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131 - PARTE PRIMA - Storia Civile
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ed il Comune, da parte sua, prometteva di versare in avvenire, ogni anno, alla Camera su nominata, per questo balzello, non più duecento ma bensì ottanta fiorini, in ragione di quaranta bolognini per fiorino. Al Tesoriere della Camera Apostolica nel Ducato Spoletino, sarebbe spettato il diritto di nominare il Camerlengo o Amministratore degli introiti ed esiti del Comune di Gualdo. Dovendosi aumentare in tale Comune le varie Collette, l'aumento non avrebbe potuto superare la somma di quindici denari per ogni libbra e avrebbe dovuto corrispondere ad un proporzionale aumento della suddetta quota spettante alla Camera Apostolica per il Sussidio. Le spese Comunali si sarebbero dovute mantenere in futuro come al presente. Alcuni balzelli esigibili in Gaifana, verrebbero riscossi dal Comune di Gualdo sino a che non fossero stati completamente rimborsati alcuni cittadini Gualdesi, che avevano dato a mutuo al Comune stesso, una certa somma di danaro, quando la Rocca di Gualdo fu riconsegnata e ceduta a questa città dalla Santa Sede, ma effettuato tale rimborso, il prodotto dei balzelli su ricordati si devolverebbe alla Camera Apostolica. Gli introiti derivanti dalle multe dette delle Canne Murarie, si dovrebbero rimettere a un Depositario nominato dai Rettori delle Arti, per servire alla costruzione e riparazione delle mura Castellane e delle Torri cittadine. I sei fiorini, che ogni semestre si rilasciavano al Comune di Gualdo per acquisto di Balestre e di altre armi, si seguiterebbero a rilasciare per tale uso. Finalmente, chi contravvenisse ai patti suddetti, andrebbe soggetto alla multa di mille ducati d'oro, a vantaggio della parte osservante.
Intanto, nel Febbraio di quello stesso anno 1447, i Perugini avevano dovuto mandare le loro milizie tra noi, perché i Fuorusciti Gualdesi, approfittando della morte di Papa Eugenio IV, avevano tentato di rientrare violentemente in patria, impadronendosi di Gualdo, dove per di più si agitavano i Ghibellini non proscritti, sì da venire alle armi con l'avversa fazione dei Guelfi agli 11 di Marzo, nella Piazza Maggiore, avanti la Chiesa di S. Benedetto. D'altra parte gli stessi Fuorusciti Perugini, capitanati da Michelotto di Sighinolfo dei Michelotti, che con il consenso Papale, aveva preso stanza nel già ricordato Feudo Gualdese della sua famiglia , detto la Torre Grande o Torre del Grande, continuamente infestavano il Comune di Gualdo, tanto che il Pontefice, pressato dai Magistrati Perugini che a lui avevano appositamente inviato quale Ambasciatore Pietro di Filippo degli Oddi, nell'Ottobre di quello stesso anno, indirizzava un Breve al suo Governatore in Perugia, affinchè intimasse a Michelotto ed ai suoi seguaci, di rispettare il territorio Gualdese e quello delle vicine località. E certo fin queste occasioni, i Perugini dovettero mandare non poche truppe anche a Gualdo per mantenervi l'ordine, poiché nel Gennaio del seguente anno 1448, facendosi i conti tra Perugia e la Camera Apostolica, risultò che la prima aveva spesi in servizio della Santa Sede, mille e ottocento fiorini per presidiare Gualdo e le Terre vicine, onde impedire ogni moto popolare, nel breve tempo che per la morte di
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Eugenio IV, era rimasto vacante il Seggio Papale. Ma con tutto ciò, anche in quello stesso anno 1448, accadevano tra noi altri torbidi, per avere nuovamente invaso i Fuorusciti Perugini il nostro territorio, partendosi dal quale, più volte invano tentarono impadronirsi di Assisi. (1)
II nuovo Papa Nicolo V, si adoperò non poco per munire di valide fortificazioni la nostra città, che appunto in quell'epoca, specie nel 1449, veniva devastata da una fierissima pestilenza. In tale anno, il Comune di Gualdo inviò anzi alcuni suoi Delegati al Pontefice, perché venissero ridotti i tributi che si pagavano alla Camera Apostolica. Il Pontefice da Fabriano, con Breve del 30 Luglio, avvertiva i nostri Magistrati, che nessuna modificazione poteva farsi circa i tributi suddetti e contemporaneamente preannunziava l'invio in Gualdo del già ricordato Cesare da Lucca, con l'incarico di ricondurre invece l'ordine e la tranquillità tra i cittadini divisi da civili discordie e dalle lotte di parte. Poco dopo, con altro Breve del 1 Ottobre, pure dato a Fabriano, Nicolo V approvava e confermava la già citata Convenzione del 21 Agosto 1447, intervenuta tra il Comune di Gualdo e il Tesoriere della Camera Apostolica, per effetto della quale la gabella detta Sussidio, che dal Comune ogni anno era versata alla Camera Apostolica nella somma di duecento fiorini, veniva invece ridotta ad ottanta fiorini. Ma il Papa dava questa approvazione e conferma a patto che anche gli ordinari introiti e redditi Comunali sino allora percepiti dal Comune di Gualdo, fossero stati invece devoluti alla Camera Apostolica e che le multe riscosse sotto il titolo delle così dette Canne Murarie, dovessero andare esclusivamente per restaurare le Mura Castellane. Il Pontefice, approvando tale convenzione, vi aggiungeva la clausola che i quarantadue fiorini i quali si ricavavano allora dagli estimi sulle possessioni, si dovessero versare mensilmente, come in passato, al Camerlengo di Gualdo, ma dovessero essere poi elargiti nel modo seguente: Trenta fiorini, in ragione di bolognini trentotto per fiorino, si dessero ogni mese al Castellano della Rocca Flea, i dodici restanti, andassero al Camerlengo della Camera Apostolica.
Prima che finisse l'anno, Nicolo V, mentre si recava da Fabriano in Assisi, sostò in Gualdo trascorrendovi la notte del 14 Novembre e proseguendo poi il suo viaggio verso Roma, il giorno 21 emanò da
(1) Graziani: Op. cit. pag. 555 — L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo IV. pag. 124, 134, 176,. 190, 199, 202 — P. PELLINI : Op. cit. Parte II. pag. 510, 535, 539, 558, 563 — G. SlLLANl : Op. cit. pag. 87 — L. JACOBILLI. Vite dei Santi, e Beati, di Gualdo. Già cit.., pag. 88 — L. FUMI : Inventario e spoglio dei Registri della Tesoreria Apostolica di Perugia e Umbria dal R°. Archivio di Stato, in Roma. Perugia 1901. pag. LXI — Archivio Storico Italiano. Tomo XVI. Parte II (Regesto e documenti), pag. 584 — G. Belforti : Indice delle Bolle, Brevi e Diplomi della Cancelleria Decemvirale di Perugia. Tomo II. Bolla 160 — L. AMONI : Op. cit. pag. 123, 127 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XV. N°. 9 ; Raccolta di documenti storici Gualdesì dal XIII al XVIII secolo. Doc. N». 10 — Arch. Vaticano ; Regesto Vatic. 377, c. 306.
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Spoleto un terzo Breve diretto al Comune di Gualdo, autorizzandolo a prelevare ogni anno e per la durata di un quinquiennio, cinquanta fiorini d'oro dal tributo che lo stesso doveva alla Camera Apostolica, dovendo tale prelevamento servire però di mercede per i Maestri Muratori preposti alla costruzione ed alla riparazione delle fortificazioni cittadine. Nel seguente anno 1450, essendo scoppiata in Roma una fierissima pestilenza, Nicolò V, riprese la via delle Marche e in tale viaggio, nella metà di Agosto, transitò nuovamente per Gualdo. Non va taciuto il fatto che il Pontefice, per proseguire da Gualdo a Fabriano, dovendo valicare l'Appennino, anziché incamminarsi per la più lunga ma comoda e abituale via di Fossato, preferì invece l'aspra e difficile via mulattiera sovrastante la nostra città, ed infatti, dopo aver salito il versante Gualdese dell'Appennino, traversato il valico di Valsorda tra Monte Serra Santa (m. 1348) e Monte Maggio (m. 1361), ridiscese il ripido e dirupato versante Fabrianese dell'Appennino stesso, sino al villaggio di Cacciano. Una tal via, anche oggi non facilmente praticabile, ancor meno accessibile deveva essere allora, specie per un corteo come quello che avrà scortato il vecchio Pontefice. Lo accompagnavano infatti, tra gli altri, anche sette Cardinali, dei quali il Cronista Fabrianese ci ha tramandato i nomi e cioè: Filippo Calandrini, fratello uterino dello stesso Papa; Prospero Colonna, Romano e nepote del Pontefice Martino V; Giovanni Le Jeune, detto il Cardinal Morinense; Guglielmo d'Estouteville, soprannominato l'Andegavense; Domenico Capranica, Romano e Arcivescovo di Fermo; Alain de Coetivy, chiamato anche l'Avignonese e Pietro Barbo, cioè il Cardinale Veneziano, che quattordici anni dopo, doveva divenire Papa con il nome di Paolo II. Fu in tale occasione, che Nicolò V assegnò a Gualdo la qualifica di Terra Murata.
In questo stesso anno 1450, insorsero delle contese con il Comune di Perugia a causa dei confini territoriali, per appianare le quali, i Magistrati Perugini dovettero inviare in Gualdo messer Contolo di Francesco e si ebbe infine una nuova concessione Pontificia, per cui i Rappresentanti di Gualdo, unitamente a quelli di Nocera, avrebbero potuto insieme liberamente trattare e conciliare le controversie insorte e da insorgere tra i due Comuni, a causa dei confini sulla montagna.
Ma per le popolazioni di allora, era la pace non altro che una vana parola e infatti nel Marzo del 1455, approfittando della morte di Papa Nicolo V, i Gualdesi, prese le armi, si sollevarono in massa ribellandosi al Podestà e facendolo prigioniero, senza che però riuscissero con ciò a sottrarsi al Governo della Chiesa. E forse in considerazione appunto degli ostili sentimenti, che pare animassero in quel tempo la popolazione Gualdese, il nuovo Pontefice Calisto III, con Breve dato a Roma il 25 Settembre dell'anno seguente, diretto ai nostri Priori ed ai nostri Podestà, presenti e futuri, in considerazione del gran numero di rapine, ferimenti, omicidi, ribellioni ed altri crimini che allora ogni giorno si commettevano in Gualdo e che restavano spesso impuniti, aggravava la già pesante
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mano della Giustizia sui reprobi e sui ribelli, vietando per l'avvenire ai Reggitori del Comune, di porre in libertà qualsiasi reo senza uno speciale mandato Apostolico. (1)
Con tutto ciò, poco dopo, Gualdo sfuggiva nuovamente al Papato. Infatti, verso la metà del 1458, seri malumori erano sorti tra il Papa e Re Alfonso di Napoli e pareva che, da un momento all'altro, dovesse scoppiare la guerra; sicché essendo morto nei primi giorni di Agosto Papa Calisto III, Jacopo Piccinino figlio di Niccolo, combattendo allora in Romagna per conto del Re di Napoli, volse le armi contro le città della Chiesa nell'Umbria e in quello stesso mese s'impossessava anche di Gualdo, che per timore di rappresaglie gli si dava senza la minima resistenza, non riuscendo però possibile al Piccinino d'impadronirsi contemporaneamente pur della Rocca. A tale proposito, esiste una lettera di Andrea da Fano, Commissario Pontificio in Foligno, che forse per conto del Papa sorvegliava le azioni del Piccinino, la quale lettera, diretta ai Priori di Spoleto, contiene le frasi seguenti : « Questa matina scripsi a le S. V. de quanto occorria pro tunc nunc nuper super certi quali io mandai ad sapere del campo del conte Jacobo, ho prescrutato como hjeri (17 Agosto) esso era a Gualdo, et che Nucerini erano tucti in arme et che questa matina non se sono veduti li fochi unde che alloggiava il Conte Jacobo, si che he segno si he partito . .. anchora non si sa che progresso habia facto, lo saperò hogi et del tucto ne sarite avvisati». Alla loro volta, gli stessi Priori Spoletini, seguivano vigili le mosse del temuto Capitano di ventura e ne rendevano consapevoli i Colleghi delle vicine città, specialmente quelli di Assisi, ai quali infatti così scrivevano il 14 Agosto: «Per fare nostro dovere de quello noi sentemo, ve advisamo como al presente semo advisati dal Comune de Fuligni e altri lochi nostri amicissimi come Jacomo Piccinino se sia mosso de campo et è venuto ad alloggiare ad ponte Rievicoli doi miglia de qua da Cantiano: et 400 fanti hanno passato li monti de Gualdo et 200 vengono per la via del Pianello : et 200 de so Gualdo : dubitamo non veglia nella nostra parte che venendo non passino senza impedimento de costingi: volemo haverne advisati e da quello che avemmo da certi soldati che passarono di qua, se dice degano intrare fanti nelle vostre Rocche. Di ciò che mai sentemo, ve certificaremo ad ciò che non siate colti improviso: offerendoce
(1) L. JACOBILLl : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49; Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 21, 89 — PIETRO ANGELO di GIOVANNI: Cronaca Perugina del secolo XV, pubblicata nel Bollettino della R a . Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Vol. IV, pag. 109 — P. PELLINI: Op. cit. Parte II, pag. 586,620 — L. Belforti : Serie etc. Tomo IV, pag, 235 — Graziani: Op. cit. pag. 620 — garampi : Op. cit. pag. 241 — Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XV. N°. 13, 14, 15, 16 — Biblioteca Comunale di Fabriano : Cronaca Fabrianese di Costanzo Gili e Silvestro Guerrieri. ms. e, 117 — Arch, Vaticano: Reg, Vatic. N°. 410, e, 154; Reg, 26, e. 154,
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sempre ad ciò che ve bisogni. Confortamove alla unione et essere costanti et fermi alla devotione de sancta Chiesa ».
