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Guerrieri Ruggero

Ruggero Guerrieri

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PARTE PRIMA
PARTE SECONDA
PARTE TERZA

 

 

 

INDICE DEI CAPITOLI

 

PREFAZIONE
Pag.
VII
PARTE PRIMA - STORIA CIVILE
Dalle origini sino ai tempi moderni
Pag.
3
PARTE SECONDA - STORIA ECCLESIASTICA
Gli Ordini Religiosi ed i loro Monasteri
I Frati Minori Conventuali ed il loro Convento di S. Francesco
Pag.
287
I Frati Minori Osservanti ed il loro Convento di S. Maria Annunziata
294
I Frati Minori Cappuccini ed il loro Convento di S. Michele Arcangelo
298
Le Monache Clarisse ed i loro Conventi di S. Margherita e di S. Chiara
301
I Monaci Benedettini.
Le loro Abbazie di S. Benedetto, di S. Donato e di S. Pietro di Val di Rasina - I loro Eremi di S. Salvatore e di S. Pietro di Acqua Albella e di S. Gervasio e S. Protasio a Capo d'Acqua
Pag.
307
Le Monache Benedettine ed i loro Monasteri di S. Pietro di Val di Rasina, S. Agnese, S.Lucia, S. Maria Maddalena e S. Maria di Capezza
336
La Congregazione Monastica Benedettina Cisterciense del Corpo di Cristo in Gualdo Tadino
342
I Monaci Silvestrini e la Congregazione degli Oblati di S. Carlo nel Monastero di S. Niccolo
349
I Monaci Agostiniani ed il loro Convento di S. Agostino
350
L'Istituto Salesiano S. Roberto
351
Le Chiese
Chiesa di S. Benedetto in Gualdo Tadino
Pag.
353
Chiesa di S. Donato in Gualdo Tadino
365
Chiesa di S. Francesco in Gualdo Tadino
372
Chiesa di S. Maria dei Raccomandati in Gualdo Tadino
382
Chiesa di S. Margherita in Gualdo Tadino
388
Chiesa di S. Paterniano in Gualdo Tadino
391
Chiesa di S. Agostino in Gualdo Tadino
"
Chiesa di S. Niccolo in Gualdo Tadino
393
Chiesa di S. Maria di Tadino poi S. Chiara in Gualdo Tadino
394
Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo in Gualdo Tadino
399
Chiesa di S. Sebastiano in Gualdo Tadino
401
Chiesa di S. Maria del Purgo o « La Madonnuccia» in Gualdo Tadino
403
Chiesa di S. Angelo di Flea in Gualdo Tadino
404
Chiesa di S. Maria di Loreto in Gualdo Tadino
405
Cappella di S. Giovanni Battista nella Rocca Flea
406
Chiesa di S. Andrea nel Quartiere di Porta S. Benedetto in Gualdo Tadino
407
Chiesa di S. Maria dei Ceccarelli in Gualdo Tadino
408
Chiesa di S. Andrea Apostolo nel Quartiere di Porta S. Donato in Gualdo Tadino
"
Chiesa di S. Lucia e S. Giuseppe presso la Porta Civica di S.Facondino in Gualdo Tadino
411
Oratorio di S. Giovanni Battista in Gualdo Tadino
412
Chiesa di S. Pietro Apostolo in Gualdo Tadino
"
Chiesa di S. Bernardo della Capezza in Gualdo Tadino
413
Chiesa di S. Antonio in Gualdo Tadino
414
Chiesa di S. Maria Nuova in Gualdo Tadino
415
Chiese di S. Lorenzo e di S. Biagio in Gualdo Tadino
"
Chiesa di S. Maria del Mercato in Gualdo Tadino
416
Chiesa di S. Antonio Abbate fuori la Porta Civica di S. Facondino in Gualdo Tadino
"
Chiesa di S. Giacomo Apostolo fuori la Porta Civica di S. Facondino in Gualdo Tadino
418
Chiesa di S. Maria Annunziata nel Convento dei Minori Osservanti presso Gualdo Tadino
419
Chiese del Beato Marzio e della Beata Anna presso Gualdo Tadino
422
Chiesa della SS. Trinità sul Monte Serra Santa
423
Chiesa del Crocifisso presso Gualdo Tadino
425
Chiesa di S. Rocco presso Gualdo Tadino
427
Chiesa di S. Maria e S. Gregorio della Cava o di S. Spirito presso Gualdo Tadino
429
Chiesa del Corpo di Cristo fuori la Porta Civica di S. Benedetto in Gualdo Tadino
432
Chiesa di S. Maria di Rote presso Gualdo Tadino
434
Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Convento dei Frati Minori Cappuccini
435
Cappella del Beato Angelo presso il Convento dei Frati Minori Cappuccini
437
Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio e Capo d'Acqua
439
Chiesa di S. Facondino nel villaggio omonimo
440
Chiesa del Cimitero Comunale Principale
449
Chiesa di S. Biagio presso il villaggio di Vaccara
450
Chiesa della Visitazione di Maria Vergine nel villaggio di Palazzo Mancinelli
451
Chiesa di S. Giuseppe nel Piano di Gualdo
454
Chiesa di S. Egidio presso il villaggio di Categge
455
Chiesa di S. Pellegrino nel villaggio omonimo
456
Chiesa di S. Maria delle Grazie nel villaggio di S. Pellegrino
464
Chiesa di S. Bartolomeo nel villaggio di S. Pellegrino
466
Chiesa del Crocifisso nel villaggio di S. Pellegrino
467
Chiesa di S. Maria di Monte Camera nella Parrocchia di S. Pellegrino
"
Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Borgonuovo
468
Chiesa di S. Maria del Gambaro
469
Chiesa di S. Maria di Frate Luca sulla Via Flaminia
470
Chiesa di S. Lazzaro sulla Via Flaminia
473
Chiesa di S. Bartolomeo nella Parrocchia di S. Facondino
475
Chiesa di S. Salvatore di Corneto o di Sciola
476
Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Castello di Crocicchio
477
Chiesa dì S.- Maria presso il Castello di Crocicchio
480
Cappella della Maestà presso il Castello di Crocicchio
481
Chiesa di S. Lorenzo presso il Castello di Crocicchio
482
Chiesa di S. Pietro di Crocicchio
484
Chiesa di S. Antonio da Padova in Branca
"
Chiesa di S. Cristoforo nel villaggio di Caprara
485
Chiesa di S. Giovanni nel vocabolo « La Foresta » presso il villaggio di Caprara
487
Chiesa dell'Assunzione di Maria Vergine nel villaggio di Pieve di Compresseto
488
Chiesa di S. Maria delle Cinturate presso il villaggio di Pieve di Compresseto
494
Chiesa della Concezione di Maria Vergine presso il villaggio di Pieve di Compresseto
 
"
Chiesa di S. Lucia in Pieve di Compresseto
495
Chiesa della Visitazione di Maria Vergine a S. Elisabetta in Coldorto
496
Chiesa di S. Lorenzo del Vigneto presso Coldorto
497
Chiesa di S. Paolo Apostolo in Patrignone
498
Chiesa di S. Ercolano nel villaggio di Poggio S. Ercolano
500
Chiesa di S. Apollinare presso il villaggio di Poggio S. Ercolano
502
Chiesa di S. Maria di Loreto presso il villaggio di Poggio S. Ercolano
504
Chiesa di S. Martino presso il villaggio di Poggio S. Ercolano
505
Chiesa di S. Donato presso il villaggio di Poggio S. Ercolano
"
Chiesa di S. Maria Assunta in Nasciano
506
Chiesa di S. Maria del Cannine nel villaggio di Piagge
509
Chiesa di S. Leopardo di Piagge
510
Chiesa di S. Angelo di Fabrica
512
Chiesa di S. Bartolomeo degli Accarelli
513
Chiesa di S. Orbica
515
Chiesa di S. Giuseppe al Palazzaccio
516
Chiesa di S. Pietro Apostolo in Val di Rasina
517
Chiesa di S. Croce in Val di Rasina
"
Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone
520
Chiese di S. Savino e di S. Pietro di Serra
522
Chiesa di S. Antonio da Padova nel villaggio di Cerqueto
525
Chiesa di Maria Vergine della Mercede nel villaggio di Palazzo Ceccoli
526
Chiesa di S. Ippolito Martire
527
Chiesa di S. Maria nel villaggio di Pastina
528
Chiesa di S. Giovanni Battista nel villaggio di Grello
531
Oratorio di S. Pietro Apostolo nel villaggio di Grello
533
Chiesa di S. Donato di Agello presso Grello
"
Chiesa di S. Angelo di Pierle presso Grello
534
Chiesa di S. Maria di Monte Rampone in Morano
537
Chiesa di S. Giovanni Evangelista in Morano
538
Chiesa di S. Giuseppe in Morano
541
Chiesa di S. Maria Vergine del Rosario in Morano
542
Chiesa di S. Maria Vergine dell'Assunzione in Morano
543
Chiesa di S. Facondino in Morano
"
Chiesa di S. Paolo in Morano
544
Chiesa di S. Lucia in Peritelo, già nel villaggio di Voltole
545
Chiesa di S. Nicolo presso il villaggio di Voltole
548
Chiesa di S. Biagio presso il villaggio di Voltole
550
Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara
551
Chiesa di S. Felicita nel villaggio di Busche
553
Chiesa di S. Pietro presso il villaggio di Margnano
556
Chiesa di S. Antonio da Padova nel villaggio di Rasina
557
Chiesa di S. Nicolo nel villaggio di Boschetto
558
Chiesa di S. Egidio nel villaggio di Gaifana
561
Chiesa di S. Croce nel villaggio di Gaifana
563
Chiesa di S. Martino nel villaggio di Gaifana
"
Chiesa di S. Carlo nel villaggio di Roveto
"
Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Corcia
565
Chiesa di S. Cristoforo presso il villaggio di Corcia
566
Chiesa di S. Pietro Apostolo nel villaggio di Rigali
567
Chiesa di S. Maria del Soccorso presso il villaggio di Rigali
570
Chiesa di S. Leonardo Eremita in Pezzuole
571
Chiesa di S. Martino presso Gualdo Tadino
574
Chiesa di S. Maria di Loreto volgarmente detta «La Madonna del Piano
576
Le Confraternite
Confraternita di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone in Gualdo Tadino
Pag.
580
Compagnia dei Preti in Gualdo Tadino
583
Confraternita della SS. Trinità in Gualdo Tadino
586
Confraternita della Concezione di M. V. in Gualdo Tadino
588
Confraternita di S. Maria del Carmine in Gualdo Tadino
589
Confraternita di Maria Vergine in Gualdo Tadino
590
Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento in Gualdo Tadino
"
Confraternita della Morte o della Misericordia in Gualdo Tadino
592
Confraternita del Suffragio in Gualdo Tadino
593
Confraternita del Rosario in Gualdo Tadino
594
Confraternite di S. Sebastiano, di S. Bernardo e di S. Michele Arcangelo in Gualdo Tadino
595
Confraternita del Nome di Gesù in Gualdo Tadino
598
Confraternita del Crocifisso in Gualdo Tadino
599
Confraternita di S. Caterina in Gualdo Tadino
602
Confraternita delle Cinturate o di S. Monica in Gualdo Tadino
"
Confraternita di S. Agostino in Gualdo Tadino
603
Confraternita di S. Giovanni Battista in Gualdo Tadino
604
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di S. Facondino
606
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di S. Facondino
607
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di S. Pellegrino
"
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di S. Pellegrino
609
Confraternita di S. Pellegrino o di S. Maria delle Grazie nella Parrocchia di S. Pellegrino
610
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Crocicchio
611
Confraternita del Sacramento, già della B. V. Maria, nella Parrocchia di Caprara
"
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Caprara
612
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Nasciano
613
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Pieve di Compresseto
"
Confraternita di S. Maria delle Cinturate nella Parrocchia di Pieve di Compresseto
614
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Pieve di Compresseto
615
Confraternita della Concezione di M V.o del Gonfalone nella Parrocchia di Pieve di Compres.
"
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Poggio S. Ercolano
616
Confraternita di S. Giovanni nella Parrocchia di S. Giovanni di Catigliano in Morano
"
Confraternita di S. Giovanni o del Corpo di Cristo nella Parrocchia di Grello
617
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Boschetto
"
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Boschetto
618
Confraternita di S. Maria del Carmine nella Parrocchia di Boschetto
"
Confraternite del Rosario e del Sacramento nella Parrocchia di Roveto
619
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Rigali
"
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Rigali
620
PARTE TERZA - MISCELLANEA
Gli Uomini Illustri Gualdesi
Matteo di Pietro di Ser Bernardo
Pag.
623
Bernardo di Girolamo di Maestro Matteo
691
Pittori Gualdesi Minori (Valeriano Vittori, Indaco Massicci)
696
La Famiglia Durante (Piero, Giovan Diletto, Polluce, Castore, Ottavio, Giulio e Girolamo)
698
Francesco e Girolamo Tromba
717
Porfirio Feliciani
726
Andrea di Pietro di Gionta dei Benzi
728
La Famiglia Mattioli (Orazio, Felice, Gioacchino, Francesco Ignazio Mattioli)
738
La Famiglia Bongrazi (Bongrazio, Silvestro, Marcantonio, Benedetto, Marcaurelio, Prospero)
741
Niccolo Moroni
742
Antonio Umeoli
743
Francesco Bonfigli
744
Giovan Battista Spinola
745
La Rocca Flea
746
Lo Stemma Comunale Gualdese
755
L'Arte delle Maioliche in Gualdo Tadino
764
Notizie Statistiche e Topografiche
768
Indice Alfabetico Generale
777


 

 

Per fare compiuta e vera la nostra storia nazionale, ci bisogna far prima o finir di rifare le storie particolari, raccogliere o finir di raccogliere tutti i documenti dei nostri Comuni, ognuno dei quali fu uno Stato.

 

 

 

GIOSUÈ CARDUCCI (Critica ed Arte)

 

 

PREFAZIONE

 

DOPO una breve « Storia di Gualdo Tadìno » da me pubblicata nel 1900, accingendomi ora a descrivere, in modo più diffuso e completo, le antiche vicende del paese nativo, non mi nascosi le molteplici e alcune volte insuperabili difficoltà, che ad ogni passo avrei incontrato nel mio cammino, e quindi non pretesi di compiere un lavoro in ogni sua parte perfetto, che potesse corrispondere a tutte le rigide esigenze della moderna critica storica e tale da smentire la sentenza di Vittorio Alfieri « Libro stampato mezzo fatto ». Per meglio raggiungere lo scopo, cercai di attingere le notizie, più che altrove, alle primitive e contemporanee fonti storiche e cioè ai preziosi Atti originali degli Archivi ed alle più sincere Cronache dei tempi trascorsi. Tra queste ultime, tre di origine Gualdese, voglio qui particolarmente ricordare, poiché spesso avrò occasione di citarle nel decorso del mio lavoro. La prima consiste in una « Historia antiquae civitatis Tadini » che, scritta nel XIV Secolo, esisteva un tempo nel Convento di S. Francesco in Gualdo e sembra fosse stata compilata da un Frate di quel Chiostro, tal Fra Paolo da Gualdo. Era ben nota agli Storici Umbri del Seicento e del Settecento, che usarono sempre chiamarla con l'improprio nome di « Cronaca di Gualdo». Di questo interessante Codice, andò smarrito l'originale, ma se ne conserva una copia Cinquecentesca nella Biblioteca Vaticana (Fondo Ottoboniano, Cod. Lat. 2666). La seconda, è rappresentata da un Leggendario di Santi che, come il precedente, sarebbe stato scritto nel XIV Secolo dal Fra Paolo suddetto e che similmente trovavasi nel Convento Gualdese di S. Francesco, da dove anch'esso scomparve, restandocene solo un'incompleta copia Seicentesca nel l'Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni) Cod. II. C. 23. La terza Cronaca, è infine quella che va con il nome di « Lezionario della Chiesa di S. Facondino», perché un tempo faceva appunto parte dell'Archivio di questa Chiesa, che sorge nei dintorni di Gualdo. Trattasi di un Codice Trecentesco in pergamena, che è oggi conservato nella Biblioteca Vaticana (Cod. Lat. 7853).

Ma oltre le più fedeli Cronache Medioevali e gli innumerevoli Documenti d'Archivio che mi fu dato di consultare, nella compilazione del mio lavoro, mi servii anche dell'opera di quegli scrittori di cose storiche, specialmente Umbre, che mi hanno preceduto, e credetti utile, per soddisfare le giuste esigenze del Lettore ed anche a mia giustificazione, di indicare, volta per volta, le fonti a cui attinsi i vari episodi della Storia Gualdese. Però è necessario notare, che le opere e i documenti citati nelle Note apposte in calce alle singole pagine, si riferiscono non soltanto alla notizia che trovasi immediatamente prima di ciascuna Nota, ma bensì a tutto il brano del Testo che va dalla Nota in esame a quella precedente. Considerando le moltissime fonti citate, ho dovuto così fare per eliminare nel Testo stesso, un eccessivo ingombro di Note ed inevitabili ripetizioni.

Piacemi poi accennare, come non piccola difficoltà mi venne causata dalla coesistenza di altri due vicini e omonimi Comuni, intendo parlare di Gualdo Cattaneo e di Gualdo di Macerata, le vicende dei quali, per la somiglianza dei nomi, non sempre fu facile distinguere da quelle di Gualdo Tadino, specialmente a causa dell'abitudine che si ebbe negli antichi tempi, di indicare il più delle volte, così l'uno come l'altro luogo, indifferentemente con il solo appellativo di Gualdo. E queste difficoltà aumentavano ancora, trattandosi di avvenimenti i quali, come talvolta accadde, i tre paesi dovettero subire in comune.

Non si aspetti infine il Lettore un'opera notevole per importanza di fatti: Una cittadina come la nostra, non poteva certo emergere in modo speciale, nelle avventurose vicende dei tempi trascorsi e fatta eccezione per le frequenti, sterili lotte fratricide con i confinanti Castelli, la sua storia fu sempre subordinata a quella delle vicine potenti città di Perugia e Spoleto che, or l'uno or l'altra, la signoreggiarono e oppressero. Quindi la sua vita politica, dalla metà del Duecento in poi, non fu autonoma e per conseguenza anche la sua storia non ha uno speciale carattere di individualità e indipendenza, ma, il più delle volte, è costituita da una sequela di avvenimenti, i quali non sono altro che tanti episodi secondari della maggiore storia della due suddette città.

Ecco perché io ho raccolto in questo mio libro anche notizie che, prese e considerate singolarmente, potranno forse, a prima vista, sembrare inutili e superflue, perché di poco o nessun interesse, ma che invece non sono tali, se si considerano nel loro complesso ed in relazione con altri paesi; servendo esse in tal modo a darci la conoscenza di quello che era materialmente e spiritualmente la vita pubblica e privata di quei tempi lontani e tanto dissimili dai nostri, quali i rapporti politici e sociali tra le città maggiori dominanti e quelle minori sottomesse. Del resto, il mio libro non è per gli eruditi, desiderosi di apprezzamenti critici, di notizie interessanti la grande storia, ma per tutti coloro del mio nativo paese che nutrono un forte amore per la Terra che li vide nascere e bramano conoscerne le trascorse vicende, quali ci pervennero nelle ingiallite e spesso indecifrabili pergamene dei nostri Archivi, nelle rozze ed ingenue, ma fedeli Cronache dei tempi fuggiti.

Mi sono infine adoperato perché questo libro riuscisse, nei limiti della possibilità, esatto e completo, né credo di aver compiuto opera inutile e sterile, arrecando anche io un modesto tributo alla bella e gloriosa storia del verde suolo dell'Umbria.

Gualdo Tadino, Gennaio 1933-XI.

RUGGERO GUERRIERI

 

 

 

3 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

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Storia Civile

 

PER narrare le vicende storiche di Gualdo Tadino, è necessario risalire molto addietro nelle tenebre di secoli lontanissimi, poiché, per quanto moderna e conosciuta è la fondazione dell'attuale città, altrettanto remota ed incerta è la storia di quella che diede origine ad essa, della distrutta Tadinum.

Intorno a quest'antica e sconosciuta città Umbra, s'intrecciarono varie leggende e racconti non sempre veri ed esatti, ed anche oggi, per la mancanza assoluta di autorevoli documenti, riesce estremamente difficile di portare un po' di luce nella sua storia. Lo stesso suo nome e quello dei suoi abitanti, subirono, negli antichi documenti, notevoli variazioni: La prima volta che esso compare, si è nelle vetustissime e celebri Tavole di bronzo Eugubine, che, in parte scritte con caratteri Latini, in parte con caratteri Etruschi, in una lingua pressoché ignota, attendono ancora, nel Museo di Gubbio, una sicura interpretazione. Certo è che in esse sono nominate, tra l'altro, varie primitive popolazioni Umbre, confinanti con gli Eugubini, e tra queste i Tarsinati, come troviamo scritto nelle Tavole vergate con lettere Latine, o Tarmati, come invece leggesi in quelle con lettere Etrusche. Detto nome appare varie volte nelle Tavole Eugubine con diversa desinenza (Tarsinater, Tarsinatem, Tarsinate o Tarinate) a seconda del caso grammaticale, ed in esso appunto, quasi tutti gli eruditi che studiarono quegli antichissimi bronzi, come il Passeri, l'Olivieri, il Lanzi, il Lepsius, il Breal ed altri molti, hanno riconosciuto i Tadinati con ogni certezza. Il Lepsius spiegò anche perché nelle Tavole con lettere Etrusche stia scritto Tarinate e non Tadinate, dimostrando con numerosi esempi, che in quelle primitive lingue Italiche, la consonante R, specialmente se preceduta dalla vocale A, veniva spesso scritta invece della lettera D e che in conseguenza la parola Tarinate deve leggersi Tadinate. Solo il Kaempf, non condivide il parere dei filologi suddetti, ma identifica invece i Tarsinati delle Tavole Eugubine coi Sarsinati, cioè con gli abitanti dell'antica città di Sarsina, oggi facente parte della Provincia di Forlì e ben lontana da Gubbio. La sua opinione però, più che per ragioni linguistiche,

 

 

 

4 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

per molteplici altri motivi, specialmente di natura topografica, non regge alla critica, né trovò seguito.

Più tardi, Plinio il Vecchio, descrivendo le regioni in cui era divisa ai suoi tempi l'Italia e le principali popolazioni che le abitavano, pone nella sesta regione, vale a dire nell'Umbria, i Tadinates, senza tener conto di alcuni antichi testi nei quali leggesi invece scorrettamente Tardinates ed anche Sadinaies. Lo stesso nome Tadinates, come vedremo, adotta S. Gregorio Magno Papa nelle sue Epistole al Vescovo dì Gubbio Gaudioso e al Clero di Tadino.

Lo storico Procopio poi, descrivendo la celebre battaglia in cui il re Goto Totila perdette per opera di Narsete, Generale dell'Imperatore Gìustiniano, il regno e la vita e che avvenne a Tadino, indica tale città con la parola Tagina. Piacemi infine notare che nel famoso Itinerarium Hierosolymitanum o Bordegalese, composto da un pellegrino Cristiano che tra il 333 ed il 337 dell'era nostra segnò il cammino percorso da Burdigala (Bordeaux) sino a Gerusalemme, fra Civitas Nuceria e Mansio Herbelloni (Sigillo), lungo la strada Flaminia, a otto miglia dalla prima e a sette dal secondo, è indicata, come luogo di fermata, Civitas Ptanias che per la sua posizione topografica, come già notarono l'Holstenio e il Brandimarte, corrisponderebbe esattamente al nostro Tadino. E a tal proposito mal si appose il Cluverio, che riferì quella località al vicino villaggio di Caprara, il quale dista non pochi chilometri dalla strada Flaminia, sulla quale sorgevano invece le città e le terre in tale tratto indicate dall'Itinerario Gerosolimitano.(1)

Anche senza ricorrere ai possibili errori degli antichi manoscritti, errori tanto frequenti in un'epoca in cui, per la mancanza della stampa, la conservazione di ciò che producevano gli scrittori, era

(1) M. BREAL: Les Tables Eugubines (Bibliothèque de l'ècole des hautes ètudes). Paris 1S75. pag. 187 - G, B. PASSERI: In Phomae Dempesteri Ubros de Etruria Regali Paralipomena. Lucca 1767. pag. 237 e 304 - Saggi di Dissertazioni Accademiche lette nell'Accademia Etrusca di Cartona, Roma 1472. (Dissertazione Prima di Atinibale Olivieri: Sopra alcuni Monumenti Pelasgi. pag. 15 a 17 - L. Lanzi: Saggio di lingua Etrusca e di altre antiche d'Italia. Roma 1789. Tomo II. Parte II. pag. 633, 663, S36 - P. Wesseling: Veunim Romanorum itineraria. Amsterdam 1735. pag. 614 - C. R. LEPSIL'S: De Tabulis Engubinis. Berlino 1333. pag. 57 - F. H. Kaempf: Umbricorum Specimen primiim. Berlino 1834. pag. 24 - PLINIO: Naturali Historia. Lib. III - PROCOPIO: De Bello Gothorum - J. P. MlGNE : Patrologiae Cursus Completus. Vol. LXXVI, pag. 1015 (in nota) - Tavole Eugubine nel Museo di Gubbìo: Tavola in caratteri Latini che comincia PRE VERIR, linea 53. 54. 55. 59; Tavola pure Latina che incomincia con la parola SVR VRONT, linea 11, 12, 47. 48; Tavola in caratteri Etruschi die comincia CVKl'KVAW linea 16 e 17 - P. BenvedutI: Studi sulle Tavole Eugubine, Serie Prima. Gubbio 1920 - L. HOLSTENIO (l'Holstein): Annotationes Geographicae. Roma 1666. Annotationes in Italiani Antiquam Philippi Cluverii. pag. 85, 3&. 93, 100) - S. GREGORIO Magno: Epistole. Lib. IX - F. CLUVERIO (Cluvier): Italia Antiqua. Lione 1624. Tomo 1. pag. 617 e 631 - A. Ortelio: Thesaurus Geographicus. Anversa 1596 - A. Brandimarte: Piceno Annonario ossia Gallia Senonia illustrata. Roma 1825. pag. 149 - P. Merola : Cosmographia. Amsterdam 1621. Parte 11. Lib. IV (Umbria).

 

 

 

5 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

affidata all'opera paziente si, ma non sempre esatta e intelligente dei copisti, non è difficile rendersi ragione di cotali varianti, considerando che molti secoli dividono chi estese le Tavole Eugubine da Plinio il Vecchio e quest'ultimo da Procopio e da S. Gregorio Magno e che perciò, in sì lungo volger di tempo, con il succedersi dei popoli e con il modificarsi della lingua parlata, anche il nome dell'antica città Umbra, subì qualche lieve modificazione.

Gli storici meno antichi poi che ebbero ad occuparsi di questa città, non sempre ne seppero indicare l'ubicazione precisa: Così il dotto Holstenio, nelle sue « Annotationes in Geographiam sacram Caroli a S. Paulo » errando pone Tadino nella sommità dell'Appennino Gualdese: « Ejus vestigia visuntur in Via Flaminia prope Gualdum ultra Nuceriam in summo Apennino». Del resto da sé stesso dimostrava l'errore, venendo a smentire ciò che egli aveva scritto nelle «Annotationes in Italiani antiquam Philippi Cluverii » ove dice: «.... quamvis Gualdum non sit in ipsis vestigijs Tadinarum, sed in proximo colle situm. Tadinae autem in planicie sub Gualdo fuerunt intervallo M. circiter passuum. Alluebat autem Tadinas fluviolus Rasina et via Flaminia per eam ducebat, quae ex vico Gaifana recta eo tendit, et post per planicem sub Fossato pergit Svillum ». E anche l'Anonimo Milanese nella sua opera «De Italia Medii Aevi» notò l'errore, conchiudendo con le parole: « At quomodo sub Gualdo si in summo Appennino?». Altri storici, ancor più recenti e dei più autorevoli, il Balbo ad esempio, scrivendone a proposito della sconfitta di Totila, pongono Tadino tra Gubbio e Matelica, ed altri infine ne danno indicazioni ancor più vaghe e inesatte, come il Sanson, che nella Carta Geografica dell'Italia Antica, lo colloca, col nome di Tardinum, fra Terni, Carsoli e Amelia. Sorgeva invece esattamente Tadino ai due lati dell'antica strada Flaminia, nella pianura che si estende ai piedi dell'Appennino Gualdese, a tre chilometri circa da Gualdo e propriamente nella località che è tuttora appellata Tadino, volgarmente Taino.(l)

La sua fondazione, le sue origini, sono a noi sconosciute, ma, come per tutte le città la cui nascita è oscura, così anche per questa gli storici antichi hanno escogitato fondatori più o meno favolosi ed incerti. Così alcuni ne fecero risalire le prime origini ai Pelasgi

(1) HOLSTENIO: Op. Cit. - Anonimo Milanese: De Italia Medii Aevi. (In Rerum Italicarum Scriptores di L. Muratori. Milano 1727. Tomo X. Colonna 257) - C. BALBO : Storia d'Italia. Sommario Lib. IV. par. 10 - MOISÈ: Domini Stranieri in Italia. Vol. III - B. La MARTINIERE: Le Grand Dictionnaire Geographique et Critique. Venezia 1741. Alla parola Tadinates - N. SANSON: Atlante del Mondo Antico. Lutetiae Parisiorum, 1679 - Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Historia Antiquae Civitatis Tadini o Cronaca di Gualdo) pag. 3, 4, 9, 10, 18, 19, 60, 61; Codice 7853 (lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) e. 5t - Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Codice II.E.18 (Memorabilia Civitatis Eugubij et aliarum urbium antiquarum in Umbria) pag. 28; Codice II. C. 23 (Leggendario di Santi già esistente nel Convento di S. Francesco in Gualdo) c. 112.


 

 

6 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

quando, più di tremila anni fa, quel popolo invase l'Italia venendo dal Mezzogiorno; mentre altri la vogliono fondata dal primitivo popolo Umbro, dopo che questo, scacciato dalla sua terra nativa, tra la Magra ed il Tevere, per opera degli Etruschi che l'avevano invasa, emigrò nella regione che da esso prese il nome di Umbria, e vi è infine chi ne stabilisce il nascimento molto più tardi, all'epoca della costruzione della strada Flaminia. Ma riflettendo che noi vediamo ricordati Tadino e i Tadinati in epoche anteriori e considerando anche che parecchi oggetti ritrovati fra le sue rovine appartengono a periodi storici molto più antichi, bisogna escludere sin da principio quest'ultima ipotesi e forse lo stesso scrittore dell'Historia Antiquae Civitatis Tadini o Cronaca Gualdese, che per primo trasse fuori cotesta notizia, avrà voluto intendere che con la costruzione di quell'importantissima strada, fatta eseguire dal Console Flaminio (anno 220 a. C.) la città era risorta a vita novella, acquistando non poco in potenza e in ampiezza, tanto più che per la sua posizione serviva poi, a quel che sembra, come tappa militare dei numerosi eserciti Romani che per la Flaminia si recavano nel Settentrione. E infatti, in un'antichissima Cronaca Eugubina (Memorabilia civitatis Eugubii et aliarum urbium antiquarum in Umbria) esistente nel Codice II. E. 18 dell'Archivio Storico di Gubbio, si legge che Tadino « ex utraque parte viae Flaminiae in decoro situ, in planitie, aquis irrigua, constructa fuit ab incolis patriae quam Romani victores carius tenuerunt. In qua tabernae et hospitia et victualia militibus et consulibus et ducibus et imperatoribus transeuntibus et ibi repausantibus tribuebant. Et ita quae erat quondam villula cum paucis tabernaculis, facta est civitas copiosa, confines suos cum Eugubia, Assista et Camerina habens».(l)

Delle prime vicende politiche di Tadino, poco o nulla sappiamo: il vederla ripetutamente ricordata, come si è detto, nelle Tavole Eugubine, ci dimostra per certo che Tadino, sin da quell'epoca remotissima e direi quasi preistorica, fu un'importante città del vetusto popolo Umbro e che con l'antica, vicina Gubbio, dovette avere allora notevoli e stretti rapporti. In che consistessero tali rapporti è oggi quasi impossibile precisare e così sarà ancora sino a che non siasi riusciti a decifrare con sicurezza il testo delle Tavole Eugubine. Tra gli eruditi che tentarono interpretarle, ciascuno in modo diverso vi spiegò la presenza dei Tadinati e delle altre popolazioni Umbre con essi citate. Il Passeri ad esempio, scrisse riferirsi quei nomi alle varie cittadinanze confinanti con gli Eugubini, che in date epoche convenivano nel Sacrario o maggior

(1) L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo e della regione di Taino. Foligno 1638. pag. 9 - S. BORGIA: Breve istoria dell'antica città di Tadino. Roma 1751 - L. JACOBlLLl: Di Nocera nell'Umbria e sua diocesi. Foligno 1653. pag. 8 - Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. E. 18, già cit., pag. 28 - L. JACOBlLLl: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria, Tomo I, Foligno 1647. pag. 8 e 9.


 

 

7 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Tempio di Gubbio per cerimonie politiche e religiose, così come gli Etruschi si radunavano nel Bosco Sacro, ove sorgeva il Tempio di Voltunna (Fanum Voltumnae) ed i Latini sul Monte Albano. Il Lanzi reputò trattarsi di nomi di popolazioni le quali venivano ricordate nel testo delle Tavole in parola, come consanguinee o alleate degli Eugubini. L'Olivieri e il Grotefend, riconobbero nello scritto di quei bronzi delle preci e degli inni rivolti agli Dei in favore dei popoli sunnominati, per allontanare da essi certe determinate calamità. Altri infine, come il Breal ed il Perali, reputarono invece che nelle tavole di Gubbio si contenesse la formula, con la quale, durante le lustrazioni e consimili cerimonie religiose pagane, contro i Tadinati ed altre circonvicine popolazioni, o s'invocava l'ira e la maledizione divina o veniva proclamato il bando e lo sfratto dal territorio Eugubino.

Assoggettata con le altre città degli Umbri dai Romani circa l'anno 266 a. C. rimase, secondo il Borgia, al semplice stato di Prefettura, sebbene altri, basandosi su di una iscrizione rinvenuta a Tadino oggi andata smarrita, ma riportata anche nella già citata Historia antiquae civitatis Tadini o Cronaca Gualdese e nella quale lapide questa città era indicata col titolo municipale, la vogliono salita al grado di Colonia, cioè luogo governato secondo le leggi Romane, e in seguito a quello ancor maggiore di Municipio. E l'essere Municipio Romano voleva dire che la Città si reggeva con leggi proprie, amministrava da sé i propri affari e godeva di speciali concessioni e privilegi, avendo però degli obblighi speciali verso Roma e la negazione di alcuni diritti propri ai Romani, ad esempio il Suffragio. (1)

In tutto il lungo periodo di tempo che trascorse con la Repubblica e con l'Impero Romano, ben pochi attendibili ricordi sono a noi pervenuti sulle sue vicende storielle e solo qualche nostra antica Cronaca, ci tramandò delle monche notizie che non so proprio qual fede si meritino. Da queste Cronache appare come, al tempo della guerra Cartaginese, Tadino fosse stato preso e devastato da Annibale quando diede la celebre battaglia del Trasimeno (anno 217 a. C.); molto più tardi, durante le Guerre Civili (anni 49 - 48 a. C.), venisse danneggiato da Giulio Cesare per aver seguito le parti di Gneo Pompeo e come infine il Cristianesimo vi attecchisse rigogliosamente, nella prima metà del terzo secolo, mediante la propaganda fattavi da S. Feliziano, Vescovo della vicina Foligno. (2)

(1) L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 10 - G. B. PASSERI: Opera e luogo cit. - A. OLlVIERI: Op. e luogo cit. - L. LANZI: Op. e luogo cit.-P. PERALI: La città, la tribù e le tre razze maledette nelle Tavole Eugubine (Comunicazione al Congresso della R.a Deputazione di Storia Patria per l'Umbria). Gubbio, Settembre 1909 - B. FELICIANGELI : Longobardi e Bizantini lungo la via Flaminia nel secolo VI. Camerino 1908. pag. 66 - G. GROTEFEND: Rudimenta Linguae Umbricae. Particula VIII. Hannoverae 1839. pag. 19 - M. BREAL: Op. cit. pag. 187.

(2) L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 10, 11 - Vita S. Feliciani (in Archivio per la storia Ecclesiastica dell'Umbria.Vol. IV,

 

 

 

8 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Cominciate le discese dei Barbari nella nostra bella Penisola, anche per Tadino, come per tutte le terre Italiane, ebbe principio una ininterrotta serie di sventure e di disastri, specialmente per la sua posizione a cavaliere della via Flaminia che percorrevano le orde barbariche le quali, dal Settentrione, si dirigevano su Roma e nel Mezzogiorno d'Italia; e quelle feroci invasioni per cinque secoli straziarono in mille modi la nostra città, che lentamente decadde dalla floridezza di un tempo, sino a ridursi un cumulo di desolanti rovine e a scomparire affatto, come tante altre città Italiane di quell'epoca, dal suolo d'Italia.

Tutti indistintamente gli antichi scrittori che ebbero ad occuparsi di Tadino, a cominciare dai Cronisti medioevali, sia pure confondendo grossolanamente il più delle volte e nomi e date, rilevano concordi la triste e abbondante parte che tale città ebbe nelle sventure e nelle desolazioni che ci apportarono i Barbari. Con i più vivi colori, essi ci hanno tramandato la descrizione di quei tragici avvenimenti, che si abbatterono come tempesta, su tanta parte d'Italia e dei quali, ai loro tempi, non era ancora spenta l'eco nelle popolazioni della regione circostante a Tadino. Narrano come questa città passasse replicatamente dal possesso del Romano Impero a quello degli invasori e viceversa, subendo ogni volta distruzioni e saccheggi, mentre gli abitanti venivano in parte uccisi o fatti prigionieri e ridotti in servitù, o scacciati e dispersi, quando spontaneamente non si salvavano con la fuga, rifugiandosi nelle altre vicine e più sicure città. Parlano questi Cronisti del circostante territorio messo a ferro e fuoco, ridotto deserto, incolto e silvestre, delle Chiese abbattute, del Clero esautorato, perseguitato e soppresso, della religione Cristiana annichilita e soppiantata dall'Arianesimo o dall'Idolatria, degli archivi arsi, della scomparsa di ogni vestigia di vita civile. Tadino amaramente provò la ferocia dei Barbari già sin dal quarto secolo, a tempo delle prime invasioni, ma i danni maggiori, dai quali giammai risorse, le furono arrecati a più riprese dai Goti e dai Longobardi, dei quali ebbe a soffrire il dominio, e specialmente dai primi, che le diedero un fiero colpo nell'anno 552. (1)

1917. pag. 206) - A. CASTELLUCCI : Appunti di Storia Ecclesiastica Nocerina. Nocera Umbra 1912. Capo I (Le origini del cristianesimo e dell'episcopato in Nocera Umbra) - G. CAPPELLETTI: Le Chiese d'Italia. Venezia 1846. Vol. V, pag. 40 - Biblioteca Vaticana: Cod. 3921, da e. 2 a e. 13 - BOLLANDISTI : Acta Sanctorutn. Januarii. Tomo II (Nella Vita di S. Feliciano) - Biblioteca del Seminario di Foligno: Cod. A. V. 5, dal fogl. 216 al fogl. 222 (Vita di S.Feliciano)-F.ClATTl:Delle memorie annali et istoriche delle cose di Perugia. Perugia 1638. Voi. 1, pag. 284 - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. E.18 già cit. e.38; Cod. II. C.23 già cit. e.105t, 113, 137,137 t. - Biblioteca Vaticana: Cod. Ottob. 2666 già cit. pag. 2,4,6, 8, 19, 28, 57, 58, 59; Cod. 7853 già cit. e. 33.
(1) Biblioteca Vaticana: Cod. 7853 già cit. e. 4t; Cod. Urbinate 48, e. 217 t; Cod. 3921, e.27t e 28; Cod. Ottob. 2666 già cit. pag. 17,19, 21 a 23, 34, 37, 42,44,45, 62,68, 72 - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II, C. 23 già cit. c.43t, 101t, 104t,105,112,113,140t; Cod. II. E.18 già cit. da e. 44 a

 

 

 

9 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Fu appunto in quell'anno, che nei suoi dintorni cozzarono ferocemente tra di loro l'esercito del re dei Goti Totila e l'altro Greco-Romano comandato da Narsete, Generale dell'Imperatore Giustiniano, che riuscì a guadagnare quella decisiva battaglia e ad uccidervi Totila, distruggendo definitivamente la potenza Gota in Italia, che tornava così ad essere una provincia dell'Impero Bizantino d'Oriente e vedeva ritardata di tredici secoli la propria unificazione. Che fossero appunto i campi Tadinati quelli che bevvero il sangue delle molte migliaia di Goti trucidati dai Greci, noi dimostreremo tra poco e tale dimostrazione è necessaria poiché non tutti gli storici condivisero la nostra opinione. Sono infatti generalmente note le controversie che questa celebre battaglia, la quale decise i destini d'Italia e di Roma, ha suscitato fra gli eruditi: Alcuni, amanti del meraviglioso più che della verità, senza il minimo fondamento, anzi in opposizione alla più elementare critica storica, la fecero avvenire in regioni d'Italia assai lontane dai luoghi che Procopio, l'unico narratore contemporaneo della guerra Gotica, c'indicò come teatro degli avvenimenti in discorso. Basti citare Giovanni Magno, Biondo da Forlì, il Tarcagnota, Jacopo Filippo da Bergamo, Pandolfo Collenuccio, il Valentini, il Gatti e Leonardo Aretino, i quali scrissero che Totila fu sconfitto e morì presso Brescello (Provincia di Reggio Emilia) sulla riva destra del Po, per opera dei Longobardi alleati dei Greci; il Borgia, il Botta, il Rinaldi, il Baronie, il Targioni, il Campelli, il Soldani, Cosimo della Rena, il Dempster, il Ferrari, il Baudrand, che posero la battaglia in Toscana, presso Poppi, nel Casentino, dove scorre un torrentello chiamato Teggina, mentre la morte del ferito re Goto, secondo alcuni tra essi, sarebbe avvenuta a Caprese pure in Toscana, non lungi dalle sorgenti del Tevere. Altri scrittori, senza divagare come i precedenti, si avvicinarono assai più alla giusta identificazione dei luoghi nominati da Procopio come teatro della storica e immane lotta, ma per imperfetta conoscenza topografica di tale regione, non poterono darne un'indicazione precisa. Così il Pellini, il Giovio, il Bricchi Leandro Alberti ed il Baldi, i quali credono che sia avvenuto lo scontro dei due grandi eserciti nel territorio Urbinate lungo la Flaminia, tra Cagli e Acqualagna, da dove poi Totila sarebbe andato a spirare, secondo l'Alberti, nel suddetto Caprese di Toscana, e secondo il Baldi a Carpesso (leggi Caspessa) presso Montevecchio nel Distretto di Fossombrone; così il Valsecchi che riscontra il campo di battaglia tra Città di Castello e Borgo San Sepolcro; così l'Hodgkin che pone l'accampamento di Totila, dopo oltrepassata Tagina, cioè a Fossato di Vico, e quello di Narsete a

47 e da 53 a 57 - Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano) : cod.341, fogl. 21a, 22a, 23a in nota, 24b in nota, 27a in nota, 30b, 39b, 41b, 59a in nota, 77a,81a, 81b, 91a, 92 a , della numerazione antica, corrispondente ai fogli 23a, 24a, 25a, 26a, 29a, 32b, 41b, 43b, 61a, 79a, 83a, 83b, 93a, 94a, della n numerazione moderna - F.CIATTI : op. cit. Vol. II. Pag. 93 - L. JACOBILLI: vite dei santi e beati di Gualdo. Già cit. pag. 11

 

 

 

10 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Scheggia, dove la battaglia si sarebbe svolta; così il Balbo, che crede essere avvenuta quest'ultima vicino a Gubbio, e l'Acquacotta che l'indica nei dintorni di Castelraimondo, facendo poi morire il Re Goto a Capriglia, non lungi da Esanatoglia. Finalmente un terzo gruppo di scrittori, quali il Cluverio, il Colucci, il Brandimarte, l'Alfeiano, il Guazzesi, il Pratesi, il Bellenghi, il Mazzatinti, il Moisè, il Montani, il Giacosa, bene interpretando la narrazione di Procopio, pongono la rotta dei Goti, tra il villaggio di Bastia (Comune di Fabriano) e Gualdo Tadino, ma chi più vicino al primo chi più presso al secondo, e inoltre i primi sette, cui si può aggiungere l'Holstenio e l'Hodgkin, riconoscono anche che la morte di Totila avvenne nel villaggio Gualdese denominato Caprara.

È necessario quindi discutere tante e così disparate opinioni, prendendo come base delle nostre ricerche i documenti restatici della battaglia. Di tale avvenimento non ci è pervenuta altra testimonianza che gli scritti di Procopio da Cesarea che, par quasi certo, seguì l'esercito Greco in Italia e precursore dei moderni giornalisti corrispondenti di guerra, fu testimonio oculare degli episodi che poi narrò. Lasciò egli scritto infatti che il re dei Goti Totila provenendo da Roma, lungo la via Flaminia, dopo avere attraversato la Tuscia (così gli scrittori dell'alto Medio Evo chiamavano una provincia formata in parte dall'Umbria e in parte dall'Etruria) poco prima della battaglia in esame, raggiunse la catena dei Monti Appennini e pose il campo quanto più potè vicino ad un paese chiamato Tagina. Ecco anzi le sue parole nella traduzione latina di Cristoforo Persona, edita a Roma nel 1506 ed a Basilea nel 1531: « ....... Thusciam omnem, hos conquirendo, emensus ad Apenninum montem pervenit, ibique castris locatis, vicum quam proxime constitit, quem Taginam vocant». Lo storico Bizantino prosegue dicendo che, indi a poco, Narsete mosse alla sua volta da Rimini, presso cui aveva già sconfitto ed ucciso Usdrilas, generale di un esercito Goto, ma anziché seguire la via Flaminia che sapeva occupata e chiusa dai suoi nemici nel difficile e inespugnabile Passo del Furlo (Petra Pertusa) deviò a sinistra dì detta via, lungo le pendici orientali dell'Appennino, e si fermò a circa cento stadi dall'accampamento di Totila, ponendo il campo presso una località chiamata allora Tombe dei Galli (Busta Gallorum) perché vi furono bruciati e sepolti i cadaveri dei Galli, dopo la vittoria che su di essi, nel 295 a. C., riportarono le legioni Romane comandate dai Consoli P. Decio e Q. Fabio, non già da Camillo, come erroneamente scrisse Procopio : « Eodem et Romanorum exercitus duce Narsete parvo post temporis intervallo adveniens, stativis habitis procul ab hostium castris stadiis centum, in ipsa planicie mansit, ei loco propinqua, in qua Romanorum tradunt Imperatorem Camillum potitum victoria Gallorum, quondam innumeram multitudinem trucidasse: cuius illatae ob memoriam cladis, vel ad nostra haec tempora Gallorum Busta locus hic dicitur, nam et adhuc tumuli interfectorum visuntur et frequentissimi ... ».

Lo stesso Procopio, continuando nella narrazione, attesta che Totila mosse allora con il suo esercito verso l'accampamento dei Greci, e

 

 

 

11 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

dopo avere indugiato alquanto per attendere l'arrivo di duemila soldati ritardatari, facenti parte dell'esercito comandato dal suo generale Teias, appena questi giunsero, diede l'assalto ai Greci, che però ricacciarono i Goti, sconfiggendoli completamente, e restando gravemente ferito durante la mischia, lo stesso re Totila, che dopo avere percorso a stento ottantaquattro stadi, accompagnato da pochi fidi, pervenne ad una località chiamata Capras, dove morì e fu sepolto: « .... Totilam letali affectum jam vulnere et animarti fere exhalantem abducere celerius cogebantur. Stadiis itaque guatar et octoginta fugiendo peractis, ad locum Capras nomine veniunt, ubi a fuga denique quiescentes Totilae vulnus curabant: ex quo paulo post morientem, funere procurato, terrae recondunt».

Abbiamo quindi, dalla chiara e inoppugnabile narrazione di Procopio, i dati per rintracciare oggi dove avvenne quella tanto discussa battaglia. Conosciamo cioè gli antichi nomi delle località che la circoscrissero, Tagina, Busta Gallorum, Capras, nonché le distanze che tra esse si frapponevano e cioè cento stadi tra il primo e il secondo luogo, ottantaquattro stadi tra il terzo e il campo di battaglia dove Totila fu ferito. Non resta quindi che rintracciare quali paesi oggi corrispondono a quelli. Che Tagina sia il nostro Tadino è questione, dopo le opere dell'Holstenio, universalmente accettata dagli eruditi. Come si è detto fanno eccezione il Baldi che l'identificò con Pagino, villaggio presso Calmazzo nel territorio Urbinate, il Cantù che la riconobbe in Lentagio presso Nocera-Umbra, ed il Soldani il quale, seguendo Cosimo della Rena, la confuse col torrente Teggina che, come si disse, scorre presso Poppi in Toscana. Ma, per quanto riguarda l'ipotesi del Cantù, noteremo che nessun luogo nei dintorni di Nocera porta per nome Lentagio, denominazione questa affatto sconosciuta in quel territorio e del resto, a provare l'errore del Cantù, basti dire che Lentagio è una località invece esistente tra Cagli e Acqualagna, dove appunto anche il Bricchi e il Baldi sunnominati fanno avvenire la rotta dei Goti. Per quanto poi si riferisce al Soldani, il solo fatto della posizione topografica che dovrebbe avere Tagina, cioè ai piedi dell'Appennino, come scrive Procopio, e a cavaliere della via Flaminia percorsa da Totila, basterebbe a smentirlo; anche a parte il fatto che, d'altra parte, lo storico Greco, qualifica Tagina come villaggio (vicus) e non come fiume. Così pure, nella ricerca di Busta Gallorum, la maggior parte degli scrittori,dopo gli studi del Cluverio, riferiscono questa località all'attuale villaggio di Bastia, ai piedi del versante orientale di Monte Cielo, non lungi dall'antica Sentinum, oggi Sassoferrato. L'opinione di Cluverio, che vagamente venne anche riportata dal Muratori, non fu accettata dall'Acquacotta, il quale nega la derivazione di Bastia dal Busta Gallorum di Procopio, per il fatto che questo Castello, dal nome relativamente moderno, avrebbe avuto origine in epoca assai posteriore a Procopio, e cioè nel 1443, per opera del Conte Francesco Sforza, che lo avrebbe eretto a difesa di Fabriano. In conseguenza di ciò, come già accennai, lo stesso Acquacotta, dalla somiglianza dei nomi, in modo assai immaginoso, suppose potersi

 

 

 

12 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

identificare Busta Gallorum con Santa Maria dei Galli o con Gagliole, luoghi oggi esistenti nei dintorni di Castel Raimondo. Ma la supposizione dell'Acquacotta non è attendibile, poiché, anche eliminando Bastia, resta pur sempre il fatto che Narsete dovette porre il campo nei suoi dintorni, poiché Procopio dice che l'accampamento sorse là dove era avvenuta la rotta dei Galli e noi ben sappiamo che questa ebbe luogo nel territorio dell'antica Sentinum, oggi Sassoferrato, dove appunto sorge Bastia. Per quanto riguarda Capras, anche qui una grande maggioranza segue l'antica opinione del Cluverio e dell'Holstenio, che riconobbero tale località nell'attuale villaggio di Caprara, frazione del Comune di Gualdo Tadino. Soli in tanta unanimità di opinioni, come poco sopra si è detto, Leandro Alberti, poi seguito da qualche altro, lo riferisce a Caprese di Toscana presso le sorgenti del Tevere, l'Acquacotta a Capriglia, nei dintorni di Esanatoglia, l'Anonimo Milanese (P. Berretti) a Caprile, frazione del Comune di Badia Tedalda, provincia d'Arezzo, non lungi dalle fonti della Marecchia e il Baldi a Carpesso (Caspessa) presso Montecchio nel distretto di Fossombrone. Questi scrittori basarono unicamente sulla somiglianzà dei nomi le loro ipotesi, senza badare se le stesse erano poi d'accordo con il resto della narrazione di Procopio. Per quanto riguarda Caprese, basti dire che lo stesso Repetti, nel suo Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, fa notare l'assurdità di tale identificazione, per essere quel paese del tutto ignoto nell'antichità ed il luogo sprovvisto di antiche strade militari e assai distante dalla via che percorsero i due eserciti combattenti. Ma invece, torno a ripeterlo, nonostante le divagazioni di questi pochi, oggi la massima parte di coloro che si occuparono di tale studio, sono d'accordo nel ritenere che Tagina corrisponde al nostro Tadino, Busta Gallorum a Bastia tra Fabriano e Sassoferrato e Capras a Caprara nel Comune di Gualdo. In tal modo si verifica anche il fatto, importantissimo e decisivo, di veder corrispondere le distanze che al presente corrono tra questi luoghi con le misure tramandateci da Procopio, specialmente adottando lo Stadio-Medio, che usavasi per le misure itinerarie e che dal Rennel fu calcolato di centocinquantaquattro metri. Cento stadi, in linea retta, si riscontrano infatti da Bastia (Busta Gallorum) alla pianura Tadinate presso Gualdo, dove ristette il re dei Goti; ottantaquattro stadi all'incirca, dista questo supposto campo della battaglia dal villaggio di Caprara (Capras) dove Totila morì e fu sepolto.

Dopo ciò crediamo inutile confutare anche le assurde opinioni di quelli tra i surricordati scrittori, i quali non vollero tenere alcun conto della narrazione di Procopio, contemporanea ed unica testimonianza, e per partigiani interessi o per ignoranza dei luoghi, senza la scorta di alcun documento, fecero avvenir la battaglia nelle più immaginarie regioni. Così è ben noto che Giovanni Magno, se scrisse che Totila fu sconfitto presso Brescello dai Longobardi alleati di Narsete, ciò fece perché a lui, Goto di origine, ripugnava meno che i soldati di Totila fossero stati sbaragliati da gente nordica e di sangue affine, anziché dall'effeminata stirpe dei Greci. E d'altra

 

 

 

13 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

parte, se l'Alberti e i suoi seguaci posero la battaglia vicino a Cagli, ciò avvenne per avere essi erroneamente interpretato, nel testo Latino dell'opera di Procopio, la parola calle (. . . ex calle quadam . . .) non già nel significato di sentiero, ma come denominazione cittadina di Cagli. Né riferibili, per la loro puerilità, sono tutti quegli altri argomenti che in prò di Cagli escogita il Bricchi negli Annali di questa città, argomenti che lo stesso Mochi, moderno storico di Cagli, combatte e dichiara inattendibili sotto ogni aspetto. Con una sola obiezione il Mochi demolisce la credenza che Totila fosse stato sconfitto tra Cagli e Acqualagna: Come poteva in tale località avvenire l'incontro dei Greci con i Goti, egli scrive, se lo stesso Procopio ci assicura che Narsete, dopo partito da Rimini, dovette abbandonare la via Flaminia prima di giungere al passaggio del Furio (Petra Pertusa) perché i Goti gli impedivano il transito in quell'angusto e munitissimo valico ?

La maggior parte degli Storici, con l'autorità di Procopio e con l'osservazione della precisa corrispondenza dei dati topografici esattamente da costui tramandatici, è dunque d'accordo nel ritenere che questa celebre battaglia avvenne in una parte del territorio che interponevasi tra i due accampamenti, che separava cioè Tagina (Gualdo Tadino) dai Busta Gallorum (Bastia). Ma anche tra costoro v'è però discordanza, poiché non sono poi unanimi, nello stabilirne il luogo preciso tra i limiti estremi segnati dai due accampamenti nemici. E così mentre alcuni, il Mazzatinti ed il Pratesi ad esempio, la stimano avvenuta, come io ho reputato, nel territorio dì Tadino, altri invece come il Cluverio, il Brandimarte, il Bellenghi, l'Alfeiano, il Moisè, il Montani, il Guazzesi, il Giacosa, la pongono all'estremo opposto, cioè ai Busta Gallorum, e ciò forse perché lo stesso Procopio dice che fu l'esercito dei Goti, quello che per primo andò ad assalire il nemico. Ne traggono perciò la conseguenza, che Totila dovette abbandonare il campo di Tagina per recarsi a provocare i Greci nei loro accampamenti dei Busta Gallorum, dove si sarebbe accesa la mischia e sarebbe avvenuta, secondo essi, la rotta dei Goti.

Ammettiamo pure che la battaglia s'iniziasse presso gli accampamenti dei Greci, ma ricordiamoci che, per le vicende del lungo combattimento, il quale durò dall'alba alla sopravveniente notte, i due eserciti dovettero cambiare terreno ed essendo stati i Goti assalitori respinti, era naturale, come del resto ci fa comprendere lo stesso Procopio, dovessero essi ripiegare verso gli abbandonati loro accampamenti, dal lato cioè donde eran partiti, venendosi così a risolvere la battaglia appunto intorno a Tadino o Tagina che dir si voglia. E ciò è reso anche manifesto dal fatto che il re Totila, per poter morire ad Capras, nel territorio Tadinate, dovette necessariamente tornare indietro sul cammino percorso, e questo parmi più che sufficiente per ritenere che la definitiva, ultima fase del lungo combattimento, si svolgesse appunto intorno alla nostra città. Ma anche senza di ciò, come si spiegherebbe il fatto che è straordinariamente viva, anche oggi, presso la popolazione Tadinate, la memoria di un simile avvenimento ?

