GUALDO TADINO

Storia
Umbra prima, romana poi ( 217 a .C.), ha una storia ricca, fu teatro della famosa Battaglia di Tagina (552), durante la quale il generale bizantino Narsete sconfisse l’esercito di Totila, decidendo il conflitto gotico-bizantino. Distrutta prima dall’imperatore Ottone III (996) e poi da un violentissimo incendio, venne ricostruita nel 1237 sull’attuale Colle di Sant’Angelo, dandosi libere istituzioni comunali sotto la protezione di Federico II. Successivamente si sottomise malvolentieri a Perugia prima di essere consegnata alla Chiesa da Jacopo Piccinino (1458). La città venne seriamente danneggiata da una forte scossa tellurica il 27 luglio del 1751. I principali monumenti subirono gravissime lesioni. Nel 1833 il Papa Gregorio XVI le conferisce il titolo di città con il nome di Gualdo (Waldum) Tadino (Tadinum) e nel 1860 viene annessa al Regno d’Italia.

Economia
Gualdo Tadino è nota oggi per la salubre acqua oligominerale “Rocchetta” che sgorga dalle pendici del Monte Serrasanta e soprattutto per la produzione di ceramica. Quest’arte antica segna l’identità economica e artistica della città. Alla ceramica è legata la prestigiosa manifestazione del Concorso Internazionale della Ceramica che ha consentito di acquisire nel tempo un patrimonio di oltre 100 opere che, rappresentano uno spaccato rilevante della moderna ricerca artistica nel settore.

Luoghi di interesse (Portale del Turismo)
La città trae naturali ricchezze ambientali soprattutto nella fascia montana con le suggestive località di Valsorda, San Guido e Rocchetta, le pinete e la straordinaria fioritura. Da vedere il rilevante il patrimonio storico che comprende fra l’altro la Rocca Flea (XII secolo), antica fortezza e notevole esempio di architettura militare medioevale – La Chiesa di San Francesco (XIII secolo) con affreschi di Matteo da Gualdo (1435-1507) – La Chiesa di Santa Chiara (XIII secolo) – Il Palazzo del Podestà e la Torre Civica – La Chiesa di San Benedetto (XIII secolo) con la fontana esterna (XVI secolo) attribuita a Sangallo il Vecchio – La Pinacoteca Comunale che conserva opere di Matteo da Gualdo, Avanzino Nucci, Sano di Pietro, Antonio da Fabriano, ecc.

Rocca Flea
Da qualunque direzione si arrivi a Gualdo Tadino non si può far a meno di notare la Rocca Flea : l’antico maniero che si erge a protezione della città.
Antichi documenti testimoniano che già alla fine del X secolo la Rocca Flea esisteva e faceva parte dei possedimenti dei conti di Nocera. Ma preesistente alla stessa Rocca doveva essere l’antica chiesa di Sant’Angelo de Flea come testimoniano due pitture riscoperte nel 1995 nel corso dei lavori di restauro. Nel 1177 era in possesso dell’imperatore Federico Barbarossa. E’ nel XIII sec , quando Wald viene visitata da Federico II di Svevia che vi soggiorno a lungo, che la Rocca Flea riprende l’antico vigore e la città viene cinta da una possente cerchia muraria comprensiva di 17 Torri.
Rocca Flea Gualdo TadinoE’ questa la versione praticamente definitiva della struttura che da lì in poi sarebbe divenuta nei secoli futuri un punto di riferimento importante per tutti coloro che avrebbero governato la città di Gualdo Tadino. Nel 1499 tutto il territorio gualdese, e di conseguenza anche la Rocca Flea , venne assegnata da Papa Alessandro VI alla celebre figlia Lucrezia Borgia. Nel 1513 e per i successivi 80 anni la Rocca Flea sarà la sede della Legazione Cardinalizia Autonoma che reggerà le sorti della città regalandole un periodo di splendore coincidente con il Rinascimento. Il primo e forse più famoso Cardinale Legato fu Antonio Ciocchi di Monte San Savino, nel corso del suo mandato venne costruito il nuovo acquedotto che tansitava anche per la Rocca Flea . Non vi furono più grossi cambiamenti della struttura che con alterne vicende, fu sede di carcere mandamentale dal 1860 con l’avvento del regno d’Italia fino al 1985.