Indi a poco, anche la Rocca di Gualdo si arrendeva al Piccinino, ma con assai onorevoli condizioni, come risulta da un documento dell'Archivio Vaticano ove leggesi il seguente accordo : « Questi sono Capituli pacti et conventione, facti, iurati et firmati fra lo Ill. S. Comte Jacobo Piccinino de Aragona etc. et lo Venerabile et magnifico missere Ambrosio de la Rocha et missere Berardo Lopiz Commissarij de la Maestà de S. Re Fernando de Aragonia Re de Cecilia et de Hierusalem etc. da una parte e li nobili huomo Johanne de Mescua castellano de la rocha de Gualdo da l'altra parte. In primis che lo dicto Castellano et compagni sono tenuti guardare e conservare la dicta rocha ad honore e fidelitade de la Santità de Nostro Signore e de la santa Chiesa fino a tanto che nostro Signore el papa e la prefata Maestà del Re haverano accordato lo dicto Ill. Comte in quista presente et che in quisto mezo li dictì castellano et compagni non posseno acceptare gente alcuna de la Chiesa ne altra in la dicta rocha ne li daranno alcuno adiuto ne favore ne offenderanno la terra de Gualdo ne homini d'essa excepto in caso che per lo dicto Comte o altri fossero offesi. Et lo Ill. Comte promitte de non offendere la dicta rocha ne li homini che al presente vi sono durante quisto tempo de acordo fino levarà e farà levare incontinenti tute offese che avesse preparate contra la dicta rocha e le gente d'arme. Item promitte pui el prefato Ill. Comte de lasare per governo de la terra de Gualdo lo venerabile misser Ambrosio de la Rocha lo quale tenga essa terra per parte de la Maestà de S. Re in deposito fin intanto che la Santità de nostro Signore el papa e la prefata Maestà del Re haverano accordato el prefato Comte Jacobo lo qual messer Ambrosio serrà tenuto e iurarà osservare e fare observare li presenti capitali e dare victualie e altre cose necessarie a li dicti Castellano e Compagni dummodo per loro sia observato tuto lo suprascripto. Che non observando sia licito al dicto Ill. Comte tornare contra la dicta rocha e offenderla non obstante li presenti capitali. Item che firmati et iurati li presenti capituli lo dicto castellano possa scrivere e mandare inseme cum lo dicto misser Ambrosio a nostro Signore el papa notificando alla Santità sua lo presente acordo. Item che sia licito al dicto castellano in caso che alcuni de li Compagni che al presente sono ne la rocha sen de volesse exire o fosse domandato dal suo comestabili mettere altro compagno in locho suo a sua electione».
Nel frattempo, essendo morto Alfonso di Napoli, Pio II succeduto a Papa Calisto, veniva ad accordi con il nuovo Re Napoletano Ferdinando d'Aragona, che perciò, unitamente al Duca di Milano, costringeva il suo Capitano a restituire le città poco prima tolte alla Chiesa, tanto più che, per l'insufficienza delle sue forze, quest'ultimo non avrebbe potuto conservarne a lungo il possesso e infatti Jacopo Piccinino, benché a malincuore, nel Gennaio del seguente anno 1459, riconsegnava al Pontefice anche la nostra città, la quale, annessa al Distretto Pontificio di Spoleto e Foligno,
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senza però sfuggire del tutto all'influenza politica di Perugia, veniva governata dai Legati papali che erano a capo del Distretto stesso.
Reso forse accorto dall'assalto del Piccinino, con Bolla data a Perugia il 16 Febbraio di quello stesso anno 1459 e diretta alla Comunità ed alla cittadinanza Gualdese, Pio II, dopo avere a questa concessa una completa amnistia per ogni genere di reato e approvati gli Statuti ed i privilegi che la stessa godeva, rilasciava al Comune per un biennio, metà degli introiti Camerali, da servire alla restaurazione ed al rafforzamento delle mura della città. Inoltre essendo stato quivi inviato, come Conestabile, un tal Giorgio da Massa ed essendosi questo per la sua disonestà, reso subito odioso alla popolazione Gualdese, il Pontefice, a prevenire sommosse e tumulti, con Breve dato a Siena il 27 Febbraio, lo trasferiva a Viterbo e nominava in sua vece Galerano dei Galerani da Siena. Inoltre la nostra Rocca, forse per timore di novelle sorprese, veniva anche meglio munita nel Gennaio del 1460, per opera di quello stesso Papa, che ne aveva allora affidata la custodia al proprio cognato, Conte Giacomo Tolomei da Siena. Costui nel 1449, lo vediamo Governatore di Foligno, Gualdo, Assisi, Nocera ed altri luoghi vicini, precedendo in tale Officio, l'altro parente del Papa, Nanni Piccolomini, che fu governatore di queste città nel 1460 e Francesco Patrizi da Siena, Vescovo di Gaeta, che lo fu nel 1461.
Nel suddetto anno 1460, il Pontefice, con Breve dato a Siena il 16 Febbraio e diretto al Tesoriere della città di Perugia, rilasciava ai Gualdesi parte dei tributi che la Camera Apostolica esigeva in Gaifana, purché fossero stati impiegati per pagare il Maestro di scuola del Comune di Gualdo.
Due anni dopo, il 10 Gennaio, quello stesso Niccolo Piccinino che nel 1442 vedemmo impadronirsi di Gualdo, emanava ora dalla Rocca di Assisi, quale Capitano Generale del Pontefice il suo benestare ai seguenti Decreti, presentatigli dalla Magistratura Gualdese: Si ammistiavano tutti coloro che, per ribellione alla Santa Chiesa, erano fuorusciti, purché ritornassero sottomessi entro Gualdo. Si dichiaravano abolite e nulle le taglie imposte nel tempo passato. Si dava facoltà ai Gualdesi di potersi fornire di vettovaglie e frumento nel contado di Perugia, in considerazione della carestia, accresciuta dal fatto che Gualdo era Terra de passo. Si dovevano mantenere, come in antico, senza cioè accrescerli, i balzelli e le gravezze fiscali imposti alla cittadinanza. Veniva ordinato che il provento delle pene e delle multe, il quale per la massima parte andava a beneficio della Camera Apostolica e dello stesso Piccinino, in una certa proporzione dovesse essere ritenuto dal Comune a scopo di restauro delle Mura civiche. Che i castelli di Crocicchio e Caprara, quest'ultimo allora posseduto dalla celebre Abbazia di S. Maria di Valdiponte o Montelabate, nella Diocesi di Perugia, tornino sotto il dominio di Gualdo come lo erano sempre stati in passato. Che qualsiasi persona la quale, con qualsivoglia titolo, venisse inviata al Governo della città, debba essere cittadino di Perugia senza eccezione. Che gli antichi Statuti Gualdesi debbano, anche in futuro, essere mantenuti in vigore, eccetto un
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Capitolo dello statuto stesso, posto sotto la rubrica De pena facentium iniuriam parentibus, il quale, per la sua iniquità, doveva essere cancellato e annullato. Che le donne già dotate dai genitori o da altri consanguinei o da estranei, morendo i genitori intestati, non abbiano diritto a successione coesistendo altri figli maschi. Che infine il salario del Rettore o Primo Magistrato Gualdese, debba essere aumentato di sei fiorini. Questi Decreti ebbero poi in tutto la loro effettiva applicazione, meno per ciò che si riferisce al castello di Caprara, che fu invece restituito soltanto nel 1589, come in seguito si vedrà. E in quanto alla restituzione di Crocicchio, non sappiamo se allora avvenisse o se anch'essa mancò.
In questo frattempo, il Comune di Gualdo aveva domandato alla Santa Sede, che una ragionevole ed equa parte delle tasse che doveva pagare alla Camera Apostolica, restasse invece al Comune stesso per opere di pubblica utilità. Il Tesoriere Camerale residente in Perugia, con Decreto del 10 Dicembre 1462, fu autorizzato dalla Camera Apostolica a stipulare un tale accordo con il nostro Comune.
Nel 1464, Papa Pio II, partito da Roma con quattordici Cardinali e gran numero di personaggi e soldati per capitanare la guerra contro i Turchi, andando da Assisi a Fabriano, ai primi di Agosto transitò anche per Gualdo nell'intento di raggiungere Ancona, dove però nello stesso mese morì. Dopo ciò, non sarà qui inutile ricordare, che nei suoi molteplici rapporti con Gualdo, Pio II ebbe spesso a servirsi di uno dei suoi più cari ed illustri famigliari e cioè di Antonio de Noxeto, da Luni, che inviò più volte anche personalmente nella nostra città.
Il nuovo Pontefice Paolo II, il 7 Ottobre, con Bolla data a Roma e diretta al Comune di Gualdo, dopo averne confermato gli Statuti e i privilegi concessi dai suoi predecessori, rilasciava allo stesso, per un anno, la terza parte della somma dovuta annualmente alla Camera Apostolica, purché venisse impiegata a riparare le fortificazioni cittadine. A proposito di balzelli, possiamo anche ricordare che, sin dall'anno 1468, il Comune di Gualdo era tenuto a pagare annualmente alla Curia del Ducato di Spoleto, per la visita del Rettore del Ducato stesso dieci libbre di denari, per riconoscimento di dominio settantacinque libbre, per il Papa fiorini cinquanta; tali gravami li ritroviamo ancora in pratica sessanta anni dopo.
In questa seconda metà del secolo XV, si completò la legislazione Gualdese, mercé una serie di riforme ed aggiunte agli antichi e certo insufficienti Statuti Comunali. Già nell'adunanza del 27 Dicembre 1468, il General Consiglio deliberava molteplici Riformanze Statutarie, che vennero approvate il 31 di quello stesso mese dal Legato Perugino e con le quali si stabiliva quanto appresso:
— I. I quattro Rettori delle Arti del Comune di Gualdo, unitamente ad altri otto uomini da designarsi dai Rettori stessi nella proporzione di due uomini per ciascun Rettore, avranno pieni poteri di modificare e decretare qualsiasi cosa che risultasse ad utilità e
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decoro del Comune stesso.
— II. Gli Ufficiali del Danno Dato, andando in giro per il loro ministero, si faranno accompagnare da un Baiulo Comunale in presenza del quale dovranno esplicare le loro operazioni e in mancanza di questo potrà negarsi fede ai loro esposti.
— III. Gli Ufficiali del Danno Dato imbussolati, avranno arbitrio nei mesi di Settembre e di Ottobre, di procedere contro coloro che danneggiassero le vigne, sia in persona sia con animali, ed anche contro coloro che in detta epoca non tenessero i cani legati, ma fuori di tale tempo sia ridotta la loro autorità, Dopo compilate le su esposte Deliberazioni, i quattro Rettori delle Arti, unitamente agli otto cittadini da essi scelti, addivennero alle seguenti riforme dello Statuto:
— I. Per decoro del Rettorato, i Rettori stessi, durante il loro Officio, non potranno indossare vesti, clamidi e mantelli con scapolari che non siano colorati, pena venticinque soldi di multa, da devolversi metà alla Camera Apostolica e metà per i bisogni del Palazzo dei Rettori stessi.
— II. I quattro Rettori, tutte le domeniche e negli altri giorni dalla Chiesa dichiarati festivi, dovranno risiedere in permanenza nel Palazzo del loro Officio, né potranno da questo uscire se non per qualche grave ed improvvisa evenienza e sulla maggiore o minore necessità dell'uscita, avrebbe dovuto prima dare il suo giudizio il Cancelliere del Comune; concessa l'uscita, saranno però obbligati a condurre seco un famiglio od un compagno e allontanandosi soli, incorreranno nella multa di venticinque soldi da destinarsi come sopra è detto. Nei giorni non festivi, basterà la presenza continua nel Palazzo Pubblico di due soli tra essi.
— III. Durante il tempo che ricopriranno l'Officio di Rettori, ad essi sarà vietato esercitare arti manuali specialmente in pubblico, sotto pena ai contravventori della multa suddetta.