 

 

 

14 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Nella stessa Caprara s'indica ancora una località con il nome di Boschetto o Sepolcro di Totila, e i contadini di lassù più volte hanno qua e là scavato il terreno, per ricercare gli avanzi delle armi e delle armature preziose che, secondo un'antica credenza, pervenuta a loro di generazione in generazione, sarebbero state calate dai Goti nella fossa con il cadavere del loro re. Anche negli antichi Libri catastali del Comune di Gualdo, una cascina del luogo appellasi Palazzetto Totila ; Macchia dei Soldati è chiamata una località, dove, dicono gli abitanti delle vicinanze, in un'imboscata sarebbe stato sorpreso e colpito il re che fuggiva. E le tradizioni popolari, non sempre mentano la noncuranza e il disprezzo, specialmente quando, come nel caso nostro, sono confermate da dati storici e topografici.

Comunque fosse, i danni e le devastazioni subite da Tadino per mano dei Goti in quell'epoca, furono tali che mai più la città risalì alla floridezza di un tempo e del resto a ben tristi e modeste condizioni doveva già esser ridotta, giacché Procopio, scrivendo allora le vicende della guerra Gotica, applica a Tadino l'appellativo di , vale a dire villaggio. (1)

(1) A. BRANDIMARTE : Op. cit. pag. 49 - BIONDO DA FORLÌ: Italia Illustrata (Traduzione di Lucio Fauno). Venezia' 1543. p. 153 - F. CiATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 72 - GIOVANNI MAGNO: De Ghotor. Regn. Roma 1554. Lib. 14°, Gap. 15, Fogl. 463; Gap. 16, Fogl. 464 - L. ALBERT!: Descrizione di tutta l'Italia. Venezia 1581 (Descrizione della Toscana) - Arch. Storico per le Marche e per l'Umbria. Vol. I, pag. 770 (Lettera di G. Mazzatinti a A. M. Bryce) - D. ALFEJANO: L'Umbria vendicata negli antichi e naturali suoi diritti. Perugia, Anno VI dell'era repubblicana, pag. 196 e seg. - P. PRATESI: Sul vero luogo della battaglia detta di Gubbio o di Tagina (Nella Rivista « Le Comunicazioni di un collega ». Cremona. Anno III, N° 9 e 10) - A. GlACOSA: La battaglia di Sentino ? (Nella Rivista suddetta, Anno IV, N° 3 e 4) - E. REPETTI: Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana. Firenze 1846 (alla parola Caprese) - P. COLLENUCCIO: Compendio dell'Istoria del Regno di Napoli. Venezia 1613. Parte 1, pag. 36 - HOLSTENIO: Op. cit. - F. CLUVERIO: Op. cit. Tomo I, pag. 616 - G. MORONI: Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica. Vol. LXI, pag. 239 e seg. - F. SOLDANI : Lettera critica circa il luogo della sconfitta e morte di Totila. Pistoia 1758 - JACOPO FILIPPO DA BERGAMO: Chronicamm Supplementum. Venezia 1483 - C. BARONlO: Annales Ecclesiastici. Coloniae Agrippinae 1624 - O. RlNALDI: Annali Ecclesiastici. Roma 1643. Tomo li, pag. 97 - L. GUAZZESI: Dissertazioni. Pisa 1761. Dissert. IV - T. DEMPSTER: De Etruria Regali. Firenze 1724. Tomo II, pag. 443 - F. FERRARI: Lexicon Geographicam. Londini 1657 (Alla parola Caprae) - A. BAUDRAND: Lexicum Geographicum. Patavii 1697 (alla parola Caprae) - C. DELLA RENA: Della serie degli antichi Duchi e Marchesi di Toscana. Firenze 1690. pag. 42 e seg.- B. FELICIANGELI : Un'opinione poco nota intorno al luogo della cosìdetta battaglia di Tagina. (In Nuova Rivista Misena di Arcevia. Anno Vili pag. 14) - TARGIONl TOZZETTl: Relazione di viaggi in Toscana. VI. pag. 142 - T. HODGKlN: La battaglia degli Appennini tra Totila e Narsete. (Traduzione in Atti e memorie della R° Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Romagna. Serie III, Vol. II, Fasc. 1, pag. 35 e seg.) - O. COLUCCI: Del luogo chiamato Sepolcro dei Galli nell'Agro Sentinate e della sconfitta ivi data da Narsete a Totila Re dei Goti. (In Antichità Picene. Fermo. 1790. Torno VII, da pag. 75 a 123) - P. Giovio: Elogia virornm bellica viriate illustrium. Basilea 1546. pag. 13 (Elogio di Totila) - ANONIMO MILANESE: Op. cit. Tomo X, Colonna 165 - B. BALDI: La difesa di Procopio contro le calunnie di Flavio Biondo, Urbino 1627

 

 

 

15 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Con la morte di Totila e con la fine della dominazione Gota in Italia, anche Tadino ritornava città Latina, suddita dell'Impero Greco-Romano d'Oriente, andando a far parte della Pentapoli o Esarcato di Ravenna. Cominciava perciò la città a risorgere dai gravi danni subiti e gli abitanti che ne erano fuggiti, rifugiandosi specialmente nella forte Rocca di Nocera, tornarono ad affluirvi e a riedificarvi le proprie case, ai due lati della via Flaminia. Ma altri Barbari, i Longobardi, scendevano indi a poco, nel 568, ai danni d'Italia, e a più riprese le loro orde passarono, quali nembi devastatori, anche su l'indifesa Tadino, che piuttosto tardi, ma certo innanzi la fine di quel secolo, venne definitivamente tolta ai Greco-Romani e aggregata al Ducato Longobardo di Spoleto, uno de più antichi e più potenti d'Italia. (1)

Nelle già ricordate Cronache Medioevali Gualdesi, si fa un quadro doloroso della disgraziata città e frequentemente si descrive, coi più foschi colori, lo stato di desolazione a cui era ridotta in quest'epoca, dopo un secolo di feroci incursioni barbariche, per i tributi e le spogliazioni che la immiserivano, per le stragi dei suoi abitanti negli assalti ostinati e ripetuti e per l'emigrazione continua nelle vicine più forti città, che l'avevano resa pressoché squallida e deserta. Del resto, anche un importante documento di quest'epoca, ci mostra le misere condizioni a cui era ridotta Tadino, e ciò che più conta, la sua qualità di città episcopale. E' questo una lettera che il Pontefice S. Gregorio I Magno, nel Luglio del 599, inviava a Gaudioso Vescovo di Gubbio, affinchè, quale Vescovo viciniore, visitasse Tadino, la cui sede vescovile, per l'invasioni barbariche, era rimasta da molti anni vacante, e congregato il clero e la popolazione, come si usava in quei tempi, con libera votazione cercasse di eleggervi di comune accordo un Vescovo, la cui elezione la S. Sede poi avrebbe approvato. E infatti questo Papa, così era solito fare con i prelati che risiedevano vicino ad una città Romana, che in quei tempi

C. ACQUACOTTA: Memorie di Matetica. Ancona 1838. Cap. XXI - A. BORGlA: Storia della Chiesa e Città di Velletri. Libro II - P. PELLINI : Storia di Perugia. Venezia 1664. Parte I, pag. 110 - C. CANTÙ : Storia Universale. Tomo VIII - L. MURATORI: Annali d'Italia. Anno 1552 -G. VALENTINI: Discorso Accademico su la vita di S. Facondino. Macerata 1660 - LEONARDO ARETINO: De bello Qothorum. Venezia 1528. Lib. IV - F. MONTANI (Nintoma): Seconda lettera sopra la battaglia tra Narsete e Totila. Venezia 1749 - p. BRICCHI: Delti annali di Cagli. Urbino 1641. Lib. I, pag. 20 -- O. MOCHI: Storia di Cagli. Cagli 1878. pag. 80, nota li - F. MoiSÈ: Storia dei domini stranieri in Italia. Firenze 1839. Voi. li, pag. 386.e seg. - G. TARCAGNOTA: Delle Istorie del Mondo. Venezia 1585. Parte II, pag. 265 - VALSECCHI (nella Rivista «La Favilla» Perugiìi. Anno 1894. Fase. Ili, pag. 110).

(1) A. SANSI: Storia di Spoleto. Foligno 1870. Parte II, pag. 10 e 11 - D. DORIO: Istoria della Famìglia Trinci. Foligno 1638. pag. 22 - F. ClATTI: Op. cit. Vol. II, pag. 93 - BIONDO DA FORLÌ: Op. cit. pag. 114 - L. MORERI: Le Grand Dictionnaire Historique 1740 (Alla parola Gualdo) - Bibliotèca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 e Codice 7853 già cit. - ANONIMO MILANESE: Op. cit. - A. BORGlA : Breve istoria dell'antica città di Taino. Già cit. - Arch. storico di Gubbio (Fondo Armanni): Codice IL C. 23 già cit.

 

 

 

16 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

calamitosi, fosse stata danneggiata dai Longobardi, privata del proprio Vescovo e il suo Clero perseguitato e reso impotente dagli invasori, che professavano una religione diversa. Indirizzava poi una seconda lettera al clero ed alla popolazione Tadinate, affinchè accettassero di buon grado l'intervento di Gaudioso per l'elezione del loro nuovo Pastore, scegliendolo degno di tal ministero. Né credo inutile riportare qui appresso, le due lettere ora accennate:

« Gregorius Gaudioso Episcopo Eugubino,

Cognoscentes Ecclesiam Tadinatem diu sacerdotis proprij regimine destitutam, fraternitati tuae ejusdem Ecclesiae visitationis operarti solemniter delegamus. Quam ita te convenit exhibere, ut nihil de provectionibus clericorum, redditu, ornatu, ministeriisque, vel quidquid illud est in patrimonio ejusdem, a quoquam praesumatur Ecclesiae. Et ideo fraternitas tua ad praedictam Ecclesiam ire properabit et assiduis adhortationibus Clerum, plebemque ejusdem Ecclesiae admonere festinet, ut remoto studio, uno eodemque consensu talem sibi praeficiendum expetant sacerdotem, qui et tanto ministerio dignus valeat reperiri, et a venerandis cànonibus nullatenus réspuatur. Qui dum fuerit postulatus, cum solemnitate decreti omnium subscriptionibus roborati, et dilectionis tuae testimonio litterarum, ad nos sacrandus occurrat. Commonentes etiam fraternitatem tuam, ut nonnullum de altera eligi permittas Ecclesia, nisi forte inter clericos ipsius civitatis, in qua visitationis impendis officium, nullus ad episcopatum dignus, quod eveniri non credimus, potuerit inveniri: provisurus ante omnia, ne ad hoc cujuslibet conversàtionis seu meriti laicae personae aspirare praesumant, et tu periculum ordinationis tuae, quod absit, incurras ».

« Gregorius clero, ordini et plebi Tadinati,

Cognoscentes Ecclesiam vestram diu sacerdotali regimine destitutam, curae nobis fuit ejusdem Ecclesiae visitationem fratri et coepiscopo nostro Gaudioso Eugubinae Ecclesiae solemniter delegare. Cui dedimus in mandatis, ut nihil de provectionibus clericorum, redditu, ornatu ministeriisque a quoquam usurpari patiatur. Cuius vos assiduis adhortationibus convenit obedire, et remoto strepitu, uno eodemque consensu talem vobis praeficiendum expetere sacerdotem, qui et a venerandis cànonibus nulla discrepet ratione, et tanto ministerio dignus valeat reperiri. Qui dum fuerit postulatus, curii solemnitate decreti omnium subscriptionibus roborati et visitatoris pagina prosequente, ad nos veniat ordinandus: provisuri ante omnia, ne cujuslibet vitae vel meriti laicam personam praesumatis eligere.

Et non solum ille ad Episcopatus apicem nulla ratione provehetur, verum etiam vos nullis intercessionibus veniam promereri posse cognoscite. Sed omnes quos ex vobis de laica persona aspirasse constiterit, ab officio et a communione alienos faciendos procul dubio noveritis ».

In quanto alla speciale designazione del Vescovo di Gubbio quale restauratore della Diocesi Tadinate, si potrebbe osservare che tale scelta non fu occasionale, ma forse avvenne invece in considerazione di una speciale alleanza, che pare fosse esistita, in

 

 

 

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quel tempo, tra le due vicine città, le quali, secondo quanto si narra nelle nostre Cronache Medioevali, erano tra loro unite tanto per ragioni di commercio quanto per amicizia e per comune difesa.

Anzi nella Historia antiquae civitatis Tadini, si leggono a tal proposito le seguenti parole: « Papali vero istarum civitatum (di Gualdo e Gubbio) et maiores earum, sicut terriioriis et districtu conificti erant, ita multa amicitia et benevolentia iungebantur, parentelas invicetn coniungentes et mercationes suas alterutrum vendentes et commoda cordialiter praestantes, et quando in exercitibus ibant cum imperatoribus et ducibus Romanorum sicut propinqui et vicini, alterutrum se iuvabant et deffendebant et lulii Eugubini Tadinatum adeuntes saepius Tadinenses visitabant et similiter Tadinenses luliam Eugubiam et cives eius saepe visitabant et cives Romanorum et subditi per tempera longiora tributa et stipendia Romanis persolvebant ». Similmente, nella Cronaca Eugubina «Memorabilia Civitatis Eugubij et aliarum urbium antiquarum in Umbria » troviamo le frasi seguenti :
« .... civitates Eugubia et Tadinatum sicut comitatu coniunctae erant et proximae. Ita cives eorum amicitia et parentelis iungebantur alter utrum se visitantes et suas mercationes operantes et quoniam ab imperatoribus et Romanis cantra hostes in exercitu ducebant, ibant simul et alter utrum se iuvabant et defendebant ne ab hostibus laederentur ». E presso a poco, le stesse frasi leggiamo nella Cronaca Medioevale che, col N° 341, si conserva nella Biblioteca Comunale di Assisi. Certo, che più naturai cosa sarebbe stata che il Pontefice, per restaurare la Diocesi Tadinate, si fosse rivolto al Vescovo di Nocera. Ma giova notare che in quell'epoca quest'ultima città trovavasi quasi completamente distrutta, per effetto delle precedenti incursioni dei Goti e dei Longobardi, e che più non vi esistevano né Vescovo né Episcopato. Da ciò la necessità per il Pontefice di rivolgersi a Gubbio come sede episcopale più prossima a Tadino, anche indipendentemente dalle ragioni suddette. (1)

Certamente le lettere del Pontefice sortirono un prontissimo effetto, poiché in quel medesimo anno fu eletto il Vescovo nella persona dell'eremita Facondino, nativo della stessa città di Tadino. Costui, abbandonato il Monte Serra Santa, dove da più anni conduceva vita eremitica, assunse subito l'alto ufficio episcopale ed oltre che la Diocesi Tadinate, pare che contemporaneamente avesse a reggere anche quella della vicina Nocera, il cui territorio poco innanzi era stato aggregato alla Diocesi di Tadino, per essere rimasta anche quella città, come poco sopra si è detto, quasi completamente

(1) S. GREGORIO MAGNO: Op. e lib. cit. - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. E. 18 già cit., pag. 38, 39, 48, 49, 50; Cod. II. C. 23 già cit., e. 137t, 142t - Bibliot. Vaticana: Cod. Ottoboniano 2666 già cit., pag. 10, 19, 20, 23, 24, 27, 35, 65; Cod. 7853 già cit., e. 5t a 7t; Cod. Urbinate 48, e. 218 - Bibliot. Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341 già cit., e. 39a della paginazione antica, corrispondente a e. 41 a di quella moderna (in nota) - Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Darlo e Jacobilli. Cod. B. 11.20, e, 12.

 

 

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distrutta nelle precedenti invasioni barbariche. Il Vescovo Facondino, immise nella Cattedrale di Tadino i Canonici Regolari Lateranensi, istituiti da S. Agostino pochi anni prima e lui stesso fece professione di quell'Ordine ed osservò quella Regola. Con opera illuminata ed assidua, diede nuovo incremento alla desolata città nativa, riunì intorno a sé il Clero oppresso e disperso, ricostruì e restaurò le chiese abbandonate e cadenti e riuscì a far risorgere il Cristianesimo nella nostra Regione, tutto dedicandosi ad infinite opere di pietà, tanto che ebbe in seguito dalla S. Sede anche il sommo onore della Canonizzazione. La morte di questo Santo Vescovo, secondo le memorie che possediamo, sarebbe avvenuta il 28 Agosto 607 e del culto ampiamente a lui tributato nei secoli seguenti, diremo a lungo quando si tratterà del tempio a lui dedicato in Gualdo Tadino.

Dopo S. Facondino, ebbe a cuore le sorti della Diocesi Tadinate il suo discepolo e vicario S. Gioventino, Arcidiacono dell'antica Cattedrale di Tadino, morto il 2 Settembre 612, ma per certo costui non fu regolarmente investito, come alcuni scrissero, dell'ufficio episcopale, né ciò può farci meraviglia, considerando quali torbidi tempi fossero quelli e in quale stato d'impotenza fosse pervenuta l'autorità della Chiesa, se non altro per le persecuzioni dei dominatori Longobardi, in parte Ariani in parte Idolatri. (1)

Di nessun altro Vescovo Tadinate, sia precedentemente sia susseguentemente ai suddetti, ci rimane sicura memoria, sebbene da qualche Autore, se ne citi più d'uno. L'Ughelli, ad esempio, ne nomina altri due, uno dei quali, detto Gaudenzio, anteriore a S. Facondino, avrebbe sottoscritto nel 499 gli Atti del Romano Concilio indetto da Papa Simmaco intorno all'elezione dei Papi, e l'altro, chiamato Cipriano, posteriore al Santo Tadinate, sarebbe intervenuto al Concilio Lateranense del 649, raccolto dal Pontefice Martino 1° contro i Monoteliti. Il primo di essi, cioè il Vescovo Gaudenzio, anche dal Labbè nella sua Conciliorum Collectio e dal Baluze nel Supplemento al Concili del Labbè, è segnato tra i sottoscrittori di quel Concilio come Vescovo di Tadino «Gaudentius Episcopus Ecclesiae Tadinensis » e con tale qualifica viene pure ricordato dall'Holstenio, però con il nome di Laurenzio .

(1) F. ClATTi: Op. di. Vol. Il, pag. 77 - D. DORlO : Op. cit. pag. 39 -L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit., pag. 27 e 39 - G. COLUCCI: Op. cit. Tomo VII, pag. 101 e seg. - L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi, Già cit. pag. 66 - S. BORGlA: Op. cit.- L. JACOBILLl: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria già cit. Tomo II. Foligno 1656. pag. 187 e seg.; Tomo III. Foligno 1661, pag. 375 - Biblioteca Vaticana: Cod. 7853 Già cit., e. 9, 12, 15t, 16, 31t, 36; Cod. Ottoboniano 2666. Già cit., pag. 68 e 69-, Cod. 3921. Già cit., e. 26t, 27; Cod. Urbinate 48. Oià cit., e. 219 - Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. 11. C. 23. Già cit., e. 781,79, 89t a 90t, 106, 106t, 144, 144t - Biblioteca Chigi nella Vaticana: Cod. O. VI. 157,-C. 215t - Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341. Già cit. e. 22b, 38b, 39a, 40a, 40b, 41b, 42a, 86b, 101a bis, della paginazione antica, corrispondenti a e. 24b, 40b, 41a, 42a, 42b, 43b, 44a, 88b, 104a, di quella moderna.

 

 

 

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Ma a proposito di questo Vescovo, farò notare come in alcune altre Raccolte di Concili, ad esempio in quelle edite a Colonia nel 1538 ed a Venezia nel 1585, tra i Vescovi sottoscritti al Concilio di Papa Simmaco nel 499, trovisi invece segnato « Gaudentius episcopus Ecclesiae Tindarinensis » e in un Codice Lucchese del Sec. XI descritto dal Mansi, come attributo di Gaudentius, leggasi poi Gabinatis e non Tadinatis. Così pure, per quanto riguarda il Vescovo Cipriano, tra coloro che nel 649 presero parte al Concilio di Martino I, si riscontra « Cyprianus episcopus Sanctae Ecclesiae Tadduensis » invece di Tadinensis. Trattasi quindi di un Vescovo di Taddua, antica città della Provincia Proconsolare d'Africa, come già notarono i Bollandisti. Un sicuro errore commisero poi altri scrittori, asserendo che il Vescovo S. Facondino prese parte al Concilio indetto da Gregorio I nel 595, dove invece trovasi sottoscritto « Secundinus episcopus civitatis Taurominii, » con il quale certamente si è confuso il nostro Facondino, che per di più, nel 595, doveva ancora venire investito della dignità Episcopale. Così pure non ha alcun fondamento la notizia tratta fuori da altri, secondo i quali un Vescovo chiamato Aprile, sarebbe stato il predecessore di S. Facondino nella Diocesi Tadinate, avendo invece appartenuto Aprile all'Episcopato Nocerino, riferendolo chi a Nocera-Umbra, chi a Nocera dei Pagani. Non va infine taciuto che, nel primo libro delle succitate Epistole di Papa Gregorio Magno, ne esiste una, data nell'Agosto del 591, con la quale Martino « episcopus Ecclesiae Tainatis » viene inviato ad occupare la Diocesi di Aleria in Corsica, cioè «in Ecclesia Alirense». Aleria, oggi distrutta, sorgeva infatti allora sulla costa orientale dell'isola, a sud dell'attuale Cervione. Aggiunge il Pontefice nella sua lettera, che il trasferimento si era reso necessario per essere stata la prima Sede Vescovile, cioè la Ecclesia Tainatis, annientata dai Barbari, senza più speranza di resurrezione: «. . . . hostili feritate occupata atque diruta, ut illuc ulterius spes remeandi nulla remanserit ». Orbene, il Poli, il Duchesne, ed altri ancora, presa in esame questa epistola di S. Gregorio, hanno fermamente identificato il Martino Episcopus Ecclesiae Tainatis, come Vescovo Tadinate cioè dell'Episcopato di Tadino. Data la grande somiglianza di queste due parole, data la facilità con cui i nomi propri nell'antichità subivano modificazioni attraverso le molteplici copie manoscritte dei primitivi testi, l'ipotesi è certo possibile, tanto più che anche oggi, il luogo ove sorgeva l'antica Tadinum, viene dal popolo volgarmente chiamato Taino. Certo però che un gran dubbio permane, poiché a noi appare assai strano il fatto, che un ex Vescovo Tadinate, venisse inviato ad occupare una così lontana Diocesi in Corsica, specie in tempi nei quali le difficoltà di comunicazione erano immense e in cui per solito si saliva alla dignità episcopale a mezzo di elezione popolare, scegliendosi possibilmente il candidato nel Clero della propria Diocesi. Anche l'Hartmann, combatte l'opinione del Poli e del Duchesne, riferendo la Ecclesia Tainatis a qualche ignota città della Corsica. Ma quale? Nessun luogo di questa isola porta oggi un consimile nome; e d'altra parte è mai possibile, che se

 

 

 

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nell'antichità vi fu una città Corsa di questo nome, munita di Vescovato e quindi non d'infimo ordine, possa poi essere scomparsa senza lasciare la più piccola traccia? Sarebbe assai interessante poter chiarire tale questione, poiché se effettivamente si tratta del nostro Tadino, ne viene di conseguenza che nel 591 questa città era già stata occupata dai Longobardi con la distruzione del suo Vescovato. Così si spiegherebbe anche perché, otto anni dopo, Gregorio Magno sentisse il bisogno di riorganizzarlo, per mezzo del Vescovo Eugubino Gaudioso, come poco prima si è detto. (1)

Nessun'altra notizia è a noi pervenuta sulle vicende storiche di Tadino in tutto il tempo che rimase suddita dei Longobardi. Solo si è assai discusso se, dopo di essere stata conquistata per la prima volta da questi, la città più ritornasse in potere dei Greci. Secondo l'autore dell' Historia antiquae civitatis Tadini e secondo il Cronista medioevale del Codice 341 della Biblioteca Comunale di Assisi, sembra che durante il Pontificato di Gregorio Magno (590-604) e trovandosi Maurizio (582-602) a capo dell' Impero Greco-Romano d'Oriente, ritornasse a far parte di questo, essendo stata riconquistata dall'Esarca di Ravenna. Anche da qualche Storico moderno, il Leo, il Diehl, l'Hartman ed il Troya ad esempio, si avanzò l'ipotesi che, per effetto della pace stipulata nel 598 tra i Longobardi ed i Greci, Tadino, già conquistata dai primi, tornasse a soggiacere al dominio di questi ultimi. Essi basano la loro opinione sulla presenza, in quest'epoca, di un Vescovato in Tadino e sul fatto che la seconda delle surriportate lettere di Gregorio Magno, è indirizzata al Clero, alla Nobiltà ed alla Plebe Tadinate (clero, ordini et plebi). Da tutto ciò traggono la deduzione, che se Tadino

(1) F. UGHELLI: Italia Sacra. Venezia 1722. Tomo X, pag. 167 - HOLSTENIO: Op. e pag. cit. - Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. 11. C. 23. Già cit, e. 76 (nella Leggenda di S. Facondino, pubblicata dai Bollandisti negli Acta Sanctorum, VI, 28 Agosto ed esistente manoscritta anche nel Cod. 3921 della Bibl Vaticana, da e. 2 a e. 13) - F. LABBÈ : Sacronun Conciliorum Collectio, Firenze 1762. Tomo VIII, pag. 235 e 236; Tomo X, pag. 487, 4S8, 939, 940 - P. B. GAMS Series Episcoporam Ecclesiae Catholicae. Ratisbona 1873 - A. CASTELLUCCl: Op. cit., Capo 1, pag. 14 - Conciliorum omnium tam generaliutn quam provincialum. Venetiis MDLXXXV. Tomo II, pag. 469 e Tomo 111, pag. 3 - Concilia omnia tam gene ralla quam par-ticularia. Coloniae MDXXXVÌll. Tomo I, fogl. 542 - Archivio per la Stona Ecclesiastica dell'Umbria. Foligno 1913. Vol. 1, pag. 569 - G. VALENTINI: Op. cit. - S. BALUZE: Nova Collectio Conciliorum seti Supplementum ad Collectiónem Phil. Labbei. Parigi 1707. Colonna 1461 - O. D. MANSI: Sanctorum Conciliorum et Decretomm. Lncca 1748. Colonna 383 - L. DUCHESNE: Les évèchés d'Italie et l'invasion Lombard (in Melanges d'Archeologie et d'Histoire. Ecole Francois de Rome) Anno XXIII, pag. 93, 94; Anno XXV, pag. 371,392 - X. POLI: La Corse dans l'antiquité et dans le haat moyen age. Parigi 1907, pag. 144 - Monumenta Germaniae Historica. P. Ewald e L. Hartmann. Gregarii I papae Registrimi Epistolarum. Tomo I. Berlino 1891, pag. 96 e 97 (in nota) - COLETI: Correzioni e aggiunte dall'Ughelli. Vol. V, fogl. 96 e seg. (Manoscritto nella Bibl. Marciana di Venezia).

 

 

 

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fosse stata ancora soggetta ai Longobardi, non si potrebbe spiegare la permanenza del Vescovato in quella città e che inoltre il vedere indirizzata la lettera di Gregorio Magno al Clero, alla Nobiltà ed alla Plebe Tadinate, prova che in quest'epoca Tadino era retta secondo le vecchie istituzioni Latine e per conseguenza doveva far nuovamente parte del dominio Greco-Romano. Ma altri Storici obbiettano che, anche senza escludere la possibilità che Tadino fosse tornata alla soggezione dei Bizantini, purtuttavia gli argomenti suddetti non ne danno una prova, anzitutto perché, dopo gli studi del Romano e del Crivellucci, molta luce si è fatta su l'esistenza di Vescovati in terre politicamente soggette ai Longobardi e in secondo luogo perché, sulla guida dell'Hegel, oggi si crede, a proposito dell'Epistole di Gregorio Magno, che l'indirizzo di tali lettere era redatto secondo la formula tradizionale dello stile curialesco, più non corrispondente alla nuova organizzazione politica, ma per abitudine mantenuta dalla Cancelleria Pontificia anche per quelle località che, passate in mano ai Longobardi, più non erano rette dalle istituzioni Latine dell'Impero Greco-Romano d'Oriente. Il Savigny va poi ancora più innanzi e dalla formula clero, ordini, et plebi nelle lettere indirizzate da Gregorio Magno a Tadino e ad altre città Longobarde, ne trae la conseguenza che le popolazioni soggiogate da questi barbari, sotto il nuovo dominio politico, avevano conservato invece intatte le antiche costituzioni Latine.

Anche il Feliciangeli, pur non negando che dopo la tregua del 598 i Longobardi restituirono ai Greci qualcuna delle città che loro avevano tolto, osserva, che se questo avvenne per luoghi che trovavansi fuori del territorio Longobardo propriamente detto, non è possibile abbiano riconsegnato Tadino che sorgeva invece sulla via Flaminia così importante per essi, sentinella avanzata di fronte alla Greca città di Gubbio. Similmente il Crivellucci e il Duchesne, reputano che nel 599, quando cioè Gregorio Magno commise a Gaudioso la riorganizzazione del Vescovato di Tadino, questa città fosse tuttavia Longobarda.

La conclusione si è, che presentemente non ci è possibile stabilire con sicurezza se Tadino, dopo essere stata conquistata dai Longobardi, ritornasse poi, durante il Pontificato di Gregorio Magno, a far parte dell'Impero Greco Romano d'Oriente. Valide sono le ragioni addotte così da chi lo afferma come da chi lo nega, ma nessuna evidente prova ci è data. Solo possiamo dire che, per la sua posizione, Tadino era possesso agognato così dall'una come dall'altra parte, e perciò destinato a passare ora sotto il dominio dei Longobardi ora sotto quello dei Bizantini. Basta infatti riflettere che, per mantenere libere le comunicazioni da Ravenna a Roma, bisognava assicurarsi la padronanza su l'interposto difficile passo dell'Appennino Umbro-Marchigiano attraversato dalla Via Flaminia, e che l'Esarcato Ravennate aveva costituito lungo questo passo un possente sistema di fortificazioni. Ora appunto Tadino era la fortezza che comandava l'entrata in questa ben munita zona

 

 

22 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

stradale dalla parte di Roma, cosi come la fortezza di Petra Pertusa (Furlo) ne comandava l'estremo opposto verso Ravenna. (1)

Ma, sciaguratamente per l'Italia, il Pontefice Stefano II volendo poi impedire che Roma e il resto della Penisola, che ancora dipendeva dall'Impero Greco-Romano d'Oriente, cadessero in mano dei Longobardi, nel 754 chiamava in Italia i Franchi, che distruggevano infatti la dominazione Longobarda e si procuravano a loro volta il dominio d'Italia. Così, anche il Ducato di Spoleto e con esso Tadino, venivano in potere dei nuovi invasori, i quali gettavano poi le basi di quell'ordinamento feudale, che per l'avvenire doveva esser cagione di lunghe e ostinate lotte civili e della più sfrenata anarchia. Il Dorio e lo Jacobilli, ci danno per i primi un'interessante notizia a proposito dell'erezione in Feudo del nostro Tadino per opera dei Franchi, ma a dire il vero, noi non sappiamo da quali attendibili documenti essi la ritraessero e perciò siamo costretti a riferirla sotto la responsabilità dell'illustratore dei Trinci e dello storico Folignate.

Affermano essi infatti, che nella metà del IX Secolo, Lotario, Imperatore Franco in Italia, concesse in Vicariato con titolo di Contea, Tadino, Nocera ed altri vicini castelli, a Monaldo I figlio di Mauringo (o Maurizio) a sua volta nato da quell'Ildebrando che si trovò ad essere Duca di Spoleto quando questo Ducato passò dal dominio Longobardo a quello Franco. Il Dorio e lo Jacobilli, in ciò però confermati dal Cronista dell'Historia antiquae civitatis Tadini, affermano inoltre che Tadino rimase a far parte di tale feudo anche sotto i figli e i nepoti di Monaldo I, che, per aver sede nella Rocca Nocerina, ritennero il nome di Conti di Nocera e funzionavano quali Vicari Imperiali dei Duchi Franchi, che allora reggevano il Ducato Spoletano. E appunto di questi tempi, nuove sciagure, per opera dei Saraceni, colpivano la nostra città, dai quali veniva più volte saccheggiata e messa a ferro e fuoco, nelle frequenti incursioni che essi facevano sino all'Italia Centrale, partendosi dalle provincie meridionali dove si erano stabiliti. (2)

(1) C. TROVA: Codice Diplomatico Longobardo. Napoli 1852. Tomo I, pag. 436 - P. EWALD e L. HARTMANN: Op. cit. (Nota alla Lettera di Papa Gregorio Magno). Lib. IX, 184 - C. HEGEL: Storia della costituzione dei Municipi Italiani. Trad. Ital. Milano 1861. pag. 130-131 - B. FELICIANGELI : Op. cit. pag. 66 a 69 - F. C. DE SAVIGNY: Storia del Diritto Romano. Torino 1854. Vol. I», Cap. V, pag. 239 - L. DUCHESNE: Op. e luog. cit. - A. CRlVELLUCCI: Le chiese Cattoliche e i Longobardi Ariani in Italia. In Studi Storici. Rivista di Livorno. Vol. VI, Anno 1897, pag. 102 e Voi. XIII, Anno 1904, pag. 322 - Bibliot. Vaticana: Cod. Ottoboniano 2666 già cit. pag. 27, 57 - E. LEO: Storia degli Stati Italiani dalla caduta dell'Impero Romano fino all'anno 1840. Firenze 1842 (Traduzione dal Tedesco). Voi. I. pag. 36 - C. DlEHL: tudes sur l'admini-stration Bizantine dans l'Exarchat de Ravenne. Paris 1888. pag. 62, 68, 70, 71 - Bibliot. Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341 già cit. e. 35a della paginazione antica, corrispondente a e. 37a di quella moderna.

(2) D. DORIO: Op. di. pag. 28, 34, 131 - L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua diocesi. Già cit. pag. 18 e 69 - F. ClATTl: Op. cit. Voi. II, pag. 136, 143, 162 - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 11 - Arch, Storico di Gubbio (Fondo Armanni); Cod. II. E, 18. Già cit, pag. 55, 56

 

 

 

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Succedevano però ai Franchi gli Imperatori Germanici nel dominio d'Italia e anche il Ducato di Spoleto e per conseguenza Tadino, cadevano nelle loro mani, maturandosi in tal modo quegli avvenimenti che poco dopo dovevano decidere della sorte della nostra sventurata città, per la quale si appressavano infatti gli ultimi giorni. Il Dorio, lo Jacobilli ed il Gatti, quasi contemporaneamente, trassero fuori una notizia riguardante la finale distruzione di Tadino, senza però citare, neppure questa volta, da quali autorevoli fonti la ritraessero, ed è perciò sulla loro fede, in verità alquanto dubbia, che siamo costretti di riferirla: A Roma, il valoroso Console Crescenzio insorgeva contro gli Imperatori Tedeschi e preparava la rivoluzione per rendere il Papato e la Città Eterna indipendenti dall'Impero Germanico, e la fazione di Crescenzio, secondo quanto scrissero l'Autore dell'Historia antiquae civitatis Tadini e più tardi i tre storici sopra accennati, sarebbe stata potentissima in Tadino, tantoché sin da principio la città, ribellandosi ai Conti di Nocera, che militavano sotto le insigne dell'Imperatore, si sarebbe dichiarata fedele seguace del coraggioso Romano e ne avrebbe seguito con ardore la causa. Ciò doveva immancabilmente attirare su di lei l'ira del potente Imperatore Tedesco e dei suoi partigiani e infatti nel 996, prima ancora che lo sventurato Crescenzio pagasse con la vita i suoi sogni di potenza e di gloria, secondo quanto affermano il Dorio, lo Jacobilli ed il Ciatti, era assaltata dalle soldatesche di Ottone III, che per la prima volta calava in Italia, e ferocemente veniva distrutta sino alle fondamenta, insieme ad altre vicine città che ne avevano condivise le aspirazioni, parteggiando per il patrizio Romano. Ma notevole è il fatto che in nessuna delle nostre Cronache e Agiografie Medioevali, che pur tanto diffusamente trattano delle ultime tristi vicende storiche Tadinati, si faccia cenno di questo finale episodio della distruzione di Tadino per opera di Ottone III. Al contrario, in esse concordemente si attesta che la Città , dopo l'elezione del Vescovo Facondino, per l'opera benefica di questo, per essere sopravvenuta una tregua nelle incursioni barbariche, era alquanto risorta dallo stato di rovina e di desolazione in cui gli stessi Barbari l'avevano prima ridotta; ma che fu quello un vano risveglio, una breve resurrezione, poiché in seguito, dopo la morte di quell'illustre prelato, per la nuova invasione dei Longobardi, a cui si aggiunsero lunghe e spietate lotte civili tra i cittadini, rapidamente di nuovo decadde fino a scomparire del tutto, come tante altre città Umbre, nelle fosche tenebre del Medio-Evo. Ma è però necessario notare che, d'altra parte, nelle surricordate Cronache e Agiografie, quasi senza eccezione, si fa memoria di lapidi rinvenute allora tra le rovine di Tadino, che recavano scolpito il nome di Crescenzio, con qualifica

Bibliot. Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341. Già cit. e. 41b, 61a, 65b in nota, 70a, 70b, 78b, Sia, 81b, 91b in nota, 92a, della paginazione antica, corrispondente a e. 43b, 63a, 67b in nota, 72a, 72b, 80b, 83a, 83b, 93b in nota, 94a, di quella moderna.

 

 

 

24 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

regale, e nelle stesse Cronache si discute se costui potesse essere stato per l'appunto il ribelle patrizio Romano. Ad esempio nel già citato Codice Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) sempre a proposito di Crescenzio, si accenna ad una lapide rinvenuta a Tadino portante quel nome: Utrum vero, scrive il Cronista, iste Crescentius miser supradictus Rex falsus qui regnavit in Roma circa annos Domini octuigentos nonaginta novem et sic male perijt, utrum ipse fuerit, cuius nomen sic sculptum in quodam magno lapide vidimus dicens ita : CRESCENTIO REGE OPTATO ; qui lapis inter ruinas destructae civitatis Tadinati in Ecclesia plebis Tadinate in pavimento per longa temporum curricula iacuit fìxus; nullum vero alium Regem vel Imperatorem in Romanis historiis et cronicis nominatum Crescentium invenimus, nisi istum forte qui sic fuit, quia vir iniquus gloria et laude cupidus nomen suum in titulis scribi fecit lapideis et supponi in civitatibus, super quibus male regnavit. Così pure nel Codice II. C . 23 più volte nominato (Leggendario di Santi già nel Convento di S. Francesco in Gualdo) si leggono a tal proposito i periodi che seguono : « . . . et Crescentius rex praefuit in ipsa patria (nell'Umbria) sicut in titulo magni lapìdis Tadinatae civitatis sculptis licteris scriptum vidimus »; «... tabulas vero marmoreas sculptas exaratas licteris regem Crescentium ... et plures alias nominabant et regiones et ipsam Tadinatum civitatem, sicut vidimus quando inventae fuerunt inter ruinas lapidum ». Similmente, nel noto Codice II. E. 18 dell'Archivio Storico di Gubbio (Memorabilia civitatis Eugubij et aliarum urbium in Umbria) è detto:
«... Crescentium vero regem in lapidibus Tadinati descriptum vidimus, qua vero tempore fuerit, ignoramus ». Finalmente, nel ricordato Codice del XIV Secolo, N. 341 della Biblioteca Francescana annessa alla Comunale di Assisi, sta scritto: «... Utrum vero iste Crescentius fuerit rex ille, cuius nomen sculptum invenimus in lapide magno Tadinati destructi ignoramus vel alias rex dia ante. Utrum iste Crescentius ante quani papam expelleret et rebellaret imperatori in Umbria Valeria i. e. in ducatu Spoletano regis vel ducis seu rectoris officium prò Romanis habuerit, determinatum non invenimus, licei sic potuerit esse, quia, cum esset maximus inter Romanos, nunc in una patria nunc in alia dominium optinebat ».

E' possibile che da queste semplici notizie, il Dorio, lo Jacobilli ed il Ciatti, che quelle Cronache consultarono, abbiano dedotto il su descritto episodio della distruzione di Tadino per opera di Ottone III ? Non è ciò ammissibile, e se, come è più probabile, essi lo trassero da antichi documenti oggi perduti od irreperibili, allora il Crescenzio ricordato nelle lapidi Tadinati, potrebbe benissimo essere stato lo sfortunato Console e Patrizio Romano. Ma certo è che, dopo la completa e definitiva rovina di Tadino, il suo territorio da Ottone III venne riconfermato in Vicariato ai Conti di Nocera, nella persona di Monaldo II, fedele Capitano e seguace dell'Imperatore, dai quali Conti, appunto in quell'epoca, originarono i Trinci e gli Atti, le due potenti famiglie che rispettivamente per secoli dominarono Foligno e Todi.


 

 

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Con la scomparsa di Tadino cessava di esistere anche la sua sede episcopale, la quale infatti nel 1007, fu riunita con le sedi episcopali di altre tre vicine città, anch'esse distrutte dagli invasori e cioè Usenti, presso Lanciano di Nocera, dove nella Parrocchia di S. Biagio, esiste ancora una Chiesa detta S. Maria di Usenti, Rosella presso Sassoferrato, dove già sorgeva la vetusta Sentinum e Plestia presso Colfiorito di Foligno. Così riunita, la sede della Diocesi Tadinate veniva poi riportata a Nocera, con a Vescovo Adalberto, Monaco del nostro primitivo Monastero di S. Benedetto e anch'esso della stirpe dei Conti Nocerini. Pochi abitanti che, subito dopo la distruzione di Tadino, tornarono a costruire le loro dimore sulle desolate rovine della città, ivi eressero anche, con l'aiuto del Clero e mediante i ruderi dell'antica Cattedrale Tadinate, la Chiesa così detta di S. Maria di Tadino, ora scomparsa, ma di cui si fa spesso memoria nelle Cronache Medioevali, che fu sede di Arcipresbiterio Plebano e della quale in seguito tratteremo. (1)

Oggi, là dove sorgeva Tadino, verdeggiano i campi e passa lento l'aratro e invano si cercherebbe un resto e un vestigio dell'antica città, ruderi e vestigia che esistevano ancora in gran copia nei primi anni del Sec. XIV e che troviamo persino descritti dai compilatori delle nostre più volte citate Cronache e Agiografie Medioevali, i quali vivevano appunto in quel tempo. Così nella Historia antiquae civitatis Tadini leggiamo «... homines renati terras incultas excolebant et solum Tadinati excolentes, ruinas murorum et aedificiorunt ILCI minabant, ubi inventa sunt pavimenta lapillis

(1) F. UGHELLI : Op. cit. Tomo I, pag. 1063 e seg. - P. CASTELLANO: Lo Stato Pontificio. Roma 1837. pag. 372 - S. BORGIA: Op. cit. - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 11 e 14 - ANONIMO MILANESE: Op. cit. - Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. VI. 6, e. 545; Cod. A. II. 16, e. 107; Cod. A. V. 5, e. 625 e 626; Cod. C. IV. 6, e. 61, 63t, 85, 86 - G. MORONl: Dizionario di erudiziene storico-ecclesiastica. Vol. XLVIII. Venezia 1848. pag. 63 - L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 35, 45, 70 - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Già cit. Tomo II. Foligno 1656. pag. 187, 201; Tomo III. Foligno 1661. pag. 301 e seg. - D. DORIO: Op. cit. pag. 38 - F. ClATTl: Op. cit. Voi. II, pag. 77, 168, 175 - D. ALFEJANO: Op. cit. pag. 198 (in nota) - R. COSTANTlNl: L'Umbria Verde. Sigillo, pag. 8 e seg.- L. JACOBILL!: Cronica della Chiesa e Monastero di S. Croce di Sassovivo. Foligno 1653. pag. 161 M . MORlCI : « Greve Giogo » di Nocera Umbra e Gualdo Tadino (In Giornale Dantesco. Anno VII, Quaderno Vili, pag. 353 e seg.) - Biblioteca Vaticana: Cod. 3921, e. 27t e 28; Cod. 7853 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) e. 8t, 31t, 32, 32t, 36; Cod. Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) e. 29, 35, 41, 42, 45a 48, 55, 57, 58, 67a 69, 73a 75; Cod. Urbinate 48, e. 219t; Cod. Chigiano G. VI. 157, e. 215 e 216 - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. li. E. 18 (Memorabilia civitatis Eiigubij et aliarum urbiuni in Umbria) pag. 28, 33, 64; Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già appartenente al Convento di S. Francesco in Gualdo) e. 90t, 99, 99t, 101t, 104t a 107, 108t, 112t, 113, 137, 143t, 144 - Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341, e. 86a, 92a, 95a, 101 bis (in nota) della paginazione antica, corrispondenti a e. 88b, 94a, 97a, 104a, di quella moderna.


 

 

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diversorum colorum in cemento infixis depicta, lapides marmoreos candìdos scultos et frustra columnarum marmoris et magnos lapides portarum civitatis et monetae multae aeris cum figuris et litteris Impe-ratorum et anuli aurei, argentei, cum gemmis reperti sunt ibi, et multa alia sicut nos vidimus ...» Similmente nel Leggendario dei Santi, che esisteva nella nostra Chiesa di S. Francesco, troviamo scritto : «... Nos vero temporibus nostris, ecclesiam ( la Cattedrale di Tadino) destructam et in maceriem reductam vidimus, columnas marmoreas in frustra confractas et bases et lapides marmoreos sculptos et spigulatos qui fuerunt portae ipsius ecclesiae et trebunam magnani posteriorem huius rotundam cuius nos muros fundamenti magnis tapidibus compositos vidimus, in ipso colle capite civitatis; quae civitas per ipsum collera et planitiem sita erat per cuius medium via regia et imperialis Flammea per agrum publicum missa, directe a Roma usque in partes ultramontanas. Et rumas ipsius civitatis vidimus .... Pavimenta vero ipsius civitatis vidimus nos lapidibus diversorum colorum in cimento fixis et constructis quasi mosayco opere, vasas rotatas et pictas et alia plura decora in pavimento apparebani; lapides vero marmorei candidi plures inde ablati in Perusium portati fuerunt in Ecclesiam et sepulchrum magnificum in lila summi Pontificis constructum fuit et Ecclesia ornata, tabulae vero marmoreae sculptae, exaratae licteris, Regem Crescentium et Scipìonem Comilem . . . et plures alias nominabant et regiones et ipsam Tadinatum civitatem, sicut vidimus quando inventae fuerunt inter ruinas lapidium ». (1)

 

Anche oggi, sebbene per secoli il lavoro umano abbia sconvolto e ricercato quel suolo, tornano di tanto in tanto alla luce, sotto la zappa e il vomere dell'agricoltore, le più svariate anticaglie, idoli, armi, medaglie, monete consolari e imperiali d'oro, d'argento e di bronzo, fibule, anelli e mille altri utensili e ornamenti, nonché avanzi di antiche stoviglie, acquedotti in muratura ed in piombo, rozzi mosaici, tombe, ruderi di colonne e fondamenta di edifici. Anzi, in alcune camere sotterranee, si ritrovò persino una grande quantità di legumi e di frumento disseccato ed annerito, ma ancora riconoscibile dopo nove secoli di esistenza. Moltissime iscrizioni e sculture furono pure rinvenute sul suolo Tadinate, ma per l'ignoranza dei tempi e l'incuria delle popolazioni, come tutti gli altri oggetti, andarono per la maggior parte disperse e perdute. Due di esse e cioè una scultura ed un'epigrafe, si conservano oggi murate sulla parete di un corridoio nel Palazzo Municipale: La scultura consiste in una fronte di sarcofago, rappresentante in mezzo la figura di un uomo barbuto, chiusa in un medaglione, portato sulle spalle da Atlante e sostenuto ai lati da due grandi Eroti volanti. Sotto questi, giacenti al suolo, a destra Oceano ed a sinistra la Terra con la cornucopia.

(1) Biblioteca Vaticana: Cod. Ottoboniano 2666. Già cit., pag. 44, 45, 59 - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armarmi): Cod. li. C. 23. Già cit., da e. 112 a 113; Cod. II. E. 18. Già cit. e, 60.

 

 

 

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Nell'estremità destra del marmo, Minerva che posa il piede sopra la civetta, porta l'elmo e l'egida a doppio chitone ed ha accanto un alloro; nell'estremità sinistra Apollo con la lira. L'epigrafe poi, trascritta anche dal Bormann, nel Voi. XI del C. I. L. porta scolpite le seguenti parole:

DIS. MAN. S.

HIC. SEVERA. SITA. EST. VIRVS1. NEPOTVLA. CARA

QVAE. IAM. VIX. VITAE. TRES. INPLEVERAT. ANNOS

QVOS. INMATVROS. ABSTVLIT. MORA. GRAVIS

RAPTA. PATRI. ET. MATRI. RAPTAQVE. DVLCIS

AVIAE. HIC. CIRCVM. ME. POSITI. SOROR

ET. FRATER. QVORUM. FLEVERE. PARENTES

F. C. VIR. VER.

Altri tre frammenti lapidari, provenienti dalle rovine di Tadino, sono murati sulla parete di un corridoio, presso la Sacrestia della nostra Chiesa di S. Benedetto, e vi si legge:

..........PVNI. I

..........SERVAT

..........IE. QVITI...............D.A.F.P..............DE. E ..........

..........RIMINA

..........BOS

Anche il Borgia, nella già citata Opera, dopo avere illustrato varie anticaglie scavate ai suoi tempi in Tadino, ricorda alcune lapidi ivi rinvenute, le quali, dopo essere state conservate per lungo tempo nel cortile dell'Abbazia di S. Benedetto, andarono in seguito disperse, per cui credo utile di riportarle qui appresso:

M. AVRELIO. PROCVLO. EX. EVOKK AVRELIA CRESPIA

AVGG. NN. ........................................................MARITO. INCOM

PARABILI. ADQ DVL

CISSIMO. MEMORIAE

CAVSA. HVNC. TI

TVLVM. POSVIT

Queste due epigrafi, che il Borgia suddetto ci da separate e indipendenti l'una dall'altra, così come io le ho qui sopra trascritte, sono state invece pubblicate dal Bormann riunite in una sola e cioè formanti un unico testo.

Altre due epigrafi citate dal Borgia, sono le seguenti e la seconda di esse era incisa su di una pietra a forma di piramide ed era ripetuta in ciascuna delle tre facce:

...... F. ... ................................................................FETA

.. I... C. ... ..............................................................GRAM

SER. TET. C. F D D .............................................ATON

E ricorderemo infine quest' ultima iscrizione, similmente andata perduta: AVERVSIE. FIL. CAII. SEC.

Varie iscrizioni Tadinati ci hanno tramandato anche i nostri Cronisti Medioevali, iscrizioni che però faccio a meno di riferire, poiché in

 

 

 

28 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

maniera scorretta sono a noi pervenute negli antichi manoscritti che possediamo. (1)

Altri avanzi marmorei, vennero un tempo trasportati in Perugia, per servire all'abbellimento di varie chiese, nonché alla costruzione del monumentale sepolcro di Papa Benedetto XI nella Chiesa di S. Domenico, al quale fatto accenna appunto il brano di Cronaca Medioevale qui poco prima trascritto. Il Borgia suddetto, ricorda infine la scoperta fatta il 23 Aprile 1750, degli avanzi di alcune Terme, delle quali faceva parte un pozzo stretto e profondo, che vuotato delle macerie, lasciò zampillare nel suo fondo gran copia di un'acqua la quale, per l'esperienza popolare, ebbe ed ha ancora fama di possedere non disprezzabili proprietà medicamentose. Notevole è il fatto, che non ignota era tra noi l'esistenza di queste perdute sorgenti, tanto è vero che persino il General Consiglio Gualdese, con Risoluzione del 5 Settembre 1540, ordinava che si ricercassero gli antichi Bagni di Tadino a pubbliche spese, ed il 28 Agosto dell'anno seguente, il Cardinal Camerlengo di S. Chiesa, con l'annuo censo di una libbra di cera, concedeva a Gentile Sassolo da Gualdo, l'eventuale esercizio dei Bagni di cui si sperava il ricupero. Ma tali ricerche o non furono più fatte o non condussero alla desiderata scoperta. Avvenuta questa, come poco sopra si è detto, per puro caso nel 1750, dopo non molto tempo, nel 1752 ed in seguito anche ai 22 di Settembre del 1754, tornava di nuovo ad occuparsene lo stesso General Consiglio, proponendosi di ricostruire in quel luogo un pubblico Bagno, la qual cosa però mai ebbe attuazione. (2)

Distrutta affatto la città di Tadino, la popolazione si disperse nel territorio circostante, rifugiandosi presso i numerosi Castelli che in questo, specie sulle alture ai piedi dell'Appennino, erano sorti per opera di numerosi feudatari stranieri, i quali, primieramente pervenutivi in qualità di Capitani negli eserciti che al seguito degli Imperatori Tedeschi scendevano in Italia, vi avevano ottenuto da questi dei Feudi e vi si erano perciò fermati prendendovi stabile residenza. Fu così che, intorno a questi Castelli feudali e alle dipendenze degli stessi, si formarono dei piccoli borghi e cioè quei ridenti villaggi che anche oggi vediamo disseminati qua e là nel territorio Gualdese specie, come ho detto, lungo le radici dell'Appennino. Ma la maggioranza della popolazione Tadinate si raccolse nella vicina Nocera, che già percossa essa pure dalla tempesta barbarica, nell'immigrazione Tadinate attinse per risorgere novelle energie. L'esodo dei Tadinati in Nocera è confermato anche

(1) E. BoRMANN: Corpus Inscriptionum Latinarum. Inscriptiones Aemiliae Etruriae Umbriae Latinae. Berlino 1901 - S. Borgia: Op. cit. Parte II. Paragr. VII.

(2) J. A. CRAMER: Geographical and historical description of ancient Italy . Oxford 1826. Vol. 1, pag. 267 - Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1572 al 1762, e. 70 - S. Borgia: Op. cit., Parte II, Paragr. IX.

 

 

 

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dall'Anonimo Agiografo, che nel Secolo XIV scrisse una Vita beati Rainaldi (S. Rinaldo Vescovo di Nocera) la quale oggi conservasi nel già citato Codice Manoscritto 3921 della Biblioteca Vaticana e nel Codice 91 della Biblioteca Alessandrina di Roma. Egli così infatti si esprime in proposito: « .... Aliqui pauperculi homines Thadinati destructi totius regionis silvestris et desolate, congregati insimul, consilio habito inter se reconstrui nucerinam arcem exterminatam, restauraverunt et fortificaverunt [eam] in suum reductum et refugium : tantum ne barbari et Saraceni, si ulterius discurrerent, eos opprimere nec capere possent. Et ita Nuceriam restauraverunt et Tadinatam civitatem in ruinis reliquerunt, nec ultra ad Illam redierunt». E presso a poco nello stesso modo, si esprime l'altra già ricordata Cronaca Umbra esistente nel Codice 341 della Biblioteca Francescana annessa alla Comunale di Assisi, Cronaca che al foglio 96 (92 della paginazione antica) porta scritto: « In planitie enim, que Umbria antiquitus dicebatur et ducatus nunc dicitur Spoletanus, plures civitates destructe nunquam restaurate fuerunt ; et iste fuerunt Martana, Lucana, Trevia, Forum Flamineum, Plestea, Usentula, Rosella, Luciolum, Tyberina, Tadinatum et Eugubia Plana; sed de Eugubia Eugubium in monte reformatium est, de Tyberina Castellum, de Rosella Saxum Ferratum, de Foro Flamineo Fulgineum, de Tadynato vero pluries restaurato et circa estrema tempora totaliter derelicto, Nucerina arces fortissima aucta fuit et eius episcopatu insignita ...... Tadinato derelicto dispersi Tadinenses per castellala deinceps habitaverunt sub regimine Comitis, qui in Nuceria annuatim ponebatur a republica romanorum principum et pontificum transmissi et sub duce ducatus Spoletani».

Anche il territorio Tadinate, rimase sotto la giurisdizione dei Conti di Nocera che ancora dipendevano dal Ducato di Spoleto ed ai quali, già si disse essere stato concesso in Vicariato dall'Imperatore Franco Lotario e poi riconfermato dal Tedesco Ottone III.