San Benedetto
La basilica cattedrale di San Benedetto è la principale chiesa gualdese. Si erge nella piazza principale della città dominandola con il suo caratteristico rosone divenuto nel tempo uno San Benedettodei principali simboli di Gualdo Tadino. I portali, il rosone, incastonati nella severa facciata rimangono uno stupendo lavoro di scultura nelle colonne e colonnine a spirale di varie fogge con i capitelli integliati e molti fregi..
Di notevole pregio le opere di Avanzino Nucci (1152,1629) conservate in San Benedetto così come l’altare maggiore del XIV sec. opera di Guglielmo Ciani da Perugia. Adiacente l’ingresso della chiesa è collocata una fontana di Antonio Sangallo il vecchio di notevole bellezza, nel cui centro spicca uno stemma con le insegne di Boldovino Ciocchi del Monte, luogotenente del Cardinal Legato Antonio Ciocchi del Monte.

San Francesco
Chiesa Monumentale di San FrancescoLa chiesa di San Francesco fu costruita a cavallo del XII-XIV sec in stile gotico, con un portale ad arco trilobato mentre l’interno è costituito da un unica navata caratterizzato da archi trasversali in larghe campate con volte a crociera. La costruzione ricorda in parte le chiese assisane, specialemente nelle pareti, di notevole imponenza è l’abside di struttura ottagonale. Al suo interno conserva una croce raffigurante il “Christus patiens”, che può essere considerata coeva all’edificio. Notevoli anche le pitture di Matteo da Gualdo che si trovano nella controfacciata. In San Francesco è conservato l’originale della pala della SS. Trinità, originariamente conservato presso l’eremo di Serrasanta risalente al 1528 ca opera di una fabbrica gualdese.

Santa Chiara
Santa ChiaraLa chiesa di Santa Chiara venne eretta nel 1240; originariamente nota come Pieve di Santa Maria di Tadino, divenne poi Santa Chiara nel 1575, anno in cui vi si trasferirono le Clarisse.
Attualmente ha assunto le funzioni di auditorium.

Santo Marzio
Un’amena località, dove il misticismo e la natura si fondono e un piccolo eremo dall’architettura armoniosa si incastona tra la vegetazione.
Santa ChiaraIl tocco leggero della mano dell’uomo ha contribuito a rendere piacevole e confortevole la sosta con numerosi tavoli, panchine, un grande braciere per le grigliate e due fontane dalle quali zampilla un acqua sorgiva che poco ha da invidiare a quella delle vicinissime fonti della Rocchetta. Un grazioso ponticello di legno, scavalca un torrentello che sgorga dalla sorgente di Santo Marzio.
L’ermo, inizialmente, fu costruito dai seguaci di S.Francesco che vi si stabilirono nel 1219 e dove, nel 1224, vi dimorò lo stesso S.Francesco.
Esso prende il nome da Marzio, un terziario francescano eremita che, affascinato da questi uomini, visse con loro alcuni anni senza entrare nell’ordine, fino a quando un evento imprevedibile, l’incendio che distrusse Gualdo Tadino nel 1237, ne cambiò l’esistenza.
I frati, infatti, in seguito a ciò, nel 1241, decisero di abbandonare tale luogo per trasferirsi all’interno della città (in parte ormai ricostruita) per evangelizzare e soccorrere la popolazione.
Marzio, pur lodando tale scelta, decise di non seguirli e all’età di 31 anni iniziò la sua intensa vita eremitica, dedicandosi alla preghiera e alla penitenza “vestito di una rozza tunica camminando scalzo tra le rocce, la neve e il ghiaccio”.
Rimase nell’eremo per circa 60 anni insieme ad alcuni compagni (divenuto nel frattempo il capo di questa nuova comunità) costruendo una nuova chiesetta ed abitazione.