— IV. Durante il loro Officio, i Rettori dovranno : mantenere, a proprie spese, uno o due famigli per gli eventuali servizi e così non facendo incorrerebbero nella pena di due fiorini di Camera, da devolversi come già è stato detto.
— V. Il Priore dei Rettori, recandosi dalla propria abitazione ad esercitare il suo Officio nel Pubblico Palazzo e durante il ritorno da questo a casa sua, andrà accompagnato da uno o più Trombetti Comunali, i quali; in ogni ora, dovranno tenersi pronti a compiere detto servizio, sotto pena di cinque soldi di multa da prelevarsi sul loro salario e da destinarsi nel modo solito.
— VI. I Rettori, almeno due volte al mese, sotto il vincolo del giuramento e sotto pena di venticinque soldi di multa, dovranno presentare al Podestà i pubblici Ufficiali del Comune, multare gli assenti e devolverne il ricavato al Camerlengo.
— VII. Il Cancelliere del Comune, quando i Rettori al principio dei loro Officio prestano giuramento, leggerà agli stessi ed esporrà chiaramente in lingua volgare gli Statuti che li riguardano. Lo stesso Cancelliere dovrà prendere in seguito nota di quei Rettori che contravvenissero agli Statuti in parola, per multarli, detraendo l'importo della multa dal loro salario, compiuto che avranno il Rettorato. In quanto al Cancelliere, quando verrà il giorno del di lui Sindacato, sarà punito con la multa di due fiorini di Camera
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da ritenersi sullo stipendio, quante volte risultasse avere egli mostrato negligenza o partigianeria nell'incombenze ora indicate.
— VIII. Lo stesso Cancelliere del Comune, oltre il Registro che abitualmente tiene per annotarvi quanto si riferisce all'azienda Comunale, riceverà dai Rettori un altro libro nel quale, entro il termine di dieci giorni, dovrà trascrivere ogni singolo libro dei Massari del Comune, per poi restituirlo, ben completato, entro i dieci giorni susseguenti, ai Rettori suddetti, pena la multa di due fiorini, da ritenersi sul suo salario ed applicarsi come più volte si è detto.
— IX. I Sindacatori del Podestà, saranno quelli che dovranno sindacare anche il Cancelliere e gli altri Ufficiali forensi. La paga per questa operazione, andrà divisa in tre parti uguali tra i due Sindacatori e il loro Notaro.
— X. Si approvò infine quanto era stato fatto dagli appositi Commissari per la rinnovazione del Bussolo e si affidò al Podestà di Gualdo l'adempimento dei su descritti Capitoli, sotto pena di dieci libbre di denari, da prelevarsi sullo stipendio del Podestà stesso.
Nella seconda metà di Gennaio del 1469, Gualdo ospitava l'Imperatore Federico III di Germania reduce da Roma, Perugia ed Assisi; tale visita doveva già essere avvenuta alquanto prima, ma era stata poi prorogata, tanto è vero che in un Registro delle entrate e delle uscite (1467 - 1469) di Giovanni Rosa, Tesoriere Apostolico, conservato tra le carte della Camera Apostolica, nel R°. Archivio di Stato in Roma, fra le Expense extraordinarie, a c. 137, trovasi l'annotazione seguente: ......... Hieronimo de Velis in accessu per ipsum factum Gualdum ad preparandum prò Serenissimo Imperatore in eius adventu et prò certis rebus emptis et postea venditis, quia de ipsis fuit perditum et amissum quia serenissima sua Maiestas non fecit tunc illud iter. fl. 7, sol. 40 ».
Con Breve dato a Roma il 15 Novembre 1471, diretto al Comune di Gualdo, Papa Sisto IV riconfermava anzi tutto gli Statuti, privilegi e concessioni spettanti alla Città; stabiliva poi che in futuro, all'Officio del Camerlengato in Gualdo, anziché un apposito Camerlengo, che era per solito forestiero, si eleggessero invece, ogni bimestre, due pubblici Ufficiali Gualdesi incaricati, per quanto si riferiva ai tributi Camerali, di tenere i Registri di contabilità, di se gnarvi cioè le entrate e le uscite, ma non aventi autorità di conservare i relativi introiti, che dovevano versare invece ogni due mesi al Tesoriere di Perugia, previa presentazione dei Registri suddetti; questi due Ufficiali avrebbero avuto poi il diritto di dividersi, come stipendio, quello che già spettava al Camerlengo. In terzo luogo, essendosi già i Gualdesi lamentati per l'eccessiva somma (ottanta fiorini d'oro annui) che, come Sussidio, dovevano versare alla Camera Apostolica, senza considerare che la stessa Camera percepiva allora tutti gli altri introiti della Città, la quale per di più pagava al Castellano trecentosessantasei fiorini d'oro all'anno per suo stipendio, il Pontefice, nel Breve in discorso, assicurava che in tale questione sarebbero state assunte informazioni presso il Legato e il Tesoriere di Perugia, per provvedere, se del caso. Finalmente, Sisto IV chiudeva la sua
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lettera concedendo al Comune di poter erogare la metà della somma ricavata dalle pene sui Malefici e sui Danni Dati, per la riparazione del Palazzo del Podestà e dei Priori in Gualdo.
Poco dopo, il 1 Dicembre di quello stesso anno, il General Consiglio Gualdese emanava altri Decreti, approvati poi dal Legato Papale Jacopo Piccolomini detto il Card. Papiense, in forza dei quali furono prese le seguenti disposizioni:
— I. Un artiere che, avendo eseguito qualche lavoro, debba riceverne la mercede, dopo trascorsi due anni non potrà più pretenderla e i suoi libri di bottega non avranno alcun valore in giudizio. Oltre i due anni, solo saranno riconosciuti validi quei crediti stabiliti con pubblici Istrumenti notarili, quelli riferentisi a creditori che fossero stati assenti o in qualche modo impediti a far valere i loro diritti o che avessero età minore di venticinque anni. — II. In conseguenza di quanto sopra, non potrà procedersi contro i debitori, dopo trascorsi due anni, salvo sempre le eccezioni già specificate.
— III. I Rettori del Comune di Gualdo, non dovranno né pubblicamente, né occultamente, ire ad assotiandam aliquam sponsam, sotto pena di venticinque libbre di denari da erogarsi per metà alla Camera Apostolica e per l'altra metà in restauri nel Palazzo dei Rettori stessi.
— IV. Questi ultimi, neppure dovranno ire ad assotiandum aliquem mortuum durante i funerali, fatta eccezione per i consanguinei fino al terzo grado e per i defunti insigniti di qualche onorificenza o autorità, pena come sopra ai contravventori.
— V. I suddetti Rettori non potranno metter piede nella Rocca se non quando, risiedendo in essa il Governatore o il Tesoriere, per debito di cortesia saranno tenuti a recarsi colà per riverirli, pena come sopra.
— VI. Sarà vietata l'usanza di far la sbarra, alle spose, quando si recano nella casa del marito, essendo ciò spesso motivo di risse e di scandali, sotto pena di venti soldi per persona, da destinarsi per metà al Comune di Gualdo, per una quarta parte all'accusatore, e per il restante ai restauri del Palazzo dei Rettori Comunali. Tale disposizione non avrà però effetto per i contravventori di età inferiore ai dieci anni e nel caso in cui la sbarra consista nel chiudere le porte della città alla sposa che proviene dal contado. —VII. Essendosi in passato verificati casi di imperizia, i Podestà e i Pretori della città che non fossero Dottori, a proprie spese condurranno sempre seco in Officio, quale Collaterale, un genuino Dottore, pena venticinque libbre di denari, da ritenersi sul loro stipendio e da impiegarsi come sopra.
— VIII. Essendosi verificate in passato innumerevoli appropriazioni di beni stabili Comunali da parte di privati cittadini, i Rettori del Comune dovranno eleggere quattro uomini, uno per ciascuno, incaricati di ricuperare, per il Comune stesso, i beni usurpati. Il loro salario verrà detratto dal capitale in tal modo riacquistato, però mostrandosi costoro negligenti, incorreranno invece nella pena di venticinque libbre di denari per ciascuno e per ogni negligenza, la qual somma sarà erogata per metà alla Camera Apostolica, per l'altra metà agli accusatori ed agli esecutori della sentenza. Il ricupero dei beni, dovrà però essere posto in pratica
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solo per ciò che fosse stato usurpato al Comune da meno di venticinque anni.
— IX. In relazione al precedente articolo, tutti coloro che da venticinque anni in poi, avessero occupato beni stabili Comunali, sarebbero tenuti a dichiarare spontaneamente, la quantità e qualità dei beni stessi, nonché la loro ubicazione, entro il termine di tempo che si prescriverà con apposito bando.
— X. Chi personalmente o con animali, per l'avvenire, presterà servizio ad altri in lavori agricoli, dovrà richiedere la pattuita mercede, entro tre mesi dalla prestazione d'opera. Per i lavori compiuti innanzi la pubblicazione del Decreto in discorso, tale termine s'intenderà prorogato sino a sei mesi.
Due anni dopo, con Breve dato a Tivoli il 18 Agosto 1473, il Pontefice Sisto IV, in seguito a preghiera del Comune di Gualdo, riconfermava la suindicata disposizione del 15 Novembre 1471, relativa all'Officio di Camerlengo in tale città; ma poco dopo, con altro Breve dato a Roma il 23 Dicembre 1473, abrogava invece quella concessione e nominava, per tutto l'anno 1474, al Camerlengato e Cancellierato di Gualdo, Evangelista de Rubeis, famigliare e Commensale Pontificio, con facoltà di poter esercitare anche per mezzo di altri un tale Officio. (1)
Di quest'epoca, ci rimangono memorie da cui risulta che la carestia e la peste allora infierivano in Gualdo. Alla carestia si riferisce un Decreto del Legato di Perugia e dell'Umbria, Nicolo Perotti, Arcivescovo di Manfredonia, Decreto riconfermato il 30 Marzo 1477, con il quale si prescrivevano gravissime pene per chi avesse asportato dal contado Gualdese biade e frumenti, per chi avesse fatto macinare questi prodotti fuori del Comune, per chi, essendo provvisto per proprio uso di sufficienti quantità di cereali, ne avesse acquistato in maggior copia e per chi infine avesse danneggiato o inquinato l'acquedotto e le pubbliche fonti. Con la pestilenza hanno poi relazione numerosissimi testamenti, che dal 1476 al 1486, ritroviamo tra i Rogiti del nostro Archivio Notarile, testamenti che quasi sempre si dicono fatti «propter epidemiam», oppure
(1) P. PELLINl: Op. cit. Parte II, pag. 644, 699 — A. sansì : Op. cit. Parte IV. Foligno 1884. pag. 48, 51 e seg. — Cronaca Eugubina di Ser Guerriero di Ser Silvestro dei Campioni. Già cit. Anni 1458, 1459, 1464 e 1469 della Cronaca — L. belforti : Serie eie. Già cit. Tomo IV, pag. 362, 364 — Graziani : Op. cit. pag. 632 — A. dei VEGHI: Op. cit. pag. 35 — Cronaca Perugina di Pietro Angelo di Giovanni. (Edita nel Bollettino della R a . Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Vol. IV, pag. 343, 345,355) — Arch. Vaticano: Arni. XXIX, To. 10, e. 280 e To. 29, e. 300t — V. Villani : Memorie di Perugia. ms. edito dal Fabretti. Torino 1888. pag. 99 — A. Cristofani: Op. cit. — A. Fabretti: Op. cit. Vol. II, pag. 287 — T. BOTTONTO : Op, cit. Vol. 11, pag. 116 — S. BORGIA : Memorie Istoriche di Benevento. Già cit. Tomo III, pag. 392 — Archivio Storico per le Marche e per l'Umbria. Vol. III, pag. 165 — Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XV. Pergamene dal N°. 17 al 25; Raccolta di documenti storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Docum. N°. 12 — A. ALFIERI: L'Umanista Giacomo Minutali. Città di Castello 1913. pag. 15, 17, 18 — L. Cribelli : De expeditione Pii pape secundi in Turcas. (In Rerurn ital.. Script, del Muratori. Tomo XXIII. Milano 1733. Colonna 65, B) — M. Faloci PULIGNANl : Le Cronache di Spello degli Otorini (In Bollettino della Ra. Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Perugia 1918. Anno.XXIlI. pag. 285).
