italietta fascista, uscita stremata dalla prima guerra mondiale, cullava sogni imperiali nell'illusione di sfamare i suoi cittadini rendendo fertili i deserti etiopici e della Libia mentre la sua agricoltura non aveva ancora conosciuto i prodigi della meccanizzazione, ed esibiva sugli scenari mondiali le trasvolate atlantiche di Italo Balbo, mentre in casa nostra la mobilità era ancora affidata in gran parte alla trazione animale, pochi fortunati possedevano una bicicletta per raggiungere i luoghi di lavoro e sulle strade circolavano solo rare automobili “Ballila”, tempi in cui persistevano forti sacche di analfabetismo e di ignoranza fra la popolazione, specialmente nelle zone più disagiate, e l'informazione non aveva ancora conosciuto la contaminazione dei mass media, della radio e della televisione.
E questo era anche l'ambiente del piccolo paese montano di Marischio, che era stato affidato alle cure di don David, come lo descrisse un giornalista romano qualche anno più tardi su “II Messaggero”:
“L'ho conosciuto tanti anni fa, quando andai a passar l'estate nelle Marche... era il parroco di una piccola cura, una frazione di Fabriano, con dieci case, una strada e una piazza.
Un serpeggiar di tetti sulla costa del monte, una chiesa e un palazzotto detto il castello, che io ottenni in affitto, con pozzo, l'androne fondo che sa di muffa e di tini, i grandi stanzoni cupi di fresca ombra e il nudo camino in sala.
Mi capitò di far conoscenza con questo pretino giovane, d'un biondo tendente al rossiccio, con un viso roseo, attonito e un po’ infantile.... era l'unica persona di compagnia, il solo con cui potessi discorrere in quel borghetto dove la gente è sempre fuori al lavoro e di giorno ci restan solo i bambini ed i vecchi decrepiti. Le donne no, che anche loro vanno a faticare. Son contadini operai, o meglio operai di razza contadina, che prendono la paga ogni fin di settimana alle Cartiere o al Maglio che è un grande stabilimento dove si lavora il ferro per attrezzi e macchine.
In ogni famiglia son tre o quattro a portar soldi e per di più conservano quel po' di terra che fu dei nonni e dove la famiglia ci campò tutta nei tempi antichi. Adesso ai campi ci badano ancora i nonni e qualche contadino avventizio, ma la domenica e le feste, ognuno a buon conto da il suo colpo di vanga e i ragazzini imparan presto a regger la zappa o a tirar di rastrello. Guadagnano bene, ma vivono ancora a un modo, come se fossero ancora bifolchi.
Questo prete in paese non lo guardava nessuno. Lui era il solo povero fra tanti, che veniva da un villaggetto di montagna, dove non ci sono cartiere né fonderie, col padre e la madre contadini.
La parrocchia non ha beni: solo una vigna piccola e brulla dove c'è da ricavare sì e no il vino della Messa e non basta. Quanto ai proventi del culto, c'è da ridere. Liberi pensatori che non vanno alla Messa dal giorno della prima Comunione, sospettosi del prete, dispettosi del curato povero e gentile che non beve, non gioca a carte e non va a caccia quando lì son tutti cacciatori. Qualche battesimo ogni anno, qualche mortorio, qualche matrimonio.
Ma dove la gente è scarsa, poca ne muore, poca ne nasce e poca se ne sposa.
Strana gente: risecano la lira, purché beninteso il fiasco sia sempre pieno e la cartucciera fornita, ma s'accontentano del vinello magro e le cartucce se le fanno da sé, perché, dice, gli danno più fiducia; lavoratori e onesti, vivono da poveri e disprezzano la povertà. Per loro, povero e buon a nulla son tutt'uno. Disprezzano anche e hanno in fastidio quelle cose inutili che distraggono dal quattrino, cose di spirito, peccati o preghiere, e fanno presto a rider del curato che crede nella Beatissima Vergine, ai Santi e agli Angeli”.

Fra questa gente, quale viene descritta nella ricostruzione di una penna non sospetta, Don David esercitò il suo Ministero pastorale per otto anni dal 1936 al 1944.

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(7) Carlo Alianello, giornalista e professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nato a Roma il 20.4.1901 e morto a Roma il 20.9.1982. Conosceva don David per essere stato suo ospite prima della guerra; su II Messaggero di Roma del 18 agosto 1954, ha lasciato questa descrizione dello ambiente di Marischio.

 

LA GUERRA

La vicenda bellica, scatenata nel 1940, e che si sarebbe caratterizzata ben presto come una catastrofe nazionale, non migliorò certo questa situazione ambientale già difficile: dopo le cartoline di precetto, infatti, arrivarono le notizie dei primi caduti sui vari fronti, le restrizioni alimentari ed il tesseramento, gli sfollati dalle città che ritornavano ai paesi di origine e nelle località di campagna dove erano più facili certi approvvigionamenti alimentari. Poi arrivarono i bombardamenti delle città (incrementando la massa degli sfollati), cui non sfuggirono le Officine Meccaniche Fiorentini di Fabriano (Il maglio), che furono letteralmente smantellate; e, dopo l'armistizio dell’8 settembre 1943 infine, con i Tedeschi trasformatisi in occupanti, arrivarono la Repubblica Sociale, la Resistenza e i partigiani a rendere più difficile la già fragile posizione del prete dall'animo mite e gentile, che si trovò ad essere un vaso di coccio stretto fra vasi di ferro, in un mondo che sembrava aver perduto la ragione.
La canonica di don David, aperta a tutti, ben presto si era trasformata in un rifugio e si era riempita di sfollati (al momento del tragico epilogo della sua vicenda ne ospitava quattordici); ci fu una irruzione dei fascisti alla ricerca di partigiani, ci fu l'assistenza spirituale prestata a due partigiani fucilati nelle vicinanze, ci fu (sembra) anche l'ospitalità di una cena ad un capo partigiano affamato, cose e comportamenti comunque di normale routine per una persona il cui compito era la predicazione e la pratica della solidarietà umana, su un territorio in cui si trovò a convivere con la logica delle armi, terra di nessuno fra i tedeschi in ritirata e le truppe alleate che salivano lentamente dal Meridione, e dove ciascun individuo divenne suo malgrado, protagonista di una propria epopea più o meno fortunata.

Poi, nella primavera del 1944, dopo l'abbandono di Roma da parte dei tedeschi, iniziò il loro spostamento massiccio, in ritirata verso la linea gotica; con colonne di automezzi di ogni genere attraverso tutte le vie di comunicazione dirette al nord, un transito incessante che interessò anche la strada provinciale che corre circa un chilometro a valle dal paese di Marischio, che era seguita dalle autocolonne provenienti dal valico di Fossato di Vico e dalla strada provinciale di Campodonico per raggiungere la statale Arceviese, insidiate da sporadiche azioni di sabotaggio dei partigiani presenti nella zona, ma comunque senza rapporto diretto con il paese.