Musei

Museo Civico Rocca Flea
Rocca-FleaII complesso monumentale della Rocca Flea ospita il Museo Civico della città. Il nome Flea sembra derivi dal vicino fiume Flebeo che, nel succedersi delle epoche, assun­se il nome di Fleo come già è possibile verificare in docu­menti del XII secolo. La Rocca, oggetto di varie dominazioni, alternò fasi di splendore a fasi di distruzione. Vi si insediarono prima le truppe di Federico Barbarossa, poi quelle del papa e successivamente quelle della guelfa Perugia. La Rocca Flea subì vari danneggiamenti nel corso dei conflitti che la videro protagonista, venne restaurata nel 1242 da Federico II. Un secolo più tardi Gualdo fu nuovamente assoggettata a Perugia e, all’interno della Rocca Flea, si iniziò a costruire il cassero su cui si può scorge­re l’emblema della città e la figura del Grifo perugino. Nel secolo XVI fu trasformala residenza dei legati pontifici e il suo interno fu adattato allo scopo e decorato con affreschi di cui resta soltanto una piccola parte. Con la trasformazione in carcere (1888) furono effettuate ulteriori modifiche. I recenti restauri gli hanno restituito il suo aspetto originario e oggi è adibita a museo che accoglie importanti opere di famosi pittori umbri che vanno dal Matteo da Gualdo al Nicolò di Liberatore detto l’Alunno. Gli ambienti al piano terra raccolgono la parte archeologica dalla preistoria all’Alto Medioevo; In alcune stanze sono ospitate ceramiche di alto valore artistico che spaziano dal XIX al XX secolo fino a opere contemporanee della tradizionale ceramica a lustro. Le opere della Pinacoteca pro­vengono in massima parte dalle chiese della zona e sono rappresentative della cultura figurativa di confine tra Umbria e Marche. www.roccaflea.com

Museo Archeologico “Antichi Umbri” – Casa Cajani

Museo Regionale dell’Emigrazione
Museo Regionale dell'EmigrazionePer recuperare la memoria dell’esperienza migratoria umbra e raccontare attraverso voci, suoni, immagini, documenti ed oggetti, le vicende di un popolo partito in massa “per terre assai lontane” ad offrire al mondo giovinezza, lavoro, mestiere e cultura. Per indurre i visitatori a farsi soggettivamente coinvolgere e ritrovare, imbattendosi nelle mille risposte che gli emigranti hanno dato ai problemi del cambiamento, l’ottimismo nel progettare il futuro.
Il Museo è:

  • Centro di ricerca permanente per analizzare i diversi aspetti dell’emigrazione;
  • Laboratorio didattico per lescuole di tutta la Regione;
  • Cineteca e centro audiovisivo che raccoglie i filmati sull’emigrazione;
  • Luogo simbolo per tutta lai regione e tappa di un itinerario nella cultura umbra.
  • Per informazioni: www.emigrazione.it – e-mail: info@emigrazione.it