Anzi, una Cronaca Medioevale citata dal Dorio nei suoi manoscritti della Biblioteca del Seminario di Foligno, ci da modo di riconoscere esattamente come venne diviso il territorio in discorso tra due figli del Conte Nocerino Monaldo III, cioè Vico detto Lupo ed Offredo. Vico adunque ebbe in feudo, con le vicine terre di Fossato e Sigillo, anche la porzione del territorio Tadinate che oggi costituisce il versante occidentale od Umbro dell'Appennino Gualdese e ad Offredo toccò invece la restante parte del territorio formata dalla catena di colline che, sempre verso ponente, fronteggiano parallelamente l'Appennino stesso. I due domini restavano così divisi dai torrenti Rasina e Sciola. Tutto ciò è facile asserire, poiché molti dei Castelli, nelle suddette Cronache nominati come possedimenti feudali dei due fratelli, trovano ancora oggi riscontro in località della nostra regione. Nel Feudo di Vico, andando da Nord a Sud, troviamo infatti successivamente indicati: Palatiolum (oggi Palazzolo), Chategium (Categge), Castrianum (antico nome del Rio Vaccara e della località circostante), Morum (Mori, dove furono recentemente ritrovate le tracce del vecchio fortilizio), Plebea (Rocca Flea, Pigneolum (Castello che sorgeva sopra Rigali),

 

 

 

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Corsicum (Corcia), Puetulum (Roveto), Castilionum (Monte Castiglione) e Gaifana (anche oggi così chiamata sulla via Flaminia e che pare originasse da un vetusto tempio Romano, Caii Fanum, cioè Tempio di Caio, donde poi corrottamente Gaifana). Nel Feudo di Offredo, proseguendo nella stessa direzione, vi è invece Camera (Monte Camera), Capraria (Caprara), Cisterna (Monte Citerna), Compressetum (Pieve di Compresseto), Friccum (Frecco), Grellum (Grello), Mons Ramponis (Monte Rampone), Moranum (Morano), Casaleum (Casalemme?), Serpillianum (Serpigliano), Lacenanum (Lanciano), Portanum (Partana) ecc. Anche nell'Historia antiquae civitatis Tadini, si accenna alla divisione del territorio Gualdese nel modo suddetto, senza però indicare i nomi dei feudatari. E qui mi si permetta una breve digressione per far notare l'antichissima origine dei numerosi piccoli borghi sparsi nel territorio Gualdese o ai suoi confini e che hanno tutti, qual più qual meno, una nascita medioevale. Infatti i loro nomi attuali, come del resto anche quelli di alcuni fiumi, monti e di molteplici località della regione, si riscontrano spesso, quasi immutati, nei nostri più vetusti documenti d'archivio. Oltre ai luoghi che qui sopra abbiamo visto ricordati in epoca anteriore al 1100, molti altri, risultanti da documenti di poco posteriori possiamo citare. Ad esempio, in una Bolla di Adriano IV, del 16 Marzo 1156, già appare l'attuale denominazione di Crocicchio; in altra Bolla di Alessandro III, del 4 Agosto 1169, ritroviamo i vocaboli di S. Savino al Serrone, Fabbrica ed Umbrano; in una terza Bolla di Clemente III, del 6 Maggio 1188, leggiamo i moderni nomi di Voltole e Nasciano ed in una quarta Bolla di Celestino III, data a Roma il 12 Novembre 1191, riscontriamo Pastina, Santa Croce, Pierle ed il fiume Rasina (Rosciola). Inoltre, Colle Mincio e Branca, stanno già in un Istrumento del 28 Marzo 1149; il fiume Chiascio (Clascio) ed il torrente Saonda (Sabunda) si riscontrano rispettivamente in Atti del Novembre 1141 e Gennaio 1153; la località Coltaccone risulta da un documento dell'Ottobre 1130 ed i villaggi di Categge e Genga, vedonsi ricordati in contratti che risalgono per il primo al Novembre 1157 e per il secondo al Novembre 1168. Il vocabolo Ranco, trovasi poi in una pergamena del 1 Novembre 1231, il predio Cajano in un rogito del 15 Ottobre 1235, Cerqueto in uno del 27 Febbraio 1236, il fiume Sciola in uno del 19 Ottobre 1245, Monte Camera in una carta Fabrianese del 5 Aprile 1257, Carbonara in un documento del 9 Marzo 1274 e Patrignone in un altro Atto Fabrianese del 1286. Dopo di che, credo inutile varcare la soglia del Secolo susseguente, per meglio confermare il mio asserto; basti soltanto dire che, sfogliando gli innumerevoli Atti del nostro Archivio Notarile antico, i quali hanno appunto principio col XIV Secolo, anche senza occuparci dei più importanti villaggi e castelli, ivi ritroviamo, sin da quel tempo, qua e là citati, quasi tutti i molteplici semplici vocaboli del territorio Gualdese.

Come già si è accennato, la maggior parte dei castelli e dei borghi circostanti a Gualdo, ebbe origine dalla dispersa popolazione della distrutta Tadino, popolazione che, dopo quasi un secolo di vita

 

 

 

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travagliata e randagia, erasi fusa con quell'elemento straniero, specialmente Longobardo, che nelle precedenti invasioni aveva stabilito ferma dimora in questa regione come in tante altre parti d'Italia. Ma, sia per liberarsi dalle angherie e dalle spogliazioni dei feudatari, nonché dal dominio dei Conti di Nocera, sia per rinnovellata brama di patria, i discendenti degli esuli Tadinati spontaneamente cominciarono man mano a riunirsi, per ricostruire un proprio indipendente Castello. (1)

Ciò avveniva intorno alla metà del Secolo XII, di quel Secolo che diede vita a tanti paesi Italiani, risorgenti all'ombra delle Abbazie e dei Manieri feudali, sulle rovine di vecchie città annichilite dai Barbari. In quell'epoca, esisteva una ricca Abbazia intitolata a S. Benedetto, presso la riva destra del fiume Feo, a mezza strada tra la Porta Civica Gualdese di S. Benedetto (Porta di sotto) e l'attuale Stazione Ferroviaria e propriamente in quel rialzo di terreno che tuttavia osservasi tra il predio denominato Pomaiolo e la Chiesina di S. Maria di Rote, rialzo dove, sino a pochi anni fa, erano ancora visibili, a fior di terra, le fondamenta di antichi edifizi. Tale Abbazia, come più diffusamente si narrerà nel Capitolo ad essa dedicato, era stata costruita nel principio del X Secolo da quei feudatari che, sotto il nome di Conti di Nocera, già vedemmo ricevere in Vicariato dall'Imperatore Lotario, il Feudo Nocerino, insieme al territorio Tadinate, ed oggi più non esiste, solo rimanendo alla località il nome di S. Benedetto Vecchio, per essersi in seguito stabiliti quei Monaci in altro luogo. In tempi cotanto calamitosi, nei quali la forza si sostituiva al diritto ed aveva ragione di tutto, quelle antiche Abbadie, moralmente e materialmente potenti, vere custodie dell'antica civiltà, fari luminosi nelle dense tenebre del Medio-Evo, potevano offrire un sicuro e rispettato rifugio; non fa quindi meraviglia di vedere i Tadinati rivolgersi appunto all'Abbate della Badia di S. Benedetto, che era allora Jacopo, figlio di Rinaldo d'Alberico di Rinalduccio o Ranuccio, appartenente a nobile famiglia già da tempo stabilita nella regione

(1) F. CIATTI: Op. cit. Voi. II, pag. 93 - M. SARTI: De Episcopis Eugubinis. Pisa 1755. pag. 13, cap. I (in nota); pag. 66, cap. IV; pag. 84, cap. VI

- Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli) : Cod. A. VI. 6, fogl. 545; Cod. A. II. 16, fogi. 107; Cod. A. V. 5, e. 625; Cod. C. IV. 6, e. 60t, 61, 84t - G. CALINDRI: Saggio Statistico-Storico del Ponteficio Stato. Perugia 1829. pag. 281 - L. ALBERTI: Op. cit. pag. 89 - L. JACOBILLI: Di No­cera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 36 D. DORIO : Op. cit. pag. 44, 95 e seg. - L. JACOBlLLl: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo I. Foli­gno 1647. pag. 13 e 14; Tomo li. Foligno 1656. pag. 201 - P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200. Documenti N. 126, 181, 216,231,303, 412 (in Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Foligno 1915. Vol. Il)

Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. N. 20, 24,32 - MlTTARELLl e COSTADONI : Annali Camaldolesi. Appendice al Tomo IV. Venezia 1759. pag. 168 - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. C. 23, e. 105t, 106, 106t - Biblioteca Vaticana : Codice Chigiano O. VI. 157, e. 227t; Cod. Urbinate 48, e. 220; Cod. 7853 (Lezionano già della Chiesa di S. Facondino in Gualdo) e. 32, 33, 36; Cod. Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 43, 54, 55, 69, 73, 75, 76.


 

 

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Tadinate nei dintorni dell'antica Pieve di S. Facondino, ma a quel che pare derivante dagli Atti, feudatari di Todi, affinchè desse loro permesso di riunirsi intorno al suo Monastero ed ivi costruire le proprie abitazioni. Acconsentì non solo di buon grado l'Abbate, che ben conosceva quanti vantaggi da un tal fatto l'Abbazia avrebbe in seguito potuto trarre, ma ottenne anche, per i Tadinati, l'aiuto materiale della sua potente famiglia. Attrasse perciò a sé le genti sparse in quella regione, promettendo loro protezione e difesa, offrendo le terre circostanti all'Abbazia per fabbricarvi le nuove dimore; per questo scopo concorse con ogni suo mezzo e offrì lavoro ai novelli abitanti, specie con la coltivazione degli estesi terreni Abbaziali, per la maggior parte incolti e boscosi. In tal modo, con i ruderi del non lontano Tadino, sorse intorno alla Badia e presso l'antichissima Rocca Flea ad essa sovrastante, un nuovo borgo che chiamato Gualdo, si popolò in breve tempo e venne fortificato alla meglio con mura e fossati. Incerto è l'anno preciso in cui questo avvenne, sebbene lo Jacobilli ed altri storici Umbri del Seicento, per tale fondazione assegnino la data 1180. Tale anno è effettivamente indicato, nella nostra medioevale Historia antiquae civitatis Tadini, come quello in cui questo Castello venne per la prima volta fondato. Leggesi in fatti in essa, a pag. 52: « .... et postea ibi anno domini 1180 castrum Gualdum aedificatum est». Giova però notare che nel Leggendario dei Santi un dì esistente nel Convento di S. Francesco in Gualdo, a e. 112t, leggonsi invece queste precise parole: «...et Gualdum ibi erat circa annos domini MCLXXX ». Vi è quindi notevole differenza tra le due espressioni: La prima attesta che nel 1180 fu edificato il Castello, la seconda fa semplicemente la constatazione che in quell'anno, lo stesso, esisteva già. Quest'ultima espressione noi dobbiamo ritenere più esatta, ed è infatti da credere che questo primitivo Gualdo, avesse origine qualche tempo innanzi il 1180, poiché ci consta che nel 1155 già esisteva tanto è vero che vi si fermò e pose il campo, con il suo numerosissimo esercito, Federico I Barbarossa, mentre era diretto contro la vicina città di Gubbio e che vi ricevette gli Ambasciatori Eugubini con il Vescovo Ubaldo, venuti umili e reverenti per pregare l'Imperatore di deporre, come infatti fece, ogni intento di aggressione verso la loro patria. Anzi, a tal proposito, il compilatore del già citato Leggendario dei Santi, nella Leggenda di S. Ubaldo, così si esprime:
« Demum Fredericus, supplantata Spoleto, per Ducatum transiens terras alias subigendo appropinquavit Eugubium et cum Gualdum in plano iuxta sanctum Benedictum esset pauperculum vallis et sepibus circundatum, ad petitionem sancti Ubaldi, Fredericus Imperator Eugubinos recepit... ».

Cerchiamo ora di stabilire con precisione quale governo si fosse scelto questo primo nucleo della città nostra. A prima vista potrebbe pensarsi che fosse stato retto non solo spiritualmente, ma anche con giurisdizione temporale dall'Abbate di S. Benedetto, poiché è frequente il caso di Badie Medioevali che, rappresentate dal loro Abbate, a somiglianza dei nobili feudatari, avevano pieno dominio civile ossia giurisdizione feudale, sui villaggi esistenti

 

 

 

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vicino all'abbazia stessa. Ma, dal contesto di un documento che illustreremo tra poco e cioè l'Atto della sottomissione di Gualdo a Perugia avvenuta nel 1208, risulta invece che i Gualdesi, senza dipendere da alcun feudatario, sia ecclesiastico che laico, sin dai primi tempi si costituirono un governo proprio e indipendente, con libere istituzioni Comunali, avente a capo uno o più Consoli.

Ho scritto, poco prima, che questo nuovo Castello venne chiamato Gualdo e mi affretto ora ad aggiungere, che assunse spontaneamente tale nome, perché era sorto in un luogo già precedentemente detto Waldum o Gualdum, volgarmente Gualdo, parola del basso Latino che con il significato di selva, appartenne alla nostra lingua sino al Secolo XIV e che deriva dalla voce Germanica Wald, che pure significa selva, e ciò per essere appunto quel luogo incolto e boscoso. E che tal nome preesistesse in quella località alta fondazione del nostro paese, ce ne fa fede l'autore dell'Historia antiquae civitatis Tadini, quando scrisse che i Tadinati costruirono « castrum pauperculum in fundo illo qui ab antiquo vocabulo Gualdum dicebatur, juxta Monasterlum Sancti Benedicti. » Infatti, noi troviamo ricordato questo vocabolo nella regione Tadinate, anche precedentemente all'epoca in cui ebbe origine la città nostra. Ad esempio, in una Bolla diretta da Papa Innocenzo II, nel Maggio del 1139, ai Monaci della celebre Abbazia di Fonte Avellana, tra i beni temporali che nella Diocesi di Nocera erano sottoposti alla giurisdizione dell'Abbazia suddetta, si nomina anche una Plebs S. Marie de Gualdo. Similmente in una pergamena dell'Archivio del Monastero di S. Secondo in Gubbio, con la data 13 Dicembre 1191, è contenuto un pubblico Istrumento che si indica come rogato « in phoro de Waldo ». Poco sopra indicammo quale sia l'etimologia del vocabolo Gualdo e basta risalire alle nostre primitive fonti storielle, per averne una sicura conferma. Ad esempio, nel suddetto Leggendario dei Santi del Convento di S. Francesco, nel Capitolo : « De antiquis historiis latinorum paganorum et quomodo ad fidem christi conversi fuerunt » si legge che l'antica Abbazia di S. Benedetto «constructam fuerat in silvestri fundo, vocabulo Gualdo .. . quia silva ibidem condensa erat. .. et juxta ipsum monasterium, opidum cum paupercolis domunculis facerent. .. et ipsum castrum, Gualdum appellaverunt, ex nomine laci illius, qui Gualdum in theotonica lingua vocabatur, quod in latina lingua stiva interpretatur eo quod silva condensa ibi esset»; come pure, nell'Historia antiquae civitatis Tadini, sta scritto che la stessa Abbazia fu edificata « in sylvarum fundo, nomine Gualdo quod sylva interpretatur in Alemania ». Oltre a ciò, nell'antico Codice Membranaceo N. 341 della Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano) in nota al fogl. 104a (fogl. l0la bis della paginazione antica) si riscontra la frase « Tempore etiam istiits Frederici primi castrum Gualdum edificatum fuit in plano iuxta S. Benedictum, ubi silva erat condempsa in comitatu et episcopato, antiqui Tadinati olim destructi» e finalmente anche dal Codice Chigiano G. VI. 157 della Biblioteca Vaticana, a e. 226 si apprende che il Monastero Benedettino, presso il quale in seguito sorse Gualdo, «... constructum fuit a quibusdam servis Dei in regione destructi

 

 

 

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Tadinati et nunc comitatus Nucerini iuxta condensam silvam et flumen Flei... in fundo vel loco qui Gualdum dicebatur, quia silvestris erat locus. Nam Gualdum in lingua Theotonica silva dicitur unde Theotonices de silva Gualdum dicitur». Anche senza tutto ciò, abbiamo moltissimi esempi dell'uso fatto nel basso Latino del vocabolo gualdum con il significato di selva. Basta citare la Cronaca Latina del Monastero Cassinense, scritta dal Card. Leone Marsicano, Vescovo Ostiense, che mori nei primi anni del Secolo XII. In detta Cronaca, edita dal Muratori nel Tomo IV di Rerum Italicarum Scriptores, Leone Ostiense, quando deve esprimere la parola bosco, usa costantemente il vocabolo gualdum e infatti, enumerando egli i beni e possessi di quei Benedettini, scrive tra l'altro le frasi seguenti: ... gualdum, qui Martoranus vocatur ... cum ripis, et aquis, fussariis, et piscationibus et omnibus intra se positis (lib. I, cap. 23); ... duo gualda in finibus Vicalbi, uniim in loco qui dicitur Silvaplana, alterum in monte Albeto (Lib. Il, cap. 4) ;... Curte Petrae Mellariae cum integro gualdo et castaneo (lib. I, cap. 54);... Cellam de Casa Gentiana, cum gualdo, et terris, et omnibus omnino nobis in eodem territorio pertinentibus (lib. I, cap. 56). Del resto, non deve recar maraviglia il fatto che un vocabolo di origine Germanica abbia dato il nome a quel nascente Castello, se si pensa che in quest'epoca, le incessanti ed estese invasioni dei popoli oltramontani, dilagando in quasi tutta l'Italia, vi avevano apportato con le armi, i costumi e le favelle del Nord; ed i molti borghi Italiani chiamati Gualdo, ebbero tutti il loro battesimo nella stessa maniera, non esclusi Gualdo di Macerata e Gualdo Cattaneo, quest' ultimo dai Longobardi costruito all'ingresso di un bosco come quel popolo usava. E qui piacerai ricordare che molti altri paesi chiamati Gualdo, esistono, come Frazioni, nei seguenti Comuni: Narni (Prov. di Perugia), Otricoli (Perugia), Montemarciano (Ancona), Longiano (Forlì), Castiglion della Pescaia (Grosseto), Rocca del Fluvione (Ascoli Piceno), Portomaggiore (Ferrara), Sesto Fiorentino (Firenze), Stia (Arezzo), Teodorano (Forlì), Terra del Sole (Firenze), Visso (Macerata), Megliadino San Vitale (Padova), Santa Margherita d'Adige (Padova), Massarosa (Lucca). E non solo nelle denominazioni dei luoghi, ma anche nei nomi di persone, i Longobardi introdussero il vocabolo gualdum, come appare evidente in Gualdericus, Gualdefridus, Gualterius e via di seguito.

Ma in epoca recente, cioè tra il XVIII e il XIX secolo, per designare latinamente Gualdo, si incominciò a scrivere Validum invece di Gualdum. Ad esempio, nei Registri Mortuari della Parrocchia di S. Benedetto, i defunti, dal 22 Settembre 1796, vengono indicati con le parole «.... de terra Validi», mentre precedentemente, senza eccezione, si usava la frase «. . . . de terra Gualdi». Anche Gregorio XVI, quando nel 1833, come a suo tempo vedremo, elevò Gualdo al rango di città, nella relativa Bolla e negli Atti susseguenti, usò la parola Validum. Seguendo la moda di quei tempi, si volle forse accrescere importanza alla Città, facendone derivare il nome dalla corrispondente parola latina Validum, cioè

 

 

 

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luogo forte e munito, senza riflettere che originariamente, mal si apponeva una tale qualifica a poche abitazioni, che per essere mal difese ed esposte ad ogni nemico, furono dagli stessi abitanti, come vedremo, non molto dopo abbandonate, e senza pensare che nei documenti più antichi, cominciando dal XIII secolo, come anche nelle nostre Cronache Medioevali del XIV, troviamo sempre scritto, prima Waldum e più tardi Gualdum e qualche rara volta Galdum, ma giammai Validum. L'errore etimologico di una tale denominazione, fa rilevato persino dai dotti Monaci della Congregazione di S. Mauro, che nelle Annotazioni fatte ad un'Epistola di Martino II (volgarmente IV) in cui è ricordata la nostra Città, lasciarono scritto: Qui Validum dixerunt, errore non vacant, cum Gualdum sit nomen Longobardorum ..... (1)

Al piccolo Castello Gualdese, sorto presso le mura dell'Abbazia di S. Benedetto, nei primi anni della sua esistenza non arrise certo una benigna fortuna, poiché i Feudatari vicini presero a molestarlo in ogni maniera, insorgendone litigi e guerricciole, specialmente con quei di Fossato per ragioni di confini, e con quei di Nocera irati forse per essersi quelle genti sottratte in parte alla loro giurisdizione. Conoscendo quindi di non poter resistere a lungo in quella pianura, esposti ad ogni assalto dei nemici, perché non difesi né da monti né da altre naturali o artificiali fortificazioni e travagliati anche dai miasmi che allora pare infestassero il luogo basso e paludoso, decisero di abbandonare quel primo villaggio e la vecchia Abbazia dimostratasi incapace a proteggerli, per costruirne un altro più sicuro in diversa località. Infatti, tra la fine del Secolo XII e il principio del XIII, i Gualdesi, lasciata l'Abbazia di S. Benedetto, risalirono per circa tre chilometri il corso del fiume Feo e si arrestarono alle sue sorgenti, in un luogo nascosto e ben più

(I) A. ZUCCAGNI-ORLANDlNl: Corografia fisico-storico-artistica dell'Italia. Firenze 1843. Supplemento al Vol. X, pag. 61 - L. JACOBILLI: Cronica del Monastero di S. Croce di Sassovivo. Già cit. pag. 53 - L. jacobilli: Di No­cera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 38, 49 e seg. - F. ClATTI: Op. cit.; Vol. II, pag. 174 - L. jacobilli : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 16 - F. UGHELLi: Op. cit. Tomo I, pag. 1064- P. castellano : Op.cit. pag. 372 - L. jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo II. Fol-gno 1656. pag. 201; Tomo III. Foligno 1661. pag. 301 e seg. - O. LUCARELLI: Memorie e guida storica di Gubbio. Città di Castello 1888. pag. 52. - F. BRI­GANTI : Città dominanti e Comuni minori nel Medio-Evo con speciale riguardo V.alla Repubblica Perugina. Perugia 1906. pag. 93 - MITTARELLI e COSTADONI: Op. cit. Tomo III. Venezia 1758. pag. 269 e Appendice dello stesso Tomo, i pag. 383 - Ardi. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. E. 18, e. 63; ."Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) e. 67t, 108t, 109, 112t, 138 - Biblioteca Vaticana: Fondo Chigiano, ":'"Cod. G. VI. 157, e. 226, 226t; Fondo Ottoboniano, Cod. 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 52, 55, 73, 79, 80, 81 ; Cod. 7853 (Lezionario già della Chiesa di S. Facondino in Qualdo) e. 36 - Vossius: De Vitiis Sermonibus. Amsterdam 1645. pag. 217 - G. BOCCARDO: Nuova Enciclopedia Ita­liana. Torino 1875-1888 (alla parola Tadino) - P. CENCI: Op. e voi. cit. pag. «435 - Bibl. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. V. V 4, anno 1180.


 

 

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salubre ai piedi dell'Appennino, ancor più vicino all'antichissima Rocca Flea e propriamente al principio della stretta gola che divide il Monte Fringuello da quello di Serra Santa, dove, sulla sinistra, trovasi la piccola valle oggi chiamata Valle di Santo Marzio per la dimora che ivi fece, come vedremo, nella seconda metà del Secolo XIII, l'eremita Gualdese Beato Marzio. In antico questa valletta fu invece chiamata Val di Gorgo, certo per le abbondanti e profonde sorgenti d'acqua che ivi sgorgano e che alimentano anche al presente l'acquedotto di Gualdo. Questo più antico nome, che continuava su in alto estendendosi verso le cime della montagna sin dove la valle finiva, trovasi per la prima volta ricordato in un documento dell'Archivio Vaticano (Collectoriae: Vol. 402, e. 86 88) contenente una sentenza pronunziata il 28 Settembre 1332 dal Podestà di Gualdo, contro tal Grifone di Balduccio, che veniva condannato al taglio del piede destro, alla confisca dei beni ed al bando dal Distretto di Gualdo, perché reo di numerosi misfatti commessi in tale Distretto, particolarmente « in Valle di S. Donato, in Valle Sorda ed in Valle Gorga. Ma anche dopo venuta in uso tra il popolo l'attuale denominazione Valle di S. Marzio, almeno sino al Settecento, per inveterata abitudine, con quest'ultimo nome seguitò ad usarsi promiscuamente anche il primitivo nome di Val di Gorgo. Ne abbiamo le prove in molteplici documenti: Ad esempio, nel nostro Archivio Comunale (Libro dei Consigli dal 1553 al 1557, c. 66t-67t) trovasi un decreto con cui si vieta di estirpare le selve «dal fondo di Valdegorgo in su verso le cime » mentre invece, più avanti (e. 140t) si fa divieto di cavar ceppi « nella selva di Santo Marzo». Sempre nello stesso Archivio, (Editti e copie di Bandì dal 1535 al 1543, e. 123) si fa mensione » delli territorii de Santo Marzo et de Santa Anna posti in dicti monti de Gualdo » sotto il «Sasso della Lemeta ». Ludovico Jacobilli poi, nel suo libro « Vite dei Santi e Beati di Gualdo » che pubblicò nel 1638, a pag. 18 scrive, che il secondo Gualdo fu fabbricato « in un lato del Monte di Serra Santa ... fra rupi e sassi nel fondo della valle di quel monte, nel luogo cognominato al presente Valdevorgo » e finalmente assai più tardi, nella seconda metà del Settecento, il Vescovo di Nocera Mons. Massaioli, negli Atti di una sua Visita Pastorale compiuta nel territorio Gualdese, Atti che si conservano nell'Archivio Vescovile Nocerino, lasciò scritto che Gualdo, la seconda volta, fu riedificato «in Val di Gorgo, dove è la sorgente dell'acqua ». Oggi però tale denominazione è completamente abbandonata e niuno nemmeno più la ricorda.

Ritornando al nostro assunto, noteremo che quel luogo, era assai propizio alla dimora di una popolazione che in gran parte viveva con lo sfruttamento della montagna, luogo che anche nei tempi preistorici, aveva dato asilo a qualche tribù dell'età della pietra, i di cui resti (frecce di silice, rozze stoviglie, utensili di osso, etc.) vi sono stati ai nostri tempi rinvenuti, in una caverna occasionalmente riaperta alla luce. Fu appunto in Val di Gorgo, o Valle di Santo Marzio che dir si voglia, tra immani rocce, in mezzo a boschi secolari, intorno a copiose sorgenti d'acqua purissima, che i

 

 

 

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Gualdesi presero a costruire un castello e villaggio, fortificandolo come meglio poterono e al quale rimase il nome di Gualdo, forse per memoria dell'altro da essi abbandonato. (1)

Poco dopo, certo per assicurarsi un avvenire prosperoso e tranquillo, pensarono di rinunciare alla propria autonomia, in quei torbidi tempi, per un popolo così piccolo, apportatrice di pericoli senza fine, e stabilirono infatti di sottomettersi alla vicina e potente Perugia, che senza alcuno sforzo, con la sola autorità del nome, avrebbe potuto difenderli dai confinanti nemici. Infatti il 25 Luglio 1208, vediamo presentarsi nella piazza di S. Lorenzo in Perugia, innanzi ai Consoli Perugini e a moltissimo popolo Raniero Alberti, che le memorie del tempo chiamano Console di Gualdo, unitamente a Raniero Bernardi, Boncompagno Serrani, Rambaldo, Simone Palavaci, Orzane Strovelli, Strano Rainaldo Alexandri, Savere Ioculatore, Giovanni Altule, Dontesalvi Girguinum, Piero Aliocti e Pigolotto Simonis. Costoro, a nome anche dei loro concittadini, solennemente dichiararono di voler sottomettere ai Consoli e alla città di Perugia, loro stessi, le proprie famiglie, Gualdo, il suo territotorio e la Rocca Flea, antica fortezza che sorgeva colà, cedendo «medietatem bannorum et folliarum et decimorum et de omnibus causis » che si porteranno innanzi ai Consoli di Gualdo, i quali, né con parole né con fatti, avrebbero dovuto mai procurare la perdita, da parte di Perugia, della Rocca suddetta, ma anzi, con tutte le loro forze, l'aiuterebbero a conservarla, sotto la pena, da parte dei Gualdesi, di trecento marche di argento purissimo. I Consoli di Gualdo poi avrebbero dovuto giurare obbedienza a quelli di Perugia, obbligandosi a una perpetua soggezione verso quel Comune.

Inoltre i delegati Gualdesi promettevano di pagare ogni dazio o balzello che da Perugia venisse imposto; di ricevere o albergare le sue milizie quando passassero pel territorio di Gualdo; di non muovere per conto loro guerra ad alcuno, senza prima averne ricevuto l'autorizzazione; di fornire armati alle milizie Perugine e di domandare infine l'assenso del Comune di Perugia, quando volessero stabilirsi in altra località, rimanendo però sempre sotto la giurisdizione dei Perugini, e quest'ultima clausola ci prova chiaramente le instabili condizioni di residenza della nuova popolazione Gualdese, ancora incerta sulla scelta del proprio soggiorno. Oltre a questi patti, che del resto di poco differivano da quelli conclusi con le altre città allora sottomesse a Perugia, Gualdo si riserbava il diritto di rifiutarsi, nel caso che dai Perugini venisse

(1) L. jacobilli: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg. - F. CIATT1: Op. cit. Vol. II, pag. 273 - L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 17 e seg. - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. C. 23 (Leggendario dei Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo} e. 120t, 121 - Biblioteca Vaticana: Fondo Chigiano, Cod. G. VI, 157, c. 226t, 227; Fondo Ottoboniano, Cod. 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 81, 82; Cod. 7853 (Lezionario già della Chiesa di S. Facon-dina in Gualdo) c. 33t - Arch. Comunale di Gualdo; Libro dei Consigli dal 1553 al 1557, c. 66 e seg

 

 

 

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chiamato a combattere contro le vicina città di Gubbio, ma anzi voleva essere aiutato nel sostenerne le parti. In cambio di tutto ciò, i Consoli Perugini prendevano sotto la loro custodia i Gualdesi e i loro beni, assicurandoli di ogni aiuto e protezione, promettendo di mantenere il loro Comune e Consolato secondo le antiche consuetudini Gualdesi e di ben conservare la Rocca Flea, obbligandone con giuramento il presidio che vi avrebbero mandato, di tenerla in difesa di Gualdo e territorio, e che nel caso dai Perugini dovesse venire ceduta ad alcuno, la cederebbero gratuitamente ai Gualdesi. Inoltre i Consoli di Perugia promettevano agli stessi aiuto e consiglio contro Bulgarello dei Bulgarelli, Signor di Fossato, col quale, come dicemmo, Gualdo era già in guerra per ragione di confini, benché da poco sorto alla vita e stabilirono che tutti questi patti sarebbero stati posti nello Statuto Perugino quando verrebbe rinnovato, e che i loro successori « ita observabunt et annualiter in constituto apponent», giurando sul Vangelo l'osservanza dei patti medesimi « salvo in hiis omnibus honere et precepto Domini Pape et Domini Senatoris Alme Urbis Romane ». Di ciò fecesi Istrumento in pubblica adunanza nella piazza del Comune in Perugia, in presenza dei Consoli, del popolo e dei testimoni.

Funzionarono da notari Bono e Bernardo, dei quali l'ultimo autenticò la copia dell'Atto, che qui appresso piacemi riportare al completo e nella sua integrità, per chi avesse desiderio di maggiori dettagli:

« In dei nomine amen, anno ab incarnatione eius M.CC. Optavo, indictione XI, mense lulii, die VII exeunte, Innocentio papa tertio presidente, imperio imperatore vacante. Ego quidem Rainerius Alberti consul comunis Oualdi prò predicta comunitate insimul cum Rainerio Bernardi, Bonocompagno Serrani, Rambaldo, Simone Palavaci, Orzone Strovelli, Strano Rainaldo Alexandri, Savere loculatore, lohanne Altule, Dontesalvi Girguinum, Pero Aliocti, et Pigolocto Simonis. Nos omnes supranominati per nos et per omnes homines comunis Oualdi et per nostros et eorum homines, damus vobis consulibus perusinis silecit Girardo Oislerij, Rainaldo, Bonicomiti, Munaldo, Gilio, Ugoni, Blandideo, Beneveniati, Rainerio, Bonaccusso, Villano, Perusio, Crispolito, Gualfredutio et lacobo ac Andree camerario comunis Perusij, prò comunitate perusina recipientibus, arcem Flee ad habendam tenendamque imperpetuum, et damus et concedimus, submictimus et subponibus vobis prò comuni perusino nos et totam terram nos'tram ubicunque eam habemus vel habituri erimus et homines et familias ad coltam et albergora et ostem et parlamentum sicut habetis alii m vestrum comitatum, ad habendum medietatem bannorum et folliarum et decimorum et de omnibus causis que erunt ante consules nostre terre, vel nostros bailitores; et non erimus in dicto vel facto seu consilio quod vos dictam arcem admictatis, inmo prò nostro posse omni tempore vos iuvabimus et vestros successores eam manutenere; que ornnia nos omnes supradicti, silicei Rainerius Consul comunis Gualdi prò ipsa conmnitate ac per meos successores et nos omnes ali cum eo, per nos et omnes homines de comunitate Gualdi tenere et observare imperpetuum et non contravenire in aliquo tempore ajiquo ingenio sub pena trecentarum marcharum argenti purissimi et

 

 

 

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quod nullum ius nullamque actionem, dationem seu alienationein inde alteri fecimus vobis consulibus perusinis prenominatis, nomine comunis Perusii recipientibus, promictimus et obligamus, data pena, omnia predicta sint firma. Et insuper, tactis sacrosanctis evangeliis, ita observare iuramus. Et nos consules perusini Girardus, Rainaldus, Bonuscomes» Munaldus, Egidius, Ugo, Blandeus, Benevenias, Rainerius, Bonusaccorsus, Villanus, Perusius et Crispolitus, Gualfredutius, lacobuset Andreas camerarius, recipimus vos Gualdenses prò comuni Penisi) in nostram custodiam, et promictimus vobis manutenere vos et defendere bona vestra ubicunque sunt bona fide sine fraude, cum illis hominibus de comuni Gualdi qui sunt de parte Eugubinensium, qui fuerunt vobiscum quando Eugubini vos nuper obsiderunt in arce de Flea, et cum eorum bonis et in eo loco in quo habitatis nunc, salvo Eugubinensibus si bene se habebunt nobiscum, et ea que homines de parte eorum eis debent tacere exceptamus ostem et parlamentutn, et conservabimus vobis comunantiam etconsulatum sicuti olim hab.er.e consuevistis. Ita tamen quod consul vel consules, prout prò tempore erunt, teneantur turare precepta consulis vel consulum perusinorum, et si quando volueritis vos removere de predicto loco et esse in alio, relocabimus vos cum consilìo comunis Perusie et in eo loco in quo nobis placuerit ad utilitatem comunis Perusie et hominum Gualdi in nostra portione, et defendemus et manutenebimus vos ibidem ut superius dictum est, et quidquid fecistis actenus cum comitibus non coemus vos inde. Item faciemus iurare homines quos ponemus in custodia arcis, quod teneantur salvare et defendere Gualdum et eorum res; preterea promictimus manutenere arcem Flee prò comunantia Perusii, nulli dare seu concedere in totum vel in partem, et, si alicui eam aliquando voluerimus dare vel concedere, comunantie Gualdi dabimus sine aliquo pretio ; et de guerra Bulgarelli dabimus vobis adiutorium et consilium, salvo quod si voluerit esse ad nostrum preceptum possimus eum recipere; de facto tamen Castilglonis vobis nullum contrarium faciemus et tenebimus vos in bonum statum et bonam consuetudinem, sicuti tenemus aliquod castrum nostri comitatus, quod in meliorem tenemus. Et hec omnia promictimus observare per nos et nostros successores ac per nostram comunantiam tibi Rainerìo consuli Gualdi et vobis aliis Gualdensibus, qui iuravistis recipientibus prò vobis et prò comunantia Qualdi supra nominata. Et in constituto faciemus apponi, cum renovabitur, quod nostri successores ita observabunt et annualiter in constituto apponent. Et ita nos omnes predicti consules et camerarius iuramus observare, tactis sicrosanctis evangeliis, salvo in hiis omnibus honere et precepto domini pape et domini senatoris alme urbis Romane.

Actun in platea comunis Perusij publice in contiene.

Prenominatus Ranerius consul et prenominati Gualdenses, prò se et prò omnibus hominibus comunis Gualdi, et prenominati consules Perusini prò comuni perusi hoc instrumentum ut superius legitur scribere rogaverunt.

Singnum manus Pieri Pieri, Rustici Rainaldi, Glutti Munaldi, Saraceni Viveni, Guidutii Rainaldi, Mancini Grassi, Rainerii Baruncij, Ugolini Montanari], Peruntij Symeonis Curialis, Munaldi Ouastaferri, Rainutij Petrutij, domini Latini Herri et domini Benveniatis Becarij Benedictoli, Supolini Ugolini, Rainutii Bertraimi, Ugolini Maseli, Thomassi Tignosi, Peri Tudini et Divitiani inter alios de contiene testium electorum.

Ego Bonus notarius rogatus subscripsi et complevi.

 

 

 

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Et ego Bernardus imperialis aule notarius nec plus nec ininus addilli, subscripsi, et autenticavi ». (1)

Dal contenuto di questo Atto, chiaro appare quanto già è stato asserito, che cioè Gualdo, sin dalla sua prima origine, come tante altre Repubbliche Italiane di quell'epoca, si costituì quale autonomo e indipendente Comune, sotto l'autorità di un Console, che lo amministrava a capo di un Consiglio, formato dei più cospicui cittadini. Il giogo che ora spontaneamente la nostra città s'imponeva, era forse una necessità, dovuta al bisogno di unirsi con un centro maggiore, per difendersi dai vicini nemici e per acquistare una più grande importanza politica. Del resto, le Terre allora sottomesse alla dominatrice Perugia, internamente seguitavano a godere la maggior parte delle loro antiche libertà comunali. Oltre le clausole speciali, che, come già si è visto per Gualdo, si redigevano per ogni singola Terra, e che variavano con le particolari condizioni del luogo, i principali oneri gravanti indistintamente sulle città sottomesse, consistevano nell'accettazione del Podestà che Perugia mandava per governarle, nel sottoporre alla sanzione di questa i propri Statuti, tributi o balzelli, così ordinari come straordinari, nella dipendenza giudiziaria dalla Curia Perugina per cause importanti o in grado di appello e nell'aiuto da prestarsi alla stessa Perugia, in tempo di guerra, fornendole armi e soldati. Erano ritenute però le Terre soggette, in una condizione morale umiliante di fronte alla dominatrice, poiché i loro abitanti, quando per qualche ragione, si recavano ad abitare in Perugia o suo contado, erano ritenuti come forestieri, per i quali gli Statuti Perugini, contenevano delle disposizioni speciali che li privavano di alcuni diritti che è qui superfluo enumerare, diritti posseduti invece dai cittadini di Perugia. Ma con tutto ciò, trattavasi sempre di una soggezione che giovava tanto al servo quanto al padrone e ciò spiega come cotali sottomissioni avvenissero spesso spontaneamente, senza che fossero ricercate o coatte, specie trattandosi di piccole Terre.

Frattanto, sembra che in breve venissero meno i patti di scambievole aiuto e di amicizia tra la nostra Città e quella di Gubbio, patti che vedemmo pure riconosciuti dai Magistrati di Perugia all'atto della sottomissione. Infatti nel 1216, avendo gli Eugubini mosso guerra ad Ugolino II Conte di Coccorano, di Biscina, di Petroia e di altri vicini Castelli, ed essendo questi ricorso per aiuti a Perugia, vediamo i Gualdesi marciare di conserva con le milizie Perugine, sotto il comando dello stesso Conte Ugolino contro gli Eugubini che, sconfitti, ottennero nello stesso anno a durissimi patti la pace; tra i capitoli della quale abbiamo anche questo: Che quei di Gubbio fanno ai Perugini ed ai loro alleati, cioè

(1) Arch. Comunale di Perugia (Annali Decemvirali): Libri delle Som­missioni. Cod. + e. 118; Cod. A, c. 134 - A. alfieri: Fossato di Vico. Me­morie Storiche, Roma 1900. pag. 21.

 

 

 

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ai Gualdesi, Nocerini ed altri « finem perpetuatuam et refutationem irrevocabilem» per tutti i danni arrecati al Comune di Gubbio per effetto della guerra. Del resto, il mestiere delle armi dovette ben presto attecchire tra la rude popolazione Gualdese e infatti da un Atto del Comune di Orvieto, fatto in quel Palazzo Comunale in data 20 Giugno 1231, vediamo tali Tommaso, Rinaldo, Simon Troscio e Buonafidanza da Gualdo, presenti Giovanni notaro e Buonconte Mathei, rilasciare a quella città quietanza della somma ad essi spettante « occasione servitii quod fecerunt comunitati, et quia venerunt in servitium Civitatis et Comunis W. (di Orvieto) cum equis e armis ».(l)

Assai ristretto, in confronto dell'attuale, doveva essere in quell'epoca il territorio su cui Gualdo esercitava la sua giurisdizione in direzione di ponente. Tutta la vasta zona collinosa che oggi appartiene al Comune di Gualdo nella direzione suddetta, in gran parte rappresentata dai territori di Morano e di Pieve Compressero, nessun rapporto di dipendenza dovette allora avere con i Gualdesi e ciò deduciamo da molteplici fatti. Questo risulta anche in un documento del Liber Censuum di Cencio Camerario, contenente la relazione di un'inchiesta fatta nel 1235 dal Rettore del Ducato Spoletano, Alatrino, Subdiacono e Cappellano del Pontefice, nella quale, con prove testimoniali, si rivendicano i diritti del Ducato, su alcune terre di confine. Orbene, noi troviamo in tale documento ricordati precisamente Moranum e Compressetum come dipendenze del Ducato stesso. Di Gualdo invece non si fa cenno; vi è bensì nominata anche una Roccam de Gualdo, che però non va confusa con la nostra Città rferendosi a Gualdo Cattaneo. (2)

La protezione della potente Perugia, che sino allora aveva difeso Gualdo dalle insidie dei tirannelli vicini e lo aveva preservato dalle fazioni cittadine, non potè nulla contro un immane disastro che venne improvvisamente a privare della sua nuova patria, la popolazione Gualdese. Poco innanzi l'Aprile del 1237, improvviso e invincibile incendio sorse in vari punti del piccolo paese che, per essere in gran parte costruito con tetti in legname e per il vento impetuoso che giù soffiava dalle gole dell'Appennino, fu in breve tempo completamente distrutto, rimanendovi arsi non pochi abitanti. Le nostre antiche Cronache Gualdesi scarse e malsicure notizie ci danno del fatto, e mentre alcune attribuiscono il terribile incendio a semplice disgrazia, altre invece lo riferiscono a causa dolosa, riversandone la colpa sulla vicina Nocera che, sempre

(1) L. FUMI: Codice Diplomatico della città di Orvieto. Firenze 1884. pag. 132 - F. CIATTi: Op. cit. Vol. II, pag. 293 - F. BARTOLI: Storia di Perugia. Pe­ rugia 1843. Lib. III , pag. 325 - L. BELFORTI : Serie dei Legati, Vice Legati e Governatori di Perugia. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia. Tomo I, pag. 41 - Arch. Comunale di Perugia (Annali Decemvirrrli): Libri delle Sommissioni. Cod. ®, e. 9 - P. cenci: Le relazioni tra Gubbio e Perugia nel periodo Comunale. (In Bollettino della R* Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Vol. XIII, pag. 535).

(2) cencio camerario : Liber Censuum Romane Ecclesie (In Archivio Vaticano. Pubblicato da Fabre e Duchesne. Tomo I, pag. 543 e seg.)

 

 

 

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nemica di Gualdo, se ne sarebbe vendicata in tal modo; e aggiungono anche che l'incendio fu appiccato alle abitazioni Gualdesi da una donna chiamata Bastola, il cui nome infatti è rimasto tristamente famoso nelle tradizioni popolari locali. Presso il luogo dove ora trovasi il sobborgo cittadino Valle di Sopra, lungo la riva del Feo, a poca distanza dall'incendiato Castello, sorgeva in quei tempi un'Abbazia, dedicata a S. Donato, della quale diffusamente tratteremo in seguito, che oggi più non esìste e viene ricordata con il nome di San Donato Vecchio, per distinguerla dall'attuale Chiesa di S. Donato nell'interno della Città; e fu appunto nell'antica Abbazia di S. Donato, che i Gualdesi seppellirono i corpi combusti dei loro congiunti, prestandosi anzi per la pia cerimonia, anche i Frati di un Convento Francescano che, come a suo tempo vedremo, sorgeva a Valdigorgo presso l'incendiato Castello, unitamente ai Monaci della celebre Abbazia di S. Croce di Fonte Avellana sul Monte Catria, dalla quale quella di S. Donato dipendeva e che si erano anch'essi sollecitamente recati a portare soccorso ai Gualdesi. (1)

Dell'incendio e della distruzione del secondo Gualdo, nessuna memoria o documento a noi restava, all'infuori della notizia contenuta nelle surricordate nostre Cronache medioevali. Data la scarsezza dei documenti riguardanti la distruzione del secondo Gualdo, si sarebbe quindi oggidì potuto persino dubitare, che nell'angusta e deserta Valdigorgo o Valle di Santo Marzio che dir si voglia, chiusa tra i monti, al presente tutta cosparsa di frane e di rocce, fosse sorto nei tempi andati il Gualdo che precedette e diede origine a quello attuale; ma da qualche tempo, l'opera rude del piccone, ha pienamente confermato questo assai remoto episodio della storia Gualdese. Nel 1902, iniziandosi nella valle di Santo Marzio, presso le sorgenti che alimentano il nostro acquedotto, i lavori per il rinnovamento dell'acquedotto stesso, tornarono alla luce vati ruderi di abitazioni, che portavano ancora chiare tracce d'incendio. Tra le macerie si rinvennero anche degli scheletri umani e ricordo anzi di averne visto uno, forse di un prigioniero, che portava ancora gli avanzi ossidati di una catena avvinta al piede; dovunque frammenti di stoviglie. I ruderi venuti alla luce furono allora demoliti, e il materiale in parte servì anche per costruire qualche opera muraria del nuovo acquedotto.Contemporaneamente poi, un terrazziere di Gualdo, tal Bossi Raffaele, comperato il terreno roccioso che forma le pendici di levante della valletta di Santo Marzio, appunto presso le suaccennate sorgenti, con rara costanza cominciava a dissodarlo sino a grande profondità, a scopo

(1) Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 82 - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S, Francesco in Gualdo) c. 120t, 121 - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 18 - F. ClATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 273 - L. jacobilli: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg. - Biblioteca del Seminario di Foligno: Mss, di Dono e Jacobilli. Cod. C. V. 5, anno 1237.

 

 

 

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di coltivazione. Orbene, per opera di costui, si è discoperto gran parte dell'abitato che trovasi sepolto profondamente, specie verso il fondo della valle, dove le acque e le frane, hanno da secoli accumulato enormi quantità di rocce e di detriti, precipitati dagli erti fianchi della sovrastante montagna. Per una lunghezza di quasi mezzo chilometro, si rinvenne tutta una fitta rete di muraglie, alcune delle quali più eccentriche, misuravano sino a tre o quattro metri di spessore (forse le mura di cinta del Castello) e venne alla luce anche qualche sotterraneo a volta e pavimentato. Tali ruderi, il proprietario del terreno, disgraziatamente in parte demolì e in parte di nuovo risotterrò, per l'esigenze dei suoi lavori. Anche qui si rinvennero vari scheletri, grandi quantità di grano ed altri cereali carbonizzati; oggetti in ferro, bronzo ed argento; come chiavi, anelli, fibbie, borchie, ferri da cavallo, armi, utensili domestici e professionali; rozze stoviglie di terracotta quasi tutte senza vernice e spezzate; frammenti di tazze e ampolle di vetro multicolori; parecchie centinaia di monete medioevali; grani di vetro colorato, facente forse parte di collane od altri ornamenti. Tutti questi oggetti trovavansi commisti in uno spesso strato di terra, costituito da avanzi di legname carbonizzato, la cui profondità variava da un minimo di m. 1.50 ad un massimo di m. 4. Particolare notevole, è la quasi completa assenza, tra i ruderi e le macerie, di tegole od altro materiale di terracotta, il che ci fa credere, che quelle abitazioni, completamente costruite in pietra, avessero il tetto formato con solo legname e questo spiegherebbe ancora il rapido e invincibile divampare di così grande incendio.

Dopo questo, abbandonarono i Gualdesi le fumanti rovine del loro Castello e si accinsero a ricostruirne uno nuovo, allontanandosi da quella stretta gola, serrata tra i fianchi selvaggi della montagna, invero a tutt'altro adatta che a residenza di uomini. Dobbiamo però credere, che ivi qualche edificio venisse in seguito ricostruito e vi permanesse poi a lungo. Ciò si arguisce anche dal fatto, che alcune delle monete raccolte negli scavi sopraccennati, si riferiscono a periodi storici posteriori alla distruzione di quel secondo Gualdo. Nella collezione da me posseduta e raccolta sul luogo, insieme a monete Comunali Italiane dei Sec. Xll e XIII, corrispondenti cioè all'epoca in cui ebbe vita il Gualdo di Valdigorgo, ve ne sono altre di tempi alquanto posteriori e cioè del Sec. XIV e qualcuna persino del XV. A proposito di monete, è notevole la varietà che di esse si è trovata tra i ruderi. Coniate in rame, argento e mistura, appartengono a gran parte dei Comuni Italiani di quell'epoca e l'elencarle sommariamente, può essere utile per darci una pallida idea degli scambi commerciali e delle correnti monetarie d'allora. Esse provengono infatti in maggior numero da Ancona, Lucca, Bologna, Perugia e Ravenna ; in minor quantità dalla Sede Papale, da Siena, Arezzo, Aquila, Brindisi, Foligno, Rimini, Verona, Mantova, Pisa, Fermo, Ascoli e persino dalla lontana Messina (Federico II).

Un miglio appena distante da Valdigorgo, però un poco più in basso e quasi nel punto medio tra il primo ed il secondo Gualdo, elevasi

 

 

 

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una collina, in antico chiamata Colle S. Angelo, per il fatto che vi esistè una vetustissima Chiesa dedicata a S. Angelo di Flea e della quale in seguito tratteremo. Colà sorgeva inoltre anche la già ricordata Rocca Flea e fu appunto ai piedi di questa, sul dorso del deserto Colle S. Angelo che decisero i Gualdesi di riedificare le proprie dimore. Apparteneva però quel Colle, che è appunto quello sul quale sorge l' attuale Città, all'Abbazia di S. Benedetto, presso la quale, come vedemmo, si raccolsero per la prima volta i discendenti dei dispersi abitanti di Tadino. Si rivolsero pertanto essi ad Epifanio, che ne era allora l'Abbate, e da lui ottennero il permesso di poter costruire su quel Colle, mediante pubblico Istrumento del 30 Aprile 1237, con il quale l'Abbate suddetto, concedeva in enfiteusi perpetua, a Pietro di Alessandro, delegato quale rappresentante o sindicus di Gualdo, il Colle S. Angelo per edificarvi il nuovo paese, a patto che i cittadini Gualdesi donassero ogni anno all'Abbazia, nella ricorrenza della festa di S. Benedetto, dieci libbre di buona cera, e che tutti coloro che fossero venuti ad abitare in quel luogo, appartenessero alla Parrocchiale giurisdizione della Badia. Così infatti ci è pervenuto, in sunto, tale Istrumento, il di cui originale, nel secolo XVII, ancora esisteva nell'Archivio Comunale di Gualdo: «Anno Domini 1237, ultimo mensis aprilis, Pont. Pap. Greg. IX, imperante Friderico II, ind. X dominus Fanius, abbas monasteri S. Benedicti concessa in perpetuam emphyteusim Petro Alexandri sindico castri Gualdi, collem S. Angeli, prò construendo et edificando de uovo castrwn Gualdi in sitit sue iurisdictionis cum conditione quod in perpetuum, quolibet anno, sindicus Comunis Gualdi solvat mona sterio S. Benedicti libras decem cere bone in festivitate S. Benedicti et quod forenses qui habitabunt in dieta castro faciendo, sint parro chiani diete Abbatte et dicti monasterii». Notevole è il fatto, che nella prima metà del Seicento, il Comune di Gualdo, pagava ancora ogni anno all'Abbazia, la somma di quindici soldi, come canone per il suolo su cui era sorta la Città. (1)

Cominciò così a crescere lentamente e per la terza volta il nuovo Gualdo, che è appunto quello di oggi e nei documenti di quel secolo, solo raramente si fa più menzione dell'abbandonato Castello. Ad esempio, in un'importante pergamena del nostro

(1) L. JACOBILLI ; Vite del Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 18 e seg. - O. SlLLANI : Vita del Beato Angelo da Gualdo. Assisi 1823 - L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg., 81 - D. DORIO: Op. cit. pag. 42 - G. MORONI: Op. cit. Vol XXXIII, pag. 78 e seg. - L. JACOBILL1: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III. Foligno 1661. pag. 301 e seg. - Arch. Storico di Gubbio: Fondo Armanini Cod. II. C. 23 (Leggen­dario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) e. 73t a 74t, 121 - Biblioteca Vaticana: Fondo Chigiano. Cod. G. VI. 157, e. 227; Fondo Ottoboniano. Cod. 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) e. 56, 57, 82; Cod. 7853, e. 33t - Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341, e.110 a della paginazione antica, corrispondente a c. I13a di quella moderna - Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. V. 5, e. 542t: Cod. A. V. 11, e. 782t; Cod. A. V. 6 e. 77t.

 

 

 

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Archivio Comunale, contenente un interrogatorio di testimoni avvenuto nel Dicembre 1281 durante un processo intentato dai Gualdesi al Rettore del Ducato di Spoleto, che, come tra poco vedremo, voleva privarli di alcune libertà Comunali, un testimone parlando dell'antico e del nuovo Gualdo, adopera le espressioni: «..... antequam dictum castrum mutaretur de loco ubi fuerat ...... post mutationem vero dicti castri ad locutn ubi nunc est ..... », ed un altro usa la frase : « ..... tam in castro veteri quam in novo ..... ». Similmente in un testamento del 4 Aprile 1288, esistente anch'esso tra le pergamene dell'Archivio Comunale, si legge che Giovanni di Ventura di Acquittolo, notaio, lasciava cinque soldi ai Frati abitanti presso il vecchio Castello « ... fratribus morantibus apud castrum vetus ...... » cioè a quei Frati Minori che, come sopra si è detto, prestarono il loro aiuto quando il Gualdo di Valdigorgo fu distrutto dal grande incendio.

L'accresciuto bisogno che il novello paese aveva di protezione e di aiuto, non poco contribuì a rafforzare i legami di dipendenza con la vicina Perugia, la quale traeva vantaggio a non lasciar passare, occasione che le fornisse il mezzo di assicurarsi il possesso e la difesa delle città a lei soggette, e infatti tra i Capitoli di una lega Guelfa, stretta per sicurezza comune, il 16 Novembre 1237, fra le città di Perugia, Spoleto, Foligno, Todi e Gubbio, vi è anche una formale dichiarazione dei Perugini, di non esssere permesso ai collegati di muover guerra, in qualunque caso, contro Gualdo e le altre città da essi dipendenti. (1)

In quel frattempo, l'Imperatore Federico II di Germania, combatteva la grande lotta contro i Comuni Lombardi e la Santa Sede, e le vicende di allora non poco influirono anche sull'avvenire della nostra città. Sul finire del 1239, l'Imperatore partiva dalla Lombardia e attraversata la Toscana penetrava nell'Umbria, donde poi avrebbe mosso ai danni di Roma, e fu appunto negli ultimi giorni di Gennaio dell'anno seguente che, venendo da Città di Castello e da Gubbio, tenendosi lontano dalla Guelfa Perugia, giungeva in Gualdo con la sua splendida corte, i suoi partigiani, le sue donne ed il suo numerosissimo esercito. Le più potenti città Guelfe, che l'Imperatore Tedesco aveva incontrato sul suo cammino, s'erano dovute piegare riverenti e sommesse ai voleri di lui e Gualdo non pensò certo a resistergli, ma anzi, scosso il giogo della Guelfa Perugia, chi sa se per timore degli Imperiali o per desiderio di novità, ne cacciava da sé i Governanti e si gettava festante tra le braccia dei Ghibellini, ritornando così a far parte del Ducato di Spoleto che, appunto allora, cadeva di nuovo anch'esso nelle mani dell'Imperatore Tedesco.

(1) F. BARTOLI: Op. cit. Lib. Ili, pag. 371 - P. PELLlNI: Op.cit. Parte I, pag. 253 - L. BELFORTl: Serie etc. Già cit. Tomo I, pag. 47 - A. SANSI: Op. cit. Foligno 1879. Parte 111, pag. 61, 62 - F. ClATTt: Óp. cit. Vol. III , pag. 326 - Arch. Comunale di Perugia (Annali Decemvirati): Libri delle Sommis­sioni. Cod. A, e. 122t - Ardi. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. Parte I, Num. 101 ; Parte II, Perg. Unica, Anni 1281-1282,

 

 

 

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Fosse l'odio che animava Federico contro i Perugini, fedelissimi seguaci della parte Guelfa, fosse il desiderio di acquistarsi la riconoscenza dei Gualdesi che a lui si erano dati con tanto entusiasmo e rafforzare così il suo dominio in quella regione, certo è che non fu avaro di favori e di aiuti materiali verso la loro città che, per essere appena sorta alla vita e tuttora in costruzione, tanto bisogno aveva d'incremento e di aiuto. Fu allora che dai vicini Castelli e dalle circostanti campagne, vi accorse un gran numero di abitanti, che in tempi come quelli perigliosi, vedevano in Gualdo un asilo reso sicuro dall'autorità dell'Imperatore. Sorgeva così in breve tempo a vita prospera la nuova città, sotto la valida protezione Imperiale, e non poteva non arriderle la fortuna, in momenti in cui il partito Ghibellino, attinte forze novelle, aveva rialzato fieramente la testa; e per certo Gualdo dovette allora avere uno sviluppo insperato e notevole, tantoché due anni appresso, nel 1242, per volontà dell'Imperatore, s'iniziò la costruzione delle robustissime ed estese mura castellane, che, dopo avere circondato tutta la città, si riunivano in alto sui fianchi della Rocca Flea ed erano rafforzate con profondi fossati e con numerose torri, di cui restano anche oggi moltissimi avanzi, specialmente nel lato Sud-Est della Città. Si penetrava in Gualdo per quattro Porte, ognuna delle quali prendeva il nome da una Chiesa allora esistente fuor delle mura, e cioè S. Facondino, S. Martino, S. Donato e S. Benedetto, poiché queste due ultime Chiese non ancora erano state trasferite entro le mura cittadine. Certo è che una tale denominazione delle Porte e dei corrispondenti Quartieri della Città, avvenne contemporaneamente alla loro costruzione, e infatti anche in documenti coevi le troviamo già così intitolate. Anzi, l'ultima di esse e cioè quella di S. Benedetto, fu anche chiamata volgarmente Porta di Sotto. Tale denominazione la ritroviamo persino in molti documenti del Quattrocento ed anche oggi è quella più comunemente usata nel linguaggio popolare. (1)

A tale proposito noterò, come di fianco alla Porta Civica di S. Benedetto e propriamente alla sua sinistra, veggasi ancora oggi murata una rozza lapide con queste lettere :

(1) L. JACOBlLLl: Di Nocera. nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg., 80- A. SANSI: Op. cit. Parte III, pag. 66 e seg. - L. JACOBlLLl: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 19 e 20 - Biblioteca Vaticana: Cod. Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 83 - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni) Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già nel Con­vento di S. Francesco) e. 121; Cod. II. E. 18, pag. 63 - F. ClATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 273 - G. SlLLANI: Op. cit. - Biblioteca del Seminario di Foligno. Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. V. 5, anno 1242.