 

QUEL 19 GIUGNO

Cominciò di buon'ora l'infausta giornata che avrebbe registrato la tragica conclusione ella vicenda terrena di don David; riportiamo la cronaca di quanto accadde, come è stata ricostruita dal giornalista Alianello nel 1954, e più tardi da don Abramo Tenti, sulla scorta di documenti e testimonianze da loro raccolte nella zona fra i superstiti testimoni dell'accaduto.
Lunedì 19 giugno, alle cinque del mattino, automezzi tedeschi provenienti dal valico di Fossato e da Campodonico, transitavano sulla strada da Campodiegoli alla Arceviese;
“Marischio è lontana dalla via provinciale, il dislivello è parecchio. La strada si inerpica pel campi in pendio tra alberi e macchie, affronta erte e strapiombi. Per questa strada passava una colonna di tedeschi quando, nelle vicinanze del bivio per Marischio, presso la “Maestà dell'Angelo”, qualcuno da un greppo scagliò una bomba fra le file.
Morti non ce ne furono, ma rimasero feriti più o meno gravemente alcuni soldati tedeschi e dei cani-poliziotto di colore nero. Presso il comando di San Donato (8) furono poi alloggiati e curati i soldati feriti e i cani-poliziotto.
Chi era stato? Mah! Per quanto i tedeschi sforacchiassero le siepi di colpi e si arrampicassero urlando tra le fratte, non gli riuscì che stanar passeri e fringuelli. Non trovarono nessuno. Quel giorno era domenica e gli uomini erano tutti in paese.
Sentirono quel rumore fitto di spari giù nella valle: che succede? Sarà un'imboscata dei partigiani, si dissero, ma son distanti e qui non dovrebbe capitar nessuno. Capitarono, invece, una mezz'ora dopo. Erano reparti tedeschi comandati da un ufficiale e da un sottufficiale9; trainavano un cannone.
Circondarono il paese e, con i mitra spianati, volevano il sindaco, il capo, uno qualsiasi investito di autorità, quello che doveva pagare per tutti.
Ma il Sindaco chi te lo da? Il sindaco sta a Fabriano. Il prete... giusto, sta lì. Vogliono il capo ... e si presentano alla casa del “pastore”: vogliono parlargli. Bussato invano alla porta della canonica, l'aprono con violenza.
Penetrati nell'interno incontrano Tullio Luzi, sfollato a Marischio nei locali della parrocchia. Questi racconta che il parroco don David Berrettini comparve a capo della scalinata per accertarsi di quanto accadeva.
Luzi, presente al colloquio, riferisce che il parroco rispose che egli era “persona dedita al ministero sacerdotale, che aspirava ad essere cappellano militare, e che era sì patriota, ma non nel senso di “ribelle”, bensì in quello di perfetto italiano”. L'ufficiale invitò il parroco ad andare sul luogo dell'attentato, dove sarebbe stato interrogato da un altro ufficiale. Egli aderì al pressante invito chiedendo il tempo necessario per vestirsi” (10).

Don David, rimasto sorpreso e spaventato dall'irruzione dei tedeschi, ma più che altro dall'ingiunzione di rintracciare in giornata i partigiani che erano gli autori dell'attentato, rivisse in quei momenti gli accadimenti degli ultimi mesi, “l’irruzione dei fascisti nella canonica alla ricerca di disertori e partigiani, l'invito nei primi giorni di maggio a presentarsi al comando fascista, dove gli era stato ordinato di assistere alla fucilazione di due partigiani e l'aver raccolto la confessione di uno di loro”; temendo di essere ritenuto responsabile di quanto era accaduto, e accogliendo la supplica della madre “Figlio mio, salvati”, preso un po’ di denaro, “si butta giù da un balconcello che da sull'orto e via, di corsa, per i campi.
"S’imboscò in una fratta, traversò un querceta e via su pel monte nelle forre cupe, dove chi ti vede è bravo. Lui era giovane e agile, quasi un ragazzo e, se non voleva, non lo fermava nessuno” (C. Alianello).

L'ufficiale tedesco aspettò un po’ di tempo; poi spazientito fece irruzione nell'ambiente e constatò la fuga del parroco attraverso la veranda. Immediatamente fece perquisire dai suoi soldati tutti i locali della grande canonica dove erano le famiglie di sfollati e precisamente quelle di Giovanni Minardi, di Roberto Fenocchio, di Pietro Luzi, di don Pietro Bargagnati, tutti di Fabriano, interpretando la fuga come una conferma di responsabilità, mentre intanto la rappresaglia era già iniziata con la cattura di uomini e giovani come ostaggi.
La gente, allarmata, si rivolse come interprete alla “tedesca” (11), una compaesana moglie di un emigrato e figlia di madre tedesca, perché cercasse di interporsi allo scopo di mitigare le pretese
dell'ufficiale; così ella apprese dalla viva voce del medesimo che, qualora il “pastore” non si fosse presentato entro le ore 20, per rappresaglia sarebbe stato incendiato il paese e i 19 ostaggi già catturati sottoposti a fucilazione.
“Spaventata dalla minaccia la stessa, chiama anche i signori Ercole Costa, sfollato da Roma, e Ermanno Tanzi, maresciallo dei Carabinieri, sfollato da Fabriano. I suddetti, per mezzo dell'Angelini, vengono a conoscenza che la rappresaglia tedesca è conseguenza delle bombe che sono state lanciate alcune ore prima sulla strada presso la “Maestà dell'Angelo”, nelle vicinanze del cimitero di Marischio.