Museo Opificio Rubboli 

Il Museo Rubboli, allestito negli antichi locali ottocenteschi dell’opificio, ospita un’importante collezione di maioliche a lustro Rubboli che vanno dal 1878 agli anni sessanta del Novecento, oltre ad alcune opere significative di altre importanti manifatture ceramiche dello stesso periodo. La sezione Tradizione Contemporanea, comprende lavori a lustro progettati da alcuni designer italiani e realizzati dalla Rubboli in occasione della  Triennale della Ceramica d’Arte Contemporanea di Gualdo Tadino del 2009.
Il percorso museale comprende quattro stanze che corrispondono alle fasi produttive della manifattura e il locale delle muffole: antichi forni risalenti al 1884 utilizzati per ottenere, mediante una terza cottura con fumo di ginestra, i lustri oro e rubino.
Le muffole della Rubboli sono identiche a quelle illustrate da Cipriano Piccolpasso nel suo celebre trattato Li tre libri dell’arte del vasaio del 1558. Secondo lo studioso inglese Alan Caiger-Smith, considerato il principale esperto della tecnica a lustro, “il forno a muffola dei Rubboli, progettato da Paolo Rubboli intorno al 1870, è una versione modificata di quello di Mastrogiorgio da Gubbio. Probabilmente si tratta dell’unico esempio di questo tipo di forno per il lustro rimasto al mondo”.
PAOLO RUBBOLI  (1838-1890)
Sala della foggiatura
La manifattura Rubboli è totalmente identificabile con la maiolica a lustro oro e rubino di cui introduce la pratica a Gualdo Tadino dall’ottavo decennio del XIX secolo .
Paolo Rubboli, il capostipite di questa tradizione, nasce in provincia di Pesaro, a Fiorenzuola di Focara, il 15 dicembre 1838.
La sua presenza è documentata a Gualdo Tadino fin dal 1875, essendo già attivo in quegli anni presso l’opificio, voluto dal ricco e colto antiquario piemontese Marcello Galli-Dunn che aveva scelto Gualdo Tadino per produrre Maioliche Artistiche uso Urbino Faenza e Gubbio. La fabbrica trovò la sua sede nei locali dell’ex-convento di San Francesco.
Qui nel 1878, conclusa l’esperienza con il Galli-Dunn, Paolo Rubboli impianta un proprio laboratorio, coadiuvato dalla moglie Daria Vecchi. Insieme producono pregiate maioliche a lustro mastrogiorgesco, di tipologia storicista, in linea con un atteggiamento piuttosto diffuso nell’artigianato artistico ottocentesco. Infatti dalla copia di originali rinascimentali si passerà ad un’ispirazione più libera, senza però rinunciare al repertorio figurativo e ornamentale dei modelli.
Dai locali di San Francesco, nel 1883, l’opificio viene spostato presso l’ex-convento di San Nicolò per poi essere impiantato definitivamente, nelle stanze di questo museo, l’anno seguente. Paolo Rubboli muore qui l’11 maggio 1890, un anno dopo la morte del primo figlio ventiquattrenne Alessandro, citato nei documenti come pittore.
In questa sezione sono ospitati anche alcuni esemplari di maioliche a lustro prodotte dalla manifattura Ginori, da Cesare Miliani e da Achille Farina.
DARIA VECCHI RUBBOLI  (1852-1929)
Sala della formatura
Dopo la morte di Paolo Rubboli, sua moglie Daria, nata a Fabriano il 24 ottobre 1852, assume per circa un trentennio la direzione della ditta Rubboli in un momento in cui il livello di produzione è stabile e la qualità della maiolica a lustro ha raggiunto esiti tecnici considerevoli. Ne è prova la Medaglia d’Oro per la Ceramica Iridata che le venne conferita all’Esposizione Generale Umbra del 1899.
Nei manufatti risalenti a questo periodo è possibile rintracciare alcuni caratteri distintivi, come la dominante azzurrina piuttosto diluita del fondo che spesso assume un tono blu intenso nelle tese dei piatti. Nonostante l’intento decorativo risulti centrale e la complessità compositiva evidente, l’effetto generale è quello di un rigore formale e di una sobrietà stilistica di sapore classico che trova ampio riscontro nell’interpretazione pura ed essenziale del primo storicismo. Daria muore il 22 febbraio del 1929 quando già da nove anni la ditta Rubboli era parte della Società Ceramica Umbra che nei manifesti funebri ne riporta l’epiteto di Maestra del Terzo Fuoco.
In questa sezione sono ospitati anche alcuni esempi di maioliche a lustro prodotte da Ulisse Cantagalli, William de Morgan e Galileo Chini.
