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Gli Ordini Religiosi ed i loro Monasteri
I Frati Minori Conventuali ed il loro Convento di S. Francesco.
SECONDO i tre noti Codici Medioevali Gualdesi, anche qui in nota citati, Codici che meritano ogni nostra fede perché scritti appena un secolo dopo la morte di S. Francesco d'Assisi, costui giovane ancora ed in abito secolare, innanzi che istituisse il suo primo Ordine, durante le frequenti peregrinazioni nell' Umbria, era pervenuto anche nell'antico ed oggi diruto Gualdo che allora sorgeva a Valdigorgo, il quale luogo è oggi chiamato Valle di S. Marzio ed è ben noto ai Gualdesi, ivi esistendo le abbondanti sorgenti che alimentano l'acquedotto dell'attuale città. Si aggiunge nelle Cronache su indicate, che gli abitanti del Gualdo di Valdigorgo, per la loro rozzezza incapaci di comprendere la nuova dottrina del grande riformatore, l'avevano accolto come un pazzo e clamorosamente scacciato tra le beffe e le risa, inseguito dai ragazzi schiamazzanti e che contro di lui lanciavano sassi, bastoni, sandali e fango. E che ritornando indietro, il grande Assisano, giunto al fiume Rasina, allora presso il confine del territorio Gualdese, si deterse con quelle acque del fango e delle immondezze che erano stati lanciati sulla sua persona e riprese pazientemente il cammino, per portare ad altri luoghi la sua parola rinnovatrice. Ma istituito il suo primo Ordine e sparsasi nell' Umbria la fama di lui, alcuni Frati Minori si stabilirono anche nel Gualdo di Valdigorgo, a quel che pare per opera di S. Rinaldo Vescovo di Nocera, ed ivi eressero circa il 1219, un piccolo Convento con Ora torio, intitolato ai S. S. Stefano e Lorenzo Martiri, che è oggi scomparso. Sono anzi fino a noi pervenuti i nomi di alcuni tra i primi abitatori di questo Chiostro e cioè un Frate Pietro, al secolo Conte Sasso di Branchefortis, già soldato a servizio dell' Imperatore Fede rico II, un Fra Domenico, un Fra Ginepro o Giunipero, un Fra Giovanni Ernicola, un Frate Fava, quasi tutti Gualdesi, il quale ultimo, lasciati i compagni, si era in seguito recato anzi a vivere, tra aspre privazioni e dure penitenze, nell'orrida grotta che vedesi ancora oggi sotto le rupi di Campitella, da dove, prossimo a perire di stenti, venne poi ricondotto nel non lontano Convento di Valdigorgo.
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Un altro, tra questi primi discepoli del gran Santo Assisano, e cioè un Fra Pietro da Gualdo, con pochi compagni, intorno al 1223, si recò invece a fondare nella vicina Gubbio, il Convento Francescano della Vittorina, dove morì verso il 1230. È importante qui anche ricordare, che nel suddetto Convento Gualdese di Valdigorgo, circa il 1224, si recò ad abitare per breve tempo lo stesso S. Francesco, ricevendovi accoglienza ben diversa da quella che già abbiamo narrata e fu anzi egli che pietosamente ricondusse al Chiostro, come sopra si è detto, il suo troppo zelante discepolo Frate Fava.
Ed è notevole il fatto, che quell'angolo alpestre, nell'alto Medio-Evo, con speciale predilezione, fosse stato asilo di uomini venerati poi per santità e per dottrina. Basti citare il fondatore dell'Ordine Camaldolese S. Romualdo (1009-1011), S. Facondino Vescovo di Tadino, il suo Diacono Beato Gioventino, S. Pier Damiano, S. Giovanni da Lodi Vescovo di Gubbio, S. Rinaldo Vescovo di Nocera, S. Felicissimo, i quali già prima dei seguaci di S. Francesco, per più o meno lungo tempo, condussero vita eremitica sulla montagna sovrastante all'antico Gualdo di Valdigorgo, la quale appunto da essi prese l'attuale nome di Serra Santa e sul cui vertice sorge anzi anche oggi una vetusta chiesa dedicata alla S. S. Trinità.
Distrutto da un immane incendio, come già si disse, nel 1237, il Gualdo di Valdigorgo e rifabbricato sul Colle S. Angelo ove è attualmente, anche i Frati Minori vollero seguire le sorti della nuova città, dove andarono a stabilirsi circa il 1241, abbandonando il Convento di Valdigorgo. In quest'ultimo, rimasto deserto, presero stanza in varie epoche altri Frati Francescani ed anche dei Laici, per condurvi vita eremitica. Prima di ogni altro il Laico Beato Maio che, nato secondo Jacobilli l'anno 1220 nel Gualdo di Valdigorgo, dopo avere rinunciato a pubbliche cariche, tra l'altro a quella di membro del General Consiglio Gualdese, tanto che in seguito vari luoghi dell' Umbria e delle Marche lo elessero persino a Patrono dei propri Consigli Comunali, dopo avere donato per beneficenza tutti i suoi beni al Comune, che li destinò poi all'antico Ospedale Gualdese della Carità, dopo avere dedicato tutta la sua vita ad opere pie, si rinchiuse nell'Eremo suddetto dove morì e fu sepolto nel 1260 secondo il Cronista Fra Paolo e nel 1270 secondo lo Jacobilli, venendo poi trasferite le sue spoglie, durante il XIV secolo nella nuova Chiesa di S. Francesco, entro una nicchia sotto il pulpito di destra, dove vedesi ancora una lapide di pietra rossa, che porta incise con lettere gotiche le parole : H. S. OSSA SCI MaII. Da tale sepolcro, in epoca imprecisata, queste ossa furono collocate sull'Altare Maggiore della stessa Chiesa di S. Francesco, dalla quale poi, il 10 Dicembre 1907, passarono nella Chiesa di S. Benedetto, nel primo Altare a sinistra di chi vi entra.
Intorno al 1243, nell'Eremo di Valdigorgo si recò anche l'altro eremita Gualdese Beato Marzio, poco più che trentenne, con i suoi compagni Fra Salvetto o Silvestre, che gli era fratello, Fra Leonardo, Fra Filippo Sacerdote ed altri insieme ai quali professava
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la regola del Terzo Ordine di S. Francesco, venendo in tale occasione da essi restaurato l'Eremo stesso. Questo Beato Marzio, era nato circa il 1210 nel villaggio Gualdese di Pieve di Compresseto e, prima di vestire l'abito Francescano, aveva esercitato in Gualdo con i fratelli il mestiere di muratore. La dimora di questo anacoreta e dei suoi compagni nell'Eremitorio suddetto, è ricordata in una nostra antica pergamena, avente la data 28 Luglio 1290 e contenente il testamento di tal Salvuzio Sarto, nella quale si legge che il testatore lasciava, tra l'altro, dieci solidos alla Chiesa dei Frati di Marzio (ecclesie fratrum Martij). Che questo primo Convento Francescano non fosse stato completamente abbandonato dai Religiosi, ma che per molto tempo ancora ad essi abbia servito quale dimora, indipendentemente dal nuovo Chiostro sorto entro Gualdo, è anche provato da altri documenti : Una pergamena di quell'epoca, contenente il testamento di tal Giovanni di Ventura di Acquittolo Notaio, in data 4 Aprile 1288, ci dice che costui, tra vari Legati, ne stabiliva uno di nove solidos Cortonesi al Convento di S. Francesco di Gualdo (. . . . operi loci fratrum minorum de Gualdo) e separatamente un altro di cinque solidos a favore dei Frati abitanti presso il vecchio Castello di Gualdo in Valdigorgo (. . . . fratribus moran tibus apud castrum vetus, pro opere ipsius loci). Persino nella fine del XV secolo, troviamo prove che quell'antico Eremo era ancora abitato da Religiosi. Basti ricordare il testamento del celebre Pittore Gualdese Matteo di Pietro, avente la data 2 Novembre 1492, con il quale lo stesso prescriveva di essere sepolto nella Chiesa di S. Benedetto, sino a cui la propria salma doveva essere trasportata, dai Frati Eremiti abitanti nell'Eremo di S. Francesco, fuori della città.
Il suddetto Beato Marzio, negli ultimi anni della sua vita, divenuto completamente cieco, si spense e fu sepolto nell'Eremo Francescano di Valdigorgo, l'anno 1301, seguendo nella morte il fratello Salvetto e precedendo i compagni Filippo e Leonardo. Lo Jacobilli, nelle sue « Vite dei Santi e Beati di Gualdo » pone la morte del Beato Marzio il giorno 8 Ottobre dell'anno suddetto. Ma in un prezioso Codice Liturgico del XIII secolo, che si conserva nell'Archivio Capitolare della Cattedrale di Gualdo Tadino, contenente tra l'altro un Kalendarium, di fianco alla data IX Kalendas novembris (24 Ottobre), trovasi annotata con caratteri coevi della morte del Beato, la notizia seguente : « Obitus fratris Martii venerabilis here mite ac sanctitate preclari sub anno domini MCCCI». Dobbiamo quindi ritenere come più sicuro, il giorno 24 Ottobre quale data della di lui morte.
Tra la fine del secolo XVI e il principio del XVII, essendo crollato il vetusto edificio Francescano di Valdigorgo, i Priori del Comune di Gualdo volevano trasportare processionalmente le ossa del Beato Marzio nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, ma il Vescovo di Nocera ordinò invece che le ossa suddette venissero trasferite e inumate in un'altra Chiesuola dedicata a S. Anna, che esisteva allora pochi passi lontano dall'Eremo del Beato Marzio e della quale diffusamente tratteremo nella parte riguardante la storia delle
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Chiese Gualdesi. L'ordine del Vescovo fu senz'altro eseguito ; ma anche la Chiesuola di S. Anna andò in rovina nel principio del secolo XVII e perciò nel 1608, le ossa del Beato Marzio, con il permesso del Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, vennero trasportate nella Chiesetta suburbana di S. Rocco ed ivi inumate. Il trasferimento fu anzi effettuato dalla Confraternita Gualdese di S. Giovanni Battista con il solenne intervento del Clero. Il 22 Giugno del 1766, rinnovando una domanda già inutilmente fatta anche nell'Agosto del 1735, i Minori Conventuali di Gualdo chiesero al Comune il permesso di trasferire quella venerata salma nella loro Chiesa di S. Francesco, per esporla al culto nel tumulo ove trovavansi anche le ossa del Beato Maio, e la Municipalità rispose che accordava il permesso, subordinandolo però alla definitiva approvazione dell'Abbate Commendatario di S. Donato, essendo l'Oratorio di S. Rocco soggetto a tale Commenda Abbaziale. Ma l'Abbate non solo dovette opporsi, ma pare anche che, qualche anno dopo, facesse pratiche per trasportare quelle sante ossa nella sua Chiesa di S. Donato, tanto che i Minori Conventuali, pensarono di prevenirlo e nascostamente, di notte tempo, le involarono da S. Rocco e le tumularono nel loro Tempio di S. Francesco, sotto l'Altare della famiglia Granella, nonostante le vive proteste dell'Abbate e del Comune. La località ove l'antico Eremita Gualdese visse e morì, cambiò poi a poco a poco il nome di Valdigorgo, in quello attuale di Valle di S. Marzio.
Ritornando ora alla principale residenza dei Frati Minori, come poco prima dicemmo, circa il 1241, gli stessi, abbandonato il Convento di Valdigorgo, andarono a stabilirsi in Gualdo, dove eressero un altro piccolo Convento con Chiesa dedicata a S. Francesco, su terreno ad essi donato da un patrizio Gualdese di nome Oddo. E a questa prima donazione, altre ne seguirono a favore dei nostri Frati Minori, fra le quali quella del Feudo di Collemincio, adessi concesso, assai più tardi, dal Perugino Teseo Rodulphius, con l'interposizione di un Fra Giovanni de partibus Galliae, come lo qualifica il Tossignano.
Il nuovo Convento, già si è detto eretto nel 1241, fu da alcuni Scrittori identificato con quello dell'Annunziata dei Minori Osservanti che anche oggi sorge nei dintorni della città, ma ciò è completamente errato, poiché quest'ultimo fu costruito, come a suo tempo vedremo, quasi due secoli dopo. Si può invece con ogni sicurezza asserire, che il nuovo e secondo Convento dei Frati Minori sorse entro Gualdo e precisamente nel luogo dove rimase sino ai tempi moderni. Ciò si deduce da un Istrumento redatto in Nocera dal Notaio Filippo Calmata l'8 Agosto 1293, «Apostolica Sede vacante», come leggesi nell'Istrumento stesso, mediante il quale i Frati Minori di Gualdo, con a capo il loro Guardiano Accursio, comperavano da Matteo di Bartolomeo, Priore della Cattedrale di Nocera, per tre centas libras bonorum denariorum Cortonensium, da pagarsi in tre anni nella festa di Tutti i Santi, un Oratorio intitolato a S. Maria della Misericordia, con orto e vari fabbricati annessi.
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Dalla Descrizione appunto di questi beni contenuta nell' Istrumento, si apprende che gli stessi, confinavano da un lato con il Convento dei Frati Minori di Gualdo e dall'altro con il vicino Convento di S. Agostino, che sorgeva e sorge infatti tuttora entro la città, prossimo a quello di S. Francesco. E' questa la prova migliore che il secondo Convento dei Francescani fu eretto entro Gualdo, nel luogo dove poi sempre rimase sino ai tempi moderni. Il documento contenente l'Atto di acquisto or ora descritto, mal conosciuto da alcuni antichi scrittori di cose Francescane, ha dato origine a varie inesattezze in proposito: Pietro Rodolfo da Tossignano, scrive infatti che l'8 Agosto 1283, in tempo di Sede Vacante, i Frati Minori si trasferirono in Gualdo. Il Wadding, riporta questa notizia ma intravvede un errore nella data poiché la stessa non corrisponde a tempo di Sede Vacante, ma bensì al Pontificato di Martino IV. Lo Jacobilli, mentre in una sua opera fissa anch'esso la venuta dei Francescani entro Gualdo agli 8 di Agosto del 1283, ha invece in altra opera la data 1288, la quale ultima è anche poi ripetuta dal Dorio. Gli storici suddetti errarono dunque, non solo citando l'anno dell'avvenimento, ma questo stesso falsarono dando come venuta dei Francescani entro Gualdo un Atto che consistette invece nell'ampliamento e nella rinnovazione della loro Chiesa e del loro Convento.
Con l'acquisto dei suddetti beni della Cattedrale di Nocera, cominciò il più florido periodo della loro esistenza per i nostri Frati Minori, che nel terreno acquistato eressero uno spazioso Convento e l'attuale bella Chiesa di S. Francesco. Subito vediamo interessarsi di essi, per cose riferentisi a pratiche religiose, il Pontefice Nicolo IV, con Bolla data il 5 Aprile 1291, Poco dopo troviamo ricordato nuovamente il Chiostro di Gualdo in un atto Papale: Infatti Papa Giovanni XXII, con Breve dato in Avignone il 20 Giugno 1328, aveva ordinato di pubblicare nei Conventi Francescani, il processo e la condanna emanata contro Michele da Cesena, già Ministro Generale dei Frati Minori e i due Frati di questo Ordine, Bonagrazia de Pergamo e Guglielmo Okam inglese, fuggitivi, scomunicati e colpevoli di eresia e del crimine di Scisma. La pubblicazione di questo storico processo, avvenne nel Convento dei Frati Minori di Gualdo il 28 Agosto di quello stesso anno, per opera di Fra Francesco di Bonapatria, alla presenza dei testimoni Fra Elemosina di Maestro Leonardo Vicario, Fra Pietro di Bartoluccio, Fra Galgano di Avolcrone, Fra Ceccolo di Mattia e Fra Angeluccio di Atto, tutti Religiosi del Convento.
Fu durante i fatti or ora narrati, cioè tra la fine del XIII e il principio del XIV secolo, che nel nostro Convento di S. Francesco visse quel Fra Paolo, che è ritenuto il Compilatore della Cronaca di Gualdo e di una raccolta di Vite di Santi già esistenti nel Convento suddetto. Altro Francescano Gualdese da ricordarsi in quell'epoca è il Beato Pietro Terziario che, nato nell'ultimo decennio del secolo XIII, trascorse gran parte della sua vita eremiticamente sulla montagna del nostro villaggio di Rigali, morendovi il 29 Giugno 1367. Sul suo eremo, dove fu sepolto, sorse una Chiesa intitolata a
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S. Pietro, la quale Chiesa essendo andata poi distrutta, venne ricostruita nel 1632 entro il villaggio suddetto. In tale occasione le spoglie di Frate Pietro, dalla diruta Chiesa di Rigali venivano trasportate in un Tempio dei Frati Minori del territorio di Gubbio da dove poi nel 1450, erano trasferite nella Chiesa di S. Francesco entro Gubbio; il quale fatto fece erroneamente scrivere ad alcuni che egli fosse morto nel Chiostro Eugubino di S. Francesco. Né possiamo qui tacere che questo Beato Pietro ebbe per ventiquatto anni, quale suo discepolo e suo compagno nell'Eremo della Montagna di Rigali, un altro Francescano e cioè quel Beato Tommasuccio che, scrittore di poetiche profezie, fu emulo del celebre Fra Jacopone da Todi. Inoltre Fra Tommasuccio, dopo la morte del Beato Pietro, avvenuta come si è detto nel 1367, si trasferì per tre anni nel su ricordato Eremo Francescano di Valdigorgo vicino a Gualdo. Probabilmente, è perché il Beato Tommasuccio visse lungamente nel territorio Gualdese che egli, in quasi tutti gli antichi Codici contenenti le sue Profezie, viene indicato come nativo di Gualdo, mentre invece sembra che nascesse a Valmacinaia, in territorio di Nocera Umbra, presso il confine del territorio Gualdese. Della vita e delle gesta di questo strano, originale e profetico rimatore, sarebbe qui superfluo occuparsi, avendone già trattato esaurientemente tanti illustri scrittori antichi e moderni. Ma io ho voluto almeno ricordarlo per i grandi e continui rapporti che, durante la sua vita, egli ebbe con la nostra città e con le istituzioni Francescane Gualdesi.
Ritornando al Convento di S. Francesco in Gualdo, diremo ora che quasi nessuna notizia di esso ci è pervenuta dal secolo XIV in poi, essendo andato disperso quell'Archivio Claustrale. Solo sappiamo che vari Padri Conventuali Gualdesi, furono elevati al grado di Ministri Provinciali. Così un Fra Paolo da Gualdo, designato a quest'officio nel 1425, un Fra Bonfilio da Gualdo eletto nel 1580 e un Fra Felice Mattioli pure da Gualdo, che ebbe la nomina il 18 Ottobre 1667, nel Capitolo tenuto in Amelia. Così pure un Fra Francesco da Gualdo, fu Maestro e Ministro Generale dei Padri Conventuali dal 1590 al 1593.
Da un decreto della Camera Apostolica, in data 6 Ottobre 1576, apprendiamo poi che ai nostri Frati di S. Francesco, il Distributore del Sale di Nocera, doveva ogni anno gratuitamente elargire, per loro uso, duecento libbre di sale e questa quantità ci fa supporre che, sin d'allora, fosse già di molto diminuito il numero di quei Religiosi. E la diminuzione dovette in seguito accentuarsi, poiché per effetto della Costituzione emanata da Innocenzo X il 15 Ottobre 1652, con la quale si sopprimevano tutti quei Conventi nei quali non risiedevano almeno sei Religiosi, riducendoli a stato Secolare, anche i Minori Conventuali di Gualdo dovettero partirsi de tale città ed abbandonare il loro Convento. In quest'ultimo, per effetto di un Decreto del Vescovo di Nocera emesso il 2 Ottobre dì quello stesso anno, presero perciò stanza cinque Preti Secolari, che avrebbero gestite altrettante Cappellanie Sacerdotali Perpetue, allora istituite nella Chiesa di S. Francesco, con le rendite di questa
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e del Convento e con i relativi oneri e cioè Messa quotidiana, più ogni altra funzione inerente al culto. Però in seguito a pratiche iniziate dal Comune di Gualdo sin dal Gennaio del 1674 presso la Santa Sede, nel Settembre del 1689 i Minori Conventuali ritornarono nel loro Chiostro di S. Francesco, dove furono ricevuti con grandi feste dalla popolazione e dal Comune, che ad essi diede incarico di fare scuola di Teologia e Filosofia. Ciò nonostante al Comune stesso, quei Frati mossero lite nel principio del secolo seguente, pretendendo di essere esentati dal pagamento dei Dazi Camerali, lite che provocò una decisione della Curia Pontificia in data 10 Marzo 1772.
Rimasero poi tra noi i Minori Conventuali sino alla Demaniazione del loro Chiostro, decretata dall'attuale Governo Italiano quando subentrò al Pontificio.
Questo Convento di S. Francesco oggi più non esiste, essendo stato trasformato parte in abitazioni private, parte in Officina Elettrica Municipale e in parte demolito, durante la seconda metà del XIX secolo, perché pericolante in seguito al terremoto del 1751. L'attuale Piazza Giordano Bruno, occupa oggi infatti l'area dove un tempo esisteva il Chiostro del Convento, Chiostro che era tutto ornato di belle colonne in pietra andate distrutte. (1)
(1) Fra Agostino da Stroncone M. O.: Umbria Serafica. Manoscritto del sec. XVII pubblicato in Miscellanea Francescana. Foligno. Vol. II, pag. 171; Vol. III , pag. 94 e 153; Vol. IV, pag. 28; Vol. X, pag. 114; Vol. XI, pag. 153; Vol. XII, pag. 92, 152, 153 - L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1053. Pag. 30, 50, 69 e seg., 80, SI, 90 - L. WADDING: Annales Minorimi. Anni 1283,1520,1540 - padre venanzio da lagosanto: San Francesco d'Assisi e i suoi tre Ordini in Oualdo Tadino. Milano 1896. Pag. 19 - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Oualdo e della Regione di Taino. Foligno 1638. Pag. 51, 52, 57, 61, 62, 63 - Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1593 al 1601, e. 1461; dal 1602 al 1607, e. 97 e 1021; dal 1607 al 1612, c. 50, 63, 71, 821; dal 1685 al 1698, c . 53; dal 1729 al 1740, e. 39t; dal 1765 al 1788, c . 28 a 32 - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell' Umbria. Tomo II. Foligno 1656. Pag. 122, 123, 148, 322, 324; Tomo III. Foligno 1661. Pag. 335, 434 - O. MORONI: Dizionario di Erudiziene Storico Ecclesiastica. Vol.XXXIlI, Pag. 78 e seg.; Vol. XLV1I1, Pag. 63 - O. Caiani: Raccolta Manoscritta di Memorie Storielle Gualdesi. Vol. 1 (Istrumento di acquisto dei Frati Minori di Gualdo, di alcuni beni della Cattedrale di Nocera. Anno 1293) - Biblioteca del Seminario di Foligno; Manoscritti di L. Jacobilli (Codice A. II. 16, e. 89t; Cod. A. VI. 6, c. 269; Cod. C. VIII. 11, c. 36; Cod. C. V. 5, anno 1219 e 1367) - D. Dono : Istoria della Famiglia Trinci. Foligno 1638. Pag. Ili - Petrus Rodulphus Tossinianensis : Historiarurn Seraphicae Religionis Libri tres etc. Venezia 1586. Pag. 254 - P. CENCI : Costituzioni Sinodali della Diocesi di Gubbio dei Secoli XIV e XV (\n Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Foligno 1913. Vol. I, Pag. 293) - C. Eubel: Bullarium Franciscanuin. Tomo V. Roma 1898. Pag. 351 - R. Guerrieri: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. Pag. 21 a 23 - O. SBARAGLIA : Bullarium Franciscanum Romanorum Pontificum. Roma 1765. Tomo III. Pag. 531 (in nota) - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Ercole di Gabriele dal 1470 al 1496. e. 41 - Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. Parte I, Perg. Num. 10.1 e Parte II, Perg. unica del 1281-1282; Sec. XVIII, Perg. A - R. CARNEVALI : Vita di S. Rinaldo. Foligno 1877. Pag. 115- Bollandisti: Nella Vita di S. Rinaldo - B. COLLINA : Vita di S. Romualdo. Bologna 1748. Parte I, Capo 32 e Parte li, Capo 52 - O. GRANDI: Dissertationes Camaldulenses. Lacca 1707. Dissert. li, Pag. 113, 133 - Biblioteca Vaticana:
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I Frati Minori Osservanti ed il loro Convento dì S. Maria Annunziata.
Nella seconda metà del Quattrocento, sulle prime pendici del monte sovrastante a Gualdo, nei dintorni del luogo dove più tardi, come tra poco vedremo, sorse l'attuale Convento dell'Annunziata dei Frati Zoccolanti, esistevano cinque antichissimi Eremitori, prossimi l'uno all'altro. Questo luogo chiamavasi in quel tempo «Le Pretaie» (Pietraie) forse perché dovunque cosparso di rupi e talvolta trovasi invece indicato come « Le Romite » certo per l'esistenza in esso degli Eremitori suddetti.
Uno di questi consisteva nel piccolo Chiostro che, come narrammo nel precedente Capitolo, intitolato ai S. S. Stefano e Lorenzo Martiri, aveva accolto anche l'eremita Gualdese Beato Marzio ; un secondo Eremitorio trovavasi attiguo alla piccola Chiesa di S. Anna, della quale in seguito tratteremo ; un terzo ci risulta dedicato a S. Giovanni ; un quarto, con Chiesuola, chiamavasi di S. Maria delle Grazie o di S. Girolamo, l'ultimo e più importante, era intitolato a S. Tommaso ed anche esso appare munito di Chiesa. Questi cinque Eremitori, i quali sorgevano tra loro vicini, in mezzo a rocce e tra la folta boscaglia che allora ricopriva quella località, erano tutti abitati da Anacoreti del Terzo Ordine di S. Francesco, ossia da Terziari Regolari, i quali, pur vivendo separati nei propri Eremi, si riunivano momentaneamente, quando era necessario, in uno di questi, per trattare qualche importante affare che a tutti riguardasse, ad esempio per l'elezione del loro comune Capo o Ministro. Rivestiva tale carica, nell'ultimo decennio di quel secolo, un Fra Bernardino di Cola da Toscanella, il quale viveva nel suddetto Eremo dei S. S. Stefano e Lorenzo anche dette di S. Marzio, dove avevano stanza altri due Anacoreti e cioè Fra Pellegrino di Angelo Gareggie e Fra Bernardino da Bergamo. Nell'Eremo di S. Anna trovavasi un tal Giacomo da Perugia ; in quello di S. Giovanni eravi un Fra Andrea di Giovanni Ayder da Villach (Carinzia); in quello di S. Maria delle Grazie o S. Girolamo,
Codice 7853 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) c. 10t, 33t, 34, 34t; Cod. Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) Pag. 53, 81, 82; Cod. Urbinate 48, c. 218t - Arch. Storico di Dubbio. Fondo Armanni : Codice II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) nella Leggenda di S. Francesco, da c. 68 a c. 74t; del Beato Maio, da c. 115 a c. 119t; del Beato Marzio, da c. 120 a c. 125t; nonché in altre Leggende del Codice a c. 110, 138, 138t, 139, 144t - Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Codice 341, c . 117a della Paginazione antica corrispondente a e. 121a di quella moderna (in nota) - M. FALOCl PULIGNANI : Le Arti e le Lettere alla Corte dei Trinci. Foligno 1888. Pag. 69 e seg. ; Le Profezie del Beato Tommasuccio. Foligno 1887 - Arch. Vaticano: Arch. XXIX. Tomo 244, e. 97t - Arch. Vescovile di Nocera Urnbra : Atti di Sacre Visite nella Chiesa di S. Francesco in Gualdo - R. F. marczìc : Apologia per l'Ordine dei Frati Minori. Lucca 1750. Tomo III, Pag. 141 - frate giusto DELLA ROSA : Leggenda del Beato Tommasuccio (In Bibliot. Ambrosiana di Milano. Cod. 1. 115; in Bibliot. del Seminario di Foligno. Cod. C, 1. 14; in Miscellanea Francescanavol. XXXI, da pag. 246 a 248).
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risiedevano un Fra Antonio di Giacomo da Siena ed un Fra Marino di Antolino de Curtis da Offida ; finalmente nell'Eremo di S. Tommaso, più frequentato di lutti gli altri, risiedevano Fra Francesco di Giglio di Nicolo, Fra Paolo di Nicolo, Fra Nicolo di Luca e Fra Andrea di Pietro, tutti quattro di nazionalità Albanese, più Fra Giorgio di Alegrino da Zara, Fra Luca di Giuliano di Biagio Massaroli da Cagli e Fra Bernardino di Giuliano anch'esso da Cagli. Ci sono pervenuti i nomi anche di altri Frati Anacoreti viventi allora negli Eremi suddetti, senza specificazione di luogo, ad esempio un Fra Domenico di Francesco da Offida, un Fra Lorenzo di Galeotto da Fossato, un Fra Sebastiano di Leonardo originario di Baviera e un Fra Benedetto di Simone da Ragusa de partibus Sclavonie. E qui noteremo per incidenza, a proposito di Frati Francescani stranieri nei nostri Conventi, che contemporaneamente ne esistevano anche nel Chiostro di S. Francesco dei Minori Conventuali entro Gualdo, ad esempio un Fra Matteo di Benedetto e un Fra Giorgio di Matteo ambedue de partibus Sclavonie, e un Fra Pietro di Maestro Giovanni de Alamania. La presenza di tutti questi Frati venuti dalla Germania, ma specialmente dall'altra sponda dell'Adriatico, è cosa invero assai strana, ed un tal fatto potrebbe forse spiegarsi con le invasioni poco prima avvenute della Slavonia e dell'Albania per opera dei Turchi, da dove gran parte della popolazione era fuggita davanti ai feroci invasori.
I cinque Eremitori di cui stiamo trattando, appartenevano tutti al Comune di Gualdo il quale, tra i suoi Magistrati, aveva infatti anche i cosi detti Sindaci degli Eremitori, i quali venivano periodicamente eletti in numero di due e si occupavano della dimora degli Anacoreti nei vari Eremi, nonché di provvedere alla buona conservazione di questi ultimi. Oltre a ciò, ogni anno, il 10 di Agosto, il Comune di Gualdo addiveniva ad una originale cerimonia per confermare i suoi diritti di proprietà su i Romitori, e questa cerimonia si svolgeva nel modo seguente : I Priori del Comune, si recavano nell'Eremo di S. Marzio e si ponevano a passeggiare, come in casa propria, nell'interno di esso, nonché nella Chiesa e nell'orto contiguo. Allora il Ministro degli Eremiti si presentava ad essi e dichiarava spontaneamente ad alta voce ed in pubblico, che l'Eremo apparteneva al Comune di Gualdo e che i Frati Anacoreti lo tenevano e l'avrebbero anche in avvenire tenuto per conto del Comune stesso, dopo di che i Priori si allontanavano.
Ma i Frati dei vari Eremi, dovettero un giorno sentire il bisogno di riunirsi in un unico, più grande e più comodo Convento, e di questo Progetto prese l'iniziativa il su ricordato Fra Marino di Antolino de Curtis da Offida. Costui infatti, mediante Atto Notarile del 30 Ottobre 1497, riuscì a farsi cedere dal Comune di Gualdo, una parte della vasta zona di terreno montano su cui sorgevano i cinque Eremitori, con la condizione che il Comune stesso avrebbe inoltre rimborsato a Fra Marino, tutte quelle spese che egli avrebbe dovuto sostenere per Eventuali costruzioni di nuovi edifici sul terreno come sopra ceduto.
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296 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Fu così che nel principio del secolo seguente, ivi potè sorgere per i Frati Anacoreti del Terzo Ordine di S. Francesco, in mezzo ai vecchi Eremitori, un nuovo ed unico Convento, intitolato poi a S. Maria Annunziata, che è quello appunto tuttora esistente e il di cui antico sigillo portava infatti nel centro la scena dell'Annunciazione.
Intanto però, mentre accadevano i fatti or ora narrati, si incominciò a vagheggiare in Gualdo, l'idea di crearvi anche un Convento per i Frati Minori Osservanti, i cosi detti Zoccolanti, e si pensò anzi d'introdurli nel vecchio sopra ricordato Eremo di S. Tommaso, convenientemente restaurato e ingrandito. Alcuni documenti del nostro Archivio Notarile, ci permettono di stabilire con grande approssimazione, l'epoca in cui i Minori Osservanti andarono ad occupare l'antico Eremitorio di S. Tommaso e questi documenti consistono in quattro testamenti, successivamente fatti da una stessa persona e cioè da tal Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli da Gualdo, di professione Notaio e del quale molti volumi di rogiti esistono ancora nel nostro Archivio Notarile.
Nel primo testamento, in data 15 Agosto 1486, si legge infatti che Pietro di Mariano « reliquit loco sancti Thome in montibus Gualdi, prò aconcimine eiusdem laci, florenos tres, ad XL bol., casa quo ibi veniant ad commorandum et habitandum fratres Observan tini Ordinis sancti Francisci, aliter non ». Poi, prima di terminare l'Atto, il testatore specifica meglio il suddetto legato, così correggendolo : « reliquit loco sancti Thome in monti Gualdi flor. X prò aconcimine vel reparatione loci, casu quo fratres Observanti veniant et morarent in ipso loco et capiant ipsum locum ad abitandum et si dicti fratres non venerint, reliquit in dicto loco unum florenum, tantum pro adconcimine ». Nel secondo testamento, rogato il 1 Gennaio 1493, Io stesso testatore « reliquit florenos tres, ad 40 bol. prò flor expendendos prò aconcimine loci fratrum Observantie sancti Francisci, casu quo in territorio Gualdi predicti accipiant et edifi cent locum Observantie prefate et aliter non, et donec dicti fratres [non] venerint ad habitandum aut ad edificandum cum effectu, non possint cogi heredes ipsius testatoris ad solvendum neque ad depo nendum dictos tres florenos ». Nel terzo testamento, del 29 Luglio 1514, Pietro di Mariano costituisce di nuovo un Legato di dieci fiorini «pro fabrica loci Observantie S. Francisci, in territorio Gualdi fabricandi» ed aggiunge che, se entro dieci anni dalla sua morte non fosse edificato « dictus locus » né incominciato a edificare, allora i dieci fiorini sarebbero spettati al Monastero di S. Margherita di Gualdo. Però, a margine di questo Atto, nel Bastardello originale, trovasi una postilla notarile in data 20 Settembre 1519, dalla quale risulta che il testatore, ancora in vita, pagava la somma promessa « pro fabrica incepta per Observantinos, in montibus Gualdi ». E finalmente, nel quarto testamento redatto il 4 Agosto 1524, Pietro di Mariano dichiarava di non rinnovare il solito Legato a favore dei Minori Osservanti, poiché questo era stato già soddisfatto, pagando ratealmente i dieci fiorini prima a Fra Ginepro da Città di Castello, poi a Fra Matteo da Borgo S. Sepolcro ed infine il rimanente a Fra Bonifacio dello stesso Borgo S. Sepolcro,
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l'un dopo l'altro Guardiani del nuovo Convento di S. Tommaso dei Minori Osservanti. E' quindi chiaro che la venuta di questi ultimi in Gualdo e l'adattamento a loro residenza del vecchio Eremitorio di S. Tommaso, che in tale occasione fu forse restaurato ed ampliato, si effettuò nel periodo di tempo interposto tra il 29 Luglio 1514, nel quale giorno fu rogato il terzo testamento e il 20 Settembre 1519, data della postilla secondariamente aggiunta allo stesso.
Lo scrittore Cappuccino Padre Venanzio da Lagosanto, trattando in un suo breve Opuscolo dei tre Ordini Francescani in Gualdo Tadino, dice che, a favore della suddetta fondazione del Convento dei Minori Osservanti, si adoperò in modo decisivo, un Vicario Provinciale di quest'Ordine e cioè il Beato Gabriele da Gualdo. Egli però cade in errore facendo avvenire tale fondazione nel 1490 ed assegnando al Convento il titolo di S. Girolamo, anziché quello di S. Tommaso.
Ma questa prima sede dei Minori Osservanti, in un antico Eremitorio che probabilmente in modo precario ed affrettato sarà stato predisposto per il nuovo uso, non dovette per certo soddisfare i Frati suddetti, poiché durante la Legazione del Card. Antonio Del Monte e con il favore di questo, i Minori Osservanti pensarono di migliorare la propria residenza. Già con Istrumento del 3 Gennaio 1520, il loro Sindaco o Procuratore Giovan Pietro Muscelli, riceveva in enfiteusi alcune vicine terre sulla montagna, dal Nocerino Giuliano Bonincampo, Priore della Chiesa di S. Donato di Gualdo, consenziente Tarusio de Tharusiis, Luogotenente del Card. Del Monte. L'anno seguente poi, i Minori Osservanti raggiungevano il loro scopo e per l'efficace interessamento del Cardinale suddetto, si recavano ad abitare nel vicinissimo Convento di S. Maria Annunziata che, come sopra abbiamo visto, per l'opera di Fra Marino da Offida, era stato poco prima costruito dal Comune di Gualdo per i Terziari Regolari e che veniva ora concesso dallo stesso Fra Marino, ai Minori Osservanti rappresentati da Fra Bernardino da Gualdo, il quale in seguito, nel Capitolo celebratesi alla Porziuncola l'anno 1530, essendo stato eletto Ministro Provinciale, apportò al Convento grandi restauri. Ma i Frati Terziari Regolari, insorsero a protestare contro la cessione fatta dal loro confratello Fra Marino da Offida, per cui questa venne annullata dallo stesso Card. Del Monte. Da tutto ciò nacque in Roma una Causa giudiziaria, che fu in breve vinta dai Minori Osservanti, tanto che nello stesso anno 1521, Papa Leone X, con apposita Bolla, riconfermava a questi la concessione, ordinando ai Vescovi di Nocera e di Assisi di farla eseguire.
Nessun altro documento storico ci resta di questo Convento, solo abbiamo un Decreto della Camera Apostolica, in data 28 Giugno 1567, con il quale si ordinava al Distributore del sale di concederne gratuitamente duecento libbre ogni anno ai Frati del Convento dell'Annunziata. In questo, i Minori Osservanti sono rimasti sino a che, subentrato al Pontificio il nuovo Governo Italiano, venne quel possesso devoluto al Demanio, ed essendo stato riscattato nel
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Settembre 1882, i Minori Osservanti vi ritornarono dopo averlo restaurato e vi dimorano ancora. (1)
I Frati Minori Cappuccini ed il loro Convento di S. Michele Arcangelo.
Intorno al 1562, si incominciò a trattare in seno al Consiglio Generale del Comune di Gualdo, circa l'opportunità di fondare nel territorio Gualdese un Convento Cappuccino e nei Libri Consigliari di quell'epoca, sino al 1566, si riscontrano frequenti proposte e discussioni sul modo migliore per procurare il danaro a tale scopo occorrente. Con il contributo del Comune e mediante private oblazioni, si raggiunse infine l'intento e si procedette subito all'acquisto del suolo su cui doveva sorgere il fabbricato, suolo che trovavasi nella Parrocchia di S. Benedetto, in località chiamata Sant'Angelo e che venne venduto al Comune dal Nobile Tommaso da Salmaregia.
In tal modo, durante l'anno 1566, si iniziò la costruzione del Convento e della Chiesa dei Cappuccini, nel luogo ove esiste attualmente, a due chilometri circa dalla città, in un'angusta e pittoresca valle e, compiuto che fu, venne dalla Comunità ceduto ai Frati dell'Ordine suddetto. Contemporaneamente il Comune acquistava anche alcune terre contigue, che circondavano a settentrione il Convento e le donava a questo. Ma, ciò nonostante, ai Minori Cappuccini mancava una comoda e breve via di accesso per venire in città, nonché un orto e un bosco per far legna e sembra che, per tali scopi, abbisognasse l'occupazione di altri confinanti terreni allora posseduti dall'Abbazia di S. Benedetto, che circondavano a mezzogiorno, verso Gualdo, i beni del Convento, precludendo a questo lo sbocco sulla più breve via pubblica per la città. In mezzo ad essi, per di più, sorgeva l'antica Cappella del Beato Angelo, oggi ancora esistente presso il Convento, la qual cosa faceva maggiormente desiderare ai Cappuccini un tale possedimento. Per soddisfare le nuove esigenze di questi, dietro
(1) L. WADDING: Annales Minorum. Anno 1520. N°. 37 - F. GONZAGA : De origine Seraphicae Religionìs Franciscanae. Roma 1587. Parte II, pag. 167 - Arch. Vaticano: Arch. XXIX. Tomo 234. c . 39t. - L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo 11. Foligno 1656. Pag. 269, 270 - Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1528 al 1533. c. 112, 134 - FRA Agostino da Stroncone : Op. cit. Vol. VI, pag. 142; Vol. VII, pag. 24 - Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. e. 89t, 91t, 95, 122, 168, 200; di Ercole di Gabriele dal 1501 ai 1504, Paginazione III, c. 305 e dal 1492 al 1498, Quaderno VII, e. 50; di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 495t ; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, Anni 1496 e 1480, c . 90t ; 1497, c . 121t ; 1498 e 1499, Pa ginazione I, c. 56, Paginazione II, c. 35t; dal 1491 al 1494, c. 161, 162, 186t, 31 lt; dal 1489 al 1490, c . 148t, 155; dal 1487 al 1489, c . 164t; del 1504 e 1505, e. 6, 43t, 108t; del 1478, 1487 e 1498, c . 4; dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, Paginazione I, c. 202, 202t, 204, 207t, Paginazione 11, c. 198 e 25H ; del 1494 e 1495, c. 19t, 113; dal 1473 al 1527,c. 19t, 46t, 95t, 135t. 197t, 231,
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preghiera del Comune di Gualdo, il Card. Serbelloni, allora Abbate Commendatario dell'Abbazia di S. Benedetto, mediante Istrumento del 30 Maggio 1569, cedeva in enfiteusi perpetua la Cappella del B. Angelo e i terreni circostanti, per una misura di circa dieci modioli ai Padri Cappuccini, rappresentati dal Guardiano Frate Angelo da Foligno e da Fra Giustino da Perugia, con l'imposizione dell'annuo canone di una candela del valore di un bolognino, da offrirsi alla suddetta Abbazia. D'altra parte, i Cappuccini si assumevano l'onere di ben conservare e mantenere i beni ricevuti in enfiteusi, di restaurare, ampliare e poi officiare la suddetta Cappella del B. Angelo, di intitolare a S. Michele Arcangelo il loro nuovo Convento e l'annessa Chiesa, di ridurre a coltivazione le terre avute, che trovavansi pressoché incolte e di aprire la desiderata via che doveva rendere più breve l'accesso da Gualdo alla loro dimora. Detta via, per certo, oggi consiste nel breve tratto che, passando a fianco della Cappella del B. Angelo, pone in comunicazione la strada di Capo d'Acqua con l'altra che dal Convento mena al villaggio di Casale. Il suddetto Istrumento di cessione, venne poi approvato da Papa Pio V con Breve del 19 Novembre 1569.