“Intanto i militari minacciosi, concitatamente e con i mitra spianati, dichiarano che per ogni soldato tedesco verranno fucilati 10 uomini italiani, che 19 ostaggi erano stati già catturati ed altri se ne stavano ricercando anche nei casolari di campagna.
”I signori Tanzi e Costa si dichiarano disposti a rimanere in ostaggio a riprova che nessuno in paese è a conoscenza di quanto è accaduto. L'interprete Angelini, nel tradurre quanto sopra, sotto la propria responsabilità, afferma essere vero tutto ciò ed aggiungendo un personale energico invito alla calma e alla riflessione.
“Come conseguenza il reparto germanico, desistendo dalla esecuzione immediata della minaccia, si allontana dichiarando alla interprete che entro le ore 20 della sera stessa il "pastore" avrebbe dovuto presentarsi presso il comando di San Donato, e che in mancanza di ciò verrebbero fucilati gli ostaggi.
Nel frattempo don David, giunto a Ceresola, chiese ospitalità al parroco don Raffaele Zampetti e da lui si confessò; poi scese attraverso la strada nazionale e salì al monastero di San Silvestre, sul Montefano, con l'obbiettivo di raggiungere Serradica(12) e poi la città di Gualdo Tadino, seguendo le mulattiere sul versante orientale del monte Maggio, dirette ai valichi di Valmare e Valsorda.
Forse, in cuor suo, pensava di raggiungere il Vescovo a Nocera Umbra, per chiederne l'aiuto. Certo non doveva essere agevole spostarsi, sapendo di essere ricercato, indossando l'abito talare che lo rendeva ben identificabile.
“Mentre accadevano questi fatti la popolazione di Marischio, adunata in piccoli gruppi nelle adiacenze della piazza, veniva a conoscenza di quanto accaduto commentando dolorosamente la gravita della situazione. Alcuni cercavano di fuggire dal paese verso il monte, alla spicciolata.
“Un gruppetto di uomini volenterosi partì alla ricerca del parroco per metterlo al corrente dei fatti accaduti dopo la sua assenza, nonché delle minacce che erano state fatte. Madri, mogli che correvano per i pendii montani piangendo e invocando: Don David, Don David... sor parroco.... C'erano con loro anche i parenti del sacerdote: il babbo Enrico e il fratello Raffaele.”

Alcuni di essi giunsero a Serradica, altra frazione del fabrianese sul versante orientale del monte Maggio in diocesi di Nocera Umbra e, venuti a conoscenza che don Berrettini era stato visto in paese, si recarono dal parroco del luogo don Ermete Scattoloni (13), informandolo di quanto era accaduto a Marischio dopo la fuga del parroco.

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(8) Località circa Km.7-8 a nord di Marischio, in cui era stato insediato un posto di comando tedesco.
(9) II tenente Kesselring, figlio dell'omonimo generale, tristemente noto.
(10) Da un “Pro memoria” dattiloscritto del tempo firmato da cinque testimoni.
(11) Maria Utilia Pioli in Angelini, nata in Lussemburgo da padre italiano e madre tedesca, residente a Marischio, e che dopo 50 anni esprimeva ancora gratitudine a don David per l’aiuto prestatele nel sostentamento e nell'educazione dei suoi undici figli.
(12) Frazione del comune di Fabriano, circa 10 chilometri a sud del capoluogo, sul versante orientale del Monte Maggio.
(13) Don Ermete Scattoloni, parroco di Serradica (vedi appendice al termine) era originario di Sigillo.

 

ANDIAMO!

Informato di quanto era accaduto a Marischio dopo la partenza di Don David, Don Ermete si unì alla sua ricerca, raggiunse velocemente don David, che si era già incamminato per le mulattiere del monte Maggio dirette a Gualdo Tadino, per metterlo al corrente della grave situazione.
- Che c’è ? - chiese lui, quando fu raggiunto e mentre sopraggiungeva un primo gruppo di donne piangenti; glielo dissero chiaro e tondo e lui avrebbe potuto far finta di niente e continuare la sua fuga.
Invece rimase: è il momento della prova!
- Aspettate - disse Don David - raccogliendosi un momento in preghiera, mentre sopraggiungevano altre donne che già facevano folla, friggendo di impazienza e maledicendo quei pochi istanti di raccoglimento, quei gemiti interiori con cui egli si rivolgeva a Dio.
Era di carattere mite e timido don David, ma ora è forte, e prende subito una risoluzione eroica: sarà lui la vittima, gli ostaggi devono essere salvati (14).
Perfettamente consapevole della morte cui andrà incontro, don David decide senza esitazione di tornare indietro ed affrontare il suo destino: - “Andiamo!” - disse, e si incamminò sulla via del ritorno, accompagnato da don Ermete e da Angelo Moscatelli, dai suoi amici e dai parenti che lo avevano cercato affannosamente, dalla torma delle donne in giubilo dolente, con grida e singhiozzi di liberazione e di pietà.
Sapevano di portare a morte un innocente, ma che cosa vuoi dire innocente, se significa la salvezza di un figlio, di un padre, di un fratello, di uno sposo, di un’amante? Ciascuno è geloso del suo particolare, il prete no, ha fatto una scelta di vita, quella di essere al servizio degli altri.
Lui non può essere egoista.

Da Serradica a Marischio è lungo il cammino, e dolorosa la via del ritorno, dopo la fuga ansiosa della mattinata; sono una ventina di chilometri, tratturi di montagna, in parte strada sterrata, comunque non agevole o levigata come le strade attuali, e con calzature non certo da passeggio o da footing, nella calura del pomeriggio estivo, e con innegabile stato d'ansia; ma egli, con la sua veste talare impolverata (i preti allora non vestivano che la veste talare nera), sembra non accusare la stanchezza, ha scelto di sua volontà di tornare indietro per togliere dalla disperazione l'animo dei suoi figli e ridonare loro la speranza.

Verso le ore 17,30 don David rientrò a Marischio.
Nella piazzetta del paese erano ancora in spasmodica attesa i parrocchiani e gli sfollati, spaventati e terrorizzati. Si elevarono grida esasperate e singhiozzi: sembravano impazziti!
Subì anche le invettive e le irriverenti espressioni di alcuni dei presenti quasi disperati.
“Non si sa di preciso quando e come egli s’incontrò con sua madre, né quel che si dissero; di certo piansero l'uno nelle braccia dell'altra. Ma non ci fu troppo tempo per i lamenti”. (C. Alianello).

Dopo essere rimasto per un poco ammutolito davanti alla sua gente e assorto come in preghiera, don David si riscosse e fece, un gesto di saluto ai parrocchiani che erano i suoi figli, anche se ora in preda alla follia della desolazione.
Poi, ancora una volta disse: - “Andiamo!” e si incamminò per la strada in direzione di San Donato.
Lo accompagnavano i signori Angelini e Bravi, che si erano offerti spontaneamente, i primi certamente per la gratitudine che nutrivano nei suoi riguardi.
L'ora del sacrificio si avvicinava: don David era già sulla via dolorosa che avrebbe percorso fino all'estremo olocausto.
Sulla strada del suo “calvario” lo incontrarono alcuni testimoni ancora viventi(15) (uomini e donne), sia a Torrececchina, sia poco prima di giungere a San Donato. Essi concordemente affermano che il Sacerdote “andava solo e con passo deciso davanti ai suoi due accompagnatori”; non era uno che veniva “sospinto” o “trascinato”, ma uno che procedeva deciso verso la morte, quasi come è scritto nel Vangelo: “Si è offerto, perché lui lo ha voluto”.
E ancora altre analoghe testimonianze: Giunto al bivio vicino al cimitero di San Donato, don David incontrò i due amici, Angelo Mataloni e il figlio Sirio che gli chiesero: “Dove vai, don David?” e lui rispose loro: “Io vado al Calvario; pregate per me”.
Il suo spirito era già immerso in Dio, che è l'Amore che si dona. E anche don David, umilmente, si è donato per amore.