SOCIETA’ CERAMICA UMBRA  (1920-1931)
Sala della fornace
La manifattura Rubboli entra nella Società Ceramica Umbra nel luglio del 1920, quando i figli di Daria, Lorenzo (1884-1943) ed Alberto (1888-1975), erano già attivi nella ditta da più di un decennio. Nello stesso anno viene aperta una succursale anche a Gubbio che ebbe breve durata, chiudendo nel 1923.
La produzione di questi anni è una delle più originali nel lungo percorso artistico della Rubboli, per il tentativo di emanciparsi stilisticamente dalla tradizione dello storicismo, priva ormai della vitalità e tensione ideale che aveva assunto nell’Ottocento.
La nuova cifra stilistica  e il diverso assetto organizzativo si devono, rispettivamente ad Aldo Ajò come artista e a Giuseppe Baduel come imprenditore, responsabili di un orientamento inedito nella maiolica a lustro che riuscì ad espandere sorprendentemente le possibilità decorative ed espressive del terzo fuoco.
La manifattura Rubboli esce dalla SCU il 16 maggio del 1931 a causa di una crisi sensibile del settore ceramico che coinvolse molte manifatture italiane nei primi anni trenta. Si chiude così un capitolo breve ma importante per la storia dell’opificio Rubboli che continuerà a operare sotto la conduzione dei fratelli Lorenzo ed Alberto.
In questa sezione è visibile anche un’opera della Salamandra di Perugia attribuita a Davide Fabbri.
I FRATELLI RUBBOLI E I LORO EREDI
Sala della smaltatura
Dopo la chiusura della Società Ceramica Umbra nel 1931, Lorenzo ed Alberto continuano la produzione come ditta Fratelli Rubboli fino al 1934, anche se la divisione legale è del 1936.
Nascono perciò le ditte separate Lorenzo Rubboli e Alberto Rubboli che continuano a produrre, sulla scia dell’esperienza della SCU. I manufatti a lustro oro e rubino di questo periodo sono di ottima qualità tecnica, pur rimanendo legati alla tradizione. In qualche tentativo isolato, ma ben riuscito, si riscontra un legame con le nuove tendenze artistiche, con un  uso disinvolto e virtuoso della tecnica del lustro.
Dopo la morte di Lorenzo nel 1943 saranno le tre figlie Livia, Gina e Ivana a portare avanti la tradizione fino al 1955, anno in cui la ditta Lorenzo Rubboli venne chiusa.
Alberto invece continuerà ad operare fino al 1975, anno della sua morte, passando il testimone alle figlie Laura e Edda e poi ai suoi nipoti che proseguiranno fino al 2002. Emblematico, per capire l’orientamento stilistico di questi anni, è il Piatto del Centenario dove Alberto Rubboli scrisse sul verso il motto a lustro rubino Immotus in Motu: fermo nel movimento.
La presenza esigua di opere pertinenti ad Alberto Rubboli nella collezione, rispetto al numero più consistente di quelle di Lorenzo, è dovuta al carattere della raccolta creata da Maurizio Tittarelli Rubboli, erede di Lorenzo, attraverso la madre Gina.
In questa sezione sono visibili alcune opere realizzate da Alan Caiger-Smith prima della chiusura del suo laboratorio di Aldermaston.
TRADIZIONE CONTEMPORANEA
La sezione Tradizione Contemporanea, comprende lavori a lustro progettati da alcuni designer italiani e realizzati dalla Rubboli in occasione della  Triennale della Ceramica d’Arte Contemporanea di Gualdo Tadino del 2009.
LE MUFFOLE
Sala del riverbero
Paolo Rubboli ricostruì i forni a muffola per il terzo fuoco nel 1884, quando la manifattura Rubboli si trasferì in questo luogo dopo aver operato negli ex conventi di San Francesco e San Nicolò.
I forni ottocenteschi sono una copia fedele di quelli illustrati da Cipriano Piccolpasso nel suo celebre trattato Li tre libri dell’arte del vasaio del 1558.
I forni erano progettati per ottenere i lustri oro e rubino in terza cottura bruciando fascine di ginestra per creare un’atmosfera riducente all’interno del forno.
“Le sue legnie siano palli, o vogliam rame di salci, ben seche e sciutte. Con queste si facci tre ore di fuoco; il che fatto, che già la fornace comincierà a mostrare un non so che del chiaro, allora habbiansi ginestre o vogliam spartio, como reccita Discoride, ben seche e stagionate, e, lassato le salice, facciasegli un’ora di fuoco di queste”. 