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«propter morbum pestilentialem vigentem in terra Gualdi et eius districtu ». Anzi alcuni di essi contengono delle annotazioni e delle giustificazioni che per la loro originalità meritano di essere riferite: Così, in un testamento del 9 Settembre 1476, la testatrice, che si era rifugiata in una deserta capanna a Sasso Cupo, oggi Sascupo, sopra il villaggio di Rigali, non riesce a trovare neppure i testimoni necessari per l'Atto notarile ed il notaio di ciò si giustifica con le parole « ob missis aliis testibus, quia non inveniuntur ibi propter pestem, quia ullus nolebat venire quia dubitabant quod dieta testatrix non sit infirmata de peste et hec est propria veritas » . In un altro, avente la data 30 Dicembre 1478, si legge che tale Andrea di Ser Francesco da Gualdo, detta le sue ultime volontà «propter epidemiam et pestem que est quasi per totam patriam; et quia multotiens accidit quod quando aliquis talis egritudis patiatur non invenit notarios neque testes... propter nimiam dubitationem de morte » . Anche in un altro Atto del 30 Settembre 1476, il Notaio giustifica la scarsezza dei testimoni per non averli potuti trovare, essendo il testatore affetto da peste. (1)
Ma il terrore di questo morbo, pare che non impedisse a quelle popolazioni di guerreggiarsi scambievolmente. Sul finire del 1479, gravi contrasti sorgono infatti tra Nocerini e Gualdesi per questioni di confine e specialmente perché i Gualdesi impedivano agli abitanti del territorio Nocerino confinante con essi, cioè Gaifana e Boschetto, di trasportare alle proprie case i prodotti agricoli di quei terreni che Gaifanesi e Boschettani, possedevano al di là del loro confine, cioè in territorio di Gualdo. Tra i due Comuni s'interpose il Legato di Perugia e del Ducato di Spoleto, Card. Gio. Battista Savelli, che nei primi giorni del Gennaio 1480, ordinò loro di eleggere ciascuno due cittadini i quali, unitamente ai rispettivi Podestà, avessero pieni poteri per comporre la difficile vertenza. I Rap presentanti dei due Comuni, Raniero dei Ranieri e Luca Gentili per Gualdo, Giovanni Olivieri e Luca Giacobuzi per Nocera, si riunirono infatti in Assisi il 21 di quello stesso mese, con l'assistenza del suddetto Legato Savelli e addivennero ad un accordo e regolare trattato di pace: Si fissavano anzi tutto, mediante termini esatti, i rispettivi confini territoriali; si stabiliva poi che così i Gualdesi come i Nocerini, avrebbero potuto promiscuamente esercitare il diritto di pascolo e di far legna, senza pagare balzelli, su una limitata zona del territorio sì di Gualdo che di Nocera, posta ai due lati di questo confine, salvi però i beni privati. Come eccezione i Nocerini avrebbero potuto far pascolare i propri armenti, nelle praterie che privati cittadini di Nocera
(1) Arch. di Stato in Roma: Pergamene cit. Perg. N°. 29 — Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Docum. N°. 16 — Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luca di ser Gentile dal 1466 al 1499, e. 96 e seg., 106; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1490, e. 249t ; di Andrea di Angelo de Benadattis dal 1469 al 1477, e. 136, 137, 140t.
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possedevano nel territorio di Gualdo e gli Ufficiali del Danno Dato di quest'ultimo Comune, non erano tenuti a procedere contro i pascolanti, se non per ordine del padrone della prateria, in generale, il bestiame di cui si ammetteva il pascolo nelle praterie Comunali, era quello tenuto per proprio uso, non quello di passaggio o acquistato solo per farne commercio. Inoltre, le due città non avrebbero potuto vendere a privati i propri pascoli, risultandone danno per l'uso pubblico. Si annullava in conseguenza, la vendita di alcune praterie poste sulle pendici di Monte Maggio, già fatta dal Comune di Gualdo ad alcuni suoi cittadini. Lo stesso Comune avrebbe invece dovuto vendere a quello di Nocera una località denominata Pantana, posta sul confine ai due lati della strada Flaminia, per un prezzo da fissarsi con appositi arbitri, ma al proprietario di Pantana sarebbe spettato l'onere del mantenimento del ponte ivi esistente per uso della via pubblica. Nelle strade attraversanti il confine, Nocerini e Gualdesi si riservavano il diritto d'imporre tasse di pedaggio e balzelli, su i passeggeri e le merci, solo ne dovevano andare esenti i Gualdesi che penetravano nel territorio di Nocera e i Nocerini che passavano in quello di Gualdo. Alcune abitazioni con annessi terreni, situate proprio sulla linea di confine, venivano divise in parti eguali tra il Comune di Gualdo e quello di Nocera, il quale ultimo avrebbe però dovuto pagare al primo, entro il mese di Febbraio, la somma di cento ducati d'oro. Ai Nocerini che possedevano terreni al di là del confine, nel territorio di Gualdo, sarebbe stato lecito asportarne liberamente il fruttato nel territorio di Nocera e lo stesso avrebbero potuto fare i Gualdesi possessori di beni nel Comune Nocerino. Quest'ultimo, avrebbe dovuto ogni anno eleggere un Esattore, incaricato di riscuotere i balzelli che i suoi abitanti erano tenuti a pagare al Comune di Gualdo, per i beni che possedevano in esso e tale Esattore doveva anche costituirsi quale fideiussore di fronte al Comune stesso. A lui spettava poi di fare i dovuti versamenti ogni quadrimestre e vigilare affinchè i Nocerini non venissero aggravati in Gualdo con tasse superiori a quelle degli abitanti del luogo. Le condanne pronunziate e i processi intervenuti tra le due popolazioni, in seguito alla questione dei confini territoriali, venivano annullati con una generale amnistia. I suddetti patti si giuravano infine sul Vangelo e si prescriveva ai contravventori la multa di mille ducati d'oro, da destinarsi per metà alla Camera Apostolica e per il resto alla parte rimasta fedele ai patti stessi, dando per tale somma i due Comuni, scambievolmente garanzia sui propri beni.
Poco sicuri dovevano essere allora i confini del nostro territorio anche dalla parte opposta e cioè verso il Ducato di Urbino, poiché il 24 Giugno 1480, giunsero ordini dal Pontefice, affinchè si provvedesse per accogliere un presidio di armigeri del Signore di Camerino, il potente Giulio Cesare Varano, i quali erano destinati appunto ai nostri Castelli di frontiera verso Gubbio, facente parte del Ducato suddetto, e cioè a S. Pellegrino, Crocicchio e Caprara. Detto presidio era comandato da Benvenuto di Giovanni da
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Pergola, che aveva con sé il proprio fratello ed undici cavalieri. Le spese di mantenimento di costoro, furono addossate ai Castelli stessi e S. Pellegrino, ad esempio, per il Capitano e per sei cavalieri, doveva fornire otto bolognini per famiglia e per la durata di sei mesi. D'altra parte i soldati del Varano, avrebbero dovuto difendere quei luoghi da ogni molestia.
In seguito, la Camera Apostolica, con Decreto dell'8 Febbraio 1484, confermava ai Gualdesi indistintamente il diritto sempre goduto di poter fare pascolare qualsiasi animale domestico nei pascoli Comunali, previo pagamento delle solite gabelle alla Camera suddetta, e con altro Decreto, emesso nello stesso giorno, confermava altresì una vecchia ordinanza per regolare la caccia ai palombi, ordinanza già emessa dal Legato Apostolico della regione, Card. Raffaele Riario e poi caduta in disuso.
Poco sopra vedemmo come, con l'accordo del 1480 tra Gualdesi e Nocerini, questi ultimi si erano tra l'altro obbligati di versare ogni anno al Comune di Gualdo, con il tramite di uno speciale Esattore e Fideiussore, i balzelli al Comune stesso dovuti per i beni stabili che i sudditi di Nocera possedevano nel territorio Gualdese. Ma pare che tale clausola dell'accordo, non avesse avuto poi alcuna attuazione, specialmente da parte degli abitanti del villaggio Nocerino di Boschetto, riluttanti al pagamento, ed essendo perciò insorti nei seguenti anni 1482, 1484 e 1486 nuovi dissidi e contrasti, si addivenne ben presto ad una seconda transazione in proposito. Fu questa stipulata, con grande solennità, il 30 Ottobre 1489, nella nostra Abbazia di S. Benedetto, con l'intervento dei Rappresentanti dei due Comuni e di Francesco Venanzo da Fabriano, locale Uditore e Luogotenente di Giulio Cesare Cantelmo, Governatore Pontificio di Foligno, Assisi, Gualdo e Nocera. Venne stabilito in tale occasione quanto appresso:
— I. Che per gli anni trascorsi i Nocerini avrebbero pagato, sui beni che possedevano nel Comune di Gualdo, le tasse arretrate nella proporzione di ventun denari e mezzo per ogni libbra di estimo catastale e che in futuro avrebbero invece versato la somma di ventidue denari, dovendo detta quota rimanere in ogni caso immutata anche per l'avvenire.
— II. Che i Nocerini dovrebbero inscrivere nel Catasto Gualdese, tutti i beni posseduti o che venissero a possedere nel territorio di Gualdo, affinchè nessuno di essi possa sfuggire alla tassa sopra indicata.
— III. Che per tutto il resto rimarrebbero in vigore gli accordi già presi con il su riferito Atto del 1480. Si fissava infine la multa di mille ducati d'oro, per la parte che venisse meno ai patti, multa da devolversi per metà alla Camera Apostolica e per l'altra metà alla parte lesa. (1)
(1) R°. Arch. di Stato in Roma: Statuto di Gualdo. n°. 159. D a . c. 214 a 220 — Biblioteca del Senato in Roma: Statuto di Gualdo. 94. li. 11. Da c. 225 a 230 — Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 22 ; Raccolta delle Pergamene. Secolo XV. n°. 26 - Arch. Vaticano : Arni. XXIX. To. 42, e. 285t, 286, 302t — Arch.
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Tutte queste molteplici cure del Governo cittadino, non disto glievano però intanto i Gualdesi dal compiere i loro doveri di sudditanza a Perugia, dove la potente famiglia dei Baglioni erasi posta a capo del Governo della città. Infatti nell'Ottobre del 1487, ai solenni funerali di Grazio e Malatesta, figli di Rodolfo Baglioni, ambedue caduti in battaglia, vediamo intervenire anche i Rappre sentanti di Gualdo. Così l'anno seguente, verso la fine di Ottobre, essendo scoppiata in Perugia una fiera guerra civile tra gli Oddi e i Baglioni, inviò Gualdo numerosi armati in aiuto di questi ultimi, concorrendo in tal modo alla disfatta degli Oddi, scacciati dalla città con i loro partigiani dopo tre giorni di lotta. Similmente, sul finire dell'anno 1491, alle nozze di Giampaolo Baglioni, nuovamente vi si recano i Gualdesi, portando numerosi e ricchi doni agli sposi.
Poco sopra accennammo come, in questa seconda metà del XV secolo, si arricchisse la legislazione cittadina di una numerosa serie di riforme e di Decreti. Tra questi è specialmente importante la Costituzione sul funzionamento della Magistratura, emanata il 22 Novembre 1489 da Giulio Cesare Cantelmo, Governatore in temporalibus et spiritualibus, come già si è detto, di Gualdo, Nocera, Assisi e Foligno. Diamo qui riassunto per sommi capi, questo lungo documento di cui si ordinava l'osservanza sotto pena di scomunica: — I. Il principale Priore sia chiamato Gonfaloniere. A lui spettino gli onori del Priorato e il vessillo del Comune, ma abbia la stessa autorità degli altri Priori e nulla più.
— II. Questi, nel l'esercizio del proprio Officio, portino in capo il cappuccio rosso di loro proprietà, né sia ad essi lecito farselo prestare da altri per quell'occorrenza.
— III. Sia ad essi vietato scrivere ufficialmente al Pontefice o ai Cardinali, tanto per raccomandare, quanto per condannare gli Ufficiali pubblici del Comune, senza uno speciale mandato del Consiglio Segreto regolarmente adunato.
— IV. Non possano convocare tale Consiglio senza il consenso dei Regolatori, né il Consiglio Generale senza il consenso del Consiglio Segreto.
— V. Non sia lecito convocare il Consiglio Generale senza avvertire, almeno un giorno prima, i membri di esso abitanti nel contado e questi debbano in ogni caso intervenirvi, pena la multa di cinque soldi.
— VI. Le proposte formulate dal Consiglio Segreto, non possano portarsi alla discussione e all'approvazione del Consiglio Generale, se prima non sono state accettate dalla maggioranza dei Priori e dei Regolatori.
— VII. Sia vietata l'alienazione, in qualsiasi modo fatta, dei beni Comunali tanto mobili che immobili, sotto pena di nullità del relativo contratto.
— VIII. Non si debba sostituire un Priore, costretto ad assentarsi per qualche giorno da Gualdo; al suo ritorno in Officio gli spetti integro il proprio stipendio, purché a ciò non si opponga il Consiglio Segreto.
— IX. Se all'atto dell'elezione dei Priori, qualcuno di essi fosse
Notarile di Gualdo : Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1469. Fasc. XX, c. 4. — Arch. Antico del Tribunale di Perugia : Anno 1482, Busta I, Fasc. 15; Anno 1484, Busta III, Fasc. 7; Anno I486, Busta II, Fasc. 22. |
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lontano dalla città, gli si comunichi la nomina, ma non si spenda per il relativo messo, più di un fiorino ed anche meno a seconda della distanza.
— X. Dandosi il caso che all'atto dell'estra zione dal bussolo, risultasse eletto un Gonfaloniere nel frattempo defunto, gli uomini del Quartiere a cui questo apparteneva, possano eleggerne un altro in mezzo a loro, avente diritto ugualmente al consueto salario.