 

 

 

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le quali, quasi certamente, vanno così interpretate : Porta Sancti Benedicti, Regnante Friderico Imperatore, Mense Quarto, Anno Domini Millesimo ducentesimo quadragesimo secundo. Le quattro Porte su descritte, erano sormontate ciascuna da un'alta e forte torre quadrata. Di queste restano ancora ben conservate, quelle di Porta S. Benedetto e di Porta S. Donato, sebbene mozzate, mutilate dei loro merli e piombatoi e ridotte a comuni abitazioni. Ignoriamo quando e perché venissero invece completamente demolite quelle della Porta S. Facondino e della Porta S. Martino. A proposito di quest' ultima, diremo che la prima casa che oggi s'incontra a destra entrando in città da tale Porta, altro non è che un superstite fianco della Porta stessa e sulla sua fronte, trentacinque anni or sono e cioè innanzi che fosse restaurata e ridotta nello stato presente, era infatti tuttavia visibile l'impostatura dello scomparso arco. In quanto alla Porta S. Facondino, sappiamo che esisteva ancora nel 1760, tanto è vero che in quell'anno, il Comune decise di venderne la torre a privati cittadini per uso di abitazione.

Insieme alle Mura civiche, Federico II faceva ricostruire, quasi totalmente, l'antica e deperita Rocca Flea, la di cui custodia veniva poi affidata ad un Castellano nominato dal Comune. Nel nostro Archivio Municipale, esiste una pergamena contenente l'Atto di elezione di uno dei Castellani suddetti, che è interessante riassumere, perché ci indica le condizioni allora inerenti a tale importantissimo ufficio. L'Atto in discorso, porta la data 15 Giugno 1246 e venne esteso nel Palazzo Comunale, da Messer Angelo notaio. Con esso Salvuzio di Martino da Fabriano, creato Castellano della Rocca di Gualdo, poneva sé stesso ed i suoi eredi sotto la giurisdizione Gualdese e prometteva a Pietro di Atto, Procuratore del Comune di Gualdo, incaricato dal Podestà di quel tempo Monaldo, di mantenere, vita natural durante, il detto Ufficio e di prendere parte a tutte le imprese della popolazione Gualdese e cioè hostem, parlamentum, guai tam, circam et conzum dicti castri, non dovendo però esser tenuto a pagare per dieci anni, ammattitam aliquam neque coltam. D'altra parte, il Procuratore del Comune, Pietro di Atto, a nome del Consiglio, mentre riconosceva quale Castellano il suddetto Salvuzio con i patti ora espressi, gli assegnava due moggi di terra sulla montagna, ed una casa in Gualdo con divieto di alienazione. L'imperatore Federico II, dopo aver posto in stato di valida difesa la nostra Città, concedeva ai Gualdesi non pochi privilegi ed esenzioni, in parte confermati da Papa Alessandro IV nel 1255. In tal modo, mentre nei primi tempi la giurisdizione civile e penale era stata esercitata dai Consoli, scelti dal Consiglio Popolare e che trovammo ricordati soltanto nel precedente Atto di sottomissione di Gualdo a Perugia, ora invece vediamo sostituirsi ai Consoli il Podestà, che per i decreti e i privilegi di Federico II, i Gualdesi avevano diritto di eleggere liberamente, con facoltà di creare anche gli altri magistrati cittadini, di esigere i tributi e di far leggi e giustizia. In tal modo Gualdo, pur facendo parte topograficamente del vecchio Ducato di Spoleto, tornava a reggersi come un libero e indipendente Comune, tale

 

 

 

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quale era stato in sul nascere, essendo che l'autorità dell'Imperatore o dei suoi Vicari, per la lontananza, era nominale più che di fatto.

Ma pare che i Ghibellini non risparmiassero neppure le città di loro parte, poiché si ha notizia, che tra la fine del 1248 e il principio del 1249, Federico Principe d'Antiochia, Conte d'Albi e di Celano, figlio naturale dell'Imperatore Federico II e in quell'epoca Vicario Imperiale in Toscana, mentre era intento a molestare i confini del territorio Guelfo di Perugia, devastò orrendamente anche la nostra Città. (1)

Moriva però nel Decembre del 1250 Federico II e apportava la sua morte un fiero colpo ai Ghibellini d'Italia; Perugia rinasceva così a nuova vita e s'affrettava a riconquistare le molte città di cui s'era lasciata tacitamente spogliare per timore dell'Imperatore e Gualdo, che era nel numero, non tardò ad avere notizia che i Perugini già preparavansi ad attaccarlo. Lo spavento e il timore di vendette dovettero certamente impadronirsi dei Gualdesi, che non avendo a chi rivolgersi per la morte di Federico e lo scompiglio della parte imperiale, videro un unico scampo nel prevenire le offese, e anziché attendere di venir sottomessi con la forza delle armi, far nuova e volontaria sottomissione al Comune di Perugia.

Come si usava in quel tempo, il 29 Gennaio 1251, si adunarono infatti « ad arengam sono canpane et voce preconis in platea Gualdi» e nel palazzo del Comune, sotto la direzione del loro giudice Benvenuto da Borgo S. Sepolcro, per mano del notaio Franconus, redassero un pubblico Istrumento col quale ad unanimità «nulloque abstantium contradicente sed omnino clamantibus: fiat, fiat,» come nell'Istrumento stesso si legge, creavano maestro Bartolo da Sigillo, loro Sindicus, vale a dire Procuratore « ad faciendam mandata et precepta Nobilis Civitatis Perusij... et ad deferendum claves portarmi dicti castri Gualdi et ad sumictendiim dictum castrum». Davano poi facoltà a Bartolo di promettere ai magistrati di Perugia qualunque cosa venisse da questa città domandata « que pertineret ad honorem et reverentiam civitatis Perusij et comodum comunis Gualdi». Funzionarono da testimoni Bartolo de Foresta, Oddone Gilij e Baligano, né credo inutile riportare qui appresso, nella sua integrità, l'Atto stipulato in quell'occasione :

« In nomine domini amen, anno eiusdem MCCLI, indictione VII II, dietertio exeunte iunuario, tenpore lnnocentij pape quarti. Dominus Benvenutus de Burgo Sancti Sepulcri iudex comunis Gualdi, et homines ipsius comunis, mangila quantitate congregata ad arengam sono canpane et voce preconis in platea dicti comunis solito more, vice et nomine suo et comunitatis et universitatis diete

(1) L. jacobillI: Dl Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg. - F. ClATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 342 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII, Num.. 33 - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 21 - Nuova Enciclopedia Popolare Italiana. Vol. e pag. cit.

 

 

 

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terre, comuni eorum consensu et voluntate, nulloque abstantium contradicente sed omnino clamantibus: fiat, fiat; constituerunt et ordinaverunt, fecerunt et creaverunt magistrum Bartholum de Sigillò presentem eorum et diete comunitatis et universitatis hominum diete terre sindicum et procuratorem actorem et factorem ad faciendum mandata et precepta Nobilis Civitatis Perusij et potestatis et hominum Perusij et ad deferendum claves portarum dicti castri Gualdi et ad sumictendum dictum castrum Gualdi et homines et bona eorum et iura que mine habent et in futurum poterunt adipisci; et ad recipiendum et petendum omnia pacta et promissiones a potestate et comuni sive sindico comunis Perusij que eis placuefit facere sindico comunis Gualdi, sub protectione et defensione adque custodia civitatis et hominum Perusij; et ad promictendum sindico civitatis Perusij omn'em promissionem quam voluerit petere sibi que pertineret ad honorem et reverentiam civitatis Perusij et comodum comiinis Gualdi; et .generaliter ad omnia alia et singula facienda que ipsi cause fuerint negessaria, et utilia facienda: et quicquid dictus sindicus fecerit in predictis, homines diete arenge fideiubendo promictentes ratum et firmimi habere et non centra venire, sub ipoteca bonorum dicti comunis et pena marcharum argenti.

Actum in palatio Gualdi, presentibus domino Bartholo de Foresta, domino Oddone Gilij et domino Baligano testibus vocatis. Qui sindicus in aspectu hominum diete arenge iuravit predicta bona fide in omnibus et per omnia exercere. Ego Franconus imperiali aule notarius his omnibus interfui et ut supra legitur rogatus subscripsi et publicavi ».

Infatti il 1 Febbraio Bartolo da Sigillo si recava in Perugia unitamente a Raniero Rogerij, Tommaso de Compreseto, Leonardo de dogano, Bonamaza Johannis, Ranaldo Consulis, Bartuccio domini Petri, Trasmondo Bonoscagni, maestro Speranza notajo, Tommàso de Insula, Montanaro Bugati, lacopuccio Fortis, Gualtiero Ugolini, Mercatello Petri, Baligano Perfecti, Bartolo Transmandi, Pietro Vinture, Ildebrandino domimi Ranerij, Borgognone Benvenuti, Rolando Bertraimi, Uguccionello de Comperxeto, Gentiluccio domini Johannis, Ventura Jennuarij, e Oddo Gilij, tutti, principali uomini del luogo, per sottoporre Gualdo alla dominazione dei Perugini.

Ricevuti con gran pompa nella pubblica sala del Consiglio Generale, i delegati Gualdesi presentarono al Podestà e ai magistrati di Perugia l'Istrumento poco innanzi redatto, consegnando le chiavi della Rocca e delle Porte della città, le quali poi vennero restituite dal Podestà allo stesso Bartolo da Sigillo, affinchè il Castello di Gualdo, come era stato promesso, venisse custodito « ad honorem comunis civitatis Perusij ».

Giurarono inoltre i delegati Gualdesi, sia a nome del Comune di Gualdo, sia a nome dei privati in esso dimoranti, di prestare obbedienza al Comune di Perugia, qualunque fossero gli ordini da questo impartiti, obbligandosi presso a poco all'osservanza dei patti stabiliti all'epoca della prima sottomissione, che però si rendevano più umilianti e più duri, basti dire che la prepotente Perugia «claves recepit et castrum et homines Gualdi et jura eorum et que nunc habent et in antea habituri sunt». Di ciò fecesi pubblico

 

 

 

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Istrumento dal notaio Buongiovanni Petri Marescopti da Orvieto, alla presenza di Raniero Bulgarelli Conte di Marsciano, Podestà di Perugia, e dei testimoni, promettendo da parte loro i magistrati Perugini di difendere in ogni tempo Gualdo e il suo territorio, di aiutarlo e di favorirlo. Del resto, per chi desiderasse più dettagliate notizie, riporterò qui appresso, integralmente e per intero, il relativo Atto di sommissione :

« In nomine domini amen. Anno domini millesimo ducentesimo quinqua gesimo primo, indictione nona, tempore domini Innocentij) pape quarti, die mercurii, primo intrantis mensis Februarij. Convocato consilio spetiali et ge nerali, centum bonis hominibus per qualibet pottam rectoribus artium et bailitoribus sotietatum civitatis Perusij, ad sonum tubarum et campanarum more solito in palatio comunis civitatis eiusdem. In quo quidem consilio comparuerunt magistfr Bartholus de Sigillo, sindicus procurator et actor et factor comunis castri Gualdi, et infrascripti homines castellani castri eiusdem, nomine et vice comunis Gualdi et prò ipsa comunitate ad faciendum mandata domini Ranerij Bulgarelli dei Gratia potestatis Perusij prò se et suis successoribus recipientis, et comunis Perusij. De sindicaria ipsius magistri Barinoli aparet publicum instrumentum manu Franconis notarij scriptum, quod in eodem consilio fuit per me Boniohannem notarium lectum. Quo vero instrumento lecto, supradìctus sindicus et infrascripti castellani dicti castri, nomine et vice comunis castri Gualdi, et prò ipso comuni et hominibus et prò se ipsis, iurave runt tactis sacrosantis evangelliis, preiato domino Ranerio potestati Perusij prò se et suis successoribus recipienti et prò comuni Perusij, omnia et singula eius mandata et comunis Perusij, que et quanta fecerit ipse potestas et sui sue cessores prò comuni civitatis predicte hominibus et comuni castri Gualdi et spetialibus personis castri, per se vel eorum nuntium seu litteras, semel vel pluries imperpetuum, aliqua ratione vel causa, supponendo castrum predictum et homines ipsius et iura dicti castri et bona que nunc habent et habebunt in antea, sub protectione et defensione diete civitatis Perusij, claves portarum dicti castri dando in eodem consilio prefato domino Ranerio potestati recipienti nomine et vice comunis Perusij et pro ipsa civitate, quas claves rece pii; et castrum et homines Gualdi et iura eorum et que nunc habent et in antea habituri sunt, de voluntate totius consilij, sub protectione et defensione comunis Perusij, receperunt similiter animo diligendi; et insuper prelibato sindico prò comuni civitatis perusine, predictas clavis et castrum et homines et iura ipsius recommendavit potestas, ut predicta ad honorem comunis civitatis Perusij teneret et custodirei, que quidem tanquam sindicus retinere et facere promisit.

Acta sunt hec in supradicto consilio, presentibus domino Almerico indice comunis Perusij, domino Tancredo de Roscano, domino Mazico de Aspello, domino Tudino Coppoli, domino Johanne Coppoli, domino Hermanno Supolini, domino Jacoppo Petrutij, domino Passolo Taurelli, domino Gualfreduzìo Tribaldi, et aliis testibus. Et ego Bonus lohannes Petri Marescocti de Urbeveteri notarius et nunc comunis Perusij predictis omnibus interfui et ut supra legitur rogatus scribere scripsi et subscripsi.

Nomina hominum Gualdi qui iuraverunt in consilio, secundum tenorem scriptum sacramenti per me Bònióhannem notarium comunis Perusij, hec sunt:

 

 

 

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Dominus Ranerus Rogerij, dominus Thomassus de Compreseto, dominus Leonardus de Glogano, Bonamaza Johannis, Ranaldus Consulis, Bartutius domini Petri, Tranmundus Bonoscagni, Magister Speranza notarius, Thomassus de Insula, Montanarius Rugati, lacoputius Fortis, Dominus Gualterius Ugolini, Mercatellus Petri, Dominus Baliganus Perfecti, Bartolus Transmundi, Petrus Vinture, Dominus Ildebrandinus domini Ranerij, Borgognonus Benvenuti, Dominus Rolandus Bertraimi, Uguizonellus de Comperxeto, Gentilutius domini Johannis, Ventura Jennuarij, Dominus Oddo Oilij.

Et ego Bonus lohannes filius olim Petri Marescopti de Urfaeveteri notarius, et nunc comunis Perusij, sacramentis predictis interfui, et predicta roga tus scribere scripsi et subscripsi. (1)

Tredici giorni dopo l'Atto di sommissione, il Potestà di Perugia Raniero di Bulgarello Conte di Marsciano, recavasi in Gualdo con le sue milizie per prenderne il definitivo possesso. Approfittando di questa occasione, anche Perone di Raniero del Guelfo, Signore del Poggio di Nocera, recavasi nella nostra città, dove con le consuete solenni cerimonie, sottometteva sé stesso ed il Poggio al Potestà Perugino, mostrando, come Gualdo, di fare di propria volontà ciò che sapeva dover poi fare costretto.

In quest'epoca, i Gualdesi avevano assaltato il territorio Fabrianese, con cui confinavano, arrecando grandi danni a quelle popolazioni e saccheggiandone le proprietà, per cui l'Arcidiacono Valerio, Rettore della Marca, aveva chiesto al Comune di Gualdo l'indennizzo dei danneggiamenti apportati ai Fabrianesi, nonché le dovute soddisfazioni. Ma il Comune di Gualdo nulla fece di tutto ciò, ed allora il Rettore suddetto, con Decreto emesso da Fossombrone il 13 Marzo 1251, autorizzò il Comune di Fabriano a valersi del medioevale diritto di Rappresaglia, contro gli abitanti indistintamente del Comune di Gualdo e contro i loro beni. Non è qui il caso di spiegare a lungo, per chi lo ignorasse, in che consisteva, nella legislazione di quei tempi, questo barbaro e complesso sistema di amministrare la giustizia, per cui, se ad esempio, l'abitante di un Comune non riusciva a farsi risarcire da un ladro o a farsi pagare da un debitore o a far punire un assassino residenti in altro Comune, poteva chiedere, come ultima ratio, ai propri magistrati, di bandire le Rappresaglie, contro tutto il Comune abitato da quel ladro, da quel debitore o da quell'assassino. E la pubblicazione delle Rappresaglie, dava diritto al Comune che le bandiva ed ai suoi abitanti, di catturare qualsiasi cittadino, anche innocente, appartenente a quello avversario e d'impadronirsi dei suoi beni quante volte se ne fosse presentata l'occasione, quando ad esempio questo cittadino si fosse trovato ad abitare nel Comune che aveva dichiarato le Rappresaglie o, per qualche motivo, si fosse in esso transitoriamente recato. La cattura dei beni e delle persone, aveva per iscopo di costringere il Comune abitato dal

(1)  Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali. Libri delle Sommis­sioni. Cod. ®, e. 82 e 83; Cod. A, e. 126.

 

 

 

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ladro, dal debitore o dall'assassino, al risarcimento del danno o al pagamento del debito o all'applicazione della pena.

Nello stesso anno 1251, i Nocerini seguivano l'esempio dei Gualdesi, rinnovavano cioè la loro sottomissione a Perugia, venendo però aggiunto, in questo nuovo Trattato, un articolo con cui Nocera rinunziava alla partecipazione sui tributi «aliqua collecta, colta seu data» che i Perugini riscuotevano nel Comune di Gualdo o nella sua giurisdizione e ciò « non obstante capitalo quod loquitor, quicumque Consul vel Dominus vel Rector Perusij fecerit generalem coltam per comitatum Perusij, faciet similiter per comiiatum nucerinum et medietatem colte facte per comitatum nucerinum, habetit comunantia nucerina et medietatem perusina». Come compenso a tale rinunzia, Nocera chiedeva però che, non le si negasse aiuto, per fare guerra contro gli odiati Eugubini. Inoltre si stabiliva che i Fuorusciti e i banditi dal Comune di Nocera, sarebbero stati considerati tali anche dal Comune di Perugia e chiunque desse loro ricetto ed aiuto, fosse sottoposto alla pena stabilita dagli Statuti Perugini. Erano eccettuati però da questa disposizione, il Comune di Gualdo e gli altri Castelli dipendenti da Perugia, nonché gli abitanti di questa Città, che potevano essere sottoposti al bando solo con il consenso della Magistratura Perugina. (1)

Per chi non lo sapesse, i Fuorusciti, dei quali ho qui sopra fatto parola e che ad ogni istante si trovano ricordati nelle Cronache Italiane dei Secoli XIV e XV, e che, come vedremo, molta parte hanno avuto anche nelle vicende storiche della nostra città, erano una conseguenza delle feroci e ostinate guerre civili, che sul finire del Medio-Evo, desolarono i Comuni, i Principati e le Repubbliche Italiane. Sia le città che i villaggi, si trovavano profondamente divisi in vari partiti, che a seconda dei tempi e dei luoghi, assumevano diverso nome e diverso carattere e rappresentando opposte tendenze, si disputavano accanitamente la supremazia nel luogo nativo; così il partito popolare e quello della nobiltà, il partito dei Guelfi e quello dei Ghibellini e via di seguito. Ora, quando uno di essi prendeva il sopravvento, cacciava lungi dalla città tutti coloro che erano di parte avversaria confiscandone i beni e questa folla di proscritti, di banditi, di Fuorusciti, come si chiamavano allora, si rifugiava nelle vicine nemiche città, dove dominavano quelli del loro partito, ed ivi congiuravano ai danni della patria, chiedendo ai nemici di lei aiuti e consigli per riafferrare il potere perduto nel luogo nativo ed a sua volta bandirne i trionfatori di ieri.

Certo è che la sottomissione di Gualdo a Perugia, se limitava al

(1) L. BONAZZI: Storia di Perugia. Perugia 1875. Vol. I, pag. 294 - F. UGhelli : Storia dei Conti di Marsciano - F. bartoli : Op. cit. : pag. 408 - C. CIAVARINI: Collezione di Documenti Storici delle Città e Terre Marchi­ giane. Tomo II. Ancona 1872. pag. 196 - Archivio Storico di Fabriano: Co­dice Perg. detto Liber Rubeus, e. 41t.

 

 

 

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primo le antiche prerogative e libertà Comunali, gli assicurava in compenso una valida protezione verso i nemici esterni, contro le più forti vicine città che, colpendo i Gualdesi, temevano di offendere in questi la potestà di Perugia e di ciò non ne mancano esempi negli anni che immediatamente seguirono. Così vediamo che il 3 Maggio del 1256, nel General Consiglio di Perugia, all'ambasciatore di Gubbio, Sasso, i Perugini chiedono quali sono i rapporti che gli Eugubini mantengono verso il Comune di Gualdo, alla quale domanda l'Ambasciatore di Gubbio, s'affrettava infatti a rispondere che i Gualdesi, non solo erano rispettati e in nessun modo molestati dagli Eugubini, ma che anzi furono da questi persino esentati da ogni imposizione di pedaggi. Così pure al mantenimento dell'ordine e della concordia nelle Terre sottomesse, provvedevano i Perugini. In quell'epoca anche la nostra città era dilaniata da quelle feroci e ostinate lotte fraterne a cui abbiamo poco sopra accennato, tantoché i Magistrati Perugini, il 20 Luglio di quello stesso anno, decisero mandarvi un nuovo Podestà, in persona del loro concittadino Monaldo, affinchè si rendesse conto di quanto accadeva in Gualdo e persuadesse quegli abitanti alla concordia, dovendo in caso d'insuccesso, proporre gli opportuni rimedi. Prima che finisse l'anno, nel mese di Novembre, il Podestà suddetto, riferiva infatti di avere bandito molti Gualdesi dalla propria patria e consigliava quanto era necessario per ricondurre tra gli altri la pace. Ma questa loro protezione e difesa, i Perugini si facevano poi compensare dai Gualdesi sotto forma più o meno larvata di tributi o balzelli. In proposito è tipica una deliberazione presa dai Magistrati di Perugia il 25 Settembre del suddetto anno 1256, con la quale, premesso che alcune Città e Terre dell'Umbria avevano accettato di fornire determinate quantità di cereali a Perugia, si stabiliva che il frumento che avrebbero inviato Assisi e Foligno « ac cipiatur in mutuum » e quello di Gualdo invece «tolatur ex dono». Oltre a ciò, non è inopportuno osservare, che la sottomissione di Gualdo, giovò assai anche ad accrescere l'influenza della Repubblica Perugina nella nostra regione, dove gli stessi Feudatari, sentirono la necessità di chiedere protezione alla forte Città del Grifo e l'occasione doveva per alcuni di essi presentarsi ben presto: II Comune di Gubbio, voleva impadronirsi dei due Castelli di Frecco e di Compresseto, che erano posti sui confini del nostro territorio e il secondo dei quali dette poi origine all'attuale villaggio Gualdese detto la Pieve di Compresseto, sorto poco lungi e più in alto dell'antico Castello oggi diruto e dimenticato. Erano queste due Rocche possedute allora da Feudatari pressoché indipendenti. Frecco da tal Giovannuccio di Bartolo, Compresseto da Tommaso di Monaldo di Suppolino, quest'ultimo discendente da quell'Offredo di Monaldo III, Conte di Nocera, al quale, come si disse, Compresseto era pervenuto insieme ad altri vicini Castelli, nella divisione che con il fratello Vico detto Lupo, aveva fatto degli aviti domini. Fu anzi da questo ramo genealogico, trapiantatesi in Perugia, che pare avesse origine l'illustre famiglia Perugina dei Monaldi, tanto è vero che tra i Nobili

 

 

 

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del Quartiere di Porta S. Susanna in Perugia, nel 1333, si trova indicato anche un Mascio di Monalduccio, Comes de Compresseto. Un Tommaso da Compresseto, abbiamo inoltre già visto nominato tra coloro che nel 1251, firmarono l'Atto di sottomissione di Gualdo a Perugia. Il Comune di Gubbio dunque, volendo, come si è detto, impossessarsi dei due Castelli, v'inviò le proprie soldatesche sotto il comando del Capitano del Popolo, ma i Signori di Frecco e di Compresseto, dopo aver tentato invano di resistere, visto il soverchiante numero degli Eugubini, fuggirono di notte tempo a Perugia, per sottoporre a questa città i propri Feudi, chiedendone in compenso protezione ed aiuto. I Perugini, che erano proprio allora in rotta con Gubbio, accettarono volentieri l'offerta e l'Atto di sommissione, rogato dal Notaio Brocardo, fu infatti stipulato il 29 Agosto 1257. In forza di esso Tommaso di Monaldo, con il nepote Andreolo, per Compresseto, e Giovannuccio di Bartolo per Frecco, davanti al Podestà di Perugia Aldrebando de Riva, dichiararono di mantenere i propri Castelli, con la relativa giurisdizione e con gli abitanti, « ad honorem et statum comunis Perusij, » obbligandosi a non concedere su di essi alcun potere a nessun altro e di far guerra e pace secondo i voleri di Perugia, che in compenso prometteva ai due Feudatari la sua protezione. Come garanzia per il mantenimento dei patti, le parti s'impegnavano scambievolmente con i rispettivi beni, al pagamento di mille marche d'argento, quante volte a questi patti venissero meno. Compiuta la sottomissione dei propri Feudi a Perugia, Tommaso di Monaldo ebbe da questa un forte stuolo di armati, con i quali partì alla volta di Compresseto, riuscendo a riconquistarlo e a riprenderne possesso a nome della Repubblica Perugina. Gli Eugubini se ne vendicarono, dando alle fiamme i palazzi che Monaldo possedeva entro Gubbio, da dove dovette fuggirsene anche il vecchio padre, riparando nell'altro suo Feudo di Giomici. Similmente Gualdo non doveva allora trovarsi in amichevoli rapporti con il suddetto Castello di Compresseto, poiché nella notte del 21 Gennaio 1260, i Gualdesi, con a capo il loro Podestà, lo presero all'improvviso d'assalto e dopo essersene impadroniti, lo bruciarono facendone prigionieri gli abitanti, tanto che il Feudatario del Castello, che era ancora il surricordato Tommaso di Monaldo, ricorse per aiuti a Perugia che inviò immediatamente sul posto, ad inquirendum, come si legge nei documenti, alcuni suoi Delegati. Come se ciò non bastasse, i Gualdesi, pochi giorni dopo, entravano in armi anche nel territorio di Gubbio predandovi del bestiame. Gli Eugubini ricorsero anch'essi a Perugia, chiedendo che venisse loro consegnato uno degli assalitori, che era stato fatto poi prigioniero in Assisi, ma i Magistrati di Perugia risposero spettare ad essi di prendere in consegna costui, che sarebbe stato sottoposto a tortura, perché denunciasse i suoi complici. D'altra parte gli Eugubini non rinunciavano affatto alle loro mire sul possesso del Castello di Compresseto, tanto è vero che ventitré anni dopo, sia pure temporaneamente, riuscirono ad occuparlo. Esiste infatti un Breve dato a Montefiascone il 22 Settembre 1282, con il quale papa

 

 

 

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Martino IV, ad istanza di Monaldo Signore di Compresseto, ordina al Vescovo di Nocera di citare il Podestà ed il Consiglio di Gubbio, a comparire entro otto giorni davanti alla Santa Sede, sotto pena di mille marche d'argento, per rispondere dell'occupazione di detto Castello, fatta dagli Eugubini a mano armata, dopo averlo messo a ferro e fuoco, con l'uccisione di molti suoi abitanti, tra i quali un Monaco e vari parenti del Feudatario Monaldo.

Per effetto della suddetta occupazione, da parte del Comune di Perugia, del Castello di Compresseto, sorse poi vicinissimo a questo, come tra poco vedremo, anche l'altro di Poggiò S. Ercolano. Questi due Castelli, oggi appartenenti al Comune di Gualdo, furono allora e per lungo tempo, un valido baluardo sul confine orientale della repubblica Perugina, della quale, con l'Abbazia di Val di Rasina, anche durante tutto il secolo seguente, costituivano le ultime terre in direzione dell'Appennino. Per questa loro speciale posizione topografica, i due Castelli furono da Perugia validamente difesi e favoriti. Erano spesso persino esentati da ogni dazio e balzello, esenzione che i Magistrati Perugini, riconfermarono per dieci anni nel Febbraio e nel Novembre del 1379, con ordine a tutti i gabellieri e particolarmente a quelli della tassa del macinato, di non molestarne in alcun modo gli abitanti, avvertendo che questi ultimi erano meritevoli di tali favori, per la loro fedeltà e come compenso per i gravi danni subiti nelle precedenti guerre tra lo Stato Perugino e la Santa Sede. Oltre a ciò, questi stessi abitanti, il 29 Febbraio 1400, ottennero il condono di trenta fiorini su quaranta, di cui erano debitori verso il Comune di Perugia, per effetto di una fornitura di sale; altro condono di qualunque balzello, per tre anni, ebbero nel 1433; altro di ottanta fiorini nel 1441; altro di ogni debito nel 1445, altro di cinquanta fiorini il 22 Febbraio 1450, come annullamento per quell'anno, di una speciale tassa chiamata Sussidio, e infine di quarantadue fiorini per dazi arretrati, il 7 Dicembre 1455. Il giorno 11 Febbraio 1467, furono poi di nuovo sgravati della metà del Sussidio, durante il tempo di cinque anni. Ma tutte le concessioni ora esposte, erano sempre fatte a condizione che la somma condonata venisse invece spesa dai due Castelli, in riparazione e rafforzamento delle proprie mura e delle proprie torri. Né trascurava Perugia le vie di comunicazione con quei lontani baluardi del suo territorio, ed anche nel 23 Gennaio 1476, la vediamo elargire sessanta fiorini, per la costruzione di un ponte sul fiume Rasina, nella valle omonima. (1)

(1) P. PELLINI: Op. cit. Parte I, pag. 264, 1248 - L. Jacobilli: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 54 - Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirati. Libri delle Sommissioni. Cod. tjt, e. 84t ; Libri delle Rifor­ marne. Cod. Il, e. 9t a lOt, 25t a 27, 33t a 34, 39t, Cod. IV, e. 21 a 24, Cod. dal 1379 al 1380 e. 34t, 249 - O. Belforti: Memorie dei Castelli Perugini con annotazioni ed aggiunte di A. Mariotti. Territorio di Porta Sole. ms. nella Biblioteca Comunale di Perugia - Bollettino della R^ Deputazione di Storia Patria per l'Umbria, Già cit. Vol. II, pag. 146; Vol. VIII pag. 63; Vol. XIII,

 

 

 

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Ma ritornando, dopo questa lunga digressione, alla sottomissione di Gualdo a Perugia, va notato che troppo grandi e recenti vantaggi i Gualdesi aveva ritratto dal partito Ghibellino, all'epoca della riedificazione della loro città, perché potessero tanto presto dimenticarsene, e pare che mal soffrissero ora, per il tramite dei Perugini, l'autorità e l'influenza del Pontefice. Di più, la stessa Perugia, si era con il tempo raffreddata nel suo amore al Guelfismo, e anziché reprimere le aspirazioni Ghibelline che animavano la popolazione Gualdese, si potrebbe dire che quasi le fomentasse. D'altra parte, appunto in quell'epoca, il Ducato Spoletano, a nome del Pontefice, cercava di estendere anche a Gualdo la propria giurisdizione. Già nel Novembre del 1256, il Duca di Spoleto intimava al Comune di Perugia che, qualunque suo Atto di Governo in Gualdo « illud non sit factum in preiudicium ecclesie Romane nec contra honorem ipsius ecclesie » ; che il Podestà e Sindaco di Gualdo « debeant iurare de suis preceptis in omnibus attendentis» e finalmente, che da parte del Comune di Perugia « renuncietur eiectioni facte pro ipso Comuni de Potestaria castri Gualdi». Dopo ciò, con la data 6 LuglIo 1258, giungeva al Comune di Perugia, un Breve di Alessandro IV, con il quale il Papa aspramente si lagnava, che, nonostante il suo divieto e la pena imposta di mille marche d'argento contro i disubbidienti, si continuasse dai Magistrati di Perugia a impedire al Rettore del Ducato di Spoleto di procedere contro Gualdo, proteggendolo a dispetto di quello e comandava perciò al Comune di Perugia, di non emanare più alcun ordine nel territorio Gualdese e in tutta la restante Diocesi di Nocera, senza l'assenso del Rettore del Ducato Spoletino, minacciando di far pentire i Perugini, se più oltre persistessero nella loro ostinazione. Ma pare che questi poco conto facessero delle minacce del Pontefice, poiché, essendo la loro città allora in guerra con Gubbio e venendo conclusa la pace a Città di Castello, il 14 Luglio dell'anno seguente, Perugia approfittò anche di questa occasione per far risultare la propria ingerenza nel Governo di Gualdo. Infatti, tra i vari Capitoli del suddetto Trattato di Pace, si legge che, essendosi impossessati gli Eugubini durante la guerra di «castrum Chere, villam Sigilli, villam sancte Crucis de Culiano, villani Vallis Ficuum, villam Collis, villam sancti Apolenaris, villam Colbasciani, villam sancti Petri» ed appartenendo tutti questi loghi al Comune di Gualdo, protetto e difeso dal Comune di Perugia, gli Eugubini dovevano, per tale ragione, restituirli immediatamente ai Gualdesi. Questo documento è per noi assai interessante, anche perché ci indica sin dove si estendeva in quel tempo la giurisdizione del Comune di Gualdo, al quale appartenevano dunque persino i lontani paesi di Sigillo,

(1) Arch. Vaticano: Reg. di Martino IV. Tomo II, Anno II, Epist. 58 - Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss, di Dorio e Jacobilli); Cod. C. II. 5, c. 100t.

 

 

 

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Colbassano e Purello (allora appunto chiamato Villa Sancti Apollinaris) con i loro dintorni. (1)

A quest'epoca, rimonta la fondazione del nostro più importante Ospedale, cosi detto della Carità, eretto e dotato nel 1260 dal Notaio Diotisalvi, fuori la Porta Civica di S. Benedetto, come risulta da pubblico Istrumento, redatto nel mese di Febbraio, nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, ai Monaci della quale veniva affidata l'azienda dell'Ospedale in discorso. Ed anzi, tra i testimoni presenti alla stipulazione di un tale Istrumento, figurano quel Bartolo da Sigillo, quel Ildebrandino di Raniero, quell'Oddo Gilii e quel Baligano Perfecti, che nove anni prima abbiamo visto sottoscrivere l'Atto di sommissione di Gualdo a Perugia. E a proposito di Ospedali, non possiamo lasciare inosservato il grande sviluppo che nella città nostra, sin dalle sue origini, ebbero gli Istituti Ospedalieri. Nel già ricordato testamento del 4 Aprile 1288, di Giovanni di Ventura di Acquittolo, notaio, e in altro testamento di Salvuzio Sartore, avente la data 28 Luglio 1290, costoro oltre che al suddetto Ospedale della Carità, fanno dei Legati a vari altri Ospedali allora esistenti in Gualdo e cioè all'Ospedale dei Lebbrosi, sulla Via Flaminia, all'Ospedale dei Frati della Congregazione, all'Ospedale fuori Porta S. Facondino, all'Ospedale di Valsorda e all'Ospedale di Giovanni Bentivonij. Tutti questi Ospedali, dei quali già diffusamente trattai nel mio libro « Gli Antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino » non si creda però che avessero molto di comune con i moderni luoghi di cura, erano piuttosto specie di Ospizi o Ricoveri, dove l'accattone, il viandante, il pellegrino, che spesso arrivavano stanchi e sofferenti, provenendo da lontane regioni, ottenevano per carità e dalla pubblica beneficenza un pane ed un giaciglio.

In quest'epoca e più propriamente nel Gennaio del 1267, il Comune di Perugia pretendeva da quello di Nocera il pagamento di una certa somma di denaro, su di esso imposta a titolo di penalità. Mostrandosi i Nocerini riluttanti a tale pagamento, il Comune suddetto li poneva in bando, autorizzando chiunque ad impadronirsi dei loro beni, sino a raggiungere l'importo della penalità imposta. Il Comune di Perugia, contemporaneamente ordinava a quello di Gualdo di porre anch'esso in bando i Nocerini, contro i quali i Gualdesi avrebbero potuto, alla loro volta, impunemente esercitare il surricordato diritto di rapina, devolvendo però al Comune di Perugia, la metà dei beni rapinati.

Il 16 Marzo di quello stesso anno, due Ambasciatori Gualdesi, messer Villano e messer Cavalca, si presentarono ai Magistrati Perugini, lamentandosi per offese arrecate dai Comuni di Fabriano e di Nocera, al Castellano della Rocca di Gualdo, Raniero di Ruzerio ed ai suoi famigli. Aggiungevano, che i Comuni suddetti, si

(1) Archivio Storico Italiano: Tomo XVI. Parte II, pag. 483 (Regesto e. Documenti) - Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirati. Riformanze, Cod. II, e. 50; Sommissioni. Cod. ®,c. 15 e seg. - F. ClATTl: Op. di. vol. Il, pag. 378.

 

 

 

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adoperavano per costituire una nuova Comunanza, che sarebbe andata a detrimento di Gualdo, a cui avrebbe sottratto numerosi abitanti, che erano pur sudditi di Perugia e domandavano perciò che s'impedisse un simile avvenimento. I Magistrati Perugini, inviarono allora appositi Delegati ai Comuni di Fabriano e Nocera, per avvertirli che non avrebbero tollerato la formazione di questa nuova Comunanza, perché sarebbe andata a scapito del Comune di Gualdo e della sua giurisdizione.

Anche nel seguente anno 1268, il Comune di Perugia ha occasione di esercitare l'opera sua in difesa della nostra città. Da alcuni documenti degli Annali Decemvirati Perugini, invero assai poco chiari, un personaggio che parrebbe rispondere al nome di Marchese Manfredi, aveva non solo imposto dei gravami fiscali ai Gualdesi, ma inoltre, per motivi a quel che pare di natura annonaria, aveva fatto sequestrare agli stessi numerosi capi di bestiame bovino ed ovino, imprigionandone e tenendone altresì in ostaggio i custodi. Il Comune di Perugia, dietro richiesta di quello di Gualdo, nel Maggio di quell'anno s'interpose per la restituzione del bestiame e la liberazione degli ostaggi, inviando a tale scopo due Ambasciatori al suddetto Manfredi. Chi fosse costui, non è bene specificato nei documenti suddetti, ma è lecito supporre che si tratti di qualche funzionario della Santa Sede, poiché contemporaneamente i Magistrati Perugini deliberarono d'inviare altri due Ambasciatori al Pontefice, supplicandolo, per amore loro, di non infierire contro i Gualdesi, e così giustificavano la loro richiesta: Cum Communis Gualdi sit in malo stata et homines diete terre nimium graventur. E per completare l'opera, mandavano altri due Ambasciatori nella nostra città, per curarne il buono stato e ristabilirvi la pace. Ricorderemo finalmente, a proposito della protezione accordata da Perugia ai Gualdesi, che da un documento del 18 Giugno 1269, ci risulta che il Capitano del Popolo di Perugia, per effetto di una disposizione statutaria (Capitulum Constituti) essendo obbligato a concedere a tal Pietro di messer Maitine, anche detto Piero de Loculo, la bayliain sive sindicatum di qualche Terra soggetta a Perugia, si doveva in ogni caso, escludere Gualdo ed il prossimo Castello di Compresseto da tale concessione. (1)

Ritornando alla lotta che ferveva tra Perugia e Spoleto per il predominio su Gualdo, ricorderemo che nel 1273, questa divenne più viva e pressante avendo il Pontefice, con il tramite del Vescovo di Perugia Bernardo Corio, ordinato ai Magistrati Perugini di consegnare al Rettore, o Duca di Spoleto che dir si voglia, per conto della Santa Sede, Gualdo insieme ad altre vicine città. Questa

(1) R. GUERRIERI: Gli Antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Pe­rugia 1909. pag. 12 e seg. - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Per­ gamene. Sec. XIII. N° 101 - G. Cajani: Raccolta ms, di memorie stanche Gualdesi. Vol. I.

 

 

 

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volta si domandava loro maggior sacrificio ed il Comune di Perugia corse subito ai ripari per scongiurare questo non lieve colpo alla sua potenza. Gli Archivi Perugini, specie gli Annali Decemvirati, abbondano di documenti da cui risultano le intense e continue pratiche corse durante il suddetto anno 1273 ed il principio di quello seguente, tra il Comune di Perugia, il Ducato di Spoleto e il Pontefice, per risolvere l'intricata vertenza. Infatti, già sin dal 7 Maggio di quell'anno, vediamo tornare in Perugia un'Ambasciata che era stata inviata dai Perugini a Gualdo, la quale riferì che il Duca di Spoleto rifiutava di accettare le proposte che erano state fatte dal Comune di Perugia, circa la giurisdizione da esercitarsi su Gualdo; e i Perugini stabilirono allora che, in ogni modo, si dovessero difendere i Gualdesi e i loro Podestà, contro le pretese del Duca Spoletino, ricorrendo nello stesso tempo al Pontefice, per impetrarne un favorevole appoggio. Il 14 Maggio, lo stesso Gualdo prende l'iniziativa di tale affare, chiedendo a Perugia « unus homo et sapiens » assistito da un Notaio, per inviarlo, quale proprio rappresentante, ad Umberto Duca Spoletino. L'ottiene, ma dovette anch'esso nulla concludere, poiché pochi giorni dopo, vediamo arrivare in Perugia un Ambasciatore Gualdese, per riferire che il Duca suddetto, aveva fatto invece assalire dai suoi soldati il territorio di Gualdo, facendovi danni e qualche prigioniero e minacciandone gli abitanti e il Podestà. I Magistrati Perugini, inviarono allora immediatamente ordini a Casacastalda e a Fossato, affinchè con uomini ed armi, accorressero in aiuto dei Gualdesi, ed agli Spoletini intimarono di desistere da ogni offesa contro il Comune di Gualdo. Contemporaneamente, sapendo che il Pontefice transitava allora nell'Umbria, diretto da Orvieto in Assisi, i Magistrati Perugini gli mandarono incontro una numerosa Ambasceria, che avrebbe dovuto accompagnare il Papa stesso sino ad Assisi e con lui concordarsi, tra l'altro, anche circa la pretesa consegna di Gualdo. Erroneamente il Pellini nella sua Historia di Perugia, attribuisce questo episodio a Gualdo Cattaneo. Quattro Ambasciatori inviarono altresì a Spoleto, per invitare il Duca a desistere dal processo di ribellione che aveva ordito contro i Gualdesi e, in caso di rifiuto, due di essi si sarebbero dovuti recare nelle Città e nei Castelli del Ducato e in quelle sottomesse a Perugia, avvertendone gli abitanti di non compiere atti ostili contro i Gualdesi, poiché i Perugini avrebbero ritenuto queste ostilità come rivolte a loro stessi; e gli altri due Ambasciatori si sarebbero dovuti recare nelle Città e nei Castelli della Marca confinanti con Gualdo, per ivi ripetere lo stesso proclama. Sembra però che il Pontefice, agli Ambasciatori di Perugia, tornasse ad esprimere personalmente la sua ferma volontà di vedere annesso al Ducato Spoletino anche Gualdo e il suo territorio, né dobbiamo perciò meravigliarci se il 12 Giugno, i Gualdesi chiedono ancora una volta Ambasciatori a Perugia, perché volevano inviarli a Guglielmo, nuovo Duca di Spoleto, che trovavasi allora in Assisi. Quest'ultimo, da parte sua, il giorno 16 intima alla nostra città di mandare invece una Delegazione a Bevagna, per trattare con il rappresentante Spoletino

 

 

 

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« et ibidem facete sua precepta et Romane Ecclesie » ed una intimazione, presso a poco consimile, rinnova il giorno 21, con il termine perentorio di cinque giorni, perché sia effettuata. Il 2 Luglio, il Papa scrive di nuovo al Vescovo di Perugia perché minacci i Perugini per la loro ostinazione a proposto della consegna di Gualdo, e quei Magistrati, tanto per temporeggiare, chiedono al Duca un anno di tempo, dopo il quale si sarebbero rimessi al giudizio del Pontefice. Ma il Duca di Spoleto, credette invece bene, di far subito un atto di autorità sul Comune di Gualdo, al quale intimò, due giorni dopo, di inviargli, per il 7 Luglio, una schiera di soldati (X milites et CC pedites preparatos ad exercitum) destinata a prestare servizio nella guerra che Spoleto iniziava allora contro Cascia. E i Perugini non credettero opportuno impedire questo reclutamento militare in una Terra a loro soggetta, poiché infatti, interpellati in proposito dai Gualdesi, di buona o mala voglia, risposero ambiguamente a quest'ultimi che avessero pure obbedito « sicut consueti sunt servire Duche et Rectore Spoletano ». Anzi, come se ciò non bastasse, essendo tornati a Perugia alcuni Ambasciatori da questa città, inviati al Pontefice per la vertenza di Gualdo, i Magistrati Perugini, il 27 Luglio, trasmettono ai Magistrati Gualdesi la raccomandazione che si guardino bene dal cadere in qualsiasi pena da parte del Duca Spoletino, ma che anzi gli obbediscano, cercando tuttavia di arrecare con ciò il minor danno possibile al Comune di Perugia, che così agiva solo per fare opera di concordia. Né quest'ultima raccomandazione, era fuori di luogo o superflua, tanto è vero che quattro giorni dopo, il Rettore del Ducato notifica a Gualdo, che marciava in armi contro il Castello Perugino di Compresseto, il quale, come vedemmo, sorgeva appunto sul nostro confine territoriale verso Perugia. E che perciò i Gualdesi dovevano subito schierarsi dalla parte del Rettore, pena la multa di cento marche d'argento, ed anche questa volta il Consiglio Perugino, pare impossibile, avverte i Gualdesi di obbedire al Rettore del Ducato. Certo che la potente Perugia, avrà avuto allora i suoi buoni motivi politici, per dimostrare tanta remissione di fronte alla rivale e tracotante Spoleto, ma non è a credersi come del resto ce ne accorgeremo in appresso, che intendesse con ciò definitivamente rinunziare al suo dominio su Gualdo. Infatti, poco dopo, il 29 Settembre, nel Consiglio Perugino, già si torna a discutere sul da farsi per la grave questione di Gualdo e si nomina una Commissione di Sapienti uomini, perché giudichino in proposito e la decisione si conclude il 2 Ottobre con l'invio a Spoleto di una delle solite Ambascerie, composta di sei illustri cittadini di Perugia, aventi l'incarico di accordarsi nel miglior modo con il Duca. Ma costui, a nome del Pontefice, tra l'altro chiese ai Perugini, mille libbre di denari a titolo d'indennizzo per vari motivi, fra cui s'indicano le offese e le aggressioni fatte in passato dai Gualdesi contro il Ducato e il suo Duce, nonché un vecchio disaccordo, a proposito del salario della Podesteria di Gualdo. Circa poi l'assegnazione di quest'ultima città, che però prima o dopo sarebbe dovuta tornare alla dipendenza del Ducato di Spoleto e

 

 

 

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della Chiesa, il Rettore si riservava di attendere il responso che il Papa, o il suo Camerlengo, avrebbero dato a suo tempo in proposito. Le trattative si protrassero per molti giorni, durante i quali dal Pontefice, furono persino scomunicati i riluttanti Magistrati di Perugia, che nella seconda metà di Ottobre, in pubblico Consiglio, decidevano di fare al Duca di Spoleto, tra l'altro, anche le seguenti proposte: Pagare al Duca stesso, quattrocento libbre di denari, quale indennizzo per le ostilità ricevute da Gualdo, che sarebbe stato però amnistiate da ogni processo, pena, bando etc. in cui già fosse incorso di fronte al Ducato; decretare « quod Gualdenses remaneant in sua solita iurisdictione, salvo dominio Ecclesie Romane et iure Comunis Perusii. Et si articullus in hoc, salvo iure Comunis Perusii, non possit obtineri, remaneat in hoc tacite»; e finalmente soprassedere sulla spinosa questione riferentesi alla Podesteria di Gualdo. Non risulta qual conto facesse il Rettore del Ducato di queste proposte dei Perugini, al di cui Vescovo, Papa Gregorio X tornava a scrivere nel mese di Novembre, a proposito anche delle contese che si riferivano alla nostra città. Certo, che le trattative, nel Gennaio del 1274, continuavano ancora, poiché troviamo che in tale mese, il Consiglio Perugino rimandava al giudizio di vari sapienti cittadini, ogni decisione su alcune nuove missive inviate dal Duca di Spoleto al Comune di Gualdo. Del resto, tale complessa e lunga questione, anche se fu allora, per il momento, provvisoriamente sedata, come si è detto, la vedremo in seguito risorgere ancor più vivace e difficile. (1)

In quest'epoca, il nuovo Re d'Inghilterra Edoardo I, reduce dalla Siria, dove aveva preso parte all'ultima Crociata, era passato in Italia e si dirigeva ad Orvieto per ossequiarvi il Pontefice, da dove poi avrebbe dovuto proseguire verso l'Inghilterra e salire sul trono Inglese, rimasto vacante per la recente morte del padre. Ma, secondo quanto scrive il Bonucci, nel 1273, prima ancora di arrivare ad Orvieto, dovette interrompere il viaggio e sostare a Gualdo, dove partorì la sua reale consorte Eleonora di Castiglia che, incinta, aveva coraggiosamente seguito in Siria lo sposo in mezzo agli orrori della guerra.

Con il principiare del 1274, notiamo un grande armeggio tra Gualdo e Perugia, segno certo che qualche cosa di insolito era insorto nei rapporti tra i due Comuni: Così il 30 Gennaio, giungono in Perugia tre Ambasciatori Gualdesi, indicati come Rosso, Monaldo e Andrea Podestà di Gualdo, i quali dovevano certo esporre al Comune di

(1) P. PELLINI : Op cit. Parte I, pag. 284 - C. Alessi: Compendio delle Storie,Perugine. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia, pag. 32 - L. BELFORTI: Serie etc. Già cit. Tomo I, pag. 60 - G. MORONI: : Op. cit, Vol. LII pag. 163 e Vol. LXIX, pag. 93 - Arch. Comunale di Perugia: Annali Decenivirali. Dal 1273 al 1276 (Cod. A), e. 2, 8, lOt, 21t, 24, 25, 27t, 28t, 32, 34, 3,5t K 37, 45t, 47, 48, 48t, 73t, 74t, 75, 76. 76t, 78, 79, 80t, 81, 811, 82t, 94, 95, ÌÓS; Cod. $, e. 153t, 154, 192t, 193, 197, 198, 210, 228, 268.

 

 

 

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Perugia qualche affare oltremodo segreto ed importante, poiché chiedono di parlare, non già apertamente davanti al Consiglio Generale, ma bensì in modo particolare e riservato, in presenza o del Podestà, o del suo Vicario, o dei Giudici, o del Capitano del Popolo, o dei Consoli, o di sapienti uomini da designarsi, e tale richiesta fu senz'altro approvata. Poco dopo, il 21 Febbraio, il Perugino Jacopo di Rainaldo, domanda al suo Comune, ottenendoli, alcuni Ambasciatori da inviarsi a Gualdo a proprie spese, ma non sappiamo per qual motivo e il 18 Marzo, il Consiglio Perugino, rimanda al giudizio di altri « sapienti uomini » una lettera diretta dal Podestà di Gualdo ai Consoli della Mercanzia di Perugia, lettera di cui ignoriamo lo scopo. Tutto questo movimento di Ambasciatori e di lettere, va forse messo in rapporto con alcuni incidenti allora insorti tra la popolazione Perugina e quella Gualdese. Tra l'altro sappiamo infatti, che qualche tempo prima, un certo Aldovrandino di Bartolo cittadino di Perugia, conducendo in questa città, da Camerino, una grossa mandria di animali, mentre transitava per il territorio di Gualdo, era stato dai Gualdesi aggredito e derubato del bestiame suddetto. Aldovrandino, il 24 Marzo del 1274, ottenne dal Comune di Perugia alcuni Ambasciatori per inviarli a sue spese al Comune di Gualdo e ricuperare così la mandria rubata, ma avendo quelli, dopo il loro ritorno in Perugia, confermato il misfatto senza aver nulla concluso, i Magistrati Perugini, intimarono a Gualdo di mandare un proprio rappresentante, per rispondere ad Aldovrandino davanti la Curia del Podestà e del Capitano del Popolo Perugino. Però tale ordine restò inadempiuto, tanto è vero che il Consiglio di Perugia, il 24 Aprile di quell'anno, su domanda del derubato, deliberò di pubblicare le Rappresaglie contro il Comune e la popolazione Gualdese, se non venissero restituiti gli animali trafugati e compensati tutti i conseguenti danni.

Così pure accadde poco dopo, che a certa donna Aiguana di Bonaccorso, cittadina di Perugia, era stata negata dal Gualdese Berretta di donna Benvenuta, la somma di ventisei libbre di denari Cortonesi, residuo di quarantasette libbre, che in tutto costui già le doveva, come da Istrumento rogato da maestro Giovanni notaio. I Magistrati Perugini, inviarono in Gualdo degli Ambasciatori i quali, assistiti da messer Benicello, notaro del Comune di Perugia, redassero con i nostri Magistrati un accordo per cui la questione doveva venir sottoposta ad un arbitrato, ma non avendo poi i Gualdesi mantenuto un tal patto, il 22 Ottobre del 1275, in Perugia, avanti la Chiesa di S. Severo, ubi ius reddere consuevit, si adunarono Benvenisse di Bonagiunta e Giacomo di Pigolotto, Giudici, Rigozzo di ser Rigone e Marco di Maffeo, pubblici Ufficiali del Comune di Perugia, i quali con l'assistenza di messer Pietro, notaro del Comune stesso, solennemente di nuovo bandirono le Rappresaglie, approvate poi dal Consiglio Generale Perugino, contro il Comune di Gualdo, rappresentato in tale occasione da quel Bartolo da Sigillo, Giudice, che venticinque anni prima, cioè il 1 Febbraio 1251, vedemmo trattare la sottomissione a Perugia della nostra città.

 

 

 

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Un tale provvedimento non dovette però avere effetto alcuno, poiché il 30 Aprile dell'anno seguente, a richiesta di Beneviene di Giovanni, marito di donna Aiguana suddetta, il Giudice di Perugia Tancredi di Benincasa, confermava il bando delle Rappresaglie, con Atto pubblico eseguito a Ponte S. Giovanni, nel territorio Perugino, sulla via che conduce a Gualdo. Come se ciò non bastasse, nel mese di Ottobre dello stesso anno 1276, il Comune di Perugia, dietro richiesta dei suoi cittadini Bonavita di Giacomo, Tancredi di Benincasa di Alfano e Andrea di Baregano, rappresentanti anche dei compagni Andrea di Gipso, Todinello di Piero ed Angelo di Simone, concedeva a questi nuove Rappresaglie contro i Gualdesi, per far valere alcuni loro pretesi diritti. Ma per quanto solleciti nella concessione delle Rappresaglie, a favore dei propri concittadini altrettanto tardi e svogliati erano i Magistrati di Perugia quando si trattava di permettere ad altri tale pratica. Pare infatti che essi opponessero frequenti dinieghi alle richieste che i minori, limitrofi e dipendenti Comuni, loro facevano per potere esercitare liberamente anch'essi il diritto di Rappresaglia contro chiunque, allo scopo di far valere le ragioni conculcate di qualche loro concittadino. Ciò, a lungo andare, provocò una vasta lega di protesta tra le popolazioni circostanti a Perugia e noi vediamo infatti anche Gualdo accordarsi con Gubbio, Assisi, Todi, Città di Castello, Rosciano, Orvieto e la lontana Lucca persino, allo scopo di boicottare, mi si ammetta questa esotica ma adatta parola, la popolazione di Perugia. La nostra città, che forse ancora risentiva il rancore ed i danni delle recenti subite Rappresaglie, noncurante della sua soggezione al rapace Grifo Perugino, spinse l'ardire sino al punto di dare una forma pubblica alla sua protesta e infatti apprendiamo da un documento dell'epoca, che il 3 Maggio del 1278, Mariano, pubblico Banditore del Comune di Gualdo, davanti al Palazzo Comunale, previo il solito squillo di tromba, per ordine del Podestà di Gualdo Rosolo, avvertì i cittadini indistintamente, che non ardissero di fare contratti commerciali con quei di Perugia e suo territorio, quia comune Perusii non vult teneri. Egualmente vietava ai Gualdesi di acquistare vettovaglie nel territorio Perugino, pena la multa di venticinque libbre di danari, più la perdita della merce e del mezzo di trasporto.