Il nostro Convento dei Cappuccini, fabbricato esattamente come prescrivono le regole di quell'Ordine, divenne in breve tempo prospero e fiorente per frequenti elargizioni ad esso fatte dal Comune nonché da privati cittadini e tra i molti Padri Guardiani che si successero al suo governo, ricorderemo nel 1633 Padre Carlo da Foligno, al secolo Annibale Gerardi, e nel 1752 Padre Ignazio pur da Foligno, al secolo Francesco Maria Scafali, ambedue ben noti come scrittori e letterati nell'Ordine Cappuccino. Ricorderemo anche l'altro Padre Guardiano Fra Tommaso da Terni, il quale, in occasione della gravissima pestilenza che desolò Gualdo ed il suo territorio dal 1656 al 1660, unitamente ai suoi Frati, accorse dovunque per portare aiuti e conforti agli appestati, ottenendone poi dal Comune di Gualdo un meritato premio per il suo Convento.
L'emblema di quei Religiosi, era S. Michele Arcangelo, titolare, come si è detto, del Chiostro e della Chiesa, ed anche il loro antico sigillo conventuale portava nel centro la sua effigie con intorno l'iscrizione : Sigil. Capuccinorum terrae Gualdi.
Occupato nel 1809 lo Stato Pontificio dall'Imperatore Napoleone I, i Frati Cappuccini furono espulsi anche dal loro Monastero, ma vi ritornarono poi nel 1815. Più tardi, questi Religiosi dovettero però di nuovo abbandonare la loro dimora e ciò in seguito alla Demaniazione dei beni ecclesiastici fatta dall'attuale Governo Italiano, con Decreto pubblicato il giorno II Decembre 1860 dal R°. Commissario Generale per l'Umbria Gioacchino Pepoli, con il quale decreto si addiveniva appunto alla soppressione dei vari Istituti Religiosi della Provincia. Riscattato quel Chiostro dal Demanio il 28 Settembre 1878, per opera di Mons. Roberto Calai, veniva notevolmente restaurato ed ampliato e nel 1880 vi ritornavano i Minori Cappuccini, ai quali era poi ceduto dallo stesso Mons. Calai, mediante regolare Istrumento del 14 Agosto 1894. Questi Religiosi
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vi permangono tuttora e sin dall'epoca del loro ritorno, vi istituirono anzi un Collegio Serafico, per giovanetti e per allievi Cappuccini, che assunse ben presto un fiorente sviluppo, tanto che si dovette addivenire a successivi ingrandimenti del Convento, con nuove importanti costruzioni effettuate nel 1884, 1894, 1920, 1923 e 1924. Ora viene a proposito l'accennare ad un illustre Cappuccino e cioè a Padre Tommaso da Gualdo. Quivi nacque nel 1556 e il suo nome di battesimo fu Gentile Roccitelli di Giovan Battista. Diciottenne vestì l'abito monastico nel Convento di S. Giuseppe in Città di Castello. Nel « Registro delle professioni dall'anno 1573 al 1591 » che si conserva manoscritto nell'Archivio Provinciale dell'Ordine in Foligno, a pag. 5, leggesi a tal proposito la nota seguente: Professione di Fra Tomaso da Gualdo, Chierico - Alli 18 Novembre 1573, fra Tomaso da Gualdo di Nocera, fece questo dì sopradetto, professione secondo la regola nelle mani del Padre Fra Bernardo da Spoleti nel nostro luogo di Castello e suo Maestro, come è solito, presenti l'infrascritti frati. . . ». Fu uomo di grande ingegno, scienziato e predicatore insigne e scrisse una « Vita e miracoli del P. S. Francesco » che dedicò a Ranuccio Farnese, Duca di Parma e Piacenza. Morì nel nuovo Convento di Perugia nel Luglio del 1620. Fu ricordato da tutti gli scrittori antichi e moderni che si occuparono dei più insigni Frati Cappuccini e fra gli altri da P. Dionisio da Genova (Bibliotecha scriptorum Capace. Genuae 1680. pag. 457), da P. Bernardo da Bologna (Bibl. script. Capucc. Venetiis 1748, pag. 237), dallo Sbaraglia (Supplementum et casticatio ad scriptores trium Ord. S. Franc. Roma 1806, pag. 676), dal Pagnozio (De Maria Triumphante. Lib. III , cor. 3, cap. 57, pag. 745), da Giovanni da S. Antonio (nel Tomo III della sua opera, a pag. 121), e recentemente da P. Francesco da Vicenza (Gli Scrittori Cappuccini della Provincia Serafica. Foligno 1922. pag. 74). I primi tre degli Autori su nominati, qualificano Tommaso da Gualdo «Provinciae Hetruriae Cap puccinorum alumnus» la quale asserzione è errata, bastando a dimostrarlo il su riferito documento dell'Archivio Provinciale dell'Ordine.
Altro Frate Cappuccino che va ricordato, è un Fra Benedetto da Gualdo, che fu assai venerato nella nostra regione, durante la prima metà del Seicento, come religioso che spinse sino al fanatismo l'osservanza delle regole Francescane, sia per povertà di vita, sia per mortificazione del proprio corpo. Morì, dopo infiniti e voluti stenti, nel Convento di Nocera Umbra l'anno 1640, come suoi dirsi, in odore di santità, e fu sepolto, con grande pompa e gran concorso di popolo, nella Chiesa del suo Chiostro, in una tomba espressamente fatta costruire per lui dal Comune di Nocera. (1)
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bongrazio Bongrazi.Vol. del 1569, c. 372 - Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1562 al 1565. c. 588t Ut 48 120t 167t 169t - MICHELE da Tiralo : Bullarium capuccinorum. Tomo II Roma 1743 Pag. 104, 105, 435 - O. O. SBARAGLI : Supplementum et casticatio ad scriptores Trium Ordinum S. Francis». Roma 1806. pag. 670 _ L. JACOB1LLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III. Foligno 1661, |
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301 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Le Monache Clarisse ed i loro Conventi di S. Margherita e di S. Chiara. Questi due Monasteri, appartenenti alle Clarisse, sono oggi e stinti, ma ciò nonostante è necessario parlarne, per illustrare le origini e le vicende di tale importantissimo Ordine Religioso in Gualdo Tadino. (1)
I
Convento di S. Margherita. - Diremo subito che negli Atti della Sacra Visita Diocesana, praticata in questo Convento dal Vescovo di Nocera Mons. Massaioli l'anno 1771, si legge che lo stesso fu edificato, esternamente alla Porta Civica di S. Donato, per le Monache del Terzo Ordine di S. Francesco, l'anno 1328 ad iniziativa del Vescovo Nocerino Alessandro Vincioli da Perugia. D'altra parte lo storico Folignate Ludovico Iacobilli, nel suo libro «Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi», a pag. 93, scrive che tal Cecco Mancia da Gualdo, con l'autorizzazione del suddetto Vescovo di Nocera Alessandro Vincioli, fece costruire fuori delle Mura cittadine, l'anno 1328, per le Monache del Secondo Ordine di S. Francesco, un Monastero dedicato a S. Pietro.
Ora è evidente che, a parte la sconcordanza dell'Ordine a cui avrebbero appartenuto le Monache, così il Cancelliere Vescovile che descrisse la S. Visita Diocesana del 1771, come lo storico Jacobilli, alludevano ad uno stesso Convento, cioè a quello di S. Margherita, il di cui vasto fabbricato sorge infatti anche oggi presso le Mura della Città, fuori e di fronte alla Porta Civica di S. Donato. Ma certamente lo Jacobilli errò dando come intitolato a S. Pietro questo Chiostro, poiché fu invece il Convento di S. Chiara, di cui tratteremo fra poco, quello che da principio venne dedicato a S. Pietro. Al contrario, il Chiostro di cui stiamo ora trattando, per certo sin dalla sua fondazione, ebbe a titolare S. Margherita e con tale nome è infatti sino a noi pervenuto.
(1) Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1574 al 1575, c. 52 e 52t; dal 1685 al1698, c. 162t e 163; Bandi e Lettere dal 1562 al 1569, c. 14; Raccolta dei Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo, Doc. N°. 87, 113,120 - L. Jacobilli: di Nocera nell'umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 93 - FRA AGOSTINO DA STRONCONE: Umbria Serafica. ms. già cit. vol. III, pag. 156; Vol. XII, pag. 92 - Biblioteca del Seminario di Foligno: M ss. di L. Jacobilli. Cod. A. II. 16, c. 99t; Cod. A. V. 11, c. 796; Cod. C. VIII. 11, c. 86 - wadding: Annales Minorum. Anno 1503. N°. 32 - Arch. Vaticano: Arm XXIX, tomo 234, c. 39t e tomo 240, c. 169t - R. GUERRIERI: Gli antichi istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. pag. 81 e 116 - Arch. vescovile di Nocera Umbra : Atti di Sacra Visita al Convento di S. Margherita in Gualdo dell'anno 1771; Atti di Sacra Visita al Convento di S. Chiara Gualdo dell'anno 1593, 14 Settembre, c. 79 e 79t e dell'anno 1597, 2 Luglio,c.62t e 63 - Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al1382 c.28 e 29t; di Ercole di Gabriele dal 1470 al 1496, c. 62 ; di Piersante di Andrea de Benadattis, Atti sparsi del primo trentennio del sec. XVI, c. 92 ; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535, c. 206.
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302 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Intorno al 1453, dal Vescovo di Nocera Giovanni Marcolini da Fano, venne rinnovata l'omonima annessa Chiesa e ampliato il Convento, che subì poi un nuovo ingrandimento durante l'anno 1574. Di esso ben pochi documenti possediamo e di scarsa importanza essendone andato disperso l'Archivio. Resta, ad esempio, un Breve di Papa Alessando VI, emesso nell'anno 1503, con il quale si da incarico a Frate Iacobo da Porcaria, Vicario della Provincia di S. Francesco e ai suoi successori, di provvedere con i propri dipendenti all'officio di Confessore delle Monache di S. Margherita, officio sino allora tenuto dai Preti secolari. Il Pontefice trasmetteva quest'ordine con il tramite del Vicario Provinciale dei Francescani e non con quello del Vescovo, perché le Monache di S. Margherita, vivevano allora come Terziarie, sotto la giurisdizione comune a tutti i Frati Minori, senza alcuna clausura e perciò esse stesse andavano in giro nel territorio questuando per procacciarsi da vivere, essendo allora piuttosto scarse le rendite del Convento e numerose invece le Religiose, che ad un Capitolo, da esse tenuto il 5 Febbraio 1502, vediamo infatti intervenire in numero di ventidue. Ma allorché Pio V, nel 1566 emanò la nota Costituzione su la Clausura, anche per richiesta del Comune di Gualdo, fu tolto il Monastero di S. Margherita dalla dipendenza delle Autorità Francescane e sottoposto alla dipendenza dell'Ordinario cioè del Vescovo di Nocera. Allora quelle tra le Monache del nostro Convento che non vollero ritornare, come ad esse era lecito, alle proprie case, professarono i tre solenni voti religiosi prescritti dalle Leggi Ecclesiastiche e con Atto stipulato dal Notaro Troili Francesco, si obbligarono di sottostare al nuovo duro regime della clausura. Non potendo perciò esse più praticare personalmente la questua, questa venne affidata invece a cinque Converse, alle quali era lecito vagare in ogni tempo per il territorio Gualdese per raccogliervi elemosine, ma che non dovevano risiedere entro il Convento, bensì in una separata abitazione. A proposito della clausura a cui furono sottoposte le Monache di S. Margherita, ci resta anzi un Decreto pubblicato il 3 Luglio 1569 da Sebastiano da Ripatransone, Frate Minore, il quale come Commissario Pontificio, aveva in Gualdo condotto tutte le pratiche occorrenti all'istituzione della clausura nel Convento di S. Margherita. Da tale decreto, risulta che nessun uomo, sia laico sia religioso, esclusi i Medici, poteva presentarsi al Parlatorio del Monastero, senza permesso scritto del Guardiano dei Frati Minori o del Confessore delle Monache e quando fosse ammesso al Parlatorio doveva avere presente al colloquio il Confessore suddetto. Ai contravventori si minacciava, come pena, la confisca di tutti i loro beni o il carcere se possedevano meno di duecento scudi. Nessuna donna poi, pena la scomunica maggiore, per parlare ad una Religiosa poteva oltrepassare il primo Chiostro e la Religiosa stessa doveva presentarsi alla visitatrice sempre accompagnata da un'altra Monaca. Ma pare che tale rigorosa clausura non fosse di grande utilità alle monache di S. Margherita, che protestarono per essersi verificata, dopo tale provvedimento, una grande diminuzione dei
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proventi della questua ed anzi nel 1637, in unione agli altri due Monasteri Gualdesi di S. Maria Maddalena e di S. Chiara, ricorsero alla S. Sede per essere esentati dal pagare le tasse Camerali e Comunali, tanto che il Comune stesso, con Memoriale del 27 Maggio di quell'anno, dovette provare come tutte quelle Religiose possedevano invece beni stabili e rendite perenni, più che sufficienti per vivere comodamente. Ciò in gran parte era vero: Sappiamo infatti che la stessa Camera Apostolica, con Decreto del 28 Giugno 1567, aveva concesso alle Monache di S. Margherita, gratuitamente, ottocento libbre di sale ogni anno. Di più, il Monastero riceveva allora annualmente, a titolo di elemosina, otto salme di grano (ogni salma corrisponde in peso a Kg. 216 circa) dall'Ospedale Gualdese di S. Lazzaro, nonché due salme dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati ed a ciò deve aggiungersi il fruttato delle proprie terre, consistente principalmente in frumento, vino ed olio. D'altra parte, è certo che il numero delle abitatrici del Convento di S. Margherita era andato sempre più diminuendo dopo l'adozione della clausura. Senza tener conto delle Educande, tra Monache e Converse, trentaquattro Religiose vi erano nel 1573, venti nel 1605 e nel 1658, dieciassette nel 1663, sedici nel 1682, dodici nel 1691. Per di più, circa il 1681, alle Monache di S. Margherita era stata limitata anche l'opera delle Converse adibite alla questua, per cui le Monache suddette avevano fatto nuovamente ricorso al Pontefice ed al Vescovo di Nocera, il quale ultimo, nella Visita Pastorale del 17 Settembre 1682, ordinò che tutte le pie istituzioni Gualdesi e cioè Ospedali, Confraternite, Monti di Pietà, Monti Frumentari, etc., dovessero fornire alle Monache di S. Margherita, in modo permanente, un dato contributo in denaro o in derrate e dispose altresì che speciali Commissioni di autorevoli cittadini, andassero periodicamente questuando nella città e nel territorio per sovvenirle. Ma pochi anni dopo, le condizioni del Convento migliorarono notevolmente, poiché nel 1704, Mons. Marco Battaglini Vescovo di Nocera, rinnovando un tentativo già inutilmente fatto nel 1697, al Monastero di S. Margherita incorporava anche quello di S. Chiara presso Porta S. Martino, dove pure risiedevano le Clarisse e del quale tratteremo fra breve, sicché le Monache, dal Chiostro di S. Chiara, il 12 Marzo di quello stesso anno, con grande solennità si trasferirono nel Monastero di S. Margherita e ciò nonostante le proteste del Comune e della popolazione Gualdese, che malvolentieri sopportava la soppressione dell'antico Convento di S. Chiara.
Ma, come si è detto, quello di S. Margherita ritrasse dall'unione non pochi vantaggi, sopra tutto per le rendite pervenutegli dall'altro di S. Chiara e per una eredità in quel tempo lasciatagli da tal Carlo Antonio Puccinelli, con l'obbligo però di ricevere e mantenere gratuitamente in permanenza due giovanette, poiché le Educande del Monastero solevano dare a questo, per il loro mantenimento, ogni anno, una certa quantità di frumento, sei barili di vino e quattro scudi portati poi a sei nel 1721. Il numero delle religiose cominciò allora a risalire e se ne contano infatti diciotto nel 1704 e
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ventiquattro nel 1713; anche le rendite stabili del Convento aumentarono in proporzione, tanto che nell'anno in cui fu effettuata l'unione, queste salirono alla cifra di seicentonovantasette scudi, somma non indifferente in quei tempi.
Perdurò in tale stato il Chiostro per circa un secolo, sino a che cioè, per effetto dell'invasione Francese, il 15 Giugno 1810, le Religiose dovettero da esso dipartirsi e disperdersi nella regione. Erano in numero di ventinove, tra le quali undici Converse. Nel 1814, restaurato il Governo Pontificio, le Clarisse di S. Margherita, per opera del Vescovo di Nocera Mons. Piervissani, si riunirono provvisoriamente nel Chiostro Benedettino di S. Maria Maddalena, dove restarono due mesi, sino a che fu restaurato il loro vecchio Convento, nel quale fecero ritorno il 10 Ottobre 1814, in numero di quindici, sei delle quali Converse. Nell'Aprile del 1816, erano però già risalite a trenta.
Più tardi, con il succedere dell'attuale Governo Italiano a quello Pontificio, il Monastero di S. Margherita passò al Demanio e, dopo qualche anno, venne ceduto al nostro Comune, perché v'istituisse un'Opera di Beneficenza. In esso però rimasero ad abitare le Monache anche dopo la Demaniazione, fino al 1895, nel quale anno, essendo assai diminuite di numero, chiesero e ottennero di venire aggregate alle Monache residenti nel suddetto Monastero Benedettino di S. Maria Maddalena. Finalmente nel 1909, il Comune di Gualdo concesse il vasto edificio di questo Chiostro ad una Cooperativa di Operai Ceramisti, che vi esercita tuttora l'industria delle Maioliche comuni ed artistiche.
II
Convento di S. Chiara. - Anche di questo apprendiamo le prime origini dagli Atti di Sacre Visite Diocesane e propriamente da quelli della Visita eseguitavi dal Vescovo di Nocera Roberto Pierbenedetti il 2 Luglio 1597. In questi Atti si legge appunto, che nella prima metà del secolo XIV, a pochi passi dalla città, in località allora chiamata Col della Noce, fuori della Porta Civica di S. Facon dino, presso a poco nel luogo dove oggi trovasi l'ingresso agli orti del Collegio Salesiano di S. Roberto, un tal Bitto di Paride di Nanita, aveva fondato un Convento per le Monache Clarisse e che in seguito, con testamento rogato l'anno 1343, il suddetto Bitto aveva dotato il Monastero da lui istituito con molti beni. Donò infatti allo stesso un palazzo ed altre case, con due terreni, nella Parrocchia di Crocicchio, a condizione che tutto ciò non potesse essere venduto dal Monastero, a spese del quale si sarebbero dovuti inoltre mantenere due Frati Minori, sacerdoti, aventi l'incarico del servizio religioso e della celebrazione dei Divini Offici nel Monastero stesso. Lasciò inoltre a questo, una sua casetta che sorgeva attigua al Chiostro ed un terreno posto nel distretto di Fossato, a Palazzolo, con la condizione che il Monastero, ogni anno, mediante i frutti di detti beni, avrebbe dovuto receptare unum romipetam. Inoltre, avendo il suddetto Bitto eretto una cappella nella Chiesa di S. Benedetto, presso l'altare di S. Angelo,
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con l'onere di celebrarvi un certo numero di Messe, ed avendo assegnato alla Chiesa stessa per tale funzione un terreno posto nella Parrocchia di S. Lucia di Pe ritolo, così ora stabiliva, che questo terreno dovesse andare al Convento delle Clarisse, quante volte non si celebrassero regolarmente le Messe prescritte nella Cappella da lui fondata. Sostituì infine le Monache di S. Chiara a sua figlia, nel caso che questa morisse senza discendenti, per quanto si riferiva all'eredità di tre terreni posti nella Parrocchia di Crocicchio, rispettivamente nei vocaboli Felcane, Sasso, ed Aregne, nonché di una casa situata in Gualdo, fuori la Porta Civica di S. Facondino. Nel documento or ora descritto, non è detto qual nome portasse questo Monastero di Clarisse, ma che fosse originariamente intitolato a S. Pietro, ci risulta da altri molteplici documenti. Anzi tutto da una concessione di indulgenze, al Chiostro stesso fatta da Benedetto XII, con Breve dato ad Avignone il 6 Giugno 1335, nel quale il Convento è appunto indicato con il suo primitivo nome di S. Pietro in Col della Noce, Breve riportato anche negli Atti della Sacra Visita Diocesana, praticata al Chiostro in parola dal Vescovo di Nocera il 14 Settembre 1593. L'intitolazione suddetta, ci risulta poi anche meglio da un documento del 10 Aprile 1377, contenente il Verbale Notarile di un Capitolo Monastico che si dice tenuto dalle Clarisse abitanti nel Convento di S. Pietro in Col della Noce fuori Porta S. Facondino, « Capitulum monialium loci sancti Petri de Collenucis districtus Gualdi , qui dicitur sancta clara » come si legge nel documento. Anzi, in quest'ultimo, si specifica anche che le Monache suddette, tenevano tale Capitolo non già nel proprio Convento, ma bensì in una casa, appartenente a Ser Paolo di Vannuccio, situata entro la città, nel quartiere di Porta S. Facondino, dove avevano dovuto ritirarsi, abbandonando temporaneamente il Chiostro, perché, essendo questo posto fuor delle Mura, risultava poco sicuro, dato lo stato di guerra allora esistente tra le città di Gualdo e di Fabriano. Questa posizione del Convento fuor delle Mura civiche, è poi anche bene stabilita in un altro Istrumento del 13 Gennaio 1483, che si dice infatti come rogato : « in quadam strata publica ante Monasterium ecclesie sancte clare, situm extra terram Gualdi, in parocia sancti Benedicti, in vocabulo Collis Nucis».
Di questo Monastero, quasi nessuna notizia più abbiamo durante il XV secolo; ci risulta solo che, nella prima metà del Cinquecento, circa dieci Monache vivevano in esso, senza contare le così dette Converse, e che il 22 Giugno 1506, le stesse Monache tennero un Capitolo nel quale, dopo aver constatato che il loro Convento pericolava, decisero di provvedere agli opportuni restauri.
Verso la metà di quel secolo, pare che le Clarisse abitanti nel Convento di S. Pietro in Col della Noce, più non seguissero fedelmente le rigide regole Francescane, tanto è vero che esiste un decreto del 1 Maggio 1553, emanato nel Capitolo tenuto in Gualdo lo stesso giorno, con cui il Minore Conventuale Fra Giovan Battista Gualterio da Tagliacozzo, inviato dal Generale dell'Ordine quale
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Commissario con pieni poteri nella Provincia dell'Umbria, per evitare il ripetersi di alcuni fatti scandalosi, rigorosamente vietava ai Frati Minori di Gualdo, eccettuato il Cappellano, di accedere, per qualsiasi ragione, nel Convento delle Clarisse e comminava la pena del carcere ai disubbidienti.
Più tardi, Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, mandato in Gualdo quale Visitatore Apostolico tra l'Ottobre e il Novembre del 1573, constatava di nuovo nel Monastero gravi abusi ed irregolarità che duravano da gran tempo. Dagli Atti di quella Sacra Visita, risulta che il Convento era assai incomodo, oscuro e minacciante rovina in varie parti e che offriva poca sicurezza in quei tempi turbolenti, essendo situato fuori delle Mura cittadine e per di più con la Chiesa distaccata dal fabbricato del Convento. L'orto, prospiciente sulla pubblica via, dava modo ai passeggieri di conversare con le Monache, le quali, come già si è detto per quelle di S. Margherita, essendo anch'esse dopo il 1566 passate dal dominio dei Minori Conventuali a quello del Vescovo, con l'applicazione della clausura, si mostravano insofferenti di questa nuova gravosa disciplina, per quanto anche ad esse fosse stata concessa l'assistenza di tre Converse, che potevano uscire dal Monastero per esercitare la questua, poiché quanto rendevano le terre possedute dal Chiostro, non poteva bastare al mantenimento delle Religiose. Per eliminare gli inconvenienti suddetti, le superiori Autorità Ecclesiastiche, avrebbero voluto trasferire le Monache Clarisse dal Monastero di Col della Noce a quello di S. Margherita su ricordato, ma ad un tal progetto si opposero così le stesse Clarisse come il Comune di Gualdo, per cui il Visitatore Camagliani, dopo essersi consigliato con i principali cittadini Gualdesi, propose di trasferire le Monache di S Chiara entro la città e propriamente in quell'antico Ospedale di S. Giacomo che, come vedremo, fu fondato nel 1373 dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati e che era adiacente alla vetusta Chiesa di S. Maria di Tadino, la quale Chiesa, dopo il trasferimento suddetto, prese appunto il nome di S. Chiara ed è ancora oggi visibile presso la Porta Civica di S. Martino, ma deturpata e ridotta poi ad uso di calzaturificio. L'Ospedale di S. Giacomo, per la sua costruzione e per essere fornito della Chiesa suddetta e di un vasto orto, ben si prestava all'uso di Convento, ed alla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati che protestava per tale espropriazione, si offrì come compenso e per uso di Ospedale, il Monastero delle Clarisse a Col del Noce, con l'annessa Chiesa che abbandonavano le Clarisse, ove, diceva il Camagliani, anche più facilmente si sarebbe potuto praticare il servizio ospitaliero, sorgendo l'edificio sull'importante strada Flaminia, percorsa da tutti i pellegrini ed i viandanti che transitavano per Gualdo. La proposta del Vescovo di Ascoli non rimase inascoltata, e due anni dopo, con Decreto dato a Roma il 20 Marzo 1575, il trasferimento delle Monache veniva autorizzato dal Papa, stipulandosi poi l'Atto di permuta con la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati il 12 Luglio di quello stesso anno. Fu così che le Monache del Convento di Col della Noce, andarono a
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costituire il Convento di S. Chiara a Porta S. Martino, nell'edificio ove la Confraternita di S. Maria dei Racco mandati aveva anticamente eretto l'Ospedale di S. Giacomo, e che questo trasportò la propria sede e il proprio Titolo nel Monastero e nella Chiesa di Col della Noce.
Il nuovo Convento, che assunse definitivamente il nome di S. Chiara, fu favorito in ogni modo e sussidiato abbondantemente. Già sin da prima del trasferimento, con Decreto del 16 Giugno 1570, la Camera Apostolica aveva autorizzato il Distributore del sale del Comune di Gualdo, a concederne ogni anno, gratuitamente, trecento libbre alle Clarisse del Convento fuori Porta S. Facondino, ordinis mendicantium. Oltre al fruttato dei propri terreni, ad esso, ogni anno, l'Ospedale di S. Lazzaro (alias di Diotisalvi) elargiva due salme di grano; le Confraternite del Crocifisso e S. Sebastiano, tre quarti di grano ciascuna; un quarto la Confraternita di S. Caterina e così pure quella di S. Giovanni e l'altra della Trinità. Urbano VIII gli concesse infine speciali privilegi.
Ma ciò nonostante, come avvenne per tutti gli altri Conventi Gualdesi, nel XVII secolo, cominciò a declinare e a diminuire il numero delle Religiose. Tra Monache e Converse, senza le Educande, ve ne troviamo infatti venti nel 1570, diciannove nel 1658, quattordici nel 1673, tredici nel 1691, tanto che, proseguendo la diminuzione, nel 1697 il Vescovo di Nocera voleva fonderlo con l'altro di S. Margherita ed era a ciò stato autorizzato dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari. Ma le Monache di S. Chiara, con Atto del 13 Ottobre di quell'anno, protestarono per tale unione ed il provvedimento allora non ebbe effetto ; ma pochi anni dopo, si ottenne l'intento desiderato dal Vescovo di Nocera ed infatti, come già si è visto, nel 1704 quelle Religiose, furono trasferite nel Monastero di S. Margherita. L'abbandonato edificio di S. Chiara, nella prima metà del secolo XIX venne di nuovo adibito ad uso di Ospedale, sotto il titolo di S. Lazzaro, ed in tale stato rimase sino al 1909, cioè sino all'erezione del nuovo Ospedale Calai, venendo poi trasformato in abitazioni private.
I Monaci Benedettini.
Le loro Abbazie di S. Benedetto, di S. Donato e di S. Pietro di Val di Rasina.
I loro Eremi di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella e di S. Gervasio e S. Protasio a Capo d'Acqua.
I
Abbazia di S. Benedetto. - Nel principio del secolo X, un piccolo Cenobio Benedettino, con Chiesa dedicata ai Santi Nicolo e Vito, sorse presso la riva destra del Feo, a mezza strada tra la Porta civica Gualdese di S. Benedetto (Porta di Sotto) e l'attuale Strada Ferrata e propriamente su quel rialzo di terreno, che tuttavia osservasi tra il predio denominato Pomaiolo e la Chiesuola di
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S. Maria di Rote, rialzo dove, sino a pochi anni fa, erano ancora visìbili a fior di terra, le fondamenta di antichi edifici. A proposito di questa località, noteremo che, in un documento avente la data 1008 e di cui verrà trattato fra poco, tale Chiostro è indicato come « monasterium in honorem beati Benedica, intra ducatum Spoletinum, in comitatu Nucerino, infra fundo Guadi » vale a dire più sotto, più abbasso di un terreno chiamato Gualdo. In altri documenti aventi le date 1034 e 1070, anche dei quali in breve discorreremo, lo stesso Monastero è similmente posto nel Ducato Spoletino e Comitato di Nocera, ma in una località chiamata Campitelli o Capitelli. Assai più tardi, tale luogo fu talvolta indicato anche col nome di Cerreto. Questo primo Chiostro Benedettino, sorse per opera di quei Feudatari che, sotto il nome di Conti di Nocera, dominavano allora nella regione Nocerina e Tadinate, ad essi concessa in Vicariato dall' Imperatore Franco Lotario ed agli stessi riconfermata dal Tedesco Ottone III, come già narrammo a proposito delle origini della nostra città. Quasi un secolo dopo, nel 1006, un altro di questi Feudatari della regione di Nocera e di Tadino e cioè il Conte Offredo, figlio di Monaldo II , unitamente ai propri fratelli, a quel che sembra dietro preghiera dell'eremita S. Romualdo, il fondatore dell'Ordine Camaldolese, che viveva allora eremiticamente nel vicino Monte di Serra Santa, dava nuova vita al Chiostro fondato dagli avi e che era andato quasi in rovina e vi chiamava ad abitarlo Placido, al secolo Rambaldo, Abbate dell'Abbazia di S. Benedetto di Magnano nel territorio di Perugia, che venne a stabilirvisi con la stessa qualifica di Abbate, unitamente a due suoi Monaci, Stefano e Giovanni. Indi a poco, lo stesso Offredo riccamente dotava la sua Abbazia, in occasione di alcuni avvenimenti che sono bene specificati nel corrispondente Atto di dotazione, Atto stipulato nel Marzo dell'anno 1008 e riportato per intero nella sua Storia dei Trinci, da Durante Dorio, che potè prenderne visione nell'Archivio della nostra Abbazia, prima che andasse disperso. Leggesi infatti in tale Instrumento, che il Conte Offredo, colpito da grave infermità, era entrato nell'Ordine Benedettino. Avendo poi riacquistato la perduta salute, lo stesso, per consiglio del su nominato Abbate Placido, dei Monaci del Monastero e dei suoi amici e famigliari era « per obedientiam » ritornato alla vita laica, prendendo in moglie Aselgarda ed assegnando al Monastero di S. Benedetto « pro redemptione et absolutione » dell'anima sua, un pingue patrimonio, consistente in duemila e cento modioli di terra, metà incolta e metà coltivata, nonché case, orti, vigneti, pascoli, campi, selve, molini, paludi, frutteti, bestiame in gran quantità, libri, paramenti, mobili e quant'altro poteva occorrere alla vita dei Monaci. L'Istrumento prosegue, stabilendo che i Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto, avrebbero avuto il diritto di eleggere tra di loro il proprio Abbate, al quale spettava l'obbligo di mantenere nel Monastero le regole dell'Ordine Benedettino. Ogni anno, nella festa di S. Benedetto, l'Abbazia avrebbe dovuto dare al fondatore Offredo e dopo la sua morte ai di lui eredi, a titolo di canone, due candele lunghezza di un braccio e di uno spessore pari al dito medio della mano e d'altra
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parte Offredo, anche a nome dei suoi successori si obbligava di elargire annualmente ai Monaci, un orcio d'olio in occasione della festa suddetta, nonché mezzo porco e dodici pani, nella festa di Tutti i Santi. Se alcuno della famiglia di Offredo o dei suoi discendenti, volesse ridursi nel Monastero, vi doveva essere senz'altro accolto e mantenuto e nessuna alienazione di beni potrebbe mai, per qualsiasi ragione, effettuarsi a detrimento dell'Abbazia. Infine il Conte Offredo assicurava a questa la sua protezione, garantendone la più ampia libertà e indipendenza ed obbligandosi, per sé e per i suoi eredi, al pagamento di cento libbre d'oro, in caso di inadempienza dei patti. (1)
Cominciava in tal modo la prosperità e l'influenza dell'Abbazia di S. Benedetto e da allora in poi la di lei floridezza andò rapidamente e straordinariamente aumentando, e dai pochi documenti che ci rimangono di quell'epoca, possiamo subito farci un'idea della potenza che la stessa raggiunse nei secoli XI e XII. Del secolo XI esistono alcuni interessanti documenti, tramandatici dal Dorio in un Codice oggi conservato nella Biblioteca del Seminario di Foligno, i quali ci danno notizia di varie donazioni ed acquisti di beni immobili riguardanti la Badia, poco dopo sorta alla vita. Nel più antico documento, con la data 1034, alcune terre e chiese sino allora concesse a quei Monaci, vengono descritte nel modo seguente: Gualtiero e Giovanni figli di Vico, Opizo prete Nocerino, Atto e Bucco figli di Rodolfo, tutti insieme donano al Monastero di S. Benedetto, edificato nel Comitato Nocerino, nel vocabolo Capitelli, e per esso Monastero all'Abbate Alberto, un terreno che si dice situato nello stesso Comitato Nocerino, in vocabolo Piano, confinante, tra l'altro, con il fiume, la via pubblica ed i beni del Monastero medesimo. I sopra nominati Atto e Bucco figli, di Rodolfo, danno inoltre al suddetto Abbate Alberto, per il Monastero di S. Benedetto, nonché ai suoi successori, i terreni che possedevano nel Comitato Nocerino, nella località Campodonico ed altra terra in tale luogo da il prete Giovanni, terra confinante con
(1) Mittarelli : Annali Camaldolesi. Tomo I. Venezia 1755. Pag. 288 - L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III Foligno 1661. Pag. 301 e seg. - D. DORIO : Istoria della famiglia Trinci. Foligno 1638. Pag. 39 e seg., 95, 96 - P. KEHR: Regesta Pontificum Romanorum. Berlino 1909. Da pag. 53 a 55 - L. JACOBILLI : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 38 - A. L.UB1N : Abbatiarum Italiae Brevis Notitìa. Roma 1693. Pag. 166 - Arch. Vescovile di Nocera Umbra : Atti di Sacre Visite. Visita del 1771 "alla Chiesa di S. Benedetto in Gualdo - Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni) : Codice II. C. 23, ossia Leggendario dei Santi del Convento di S. Francesco in Gualdo. e. 112t, 138 - Biblioteca Chigi in Roma : Codice G. VI. 157. e. 226, 226t - Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48. e. 219t; Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo). Pag. 51, 55, 67, 73, 76 - Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Codice 341. e. 91t. 92, della paginazione antica, corrispondente a e. 93t e 94 di quella moderna - B. Collina : Vita di S. Romualdo. Bologna 1718. Parte II, Gap. 52 - L. AMONI : Vita del Beato Angelo da Gualdo. Assisi 1878. pag. 32 - Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Dorio e Jacobilli) : Codice A. V. 11, e. 785; Cod. B. VI. 5, e. 21.
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alcuni beni quivi posseduti dal Monastero stesso. In Campottone, un tal Bonomo, dona ai Monaci di S. Benedetto una vigna ed un certo Uderico, in altra località, da la metà de Valle Moronto, pro redemptione anime sue. Pietro e Bonomo, di Lupo, donano in Ranco Ursali, otto modioli di terra, confinanti, tra l'altro, con i possessi della Chiesa di S. Savino.
I Conti Sifredo, Pietro e Morico, vendono all'Abbazia tredici modioli di terra esistenti nel Comitato Nocerino, nella località Campitelli e quindi presso la stessa Abbazia. I Conti Ruggero ed Atto, vendono al nostro Chiostro, quindici modioli di terra ; il Conte Alberto, figlio di Ruggero, dieci modioli ed i figli di Arnolfo di Atto danno tre modioli. I figli del Conte Atto, concedono il campo di Murra. Atto di Rodolfo vende al Monastero di S. Benedetto la metà della Chiesa di S. Lorenzo di Campottone e Bucco suo fratello gli dona l'altra metà, 1'uno e l'altro comprendendovi tutte le pertinenze, mobili e immobili della Chiesa stessa e ciò in suffragio dell'anima loro. Alberico, Uguccione ed Ugolino, figli del Conte Atto, danno la Chiesa di S. Giovanni di Salmaregia, con tutte le sue rendite, pertinenze, beni mobili e immobili, paramenti e arredi della Chiesa stessa, presenti e futuri. Un tal Gebizo, da, per amore di S. Benedetto, tre modioli di terra. Rainuccio ed Atto di Rodolfo, concedono al Monastero la metà dei diritti che avevano sulla Chiesa di S. Ilario de Colle, compresi tutti i suoi beni mobili e immobili, presenti e futuri. Guglielmo, figlio del Conte Manfredo, dona la Chiesa di S. Calisto, nel Comitato di Foligno, in loco qui dicitur Cerru, quod est in pede Collis Sambucarij. La donazione appare fatta all'Abbate del Monastero di S. Benedetto Giovanni. Il prete Atto, figlio di Maronto, elargisce alla Chiesa di S. Benedetto, que est in Capitelli, e per essa all'Abbate Giovanni, quanto possedeva nel Ducato Spoletano e Distretto di Foligno, in loco qui dicitur S. Calisto, terram et plebem de Pistia.
Da un secondo documento, avente la data 1060, apprendiamo che i figli del Conte Rodolfo, danno all'Abbazia Gualdese, Eccle siam Singualtarino quod dicitur S. Martino, con tutte le sue pertinenze.
Da un terzo Istrumento, appare che nell'anno 1070, Rodolfo, Guglielmo, Opizo e Sinibaldo, figli del Conte Manfredo, al Monastero di S. Benedetto, eretto nel Comitato di Nocera e Ducato Spoletano, in loco qui dicitur Capitelli, e per esso all'Abbate Alberto e suoi successori, donano in perpetuo, a suffragio dell'anima dei loro genitori e consanguinei, il mantium, de Amizo, il mantium de Pica, il mantium de Urso Joannis de Bianco e il campo di Carpineta, con un molino, cum introita et exitu et aquinolis e inoltre concedono il diritto di decima su tutti gli altri loro terreni, in occasione di alcune ricorrenze festive, tra le quali sono indicate quella di S. Stefano, della Resurrezione di Cristo, di S. Maria, etc. Promettono eziandio, a nome dei loro discendenti, la piena osservanza di detta donazione, invocano la divina maledizione su i trasgressori e si obbligano, anche per i loro eredi, alla pena di Cento bisintium (moneta Bizantina) di puro oro a favore del Monastero, per la quale somma offrono in garanzia cento modaioli di terra.
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Finalmente in un ultimo documento si legge che, regnando Federico Imperatore, nell'anno 1170, Rinaldo e Giovanni, figli di Berardo, cedono alla nostra Badia Benedettina, due parti dei diritti che avevano sulla Chiesa di S. Maria di Campodonico, nonché sulle sue pertinenze e su i suoi domini, sì spirituali che temporali. (1)
Oltre a ciò nei due primi secoli di esistenza dell'Abbazia di S. Benedetto, varie Bolle emanarono i Pontefici per concedere ad essa abbondanti privilegi e favori. Così fecero infatti Nicolo II (1058- 1061), Innocenzo II nel 1132, Celestino II (1143-1144), Eugenio III (1145-1153), Adriano IV nel 1156, Alessandro III il 4 Agosto 1169 e Clemente III il 6 Maggio del 1188. Di tutte queste Bolle, solo le due ultime sono sino a noi pervenute, importantissime però per la storia dell'Abbazia. La Bolla di Alessandro III, data a Benevento, è indirizzata all'Abbate Giovanni ed ai Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto, che il Pontefice prendeva sotto la sua protezione e dichiarava indipendente e libera da ogni secolare autorità ed ingerenza, confermandone le decime, gli estesi possessi e le numerose dipendenze, consistenti in Chiese e terre sparse in gran parte dell'Umbria. Sarà anzi qui utile enumerare cotesti beni, che trovansi così elencati nel documento in parola:
«... Ecclesia Sancti Martini de Collibus (S. Martino in Colle nel contado Perugino, come viene meglio chiarito da una controversia sorta per il suo possesso circa un secolo dopo, per risolvere la quale intervenne un Delegato Apostolico, controversia che nel 1471 risorgeva ancora, tra tal Colino della famiglia Perugina dei Crispolti, la quale godeva il Priorato di detta Chiesa ed il nostro Monastero di S. Benedetto, che però nel 1488 troviamo ancora al possesso della Chiesa stessa); Eccl. S. Nicolai de Capuano; Eccl. S. Marie de Montemelino cum omnibus earum pertinentiis ; quicquid iuris in Eccl. S. Andree, in Eccl. S. Benedecti iuxta lacum et in Eccl. S. loannis de Castilione de Valle (Castiglion della Valle presso Marsciano) ; Eccl. S. Savini de Serra (già nel territorio Gualdese ed oggi Diruta) cum pertinentiis suis; Eccl. S. Petri eiusdem loci cum pertinentiis suis; Eccl. S. Salvatoris de Castello et in eodem loco quinquaginta modiola terre; quicquid est in Eccl. S. Angeli de Flea (che sorgeva presso la Rocca Flea, sul Colle S. Angelo ove oggi è fabbricato Gualdo) et in Eccl. S. Angeli de Fosciano; Capella S. loannis de Catiliano (oggi detta S. Giovanni di Morano) cum medietate carte Umbrane (Umbrano, vocabolo non lungi da Morano nei dintorni di Maccantone); quicquid est in Capello S. Andree de Tabìano ; Capella S. Laurentii de Xaxospertuli; Eccl. S. Marie de Freco (Frecco, castello a ponente di Gualdo, e Sassospertolo antico ed oggi perduto vocabolo, nelle
(1) Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Dorio e Jacobilli): Codice a. VI. 6, da c. 76 a c. 78t - Copia di scritture presso l'Archivio della chiesa di S. Benedetto in Gualdo - P. BERARDl: L'Abbazia di S. Benedetto in Gualdo Tadino. Foligno 1896. Pag. 14, 15, 16.