— XI. Le bollette, che i Priori rilasciano ai Massari dei Comune, non abbiano vigore se non munite del sigillo dei Regolatori e se i Massari nonostante la mancanza del sigillo ne effettuassero il pagamento, dovranno poi rimborsarne del proprio l'importo al Comune.
—XII. I Regolatori tengano nel Palazzo dei Priori una cassetta con quattro serrature e quattro chiavi, cioè una per Regolatore, nella quale cassetta conserveranno il loro sigillo. Dovendosi alcuno di essi allontanare dalla città, sia tenuto a lasciare la propria chiave a persona di fiducia da indicarsi ai Priori restanti e ciò, per il caso in cui occorresse aprire la cassetta durante qualche improvvisa evenienza, pena la multa di dieci soldi. Se, dovendosi apporre il timbro su qualche Atto, tre dei Regolatori fossero concordi nel voler ciò ed il quarto contrario, quest'ultimo venga costretto a consegnare la propria chiave.
— XIII. Ai Regolatori incomba l'obbligo di essere presenti così ai Consigli Segreti come a quelli Generali, sotto pena di cinque soldi di multa. Nella stessa pena incorreranno quando, chiamati dai Priori con quattro tocchi della maggior campana, non si presentassero a questi, salvo s' intende, i casi di forza maggiore.
— XIV. Se un Regolatore, all'atto della sua estrazione dal bussolo risultasse già morto o morisse durante il suo Officio, allora gli uomini del Quartiere a cui apparteneva il defunto, debbano eleggerne un altro tra di loro e ad esso far consegnare la chiave della cassetta dei sigilli.
— XV. I Priori e Regolatori, non possano spendere di loro arbitrio del denaro del Comune, per evidenti necessità di questo, più di due fiorini de Marchia.
— XVI. I Priori si trovino sempre presenti alle elezioni dei nuovi Ufficiali Comunali e in caso di dubbiose evenienze, si attengano a quanto prescrivono gli Statuti Cittadini.
— XVII. I membri del Consiglio Segreto, siano obbligati di recarsi a questo, quando chiamativi da venti tocchi di campana, dati con intervallo tra cinque e cinque tocchi. Non intervenendo, paghino la multa di cinque soldi da erogarsi a vantaggio del Comune, entro quattro giorni.
— XVIII. Quando non fosse possibile convocare subito il Consiglio Generale, nell'evenienza di cose urgenti, come spedire Ambasciatori etc. , il Consiglio Segreto possa agire da solo sino a raggiungere la spesa massima di dieci fiorini.
— XIX. Il Consiglio Generale, abbia autorità di alienare i beni del Comune, solo in caso di urgente necessità e sempre nell'interesse di quest'ultimo.
— XX. I membri dello stesso Consiglio, debbano a questo intervenire « ter pulsata campana magna » pena una multa di cinque soldi.
— XXI. Morendo un membro del Consiglio Generale o di quello Segreto, gli uomini del Quartiere o Porta a cui apparteneva il defunto abbiano il diritto di subito rieleggere, in seno a loro, il successore.
— XXII. Come casi di forza maggiore per non intervenire ai
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Consigli suddetti, si intendano solo le malattie gravi e l'assenza dalla città. In tutti gli altri casi, il non intervento sia punito con cinque soldi di multa, per i restauri del Palazzo dei Priori.
— XXIII. In Consiglio, nessun membro possa farsi rappresentare da un collega, specie per dare il voto, pena venti soldi di multa da destinarsi come sopra, più l'annullamento del voto stesso.
— XXIV. Per la durata di un Priorato, si debba almeno una volta convocare il Consiglio.
— XXV. Quando i Priori dovranno intervenire a solennità religiose, specie a quella del Corpus Domini ed a quella dell'Apparizione sul Monte Gargano di S. Michele Arcangelo, patrono di Gualdo, nel mese di Maggio, sia loro fatto obbligo di portare il cappuccio sugli omeri e in mano le faci accese, pena venti soldi di multa, da applicarsi come sopra.
— XXVI. Gli stessi, durante il loro Officio, non possano portare mantelli che non siano lunghi almeno sino alla tibia.
— XXVII. Similmente, per la morte di un parente, non sia ad essi lecito interrompere il Priorato e deporre il cappuccio rosso.
— XXVIII. Nei dieci giorni susseguenti alla scadenza dei Priori e Regolatori dal loro Officio, ogni cittadino possa presentare ai novelli Priori le proprie querele contro i decaduti, querele da discutersi durante il susseguente Consiglio. Trascorsi i dieci giorni, non essendovi querele, i su nominati Ufficiali più non possano essere sindacati.
— XXIX. I Priori, durante il giorno, debbano risiedere in permanenza nel Palazzo Priorale, salvo casi di estrema necessità. A loro spese, per effetto dell'aumentato salario, tengano poi due Famigli e non possano andare e venire dalle proprie case alla residenza Priorale, senza essere da detti Famigli accompagnati.
— XXX. Finito il turno dei membri del Consiglio Generale, turno che ha la durata di tre anni, si addivenga alle nuove elezioni nel modo stabilito e cioè: Gli uomini dei Quartieri di Porta S. Donato, Porta S. Benedetto, Porta S. Martino e Porta S. Facondino, fatte separatamente in ciascun Quartiere le apposite adunanze, eleggano sei uomini per Porta, in tutto ventiquattro, i quali, aggiunti ad altri ventiquattro uomini eletti con la stessa distribuzione nel contado dipendente dalle varie Porte, raggiungeranno il numero dovuto di quarantotto Consiglieri. A tale Consiglio, detto Consiglio Generale, presiedano poi i Priori, i Regolatori e i Camerlenghi delle Arti, ed esso abbia la massima e più estesa autorità, senza alcuna riserva, di provvedere al Governo del l'intero Comune, quale rappresentanza di tutti gli abitanti di questo.
— XXXI. Nello stesso tempo in cui si rinnova il Consiglio Generale, si debba rieleggere anche il Consiglio Segreto, nel modo seguente: Gli uomini dei quattro Quartieri della Città, deputino due uomini per Quartiere, scelti tra i loro Rappresentanti al Consiglio Generale e cioè otto uomini in tutto; altri otto, sempre in seno ai propri Rappresentanti nel Consiglio Generale, siano designati dagli abitanti del Contado e si avranno così sedici uomini, cioè la terza parte del Consiglio Generale che, presieduti dagli stessi Priori e Regolatori, costituiranno il Consiglio Segreto. Questa operazione si ripeta per tre volte di seguito nello stesso tempo e ne risulterà così
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la costituzione dei tre Consigli Segreti che dovranno successivamente funzionare nel triennio. Circa il loro ordine di avvento al Governo, ogni Consiglio Segreto sia rappresentato da una palla distinta e le tre palle imbussolate, si estraggano una per volta, ogni anno, il 1 Gennaio. Insieme ai Consigli Generale e Segreto, cioè ogni tre anni, si eleggano anche gli altri pubblici Ufficiali. Il Camerlengo però non s'intenda far parte del Consiglio Segreto, non avendovi alcun officio.
— XXXII, Né i Priori né i Regolatori, come pure nessun altro Ma gistrato cittadino, possa esigere gli introiti Comunali, spettando questa esazione esclusivamente al Camerlengo del Comune e in caso di necessità al suo Sostituto. A ciò contravvenendosi, i Priori incorreranno, come pena, nella perdita del proprio salario ed i Re golatori e gli altri pubblici Ufficiali, nella multa di dieci ducati da destinarsi alla Camera Apostolica.
— XXXIII. Un Priore, dovendosi per qualche evenienza allontanare dalla città, sia tenuto a consegnare la chiave della cassetta dei sigilli di cui è in possesso, ad uno dei suoi colleghi, pena dodici libbre di denari, da devolversi anch'essi alla Camera Apostolica.
— XXXIV. Per compensare i maggiori oneri che con questa Costituzione si fanno ai Priori stessi, il loro salario sia aumentato, in toto, annualmente di ventiquattro fiorini di Camera, cioè di quattro fiorini per Priore, provvedendosi a questa maggiore spesa, mediante alcuni introiti Comunali che si specificavano.
— XXXV. La Costituzione su esposta, venga infine letta e promulgata alla popolazione Gualdese, nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto.
Quattro anni dopo la legislazione del Cantelmo, e cioè circa la metà del 1493, molte squadre di armati del Duca d'Urbino, a più riprese passarono nel nostro territorio, devastando e saccheggiando. Andavano in aiuto del Papa allora in contesa con Virgilio Orsini che, senza la Pontificia autorizzazione, aveva comperato i Castelli di Franceschetto Cibo. Invece l'anno seguente, il giorno 8 di Aprile, una gentile figura di donna, ben nota nella storia del Rinascimento, transitò per la nostra città con il suo numeroso e brillante corteo. S'intende parlare di Isabella d'Este, moglie di Francesco Gonzaga Marchese di Mantova e figlia del Duca di Ferrara Èrcole d'Este. Era stata ella in pellegrinaggio a Loreto e nel ritorno in patria, da Camerino, seguendo l'alpestre e difficile via di Pioraco, Fiuminata, Capo d'Acqua e Monte Faeto, scese a Gaifana, dove sostò a desinare, proseguendo poi per Gualdo e per Gubbio.
Intanto, prima della fine di quello stesso anno 1494, Carlo VIII Re di Francia calato in Italia per la conquista del Reame di Napoli, si dirigeva su Roma per imporsi a Papa Alessandro VI. I Colonna, approfittando di quelle favorevoli circostanze, s'impadronirono subito di Ostia, già tenuta dal Papa, che bandì allora nello Stato della Chiesa un arruolamento di soldati per riconquistare quell'importante fortezza. Anche a Gualdo pervennero gli ordini del Pontefice, con lettera inviata dal Governatore di Foligno Nicolo Saiano, in data 4 di Ottobre, nella quale si leggono le seguenti parole: ........ Et alla vostra Comunità sonno tassati fanti octanta, quali li vale pagati per uno mese, pertanto ve comandamo, socto
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pena de rebellione, debbiate fare provisione de retrovare decti octanta fanti, quando pure ve fosse difficile retrovare li fanti, mettete in ordine tante denare [che] se possano togliere ; et ad questo non ne replicarete una parola, perché cusì la mente et volontà de Sua Beatitudine et del tucto ne expettamo celere resposta ad ciò sappiamo quanto se habbia ad fare ......... Oltre a ciò, in occasione della calata di Carlo VIII su Roma, alcune delle sue truppe transitarono anche per Gualdo. Sebbene fossero in piccol numero, tuttavia la nostra città non rimase affatto immune dai danni di quell'invasione, tanto è vero che molti Gualdesi, per assicurarli dagli insulti delle soldatesche, racchiusero in tempo i fanciulli e le donne nel vicino Castello di S. Pellegrino, il quale, oltre ad essere alquanto più distante dal percorso della strada Flaminia, era in quei tempi munitissimo e forte. Di questo castello, raccolse qualche memoria, che qui piacemi ricordare, lo storico Eugubino Luigi Benfatti. Secondo costui, fu eretto circa l'anno 1072 nel Borgo di S. Pellegrino, alle falde di Monte Camera, da Rinaldo Bigazzini, Conte di Coccorano. Vi abitò poi per vari anni il figlio Monaldo, celebre capo del partito Guelfo e che fu anche duce delle milizie Umbre mandate dal padre contro l'Imperatore Federico. Nel 1220 vi risiedette il figlio di Monaldo, Rinaldo, condottiero d'una squadra, di Crociati che assai contribuì alla presa di Tolemaide e, più tardi, l'altro Conte di Coccorano Ugolino, anch'esso valoroso duce di milizie Guelfe. Passò infine i primi anni della sua vita, nel Castello di S. Pellegrino, anche Filippo, 1' uomo più noto di questa storica famiglia di feudatari, il quale, circa il 1284, capitanò un esercito Guelfo in Germania, stabilendosi in appresso a Perugia, dove esercitò il supremo potere. Dopo i Conti di Coccorano, nel 1301, il Castello di S. Pellegrino, fu ceduto a Manno di Corrado Conte della Branca, che vi risiedette per poco tempo, essendo andato come Podestà Guelfo a Cagli, a Orvieto, a Foligno ed a Lucca e poi come Capitano del Popolo a Orvieto. Dopo i Conti della Branca, nel 1333, il Feudo e Castello di S. Pellegrino passarono a Nicolò di Ranuccio Conte della Serra e poi all'altro Conte della Serra, Francesco di Monaldo, che nel 1346 divenne Podestà di Firenze e poi di Recanati. In seguito, questo Castello Feudale passò sotto il dominio del celebre Federico III di Montefeltro e innanzi la fine del Quattrocento, in modo definitivo, andò a far parte del Comune di Gualdo.