Da parte sua Perugia, intorno a questi tempi, prendeva verso i Fabrianesi, con i quali era in rotta per il contrastato possesso della Rocca d'Appennino, una disposizione presso a poco consimile e ne approfittava anzi per addimostrare il proprio dominio sopra i Gualdesi, comandando a questi di rompere ogni rapporto, sia politico che commerciale, con i cittadini Fabrianesi, di non avvicinarli o riceverli, di non dare ad essi neppure amichevoli consigli, né procurare loro favori; e se qualcuno avesse fatto il contrario, sarebbe stato punito con multa e cioè cento libbre di denari se il contravventore fosse stato un Castello, cinquanta se una Villa, venticinque se un privato cittadino. Tutto ciò risulta dallo Statuto Perugino del 1279, dove anche è prescritto che «Gualdensibus et Nucerinis pro comuni Perusij guida nec

 

 

 

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pedagium auferatur et Ipsis Gualdensibus prohibeatur ne pedagium accipiant hominibus de Fossato ».(1)

Mentre Gualdesi e Perugini, come poca sopra si è visto, contendevano tra di loro per motivi più o meno futili, il Duca di Spoleto, quale Ministro Papale, perseguiva con tenacia il suo proposito di togliere completamente a Perugia ogni dominio sul Comune di Gualdo. Stanco di trattare, come vedemmo sempre inutilmente, con i Perugini per tale scopo, sin dal Gennaio del 1276, egli aveva creduto opportuno ricorrere senz'altro alla forza, facendo appello alle Terre dell'Umbria, per marciare in armi contro i Gualdesi, ma a nulla approdò questo Bando e bastò un cenno della temuta Perugia, perché nessuno accorresse sotto la bandiera del Ducato. L'anno seguente, il Rettore di Spoleto, fece nuovi tentativi, ma questa volta nel campo giuridico, allo scopo di affermare il suo dominio su Gualdo, e cioè contestando ai Gualdesi il diritto di potere eleggere liberamente da sé stessi il proprio Podestà, imponendo inoltre ad essi di deferire alla Curia Spoletina ogni pratica giudiziaria e di sottoporre sé stessi e i propri beni, alla giurisdizione della Santa Sede, per privarli cioè di quei diritti politici, che allora venivano compresi sotto la formula mero et mixto imperio. Ciò nonostante, essendo addivenuti i Gualdesi all'elezione del Podestà per proprio conto, lo stesso Rettore Filippo da Napoli, si prendeva l'arbitrio, vano del resto, di condannarli al pagamento di una multa di cinquecento marche d'argento. Per tutte queste imposizioni il Comune di Gualdo, promosse contro di lui un processo di appello alla Santa Sede, che, portato innanzi all'Uditore Generale della Camera Apostolica Guglielmo da Peleto, si protrasse inconcludentemente, con varie vicende, sino a tutto l'anno 1282 e del quale vari documenti esistono ancora nel nostro Archivio Comunale, tra le Pergamene di quel Secolo. Una di queste specialmente, è assai interessante. Consiste nell'interrogatorio di molti testimoni, chiamati a provare i diritti dei Gualdesi contro le pretese del Duca di Spoleto Giovanni de Mayrolis, succeduto a Filippo da Napoli nel governo del Ducato e contiene perciò numerose notizie sulla organizzazione del nostro Comune, in quell'epoca lontanissima. I testimoni suddetti, tra l'altro attestavano che i Gualdesi, sin dalle prime origini della loro città, eleggevano liberamente e senza alcuna estranea o superiore ingerenza, il proprio Podestà e gli altri pubblici Officiali, ad esempio i Camerlenghi, i Giudici, i Capitani del Popolo, i Priori, i Bajuli, i Consoli, i Consiglieri, i Notari, i Capubreves e Gualdoni. Spiegavano inoltre, che le elezioni di questi Magistrati si effettuavano, indifferentemente, quando in uno, quando in altro

(1) A. M. BONUCCl: Istoria del Pontefice Gregario X. Roma 1711. pag. 75 - Arch Comunale di Perugia: Statuto del 1279. Rub. 37 e 390; Annali Decemvirali dal 1273 al 1216 (Cod. A),c. 119t , 120, 132t, 133, 141, 145, 148, 149, 158, 159t. Cass. 28, N°. 213 - F. BRIGANTI: Op. cit. pag. 230 a 237 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII, N°. 65, 66, 76, 77, 78.

 

 

 

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mese dell'anno, talvolta nella festa di Tutti i Santi, ad ogni modo, nel mese precedente a quello in cui, per esaurimento del mandato ricevuto, doveva avvenire l'abituale e periodico rinnovamento dei Funzionari preposti al governo del Comune e che gli Officiali nuovi eletti, entravano in carica al principio del mese susseguente alla loro elezione. Dichiaravano inoltre che dette elezioni, venivano indette per ordine dei Reggitori del Comune (Podestà o chi per lui) prima che uscissero di carica e che si facevano o in Consiglio, nel Palazzo Comunale, secondo le prescrizioni dello Statuto, oppure in Arengo, nella Piazza, dove si convocavano i cittadini al suono delle campane e delle trombe e che si designavano con vari metodi coloro che si volevano eleggere e cioè talvolta ad vocem, talvolta ad brevia, talvolta ad sortes, talvolta per electores e tutto questo a seconda delle necessitai delle condizioni del momento, nel modo cioè che la popolazione riteneva allora più opportuno. Notevole sopratutto, è la deposizione di un testimonio, il quale disse che «antequam dicium castrum [Gualdo] mutaretur de loco ubi faerai, fiebant sex electores, tres vero de regione ultra aquam et iotidem dira aquam, qui eligebant potestates; et alias offitiales, videlicei iudices, notarios, camerarios etc. fiebant in consilio. Post mutationem vero dicti castri ad locum ubi nunc est, potestates qui prò tempore erat, faciebat conveniri arengum, in quo fiebant sex electores, quatuor videlicet de populo et duo ex granditia (duo ex parte militum et quatuor ex parte popularium, (dice un altro testimonio) qui eligebant potestates per anno futuro secundum formam Statuti; alij offitiales fiebant in consilio quandoque et quandoque in arengo ». Questo brano, riportato integralmente, ha bisogno di chiarimento: II testimone alludeva alle elezioni dei Magistrati nell'antico Gualdo, che, come vedemmo, sorse a Valdigorgo, ed in quello attuale che gli succedette. A proposito del primo usa le due espressioni « ultra aquam » e «cifra aquam». Che intendeva dire conciò? Riflettendo che il Gualdo di Valdigorgo era quasi circondato da due rivi perenni, uno dei quali è quello che anche oggi scorre giù dalla stretta gola tra Monte Fringuello e Monte Serra Santa per dare origine al Fiume Feo, l'altro è quello che attualmente fluisce incanalato sotto terra nel pubblico Acquedotto e che innanzi la costruzione di questo scendeva libero tra le rocce poi confluendo con il primo, dobbiamo ritenere che appunto a questi due fiumicelli si riferiscano le espressioni suddette, di modo che, per regione «cifra aquam» si intendeva il Castello di Gualdo vero e proprio, e per regione « ultra aquam » il suo territorio.

Dopo questa non inutile digressione sul governo della nostra città nel XIII secolo, ritornando alla vertenza tra il Comune di Perugia e il Duca di Spoleto, ricorderemo anche, che alle affermazioni di dominio del Duca Spoletano su Gualdo, rispondevano i Perugini con effettivi atti di giurisdizione e di sovranità. Valga ad esempio il fatto seguente: nonostante i divieti e le minacce del Pontefice, erano allora i Perugini in continua guerra con la vicina Foligno, alla quale, nel solo anno 1282, avevano dato, per ben tre volte, l'assalto,

 

 

 

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demolendone finalmente le mura. Gualdo, come soggetta a Perugia, dovette di buona o mala voglia, darle aiuto di uomini e di denaro a danno dei Folignati, e dobbiamo ritenere che i soccorsi non furono minimi e inefficaci, poiché Papa Martino II (vulgo IV), credette opportuno, in tale occasione, di lanciare la scomunica e varie altre pene contro i Gualdesi, per punirli dell'aiuto militare ai Perugini fornito. Persistendo però i Gualdesi nelle ostilità verso i Folignati, nella primavera del 1283 fu riconfermata contro di loro la scomunica e l'interdetto, con l'aggravante di una multa di cinquemila marche di argento. Il Podestà di Gualdo, Brancuccio da Bettona, in data 6 Agosto, si lamentava con il Comune di Perugia per la grave pena inflitta ai Gualdesi dalla Curia Romana, dimostrando il desiderio di ritornare neutrale nel conflitto con i Folignati, ma i Perugini rispondevano che gli uomini di Gualdo dovevano sempre rimanere a servizio del Comune di Perugia ed eseguirne gli ordini, tantoché, prima che finisse l'anno, il 18 Novembre, Papa Martino intimava nuovamente ai Gualdesi, di fare atto di devozione e di ubbidienza alla Santa Sede, cessando ogni ostilità contro gli abitanti di Foligno, minacciandoli diversamente di ulteriori e più gravi pene. Quando però il Papa concluse la pace con i Perugini, e si recò anzi nella loro città, allora, aderendo alla richiesta fattagli dai Magistrati Gualdesi, ritenne opportuno assolvere dalla scomunica anche il nostro paese, mantenendo però le pene pecuniarie a favore dei Folignati, per indennizzarli dei danni materiali sofferti durante la guerra. La lettera di assoluzione dalla scomunica, data a Perugia il 28 Febbraio 1285, era indirizzata al Guardiano del Convento dei Frati Minori di Gualdo, con obbligo di comunicarla ai Gualdesi. Ma questi ultimi, durante il tempo che avevano combattuto a fianco di Perugia contro Foligno, quasi a dimostrare al Pontefice quanto poco spontanea fosse stata la loro partecipazione a quella guerra, avevano rivolto le proprie armi anche contro gli stessi abitanti del Comune di Perugia. Poco dopo la metà del 1283, dai Gualdesi capitanati da un loro Giudice, erano stati infatti assaltati e feriti alcuni uomini in una località detta Vigneto, nel territorio di Casacastalda, che faceva parte del Distretto di Perugia, tantoché i Magistrati di quest'ultima città, dovettero inviare a Gualdo un loro Ambasciatore, assistito da un Notaio, per ottenere la consegna o il processo degli aggressori, ordinando in pari tempo ai Gualdesi, di lasciar libero l'uso della strada che conduceva nelle Marche, strada occupata dagli stessi Gualdesi. Nell'anno seguente, questi ultimi erano tornati alla carica e « hostiliter, armata manu, pedes et equites», come si legge in un documento di quell'epoca, avevano di nuovo assaltato e saccheggiato il confinante territorio del Castello di Casacastalda, dipendente, come si è detto, da Perugia, per cui i Magistrati di questa città, il 29 ottobre 1284, deliberarono di inviare lettere al Comune di Gualdo, affinchè gli assalitori restituissero il bottino ai depredati di Casacastalda, dovendosi, in caso negativo, rimandare la questione al Consiglio Perugino, per più severe sanzioni contro i Gualdesi. Contemporaneamente, questi ultimi si erano procurate

 

 

 

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altre brighe anche con il Comune di Nocera, che sin dal 1283 si era dovuto rivolgere ai Magistrati Perugini denunziando quello di Gualdo, il quale aveva occupato alcune terre che, poste sul confine tra i due Comuni, erano considerate ed effettivamente usate, come condominali e chiedendo l'intervento dei Magistrati stessi, per evitare conflitti; tantoché i Perugini dovettero inviare Ambasciatori a Gualdo e Nocera, affinchè ciascuna delle due città non menomasse i diritti dell'altra. Similmente pochi mesi dopo, il 30 Marzo 1285, intimarono al nostro Comune, di riattare e rimettere a posto, a sue spese, entro quindici giorni, i termini posti dai Delegati dì Perugia, tra il territorio di Gualdo e quello di Fossato, i quali termini erano stati dai Gualdesi prepotentemente spostati a proprio vantaggio. La stessa cosa, due anni dopo, essi facevano per i confini che avevano con il Comune di Perugia, i di cui termini (pillastri), i Gualdesi avevano distratto e asportato, per cui dal Comune suddetto venivano posti in bando. Però, nel Giugno del 1287, chiedevano la revoca di questa pena ed ottenevano dai Perugini il perdono, a condizione che il Comune di Gualdo, revocasse anch'esso il bando, che a sua volta, aveva per ritorsione proclamato contro i Perugini e che i termini manomessi sul confine venissero ripristinati. Inoltre il Comune di Gualdo, che aveva bandito dal suo territorio anche un cittadino di Fossato, senza sufficienti prove incolpato di maleficio, avrebbe dovuto egualmente annullarne il bando, quante volte costui fosse risultato innocente. Pochi mesi dopo, il 17 Agosto, i Magistrati Perugini, per mezzo di Ambasciatori, notificavano a Gualdo che i duecento e più abitanti di Compresseto, non si indica per quale motivo, erano stati banditi dal Comune di Perugia e che chiunque avrebbe potuto impunemente danneggiarli ed offenderli, comminandosi invece la pena di mille marche d'argento, per chi ardisse offrir loro asilo. Anzi, a proposito di Compresseto, ricorderemo che il 9 Luglio del seguente anno 1288, un'Ambasciata Gualdese pervenuta a Perugia, chiese a quei Magistrati, di soprassedere sull'esazione di alcuni gravami fiscali, imposti dalla Curia Perugina ad abitanti di Gualdo, assicurando che in cambio avrebbero revocato altri pesi fiscali, che avevano diritto di imporre su uomini del Castello di Compresseto soggetto a Perugia. E i Magistrati di quest'ultima città, pur respingendo tale proposta, dichiararono però che il nostro Comune, avrebbe potuto sempre sottoporre al benevolo giudizio del Podestà o del Capitano del Popolo Perugino, volta per volta, i singoli casi riferentisi alla questione suddetta, perché si fosse così potuto procedere secondo giustizia.

Contemporaneamente ai suddetti atti di autorità del Comune di Perugia su Gualdo, altri invece ne troviamo da parte del Duca di Spoleto che, per dimostrare anch'esso il suo dominio sulla nostra città, aveva imposto a Gualdo di prender parte alla guerra, che le milizie del Ducato combattevano allora contro la città di Norcia, ribellatasi alla Santa Sede; ma i Gualdesi, per certo consigliati dai Perugini, rifiutarono ogni aiuto d'uomini e di danari, procurandosi così una nuova solenne scomunica dal Pontefice, per liberarsi dal

 

 

 

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quale dovettero poi pagare duecento fiorini d'oro, come risulta dal relativo Atto pubblico che, sotto forma di quietanza, il 5 Ottobre 1287, veniva rilasciato da Rolando di Ferentino, Duca di Spoleto, a Messer Lucchese, rappresentante del Comune di Gualdo. (1)

E' da credere però che, nel frattempo, il Ducato di Spoleto fosse riuscito finalmente ad avere il tanto desiderato predominio sulla nostra città, sostituendosi in parte al Comune di Perugia. Ciò si deduce oltre che dall'avvenuto pagamento della multa suddetta, anche da altri documenti esistenti nel nostro Archivio Comunale, fra le pergamene del XIII secolo, documenti dai quali risulta che la Magistratura e la Curia Spoletina, per pochi anni appresso, esercitarono una diretta giurisdizione su Gualdo. Ciò deduciamo anche da una grave questione, che insorse in quel tempo, tra la Santa Sede e il Ducato di Spoleto da una parte e la Repubblica Perugina dall'altra, per avere quest'ultima voluto appunto riaffermare il suo dominio su Gualdo. Già narrammo gli avvenimenti per i quali Perugia, nel 1257, era venuta in possesso del Feudo di Compresseto, sul confine occidentale del Comune Gualdese; ora appunto, nei 1287, i Perugini sentirono il bisogno di intensificare la propria potestà su quel Feudo, per servirsene come sentinella avanzata a guardia del territorio di Gualdo. Già si erano essi impadroniti di altri due Feudi, Frecco e Collemincio, come il precedente situati sul limite del nostro contado di fronte a Perugia e ritennero quindi necessario, approfittando del fatto che vacante era allora la Santa Sede, di compire l'opera persuadendo gli abitanti di Compresseto a riconfermare la loro sottomissione al Grifo Perugino, la qual cosa costoro fecero con tutta sollecitudine, ben sapendo che, se si fossero rifiutati, vi sarebbero stati costretti per forza. Scelsero poi i Perugini nella Pievania di Compresseto, la posizione più elevata, un poggio già per natura atto alla difesa e all'offesa ed ivi iniziarono la costruzione di un grande e ben munito Castello, cui imposero il nome di Santo Ercolano, in onore del loro patrono, l'antico Vescovo e Martire Perugino, chiamandovi ad abitarlo le genti del contado di Gualdo e delle altre Terre limitrofe. Il Duca di Spoleto insorse contro questi fatti, riconoscendovi una menomazione dell'autorità Ducale su Gualdo e ricorse alla Santa Sede. Per effetto di ciò, il 19 Novembre di quello stesso anno 1287, il Sacro Collegio dei Cardinali, in mancanza del Pontefice, inviava al Comune di Perugia, Fra Pellegrino, Cappellano Apostolico, latore di una lettera con la quale si protestava contro i Perugini,

(1) A. cristofani: Storia d'Assisi. Anno 1276 - A. mariottI: Memorie del Territorio Perugino. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia. Tomo I, e. 158 - O. SBARAGLIA: Bullarium Franciscanutn. Tomo 111. Roma 1765. pag. 531 - Arch. Vaticano: Reg. di Martino IV. Tomo II. Anno IV. Epist. 184 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. Parte I, N° 83, 100; Parte II, Perg. unica. Anno 1281-1282 - Arch. Comunale di Pe­ rugia: Annali Decemvirali. Dal 1284 al 1298, e. 7, 8, 33t, 34, 45, 65; Consilia Sapientum. Fase, diviso in quaderni degli anni 1283-1284. Quad. A, e. It, 2 e Quad. C, e.

 

 

 

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perché, con il mezzo subdolo della sottomissione, si erano di nuovo impadroniti del territorio costituente la Pievania di Compresseto, nel Comune di Gualdo , territorio che la Santa Sede dichiarava far parte del Ducato di Spoleto e quindi soggetto al dominio Ecclesiastico e perché inoltre vi aveva iniziato la costruzione del Castello di Poggio S. Ercolano, costringendo gli abitanti dei dintorni ad abitarlo e presidiarlo; la lettera Cardinalizia, concludeva intimando a Perugia di desistere dall'occupazione e dalla costruzione suddetta. Ma i Perugini non tennero in nessun conto cotali intimazioni e proseguirono nella loro impresa, tanto che il nuovo Papa Nicolo IV, appena asceso al trono, con Breve dato a Roma il 15 Marzo 1289, vietò ai Gualdesi non solo di recarsi ad abitare nel nuovo Castello di Poggio S. Ercolano, ma di accedere anche, per qualsiasi motivo, al Castello stesso e ordinò eziandio di partirsene immediatamente, a tutti coloro che già vi avevano preso dimora, pena la scomunica e la confisca dei beni. E, per l'adempimento dei suoi ordini, diede poi mandato al Rettore del Ducato di Spoleto, nonché Notaro Pontificio, Raniero da Pisa. Il suddetto Breve venne trasmesso dal Pontefice a Giovanni da Foligno, dei Conti d'Antignano, Vescovo di Nocera, perché lo notificasse ai Gualdesi, e infatti il Vescovo stesso, ai 27 di Aprile, nella residenza Episcopale in Gualdo, presenti i testimoni Matteo, Priore di S. Angelo di Bagnara, Andreolo di Cittadone e Gino di Chelulduccio da Fabriano, donzelli del Vescovo, ordinò a Jacopo di Jacopo da Tolentino, allora Giudice e Vicario del Comune di Gualdo, di congregare sulla pubblica piazza tutta la popolazione Gualdese, affinchè assistesse alla notificazione suddetta. Questa avvenne il giorno seguente, per opera nel Notaio Vescovile, che ai Gualdesi coadunati, con a capo il loro Magistrato Jacopo da Tolentino e coll'assistenza del Vescovo Giovanni, lesse il Breve esprimente la volontà del Pontefice. Alla pubblicazione solenne di questo bando, assistettero anche, in qualità di testimoni, Andrea da Cesi, Conte di Gubbio e Nocera, Matteo di Bartolomeo, Canonico Nocerino, Fra Scanturso, Guardiano del nostro Convento dei Frati Minori, Fra Pietro, Priore del Monastero Gualdese di S. Agostino e Filippo, Monaco del Monastero di S. Benedetto in Gualdo. Qui però non si arrestava l'incarico affidato dal Pontefice al Vescovo di Nocera, dovendo costui pubblicare il Breve Papale anche nel temuto Castello di Poggio S. Ercolano. Ma il Vescovo Giovanni, conobbe per certo che non spirava in questo buon vento per gli inviati della Santa Sede, e da uomo prudente, nel seguente giorno 28 Aprile, mediante Atto Pubblico, in cui figurano quali testimoni il suo donzello Andreolo, Matteo Abate del Monastero di S. Stefano di Parrano e Guglielmo Abbate del Monastero di S. Benedetto di Gualdo, nominò suoi procuratori e rappresentanti, Ventura, Rettore della Chiesa di S. Pietro di Fossato e Junito, Rettore della Chiesa di S. Croce in Gaifana, con l'incarico di recarsi nel Castello di Poggio S. Ercolano, per comunicare a quegli abitanti il Breve di Nicolo IV. In quello stesso giorno, i due Procuratori, ottemperarono al loro

 

 

 

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poco gradito incarico e assistiti dal Notaio del Vescovo, Andrea di Simone, e dai testimoni Cristoforo, Chierico della Chiesa di S. Facondino di Gualdo e Totto di Marco della Branca, si recarono al Poggio di S. Ercolano, per intimare a quegli abitanti di abbandonare il Castello costruito dai Perugini e ciò secondo la volontà del Pontefice. Quel che ad essi accadde, è minutamente descritto nella relazione che il suddetto Notaio Andrea di Simone trasmise poi al Vescovo di Nocera: Trovarono serrate le porte del Castello e questo ben guardato da uomini armati « cum lanceis, mannariie, et aliis munitionibus » come leggesi nel documento. Si arrestarono perciò sulla pubblica via, presso le mura Castellane, e subito notificarono il Breve di Nicolo IV alle persone ed ai curiosi che si trovavano presenti in quel luogo. Queste non mostrarono però di tenere in gran conto la volontà del Pontefice e anziché allontanarsi dal fortilizio dei Perugini, s'impadronirono a viva forza dei Vicari del Vescovo di Nocera e, più o meno malconci, l'inviarono poi quali prigionieri a Perugia. In tal modo miserevolmente finì l'avventura e al Vescovo di Nocera non restò altra soddisfazione che scrivere, in data 4 Maggio, da Sassoferrato dove allora trovavasi, al Giudice di Gualdo Jacopo da Tolentino e al General Consiglio della nostra città, perché s'inviassero le prove della ribellione alla Curia di Roma, per procedere penalmente contro i ribelli di Poggio S. Ercolano e contro i Gualdesi che lassù avevano trasportato le proprie dimore. Entro otto giorni, il Comune di Gualdo avrebbe anche dovuto approntare il denaro occorrente per l'istruzione del processo e per il suo invio alla Curia Romana. Quest'ordine del Vescovo, fu notificato il 18 Maggio alla Magistratura Gualdese, da Berto Campe e Venturella di Stanigno, nunzio e familiare del Vescovo di Nocera, unitamente a Lipputo di Jacopo di Guidone e Diotallevi Rettore della Chiesa di Sassoferrato. Non sappiamo l'esito del processo, se pure lo stesso ebbe luogo, né un tale dubbio è ingiustificato; certo che con questo la grave vertenza non ebbe termine e la vedremo infatti riaccendersi venti anni dopo. In tale modo, ebbe origine l'attuale Castello Gualdese di Poggio S. Ercolano, il di cui antico sigillo porta nel centro quattro torri merlate, con le due mediane più alte e sottili, tutte insieme unite e recinte da una muraglia e con intorno la scritta: S. Podii S. Erculani. Giova ora accennare che il Comune di Gualdo, forse in ciò istigato dai Perugini, come già aveva fatto nel 1281, negava di nuovo in questi tempi al Duca di Spoleto, ogni autorità ed ogni diritto di ingerirsi nella amministrazione della Giustizia nel proprio territorio, ove intendeva liberamente e indipendentemente esercitarla per proprio conto, in forza degli antichi diritti concessi da Federico II, tanto è vero che nel 1291, Alessandro da Cremona, Vicario in Gubbio e Nocera del Rettore del Ducato di Spoleto Raniero da Pisa, avendo ordito due processi criminali contro due cittadini Gualdesi, tal Gerardo di Onesto e Francesco di Guido da Morano, il Comune di Gualdo, protestando contro il Vicario suddetto perché di suo arbitrio e senza alcun diritto o competenza aveva proceduto in giudicato in tali processi, si rifiutò di fornirgli gli

 

 

 

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Atti e i Documenti relativi e si appellò infine contro il Rettore del Ducato alla Curia Romana, nonostante la multa di cento libbre Cortonesi più la scomunica, ai Gualdesi minacciata dal sunnominato Vicario. Come prima abbiamo detto, tutti questi avvenimenti ci fanno pensare che, nel penultimo decennio del secolo XIII, il Ducato di Spoleto fosse riuscito ad ottenere un notevole predominio politico e amministrativo nel nostro Comune a tutto scapito dei Perugini, tanto è ciò vero che questi ultimi, con Atto dell'11 Settembre 1292, costrinsero i Gualdesi ad una nuova pubblica e solenne sottomissione. Esporremo anzi qui per esteso i vari capitoli di questo documento che è assai interessante, perché molto bene ci fa conoscere quali rapporti giuridici, con questa terza sottomissione, solo apparentemente spontanea, si venivano a creare tra le due città. In tale Atto, si fa anzitutto notare che nel giorno suddetto, nel Palazzo Comunale di Perugia, davanti al Podestà, al Capitano del Popolo, ai Consoli ed ai membri del Maggior Consiglio, si erano presentati alcuni Ambasciatori Gualdesi, con il loro Sindicus Berardo di Salvuzio, i quali avevano domandato a nome ed in rappresentanza del Comune di Gualdo, che lo stesso fosse ricevuto sub protectione, tutela et defensione del Comune di Perugia. Quest'ultimo accettava di buon grado la richiesta dei Gualdesi, e per conseguenza si stipulavano in proposito i seguenti patti: La città di Perugia si assumeva nuovamente la protezione, tutela e difesa di Gualdo e suo distretto, dei suoi abitanti e dei beni di questi. D'altra parte il Comune di Gualdo dichiarava che in segno di sudditanza, avrebbe inviato ogni anno, nel mese di Marzo, in occasione della festa di S. Ercolano, un suo rappresentante in Perugia con un Pallio di seta fatto a guisa di vessillo, che con gran pompa sarebbe stato ricevuto dai Magistrati Perugini, alla presenza del popolo, nella Piazza di Perugia, sui gradini della Chiesa di S. Lorenzo o del Palazzo Comunale. Prometteva inoltre di pagare i dazi, le collette e le prestanze prò libra, nella stessa forma e condizione con cui erano imposte nella città e borghi di Perugia ogni volta che ivi fossero ordinate e di versare anche, ogni anno, come salario del Podestà e Capitano del Popolo Perugini, tre soldi per ciascun focolare ossia famiglia, «dum tamen in hoc casa mille foculares intelligantur ». Si obbligava di non far guerra o pace senza il permesso di Perugia, dovendo però aiutare quest'ultima nelle sue guerre, con genti ed armi, ogni qualvolta ne fosse stato richiesto «excepto cantra Ecclesiam Romanam». Avrebbe accettato, in qualsiasi caso, il Podestà o Rettore Generale, che era sempre un cittadino di Perugia, eletto secondo la norme vigenti in quest'ultima città e cioè nel modo seguente: Ognuno dei cinque quartieri in cui era divisa la città di Perugia, con il sistema detto ad brevia e per portam, avrebbe nominato un electionarius e questi cinque speciali magistrati, alla loro volta, avrebbero eletto il Podestà, sulla designazione del quale dovevano però essere concordi almeno quattro degli electionari. Il Comune di Gualdo, doveva stipendiare lo stesso Podestà con quattrocento libbre di denari Cortonesi e doveva fornirlo di un Giudice bona et esercitato, di un Notaio esperto, in arte tabelionatus, di quattro

 

 

 

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servitores e di due equi. Lo stesso nel suo officio, doveva essere completamente libero, né subire ostacoli da parte di qualsiasi altro Officiale Comunale e si doveva regolarmente rinnovare alla scadenza o in qualsiasi altro tempo che avesse piaciuto al Comune di Perugia. I Gualdesi avrebbero dovuto concedere agli abitanti della città, distretto e contado di Perugia, il libero accesso nella strada che, proveniente da quest'ultima città, attraversa il Comune di Gualdo per accedere nella Marca e ciò «cum mercato et sine mercato», ad arbitrio dei Perugini, senza che questi dovessero pagare le abituali prestanze o pedaggi. Le stesse condizioni, si sarebbero però fatte dai Perugini, ai Gualdesi che avessero dovuto transitare nel territorio di Perugia. Il Comune di Gualdo, a tutela della sua integrità politica e territoriale, avrebbe avuto da quello di Perugia, non solo la difesa contro qualsiasi altra Città o Feudatario, ma bensì anche l'assicurazione, che gli stessi Perugini, mai avrebbero incorporato nel loro territorio alcun Castello o Villaggio Gualdese. Il Comune di Perugia si obbligava a liberare da ogni eventuale bando o contumacia quegli abitanti di Gualdo che vi fossero incorsi sino alla stipulazione del presente Atto e da parte sua il Comune di Gualdo, avrebbe fatto altrettanto in favore dei Perugini. Per l'avvenire, in Perugia e suo distretto, non sarebbero state accolte le persone bandite o condannate in Gualdo e similmente quest'ultimo Comune avrebbe respinto i banditi Perugini. Alla Curia della città di Perugia, si sarebbero rivolti i Gualdesi in materia giudiziaria. Gli abitanti del Comune di Gualdo, che possedevano terre in quello di Perugia, avrebbero potuto liberamente asportare sino alle proprie case, i prodotti di queste terre, senza pagare qualsiasi dazio o colletta e la stessa facoltà avrebbero avuto i Perugini, possessori di terre nel Distretto di Gualdo. Per quanto si riferiva al Castello di Poggio S. Ercolano, che, come poco innanzi dicemmo, così grave contesa aveva suscitato tra la Repubblica Perugina ed il Pontefice, i Gualdesi dichiaravano di disinteressarsene, riconoscendone ed accettandone lo stato giuridico tale quale era. Finalmente Gualdo si riservava il mantenimento delle sue antiche prerogative Comunali e cioè «omnis iurisdictio, libertas et consuetudo, quam... habet in se ipso et in eius districtu» formula questa invero assai vaga e che solo poteva dare l'illusione di un'indipendenza per sempre perduta, così come Perugia, più per abitudine di stile curialesco che per convinzione, dichiarava intendersi salvo ed inviolabile qualsiasi eventuale diritto che su Gualdo potesse vantare la «Sacrosanta Romana Ecclesia, eiusque nuntii, rectores et offitiales». Per i contravventori ai patti suesposti, si stabiliva la multa di mille marche di buono e puro argento.

Nell'Atto sudescritto, è anzitutto ricordato ai Gualdesi l'obbligo di presentare il Pallio ogni anno. Questa diffusa usanza medioevale, dovette certamente venir praticata con la più grande puntualità, poiché nei libri pubblici del Comune di Perugia e in antiche Cronache di Scrittori Perugini, per quasi due secoli, ad esempio negli anni 1313, 1314, 1316, 1318, 1319, 1322, 1324, 1326, 1351,

 

 

 

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1377, 1378, 1379, 1380, 1394, 1399, 1417 e 1422, vediamo ricordata anche Gualdo tra le città che recarono a Perugia, quell'annuale ed umiliante simbolo della soggezione e della fedeltà. E d'altra parte, il mancato adempimento di tale obbligo, non soltanto faceva cadere la città sottomessa nella pena di mille marche d'argento, ma la poneva nella condizione di ribelle alla potestà Perugina. Nei Libri pubblici del Comune di Perugia, particolarmente negli Annali Decemvirati, la registrazione di quest'Atto è quasi sempre fatta con la stessa formola. Come esempio, citeremo tra tante, la presentazione del Pallio effettuata il 1 Marzo 1316, a proposito della quale si legge, che il Gualdese Matteolo di Carnetto, delegato quale rappresentante del Comune di Gualdo, con uno speciale rogito del Notaio Nicola di Bartolo, recatesi in Perugia, presentava al Podestà, al Capitano del Popolo ed ai Priori Perugini, « unum pallium extensum super quadam asta, sicut dictum Comune tenetur dare, assignare et presentare annuatim in dieta festo S. Herculani, nomine census ». Nell'Atto del 1319, il Pallio si descrive come applicato « in quadam asta ad modum vexilli », in quello del 1351, si presentò « unum palium de syricho » ed in quello del 1377, si dichiara essere il Pallio del valore di dodici fiorini d'oro.

In breve, troviamo numerose le prove dei rinnovati rapporti tra il Comune di Gualdo e quello di Perugia. Ad esempio, quest'ultimo, poco dopo la nuova sottomissione di Gualdo, vi aveva inviato come Podestà tale Ungaro di messer Oddo. Costui, benché si fosse obbligato con giuramento, come era d'uso, ad osservare i Capitoli dello Statuto del Comune di Gualdo, non aveva mantenuto la fede giurata. Particolarmente aveva violato quel Capitolo Statutario che prescriveva « avere comunis Gualdi, non possit expendi sine licentia XXIIII bonorum hominum », poiché non avendo permesso l'elezione di quei ventiquattro uomini, aveva fatto delle spese inutili « super custodia arcis comunis » inviando tra l'altro indebitamente, seicento libbre di denari a tal Venturella di Benvenuto. Oltre a ciò, mentre egli, quale Podestà, era obbligato a rimanere in Gualdo nei quattro giorni seguenti l'ultimo del suo Officio, per il rendimento dei conti, se ne era invece subito partito senza licenza. Perciò il Comune di Gualdo, nel Maggio 1293, aveva inviato speciali Ambasciatori a Perugia, per esporre quanto sopra al Consiglio dei Priori, e questi deferirono la questione alla Curia del Capitano del Popolo Perugino, avanti alla quale sarebbe dovuto comparire, come parte d'accusa, il Rappresentante del Comune di Gualdo e quant'altri vi avessero interesse. Così pure un tal Vegnatolo di Pietro da Collemincio, Distretto di Perugia, avendo in corso una lite nella Curia di Gualdo, nel Maggio di quello stesso anno, dietro sua istanza, i Magistrati di Perugia gli accordavano d'inviare Ambasciatori al Comune di Gualdo, a spese del richiedente, per trattare circa la lite suddetta. E finalmente, il 22 Ottobre, il nuovo Capitano del Popolo di Perugia, Cello di Bartoletto, tra i fideiussori che, come allora si usava, egli doveva dare a guarentigia del suo Officio, designava il Podestà di Gualdo, che era allora Giovannello

 

 

 

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domine Veronicie. D'altra parte, nel Febbraio del seguente anno 1294, il Comune di Gualdo, in persona del suo Sindaco e Procuratore messer Giovanni, riceveva dal Collegio dei Cardinali, essendo vacante la Sede Apostolica, l'espresso ordine di agire verso la vicina città di Gubbio, affinchè questa obbedisse alla Santa Sede che si lamentava di attentati, da parte degli Eugubini, contro libertà, diritti, statuti ed ordinamenti Ecclesiastici, contro Chiese e Monasteri. E certamente l'opera del Comune di Gualdo dovette subito raggiungere l'intento voluto dalla Santa Sede, poiché nel mese seguente, il Comune di Gubbio prometteva infatti solennemente ogni obbedienza per il futuro.

Due anni dopo, nel 1296, insorgono dissidi tra Gualdo e Foligno a causa di alcuni ostaggi Gualdesi, che la città di Spoleto, non sappiamo per quale motivo, riteneva nelle proprie carceri. Foligno infatti, considerando gli ostaggi Gualdesi come sudditi di Perugia, per fare un atto di cortesia a quest'ultima città, li aveva presi sotto la propria custodia, ma poi, non tenendo conto di ciò, il Comune di Gualdo aveva rifiutato a Foligno il salario spettante ai custodi che sorvegliavano quegli ostaggi. In conseguenza di questo rifiuto, i Folignati il 26 Maggio di quell'anno, inviavano ai Magistrati Perugini, alcuni Ambasciatori per avvertirli che ad essi non dispiaccia « si fiet per comune fulginiense novitas contra obsides prò salario memorato». La questione, portata prima davanti al Consiglio del Popolo di Perugia, fu da questo rinviata al Maggior Consiglio, ma di essa non abbiamo più notizia sino al 1 Luglio dell'anno seguente. In tale giorno, giunse infatti in Perugia un'Ambasciata Gualdese, presieduta dal proprio Podestà, la quale fece noto che, in seguito ad un espresso mandato del Sommo Pontefice, gli ostaggi Gualdesi tenuti in custodia dai Folignati, dovevano essere rimandati liberi. Questa volta la decisione fu inviata al giudizio di alcuni « sapientes » da designarsi dai Magistrati Perugini (Podestà, Capitano del Popolo e Consoli delle Arti). Quale fosse questa decisione ignoriamo, ma quasi certamente ad essa si riferisce una nota, che poco dopo, in data 8 Ottobre di quello stesso anno 1297, troviamo negli Annali Decemvirati del Comune di Perugia e dalla quale apprendiamo che, su proposta di messer Jacopo Pazerani, si stabilì d'inviare un'Ambasciata Perugina al Duca di Spoleto ed alla di lui Curia, come desideravano i Gualdesi ed a spese di questi, per definire quell'ormai vecchia vertenza.

Intanto, gravi avvenimenti si dovevano essere verificati nel vicino Castello di Poggio S. Ercolano, avvenimenti di cui non ci è restata memoria, ma che per certo provocarono la rovina di quel luogo, per opera degli Agenti del Ducato di Spoleto. Ciò deduciamo dal fatto, che il 18 Settembre del 1296, gli abitanti del Castello si rivolsero al Comune di Perugia, affinchè prendesse i necessari provvedimenti, per « plurime novitates in ipso castro . . . facte, que in obrobrium et dannum Comunis Perusii redundant » e si specificava narrando che erano state devastate le case del Castello, abbattute le torri e le mura che le difendevano, riempiti i fossati, distrutte le carbonaie,

 

 

 

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ossia fornaci per la produzione del carbone, alla quale industria quegli abitanti dovevano allora dedicarsi. I Magistrati Perugini, nel Consiglio tenuto il giorno 20 di quello stesso mese, ordinarono, pena una forte multa per i trasgressori, che tutto fosse ricostruito e ridotto al pristino stato a spese dei devastatori. In seguito a ciò, vediamo i Perugini iniziare anche un'inchiesta sull'operato del «Comes Nucerii et Eugubii» che per alcune sue pretese aveva citato in causa e minacciato gli abitanti del Castello di Poggio S. Ercolano da essi protetto. E il Comes, rispondeva all'inchiesta, dichiarando che per mandato ricevuto dal Duca di Spoleto Bertoldo de Filiis Ursi, egli poteva persino addivenire al saccheggio del Castello suddetto. Dopo questa risposta, i Magistrati Perugini, il 27 Luglio dell'anno seguente decidevano di chiedere al suddetto Agente del Duca Spoletino di soprassedere sulla questione fino al ritorno del Duca stesso nella sua sede di Spoleto, affinchè, dal Comune di Perugia, potesse essere opportunamente interrogato in proposito.

Nello stesso anno 1297, insorse d'altra parte una questione tra il Comune di Perugia e quello di Gualdo, perché quest'ultimo costringeva al pagamento di alcuni tributi (collecte et date) varie persone le quali, erano suddite del Comune di Perugia, ma non vi erano nate e possedevano beni così in territorio Gualdese, come in Comune di Perugia, per i quali ultimi beni anche a questo pagavano tributi. Il Comune di Gualdo li aveva tassati e si era rifiutato poi di restituire le somme percepite, non considerandoli come Perugini, nel qual caso avrebbero avuto diritto a speciali esenzioni e privilegi, ad esempio al rimborso suddetto e così agiva giustamente, attenendosi ad un articolo dello Statuto di Perugia, secondo il quale dovevano ritenersi Perugini, solo i nati nella città e territorio di Perugia. In conseguenza di tale questione, il Podestà Perugino, in data 23 Ottobre, presentava ai suoi Magistrati, una proposta per la quale, qualsiasi individuo residente nel Comune di Perugia e che a questo pagasse tributi, anche se nato altrove, doveva essere considerato quale Perugino, cioè come se fosse nato nella città o territorio di Perugia. La proposta, invero poco opportuna per i Gualdesi, fu senz'altro approvata, ma poco dopo venne dai Magistrati Perugini compensata in tale campo con altra favorevole concessione. Infatti nel Trattato di sottomissione di Gualdo a Perugia, essendovi anche il patto, che i Gualdesi dovessero, per qualsiasi pratica, venir considerati nello stesso modo che i cittadini di Perugia, il Comune di Gualdo domandava ora ed otteneva dai Magistrati Perugini, con Deliberazione del 7 Marzo 1298, che se un abitante di Perugia, quivi o altrove, avesse offeso o danneggiato un Gualdese, dovesse essere punito con quella stessa pena in cui sarebbe incorso offendendo uno di Perugia. E non sembri questo un piccolo favore, ricordando quanto già si scrisse in proposito e cioè che nel secolo XIII la Costituzione della Repubblica Perugina, aveva prescritto come norma, che gli abitanti delle città a lei soggette, quando, per qualsiasi ragione, si fossero dovuti recare sia

 

 

 

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momentaneamente che stabilmente in Perugia, non vi avrebbero usufruito di tutti quei diritti e privilegi che spettavano invece al cittadino Perugino. Il trattamento di favore sopra descritto, lo vediamo poi riconfermato ai Gualdesi nel secolo seguente, quando cioè Perugia, con lo Statuto del 1342, estese tale importante concessione anche a tutte le altre città da lei dipendenti.

Prima che finisse il secolo, con Breve dato a Roma il 13 Marzo 1299, Papa Bonifacio VIII, concedeva ai Folignati Giovanni di Bartolo Clavelli e al di lui figlio Bartolo, l'esercizio del pedaggio di Gualdo, con i diritti spettanti a detto officio. Mediante altro Breve avente la stessa data, il Papa dava notizia al Vescovo di Foligno dell'avvenuta concessione. (1)

Intanto, pare che non troppa buona armonia corresse da qualche tempo, tra la nostra città e quelle limitrofe di Nocera e Fabriano. Per quanto riguarda i Nocerini, i Magistrati Gualdesi, intorno al 1294, furono persino costretti ad inviare contro di essi le proprie milizie e ci resta anzi a tal proposito un documento contenente una sentenza, emanata il 16 Febbraio dell'anno suddetto, con la quale il Podestà Giovanni domine Veronicie, condannava al bando dal Comune e al pagamento di cinquecento libbre di denari per ciascuno, a favore del Comune stesso, vari cittadini Gualdesi, perché, come dice la sentenza, intimati a forma di legge, prima a presentarsi al Comune di Gualdo per servirlo e difenderlo contro quei di Nocera e contro altri nemici e poi una seconda volta intimati a comparire con armi e cavalli al servizio di detto Comune in omnibus et per omnia, come erano obbligati, disprezzando detti inviti, non si presentarono, facendo così atto di ribellione. Per quanto poi si riferisce ai Fabrianesi, è certo che una profonda ostilità correva tra essi e i Gualdesi, ripetutamente molestati ed aggrediti dai primi, tanto è vero che già parecchi anni innanzi, nel 1267, avevano ricorso i Gualdesi per aiuto ai Magistrati Perugini, che si erano limitati a mandare speciali Delegati in Fabriano, per

(1) C. ALESSI: Op. cit. pag. 40 - ODDI: Cronaca di Perugia dal 1194 al 1325. ms. pubblicato nel Tomo XVI, Parte I, pag. 58 dell'Archivio Storico Italiano - P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 313, 317, 320 - L. Belfortì: Serie etc. Già cit. Tomo 1, pag. 72 - F. Briganti: Op. cit. pag. 182 a 184 - Arch. Vaticano: Arm. XIII, Caps. VII, Ni 7, 8 e Caps. IX, N° 18; Arni. XXXV, Tomo IV, e. 284 e 285; Reg di Martino IV, Tomo I, Anno II, Epist. 188 ed Anno III, Epist. 175, 180, 233, nonché Tomo II, Anno IV, Epist. 184; Reg. di Bonifacio Vili, Anno V, Epist. 93 - Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Vol. VIII, pag. 63 - Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Jacobilli) Cod. A. II. 16, c. 116t - Arch. Comunale di G ualdo: Raccolta delle pergamene. Sec. XIII. N° 136 - Arch. della Cattedrale di Gubbio: Per­ gamene, XXXIV, 6 - Arch. Comunale di Perugia: Statuto del 1342. Lib. III , c . 39, col. I, parag. ultimo; Frammenti di Statuti Perugini, e. 78t, rubr. 153; Codice segnato £<, c. 165t; Annali Decemvirati dal 1284 al 1298. e. 193t, 194, 179t, 223t, 236, 265t, 266, 267, 277, 281, 295t; Annali dal 1296 al 1299 (Cod. C), e. 88t, 123; Annali dal 1315 al 1317,c. 100; Annali dal 1318 al 1319, e, 23, 56t, 140.

 

 

 

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consigliarne gli abitanti a desistere dalle offese. Certamente poco conto fecero i Fabrianesi di tali consigli, poiché seguitarono a penetrare in armi nel territorio Gualdese, saccheggiandolo e facendovi prigionieri, tanto che il 16 Settembre del 1304, quei di Gualdo ricorsero per nuovi aiuti a Perugia, che non fu sorda ai loro reclami, dichiarando, in data 11 Ottobre, i Fabrianesi nemici e ribelli del Comune di Perugia, bandendoli da tutto il territorio soggetto a quest'ultima città e deliberando, in pari tempo, di spedire contro di essi le proprie milizie. Sortirono tali provvedimenti un prontissimo effetto, poiché non tardarono a presentarsi in Perugia degli inviati di Fabriano, con preghiera di revocare il bando a loro danno emanato e fu risposto dai Magistrati Perugini dovessero i Fabrianesi mandare a Perugia un loro Procuratore e rappresentante, con dieci principali cittadini, con i quali avrebbero trattato ogni vertenza, e ciò allo scopo di ottenere il perdono e la liberazione dal bando e per dimostrare la piena remissione di Fabriano a Perugia; e aggiunsero anche, che se entro dieci giorni, costoro non si fossero presentati, sarebbe stato mandato ordine a Gubbio, a Camerino, ed alle altre vicine ed amiche città, di bandire anch'esse i Fabrianesi dai propri territori. Nulla risulta di ciò che questi facessero, però è lecito supporre che gli ordini della temuta Perugia fossero prontamente eseguiti.

Intanto nuove questioni erano insorte su i limiti orientali del nostro territorio. Quivi infatti i Perugini avevano, da qualche tempo, iniziata la costruzione di un grande castello presso il villaggio di Gaifana, proprio sul confine tra il Comune di Gualdo e quello di Nocera, castello che nel documento a cui si riferisce tale notizia, è indicato col nome di « Castrum Perusini ». A tale costruzione era stato però apposto un divieto dal Pontefice, il quale aveva per di più ordinato che, entro nove giorni, si sarebbero dovute demolire le mura già in parte erette, sotto pena di diecimila marche d'argento. Nello stesso tempo Nocera, incoraggiata dal divieto Papale, ostacolava e disturbava anch'essa in tutti i modi il sorgere della nuova Rocca dei Perugini. Ma questi, nonostante la proibizione del Pontefice, proseguirono l'opera loro ed intimarono ai Nocerini d'inviare a Perugia il loro rappresentante, unitamente a dieci principali cittadini del luogo, per discolparsi e fare ammenda e non essendo questi comparsi, nel mese di Ottobre di quello stesso anno 1304, incaricarono Zardolo di Benvenuto di associarsi agli uomini del Capitano del Popolo di Perugia, affinchè si affrettasse il compimento dell'opera. Contemporaneamente inviarono ordini a Casacastalda, a Colle Mincio, a Poggio S. Ercolano, a Frecco, a Gualdo, a Fossato, a Sigillo e ad altre Terre e Rocche anch'esse dipendenti da Perugia, affinchè favorissero e cooperassero in ogni modo, per la costruzione del castello suddetto. Quest'ultimo fu così compiuto e rimase per allora in mano dei Perugini, ma circa un secolo dopo, nell'anno 1420, in seguito a vicende a noi ignote, lo troviamo invece in possesso dei Trinci, Signori di Foligno, dei quali anzi costituiva un baluardo sui confini settentrionali del loro

 

 

 

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Vicariato. Essi lo chiamavano Castrum novum vallis Buschecti e vi mantenevano un Castellano ed un presidio. A questa Rocca appartengono i molti ruderi che ancora oggi esistono presso Gaifana, a monte del villaggio di Boschetto, ruderi che ben lasciano scorgere l'ampio recinto delle mura castellane, le basi delle torri ed un sotterraneo con la poderosa volta pressoché intatta.

Troviamo poi che, prima della fine di quell'anno, il 23 Novembre, un tal Lello di Pilone, Perugino, chiede ed ottiene dal Comune di Perugia, l'invio, a proprie spese, di alcuni Ambasciatori per il Comune di Gualdo, ma non ci risulta per quale scopo. Nel seguente anno, Papa Clemente V, appena eletto, inviò alcuni suoi Legati anche nell'Umbria, con lo scopo di porre un freno all'anarchia politica che vi regnava, per le sanguinose lotte fra i vari partiti e le rivali città, per l'ostilità dei Comuni contro il governo del Duca di Spoleto e per le incursioni dei Fuorusciti a danno delle Terre dalle quali erano stati banditi. I Legati Pontifici indissero a tale scopo un pubblico e generale Parlamento, da tenersi in Foligno il giorno 8 Decembre 1305, invitandovi a partecipare i rappresentanti del Clero, della Nobiltà e dei Comuni Umbri. Il Comune di Gualdo, con a capo il Podestà Simone di Bonifacio da Perugia e con Atto del 5 Decembre, delegò Confucio Fucii, quale suo Procuratore al Parlamento suddetto, nel quale i Legati del Pontefice e il Duca di Spoleto, ordinarono una tregua generale tra i partiti e le città in lotta sino alla prossima Pasqua di Resurrezione e cioè sino al venturo 3 Aprile. Il rappresentante del Comune di Gualdo, Confucio Fucii, dovette anch'esso accettare l'imposta tregua, obbligandosi al pagamento di diecimila marche di argento, se alla tregua stessa i Gualdesi venissero meno.

Nel frattempo doveva essersi però riaccesa la lotta tra Gualdo e Fabriano, lotta che, come vedemmo, era stata a malapena sopita nel 1304 con l'intervento dei Perugini. Questa volta era lo stesso Pontefice Clemente V, che interveniva nella questione, inviando ai contendenti il Commissario di Pace, Guglielmo, che il 18 Marzo 1306, impose ai Comuni di Gualdo e di Fabriano una tregua di cinque anni, nella guerra che, per vari motivi, durava da troppo tempo tra essi, prescrivendosi altresì in tale occasione i patti seguenti: Se la tregua fosse rotta da privati cittadini, si comminava a questi la multa di mille marche d'argento e se rotta da uno dei due Comuni, la pena stessa sarebbe stata di ventimila marche. Tali somme sarebbero andate per metà alla parte aggredita e per l'altra metà alla Camera Apostolica. Entro dieci giorni, la tregua doveva essere confermata con giuramento, mediante Atto Pubblico, da mille principali cittadini Gualdesi e da altrettanti Fabrianesi e i due Comuni, per il mantenimento dell'accordo, avrebbero dovuto designare dieci uomini quali fideiussori. Finalmente, sempre entro dieci giorni, persone competenti delegate dai Comuni stessi, dovevano addivenire alla composizione dei danni arrecati dalla guerra.

Ma per quei tempi bellicosi era una vana cosa la pace, ed i Gualdesi indi a poco, non sappiamo per quale motivo, dovettero di nuovo

 

 

 

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provocare contro loro stessi l'ira del Papa, che affidò agli Eugubini l'incarico di punirli. Ma questi ultimi, a quel che sembra, non diedero esecuzione al mandato Papale ed infatti vediamo poi il Rettore del Ducato di Spoleto, con sentenza del giorno 8 Ottobre 1308, assolvere il Comune di Gubbio, dalle pene a cui era stato precedentemente condannato, per non essere intervenuto nella guerra bandita contro Gualdo, Nocera, ed altri luoghi vicini. In quest'epoca, e propriamente negli anni 1306 e 1307, Simone dei Finaguerra da Gualdo, era stato chiamato dalla vicina città di Foligno all' ufficio di Giudice, Assessore e Vicario di quel Podestà.

Ora è il momento di ricordare, come fosse in questi tempi anche risorta tra il Comune di Perugia e il Duca di Spoleto, quale Vicario della Santa Sede, la grave vertenza che, per la costruzione del Castello di Poggio S. Ercolano, vedemmo divampare nel 1289. L'aspra lite si era riaccesa perché, in data 10 Ottobre 1308, il Comune di Perugia aveva decretato che il Castello di Poggio S. Ercolano dovesse essere ampliato e così finalmente compiuto. Anzi, per tale scopo, all'Ufficiale incaricato dell'esecuzione dell'opera, i Perugini avevano dato facoltà di poter costringere, con ogni mezzo, le popolazioni circostanti al Castello, ad apportare il loro contributo materiale e morale a tale costruzione, ponendosi agli ordini ed a servizio del Delegato di Perugia. Di più il Comune suddetto, aveva ordinato che quelle stesse popolazioni si sarebbero dovute riunire e costituire in una unica Comunità, facente capo appunto al Castello di Poggio S. Ercolano, pena la multa di cento libbre di denari per i disubbidienti. In conseguenza di tutte queste disposizioni, nel principio dell'anno seguente, i Rettori del Ducato di Spoleto, Roberto de Ryomo, utriusque iuris doctor, Claramonte e Giovanni de Luca Frigido, Vastinens. Ecclesiarum canonici ... et Vicarii generales, inviarono in Gualdo due lettere, che comunicarono altresì ai Magistrati Perugini. La prima era diretta a Jacopo, Abbate del Monastero di S. Pietro di Rasina, a Temuto, Pievano della Pieve di Compresseto, a Jacopo, Rettore della Chiesa di S. Paolo di Patrignone, ed a Pace, Rettore di quella di S. Martino di Rustignano; la seconda veniva invece indirizzata al discretus dominus Bolgarello, Monaco del sunnominato Monastero di S. Pietro di Rasina e Rettore della Chiesa di S. Apollinare, esistente presso lo stesso Poggio S. Ercolano. In queste due lettere, dopo di essere stato ricordato il precedente Breve di Papa Nicolo IV, con il quale il 15 Marzo del 1289 si ordinava che nessun suddito del Pontefice avesse ardito di andare ad abitare nel Castello di Poggio S. Ercolano abusivamente costruito dai Perugini nella Pievania di Compresseto, località questa, iure plenissimo, spettante alla Santa Sede, pena la scomunica e la confisca dei beni e dopo avere ricordato altresì che, ciò nonostante, alcuni ribelli in esso Castello avevano trasferito permanentemente la propria dimora, i Rettori del Ducato di Spoleto, difendendo gli interessi della Chiesa Romana, ordinavano ai Religiosi, a cui erano state indirizzate le lettere suddette, di intimare, innanzi che scadessero cinque giorni dal

 

 

 

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ricevimento di queste, ai già ricordati ribelli, di abbandonare, entro otto giorni, il Castello di Poggio S. Ercolano, pena la multa di mille marche d'argento. La prima di queste due lettere è datata il 27 Marzo da Assisi e nella seconda vengono designati anche i principali ribelli a cui si vietava il soggiorno nel contestato Castello e i di cui nomi sono i seguenti: Porchetta, Bartolone e Rizio di Spesa, Mazzula di Giacomiccio, Filippo e Nicolo di Francesco, Capriolo di Mancia, Valentino di Rizio, Butolo di Gennaro, Spinuccio e Giovanni di Salvolo, il figlio di Pietro dal Monte e il figlio di Puccio di Andrea. (1)

Similmente, non molta concordia regnava di questi tempi, tra il Podestà che i Perugini mandavano al governo di Gualdo e gli altri Magistrati locali, che i Gualdesi eleggevano a lui sempre ostili e di partito avversario, mentre invece, tra i patti stabiliti nell'Atto di sottomissione dei Gualdesi, questi si erano obbligati non solo ad accettare per loro Podestà la persona che sarebbe sembrato opportuno scegliere al Comune di Perugia, ma specialmente a non eleggere in Gualdo alcun pubblico Officiale, che potesse ostacolare e contrastare l'officio del Podestà medesimo. Per i suddetti atti d'indisciplina, dal Comune di Perugia erano stati mandati ordini a quello di Gualdo, di non più eleggere alle pubbliche cariche, uomini che, in qualche modo, dar potessero molestia all'ufficio del Podestà, menomando l'esecuzione dei suoi comandi. Ciò nonostante era accaduto che, tra la fine del 1308 ed il principio del 1309, i Gualdesi, noncuranti di questi ordini, avevano eletto un Giudice ed un Notaio « super publicis comunis reinveniendis », un notaio «reformationum » ed uno « dampnorum datorum », nonché altri pubblici ufficiali, che impedivano l'attività podestariale; e giustificavano un tal fatto asserendo che i Perugini non li avevano difesi contro le insidie esterne, così come era stato promesso nel suddetto Atto di Sottomissione. Comunque fosse, il Comune di Perugia, aveva perciò citato, nella sua Curia del Capitano del Popolo, che era allora Bonifacio da Canossa, il Comune di Gualdo e la questione suddetta, trattata dal Consiglio dei Priori e da alcuni Sapienti, designati dai Priori stessi, era stata finalmente rinviata al Maggior Consiglio. In conseguenza di tutto ciò, il Comune di Gualdo era stato condannato alla multa di mille marche d'argento, ed il suo Sindaco o Rappresentante, chiamato in Perugia, vi era stato tenuto prigioniero e ciò sino a che non fossero stati revocati dalla loro carica tutti coloro che, nella pubblica amministrazione, si fossero mostrati avversi al Podestà Perugino. La vertenza, ciò

(1) P. PELLINI: Op. cit. Parte I, pag. 277, 336 - Arch. Storico di Gubbio; Cod. II. E. 27 - Arch. Storico diFabriano: Collezione delle Pergamene. Busta VII. N° 325 - Arch. Vaticano : Collectoriae. Vol. 443, e. 145, 149, 345 - Arch. Comunale di Perugia: Annali decemvirati dal 1189 al 1339 (Cod. D) c. 163t, 166, 166t, 171t, 176t, 177t; Annali dal 1308 al 1309 c. 152t, 153 - M. faloci pulignani: Il Vicariato dei Trinci. (In Bollettino già cit. Voi. XVIII. pag. 15) - D. dorio : Op. cit. pag. 211.