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pertinenze dello stesso Castello, dove ancora, nel 1503, esisteva la suddetta Chiesa di S. Lorenzo, anzi i beni abbaziali in S. Maria di Frecco, sono specificati da un Atto del nostro Archivio Notarile, in data 22 Marzo 1470, con il quale vengono ceduti in enfiteusi, e per questa ultima Chiesa, nel secolo XVII, i Conti Olivieri di Nocera, possessori di quelle terre, pagavano ancora all'Abbazia di S. Benedetto, un annuo canone in danaro, animali o derrate); Eccl. S. Angeli de Fabrica (Fabbrica presso il villaggio di Piagge nel Comune di Gualdo); Eccl. S. Laurentii de Cruciacla (San Lorenzo presso Crocicchio nel Comune di Gualdo, che nella seguente Bolla di Clemente III è invece indicata come S. Lorenzo de Collebassano, il che spiegasi, sorgendo la Chiesa a mezza via tra i due villaggi di Colbassano e Crocicchio); Eccl. S. Petri de Collebasiani (il suddetto villaggio di Colbassano nel Comune di Fossato di Vico, e per il possesso di questa Chiesa, come pure per il possesso della precedente, nacque una controversia nel 1374, risolta però a vantaggio della Badia di S. Benedetto); Eccl. S. Petri de Cruciacla (de Crucicle nella già ricordata Bolla di Clemente III, da identificarsi con il suddetto villaggio di Crocicchio); Eccl. S. Martini de Valleneregia (in altri documenti è detta S. Martino de Roveregia, oggi scomparsa, faceva parte del Comune di Fossato di Vico e da un Atto del 23 Novembre 1477 risulta come tuttavia dipendente, in quell'anno, dall'Abbazia di S. Benedetto); quicquid est in Eccl. S. Cassiani in Curie Fossati (questa Chiesa ancora le apparteneva al principio del XIV secolo, ed esiste un Atto dell'11 Luglio 1300, con il quale Armanno, Abbate del Monastero di S. Benedetto di Gualdo, nominava suo procuratore, Jacopo, Rettore della suddetta Chiesa di S. Martino di Rovaregia, nel distretto di Fossato di Vico, per accordarsi con il Monastero di S. Maria d'Apennino, circa le decime ed oblazioni della Chiesa di S. Paterniano o S. Cassiano di Palazzolo, similmente nel distretto di Fossato, la quale era di spettanza e condominio così dell'uno come dell'altro Monastero); quicquid est in Eccl. S. Salvatoris de Cometa, della quale tratteremo nella parte di quest'Opera dedicata alla storia delle Chiese Gualdesi); quicquid est in Eccl. de Vacaria; Eccl. S. Paterniani de Curruptinio (per certo S. Paterniano di Cacciano nel Comune di Fabriano, che nel 1489 ancora dipendeva dall'Abbazia); quicquid est in Eccl. S. Gregori (S. Gregorio di Serradica in Comune di Fabriano, come si deduce dalla seguente Bolla di Clemente III); Eccl. S. Joannis de Sarapino (Serrapila nell'Agro Sassoferratese la quale, nel 1526, ancora apparteneva alla nostra Abbazia); quicquid est in Eccl. S. Luce da Saxoferrato; Eccl. S. Vietarmi iuxta Nevolam (forse Nebbiano nel Comune di Fabriano, tenendo però presente che in un Rogito del 1507 si cita, come dipendente dalla Badia, una Chiesa di S. Vittorino de Colle Codino nel territorio di Rocca Contrada oggi Arcevia) ; Capella S. Petri de Roncora; Eccl. S. Stephani de Monte Hoddi; quicquid est in curte eiusdem laci cum omnibus pertinentiìs; quicquid est in curia de Branca (nel Comune di Gubbio) ; quicquid est in curte de
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Capraria (Caprara nel contado Gualdese); quiequid est in Campo de coli (forse Campodiegoli, nel territorio Fabrianese); quicquid est in curte Fabriani; tenimentum in Monte Frondoso, in Sancto Mariano et in Garzano ».
L'ultima Bolla, cioè quella di Clemente III, data dal Laterano, firmata da lui stesso, dal Vice-Cancelliere di S. Chiesa e da diciassette Cardinali secondo l'usanza del tempo, è indirizzata all'Abbate Senebaldo ed ai Monaci del Monastero, i quali vengono chiaramente indicati come appartenenti all'Istituzione Camaldolese. Il Pontefice, con tale Bolla, dopo avere ricordato quelle rilasciate dai suoi predecessori, ne confermava il contenuto e riconosceva la validità di tutti i diritti spirituali e dei moltissimi beni temporali della Badia, enumerandoli singolarmente. Trattasi però di luoghi i quali trovansi già indicati nella su descritta Bolla di Alessandro III ; solo in più vi si leggono i nomi di alcune Chiese che nella precedente Bolla non figurano tra le dipendenze dell'Abbazia Gualdese e cioè : « Ecclesia Sancti Cristophori de Bannara (Bagnara sulla montagna di Nocera Umbra); Eccl. S. Marie de Umbrana (Umbrano, come si è detto, antico vocabolo presso Maccantone in Comune di Nocera Umbra); Eccl. S. Nicholai de Vultule (Voltola nel territorio Gualdese); quicquid est in S. Maria de Nascano (Nasciano presso Gualdo, parrocchia ancora dipendente da S. Benedetto); Eccl. S. Angeli de Terrasicca; Eccl. S. Pauli de Cavalalp; Eccl. S. Petri de Roca Contrada (oggi Arcevia) ; Eccl. S. Stephani de Calcinala (la quale ultima dovette esistere nel territorio di Sefro, poiché abbiamo memoria di un'antica Chiesa detta di S. Maria de Calcinariis situata appunto presso il paese suddetto).
Dopo fatto l'elenco dei beni temporali, Papa Clemente III, ai Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto ed alle loro proprietà, concedeva l'esenzione da qualunque peso e tributo nonché l'autorizzazione di accogliere nel proprio Monastero qualsiasi persona che desiderasse di condurvi vita monastica, aggiungendosi, che niuno poteva in ciò ostacolarla e che una volta accolta nell'Ordine, più non aveva la facoltà di partirsene senza consenso del Capitolo e dell'Abbate e che nessun altro Chiostro l'avrebbe potuta ricevere, a meno che la partenza non fosse motivata dal passaggio del Monaco ad un Ordine di più rigorosa penitenza. Permetteva poi il Pontefice, che nella Chiesa dell'Abbazia, anche in tempo di generale interdetto, a porte chiuse e senza il suono delle campane, esclusi dal tempio gli scomunicati, vi si potessero celebrare, a bassa voce e sommessamente, gli Offici Divini. Dava ai Monaci inoltre il diritto di richiedere regolarmente e senza compenso, al Vescovo della propria Diocesi, il suo intervento in occasione di cresime, consacrazioni di Chiese e Altari, nonché ordinazioni di Chierici e se costui non avesse voluto prestare gratuitamente il sacro suo ministero, sarebbero stati liberi i Monaci di rivolgersi a qualsiasi altro cattolico Vescovo. Si permetteva la sepoltura dei morti nella Chiesa Abbaziale, Purché non si fosse trattato di scomunicati o interdetti. Ai Monaci, o almeno ai più saggi tra essi, si dava autorità di eleggersi il proprio Abbate liberamente, senza alcuna estranea influenza e secondo le regole
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dell'Ordine Benedettino. Minacciava infine il Pontefice la scomunica contro chi, sì ecclesiastico che secolare, contravvenisse alle su esposte prescrizioni papali o in qualsiasi altro modo attentasse alla sicurezza ed alia prosperità dell'Abbazia di S. Benedetto ed invocava invece la benedizione celeste su coloro che la favorissero o difendessero.
Oltre a tutti i possessi abbaziali sopra elencati, ci risulta altresì che, in epoche più recenti, la nostra Abbazia di S. Benedetto, percepiva anche vari canoni. Ad esempio, uno dagli Olivetani di Monte Morcino di Perugia per la Chiesa di S. Nicolo di Bagnara; quello già ricordato che aveva dai Conti Olivieri di Nocera Umbra, per un predio enfiteutico a Frecco, ed altri ancora da Poggio Morico, nel territorio di Assisi, da Casacastalda, dal Convento dei Padri Cappuccini di Gualdo e da parecchi anche lontani paesi. Case e terreni in abbondanza, possedeva specialmente nel territorio di Gualdo, ricevuti come Legati da pie persone, senza parlare delle decime, che ancor più aumentavavo le sue rendite. (1)
I Religiosi, originariamente, pervennero al Monastero Gualdese dal primitivo e genuino Ordine di S. Benedetto, cioè dai così detti Monaci Neri. In seguito vi pervennero invece dai Camaldolesi, anzi questi nel 1188 già occupavano l'Abbazia, poiché, come vedemmo, è appunto ai Camaldolesi che viene indirizzata in tale anno la su descritta Bolla di Clemente III. Nel Liber Censuum della Chiesa Romana, iniziato l'anno 1192 dal Camerario Cencio Savelli, che fu poi Papa Onorio III, oggi conservato nell'Archivio Vaticano, troviamo ricordati due soli Monasteri nella Diocesi Nocerina, che allora pagavano un censo alla Santa Sede, uno di essi è Gualdese e viene indicato semplicemente con le parole Monasterium Waldi. Tale indicazione si riferisce, senza alcun dubbio, all'antica Abbazia di S. Benedetto. Come nel Liber Censuum, così anche nel Liber taxarum ecclesiarum et monasteriorum, del quale esiste una copia Quattrocentesca nel Codice Sessoriano 1471 (46) della Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, tratta dagli antichi esemplari esistenti nel Sacro Collegio e nella Camera Apostolica, si riscontra che, nella Diocesi di Nocera, erano tassati sette Monasteri tutti dell'Ordine di
(1) J. P. MIGNE: Patrologie cursus completus. Vol. CCIV. Pag. 1339 - Arch. Vaticano: Arch. XXXI, Tomo 53, c. 48 - D. DOR1O : Op. cit. Pag. 43 - P kehr: Op. cit. Pag. 54, 55 - MlTTARELLl: Op. cit. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV. Pag. 168 - JAFFÈ-LOWENFELD: Regesta Pontificum Romanorum. Lipsia 1886. Il Edizione. N°. 16224 (10072) - Archivio Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo in Fabriano : Pergamena N°. 315. - P. Kehr : Nachtràge zii den Ròmischen Berichten (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenschaften zii Gottingen. Anno 1903. Pag. 570- 572) - A. BUCARI: La Bastola. Milano 1902. Pag. 172, Nota 9 - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 296; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499, Fase. Vili, c. 39; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, Voi. 1481-1484 e 1472-1478, Paginazione II, c. 249; dal 1489 al 1490, e. 44t e 46; dal 1484 al 1486, c. 75t ; dal 1472 al 1497, c. 175 ; del 1479 e 1480, c. 536 - Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. V. 11, e. 782t.
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S. Benedetto, e che tra questi, tassato per cinquanta fiorini d'oro, eravi anche un Monastero S. Benedicti de Galdo.
Nella parte riguardante la Storia Civile di Gualdo Tadino, già narrammo come nell'anno 1180, i dispersi Tadinati venissero a porsi sotto la protezione di questa potente Abbazia e intorno ad essa fondassero il primo Gualdo e come in seguito, circa il 1210, l'abbandonassero per cercare una località più sicura e più difesa e andassero a stabilirsi nella vicina Valdigorgo, o Valle Gorga, oggi invece chiamata Valle di S. Marzio. Ma anche i Monaci dell'Abbazia, nonostante la loro grande influenza, avevano di che temere dalle continue guerre e dalle prepotenze dei Feudatari vicini, se non altro per l'aiuto dato ai Gualdesi sottrattisi al dominio dei Feudatari stessi; a ciò si aggiunga che, dopo l'entrata dei Camaldolesi nel Monastero, questo era un poco decaduto nel suo potere temporale e dissoluto in quello spirituale, tanto che i Monaci si videro costretti a ricorrere al Pontefice Innocenzo III che, per provvedere alla sicurezza ed al buon andamento dell'Abbazia, emise due Brevi. Con il primo, dell'anno 1198, accondiscendeva alla domanda fatta dai Monaci per trasferirsi in luogo più comodo e più sicuro; con il secondo, del 4 Maggio 1199, commetteva ad Ugo Trinci, Vescovo di Nocera, l'incarico di visitare l'Abbazia e procurarne la riorganizzazione. Ecco anzi, per esteso, i relativi documenti:
« Innocentius episcopus servus servorum Dei, dilectis filiis . . . abbati et monachis de Gualdo, salutem et apostolicam benedictionem. Que prò religiosorum locorum necessitate petuntur a nobis, animo gratuito concedimus et honesta petentium desideriis favorem apostolicum gratius impertimur. Quia igitur in medio prave ac perverse nationis positi, graves a vicinis vestris molestias et gravamina non modica sustinetis, ac volentes eorum nequitiam fugiendo vttare, licentiam postulastis a nobis ad loca tuttora monasterium et habitationem circumpositam transferendi, vestris precibus inclinati liberam vobis super hoc concedimus auctoritate apostolica facultatem, ut in majori quiete monastice professionis officium exequi valeatis. Nulli ergo... etc. Datum Luterani... etc. ».
« Innocentius episcopus servus servorum Dei, venerabili fratri nostro Hugoni Nucerino Episcopo, salutem et apostolicam benedictionem. Sic nos de singularum ecclesiarum stato decet esse solicitos, ut et utilitatibus consulamus ipsarum et gravaminibus obviemus, ne creditam nobis solicitudinem postponere presumamur. Attendentes igitur qualiter Monasterium de Waldo, quod ad Romanam Ecclesiam nullo pertinet mediante, in spiritualibus dissolutum sit, et in temporalibus diminutum, qualiter etiam a vicinis undique molestetur, ipsum tipi personaliter de fratrum nostrorum consilio committimus, quantum Dominus tibi permiserit, restaurandum in temporalibus et spiritualibus reformandum ; facultatem tibi corrigendi que in ea corrigenda fuerit et statuendi """ statuendo cognoveris, auctoritate presentium liberam indulgentes; tamen, quod ex hoc liberias ipsius monasterii non ledatur. Nulli ergo omino hominum liceat... etc. Datum Luterani IV monas Maij ».
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Esiste anche un altro Breve, dato a Signa da Onorio III il 5 Luglio del 1223, che può mettersi in relazione con lo stato di disordine in cui trovavasi allora l'Abbazia. Esso si riferisce ad una vertenza in quel tempo insorta tra i Monaci ed il Vescovo di Nocera. Costui, secondo le regole Diocesane, pretendeva che a lui spettasse di concedere l'approvazione e la benedizione dopo la nomina degli Abbati effettuata dai Monaci ; costoro invece riconoscevano tale diritto unicamente al Pontefice che, con il Breve in parola, affidò la risoluzione della vertenza a Oddo de Bove, Subdiacono e Cappellano Pontificio. (1)
Non passò molto tempo, che il su riferito Breve di Innocenzo III trovò la sua applicazione; infatti distrutto da un incendio anche il Gualdo di Valdigorgo e ricostruito per la terza volta sul Colle S. Angelo, ai Gualdesi ceduto dall'Abbazia in discorso, come già abbiamo narrato, anche i Monaci di S. Benedetto, poterono soddisfare il loro antico desiderio e nella metà di quel secolo, abbandonata la vecchia loro residenza, alla quale località rimase il nome di S. Benedetto Vecchio, andarono a stabilirsi entro le mura di Gualdo, in una nuova Abbazia che sorse attigua all'attuale Chiesa di S. Benedetto e che in seguito andò a poco a poco ingrandendosi.
Dopo di che, scarse e monche notizie ci restano intorno alla nostra Abbazia, essendo andato il suo ricco Archivio completamente disperso. Così sappiamo che nel 1260, come da pubblico Istrumento già ricordato, fondandosi l'Ospedale della Carità, veniva posto sotto la dipendenza e l'amministrazione dei Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto. Ci è noto anche che nel 1280, durante una lunga e complicata vertenza tra il Rettore del Ducato di Spoleto ed il Comune di Gualdo, che era stato privato dal primo di alcuni suoi diritti tra i quali quello di potere eleggere il proprio Podestà e gli altri pubblici Ufficiali, Guglielmo di Peleto, Uditore della Camera Apostolica, si rivolgeva a Guglielmo, Abbate del nostro Monastero di S. Benedetto, perché invitasse Filippo da Napoli, Rettore del Ducato di Spoleto e della città di Perugia, a presentarsi entro otto giorni alla Curia Romana per rispondere in merito ad una Causa di appello iniziata dal Comune di Gualdo pel motivo suddetto. Così pure si ha notizia, che nel 1291, essendo insorta una grave lite fra l'Abbazia di S. Benedetto di Gualdo ed il celebre Monastero di S. Vittore di Chiusi nel territorio Fabrianese, a proposito di alcuni diritti sulla Chiesa di S. Stefano di Montagnano, Papa Nicolo IV dava incarico, per la composizione della vertenza, a Guarino Priore della Chiesa di S. Venanzo di Fabriano, al Priore di S. Medardo in Arcevia ed a Nicolo da Sassoferrato, Canonico della Cattedrale di Senigallia.
Dobbiamo anche supporre, che in quest'epoca, non molto tranquilla dovesse trascorrere la vita monastica nel nostro Chiostro.
(1) Mittarelli: Op. cit. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 169 e Appendice dello stesso Tomo IV, Pag. 216 e 218 - Arch. Vaticano : Reg. d'Innocenzo III. Anno I. 66, II, 52; Reg. di Onorio III. Anno VII. 201 -O. CAPPELLETTI: Le Chiese d'Italia. Venezia 1846. Vol. V, Pag. 16.
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Ciò sì deduce infatti da un Breve di Papa Benedetto XI, emesso a Roma il 15 Gennaio 1304 e indirizzato agli Abbati dei Monasteri di S. Paolo e di S. Maria di Val di Ponte, ambedue vetuste Abbazie della Diocesi di Perugia, nonché al Priore Perugino dei Frati Predicatori. Con il Breve in parola, il Pontefice innanzi tutto avvertiva i suddetti, che Ermando, Abbate della Badia di S. Benedetto in Gualdo, era stato accusato di commettere innumerevoli crimini e di disperdere in illecite pratiche i beni del Monastero, seguitando a celebrarvi i Divini Offici benché indegno di tale funzione, tanto che i Monaci, insorti, negavano a lui obbedienza e soggezione e per proprio conto, senza la necessaria autorità, governavano l'Abbazia, che così, priva di legittimo capo, andava in perdizione e rovina. Ciò premesso, lo stesso Papa, ordinava agli Abbati ed al Priore suddetti, di recarsi in Gualdo nell'Abbazia di S. Benedetto, per ricondurre nei Monaci la piena concordia, ripristinarvi l'abolita ma necessaria autorità Abbaziale e ricercare e porre in evidenza le singole responsabilità, per poi darne dettagliata relazione alla Santa Sede. E dopo questo provvedimento, l'ordine e la pace dovettero tornare nel nostro Monastero di S. Benedetto, tanto è vero che nel 1326, il nuovo Abbate Filippo, veniva eletto Giudice in una lite insorta tra il Convento di Monte Fano ed il Capitolo di S. Venanzo di Fabriano, a causa dell'erezione, in quest'ultima città, di una Parrocchia intitolata a S. Benedetto. Nel 1333, troviamo il nostro Monastero Benedettino tra i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto tassati da Papa Giovanni XXII, sin dall'anno precedente, per restaurare l'esauste finanze dello Stato Papale. Il pagamento di questa tassa o decima, risulta da una nota del Tesoriere Pontificio del Ducato Giovanni Rigaldi, che porta la data del 21 Giugno ed è del seguente tenore : « Item [habui] a domino Loi, solvente pro monasterio S. Benedicti de Gualdo, et pro S. Laurentio de Corbassano et pro ecclesia S. Angeli de Fabrica, et pro ecclesia S. Martini Vallisrene, et pro ecclesia Sanctorum Johannis et Pauli districtus Vallis Serate, 93 lib. 12 sol. ».
Sappiamo anche che nel 1379, l'Abbate del Monastero di S. Benedetto Alessandro di Baldetto, ebbe l'alto onore di presiedere il Capitolo dei Monaci della celebre Abbazia Avellanese, a ciò delegato dalla stessa assemblea, e che un identico officio ebbero l'Abbate Nicola, che presiedette l'altro Capitolo tenuto nel 1384 in S. Donato di Gualdo, incaricato inoltre di riformare la stessa Abbazia dell'Avellana, e gli Abbati Morino e Giovanni negli ultimi di quel secolo. Anzi, a tal proposito ricorderemo, che l'antico Sigillo Capitolare della nostra Abbazia di S. Benedetto, fa oggi parte della grande Raccolta di Sigilli Corvisieri, depositata dallo Stato in Roma, nel Museo di Palazzo Venezia. Trattasi di un Sigillo ogivale di rame, di mm. 60 X 37. La leggenda onciale, circondata da un doppio filetto reca le parole: S. Capitali: Mon: Scci. Benedicti. D. Gualdo + . Vi si vede la figura di S. Benedetto con il saio dell'Ordine, sorreggente con la destra un libro chiuso e con la sinistra un bordone manico trasversale. Inferiormente sta l'Abbate, genuflesso
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ed a mani giunte, a destra del Santo la lettera S, ed a sinistra B N, ambedue le sigle in onciale. La prima figura è affrontata, la seconda rivolta. Aggiungeremo finalmente che, intorno alla metà del Quattrocento, Papa Niccolo V apportava grandi restauri ed abbellimenti all'intera Abbazia; che lo stesso Papa, con Bolla data il 3 Novembre 1449 a Fabriano e diretta all'Abbate Bartolomeo, confermava e approvava la già ricordata lettera del suo predecessore Alessandro III e che inoltre Papa Sisto IV, nel 1480, eleggeva arbitro l'Abbate di S. Benedetto, in una contesa sorta tra alcuni privati ed il nostro Convento di S. Maria Maddalena. (1) Con il principiare del secolo XV, l'antica Abbazia Gualdese aveva però già cominciato a decadere e tale fenomeno andò sempre aumentando fino a che nel 1441, secondo quanto attestano Dorio e Jacobilli, Papa Eugenio IV vi sopprimeva i Monaci e la dava in Commenda Secolare, provocandone così l'ultima rovina. Il Chiostro, con i suoi beni e le sue rendite, passava perciò in possesso di Abbati Commendatari, che erano quasi sempre Cardinali o illustri Prelati forestieri, i quali vivendo lontani da Gualdo, mantenevano nell'Abbazia, per l'esercizio del culto e per l'amministrazione dei beni abbaziali, un proprio rappresentante o procuratore, costituente un Cappellano Curato, in sostituzione dell'Abbate Claustrale scomparso con i Monaci. Ma anche ammettendo l'esattezza della suddetta data 1441, certo è che l'effettiva conversione dell'Abbazia in Commenda, avvenne molto più tardi, per la resistenza opposta dai spodestati Monaci Benedettini. Da numerosi documenti Gualdesi dell'Archivio Comunale e di quello Notarile, ci risulta infatti che anche dopo il 1441, seguitarono quei Monaci a risiedere nell'Abbazia ed a tenervi i propri Capitoli sotto il governo di un Abbate Claustrale, ed è attraverso questi Capitoli che noi possiamo seguire, con precisione, la lenta agonia del vetusto Monastero Benedettino. Tra i molti, qui citeremo ad esempio, solamente il Capitolo del 30 Aprile 1472, al quale intervennero gli otto Monaci che ancora vi esistevano, compreso l'Abbate Claustrale Bartolomeo di Pietro da Gualdo, ed i Capitoli del 26 Febbraio 1477 e del 1 Luglio 1485, nei quali i Monaci vedonsi discesi a cinque e cioè: Ugolino di Raniero, Facondino di Nanni Palei, Battista di Evangelista dei Bencivenni da Gualdo, Benedetto di Meo di Pietruccio detto della Boya pure da Gualdo, con il nuovo Abbate Claustrale Giovan Matteo di Mariano Bongrazi. Interessante figura è quella di quest'ultimo.
(1) R. GUERRIERI: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. Pag. 12 - Arch. Vaticano: Arm. XXXI. Tomo 53. c. 48 ; Registro Vaticano N°. 57 (Benedetto XI. Anno I) Epist. N°. 423 - P. KEHR : Aeltere Papsturhunden in den. pàpstlichen Registern. (In Nachrichten già cit. Phil. Hist. Klasse. Anno 1902. Pag. 508) - P. KEHR : Nachtràge zii den Romischen Berichten (In Nachrichten già cit. Anno 1903. Pag. 570-572) - MlTTARELLI : Op. cit. Tomo V. Venezia 1760. Pag. 192-193 - Inventario dei Sigilli Corvisieri. Roma 1911. Sigillo no. 97 del Catalogo - Arch. Vaticano: Collettorie. Voi. 225, e. 32 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. N°. 83,
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Fu ascritto al clero assai giovane, ricevendo gli Ordini Minori il 22 Aprile 1476. Divenuto subito dopo Abbate del Chiostro di S. Benedetto, si rifiutò decisamente di riconoscerne la già decretata trasformazione in Commenda e ne difese persino con le armi l'autonomia ed il possesso per i suoi Monaci, provocando perciò un Breve di Sisto IV, in data 7 Giugno 1481, con il quale veniva scacciato quale ribelle dal Chiostro e sottoposto a severissime pene, delle quali dovette però poi ottenere il condono, poiché lo ritroviamo, poco dopo, nuovamente al governo della Badia. Ora, notisi bene, negli Atti del suddetto Capitolo del 1 Luglio 1485, come pure in quelli di tutti i Capitoli precedenti, giammai riscontrasi il minimo accenno alla presenza od esistenza di un Abbate Commendatario nel nostro Chiostro di S. Benedetto, che si dimostra allora invece, in ogni sua azione, completamente libero sotto il governo dell'Abbate Claustrale. Lo stesso dicasi per quanto si riferisce agli svariati e numerosi Istrumenti notarili, stipulati da quei Monaci Benedettini precedentemente al suddetto Capitolo del 1 Luglio 1485. Ma, a distanza di pochi giorni da quest'ultimo, essendosene tenuto un altro il giorno 30 di quello stesso mese, troviamo lo stato giuridico dell'Abbazia completamente cambiato. Dagli Atti di questo nuovo Capitolo, apprendiamo infatti che era nel frattempo morto l'Abbate Claustrale Giovan Matteo Bongrazi e che Papa Innocenzo VIII, avendo concesso la Commenda della nostra Abbazia di S. Benedetto al Card. Giovan Battista Savelli, già Legato di Perugia e dell'Umbria, lo stesso nominava un suo rappresentante e procuratore, che in Gualdo avrebbe gestito per suo conto l'amministrazione dell'Abbazia. Dopo quest'epoca, in ogni Atto stipulato dai Monaci dell'Abbazia, più non appare l'Abbate Claustrale, ma interviene sempre l'Abbate Commendatario, raramente in persona, ma quasi sempre con il tramite del suo rappresentante e procuratore, consistente come si è detto in un Ecclesiastico. E quest'ultimo presiede e dirige persino i soliti Capitoli che, direi quasi per abitudine, i superstiti Monaci seguitavano ancora a tenere nella loro Abbazia. Questi Monaci che, senza l'Abbate, nel 1485, come vedemmo, erano in numero di quattro, ora dopo dieci anni, li troviamo ridotti a due soltanto e cioè i su nominati Benedetto di Meo di Pietruccio della Boya e Battista di Evangelista dei Bencivenni, costituenti, con il Rappresentante del Commendatario « totum capitulum et conventum » del Monastero di S. Benedetto, come si legge in un Atto del 18 Ottobre 1498. Il primo di essi, nel 1491, risulta che era anche Rettore della Chiesa di S. Savino di Serra presso Gualdo ed il secondo, nel 1507, Rettore del Beneficio e Chiesa di S. Vittorino de colle Godino, nel territorio di Rocca Contrada, oggi Arcevia, Chiese ambedue dipendenti dall'Abbazia di S. Benedetto. Nel 13 Giugno 1495, questi due Monaci li vediamo figurare tra i testimoni di un testamento rogato nell'Abbazia suddetta, sottoscrivendolo ciascuno con una diffusa dichiarazione autografa e con l'apposizione del proprio sigillo. Del primo, ne abbiamo un altro ricordo il 25 Novembre 1503, con la quale data funge da testimonio nel
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testamento del celebre Pittore Gualdese Matteo dì Pietro e l'ultima sua notizia se ne ha il 20 Ottobre 1507. Del secondo Monaco, cioè di Battista di Evangelista dei Bencivenni, sappiamo invece che morì decrepito nel suo Chiostro, il 29 Marzo del 1518, ultimo Monaco della vetusta Abbazia di S. Benedetto.
Da tutto quanto sopra si è detto, appare dunque chiaro che la reale ed effettiva presa di possesso dell'Abbazia e dei suoi beni da parte degli Abbati Commendatari, avvenne soltanto nel mese di Luglio del 1485, per opera del Card. Savelli e cioè subito dopo la morte dell'ultimo Abbate Claustrale Giovan Matteo Bongrazi, pure essendosi effettuata anche molto prima la nomina dell'Abbate Commendatario. È quindi dal Savelli che s'inizia regolarmente la serie di questi ultimi. L'Alfieri, nelle sue note alla « Cronaca della Diocesi di Nocera » scritta nei primi del Settecento dal Vescovo Alessandro Borgia, in un elenco degli Abbati Commendatari della nostra Abbazia di S. Benedetto, prima del Savelli ne cita altri quattro e cioè: Bartolomeo di Pietro, Card. Giovanni Arcimboldi, Giovan Matteo Bongrazi e Card. Girolamo della Rovere. Ma di questi, il primo ed il terzo furono, come vedemmo, semplici Abbati Claustrali o Monastici, in lotta anzi con l'istituzione della Commenda Abbaziale, ed il secondo ed il quarto, cioè i due Cardinali, se anche furono investiti di questa Commenda, ne ebbero però il possesso solamente nominale, nessuna autorità esercitarono nell'Abbazia, né dei beni di questa ottennero il godimento, per la fiera opposizione dei superstiti Monaci. Altre inesattezze contiene il su ricordato elenco dei Commendatari redatto dall'Alfieri. Egli, ad esempio, nel 1494 cita come tale il Card. Alessandro Farnese, che era invece in quell'anno Commendatario dell'altra Abbazia Benedettina Gualdese di S. Donato, nomina un Vincenzo Grotto nel 1554, che egli probabilmente confuse con un tal Vincenzo Blasiotto, allora semplice affittuario delle terre Abbaziali e ricorda infine il celebre Cardinale di Augusta, Ottone Truchses, in un epoca (1555) in cui, da un Censuario dell'Abbazia, risulta invece in modo inoppugnabile che quest'ultima, come vedremo, era in possesso del Card. Spinola. Darò qui appresso la serie degli Abbati Commendatari della Badia di S. Benedetto, secondo quanto ho potuto dedurre da documenti il più possibile chiari e sicuri, tenendo presente che le date apposte ad ognuno di essi, non sempre rappresentano l'anno in cui fu a loro concessa la Commenda, ma stanno solo a significare che, in quell'anno almeno, erano al possesso della Commenda stessa.
Dopo il suddetto Card. Giovan Battista Savelli, che vediamo a capo della Badia sino all'Agosto del 1498, appare quale Commendatario, nell'Ottobre di quello stesso anno, il Protonotaro Apostolico Francesco Savelli. Era tuttavia in carica nel Dicembre 1500. Nel 1501, il Card. Giacomo Serra detto il Card. Arborense, Legato dell'Umbria, il quale, avendo in seguito volontariamente riconsegnato la Commenda, fu sostituito il 23 Marzo 1503 dal Prelato Giuliano Spinola. Nel 1505, nuovamente il Card. Giacomo Serra, ratione regressus; nel 1509 il Card. Fazio Cantorino, del
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titolo di S. Sabina, e nel 1510 di nuovo il su ricordato Giuliano Spinola. Cinque anni dopo, troviamo contemporaneamente il Romano Giovanni Evangelista Spinola, quale Usufruttuario perpetuo della Badia di S. Benedetto, e Giovanni Nicolo Scrignetti degli Onofri da Sassoferrato, quale Abbate Commendatario Perpetuo. La ragione di questa duplice investitura, l'una per quanto riguardava le rendite dell'Abbazia, l'altra per quanto si riferiva agli oneri inerenti al Titolo, si spiega forse per il fatto che, essendo lo Spinola in età minore all'epoca della sua investitura, non gli si era potuto assegnare, con i beni Abbaziali, anche l'effettivo esercizio dell'officio di Commendatario. Certo che in seguito, cresciuto lo Spinola di età, tale sdoppiamento della Commenda creò inconvenienti e vertenze giudiziarie, ognuno dei due Titolari volendo invadere l'altrui campo, sino a che, il 14 Marzo 1528, si addivenne tra i due contendenti alla stipulazione di un Atto transativo, per stabilire le rispettive mansioni nello sfruttamento e nel governo dell'Abbazia : Lo Spinola avrebbe percepito tutte le rendite Abbaziali, con il diritto di poterne disporre a suo piacimento, ma era però in obbligo di provvedere a qualsiasi spesa inerente al mantenimento dell'Abbazia e della Chiesa annessa; lo Scrignetti avrebbe avuto invece la direzione ed il governo dell'azienda, ad esempio avrebbe conferito i Benefici Abbaziali, concesse le Enfiteusi, nominato e licenziato i Preti secolari e gli inservienti addetti all'Abbazia. Quest'ultimo Prelato fu contemporaneamente anche Commendatario di un'altra Abbazia Gualdese e cioè di quella di S. Donato. Pochi anni prima, nel 1519, in seguito a Decreto del Card. Del Monte, l'antico Ospedale della Carità, fondato nel secolo XIII dal Notaio Diotisalvi, era stato tolto dalla dipendenza dell'Abbazia, certo per il mal governo che ne faceva e dato ad amministrare al Comune di Gualdo. Dopo il 1544, lo Spinola condivise la Commenda non più con lo Scrignetti, defunto, ma con il Card. Tiberio Crispi, finché, negli ultimi del 1559, subentrò il Card. Carlo Caraffa e dal 1562 al 1580 il Card. Giovanni Antonio Serbelloni Milanese, Legato di Perugia e Vescovo di Foligno. Costui ebbe anzi, quale suo Vicario nella Commenda, il Sacerdote Gualdese Angelo Moroni, morto l'anno 1579, che fu anche Vicario del Vescovo di Nocera in Gualdo e Pievano della Chiesa di S. Fa condino. Dopo il Card, Serbelloni, dal 1581 al 1590, fu Commendatario Mons. Dario Moroni da Gualdo; dal 1591 al 1597 Albani Vincenzo Milanese; nel 1598 Mons. Porfirio Féliciani da Gualdo, Vescovo di Foligno, che fece ricostruire vari altari nel Tempio; nel 1615 Mons. Angelo Feliciani, Protonotaro Apostolico e nepote del precedente; nel 1633 Mons. Domenico Salvetti da Gualdo, Prelato Palatino; dopo costui, nel 1665 Giacomo Filippo Nini, Cardinale e Arcivescovo titolare di Corinto; nel 1681 il Card. Stefano Agostini, morto nel mese di Marzo del 1683; nel 1687 il Card. Piermatteo Petrucci, che restaurò la Chiesa circa il 1700; nel 1703 il Card. Sperelio Sperelli; nel 1710 Mons. Marco Battaglini, Vescovo di Nocera e nel 1718 l'altro Vescovo Nocerino Mons. Alessandro Borgia. Costui, nel
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1743, fece ricostruire in legno di noce le tre maggiori porte del Tempio, al cui edificio arrecò poi notevoli restauri quattro anni dopo, avendo riportato gravi danni pel terremoto del 1747. Fu anzi il Borgia, che estrasse molti preziosi documenti dagli Archivi delle Chiese e dei Conventi nella nostra Città, della quale intendeva scrivere la storia, documenti che egli avrebbe voluto in seguito collocare nell'Archivio Vescovile di Nocera e che invece con nostro danno andarono smarriti, poiché il Borgia li portò con sé in Fermo, quando venne inviato come Arcivescovo in quella sede. Dopo costui, nel 1764, vediamo Abbate Commendatario l'Arcivescovo Mons. Giuseppe Vincentini ; nel 1779, il Card. Altieri Vincenzo ; nel 1801 il Card. Giulio Gabrielli e nel 1808 Giovan Battista Quarantotti, divenuto poi Cardinale. (6)
Ora è il momento di notare che, sino dal 1530, la Magistratura ed il Clero Gualdese, approfittando della fermata che fece in Gualdo Clemente VII reduce dall'incoronazione di Carlo V, avevano chiesto personalmente al Pontefice, di erigere in Collegiata l'Abbazia di S. Benedetto, erogando a tale scopo le rendite della Commenda che si sarebbe dovuta sopprimere. Il Papa annuì, però la promessa non ebbe poi effetto. Da quell'epoca, fu costante e sempre più intenso nel Clero Gualdese, il desiderio di istituire un Collegio di Canonici in S. Benedetto, come è dimostrato da numerosi documenti, dai continui progetti che vediamo escogitati, dalle molte richieste fatte a nome della Municipalità e della popolazione e come risulta persino da più Legati testamentari di cittadini a favore dell'erigenda Collegiata. Ma nulla si potè mai ottenere, per i continui ostacoli che a tale progetto opponevano gli Abbati Commendatari, interessati al mantenimento delle proprie prebende, in ciò sostenuti anche dai Vescovi della diocesi, riuscendo così a far naufragare molte altre successive pratiche allo stesso scopo iniziate in varie epoche presso la Santa Sede, ad esempio nel 1618, nel 1625, nel 1645, nel 1665, nel 1754 e quasi di continuo nell'ultimo ventennio del Settecento e nei primi anni dell'Ottocento. Però nel 1818, essendo Abbate Commendatario di S. Benedetto il Vescovo di Nocera Mons. Francesco Piervissani,
(1) D. DORIO: Op. cit. Pag. 42 e 43 - L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III. Foligno 1661. Pag. 302 - P. Berardi: Op. cit. Pag. 34 - A. Alfieri: La Cronaca della Diocesi Nocerina nell'Umbria di Alessandro Borgia. Trad. ital. con note. Roma 1910. Pag. 30 e 31 - R. GUERRIERI : Op. cit. Pag, 34 - Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di documenti Storici Gualde si dal Xlll al XVIII secolo. Docum. n°. 19, 42, 43, 44, 45, 61 - L. JACOBILLI : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. Pag. 107 - Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Visita del 1593 alla Chiesa di S. Benedetto in Gualdo - Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1490, c. 104t ; dal 1472 al 1535, cc. 44t ; dal 1509 al 1516, c. 15 ; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Mascelli, Vol. dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, Paginazione II, c. 3 e 187 ; dal 1484 al 1486, c. 182t e 1911; dal 1498 al 1499, Paginazione I, e. 52t, 74, 83; dal 1473 al 1527, c. 121, 122; dal 1504 al 1505, c. 29; del 1479, 1510 e 1511, c. 91 - Arch. della Chiesa Abbaziale di S. Benedetto : Liber Censuum - Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Jacobilli) Cod. A. V. 11, c. 783.
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costui otteneva da Papa Pio VII che venisse abolita quella Commenda Secolare, ma non già per destinarne le rendite all'istituzione di una Collegiata, bensì per devolverle alla Mensa Vescovile Nocerina, quale compenso dei beni dalla stessa perduti durante il periodo dell'invasione Francese. Ciò nonostante, assunto in seguito al Pontificato Papa Pio IX, i Gualdesi tornarono ad adoperarsi per la realizzazione del loro antico sogno, l'istituzione della Collegiata, e questa volta infatti, per opera specialmente dei concittadini Mons. Stella, Cameriere del Pontefice e Mons. Antonio Caiani, allora Avvocato Concistoriale e poi Uditore di Rota, la Santa Sede revocava l'unione dell'Abbazia di S. Benedetto alla Mensa Vescovile di Nocera, e l'Abbazia stessa erigeva a Collegiata con otto Canonici e la dignità di Arcidiacono, dovendosi inoltre nella elezione dei Canonici, preferire i Gualdesi agli estranei. Tutto ciò, con Decreto Concistoriale del 26 Maggio 1847, il quale però sarebbe dovuto andare in vigore soltanto alla morte del Piervissani, che avvenne infatti poco dopo, il 15 Gennaio 1848. Così finalmente, dopo tre secoli, restavano esauditi gli ardenti voti del Clero Gualdese però, subentrato a quello Papale il Governo Italiano, per effetto del Decreto del Commissario Pepoli, nel 1861 i beni della Collegiata, come quelli di tanti altri Enti Ecclesiastici, vennero confiscati e dati al Demanio. Ma anche senza prebende, il Capitolo dei Canonici continuò a funzionare e la Collegiata sussiste tuttora nella nostra Chiesa di S. Benedetto, che anzi, con Decreto Concistoriale del 2 Gennaio 1915, venne elevata all'onore di Cattedrale. (1)
Come tutte le Abbazie Benedettine, anche la nostra ospitò Monaci insigni per santità o per dottrina: Degno di menzione è il Beato Angelo da Gualdo, che fu uno dei più tipici rappresentanti di quegli eremiti ascetici, che nel mistico Medio-Evo andarono a rinchiudersi negli antri malsani e nelle selvagge solitudini dei boschi e dei deserti, per condurvi una vita puramente contemplativa, dedicata all'adorazione della Divinità, lungi dalle seduzioni mondane; uno di quegli Anacoreti che alcuni venerarono poi sugli Altari e che altri tennero in non cale od irrisero, quali esaltati ed isterici.