Cipriano Piccolpasso, Li tre libri dell’arte del vasaio, 1558

Fonti della Rocchetta
Fonti della RocchettaReperti archeologici in bronzo e in oro rinvenuti nel 1937 presso le attuali fonti della Rocchetta consentono di retrodatare la frequentazione di questi territori, ricchissimi di sorgenti, addirittura al XII sec. a.C. La presenza di uno stabilimento termale e di acque che si riteneva fossero capaci di curare “malati di fegato, di scabbia, di ulcere” viene citata da un cronista medievale (Anderlini, 1997).N el 1180 i gualdesi, oramai organizzati in libero comune decidono di trasferire il loro castello in una località più sicura sulle pendici del monte Serrasanta, presso le fonti attuali della Rocchetta. Il borgo, con alterne vicende e varie distruzioni, trovò infine la sua attuale e definitiva collocazione nel 1242, grazie all’aiuto e all’intervento diretto dell’imperatore Federico II. Molti fattori contribuirono a tale interessamento. Forse l’atto di sottomissione che la città di Gualdo aveva fatto nei confronti del nonno (Federico Barbarossa) già nel 1155. Forse la lunga e sincera amicizia che Federico II nutriva per il Papa Innocenzo III, innamorato di queste verdi colline. Forse le lunghe passeggiate e i freschi ristori che il Papa e l’Imperatore trovavano nel dissetarsi con l’acqua della Rocchetta. E’ una fase nella quale storia e leggenda si mischiano, forse l’unico magico momento di totale concordanza tra impero e papato, concluso con la donazione dell’Umbria da parte di Federico II al governo della Chiesa di Roma.E questo alone di magia vogliamo mantenerlo e trasmetterlo, perché è dalla Rocca Flea, risalente al periodo Longobardo- Bizantino ma ricostruita assieme alla città nel 1242, per volere di Federico II, che prende il nome l’acqua oligominerale Rocchetta.Per l’arco temporale del XIV e XV secolo il castello di Gualdo e la Rocca Flea furono di fatto in mano ai vari capitani di ventura che imperversarono in Umbria, da Biordo e Ceccolino Michelotti (1393) a Braccio Fortebraccio da Montone (1417) e i suoi eredi, a Nicolò e Jacopo Piccinino (1432), a Francesco Sforza, a Giampaolo e Gentile Baglioni e, nel 1499, la troviamo in possesso di Lucrezia Borgia ed in seguito al Duca Valentino.

Valsorda
ValsordaUna amena vallata a 1050 metri slm che trae il suo nome dalla assenza dell’eco ed è incastonata tra il monte Serrasanta e il monte Maggio. Due laghetti, una graziosa chiesina, vari rifugi attrezzati, un campeggio estivo ed un ristorante contribuiscono alla piacevolezza del luogo.
Valsorda è facilmente raggiungibile in auto con una strada che, partendo dal piazzale antistante la Rocca Flea, sale per 6 km attraversando ombrose pinete e tratti di tipica macchia appeninica.
Numerosi percorsi sono segnalati per gli amanti delle passeggiate in montagna.
Da non perdere la fiorita primaverile caratterizzata dalle numerose varietà di orchidee, narcisi, ranuncoli, ciclamini, ecc.

Manifestazioni culturali e Folkloristiche:

Pasquella – 5 gennaio; Cantori di ogni età percorrono le vie di tutto il territorio ad annunciare la nascita di Cristo.

  • Fioritura miracolosa del Biancospino – 15 gennaio; In occasione della festività del protettore della città Beato Angelo.
  • Sacra Processione del Venerdì Santo – Venerdì di Pasqua; Corteo storico.
  • Festa del Maggio – 30 aprile; Il Pioppo di San Pellegrino.
  • Ascensione – 40 giorni dopo Pasqua; Tradizionale ascensione al monte Serrasanta.
  • Corpus Domini – Giugno; Tradizionale processione sacra e infiorata per le vie del Centro Storico.
  • Festa del Fuoco – Tre giorni precedenti l’ultima domenica di giugno; Grello.
  • Corsa della botte – Prima domenica di agosto; Rigali.
  • Fiera delle nocchie – Primo settembre; Piazzale della Fiera.
  • I Giochi de le Porte – ultima domenica di settembre; Tre giorni di festa che coinvolgono tutta la città.
  • San Niccolò – 5 dicembre; Un adulto vestito con paramenti da vescovo porta doni ai bambini.

Giochi de le Porte
Giochi de le PorteTre giorni di festa, dalla lettura del bando all’apertura delle taverne all’esibizione degli sbandieratori del venerdì, al meraviglioso corteo storico del sabato con mille personaggi in costume d’epoca che sfilano per le vie della città riproponendo mestieri, storie e leggende della Gualdo del XV secolo, alle gare dei somari con il carretto e a pelo, dei frombolieri e degli arcieri della domenica.