 

 

 

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nonostante, si protrasse ancora a lungo, ed assai interessava i Magistrati Perugini, tanto è vero che questi, il 15 Settembre del 1309, concedendo pubblicamente un mese di ferie in occasione della vendemmia, facevano però eccezione per quanto si riferiva al proseguimento della trattazione della Causa che avevano con il Comune di Gualdo. Ma dopo interminabili trattative, che erano però abituali nelle questioni giudiziarie di quell'epoca, il Comune di Perugia, inviò finalmente un nunzio a Gualdo, per liberarlo dalla penale suddetta e riscuotere invece cinquecento fiorini d'oro, come prezzo della concessa transazione. Con tutte queste dispute, ha certamente rapporto un Decreto del Comune di Perugia, in data 30 Ottobre 1309, con il quale si stabiliva che il Podestà di Gualdo, non potesse contemporaneamente ricoprire l'ufficio di Priore delle Arti in Perugia, pena la multa di cento libbre di denari. Oltre che nelle cose pubbliche, anche per quanto si riferiva alle pratiche di giustizia, sia pure in private contese, la dominante Perugia faceva sentire la sua influenza. Ad esempio, in quell'epoca, tal Massolo di maestro Filippo, da cinque anni trovavasi carcerato in Gualdo, per aver commesso un maleficio a danno del Gualdese Rufinello di Filippo. Tra i due si era poi stabilita la pace mediante un pubblico Istrumento, ma ciononostante, Massolo era ugualmente ancora tenuto in prigione dai Magistrati Gualdesi, per cui la Curia Perugina, ad istanza del di lui fratello maestro Angelo di maestro Filippo, nel Gennaio del 1310, inviò alcuni suoi Giudici a Gualdo per fare giustizia, liberando Massolo. Non era solo la più stretta dipendenza, che in cambio dell'accordata protezione le città sottomesse dovevano ai Perugini, ma a seconda dei patti, erano tenute ad aiutarli nei loro più svariati bisogni e nelle continue guerricciole di quell'epoca, tutte le volte che ve ne fosse stata richiesta. Così ad esempio, il 9 Novembre del 1310, in tempo di carestia, il Comune di Perugia inviava Ambasciatori a Gualdo, per avvertire che desiderava fosse permesso a chiunque di portare grano ed altri cereali a Perugia, anche se a ciò si opponessero disposizioni Statutarie locali; ed il 2 Marzo dell'anno seguente, lo stesso Comune di Perugia, scriveva ai nostri Magistrati alcune lettere, perché facessero aprire strade e passaggi, affinchè con facilità e sollecitudine, potesse giungere a Perugia il grano comperato o da acquistarsi fuori del loro distretto e giurisdizione. E contemporaneamente all'invio delle lettere, stabiliva che in caso di risposta negativa, si sarebbero dovuti mandare due appositi Ambasciatori e che nel caso che ancor nulla si ottenesse, si sarebbero inviati venti o venticinque soldati « sgariglos vel perusinos » con l'ordine di « semper sotiare tractores et conductores bladi ». Oltre a ciò, nel Giugno di quello stesso anno 1311, combattendo Perugia contro Todi e Spoleto, la quale ultima aveva da sé discacciato i suoi Guelfi, giungevano in Gualdo due incaricati Perugini, cioè messer Angeluccio di Giovanni e messer Angeluccio di Venturella, perché vi reclutassero quanti più armati potessero; e, come dettaglio, ricorderò che tra i Gualdesi partiti per questa guerra, figurano due vetturali che, nei documenti, dell'epoca, vengono indicati con i nomi di Paulutius ed Angelutius. Ed altre

 

 

 

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truppe a piedi ed a cavallo, richiesero i Perugini a Gualdo quattro anni dopo, e furono mandate ad ingrossare l'esercito della lega Guelfa, di cui Perugia faceva parte, che combatteva in Toscana contro il capo dei Ghibellini Uguccione della Fagiola, esercito che fu poi sconfitto il 29 Agosto 1315, con la morte di oltre duemila uomini, mentre tentava di liberare il Castello di Monte Catino in Val di Nievole, assediato dai Ghibellini. E vi erano infine i tributi, che in misura sempre maggiore, dovevano pagarsi dalla nostra città, dove, il 19 Settembre 1311, il Comune di Perugia inviava il proprio Esattore Lapo di Lando, perché affrettasse il pagamento della vecchia e della nuova Colletta. E dovevano questi oneri essere abbastanza gravosi, poiché negli ultimi del 1312, in seguito all'imposizione di un nuovo e vessatorio Catasto, essendosi i Gualdesi rifiutati di pagare più oltre e dazi e balzelli, vediamo i Magistrati Perugini dare ordine di procedere, con tutti i rigori della giustizia, contro gli abitanti di Gualdo, se ancora ritardassero i dovuti pagamenti. Per il Castello di Poggio S. Ercolano poi, i Priori Perugini decretavano anche, che chiunque possedesse fondi rustici nelle sue pertinenze, pur non essendo del luogo e non abitandovi, dovesse ciò nonostante sottostare a tutti quei dazi, collette, salari, oneri, etc. a cui erano obbligati gli uomini del Castello, il quale Decreto fu però annullato dai successivi Priori, in data 21 Febbraio 1314. (1)

Certamente non molto blando dominio doveva essere quello che Perugia esercitava sulle città a lei soggette, se Dante, che in questi tempi scriveva la Divina Commedia, potè dire nel canto XI del Paradiso:

Intra Tupino e l'acqua che discende
Del colle eletto dal beato Ubaldo,
Fertile costa d'alto monte pende,
Onde Perugia sente freddo e caldo
Da porta Sole, e diretro le piange
Per greve giogo Nocera con Gualdo.

E a tale proposito piacemi notare come i più antichi commentatori della Divina Commedia, quali il Postillatore Cassinese, Pietro di Dante, il Vellutello, Benvenuto da Imola ed altri parecchi, dando al passo Dantesco un'interpretazione puramente topografica, lasciarono scritto che Gualdo e Nocera piangevano, perché travagliate dall'aspra giogaia di monti che loro sovrastano, rendendo quei luoghi freddi, ventosi, sterili ed inospitali:

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 357, 377, 398 - Arch. Comunale di Perugia: Annali decemvirati. Del 1308 e seg., c. 40, 51, 70, 86 a 88, 157, 170t; dal 1310 al 1312, e. 15t, 51, 51t, 84t, 126, 127t; dal 1312 al 1314, e. 276t; Frammenti di Statuti Perugini, e. 148t, rubr. 57 - Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e lacobilli. Cod. B, VI. 5, c. 612t.

 

 

 

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« plorantes, dice il Postillatore Cassinese, sunt Nucerium et Gualdum, quia ita sunt positae in sterili loco et frigido »; « quia recipit ventum frigus et incommoda a dieta monte », scrive Benvenuto da Imola. Invece altri più moderni, errando grossolanamente, attribuiscono il greve giogo al Re Roberto di Napoli, il quale capitanava, è vero, il partito Guelfo nell'Italia Centrale, ma ciò nonostante, né allora né poi, ebbe mai il Governo di Gualdo; e come se ciò non bastasse, costoro, a dimostrare la loro ignoranza in proposito, pongono la nostra città chi in Romagna, chi in Puglia. Riesce invece più conforme allo spirito politico e combattivo di Dante e di tutto il suo Poema, l'interpretazione del Volpi, del Tommaseo, del Biagioli, del Cornoldi e d'altri, i quali come sopra io ho detto, vedevano nel dominio dei Perugini il «greve giogo» che Gualdo opprimeva, sol che si rivolga uno sguardo alla Storia Umbra di quel periodo, che è tutta una sequela di persecuzioni e di lotte della Guelfa Perugia contro le prossime città Ghibelline. Era tra queste anche Gualdo, che ai Ghibellini doveva appunto l'origine sua, e già vedemmo, e meglio vedremo in appresso, quanto poco paterno fosse stato anche per esso, il governo dei Perugini. Basta considerare del resto, che, pur mancandone ogni altro motivo, per solo odio di parte, Dante, il Ghibellino fuggiasco, aveva ogni interesse ed ogni ragione di scagliarsi contro il governo della Guelfa Perugia, che per di più, appunto di questi tempi, aveva eletto a Capitano Generale delle sue milizie Cante dei Gabrielli da Gubbio, l'implacabile e fiero persecutore dell'Alighieri. (1)

In questo principio del XIV secolo, nella nostra regione e in quelle vicine di Nocera e Sassoferrato, si era verificata una notevole affluenza di fuorusciti Perugini e Spoletini, tantoché nel 1312, i Magistrati di Perugia ad evitare incidenti vi avevano mandato quale loro rappresentante e ambasciatore, Blasio di Giolo. Costui dovette anche risolvere una vertenza insorta allora tra Gualdo ed il Comune di Fossato, alcuni abitanti del quale erano detenuti prigionieri dai Gualdesi. Contemporaneamente erano nate anche gravi contese tra le limitrofe città di Gualdo ed Assisi circa i confini dei due Comuni. Il territorio in contestazione era quello di Morano, estendentesi tutto intorno, sino a Montecchio, Ombrano, Monte Rampone, S. Savino, Voltole, Colle Mincio e torrente Arone. Su questa vasta zona collinosa interposta tra i due Comuni, accampava Gualdo il diritto di possesso, mentre invece gli Assisani asserivano avere essa sempre appartenuto al Comune ed all'Ospedale di Assisi. La questione rimase per lungo tempo contrastata e insoluta, nonostante frequenti azioni giudiziarie, accessi fatti sul luogo, esami

(1) M. Morici : Op. cit. - Benvenuto di Rambaldo da Imola: Comentus super Daniis Aldigherii Comoediam. Edito da Giacomo Filipppo Lacaita. Firenze 1887 - G. A. Volpi : Indici ricchissimi che spiegano tutte le cose pia difficili e tutte le erudizieni della Divina Commedia. Padova 1827 - G. BIAGIOLI: Commento della Divina Comedia. Parigi 1818-1819 - G. M. Cornoldi : Commento della Divina Commedia. Roma 1887 - Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali dal 1315 al 1317. e. 80 - A, Riccieri: Pagine disperse. Perugia 1916. Pag. 96 e seg.

 

 

 

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testimoniali e consimili pratiche, trattate innanzi al Rettore del Ducato di Spoleto. Anzi, in uno di questi Atti, il quale porta la data 17 Ottobre 1314, gli Assisani, a provare i loro diritti sulla regione che faceva capo al Castello di Morano, dopo aver detto che essa comprendeva una popolazione dai cento ai trecento individui, attestano durante un esame testimoniale, che il Castello stesso era stato fondato non già dai Gualdesi, ma da persone originarie di Assisi, Nocera, Colle Mincio e Monte Nuovo. Nell'estate del 1316, la lite non solo durava ancora, ma si era anzi inasprita, per le violazioni di confine fatte dagli Assisani e per le molestie e i danneggiamenti che questi arrecavano spesso ai Gualdesi, i quali ricorsero al Comune di Perugia; che dopo un'inchiesta sui fatti lamentati, per porvi riparo, inviò in Assisi Simone di Guidalotto dei Guidalotti e Michele di Nicola dei Barigiani, ambedue dalle Cronache del tempo chiamati Dottori, i quali riuscirono finalmente ad appianare ogni differenza ed a ristabilire la pace. Qui noteremo per incidenza, che il territorio di Morano su ricordato, costituiva nel Medio-Evo un importante Feudo, di cui si trova non di rado traccia nei documenti di quell'epoca. Così si ha, ad esempio, memoria di un Pietro, figlio postumo di Pietro degli Atti da Foligno, Conte di Morano, che fu fratello di Atto, Vescovo di Foligno e che circa l'anno 1050 fu eletto Priore della Cattedrale di quest'ultima città.

Era appena sedata la controversia con gli Assisani, quando, nel seguente anno 1317, nascono nuovamente delle contese tra Gualdo e Fossato di Vico, sempre per questioni di confine in rapporto ai pascoli sull'Appennino, ed anche questa volta i Perugini intervengono, dando ampio mandato a messer Oddo di Ninolo di Giacomino de Minaciatis, syndicus et procurator, actor, factor, et numptius specialis, sufficiens persona, perché si recasse in Gualdo e togliesse di mezzo ogni questione, rettificando i contrastati confini e riportando la calma tra le due vicine popolazioni.

Oltre a ciò in quest'epoca, i Ghibellini della vicina Nocera, si erano ribellati a Perugia, impadronendosi della loro Terra e scacciandone i Guelfi. I Perugini mossero prontamente alla riconquista della città ribelle, contro la quale inviarono truppe a piedi ed a cavallo, nonché, come ambasciatori e negoziatori, il loro Podestà Pagnone da Cingoli insieme ai Priori delle Arti. Le milizie di Perugia, con i Magistrati suddetti, posero il loro campo appunto in Gualdo, da dove, durante parecchio tempo, mossero i loro attacchi guerreschi contro Nocera, che fu così costretta a capitolare. E ricorderemo finalmente che, innanzi il termine di quello stesso anno 1317, il 14 Dicembre, i Priori Perugini ordinarono che i così detti Frati della Penitenza, ben noti nella storia di quell'epoca, divenuti anche esattori di dazi e di collette, dovessero riscuotere dal Comune e dagli uomini del territorio di Gualdo, la quota da questi dovuta, secondo la nuova colletta di otto soldi per cento, per ogni focolare nella città, e di sei soldi per ogni focolare nel contado; come pure dovessero incassare i salari del Podestà, del Capitano del Popolo e del Giudice di Giustizia « simpliciter tantum, sine aliqua pena exsigenda

 

 

 

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aud (sic) recipienda a comuni et hominibus dicte terre Valdi ». (1)

Nelle precedenti pagine, abbiamo diffusamente illustrata la grave contesa agitatasi tra il Ducato di Spoleto e la Repubblica Perugina, nella seconda metà del secolo XIII, per il completo possesso di Gualdo, sorgente quasi sul confine tra l'uno e l'altro Stato, contesa che, come facemmo notare, rimase sterile e nulla concluse, anche perché mantenuta sempre viva dagli odi partigiani che separavano la città di Perugia, Guelfa per tradizione e per sangue, da quella di Spoleto, dove prevalevano i Ghibellini, benché avesse a capo un Delegato Papale. Come conseguenza dell'insoluta contesa, ora, con il principiare del secolo XIV, vediamo verificarsi un fatto, che sembrerà forse strano, a chiunque non abbia qualche conoscenza della storia Umbra, durante il periodo di tempo in cui la Sede Pontificia rimase in Avignone, nella Babilonia d'Occidente, come la chiamò il Petrarca, periodo d'incredibile confusione politica e della più sfrenata anarchia. Vediamo cioè la nostra città, obbedire a due padroni contemporaneamente, per un non breve lasso di tempo e cioè a Perugia, che la signoreggiava con un diretto dominio, ed al Rettore del Ducato di Spoleto, che vi emanava ordini in nome della Curia Avignonese. In questo strano contrasto, il nostro disgraziato paese, impotente a difendersi così dall'una come dall'altra, ad evitare rappresaglie e vendette, si adattava a servire ambedue; nello stesso modo che i Perugini e gli Spoletini, si contentavano di tiranneggiarlo in comune, niuno di loro avendo forza bastante per strapparlo dagli artigli dell'avversario. E in questo caso, tra i due litiganti, il terzo, cioè Gualdo, anziché approfittarne aveva la peggio. Di questo condominio ce ne fanno fede non pochi documenti e basta esporre nel loro ordine cronologico, come ora farò, le sconnesse notizie storiche di quell'epoca che mi è stato possibile di rintracciare, per farsene persuasi.

Una prima prova dello stato di dipendenza dei Gualdesi anche dal Ducato di Spoleto, l'abbiamo da ciò, che nel 1317, Gualdo, prima fra tutte le città su cui il Rettore del Ducato affermava il proprio dominio, approfittando della confusione politica e della sollevazione Ghibellina che rendeva quasi nulla nelle terre del Patrimonio ogni autorità del Pontefice, dava il segnale della ribellione tentando di emanciparsene completamente. Il Papa, colpiva per rappresaglia con una forte multa il nostro Comune, ed essendo questo riluttante a pagare, scriveva anche, prima della fine dell'anno, al Tesoriere del Ducato Spoletino, perché costringesse i Gualdesi insorti al pagamento della taglia suddetta. Una traccia di questa ribellione l'abbiamo nei Registri del Ducato di Spoleto, Registri finanziari conservati nell'Archivio Segreto Vaticano fra le

(1) P. Pellini : Op. cit. Parte 1, pag. 421, 425 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIV. no 19, 21 - M. Faloci Pulignani: I Priori della Cattedrale di Foligno. In Bollettino della R a Deputa­zione di Storia Patria per l'Umbria. Vol. XX, pag. 215. - Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali. Del 1312 e seg., c. 212; dal 1315 al 1317, e, 155t, 157, 158t, 188t, 231t; dal 1318 al 1319, c. 4t, 15, 18t, 21.

 

 

 

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carte della Camera Apostolica, dove, in data 1 Marzo 1318, troviamo scritto: « Dedi et solvi in nuntiis qui iverunt ad Gualdum Nucerii cum licteris prò agravando eos de inobedentia, quam inceperant facere - 15 sol. cort. » ; e con la data 22 Dicembre dello stesso anno, troviamo l'annunzio di una lettera inviata dal Pontefice al Rettore del Ducato « quod compellat comune Gualdi restituere aliquam partem medietatis condempnationum, quam E. R. ibi debet habere ».(l)

Da parte loro, nell'Agosto di quell'anno, i Magistrati Perugini mandavano al Rettore di Spoleto, messer Francesco di Odduccio e Grazia del Buono dei Graziani, per ammonirlo di non fare innovazione alcuna nel territorio Gualdese; e nel seguente anno 1319, dietro domanda del Comune di Gualdo, vi mandano Tobia di Fino da Porta Sole e Agnoluccio di Giovanni. Con questa seconda Ambasceria si chiedeva al Duca di Spoleto, di esonerare i Gualdesi dal presentarsi in armi per servire nell'esercito del Ducato e ciò perché ad essi già spettava il grave compito di sorvegliare e difendere i passi della montagna sovrastante la loro città. Qui ricorderemo anche, come curiosità storica, che il 23 Giugno di quell'anno 1319, i Priori Perugini delle Arti, eleggevano per cinque anni il « sapiens vir magìster » Tommaso da Gualdo, quale Medico del Comune di Perugia, specialmente, « super ossibus reactandis » con il salario di sessanta fiorini d'oro annuali, da pagarsi allo stesso « eo modo et forma et prout et sicut et quando solvitur et solvi debet salarium doctoribus forensibus legentibus in Civitate Perusii ». Ricorderemo anche che, prima che finisse l'anno, in data 31 Ottobre, il Comune di Perugia stabiliva di notificare a quello di Gualdo, l'ordine di pagamento della nuova colletta di quaranta soldi ogni cento libbre di denari per ciascun focolare della città, e similmente di tre soldi per quelli del contado, dando tempo otto giorni dal dì della notificazione di detto ordine e con la penale di un quarto in più, per chi oltrepassasse questo termine.

Frattanto il dissidio insorto, come sopra ho detto, tra Gualdo e il Rettore del Ducato, era stato dato a comporre ai Dottori Perugini, e nei Registri già indicati, in data 26 Giugno 1319, troviamo segnato: « D.no Francisco de Perusio legum doctori recipienti pro se et D.no Gratia advocato et jurisperito de Perusio, quos eis promiseram de expressa ordinatione rectoris quia per suffragium istorum habuimus illam pecuniam, de compositione, quam fecimus cum comuni Gualdi Nuc., et de illo patrocinio, quod prestiterunt, quietaverunt me nomine R. E., prout patet manu mag. Ofreducii 12 fi. a ». Inoltre in data 7 Luglio leggesi : « Quibusdam spiis, quas misi ad Gualdum Nuc. ad explorandum quantum poter at esse de grano et aliis fructibus in possessionibus, quas ibi habet R. E., et ad explorandum de quibusdam hominibus, qui tenebant occupatas

(1) L. Fumi: Eretici e ribelli nell'Umbria dal 1320 al 1330. In Bollettino della Ra Deputazione di Storia Patria per I' Umbria. Voi. IV, pag. 246 - L. Fumi: I Registri del Ducato di Spoleto. In Bollettino sopra cit. Vol. III, pag. 500; Vol. VII, pag. 286 - Arch. Vaticano: Reg. Vaticano 109. Epist. 840.

 

 

 

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aliquas terras. E. et de quibusdam excessibus, ad hoc ut curia Ducatus ipsos excessus congnosceret et puniret 37 sol. et sex den. cort. »., e finalmente con la data 17 Novembre:« A domp. Bevenuto de Gualdo de Nuceria ... super quodam adulterio per eum conmisso, 24 Fl. a. ».

In questo istesso anno, scoppiava una feroce guerra tra la Guelfa Perugia ed Assisi, dove i Ghibellini si erano sollevati discacciandone i Guelfi. I Perugini, stretti dal bisogno, per soccorrere i loro correligionari Assisani, banditi dalla patria, reclutarono armati in tutte le città in qualche modo da loro dipendenti, e in tale occasione abbiamo una nuova prova del loro dominio sulla nostra Terra, dal fatto che ne dispensarono Gualdo e Nocera, dovendo esse difendere i valichi dell'Appennino, per impedire che i Ghibellini della Marca passassero nell'Umbria, per andare in aiuto dei Ghibellini Assisani, e ne rinforzarono anzi i presidi inviandovi messer Bonifazio di Uffreduccio dei Giacani e messer Bartolello di Lello, con delle milizie oltramontane, con più di trecento cavalieri e molti fuorusciti Guelfi di Assisi e di Lodi.

A tal proposito, e come conferma dei diritti che gli Spoletini accampavano sulla nostra città, nei Registri del Ducato di Spoleto, in data 31 Ottobre 1319, sta scritto: « Duobus baiulis, quos misi ad explorandum ad Gualdum Nucerii si in subsidium Asisinatum, contra quos fiebat exercitus, veniebant aliqui forenses, propter quos exercitus R. E. posset offendi. 23 sol. cort.-»; in data 16 Agosto 1320: « Pro domp. Guillelmo monacho de Gualdo Nucerii. 1 fi. a. » ; in data 30 Ottobre : « Pro quodam presbitero de Gualdo Nucerii, de cuius nomine patet per magistrum Ofreducium.3 fi a.»; in data 10 Novembre: «Pro domp. Andrea de Gualdo... quia dicebatur fecisse adulterium, seu peccatum carnis cum Luccura uxore Puccilli. 3 fi. a.»; in data 30 Novembre: «Pro domp. Thomasso monacho monasteri S. Benedicti de Gualdo Nuceri... super quodam insultu. 3 fi a.» e infine in data 16 Decembre sta scritto: « Pro domp. Nicola presbitero de districtu Gualdi Nucerii. 3 fl. a. ».

Da parte loro i Magistrati Perugini, in forza dell'autorità che esercitavano sulla nostra città, proseguendo ancora la guerra suddetta contro Assisi, mandavano in Gualdo ed in Camerino, Cellolo di Zandrolo e Giorgio di Tancredi del Quartiere di Porta S. Susanna, questa volta per reclutarvi soldati a piedi e a cavallo da inviarsi contro gli Assisani. L'Ambasceria durò sette giorni e gli Ambasciatori, in data 23 Luglio, ebbero come mercede duecentottanta solidos per ciascuno. Sempre in conseguenza della guerra con Assisi, poco dopo i Perugini inviavano a Gualdo ed in alcune Terre vicine, altri due Ambasciatori e cioè ser Massino di Tommaso e Bartolino di Maffucio. In nove giorni disimpegnarono il loro mandato, e il primo, con due cavalli di scorta, in data 21 Novembre, ricevette come compenso, diciotto libbre di denari ed il secondo, con tre cavalli, ventidue libbre e dieci solidos. Contemporaneamente, nel mese di Ottobre di quello stesso anno 1320, i Magistrati di Perugia avevano anche spedito, come Ambasciatori per conto di Gualdo,al Rettore del Ducato di Spoleto,

 

 

 

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Gianni di Ceccolo di Gianni e Uria di Paolo, non sappiamo però a quale scopo; ed altra Ambasceria, della quale ugualmente ignoriamo il motivo, mandavano a Gualdo tra la fine del 1322 ed il principio del 1323, in persona di Pietro di Angeluccio, che per sua mercede, il 26 Aprile, riceveva dal Massaro di Perugia la somma di venti solidos. Oltre a ciò, non molto tempo prima, cioè nel 1321, essendosi fatta finalmente la pace tra i Ghibellini di Assisi e i Guelfi di Perugia, che, come sopra si è detto, erano in aperta guerra, tra i capitoli dell'accordo troviamo anche questo, che gli Assisani cederebbero ai Perugini, in ammenda delle spese di guerra, le ragioni e i diritti che avevano sulla via di Nocera e di Gualdo.

Inoltre il 6 Settembre di quell'anno, i Priori Perugini decidono che solenni ambascerie siano inviate a Gualdo, a Gubbio e ad altre vicine città, affinchè sollecitamente mandassero aiuti e si difendessero per loro conto da Federico Conte di Montefeltro, capo dei Ghibellini Marchigiani, il quale apertamente aizzava la parte Ghibellina di Spoleto, contro la Guelfa Perugia. Al contrario in questo stesso anno 1321, il Rettore del Ducato di Spoleto, Rinaldo di S. Artemia, ci da una novella prova della signoria che esercitava su Gualdo, al quale ordinava a nome del Pontefice, di mandare quanti più armati poteva, sotto il suo comando, per combattere e ridurre all'obbedienza gli Spoletini i quali si erano sollevati contro il Rettore, stabilendo nella città un governo di parte Ghibellina.

Il contrasto tra le due maggiori città Umbre per il dominio esclusivo di Gualdo, non poteva certo essere per quest'ultimo foriero di sicurezza e di pace. Bande armate composte di malviventi e di fuorusciti, scorrazzavano in quell'epoca nel territorio Gualdese, commettendovi stragi e saccheggi, suscitandovi sedizioni e tumulti. Nell'Archivio Vaticano, ad esempio, esiste un Codice, di cui più diffusamente tratteremo fra poco, il quale contiene copia di un gran numero di processi allora portati avanti i vari Podestà di Gualdo, contro questi malviventi, che approfittando dell'incerto stato di governo, pescavano, come suol dirsi, nel torbido. Per farsi un concetto delle loro gesta, tra i processi suddetti, scegliamo il primo che ci capita sotto gli occhi e qui ne riportiamo i capitoli di accusa, che appaiono redatti contro il condottiero di una di queste bande, tal Grifone di Balduccio da Gualdo, che il 28 Settembre 1322, fu in conseguenza condannato all'amputazione del piede destro, alla confisca dei beni, ed al bando perpetuo dal territorio Gualdese. Egli era infatti accusato di avere, con i suoi compagni, catturati molti cittadini di Gualdo che si erano posti in viaggio, spogliandoli del loro denaro e delle robe che portavano sopra le bestie e delle bestie stesse, conducendoli poi in una località indicata con il nome di Giste, dove li tennero in ostaggio per ricavarne altro denaro; di avere tentato la scalata delle mura di Gualdo, allo scopo di eccitare il popolo a tumulto e sedizione, per potervi così più facilmente commettere ruberie ed omicidi; di avere allo stesso scopo, invaso con una turba di armati la Valle di S. Donato nel Distretto di

 

 

 

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Gualdo, la quale Valle di S. Donato, per certo va identificata con l'attuale sobborgo della città volgarmente chiamato Valle di Sopra, dove appunto sorse in origine la nostra Abbazia di S. Donato; di essere penetrato con la sua banda a viva forza in Nocera, quando, nel 1320, i Fuorusciti Ghibellini si impadronirono di quella città, commettendovi ogni sorta di ladrocini e delitti, consentendo poi con altri di far lo stesso contro i Castelli del Comune di Perugia; di avere in ogni tempo prestato il suo aiuto agli abitanti di Giste, in tutte le scorrerie da essi commesse a scopo di furto e di omicidio, nel Distretto di Gualdo, specialmente nella già ricordata Valle di S. Donato, in Val Sorda e in Valdigorgo; di aver dato finalmente man forte ai fautori del suddetto assalto Ghibellino a Nocera, prendendo parte a tutte le ribalderie ivi in quel tempo commesse. E presso a poco, di consimili crimini, risultano accusati molti altri dei masnadieri, che allora, come si è detto, infestavano la nostra regione. (1)

Proseguendo innanzi, nei più volte ricordati Registri del Ducato di Spoleto, troviamo varie altre notizie, che se non hanno alcuna importanza per loro stesse e prese isolatamente, ne hanno però abbastanza considerate nel loro complesso, perché ci confermano anch'esse la giurisdizione esercitata su Gualdo dal Rettore del Ducato Spoletino. Infatti con la data 14 Febbraio 1321 leggiamo: «A Ciccho Petrioli et quibusdam aliis testibus de Gualdo Nucerii vocatis et contiuiiacis super quadam inquisitione facta contra dom. Guidonem rectorem Ecc. Sancti Laurentii de Carbonaria prò compositione facta cum eis dicta occasione, super eo quod dicebatur conmississe concubinatum cum Iacopa Iacobicti. 8 lib. cort. »; in data 18 Febbraio: « A domp. Guidone Monacho et Rectore Ecc. Sancti Laurenti de Carbonaria districtus Gualdi Nucerii prò quadam generali compositione facta cum eo super excessibus suis. 10 fi. a.»; in data 8 Aprile: « A domp. Angelo rectore Ecc. S. Facundini districtus Gualdi Nucerii ... super eo quod dicebatur fecisse fornicationem 6 fi. a » ; in data 1 Maggio: «A mag. Thoma Somei dante prò domp. lacobo abbate de Rasina et domp. Phylippo, domp. Bartholo, domp. Gagnolo, domp. Gente, et domp. Phylippo monachis dicti monasterii. .. super eo quod dicebatur receptasse exbannitos et derobasse totum de Gualdo Nucerii, de quibus instrumentum habet mag. Ofreducius. 6 fi. a. »; in data 8 Agosto: « A domp. Thomasso Pelagacti clerico de Gualdo Nucerii et beneficiato sancti Laurentii de Sesportolo ... super eo quod dicebatur fuisse contumax in recedendo de Spello cantra mandatum sibi per me factum, sicut per vicarium ducis. 3 fi. a. » ;

(1) Arch. Vaticano: Collectoriae. Vol. 402, e. 91t, 92t - A. Cristofani: Op. cit. - P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 428, 430, 435, 441 - L. Fumi: I Registri del Ducato di Spoleto. Già cit. In Bollettino cit. Vol. III , pag. 504, 505; Vol. IV, pag. 129; Voi. V, pag. 128, 130, 131 - L. Fumi: Eretici e ribelli nell'Umbria dal 1320 al 1330. Già cit. In Bollettino cit. Vol. III , pag. 457 - O. Scalvanti: / Ghibellini d'Amelia, e Lodovico il Bavaro. In Bollettino cit. Vol. XII, pag. 251, 252 - Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali. Dal 1189 al 1339, e. 259; dal 1318 al 1319, e. 56t, 170, 206t, 211, 221, 254t, 255t; del 1320, e. 120t, 173t; del 1321, e. 172.

 

 

 

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in data 22 Decembre: « A Johannutio fratre domp. Accursii de Gualdo nucerin. dioc... super excessibus conmissis per eum et per fratrem suum predictum domp. Accursium. 7 fi. a. »; in data 27 Luglio 1322: « A domp. Nicolao de Gualdo Nucerie ... super eo quod dicebatur renunctiasse cuidam beneficio per symoniam. 2 fi a. »; in data 9 Settembre: « A domp. Bartholo monacho monasterii de Rasina .... (S. Pietro di Val di Rasina presso Gualdo) super processu facto contra ipsum in eo quod dicebatur conmississe adulterium cum quadam muliere et super omnibus excessibus suis. 5 fi. a. »; con la data 19 Dicembre: «A Caccio d. Andree de Perusio Potestate terre Gualdi Nucerii, solvente pro compositione facta cum dicto Com. Gualdi nuc. super excessibus conmissis per ipsum Com. et singulares personas. 150 fi. a. »; in data 4 Febbraio 1323: « A Massiolo Juntule de Montefalcone prò quadam compositione facta cum eo per d. Johannem de Amelia rectorem super eo quod portavit vel fecit portare per se vel per alium seu alios Fabrianensibus perfidis hostibus S. R. E. et d. n. summi Pontificis victualia et alias res ac etiam mercantias prò muneratione et auxilio ac adiutorio dictorum rebellium per districtum et territorium Nucerii et Gualdi Nucer., qua de causa erat exbanditus. 2 fi. a.»; in data 5 Maggio 1323: «A mag. Mancia et m. Andrea de Gualdo Nucerii solventibus nomine Com. Gualdi nuc. prò compassione facta cum dicto Com., super eo quod dicebatur non obedivisse, nec ivisse in exercitum factum supra Castrum Litaldi. 350 fi. a. » ; con la data 11 Luglio : « A Mactheo de Gualdo nuc. solvente nomine dompn. Phylippi abbatis monasterii Sancti Benedicti de Gualdo Nuc ... super eo quod dicebatur contro constitutiones ducalis Curie substinuisse multas appellationes coram se interponi, et ipsas appellationes coram dom. Vicerectore et suis officialibus notificasse. 10 fi. a. » ; in data 4 Agosto: «A domp. Petro abbate monasterii S. Donati de Gualdo nucer. solvente nomine prioris et monachorum et totius conventus monasterii S. Crucis Fontisavellane ... de conmissis excessibus, inobedientiis et contumaciis per eos conmissis quia non respondiderunt de fructibus dicti prioratus reservatis per d. papam de primo anno vacationis. 127 fl. a. » ; in data 28 Settembre: « A domp. Conte monacho monasterii S. Petri de Rasina (presso Gualdo) prò compassione facta cum eo. 31 / 2 fi. a.»; in data 27 Giugno 1324: « A domp. Angelo rectore Ecclesie S. Facundini, districtiis Gualdi nucerii qui restabat ad solvendum de quadam compositione facta cum eo super eo quod dicebatur fecisse fornicationem cum quadam muliere, de qua apparet in registro intrituum camere ducatus per ipsum facto sub an. d. m. ccc. xxj, ind. iiij, et die x mensis aprelis, que quedam compositio facta fuit prò. vij.fl. a. et non salverat nisi dumtaxat sex fi. a. ut patet in dicto registro. Ifl. a».; in data 10 Luglio: « A domp. Petro Bartholucii de Cannario, dante et solvente nomine et vice Johannis Cole Boniscagni mercatoris de Perusio et sociorum suorum, quos dicto d. Johanni dare et solvere tenebantur et promiserant prò compositione olim facta cum domp. Jacobo abbate monasterii S. Petri de Rasina (presso Gualdo) nucerine dioc.,domp.Philippo, domp. Conte, domp. Burgaro, domp.Ugolino,

 

 

 

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domp. Nicola Petri, domp Bartolo, et domp. Mactheo monachis dicti monasterii et domp. Bene rectore ecclesie S. M. de Frecto (Frecco) et domp. doni rectore ecclesie S. Lucie de Comperseto (Compresseto) super excessibus conmissis per eos, ex qua compositione, que fuit facta per centum flor. d. Franciscus Odducii de Perusio, una cum socio suo, qui tractaverunt dicta compositionem, habuerunt decem flor. a., secundum declarationem factam per d. Raynaldum tunc rectorem et dictum d. Johannem tunc thesaurarium, que fuit conmissa in manibus ipsorum ad hoc ut meliorem compositionem facerent in utilitatem camere, prout patet manu mag. Offreducii. 90 fi. a.»; in data 26 Giugno 1325: « Mag. Petro de Interampne, qui ivit Nucerium et Gualdum Nucerii el Saxumferratum ad faciendum sequestrationem fructuum Epatus Epi Nucermi, ad petitionem d. Marchionis, occasione decime sexannalis collecte per eum sublate de sacristia b. Francisci, et ad inquirendum contra euntes fabrianum, ut habuerat in mandatis a d. n. pp. 30 lib.»; con la data 27 Agosto: « A m. Thoma Bernardi de Gualdo Nucer. Syndico dicti C. solvente pro dicto C. Gualdi Nucer. de excessibus et contumaciis dicti C. et specialibus personis etc. 200 fl. a.»; in data 24 (Settembre: « M. Hermanno de Fulgineo not. quos expenderat de mandato ipsius ivit d. Rectoris hoc anno de mense Aprilis dum de mandato ipsius ivit cum tribus equitibus et octo peditibus ad inquirendum et procedendum contra euntes Fabrianum, qui steterunt . XII . diebus inter Eugubium, Nocerium et castrum Gualdi, et inquisito fiebat de mandato d. n. pp. 32 lib. d. cori. » e finalmente, in data 1 Marzo p326, si legge: « Bonifatio de Servallo, quem misit Perusium cum quadam ambasiata ad Saracenum de Podio Murandi tangente statum provincie et honorem Curie vid: prò tractando cavalcatum contra gualdenses prò expensis suis et rigatii et vectura ronzini. 33 sol. Cort. »

Le due precedenti note dei Registri del Ducato di Spoleto, in data 26 Giugno e 24 Settembre 1325, riguardanti Fabriano, note nella loro brevità inesplicabili e oscure, trovano una chiara illustrazione in due Epistole di Papa Giovanni XXII del 31 Luglio 1323. Con una di queste Epistole, il Pontefice ordinava infatti a Giovanni D'Amelio, Rettore del Ducato Spoletano, di mandare una speciale e fidata persona a Gualdo e Fossato, con l'incarico di impedire che, attraverso i valichi della montagna che fanno capo ai due luoghi suddetti, venissero inviate vettovaglie e qualsiasi altra provvigione ai Fabrianesi, perfidi e ribelli alla Santa Sede, come si legge nella lettera Papale. Con l'altra Epistola poi, Giovanni XXII si rivolgeva poi al Comune di Perugia, per avvertirlo di avere mandato a Gualdo questo suo Agente, il quale doveva sorvegliare le vie che immettono nel territorio dei Fabrianesi, per impedire che giungessero a questi soccorsi dall'Umbria e pregava perciò i Perugini di porgere a detto Agente la più grande assistenza e un favorevole aiuto nel disimpegno del suo mandato.

Nello stesso tempo, i Priori Perugini, tanto per non essere da meno dei Spoletini, pensavano a ricordare anch'essi, di tanto in tanto alla

 

 

 

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nostra città il loro poco blando dominio: Così nel Settembre del 1322, v'inviano Monolo di Ceccolo, con la mercede di venti solidos e con l'incarico di portare lettere ai Frati della Penitenza come si è detto funzionanti quali Officiali del Comune di Perugia in Gualdo, «pro facto collecte nove »; altri trenta solidos, a titolo di viaticus, si pagano nel mese seguente al nunzio Follis Fantani, che di urgenza e di notte tempo, si era recato a Gualdo con nuove lettere dei Priori; venti solidos, nel Gennaio del 1323, si assegnano a Ceccolo di Giovannello da Porta Sole, affinchè anch'esso si rechi nella nostra città, «pro collecta per dictum Comunem Gualdi solvenda » e trentacinque solidos all'Ambasciatore Vanne di Venturella da Porta S. Pietro nel Settembre 1325, perché vada a Gualdo, Nocera e Fabriano « pro novis explorandis ». Finalmente, nell'Ottobre di quest' ultimo anno, avendo i Magistrati Perugini chiesto un prestito in danaro al Comune di Gualdo ed essendosi questo rifiutato di farlo, sdegnati concedono ai Gualdesi un tempo massimo di cinque giorni per effettuare la domandata prestanza, minacciandoli, in caso diverso, di convertire la domanda di prestito, in una richiesta di pagamento senza rimborso. Oltre a ciò, il 28 Marzo 1326, i Magistrati Perugini, riconfermavano ai Reggitori dell'Arte della Mercanzia in Perugia, piena autorità ed arbitrio, già prima concessi, a proposito di un'aggressione a scopo di rapina, che bande Gualdesi, unitamente a genti di Matelica e d'altri luoghi, avevano effettuato contro il Castello di Ponte Pattoli, nel territorio di Perugia e in data 11 Luglio 1326, spiccavano un mandato di ventinove soldi di denari, a favore di Lippo di Selvatico, che aveva portato lettere del Comune di Perugia a Gualdo ed a Sassoferrato, perché spedissero i soldati che loro spettavano secondo i patti della taglia contro Città di Castello, con la quale Perugia era in guerra. (1)

In quest'epoca, così la Santa Sede, come la Curia Ducale Spoletina, si adoperavano a pubblicare e diffondere nell'Italia Centrale, la notizia delle condanne, sì spirituali che corporali, inflitte ai Ghibellini ribelli ed agli eretici che pullulavano allora nella Penisola, e ciò nella speranza di intimorire e raffrenare le turbolenti popolazioni del Ducato di Spoleto e del resto dell'Umbria. Ci restano a tal proposito, vari documenti riguardanti cotali pubblicazioni di processi, pubblicazioni avvenute in Gualdo contro città o personaggi ben noti nella storia ecclesiastica e civile d'Italia. Così il 22 Luglio 1324, nella nostra Chiesa di S. Benedetto, fu pubblicato il processo indetto contro gli abitanti di Fermo, Fabriano, Osimo e Recanati, ribelli alla Santa Sede e il giorno seguente fu notificata in Gualdo la scomunica emanata dal Pontefice, contro il celebre Guido dei Tarlati da Pietramala, il

(1) L. Fumi; I Registri del Ducato di Spoleto. Già cit. In Bollettino cit. Vol. III pag. 524, 529, 534; Vol. IV, pag. 142, 145; Vol. V, pag. 132 a 136, 139, 142, 143, 146, 147, 159, 160; Vol. VI, pag. 38 - Arch. Vaticano: Giovanni XXII, Secr. Anno VI!, e. 326t, N° 1315 e 1316 - Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirati. Del 1322 e seg., c. 181t, 203, 221t; del 1325, e. 91t ; del 1326, e. 58, 58t, 148.

 

 

 

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quale, benché Vescovo di Arezzo, si era schierato con i Ghibellini a danno del Papa e si era fatto Signore di quella città, seguitando ad occuparne la Sede Episcopale, nonostante gli anatemi Pontifici. Nella stessa Chiesa di S. Benedetto e nello stesso giorno 23 Luglio, fu pubblicata solennemente la scomunica contro i Visconti, dominatori di Milano e contro l'Imperatore Tedesco Ludovico il Bavaro e i suoi Legati. E' ben noto che i Visconti s'erano posti a capo dei Ghibellini d'Italia per sbaragliare il partito Guelfo e che Ludovico il Bavaro, non contento di averli aiutati e protetti, in odio al Pontefice, aveva anche preso le difese della grande setta eretica così detta dei Fraticelli, allora accanitamente perseguitata dalla Chiesa. Contro Ludovico il Bavaro, sempre ai 23 di Luglio, si effettuò la proclamazione suddetta, anche nella Chiesa Plebana di S. Maria di Tadino, divenuta poi Chiesa di S. Chiara e due giorni dopo nella Chiesa di Monterampone, sin d'allora esistenti, la prima in Gualdo e la seconda nel suo territorio. Altra pubblicazione del processo contro quell'Imperatore Tedesco, fu fatta in Gualdo il 18 Novembre dello stesso anno 1324, ed il 22 Ottobre 1329, ai Gualdesi fu ancora una volta annunciata la scomunica contro di lui e contro il famoso Frate Pietro da Corvara, che Ludovico il Bavaro aveva creato Antipapa in Roma col nome di Nicolo V, al posto del legittimo Pontefice Giovanni XXII allora residente in Avignone. Anzi, quest'ultima pubblicazione fu fatta, per ordine del Duca di Spoleto, nella Piazza Maggiore di Gualdo, davanti al popolo chiamato a raccolta con il suono delle trombe e delle campane e ad essa assistettero, quali testimoni, il Podestà di Gualdo Lello di Andruccio, i Rettori delle parti e gli altri pubblici Ufficiali cittadini. Contro Castruccio Castracane degli Antelminelli, il valoroso condottiero che, divenuto Signore di Lucca, combattè aspramente la fazione Guelfa in Toscana, era stato già reso pubblico in Gualdo il processo, con cerimonia compiuta nei giorni 28 e 30 Agosto del 1325, e finalmente contro Fra Michele da Cesena, già Ministro Generale dei Frati Minori e contro i suoi compagni Fra Bonagrazia de Pergamo e l'inglese Fra Guglielmo Okam, tutti e tre dichiarati colpevoli di eresia, fu con il solito rito annunziata la scomunica ai Gualdesi, nella Chiesa di S. Francesco il 28 Agosto del 1328.

Ma nonostante queste pubbliche e frequenti dimostrazioni di rigore e di forza, verso i ribelli e i nemici della Santa Sede, nel Ducato di Spoleto seguitava a regnare una vera e propria anarchia e le Città e le Terre Ducali, sollevavansi l'un dopo l'altra contro il governo del Rettore, impotente a reprimere le turbolenze e le congiure, che da ogni parte si tramavano e scoppiavano nel suo Stato. Le cose giunsero al punto che, temendosi una vera e propria invasione dei fuorusciti e dei ribelli dalla Marca nelle Terre del Ducato, il Papa, con lettera del 18 Febbraio 1327, consigliava il Rettore del Ducato Giovanni d'Arnelio, di trasferirsi a Gualdo con tutta la Curia, per chiudere e guardare i prossimi valichi dell'Appennino che immettono dalle Marche nell'Umbria e nello stesso tempo impedire il vettovagliamento, che attraverso la montagna, effettuavasi a

 

 

 

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favore dei Fabrianesi e delle altre città Marchigiane ribelli alla Chiesa. Il 15 Marzo di quello stesso anno, il Pontefice inviava inoltre un suo Breve al Comune di Gualdo, esortandolo ad armarsi per la propria difesa, in considerazione del pericoloso periodo che attraversava lo Stato Pontificio. Facendo in tal modo, il Papa veniva a confermare i diritti che Spoleto accampava sulla nostra città, alla quale però non doveva riuscire molto gradito il predominio della Santa Sede esercitato con il tramite della Curia Spoletina, tanto è vero, che nel secondo semestre del 1331, Gualdo univasi in lega con Foligno, Assisi, Spello, Bevagna, Cannara, Norcia, Gubbio ed altre Terre minori e insieme ad esse si ribellava al Rettore del Ducato di Spoleto. Per effetto di tale atto, si ebbero nelle regioni insorte, torbidi sanguinosi, come aggressioni, omicidi, saccheggi, distruzioni di castelli, esili di cittadini di parte avversaria, per cui il Pontefice sottopose a processo ed alle più gravi pene le ribelli città, che non tardarono però ad ottenere dal Papa l'abituale perdono. A tal proposito, esiste una Bolla di Papa Giovanni XXII, portante la data 1334 e diretta al nuovo Rettore del Ducato, Pietro da Castagneto, per assolvere i Comuni di Gualdo, Spello, Bevagna, Cannara, e Valtopina, dalle pene a cui erano andati incontro, per essersi uniti in lega contro il Rettore del Ducato stesso. Alle turbolenze degli uomini si aggiungeva l'inclemenza della natura, e dal 1328 al 1329, una forte carestia affamò la nostra regione, dove il grano salì al prezzo di scudi ventidue la corba, con divieto, da parte dei Reggitori del Comune, di esportare le derrate, mentre forti terremoti, per vario tempo, ne spaventarono gli abitanti. (1)

Ritornando al nostro assunto, ricorderemo come, intorno a quest'epoca, troviamo altre prove della signoria mantenuta da Spoleto su Gualdo, sfogliando i Registri di quel Ducato, più volte citati. Infatti con la data 10 Decembre 1334 risulta scritto: «Pro Com. Spoleti pro adventu d. Raymundi de Puiolis ducatus novi rectoris 50 lib. cori. (It. Asisi; Gualdo Catt. 100 sold ; Gualdo Nocera 100 lib.; Gubbio 100 lib.)»; in data 29 Agosto 1335: « Magistris Vitale de Magloliis et Aymerico Molinarii quos.... ad R. C. misimus prò facto seu litigio C. Gualdi, Nucerin. Dioc., contra Curiam ac ducalem Cameram agentis. 30 fl. a. ; in data 10 Marzo 1336: «.A mag. Petro Jacobutii de Gualdo nucerin. dioc., solvente pro compositione facta pro domp. Lello Futii, Rectore E. S. Bartholi de S. Justino, eugubin. dioc., quia dicebatur conmisisse adulterium cum Catarutio Donati de Eugubio. 3 fl. a. Ab eodem solvente pro domp. Filippo, abbate monasterii S. Benedicti de Gualdo nucerin. dioc., quia non venit ad parlamentum personaliter celebratum per d. Rectorem. 4 fl. a»;

(1) L. Fumi: Eretici e ribelli nell'Umbria dal 1320 al 1330. Già cit. In Bollettino cit. Vol. IV, pag. 249, 256 -- Bollettino della R a Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Già cit. Vol. VIII pag. 385 - Arch. Vaticano: Miscell. Instrum 19 Ottobre 1332; Regesto Vatic. 114 (Giovanni XXII, Secr. XI) Epist. 124 e 188; Schede Garampi, Miscellanea I, Indici 521 e 525, alla parola Gualdo,

 

 

 

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in data 16 Maggio 1338: « A mag. Petri de Galdo, nucer dioc., solvente nomine Lilli mag. Johannis, qui pro compositione dicti castri nuper facta Camere Rom. Ecc. tenebatur et adhuc in tantundem. 167 fi. a. »; con la data 2 Aprile 1339: « A Cino Vagoli de Mevania, solvente prò ipso Vagolo, qui habebat in depositum a mag. Petro Salvucii Syndico Com. Gualdi et quia ipsum Com, erat, tempore depositi, et nunc est, ducali Curie exbanditus, compuli dictum Vagolum ad dictam quantitatem michi nomine Camere solvendam 18 fli. a. ».

Già si disse, che nel 1267 e nel 1304, i Gualdesi erano stati in lotta con i Fabrianesi; ora, nel 1340, risorgono nuove ostilità tra le due popolazioni, questa volta a causa dei mal definiti confini territoriali. Come si vedrà in seguito, questa grave ed intricata vertenza, con alternative di calma e di lotta, durò sino al XVIII secolo, raggiungendo la sua maggiore asprezza nel Cinquecento. Della lite svoltasi nel suddetto anno 1340, sappiamo che fu sottoposta all'arbitrato del Comune di Perugia, il quale, a tale scopo, nominò con funzione di arbitri, Eleonoro di Giovanni Giurisperito, Oddolo di Fanello, Omolo di Jacopo e Vinciolo di Giovanni, dei quali i primi tre, in documenti Fabrianesi, sono invece chiamati Alessandro di Giovanni, Oddolo di Giovannello e Tinolo di Jacopo. Con Atti del 22 Aprile e del 18 Maggio di quell'anno, il Comune di Fabriano nominò quindi i suoi Sindaci o Procuratori, con incarico d'incontrarsi sulla montagna, con i Rappresentanti di Gualdo, e lassù, in presenza degli Arbitri suddetti, si sarebbero dovuti rivedere e correggere gli incerti confini territoriali. Se anche l'incontro avvenne, per certo nulla vi si concluse, tanto è vero che gli stessi Arbitri, il 21 Settembre, invitavano ben settanta individui, in massima parte Fabrianesi residenti nei villaggi e nei castelli sorgenti sulle radici orientali dell'Appennino a presentarsi davanti a loro, per essere interrogati nella causa vertente, per i confini, tra Gualdo e Fabriano. In seguito, i Priori delle Arti del Comune di Perugia e gli Arbitri sopra citati, chiamarono in quest'ultima città anche il Primo Magistrato, così dei Gualdesi come dei Fabrianesi; ma mentre quest'ultimo aderiva all'invito e si recava in Perugia, l'altro si rifiutava a comparire, nonostante replicati richiami. D'altra parte, essendo morto nel frattempo uno degli arbitri, Oddolo di Fanello, ed essendo trascorso il tempo stabilito per il convegno, i Priori delle Arti, il 21 Novembre, davano facoltà al Magistrato di Fabriano di ritornarsene in patria. Non appare con esattezza come allora si concludesse tale questione, ma certo è, che se anche accordo vi fu, questo dovette avere una breve durata e ciò possiamo affermare in base ad una notizia che trovasi nei su ricordati Registri del Ducato di Spoleto, nei quali infatti, con la data 16 Febbraio 1347, troviamo la seguente nota di pagamento, assai significativa: «Johannì Pingnoli de Spoleto misso apud Fabrianum ad explorandum et referendum dicto d. Rectori de gentibus armigeris, que dicuntur congregari ibidem cum esset altercatio inter Comune Fabriani et Comune Gualdi Nucerine dioc. prò facto confinium, et ferebatur ac dubitabatur, ne dicte gentes armigere offenderent gualdenses vel alibi per provinciam ducatus, quia in pluribus terris provincie,

 

 

 

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maxime in Assisio et in terra Gualdi predicta suspitio de novitatibus noxiis habeatur. 30 sol. cort.».(1)

Nello stesso anno in cui si era accesa la questione tra Gualdesi e Fabrianesi per i confini territoriali e cioè nel 1340, altra più grave e difficile controversia maturava con il Ducato di Spoleto e ne era causa quella medesima, che anche nel 1281 e nel 1291, vedemmo dare origine ad interminabili liti. Il Comune di Gualdo, in forza dei suoi antichi diritti, intendeva esercitare liberamente e senza alcuna superiore ingerenza l'amministrazione della Giustizia, il quale privilegio gli era contestato dal Rettore del Ducato di Spoleto, che pretendeva fosse invece a sé devoluto. Dopo innumerevoli incidenti, nel 1340, la vertenza, come al solito, diede origine ad un lungo e complicato processo giurisdizionale super mero imperio, che portato davanti alla Curia Romana, fu da questa rinviato a Pietro Vescovo di Gubbio, quale Giudice delegato dal Papa, con l'assistenza di Filippo e Francesco, il primo Abbate del Monastero Eugubino di S. Benedetto ed il secondo Abbate del Monastero di S. Bartolomeo di Camporeggiano, anche questo nella Diocesi di Gubbio. Nell'Archivio Vaticano esistono, raccolti in tre grossi Volumi (Collectoriae, Vol. 402, 403 e 419), i numerosi Atti di questo importante processo che i Gualdesi avevano ancora una volta mosso contro il Rettore del Ducato, che era allora Raimondo de Poiolis, in difesa degli ultimi avanzi delle loro antiche e illimitate libertà Comunali. Dei tre Volumi suddetti, l'ultimo contiene tutto lo svolgimento della lunga vertenza, mentre il primo e il secondo recano trascritte un gran numero di sentenze criminali, emesse dai vari Podestà di Gualdo, dall'anno 1293 al 1339, sentenze che il Comune stesso presentava in giudizio, appunto per dimostrare come, da almeno mezzo secolo, con propri Magistrati, avesse esercitato liberamente e senza dipendenza da estranei poteri, il diritto di giudicare qualsiasi crimine e di prescrivere le conseguenti condanne. Non senza motivo ho qui voluto accennare, a questi tre Codici Vaticani: Di essi, il primo, quello cioè contenente le sentenze emanate nella Curia Gualdese (trascuriamo il secondo mutilo e guasto) assai c'interessa per poterci oggi formare un concetto di quel che fosse stata nel nostro Comune la criminalità in quei tempi lontani, quali le pene, quali i concetti morali che guidavano l'opera del Giudice. Mi sia quindi permessa una breve digressione in proposito, non certo superflua considerando che, in materia giudiziaria, noi più non possediamo gli Statuti Comunali Gualdesi dell'epoca di cui stiamo trattando. Sfogliando dunque il Codice in discorso, notiamo che esso contiene oltre cento sentenze in processi criminali, a proposito delle quali possiamo subito fare alcune osservazioni: Anzitutto il giudizio si svolgeva sempre

(1) Arch. Storico di Fabriano : Collezione delle Pergamene. Busta Vili, N° 401 ; Sezione Cancelleria. Confini. Vol. 1, Fasc. VI, Doc. 34 - L. Fumi: I Registri del Ducato di Spoleto. Già cit. in Bollettino cit. Vol. VI, pag. 51, 53, 236, 242, 266.