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(14) Don Ermete ha così ricostruito, in una lettera a mons. Domenico Bar-toletti, il momento della decisione di Don David: “Don David non ebbe bisogno di esortazioni e, accettando quel calice che aveva cercato di allontanare da sé, mostro di amare veramente e in modo perfetto il gregge che come pastore gli era stato affidato. Disse il suo ‘Fiat voluntas Dei,’ e si avviò verso il suo Calvario” (Mons. Domenico Bartoletti in L'Eco del Serrasanta del 7.7.1988).
(15) Testimonianze raccolta da don Abramo Tenti per il suo libro pubblicato nel 1996.

 

A SAN DONATO

Nel corso della mattinata intanto gli ostaggi che erano stati catturati dai tedeschi erano stati condotti a San Donato, dove era stato installato il comando nazista della zona, li avevano imprigionati in un vano seminterrato sulla destra dell'ingresso del paese, nell'edificio di proprietà di Goffredo Palanca, ed ai 19 iniziali se ne erano poi aggiunti altri quattro, che furono catturati durante il giorno per essere venuti incautamente a cercare notizie dei primi.
I prigionieri furono interrogati a lungo per tutta la mattinata ed il pomeriggio per avere notizie dei partigiani, degli eventuali nascondigli, e sull'organizzazione dell'attentato; ma tutti affermarono di non aver mai avuto contatti con essi e di non essere quindi in condizioni di rispondere.

Nel frattempo don David, con i due accompagnatori, superata la stazione di Melano-Marischio (16), si era inoltrato per la strada che, salendo da Torrececchina, passa per Serralunga e conduce a San Donato; giunse al castello nella prima serata, e comunque vario tempo prima dell'ora stabilita, e si presentò al comando tedesco.
II comandante, avutolo tra le mani, senza testimonianze, lo fece subito imprigionare nello stesso
locale dove erano tenuti ostaggi, che furono messi in libertà, secondo quanto era stato stabilito, non essendo emerso alcun elemento a loro carico nel corso degli interrogatori, mentre Don David fu lasciato solo nella prigione.
Prima che gli ex prigionieri lasciassero San Donato per tornare alle loro case, i tedeschi offrirono loro del vino ed uno di essi, alla quinta tazza, fra i fumi dell'alcool, ritenne conveniente invitare gli ex carcerieri a Marischio per un pranzo, che fu stabilito per il giorno successivo.

Più tardi i soldati tedeschi si radunarono agli ordini del tenente Kesserling e quando don David fu portato di fronte al comando, trovò l'interprete di Marischio, che nel frattempo si era anch'essa recata a San Donato, ricavandone un momento di evidente sollievo, le si appressò, le strinse la mano e la supplicò: “Aiutatemi, non mi abbandonate”.
Avere una persona che era chiamata a tradurre in lingua tedesca quanto egli esponeva in propria difesa, e si adoperasse ad accreditare quel che egli affermava, difendendolo con l'ascendente della propria funzione e della comune nazionalità con i giudici, era cosa che lo rendeva fiducioso.
E di questo tenore erano le notizie che, per segreta via, cercava di far giungere ai suoi in ansia. Ingenuo il contegno di questo sacerdote buono tra i buoni, fidente che gli uomini con i quali era a contatto fossero buoni come lui!

La Angelini si era già rivolta ad ufficiali e graduati tedeschi di propria iniziativa, per perorare la causa di don Berrettini, causa che personalmente riteneva di modesta, trascurabile colpevolezza; ma, con stupore, si era sentita rispondere che durante l'interrogatorio era stata appurata l'innocenza degli ostaggi, che erano quindi da prosciogliere, mentre nella convinzione dell'ufficiale inquirente la dichiarazione fatta dal “pastore” di essere un “patriota”, l'aveva qualificato come “ribelle e partigiano” e, per varie ragioni non dichiarate, egli lo riteneva colpevole e ne preannunciava la condanna, imponendo alla Angelini di non fungere più oltre da interprete, poiché egli aveva già predisposto che il seguente interrogatorio cui sarebbe stato sottoposto il “pastore” sarebbe stato effettuato con l'intervento di un altro interprete, un militare chiamato d'urgenza appositamente da Sassoferrato.
Ella insistette per quanto potè, descrivendo don Berrettini come sacerdote dedito unicamente alla sua missione, buono di animo, incapace di cospirazioni, ma il comandante non modificò la propria decisione.

Chiuso di nuovo nella sua prigione, spesso si avvicinava alle sbarre di legno della parte superiore del portone per avere il conforto di vedere un volto amico; e i sandonatesi gli furono vicini col cuore e passando gli dicevano parole di conforto perché lo conoscevano bene.
Andò a trovarlo per breve tempo anche il parroco di San Donato, don Sante Romitelli che gli era amico, e dopo averlo confessato, lo esortò alla fiducia, alla fortezza, a fare la volontà di Dio. Gli promise che avrebbe chiesto al comandante tedesco, che risiedeva con altri 16 militari e ufficiali nella canonica, il permesso di fargli celebrare la santa Messa la mattina seguente. Gli fu data una risposta affermativa, ma il tenente Kesserling sapeva già che poco dopo, nella stessa sera, lo avrebbe fatto assassinare.
Non si è avuta alcuna notizia di come si sia svolto l'interrogatorio di don David con il nuovo interprete militare.
Intanto si era fatto notte e, di tanto in tanto, qualche lampo squarciava con sinistri bagliori le nubi minacciose che si erano addensate dal Monte Cucco verso la vallata.

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(16) Stazioncina sulla linea ferroviaria a scartamento ridotto Fabriano - Pergola.

 

L'EPILOGO

Erano circa le 22 quando un ufficiale, il tenente Rickard, insieme a quattro soldati tedeschi e l'interprete militare, uscirono dalla casa parrocchiale che era stata requisita per il comando, senza dire nulla.
Cominciarono a cadere sparsi goccioloni di pioggia sulla terra riarsa per la calura estiva.