Dopo questa breve parentesi, ricorderemo che non solo dalle angherie dei soldati di passaggio, ma anche dalle insidie della peste, dovettero premunirsi allora i nostri Magistrati. Questi, per evitare che l'epidemia invadesse la città, sin dal 13 Luglio di quello stesso anno 1494, avevano pubblicato un editto rigorosissimo, circa il transito dei forestieri che avrebbero potuto importarvela, ed io voglio qui riassumerlo in breve, trattandosi di un originale documento, che bene ci fa comprendere quali mezzi si usassero in quei tempi lontani, per la profilassi pubblica dei morbi epidemici: Nell'editto era anzitutto vietato di far venire dai vicini paesi lavoratori per la mietitura, né alcuno da fuori poteva recarsi a
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vendere nella città frutta ed ortaggi di qualsiasi genere. D'altra parte, nessun cittadino Gualdese doveva andare e praticare fuori del proprio territorio senza speciale licenza e quando ciò facesse, era obbligato poi di attendere quaranta giorni (da qui la parola quarantena ) prima di poter rientrare in città. Gli osti e gli albergatori, non dovevano né sfamare, né alloggiare alcun viaggiatore ed agli stessi cittadini era proibito dar da mangiare o da bere ai forestieri; solamente, per carità, si concedeva di fare ciò assai lontano dall'abitato, ma in questo caso restando alla distanza di almeno sei canne dal forestiero stesso e, qualsiasi oggetto questo toccasse, non dovevasi raccogliere ma immediatamente distruggere; molto più era proibito stringere ad esso la mano. Nessun cittadino doveva affittare camere o case a persone venute da fuori e se alcuno ciò avesse già fatto, sia tenuto a cacciar via l'inquilino nel termine di un giorno. Era poi anche vietato d'inviare il frumento, per la macinazione, fuori del territorio Gualdese. Le guardie preposte alla custodia delle quattro Porte cittadine, non dovevano tollerare che i forestieri si aggirassero in vicinanza delle Porte stesse; era loro persino interdetto di trasmettere ai Priori le domande che eventualmente presentassero i viaggiatori per entrare in città e se alcuno di questi tentasse penetrarvi con la violenza, alle guardie delle Porte si permetteva fare uso delle armi e con queste offendere senza alcuna responsabilità. Per i contravventori a quanto sopra, si comminavano tratte de corda e gravi pene pecuniarie, il cui provento sarebbe andato in parte al Comune, in parte al pubblico Ufficiale che avesse eseguito la sentenza e in parte agli accusatori; né questi ultimi potevano mancare, essendo lecito ad ognuno, in quell'occasione, di far denunzie pur rimanendo segreto il nome del denunziante. Come se tutto ciò non bastasse, prima che finisse questo disgraziato anno 1494, nel mese di Dicembre, il Capitano avventuriero Camillo Vitelli da Città di Castello, partendosi con cento cavalieri dalla Rocca di Montecchio, pervenne sui confini del nostro territorio a Gaifana, compiendovi saccheggi e facendovi prigionieri.
Intanto, per iniziativa di Venezia, gli Stati Settentrionali d'Italia, s'erano uniti in Lega con il Pontefice per scacciare Carlo VIII dalla Penisola. Infatti vediamo pervenire anche alla nostra città un Breve di Papa Alessandro VI, dato a Roma il 22 Aprile 1495, con il quale si faceva obbligo ai Gualdesi di fornire vettovaglie, foraggi ed alloggi a cinquecento tra fanti e cavalieri, che la Repubblica Veneziana mandava in aiuto del Papa nella nuova lotta iniziata contro i Francesi. I nostri Magistrati, paventando la venuta di queste soldatesche, benché amiche, si riunirono in Consiglio il 4 Maggio e stabilirono di far pratiche presso il Commissario Pontificio Giovanni de Petruccianis da Città di Castello, incaricato di condurre dette truppe e di approntare per esse il necessario, affinchè evitasse di farle transitare per Gualdo, promettendogli ricchi doni se acconsentisse, il che è assai dubbio, poiché altro Breve Pontificio dello stesso tenore del precedente, dato a Roma il giorno 14 di quello stesso mese, giungeva quattro giorni dopo al nostro Comune.
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A proposito di truppe forestiere e ritornando ai Baglioni Signori di Perugia su nominati, ricorderemo anche che nello stesso anno 1495, due membri di questa illustre famiglia, Guido ed Astorre, a capo delle milizie Perugine, avendo posto l'assedio a Fratta oggi Umbertide, divenuta covo di Fuorusciti loro nemici, ed essendo gli. assediati ricorsi per aiuti a Foligno e ad altre vicine e amiche città, vediamo in tale occasione non pochi Gualdesi unirsi con soldatesche qui venute da Foligno, d'Assisi e d'altri luoghi avversi ai Baglioni e nel mese di Agosto, sotto il comando di Troilo Savelli, correre in aiuto della Fratta dalla quale i Perugini tolsero prontamente l'assedio; ma pochi mesi dopo nel 1496, lo stesso Gian Paolo Baglioni capitava in Gualdo e vi soggiornava a lungo con i suoi soldati.
In tale anno, è da notate un altro importante passaggio di truppe nel territorio Gualdese. La Repubblica di Venezia, per effetto della Lega su ricordata, aveva allora ordinato al suo Capitano, il Marchese di Mantova, di recarsi nel Regno di Napoli, in aiuto del Re Ferdinando d'Aragona, intento a riacquistare i propri domini toltigli dall'esercito di Carlo VIII, e le truppe del Marchese di Mantova dirette nel Napoletano, accamparono appunto il 15 di Febbraio nella pianura sotto le mura di Gualdo. Poco dopo, il 6 di Marzo, con Breve Pontificio dato da S. Bartolomeo presso Foligno, si faceva obbligo ai Rettori del nostro Comune, di provvedere del necessario nuove truppe Veneziane e Mantovane di transito che si dirigevano verso Roma. Con queste, come sempre succedeva, ricomparve la peste nella nostra regione, tanto che i Rettori del Comune, il 4 Novembre di quello stesso anno, stabilirono nuovamente di far sorvegliare con scolte armate le quattro Porte cittadine e si vietò persino la macellazione dei bovini, a causa di una mortale epidemia contemporaneamente manifestatasi tra questi animali.
In quest'epoca, divampava anche in Gualdo, tra le famiglie più note e potenti, una vera guerra civile. Erano continui conflitti, omicidi, saccheggi, distruzioni ed incendi delle case degli avversari, con conseguente confisca dei beni e cacciata dalla città degli appartenenti alla fazione vinta. Qualche episodio di queste intestine discordie, troviamo riportato da un Cronista contemporaneo. Per meglio illustrare quei torbidi tempi, è opportuno qui trascrivere integralmente quanto costui scriveva in proposito con lo stile ingenuo ma efficace dei Cronisti dell'epoca: «1496 addì VIIIJ de magio de lunidj nauti l'alba del dj, se levò in Gualdo de Nocea uno Iulio de mastro Durante, et Vincenzio de Pietro da Gualdo, con multj juvenj et in grande numero, et mirarono in casa de una famiglia del Gualdo, che erano septe fratellj carnalj chiamati de la casata de Bucharj, et amazarono duj de quilli con uno loro garzone che era da Eugubio, et gectarono quisti hominj, mortj in nel lecto, delle fenestre, scannati,et te cervella per terra : et poj rubbarono la casa. Et in casa non ce erano tuctj : ma quilli che ce erano, fugerono, quilli podecte scampare, per le tecta de la casa. La crudeltà fo grande. Lassamo stare le done che andaviano in camisa gridando, lacrimando, exlamando : adiuto, adiuto. Et non
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solo che quisti se partessero ; ma sonno de tanta malignità, [che] ad despecto del popolo et de dio stanno in Gualdo. O dio, como non levj de quella sedia qujsto papa Alexandro che tanto male sopporta, tantj homicidj se comectono in questa patria del ducato. O dio, multo indutij ad removere quisto papa et punire tanti excessi ... — 1496 et die XXVIII de luglio. Et non fosse altro che Gualdo de la diecesia de Nocea, ha la roccha, la terra debole, et lì se amazano homini, et robba, et fura : [e nè] lu governatore né papa non provedono ... - 1498 et die XXVI martij: In Gualdo, diocesi de Nocea, de nova facta novità et amazato uno et arsaglie la casa: ha factj uscitj assay, et robase dentro in Gualdo. Et questa bona anima de papa Alexandro sexto sta ad vedere, actende ad damisielle et puctane. O que età cruda anco' dura: non se fa iustitia et né ragione alcuna ... — 1498 die XI de jugno, col favore del commissario dellu legatu, et de lu castellano de Gualdo, reintrarono li uscitj in Gualdo: et foie morto meser Ludovico doctore de lege homo da bene, et fo cagione el figliolo suo de questa morte, che sempre glie prohibiva al figliolo non fusse scandaloso : et bisognò, per lo adiuto ebbero quilli dentro dal duca de Urbino, quilli che reintrano se saltassero de fora ».
Con la data 7 Luglio 1498, giunge da Perugia una lettera del Legato dell'Umbria Card. Giovanni Borgia, diretta al Governatore di Gualdo, Marino de Olivellis da Monte Cosaro. In questa lettera il Legato, alludendo per certo ai fatti or ora narrati, si lamentava anzi tutto che la nostra città fosse stata poco prima in preda a gravi tumulti popolari, con omicidi, incendi, saccheggi, espulsione di persone e consimili eccessi, compiuti da privati cittadini in vilipendio del Legato stesso e della Santa Sede. Per punire i colpevoli, il Legato investiva quindi di pieni e illimitati poteri il Governatore suddetto contro chiunque, di qualsiasi grado e condizione, imponendo altresì a tutti i pubblici Ufficiali del Comune, di dargli assistenza ed aiuto in quest'opera di giustizia e di repressione. Si pensava altresì a rafforzare anche contro i nemici esterni la nostra città e infatti il suddetto Card. Borgia, il 20 Novembre 1498, inviava da Roma al Castellano della Rocca di Gualdo, Filippo degli Arcioni, una lettera con la quale, dopo avergli annunziato la revoca del nuovo Governatore di Gualdo Giovanni Medina, lo si invitava ad assumere anche le funzioni governatoriali, oltre a quelle di Castellano, allo scopo di costringere quegli abitanti della città, ai restauri e rafforzamenti che necessitavano alle mura civiche, con facoltà di punire i disubbidienti; nonché allo scopo di comminare qualsiasi altra pena contro i ricalcitranti a prendere le armi in servizio della Santa Sede; provvedendo affinchè, sia di giorno che di notte, fossero ben guardate le fortificazioni cittadine e ordinando infine ai pubblici Ufficiali Gualdesi di assisterlo ed ubbidirlo, in ogni evenienza, sotto pena da applicarsi a suo arbitrio. Né sì rigorose precauzioni dovranno sembrarci esagerate, considerando che in così perigliosi tempi, ben poca cura doveva invece avere il Comune di Gualdo delle fortificazioni cittadine. Basti infatti dire, che pochi anni prima, quei Rettori delle Arti,
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avevano persino venduto a certi Mancia ed Angelo, figlio di Marco de Fabris, una delle torri delle mura presso la Porta civica di S. Facondino, con la semplice riserva che, in caso di guerra, avrebbero dovuto questi ultimi momentaneamente lasciarla libera per adibirla alla difesa della città. E non fu questo un fatto isolato o straordinario, poiché frequentissime, in quell'epoca, appaiono invece le vendite a dei privati cittadini, delle torri che numerose erano disseminate lungo la cerchia delle nostre mura Sveve. Ma in cattive mani affidava il Legato la difesa della città, poiché qual triste avventuriere fosse il su nominato Castellano Filippo degli Arcioni, può apprendersi da quanto di lui narreremo nel Capitolo riservato in questo Libro alla Rocca Flea. Ai suddetti provvedimenti, per assicurare alla Santa Sede il mantenimento del possesso di Gualdo contro i nemici esterni, si aggiungevano poi nuove disposizioni atte a frenare le sommosse dei cittadini. Così il 25 Luglio del seguente anno 1499, si emise un Decreto con il quale si vietava a qualsiasi persona, sia Gualdese che forestiera, di portare armi sotto pena di dieci ducati d'oro di multa, più altrettanti tratti di corda, applicati in pubblico luogo. Oltre a ciò, nell'Agosto di quello stesso anno, il Legato Card. Borgia, ordinava al Comune di Gualdo di demolire, entro otto giorni, le due volte che dividevano in più piani l'interno del Torrione annesso al Palazzo del Podestà, sulla Piazza del Comune, in modo che il Torrione stesso divenisse così inaccessibile e inabitabile, minacciando gravissime pene corporali e pecuniarie al Governatore, ai Priori ed al Consiglio in caso di inadempienza. Con ciò si voleva impedire che di quel fortilizio, posto nel cuore della città (il quale era anche chiamato la Rocca Minore, per distinguerlo dalla Rocca Maggiore o Rocca Flea che sorgeva fuor delle mura) si potesse impadronire qualche fazione di cittadini ribelli e lo tenesse per suo dominio, con grave danno dell'autorità Pontificia. Ma i Rettori del Comune implorarono dal Cardinale la revoca del Decreto, facendo presente che quell'edificio era ad essi necessario, tanto più che il contiguo Palazzo del Podestà minacciava di andare in rovina e assicurando inoltre che da quella Torre nessun danno poteva derivare alla loro città. E la richiesta dei Gualdesi, dopo molti contrasti, dovette finalmente essere accolta, poiché le due massicce volte ancora esistono, sfidando i secoli, entro il Torrione Comunale. Ricorderemo anche che in questo stesso anno 1499, nel mese di Agosto, Gualdo con Spoleto, Foligno ed altri luoghi vicini, passò alla dipendenza della celebre Lucrezia Borgia, alla quale queste città erano state assegnate dal proprio padre Papa Alessandro VI. (1)
(1) L. BONAZZI: Op. cit. Vol. I, pag. 714 — V. villani : Op. cit. pag;. 122 — B. FELIClANGELI : Isabella d'Este Gonzaga Marchesa di Mantova a Camerino e a Pioraco. (In Atti e Memorie della Ra . Deputazione di Storia Patria per le Marche. Vol. VIII 1912) — P. Pellini : Op. cit. Parte 11, pag. 838; Parte III, pag. 68 — Graziani : Op. cit. pag. 663 — V. Corbucci : Diario Storico dell'Umbria. Roma 1899. pag. 115 — A. Fabretti : Op. cit. Vol. III , pag. 97
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Ma nonostante tutte le precauzioni sopra descritte, non erano cessate le discordie e gli odi tra i cittadini che, capitanati dalle più potenti famiglie Gualdesi, divisi in due fazioni, avevano seguitato, come per il passato, ad azzuffarsi tra di loro in sanguinosi contrasti. Finalmente il 20 Maggio 1500, nella Chiesa di S. Francesco in Gualdo, alla presenza del Cardinale Legato di Perugia, del Vice Legato, dei Priori Gualdesi e di tutto il popolo, si addivenne ad un regolare Trattato di pace tra i due campi rivali. In rappresentanza di una parte comparvero Orfeo di Francesco, Battista di ser Ascanio, Fiorenzo di Carlo dei Baglioni da Perugia, ser Gerolamo di Ludovico dei Confidati da Gualdo; delegati dell'altra parte furono Francesco dei Bucari, Francesco di Piero, Pier Francesco di Pier Matteo e Giovanni Benedetto di ser Nanni. Con grande solennità, si giurò sul Vangelo di perdonarsi scambievolmente le offese, i ferimenti, le uccisioni, gli incendi, le rapine e le aggressioni passate e di non più incorrere, per il futuro, in tali misfatti e si dettarono i seguenti Capitoli dell'accordo:
— I. Se un cittadino, nonostante i patti, apporterà offesa o danno ad un altro dell'avversa fazione, si dovrà considerare rotta la pace solamente dall'offensore e tale atto si riterrà come personale, senza farne risalire la responsabilità a tutti gli altri di suo partito.