Nacque circa il 1270 nel villaggio di Casale presso Gualdo da poveri agricoltori ; il padre aveva nome Ventura, la madre Chiara, anche soprannominata Origalistra e nella sua adolescenza fu guardiano di pecore. Secondo la tradizione, appena trilustre, ebbe una disputa con la madre che lo rimproverava di elargire troppe elemosine ai miseri, per cui partendo da casa in preda all'ira, augurò alla madre stessa di non ritrovarvela viva. Pare che per una strana fatalità, il triste augurio si avverasse e ciò sull'animo del giovanetto, certo già predisposto all'ascetismo, facesse così profonda impressione da sospingerlo, in segno di penitenza, nel lungo e allora periglioso pellegrinaggio sino alla tomba di S. Giacomo di Compostella in Ispagna. Tornato in patria vestì l'abito monastico,
(1) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Docum. N°. 115 e 118. Libro dei Consigli dal 1642 al 1647, c. 193t, 196.t .
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come Converso, nel nostro Convento di S. Benedetto, da dove indi a poco si partì per raggiungere alcuni Cenobiti che vivevano nell'Eremo dei S.S. Gervasio e Protasio, allora esistente sulla montagna Gualdese nella località Capo d'Acqua. Ma non sembrandogli sufficientemente solitaria e dura la vita che ivi si conduceva, dopo qualche anno si fece costruire dai parenti un'angusta cella lungo il rivo Remore, precisamente nel luogo dove esiste anche attualmente una Chiesetta a lui dedicata, ed in tale cella, poco più che ventenne, si rinchiuse per tutta la vita e dopo oltre un trentennio vi si spense, come suoi dirsi in odore di santità, il 15 Gennaio 1324. Erroneamente da alcuni Agiografi, fu invece indicato l'anno 1325. La sua salma fu subito dal popolo processionalmente portata in Gualdo ed esposta alla pubblica adorazione, nella Piazza Maggiore, innanzi la Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, entro la quale fu poi tumulata. Nel Gennaio del 1343, dopo un regolare Processo Canonico e con il beneplacito di Papa Clemente VI, dal Vescovo di Nocera Alessandro Vincioli e dall'Abbate Claustrale di S. Benedetto Ardenguccio Goncelli del Poggio furono esumate le sacre spoglie e rinchiuse in una grande urna di pietra rossa, collocata poi su uno degli Altari laterali della Chiesa di S. Benedetto, che era dedicato a S. Michele Arcangelo Patrono della città. Quivi il corpo del Beato subì una nuova ricognizione il 4 Maggio 1419, ed in seguito, l'altro Vescovo di Nocera Antonio Bolognini, fece porre le ossa del Beato Angelo in un'arca tutta di legno, recante dipinti alcuni miracoli al Beato attribuiti e l'espose poi all'adorazione del popolo sul medesimo Altare, ma ex novo ricostruito e dallo stesso Vescovo Bolognini riconsacrato nell'Aprile 1442. Quest'arca, nel 1533, dall'Abbate Commendatario di S. Benedetto Giovan Nicolo Scrignetti, venne sostituita con altra nuova, tutta intarsiata di madreperla e riccamente dipinta, munita di vetro anteriormente per la visione delle sacre spoglie. La suddetta data 1533, risultava da un'epigrafe apposta nel suo interno.
Nel nostro territorio, sin dagli antichi tempi, si tributò spontaneamente, un vero e proprio culto per l'Anacoreta Gualdese. Con Deliberazione del 22 Marzo 1567, il Comune di Gualdo presentò domanda alle Autorità Ecclesiastiche, perché si addivenisse senz' altro alla sua canonizzazione, la qual cosa si rese però possibile solo molti anni più tardi. Infatti, dopo lungo ed accurato processo, il culto per il Beato Angelo fu definitivamente approvato dalla Sacra Congregazione dei Riti, con Atto del 17 Dicembre 1633. Nel 1643, il Governo Pontificio, ordinò che ogni Comune dovesse dichiarare quale era il proprio Santo Protettore. I Gualdesi, nel General Consiglio del 22 Marzo di quell'anno, non tenendo conto che il vero e antico Protettore della città era, come sopra si è detto, l'Arcangelo S. Michele, dessero a loro Patrono, il Beato Angelo e fissarono in suo onore, come festa annuale, il 15 Gennaio, giorno della di lui morte. Lo stesso Comune stanziò poi nel pubblico bilancio una somma per il culto del Beato Angelo ed ebbe particolare cura dell' Altare che gli era stato dedicato, al quale ufficialmente e con gran pompa si recava la Magistratura in
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determinate solenni occasioni e dove affluirono sempre abbondantemente e cospicue, le elargizioni di numerosi fedeli.
Nel Settembre del 1824, furono indette in Gualdo grandiose feste per la ricorrenza.del V Centenario della morte del Beato Angelo. Il suo antico Altare del 1442 venne allora modificato, rinnovato e infarcito di marmi policromi, deturpandone però così le belle e severe linee Quattrocentesche. Il corpo del Beato, rivestito di seriche vesti, fu collocato in una nuova e ricca urna di legno intagliata e dorata, sostituendola sull'Altare a quella del 1533, che poi passò a far parte di un Museo di Firenze. Questa nuova sistemazione ebbe però una breve durata: Infatti, nella fine dell'Ottocento, quando la Chiesa di S. Benedetto subì nel suo interno, come a suo tempo vedremo, un radicale rifacimento, l'Altare suddetto andò disperso e l'urna, che per la stessa ragione era stata provvisoriamente trasportata sull'Altare Maggiore della vicina Chiesa di S. Francesco (dove rimase dal 1875 al 1896) il 21 Luglio del 1881, di notte tempo, fu grandemente danneggiata da un incendio, per cui nel 1883 si dovette tutta ricostruire in metallo con vetri come al presente si trova. Fu in occasione del suddetto V Centenario del decesso del Beato Angelo, che il culto a lui tributato si riconfermò, dalla Sacra Congregazione dei Riti, per la seconda volta, con Decreto emesso poco dopo e cioè durante l'anno 1825. Nuovi pomposi festeggiamenti furono tenuti in Gualdo nel VI Centenario della sua morte e cioè nell'Agosto del 1924. In tale occasione venne i naugurata un'artistica Cappella, a forma di cripta, annessa al Tempio di S. Benedetto, nella quale, su di un marmoreo Altare, fu definitivamente deposta l'urna metallica contenente le spoglie del Beato Angelo, la quale urna, dopo il ventennio trascorso, secondo quanto si disse, nella Chiesa di S. Francesco, era stata riportata il 27 Settembre 1896 nella restaurata Chiesa di S. Benedetto, e quivi collocata sull'Altare Maggiore, più non esistendovi quello antico e speciale del Beato Angelo, andato disperso, come si è visto, durante i restauri del tempio.
Prima di chiudere questo Capitolo, ricorderemo anche un altro insigne Monaco della nostra Abbazia di S. Benedetto, e cioè Bonfiglio Fancelli da Gualdo, che emerse nell'Ordine e fu XV Generale della Congregazione Benedettina-Silvestrina, pel triennio 1586-1589, dopo avere anche scritto una Vita di S. Silvestre rimasta inedita. (1)
(1) JACOBILLI : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. Pag. 93 e 103 _ Arch. Storico di Gubbio - Fondo Armanni : Codice II. C. 23. Da c. 126 a c . 133t (Narratio gestorum et sanctae vitae et felicis obitus sancii viri Angeli solitarii) - Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1642 al 1647. c. 39-391 - Mittarelli : Op. cit. Tomo V. Venezia 1760 - L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo e della Regione di Taino. Foligno 1638 (Vita del B. Angelo) - Biblioteca Jacobilli nel Seminario di Foligno : Codice A. VI. 6, *. 7 4t; Cod. C. VIII 11, c. 37t - A. Bolzonetti : // Monte Fano e un Grande Anacoreta. Roma 1906. Pag. 176 - Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti Sacre Visite. Visita alla Chiesa di S. Benedetto in Gualdo. Cappella di S.
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II
Abbazìa di S. Donato. - I nostri più antichi manoscritti, ci parlano di una vetusta Abbazia di S. Donato, che nel secolo XI sarebbe stata fondata, secondo il Ciatti, dai Conti della Rocca Flea, a dir dello Jacobilli, dai più volte ricordati Conti di Nocera e, secondo il Dorio, dai progenitori della celebre famiglia Trinci, che ebbe poi la Signoria di Foligno; le quali opinioni, a prima vista contraddittorie, si spiegano facilmente e si accordano per il fatto che, così gli uni come gli altri di questi pretesi fondatori di S. Donato, come già si vide, facevano parte della medesima schiatta. (I)
Tale Abbazia, che oggi più non esiste, sorgeva lungo la riva del Feo, detto anticamente Fleo, nella località in cui attualmente trovasi il sobborgo della Città denominato volgarmente Valle disopra, e la sua ubicazione presso il fiume, ci spiega perché, in una pergamena del 27 Febbraio 1236, conservata nel nostro Archivio Comunale, l'Abbazia in discorso venga indicata con le parole « sanctus Donatus de Fleo ». Riccamente dotata, subito dopo la sua fondazione, venne destinata ai Monaci dell'Ordine di S. Benedetto, e fu appunto in quella Chiesa Abbaziale che nel 1237, come si disse, vennero sepolti i corpi combusti dei Gualdesi periti nell'immane incendio del Gualdo di Valdigorgo. (2)
Dipendette in origine dal Monastero di S. Andrea dell'Isola, ma dovette poi assumere non poca importanza, poiché nel 1254 vediamo il Rettore del Ducato di Spoleto, Card. Riccardo, dare incarico a Pietro, Abbate dell'Abbazia di S. Donato, di ammonire il Vescovo di Gubbio Jacopo, affinchè più non perseguitasse in futuro i Monaci della celebre Abbazia di S. Croce di Fonte Avellana, posta alle falde del Monte Catria, e nota, se non per altro, per la dimora che vuolsi vi facesse il sommo Alighieri, con i quali Religiosi pare che l'Episcopato Eugubino andasse poco di accordo. Così pure nel 1256, il Pontefice delegava con il Vescovo di Assisi anche l'Abbate di S. Donato di Gualdo, per la trattazione di un importante causa di appello, vertente tra la Cattedrale di Foligno e il Monastero
Angelo. Anno 1593 - Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Benedetto in Gualdo : Codice Liturgico del sec. XIII (Annotazioni in margine al Kalendarium) - A. Ribacchi: Il sesto Centenario dalla morte del Beato Angelo e la Chiesa Cattedrale di S. Benedetto. Gualdo Tadino 1924 - L. AMONI: Op. cit. - G. SILLANI: Vita del Beato Angelo da Gualdo. Assisi 1823 - A. RlBACCHt : Vita Popolare del B. Angelo. Gualdo Tadino 1928. (1) Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) pag 52, 76 - D. dorio : Op. cit. pag. 67 e indice - L. Jacobilli : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 38 - F. ClATTl : Delle Memorie Annali et Istoriche delle Cose di Perugia. Perugia 1638. Voi. Il, pag. 175 - G-MORONI: Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica. Vol. XXXIII, pag. 83
- L. JACOBILLl: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III. Foligno 1661. pag. 304, 305.
(2) P. BERARDI: Op. cit. pag. 28 - Arch. Storico di Gubbio (Fondo Ar manni) : Codice II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) c 121 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. N°. 25.
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Benedettino di S. Pietro di Landolina, nella Diocesi di Nocera, presso il Castello di Annifo, il quale Monastero, oggi diruto, non voleva essere soggetto alla Cattedrale suddetta. (1)
In quest'epoca i Monaci di S. Donato abbandonarono, forse a scopo di sicurezza, la loro antica ed indifesa dimora e si trasferirono entro le forti mura del nuovo Gualdo, costruendovi una seconda Abbazia. Non sappiamo esattamente quando avvenne un tale trasferimento, certo è che la Chiesa annessa al nuovo Monastero di S. Donato, reca scolpita su un capitello della porta d'ingresso laterale, la data della sua costruzione, 1255. Quasi certamente è quindi, presso a poco, questa l'epoca in cui quei Monaci abbandonarono la riva del Feo, per venirsi a stabilire entro la vicina città. Un altro ricordo, che probabilmente si riferisce invece alla costruzione di qualche parte dell'Abbazia, consiste in una lapide che un tempo era apposta sulla fronte dell'oggi distrutto edificio abbaziale e che ora trovasi murata in un angolo nell'interno della Chiesa. Tale lapide porta la seguente iscrizione a caratteri Gotici:
IN. NOIE. DNI. AMEN.
A. D. M. CC. LXXXXVI. IND.
VIIII. TPE. D. BONIFACII. PP.
VIII. D. XXV. M. AP. DON. RAINALD.
DE CARTICETO. FECIT
FIERI. HOC. OPUS.
la quale va letta così:
In nome di Dio Amen. Nell'anno del Signore 1296, indizione nona, a tempo di Papa Bonifacio VIII, nel giorno 25 del mese di aprile, domino Rinaldo da Carticeto fece erigere questa costruzione.
Certo è che la primitiva Abbazia con i terreni circostanti, seguitò per lungo tempo, anche dopo il trasferimento suddetto, ad appartenere all'Abbazia stessa, tanto è ciò vero che il 6 Ottobre del 1474, l'Abbate Commendatario di S. Donato, di quelle proprietà abbaziali, poteva ancora vendere un orto, che si descrive infatti come situato « in parochia S. Donati, in vocabulo Vallis Fei, juxta flumen Fei, res dicti monasteri et alia latera».
L'Archivio dell'Abbazia andò disperso e ben poco sappiamo delle sue trascorse vicende: Fu sottoposta in origine, come si è detto, a quella di S. Andrea dell'Isola, nel territorio di Nocera, e più tardi dipendette, con titolo di Priorato, dalla Badia di S. Croce di Fonte Avellana su nominata, la quale infatti, nel 1391, assunse la difesa di S. Donato, come suo membro, in una controversia giudiziaria.
Assai cospicui erano i beni del Monastero che possedeva in abbondanza campi, prati, boschi, orti, molini, fornaci per laterizi e case, delle quali ultime oltre venti entro il solo Gualdo. Nel 1332 "Giovanni XXII, per sopperire ai momentanei bisogni finanziari
(1) M. Faloci : I Priori della Cattedrale di Foligno (In Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Perugia 1914. Vol. XX, pag. - M. SARTI: De Episcopis Eugubinis. Pisa 1755. Cap. IX, pag. 150.
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della Sede Apostolica, impose su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto, una tassa per la durata di due anni, da pagarsi in quattro rate semestrali e ci risulta, a tal proposito, che l'Abbazia di S. Donato per il pagamento della prima rata, il 21 Giugno 1333, versò al Tesoriere Pontificio Giovanni Rigaldi, a mezzo di Maestro Pietro Salmucci, la somma di quindici libbre, quattro soldi e sei denari cortonesi. Il 28 Giugno 1384, i Monaci Camaldolesi, dovendo riformare il Convento dell'Avellana, tennero il loro Capitolo Generale nella Badia di S. Donato in Gualdo. Questa venne in seguito trasformata in Commenda Abbaziale, ma ignoriamo però quando esattamente ciò avvenne. Fu certo nel XV secolo, l'epoca nefasta per le Abbazie Benedettine, che in gran numero furono trasformate in Abbazie Commendatarie o incorporate in altre Istituzioni Ecclesiastiche, i di cui Titolari ne dispersero i ricchissimi patrimoni. Solo possiamo dire, che ciò non accadde prima della metà di quel secolo, poiché vi troviamo ancora un Abbate Claustrale, e cioè il Monaco Avellanense Bartolomeo di Ser Filippo da Gualdo, nel 1445. Infatti, in tale anno, con Decreto del 19 Aprile, Pietro, Abbate Generale del Monastero di S. Croce di Fonte Avellana, lo destituiva dal suo officio, perché, contrariamente all'ordine ricevuto, aveva pagato al Vescovo di Nocera il Sussidio Caritativo, ma poi, quattro giorni dopo, lo stesso Abbate Generale dell'Avellana, revocava la destituzione dell'Abbate di S. Donato, avendo questi potuto provare che non aveva invece mai versato al Vescovo Nocerino il Sussidio suddetto. Un tale episodio è anche interessante poiché ci prova che, sino all' istituzione della Commenda nel Monastero di S. Donato, questo rimase alla dipendenza della grande Abbazia di Fonte Avellana. Viceversa, dopo un ventennio appena, compare per la prima volta in S. Donato un Abbate Commendatario nella persona del Vescovo di Nocera Giovanni Marcolini da Fano il quale infatti, con Atto del 13 Decembre 1462, nella sua qualifica di Commendatario, Amministratore e Governatore dell'Abbazia di S. Donato, vendeva la quarta parte, con la metà di altra quarta parte, di una causa e beni annessi, posta in contado di Gualdo, Parrocchia di S. Felicita, Vocabolo Busche, alla Fraternità di Santa Maria della nostra città, per venticinque fiorini da spendersi in riparazione della Chiesa di S. Donato. E' quindi lecito supporre che tra il 1445 e il 1462 dovette avvenire la trasformazione in Commenda dell'Abbazia in esame, dove però, per qualche tempo ancora, sino cioè alla loro morte (come vedemmo verificarsi anche per la Badia di S. Benedetto) nonostante l'esistenza di un Commendatario, rimasero a vivere i monaci con il loro ultimo Abbate Claustrale, il suddetto Bartolomeo di Ser Filippo da Gualdo, che ancora troviamo infatti ricordato, come tale, nel 1468. Per la mancanza di documenti, ho potuto con grande difficoltà redigere un incompleto elenco degli Abbati Commendatari che, dopo il Marcolini su ricordato, si successero nel nostro Chiostro di S. Donato. Così, nel 1473 vi troviamo Nicolo Perotti da Sassoferrato, Arcivescovo di Siponto (Manfredonia) e Legato dell'Umbria, che era ancora Commendatario nel 1480; nel 1485 Giovanni Cerretani da Terni,
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vescovo di Nocera; nel 1492 Bartolomeo della Rovere, nepote di Sisto IV, Vescovo di Ferrara, Patriarca di Gerusalemme, che tenne la Commenda sino al 1494, nel quale anno morì; nel 1495 il Card. Alessandro Farnese, che fu poi Papa Paolo III; nel 1498 Bartolomeo di Giacomo de Cenis, ancora in possesso nel 1503; nel 1505 il Card. Francesco Borgia, Arcivescovo di Cosenza e poi nello stesso anno Giovan Nicolo Leonardi alias Scrignetti, ancora in sede nel 1508. Nel 1524 Giovanni Del Monte, della famiglia del Card. Antonio Del Monte, allora Legato Pontificio in Gualdo ; nel 1533 Giovanni Nicolo Scrignetti degli Onofri da Sassoferrato che contemporaneamente fu anche Commendatario dell'altra Abbazia Gualdese di S. Benedetto e che certamente era un discendente dell'Abbate omonimo che abbiamo nominato nel 1508. Costui, ritrovasi ancora in carica il 17 Agosto 1539, mentre poco dopo, e cioè il 24 Settembre di quello stesso anno, vediamo Commendatario di S. Donato, Valentino Scrignetti anch'esso Chierico Sassoferratese, ancora al possesso dell'Abbazia nel Novembre 1544. Nel 1546 e tuttavia nel 1555, fu Abbate Nercolo Nercoli, Canonico Nocerino; nel 1562 Pietro Donato Cesi Romano, Vescovo di Narni; nel 1563 e ancora nel 1573, il Sacerdote Giovan Felice Meccoli di Nocera e dopo questi Don Mario Marcucci da Gualdo nel 1575 e nel 1577; nel 1580 Don Mario Mari da Trevi, che nel 1582, per permutationem, cedette la Commenda a Don Domizio Ranieri da Gualdo che ancora la teneva nel 1596. Nel 1611 era posseduta dal Gualdese Don Bernardino Giovannelli e nel 1615 sino al 1636 da Don Feliciano Berardi, pure di Gualdo. Per rinunzia di quest'ultimo, che si era riservata una pensione di centocinquanta scudi, subentrò Mons. Domenico Salvetti da Gualdo il quale, addetto alla Curia Romana, amministrava l'Abbazia per mezzo di suoi rappresentanti. Il Salvetti fu contemporaneamente Commendatario di altre due Abbazie Gualdesi, cioè di quelle di S Benedetto e di S. Pietro di Rasina e, poco prima del 1628 seguì anche, nella città di Colonia, il Card. Marzio Ginetti il quale vi era stato inviato dal Papa, quale Legato a latere, per procurare quella che fu poi chiamata la pace di Westfalia. Dopo il Salvetti, nel 1670, troviamo come titolare della Commenda di S. Donato l'altro Gualdese Mons. Costantino Balducci che, vivendo anch'egli a Roma, teneva in Gualdo un suo rappresentante. Morì nel 1681 e dopo una breve vacazione, prima però del 1685, gli subentrò Don Alessandro Vittori da Gualdo, cui successe un altro Vittori, Don Carlo Antonio, che era già Abbate nel 1691. Morto costui nel 1707, fu eletto Commendatario Don Fecondino Scaturzi che era ancora Abbate nel 1728. Godeva poi la Commenda, nel 1746, Don Francesco Salvatori che, morto nel 1751, ebbe subito a suo successore Don Grazio Mattioli, il quale, l'anno 1778, la consegnò al congiunto Don Pompeo Mattioli. Da un documento che porta la data 1779, ci risulta che in quell'epoca, l'Abbazia possedeva, tra l'altro, due molini lungo il fiume Feo e oltre cento terreni, i quali ultimi davano in media un fruttato di centonovanta scudi annui. Nel 1782 finalmente fu eletto Abbate il Gualdese Don Gioacchino Angelo Coppari.
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Durante il tempo in cui l'Abbazia rimase nello stato di Commenda, in essa si recavano ad abitare i Vescovi di Nocera quando, per visite Diocesane o per altri motivi, dovevano trattenersi in Gualdo, poiché il Vescovato Nocerino aveva diritto di possesso su di un intero appartamento dell'Abbazia. A tal proposito anzi noteremo, che il Vescovo di Nocera aveva sempre posseduto una sua abitazione in Gualdo. A prova di ciò ricorderò anche, che ho potuto consultare vari Istrumenti Notarili che si dicono stipulati « in castro Gualdi Nuc. dioc. in domibus episcopatus Nuc. que sunt in ipso castro», ovvero « Gualdi in curia palatii domini episcopi Nucerini», oppure « ante domum episcopatus Gualdi», ed il più antico di tali Atti, porta la data 11 Decembre 1316. Il Coppari suddetto fu l'ultimo Abbate Commendatario della Badia, i beni della quale, dopo la sua morte, furono devoluti da Pio VII al Seminario di Nocera. In tale occasione venne asportato dalla Badia anche l'antico e ricco archivio, che così andò disperso. (1) Come si è detto, il fabbricato dell'Abbazia, che era stato completamente restaurato verso la metà del XVI secolo, oggi più non esiste, essendo caduto in rovina pel terremoto del 1751, e resta ancora in piedi la sola Chiesa, della quale tratteremo in seguito par ticolarmente.
III
Abbazia dì S. Pietro di Val di Rasina. - Questa Abbazia ebbe origini femminili, ma ne trattiamo qui tra i Monasteri Benedettini di sesso maschile, essendo stata poi in seguito e per la maggior durata di tempo, occupata dai Monaci.
Sorse per opera di un rampollo di quel Conte Monaldo II che, come più volte si è detto, dall'Imperatore Tedesco Ottone III ebbe la riconferma del Vicariato di Nocera e Tadino. Questo discendente di Monaldo II, circa l'anno 1006, faceva infatti costruire e dotava, per le Monache Benedettine, l'Abbazia di S. Pietro in Val di Rasina e la donava alla propria figlia Armengarda che ne fu la prima Abbadessa, e vi morì e vi fu sepolta. Altri Autori, fanno erroneamente risalire a circa cento anni prima, la fondazione di questo Monastero.
L'Abbazia di S. Pietro raggiunse in breve grande importanza e per oltre un secolo vi ebbero stanza le Benedettine, dopo le quali passò in mano ai Monaci di quello stesso Ordine. Non sappiamo esattamente in quale anno avvenisse il passaggio del Chiostro dalle Monache ai Monaci, certo è che il 1 Giugno 1291 erasi già effettuato, poiché in tale data ci resta una Bolla di Papa Nicolo IV,
(1) Annali Camaldolesi - Arch. di Stato in Roma : Gruppo di Pergamene provenienti dall'Archivio di Gualdo Tadino. Perg. N». 26 - A. LUBlN : Op. cit. pag. 167 - Arch. Vaticano : Collettorie. Vol. 225, c. 32 - G. MORONt : Op. cit.. Vol. XXXIII, pag. 79 e seg. - Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo di Fabriano : Pergamene provenienti dalla Badia di S. Maria d'Apennino. N°. 389, 466, 519 - Cancelleria Vescovile di Gubbio : Rogiti di Pietro di Bedo di Benedetto dal 1434 al 1461. c . 25 e 25t - Arch. Notarile di G ualdo : Rogiti di Antonio Le Ili dal 1376 al 1382, c. 38 ; di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499. c . 246 e 248; dal 1464 al 1469. Quaderno XIII, c. 46.
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con la quale egli scriveva da Orvieto all'Abbate e non già all'Abbadessa di S. Pietro di Rasina, affinchè insieme al Vescovo di Camerino ed al Priore di S. Vittoria, Diocesi di Fermo, giudicasse imparzialmente in una causa vertente tra alcuni cittadini Gualdesi da una parte, ed un nobile Signore di Fermo dall'altra.
Quando poi il Pontefice Giovanni XXII, nel 1332, impose su i beni ecclesiastici la tassa o censo di cui parlammo a proposito del l'Abbazia di S. Benedetto, tale tassa fu pagata anche dalla Badia di S. Pietro di Rasina e il pagamento trovasi infatti registrato nei libri delle Collettorie Pontificie, in data 24 Giugno 1333, con l'indicazione che da Sabatello Sindicus monasterii S. Petri de Rasina, era stata versata, per la tassa suddetta, la somma di venti libbre. Dopo ciò, durante un intero secolo, nessuna notizia più abbiamo dell'Abbazia di S. Pietro di Val di Rasina. Solo ci risulta che la stessa era andata, durante quel tempo, lentamente declinando, sino a ridursi senza alcun monaco, tanto che, essendo morto nella prima metà del Quattrocento, anche l'ultimo Abbate Monastico, Giacomo Altavalle, alla nostra Badia toccò la sorte di tante altre sue consorelle, fu cioè trasformata in Commenda Secolare e con tale qualifica, il 25 Ottobre del 1435, fu dal Pontefice concessa a quel Cristoforo di Berto Boscari, dei Conti del Poggio di Valtopina, Monaco del Monastero di Sassovivo, che tre anni dopo fu anche eletto Vescovo di Foligno, dove morì nel 1444.
Dopo costui, tra gli Abbati Commendatari che si succedettero nel possesso dell'Abbazia, vanno ricordati nel 1478 e ancora nel 1506 il Gualdese Anastasio di Costantino Feliziani ; quel Card. Antonio Del Monte che, come vedemmo, fu inviato nel 1513 in Gualdo quale Legato Pontificio; un Bernardino Ranieri da Perugia che troviamo in carica nel 1537 ed ancora nel 1560, un Orazio Ranieri, pur da Perugia, che poco prima del 1573 apportò al fabbricato dell'Abbazia non pochi restauri; un Don Girolamo di Fabrizio Signorelli, anch'esso Perugino, nel 1591 e ancora Abbate nel 1613; un Don Giulio Signorelli nel 1628 e un Don Angelo Signorelli nel 1633. Ebbe poi la Commenda di S. Pietro di Rasina il Card. Orazio Giustiniani, che la tenne sino all'epoca della sua morte avvenuta nel 1649, e in seguito troviamo in tale officio, nel 1661, Mons. Domenico Salvetti da Gualdo; nel 1717 ed anche assai più tardi nel 1743, epoca della sua morte, il Card. Ludovico Pico dei Duchi di Mirandola; nel 1746 il Card. Raniero Delci e nel 1772 il Conte Ercole Oddi Perugino.
Tutti costoro dissiparono a poco a poco i molti beni dell'Abbazia, che era assai ricca, possedendo all'intorno numerose terre, dalle quali, nel secolo XVI, di solo frumento ritraeva in media ogni anno oltre cento mine, quantità non indifferente se consideriamo che quella regione oggi ancora, ma specialmente in quei tempi, era coperta da folte boscaglie.
Di questa antica Badia oggi più nulla rimane. Sorgeva là dove confluiscono i due torrenti Arone e Rasina, attigua all'alta e
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massiccia torre quadrata, in pietra arenaria corrosa dai secoli, che in quel luogo, anche oggi, vedesi emergere su di un gruppo di moderni fabbricati colonici che ad essa si appoggiano. Ma nel piazzale circostante, specialmente in prossimità della Chiesa annessa, scavando il terreno, si ritrovano dovunque muraglie e, dicesi, anche ambienti sotterranei coperti da volte e più o meno interrati, i quali rappre sentano certo gli ultimi avanzi di antichi edilizi crollati e già dipendenti dalla medioevale Abbazia. La torre su ricordata, era uno dei molti fortilizi di frontiera dell'antico Comune di Perugia, che ivi appunto aveva i suoi confini orientali. Sappiamo anzi, che nella prima metà del 1496, i Magistrati Perugini l'avevano data in custodia a tal Feliziano di Costantino da Gualdo, con obbligo di difenderla e di non cederla ad alcuno, senza ordine della città di Perugia e dell'Abbate di S. Pietro di Val di Rasina che, come sopra si è visto, era allora Anastasio di Costantino Feliziani. (1)
IV
Eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella in Monte Maggio. - L'Eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella è, possiamo dire, sconosciuto nella Storia Ecclesiastica della nostra regione. Trovasi primieramente indicato in una Bolla di Adriano IV, data il 16 Marzo 1156 e indirizzata a Rodolfo, Abbate del Monastero Benedettino di S. Maria d'Apennino, che un tempo soreva a pochi passi dal luogo dove oggi la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico sbocca in territorio Fabrianese. Con la Bolla suddetta, il Papa prendeva sotto la sua protezione il Monastero stesso ed i suoi possedimenti, tra i quali figura appunto quello di S. Salvatore e S. Pietro de heremo, e questa dipendenza ci fa anzi conoscere, che gli Eremiti che l'abitavano erano Benedettini.
Viene poi ricordato una seconda volta ed in maniera topograficamente più chiara, in un Atto esteso in Fabriano, nel Palazzo del Comune, il 6 Marzo 1302, dal Notaio Bartolo di Compagnuccio, con il quale Atto, Paolo di Jacobo, Monaco del suddetto Monastero di S. Maria d'Apennino, quale Sindaco e Procuratore dell'Abbate Andrea e del Capitolo del Monastero stesso, davanti al Podestà di Fabriano Guidarello di Oderisio ed al Giudice dei malefici Nicola da Castello, dichiarava che « heremita Sci Salvatoris et Sci Petri de aqua albella, que sunt posite in
(1) Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate N°. 48, e. 219t; Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) pag. 52, 67, 73, 76 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. N». 56 - Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 225, c. 32t - L. JACOBILLI : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. G ià cit. pag. 37 - D. DORIO : Istoria della Famiglia Trinci. Foligno 1638. pag. 48 e 51 - Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Codice ms. 341, c. 92 della paginazione antica, corrispondente a c. 94 di quella moderna - L. Jacobilli : Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III. Foligno 1661. pag. 305 - Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli : Cod. B. VI. 6, c. 482 ; Cod. C. VI. 7, c. 95t - P. PELLINI : Dell'Historia di Perugia Tomo III. ms. Anno 1496.
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monte Madio cum terrislaborativis, montaneis, silvis et aliis possessionibus et pertinentiis suis » spettavano «pieno jure» al Monastero di S. Maria d'Apennino da tempo immemorabile e, ad ogni modo, sempre da oltre cent'anni e perciò intimava a chiunque di astenersi dal compiere, nei suddetti luoghi, ed in altri che si nominavano, in occasione di un processo allora in corso, qualsiasi azione e qualsiasi novità, capaci di pregiudicare i diritti e gli interessi dei Monastero da lui rappresentato.
Con un successivo Atto, similmente rogato in Fabriano nella Chiesa di S. Croce, il 20 Giugno 1307, dal Notaio Gentiluccio di Pietro, l'altro Monaco del Monastero di S. Maria d' Apennino Bartolo di Jacobuccio, quale Procuratore del Monastero stesso, a proposito di alcune questioni « super renovatione libre et appassa tus Comunis Fabriani » ripeteva la dichiarazione e l'intimazione suddette, davanti al Giudice Fabrianese Jacobo da Città di Castello ed a Saveruccio di Consiglio, appassatore del Comune di Fabriano.
Un ultimo tenue accenno a quest'Eremo, l'abbiamo finalmente in un Bando del 21 Maggio 1308, con il quale Aczerrino di Mainardo, altro Giudice del Comune di Fabriano, ad istanza del Monastero di S. Maria d'Apennino, ordinava che tutti coloro i quali vantavano diritti su di una selva già appartenente ad Andrea da Cerreto e che era situata « in costa montis Madii », compaiano davanti a lui per la divisione della selva stessa e tra i confini di quest'ultima è infatti indicato anche un «fossatum romite» evidente allusione al luogo di cui trattiamo.
Quest'Eremo di Acqua Albella, di per sé stesso poco interessante, assume invece una notevole importanza per il fatto che ora esporremo. San Pier Damiani, nella biografia che ci lasciò del suo grande maestro e contemporaneo San Romualdo, il fondatore del l'Ordine Camaldolese, scrive che costui, dopo essere stato espulso dal Monastero di Val di Castro presso Albacina, prosegui sino ad un luogo chiamato Acqua Bella, dove ristette. Il Damiani infatti cosi si esprime: «Inde vero progrediens, non longe ab Appennino monte, in loco qui dicitur Aqua bella, manere constituit. Illic sane dum saeculares quidam cum discipulis eius habitationum tecta con struerent ». Dopo ciò asserisce che, lasciato quel luogo, S. Romualdo si recò a Sitria, che trovasi presso Sassoferrato «Postmodum vero Romualdus cum Appenninum desereret, montem Sitriae habita turus ascendit».
Lo storico Ottavio Turchi, scrivendo nel XVIII secolo la sua dotta Opera « Camerinum Sacrum» quivi, dopo lunga e chiara dissertazione, esprime il giudizio che quest'Eremo di Aqua Albella dove circa il 1013, si sarebbe trattenuto S. Romualdo, altro non sia che l 'eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Aqua albella in Monte Maggio, ricordato nelle pergamene Fabrianesi sopra descritte. Egli spiega la lieve differenza ortografica dei due nomi, con la corruzione subita dalla loro pronunzia e dalla loro scrittura, come sempre avveniva attraverso i secoli e, dopo pazienti ed accurate indagini, anche per testimonianze avute, viene alla conclusione che il suddetto Eremo di .Aqua albella in Monte Maggio, trovavasi
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sulle pendici Gualdesi di detto monte, in un luogo in cui ai suoi tempi, ancora vedevansi i ruderi di varie celle monastiche, qua e là sparse lungo il declivio della montagna. Assai probabilmente tale luogo corrisponde all'attuale vocabolo Capo d'Acqua, dove nel XIII secolo, sorse quel Cenobio dei S.S. Gervasio e Protasio, oggi scomparso, di cui trattiamo nel Capitolo seguente, Cenobio che forse ebbe appunto origine dal primitivo Eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella. Ma contrariamente all'opinione del Turchi, altri storici più rerecenti, identificarono l'Aqua bella nominata da San Pier Damiani, con una ben nota località chiamata Acqua Bella, posta a Vallombrosa nel Casentino, dove appunto sorse, ai tempi di S. Romualdo, un celebre Eremo Benedettino per opera di S. Giovanni Gualberto. Il Turchi, contro una tale ipotesi, muove, tra molte altre, anche la seguente seria obbiezione: S. Pier Damiani, di cui non si può mettere in dubbio l'autorità su tale argomento, ci dice che S. Romualdo si trasferì da Val di Castro ad Acqua Bella e da qui a Sitria. Val dì Castro dista, in linea retta, ventitre chilometri circa da quel Monte Maggio, sulle cui pendici sorgeva l'Eremo di Acqua Albella nominato nelle sopra citate pergamene Fabrianesi e, sempre in linea retta, chilometri ventuno è lontana Sitria dal medesimo Monte Maggio. Se S. Romualdo, come attesta il Damiani, si fermò in un luogo chiamato Aqua bella nel percorso da Val di Castro a Sitria, perché escludere la quasi omonima località che noi incontriamo vicinissima a tale percorso, per andarla invece a cercare nel lontano Casentino, completamente fuori di via, a circa trecento chilometri di distanza? Ma io penso che potrebbe anche trattarsi di due luoghi ben distinti tra loro benché portanti lo stesso nome. Che cioè l'Aqua bella indicata da S. Pier Damiani quale luogo di rifugiò di S. Romualdo dopo la sua espulsione da Val di Castro sia, effettivamente, come è logico pensare, quella che con il nome di Aqua albella, le pergamene Fabrianesi collocano nel non lontano Monte Maggio e che, nell' Aqua bella di Vallombrosa, S. Romualdo abbia invece soggiornato in altra epoca, durante le sue innumerevoli peregrinazioni. Disgraziatamente San Pier Damiani, come tutti gli scrittori storici dell'alto Medio-Evo, nessun conto tenne della Cronologia nei suoi scritti, in caso diverso il problema sarebbe stato di più facile soluzione. Del resto, è tradizione assai remota, che S. Romualdo abbia soggiornato nel territorio di Gualdo. Anche varie Cronache e Agiografie Gualdesi, che risalgono al XIV secolo, ripetutamente lo attestano. Lo stesso Collina, il ben noto settecentesco biografo di S. Romualdo, lo afferma con sicurezza. (1)
(1) Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo di Fabriano ; Pergamene provenienti dalla Badia di S. Maria d'Apennino. Copia cartacea di pergamena n°. 9, perg. N°. 332 e 354 - O. TURCHI : Camerinum Sacrum. Romae 1762. Da pag. 126 a pag. 137, nonché nell'Appendice a pag. CII e a pag. CX - A. pagnani: Vita di S. Romualdo. Fabriano 1927. pag. 303 e seg., 323 e «»<r -Pier Damiani : Vita Beati Ramualdi. Cap. XLV, XLVI, XL1X - B. COLLINA . Vita di S. Romualdo. BOLOGNA 1748. Parte I. Capo XXXII - Arch. Storico di Gubbio : fondo Armanni. Codice II. C. 23. fogl. 110 e 139.
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V Eremo e Monastero dei S. S. Gervasio e Protasio a Capo d'Acqua. - Nel Capitolo precedente, abbiamo a lungo trattato del l'Eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella in Monte Maggio. Assai probabilmente, da questo ebbe origine l'Eremo dei S.S. Gervasio e Protasio che, con annesso Oratorio, sorgeva in un'insenatura tra Monte Maggio e Monte Serra Santa, insenatura anche oggi chiamata Capo d'Acqua. Lo Jacobilli lo ricorda come primitivamente dipendente dalla celebre Abbazia di S. Croce di Fonte Avellana; vi abitavano dei Monaci anacoreti ed è fama vi soggiornasse anche il B. Angelo da Gualdo. II più antico documento che ci resta di tale Eremo, consiste in una pergamena Gualdese, contenente un testamento rogato il 4 Aprile 1288, con il quale, tal Giovanni di Ventura di Acquittolo, lasciava, tra l'altro, tre solidos agli Anacoreti di Capo d'Acqua :«..... fratribus morantibus apud Capodacquam pro oratorio », come si legge nel documento.
Su tale Eremo sorse, intorno al 1328, un vero e proprio Monastero, con annessa Chiesa, che mantenne lo stesso nome dei S.S. Gervasio e Protasio e che nel 1345, passò alla dipendenza della Congregazione Monastica Cisterciense del Corpo di Cristo, qualche tempo prima sorta in Gualdo. Questo passaggio avvenne con Atto del 12 Settembre di quell'anno, Atto dal quale risulta che i Monaci Corrado di Bonarello e Bencio di Francuccio Benci da Gualdo dell'Ordine di S. Benedetto, Patroni e Governatori della Chiesa e Monastero dei S.S. Gervasio e Protasio, cedevano il giuspatronato che avevano su questo luogo, all'Abbate Generale della suddetta Congregazione del Corpo di Cristo, nonché ai suoi successori.
Oggi di questo Monastero non resta più traccia. Pochi ruderi delle sue fondamenta erano ancora visibili, parecchi anni or sono. Ignoriamo quando andò definitivamente in rovina e per quali cause; è certo però che l'annessa Chiesa ancora esisteva nella fine del XV secolo, poiché la troviamo citata in un Rogito del 4 Marzo 1499. (1)
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Prima di porre fine al Capitoto su i Monaci Benedettini in Gualdo Tadino, piacemi notare che lo Jacobilli, l'antico e ben noto storico Folignate, a pag, 305 del III Tomo delle sue « Vite dei Santi Beati dell'Umbria», scrive che: « Circa l'an. 1060 fu edificato appresso Gualdo nel monte di Serra Santa, il Monastero della B. Vergine per l'istessi monaci Benedettini». Di nessun Chiostro, con questo titolo e nella località da lui indicata, si ha né si è mai avuta memoria. Egli, a tal proposito, è certamente caduto in errore, a meno che non abbia inteso alludere agli antichi Eremiti, in gran
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1498 al 1499. Paginazione II, c. 18t. - L. Jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Già cit. Tomo III, pag. 282 - Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle pergamene. Secolo XIII. N°. 101.