Prelevarono don David dalla sua prigione e lo condussero dietro il molino, a circa 165 metri dal paese, in fondo ad una scarpata sulla quale svettavano tre olmi; mentre con violenza il temporale infuriava, sotto l'imperversare dell'acquazzone, tra il rombo pauroso dei tuoni e i bagliori sinistri dei lampi, don David fu costretto a scavarsi la fossa, mentre gli aguzzini assistevano aspettando con le armi spianate, impazienti di far fuoco e consumare il delitto.
Si immagini lo stato d'animo del condannato, forse fisicamente provato e stanco dai molti chilometri percorsi, forse affamato, comunque moralmente depresso per la brutta piega che ormai hanno assunto gli avvenimenti, accetta anche di sottoporsi all'ultimo compito ingrato che gli viene imposto e che sarebbe già gravoso per una persona in condizioni normali; sul terreno argilloso ed indurito dal sole in fondo alla scarpata, Don David scava con mano tremante, ma il terreno argilloso è particolarmente duro; inoltre egli affronta l'inumano adempimento che gli viene imposto nell'atteggiamento di un individuo prostrato dalla sofferenza e dall'angoscia e, non considerato particolarmente solerte nell'adempimento impostogli, viene anche picchiato perché faccia presto.
La fossa è ancora poco profonda; ma egli non ce la fa più; stremato, abbandona il piccone, che viene raccolto dall'interprete il quale alla meglio cerca di sistemare la fossa.
Don David chiede un po' di tempo per la sua ultima preghiera, terminata la quale dice con fermezza: "Sono pronto". E cade crivellato dalle esiziali raffiche di mitra sparategli alla schiena, in un clima di tregenda sotto le intemperie che ricorda i fenomeni che seguirono alla morte in croce di Cristo, riportati nel Vangelo.

“Lo fucilarono con le braccia in croce. Prima di cadere aprì le braccio e io penso, che lo conoscevo bene, che benedicesse i suoi parrocchiani.
Forse benediceva anche i suoi assassini”.

Di fronte alla morte, don david Berrettini apparve dignitoso e pieno di coraggio agli stessi esecutori, che riferirono poi quel particolare momento alla interprete Utilia Angelini.

Terminata la macabra operazione, il corpo del sacerdote venne gettato nella fossa, alla luce di torce elettriche, e seviziato a colpi di badile; poi frettolosamente gli assassini cercarono di ricoprirlo alla meglio con zolle di terra, dopo essersi premurati di togliere dalla tasca del suo vestito il portafoglio con i denari che aveva ricevuto dai genitori al mattino, prima di partire da Marischio: erano circa 4000 lire.
Gli ufficiali, richiesti di questa somma, non fornirono alcuna spiegazione, né la restituirono ai parenti: forse era stato il compenso per il becchino-interprete che aveva aiutato a scavare la fossa!
Verso le ore 22,30 i tedeschi tornarono in paese tutti bagnati, anzi inzuppati di pioggia, e con le scarpe completamente infangate. L'interprete sulla via del ritorno si fermò er ^eve tempo nella cucina della casa colonica prossima al molino, mostrandosi particolarmente loquace e galante con la figlia maritata del colono Giovanni Mercanti.
“Era di faccia poco rassicurante”, affermarono i presenti, ai quali raccontò di avere ucciso “un cane rognoso ed importuno che vagava per il campo”! Da parte sua il tenente che comandò il plotone di esecuzione che si chiamava Rickard, snello, elegante e di nazionalità austriaca, rientrato nella casa parrocchiale, alla domanda dove era stato coi soldati così bagnato e sporco di fango, rispose: “Pastore kaputt”: la vita di un individuo, una persona, un innocente, un martire, in una parola: kaputt!
Il parroco di San Donato, don Sante Romitelli, annotò nel libro dei defunti: “Oggi 19 giugno, alle ore 22, don David Berrettini è stato barbaramente fucilato dai soldati delle SS, e per di più fucilato alla schiena, come fosse uno dei più grandi malfattori. Io posso invece assicurare, date le relazioni amichevoli che passavano tra me e lui, che era un’anima veramente buona, parroco zelante ... È stato trucidato innocente con barbarie inaudita”.
C'è un aspetto della vicenda che lascia sconcertati: le rappresaglie tedesche erano di norma un deterrente che aveva per scopo di ammonire e terrorizzare la popolazione contro la loro possibile connivenza con i partigiani: a Gualdo Tadino fu costretta la cittadinanza ad assistere al macabro rito della fucilazione dei partigiani in piazza; nel caso di don David, invece, l'operazione fu compiuta di nascosto, di notte, e se ne occultò addirittura il cadavere, quasi che gli esecutori del misfatto, timorosi e incerti nella loro arrogante sicurezza, ne provassero vergogna, non certo per paura di una possibile reazione della popolazione in difesa del suo “capo”.

 