 

 

 

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davanti al Podestà di Gualdo, assistito da un Giudice e da un Notaro e la sentenza emessa dal Podestà, veniva poi pubblicata alla presenza di appositi testimoni nel Consiglio Generale, a tale scopo convocato con il suono della campana. Dall'esame di questi processi, risulta anche che l'accusato era quasi sempre fuggitivo e quindi assente dal giudizio, tanto è vero che i due terzi delle sentenze suddette sono pronunziate in contumacia. E' forse questo fatto che induceva i Giudici ad un'applicazione di pene invero originale e molto lontana dai concetti a cui oggi ispirasi la Giustizia. Infatti gli omicidi (tra i quali vediamo annoverati persino uxoricidi e fratricidi), venivano condannati costantemente ad una lieve pena e cioè al pagamento di una più o meno elevata somma di danaro ed alla costruzione, a proprie spese, di qualche tratto delle mura di difesa che recingevano Gualdo e ciò per una lunghezza quando maggiore quando minore, lunghezza che vediamo indicata con una misura lineare chiamata canna, corrispondente oggi a metri 3.33, e per dette costruzioni, il Comune quando sì e quando no, concedeva gratuitamente la sola calce. A queste due pene, spesso; si aggiungeva per gli omicidi anche il bando temporaneo o perpetuo dal territorio Gualdese, nonché la confisca totale o parziale dei beni: a favore del Comune o delle parti lese. Però questa pena, in generale certo troppo blanda per un omicida, era sempre condizionale, poiché veniva accompagnata costantemente dalla clausola che, se entro un determinato tempo il condannato fuggitivo e contumace, non si fosse presentato a scontarla, la pena stessa veniva sostituita con altra che si specificava e che era immensamente più grave. E questa maggiore pena, il più delle volte consisteva nella morte per impiccagione, per decapitazione o per rogo; nel taglio della lingua, di un piede, di una mano; nella devastazione delle case e delle terre appartenenti al reo; nella segnatura, con marchio rovente, sulla fronte; nella fustigazione pubblica per le vie della città; nell'esposizione del condannato al disprezzo dei cittadini sulla Loggia del Comune, con licenza ad ognuno di poterlo offendere impunemente così nei beni, come nella persona. Altra osservazione da farsi si è, che il furto, l'aggressione a scopo di rapina, i danneggiamenti della proprietà altrui, fatti per vendetta, venivano puniti più severamente dell'omicidio, specie se trattavasi d'individui più volte recidivi. In questi casi veniva subito e senz'altro decretata la morte, o qualche altra delle gravi pene che più sopra abbiamo visto prescritte, ma solo in via condizionale, per gli omicidi. Notiamo poi che, in generale, rarissima è la condanna del carcere, quasi assenti sono le assoluzioni, tanto è vero che su oltre cento sentenze, soltanto due individui appaiono condannati al carcere ed uno si vede assolto. Altra cosa da ricordarsi si è che le pene venivano duplicate quando il reato risultava commesso in certe speciali circostanze: Ad esempio, se nei due mesi precedenti la scadenza dal suo Officio del Podestà, o mentre egli era assente dal Comune; se nel pubblico Mercato o durante questo; se nel Palazzo Comunale, o in quello del Podestà, o nella Piazza e tratto

 

 

 

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di strada interposti tra la Chiesa di S. Benedetto e quella di S. Donato; similmente era duplicata sé il reo, per sfuggire alla giustizia, si rifugiava in quegli inviolabili asili che erano allora le Chiese. Era inoltre la condanna quadruplicata, quando il corrispondente delitto appariva commesso come rappresaglia, per vendicare un precedente consimile crimine. Viceversa, talvolta la pena veniva in parte condonata, per la spontanea confessione della colpa fatta dall'imputato.

Dopo questa non inutile divagazione, ritornando ora all'importante vertenza circa il diritto di esercitare liberamente ogni pratica di giustizia, diritto contestato al Comune di Gualdo dal Ducato di Spoleto, diremo che non sappiamo esattamente quanto tempo durasse l'intricato processo che, come sopra si è detto, ne era derivato, ma certo, quattro anni dopo, questo trovavasi ancora in corso, poiché in alcuni documenti dell'Archivio Vaticano (Introit. et Exit. Vol. 200 fogl. 160t) leggiamo le annotazioni seguenti :
« Die XII Ianuarii (1344) solvimus magistro Guidoni de Placentia, pro rubricis per ipsum factis in causa de Gualdo nucerine dioc., videlicet prò parte Camerari contingente, florenos ...» - « Die XXIIII Aprilis. Gentili de Placentia, pro copia rubricarum factarum in causa castri Galdi in ducatu Spoletano, que fuit ventilata coram domino B. de Novo donpno . . . »
. Così pure non sappiamo quale esito avesse avuto la vertenza stessa, dopo di essere stata portata, come si è detto, davanti ai Giudici; ma non crediamo di errare supponendo che, ancora una volta, abbia prevalso la volontà del più forte.

Comunque fosse, nello stesso tempo che Spoleto dimostrava il suo dominio su Gualdo con codesti atti di autorità, Perugia, per suo conto, affermava nelle proprie leggi, la dipendenza di Gualdo dal suo Governo; tanto è vero che nello Statuto Perugino dell'anno 1342, una Rubrica dispone come appresso: «De la electione e offitio e salario de la podestà del Castello de Gualdo: La podestade del Castello de Gualdo, se elegga a brisciogle ello maiure conselglo de la citade, per le porte, ordinatamente al salario usato; el quale podestade se elegga en quisto modo, cioè che se facciano cinque briscioglie, segnate cioè uno per ciascuna porta, e coloro cum quagle en diete brisciogle veronno ello conselglo sopradicto, possono eleggere el dicto podestà de atante che, quactro almeno, deggano essere en concordia; e quilla porta la quale averà el dicto podestade, non aggia la dicta podestaria finatanto che se elegga con efecto de tucte l'altre porte il dicto numero, e ordene finito recomince da quilla porta la quale primamente averà avuta, e cusì de porta en porta per lo tempo che verrà devenga el dicto ofitio ordenamento. Volemo ancora che a farse scendacare, pò la uscita el compito tempo del suo regemento e ofitio, esso podestade del dicto castello colgle suoie ofitiagle e fameglare, degga demorare ello Castello de Gualdo a rendere ragione per se e sua famelgla e ofitiagle, tante dì quante se contengono ello statuto del dicto castello. E se retrovato serà alcuna cosa avere avuto overo estorto oltra el suo salario, sia punito d'essa pena la quale ello statuto del castello de Gualdo manifeste e che se contiene, nonostante alcuna asoglogione overo refidanza a luje facta.

 

 

 

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E se la podestade del dicto castello de Gualdo, non stata ello castello de Gualdo, citagione rendere del suo offitio col glofitiagle suoie, compito el suo affitto, tante dì quante ello statuto del dicto castello se contiene, la podestade overo el capitanio condanne esso al comuno de Peroscia, en cento livre de denaro, e nientemeno a le predicte cose sia costretto, co de sopre se contiene. E quillo che de sopre dicto è de la electione de fare a brisciogle, non aggìa luogo mentre se farà la electione a sachecto e la podestade retrovato ello dicto sachecto.» In altra Rubrica dello stesso Statuto Perugino del 1342, si stabilisce inoltre che gli abitanti di Gualdo e del limitrofo Castello di Pieve di Compresseto, non si dovessero considerare come forestieri e quindi nei giudizi sì civili che criminali, così per i malefici commessi da loro, come per quelli operati contro di loro, dovessero venire trattati alla stregua di tutti gli altri abitanti del contado Perugino, che esigevano però, alla loro volta, una reciprocità di trattamento da parte del Comune di Gualdo. Gli abitanti di questo, avrebbero poi anche avuto il diritto di esser chiamati o di far chiamare in giudizio, nel luogo che più ad essi fosse piaciuto, dovendo però risultare tale privilegio dagli Statuti del Comune stesso. Anche con Gubbio Gualdo prendeva accordi per impedire, che in qualsiasi modo, venissero turbate le buone ed amichevoli relazioni allora esistenti tra le due città, ed infatti, il 12 Agosto 1344, i Gualdesi esentavano gli Eugubini dal pagamento di quei diritti di pedaggio, dazio e gabella, che si usavano allora tra Terre confinanti e lo stesso facevano contemporaneamente gli Eugubini per gli abitanti di Gualdo. Oltre che nelle disposizioni Statutarie, in ogni altro campo della loro vita politica, i Perugini tenevano ad affermare i loro diritti di padronanza su Gualdo tanto è vero che, essendo in quel tempo scoppiata una guerra tra essi e Castiglione Aretino, la quale erasi ribellata, nell'Aprile del 1345, i Perugini obbligarono i Gualdesi a correre anch'essi in armi sotto le insegne di Perugia, per contribuire efficacemente alla resa di Castiglione, che avvenne dopo un ostinatissimo assedio. (1)

Viceversa, nei più volte citati Registri del Ducato di Spoleto, troviamo nuove notizie che a sufficienza ci provano come, in quel tempo, Spoleto ancora seguitasse ad esercitare atti di giurisdizione su Gualdo contemporaneamente a Perugia. In essi infatti, con la data 15 Aprile 1344, leggiamo:« Ser Fino de Mevania, ambasciatori misso ad d. Legatum in Romandiolam cum quibusdam processibus in causis comunium Gualdi, Nucerii et Sellani, vertentibus super iurisdictione temporalitatis in curia

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 559 - L. bonazzi: Op. cit. Vol. I, pag. 426 - M. DEL Moro: Memorie di Perugia. ms. edito dal Fabbretti. To­ rino 1887. pag. 93 - Oraziani: Cronaca di Perugia dal 1309 al 1491. ms. pub­ blicato nel Tomo XVI, Parte 1 dell' Archivio Storico Italiano, pag. 136 - D. dorio: Op. cit. pag. 154 - Archivio Storico di Gubbio: Collezione delle Per­ gamene. Anno 1344. - Archivio Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIV. N° 27; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII Secolo. Doc. N° 6 - O. caiani: ms. cit. Voi. II e III - Archivio Comunale di Perugia: Statuto del 1342. Lib. I, Rub. 81.

 

 

 

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dicti d. Legati contra Cameram, et ad informandum d. Legatum super causis predictis, nec non quod deberet revocare quondam dispensationem per ipsum concessam d. Ugolino de Trincis de Fulglinio, quod, non ostante aliqua constitutione, posset habere plures potestarias et dominio terrarum ducatus, que erat multum preiudicìalis toti provincie ducali, prò XXII diebus quibus stetit cum uno famulo et equo 8 fi. a, 1 lib., 12 sold. »; con la data 28 Aprile 1345: «. Vannillo Belli de Asisio, qui se exponens periculo personali, portavit licteram interdicti appositi per Curiam ducalem in terra Gualdi Nucerine dioc., abbati S. Benedicti de Gualdo predicto, prò observatione ipsius. 2 lib., 10 so.»; con la data 26 Maggio: « Pro una salma vini et prò uno castrato et prò una salma spelte enseniatis Broccardo Conestabili unius banderie equitum Comunis Eugubii misso cum suis equitibus per ipsum Comune d°. Rectori Ducatus in subsidium Curie volentis facere exercitum contra terram Gualdi nuc. dioc. exbannitam et rebellem Curie, quia fecerant interfici unum bayulum Curie. 12 lib. 6 so.»; e inoltre: « Petro Ruscioli de Gualdo Captaneo, nuntio misso cum licteris d. Rectoris ad inquirendum prelatos provincie ducatus prò auxilio et consilio dandis contra dictos Gualdenses rebelles. 4 lib. 10 sol.»; in data 4 Agosto: «A Comuni Montisleonis prò eo quod non miserat ad exercitum indictum contra Gualdurn Nucerine dioc. 15 fi. a.»; in data 30 Aprile 1346: « A Comuni Gualdi Nucerine dioc. ac prò quibusdam terrigenis delatis de rumore facto per ipsos in exercitu cerretanorum 80fl.»; in data 21 Gennaio 1347: «A Stephano Giorgoli de Gualdo Nucerine Dioc. delato de adulterio commisso cum d. Gasdia uxore Angeli mercatoris de Fabriano commatre dicti Stephani etc.» e finalmente, con la data 12 Agosto 1349, troviamo scritto: «Pro Comuni, officialibus et specialibus personis terre Gualdi tam clericis, quam laycis de dicta terra et eius districtu, de omnibus mallefitiis et excessibus conmissis per dictum comune, officiales ipsius, terrigenas et forenses et speciales personas dicte terre, de quibus esset cognitum vel non cognitum a die ultime compositionis usque in Kal. presentis mensis, excepto quod de uno processu formato contra Potestatem, officiales, consilium et comune dicte terre, in quo continetur quod cantra libertatem E. suspenderunt Tinolum familiarem d. Potestatis, qui processus non includatur in dicta compositione, nec aliquis alius, in quo tractaretur de mero et mixto imperio etc. 275 fi »

Ma con il termine di questa prima metà del secolo XIV, tali atti di signoria del Ducato di Spoleto su Gualdo, come vedremo, divengono sempre più rari, sino a scomparire del tutto, mentre al contrario più frequenti e più saldi appaiono i legami che tenevano avvinta ta nostra città alla vicina Perugia, la quale, appunto di questi tempi, era salita all'apogeo della sua grandezza politica, e che, in data 7 Gennaio 1351, libera finalmente da ogni preoccupazione circa il possesso delle città a lei sottomesse, decretava la liberazione anche di molti ostaggi Gualdesi che deteneva prigionieri, permettendo loro di ritornarsene senza alcun vincolo in patria. Ma per prudenza, aveva prima ordinato l'ampliamento ed il rafforzamento in Gualdo della Rocca Flea, con

 

 

 

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l'erezione di un Cassero e in modo tale, che lo stesso Papa Clemente VI, sin dal Marzo del 1350, credette bene inviare un suo Breve ai Magistrati Perugini, con il quale li avvertiva di aver avuto sentore che essi iniziavano in Gualdo la costruzione di una fortezza e ordinava quindi loro di fare in modo che non avessero da ciò danno i diritti del Ducato di Spoleto e della Santa Sede. Nell'Archivio Decemvirale di Perugia, durante l'anno 1351, si ritrovano frequenti documenti di questa importante costruzione, che durò non poco tempo ed alla quale i Perugini avevano preposto Mascio di Ranucolo da Porta Sole. Da tali documenti sembra anche risultare, che le spese di fabbricazione fossero sostenute dagli stessi Gualdesi, che dovevano versare i loro contributi ad uno speciale Cassiere, il Perugino Giovanni di Fazio da Porta S. Angelo, che li rimetteva poi periodicamente al suddetto Mascio per i necessari pagamenti, e cento fiorini d'oro, li vediamo infatti a lui versati in data 22 Gennaio, trenta fiorini il 4 Giugno ed altri cento l'8 di Luglio di quello stesso anno. (1)

Del resto, i Perugini avevano delle buone ragioni per rendere sempre più sicuro il loro dominio su Gualdo, dove le frazioni cittadine e l'odio di parte, appunto di questi tempi erano giunti al massimo della violenza, rendendo instabile e debole ogni autorità di governo, tanto è vero che non più tardi dell'Agosto 1351, dopo feroci e ostinate lotte civili tra Guelfi e Ghibellini, questi ultimi venivano a forza scacciati da Gualdo e riparavano a Gubbio. Il loro esilio fu però di breve durata e pochi mesi dopo, con l'aiuto dell'Eugubino Giovanni di Cantuccio dei Gabrielli, potente partigiano dei Ghibellini, rientravano in Gualdo, ma poi nuovamente, come scrive un Cronista, « cursero la piaza et ultimamente ne furo cacciati».

A tanti torbidi, i Perugini correvano ai ripari con frequenti invii di Ambasciatori e di Legati: Così il 5 Maggio 1353 mandavano a Gualdo Jacopo di Alardo da Porta S. Susanna e Angelo di Buoncagno da Porta Eburnea, l'uno con la scorta di quattro cavalli e l'altro di tre, ricevendo come stipendio il primo sessantaquattro libbre, il secondo quarantotto, nella somma di ventisei fiorini d'oro e trenta solidi, in ragione di quattro libbre e cinque solidi per fiorino. Ma l'ambasceria si prolungò di altri sette giorni, per cui ricevettero di nuovo, l'uno centoventi libbre, in ventotto fiorini (auri pautioribus) e otto solidi, e l'altro novanta libbre, in ventuno fiorini, calcolando il fiorino in ragione di quattro libbre e sei solidi. Così pure il 6 Giu­gno ed il 15 Luglio, vediamo pagare dal Comune di Perugia, ad Averardo di Ceccolo di Montesperello da Porta Sole, « Conservator pacis terre Gualdi» la somma di trentasei fiorini d'oro a titolo di salario, per dodici famuli, che, quali suoi coadiutori,

(1) Archivio Storico Italiano: Tomo XVI, Parte II, pag. 535. (Regesto e Documenti) - L. Fumi I Registri del Ducato di Spoleto. Già cit. In Bollettino cit. Vol. VI, pag. 254 f 258, 259; Vol. VII, pag. 59, 62 - Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirati. Anno 1351. c. 6, 12, 15, 106t, 153t, 177t.

 

 

 

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doveva mantenere in Gualdo con lo stipendio di tre fiorini al mese per ciascuno; e finalmente, il 10 Agosto, novanta fiorini d'oro sono versati a due Priori del Comune di Perugia inviati in Gualdo e quivi fermatisi quindici giorni « pro reformatione status pacifici dicte terre » e « pro reducendo dictam terram ad honorem et servitium Comunis Perusii ». I Perugini inoltre, non ancora soddisfatti per essersi assicurati un più fermo possesso di Gualdo, tenevano a far risultare tale possesso nei loro trattati e nelle loro leghe con altre città. Ciò infatti vediamo accadere anche quando, il 31 Marzo 1353, in Sarzana, dopo lungi contrasti fu stipulato un trattato di pace e concordia, tra Giovanni Visconti Arcivescovo di Milano, il Comune di Firenze e quello di Perugia. Ognuna di queste tre potenze figurava nel trattato quale rappresentante dei propri aderenti e seguaci, sia Feudatari, sia Comuni minori. Perugia, nomina tra questi ultimi anche Gualdo, dichiarandolo con altri luoghi perciò compreso nell'accordo allora concluso e partecipante ai benefici di questo. Così pure, poco tempo dopo, il 18 febbraio 1356, in Montevarchi, veniva per un biennio stipulata una lega tra le città di Perugia, Firenze, Pisa, Pistoia, Volterra e S. Miniato, a difesa comune, specialmente contro le tante Compagnie di Ventura che desolavano allora l'Italia e contro chi le favoriva e assoldava. Ciascuna delle città alleate aveva diritto di eleggere un Capitano per le milizie proprie e per quelle dei Comuni a sé aderenti o sottomessi, tra i quali, Perugia, anche questa volta, vuol ricordare Gualdo, insieme ad altri luoghi e castelli. Ed a proposito di soldati di ventura, qui piacemi nominare un Donato da Gualdo, che pochi anni prima, nel 1352, aveva strenuamente combattuto, a capo di fanti Perugini, nel duro ma vittorioso assedio che Perugia aveva stretto intorno alla ribelle Bettona.

Nello stesso anno 1356, in data 26 Agosto, si addivenne alla stipulazione di alcuni patti tra Perugia e Gualdo, per meglio disciplinare le funzioni del Podestà che v'inviavano i Perugini. Nella stipulazione suddetta, questi ultimi erano rappresentati da tal Menicuccio di Vannuccio ed i Gualdesi dal loro concittadino Cecco di Pietro, soprannominato Cimaboia. Si stabilì tra l'altro che il Comune di Perugia, ogni sei mesi, avrebbe inviato al Governo di Gualdo un Podestà, cittadino Perugino, accompagnato da un Giudice, da due Notari, da due Domicelli, da tredici Famulos sive Bernarios esperimentati nelle armi e da tre cavalli. Che a tutti costoro, il Podestà compreso, e per tutto il semestre in cui quest'ultimo sarebbe restato in carica, dal Comune di Gualdo si dovevano dare complessivamente trecentoventicinque fiorini d'oro quale stipendio e che questo sarebbe stato libero da qualsiasi tassa e pagabile in tre rate e cioè all'inizio della carica, nel principio del terzo mese ed al termine del semestre, « statim cum fuerit sindicatus ». Che infine il Podestà novello, con il suo seguito, dovesse trovarsi in Gualdo un giorno avanti l'inizio del suo officio e dovesse reggere la città assegnatagli secondo gli Statuti Comunali di questa, salvo i diritti del Comune di Perugia, dai quali gli Statuti suddetti non avrebbero potuto in nessun caso derogare.

 

 

 

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Più sopra abbiamo ricordato alcuni trattati conclusi da Perugia con altre città ed ora a tal proposito noteremo come, più che necessarie, fossero in quell'epoca consimili leghe difensive, dato il grande ardire e la forza delle milizie mercenarie, guidate da potenti avventurieri che scorrazzavano allora in Italia e delle quali anche la nostra città dovette fare più volte dura esperienza. Nei primi giorni di Maggio del 1359, il territorio di Gualdo fu infatti invaso nei suoi confini settentrionali, dalle grandi Compagnie di Ventura del Conte Lando e di Anichino de Mongard, le quali, per il valico di Fossato, erano passate dalle Marche nell'Umbria e che risultavano formate da molte migliaia di soldati avventurieri, usi a taglieggiare Feudatari e Città ed a lasciare sul loro cammino un'orma di rovina e di sangue. Come se ciò non bastasse, qualche anno dopo, nel Novembre del 1364, essendo passata dalla Toscana nel territorio di Perugia quella celebre Compagnia di Ventura che fu chiamata la Compagnia Bianca, composta di soldatesche Inglesi e Ungheresi, per nostra disgrazia, nei primi giorni di Dicembre, capitava anche sotto le mura di Gualdo, assaltandone e saccheggiandone il territorio. E qui piacemi finalmente ricordare, che nonostante l'assicurato dominio dei Perugini su Gualdo, il Ducato di Spoleto, pare incredibile, seguitava ancora a percepire nel nostro Comune dazi e balzelli, tanto è vero che dai soliti Registri Spoletani, risulta che i Gualdesi, intorno all'anno 1363 « in Kal. maii» pagarono tra l'altro «pro focularibus l. 75 » e come terza parte degli introiti sulle multe fl. 50, nonché « l. 10 pro adventu novi Rectoris ». (1)

Era frattanto comparso nell'Umbria, il Cardinale Spagnolo Egidio d'Albornoz, mandato dal Papa, ancora residente in Avignone, a riconquistare lo Stato della Chiesa, che era caduto in mano a tanti tirannelli, pressoché indipendenti, da che la Sede Papale era stata trasportata da Roma in quella città. Ma i desideri dell'Albornoz non si arrestavano a questo, e però si spingevano sino al libero e florido Stato di Perugia di cui bramava il possesso. Ben s'erano accorti i Perugini delle mene dello scaltro Spagnolo e cercavano perciò ogni mezzo per amicarselo e infatti nel 1366, forse per istornare disastri maggiori, mandarono al Papa in Avignone, il loro Vescovo Andrea Bontempi, Montemelino Trieveri e Pietro Vincioli, i quali, a nome della città di Perugia, gli offrirono sotto forma di vendita, la cessione di Gualdo, Nocera ed Assisi, tanto più che queste città, divenute finalmente in quest'epoca un incontrastato possesso dei Perugini, mal soffrendone la dipendenza, si erano, a quel che pare, segretamente accordate con Gomez d'Albornoz, nepote del

(1) Ser Guerriero di Ser Silvestre de' Campioni da Gubbio : Cronaca Eugiibina. Pubblicata in Rerum Italicarum Scriptores di L. muratori. Anni 1351 e 1352 della Cronaca - L. Fumi : I registri del Ducato di Spoleto. Già cit. In Bollettino cit., Vol. VII, pag. 67, 68, 69, - R». Arch. di Stato di Firenze: Lettere Responsive Originali, Registro V, e. 88, 92; Capitoli. Reg. XXV, e. 97 e Reg. XXVII, e. 39 - Arch. Comunale Antico di Perugia: Fondo Gardone, Mazzo XIII, N° 5, c. 18t, 26t, 28, 40, 45t, - Memorie di Perugia dal 1351 al 1438. Autore Ignoto. ms. edito dal Fabbretti. Torino 1887. pag. 187,

 

 

 

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Cardinale Egidio, e con il celebre Capitano di Ventura Giovanni Acuto (Hawkwood) onde aiutarli a cacciare da Perugia il partito che vi dominava, avverso alla supremazia della Chiesa; ma Papa Urbano V rifiutava cosi la nostra come le altre città, sicuro di poterle avere gratuitamente con la forza tra breve. Infatti, nell'Aprile dell'anno seguente, il Card. Albornoz gettava la maschera, e partitesi da Foligno con le sue soldatesche, assaltava Gualdo, Nocera ed Assisi e se ne impadroniva togliendole ai Perugini. Avvertiva poi questi, che egli avrebbe allontanato dal territorio di Perugia i suoi mercenari Inglesi, capitanati da Giovanni Acuto e da Andrea di Belmonte, se gli fosse stato promesso che i Perugini non avrebbero tentato di riconquistare le tre città da lui ricuperate per la Santa Sede, facendo loro osservare che, ad ogni modo, avrebbero potuto sempre impetrarne la restituzione dal Papa. Stretti dal bisogno, i Perugini accettavano i patti ad essi proposti dal Card. Albornoz e infatti, poco dopo il mese di Maggio, il loro territorio rimaneva sgombro dalle milizie da lui assoldate; ma avendo poi i Magistrati di Perugia scritto al Papa lagnandosi per le molte vittime che aveva fatto quell'impresa guerresca e per avere il Legato Papale tolto loro Gualdo, Nocera ed Assisi, di cui desideravano e chiedevano la restituzione, con laconica ironia rispondeva il Pontefice: «De morte hominum dolemus, sed de recuperatione Terrae nostrae gaudemus ». Nonostante queste gravi perdite, Perugia, fiera delle propria libertà, seguitava a difendersi dall' ingiusta guerra mossale da Urbano V, ma ridotta finalmente agli estremi, era costretta a chiedere la pace e l'otteneva sottomettendosi al Pontefice, con il sacrificio cioè di quella libertà per la quale da tanto tempo sì coraggiosamente pugnava. Il trattato di pace tra la Santa Sede ed i Perugini, fu redatto il 23 Novembre 1370 e tra le sue varie clausole troviamo anche questa: Che la città di Gualdo, già come si è visto strappata a Perugia per il Papa dall'Albornoz sin dal 1367, partecipava anch'essa al trattato, con il quale veniva ora riconfermata sotto il dominio della Santa Sede, a cui, in tale occasione, di nuovo giurava fedeltà anche il limitrofo e forte Castello di Poggio S. Ercolano. (1)

Dopo conquistata dal Pontefice, Gualdo era stata di nuovo annessa al Ducato di Spoleto, di cui era appunto Legato Apostolico la stesso Card. Egidio d'Albornoz, che non mancò certo di esercitarvi le solite rappresaglie. Sappiamo ad esempio che egli sottopose a processo il Podestà che i Perugini tenevano in Gualdo, prima che questa città venisse loro strappata e ciò fece accusandolo di non avere fedelmente esercitato il suo officio. Ma il Podestà, Jacopo Contis da Perugia, si appellò al Papa, che poi in seguito, con Breve del 24 Giugno 1375, annullò il procedimento giudiziario indetto contro Jacopo dall'Albornoz. Costui, sempre intorno al 1370, aveva

(1) C. Alessi: Op. cit. pag. 180, 187 - L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo I, pag. 222, 225 - P. Pellinì: Op. cit. parte I, pag. 1016, 1018, 1023, 1082 - L. BONAZZI: Op. cit. Vol 1, pag. 460 - Memorie di Perugia dal 1351 al 1438. Già cit. pag. 191 - Arch, Vaticano : Arm. XXXV, Tomo XXII,c. 10t 15.

 

 

 

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inoltre imposto al nostro Comune, come alle altre Terre del Ducato, di eleggere annualmente un pubblico Officiale, incaricato di enunziare, sotto il vincolo del giuramento, al Giudice Generale dei Malefici della Curia del Ducato, i crimini commessi dai cittadini Gualdesi, ma il Comune di Gualdo, dopo avere sperimentato un vessatorio sistema, ricorse al Pontefice, poiché il suddetto Officiale inviava alla Curia di Spoleto qualsiasi processo, anche se indetto per lievi reati, tali cioè da potere essere giudicati invece dai magistrati Gualdesi, procurando cosi un grave dispendio ed incomodo alle parti in causa, sempre costrette ad accedere alla lontana Capitale del Ducato. Urbano V, il I Maggio del 1370, inviò perciò da Montefiascone una Bolla al Comune di Gualdo, ordinando che, per l'avvenire, fossero devoluti alla Curia Spoletina soltanto i processi riferentisi a gravi reati, come eresia, lesa maestà, coniazione di falsa moneta, aggressioni su strade, violazione di monache ed omicidio, dovendosi per tutto il resto accedere al Giudice di Gualdo. Con altra Bolla, data nello stesso luogo e nello stesso giorno, il Pontefice esentava i Gualdesi dalla tassa di trenta ducati d'oro, imposta per il mantenimento della Guardia armata del Rettore del Ducato di Spoleto, e dall'altra tassa di ottantacinque ducati, imposta per la costruzione della Rocca Spoletina e ciò in considerazione dei gravi danni subiti dalla nostra città e dal suo territorio nelle precedenti guerre. In un documento conservato tra i Manoscritti di Dorio e Jacobilli nella Biblioteca del Seminario di Foligno e riferentesi a queste esenzioni, si specifica che il Ponteficie le concedeva Gualdesi, appunto perché « aggravati et defatigati dalle molte spese, danni et ingiurie, che molti costretti dalla necessità, abbandonate le case, si sono partiti et allontanati, molti morti et molti occisi dalli rebelli della Chiesa, essendo remasti tanto poco di essi, che non possono sopportare le spese delli pesi che sin'ora hanno sopportato ». Quest'epoca non troppo floride dovevano essere infatti le condizioni del Comune di Gualdo, né molto disciplinata la vita pubblica. Basti dire che un Capitano di cavalli e lancie del Comune di Perugia, Bartolomeo detto il Miccia, dovette assoldare e far venire da Milano l'altro Capitano di Ventura, Andronino Goth, che era allora alla dipendenza di quel Ducato, e ciò per sedare i tumulti che di continuo i Fuorusciti di Gualdo suscitavano con i Nocerini. Così pure i Magistrati Gualdesi furono costretti a deliberare la confisca dei beni mobili ed immobili ai molti cittadini, sia indigeni che forestieri, che ostinatamente si rifiutavano di pagare al Comune i dovuti balzelli e questo sino a soddisfacimento del debito; tale deliberazione venendo poi confermata con Decreto del 23 Maggio 1373, dal Legato di Perugia Gherardo Dupuis, Abbate del Monastero maggiore di Cluny, perciò detto l'Abbate di Monmaggiore, con il quale nome è restato famoso nella Storia Perugina. Anzi, per facilitare queste esazioni, Gomez d'Albornoz (come prima lo zio Egidio, Rettore del Ducato Spoletano) con lettera del 10 Aprile 1374, diretta al Podestà di Gualdo, acconsentiva alla richiesta fatta da quest'ultimo di assegnare un emolumento di due soldi per libbra nella riscossione

 

 

 

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dei balzelli e gabelle, come sopra si è detto, da tempo dovuti al Camerlengo Comunale ed inesatti per mora dei debitori. Né potevasi rinunziare a questi introiti, se non altro per provvedere al contributo, che sotto il titolo di Sussidio, la nostra città doveva pagare ogni anno al Governo centrale, contributo consistente nella somma di duecento fiorini d'oro. Intorno a quest'epoca, con l'intervento di speciali Arbitri inviati dal Comune di Perugia, si addivenne ad un accordo tra le città di Gualdo e Nocera, circa l'uso delle acque del fiume che scende da Boschetto a Gaifana ed oltre, sul confine territoriale dei due Comuni. Memoria di questo accordo, troviamo anche negli antichi Statuti Nocerini, redatti l'anno 1371, nei quali leggesi la seguente rubrica: « Item statuimus et ordinamus, quod nemo audeat vel presumat, aquam fluminis Gaifane derivare quoquo modo extra cursam proprium et consuetum, tempore lati laudi per ambasciatores Perusinos inter commune Nucerij et commune Gualdi ; et secundum dictum laudum, pena cuilibet contrafacienti 100 lib. den. ». Similmente a questi tempi, rimonta la costruzione di un nuovo e secondo Ospedale in Gualdo, come risulta da pubblico Istrumento, redatto in Nocera nella residenza Vescovile, il 15 Febbraio 1373. L'erezione avvenne per opera della Confraternita Gualdese di S. Maria dei Raccomandati, anche detta del Gonfalone, della quale, come pure del pio Istituto da essa fondato, tratteremo diffusamente nel Capitolo dedicato alla Confraternita stessa. Ma qui, a proposito di Ospedali, piacemi invece ricordare come illustrazione della vita Gualdese di quei tempi lontani, due piccole notizie rintracciate a caso tra i più antichi documenti del nostro Archivio Notarile. Nominerò cioè un « Magister Muysiectus ebreus medicus habitans Fabriani » che si recava allora in Gualdo per esercitarvi l'arte sua salutare e che il 23 Febbraio 1382 rilasciava infatti quietanza ad un suo cliente Gualdese, del compenso ricevuto per assistenza e medicina fornite, « pro patrocinio et medelis prestitis », come si legge nel documento; ed accennerò infine alla esistenza, sin da quell'epoca, di una Farmacia nella nostra città, poiché, con la data 7 Giugno dello stesso anno 1382, troviamo un altro Istrumento notarile, che s'indica come rogato in Gualdo «in camera spetiarie».(l)

Vedemmo poco prima, come nel 1370, Perugia fosse stata costretta a sottomettersi alla Santa Sede con tutto il suo territorio, ma per il mal governo del Legato Rapale, sollevavasi nel Dicembre del 1375 e riacquistava, tra i tripudi del popolo, quell'indipendenza dianzi perduta. L'anno seguente, istigato dai Perugini, Gualdo ne seguiva

(1) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene, Pergamene provenienti dal Comune di Gualdo - R. Guerrieri: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Già cit. pag. 27 - Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIV. N° 32, 36; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. N° 8 - Arch. Vaticano: Reg. Vatic. N° 286, e. 149; N° 260, c. 67t - Statata et iuria municipalia civitatis Nucerij. Liber de Maleficiis. Gap. 123 - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. e. 61t, 67 - Biblioteca del Seminario di Foligno. Mss. di Dorio e Jacobilli: Cod. B. VI. 6, e. 105, 106, 117.

 

 

 

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l'esempio e a furia di popolo si ribellava anch'esso al Ponteficie, sottomettendosi per la quarta volta a Perugia, per nulla temendo le numerose soldatesche del Legato Papale, che ogni giorno facevano scorrerie ai suoi confini e specialmente Giovanni Acuto, che appunto di questi tempi, provenendo dal territorio Perugino, capitava a Gualdo con le sue bande mercenarie straniere, abituate da sempre a lasciare la desolazione sul loro malaugurato passaggio. E i Magistrati Perugini, per consolidare il riacquistato possesso di Gualdo, nel mese di Marzo v'inviavano uno speciale Delegato, nella persona di Ludovico di Buccio da Porta S. Susanna. Da un documento dell'epoca, apprendiamo anche che costui, con il compenso di centodiciassette libbre, si trattenne ventisei giorni in Gualdo, dove era stato mandato, finita la guerra, « pro felici reparatione et libertate dicte terre ... contra pravos inimicos et rebelles offitiales Ecclesie Romane». Né poteva la nostra città, dopo la ribellione al Pontefice, scegliersi un diverso padrone all'infuori dei Perugini, sia per la potenza, sia per la vicinanza di questi. Basti dire che il Comune di Perugia, si estendeva allora verso Gualdo, sino all'Abbazia di S. Pietro di Val di Rasina, la quale restava compresa nel Comune suddetto. D'altra parte i Magistrati Perugini si adoperavano a ribadire il loro nuovo dominio sulla nostra città e non più tardi del Maggio 1378, inviavano ai Gualdesi i nuovi Statuti a loro destinati, facendone giurare al Podestà, la più stretta ed imparziale osservanza. Questi Statuti però, non vanno confusi con quelli propri e ordinari, che come tutti gli altri Comuni Medioevali, possedeva anche il Comune di Gualdo e che, in vasto modo, provvedevano a qualsiasi manifestazione della vita pubblica di quell'epoca. Trattasi invece di uno speciale e breve Statuto, che si riferiva in massima parte all'attività dei Magistrati ed alla procedura giudiziaria, che tendeva insomma a disciplinare i rapporti tra la città dominante e la dominata, a rafforzarne i vincoli di sudditanza e di devozione. Esiste oggi in originale, negli Annali Decemvirali dell'antico Archivio del Comune di Perugia, con la data 29 Maggio 1378. (1)

Insieme alla riacquistata indipendenza, Perugia ancora una volta si era procacciata la guerra col novello papa Urbano VI, col quale però faceva pace indi a poco nel 1378 e tra le condizioni dell'accordo troviamo anche questa: Che cioè Perugia conserverebbe per altri venti anni il possesso di Gualdo e delle restanti città a lei sottomesse; che durante i detti venti anni gli abitanti di queste, avrebbero, come prima della guerra, l'amministrazione, il governo e la giustizia libera nelle prime cause, non potendo essere chiamati innanzi ad altri tribunali che ai

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 1149, 1153, 1219 - L. Bonazzi: Op. di. Vol. I, pag. 489 - S. Sciri : Notizie Storiche di Perugia. ms. della Biblio teca Comunale di Perugia, pag. 91 - C. Alessi : Op. cit. pag. 262, 307 - M. del Moro: Op. cit. pag. 122 - L. Belforti : Serie etc. Già cit. Tomo II, Parte I, pag. 8 - Croniche di Giovanni Ser Cambi Lucchese, pubblicate dall' Istituto Storico Italiano, nelle «Fonti per la Storia d'Italia». Vol. I delle Croniche, pag. 215 - Arch. Vaticano: Miscell. Instrum. 17 Aprile 1377 - Arch. Comunale Antico di Perugia: Fondo Gardone. Mazzo XV, N° 5, e. 21.

 

 

 

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loro propri o a quelli di Perugia; che all'ufficio di Potestà dovrebbero venir preposti solamente dei cittadini di Perugia; che le Rocche e le fortificazioni resterebbero anch'esse in mano dei Perugini e che dette città avrebbero il diritto di far lega con chi lor fosse piaciuto, né potrebbero venire in nessun modo molestate dalle milizie del Pontefice e dei suoi successori, ma che dopo trascorsi i venti anni stabiliti, ritornerebbero sotto il governo della Chiesa, riconsegnando le fortezze e le rocche ai magistrati papali. Infine ciascuna di esse avrebbe l'obbligo di mandare ai piedi del Papa i propri rappresentanti, entro il termine di tre mesi dalla stipulazione del trattato, per confermare l'adesione a quanto era stato in assenza loro stabilito e giurarne l'obbedienza. (1)

Ed era così che Perugia mercanteggiava con il Pontefice la libertà e i diritti di Gualdo e di quegli altri paesi che poco innanzi si erano ancora una volta a lei sottomessi, vanamente sperando un'era di giustizia e di pace, sotto le ampie ali del Grifo. E infatti il trattato or ora conchiuso, non fu certo per la nostra città foriero di pace, ma segna anzi il principio di una non breve e ininterrotta serie di turbolenze, di sommosse popolari e di feroci lotte di parte a cui si aggiungono le guerricciole con i castelli vicini ed i frequenti assalti delle Compagnie di Ventura. Per far fronte a queste, anche le forti città di Perugia, Firenze e Bologna, sentirono il bisogno di stringersi in una lega difensiva quinquennale, mediante un Trattato che fu tra esse redatto in Firenze il giorno 11 Ottobre del 1379 e nel quale Perugia dichiarò di presentarsi anche come rappresentante del Comune Gualdese.

Ritornando alle turbolenze e alle lotte a cui poco sopra accennammo, va notato che già, in questo stesso anno 1379, dovette essere occorsa in Gualdo qualche novità, poiché vediamo che i Perugini vi mandano nel Febbraio, quale Ambasciatore, Lello di Beccolino, con tre cavalli e con lo stipendio di trenta soldi di denari, per ogni giorno e per ogni cavallo. Poco dopo, nel Maggio, v'inviano un altro speciale incaricato nella persona di Grazino di Girolamo da Perugia, del Quartiere di Porta Eburnea, il quale fu poi costretto a recarsi nuovamente, di Agosto, nella nostra città. In quest' ultima occasione, egli dovette anzi trattenersi quattro giorni a Gualdo, recandosi anche a Nocera « pro certis arduis expedientibus negotiis » a scopo di conservazione e difesa di queste due città e del circostante territorio. Contemporaneamente, il Comune di Perugia, al Podestà ed al Castellano che manteneva in Gualdo, trasmetteva l'ordine di non allontanarsi dalla propria residenza senza permesso, pena la multa di cento libbre di denari e prima che finisse l'anno, nel mese di Novembre, stipulando Perugia un'alleanza di venticinque anni con i Varano, Signori di Camerino, faceva partecipare anche Gualdo ai patti della Lega suddetta, come città suddita dei Perugini.

(1) L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo li, Parte I, pag. 81 - P. Pellini : Op. cit. Parte I, pag. 1242 - C. Alessi: Op. cit. pag. 322.

 

 

 

109 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Nel Gennaio del seguente anno 1380, intercedono nuovi accordi fra Perugia e Gualdo a proposito di quanto segue: Lungo la linea di confine, i Perugini possedevano delle terre nel Comune di Gualdo ed i Gualdesi, da parte loro, ne avevano nel Comune di Perugia. Per effetto di una precedente convenzione, i prodotti agricoli di queste terre potevano essere trasportate dai relativi proprietari, nel Comune ove risiedevano, senza impedimenti e senza pagamento di dazi, quando attraversavano il confine comunale. Ora, con i nuovi accordi, si stabiliva invece che, tanto i Perugini quanto i Gualdesi, anziché trasportare alla propria residenza le derrate raccolte nei terreni posseduti nel Comune limitrofo, le avrebbero permutate sul luogo di produzione evitando così qualsiasi trasporto. Ad esempio, i Gualdesi, anziché recare nel Comune di Gualdo il prodotto delle terre che avevano in quello di Perugia, lo avrebbero lasciato ai Perugini, prendendosi in compenso un'eguale quantità dei prodotti agricoli, che i Perugini avrebbero dovuto asportare dai loro possessi Gualdesi e viceversa. Però gli abitanti di Gualdo, possedevano anche delle terre al di là del loro confine con il Comune di Fossato di Vico, anch'esso dipendente dai Perugini. I frutti di queste terre, il Comune di Perugia li riservava invece per sé, con facoltà di poterli trasportare nel proprio territorio, dopo averne regolarmente indennizzato il proprietario. Ma nonostante tutte le Ambascerie, le precauzioni, le leghe, e gli accordi su nominati, tendenti a rendere sempre più sicura la soggezione della nostra città, nel Marzo del 1381, tentavano i Gualdesi di ribellarsi a Perugia, però la sommossa veniva prontamente soffocata e non pochi cittadini scontarono con i rigori della giustizia la loro audacia, o riusciti a fuggire, furono dichiarati ribelli e perciò banditi dal territorio Gualdese e della stessa Perugia, che minacciò per di più pene gravissime ai Magistrati medesimi, se contro i faziosi non avessero proceduto con la più grande severità. Come conseguenza di tutto ciò, nel mese di Maggio, da Perugia veniva mandato a Gualdo un nuovo Ufficiale pubblico, nella persona di Giacomo di Lello, per porre un pò d'ordine nel suo malfermo governo. (1)

Intanto, nuovi motivi di allarme provengono a Gualdo dall'opposto versante dell'Appennino. Sul declivio orientale della Valle di Salmaregia, presso Campottone, nella contrada allora chiamata Camazzano, oggi Fosso della Romitella, esistono ancora i ruderi di un vetusto Castello che ebbe nome Rocchetta. Signore del Castello era in quel tempo un avventuriere della peggiore specie, tal Meluzio dei Tangani, altrimenti detto Meluccio o Meruzio dei Tanghi della Rocchetta. Il padre suo Giovanni, aveva sposato Betta di Sasso da Gualdo, ed esiste ancora la quietanza riferentesi alla dote di Betta del fu Sasso, in data 23 Dicembre 1338. Quali tristi soggetti fossero

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 1258, 1262, 1282 - R°. Arch. di Stato di Firenze: Capitoli. Registro XXXV, c. 245 - Arch. Comunale Antico di Perugia. Annali Decemvirali. Anno 1379, c. 35, 151t, 157t, 252; Anno 1380, c. 20, 21.

 

 

 

110 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

i Tangani della Rocchetta, ce lo prova il fatto che nel 1358, Meluzio ed il padre suo Giovanni, erano stati condannati a morte e alla confisca dei beni, perché colpevoli di numerosi saccheggi, omicidi e ribellioni nelle Terre della Santa Sede. Meluzio scampò alla pena di morte, ma dovette però certo subire la confisca dei beni, poiché ci risulta, che in data 21 Luglio 1371, a nome del Rettore del Ducato di Spoleto, veniva emanata sentenza di restituzione dei beni dotali e legatari, a donna Betta del fu Sasso da Gualdo, vedova di Giovanni della Rocchetta, a donna Benedetta figlia di Betta ed a Paoluccia figlia di Meluzio. Ma nonostante le pene a lui comminate dal Papa, circa la metà del 1381 Meluzio, che si era impadronito con molti armati del Castello di Laverino, presso Fiuminata, con l'aiuto del Signore di Matetica, cominciò a fare frequenti incursioni contro Salmaregia, appartenente ad un altro ramo della sua famiglia, spingendo sino a Gualdo i suoi saccheggi ed i suoi assalti. Le cose giunsero al punto, che per difendere gli abitanti di Gualdo dalle invasioni di Meluzio, i Magistrati Perugini, verso il mese di Ottobre, mandarono alcuni soldati a guardia del suddetto Castello di Salmaregia, interposto e a mezza strada, tra Laverino e la nostra città. Inviarono nello stesso tempo messer Ercolano dei Vanni ai Varano, Signori di Camerino, perché con l'autorità loro impedissero a Meluzio ed al Signore di Matelica, di molestare Gualdo e Salmaregia ad essi soggetti; e mandarono infine allo stesso Signore della Rocchetta ed a quel di Matelica, Lello di Bernardo, affinchè per sempre desistessero dalle offese. Infatti, dopo non poche trattative, anche mercé l'interposizione del dominatore di Fabriano, Guido Chiavelli, Meluzio fece pace con Gualdo e Salmaregia, cessando ogni assalto contro di essi. Terminate appena le contese con il Feudatario della Rocchetta, giungevano in Gualdo parecchie soldatesche straniere, certo una delle tante Compagnie di Ventura che allora scorrevano l'Italia cercando chi le assoldasse, e pare che l'Avventuriero che le guidava minacciasse alla nostra città gravi danni, poiché i Perugini vi mandavano come Ambasciatore messer Giovanni di Tengarino, affinchè persuadesse quelle genti a non devastare e saccheggiare il territorio Gualdese. E infatti, nelle contese e nelle guerricciole comunali di allora, assai raramente si assaltavano le maggiori città, per solito ben munite e difese, ma le truppe avventuriere, portavano sempre le loro armi all'intorno di esse, contro i piccoli castelli egli indifesi villaggi del contado, contro le abitazioni isolate, e ciò più che per scopi strategici, per danneggiare, per fare bottino, per intimorirne le popolazioni. Prima che finisse l'anno, i Magistrati di Perugia sono costretti a mandare in Gualdo anche messer Ercolano di Pietro e Francesco di Gilio, perché vi ristabilissero l'ordine che vi era stato turbato e furono anzi costoro che si recarono poi presso il Signore di Fabriano Guido Chiavelli, affinchè contribuisse con la sua autorità, al mantenimento dell'accordo poco innanzi stabilito tra Meluzio della Rocchetta da una parte, quei di Salmaregia ed i Gualdesi dall'altra. E tale accordo era allora proprio necessario,

 

 

 

111 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

poiché in quel tempo la nostra città trovavasi anche in guerra con Gubbio e solo nel Febbraio del seguente anno 1382, potevasi concludere la pace, mercé l'intervento del Vescovo Eugubino Gabrielli e di Nicolello di Landolfo, altro importante personaggio della città, pace che fu però di breve durata poiché nel Gennaio del 1387, il Comune di Gualdo bandiva di nuovo le Rappresaglie contro quello di Gubbio. (1)

Con Bando emesso nella Rocca di Spoleto il 10 Giugno 1383, il Card. Pietro Brancacci, Rettore del Ducato Spoletino, notificava che il Pontefice Urbano VI, gli aveva dato incarico di « ricevere e ridurre a grazia della Chiesa », le Città e Terre e private persone del Ducato stesso, che si erano già dimostrate ribelli alla Santa Sede, e che avendo perciò stabilito di «far Parlamento generale» con loro, l'ultimo giorno di quello stesso mese, dovessero mandare a Spoleto i propri Rappresentanti. Tra le città ribelli invitate, figura appunto anche Gualdo. E l'invito giungeva a proposito, poiché in quello stesso mese di Giugno, erano risorte nella nostra Terra, violenti lotte tra Guelfi e Ghibellini, tantoché per porre fine alle discordie e ai tumulti, i Perugini decisero d'inviarvi Giacomo di Lello detto il Disutile, con una Compagnia di cavalli; ma ciò nonostante durando le sanguinose contese, nel Giugno del 1385, vengono di nuovo mandati Colino di Giovanni Baglioni, Pietro d'Andreucciolo pur dei Baglioni, Neri di Nuccio dei Coppoli e Sinibaldo d'Agnolino, perché tentassero di ricondurre la pace e sedare le opposte fazioni nella travagliata popolazione. Ma pare che anch'essi a poco o nulla approdassero, poiché nel Settembre giungono a Perugia Ambasciatori Gualdesi per trattare quanto riferivasi alla pacificazione della città; e inoltre due anni dopo nel mese di Novembre, essendo di bel nuovo riarsa in Gualdo la guerra civile fra i due partiti, i Magistrati Perugini devono inviarvi lo stesso Neri di Nuccio dei Coppoli e Matteo di Nicoluccio dei Merciari e un nuovo Castellano nella persona di Fumagiolo di Bacciolo dei Fumagioli, perché ad ogni costo vi soffocassero le intestine discordie. E fu tanto poco efficace l'opera loro, che anzi nell'Agosto del 1388, un ex Castellano della Rocca, Costantino di Ruggiero dei Ranieri, tentava di far penetrare nella nostra città le bande dei Fuorusciti Perugini e non essendo riuscito il tentativo pel tradimento di uno dei Gualdesi da esso comprati, venne portato prigioniero in Perugia, dove fu giudicato con l'intervento dello stesso Potestà e di dieci Camerlenghi del Comune. Però anche questo fu inutile, poiché nei primi del 1390 gli stessi Fuorusciti

(1) P. Pellini : Op. cit. Parte I, pag. 1266, 1273, 1277 - L. Belforti: Serie ete. Già cit. Tomo M. Parte 1, pag. 122 - M. Sarti: Op. cit. pag. 200. Capo IX - B. Feliciangeli : Di alcune Rocche dell'antico Stato di Camerino. Negli « Atti e Memorie della R.° Deputazione di Storia Patria per le Marche ». Nuova Serie 1904. Vol. I, Fase. II, pag. 121 e seg., 166 - Arch. Comunale Antico di Fabriano: Collezione delle Pergamene. Busta VIII Perg. 396; Busta IX, Perg. 431; Cassetta III, Rotolo N° 11. - C. Alessi : Op. cit. pag. 371 - Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Dorio e Jacobilli): Codice A. V. 11, c. 296t.

 

 

 

112 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Perugini tentarono per conto loro d'impadronirsi a forza di Gualdo, alla cui difesa i Magistrati di Perugia avevano, con ogni prontezza, mandato non pochi soldati sotto il comando di Fabrizio di Tiveruccio dei Signorelli, che riuscirono a respingere gli assalitori. L'anno seguente, il Rettore del Ducato di Spoleto, che era il Monaco Benedettino, Benedetto Vescovo di Montefeltrio, come già aveva fatto il suo predecessore otto anni prima, ordinava a varie Città e Terre dell'Umbria, tra le quali anche Gualdo, di inviare nel giorno 6 Agosto i propri rappresentanti a Spoleto, per farvi parlamento in servizio di Santa Chiesa, sotto pena di mille fiorini di multa più la scomunica. Pochi mesi dopo, nel Gennaio del 1392, di notte tempo, i Fuorusciti Perugini, scalarono le mura di Poggio S. Ercolano e nonostante la disperata difesa fattane da quegli abitanti, se ne impadronirono saccheggiandolo, ma essendosene subito sparsa la notizia, si levarono in armi gli abitanti di Gualdo e quei di Fossato e assaltati i Fuorusciti, moltissimi ne fecero prigionieri inviandoli poi a Perugia dove vennero giustiziati. Per questo fatto gli abitanti di Poggio S. Ercolano, furono dal Comune di Perugia esentati, durante tre anni, da ogni dazio e balzello « affinchè, dice il Pellini, gli altri luoghi dall'esempio loro imparassero ad esser fedeli alla Città loro ». Al contrario, neppure gli stessi Fuorusciti Gualdesi se ne stavano quieti e accordatisi con altri Fuorusciti di Sigillo e di Assisi, si unirono a quelli di Perugia, con i quali era il Capitano di Ventura Azzo dei Castelli, con non pochi cavalli e tutti insieme, il 26 Marzo, assaltarono e saccheggiarono Sigillo, di cui poi rimase Signore Azzo medesimo.

In quello stesso anno 1392, aveva fine una guerra insorta tra i Fiorentini e Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, sotto le insegne del quale, avevano combattuto anche varie milizie Perugine. Era quindi naturale che alle trattative di pace intervenisse Perugia, la quale, tra le clausole del Trattato, fece risultare che nella pace s'intendeva compresa anche Gualdo e le altre città dai Perugini dipendenti. Però, nella stessa Perugia, fervevano intanto accanite e sanguinose lotte tra i Nobili ed i cosidetti Raspanti, che rappresentavano il partito popolare avversario, e Gualdo, pur di cambiare padrone, faceva suo prò delle intestine discordie dei Perugini e davasi al Papa che, forse come ricompensa, esentava il nostro Comune da ogni spesa e gravame per le fortificazioni cittadine e per la custodia della Rocca Flea, mediante Bolla rilasciata a Perugia il 1 Gennaio 1393, autorizzandolo altresì a scegliersi il proprio Podestà; ma poco durava Gualdo nel dominio della Santa Sede, poiché nel Settembre di quello stesso anno, veniva ricuperato dai Perugini con la forza dell'armi. (1)

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 1304. 1335, 1337, 1363; Parte II, pag. 12, 26, 28, 50 - C. Alessi : Op. cit. pag. 427, 451, 518 - T. Bottonio : Annali di Perugia. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia. Vol. I pag. 199 - L Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo II, Parte I. pag. 192, 307 - Arch. Antico del Comune di Perugia: Annali Decemvirati. Anno 1392. e. 25t, 26 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIV. N° 34 - Biblioteca del Seminario di Foligno. Mss. di DOR£O e Jacobilli: Cod. B, VI. 6, e. 173; Cod. A. V. 6, c. 247.

 

 

 

113 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Intanto, per le vicende di quei tempi, dopo lunghi anni d'esilio al quale l'aveva costretto l'avversa fazione dei Nobili, ritornava in Perugia sua patria, il celebre Capitano avventuriero Biordo Michelotti e vi ritornava ponendosi a capo del Comune Perugino, fra i tripudi e le feste della parte Popolare, che aveva abbattuto il dominio della Nobiltà. Ma in tal modo Perugia si procacciava nuovamente l'inimicizia del Pontefice che proteggeva il partito dei Nobili, sperando per mezzo loro, di toglierle quel vestigio di libertà che ancora restavale, e solo negli ultimi del 1393, con la mediazione del Cardinale Legato di Perugia, Pileo, Arcivescovo Tuscolano, conchiudevasi la pace, mercé la quale, Bonifacio IX concedeva in Vicariato a Biordo, per tutto il tempo della sua vita, Gualdo con altre Terre. Ma nonostante i patti stabiliti, nell'anno seguente le milizie del Pontefice entravano nuovamente nel territorio di Perugia, rioccupando tra l'altre anche la nostra città, e Biordo riportava allora le armi dalla Marca, dove si era recato, nell'Umbria e ritoglieva al Pontefice Gualdo che volenteroso a lui si dava, con molti altri luoghi vicini, e se ne faceva Signore, scacciando dalle Rocche i Castellani ed i Ministri Papali. Nello stesso tempo scriveva ai Magistrati Perugini per raccomandar loro Gualdo e gli altri paesi di cui erasi impadronito, il possesso dei quali gli veniva poi conferrnato, nello stesso anno, da Bonifacio IX, nel Trattato di Pace che quest'ultimo aveva nuovamente stipulato con Biordo.

Come se non bastassero tutte queste guerresche vicende, il Comune di Gualdo era allora in grave contrasto con Gubbio e Foligno, che avevano bandito le Rappresaglie contro i Gualdesi. Ignoriamo per quale causa dalle due suddette città si fosse ricorso a questa odiosa ma allora assai efficace e frequente arma giuridica, la quale, benché colpisse sempre degli innocenti, purtuttavia, come vedemmo, era ammessa dalla legislazione dell'epoca. Ma è da immaginarsi che le cause saranno state le solite: Omicidi, ferimenti, rapine o consimili misfatti rimasti impuniti, praticati dai Gualdesi su cittadini di Gubbio e di Foligno, debiti o mallevadorie insoddisfatte, applicazione di balzelli e pedaggi ritenuti abusivi e via di seguito. Certo è, che le Rappresaglie verso Gualdo, sospese dal Comune di Gubbio il 10 Gennaio 1395 e riprese poco dopo, furono definitivamente tolte durante il Luglio del 1396. Il Podestà di Gualdo, il 17 di tale mese, approvava e ratificava questa deliberazione che era stata presa dal suo Commissario messer Antonio di Pietro, d'accordo con messer Sante e ser Pacetto Commissari di Gubbio e nello stesso tempo raccomandava ai Magistrati Eugubini, di adoperarsi affinchè anche dai Folignati, venissero abolite le Rappresaglie già bandite contro i Gualdesi.