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parte Benedettini, che ebbero stanza nel Monte di Serra Santa, è che già ricordammo nel Capitolo dedicato ai Frati Minori Conventuali ed al loro Convento di S. Francesco, su i quali Eremiti, specialmente per quanto si riferisce alla loro residenza, nessuna sicura notizia ci è pervenuta. Le Monache Benedettine ed i loro Monasteri di S. Pietro di Val di Rasina, S. Agnese, S. Lucia, S. Maria Maddalena e S. Maria di Capezza.
Circa il 1006, si stabilirono per la prima volta le Monache Benedettine nel nostro territorio, andando a costituire il Monastero di S. Pietro di Val di Rasina, dove rimasero per oltre un secolo, dopo di che il Monastero passò ai Monaci dello stesso Ordine. Per tale motivo di questa Abbazia di S. Pietro, già trattammo nel precedente .Capitolo riguardante i Monasteri Benedettini Gualdesi di sesso maschile.
Una seconda venuta di Monache Benedettine in Gualdo, si ebbe poco dopo la metà del secolo XIII, per opera del Beato Filippo di Rodoldo Vescovo di Nocera, che per esse fece erigere presso la nostra città, esternamente alla Porta Civica di S. Martino, il Monastero di S. Agnese, nella Chiesa del quale fu poi sepolto, essendo egli morto mentre trovavasi in Gualdo. Ma sorgendo tal Monastero in una località assai bassa e quindi esposto alla vista di estranei, verso la fine del secolo XIV, le Monache vennero tolte da quel luogo e trasferite ad un altro Chiostro Benedettino, che sotto il titolo di S. Lucia, esisteva anch'esso fuor delle mura, all'opposto lato della città e del quale tratteremo qui appresso. Assai incerta è l'epoca precisa in cui si effettuò tale trasferimento, certo però nel 1381, il Monastero di S. Agnese ancora funzionava, poiché possediamo un Istrumento Notarile, rogato il 16 Settembre di quell'anno, nel quale interviene, tra altri, anche un tal Niccolo di Gentiluccio da Gualdo, con la qualifica di « syndicus et procurator abbatisse, monialium, capituli et conventus loci sancte Angnetis de Gualdo ». L'abbandonato Monastero di S. Agnese, divenuto in seguito Ospizio per pellegrini e viandanti, andò con il tempo in rovina e di esso, nel 1920, furono scoperte le fondamenta lungo la via che da Porta S. Martino conduce alla Chiesa di S. Rocco, poco dopo passato il Ponte sul Feo, proprio nel luogo dove la suddetta via che conduce a S. Rocco, è incrociata dalla strada di circonvallazione costruita appunto nel 1920. La Chiesa sussistette sino alla seconda metà del Seicento.
Contemporaneamente ai precedenti, altri due Monasteri Benedettini prosperavano in Gualdo, l'uno or ora ricordato con il titolo di S. Lucia, l'altro dedicato a S. Maria Maddalena.
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II Monastero di S. Lucia, sorgeva fuori delle mura cittadine ed a Nord della città stessa, in luogo che non possiamo indicare con precisione essendosene perduta memoria, ma per certo sulle pendici del colle, ai piedi del quale trovasi oggi l'Istituto Salesiano e che anticamente chiamavasi Col della Noce. Detto Monastero ebbe origine nel modo seguente : L'anno 1325, il Frate Minore Francesco di Tinolo da Fabriano, aveva costruito nel luogo suddetto, una Chiesa intitolata a S. Lucia ed il Legato Apostolico Card. Giovan Gaetano Orsini del titolo di S. Teodoro, con lettera emessa in Perugia il 18 Maggio 1327, aveva poi dato allo stesso frate Francesco il permesso di erigervi l'Altare per la celebrazione dei divini offici, autorizzandolo inoltre a richiedere e ricevere aiuti ed oblazioni per l'incremento della nuova Chiesa e concedendo indulgenze ai benefattori della stessa. Poco dopo, nel 1332 secondo Jacobilli, alcune pie persone Gualdesi, eressero su questa Chiesa un Monastero che mantenne il nome di S. Lucia ed il Vescovo di Nocera Alessandro Vincioli, con Atto del 4 Giugno di quello stesso anno, approvò l'erezione del nuovo Chiostro sotto la Regola di S. Benedetto.
Ma la sua esistenza fu assai breve e poche altre notizie ce ne sono infatti sino a noi pervenute. Lo troviamo per la seconda volta ricordato in una sentenza emessa dal Podestà di Gualdo contro tal Mastio d'Assisi, abitante in Serra S. Quirico, pubblico e famoso ladro, come nella sentenza stessa viene qualificato, che il 24 Luglio 1336, dal Podestà suddetto, fu condannato alla forca, per avere depredato, tra l'altro, anche alcune case del Monastero di S. Lucia presso Gualdo. È poi un'ultima volta nominato in una pergamena del 31 Luglio 1348, contenente un testamento con il quale tal Pietro di Groctolino da Gualdo, lasciava alla Chiesa Monastica di S. Lucia la somma di cinque soldi. Ma questo Monastero, essendo situato fuor delle mura, subiva spesso devastazioni in tempo di guerra, ed intorno al suddetto anno 1348, durante una mortifera pestilenza, era restato quasi deserto, tanto che, con Decreto del Vescovo di Nocera, fu in quel tempo unito, insieme a tutti i suoi beni temporali e diritti spirituali, all'altro Monastero Benedettino di S. Maria Maddalena, dove vennero trasferite le Monache di S. Lucia.
Del Monastero di S. Maria Maddalena ignoriamo le prime origini, certo però già esisteva nel 1258, poiché vediamo che Papa Alessandro IV, con Bolla data a Viterbo il 27 Giugno di quell'anno, confermava ad esso la Regola Monastica già data da Gregorio IX alle Monache di S. Damiano d'Assisi, e riconosceva altresì tutti i Possessi e beni del Monastero, cui elargiva per di più speciali grazie e privilegi. È a noi ignota anche la primitiva sede di tale Chiostro, che però in seguito, come ora vedremo, fu per certo trasferito ad altro luogo. Da una pergamena esistente nell'Archivio del Monastero, apprendiamo infatti che sin dal 18 Gennaio 1281, Filippo Vescovo di Nocera, per favorire il restauro e l'ingrandimento del Convento di S. Maria Maddalena, con Decreto emanato in Gualdo, dava intanto facoltà a chi possedeva indebitamente roba d'altri, di devolverne il valore al Convento
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stesso, per purgarsi così del peccato di furto e tale facoltà avrebbe avuto la durata di sei mesi, né si sarebbe potuta applicare ad una somma maggiore di quindici libbre di denari. Ma i restauri non dovettero forse aver luogo o furono insufficienti, poiché da altra pergamena dell'Archivio suddetto, ci risulta poi che il Rettore del Ducato di Spoleto e Cappellano del Papa, Rolando da Ferentino, con Atto emanato in Gualdo il 20 Agosto 1285, considerando l'angustia del Monastero di S. Maria Maddalena e risultando che, per essere adiacente ad abitazioni di secolari ne derivavano fastidi alle Religiose, dietro domanda di queste, concesse loro licenza di trasferirsi in un edificio già appartenente ai Frati Minori, che per certo sorgeva anch'esso fuori delle mura cittadine ed era stato allora acquistato dalle Religiose in parola. Lo stesso Rolando da Ferentino, con altro Atto dato in Gualdo contemporaneamente al primo, concedeva alle stesse di potersi procurare elemosine e sovvenzioni tra il popolo per i bisogni claustrali. Né questi sussidi dovettero mancare e possediamo infatti a tal proposito una pergamena contenente un testamento del 4 Aprile 1288, con il quale il testatore Giovanni di Ventura di Acquittolo Notaio, erogava tra l'altro dieci solidos, al Monastero di S. Maria Maddalena. Similmente ci restano due Decreti dei Vescovi di Nocera, Fidemondo e Giovanni, il primo con la data 23 Luglio 1286, l'altro 23 Marzo 1291, mediante i quali si autorizzavano le Monache a raccogliere offerte per opere murarie e per suppellettili di cui abbisognava la loro Chiesa ed il loro Convento e si concedevano indulgenze per i benefattori.
Nel secolo seguente, il Monastero di S. Maria Maddalena acquistò sempre più una maggiore importanza, tanto che le Monache ivi rinchiuse sentirono il bisogno di procurarsi una residenza più sicura, più vasta e più comoda. Da alcuni documenti tramandatici da Jacobilli, risulta che già sin dal 26 Aprile 1370, era stata ad esse concessa, pro riedificatione et constructione del Monastero, una vicina Cappella intitolata a S. Tommaso. In seguito, nel Gennaio del 1375, la Confraternita di S. Bernardo, anche per intercessione del Comune di Gualdo, offrì alle Monache la propria sede, con orto ed altri beni annessi, il tutto posto entro la città, nel quartiere volgarmente detto della Capezza. Risulta anche che quelle Religiose accettarono volentieri l'offerta e che nel 1381, con l'interessamento del Vescovo di Nocera, Luca di Gentile da Camerino, dopo eseguiti agli edifici della Confraternita i necessari adattamenti e restauri, vennero ad abitare definitivamente in questa nuova dimora che sus siste tuttora. Sembra anzi che alle spese di adattamento e restauro si supplisse mediante vendita a una famiglia Feliciani, del Monastero che la Congregazione del Corpo di Cristo aveva in Gualdo e dei quale in seguito parleremo, vendita effettuata per decreto di Urbano VI, dopo esservi stati soppressi i Monaci della Congregazione.
Nel secolo seguente, andò rapidamente aumentando la prosperità del monastero, che numerosi beni immobili, case e terreni, giunse a
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possedere nel comune di Gualdo e in quelli limitrofi di Nocera Umbra e di Fossato di Vico e tra le Pergamene del suo Archivio, come tra gli Atti di quello Notarile Comunale, restano anche oggi vari rogiti del XV secolo, riferentisi a donazioni, acquisti, vendite, permute e liti per questi beni. Di pari passo si accrebbe, di anno in anno, il numero di quelle Religiose. Ad un Capitolo tenuto nel Monastero il 22 Aprile 1487, intervengono dieci Monache, sono dodici nel Capitolo del 30 Ottobre 1493, quattordici in quello del 18 Novembre 1496, diciotto il 30 Aprile 1506, venticinque nel 1605 e via di seguito. In questi numeri non sono poi comprese le così dette Converse, sempre numerosissime, che non intervenivano ai Capitoli. Non mancò in seguito neppure l'interessamento di Vescovi, di Cardinali e di Pontefici per il Monastero di S. Maria Maddalena. In occasione dell' ultimo dei Capitoli suddetti, il Vescovo di Nocera applicava infatti a questo Chiostro varie particolari disposizioni e riforme concernenti la vita Monastica di quelle Religiose. Similmente Papa Giulio III, con Bolla data a Roma nell'Agosto del 1551, confermava ad esso gli indulti e privilegi già concessi da Alessandro IV, da Paolo III e da altri Pontefici, nonché l'esenzione da qualsiasi imposta secolare, esenzione dal Monastero goduta da tempo immemorabile. Così Virgilio Rosario, Cardinale del Titolo di S. Simone, che il 31 Marzo 1559, emanava da Roma un Monitorio, minacciando la scomunica contro chi, in qualunque modo, occupasse i beni o violasse i diritti del Monastero. Così la Camera Apostolica, che con Decreto del 14 Febbraio 1569, concedeva ad esso gratuitamente, ogni anno, mille libbre di sale per uso delle Religiose, concessione che fu poi riconfermata da Papa Paolo V, con Breve del 28 Giugno 1673, nella misura di quindici libbre di sale per ogni persona abitante nel Monastero e per ogni anno. Così infine il Protonotaro Apostolico Urbano Sacchetti, che il 27 Settembre 1679, pubblicava un Decreto per garantire a quelle Benedettine il pieno e incontrastato dominio dei proprì beni contro possibili usurpateti.
Ma nonostante tanti favori, il Monastero durante la seconda metà del secolo XVII, era andato declinando e le Monache ivi sottoposte a clausura, dopo avere professato i tre voti religiosi, erano andate gradatamente diminuendo di numero ; con le Converse (senza contare le così dette Educande) ve ne troviamo 28 nel 1655, 23 nel 1670, 21 nel 1673, 20 nel 1679, 17 nel 1691.
Nel principio del secolo XVIII, al Monastero di S. Maria Maddalena venne unito, con tutti i suoi beni e diritti spirituali, anche , un altro Monastero Benedettino intitolato a S. Lucia, allora soppresso e che sorgeva nel Castello di Casacastalda dove era stato fondato il 26 Settembre 1305. La soppressione e consecutiva fusione, Per essersi ridotto questo Chiostro in miserevoli condizioni con solo sei Monache ed una Conversa, avvenne mediante due Decreti, l'uno emesso dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari il 5 Luglio J720, l'altro dal Vescovo di Nocera Alessandro Borgia il 28 Novembre di quello stesso anno. Rogò l'Istrumento di unione, il Notaro e Cancelliere Foraneo, Francesco Mattioli da Gualdo.
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Sempre in quel mese di Novembre, le Benedettine di S. Lucia, da Casacastalda vennero accompagnate, con gran solennità, nel loro nuovo asilo Gualdese, in mezzo ad una straordinaria folla di popolo, con il concorso del Clero e di numerose Confraternite che cantavano inni e laudi spirituali.
L'unione suddetta, rinsanguò il decadente Monastero di S. Maria Maddalena e nel 1721 troviamo le Monache e Converse risalite al numero di ventotto e con una rendita stabile superiore ai Cinquecento scudi ogni anno, somma non piccola per quei tempi. Similmente si accrebbe allora anche il suo prestigio e sono appunto di quest'epoca, speciale indulgenze concesse con Brevi Papali al Monastero ed all'annessa Chiesa, come ad esempio fecero Clemente XII il 29 Novembre 1730, Benedetto XIV il 28 Agosto 1748, Clemente XIII il 7 Luglio 1763 e Clemente XIV il 6 Luglio 1771. Ma in seguito cominciò nuovamente a declinare, per cui con Decreto del 27 Novembre 1816, anche nel Monastero di S. Maria Maddalena furono soppresse le Monache Benedettine e dal Vescovo di Nocera Mons. Francesco Piervissani, vi si fondò un Istituto Femminile di Istruzione Pubblica, affidato alle Suore del Bambin Gesù, il quale Istituto fu approvato dalla Sacra Congregazione della Riforma, con altro Decreto in data 17 Marzo 1817, entrando in possesso di tutti i beni già appartenenti alle Benedettine. Quando l'attuale Governo Italiano successe al Pontificio, in forza del Decreto Pepoli, s'impadronì anche di tal Monastero e di tutti i suoi beni, ma in considerazione dell'Istituto Scolastico che vi esisteva, anziché consegnarlo al Demanio lo cedette al Comune di Gualdo. In seguito le Monache dell'Istituto stesso, con Citazione del 6 Settembre 1894, chiamarono il Comune suddetto davanti al Tribunale Civile di Perugia, chiedendo la restituzione del loro patrimonio. E il Tribunale, con Sentenza in data 21 Novembre 1895, pubblicata il 3 Decembre successivo, condannò il Municipio di Gualdo a riconsegnare all'Istituto Bambin Gesù, il possesso del Monastero e di tutti i beni che ne dipendevano.
Dopo il Chiostro di S. Maria Maddalena, va poi ricordato, che con esso non deve confondersi l'altro antico Monastero di S. Maria, che pure aveva sede nel quartiere della Capezza e che è anche ricordato da Jacobilli con il nome di S. Maria Nova di Capitia. Di questo ben poco sappiamo, ma appartenne come i precedenti all'Ordine di S. Benedetto e per certo già esisteva tra la fine del secolo XIII e il principio del XIV, poiché si ha memoria che Giovanni, Vescovo di Nocera dal 1288 al 1327, favorì assai il suo incremento. Da un documento avente la data 30 Luglio 1321, apprendiamo che vi abitavano allora quindici Monache, e lo troviamo poi ricordato tra gli Enti ecclesiastici della Diocesi di Nocera, che nel 1333 pagarono la decima imposta da Papa Giovanni XXII nel ducato di Spoleto, per far fronte ai bisogni della Santa Sede. Il versamento della decima suddetta, fu effettuato il 24 Giugno in mano di Delayno de Mutina, Notaro del Vescovo di Nocera e Subcollettore papale nella Diocesi Nocerina, dove faceva
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le veci del Collettore Generale e Tesoriere del Ducato di Spoleto, Giovanni Rigaldi. Nei libri delle Collettorie Pontificie, il versamento trovasi anzi annotato con le seguenti parole: « [Habui] a dompno Berardo .... solvente pro moniali bus monasterii S. Marie de Gualdo, 3 lib. 13 sol. I dan. cort. ». Null'altro sappiamo di questo antico Monastero che si estinse certo precocemente, ma in epoca sconosciuta. Che lo stesso nulla avesse a che fare con l'altro vicino Monastero di S Maria Maddalena, è anche provato dal fatto, che nel già ricordato testamento di Pietro di Groctolino da Gualdo, esistente tra le pergamene Gualdesi dell'Archivio di Stato in Roma, i due Chiostri vengono nominati distintamente. Si legge infatti in tal documento, che il 31 Luglio 1348, lo stesso Pietro di Groctolino, tra l'altro, lasciava alcuni legati anche ai due Monasteri Benedettini di S. Maria Maddalena e di S. Maria de Capetia.
Noteremo infine che nel nostro Archivio Notarile, tra i Rogiti del Notaio Ser Antonio Lelli, con le date 14 Novembre 1379 e 12 Ottobre 1381, esistono gli Atti di due Capitoli indetti dalle Monache di un Monastero di S. Maria del Mercato, che si nomina come esistente in Gualdo, ma senza alcun'altra indicazione di luogo. Anzi, dal primo Atto, risulta che le Monache stesse, in numero di quattordici più la propria Abbadessa Caterina di Martino, si riunirono in Capitolo nella Chiesa del Convento, Chiesa intitolata come il Chiostro a S. Maria del Mercato, per la nomina di alcuni loro Sindaci o Procuratori, e dal secondo Atto si apprende che le stesse Monache, in egual numero adunate nella Chiesa suddetta, stante la morte dell'Abbadessa sopra nominata, ne eleggevano una nuova nella persona di Suor Margherita di Gagnolo. Tra i rogiti del suddetto Notaio, con la data 20 Settembre 1381, compare una terza ed ultima volta questo Monastero, in occasione di una quietanza rilasciata a tal Betto di Cola, dalla suddetta Suor Margherita in rappresentanza delle altre Monache. Dopo ciò, in nessun altro documento Gualdese troviamo ricordati questo Monastero e questa Chiesa di S. Maria del Mercato e non sappiamo perciò in alcun modo se tale denominazione si riferisca ad uno dei due sopra descritti Chiostri di S. Maria Maddalena e S. Maria de Capetia, oppure, il che è meno probabile, ad un terzo e distinto Convento Gualdese. (1)
(1) L. JACOBILLI : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 87, 88, 91, 92, 93, 94 - G. CAPPELLETTI: Op. cit. Vol. V, pag. 18 e seg. - Bibliot. del Seminario di Foligno : Mss. di Dorio e Jacobilli: Cod. A. II. 16, c. 117; Cod. C. VIII. 11, c. 35t, 39t, 86; Cod. A. V. 5, c. 608t ; Cod. A. V. 11, c. 795; cod. C. V. 5, anno 1325 - G. MORONI: Op. cit. Vol. XLVIII pag. 63 - A. Alfieri : Op. cit. pag. 50 - Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. N°. 101 - Arch. del Monastero di S. Maria Maddalena in Gualdo (oggi Istituto del Bambin Gesù): Pergamene A°. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 12, 13, 16, 17, 19, 20, 24, 27, 29, 38, 39, 47,48, 49 - Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 225, c. 37t e Vol. 402, c. 135 a 139; nonché Arm. XXIX, Tomo , c. 35t - Arch. del Vescovato di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite
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La Congregazione Monastica Benedettina Cisterciense del Corpo di Cristo in Gualdo Tadino. Nella vetusta Abbazia Gualdese di S. Benedetto, nei primordi del secolo XIV, ebbe stanza un Chierico Secolare, poi Monaco Benedettino, chiamato Andrea di Paolo e appartenente alla nobile famiglia dei Marchesi di Torre d'Andrea, Castello della pianura d'Assisi. Pare che costui risiedesse, per qualche tempo, anche nell'Abbazia Benedettina del Monte Subasio, ed è forse per questo, che qualcuno lo disse proveniente da quest'ultimo Chiostro. Di costui, nessun'altra notizia biografica è sino a noi pervenuta, ma pur tuttavia ben degno di ricordanza è il suo nome nella storia ecclesiastica della nostra regione, essendo egli stato il fondatore di un importante Congregazione Monastica che, per quasi tre secoli, ebbe vita prospera e godette di non poca autorità e rinomanza. Intendo parlare della Congregazione del Corpo di Cristo, che Andrea di Paolo istituì in Gualdo l'anno 1328, con le Costituzioni dei Cisterciensi e la Regola di S. Benedetto, più alcune speciali osservanze riguardanti il Sacramento dell'Eucaristia, previa approvazione del Vescovo di Nocera, Alessandro di Pietro Vincioli, Perugino, approvazione riconfermata più tardi da Papa Gregorio XI, con Breve dato in Anagni il 5 Luglio 1377.
I Monaci del Corpo di Cristo, anche detti Monaci Bianchi del Santo Sacramento e Fratelli dell'Officio del Santo Sacramento, vestivano un abito monastico bianco, con larghi e lunghi cappucci. Si differenziavano dai Cisterciensi, sol perché avevano per speciale istituzione, il culto dell' Eucaristia e quindi celebravano con grande solennità quella festa e sua ottava, portavano il Sacramento nelle processioni ed avevano speciale cura degli Altari in cui lo stesso era conservato, stimolavano i fedeli a praticare l'atto della Comunione, pubblicavano le indulgenze che Urbano V e Martino V avevano concesso a chi assisteva ai divini offici e processioni nella festa del Corpus Domini e, a quel che sembra, in ogni Chiesa ad essi appartenente, ebbero un santuario specialmente destinato al culto dell'Eucaristia. Infatti la loro insegna consisteva in un calice sorretto da due Angeli in adorazione e sormontato da un'Ostia. Certo, sulla concezione del Frate Assisano, influì grandemente il rinnovellato fervore per il Sacramento dell'Eucaristia, che invase il mondo cattolico tra la fine del secolo XIII e il principio del XIV, cioè dopo l'istituzione della festa del Corpus Domini, avvenuta nel 1264 per opera di Urbano IV.
Diocesane nel Monastero di S. Maria Maddalena e nelle Chiese di S. Agnese e S. Chiara in Gaaldo, nonché Visita Massaioli del 1771 - Arch. di Stato in Roma : Collezione delle Pergamene : Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. N°. 22 - Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Letti dal 1376 al 1382, e. 44t, 45t, 47, 77t ; di Ercole di Gabriele dal 1504 al 1506, Quaderno VI, .e. 10 e 12; dal 1493 al 1496, Quaderno IV, c. 41 e Quaderno XII, c. 250t ; dal 1470 al 1496, c. 101. - L. Jacobilli: Vite dei Sabti e Beati dell'umbria. Tomo III, Foligno 1661, pag. 480.
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Andrea di Paolo, a buon diritto, fu il primo Abbate Generale della Congregazione in discorso e, dopo la sua morte, avvenuta tra il 1340 e il 1344, gli successe Fra Ercolano di Giovannello da Perugia deceduto nel 1355, poi Fra Benedetto da Camerino, dopo la di cui morte, nel 1364 incirca, venne eletto quarto Abbate Generale Fra Bernardo Lapi da Firenze, che visse fino all'anno 1385. Sin dalla sua origine, la Congregazione istituita dal Monaco Assisano, ebbe la sede principale, con l'Abbate Generale, nell'Abbazia Gualdese del Corpo di Cristo, allora costruita a fianco di un'antica e preesistente Chiesa, e questo primo Chiostro, oggi completamente scomparso, sorgeva in Gualdo poco fuori di Porta S. Benedetto, in contrada allora detta Buona Madre, oggi Posta Vecchia, sulla riva destra del torrente Feo.
Dall'Abbate Generale ivi residente, dipendevano tutti i Monasteri della Congregazione, ed a lui spettava la visita e la riforma di questi ultimi, l'elezione dei Priori e degli altri Ufficiali Monastici, nonché la decisione su qualsiasi affare riferentesi al suo Ordine.
Numerosi furono i Monasteri appartenenti alla Congregazione del Corpo di Cristo, tutti però nella regione Umbro-Marchigiana. Oltre quello or ora nominato che ne fu la culla, ne esisteva presso Gualdo un secondo intitolato ai S.S. Gervasio e Protasio, che sorgeva a Capo d'Acqua, in un'insenatura tra il Monte Maggio e il Monte Serra Santa e che passò alla Congregazione stessa nel 1345, come già si disse nel Capitolo che dedicammo a tale Cenobio. Fu ceduto ai Monaci del Corpo di Cristo, e per essi al loro Abbate Generale Ercolano di Giovannello, dai Religiosi Benedettini Corrado di Bonarello.e Bencio di Francuccio Benci da Gualdo, che ne erano Patroni e Governatori e ciò con Atto del 12 Settembre di quell'anno.
Nel territorio di Camerino, la Congregazione stessa aveva tre Monasteri: Quello di S. Giovanni Evangelista dei Bussi o di Filillo, pochi passi fuori dalla Camerinese Porta Filillo, prima di arrivare nella località detta « Le Mosse », costruito dalla Congregazione con tiguo all'omonima Chiesa, ad essi donata nel 1380. Oggi l'edificio Monastico è diruto, ma nel 1572 ancora vi abitavano quattro Monaci.
Il secondo Monastero era quello di S. Angelo del Morrone, già appartenente alle Monache Benedettine, anch'esso oggi diruto, circa due miglia lontano da Camerino, nella contrada che poi fu detta S. Marcello e che fu dato nel 1345 ai Monaci del Corpo di Cristo, dal Vescovo Camerinese, Francesco Monaldo, il quale, nel seguente anno, concedeva altresì perpetue indulgenze ai benefattori di quel Chiostro. Terzo era un Monastero, in vecchi documenti chiamato S. Gerolamo, che per certo corrisponde al Chiostro di Monaci Fiesolani, detti appunto di S. Gerolamo, che sorgeva sulle mura della città di Camerino, nel Borgo S. Venanzo, e che la Congregazione ebbe nel 1390.
A Esanatolia, presso Matelica, i Monaci del Corpo di Cristo con a capo il loro Abbate Generale Benedetto da Camerino, ebbero la Chiesa di S. Caterina, fuori Porta S. Andrea, ad essi concessa dal
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suddetto Vescovo Francesco Monaldo il 29 Giugno 1355. Tale concessione fu fatta col consenso dei Canonici della Cattedrale Camerinese e del loro Arcidiacono Ciuccio da Camerino, ma a condizione che su tale Chiesa, fosse sorto un Monastero della Congregazione del Corpo di Cristo governato da un Abbate. A facilitare questa costruzione, il Vescovo suddetto elargì indulgenze perpetue ai benefattori dell'erigendo Chiostro. Ma per le continue guerre che si combattevano allora nella Marca, specie tra Fabriano, Esanatolia e Matelica, non era possibile esercitare i divini offici in questo nuovo Monastero, che per essere situato fuor delle mura della città, subiva frequentemente l'assalto delle soldatesche, tanto che lo stesso Abbate Claustrale nel 1389 era stato, come leggesi in un documento dell'epoca, captus et verberatus e tenuto prigioniero. Per tali motivi Benedetto Vescovo di Camerino, il 26 Aprile di quello stesso anno 1389, concedeva a quei Monaci di costruire un'altra Chiesa con Monastero, sotto il titolo del Corpo di Cristo, S. Caterina e S. Onofrio, entro le sicure mura di Esanatolia e propriamente là dove sorgeva in quel tempo la casa degli eredi di Pucciarello da Serravalle e ciò per potervi, con libertà e sicurezza, vivere e celebrare i divini offici. L'erigenda Chiesa e l'abitazione per i Monaci, avrebbero però dovuto sempre dipendere dal vecchio Monastero di S. Caterina fuor delle mura che, in attesa di tempi migliori, restava allora presso che abbandonato ed il Vescovo di Camerino, anche questa volta, concedeva abbondanti indulgenze a chi avesse favorito la costruzione dei nuovi edifici, che furono infatti ben presto condotti a termine. In Perugia, la Chiesa Parrocchiale di S. Fiorenzo, già Priorato e Membro del Monastero di S. Salvatore di Monte Acuto, dell'Ordine Cisterciense, nonché la Chiesa di S. Ercolano, ambedue ottenute dai Monaci tra il 1393 e il 1394 e ad essi confermate nel 1428 da Martino V. La prima però, nel 1445, passò ai Servi di Maria insieme al Chiostro che vi era stato annesso.
A Ponte Felcino, presso Perugia, e propriamente nella località chiamata Bosco di Bacco, la Congregazione ebbe un Monastero intitolato al Corpo di Cristo, eretto dai Monaci circa la metà del Trecento, su di una Chiesa ad essi pervenuta in legato da tal Pietro di Uguccione di Cristillo della Fratta (oggi Umbertide) e distrutto intorno al 1394 in tempo di guerra.
A Umbertide, un Monastero parimenti intitolato al Corpo di Cristo, ottenuto dai Monaci circa il 1385 e che poi in seguito, con Decreto dell'I 1 Settembre 1393, fu da Papa Bonifacio IX unito con l'altro su ricordato Monastero del Bosco di Bacco, presso Ponte Felcino.
A Todi, fuor delle mura, ebbero un Monastero con Chiesa, sotto il titolo del Corpo di Cristo eretto, col consenso del Pontefice, nel 1359 in luogo di un'altro più lontano, ma pure nel territorio Tudertino, detto di S. Maria Annunziata del Monte S. Giacomo, edificato sotto lo stesso titolo alcuni anni prima e distrutto poi in una delle frequenti e vandaliche guerre di quei tempi bellicosi. Essendo andato in rovina anche questo secondo Chiostro, i Monaci
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del Corpo di Cristo ottennero un'altra residenza entro la città di Todi, sotto il titolo della Concezione di Maria Vergine ed a questo nuovo Monastero Papa Bonifacio IX, il 22 Novembre 1402, unì il Priorato e la Chiesa Parrocchiale di S. Silvestre, pur dentro Todi, che apparteneva prima ai Preti Secolari e sulla quale i Monaci del Corpo di Cristo edificarono un altro Monastero del loro Ordine, andandovi ad abitare nel 1406, sotto la dipendenza di un priore, che in seguito, dal 1483 in poi, fu sostituito invece da un Abbate.
In Foligno, la Congregazione del Corpo di Cristo ebbe finalmente la Chiesa di S. Maria in Campis, già Pieve con Collegio Canonicale, ottenuta in donazione con tutti i suoi beni, pertinenze e diritti, il 12 Ottobre 1373. L'Atto di cessione fu fatto con il consenso del Capitolo della Cattedrale di Foligno, rappresentato dai Canonici Corradino di Rinalduccio Trinci, Tommaso di Berardello, Bartolomeo di Cecco, Salvuccio di Sante da Foligno e Ser Angelo di maestro Giovanni, nonché con il consenso dei due Canonici della Chiesa di S. Maria in Campis, che erano il suddetto Ser Angelo di maestro Giovanni e Lorenzo di Taddeuccio da Foligno, intervenuti in sostituzione del Priore e Pievano di detta Chiesa da poco deceduto. Nel seguente 13 Ottobre, il Vescovo di Foligno Giovanni, diede la sua approvazione alla cessione suddetta, sotto certe condizioni, specialmente riferentisi all'esercizio del culto divino nella Chiesa di S. Maria in Campis. In questo stesso giorno avvenne la presa di possesso di tale Chiesa, da parte dei Monaci della Congregazione del Corpo di Cristo, alla presenza di Trincia e Corrado, figli di Ugolino Trinci, i potenti dominatori di Foligno e protettori del tempio di S. Maria in Campis, i quali avevano assai favorito una tale cessione. Nell'Istrumento relativo, sono anche ricordati i Monaci del Corpo di Cristo che prendevano possesso di quell'antico e storico edificio e cioè Bernardo Lapi da Firenze, Abbate della Congregazione, Francesco Minutij da Todi, Angelo Pellutis da Perugia, Benigno di Matteuccio da Todi, Bartolomeo di Cecco da Camerino, Giovanni di Mattiolo da Perugia, Servadio di Venturello da Gualdo e Giacomo di Rolfo da Todi.
Devesi anche notare che, per effetto di tale cessione, alla Chiesa di S. Maria in Campis, venne allora, per certo, aggiunto anche un nuovo edificio da servire per abitazione dei Monaci, benché oggi di esso non resti più traccia.
Alla Congregazione del Corpo di Cristo, appartenne anche una Chiesa intitolata a S. Croce, nel territorio di Nocera Umbra. Venne ricordata primieramente dal Lancellotti nelle sue « Historiae Olivetanae «, come Chiesa di S. Croce de Comitibus Chigiani Nuceririis. Poi lo Jacobilli la citò nelle « Vite dei Santi e Beati dell'Umbria » chiamandola Santa Croce dei Conti di Ghigiano Nocerini nella Diocesi di Nocera e la nominò nell'altra sua opera «Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi», dove è appunto indicata la Chiesa Monastica di S. Croce di Chiuggiano. Lo stesso Jacobilli ne fa menzione anche in un suo Codice, oggi conservato nella Biblioteca del Seminario di Foligno, dove infatti lasciò scritta la
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nota seguente: Chiuggiano castello ....... già dei Conti di Chiuggiano, hogi de Nocera, con le chiese di S. Croce e di S. Catarina. Certamente i due Autori alludono alla località presentemente chiamata Giuggiano, tra Poggio Sorifa e Casaluna, in territorio di Nocera Umbra e Parrocchia di Ville di S. Lucia, mentre in antico faceva invece parte della limitrofa Parrocchia di Poggio, Sorifa, della quale costituiva anzi un possesso. Oggi ivi trovasi un rustico casale e nessun sacro edificio, ma vi esistette un tempo la suddetta Chiesa di S Croce che, forse per essere quella località semideserta e lontana, fu trascurata e abbandonata, andando in rovina, tanto è vero che il titolo di S. Croce fu poi dato alla prossima Chiesa Parrocchiale di Poggio Sorifa, che infatti porta incise nel suo antico timbro le parole: Parrocchia di S. Croce di Giuggiano. Senza alcun dubbio, è questa scomparsa Chiesa che appartenne alla Congregazione del Corpo di Cristo.
Ricorderemo infine che, sotto la diretta dipendenza dell'Abbate Generale dei Monaci del Corpo di Cristo, viveva una Comunità Religiosa di clausura, fondata nel 1379, dalle Monache Lucia di Pietruccio da Collemancio, Andriola di Pietro da Gualdo Cattaneo e Morbida di Gennaro da Montecchio. Questa Comunità, nel seguente anno 1380, possedeva in Foligno un'abitazione con orto, su cui si costruì un Monastero, che più tardi, nel 1395, dal Sacerdote Secolare Marino di Pietruccio di Pietro, fu arricchito di una Chiesa intitolata a S. Maria di Betlem, nome questo che poi in seguito, servì anche a designare il Monastero e le stesse Monache. Questo Chiostro, per opera del Vescovo di Foligno Federico Prezzi, l'autore del Quadriregio, il 2 Marzo 1404, fu per l'appunto sottoposto alla giurisdizione della Congregazione del Corpo di Cristo, e in tale stato rimase sino al 1461, nella quale epoca l'Abbate Generale dei Monaci del Corpo di Cristo, rinunziò al suo dominio sul Monastero di S. Maria di Betlem, che perciò da Papa Pio II, fu allora sottoposto direttamente al Vescovato di Foligno.
Con lo scorrer degli anni, l'Abbazia del Corpo di Cristo in Gualdo che, come si è detto, era a capo della Congregazione, per guerre e calamità varie essendo assai malandata, Papa Bonifacio IX, mediante Breve emesso il 7 Luglio 1393, vi aboliva la dignità Abbaziale Generalizia e la trasferiva a S. Maria in Campis. Infatti, nel Breve suddetto, leggesi che il trasferimento avveniva « quia dictum monasterium Gualdi per guerras et calamitates ad magnam devenit inopiam, et paulominus est collapsum: et prioratus S. Mariae in Campis in monachorum numerositate, in divino cultu, ac in terrenis fa cultatibus multipliciter est adauctus». In tal modo il Monastero di S. Maria in Campis, pervenne a capo della Congregazione, con residenza dell'Abbate Generale, restando il Monastero di Gualdo allo stato di semplice Priorato Conventuale come, del resto, erano tutti gli altri Chiostri del Corpo di Cristo, fatta eccezione per quello ultimamente sorto in Todi e per l'altro di S. Caterina in Esanatolia, nei quali, come si disse, esisteva un Abbate.
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In occasione di questo trasporto della Sede Generalizia dei Monaci del Corpo di Cristo in S. Maria in Campis, Papa Bonifacio IX, riconfermava gli statuti della Congregazione e la faceva partecipe di tutti i privilegi, indulgenze e grazie goduti dall'Ordine Cisterciense, esonerandola altresì da ogni giurisdizione Vescovile, nonché da quella degli ordinari Giudici, come rilevasi anche da un secondo Breve di conferma, emanato dallo stesso Papa nel Luglio del 1401 e da altro Breve emesso a Roma da Pio IV il 9 Aprile del 1560. Ma per molteplici circostanze, la Congregazione del Corpo di Cristo, nel secolo XVI, cominciò a perdere d'importanza e la sua vita ad affievolirsi, tanto che nel 1534 si fecero pratiche per unirla ad un Ordine Religioso meglio organizzato e più solido e si pensò infatti a quello Benedettino Olivetano; ma la progettata unione, essendo insorte difficoltà, non ebbe allora luogo. Più tardi però, trovandosi i suoi Monaci ancora diminuiti di numero e, come dice il Magnanensi «fors'anche di virtù », dietro domanda degli stessi, mentre ne era Abbate Generale il Folignate Giovan Battista Vallati, fu da Gregorio XIII fusa con l'Ordine Olivetano mediante Bolla data a Roma il 1 Marzo 1582. L'unione, per la quale erasi assai adoperato il Cardinal Protettore dei Monaci Antonio Caraffa, venne approvata dal Capitolo Generale di Monte Oliveto Maggiore, nel Maggio dello stesso anno, e la presa di possesso del Monastero di S. Maria in Campis, ultima sede Generalizia dei Monaci del Corpo di Cristo, ebbe luogo mediante Atto del 24 Aprile 1583, per opera del Padre Pio Nuti da Siena, Abbate Generale degli Olivetani, che da tale unione ritrassero non poco incremento. I Monaci del Corpo di Cristo, che in quell'epoca ancora risiedevano in S. Maria in Campis, ottennero di rimanervi, anzi si stabilì che alla dignità di Abbate in quel Monastero avessero costoro esclusivamente diritto finché uno di essi restasse in vita. L'ultimo membro della Congregazione, fu il Padre Tommaso di Bastiano di Bucillo da Sterpete, villaggio di Foligno che, quale Abbate, resse il Monastero di Todi e fu per lungo tempo Vicario di quello di S. Maria in Campis, ove morì nel 1643.
Oggi ben poche memorie restano dell'antica Congregazione Monastica Gualdese. Del suo stemma, precedentemente descritto, ne abbiamo un bell'esemplare scolpito in rilievo sull'architrave lapideo della porta della Sagrestia di S. Maria in Campis, con la data 14 - X - 1410. Entro la stessa Sagrestia, che in origine, come notò il Lugano, dovette invece consistere nella Cappella dai Monaci del Corpo di Cristo specialmente destinata al culto dell'Eucaristia, esisteva uno splendido ciborio intagliato su pietra di grandi dimensioni (metri 0.63 x 1.36) vera opera d'arte, avente anch'esso scolpito sulla sua fronte l'emblema della Congregazione. Tale ciborio, ridotto in frammenti, venne vari anni or sono collocato all'ingresso dell'adiacente abitazione parrocchiale. Un altro ricordo della Congregazione del Corpo di Cristo, l'abbiamo nel dipinto su tavola rappresentante l'incoronazione della Vergine, attribuito al Senese Sano di Pietro o a un suo seguace, che si conserva oggi nella Pinacoteca Comunale di Gualdo Tadino. Da un'antica inscrizione apposta sul rovescio della tavola, si apprende infatti che tale dipinto fu eseguito nel 1474 e che appartiene alla su
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ricordata Chiesa Monastica dei S.S. Gervasio e Protasio in Capo d'Acqua. Rappresenta il Redentore in atto di coronare la Vergine, avente a sinistra il Beato Angelo da Gualdo ed a destra Andrea di Paolo d'Assisi, il fondatore della Congregazione del Corpo di Cristo, vestito secondo il costume dell'Ordine. Ricorderemo anche, come curiosità storica, che innanzi a questo quadro, il 21 Settembre 1841, celebravava la Messa Papa Gregorio XVI, che aveva fatto sosta in Gualdo, ritornando da Loreto a Roma. Lo Jacobilli, ci ha tramandato memoria anche di un altro quadro, che, circa il suddetto anno 1474, sarebbe stato dipinto dal celebre pittore Folignate Nicolo Alunno per la Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio, dietro commissione dei Monaci del Corpo di Cristo. Egli scrive che questo bel quadro recava la figure della Vergine, di S. Benedetto Abbate e di vari altri Santi con il simbolo del Sacramento ed aggiunge che, dopo la distruzione della Chiesa suddetta, fu trasportato entro Gualdo in quella di S. Francesco e quivi collocato sull'Altare Maggiore. Ma di questo dipinto, che dovette essere per certo assai pregevole, considerando la mano che l'eseguì, non abbiamo più oggi la minima conoscenza.