Processione del Venerdì Santo
La Sacra rappresentazione del Venerdì Santo è una processione di origine antichissima che ricostruisce, attraverso 14 quadri e 200 personaggi, la Passione di Cristo, secondo la tradizione medievale tramandata dalla “Confraternita dei raccomandati”.
La processione penitenziale si snoda per le vie del centro storico, accompagnata dal Cantico delle Laudi Sacre (dal Laudario Lirico Gualdese del 1200) e dal canto del Miserere.

La festa del pioppo
La festa del pioppoDa oltre mille anni l’ultima settimana di aprile si celebra il Maggio di San Pellegrino.
La sera del 30 aprile un gruppo di abitanti, detti maggiaioli, partono di corsa dalla piazza del paese per recarsi nel luogo, sino ad allora conosciuto solo dal capomaggio, per abbattere due pioppi: il primo gigantesco ed un secondo più piccolo che simboleggerà la punta fiorita del bastone del pellegrino. Caricati i pioppi su di un carro agricolo detto sterzetto, i maggiaioli li portano nella piazza di San Pellegrino, percorrendo di corsa il braccio ovvero l’ultimo tratto in salita all’ingresso del paese. Giunti in piazza procedono a scavare una grande buca, in cui il pioppo verrà piantato, a ripulirlo da ogni ramo e scortecciarlo, e ad unire i due pioppi per formare un unico tronco.
Durante questa fase di pulitura tutti i presenti raccolgono e conservano i rametti ottenuti dalla scortecciatura, che la tradizione vuole siano veri portafortuna.
Si è quindi pronti per la fase più avvincente e faticosa: issare il maggio, che in genere supera i trenta metri di altezza, con il solo ausilio di scale in legno e corde. Operazione delicata e pericolosa che solitamente termina a notte inoltrata e viene salutata dalle campane e dai fuochi d’artificio.

La notte del fuoco e Guazza di San Giovanni
La notte del fuoco e Guazza di San Giovanni
Tre giorni precedenti l’ultima domenica di giugno la rievocazione con costumi del 1200 è caratterizzata dalla corsa delle ” jncije ” (ceri accesi), dal traino di rudimentali ” tregge ” sormontate da fuochi di legna e paglia e da grandi falò simbolo della fede.
La raccolta di un ricco assortimento di erbe aromatiche e petali di fiori per preparare la ” guazza “, verrà distribuita ai presenti, con il panetto di S.Giovanni.

La corsa della botte
La corsa della botteProdotto ludico della più classica cultura contadina, la manifestazione, che si svolge nel primo weekend di agosto nella frazione di Rigali, consiste in una corsa che si disputa dalle falde del paese alla chiesa parrocchiale, lungo un percorso in ripida ascesa, dove gruppi di venti concorrenti spingono una grossa botte di legno di rovere massiccio della capienza di sei quintali.
L’origine sembrerebbe collocarsi in un periodo di massima coltura della vite e raccolta di vino (il territorio era considerato un buon produttore già nel XVI secolo), anche se la prima notizia della corsa intesa come divertimento popolare risale al 1803 grazie alla testimonianza scritta dell’allora parroco di Rigali, Pietro Premoli. Essa, probabilmente, si richiama alle buone abitudini contadine secondo le quali la conclusione dei vari cicli produttivi, molto spesso, era occasione di festa tra le famiglie che si sfidavano con gli “attrezzi del mestiere”.
La manifestazione, di recente rievocazione, raggiunge toni di elevata suggestività per il grande sforzo a cui sono chiamati i concorrenti, costretti a coprire nel minor tempo possibile il tratto di 400 metri che divide la linea di partenza da quella di arrivo. Non esistendo una suddivisione del paese in rioni, la manifestazione è aperta a tutti i gruppi che intendono cimentarsi in questa particolare esperienza, per la quale il comitato promotore mette in palio una tonnellata di vino. (testi tratti dalla pubblicazione “Gualdo Tadino – guida turistica” – autore Sergio Ponti)
La manifestazione, organizzata dalla Pro Loco Rigali ha inizio alle ore 21,00 del giovedì ed apre la tradizionale tre giorni della Sagra della Caramella Tartufata, che termina la prima domenica di agosto.

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