— II. Scambievolmente dovranno le due parti restituirsi qualsiasi scrittura, sì pubblica che privata, inerente alle passate contese, nonché i beni mobili che uno avesse all'altro rapinati.
— III. Tutte le torri e i fortilizi costruiti dai contendenti, verranno consegnati in mano al Legato dì Perugia, per tenerli in pegno e custodia.
— IV. I beni stabili, dall'una all'altra parte confiscati o danneggiati, saranno scambievolmente restituiti o indennizzati.
— V. Qualunque questione, non contemplata nei Capitoli della pace, si rimetterà al giudizio del Legato suddetto.
— VI. Questi, anche in futuro, dovrà provvedere con ogni mezzo, alla conservazione dell'accordo e della pubblica quiete. Si garantiva poi l'osservanza di questi patti con uno strano sistema di reciproca indennità: Infatti le parti, non solo davano garanzia del proprio, ma offrivano in qualità di fideiussori, il primo gruppo il Comune di Foligno ed il secondo gruppo il Comune di Spoleto. Alla sua volta il Comune di Gualdo, si obbligava con ipoteca sui propri beni, a indennizzare quelli di Foligno e Spoleto, quante volte per detta fideiussione avessero dovuto patirne danno e le parti dichiaravano che, in tale evenienza, avrebbero risarcito il Comune Gualdese con i propri beni e rinunziando ai diritti, immunità ed esenzioni che si trovassero a godere. Però, se i Comuni di Foligno e Spoleto
— Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 26; Raccolta delle Pergamene. Secolo XV. N°. 28 — Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Pietro de Benadattis (Atti Sparsi dal 1483 al 1507) e. 276 ; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Fase. XXIV e. 45t, Fase. XXVI e. 8, 8t, 12, Fasc. XXVII c. 32, Fasc. XXIX c. 15, 15t, Fase. XXXI e. 81, 31, 31t. 35, 45 — F. GREGOROVlUS: Vita di Lu crezia Bargia — G. MORONI : Op. cit. Vol. XXXIIÌ, pag. 85 — Annali di ser Francesco Magnani da Trevi. (In Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Foligno 1921. Voi. V, pag. 258, 291, 301, 304, 317, 318).
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avessero rifiutato la chiesta fideiussione alle parti, si faceva obbligo di presentare altri fideiussori di gradimento del Legato, pena la multa di mille ducati d'oro. Il Legato stesso concedeva infine l'amnistia in tutte le pene che fossero state comminate per le lotte trascorse e ordinava ai cittadini ed ai magistrati Gualdesi, di opporsi con tutti i mezzi, anche con la forza delle armi, al risorgere della guerra civile, se non volevano essere scomunicati. Funzionarono da testimoni all'Atto, Giovan Battista di Oliviero da Nocera, Vicario Generale di quel Vescovo, Melchiorre di Ambrosio da Bologna, Maestro di Cerimonie del Legato Perugino, Giovan Battista degli Ubaldi e Vincenzo di Paolo dei Nati da Perugia. Tre Notari rogarono l'Atto.
Ma non per questo dovettero sopirsi le intestine discordie, tanto che il Vice Legato Perugino, l'11 Luglio dell'anno seguente, fu costretto a pubblicare in Gualdo un Decreto, con il quale si vietava nuovamente ai cittadini di andare armati, di girovagare di notte senza lanterna e di assentarsi dalla città privi di speciale licenza dei Magistrati ; comminandosi inoltre ai contravventori una multa variabile da uno a quattro ducati d'oro, più quattro tratti di corda.
Anche dall'esterno si minacciavano guai: Infatti i Fuorusciti Perugini, perseguitati dai Baglioni, s'erano impadroniti di Nocera, trattando i vinti in maniera più che feroce e divertendosi persino a gonfiare con i mantici i prigionieri. La nostra città fu anch'essa in grande pericolo d'essere conquistata da quei banditi, per cui nel Gennaio del 1501 i Baglioni, per conto del Papa, mandarono in difesa di Gualdo parecchie milizie. Ma ciò non impedì che la vicina Fossato cadesse essa pure nelle mani dei Fuorusciti, per cui lo stesso Gian Paolo Baglioni, nell'Aprile di quell'anno, mosse a riconquistarla, però a causa della molta neve caduta, nonostante la stagione avanzata e per la mancanza di artiglierie, non potè subito darle l'assalto e venne quindi a porre il campo a Gualdo, con mille e ottocento uomini vestiti di nero in segno di lutto della sua famiglia, non esclusi duecento Stradiotti, rimanendovi parecchio tempo e facendo delle frequenti incursioni contro Fossato, sino a che cioè potè impadronirsi di quel paese. (1)
Ai 15 di Gennaio del 1502, Lucrezia, la formosa e sciagurata figlia del Borgia, veniva ricevuta nella nostra città con magnifiche feste, mentre si recava da Roma alla Corte di Ferrara in occasione del suo matrimonio con il primogenito di quel Duca; e di questo stesso anno, Alessandro VI inviava alla cittadinanza Gualdese due Bolle, date a Roma il 4 Dicembre, con una delle quali faceva noto di aver
(1) L. BONAZZI: Op. cit. Vol. II, pag. 35 — C. CRlSPOLTI : Fatti e guerre dei Perugini. Ms. : della Biblioteca Comunale di Perugia. Libro IV, pag. 110 — F. MATURANZIO: Cronaca di Perugia dal 1492 al 1503. ms. edito nel Tomo XVI, Parte II , dell'Archivio Storico Italiano. Pag. 165 — A. FABRETTI : Op. cit. Vol. III , pag. 137 — P. PELLINI: Op. cit. Parte III, pag. 95, 98 — Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo, Doc. N°. 29 ; Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. Perg. N°. 2. ;
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incaricato il Cardinale Legato di Perugia, che era allora lo Spagnolo Giacomo Serra, detto il Cardinale Arborense, di trattare in Gualdo affari importanti, arduis peragendis negotiis, e raccomandava quindi verso lo stesso, ogni soggezione e obbedienza. Con l'altra Bolla poi, in vista della grave carestia che affamava allora la nostra regione, dava licenza di estrarre dalle terre di Casa Farnese, sessanta rubbi di grano, da servire esclusivamente al consumo dei Gualdesi, dovendosi effettuare il trasporto dall'uno all'altro luogo senza ostacoli e imposizione di gabelle.
Alla carestia, per maggiore disgrazia, si aggiungevano anche gravi brighe con vicine città, atti di malcontento nel territorio Comunale, frequenti e disastrosi passaggi di milizie mercenarie. Infatti, nel principio di questo stesso anno 1502, i Gualdesi, probabilmente sobillati e guidati da Fuorusciti rifugiati entro le loro mura, avevano effettuata un' incursione in armi nel limitrofo territorio di Camerino, facendovi danni e preda, tanto che il General Consiglio Gualdese, il 3 Febbraio, stabilì di prendere severi provvedimenti contro i forestieri residenti nella città e specialmente di espellerli, presentando nello stesso tempo le più ampie scuse al Comune di Camerino. Tre mesi dopo altri fastidi si presentavano ai nostri Magistrati, perché i Castelli di Crocicchio, Grello, S. Pellegrino e Caprara, si erano rifiutati di pagare le tasse al Comune di Gualdo, dove per di più, nonostante la pace firmata nel Maggio del 1500, si erano riaccese fiere lotte fratricide, tanto che, il 26 Aprile del 1503, come già era stato fatto tre anni prima, si adunarono nella Chiesa di S. Francesco i più autorevoli Capi e Rappresentanti delle fazioni in contrasto ed ivi, alla presenza del Podestà e di altri Magistrati cittadini, stipularono un nuovo trattato di pace e concordia, perdonandosi scambievolmente ogni danno ed offesa.
Intanto, dopo Lucrezia, nel Gennaio del suddetto anno 1503, aveva posto piede in Gualdo, con le sue numerosissime truppe, anche l'altro figlio di Alessandro VI, Cesare Borgia, tristamente famoso nella storia sotto il nome di Duca Valentino, che tentava allora di aggiungere ai suoi vasti domini, conquistati con il tradimento e con il sangue, anche la riluttante Perugia. Non era questa la prima volta che le milizie di Cesare Borgia capitavano in Gualdo, poiché un altro passagio si era verificato tra il Giugno ed il Luglio dell'anno precedente, né doveva essere l'ultimo, poiché infatti nel mese di Maggio del 1503, giungeva la temuta notizia del prossimo arrivo di altre truppe del Valentino provenienti da Spoleto, per cui i nostri Magistrati, memori delle devastazioni e dei soprusi patiti nei precedenti passaggi, non trovarono altro rimedio, che quello di versare molto denaro al Capitano che comandava quelle soldatesche, a condizione che non le facesse transitare o alloggiare nella nostra città. Ma non riuscivano però ad evitare che, nel Settembre di quello stesso anno, vi si accampasse anche il noto Capitano di Ventura Muzio Colonna, che venendo da Spello, si recava con le sue genti a recar soccorso a Carlo Baglioni in Perugia passando per Gualdo, essendogli stata preclusa la più breve via per Bastia. Portata forse da tutte queste truppe, la peste era intanto
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nuovamente comparsa nel nostro territorio, tanto che sin dal 6 Agosto 1503, la Magistratura Gualdese, per mantenere immune almeno la città, aveva decretato che nessun forestiero potesse entrare in Gualdo od essere accolto negli Ospizi del contado, pena la multa di un ducato. Ma tali precauzioni, a nulla dovettero giovare, poiché nel seguente anno 1504, la peste era già penetrata in città, tanto è vero che tra i Rogiti del nostro Archivio Notarile, in tale anno trovansi un gran numero di testamenti che si dicono fatti per timore di dover morire di peste. Con nuovi bandi, il 7 Maggio 1505, si ordinò l'isolamento degli appestati nelle proprie case e si rinnovò il divieto ai forestieri di vacare la cerchia delle mura ma, ciò nonostante, nel 1507 l'epidemia non era ancora cessata. (1)
Del suddetto anno 1504, ci restano anche due Decreti dell'Autorità Pontificia: Con il primo, in data 28 Febbraio, Raffaele Riario Card. di S. Giorgio, Camerlengo di Papa Giulio II, confermava ed approvava le seguenti disposizioni già in precedenza prese dal Comune di Gualdo:
— I. Che, morto il padre intestato, le figlie già dotate non avrebbero avuto diritto a successione coesistendo dei figli maschi.