Le ultime tracce della Congregazione le ritroviamo finalmente nella Chiesa dell'Abbazia di S. Benedetto in Gualdo Tadino, dove Frate Andrea di Paolo di Assisi dapprima meditò l'opera sua. In S. Benedetto, anche dopo la soppressione dell'Ordine, seguitò infatti ad esistere una Cappellata Corporis Christi, antiquitus traslata ex altero loco in maius altare, come si legge nella Visita Apostolica di Mons. Camagliani, Vescovo d'Ascoli, compiutavi il 31 Ottobre del 1573. Alla Cappellania era annesso l'obbligo di due Messe ogni mese e probabilmente le sue rendite provenivano dai soppressi Monasteri del Corpo di Cristo che già sorsero nella nostra Città. Ma la piccolezza di tali rendite (una mina di grano ogni anno), fece sì che questo antico Legato, sulla fine del secolo XVII, non venisse più soddisfatto, di maniera che un tal Francesco Antonio Bussolini, con Atto del 27 Febbraio 1748, ricostituiva e dotava la Cappellania del Corpo di Cristo nella Collegiata di S. Benedetto, dove ebbe vita sino alla Demaniazione di questa. (1)
(1) S. Lancellotti: Historiae Olivetanae. Venezia 1623. Lib. I, Pag. 109: Lib. II, pag. 355 e seg. - T. Locatelli Paolucci: Dell'antica Badia di S. Benedetto al Monte Subasio. Assisi 1880. pag. 21 - L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Già cit. Tomo III, pag. 279, 283, 316. - L. Jacobillì; Cronica della Chiesa e Monastero di Santa Maria in Campis. Foligno 1653 - P. LUGANO: L'Abazia Parrocchiale di S. Maria in Campis. Foligno 1904 - Biblioteca del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. B. VI-6, e. 114 e seg. ; Cod. A. li. 16, e. l0t ; Cod. C. V. 18., da c. 123 a c. 136t - P- Magnanensi: Della Congregazione Benedettina Cisterciense del Corpo di Cristo (In Rivista Storica Benedettina, Anno I, Fase. I) - G. MORONI : Op. cit. Vol. XVII, pag. 245 - BERGIER : Dizionario Enciclopedico della Teologia e Storia della Chiesa. Firenze 1820 (Alla parola « Corpo di Cristo ») - Arch. Vaticano : A. B. Bonif. IX, anno 1393. Tomo XI, c. 159 - M. Faloci PULIGNANI : Siena e Foligno (In Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Perugia 1918 Vol. XXIII. Pag. 196 e seg. - D. DORIO : op. cit. pag. 168 e 169 - L. JACOBILLI :
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I Monaci Silvestrini e la Congregazione degli Oblati di S. Carlo nel Monastero di S. Niccolo. Questo Monastero fu fondato in un vecchio edificio contiguo ed annesso all'antica Chiesa di S. Niccolo, per uso dei Monaci della Congregazione Silvestrina, con Atto stipulato il 13 Ottobre 1614, tra il Vescovo di Nocera Virgilio Florenzi, in veste di Commissario Apostolico, ed il Generale della Congregazione Silvestrina Padre Remigio Dusnami, con il consenso del Rettore della suddetta Chiesa di S. Niccolo, che era allora Agostino di Natalino Vivardi e previa autorizzazione avutane con Breve di Papa Paolo V, dato a Frascati il 5 Giugno di quello stesso anno.
Il Monastero sorse per opera di Padre Giulio Rinaldi da Fabriano, già Generale della Congregazione stessa, nelle Cronache della quale infatti trovasi denominato « L'Apostolo di Gualdo » il quale poi, nel nuovo Monastero, sempre visse e si spense. Costui ne aveva ricevuto speciale incarico dal Comune di Gualdo, che favorì in ogni modo la costituzione di questo nuovo Chiostro, con l'obbligo però, da parte dei Silvestrini, di assumersi l'insegnamento della Dottrina Cristiana. Per ampliare il Monastero, nell'ultimo decennio del Settecento, il Comune concesse allo stesso persino l'adiacente Torre sovrastante anche oggi alla Porta Civica di S. Donato. I Silvestrini rimasero poi indisturbati nella loro residenza sino a che avvenne l'invasione dello Stato Pontificio per opera delle truppe di Napoleone I, per effetto della quale, con Decreto del 7 Maggio 1810, ne furono scacciati. Crollato l'Impero Napoleonico e restaurato nel 1814 il Governo Pontificio, poco dopo, con Decreto della S. Congregazione della Riforma, in data 17 Marzo 1817, i beni del Monastero di S. Niccolo si concedevano a vantaggio dell'opera pia Gualdese « Istituto del Bambin Gesù » avente sede nel Monastero di S. Maria Maddalena, con la clausola che, qualora tali rendite non fossero necessarie all'Istituto, servissero invece per introdurre la Congregazione degli Oblati di S. Carlo nel nostro Convento di S. Francesco, già un tempo abitato dai Minori Conventuali.
Però, essendo stati riammessi in quest'ultimo i Padri Conventuali con Decreto del 4 Decembre 1821, la Congregazione degli Oblati dovette rinunciarvi, salvo il diritto di richiederlo qualora cessassero nuovamente di esistervi i Padri Convenuali. Ma senza attendere una tale evenienza, il Vescovo di Nocera volle subito procurare un'altra sede agli Oblati e infatti, nel Sinodo tenuto dal 30 Agosto al I Settembre 1822, fu decretata la loro immissione nel nostro Monastero di S. Niccolo, il quale poco dopo, con Rescritto
Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 106 - E. FILIPPINI : L'Accademia dei Rinvigoriti di Foligno e l'ottava edizione del Quadrigerio (In Bollettino sopra citato, Voi. XVI, pag. 128) - A. Lubin : Op. cit. p. 167 - Dizionario Storico degli Ordini Religiosi e Militari. Venezia 1790. (Alla parola Corpo di Cristo »).
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Pontificio del 10 Giugno 1823, fu agli stessi Oblati ceduto in possesso, con tutti i suoi beni, fatta solo eccezione per una parte del l'edificio, che doveva invece servire come residenza del Vescovo di Nocera, quando si recava in Gualdo e come Cancelleria Vescovile. Questi Oblati di S. Carlo, avevano l'incarico di vigilare sull'esatta osservanza dei Decreti Sinodali e di Sacra Visita, nella circostante regione.
Sopravvenuto il nuovo Governo Italiano e pubblicatasi, il giorno 11 Decembre 1860, la nota Legge con cui si sopprimevano le Corporazioni Religiose, anche il Monastero di S. Niccolo passò al Demanio, ma fu poi dallo Stato, con R°. Decreto del 28 Gennaio 1864, ceduto alla Congregazione di Carità di Gualdo. Quest'ultima, nel 1912, adibì il Monastero ad Asilo Infantile, dopo avere riscattata dal Vescovo di Nocera quella parte dell'edificio che, come sopra è si detto, serviva di abitazione al Vescovo quando doveva risiedere in Gualdo. (1)
I Monaci Agostiniani ed il loro Convento di S. Agostino.
Scrive il Torelli che, per antica tradizione, si crede che il Convento, un tempo annesso all'attuale Chiesa di S. Agostino, fosse stato fondato sotto il titolo di S. Caterina, intorno al 1272, da Fra Matteo, Provinciale della Valle di Spoleto, creato poi Vescovo di Faenza nel 1301 e che ne ebbero il possesso i Monaci dell'Ordine Agostiniano. La memoria più antica che potei rintracciare a proposito di tale Chiostro, si ha nel già citato testamento di Giovanni di Ventura di Acquittolo notaio, che il 4 Aprile 1288, dopo aver lasciato vari legati a luoghi pii Gualdesi, lasciava anche due elemosine, una di venti solidos ed una di quattro libbre di denari Cortonesi, al Convento di S. Agostino in Gualdo. Anche in un altro testamento, fatto in data 28 Luglio 1290 da Salvuccio Sarto, questi, infirmus corpare,, sanus mente, lasciava tra l'altro, la somma di cinquanta solidos ai Monaci di S. Agostino in Gualdo. (2)
II Chiostro, bello e ricco fabbricato, fu albergo di parecchi Cardinali e Dignitari ecclesiastici ed essendosi con il tempo ridotto in cattive condizioni, fu fatto restaurare dal Legato di Gualdo Card. Antonio Del Monte, nella prima metà del XVI secolo. Anzi a tal proposito ricorderemo, che nei Libri Consigliari del Comune di Gualdo, esiste un Rescritto di questo Cardinale Legato, in data
(1) G. Caiani: Raccolta Manoscritta di Notizie e Documenti Storici Gualdesi. Vol. Il (Atto di fondazione del Monastero dì S. Niccolo) - FELIZIANI. : Manoscritto nell'Archivio del Monastero di S. Silvestro di Fabriano con notizie sulla fondazione del Monastero di S. Niccolo - Biblioteca del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. A. li. 16, c. 120; Cod. A. V. 6, c. 579. - Epitome dei Sinodi e Decreti di Sacra Visita nella Diocesi di Nocera. Assisi 1831. pag. 40, 43, 48 - Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1612 al 1617.c . 75t, 122, 135t, 142; Copia-Lettere dal 1764 al 1817. c. 137 e 138t - G. MORONI: Op. cit. Vol. LXVI, pag. 117.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII N°. 101.
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7 Agosto 1529, con il quale, dietro istanza di Fra Agostino da Perugia, dell'Ordine degli Eremiti di S. Agostino, si autorizzava il Comune di Gualdo, a provvedere i mezzi necessari per i restauri da apportarsi al Convento degli Agostiniani, che era prossimo a rovinare. Più tardi, durante il governo dell' altro Legato Gualdese Giannantonio Capizucchi, quei Monaci, con Decreto della Camera Apostolica in data 18 Agosto 1567, ottennero la concessione gratuita, per loro uso, di cento settanta libbre di sale ogni anno, e ciò può indicarci approssimativamente il numero dei Religiosi allora dimoranti in quel Chiostro. (1)
Essendo poi questo andato in rovina per il terremoto del 1612, venne quasi dalle fondamenta ricostruito, ma fu una seconda volta abbattuto dall'altro terribile terremoto del 1751. Edificato di nuovo, ancora sussiste, ma può ben dirsi che, nell'attuale fabbricato, non rimane più oggi dall'antico una sola pietra.
Con Decreto della S. Congregazione della Riforma del 6 Maggio 1816, l'edificio dell'ex Convento di S. Agostino fu adibito a luogo di ritiro per prepararvi i giovanetti alla Prima Comunione o per compiervi consimili Esercizi Spirituali, con l'uso di tutti i beni del Convento stesso e sotto la custodia di un Sacerdote, dovendosi però pagare l'annuo canone di scudi dieci, in favore del Superiore Generale degli Agostiniani. Nel 1856, dal Vescovo di Nocera Mons. Francesco Agostini, il Convento fu destinato anche come asilo per gli orfani della Diocesi Nocerina, la quale istituzione visse però stentatamente e per poco, causa la scarsezza dei mezzi.
Sopravvenuto il nuovo Governo Italiano e pubblicatesi dal R°. Commissario Generale per l'Umbria Gioacchino Pepoli, il giorno 11 Decembre 1860, il noto Decreto con cui si sopprimevano le Corporazioni Religiose, anche il Convento di S. Agostino passò in proprietà del Demanio, ma poi lo Stato con R°. Decreto del 28 Gennaio 1864, lo cedette alla locale Congregazione di Carità, la quale a sua volta, in quello stesso anno, lo affittò al Comune di Gualdo che d'allora in poi lo ha sempre adibito a sede delle Scuole Elementari Maschili.
Istituto Salesiano San Roberto.
Il primo appello di Gualdo Tadino alla Società Salesiana, risale all'anno 1885, nel quale, il Gualdese Monsignor Roberto Calai-Marioni, si rivolgeva direttamente all'oggi Beato fondatore della Società suddetta, Don Giovanni Bosco, affinchè inviasse alcuni suoi Sacerdoti nella nostra città, per istituirvi un Oratorio destinato ai figli del popolo, come in tanti altri luoghi d'Italia; ma con lettera del 5 Giugno di quello stesso anno, Don Bosco rispondeva essergli
(1) Arch. Vaticano: Arm. XXIX. Tomo 234. c . 58t - Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Dall'anno 1528 al 1533. c. 45t.
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per allora impossibile accettare l'invito, a causa della scarsezza dei suoi sacerdoti.
Dopo un decennio, cioè nel 1895, Mons. Calai-Marioni, accompagnato dal concittadino Don Antonio Ribacchi, si recava personalmente a Torino per ripetere la sua domanda, che fu allora finalmente accolta dal successore di Don Bosco, il venerando Don Michele Rua.
In tal modo, il 25 Settembre di quello stesso anno, i primi Salesiani, guidati dal Sacerdote Don Luigi Perino, pervenivano in Gualdo, stabilendosi nell'antico e abbandonato Monastero di S. Margherita, il di cui uso, provvisoriamente e gratuitamente, era stato ad essi concesso dal comune di Gualdo, auspice il Sindaco di allora Ugo Guerrieri. Quivi istituirono il loro Oratorio, che Mons. Roberto Calai-Marioni, subito sussidiò con la somma di lire quattromila annue, assumendosi eziandio l'onere di ogni tassa od imposta. Insieme all'Oratorio, avente come scopo l'educazione morale, civile e religiosa dei giovanetti, togliendoli dalle insidie della strada, i Salesiani si accinsero contemporaneamente anche all'opera dell'istruzione pubblica e dell'insegnamento, aprendo scuole elementari, tecniche e ginnasiali.
Pochi anni dopo, lo stesso munifico Mons. Roberto Calai-Marioni, pensò di dare una più degna sede ai benemeriti Religiosi Salesiani, donando ad essi l'amena collina che trovasi fuori la Porta Civica di S. Facondino e facendovi costruire a proprie spese un grandioso Collegio, dove potessero meglio esplicare l'opera loro. Sorse così l'attuale Istituto Salesiano « San Roberto », nel quale i Religiosi si trasferirono dal Monastero di S. Margherita, il 26 Luglio del 1899.
Il nuovo Istituto crebbe rapidamente in floridezza, affluendovi giovani alunni da ogni parte d'Italia, tanto che nel 1925 si sentì il bisogno di ampliarlo, e sorse così, attiguo al precedente, un altro grande edificio che inaugurato l'anno dopo, venne adibito ad Oratorio Festivo, contenendo tra l'altro un Teatro, un Piazzale Sportivo ed una Cappella. Finalmente, nel 1928, i Salesiani eressero, presso il loro Istituto, una Casa Colonica per la coltivazione della collina su cui sorge il Collegio.
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LE CHIESE
I. - Chiesa di S. Benedetto in Gualdo Tadino.
La primitiva Chiesa di S. Benedetto non è quella attuale. Trattando dei Monaci Benedettini e delle loro Abbazie nella nostra regione, già dicemmo che la prima Chiesa di tal nome sorse nel 1006, con l'annesso Monastero, su gli avanzi di un vetusto Cenobio dedicato ai Santi Nicolo Vescovo e Viro Martire, per opera di un Conte Offredo e dei fratelli, figli di un Conte Monaldo che, trovandosi al seguito dell'Imperatore Ottone III, aveva da lui ricevuto in feudo la nostra regione. Indicammo anche, come sede di questa prima Chiesa e Monastero, la piccola altura che, sulla riva destra del Feo, trovasi interposta tra la Chiesuola di S. Maria di Rote e la casa colonica del vocabolo Pomaiolo. Null'altro sappiamo di quest'antico Chiostro Benedettino. Nel capitolo su citato, dicemmo altresì che, intorno alla metà del XIII secolo, i Monaci di S. Benedetto trasferirono entro le mura di Gualdo la loro dimora, ed attigua alla nuova Abbazia eressero la Chiesa attuale. Dell'avvenimento lasciarono anzi memoria su di una lapide apposta esternamente sul fianco sinistro della Chiesa stessa, dove tutt'ora si leggono le seguenti parole in lettere Gotiche:
A. D. MCCLVI. TPE
G. ABBATIS. H. CENO
BIU. E. TRASLATU. IN
GUALDO
vale a dire: Nell'anno del Signore 1256, a tempo di Guglielmo Abbate, questo cenobio fu trasferito in Gualdo. Il nome dell'Abbate, lo deduco da molteplici documenti di quell'epoca, tra gli altri da un Breve con cui il Papa Innocenze IV, il 30 Gennaio 1254, avvertiva il Rettore del Ducato di Spoleto che, essendo rimasto il Monastero di S. Benedetto di Gualdo senza Abbate, veniva con tale qualifica ivi trasferito Guglielmo, Abbate del Monastero di S. Stefano di Parano, dello stesso Ordine Monastico e della stessa Diocesi. (1)
(1) Arch. Vaticano: Reg. N°. 23 (Innocenzo IV. Anno XI) Breve N». 398.
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Pel nostro Tempio Benedettino, si verifica lo stesso fatto già notato per la massima parte delle Chiese Gualdesi e, potremmo anzi dire, di tutta la vasta Diocesi Nocerina, la mancanza cioè di documenti e di notizie storiche sino alla metà del Cinquecento, sino cioè all'istituzione delle Visite Pastorali, decretate dal Concilio di Trento. Sappiamo però che intorno alla metà del Quattrocento, subì importantissimi rifacimenti e restauri per opera di Papa Niccolo V, che certo aveva visitato quel sacro edificio quando sostò in Gualdo nel Novembre del 1449. Similmente possiamo con ogni sicurezza affermare, che verso la fine di quello stesso secolo, il Campanile della Chiesa dovette subire una quasi totale ricostruzione o almeno radicali modificazioni e restauri. Ciò deduco dal fatto, che in molti Atti notarili di quell'epoca, si riscontrano Legati di pie persone a favore di tale costruzione, nonché svariati provvedimenti presi per la stessa dai Monaci di S. Benedetto. Citerò anzi, ad esempio, alcuni di questi Atti: Nel più antico di essi, che risale a circa l'anno 1474, si legge che il prete Gennaro di Angelo da Gualdo, lasciava alla nostra Chiesa di S. Benedetto «florenos decem . . . pro fabricatione et in fabrica campanilis diete ecclesie, dum fabricabitur » dunque i lavori non erano stati ancora iniziati. In altro Atto del 23 Settembre 1475, la quarta parte di una multa si destinava «pro edifitio et adconcimine sive fabrica campanilis » e così pure apprendiamo, che nell'Agosto 1476, tal Caterina di Vannuccio di Andrea erogava quattro fiorini al « Monasterio S. Benedicti, pro fabrica campanilis in dieta ecclesia ». Il 25 Luglio 1477, un certo Andrea di Giovanni, con legato testamentario, rilasciava tre fiorini «pro actatione campanilis »; il 5 Novembre di quello stesso anno, Domenico di Nicolo da Treviso, dava un fiorino « pro adconcimine campanilis S. Benedicti »; il 10 Decembre, sempre del 1477, tal Rufinello offriva «pro adconcimine et utilitate campanilis » quattro fiorini, due dei quali dovevano essere spesi per pagare la calce, ed i restanti per mercede di uno dei costruttori e cioè del maestro lombardo Pietrone e ciò prova che il lavoro era già stato iniziato. Inoltre, l'11 Agosto 1479, i Monaci di S. Benedetto, riuniti in Capitolo, decidono di vendere alcune terre abbaziali, allo scopo di ottenere il denaro occorrente « adconcimini campanilis dicti monasteri » e in quello stesso giorno fanno il versamento di una certa somma di denaro a maestro Agostino, altro Lombardo, «conditor campanilis » somma che a lui spettava « pro manufactura et adconciminis» di questo edificio. Il 12 Settembre 1481, donna Caramanica, con legato testamentario, assegnava dieci fiorini «pro fabrica campanilis». Il 27 Maggio 1488, i maestri lombardi Giacomo e Francesco di maestro Frumento da Como, assumevano l'incarico di praticare vari lavori complementari al Campanile di S. Benedetto e cioè costruire una volta di mattoni doppia al disotto delle campane, innalzare di tre piedi i muri del campanile stesso e su questi muri, tutto intorno, collocare un cornicione in pietra, dovendosi compiere questi lavori per la ventura festa di S. Andrea Apostolo e per il prezzo di cinquanta fiorini, da pagarsi in tre rate e cioè a principio, a metà e a fine dell'opera.
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In un Capitolo tenuto da quei monaci il 21 Decembre 1493, si allude poi ad un pagamento fatto al suddetto maestro Francesco di maestro Frumento, per lavori praticati alle finestre del Campanile e finalmente, il 18 Aprile 1496, lo stesso maestro Francesco, riceveva dai Monaci della Badia l'incarico di costruire il Civorium del Campanile di S. Benedetto (forse si allude alla loggia campanaria) dietro compenso di quattordici fiorini, dovendo il Monastero fornire i materiali occorrenti e dandosi tempo, per eseguire il lavoro, a tutto il venturo mese di Agosto. Dopo il Campanile, la pietà dei fedeli dovette rivolgersi a fornirlo di campane ed infatti, in un testamento dettato il 14 Luglio 1504 da Bernardo di Ludovico Accomanducci da Gualdo, trovasi, tra l'altro, anche il seguente legato: II testatore assegnava alle Monache Gualdesi di S. Margherita, due terreni nella parrocchia di S. Martino, vocabolo Grassano, con l'obbligo, per dette Monache, di pagare otto fiorini «pro refactione et fabrica campane S. Benedicti de Gualdo»; oltre a ciò, lasciava altri trenta fiorini per lo scopo suddetto. Ma se entro due anni queste campane non fossero state fatte, i trentotto fiorini dovevansi invece spendere per restauri ed ornamenti delle Chiese di S. Benedetto e di S. Francesco. (1)
La Chiesa di S. Benedetto, sin dalle sue origini, fu sede di una delle due parrocchie in cui era divisa la Città, essendo sede dell'altra la Chiesa Abbaziale di S. Donato. Il limite tra le due circoscrizioni parrocchiali, nella seconda metà del Cinquecento, era segnato dal percorso stradale, che da Porta S. Martino va a Porta S. Benedetto, passando per la Piazzetta di S. Donato. L'abitato compreso entro l'angolo tracciato da questo percorso, apparteneva alla Parrocchia di S. Donato, tutto quel che ne restava fuori, con in più il Borgo Valle, apparteneva alla Parrocchia di S. Benedetto.
Tale Chiesa fu, nei primi tempi, amministrata dagli Abbati Claustrali Mitrati del Monastero annesso, ma nel 1441, essendo stato questo trasformato in Commenda Secolare, passò anch'essa alla dipendenza dei vari Abbati Commendatari che si successero nel godimento dell'Abbazia. Fu appunto poco dopo l'istituzione della Commenda, cioè intorno alla metà di quel secolo, che Papa Niccolo V apportò alla Chiesa di S. Benedetto grandi restauri e notevoli ab bellimenti. (2)
Nella seconda metà del Seicento i suddetti Abbati Commendatari, nominavano e mantenevano nella Chiesa, ben sette Cappellani
(1) G. Moroni. Dizionario di erudizione etc. Vol. XLVIII. Pag. 19 - Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499, c . 85 e 245t; di_ Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535, e. 77 e 78 ; di Bernardino di Pietro de Benadattis dal 1476 al 1510, c. 5; di Pierantonio di Ser Giovanni Duranti dal 1472 al 1487, c . 150t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Mascelli del 1496 e 1480, c . 35t; dal 1472 al 1497, c . 33t, 125, 130t; dal 1487 al 1489, c . 184; dal 1491 al 1494, c . 349; dal 1473 al 1527, c . 196- R. GUERRIERI: / Maestri Lombardi in Gualdo Tadino nella seconda metà del Quattrocento (In Archivio Storico Lombardo. Anno LVII. Fase. II. Milano 1930).
(2) Domenico Giorgio: Vita Nicolai V. Roma 1742, Pag. 167.
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con le rendite Abbaziali. Tra queste rendite va ricordata anche la Decima, che il Comune di Gualdo pagava, ogni sei mesi, alla Chiesa di S. Benedetto, Decima che nel Cinquecento consisteva in due Bolognini, nove Soldi e un Denaro, per il Rettore, più due Bolognini, tredici Soldi e nove Denari, pro Canonica. (I) Dei Cappellani suddetti, uno era investito dell'officio di Parroco e percepiva ogni anno quattro Rubbi di grano, tredici Barili di mosto e due Scudi, con l'obbligo di celebrar Messa ogni giorno festivo ed in tutti i giorni feriali, meno uno per settimana, più aveva cura d'anime nella Parrocchia. Due Cappellani funzionavano poi quali Coadiutori del Parroco, ed erano stipendiati con tre Rubbi e mezzo di grano e due Scudi per ciascuno. I quattro restanti, funzionavano come, semplici Cappellani, con la retribuzione di tre Rubbi di grano e due Scudi ognuno. Tanto questi ultimi, quanto i due Coadiutori, avevano come il Parroco, l'obbligo di celebrare sei Messe ogni settimana ed a tutti insieme, per effetto di particolari legati, nella prima metà del Settecento, spettava altresì l'onere di indire tre Offici all'anno, due in suffragio dei defunti della famiglia Gualdese Mannelli ed uno a pro dell'anima di Felice Premoli. I sette Cappellani nominavano infine, per servizio della Chiesa, un Sagrestano e due Chierici, che dovevano essere confermati dal Commendatario e che ricevevano, come compenso, un Rubbio e mezzo di grano per ciascuno. Nessuna ingerenza avevano i Cappellani nel servizio del Battesimo. Il Fonte Battesimale, nella Chiesa Parrocchiale di S. Benedetto, costituiva uno speciale Beneficio Ecclesiastico pervenutovi, come si dirà, dall'antica Chiesa di S. Maria di Tadino, divenuta poi S. Chiara. Questo Beneficio del Fonte Battesimale, aveva rendite proprie e stabili ed era conferito ad un particolare sacerdote. Manteneva il titolo di S. Maria di Tadino e non comportava altri oneri che quelli del Battesimo. Infine l'Abbate Commendatario nominava anche un Maestro di Cappella, ed il Predicatore, pel periodo quaresimale, era invece designato annualmente dal Comune di Gualdo e da questo pagato con la somma di trenta Scudi. La sua nomina doveva però, ogni volta, sottostare all'approvazione del Vescovo. Sin dall'antico, esistevano nella Chiesa di S. Benedetto numerosi altari, ognuno dei quali era sede di Confraternite, o godeva di legati, cappellanie, benefici ecclesiastici, etc. Qualche altare era anzi officiato da più Cappellani, avendo raccolto anche i titoli, benefici ed oneri di altri antichi altari già soppressi nella Chiesa stessa o in diverso luogo. Ma di questi altari, nella prima metà del Quattrocento, nulla sappiamo e solo nella seconda metà di quel secolo cominciano a comparire, intorno ad essi, notizie e documenti. Troviamo allora infatti nella Chiesa numerose Cappelle, con altari dedicati a S. Maria di Loreto (1461), a S. Vito (1470), a S. Giacomo (1471), a S. Salvatore (1475), al B. Angelo da Gualdo (1476), a S. Caterina (1476), a S. Bartolomeo (1476), a S. Giuliano (1478), a S. Nicolo
(1) Arch. Comunale di Gualdo Tadino: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.
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(1482), alla Santa Croce (1484), a S. Tommaso (1488), a S. Giovanni (1490), al Parto della Vergine (1497), a S. Lorenzo (1508), al Corpo di Cristo (1510), a S. Pietro (1542) ed a S. Antonio (1550). Abbiamo desunto i nomi di questi altari da testamenti dell'Archivio notarile Gualdese, con i quali si istituivano legati a favore degli altari stessi, legati che, data la fede religiosa di quell'epoca, sono tutt'altro che scarsi. Così, ad esempio, sappiamo che il primo di questi altari apparteneva alla famiglia Arfitelli, che a quello di S. Vito, poco prima del 1470, tal Venanzo di Corraduccio da Gualdo, aveva donato un terreno posto « in Parocia Serre Sicce, in Vocabulo Flamegne, juxta stradam Flamegne »; che all'Altare di S. Giacomo, il 14 Agosto 1471, tale Giovanna del fu Nicola di Rinaldo da Gualdo, lasciava 25 fiorini o in denaro o in terreni, a beneplacito del proprio marito Salvatore, con l'onere di due Messe settimanali in suffragio dell'anima sua e di quella dei suoi parenti defunti e che all'Altare di S. Bartolomeo, con testamento del 5 Giugno 1476, similmente veniva concesso un terreno. (1)
Dopo la chiusura del Concilio di Trento (1563), con l'inizio delle Visite Pastorali o Sacre Visite, come si è detto, ci restano nei relativi Atti abbondanti documenti anche circa gli altari della nostra Chiesa di S. Benedetto. Infatti sappiamo che, nella seconda metà del Cinquecento, esistevano in essa, oltre l'Altare Maggiore, altri otto altari dedicati a S. Girolamo, a S. Tommaso, a S. Lorenzo, a S. Bartolomeo, al Parto della Vergine, a S. Salvatore, a S. Antonio ed a S. Michele Arcangelo, più comunemente in quel secolo appellato S. Angelo. Nei documenti dell'epoca, quest'ultimo altare, per ragioni che tra poco vedremo, era anche intitolato a S. Niccolo, o al Croce fisso, o al Beato Angelo da Gualdo. Tutti gli altari sopra denomi nati stavano disposti nella Chiesa come nel quadro seguente:
Altare Maggiore |
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A. di S. Girolamo |
A. di S. Michele Arcangelo |
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..... |
o di S. Niccolo, |
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o del Crocifisso, |
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o del B. Angelo da Gualdo. |
A. di S. Tommaso |
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A. di S. Lorenzo |
A. di S. Antonio |
A. di S. Bartolomeo |
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A. del Parto della Vergine |
A. di S. Salvatore |
... |
o della Morte |
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o del Suffragio |
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L'Altare Maggiore era dedicato a S. Benedetto, ed in esso aveva sede la Confraternita del Sacramento la quale vi indiceva numerose (1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal !472 al 1490, c. 41t, 46, 149; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499, Fasc. VIII, c. 33; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli. Anno 1497, c . 13 ; dal 1472 al 1497, c . 51t dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478. Paginazione II c. 146 e 265t; dal 1487 al 1489, c. 185; dal 1473 al 1527, c . 41, 42t, 48t, tot, 89t, 245, 246, 259t, |
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sacre Funzioni, che indicheremo quando si tratterà della stessa. In epoca sconosciuta, ma certo assai antica, vi era stato altresì trasferito il Titolo e Beneficio del Corpo di Cristo, appartenente forse ad un antico altare demolito, non sappiamo se nella stessa Chiesa od altrove. Tale Beneficio consisteva nelle rendite di due terreni, uno in vocabolo Montarone, l'altro in vocabolo Valle Renaia ed imporava l'onere di due Messe ogni mese.
L'Altare di S. Girolamo, apparteneva alla famiglia Coppari, che vi aveva istituito una Cappellania con l'onere di una Messa settimanale. Questo altare possedeva anche il Titolo e Beneficio di due altri assai antichi altari della Chiesa, soppressi in epoca indeterminata e cioè S. Giovanni e S. Caterina. Il primo appartenne alla famiglia Rancieri, il secondo a quella dei Ranieri, ed avevano ambedue l'onere di una Messa settimanale. Ma per quanto si riferisce a S. Caterina, il numero di tali Messe, nel 1718, con decreto dell'Autorità Ecclesiastica fu ridotto a venti ogni anno. Nella metà del Seicento, l'Altare di S. Girolamo fu soppresso ed al suo posto fu trasferito un altro altare della Chiesa, di cui fra poco parleremo e cioè l'Altare del Crocefisso, che assunse altresì il su ricordato Titolo e Beneficio di S. Caterina, con il relativo onere.
L'Altare di S. Tommaso esistette nella Chiesa sino all'ultimo decennio del Seicento. In tale epoca fu soppresso ed il suo Titolo e Beneficio, riunito ad un Titolo e Beneficio di ignota provenienza ma dedicato a S. Savino, fu trasferito in altro altare della Chiesa e propriamente in quello del Crocefisso, con l'onere complessivo di una Messa per settimana.
L'Altare di S. Lorenzo ebbe sede nel Tempio in discorso sino alla prima metà del Seicento. Tra il 1617 ed il 1628, fu infatti soppresso ed al suo posto fu istituito un Altare del Rosario, per opera della omonima Confraternita Gualdese, che ne conservò poi sempre anche l'uso ed il possesso. Questo nuovo altare restò però depositario del Titolo e Beneficio di S. Lorenzo, con l'onere di sei Messe all'anno. Inoltre, con Atto del 5 Agosto 1676, a rogito del Notaio Gualdese Isidoro Mancia, tal Giacoma di Giovan Battista Leli, vi istituì una Cappellania che avrebbe dovuto, in perpetuo, essere sotto il giuspatronato della famiglia Amoni, con l'onere di quattro Messe per settimana, ridotte poi a settantasei Messe all'anno, con decreto ecclesiastico in data 1 Aprile 1728. Altra Cappellania, con l'onere di due Messe al mese, vi istituì la famiglia Scampa poco dopo la metà del Seicento. Finalmente, un giuspatronato laicale, con l'onere di dieci Messe annue, vi fondarono Maddalena di Martinangelo Neri e Caterina Spigarelli, come da rogito del Notaio Cherubino Mattioli, in data 21 Maggio 1703, con diritto di successione da parte della Confraternita del Rosario, in caso che rimanesse estinta la famiglia cui spettava il giuspatronato. Finalmente la stessa Confraternita vi disimpegnava moltissimi oneri di culto, che indicheremo nel Capitolo ad essa riferentesi. Su questo altare esisteva un quadro in tela, raffigurante la Madonna del Rosario circondata dai soliti Misteri.
L'Altare di S. Bartolomeo, possedeva anche il Titolo e Beneficio di
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S. Giuliano e S. Pietro, pervenutogli da un più antico altare soppresso e avente l'onere di una Messa settimanale. Alla sua volta, l'Altare di S. Bartolomeo, cessò di esistere, tra il 1610 ed il 1613, ed al suo posto, in quella stessa epoca, fu eretto un Altare di S. Carlo, che raccolse però il Titolo e Beneficio del soppresso Altare di S. Bartolomeo, con l'obbligo di due Messe al mese e, con questo, anche il su ricordato Titolo, Beneficio ed onere di S. Giuliano e S. Pietro. Sul nuovo Altare di S. Carlo, fu collocato un quadro in tela, raffigurante inferiormente questo Santo, ed in alto la Vergine con il Bambino, quadro che oggi è conservato nella Sagrestia della Chiesa. L'Altare del Parto della Vergine, apparteneva alle due Confraternite Gualdesi della Morte e del Suffragio, insieme fuse, che avevano in questo altare la propria sede e che lo mantenevano di quanto era necessario all'esercizio del culto. La Cappellania del Parto della Vergine era antichissima, possedeva cinque terreni, con le rendite dei quali si dovevano celebrare su quell'altare quattro Messe settimanali che poi in seguito, in forza di decreti emanati dalla S. Congregazione dei Concili, vennero ridotte di numero. Era poi abbondantemente officiato dalle Confraternite suddette nel modo che descriveremo quando si tratterà delle stesse Su questo altare, nel Cinquecento, esisteva una grottesca statua rappresentante la Madonna, distesa su di un giaciglio, nell'atto di partorire. Il Vescovo di Ascoli Mons. Camagliani, nella Visita Apostolica compiuta nella nostra Diocesi l'anno 1573, ordinò la remozione di tale statua, che era motivo di scandalo. Dal Settecento in poi, l'altare in discorso fu più spesso chiamato Altare della Morte o del Suffragio, dal nome delle Confraternite che, come si è detto, ne avevano il possesso.
L'Altare di S. Salvatore, su cui in epoca remota era stato deposto anche il Titolo e Beneficio di S. Giacomo, quest'ultimo con le rendite di due terreni e con l'onere di due Messe mensili, ebbe fine nel 1619. In quello stesso anno, con Atto rogato il 25 Ottobre ; dal Notaio Nocerino Rinaldo Duranti, fu eretto al suo posto, per opera della famiglia Calisti, un nuovo altare dedicato a S. Antonio da Padova. In tale occasione, vi fu anzi collocato un quadro in tela, raffigurante il Santo Titolare con S. Francesco di Assisi e la Vergine. Il nuovo Altare di S. Antonio da Padova, raccolse però il Titolo e Beneficio del soppresso Altare di S. Salvatore con gli annessi oneri, consistenti in due Messe ogni mese e lo tenne sino al secondo decennio del Settecento, nella quale epoca, Titolo, Beneficio ed oneri della Cappellania di S. Salvatore, subirono un nuovo trasferimento nell'Altare Maggiore della Chiesa. Con quello di S. Salvatore, l'Altare di S. Antonio da Padova, raccolse anche il su ricordato Titolo e Beneficio di S. Giacomo con il relativo onere di due Messe mensili, che però nel 1729, furono ridotte a dodici ogni anno. Su questo Altare di S. Antonio da Padova, tal Mariotto di Loreto, con Atto rogato dal Notaio Rinaldo Duranti il 25 Ottobre 1619, fondò una Cappellania sotto lo stesso titolo di S. Antonio da Padova e la dotò con le rendite di un censo di cento Scudi, imponendo però l'onere al Cappellano, di una Messa ogni lunedì.
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Tale Cappellata fu poi ceduta alla famiglia Balducci, con Atto rogato il 19 Luglio 1653 da Andrea Manni Notaio di Cantiano residente a Fabriano. Dai Balducci passò in seguito alla famiglia Fabrianese dei Cristiani. Sempre su questo altare, il sacerdote Antonio Premoli istituì un'altra Cappellania, pure sotto il titolo di S. Antonio da Padova, mediante Atto esteso dal Notaio Mattia Florenzi il 31 Ottobre 1702. Tale Cappellania doveva restare in perpetuo sotto il giuspatronato della famiglia Premoli, godeva delle rendite di alcuni terreni e aveva l'onere di una Messa per settimana, di lunedì o martedì, venendo poi ridotto un tal numero, per diminuzione delle rendite, a Messe trentuno in tutto ogni anno, con decreto dell' Autorità Ecclesiastica, in data 2 Ottobre 1762.
L'Altare di S. Antonio da Padova, or ora descritto, non va confuso con l'altro Altare di S. Antonio, già sin dal Cinquecento esistente nella Chiesa, come abbiamo visto nel su riportato elenco degli altari di S. Benedetto, nella seconda metà del XVI secolo. Questo antico Altare di S. Antonio, costituiva una Cappellania della famiglia Fregosi e per le tristi condizioni in cui era ridotto, il Vescovo di Nocera ne ordinò la demolizione successivamente nelle due Visite Pastorali del 1593 e del 1597. La demolizione avvenne infatti all'inizio del Seicento, ed il relativo Titolo e Beneficio, fu trasferito nell'Altare Maggiore, con l'onere di due Messe al mese. Circa quaranta anni dopo, al suo posto, per opera del Gualdese e letterato illustre Mons. Porfirio Feliciani, Vescovo di Foligno, fu eretto un altare dedicato a S. Giovanni Battista, con relativa Cappellania che doveva restare sotto il giuspatronato della famiglia Feliciani. Vi fu collocato un quadro in tela, consistente in una copia della Madonna del Sanzio in Foligno, copia attribuita al pittore Avanzino Nucci e che oggi .è conservata nella Sagrestia della Chiesa.
L'Altare di S. Michele Arcangelo o S. Angelo, come in antico più semplicemente si usava chiamar questo Santo, apparteneva alla Confraternita di S. Michele Arcangelo e conteneva la tomba venerata del Beato Angelo da Gualdo, compatrono della Città. È uno dei più antichi altari della Chiesa ed esiste un Breve di Papa Bonifacio IX, in data 1 Febbraio 1393, con il quale si concedevano speciali indulgenze a chi lo visitava, racchiudendo esso le spoglie del Beato eremita Gualdese. Nella seconda metà del Cinquecento, tale altare figura spesso come dedicato a S. Niccolo e, dal principio del Seicento in poi, è invece chiamato Altare del Crocefisso. Queste due diverse denominazioni avevano origine dal fatto, che sull'altare in discorso, erano stati trasferiti il titolo e Beneficio di due altri antichi soppressi altari, uno dedicato appunto a S. Niccolo e l'altro al Crocefisso, il primo con l'onere di due Messe nella festa del santo omonimo, l'altro con l'obbligo di una Messa settimanale. Sullo stesso altare era stato anche trasportato un Titolo e Beneficio di S. Croce, da non confondersi con quello suddetto del Crocefisso e avente l'onere di due Messe all'anno. Contenendo, come si è detto, il corpo del Beato Angelo, su di esso ardevano in permanenza due lampade, una mantenuta dal Comune di Gualdo,
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l'altra dall'Abbate Commendatario di S. Benedetto. Quest'ultimo pensava anche a fornire l'altare del necessario e vi faceva celebrare, a sue spese, dieci Messe nella festa del Beato Angelo il 15 Gennaio. Poco prima della metà del Seicento, il Gualdese Angelo Feliciani, Abbate Commendatario dell'Abbazia di S. Benedetto, vi istituì una Cappellania intitolata al Beato Angelo, Cappellania che il Comune di Gualdo sussidiava nel Settecento con la somma di dodici Scudi annui, somma portata poi a venticinque Scudi nei primi dell'Ottocento. Per effetto della creazione di tale Cappellania, l'altare prese definitivamente il nome di Altare del Beato Angelo, succedendo così all'Altare del Crocifisso, il quale ultimo, con i Titoli e Benefici annessi, si trasferì invece al posto del già descritto Altare di S. Girolamo, il quale ultimo scomparve infatti dalla Chiesa appunto in quell'epoca. Più tardi sull'Altare del Beato Angelo, il sacerdote Girolamo Balduini, con rogito del Notaio Gregorio Scaturzi, in data 30 Giugno 1689, istituiva una Cappellania intitolata a S. Girolamo, con l'onere di tre Messe settimanali, una delle quali da celebrarsi sull'altare in discorso, e le altre due ovunque a beneplacito del Cappellano, e con la disposizione che detta Cappellania dovesse restare in futuro quale giuspatronato della famiglia Salvatori, (1)
Sicché, riassumendo tutte le modificazioni avvenute negli Altari della Chiesa di S. Benedetto, durante il Seicento, troviamo che al l'inizio del XVIII secolo, esistevano in essa gli altari seguenti e così disposti:
Altare Maggiore |
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A. del Crocefisso |
A. del Beato Angelo |
A. del Rosario |
A. di S. Giovanni Battista |
A. di S. Carlo |
A. di S. Antonio da Padova |
A. del Parto della Vergine |
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.... |
o della Morte |
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o del Suffragio |
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Nella seconda metà del secolo scorso, come tra poco diremo, l'interno del nostroTempio Benedettino subì una completa trasfor mazione per cui i vecchi altari suddetti furono tutti demoliti com pletamente. Dopo ciò, nel 1896, la Chiesa fu riaperta al culto con nuovi altari intitolati e disposti come nello schema che segue:
Altare Maggiore |
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A. del Sacramento |
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A. della Sacra Famiglia |
A. di S. Antonio da Padova |
A. del Beato Angelo |
A. di N. S. del S. Cuore di Gesù |
A. di S. Pietro Apostolo |
A. del Rosario |
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Fonte Battesimale. |
A. della Deposizione dalla Croce |
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... |
o della Pietà. |
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(1) Arch. Vaticano: A. B. Bon. IX, A. XIV, T. 8, p. 147.