Nel Febbraio di quello stesso anno 1396, il Comune di Perugia

 

 

 

114 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

aveva nominato suo Conestabile, un Capitano di Ventura Gualdese, tal Gualdana di Pietro, che era così passato agli stipendi dei Perugini, portando seco una squadra di soldati a piedi, suoi concittadini, tra cui alcuni balestrieri e ciò « pro expungnatione fortilitii Portularum ». Il Gualdana fu riconfermato in tale comando nel mese di Agosto, nell'Ottobre e finalmente nel Dicembre « ad custodiam castrorum Comitatus et ad servitia et mandata dominorum Priorum ». E infatti parrebbe che in così torbidi tempi, non ad altro dovessero dedicarsi i Gualdesi se non al rude mestiere delle armi. Ma al contrario, mai forse come in quel periodo, vi furono tra noi tanti cittadini che alla Magistratura ed ai pubblici Offici s'indirizzarono. Basti dire che in quella seconda metà del secolo XIV, anzi soltanto nel breve periodo che va dal 1345 al 1385, la sola Repubblica di Firenze, senza parlare di altri luoghi, ebbe a suo servizio, tra Notari e Giudici sì in criminale che in civile, al seguito del Podestà, oltre a venti individui, portanti tutti l'appellativo « da Gualdo », i quali, per molti indizi che qui è superfluo specificare, abbiamo ragione di credere che provenissero appunto dalla nostra città.

Nel Gennaio del 1397, i Priori Perugini inviavano come Messo a Gualdo, Giustino da Firenze per disimpegnarvi importanti mansioni, non altrimenti indicate; poco dopo vi destinavano, per lo stesso scopo, Giovanni di Pietro da Cagli, e prima che finisse l'anno, nel mese di Novembre, avendo Biordo Michelotti tolto in moglie Giovanna, figlia del Conte Bertoldo Orsini, Signore di Soano, i Gualdesi riconoscenti inviavano ricchissimi doni e Ambasciatori, a quelle sue nozze veramente regali; né invero i Gualdesi potevano lamentarsi del dominio del Michelotti, che predilesse la nostra città e vi fece spesso dimora, giovando non poco alle sue fortificazioni ed alla Rocca Flea, che notevolmente ampliò e restaurò. (1)

Moriva però Biordo, assassinato il 10 Marzo 1398, per opera della potente famiglia dei Guidalotti che, gelosa della di lui potenza, aspirava a sostituirlo nella supremazia di Perugia, e dopo tale avvenimento si affrettava il Pontefice a riacquistare i possessi toltigli dal valoroso condottiero e ne incaricava Ugolino Trinci, Signore di Foligno e suo fedele vassallo e Vicario, che non tardava

(1) T. Bottonto): Op. cit. Vol. I, pag. 202, 203 - C. Alessi: Op. cit. pag. 522, 551 - L. Belforti : Serie etc. Già cit. Tomo II. Parte I. pag. 318, 323, 331 e seg. ; Parte II. pag. 60 - A. Mariotti : Saggio dì Memorie Istoriche Perugine. Perugia 1806. Tomo I. Parte 111. pag. 518 - A. Fabretti : Biografie dei Capitani Venturieri nell'Umbria. Vol. I, pag. 41 e seg. - P. Pellini : Op. cit. Parte II, pag. 55, 58, 90 - Cronaca di Perugia dal 1308 al 1398. Autore ignoto. ms. edito dal Fabretti. Torino 1887. pag. 53 - Arch. storico di Gubbio: Codice delle Riformanze. Voi XV, e. 56t e 96t - Arch, Antico del Comune di Perugia: Fondo Gardone. Libri Conservatorum Monetai « Exitus » Anni 1396-1397. e. 17, 34, 57t, 58, 66 - G. Degli Azzi Vitelleschi: Le Relazioni tra la Repubblica di Firenze e l'Umbria nel Secolo XIV (A cura della R a . Deputazione di Storia Patria per l'Umbria) Vol. 1. Perugia 1904. pag. 262; Vol. II. Perugia 1909. pag. 124, 207, 208, 209, 210, 214,219, 221, 223,224.

 

 

 

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a collegarsi con le genti del Papa per piombare sulle ribelli città. Il Vicariato di Ugolino, si estendeva su gran parte delle Terre circostanti a Foligno e confinava a Settentrione per l'appunto con il territorio di Gualdo. Data anche una tale circostanza, non doveva esser difficile ad Ugolino Trinci l'invasione del nostro territorio e forse fu per questo, che Gualdo non attese neppure le soldatesche del Signore di Foligno, ed in quello stesso anno spontaneamente si risottomise alla Chiesa. (1)

Perugia vedeva così crollare in un colpo tutta la sua potenza, ma anziché cadere anch'essa sotto il dominio del Pontefice, davasi al Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, che pure con il Papa era in lotta, e riacquistate nuove forze con gli aiuti di questo, nell'ultimo anno di quel secolo, riconquistava anche Gualdo. Per tutti questi fatti Bonifacio IX, con proclama del 28 Gennaio 1403, dichiarava i Perugini ed i Gualdesi cospiratori e ribelli alla Santa Chiesa, nonché colpevoli del crimine di Lesa Maestà, scomunicandoli in massa. Ciò nonostante, i Perugini non restituirono Gualdo al Pontefice, anzi nel Giugno dello stesso anno, quasi ad affermarvi il dominio di Perugia, vi si tratteneva con le sue milizie Ceccolino Michelotti, fratello di Biordo e di questi non meno celebre Capitano di Ventura. (2)

Ma alla morte di Gian Galeazzo, la vedova Duchessa, avendo non poche brighe nei suoi domini, si riconciliava con il Papa e per fare a questo cosa gradita, restituiva a Perugia quella libertà di cui s'era volontariamente privata. Rimasti così soli e impotenti a proseguire la guerra con il Pontefice, verso la fine dello stesso anno 1403, i Perugini concludevano anch'essi la pace con la Santa Sede, per effetto della quale Bonifacio IX, con Bolla Palatina del 31 Gennaio 1404, concedeva la nostra città in Vicariato, per ventinove anni, a Ceccolino Michelotti come si è detto fratello di Biordo, dietro il canone annuo di un mulo e di un paio di fagiani vivi, perdonando ai Gualdesi le offese arrecate ai Ministri della Chiesa, dimenticando la parte da essi presa durante la guerra e promettendo di non recar loro più alcuna molestia.

Poco dopo, nel Giugno del 1408, Perugia si sottometteva a Ladislao re di Napoli, per sottrarsi ai danni che le minacciava il partito dei Nobili, come si disse, proscritto e cacciato lungi dalla città per opera di Biordo, e tra i capitoli della sommissione abbiamo anche

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte II, pag. 99 - A. Fabretti : Op. cit. Vol. I pag. 41 e seg. - C. Alessi : Op. cit. pag. 562 - D. Dorio: Op. cit. pag. 182, 186 - L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo II. Parte II. pag. 85 - M. Faloci pulignani : Il Vicariato dei Trinci. (In Bollettino cit. Vol. XVIII. pag. 1 4, 15) - Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli : Cod. B . VI. 6, c. 256

(2) L. Bonazzi: Op. cit. Vol. I, pag. 537 - Graziani: Op. cit. pag. 276 (in nota) - P. Pellini: Op. cit. Parte II, pag. 136 - L. Belforti: Serie etc. già cit. Tomo II, Parte II, pag. 172 - Lunig : Codex Italiae Diplomaticus. IV. c ol. 119, 124.

 

 

 

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la riconferma ai Michelotti, del dominio che avevano su Gualdo e sulle altre città ad essi poco innanzi concesse. (1)

Ma nonostante l'accennata sottomissione al Re di Napoli, l'esule partito della Nobiltà sempre più attivamente tramava da lungi contro il popolare governo di Perugia e tanto più era questa volta temibile, essendoché aveva a capo il valoroso Capitano venturiero Braccio Fortebracci, che scacciato dalla città natale unitamente ai Nobili, quando con Biordo vi ritornarono i profughi Raspanti, tentava ora di rientrarvi con i suoi partigiani e rendersene Signore. In tal frangente Ceccolino Michelotti dalla Campania, dove era agli stipendi della Regina di Napoli, muoveva in aiuto della patria e del proprio partito giungendo in Gualdo il 7 Luglio 1416 con le sue truppe, e riunitesi poi nel piano di Assisi con l'altro Capitano avventuriero Carlo Malatesta, cinque giorni dopo veniva a battaglia col Fortebracci, che riportava una clamorosa vittoria, facendo prigioniero lo stesso Ceccolino e impadronendosi così di Perugia.

Anche questa volta Gualdo seguiva le parti del vincitore e innanzi la fine dell'anno si dava in potere a Braccio Fortebracci; inoltre il 12 Luglio 1417, primo anniversario della vittoria riportata dal Fortebracci sul Michelotti, inviava a Perugia appositi Ambasciatori, con un pallio di seta e ricchi doni in segno di sottomissione. In seguito, nella prima metà del 1419, Braccio era sconfitto a Gubbio dalle genti Pontificie alleate alla Casa Feltresca. In tale occasione, così nell'andar contro Gubbio, come nel ritirarsene diretto ad Assisi, egli si accampò con i suoi soldati nella nostra città, la quale, benché seguace del Fortebracci, ebbe a subire da quegli avventurieri, gravissimi danni. Finalmente il Papa Martino V, il 26 Febbraio del 1420, dopo così aspra guerra stipulando la pace con Braccio in Firenze, per mezzo del Vicecamerlengo Ludovico Vescovo Magalonense, riconfermava per tre anni al Fortebracci anche il Vicariato e possesso di Gualdo, come rilevasi da uno dei Capitoli del Trattato allora concluso. (2)

Ma io non vorrei che questo frequente e all'apparenza talvolta spontaneo cambiar di bandiera della popolazione Gualdese, potesse, far pensar male sul carattere e sulla fierezza dei nostri antenati. Eran tempi quelli in cui la forza si sostituiva al diritto in ogni estrinsecazione della vita e se a noi pare oggidì che troppo facilmente curvassero i Gualdesi la schiena ad ogni nuovo Signore,

(1) P. Pellini : Op. cit. Parte li, pag. 139 - L. Belforti ; Serie etc.già cit. Tomo II . Parte II. pag 179, 275 - Arch. Vaticano: Politic. VI. pag. 629.

(2) P. Pellini. Op. cit. Parte II. pag. 223, 228, 231, 235, 24b - A. Fabretti: Op. cit. Vol. I, pag. 163 e seg. - T. Bottonio : Op. cit. Vol. Il, pag. 18, 22, 32 - G. V. GlOBBl-FORTEBRACCI : Storia Genealogica della Famiglia Fortebracci. Bologna 1689. pag. 43, 49 - L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo II. Parte II, pag. 433, 441, 452, 473 - C. Crispolti : Perugia Augusta. Perugia 1648. pag. 230 - Campano: Vita et (Jestis Brachii. Venezia 1752. Libro IV, pag. 86, 96 - Bollettino cit. Voi. VI, pag. 382 - R. Valentini; Braccio da Montone e il Comune di Orvieto. (In Bollettino cit. Vol. XXVI, pag. 54).

 

 

 

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certo non potevano così pensare i nostri antichi progenitori, i quali ben sapevano per prova, con qual moneta saldassero i conti i Capitani avventurieri e i Principotti di allora, vale a dire con gli incendi e i saccheggi, con le devastazioni e le stragi. Quanti uomini furon chiamati eroi, sol perché avevano la potenza e la forza a loro disposizione, né quindi potremo far carico al piccolo e debole Gualdo, se il più delle volte preferiva di concedere volontariamente ciò che sapeva bene dover poi dare per forza, tra la disperazione e la rabbia di una dannosa e inutile resistenza.

Moriva però Braccio combattendo all'assedio di Aquila nel Giugno del 1424 e la vedova di lui Nicola Varano, vedendosi sfuggire e prossime a ritornare al Pontefice le città conquistate dal Fortebracci, nell'Agosto di quell'anno, mandava il fratello Piergentile ed altri suoi fidi a Martino V, affinchè volesse lasciarne il dominio ai propri figli, ed il Papa sebbene ne desiderasse vivamente il possesso, pure non credette opportuno precipitare gli eventi e concesse per altri tre anni in Vicariato speciale anche Gualdo a Oddo e Carlo Fortebracci, il primo dei quali non era figlio legittimo e l'altro aveva allora appena tre anni. Il Breve Papale con cui effettuavasi la concessione suddetta, venne emesso a Gallicano il 29 Luglio 1424 ed in esso sono specificati gli oneri e i diritti spettanti al Vicariato, oneri e diritti che qui non è superfluo riassumere: Ogni anno, nel giorno della festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, i Fortebracci avrebbero dovuto offrire alla Santa Sede, a titolo di canone o censo, un cavallo palafreno del valore di circa cento fiorini. Per le pratiche giudiziarie, i cittadini Gualdesi, così nelle cause civili che criminali, tanto nei procedimenti lievi o di prima istanza, quanto nei processi di appello, dovevano essere deferiti alla Curia Generale della Provincia a cui Gualdo apparteneva. Quest'ultimo, come tutti gli altri luoghi soggetti alla Santa Sede era tenuto « ad parlamenta generalia accedere, ac exercìtus et cavalcatas facere ». I Gualdesi, anche durante il Vicariato, dovevano essere governati secondo i propri Statuti, quante volte questi non fossero in contraddizione con i diritti e la libertà della Chiesa. Non era lecito accogliere in Gualdo i ribelli banditi dallo Stato Pontificio, né in qualsiasi altro modo favorirli, ma dovevasi cercare invece di assicurarli alla Giustizia. Agli abitanti del territorio Gualdese dato ai Fortebracci, non si potevano imporre indebite taglie, né aggravarli con nuovi e inusitati balzelli. Nel territorio suddetto dovevano trovare cortese accoglienza, vettovaglie ed alloggio, le soldatesche a piedi o a cavallo, che dal governatore della Provincia vi fossero eventualmente inviate. I pubbici Ufficiali del Comune, ogni sei mesi, erano tenuti a prestare giuramento di fedeltà e di obbedienza al Pontefice. A quest' ultimo, Caduta la concessione triennale del Vicariato, Gualdo e suo ternario dovevano essere spontaneamente riconsegnati. Si minacciava infine ai Fortebracci la scomunica, quante volte venissero meno al gìuramento di osservare i patti stabiliti. Con altro Breve, dato nello stesso giorno e nello stesso luogo, Papa Martino V, prendendo occasione dal Vicariato di Gualdo concesso ai Fortebracci, rilasciava a questi, ai loro Ufficiali ed alle popolazioni

 

 

 

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di cui assumevano il governo, una completa amnistia per tutte le pene in cui fossero precedentemente incorsi quali ribelli alla Santa Sede.

Nel principio del 1425, all'età di sedici anni, moriva però Oddo in battaglia, a Val di Lamone in Romagna ed i Gualdesi, che a quanto pare erano assai poco soddisfatti del governo dei Fortebracci, non si lasciavano sfuggire l'occasione ed ai primi di Febbraio si ribellavano ad essi. Appena tornata la calma, nella seconda metà del mese seguente, la salma del giovane Oddo veniva portata da Perugia a Gualdo, quivi visitata dall'intera popolazione e da Gualdo al Feudo Braccesco di Montone, dove era sepolta con solenni onoranze. Per le turbolenze dei Gualdesi ribelli e in considerazione che il superstite fratello Carlo era ancora un fanciullo, il Pontefice pensò bene di nominargli un Curatore, ma anziché chiamare a questo officio, come sarebbe stato naturale, la vedova di Braccio, con Breve dato a Roma il 10 Maggio 1425, assegnò tale incarico ad Antonio Corario, Cardinale di Bologna e Vescovo Portuense, suo Legato in Perugia, raccomandandogli di fare le veci del piccolo Fortebracci nel Governo di Gualdo. Con altro Breve, inviato da Roma nel 27 Settembre, incaricava poi lo stesso Legato Perugino, di stipulare una valida convenzione con Mazancollo da Montone, Castellano della Rocca di Gualdo, per assicurarsi che costui, o chiunque altro al suo posto, allo scadere del triennale Vicariato concesso a Carlo, ed anche prima se questi morisse, avrebbe riconsegnato alla Santa Sede la Rocca suddetta. Ma dovendo il Cardinal Corario lasciare il governo di Perugia, il Papa con nuovo Breve dato a Roma il 27 Ottobre 1425, affidò l'ufficio di curatore del piccolo Fortebracci a Piero Donato, Vescovo di Venezia, che poi successe al precedente nella Legazione di Perugia, (1)

Di questi tempi, i Fuorusciti Perugini, tornarono ad infestare il territorio Gualdese e infatti tra le carte della Camera Apostolica, conservate nel R°. Archivio di Stato in Roma e propriamente nel Registro dell'entrate e dell'uscite di messer Pagolo Capograssi da Sulmona, Tesoriere Apostolico (1424-1425) a c. 127 si apprende, che diversi Messi furono mandati in Perugia a notificare « el passo de gli usciti de questa Terra » nel contado e così pure a Gualdo, a Montone e nelle altre vicine città. Dalle stesse carte, e appunto dal Registro delle Taglie (Liber tallearum) che porta la data 1425 risulta che i Gualdesi, per il già ricordato sussidio, seguitavano ancora a pagare la somma di duecento fiorini, ragguagliando il fiorino a bolognini trentasei e soldi novanta, secondo la consuetudine di Perugia.

Dopo di essere stata insidiata dai Fuorusciti Perugini, nel Gennaio del seguente anno 1426, da Borgo S. Sepolcro si dirigeva con le sue soldatesche sulla nostra città per impadronirsene, Guido Torello,

(1) G. V. GlOBBl-FORTEBRACCI : Op. cit. pag. 69 - Arch. Vaticano: Arm. XXIX, Tomo III, e. 170; Reg. Vatic. N° 350, e. 105t e 166; Reg. 355, e. 54, 60, 225 - Oraziani: Qp. cit. pag. 306, 308.

 

 

 

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Capitano al soldo del Duca di Milano, ma i Gualdesi lo prevenivano dandosi al Papa; sicché il Torello, avendo trovato la città già occupata dalle milizie della Chiesa, subito se ne partiva e sembra che il Pontefice, nel mese di Febbraio, desse a governare Gualdo ai Varano, Signori di Camerino, parenti della vedova di Braccio. Ma possiamo dire che questi ebbero appena il tempo di prenderne possesso poiché subito dopo, in seguito alle preghiere dei Magistrati Perugini, Martino V, riconsegnò Gualdo, Città di Castello e Montone a Carlo Fortebracci e per esso, che era ancora bambino, alla madre Nicola Varano. Certo che nel mese di Aprile di quello stesso anno, Gualdo era già ritornato sotto il governo dei Fortebracci, facendoci di ciò fede una pergamena del nostro Archivio Comunale. Da tale documento si apprende che il 16 Aprile 1426, nella Chiesa di S. Francesco, due opposte fazioni di cittadini Gualdesi, stipularono tra di loro un regolare trattato di pace, perdonandosi scambievolmente le offese, i danni, le rapine, i ferimenti e gli omicidi trascorsi e giurando, per l'avvenire, di non più ricorrere alle violenze. Orbene, in tale documento, si legge infatti che l'accordo suddetto veniva redatto alla presenza non solo della popolazione Gualdese, dei Rettori della città e dei necessari testimoni, ma anche innanzi a Masaccio dei Bonarelli da S. Ginesio, Luogotenente di Donna Nicola Fortebracci, Contessa di Montone, quale tutrice del proprio figlio Conte Carlo, Vicari Generali di Santa Chiesa in Gualdo e suo Distretto. Si stabilivano anzi anche gravi pene pecuniarie, per quella delle due fazioni che prima mancasse ai patti, dovendo l'importo di tali pene andare per metà alla parte non fedifraga e per l'altra metà ai suddetti Nicola e Carlo Fortebracci; A tal proposito noteremo, che per certo, di questi tempi, le lotte politiche e gli odi civili, avevano dovuto arrecare nella nostra città la discordia e i tumulti, poiché vediamo che anche il Pontefice, credette opportuno inviare in Gualdo il suo famigliare Bordo, con l'incarico di rendersi conto dell'ordine e della tranquillità regnante tra la popolazione Gualdese, come rilevasi da un Breve dato fin Roma il 10 Febbraio 1426. (1)

Però Papa Martino V, dovette ben presto pentirsi di aver riconsegnato Gualdo con Città di Castello e Montone, alla vedova ed al figlio di Braccio, tanto è vero che nel 1427, adducendo a scusa l'ancor tenera età di Carlo, richiese imperiosamente alla madre la restituzione delle tre città. La vedova di Braccio, mal tollerando di vedersi spogliata di tutti i suoi domini, non pensava affatto di riconsegnarli alla Chiesa, ma ciò nonostante, per stornare maggiore guai, nel Dicembre di quello stesso anno mandò come Ambasciatore al Papa, Nicolo di Giovanni di Benedetto con la seguente proposta: Purché a lei fosse rimasto indisturbato il possesso di Gualdo e di Montone, avrebbe ceduto spontaneamente

(1) Oraziani: Op. cit. pag. 319 - P. Pellini ; Op. cit. Parte II, pag. 297 -L. Bonazzi: Op. cit. Vol. I, pag. 651 - Arch. Comunale di Gualdo: Racolta delle Pergamene. Secolo XV, N° I, 8.

 

 

 

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e senza alcun compenso alla Santa Sede, Città di Castello, dove, appunto in quel tempo, era andato quale Capitano del Popolo, un Gualdese, tal Villano di Antonio di Ser Giacomo. (1)

Però Martino V rimase sordo ad ogni ragione e ad ogni proposta ed anzi s'irritò ancor più per la resistenza della Varano, tanto che con Breve dato a Roma il 28 Dicembre di quell'anno, ordinò al suo Legato in Perugia, Piero Donato, di procedere anche mediante braccio secolare, contro la vedova del Condottiero, la quale noncurante degli ordini ricevuti e delle pene che le erano state minacciate, si ostinava nel possesso di Gualdo, di Città di Castello e di Montone, contro i quali luoghi si sarebbe pure dovuto agire, sino a che non ritornassero soggetti alla Santa Sede. Ed il Legato di Perugia, era stato infatti autorizzato a mandare le sue truppe contro le Terre suddette, adoperando ogni mezzo, anche la devastazione, per impadronirsene. Ma la Varano non si piegava ancora, per cui, come scrive il Graziani nella sua Cronaca di Perugia: A dì primo de Genajo 1428, madonna Nicola, moglie che fu del Signor Braccio, fu publicata per scomunicata in Peroscia, però che essa non aveva voluto obedire al papa; cioè che non aveva voluto restituire alla chiesa la Cità de Castello, né Gualdo, né Montone: però el papa la excomunicò.

Et a dì 2 de Genaio fo bandito a 4 trombe, per parte del papa et de Monsignor Governatore, la desfazione et excomunicazione fatta contra Madonna Nicola. A di 3 Genaio fu bandito similmente a 4 trombe, che non fusse persona de qualunche cità castello o luoco nello Stato della Chiesa, che ardisse de andare né praticare in le terre o castelli de Madonna Nicola preditta, cioè nelle Cità de Castello, Montone e Gualdo, né loro destretto; né manco conduttiere o soldato né altra persona possa dare alloro aiutorio né favore sensa licenzia, sulla pena de ribellione, del papa e de Santa Chiesa ».

D'altra parte, il Legato di Perugia, prima di dare esito alle gravi misure guerresche escogitate da Martino V, per procedere più umanamente, inviò dei messi alla Varano, scongiurandola a non volere attendere l'esecuzione rigorosa degli ordini del Papa. Ma in seguito alla fiera ostinazione della donna, avendo il Legato stesso intrapreso finalmente con le armi l'assalto dei Feudi Bracceschi, tali decisivi argomenti, più che il peso della Papale scomunica, dovettero piegarla ai voleri del Pontefice, e infatti poco appresso, nella già ricordata Cronaca del Oraziani si legge: «Alli XII de Genaio se fece allegrezza in Peroscia, cioè li faloni, però che Gualdo era ritornato alla obedienza della Chiesa e del Papa ».

Ma se la Città aveva ceduto, non così era stato per la Rocca Flea,

(1) Crispolti: Op. cit. pag. 293 - S. Sciri : Op. cit. pag. 88 - P. Pellini: Op. cit. Parte II. pag. 323 - Memorie di Perugia dal 1351 al 1438. Già cit. pag. 220 - Graziani: Op. cit. pag. 326 - L. Belforti: Serie etc. già cit. Tomo III, pag. 221.

 

 

 

121 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

almeno per una parte di essa, ancora fortemente tenuta dal Castellano dei Fortebracci. In quello stesso mese, si radunava infatti il Consiglio Generale del Comune, nella nostra Chiesa di S. Francesco, per trattare dell'avvenuto ritorno di Gualdo alla Santa Sede, nonché del riacquisto del Cassero Grande, detto del Girifalco, che faceva appunto parte della Rocca Flea e nel quale si era asserragliato il Castellano stesso. Ma venne il Febbraio e non ancora la Rocca aveva ceduto, tanto che il 26 di tale mese, i Magistrati Gualdesi, mandarono Ambasciatori al Papa, affinchè ordinasse addirittura la distruzione del Cassero suddetto, obbligandone così il ribelle Castellano alla resa. Ma anche costui dovette dopo pochi giorni capitolare, tanto è vero che avendo poi egli richiesto al Comune il pagamento di circa centotrentasette fiorini per lo stipendio arretrato, i Magistrati Gualdesi, nel Consiglio del 6 Marzo, risposero in modo negativo, giudicando che egli aveva prepotentemente detenuto la Rocca di Gualdo. Due settimane dopo e cioè il giorno 20, perveniva in Gualdo il celebre Capitano di Ventura Carlo Malatesta, già sfortunato condottiero dell'esercito del Duca di Milano e futuro Signore del Principato di Rimini. Al Malatesta il Consiglio del Comune di Gualdo, in segno di omaggio, offriva venti libbre di cera lavorata e due scatole di confetture, esentandolo inoltre dalla tassa di pedaggio, ammontante a nove libbre di denari. Poco dopo, il 25 di quello stesso mese di Marzo, tornava a riunirsi il Consiglio cittadino e decretava l'istituzione di una Fiera di otto giorni, in occasione della festa dell'Apparizione di S. Michele Arcangelo sul Monte Gargano, che ricorre l'8 Maggio. Doveva cominciare tre giorni prima e terminare tre giorni dopo la festa, gli intervenuti sarebbero stati esenti dal pagamento di qualsiasi pedaggio o gabella e non avrebbero potuto accedervi i ribelli, i banditi, i condannati e i confinati. Questa Fiera, dopo cinque secoli, sussiste in Gualdo tuttora sebbene limitata al solo giorno dell'8 Maggio. Nel seguente anno 1429, nel mese di Gennaio, il Gualdese Villano di Antonio Mancini, veniva chiamato quale Podestà nella vicina città di Foligno, e riconfermato poi in tale officio, vi rimaneva sino a tutto il Novembre del 1430. (1)

Appunto nella prima metà del 1430, i Priori Perugini mandavano come Ambasciatori a Martino V, messer Francesco Mansueti e Pietro di Filippo degli Oddi per domandare che Gualdo fosse governato direttamente dallo stesso Comune di Perugia in nome del Papa; e sembra infatti che i Gualdesi, con la turbolenta incostanza politica che caratterizzava quei tempi, fossero ben poco soddisfatti della loro dipendenza dal Pontefice, poiché, con l'entrare del nuovo

(1) Graziani : Op. cit. pag. 326 - C. V. Giobbi-Fortebracci : Op. cit. pag. 69 - A. dei Veghi : Diario di Prrugia. ms. edito dal Fabretti. Torino 1888. pag. 7 - L. Belforti : Serie etc. Già cit. Tomo III, pag. 124 - Arch. Vaticano: Reg. Vaticano. N° 351, e. 25t - Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consìgli del 1428. Consigli del 26 Febbraio, del 6, 20, 25 Marzo e dell' 11 : Aprile - L. Jacobilli: Discorso della città di Foligno etc. Foligno 1646. pag. 72.

 

 

 

122 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

anno 1431, essendo morto Martino V, i Magistrati di Perugia sollecitamente mandarono a loro speciali Ambasciatori, onde persuaderli a non approfittare della circostanza per ribellarsi alla Chiesa, offrendo denari e aiuti di ogni genere, purché rimanessero tranquilli sotto il regime Papale. (1)

Verso la metà dello stesso anno, mandarono nuovamente al Pontefice Eugenio IV, messer Giapeco di Teveruccio e Baglione di Fortera, i quali dopo avergli rammentato che qualche anno innanzi il suo predecessore aveva concesso il dominio di Gualdo, Città di Castello e Montone a Carlo Fortebracci, la qual concessione gli fu poi revocata perché questi era ancora fanciullo, lo pregarono a volere di nuovo restituire al suddetto tali città in Vicariato perpetuo e inoltre a far consegnare a Perugia, a cui apparteneva, una grossa bombarda che si trovava nel Cassero di Gualdo, a proposito della quale anche Martino V, quattro anni prima, aveva inviato un Breve ai Magistrati Perugini, col quale permetteva loro di ricuperarla; ed Eugenio IV diede nuovamente ordine di restituire ai Perugini la tanta desiderata bombarda, rese a Carlo per tre anni il Feudo di Montone e nel seguente anno 1432, ai 15 di Marzo, secondo quanto scrive il Garampi, concesse Gualdo in Vicariato, sua vita durante, a Corrado Trinci, Signor di Foligno, il quale come tributo, offriva ogni anno alla Chiesa per conto di Gualdo, un falcone con rete e cane. (2)

In questa prima metà del secolo XV ogni vestigio di libertà poteva dirsi scomparso nella Penisola e gli Italiani, avviliti per lo stato di decadenza politica in cui erano piombati, si rivolsero allo studio della loro antica grandezza. Si ebbe così il periodo iniziale del Risorgimento, periodo di studio indefesso e di erudizione vastissima, per quanto sterile ed infeconda, mancando ancora quello spirito creativo e quella potenza di vivificare le fredde larve del Classicismo, che appartenne invece agli eruditi dell'ultima metà del secolo, cioè al secondo periodo del Risorgimento. La nostra città non fu tra le ultime a risentire l'influsso di quell'aura vivificatrice, che soffiò da un capo all'altro d'Italia e diede anch'essa i suoi frutti nel rinnovellato campo della classica erudizione e vediamo infatti nel 1416 un Fra Paolo da Gualdo decano del Collegio dei Teologi di Perugia; vediamo un Ceciliano di Ser Cortese da Gualdo che nel 1427 insegnava grammatica, lingua Greca, eloquenza e poesia nell'Università di Perugia; un Fra Cristoforo da Gualdo che nel 1462 leggeva dialettica in quella stessa Università, e finalmente un Bartolomeo di Jacopo da Gualdo, che in tale epoca studiava nell'Ateneo Senese.

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte II, pag. 316, 321 - Graziani: Op. di. pag. 343, 350 - L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo III. pag. 172, 197.

(2) S. BORGIA : Memorie Istoriche di Benevento. Roma 1769. Tomo III, pag. 357 - Garampi : Saggi di osservazioni sul valore delle antiche monete Pontificie, pag. 241 (in nota) - Arch. Vaticano: Offic. Lib. I, pag. 104 - P. PELLINI: Op. cit. Parte II, pag. 323 - GRAZIANI: Op. cit. pag. 353 - L. BELFORTI: Serie etc. Tomo III. pag. 130, 221.

 

 

 

123 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Invece, ben poco sappiamo delle industrie Gualdesi, in questa seconda metà del XV secolo. Solo ci risulta da un Atto notarile del 6 Novembre 1494, che esisteva allora in Gualdo una Conceria di pelli, gestita in società dai due Gualdesi Pietro di Angelo Thiani e Domenico di Jacopo alias Fochetto. Più importanti sono però alcuni documenti del 1491, dai quali apprendiamo che vi si esercitava eziandio, cosa allora specialmente non comune, la fabbricazione del vetro. Ci sono anche pervenuti i nomi di alcuni di questi artefici vetrai, tutti forestieri e cioè un Cristoforo di Filippo, alias Massaro, magistrer ciatorum (sic) et artis vitrij, proveniente da Altare, nel Di stretto di Genova; un Giulio di Baccio da Bologna, anch'esso ma gister artis vitrij e un Giovannino Franciosus buttigarus vitrij. A proposito di questa industria, ci resta persino un Atto notarile con il quale, il 4 Aprile 1491, Milano e Domenico di Albertino Brigantis de Lombardia, e Giovan Piero, loro servo, si obbligavano a dimorare per quaranta dì, giorno e notte, sulla montagna Gualdese, per tagliarvi alberi atti ad alimentare le fornaci delle vetrerie. Questa obbligazione era anzi fatta dai suddetti ad un tal Giuliano di Costantino da Gualdo, che per il suddetto lavoro avrebbe complessi vamente corrisposto, diciotto fiorini ed alcune cibarie. (1)

Poco dopo la su ricordata restituzione di Gualdo alla Chiesa, muoveva guerra al Pontefice Francesco Sforza, famoso Capitano di ventura che più tardi doveva divenire Duca di Milano, e nel 1433, con la Marca d'Ancona e parte dell'Umbria, toglieva alla Chiesa anche Gualdo. Del resto non molto gradita doveva essere ai Gualdesi la dipendenza dai Ministri Papali, tanto è vero che tra le carte della Camera Apostolica più volte ricordate, e propriamente nel Registro delle entrate e delle uscite del Dr. Rosello Roselli d'Arezzo, facente parte del R.° Archivio di Stato in Roma, a carta 63 troviamo scritto: « . . . It. die octava julii, 1433, cum me personaliter contulerim ad Civitatem Asìsii pro nonnullis negotiis opportunis pro stata diete civitatis et eadem die ex necessario accesserim ad terram Gualdi propter eius malas dispositiones, nec non seguenti die statim reversus fuerim Perusium vigore literarum domini vicelegati, que ita me festinabant ut redirem ...».

Nell'anno seguente, essendo lo Sforza venuto ad accordi con Eugenio IV, questi per amicarselo, accettando il fatto compiuto, gli concedeva in Vicariato a vita la Marca di cui si era impadronito e per cinque anni Gualdo, Todi ed altre città; e sebbene poco dopo lo Sforza si accordasse col Pontefice di restituire Gualdo e Todi alla Chiesa, ricevendone adeguati compensi territoriali, pure gli accordi restarono senza effetto e non ebbe luogo l'annunziata restituzione. (2)

(1) V. BINI: Memorie storiche della Perugina Università degli studi. Perugia 1816. pag. 265, 529, 599 - L. ZDEKAUER: Lo Studio di Siena nel Risorgimento. Milano 1894 - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1491 al 1494, e. 43, 50t; dal 1494 al 1495, e. 32t; di Gaspare Umeoli dal 1490 al 1509, e. 12.

(2) L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 23 -

 

 

 

124 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Ma nello stesso tempo erano in lotta con lo Sforza due altri non meno celebri avventurieri Perugini, cioè Niccolò Piccinino e Niccolò Fortebracci, figlio di una sorella di Braccio, altrimenti chiamato Niccolò di Stella dal nome materno, e siccome in Gualdo aveva lo Sforza raccolto la maggior parte delle sue milizie, fu appunto il nostro territorio teatro di quelle sanguinose contese. Gualdo intanto, prevedendo torbido l'avvenire, aveva fatto proposta ai Magistrati di Perugia di darsi in loro potere, ma questi ne rifiutarono l'offerta per non far sorgere complicazioni con lo Sforza che ne era Signore, ed anche per il timore di Niccolò Fortebracci, che anch'esso ne pretendeva il possesso come eredità dello zio Braccio, tanto è vero che già nel 1432 egli aveva scorso con molte truppe il territorio Gualdese, saccheggiandolo e devastandolo.

Nel Novembre del 1434, veniva meno una tregua poco innanzi conclusa tra il Piccinino e lo Sforza e quest'ultimo faceva venire dalla Marca in Gualdo, gran parte delle sue soldatesche alle quali s'erano uniti Raniero del Frogia e Leonello Michelotti a capo di molti Fuorusciti Perugini. Temendo da questi qualche sorpresa, Niccolo Fortebracci pensò di riprendere l'offensiva e alla sua volta si partiva il giorno tredici da Assisi ed entrava con non pochi cavalli nel territorio Gualdese, mettendolo nuovamente a ferro ed a fuoco, saccheggiandolo e facendo prigionieri quanti abitanti cadevano nelle sue mani e dopo tali bravure si ritirava nuovamente in Assisi. Partito che fu i Gualdesi vollero procurarsi una rivincita, e istigati forse dalle genti dello Sforza e dai Fuorusciti Perugini, sorsero in armi penetrando alla loro volta nel territorio di Perugia ubbidiente al Fortebracci e assaltato Poggio S. Ercolano, Castello allora posseduto dai Perugini, incominciarono a devastarlo. Ma sparsasi in breve tempo la notizia del fatto, non tardarono a correre in aiuto del Poggio gli abitanti di Sigillo e quei di Fossato che, presi in mezzo i Gualdesi, li posero in fuga ritogliendo loro la preda e i prigionieri che avevano fatto.

Per tanti assalti e per sì barbariche devastazioni, i Magistrati di Perugia nello stesso anno 1434, di Novembre, erano costretti a mandare come Ambasciatori Oddone di Goro al Fortebracci e Pietro di Giovanni a Francesco Sforza, lagnandosi delle frequenti scorrerie dei Gualdesi nel territorio Perugino e domandando di porvi riparo. E piacemi anzi riportare qui sotto, nella loro integrità, le istruzioni che i Priori delle Arti in Perugia, davano in tale occasione, agli Ambasciatori su nominati:

« 1434 7 Novembre - Puncta danda Petro lohannis oratori ad comitem Franciscum.

Exponere a la S. sua, prima salutarlo, etc. . .

Secundo che con ciò sia cosa la trieva con le terre del S. Nicolò sia

Borgia: Memorie Istoriche di Benevento. Già cit. Tomo III. pag. 357 - P. Pellini: Op. cit. Parte II, pag 368 - Garampi : Op. cit. pag. 241 - Arch. Vaticano : Offic. Lib. I, pag. 250.

 

 

 

125 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

rocta e sentase gente de la Marca deve venire a Gualdo fra li quali se sente essere alcuni degli uscite nostre, quantunche secondo più e più lectere suoi de volere ben vicinare con quista comunità se tenga ferma credenza che la sua S. non à altra ententione che buona e perfecta contro de noi. Et maxime essendo accordato o per accordarse con la S. de N. S. lo papa, de la qual cosa tucti li cictadine de quista cità prendono conforto et anno gran piacere: tuc tavia per vivere ben chiaro con la sua S. essendo en quisto proposito quista comunità de volere ben vicinare maxime con la S. sua, che li voglia piacere fare chiara la sua ententione verso de noi, si come la nostra è chiara verso la sua prefata S., e quisto per quillo modo e forma che a la sua S. piace dummodo le cose sieno bene chiare. ...... ».

« 1434 14 Novembre - Electio Oddonis Gori in oratorem ad magnificum capitaneum d. Nicolaum de Fortebraccis.

Puncta commictenda Oddoni Gori:

En prima salutare e confortare etc. . . .

Secondo, exponere al S. Nicolo che a quiste dì quilli da Gualdo anno curso el nostro terreno: e quisto dicono aver facto perché le genti de la Sua S. passare per lo nostro terreno quando andare a currere a Gualdo. El perché, conoscendo la Sua S. ha modo a far guerra a Gualdo et a Tode terre del conte Francesco senza passare per lo nostro terréno, che se prega la S. sua gle voglia piacere che li suoi non passano per lo nostro terreno quando se cavalca né a l'andare né al tornare con prede e pregione, che pensamo faccia per la S. sua, considerato a meglio el modo a dannegiare el Conte, che el Conte lui, senza passare per nostro terreno.

E quando la sua S. de ciò se contentasse non fariamo simile rechiesta al conte Francesco. Et dove el S. Nicolo non fosse contento a quisto dirglie che non porriemo negare el passo al conte, passandoce li suoi, certificando la S. sua che gli uomene de quista città non vogliono guerra per alcun modo. E a fare el meglio che porranno sempre el conte se terrà da noi gravato, considerato le cose passate, si che concludendo se vuole pregare la S. sua che voglia essere cagione che non aggiamo più cerco che quillo s'è auto infino a qui . ».

Per certo lo Sforza doveva tramare anche nello stesso campo del Fortebracci, poiché tutte le cronache Perugine di questo tempo parlano di un Capitano di ventura chiamato Bartolomeo di Lorenzo da Gualdo, non sappiamo con sicurezza se nativo della nostra città, il quale essendo prima agli stipendi del Duca di Urbino e poi a quelli di Niccolo Fortebracci, fu da quest'ultimo fatto decapitare a Castelnuovo il 19 Decembre 1434, perché tentava di passare sotto le bandiere degli Sforzeschi. (1)

Per di più, quei di Gualdo, nonostante le lettere e le ambascierie

(1) P. PELLlNl: Op. cit,, Parte M, pag. 374 - G. SlLLANl: Op. clt. pag. 36 - L. Belforti : Serie etc. Tomo III, pag. 307 - L. BONAZZI : Op. cit. Vol. I, pag. 659 - A. Fabretti: Op. cit. Vol. li, pag. 175, 197 - L. AMONI : Vita del Beato Angelo. Assisi 1878. pag. 120 - GRAZIANI: Op. cit. pag. 390, 391.

 

 

 

126 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

dei Magistrati Perugini, non desistevano dalle offese, ma anzi acquistavano ognora maggiore ardire e ai 4 di Marzo dell'anno seguente, le soldatesche Gualdesi si impadronirono a tradimento del forte Castello di Montecchio, in quel di Nocera, allora posseduto dal Fortebracci. A tal notizia questi si metteva prontamente a capo dei suoi e dopo non pochi sforzi riusciva a riconquistarlo, facendovi prigionieri i Gualdesi che erano rimasti a difenderlo e fattili poi portare in Assisi, ordinava che fossero pettinati e straziati con pettini da stoppa, per mano di quello stesso che compì il tradimento, dopo di che li fece squartare. E come se ciò non bastasse, il giorno 11, Niccolo Piccinino faceva saccheggiare e abbruciare il Castello Gualdese di Grello, il quale sino allora mai si era voluto sottomettere alle genti di quel temuto Avventuriere, che da più tempo ne bramava il possesso. Ma nonostante tali feroci rappresaglie, nel mese seguente, gli Sforzeschi, muovendo da Gualdo impadronivansi di un castello che il Graziani chiama Galgata, tenuto dal Piccinino, che però riusciva a riprenderlo quasi subito, facendovi impiccare, senza pietà, tutti i seguaci di Francesco Sforza, il quale ultimo, nel seguente anno 1436, recavasi personalmente in Gualdo. (1)

Nel Luglio del 1437, entra in campo un nuovo avversario dello Sforza, cioè Francesco Piccinino figlio di Niccolo, anch'esso Condottiero di Ventura, il quale, partendosi dal territorio di Fabriano, giungeva sino alle porte di Gualdo, e non potendosene impadronire, poneva l'accampamento presso un fortilizio detto La Torre Grande, consistente in un'alta e massiccia Torre quadrata che oggi ancora esiste nella Parrocchia di S. Facondino, in Vocabolo Magione, anticamente Campitelli, proprio sul margine dell'antica strada Flaminia, non lungi dal punto in cui la via suddetta s'incrocia con il Rio Vaccara; ed anzi, in tempi recenti, addossata ad uno dei suoi lati, poco opportunamente, fu costruita un'abitazione colonica. Appunto da questo luogo il Piccinino muoveva continuamente a danneggiare il contado Gualdese, predando e distruggendo quanto gli si parava davanti. Da Torre Grande, trasferì poi il campo a Gaifana, da dove più facilmente poteva sorvegliare oltre Gualdo, anche le città di Assisi e Nocera, seguitando così le sue scorrerie, sino a che lo Sforza non si decise a mandare in aiuto dei Gualdesi altre sue soldatesche. Spesso, nei nostri antichi documenti, troviamo ricordata la suddetta Torre Grande, oggi comunemente chiamata invece Torre del Grande, per certo costruita, in epoca imprecisata, a guardia della Via Flaminia. Nell'epoca di cui stiamo trattando, la Torre, con molte terre circostanti, apparteneva alla potente Famiglia Perugina dei Michelotti, che probabilmente ne aveva preso per la prima volta il possesso, quando, come si è visto, tra la fine del Trecento ed i primi del quattrocento, i due fratelli e celebri Capitani di Ventura, Biordo

(1) Graziami : Op. cit. pag. 393, 394 - G. Simoneta : Rerum Gestamm Francisci Sfortiae. (In Rerum Ital. Script, del Muratori. Tomo XXI. Milano 1732. Colonna 250, A).

 

 

 

127 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

e Ceccolino Michelotti, ebbero in loro dominio la nostra città. Poi, tra la fine del Quattrocento ed i primi del Cinquecento, la Torre Grande, sempre con i beni annessi, cambiò assai spesso padrone. Tra questi molteplici proprietari, ricorderemo il Comune di Gualdo, che nel 1488, la rivendette per cento ducati, ed il ben noto giureconsulto Gualdese Antonio de Humiolis (Umeoli) che il 18 Maggio 1494, l'affidava a certo Antonio di Biagio detto Antoniaccio, « de partibus Lombardie » il quale si obbligava a custodire e difendere la Torre stessa per conto del de Humiolis e d'impedirne l'accesso agli avversari di quest'ultimo ed ai soldati nemici dello Stato Ecclesiastico.

Dopo questa breve digressione, ritornando alla lotta che intorno a Gualdo combattevano il Piccinino e lo Sforza, ricorderemo che nonostante l'aumentato presidio degli Sforzeschi, in quello stesso anno 1438, Francesco Piccinino, senza nessun timore, mandava nuovamente parte delle sue truppe a svernare nel nostro territorio, e di quale triste accozzaglia di banditi e di ladroni fossero esse composte, ce ne fanno fede le proteste e i timori degli stessi Magistrati di Perugia, i quali, per la presenza ai loro confini di tanti soldati, benché dipendenti da un condottiero Perugino, pure non se ne aspettavano che stragi e saccheggi, tantoché diedero ordine di fortificare in tutta fretta i loro vicini paesi e castelli; e come se ciò non bastasse, ad accrescere la desolazione dei nostri dintorni, nel Luglio del 1440 vi si accampava anche Niccolo Piccinino, reduce da Borgo S. Sepolcro, dove era stato sconfitto dagli Sforzeschi. Finalmente nel Giugno del 1442 giungeva a Gualdo il suo potente Signore, lo stesso Francesco Sforza, con cinquemila cavalieri e duemila fanti, da dove muoveva ad assaltare la vicina Fossato, senza che potesse però impadronirsene, per cui rifornitesi in Gualdo abbondantemente di frumento, indi a poco se ne partiva alla volta di Fabriano. (1)

Intanto né dai Perugini, né dallo stesso Niccolo Piccinino, a cui il Papa aveva dato incarico di ritogliere allo Sforza la Marca, già prima concessagli, nulla si tralasciava per riconquistare anche Gualdo e le altre città che lo stesso Sforza possedeva nell'Umbria. Nel Luglio di quell'anno i Magistrati di Perugia mandavano a Eugenio IV per Ambasciatori, Guido di Carlo degli Oddi e Rinaldo di Rustico dei Montemelini, pregandolo di inviare quante milizie aveva pronte per poter ricuperare Gualdo ed Assisi e infatti pochi giorni dopo giungevano ordini del Papa ai Magistrati di Spoleto, di soddisfare qualunque domanda di aiuti venisse da parte di Niccolò

(1) P. Pellini : Op. cit. Parte II, pag. 412, 428- Graziani: Op. cit. pag. 420, 484 - A. Fabretti: Op. cit. Vol. II. pag. 99, 121, 233, 246 - L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo III, pag. 396 - Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1493 al 1496. Fase. XI, e. 164; di Pietro di Manano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1487 al 1489, e. 129; di Andrea di Angelo de Benadattis dal 1469 al 1477, e. 85t.

 

 

 

128 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

Piccinino, che chiese subito agli Spoletini di mandare duecento guastatori a Gualdo. Preparata così ogni cosa, partiva egli con tutta segretezza dal territorio di Norcia, e negli ultimi di Settembre giungeva improvvisamente sotto le mura di Gualdo, e fu tanto rapido e inaspettato il suo arrivo, che riusciva a far prigionieri più di sessanta cittadini Gualdesi che non avevano fatto in tempo a rifugiarsi nella città e l'insperata preda fece nascere nella mente del Piccinino, il pensiero d'impadronirsi con l'astuzia e per mezzo loro di Gualdo, senza tentare la dubbia sorte dell'armi. Fece infatti venire alla sua presenza i prigionieri, i quali ben sapendo quanti conti dovessero saldare col Piccinino, credettero forse fosse giunta l'ora suprema, ma anziché sfogare su di essi l'odio che lo animava contro i partigiani dello Sforza, li accolse con mille cure, prodigando loro doni, gentilezze ed onori e dopo ciò lasciavali in libertà. Lo strattagemma del Piccinino produceva l'effetto desiderato, poiché i prigionieri Gualdesi appena persuasi di essersela cavata così a buon mercato e non sapendo come spiegarsi l'inusitata accoglienza, rientrati in città, siffattamente magnificarono il loro liberatore e tanto fecero, che persuasero i concittadini adunati in Generale Consiglio, a ribellarsi al presidio Sforzesco e ad aprire le porte agli assalitori, che entrarono così in Gualdo senza colpo ferire. Io credo però che su tale repentina determinazione, più che le buone grazie e le accoglienze del Piccinino, influisse la vista inaspettata di tante soldatesche che già disponevansi ad assediare ed assaltare la Città, e il timore di rappresaglie feroci da parte del prode e crudele Capitano che le guidava.

Ma se tanto facilmente poterono aver la Città, non fu così per la Rocca dove si erano rifugiate le milizie dello Sforza e che non accennavano a cedere, sicché il Piccinino, dopo averla stretta d'assedio, ricorreva per nuovi aiuti a Perugia, che verso la metà del mese seguente, mandava a Gualdo, arruolati per otto giorni, mille balestrieri, cinquecento dei quali raccolti nella città e cinquecento nel contado, capitanati da Nello di Pandolfo Baglioni, Baldassarre di Cherubino degli Armanni e Fabrizio di Rodolfo Signorelli, più cento cavalieri sotto il comando di Biagio da Castel del Piano e non poche vettovaglie, artiglierie e altri arnesi militari, che si usavano allora, per espugnare la Rocca.

Le milizie Sforzesche che vi erano rinchiuse si difesero strenuamente, sperando in qualche aiuto, ma dopo avere atteso inutilmente per vari giorni i soccorsi dello Sforza, sfiduciate si resero a patti.

Tra le carte della Camera Apostolica, nel R.° Archivio di Stato in Roma, e propriamente nel primo Registro delle Entrate e Uscite di Andrea de Pilis da Fano, Tesoriere Apostolico, tra le Espense extraordinarie, trovasi appunto parte del rendiconto di quell'ostinatissimo assedio; e infatti a c. 104 e 105t. leggonsi le annotazioni che qui sotto piacemi riportare, come curiosità storica: «.... Pro expugnatione arcis Gualdi Nucerii obsexe per gentes . ... Nicolai Piccinini. . . Pro una briccola ordinata prò dicta expugnatione dicte arcis (funicchi di canape, naticchia e quadrati

 

 

 

129 - PARTE PRIMA - Storia Civile

 

grandi di ferro, palette di ferro, picconi, mazzamartelli, mazze e zeppe per spezzare pietre per detta briccola e bombarde) prò duabus ruotolis de bronzo de bronzo pond. 81 libr.... pro dicta briccola ecc. ecc. circa f. 200 ».

« 1443 5 Gennaio: Pro solvendo pretium quatuor limarum surdarum de acciario ... pro obsidione et expugnatione arcis terre Gualdi Nucerii, silicet pro secando certos vergonos de ferro qui erant in quodam butino aquarum que exibant et egrediebantur de dicta arce, hoc ut inde posset intrare dictam arcem secrete usque in mensem ottobris p. p. fl. 9 ».

Inoltre i Ministri del Pontefice si affrettavano a innalzare nuovamente sugli spalti della nostra Rocca le abbattute insegne della Chiesa, tanto è vero che nello stesso Registro del Tesoriere Andrea de Pilis, a c. 131 trovasi scrìtto: Franciscus Antonii pictor... pro pretio et costo tredecim targonorum de ligno depictorum cum ansigniis seu armis SS.mi d. n. pp. Eugenii ab eo habitis prò... munitione et defensa dicte arcis Gualdi fl. 14, s. 50».

Compita così l'impresa, circa il 25 Ottobre, Niccolò Piccinino partiva dalla nostra città con il suo esercito, forte di ventimila uomini, condotti dai più valorosi Capitani della scuola di Braccio, andando a impadronirsi di Assisi e nell'Aprile dell'anno seguente, come se si trattasse di una popolazione di schiavi o di una mandria di pecore, a nome del Papa, offriva in vendita Gualdo ed Assisi ai Magistrati di Perugia, i quali per mancanza di danaro ne rifiutavano l'acquisto. (1)

E certo poco o nulla il Piccinino doveva aver cura dei paesi allora assoggettati, perché nell'istesso anno 1443, da Perugia veniva a lui inviato per Ambasciatore Giovanni di Macario, affinchè esponesse le tristi condizioni di Gualdo, colpito, a causa delle devastazioni subite dal territorio, da una spaventevole carestia, abbandonato a sé stesso e privo di munizioni e di soldati, si da essere facile preda per chiunque avesse voluto. L'ambasciata dei Perugini sembra giovasse a qualche cosa, giacché poco dopo la metà dell'anno seguente, essendo venuti in Gualdo Jacopo, figlio di Niccolò Piccinino, il quale ultimo pochi giorni dopo moriva, e messer Braccio di Malatesta Baglioni, questi dopo avere ammonito i cittadini di non tentare di ribellarsi alla Chiesa, prima di partire vi lasciavano abbondanti sussidi e un forte presidio per la difesa della città. In correlazione a ciò, mediante Breve dell'Agosto 1444, Eugenio IV inviava lodi ai Magistrati Perugini per aver presidiato

(1) A. Fabretti: Op. cit. Vol. II, pag. 124 - Graziani: Op. cit. pag. 501, 503, 506, 529 - G. POGGIO : Vita di Nicolo Piccinino. Venezia 1572. pag. 170 fe- P. PELLINI: Op. di. Parte II. pag. 487, 494, 495, 507 - A. SANSI : Op. cit. Foligno 1884. Parte IV, pag. 16, 17 - A. CRISTOFANI: Op. cit. - L. BONAZZI : ìj ; 0p. cit. Voi. I, pag. 664 - L. BELFORTI : Serie etc. Già cit. Tomo IV, pag. 72, 82 - Cronaca Eugubina di Ser Guerriero di Ser Silvestre dei Campioni. Già cit. . Anno 1441 della Cronaca - C. Manente : Dell'Historie Venezia

 

 

 

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Gualdo scacciandone i ribelli della Chiesa, mentre da parte loro gli stessi Magistrati di Perugia, nel mese seguente, mandavano dei messi in Foligno al Legato apostolico Card. d'Aquileja, affinchè dal Papa venisse abbonata ai Perugini la somma che avevano speso sino allora nel presidiare anche Gualdo, e per compire l'opera, prima della fine dell'anno, inviavano al Papa Ludovico Baglioni e Carlo Coppoli per raccomandargli la nostra città.

Ma quasi in risposta alle felicitazioni Papali e alle raccomandazioni dei Perugini, i numerosi Fuorusciti Gualdesi rialzavano improvvisamente la testa, e infatti verso il mese di Novembre, unitisi alla Pergola coi Fuorusciti di Assisi e di Perugia, d'accordo col Vicario che vi risiedeva tentarono impadronirsi di Sigillo, che fu salvo solo perché i Perugini, avvertiti in tempo, vi mandarono a difenderlo alcune milizie, al comando di Biagio da Castel del Piano, Capitano della loro città. Per tanti torbidi, il 13 Febbraio 1445, Papa Eugenio IV inviava da Roma un suo Breve a Galeazzo Vescovo di Mantova, che era allora al governo di Gualdo e di Foligno, dandogli dettagliate istruzioni per la pacifica amministrazione di queste Terre e nella seconda metà del seguente mese di Maggio si recava anzi in Gualdo lo stesso Legato di Perugia e del l'Umbria Card. Domenico Capranica, già Vescovo di Fermo. A questo tempestoso periodo, si riferisce anche una nota che, con la data 8 Febbraio 1445, trovasi nel Libro d'entrata e uscita di Niccolo de Caputiis, facente parte dei Registri della Tesoreria Apostolica di Città di Castello, esistenti nell'Archivio di Stato in Roma, nel quale Libro, a c. 190, leggasi: « Uni sotio Bartolomey de Aquila destinato ad Gualdum et Fabrianum ad presentendum de gentibus armigeris capitanei et Comitis Caruli, videlicet de eorum transitu, bol. 40 ».

Nel 1446, le soldatesche di Francesco Sforza, prima di partirsi dall'Umbria, assaltavano e devastavano Gualdo, alla quale, magra consolazione, perveniva un Breve del nuovo Papa Nicolo V, dato a Roma nell'Aprile del 1447, con cui si riconfermavano gli Statuti, le esenzioni, i privilegi e gli indulti, concessi ai Gualdesi dai precedenti Pontefici. Più utile fu invece al Comune, un accordo intervenuto con la Camera Apostolica, mediante il quale si poneva fine ad una vertenza insorta perché il Comune stesso, da vari anni, si rifiutava di pagare alla Camera suddetta, il balzello Pontificio di duecento fiorini all'anno, che andava sotto il titolo di Sussidio. La vertenza era stata anche inasprita dal fatto, che il Tesoriere della Camera Apostolica nel Ducato di Spoleto, Cesare da Lucca, pretendeva amministrare con un suo Agente le entrate e le uscite del Comune di Gualdo, mentre invece quest'ultimo, a norma dei propri Statuti, intendeva che di tale gestione si occupasse, come era naturale, il Camerlengo Comunale. Il trattato di accordo fu stipulato il 21 Agosto 1447, fu approvato dal Papa, come vedremo, due anni dopo e conteneva le seguenti disposizioni: Il Tesoriere della Camera Apostolica, abbonava al Comune di Gualdo la somma arretrata che avrebbe dovuto pagare per il balzello detto Sussidio,

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