— II. Che di duecento ducati d'oro che i Gualdesi dovevano alla Camera Apostolica per mancato pagamento di balzelli arretrati, cento se ne abbonassero ad essi.
— III. Che fosse lecito alla Comunità asportare in Gualdo frumento da altre Terre dello Stato Ecclesiastico.
— IV. Che la stessa potesse imporre i soliti tributi e balzelli anche a quei cittadini privilegiati che, per qualunque causa, ne fossero stati esenti. Con il secondo Decreto, in data 2 Aprile, il medesimo Camerlengo Cardinal Riario, mentre confermava al Comune di Gualdo i suoi Statuti e qualsiasi privilegio e concessione ottenuta dai trascorsi Papi e Legati, gli condonava altresì tutti i pagamenti che, per i soliti balzelli, doveva fare alla Camera Apostolica nell'anno corrente, più una parte di ciò che avrebbe dovuto pagare per tasse Camerali non soddisfatte dei due anni precedenti, dovendo però andare la somma condonata per il risarcimento delle Mura Castellane.
A tal proposito, nel libro di entrata e di uscita della Tesoreria Generale di Perugia e Ducato, a tempo del Tesoriere Bernardino de Cuppis, conservato nel R°. Archivio di Stato in Roma, tra le carte della Camera Apostolica, a cc. 18 e 19t, con la data 1507 troviamo scritto : « Da la Camera de Gualdo se cava quello poco avanza pagati li salariati; qual se spende poi et non basta per el pagamento de la roccha.
La Comunità de Gualdo paga omni anno a la Camera Apostolica
(1) F. Gregorovius : Op.cit. — P. Pellini: Op. cit. Parte III, pag. 183 — L. Jacobilli : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 91 — Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. Perg. N°. 4, 5 — Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Ercole di Gabriele dal 1501 al 1504. Paginazione II, C. 29, 107t, 136, 142t; Paginazione III, c.. 57bis, 75, 76t, 170 , e Rogiti dal 1505 al 1506. Paginazione I, e. 78.
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per subsidio fior. 80 a bay. 60 il F., cioè 40 in kalende de magio et li altri 40 in Kalende di novembre. Resta a dare del passato, fino a Kalende de novembre 1505, fior. centocinquanta uno, sol. 50, den. 4 — fior. 151, 50, 4.
Et per l'anno finito in Kalende novembre 1506 — f. 80.
Et per l'anno finito Kalendis novembris 1507 simili — f. 80.
Sin dal 28 Ottobre 1483, il Bolognese Antonio Albergati, nepote di Domenico Albergati, Notaro e Vice Camerlengo del Papa, aveva ottenuto da Sisto IV il Cancellierato e Camerlengato di Gualdo, sua vita durante, con la facoltà di potere esercitare tale Officio anche per mezzo di altri. Costui mantenne a lungo questi incarichi, tanto è vero che con lettera del 27 Novembre 1508, il Cardinal Camerlengo, deputava Antonio Albergati, quale Commissario della Camera Apostolica in Gualdo, per fare osservare gli ordini e Decreti Pontifici, sul corso della moneta di nuovo conio, sui pagamenti e riscossioni, che si dovevano fare con i nuovi denari chiamati giulii, al posto dei vecchi carlini, dieci dei quali valevano un ducato d'oro in Gualdo e suo distretto. E siccome era appunto il Camerlengo della città quello che doveva esigere i proventi della Camera Apostolica, è naturale che il Pontefice deputasse l'Albergati a fare eseguire scrupolosamente il nuovo Regolamento sulle monete. A proposito del Cancelierato e Camerlengato di Gualdo, noteremo anzi che tale importante Officio, durante il secolo XVI, veniva concesso dal Governo Pontificio, per quanto riguarda il nostro Comune, dietro pagamento, da parte del Titolare, di una somma ammontante a cinquecento ducati. (1)
Con la data 12 Ottobre 1509, il Legato di Perugia scriveva al suo Commissario Pompeo dei Duranti da Fano, essere egli destinato a disporre e preparare quanto era necessario, perché le numerose milizie che il Condottiero Gian Paolo Baglioni conduceva in aiuto del Duca di Ferrara, trovassero anche fra noi agevolata e favorita la loro marcia e nulla mancasse a quei temuti soldati; e inoltre nell'Aprile del 1512, giungeva in Gualdo, con le sue milizie, anche l'altro Condottiero Perugino Gentile Baglioni, che allora dominava nella sua città natale unitamente al fratello Gian Paolo, innanzi nominato.
Di quest'epoca, possediamo un rescritto, che è forse l'ultimo emesso dalla Legazione Pontificia di Perugia in Gualdo poiché, come tra breve vedremo, la nostra città venne poco dopo sottratta a! Governo del Legato di Perugia ed eretta in Legazione autonoma. Il Rescritto, con la data 12 Aprile 1513, è firmato dal Vice-Legato Perugino Giovan Maria del Monte, Arcivescovo di Manfredonia, che poi divenne Papa Giulio III, ed in esso sono contenute le disposizioni seguenti:
Arch. Vaticano: Arm. XXIX, To. 60, c. 15t e To. 221, c. 4; Reg. Vatic. 659, Officiorum Sixti IV, Lib. V, e. 122t ; Divers. Camer. To. 56, c. 93t, To. 58, c. 8, To. 60, e. 15t — GARAMPI : Op. cìt. pag. 241 — Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al X VIII Secolo. Doc. 23, 27, 33, 34,37, 40; Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. Perg. N. 6,7.
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159 - PARTE PRIMA - Storia Civile
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— I. Si confermano gli statuti, capitoli, decreti, riforme, indulti, privilegi, esenzioni etc. comunque precedentemente concessi ai Gualdesi, purché non siano in contrasto con i diritti della Santa Sede e senza pregiudizio di eventuali future modificazioni agli stessi, quando ciò fosse per vantaggio del pubblico bene.
— II. Per rendere meno gravoso il pagamento dei balzelli, si stabilisce che lo stesso debba effettuarsi, calcolando secondo la vecchia usanza, le nuove monete introdotte in circolazione da Papa Giulio II.
— III. Si condona per tre anni, il pagamento della tassa detta Sussidio, allora ammontante alla somma di cinquanta ducati annui. — IV. Delle dodici gabelle di cui la città era gravata, si sopprimono quella sui quadrupedi e l'altra sui contratti, le quali non rendevano alla Camera Apostolica più di venticinque ducati, e ciò anche in considerazione che per tale soppressione se ne sarebbero avvantaggiate altre gabelle.
— V. Si rimette al giudizio del Cardinale Legato, la proposta di sopperire alle spese di restauro del Palazzo dei Rettori del Comune, tassando i pubblici Ufficiali Comunali, con la ritenuta sullo stipendio di due bolognini per fiorino.
— VI. Essendo andato smarrito il Decreto originale con cui si toglieva alle femmine già dotate il diritto di successione coesistendo altri figli maschi, il quale Decreto era stato confermato anche da Papa Giulio II e dalla Camera Apostolica, si autorizza il Comune a procedere alla rinnovazione del Decreto stesso, munito della superiore necessaria conferma.
— VII. Si ammette l'obbligo dell'arbitrato in certe determinate vertenze, per evitare le spese e le complicanze di un provvedimento giudiziario.
— VIII. Per festeggiare la venuta e l'entrata in funzione del nuovo Legato di Gualdo, di cui era stata già decretata la creazione, si concede una generale amnistia, salvo che per i delitti di ribellione e lesa maestà e con la riserva, che se un amnistiato incorresse in seguito nella stessa pena, insieme alla nuova condanna avrebbe dovuto scontare anche quella che gli era stata condonata. (1) In questo stesso anno 1513, agli 11 di Marzo veniva assunto al Pontificato Leone X, il quale muoveva subito guerra al Ducato di Urbino, che voleva togliere a Francesco Maria della Rovere, per darlo al proprio nepote Lorenzo dei Medici, e la nostra città, sorgendo appunto presso la linea di confine tra i possessi della Chiesa e il Ducato d'Urbino, acquistava, come luogo di frontiera, una grande importanza. Perciò Leone X eleggeva Gualdo in Legazione autonoma, indipendente da quella di Perugia e come tale ne dava il governo a vita, con il titolo di Governatori o Legati, ad appositi Cardinali, i quali però non sempre tennero tale giurisdizione sino alla morte ed avevano la propria residenza nella nostra città, che prima, come vedemmo, dipendeva invece quando dai Legato di Spoleto, quando da quello di Perugia. In pari tempo, veniva rafforzata e presidiata convenientemente le nostra
( 1) T. Alfani : Memorie Perugine dal 1502 al 1527. Pubblicate nell'Archivio Storico Italiano. Tomo XVI, Parte II, pag. 261 — Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N. 35, 41.
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160 - PARTE PRIMA - Storia Civile
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Rocca Flea, ponendola in grado di resistere ad ogni sorpresa. (1)
Fu primo Legato a vita, dal 1513 sino al 1533, il Cardinale Antonio Ciocchi di Monte San Savino, perciò detto il Cardinal Del Monte, del Titolo di San Vitale, che assai raramente dimorò a Gualdo, lasciandone in di lui assenza il governo ad un suo Luogotenente, come del resto usarono fare anche i Legati che gli successero. Uno dei suoi primi Luogotenenti in Gualdo, fu un Benedetto Valenti da Trevi. Da costui, appunto tra le nostre mura, nacque quel Monte Valenti che, divenuto adulto e Commissario o Governatore Papale, nell'esplicazione di tale Officio, nell'esercizio della giustizia, rimase tristamente famoso, per la sua crudeltà, in Bologna, in Ravenna, in Ancona, in Roma, e massimamente a Terni, dove fu mandato dal Papa nel 1564, per reprimere la guerra civile tra i Nobili e i Banderari. Il nome, invero strano di Monte, assegnato da Benedetto Valenti al proprio figlio, fu un atto d'omaggio verso il su ricordato Legato Gualdese Antonio Del Monte.
A quest' ultimo si deve anzitutto la ricostruzione del primitivo acquedotto, malandato e divenuto insufficiente, mercé la quale opera gran copia di purissima e fresca acqua sorgiva, dalla valletta di Santo Marzio nella sovrastante montagna, scese nell' interno della città, dove fece pure fabbricare parecchie fontane pubbliche. Queste, nella prima metà del secolo XVII, già raggiungevano il numero di dieci ed in alcune di esse a noi pervenute, sino a pochi anni or sono vedevansi scolpiti sulla pietra gli stemmi del Cardinale Legato e dei suoi Luogotenenti. Uno di questi stemmi, ancora ci rimane nella bella fontana esistente sul fianco della Chiesa di S. Benedetto. Anche cotesto nuovo acquedotto, come il primitivo, innanzi di penetrare in Gualdo, attraversava la grande mole della Rocca Flea e ne alimentava anzi il profondo fossato che cingeva la fortezza a ponente e su cui si abbassava il Ponte Levatoio. Di maniera che, in tempo di assedio, chi possedeva la Rocca poteva a suo beneplacito assetare l'intera città, se le esigenze della guerra lo avessero chiesto. L'acquedotto in muratura costruito dal Cardinale Del Monte, funzionò immutato sino al 1896, nel quale anno fu sostituito con l'attuale condottura metallica, recante l'acqua sotto forte pressione. Dallo stesso Legato, fu poi portata a fine la sistemazione della Piazza Maggiore, facendo innalzare quel braccio di fabbricati che oggi fronteggia la residenza Municipale e dove ancora si vede murata una piccola lapide con l'iscrizione: Laeta nimis vivas gens tuta potentibus armis, nonché un grande stemma del Comune. Tutto quel vasto spazio veniva così allora diviso in due parti comunicanti tra di loro per mezzo di un arco e cioè la Piazza Maggiore o del Comune (oggi Piazza Vittorio Emanuele) e la Piazza del Sopramuro, la quale ultima denominazione, è bene ricordarlo, noi ritroviamo però in documenti di molto precedenti e cioè della seconda metà del Quattrocento.
(1) G. MORONI: Op.cit. Vol. XXXIII, pag. 78 e seg. — L. JACOBILLl : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 23.
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161 - PARTE PRIMA - Storia Civile
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Con Breve di Leone X, dato a Firenze il 29 Gennaio 1516, indirizzato al Card. Antonio Del Monte, il Pontefice faceva anzitutto notare, come molti beni, che per i continui sconvolgimenti politici, apportatori di confusione, erano scomparsi dai libri del Catasto Gualdese, clandestinamente fossero passati poi in mano di usurpatori, che ne godevano il possesso, senza neppure pagarvi le tasse Camerali, non risultando intestati ad alcuno. Dopo avere dichiarato che tali possessioni dovevano invece essere considerate come proprietà della Camera Apostolica, lo stesso Pontefice ordinava che, mediante un nuovo Catasto, i beni stabili usurpati come sopra si è detto, venissero re | |