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L'Altare Maggiore venne ricostruito con le magnifiche colonnine e con i fregi artistici, scolpiti in pietra nel XIV secolo, già appartenenti a quello demolito. Siccome tale materiale era insufficiente per la maggior mole del nuovo altare, fu, con poco gusto artistico, completato con un consimile ma moderno materiale in terracotta e, per nascondere la differenza, fu poi tutto insieme barbaramente ricoperto con dorature e vernici policrome. L'altare ha sul davanti, quale paliotto, una assai bella e grande scultura in marmo di Carrara, opera dello scultore Ciani di Perugia, rappresentante in alto rilievo il noto episodio dell'incontro di Re Totila con S. Benedetto. L'Altare fu ricostruito a spese del Gualdese Mons. Roberto Calai Marioni.
L'Altare del Sacramento, trovasi in una spaziosa Cappella artisticamente decorata dal pittore Perugino Ribustini, con il contributo dell'omonima Confraternita, che si procurò i mezzi necessari mediante la vendita della vecchia Chiesa di S. Sebastiano ad essa appartenente.
L'Altare della Sacra Famiglia, porta un gruppo di statue rappresentante la stessa, che è collocato nella soprastante nicchia. Fu eretto a spese del Gualdese Mons. Don Michele Tomassini e dei suoi fratelli. Contiene le ossa di un Santo Martire.
L'Altare del Beato Angelo, tutto formato in marmo scolpito, a due fronti, trovasi eretto nel centro di una grandiosa Cappella alla quale si discende dalla Chiesa per una gradinata marmorea. Su di esso sono esposte al culto le spoglie del Beato. La Cappella che lo contiene, a tre navate, sostenute da otto colonne di marmo e con due ceretti alle estremità, fu costruita mediante oblazioni di alcuni cittadini Gualdesi, i nomi dei quali si leggono su di una lapide murata entro la Cappella stessa. Questa fu decorata dal su nominato pittore Ribustini, con scene raffiguranti episodi della vita del Beato Angelo, a spese dei fratelli Don Michele e Giuseppe Maria Tomassini.
L'Altare di S. Pietro Apostolo, fu eretto dalla Compagnia dei Preti di Gualdo, in surrogazione dell'oggi soppressa Chiesa di S. Pietro che, come si dirà, la Compagnia stessa possedeva un tempo nella Piazza Vittorio Emanuele. Appartiene perciò a tale Compagnia, con tutti i diritti e doveri già spettanti alla Chiesa di S. Pietro. Sotto questo altare furono inumate le ossa del Beato Maio, trasportatevi dalla Chiesa di S. Francesco, dove sin dall'antico esistevano, come vedremo nel Capitolo riferentesi al nostro Tempio Francescano.
L'Altare della Deposizione dalla Croce o della Pietà, sorge nella vecchia Cappella della Confraternita della Morte o del Suffragio, che un tempo conteneva l'antico Altare del Parto della Vergine, di cui si è già trattato. Su questo altare, la Confraternita suddetta, mantiene ancora i diritti ed oneri che aveva già nel soppresso Altare del Parto.
L'Altare di S. Antonio da Padova, fu edificato e decorato a spese della famiglia Ribacchi di Gualdo, senza riserve di diritti e di oneri. Contiene le spoglie di S. Gioventino, trasportatevi nel 1907 dalla antica Chiesa rurale e parrocchiale di S. Facondino.
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L'Altare di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, fu istituito da Mons. Roberto Calai Marioni.
L'Altare del Rosario venne ricostruito dalla omonima Confraternita, in sostituzione dell'altro che, come si è visto, la stessa già possedeva nella Chiesa sin dal principio del XVII secolo e del quale questo nuovo conserva gli oneri ed i benefici. Contiene le ossa del Beato Marzio, trasportatevi dalla Chiesa di S. Francesco.
Presso questo altare è il Battistero, bel lavoro artistico in terracotta, donato alla Chiesa dal Vescovo di Nocera Mons. Anselmini e dal Vicario Vescovile in Gualdo Mons. Ribacchi.
Dopo ciò, a proposito della Chiesa di S. Benedetto, noteremo che, in occasione dell'Anno Santo, il 5 Settembre 1700, fu solenne mente riconsacrata dall'Abbate Commendatario della annessa Abbazia, che era allora il Card. Pier Matteo Petrucci.
La stessa Chiesa, attraverso i secoli, subì non pochi danneggiamenti per opera di avverse forze naturali: Già il 20 Luglio 1478 era stata colpita da un fulmine, mentre il Vescovo di Nocera, Giovanni Cerretani da Terni, vi praticava la Cresima, in mezzo ad una gran folla di devoti e di bambini. Il Vescovo suddetto, che era in Gualdo per la consueta Visita Pastorale Diocesana, investito anch'esso dalla tremenda scarica elettrica, cadde a terra insieme a molte altre persone, rimanendo per lungo tempo privo di sensi e poi solo a stento e quasi miracolosamente rinvenne. In seguito soffri la Chiesa gravissimi danni pel terremoto del 1751. Tra l'altro cadde il quarto superiore della facciata principale, con la massima parte del tetto, e l'alto campanile, a forma di torre quadrata con quattro campane, subì irreparabili e vaste lesioni, per cui, come tra poco vedremo, dovette in seguito essere demolito. Dopo il terremoto l'Abbate Commendatario dell'Abbazia, Alessandro Borgia, iniziò i necessari restauri, la data dei quali, 1752, fece incidere sul frontale della Chiesa e ne lasciò poi memoria in una iscrizione che oggi conservasi murata, con altre reliquie epigrafiche, in un corridoio adiacente alla Chiesa stessa, la quale iscrizione reca le seguenti parole:
Templum Hoc Santi Benedicti - Partim Vetustate Squallens -Partim Terraemotu Anno MDCCLI Disjectum - Alexander Borgia - Archiepiscopus Et Princeps Firmanus - Abbas Commendatarius - An tiqui Monasterij Aedibus Firmatis - Instauravit An. MDCCLII. (1)
Oggidì, dell'antico edificio, non rimangono intatte che la facciata principale e quella di sinistra, con le belle e arditissime arcate a sesto acuto, sorreggenti il soffitto, poiché l'interno del Tempio, nel l'ultimo decennio del secolo scorso, fu completamente modificato e rifatto, su disegno dell'architetto Virgilio Vespignani. I lavori cominciarono nel Novembre del 1875. Fu completamente abbattuto il vetusto campanile, pericolante dopo le lesioni riportate nel terremoto suddetto. Furono demolite anche la vecchia abside e la sagrestia e l'una e l'altra si ricostruirono di nuovo, più indietro, prolungando così di circa trenta metri la Chiesa. Internamente, nel soffitto, sotto le grandi arcate Gotiche formanti un'unica maestosa
(1) G. CAPPELLETTI: Le Chiese d'Italia. Venezia 1846. Vol. V, pag. 25. |
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navata, si costruì una seconda volta a tre navate, sostenute da una doppia fila di cinque pilastri e al disopra di questi si aprirono le logge del Matroneo e delle Cantorie. Gli altari furono tutti demoliti e poi rinnovati e purtroppo anche l'Altare Maggiore, che rappresentava un vero gioiello d'arte medioevale, e che fu barbaramente ricostruito con i vecchi e con i nuovi materiali, come sopra si è detto. In occasione di tali lavori, disparve l'antico pavimento in laterizi, con le diciassette tombe che vi si aprivano, delle quali una era speciale per i sacerdoti ed un'altra per i bambini. Sul fianco destro della Chiesa, si costruirono infine l'attuale Cappella del Sacramento e quella suntuosa, a forma di cripta, del Beato Angelo. L'Ambiente occupato da quest'ultima, costituiva in antico il Cimitero dell'Abbazia. Ma questi restauri, le suddette ricostruzioni, specie quelle nell'interno del Tempio, benché opera di innegabile pregio, non corrispondono affatto allo stile esterno dell'edificio e possono paragonarsi ad un rattoppo di buon tessuto, ma di diverso colore, su di una stoffa di pregio.
La Chiesa di S. Benedetto, così a nuovo rimessa, dopo i restauri durati un ventennio, fu inaugurata solennemente, con l'intervento di tutto il clero della regione, di vari Vescovi e del Card. Vincenzo Vannutelli, il 27 Settembre del 1896.
Il Campanile, alto cinquantatre metri, fu ricostruito più tardi, venendo compiuto nel 1914, ma mentre in origine si ergeva sul fianco destro della Chiesa, su di una stessa linea con la facciata principale, la ricostruzione si effettuò invece posteriormente, sul lato sinistro della nuova abside.
Sostennero l'ingente spesa di tutti i lavori suddetti, il Capitolo, le Confraternite, il Gualdese Mons. Roberto Calai e qualche altro privato benefattore. Finalmente la Chiesa di S. Benedetto venne elevata alla dignità di Cattedrale, con Decreto Pontificio del 2 Gennaio 1915 e fu poi riconsacrata dal Card. Oreste Giorgi il 16 Agosto 1924, in occasione delle grandi feste indette nel VI Centenario della morte del Beato Angelo.
La facciata principale del Tempio, dichiarato edificio monumentale, per la sua architettura rappresenta il periodo di transizione, fra lo stile Romanico e il Gotico. E' fatta di pietre bianche finamente levigate e squadrate, e termina a timpano, con una breve gronda, sorretta da piccole mensole. Ha tre porte a tutto sesto, di cui la centrale, che è la maggiore, è ornata con colonnine a spirale e con capitelli maestrevolmente intagliati ed alle tre porte sovrastano tre grandi finestroni circolari, dei quali il maggiore mediano, è tutto uno stupendo lavoro di scultura, essendo occupato da trenta bellissime colonnine variamente foggiate, disposte in doppio ordine concentrico e convergenti su di un rosone centrale. Trovandosi ridotto in cattive condizioni, subì un completo restauro durante l'anno 1918.
Nell'interno esistevano un tempo antichi, numerosi e pregevoli affreschi, ma per le molteplici modificazioni apportate all'edificio, l'un dopo l'altro, andarono completamente distrutti. Uno solo ne
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resta, in corrispondenza del Matroneo, sopra la seconda Cappella di destra. Di oggetti d'arte antica, la Chiesa conserva oggi nella Sagrestia, su di uno speciale Altare, un ricco e grandioso tabernacolo in legno, diligentemente scolpito e dorato, opera del XVI secolo. Ma ancor più pregevole è la splendida Croce Processionale, tutta cesellata e balzata in argento, ricca di dorature, con fondi ornati a smalti verdi, gialli, bianchi e violetti. In una delle due facce, nel centro della Croce, vi è il Crocefisso a tutto rilievo, con sopra il Pellicano, e nelle testate, ad alto rilievo, le mezze figure dei quattro Evangelisti con i loro simboli. Nella faccia opposta, nel centro sta il Redentore benedicente tra Serafini in smalto, e nelle testate, sopra il Padre Eterno, sotto S. Romualdo, ai lati S. Benedetto e S. Scolastica. Sul margine della Croce, gira un elegante fregio, con dei globi messi ad ornamento negli angoli. In una cartolina, a caratteri Gotici smaltati in nero, leggesi: + Hoc opus fecit fieri Dominus Iohannes de Saxo Ferrato Abbas Monasterii S. Benedicti de Gualdo Anno Domini MCCCLXXXI. Alcuni Autori, tra i quali Alessandro Alfieri, errarono leggendo in quest'ultima data, l'anno 1481. Questo ricchissimo e raro lavoro di oreficeria, è da alcuni attribuito alla scuola degli orafi Senesi, da altri a quella del Perugino Paolo Vanni. (1)
Le attuali pitture che adornano tutto l'interno del Tempio, come quelle della Cripta del Beato Angelo, furono compiute dal pittore Ribustini di Perugia nel 1924.
II. Chiesa di S. Donato in Gualdo Tadino.
Nel capitolo destinato ai Monaci dell'Ordine di S. Benedetto in Gualdo Tadino, narrammo come, primitivamente, l'Abbazia di S. Donato esistesse lungo la riva del Feo, nella località in cui attualmente trovasi il sobborgo cittadino denominato Valle di Sopra. Quivi appunto, annessa al Monastero, sorse in origine la prima Chiesa di S. Donato, della quale nulla assolutamente sappiamo, all'infuori della notizia, che vi furono cioè sepolti nel 1237 i corpi combusti dei Gualdesi periti nell'incendio e nella distruzione del primo Gualdo che sorgeva a Valdigorgo, come già diffusamente narrammo, quando si trattò delle origini della nostra città.
Intorno alla metà del XIII secolo, i Monaci Benedettini trasferirono entro le mura di Gualdo la loro sede e con la nuova Abbazia di S. Donato eressero l'attuale omonima Chiesa. L'anno di fondazione di quest'ultima, è indicato sul capitello destro della porta laterale della Chiesa stessa, dove è incisa la seguente gotica iscrizione, con lettere assai rozze e di difficile lettura :
ANO. DNI. MILLECCLV. tp. AL. IIII
(1) A. Peratè: l' Exposition d'Art Religieux a Orvieto (In Gazette dex Beaux Arts. Paris 1896) - U.GNOLI: L'Arte Umbra alla Mostra dì Perugia. Bergamo 1908. pag. 64.
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vale a dire:
Nell'anno del Signore 1255, a tempo di Papa Alessandro IV.
Come per la primitiva Chiesa di S. Donato, così dei primi tre secoli di vita di questa seconda, poco o nulla sappiamo. Il documento più antico che ad essa si riferisce consiste in un testamento, con servato fra le pergamene dell'Archivio Comunale di Gualdo, mediante il quale tal Giovanni di Ventura di Acquittolo, il 4 Aprile 1288, lasciava tra l'altro un legato di venti Soldi Cortonesi, alla nostra Chiesa di S. Donato.
Cominciamo ad averne dettagliate notizie dopo la metà del Cinquecento, da quando cioè il Concilio di Trento, istituì le Visite Pastorali o Diocesane, i di cui Atti, negli Archivi Vescovili, sono oggi per noi preziose fonti di Storia Ecclesiastica. Sin dalle sue origini la Chiesa di S. Donato fu amministrata dall'Abbate Monastico della Badia annessa e, sin da quell'epoca, ebbe per certo funzioni Parrocchiali. Godette anche del titolo di Priorato ed estese la sua giurisdizione in modo da comprendervi il villaggio di Rigali con la locale Chiesa di S. Pietro. Nella prima metà del XV secolo, come già si disse trattando dell'Ordine dei Monaci Benedettini in Gualdo Tadino, la Badia di S. Donato fu ridotta a Commenda Abbaziale e la Chiesa omonima passò allora, dalla dipendenza degli Abbati Monastici, a quella degli Abbati Commendatari. Anche costoro provvedevano al mantenimento della Chiesa di S. Donato, alla quale il Comune di Gualdo, a titolo di decima, sin dai primi del Cinquecento, pagava ogni sei mesi, due Bolognini, nove Soldi, ed un Denaro. (1)
Gli Abbati Commendatari nominavano il Parroco, che doveva essere poi approvato dal Vescovo. La nomina di questo Parroco, nonostante l'esistenza dell'Abbate Commendatario, si effettuava perché la Badia o Priorato di San Donato, per Decreto della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari, in data 14 Gennaio 1634, confermato da Urbano VIII con Breve del 30 Decembre 1635, non figurava effettivamente come Beneficio Parrocchiale o Residenziale, ma quale Beneficio semplice.
Il Parroco suddetto, doveva celebrar Messa ogni giorno nella Chiesa di S. Donato, sull'Altare Maggiore e disimpegnare nella Parrocchia le ordinarie mansioni parrocchiali, ricevendo per suo stipendio quattro Rubbi di grano ed una percentuale su i diritti che spettavano all'Abbazia, per i defunti che si tumulavano nella Chiesa. L'Abbate Commendatario, nominava inoltre un Cappellano Coadiutore del Parroco, per la Chiesa di S. Pietro in Rigali, dove doveva andare a celebrare Messa ogni giorno festivo e compiere in quel villaggio tutte le altre funzioni spettanti al Curato, non essendo tenuta l'Abbazia a mantenervi un Cappellano di residenza, e ciò per Decreto della S. Congregazione del Concilio, in data 19 Gennaio 1641. Questo Cappellano Coadiutore, era stipendiato dall'Abbate
(1) Arch. Comunale di Gualdo : Libri dei Consigli, anno 1506. c. 54 - Raccolta delle pergamene. Secolo Xiii. N°. 101.
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con tre Rubbi e mezzo di grano ed un barile di mosto. Egli poi riceveva la cera residuata dai funerali pei defunti del villaggio di Rigali, detrattane una quarta parte che spettava alla Confraternita del Sacramento di detto villaggio. La cera che il Coadiutore percepiva, non rimaneva però di sua proprietà, ma doveva adoperarla durante le Messe che celebrava nella Chiesa di S. Pietro. Questo Cappellano Coadiutore, aveva inoltre l'obbligo di partecipare ai Vespri indetti nella Chiesa di S. Donato ed in questa dire Messa in tutti i dì feriali, ma restava esonerato da quest'ultimo obbligo in quei giorni feriali in cui, per speciali circostanze, avesse dovuto contemporaneamente celebrare anche nella Chiesa di S. Pietro in Rigali.
L'Abbate Commendatario, nominava poi anche un altro Cappellano Coadiutore del Parroco di S. Donato, il quale avrebbe dovuto compiere, in aiuto del Parroco stesso, le solite incombenze parrocchiali, insegnar la Dottrina Cristiana e celebrare anche esso la Messa ogni giorno nella Chiesa dell'Abbazia sull'Altare Maggiore. Questo secondo Coadiutore, percepiva come compenso, nel Seicento, sei Scudi e nel secolo seguente due Rubbi di grano.
Finalmente l'Abbate Commendatario nominava un Chierico ed un Organista, stipendiati rispettivamente con un rubbia e mezzo e con cinque Coppe di grano annue.
Quando, nella fine del Settecento, la Chiesa di S. Donato con la annessa. Abbazia e con tutti i suoi possessi, passò dalla dipendenza degli Abbati Commendatari a quella del Seminario di Nocera Umbra, quest' ultimo ridusse il personale della Chiesa al solo Parroco assistito da un Chierico, la qual cosa suscitò numerose proteste da parte dei Parrocchiani, che vedevano così ridotta l'officiatura del loro Tempio. Tale agitazione si protrasse per moltissimi anni, tanto è vero che persino nel secolo seguente, ricorsero più volte i Parrocchiani a Papa Pio IX per ottenere giustizia.
Quasi nulla sappiamo degli altari di questa Chiesa prima della fine del Cinquecento; è soltanto a nostra conoscenza che, tra gli altri, nel 1474 vi era un altare de Bono Anno e nel 1485 un Altare del Crocefisso. Dalla Visita Apostolica praticata dal Vescovo di Ascoli Mons. Camagliani, il 1 Novembre 1573 nella Chiesa di S. Donato, nonché da altri documenti, risulta poi che trovavansi allora in essa, oltre l'Altare Maggiore, un Altare, di S. Lucia, uno di S. .Mattia, uno di S. Giovanni Battista ed uno di S. Biagio; e dalla Visita Pastorale del 1673 apprendiamo l'esistenza nella Chiesa anche di un Altare di S. Egidio e S. Francesco di Paola. (1)
Sull'Altare Maggiore, oltre la già indicata Messa che vi celebrava il Parroco ed il suo Coadiutore, vi s'indiceva un Officio generale, con distribuzione di torta e vino al popolo intervenuto, il 7 Agosto, festa
Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile, dal 1464 al 1499. Fasc. XII, c. 14; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, dal 1484
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di S. Donato Vescovo e Martire, la di cui immagine, dipinta su di una grande tela, nel Settecento ammiravasi ancora sopra lo stesso altare. Varie Messe vi si celebravano il 26 Agosto, anniversario della Consacrazione della Chiesa stessa, con dono di altra torta e di due boccali di vino ai preti celebranti, ed altre Messe, con la solita offerta di torte e vino ai Sacerdoti, nell'ultimo giorno dell'anno. Finalmente su questo Altare Maggiore, si doveva dire Messa nella terza feria dalle Rogazioni ed in occasione della festa di S. Gregorio, i quali oneri vi erano stati trasferiti con il titolo e con le rendite dalla diruta Chiesa di S. Gregorio della Cava, della quale più avanti tratteremo. Il Vescovo di Ascoli su nominato, durante la sua Visita Apostolica, trovò inumata ed esposta al culto nell'Altare Maggiore, la salma di un Beato Marco, ma non essendo stato costui regolarmente canonizzato, ordinò la soppressione di tale culto abusivo e la tumulazione di quella salma in una delle tombe comuni esistenti nel pavimento della Chiesa. Però tale ordine non venne certamente eseguito, poiché il Vescovo di Nocera Mons. Pier Benedetti, durante la Visita Pastorale del 1597, dovette emanarne uno consimile. L'attuale Altare Maggiore, altro non è che l'antico Altare della soppressa Chiesa di S. Agostino, opera monumentale che descriviamo nel Capitolo ad essa Chiesa riferentesi.
L'Altare di S. Lucia, ancora esistente, fu eretto nel XVI secolo da un tal Giovanni Rossi e poi seguitò ad appartenere a questa famiglia Gualdese che ancora ne era proprietaria nella seconda metà del Settecento, e che usava farvi celebrare annualmente due Offici di più messe, l'uno nella vigilia, l'altro nella festa di S. Lucia, cioè il 13 Decembre. Un membro di questa famiglia, tal Giambattista Rossi, lasciò un Legato, con strumento rogato dal Notaio Bonifacio Scampa nel 1644, per la celebrazione in detto altare di quattro Messe ogni anno. Altre quattro Messe annue vi si dovevano celebrare per Legato di un abitante del villaggio di S. Pellegrino, come da rogito del Notaio Girolamo de Magistris. Sull'altare in discorso, esiste ancora un grande quadro in tela raffigurante la Madonna con S. Elena Imperatrice e S. Lucia Vergine e Martire. L'altare suddetto, originariamente in Corna Evangeli, nel 1922 fu trasferito, con il quadro descritto, al posto di altro altare, come ora vedremo, sin dall'antico intitolato a S. Mattia che gli stava di fianco. In sua vece, nella stessa epoca, sorse l'attuale altare dedicato alla Madonna di Lourdes, con statua della Titolare.
L'Altare di S. Mattia qui sopra nominato, può dirsi fosse uno dei più vetusti, forse dei primitivi altari del Tempio. In esso era stata fondata una Cappellania, i beni della quale trovo nominati in un rogito del 20 Agosto 1467. Vi era stato trasferito anche il titolo di un altro vecchio altare della Chiesa di S. Donato demolito nel XVI secolo, cioè l'altare di S. Angelo. Ma alla sua volta, dell'Altare di S. Mattia fu ordinata la demolizione nel 1610, ed il suo titolo, con quello annesso di S. Angelo, fu portato in un altro altare del Tempio, cioè in quello di S. Giovanni Battista, insieme alle rendite dei rispettivi benefici, consistenti nel fruttato di sei terreni e con
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l'onere di una Messa al mese per ognuno dei due titoli, più un Officio di varie Messe nella festa di S. Mattia. (1)
Molti anni dopo, al suo posto, sorse l'Altare di S. Maddalena dei Pazzi, fornito di un grande quadro in tela rappresentante la Santa Titolare in atto di essere rapita in estasi. Questo altare viene ricordato per la prima volta negli Atti della Visita Pastorale eseguita in Gualdo l'anno 1670; nella precedente Visita del 1663 non se ne parla. Probabilmente fu quindi eretto nell'intervallo tra queste due date. Sin dal principio fu di proprietà della famiglia Balducci, che lo provvedeva e manteneva di tutto il necessario e vi faceva celebrare un Officio di cinque Messe, il 27 Maggio, festa della Santa Titolare, più due Messe nella festa di S. Maria Mad dalena. In seguito, per via ereditaria, passò dai Balducci alla famiglia Cristiani di Fabriano, con tutti i suoi oneri e diritti. Anzi, la famiglia Cristiani, per un periodo di tempo, aveva dato incarico della cura dell'altare alla famiglia Sillani di Gualdo. Su di esso, da una Patrizia Romana, era stata istituita una Cappellania, con l'obbligo per il Cappellano d'una Messa quotidiana, la quale poteva però esser celebrata anche in qualsiasi altra Chiesa al di fuori di quella ove aveva sede la Cappellania, le di cui rendite consistevano in quarantacinque scudi annui. Nell'Ottocento, questo altare era conosciuto col nome di Altare delle Reliquie, conservandosi su di esso i Reliquari della Chiesa. Nel 1914, in occasione di grandi restauri subiti, come vedremo, dalla Chiesa di S. Donato, fu sostituito dall'Altare di S. Luigi Gonzaga ed ornato con la statua di questo Santo. A sua volta nel 1919, scomparve anche l'altare dedicato a S. Luigi, per far posto, come si è detto, a quello di S. Lucia che vi esiste tuttora.
L'Altare di S. Giovanni Battista apparteneva all'omonima Con fraternità Gualdese che vi aveva stabilito la propria sede e lo manteneva di tutto il necessario. Su questo altare, l'Abbate di S. Donato, doveva durante l'anno celebrar Messa per conto della Confraternità, nel modo che indicheremo quando si tratterà di quest'ultima. Per tale Officiatura e per un Oratorio con casa di abitazione appartenente all'Abbazia e attiguo alla Chiesa, concesso in uso alla Confraternita di S. Giovanni, questa pagava ogni anno all'Abbate Commendatario di S. Donato un canone di una libbra e mezza di cera bianca. Su questo altare, che anche oggi funziona, in una nicchia scavata nel muro, esiste un buon affresco Cinquecentesco rappresentante S. Giovanni Battista in atto di battezzare Cristo, S. Giovanni Evangelista e sopra ad essi il Padre Eterno benedicente circondato da Angeli.
L'Altare di S. Biagio, sin dalla seconda metà del Cinquecento, figura come appartenente alla famiglia Gualdese Feliciani, anzi Mons. Porfido Feliciani, che fu anche Vescovo di Foligno, v'istituì nel 1619, una Cappellata avente, come fondo, un censo di trecento
(1) Arh. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile, dal 1466 al 1499. c. 200t.
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scudi, con la rendita dei quali si dovevano celebrare in detto altare quattro Messe ogni settimana, numero che fu in seguito diminuito dal Vescovo di Nocera Mons. Chiappe, con decreto del 17 Aprile 1728. Su di esso, nel Settecento, esisteva un quadro in tela che recava dipinti S. Biagio Vescovo, S. Pietro Apostolo e S. Carlo Borromeo. Vi si faceva festa, con la lettura di più Messe, il 3 Febbraio, giorno dedicato al Santo Titolare. In tale occasione, i fedeli usavano portare all'altare dell'olio, perché fosse benedetto dal Celebrante, olio che si riteneva divenisse dopo ciò miracoloso, se adoperato per unzioni in gola negli ammalati di Angina. Tra la fine del Seicento e il principio del Settecento, in questo altare furono trasferiti il titolo, beneficio ed oneri della diruta Chiesa di S. Agnese, della quale in seguito tratteremo, titolo già precedentemente trasferito nella Chiesa di S. Chiara. Gli oneri del beneficio di S. Agnese, consistevano in quattro Messe da celebrarsi il 21 Gennaio, festa della Santa. Il trasporto del titolo di S. Agnese nell'Altare di S. Biagio, apportò a questo alcune modificazioni: Anzi tutto, insieme al quadro su descritto, vi fu collocata un'antica icona con l'effigie di S. Agnese Vergine e che probabilmente altro non era che l'antico quadro già esistente sull'altare della omonima diruta Chiesa. Forse per questo, l'Altare di S. Biagio lo troviamo in seguito qualche volta ricordato col nome di Altare di S. Agnese. E oltre a ciò avvenne che, quando nell'Altare di S. Biagio fu trasferito il titolo e beneficio in discorso, l'onere di mantenere l'altare, onere sino allora sostenuto dalla famiglia Feliciani, fu assunto invece da chi riceveva l'investitura del titolo e beneficio di S. Agnese. Nel 1914, in occasione dei restauri suddetti, l'Altare di S. Biagio fu dedicato alla Vergine e ultimamente, nel Novembre 1927, a S. Rita da Cascia, adornandolo altresì con una statua della Santa Titolare.
L'Altare di S. Egidio e S. Francesco di Paola, compare negli Atti di Sacre Visite l'anno 1673, con l'indicazione noviter constructum. Era stato infatti eretto poco prima, dal Sacerdote Gualdese Giovanni Angelo Sillani e poi rimase quale proprietà della sua famiglia, che vi faceva celebrare un Officio di più Messe nella festa dei Santi suddetti e provvedeva l'altare di tutto l'occorrente. Su di esso trovavasi un quadro in tela rappresentante S. Antonio da Padova, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1718, ordinò che fosse sostituito con altro quadro recante le immagini dei due Santi Titolari. Questo altare scomparve poi dalla Chiesa in epoca imprecisata. Al suo posto, nel 1922, fu trasportato quello della soppressa Chiesa di S. Andrea, che esisteva in Gualdo nel Quartiere di Porta S. Benedetto, altare fornito di un grande dipinto su tela, che descriveremo nel Capitolo che in seguito verrà da noi dedicato alla stessa Chiesa di S. Andrea.
Dopo avere dettagliatamente descritto i diversi altari della Chiesa Benedettina di S. Donato, daremo qui appresso, in forma schematica, la disposizione che, nel Tempio medesimo, avevano tutti gli altari suddetti:
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Altare Maggiore |
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A. di S. Lucia |
A. di S. Giovanni Battista
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oggi della Madonna di Lourdes |
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A. di S. Biagio |
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poi di S. Maddalena dei Pazzi |
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poi della Vergine |
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poi delle Reliquie |
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oggi di S. Rita da Cascia |
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poi di S. Luigi Gonzaga |
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oggi di S. Lucia Porta |
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Porta d'ingresso Laterale |
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A. di S. Egidio e S. Francesco di Paola |
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oggi di S. Andrea |
Porta d'Ingresso Principale |
La Chiesa di S. Donato, pare che originariamente fosse stata tutta coperta da volta; ma certo in uno dei frequenti terremoti che colpirono la nostra regione, la stessa volta dovette crollare, fatta eccezione per la parte sovrastante all'abside, venendo subito dopo il crollo sostituita da una rozza travatura, che vi rimase sino all'anno 1914. Infatti, in quest'anno, fu ricostruita l'attuale volta, vennero aperti sul fianco dell'edificio alcuni brutti finestroni circolari, e si modificò completamente l'interno del Tempio, sostituendo, tra l'altro, i pregevoli altari Seicenteschi di legno scolpito e dorato che vi si trovavano e che furono allora venduti, con dei volgari lavori di stucco, scomparsi alla loro volta nel 1922, quando cioè nella Chiesa di S. Donato furono trasportati gli attuali altari, anch'essi Seicenteschi, dalla soppressa Chiesa di S. Agostino. In occasione dei restauri suddetti, tornarono alla luce, ma per poco tempo, alcuni degli antichi affreschi, che nascosti dal bianco di calce, ricoprivano completamente le pareti della Chiesa sin dal XIV secolo, affreschi che nel 1746, erano ancora completamente conservati e ben visibili sulla volta dell'abside. Ma purtroppo, gli affreschi ritornati in luce, non furono potuti conservare per le esigenze dei lavori di restauro.
L'altissimo campanile, a forma di torre, che sin dalla sua origine possedeva la Chiesa, crollò pel terremoto del 1751 e la cella campanaria venne subito alla meglio ricostruita in mattoni come al presente si vede. Il campanile era fornito di cinque campane: Di queste, la più antica, portava l'iscrizione « Sancte Donate ora pro nobis. A. D. MCCCCXXXIII ». Questa campana più non esiste. Al suo posto ve n'è un'altra, che non mostra alcuna data o consimili indicazioni circa la sua origine. La seconda era stata fatta eseguire dall'Abbate Commendatario Costantino Balducci, esiste ancora e reca infatti le parole « Tep. Ab. Balduccii A. Jubilei MDCLXXV». Altre due campane erano state fatte rifondere dagli Abbati Commendatari Domenico Salvetti e Facondino Scaturzi, rispettivamente negli anni 1658 e 1719. Di queste due campane la prima esiste ancora, l'altra fu sostituita, non sappiamo perché, con una nuova che porta la data della sua fusione, 1858. La quinta infine consisteva in una piccola campana, che serviva ad accennare l'uscita del Sacerdote per la celebrazione della Messa; vi permane anche attualmente e vi si legge la data 1585.
L'attuale Sagrestia fu fatta costruire dal su ricordato Abbate Balducci intorno al 1675. In essa era conservato il ricco Archivio Abbaziale,
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oggi andato completamente disperso. Sul pavimento del Tempio si aprivano cinque tombe, delle quali una apparteneva alla famiglia Feliciani ed un'altra alla famiglia Rossi. Ma dovette nel Cinquecento possedere anche, cosa non comune, un vero e proprio Camposanto, poiché esiste un rogito notarile dal quale risulta che, poco prima del 1508, Mariolo di maestro Francesco e Pietro di maestro Giacomo, muratori Lombardi, avevano assunto ad coptimum, la costruzione del Cimitero annesso alla Chiesa di S. Donato, per il prezzo di settanta fiorini. (1)
Di opere d'arte non contiene attualmente la Chiesa, che una pregevole Croce Abbaziale di argento e metallo dorato, la quale per certo appartiene alla seconda metà del secolo XV. Ha nel diritto il Crocifisso e nelle quattro formelle, in basso un Vescovo, in alto il Pellicano, a destra il Bue, ed a sinistra il Leone. Sul rovescio porta nel centro il Padre Eterno, nelle formelle laterali le mezze figure della Vergine e di S. Giovanni, in quelle superiore e inferiore, due altri dei soliti simboli degli Evangelisti. Come si vede da questa descrizione, le figure delle formelle laterali del diritto sono state per sbaglio portate sul rovescio e viceversa, ciò forse durante qualche restauro. Sotto il Padre Eterno leggesi:
OPVS. | FECI | T.VP | ZV | SF I DF
III. Chiesa di S. Francesco in Gualdo Tadino.
Nel Capitolo riguardante i Frati Minori Conventuali ed il loro Convento in Gualdo, si disse come la prima Chiesuola dei Francescani, intorno al 1219, sorgesse attigua al loro primitivo Convento, che esisteva nell'antico Gualdo di Valdigorgo distrutto l'anno 1237. Ma di questa Chiesuola od Oratorio che dir si voglia, effettivamente null'altro sappiamo oltre le poche notizie già datene. Si narrò anche che, circa il 1241, i Frati Minori trasferirono la loro sede in un secondo Convento entro la nuova città di Gualdo e fu appunto in tale occasione che eressero l'attuale Chiesa di S. Francesco. Anche di questa, come si è detto per le due precedenti Chiese, ben poche notizie ci restano prima della seconda metà del Cinquecento, sino a che cioè cominciarono ad effettuarsi le Visite Pastorali decretate dal Concilio di Trento. Così sappiamo che Papa Nicolo IV, con Breve dato ad Orvieto il 5 Aprile 1291, si degnava elargire speciali indulgenze, a favore della Chiesa dei Frati Minori di Gualdo. Ci è noto anche, che questa fu consacrata il 1 Maggio 1315, col concorso di vari Vescovi, tra i quali quelli di Cagli, Perugia, Jesi, Nocera, Assisi, Gubbio e Città di Castello, che concessero in perpetuo quaranta giorni d'indulgenza a chi avesse visitato la Chiesa nell'anniversario della Consacrazione e sua
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli. Anno 1508, c. 5. |
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Ottava e nella festa dei S. S. Filippo e Giacomo Apostoli, (1)
Ignoriamo se, contemporaneamente alla Chiesa, fu eretto un campanile, ma se anche ciò avvenne, lo stesso o fu demolito in seguito perché insufficiente, o crollò per effetto di qualche terremoto. Ciò dico perché abbiamo sicuri documenti, che l'attuale campanile fu fabbricato nella seconda metà del Quattrocento. Anzi lo stesso si eresse allora sul fianco destro della Chiesa, proprio in corrispondenza di una grande finestra bifora, che si dovette perciò chiudere, ma che è ancora visibile dall'interno del campanile. Della costruzione di questo, come ho detto, possediamo vari documenti, specialmente consistenti in Legati testamentari fatti per tale opera: Ad esempio, tal Bartolomeo di Nicola del Castello di S. Pellegrino, il 26 Gennaio 1468, lasciava alla nostra Chiesa di S. Francesco « flo renos octo, ad XL, quos expendi debeant in fabrica campanilis diete ecclesie » e similmente tal Caterina del fu Jacopuccio di Luca, anch'essa da S. Pellegrino, il 20 Agosto 1476, assegnava «florenos tres, ad XL, distribuendos pro fabrica campanilis S. Francisci de Gualdo ». In un Atto Notarile del 21 Gennaio 1480, si accenna poi ad un Legato di otto fiorini, fatto da Antonia figlia di Restore di Angelo da Gualdo, « pro fabrica et opere campanilis laci et ecclesie S. Francisci ». In altro testamento, dettato il 3 Aprile 1490 dal Gualdese Lorenzo di Giacomo di Pietruccio di Lollo, costui lasciava un fiorino e dieci bolognini « pro evidenti aconcimine campanilis » della Chiesa di S. Francesco. Finalmente, il 6 Giugno di quello stesso anno, i Frati dell'annesso Convento, pagavano ai maestri Francesco e Giacomo di maestro Frumento, muratori Lombardi, una somma ad essi dovuta « causa et occasione fabricationis campanilis diete ecclesie ». Nel 1492, il campanile doveva già essere compiuto, poiché il 16 Novembre di tale anno, vediamo i Frati del Convento riunirsi in Capitolo, per discutere sul modo di procurarsi il metallo occorrente per la campana. Questa venne infatti fusa poco dopo nel Chiostro di S. Francesco dal maestro Piero da Carpi, ma i manici della campana non sembrarono bastantemente solidi ai Frati, che perciò il 15 Aprile 1493 sottoposero la stessa all'esame di alcuni esperti, tra i quali figura un maestro Sante di Lombardia. E la campana non dovette essere stata allora accettata, oppure poco dopo se ne sentì il bisogno di un'altra, poiché il 31 Luglio 1496, i Frati del Convento stipularono un nuovo contratto con Francesco di Giacomo di Marino da S. Angelo in Vado, per la fusione di un'altra campana Per la Chiesa di S. Francesco. Condizioni principali di questo contratto erano le seguenti: La campana si doveva fondere in Gualdo; il suddetto Giacomo, per il lavoro, avrebbe condotto seco un altro Maestro; ambedue, sino alla fine dell'opera, sarebbero stati alloggiati e nutriti
(1) U. PESCI: I Vescovi di Gubbio (In Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria). Foligno 1919. Vol. IV. Pag. 555 - I. O. Sbaraglia: Bullarìum franciscanum. Tomo IV. Roma 1768. Pag. 243 - L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 90-91,
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nel Convento; il bronzo occorrente sarebbe stato valutato in ragione di quattro bolognini per libbra; il prezzo del lavoro veniva fissato in undici fiorini Marchigiani e se il lavoro non fosse riuscito bene neppure questa volta, il Maestro avrebbe dovuto rifondere la campana a proprie spese. (1)
Per effetto della Costituzione di Papa Innocenzo X del 15 Ottobre 1652 sulla soppressione dei piccoli Conventi, essendo stato soppresso anche quello dei Frati Minori di Gualdo, il Vescovo di Nocera, con Decreto del 2 Ottobre 1653, eresse nella Chiesa di S. Francesco cinque Cappellanie Sacerdotali perpetue, per altrettanti preti secolari che avrebbero dovuto insieme abitare nell'annesso Convento e celebrare ogni giorno la messa nella Chiesa di S. Francesco e praticarvi tutte le altre solite funzioni inerenti al culto. In compenso venivano a questi stessi Sacerdoti assegnati tutti i beni, rendite, usi, e diritti già spettanti al soppresso Convento ed alla Chiesa, con i relativi oneri tra i quali quello di ventisette scudi all'anno da destinarsi per i restauri di quegli edifici, per l'acquisto di cera e per quant'altro poteva essere necessario all'esercizio del culto. Questo nuovo ordinamento del nostro Tempio Francescano ebbe però termine nel 1689, quando cioè i Frati Minori tornarono in Gualdo e ripresero possesso del loro Convento.