LE SPOGLIE

Il giorno successivo a quello dell'esecuzione (lunedì 20 giugno), mentre alcuni dei militari tedeschi si presentarono regolarmente a Marischio per onorare l'invito con cui erano stati gratificati da alcuni degli ex prigionieri liberati, alcuni soldati del plotone, allegri oltre misura, trascorsero buona parte della mattinata soleggiata a riparare una vecchia bicicletta i cui guasti non dovevano essere troppo leggeri se, a un determinato momento, ridotta come era al telaio e alla ruota anteriore, l'abbandonarono giovandosene come trastullo per rincorrersi vociando, ma in realtà presidiando gli spazi liberi da cui, con quel sistema, tenevano lontani gli abitanti.
Infine, imboccato il sentiero del vigneto, scomparvero al di sotto della scarpata, gettando il relitto della bicicletta sul mucchio di terra che nascondeva il corpo di don David, facendolo saltare poi con una bomba a mano. S'intese in paese un colpo sordo: e più tardi i soldati riapparvero, allontanandosi poi definitivamente dal luogo.
Giuseppe Mercanti, un ragazzo quindicenne figlio del colono Giovanni, che aveva assistito al gioco dei soldati con la vecchia bicicletta, quando vide che questi se ne erano andati senza il relitto, ne seguì l’itinerario per recuperarlo. Giunto in fondo alla vigna, nel luogo degli olmi, vide al di sotto della scarpata un cumulo di terra smossa e credendo che vi fosse interrata la bicicletta, si disponeva a raspare le smosse zolle, allorché poggiativi i piedi, scorse un frammento di veste nera e brandelli di carne insanguinati, scappò via terrificato a raccontare ai familiari, con spavento, quanto aveva visto.
La notizia si sparse subito nel paese di San Donato, ma si aveva timore dei tedeschi: tuttavia, seguendo le indicazioni del ragazzo, furono fatte ricerche alla chetichella da parte di alcune persone adulte che videro con orrore il corpo straziato del martire coperto alla meglio dalla terra in mezzo all'erba medica. Nessuno si sarebbe azzardato a toccarlo, se non alla presenza dei familiari che però erano a Marischio e nessuno era disposto a recarsi in quella frazione per paura dei nazisti che frequentavano la strada.
Solo il giorno successivo, il 21 giugno, con un biglietto del parroco di San Donato giungeva a Marischio la notizia dolorosa che don David Berrettini era stato fucilato la sera del 19 giugno alle ore 22. Lo scritto fu fatto recapitare ai familiari di don David dal parroco di San Donato, personalmente per mezzo di due suoi nipoti, Aldo Romitelli e Maria Merluzzi in Romitelli i quali, giunti a Marischio seguendo strade di campagna, lo consegnarono a una delle sorelle Berrettini che subito scoppiò in pianto, ma non disse niente a sua madre.
Il biglietto scritto da don Sante Romitelli (a matita rossa) la mattina del mercoledì 21 giugno alla madre del martire don David fu consegnato a mano in Marischio verso le ore 10.
Con il biglietto il parroco di San Donato, don Sante, le comunicava dispiacentissimo che “il vostro figlio, e mìo carissimo amico e collega, don David Berrettini alle ore 22 di lunedì è stato fucilato per ordine del comando tedesco. Il di lui cadavere si trova seppellito qui vicino. Pertanto vi raccomando di venire subito per fare la rimozione del cadavere e portare tutto l'occorrente per vestirlo”.
I familiari prepararono in fretta gli indumenti richiesti, e partirono a piedi per San Donato, insieme ai due giovani e alla mamma ignara. Lei aveva preparato un piatto di tagliatelle per suo figlio. Quando giunsero al paese di San Donato, presso la Croce, incontrarono una donna che disse: “Dove andate?” Rispose mamma Rosa: “Porto qualche cosa da mangiare a mio figlio”.
E la donna sgomenta disse: “Ma suo figlio è morto, è morto!”.
La povera madre, impietrita dal dolore barcollò e cadde
a terra svenuta. Fu subito soccorsa e trattenuta per qualche tempo nella vicina casa di Filippo Palanga. Poi volle essere accompagnata presso il figlio suo assassinato.
Nel pomeriggio dello stesso giorno 21 giugno, essendo venuti da Marischio soltanto i parenti del defunto sacerdote, per la pietà di alcuni civili sandonatesi (Giulio Gelsomini, Nello Romitelli, e un certo Benedetto ex militare) si provvide ad estrarre la salma di don David dalla fossa. Fra il terriccio fangoso luccicava qualcosa, gli occhiali del povero sacerdote. Il corpo era ridotto in uno stato miserevole: imbrattato di sangue e di terriccio, irriconoscibile in volto; la veste strappata, lacera, intrisa di sangue, infangata.
I tre uomini, avvolta la salma in un lenzuolo, la trasportarono con una barella nella chiesa di S. Maria Assunta in Valbona adiacente al cimitero parrocchiale. In quel luogo sacro, specialmente per la pietosa opera della ostetrica Filomena Settimi, il corpo del sacerdote viene ricomposto con cura. Ora si vedono in piena evidenza le sevizie inferte dalla barbarie degli assassini. Le dita della mano sinistra sono tutte spezzate; il braccio destro presenta una larga e profonda ferita alla mano, ed è quasi completamente staccato dal corpo; la schiena e il torace mostrano le ferite lacere dei proiettili; l'addome e completamente squarciato con fuoriuscita degli intestini. Oltre a ciò altre sevizie e contusioni si riscontrano in varie parti di quel corpo innocente.
Le ferite vengono ora pazientemente ricoperte con bende dall’ostetrica, aiutata dalla sorella Celeste Settimi Ciccoleri, dai tre volonterosi e alla presenza dei familiari: la madre è particolarmente desolata. Il corpo del martire, rivestito con cura, porta le insegne sacerdotali: il camice bianco e la stola violacea ricoprono la talare nera. È posto piamente in una modesta cassa di legno. Ora si veglia in silenziosa preghiera: si sente quasi aleggiare il suo spirito buono.
Il giorno seguente, 22 giugno, la gente del luogo si raduna nella chiesa di S. Maria Assunta in Valbona, presso il cimitero, e dopo la celebrazione della Messa e le preghiere liturgiche recitate dal parroco di San Donato, alla presenza dei familiari e dei numerosi buoni sandonatesi, don David scende nuovamente nella terra. Don David Berrettini non è più solo. È con lui il rimpianto generale dei buoni; è per lui la pia commozione di questa umile gente. Lo accompagna in spirito la mamma per la quale ebbe sentimenti di filiale e sublime devozione. Ora lei e i suoi non hanno più lacrime, ma si sentono confortati dalla parola di Dio e dalla sincera devozione e amicizia del popolo buono di San Donato. Scrive il parroco don Sante Romitelli: “Ai suoi funerali presero parte soltanto i sandonatesi. Di Marischio nessuno si fece vedere all'infuori dei suoi familiari”: semplice paura dei tedeschi?

Nell’ottobre 1944, per iniziativa del gualdese S. E. Vittor Ugo Righi, allora in funzione presso la Segreteria di Stato in Vaticano, la salma di don David fu esumata e trasportata dal cimitero di San Donato a quello di Gualdo Tadino, dove è tumulata nella tomba della Compagnia dei Preti, una tomba pressoché anonima, con appena il suo nome insieme a quelli dei confratelli, e priva di qualsiasi riferimento alla sua vicenda.
Ma va doverosamente aggiunto che non sono state generose, nei confronti di Don David, nemmeno le pubbliche Istituzioni.
Nel 1945, in occasione del primo anniversario della fucilazione dei quattro partigiani da parte dei tedeschi, avvenuta il 1 luglio 1944 sulla piazza di Gualdo Tadino, fu collocata la lapide sulla parete della chiesa di San Francesco in memoria dei caduti nella guerra di liberazione; il nominativo di don David vi compare in basso sulla destra con la semplice annotazione Sac. Don David Berrettini (fuc.o a San Donato Marche); non una parola di più.
Infine  solo venti anni più tardi nel 1965, con deliberazione del 7 marzo, il Comune di Gualdo Tadino apportava una modifica alla toponomastica cittadina, intitolando la via Eremo del Beato Angelo a Don David Berrettini.
Poi il silenzio.

 

“L'OBBLIGO SUO”

Dai vari scritti e dalle testimonianze raccolte sulla vicenda di don David è emersa una certa ingratitudine della popolazione di Marischio, una non riconoscenza per il suo sacrificio; c’è un modo di dire, molto diffuso nella nostra gente: “ha fatto la parte dell'obbligo suo!”; significa, in altre parole che qualcuno “semplicemente ha fatto il suo dovere”.
Questo modo di dire se lo dovette sentir ripetere Carlo Alianello, quando tornò a Marischio, dieci anni dopo il tragico epilogo della vicenda di don David, tanto che egli ne fece il titolo di un suo articolo nel quale la descrisse su Il Messaggero.
“Quando sono tornato a Marischio, mi è stato difficile avere un racconto chiaro, una narrazione giusta del fatto (nonostante che fossero trascorsi appena 10 anni e molti dei protagonisti della vicenda fossero ancora lì). È passato tanto tempo! La madre ed il padre (di don David) sono andati via, forse verso la miseria, chi sa dove, e lì non c’è nessuno che ne parli volentieri.
In fondo non era che un prete, che ha fatto l'obbligo suo e, se alla gente cui si donò gli scotta a parlarne, ora che i figli che lui ha conservati lavoran tutti e han preso la tessera del partito, è che quell'obbligo è legato a cose e a parole che non gli garba intendere.
Han timore, se mai calassero il secchio della riconoscenza, d'attingere ad una corrente troppo fonda e fredda. Pure, quando qualcuno, di certo un indiscreto, fa ricordo di don David Berrettini, c'è qualcuno che serra le labbra e cala le palpebre sugli occhi. Come a sentir l’eco di una predica amara”.
A nessuno passò per la mente che, se proprio si era alla ricerca di “obbligati” a presentarsi, questi erano gli autori dell'attentato, non il prete innocente.
E, per giustificare e comprendere certi comportamenti non può essere sufficiente invocare l'ignoranza: di ben altro tenore è stato il comportamento degli abitanti della vicina San Donato, per la memoria di quel martire eroe che era venuto a immolarsi in mezzo a loro!
Va doverosamente aggiunto che, in più ricorrenze, è stato ricordato il sacrificio di Don David Berrettini e, in queste circostanze, qualcuno dei suoi beneficiati è emerso dalle nebbie dell'indifferenza: nel 1994, nel 50° anniversario dell'evento due dei superstiti “graziati dal sacrificio di don David” portarono, per conto degli abitanti di Marischio, una corona di alloro sul luogo del sacrificio, mentre da Udine, un altro dei sopravvissuti inviava l'unica toccante testimonianza scritta: “Sono una delle 23 persone sopravvissute al rastrellamento di guerra effettuato nella campagna sottostante a Marischio dalle truppe tedesche il 19 giugno 1944. Nella medesima giornata venne fucilato innocentemente il mio carissimo amico Don Davide Berrettini, allora parroco di Marischio di cui ero parrocchiano. Il mio ricordo è sempre rivolto a lui perché la sua morte mi ha donato la vita (avevo allora 21 anni). Quest’anno che ricorre il 50° anniversario della sua scomparsa, prego il parroco di Marischio e quello di San Donato di rivolgere una speciale preghiera affinchè il suo corpo martoriato e la sua anima riposino fra le braccia di Dio”.
Viene alla memoria il brano del Vangelo in cui Gesù si rivolge al lebbroso che è tornato a ringraziarlo dopo la guarigione: “non eravate dieci? e gli altri dove sono?.” (17)

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(17) Luca 17,17.

 

L'EROE ANTIEROE

Nel contesto di questa rievocazione meritano opportuna collocazione alcune riflessioni, tratte in parte da uno scritto a firma di Aldo Crialesi sulla figura di don David.
Egli è stato una vittima, una povera vittima. Non per nulla il nome di don Berrettini a Fabriano è annoverato tra i nomi delle “vittime civili”, quelli dei tanti travolti inconsapevolmente dalla furia della guerra. Ed anche a Gualdo Tadino non è che uno dei 21 caduti ricordati (quasi per ultimo) nella lapide in piazza Martiri della Libertà, anzi uno dei 15 nomi che fanno corona a quelli dei quattro partigiani fucilati nella piazza stessa.

Forse per questo, anche se non erano mancati vari riconoscimenti del sacrificio eroico di don David, ci son voluti più di 50 anni per ottenere quello della medaglia d'oro alla sua memoria.
Ma quanti sanno a Gualdo Tadino che don David Berrettini è stato insignito della medaglia d'oro e perché? Ed ancora, la notizia del conferimento della medaglia ha avuto la diffusione che merita?
“Il fatto è che don David Berrettini non era né un partigiano, né un uomo della Resistenza, non apparteneva cioè a quell'antifascismo che a buon diritto esaltava ed esalta i suoi caduti, i suoi eroi. Era soltanto un prete di campagna, mite, umile. Era, anzi, per carattere, quello che si potrebbe dire un antieroe, più simile a un don Abbondio che a un padre Cristoforo, un uomo che aveva  paura e lo dimostrava, che era fuggito di fronte al pericolo concreto e imminente di doversi presentare ai soldati tedeschi che operavano una rappresaglia in seguito all'attentato che avevano subito.
Questo era don David, un prete timido, introverso, amante della musica e dei libri, un animo da poeta con un aspetto ancora da ragazzo nel terrìbile frangente del passaggio del fronte. Ma questo prete timido e pauroso, messo di fronte a una prova irrecusabile e tremenda, il coraggio per affrontarla, un coraggio insospettatamente grande ed erpico, che l'ha portato a scegliere la via del Calvario e il martirio, lo ha trovato.

Come deve chiamarsi se non eroe chi trasforma la paura in coraggio, chi mette a repentaglio, anzi sacrifica la sua vita, coscientemente per il bene degli altri? È più eroe chi vince la paura che lo fa tremare, di chi affronta i pericoli da incosciente, di chi mette in gioco la sua vita solo per dimostrare di aver coraggio?
Come si è potuto operare tate miracolo, viene da chiedersi, il miracolo di trasformare la paura in coraggio supremo (tenendo anche conto di quanto diceva il Manzoni che se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare)?
Io non so trovare altra risposta che questa: il coraggio che non aveva gli è venuto, insperato, dalla sua coscienza sacerdotale, dalla consapevolezza ffhe il pastore deve sacrificarsi per il suo gregge, quella stessa coscienza sacerdotale che non gli aveva fatto rifiutare la missione ingrata e pericolosa di confortare i due partigiani catturati dai fascisti, prima della loro esecuzione. Nell'ora della prova tremenda gli deve essere tornato alla mente, e non solo alla mente, quanto letto e meditato negli anni della sua formazione al sacerdozio; gli esempi dei santi e dei martiri, le meditazioni e le promesse da lui fatte. Deve aver capito che l'essere sacerdote e parroco comportava necessariamente, in quelle circostanze, il dovere di consegnarsi ai feroci tedeschi; e lui si sentiva sacerdote e parroco nonostante la paura".
E lo fu fino in fondo, fino alla morte.
Don David, quando fu raggiunto dalla notizia di quanto accadeva a Marischio era ormai in salvo sul monte Maggio, avrebbe potuto raggiungere Gualdo Tadino e sottrarsi definitivamente alle ricerche dei suoi inseguitori. Perché non avrebbe dovuto fuggire? Lui era innocente dell'attentato contro i tedeschi e la responsabilità di ciò che essi avrebbero potuto fare dopo la sua fuga non poteva ricadere su di lui. Non c'erano neppure le circostanze che potessero giustificare una spietata rappresaglia, secondo le leggi di guerra (l'attentato dei partigiani non era stato mortale). Quale tribunale degli uomini lo avrebbe potuto condannare per essersi messo in salvo?
Si è detto che fu costretto con coercizione morale a ritornare a Marischio e a consegnarsi ai tedeschi. E escluso categoricamente dalle testimonianze raccolte da don Abramo Tenti nel suo libro “Sacrificio eroico” e che abbiamo riportato più sopra. Del resto come avrebbe potuto la paura verso i suoi parrocchiani vincere quella ben più giustificata verso i tedeschi a cui si andava a consegnare? Un uomo terrorizzato fugge e poi fugge; se lo si porta con la forza dove non vuole andare, è sospinto, è trascinato, non cammina a testa alta.
Ci fu una drammatica, dolorosissima incomprensione che rende il sacrificio di don David più grande e meritorio: i suoi parrocchiani non lo compresero. Presi dalla paura di morire o di veder morire i loro familiari per mano dei tedeschi, furono ingiusti con don David e non sbollirono la loro rabbia neppure quando lo videro tornare a Marischio per affrontare la morte.
Lo accolsero con ostilità e disprezzo.
Un'alta coscienza avverte come dovere morale anche il sacrificio supremo della propria vita, ma non è un adempimento che altri possono chiedere come a loro dovuto.

E così a don David, pastore immolatesi per il suo gregge, non fu risparmiata neppure l'ignominia dell'ingratitudine scatenata da coloro per cui si immolava: una somiglianzà in più con la passione di Cristo, che egli dovette avere negli occhi e nel cuore quando disse “vado al Calvario”.
“Questo è stato don Berrettini: un antieroe che si è fatto eroe e questo è stato il suo martirio, consapevole, liberamente accettato per fedeltà al suo sacerdozio, per amore dei suoi parrocchiani infuriati contro di lui.
Una medaglia d'oro al merito civile lo attesta ufficialmente.
C'è una qualche somiglianzà tra quanto avvenne il 19 Giugno 1944 a Marischio e l'attentato di via Rasella a Roma nel marzo dello stesso anno, con il susseguente eccidio delle Fosse Ardeatine. Un attentato qua come là: 23 ostaggi sarebbero stati fucilati a Marischio, se don David non si fosse sacrificato per tutti, e sarebbe stata una piccola Fossa Ardeatina anche a Marischio.
Polemiche infuriano ancora sul comportamento dei partigiani autori di attentati. Per Marischio sono rimasti sconosciuti e l’attentato che aveva scatenato la rappresaglia presto è stato dimenticato.
Per la strage di Roma c'è stata la punizione esemplare per Kappler, e successivamente la cattura e il processo di Priebke. Il responsabile della rappresaglia di Marischio e dell’uccisione di don David era noto, il tenente Kesserling, figlio del famigerato generale Kesserling, ma nessuno lo ha ricercato per sottoporlo a processo e ad una quasi sicura condanna. Perché questa, tanto grande, diversità di conseguenze?
Dipende soltanto dalle minori dimensioni dei fatti di Marischio rispetto a quelli di Roma ?
Don David era un uomo di Chiesa e nella Chiesa c'è una tradizione di martiri lunga quanto è lunga la sua storia bi-millennaria, una tradizione in cui la luce si riversa tutta sulla figura del martire fino a far scomparire nell'ombra quelle dei martirizzatori e di quanti hanno avuto responsabilità sia pure indirette nel martirio. C’è l'esaltazione del martire, più che l'esecrazione del martirio effettuato; e la storia viene letta in senso positivo, come rivincita del bene sul male, attraverso la benedizione dei buoni e lo splendore della loro testimonianza”.
Non è questa la sede per giudicare la giustezza di questa linea di comportamento; c'è un brano del Vangelo in cui si legge “non si accende la lampada per poi metterla sotto un secchio o sotto il letto, ma piuttosto per metterla in alto” (18), perché faccia luce.
Esempi, come quelli di don David, sono una lampada perenne e dalla loro esposizione “sopra il moggio” (19) non possono che derivare effetti positivi.
La vicenda di don David fa riflettere come purtroppo sia possibile, e accada, che meriti grandi rimangano non riconosciuti; che eroi e santi attraversino i nostri giorni e non ce ne rendiamo conto senza la testimonianza di qualcuno che sappia vedere e comprendere quello che altri non vedono e non comprendono, e che di questa “rivelazione” faccia un impegno di vita.

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(18) Matteo 5,15; Marco 3,21; Luca 8,16.
(19) Marco 4,21.

 

 

Appendice

 

DON ERMETE SCATTOLONI

Nella vicenda di don David Berrettini ha avuto indubbiamente un ruolo di primaria importanza don Ermete Scattoloni, parroco di Serradica, che lo raggiunse informandolo di quanto era accaduto a Marischio dopo la sua fuga e determinandone il ritorno.
Don Ermete (nato a Sigillo il 1° settembre 1911) era un altro sacerdote proveniente dalla parte umbra della Diocesi che ha esercitato il suo ministero in territorio marchigiano, nella parrocchia di Serradica, altra frazione di Fabriano, dal 1936 al 1952; pur non avendo lasciato alcuna memoria scritta, tranne la lettera già ricordata a pag 25, profondamente toccato dalla vicenda di don David, entrò nella Comunità dei Piccoli Fratelli del Vangelo di Charles de Foucauld in Algeria, lavorando come muratore per 44 anni in mezzo ai musulmani, dividendo il suo pane con i poveri dell'Isiam.
Il 5 luglio 1945 (15 giorni dopo l'uccisione di don David e 4 giorni dopo l’eccidio compiuto dai tedeschi in piazza Martiri della libertà) don Ermete Scattoloni, “in assetto di guerra” fece da guida alla prima camionetta dell'esercito inglese che, dopo aver risalito il versante orientale del monte Serrasanta, giunse al centro di Gualdo Tadino liberata, scendendo da via della Rocca e dalle scalette del “Reggiaio”, e prese possesso della città, dopo la ritirata dei tedeschi.
Riconosciuto sulla piazza di Gualdo Tadino da Italo Giubilei (Don Erme, e tu che ci fai qui?), si disfece dell'abbigliamento militare rifugiandosi nella chiesa cattedrale di San Benedetto dove riassunse le vesti sacerdotali.
È questa la prima volta che l'episodio viene annotato in una pubblicazione.

 

 

 

Valerio Anderlini © Tutti i diritti riservati

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