La Chiesa di S. Francesco ebbe, sin dall'origine, numerosi altari. Di questi nulla sappiamo prima della fine del Cinquecento. Ci è solamente nota l'esistenza, nella seconda metà del Quattrocento e nel principio del secolo seguente, di una Cappella domini Archiepiscopi de Bentiis, così detta perché già appartenente a questo illustre prelato, di cui narriamo la vita in altra parte della nostra Opera; come pure abbiamo le prove che vi era eretta in quel tempo un'altra Cappella dedicata a S. Paolo, alla quale, con testamento del 13 Giugno 1495, Diana vedova di Bartolomeo di Domenico di Anselmuccio, lasciava tre fiorini affinchè vi fossero dipinte le immagini della Vergine, del Crocefisso e di S. Paolo. (2)
Nei secoli seguenti, oltre l'Altare Maggiore, troviamo in essa l'Altare dell'Assunzione di M. V. anche detto della Trinità, quello di S. Antonio da Padova, quello della Madonna del Carmine, quello di S. Francesco Saverio precedentemente chiamato delle Reliquie, quello dell'Annunciazione di M. V. ed oltre a questi un secondo Altare di S. Antonio da Padova, uno del Crocefisso, uno della Concezione di M. V. ed uno di S. Vincenzo Ferreri. La disposizione di questi altari, nel principio del secolo scorso, era quella che risulta
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Pietro de Benadattis- Anno 1490, c. 26 e 41 ; di Èrcole di Gabriele dal 1470 al 1496, c. 45; dal 1493 al 1496, Fasc. II, c. 27, Fasc. XII, c. 214t; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1479 al 1480, c. 479; di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499, c. 171 e 245.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo MUSCELLI dal 1473 al 1527 c. 38 e 164: di Èrcole di Gabriele dal 1493 al 1496, fasc. IX, c. 24. |
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375 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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dal quadro seguente:
Altare Maggiore |
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A. di S. Vincenzo Ferreri |
A. dell'Assunzione di M. V. |
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o della Trinità |
A. della Concezione |
A. di S. Antonio da Padova |
A. del Crocefisso |
A. della Madonna del Carmine |
A. di S. Antonio da Padova |
A. delle Reliquie |
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poi di S. Francesco Saverio |
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A. dell'Annunciazione di M. V. |
L'Altare Maggiore, naturalmente era di pertinenza dei Frati del Convento, che lo mantenevano di tutto il necessario e l'officiavano ogni giorno. Per questo altare, nel 1471, il sommo Pittore Folignate Nicolo Alunno dipinse a tempera il grande polittico che oggi si conserva nella Pinacoteca Comunale Gualdese e che il Passavant, il Cavalcaselle, il Frenfanelli e tanti altri insigni cultori di storia critica dell'arte, negli accurati studi che vi fecero, giudicarono essere il capolavoro di quel grande Maestro. Consiste esso in un pentastico con fondo d'oro, suddiviso in quindici quadri senza contare la predella, con circa sessanta figure, largo metri 3.10 e con la massima altezza di metri 5.50, avente le cornici ripiene di ricchi intagli dorati. Nel compartimento mediano ammirasi la Vergine assisa in trono, con il Bambino nudo e in piedi sulle ginocchia, in atto di ricevere da un Angelo un paniere di ciliege, ed il Divino Infante, mentre con la destra ne prende, con la sinistra già ne ha appressate alcune alle labbra, rivolgendo però i brillanti e giulivi occhi alla madre come per interrogarne con lo sguardo la volontà. Il volto della Vergine è divinamente bello nelle sue linee delicate e soavi. Quindici angioletti in gruppo, con la figura più o meno completa e visibile e alcuni dei quali con istrumenti musicali, fanno corona al bel gruppo. Questa raffigurazione della Vergine, fu dall'Alunno ripetuta nel pannello centrale del suo trittico esistente nel Fogg Museum di Cambridge. Nel gradino del trono sta scritto: Nicolaus Fulginas pinxit MCCCCLXXI e al disopra della Vergine, in uno spazio separato, vi è un altro quadro bellissimo rappresentante Gesù deposto dalla Croce, avente da un lato la Madonna che lo abbraccia e dall'altro S. Giovanni che pietosamente gli bacia la mano sinistra. L'espressione del dolore e della pietà, non poteva essere qui più maestrevolmente ritratta. Sopra questo secondo quadro, nell'ovale sagomato che termina in alto lo scompartimento mediano, è effigiato Gesù benedicente. Negli scompartimenti laterali, in basso ed ai fianchi del quadro principale, ammiransi, alla sinistra di chi riguarda, le figure intere degli Apostoli S. Paolo e S. Pietro, in due attigui quadri separati da una colonnina a spirale, ed alla destra quelle di S. Francesco e di S. Bernardino da Siena, disposte come le precedenti. Queste quattro figure sono sormontate da altrettanti semibusti, Pure separati, e cioè: A sinistra prima un Santo munito di arco e freccia (o S. Sebastiano, o S. Eustacchio, o S. Uberto, o S. Secondo) e poi S. Antonio da Padova. A destra S. Ludovico Vescovo e S. Michele Arcangelo. Superiormente, nelle quattro cuspidi, due per lato, che terminano in alto gli scompartimenti laterali, sono dipinti altri
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semibusti più piccoli, rappresentanti, quei di sinistra, S. Cristoforo e S. Chiara e quei di destra S. Stefano con la simbolica pietra, e un santo con la spada, certo S. Giuliano, da alcuni identificato anche con S. Venanzio Martire. Su i due pilastri della cornice, agli estremi laterali del polittico, sono ritratti in piccole proporzioni i dodici Apostoli, sei per lato. Nella predella, al di sotto dello scompartimento centrale, sonvi sei Angeli divisi in due gruppi, tra i quali è teso un festone di fiori, sostenuto agli estremi, in ognuno dei due gruppi da un Angelo, mentre gli altri restano in adorazione, e tra i due gruppi di Angeli ha posto il Ciborio. Sempre nella predella, ai fianchi del Ciborio e al di sotto dei scompartimenti laterali, ammiransi le figure, quasi intere, di dodici illustri Francescani, rappresentati papi, cardinali, imperatori, dottori, sei per lato; ed agli estremi della predella, su i due piedistalli dei pilastri della cornice, è effigiato un putto per parte, in atto di sostenere uno stemma gentilizio che mostra il solo campo rosso. Lungo il bordo inferiore della predella stessa, sono scritti i nomi delle sovrapposte figure di illustri Francescani, nonché la leggenda relativa al Ciborio, e cioè:
PETRUS UREOLI. M. NICOLAUS DELLIRA. B. BONAVENTURA. DNS BELTRANDUS. REX ROBERTUS. ALEXANDER PP. IIIII HI C RECONDITUM EST CORPUS DOMINI NOSTRI IESU CRISTI. INPERATOR COSTATINOPULIT. NICOLAUS PP. IIII D. MACTEUS DAQUAS. M. LANDULFUS. M. ALEXANDER DE ALES. M. ....
(Pietro Aureoli, Nicolò da Lira, Beato Bonaventura, Messer Beltrando, Re Roberto, Alessandro V Papa. Qui è conservato il sacro corpo del Signor Nostro Gesù Cristo. Imperatore di Costantinopoli, Nicolò IV Papa, Messer Matteo d'Acquasparta, Messer Landolfo, Messer Alessandro di Ales, Messer . . . ). Quest'ultimo nome è com pletamente cancellato ed è assai male, poiché il soprapposto quadretto a cui si riferisce, è molto interessante per il fatto che rappresenta un vecchio frate seduto, il quale, per mezzo di occhiali legge un libro che un suo confratello, stando in piedi, gli sostiene aperto davanti agli occhi. E' questa forse la terza rappresentazione pittorica degli occhiali che sia stata fatta e che esista attualmente, poiché in epoche anteriori, almeno per quanto a me consta, solo il pittore Tommaso da Modena, nel 1352 muniva di occhiali Ugo di Provenza nell'affresco esistente in S. Nicolo a Treviso, ed un ignoto artista Romagnolo, in S. Agostino a Rimini, li poneva ad un portatore del cataletto di Drusiana, nel grande affresco dell'abside, affresco che non arriva al Quattrocento. Pur non possedendosene alcuna prova, pur tuttavia, per l'abbondanza in questo Polittico di figure che rivestono l'abito Francescano, si era sempre creduto anche in passato, che Nicolo Alunno avesse eseguito una così mirabile opera appositamente per la nostra Chiesa di S. Francesco. Ora, in seguito a pazienti ricerche fatte nei nostri Archivi, ho potuto rintracciare un interessantissimo documento in proposito. Trattasi di un Atto notarile rogato nella Sagrestia del nostro Convento di S. Francesco in Gualdo il 17 Ottobre 1471. Con tale Atto, Ser Cipriano di Maestro Antonio da Gualdo, quale Procuratore dei frati del suddetto Convento di
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S. Francesco e Maestro Cristoforo di Benedetto da Gualdo, rilasciavano finale quietanza a Ser Gaspare di Ser Raniero, stipulante per sé e per conto di Corrado di Ser Battista di Ser Francesco di Ser Raniero, tutti da Gualdo, per la somma di dieci Fiorini, in ragione di quaranta Bolognini per Fiorino, somma che era stata lasciata mediante Legato testamentario, da Fiordalisa, vedova di Ser Raniero di Ser Corradino, allo scopo di far dipingere una tavola per l'Altare Maggiore della Chiesa di S. Francesco in Gualdo. Ed i suddetti Cipriano e Cristoforo, facevano ora tale quietanza, dopo essersi assicurati che la somma lasciata da Fiordalisa, era stata versata dagli eredi or ora nominati, a Maestro Nicolo di Liberatore da Foligno « fabricatoris tabule predicte » il quale appariva presente all'Atto confermando personalmente di aver ricevuto, per sua mercede, i dieci Fiorini. Come curiosità storica, ricorderò anche, che esiste il contratto mediante il quale, in data 13 Settembre 1470, Magister Nicolaus pictor egregius de Fulgineo, commetteva al falegname la fattura di quella grande tavola e propriamente a magistro Ioanni Stephani de Montelparo (non Montelupo come in passato si interpretò) «provincia Marchie anconitane », che si obbligava di condurre a termine tale lavoro, secondo il disegno dategli dallo stesso pittore, entro il termine di tre mesi e per il prezzo di ventisei Fiorini. Questo maestro intagliatore, è ben noto nell'arte, poiché nel 1456 eseguiva, con Paolino d'Ascoli, il Coro di S. Maria Nuova in Perugia. (1)
II grandioso quadro ora descritto, restò esposto per lungo tempo all'ammirazione dei fedeli sopra l'Altare Maggiore, sino a che, nel Settecento, per cause ignote, fu trasportato su di un altro altare della Chiesa e propriamente nel secondo altare a sinistra di chi entra nel Tempio.
L'Altare dell'Assunzione di M. V., apparteneva alla Confraternita della SS. Trinità e ne era sede, ed è per questo che spesso è anche ricordato come Altare della Trinità. Su di esso, sin dal Seicento, troviamo collocata una tela del XVI secolo, dipinta ad olio dal Gualdese Bernardo di Geroiamo, rappresentante Maria coronata da Angeli e, prona ai suoi piedi, una folla di Confratelli della Trinità, vestiti dell'abito rosso confraternitale. L'anno 1927, al posto di questa tela, trasferita nei locali della Confraternita, fu collocato un grande quadro in terracotta, con smalti policromi, trasportatevi dalla Chiesa della SS. Trinità esistente sul monte Serra Santa, del quale quadro tratteremo a proposito della Chiesa stessa. In questo altare, si effettuavano numerose Funzioni religiose, che dettagliatamente descriveremo nel Capitolo riservato alla Confraternita suddetta.
(1) Arch. Notarile di Foligno; Rogiti di Jacopo di Luca dal 1465 al 1474, c. 92 - G. B. Cavalcaselle e J. A. Crowe : Storia della Pittura in Italia. Firenze 1902. Vol. IX - S. Frenfanellicibo: Niccolo Alunno e la Scuola Umbra. Pag. 138 e 157 - Le Gallerie Nazionali Italiane. Anno II. Roma 1896. Pag. 191 e seg. - passavant: Tomo I - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Fasc. VIII, c . 37 - R. GUERRIERI: II Polittico di Niccolò Alunno in Gualdo Tadino ed il suo recente restauro. (In Bollettino d'Arte del Ministero dell'Educazione Nazionale. Settembre 1930).
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L'Altare di S. Antonio da Padova, sin dal Seicento, apparteneva alla famiglia Gualdese dei Granella, che lo manteneva di tutto l'occorrente e vi faceva celebrare un Officio di circa quindici Messe nella festa del Santo omonimo ed un altro Officio di cinque Messe in quella di S. Michele Arcangelo, patrono della Città. Sopra di esso, esiste ancora un quadro in tela dipinto ad olio, rappresentante S. Antonio da Padova, S. Michele Arcangelo, il Bambin Gesù ed alcuni Angeli. Il quadro, fatto sullo stile del Guercino, è del XVII secolo e porta lo stemma della famiglia Granella.
L'Altare di S. Maria del Carmine, fu istituito nel principio del secolo XVII. Infatti nella Visita Pastorale del 1607, è indicato come noviter erectum. Su di esso, entro una bella ed assai ricca cornice, fu collocato un grande quadro in tela, dipinto ad olio intorno al 1635, e rappresentante la Vergine di Monte Carmelo, avente ai suoi piedi S. Teresa e S. Simone Stock, Generale dei Carmelitani, nell'atto in cui riceve dalla Vergine stessa lo Scapolare Mariano, emblema dell'Ordine. Questo altare apparteneva alla Confraternita di S. Maria del Carmine, che lo aveva eretto, avendovi la propria sede. La stessa vi faceva celebrare i divini Offici, nel modo che indicheremo quando si tratterà di questa Fraternità.
L'Altare di S. Francesco Saverio, fu eretto nella seconda metà del Seicento dall'Abbate Alessandro Vittori, al posto di un altro più antico, chiamato Altare delle Reliquie, perché su di esso erano conservati ed esposti al culto, i Reliquiari della Chiesa. Era ornato da una grande statua del Santo Titolare. Appartenne, anche in seguito, costantemente alla famiglia Vittori, che lo manteneva di tutto l'occorrente e vi faceva celebrare cinque Messe in ciascuna festa dedicata ai seguenti Santi e cioè S. Francesco Saverio, S. Francesco d'Assisi, S. Francesco di Paola e S. Stefano Martire. Lo stesso Abbate Alessandro Vittori, mediante testamento del 20 Maggio 1713 redatto a Spello, vi istituì inoltre una Cappellania laicale, con Messa settimanale in suffragio dell'anima sua. Tale Cappellania funzionava con la rendita di cinque censi, che complessivamente ammontavano a cinquecentocinquanta scudi. Il Cappellano era nominato dalla famiglia Vittori.
L'Altare dell'Annunciazione di M. V. portava, entro una grande e ricca cornice, un piccolo quadro in tela con la solita rappresentazione della Vergine e dell'Angelo. Su di esso si celebravano cinque Messe all'anno in occasione della relativa festa, per legato fatto nella seconda metà del Seicento, dal sacerdote Paolo Granella. L'onere di queste Messe, che erano celebrate dai frati dell'annesso Convento, nella prima metà del Settecento passò, per via ereditaria, alla famiglia Balducci. Più tardi vi ebbe sede anche una Cappellania della famiglia Amoni.
Un altro Altare dedicato a S. Antonio da Padova esisteva nella Chiesa, da non confondersi però con quello omonimo della famiglia Granella già descritto, mentre invece, quest'ultimo, apparteneva ai frati del Convento. Su di esso era stata eretta una statua del Santo Titolare.
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L'Altare del Crocifisso fu creato e dotato nella prima metà del XVII secolo dal Sacerdote Pietro Ovidi ed aveva l'onere di due Offici all'anno, di quindici Messe ognuno, da indirsi il 15 Marzo e il 16 Settembre, come da Istrumento del Notaio Gualdese Piergiacomo Berardi. Dagli Ovidi, l'altare passò poi alla famiglia Ribacchi.
L'Altare della Concezione di M. V., apparteneva alla omonima Confraternita Gualdese, che vi aveva posto la propria sede. Lo trovo citato per la prima volta l'anno 1509 come collocato presso una porta che dalla Chiesa immetteva nell'antico Chiostro. In quest'epoca era anzi talvolta indicato anche quale Altare di S. Onofrio. Sopra di esso eravi una vecchia tela su tavola, recante l'immagine della Madonna col Bambino. Su questo altare si celebravano numerose Messe ed altre cerimonie religiose, come indicheremo nel Capitolo riservato alla suddetta Confraternita della Concezione.
Finalmente l'ultimo Altare, dedicato a S. Vincenzo Ferreri, non risulta che esistesse prima della metà del Settecento. E' stato sempre ornato dalla statua del Santo Titolare. Appartenne alla famiglia Caiani, che lo manteneva del necessario e provvedeva alla sua officiatura.
I su descritti Altari della Concezione, della Madonna del Carmine e di S. Francesco Saverio, costituivano delle massicce e barocche costruzioni in gesso, che si ergevano al disopra degli archi delle Cappelle che li contenevano, archi che erano stati perciò barbaramente tagliati per far posto agli altari stessi. Questi ultimi furono però tutti e tre demoliti tra il 1921 e il 1922 e ricostruiti gli archi soprastanti, riportando così le relative Cappelle, alle pure e primitive linee Trecentesche.
La Chiesa di S. Francesco, severo edificio del più puro stile Gotico, subì pel terremoto del 1751, moltissimi danni. Parte dell'altissimo campanile con l'ardita testa piramidale, cadde sopra il Tempio, atterrandone la terza crociera della superba volta Gotica, al posto della quale venne poi ricostruita l'attuale cupola, che non corrisponde affatto allo stile dell'edificio, il disegno del quale è attribuito dal Guardabassi, al celebre architetto Francescano Fra Filippo da Campello, e lo stesso culmine del campanile, venne alla meglio rifatto in mattoni, come è al presente. Per effetto del terremoto, cadde pure la parte superiore della facciata principale, sino all'altezza del gran finestrone circolare mediano, nonché gran parte della facciata sinistra della Chiesa, prospettante la Piazza Vittorio Emanuele, questa seconda facciata ricostruita poi con una rozza muraglia ad intonaco, al posto dei bellissimi muri in pietra bianca, finemente ritagliata, e squadrata, come si usava nel secolo XIV e come si vedono ancora nelle altre parti del fabbricato rimaste intatte. L'ingresso principale del Tempio, con arco acuto trilobato, è tutto un bel lavoro di scultura, che subì radicali restauri nel 1919, essendosi ridotto in pessime condizioni. Nella Cappella che sta a fianco della Sagrestia, esiste un grande lavabo in terracotta, sullo stile di Luca della Robbia, opera Gualdese del XVII secolo in buono stato di conservazione, lavabo quivi
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trasportato dalla Sagrestia stessa, nel 1926. L'interno del Tempio, meno la nuova cupola su citata, è un tipico modello di Chiesa Francescana del Trecento. La volta, ad una sola navata, è divisa in tre crociere sorrette da pilastri, ciascuno dei quali è formato da un fascio di tre colonne unite insieme e corrispondenti ai sovrapposti costoloni delle crociere, che ne sono quasi la continuazione nella volta. Però la terza crociera, con i relativi pilastri, oggi più non esiste, essendo stata sostituita, come si è detto, da una grande cupola dopo il terremoto del 1751. La volta dell'abside è di forma ottagonale, con costoloni divisori superiormente convergenti su di un sol centro, mentre si continuano in basso con altrettante colonnette le quali terminano alla metà della parete, invece di proseguire fino a terra, quasi per lasciar posto agli stalli del sottoposto primitivo Coro Trecentesco. Tutto intorno alla Chiesa gira in alto un ballatoio, a cui si accede mediante due originali scale a chiocciola e sotto il quale si aprono, su i due fianchi del Tempio, le arcate ove sono collocati gli altari.
La luce penetra, oltre che dal finestrone circolare sulla facciata principale, anche da quattro grandi finestre bifore. Queste finestre, delle quali tre trovansi sull'abside ed una sulla facciata laterale destra, erano state chiuse con muratura, alcune totalmente ed altre solo in parte, nei secoli scorsi. Furono riaperte, restaurate e ridotte al pristino stato l'anno 1920. A proposito di queste finestre, piacemi ricordare la seguente annotazione, che trovasi in un vecchio libro di contabilità del Convento di S. Francesco in Perugia, con la data 1456: «Recordo che a dì 24 de agosto, io fratte Urbano, recevè da maestro Xristofano da Gualdo, presente el guardiano del convento, fiorini seie e s. 20 de moneta nova per finesstre de vitrio per lo convento de Gualdo ». Alla quale nota segue l'elenco delle spese fatte da Frate Urbano, per l'acquisto di varie centinaia di occhi di vetro, nonché delle verghette di piombo e dello stagno che occorsero per la costruzione delle vetrate stesse. 11 suddetto fra Cristoforo, ebbe anche frequenti rapporti con il Convento di S. Francesco in Assisi, dove figura in una perizia fatta il 20 Ottobre 1494 per restauri arrecati alle vetrate del massimo Tempio Francescano, come pure lo ritroviamo altra volta in quello stesso Convento, dove era andato a portare dei vasi ed alcuni stemmi di Papa Sisto. Con l'aiuto di documenti del nostro Archivio Notarile, ho potuto conoscere chi fosse costui. Egli fu un frate e custode del nostro Convento di S. Francesco e cioè Fra Cristoforo di Binotto da Gualdo, maestro di teologia e artista nello stesso tempo. Non sarei alieno dall'identificarlo con quel Fra Cristoforo da Gualdo, che nel 1462 vedemmo insegnare Dialettica nell'Universalità Perugina. (1)
(1) Arch. Comunale d'Assisi (Fondo Francescano): Libro delle spese dal 1391 al 1495 e Miscellanea dal 1472 al 1525 - Arch. Comunale di Perugia: Scartafaccio esistente nel Fondo del Convento di S. Francesco, e. 22, 23, 25 - Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Piero di Mar/ano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1479 al 1480, c. 479; dal 1491 al 1494, ce. 34.
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II pulpito a sinistra di chi entra, del XIII secolo, in pietra e sostenuto da colonne ottagone, con ricchi capitelli e ornato da buone sculture, porta incisa nell'architrave, con caratteri Gotici, la seguente inscrizione : Nobiles Viri lacobutius Et Dominus Simon De Finaguerre Fecerunt Fieri Istud Altare Ad Honorem XII Apostolorum Qui Orna veruni Ipsum Optimis Paramentis Calice Et Missali Quicunque Hic Celebraverit Oret Pro Eis. Questo Simone di Finaguerra, era ancora in vita nel 1307, come risulta da un documento di quell'epoca. La stessa epigrafe, fa supporre che il pulpito fosse costruito, almeno in parte, con il materiale proveniente da qualche antico altare demolito, a meno che l'altare cui si allude nell'Iscrizione, non fosse esistito invece sotto il pulpito stesso, fra le due colonne che lo sorreggono. (1)
II pulpito di destra, di forma diversa dal precedente, ha le due colonne addossate al muro e sostenenti un architrave che porta incisa quest'altra epigrafe, anch'essa in lettere gotiche e coeva della precedente: Hoc Opus Et Altare Factum Est Ad Honorem Sancti Stephani Pro Quo Domina Marutia Et Filli Eius Dederunt Sexaginta Libras Pro Anima Bartoli Venture Cuius Corpus Hic Inferius Requiescit. Al di sotto di questo architrave e tra le due colonne, vi è una nicchia in cui trovasi la vecchia tomba del Beato Maio. Anche a proposito di questo secondo pulpito, può farsi la supposizione già esposta per il primo.
Altra cosa notevole nel Tempio di S. Francesco è l'Altare Maggiore, costituito da una grande mensa in pietra rossa, poggiante sopra dodici colonnine una diversa dall'altra e di squisita fattura. Già ridotto in pessime condizioni, subì un completo restauro nel 1922.
Nel pavimento, sul lato sinistro, esiste inoltre la lapide del sepolcro commemorativo dell'Arcivescovo Andrea di Pietro dei Benzi, di cui parleremo nella biografia di questo illustre prelato.
Sopra la porta d'ingresso, internamente, ammirasi un affresco attribuito a Matteo da Gualdo, rappresentante S. Giuliano che uccide i genitori, ed ai lati di questa scena principale, due tabernacoli con l'effigi dei S.S. Giovanni Battista e Bernardino da Siena e sotto l'iscrizione seguente: Hoc opus fecit fieri Fiordaliso uxor S. .... i. 1469 die 9 Augusti.
Nello spessore dell'arco della terza Cappella di sinistra vi è un affresco, opera di Matteo da Gualdo, raffigurante Maria con Gesù e S. Francesco. Un S. Bernardino, anch'esso opera di Matteo, vedesi a destra della porta d'ingresso, una sua Crocifissione nell'abside, ed altri affreschi Trecenteschi, riproducenti scene della nascita di Gesù, esistono nella già ricordata nicchia sotto il pulpito di destra.
Un tempo, anche le restanti pareti del Tempio erano tutte coperte di
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII, Num. 129 - Bibl. del Seminario di Foligno : Mss. di DORIO JACOBILLI. Cod. B. VI. 5,c e. 570t.
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antichi e pregevoli dipinti, che barbaramente furono fatti scomparire, nei secoli trascorsi dal pennello dell' imbianchino e che oggi sarebbe assai ben fatto rimettere in luce.
IV. Chiesa di S. Maria dei Raccomandati in Gualdo Tadino.
Questa Chiesa che nella vecchia suddivisione della Città, veniva compresa nel Quartiere di Porta S. Martino, appartenne, sin dalla sua fondazione, alla Confraternita laicale Gualdese di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone, Confraternita antichissima che, possiamo dire, avesse origine contemporaneamente a Gualdo nel XIII secolo. Noi però troviamo ricordata la Chiesa, per la prima volta, in un istrumento notarile del 1315, con il quale tal Pietruccio di Morico di Compagnolo, vendeva « la casa dove è la chiesa della Fraternità di S. Maria dei Raccomandati». Si nomina poi una seconda volta, in un Atto avente la data 14 Aprile 1326, con il quale il Vescovo di Nocera, concedeva l'erezione di un altare nella Chiesa stessa e dava il permesso di dirvi messa, e finalmente riappare tra i Benefici Ecclesiastici che pagarono alla S. Sede la decima imposta nel 1332 su tali Benefici nel Ducato di Spoleto, da Papa Giovanni XXII per rimpinguare l'esausto tesoro Pontificio. La Chiesa di S. Maria dei Raccomandati, versò la prima rata semestrale di detta decima, il 24 Giugno 1333, in mano a Delayno de Mutina, Notaro del Vescovo di Nocera e Subcollettore del Tesoriere Generale del Ducato di Spoleto, Giovanni Rigaldi. Nei libri delle Collettorie Pontificie, trovasi anzi così indicato cotal pagamento : « Item [habui] ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis ...... solvente prò eclesia S. Marie de Gualdo, 9 solidos, 3 denarios cortonenses ». (1)
Verso la fine del secolo seguente, il 29 Gennaio 1494, Diana, vedova di Bartolomeo di Anselmuccio, dettava il suo testamento disponendo fra l'altro affinchè, dopo la di lei morte, là dove sorgeva la propria abitazione, nel quartiere di Porta S. Benedetto, fosse costruita una Chiesa dedicata a S. Nicolo da Tolentino. A tale scopo lasciava anzi la somma occorrente ai suoi fiduciarì Ser Giacomo di Gioacchino, Frate Silvestre di Meo di Pietruccio e Don Marco di Arcangelo, i quali due ultimi avrebbero dovuto celebrar Messa nell'erigenda Chiesa due volte ogni settimana, e tutti e tre avrebbero dovuto anche provvedere affinchè quest'onere di culto, con i beni ereditati dalla testatrice, a vesse effetto anche dopo la loro morte. Disponeva infine che, se tale Chiesa non fosse stata costruita, l'eredità per questo scopo da lei lasciata, sarebbe dovuta andare alla Chiesa di S. Maria dei Raccomandati ed all'Ospedale di S. Giacomo esistente in Gualdo. Non ci consta che la Chiesa di S. Nicolo da Tolentino fosse però costruita, ed è quindi lecito supporre che i beni della testatrice passassero alla Chiesa di S. Maria ed all'Ospedale suddetto.
(1) Biblioteca del Seminario di Foligno: Manoscritti di Dorio e Jacobilli. Cod. A. C. 11, c . 796t - Archivio Vaticano: Collettorie. Vol 225, c. 37 e 3/t.
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A proposito di quanto abbiamo ora narrato, noteremo anche che, in quest'epoca, cioè tra la fine del Quattrocento, ed il principio del Cinquecento, negli Atti del nostro Archivio Notarile, s'incontrano, con grande e straordinaria frequenza, notevoli legati istituiti a favore della Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, e la massima parte di essi si dicono fatti pro acconcimine et fabrica della omonima Chiesa. Tutto ciò fa pensare, che in quell'epoca, la Chiesa stessa abbia subito qualche importante trasformazione o restauro. (1)
Nel Cinquecento, in questa esistevano quattro altari: Quello Maggiore dedicato all'Annunciazione di M. V., l'Altare degli Innocenti, anche detto di S. Giacomo, l'Altare della Concezione, qualche volta chiamato anche di S. Maria, e finalmente l'Altare di S. Giuseppe. Nel Seicento, gli altari si ridussero a tre e cioè l'Altare Maggiore o dell'Annunciazione, l'Altare della Concezione in corna Evangeli e l'Altare di S. Giuseppe in cornu Epistole. Nel Settecento, quest' ultimo, lo troviamo invece dedicato a S. Antonio da Padova.
L'altare Maggiore, era mantenuto dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati e nel Cinquecento veniva officiato dai Monaci del vicino Chiostro di S. Agostino, tra i quali si sceglieva il Cappellano, stipendiato dalla Confraternita, nel XVI secolo, con dodici scudi ed in seguito con ventidue scudi all'anno e con l'obbligo di celebrarvi Messa quotidianamente all'aurora, salvo un giorno ogni mese. In questo altare si indiceva inoltre un Officio di più Messe nella festa dell'Annunciazione il 25 Marzo, un altro in quella di S. Bonaventura il 14 Luglio, ed altri Offici nella festa dell'Assunzione, in quella di S. Carlo ed in quella di Tutti i Santi. Sullo stesso altare, era collocato un quadro in tela rappresentante l'Annunciazione di M. V., quadro che oggi vedesi invece sulla parete retrostante. Poco dopo la metà del Seicento, alcune pie persone Gualdesi, si riunirono in una Congregazione religiosa avente per scopo l'esercizio di pratiche di pietà e di culto, e per ciò fare istituirono, sull'Altare Maggiore di questa Chiesa, un Oratorio sotto il titolo del Buon Gesù e Maria e sotto la protezione di S. Filippo Neri, gli Statuti del quale furono approvati dal Vescovo di Nocera Mario Montani, con decreto del 24 Marzo 1662. Poco dopo, con Atto rogato dal Notaio Mattia Florenzi, tra l'Agosto e l'Ottobre del 1664, un sacerdote Gualdese, tal Francesco Maria Fabbri, per rendere più prospero questo Oratorio, donò allo stesso una buona quantità di sacri arredi, di paramenti e di mobili e le assegnò la somma di trecento scudi, collocati in più censi, con il fruttato dei quali si doveva provvedere alle spese di culto, dovendosi poi distribuire il residuo agli infermi poveri di Gualdo e sobborghi. Dotava altresì l'Oratorio, di un altro fondo di trecentocinquanta scudi, anche questi collocati in vari censi, con le rendite dei quali l'Oratorio stesso doveva mantenere e stipendiare un proprio Cappellano, avente l'onere di celebrare Messa nel
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1492 al 1498. Fasc. V, c. 3t; di Bernardino di Pietro de Benadattis dal 1476 al 1510. c. 14, 20, 23, 47.
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suddetto Altare Maggiore, tre ore dopo levato il sole, ogni domenica ed ogni altro giorno di precetto, più nelle feste dedicate a Maria Vergine, come pure in quelle di S. Filippo Neri, di S. Michele Arcangelo, di S. Francesco d'Assisi, di S. Maria Maddalena e del Nome di Gesù. Questo sacerdote doveva essere eletto ogni tre anni dal fondatore della Cappellania, e dopo la sua morte, dai di lui eredi. Nella fine del Settecento, l'Oratorio del Buon Gesù e Maria, oltre il fruttato dei censi suddetti, possedeva anche cinque terreni. Un'altra Cappellania fu istituita sull'Altare Maggiore della Chiesa, dal Gualdese Angelo Tera di Francesco, con Atto rogato dal Notaio Cherubino Mattioli il 15 Ottobre 1708, Costui infatti, aveva nominato eredi usufruttuari di tutti i suoi beni. la moglie Margherita Marchetti e la sorella Vittoria Tera, però, dopo la morte di queste, i beni suddetti dovevano servire per la istituzione di una Cappellania laicale senza titolo, avente l'onere di due Messe per settimana, in suffragio dei defunti della famiglia Tera. La nomina del Cappellano, spettava alla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati. Infatti, la moglie del testatore, Margherita Marchetti, mediante Atto del 10 Aprile 1721, rogato dal notaio Guaidese Francesco Grazio Mattioli, istituì la Cappellania suddetta, con l'onere, pel Cappellano, di settanta Messe ogni anno, delle quali una per Pasqua, una per Natale, una il 20 Luglio festa di S. Margherita, una il 15 Gennaio, festa del compatrono Gualdese Beato Angelo.
L'Altare della Concezione, che per la prima volta trovo ricordato in un documento del 16 Giugno 1498, era mantenuto dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, la quale vi faceva celebrare, il giorno 8 Decembre, un Officio di sei Messe, nella festa della Concezione ed un Officio pei defunti nel giorno seguente. Questi Offici dovevano essere disimpegnati da sacerdoti membri di quel sodalizio. Altri due Offici, ciascuno di cinque Messe, la Confraternita stessa vi faceva celebrare nella festa di S. Matteo ed in quella di S. Giacomo Vi si diceva poi spesso la Messa, ex devotione, per volontà dei Confratelli. Su questo altare era collocato il pregevole dipinto su tavola rappresentante la genealogia della Vergine, che oggi si ammira nella Pinacoteca Comunale Gualdese. Al suo posto è collocata presentemente una statua della Madonna della Concezione.
Il terzo Altare, dedicato a S. Giuseppe, era anch'esso mantenuto dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, che vi indiceva, ogni anno, due Offici di cinque Messe ciascuno, uno il 19 Marzo nella festa di S. Giuseppe, l'altro il 20 Maggio, in quella di S. Bernardino e con lo stipendio di un giullo per ogni Messa del primo Officio, e di mezzo giullo per ogni Messa del secondo. Altro Officio di cinque Messe, i Confratelli, vi facevano celebrare il 28 Decembre, nella festa degli Innocenti. Gli stessi Confratelli, vi indicevano poi delle Messe di tanto in tanto, per proprio conto, ad libitum et ex devotione. Su questo Altare, con Decreto di approvazione vescovile del 24 gennaio 1885, fu eretta una Società
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di S. Giuseppe avente lo scopo di praticare e diffondere il culto di questo Patriarca. Persone d'ambo i sessi appartengono a tale Sodalizio, che fa festa nella terza Domenica dopo Pasqua, celebrando anche Messa, per i soci vivi e defunti, il primo Mercoledì di ogni mese. Su questo Altare trovasi al presente una statua di S. Giuseppe.
Il Presbiterio era anticamente chiuso con un cancellata di legno e, sin dai primi del Settecento, il Tempio appare munito di Organo; inoltre, in quel tempo, entrando in esso, presso l'angolo destro sulla parete, trovavasi una Madonna con al disotto una cassetta nella quale si depositavano elemosine destinate a riscattare i prigionieri.
Della primitiva Chiesa, a causa di numerosi restauri e modificazioni, oggi ben poco rimane, fatta eccezione, all'esterno, per una porta con arcata Gotica ed una nicchia dipinta sulla facciata che guarda il Corso ed altra nicchia, pure dipinta sulla facciata principale. Di queste due nicchie, la prima reca la figura della Madonna della Misericordia, oggi ridotta in pessime condizioni; la seconda è tutta ricoperta di buoni affreschi rappresentanti nel fondo la Madonna seduta in trono con il Putto in grembo, ed ai lati S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista, ciascuno avente una pergamena aperta in mano e recante scritto il primo, la solita frase: Ecce Agnus Dei etc. e l'altro le parole iniziali del suo Vangelo. Nello spessore dell'arco formante la nicchia, entro piccoli tondi, tutti circondati da graziosissimi fregi, stanno, in alto, il busto del Padre Eterno, con una mano che benedice e sorreggente il Globo con l'altra; da un lato, il busto di S. Antonio da Padova portante in mano un ramoscello di rose fiorito e dall'altro lato quello di un giovane Santo, con capigliatura liscia e bionda e recante un libro. Sotto quest'ultima figura si legge ancora, una mutila e breve iscrizione: ..... dente ..... ulio II, residuo delle parole SedenteIulio II, apposte a ricordo dell'epoca in cui fu eseguito il dipinto e cioè dal 1503 al 1513. Ad una di queste due pitture, ma più probabilmente alla prima, si riferisce per certo il legato di un fiorino che, con testamento del 16 Giugno 1504, tal Donna Giovanna, figlia del fu Pietro Antonio Fancelli da Gualdo, fece alla Chiesa di S. Maria dei Raccomandati, allo scopo seguente e cioè «pro ornatu et aconcimine cuiusdam Maestatis diete ecclesie versus domum in qua habitat psa testatrix ».(1)
Sempre sulla facciata principale della Chiesa, qua e là sotto l'intonaco appare l'antica cortina in pietra, ma il primitivo portale è scomparso essendo stato più volte rifatto, tra l'altro nel 1617. L'interno dell'edificio poi, nessuna traccia più reca dell'antico stile. L'ambiente, poco tempo prima dell'anno 1731, fu rialzato e munito di una nuova volta sorretta da colonne ed arcate, con una spesa di circa mille e duecento scudi, per opera della Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, che ne aveva dato incarico al Camerlengo (1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1504 al 1506. Fasc. III, c. 123t.
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Don Girolamo Mannelli, che era anche Cappellano della Chiesa. La nuova costruzione fu però completamente devastata dal terremoto del 1751 ed il Vescovo di Nocera diede incarico di restaurarla al Sacerdote Francesco Cellini. Fu allora ricostruita la volta attuale e tutte le pareti interne ridotte architettonicamente come al presente si trovano.
Nel 1906, la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, proprietaria della Chiesa, essendo stata concentrata con R°. Decreto, nella Congregazione di Carità di Gualdo Tadino, la Chiesa stessa passò in potere della Congregazione, che ne assunse di conseguenza anche la manutenzione. Alla Confraternita restò solo il diritto di usare, come pel passato, della Chiesa per le consuete pratiche religiose ed infatti al presente i Confratelli, con i fondi che per spese di culto ad essi rilascia la Congregazione di Carità, vi nominano e stipendiano un Cappellano, con l'obbligo di una Messa nei giorni festivi.
V. - Chiesa di S. Maria Maddalena in Gualdo Tadino.
La Chiesa di S. Maria Maddalena, fu la Chiesa Claustrale del l'omonimo Monastero Benedettino, del quale trattammo a lungo nel Capitolo riguardante quest'Ordine Religioso in Gualdo. Sorse certamente nella prima metà del Duecento con il Monastero stesso, del quale seguì poi quei trasferimenti a cui già accennammo nel Capitolo suddetto, sino a che, l'anno 1375, pose stabile sede nel luogo dove oggi sussiste. Non potremmo però assicurare se, sin da allora, le Monache di S. Maria Maddalena avessero adibito ad uso di Chiesa Claustrale proprio l'ambiente attuale o se, per tale scopo, avessero scelto qualche altra parte del Chiostro. Certo che se, sin da quell'epoca, la Chiesa fu collocata nell'ambiente dove oggi si trova, dovette poi subire, con l'andare del tempo, molteplici modificazioni edilizie, che ne trasformarono completamente il primitivo carattere Trecentesco.
Della Chiesa Claustrale di S. Maria Maddalena, nessuna notizia è sino a noi pervenuta prima della fine del Cinquecento, ed in quest'epoca cominciamo ad averne notizie esclusivamente per mezzo de gli Atti di Sacre Visite praticatevi dai Vescovi che si successero nella Diocesi di Nocera. Da questi Atti risulta che, sin dalla fine del Cinquecento, esistevano nella Chiesa tre altari e cioè l'Altare Maggiore o di S. Maria Maddalena, l'Altare della Concezione di Maria Vergine in Cornu Epistolae e l'Altare della Madonna del Rosario in Cornu Evangeli. In quest' ultimo, aveva sede l'omonima Confraternita Gualdese, passata in seguito nella Chiesa di S. Benedetto.
Nel principio del Settecento, troviamo l'Altare Maggiore sempre dedicato a S. Maria Maddalena e l'altro in Cornu Evangeli alla Madonna del Rosario, ma quello in Cornu Epistolae, appare invece intitolato a S. Antonio da Padova. Nella fine di quello stesso secolo, l'Altare Maggiore è al contrario consacrato a S. Antonio da Padova,
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quello in Cornu Epistolae a S. Maria Maddalena ed il terzo, in Cornu Evangeli, alla Concezione di Maria Vergine. L'Altare di S. Maria Maddalena, nel Seicento, era ornato da un quadro in tela raffigurante la Vergine con il Bambino, S. Maria Maddalena, S. Giovanni Evangelista, S. Anna e S. Cecilia.
L'Altare del Rosario, aveva anch'esso un quadro in tela con l'immagine della Madonna del Rosario e l'Altare della Concezione un altro quadro su tela, con la rappresentazione di questo Mistero. Ma quando l'Altare in Corna Epistolae e poi quello Maggiore, come si è visto, furono successivamente dedicati a S. Antonio da Padova, comparve su di essi un nuovo quadro in tela con la figura di questo Santo.
Nella Chiesa di S. Maria Maddalena, sull'Altare Maggiore, le Monache del Monastero, da un apposito Cappellano, normalmente facevano celebrare la Messa tutti i giorni, meno un giorno per ogni settimana, in cui il Cappellano stesso aveva vacanza. Costui, per tale servizio, era retribuito con venti scudi annui ed altri sei ne percepiva quale Cappellano delle Monache. Quest'ultime facevano inoltre dire Messa ogni settimana su uno dei tre altari della Chiesa, in suffragio delle Religiose defunte nel Monastero e con lo stipendio di tre scudi all'anno pel Celebrante. Di più, nel giorno dedicato a S. Maria Maddalena, v'indicevano un Officio di più Messe con il compenso di un giulio per Messa. Nel Settecento, altri Offici di più Messe ciascuno, le stesse Monache, vi facevano celebrare nelle feste della Concezione, dell'Annunciazione, di S. Benedetto, di S. Anna, di S. Scolastica, di S. Francesco da Paola, di S. Giovanni Evangelista; un Officio nella seconda feria delle Pentecoste ed altri il 25 Marzo, nella prima Domenica di Ottobre sull'altare del Rosario, nel mese di Novembre per l'anima di tal Sebastiano Vannini, per le Religiose del Monastero pure di Novembre, e di Luglio in suffragio del fu Giovan Battista Balduini. Oltre a ciò, nella Chiesa si dovevano celebrare durante l'anno, molte altre Messe per effetto di Legati alla stessa fatti da pie persone: Così ad esempio, Mons. Porfirio Feliciani da Gualdo, che morì Vescovo di Foligno, mediante Atto del 20 Febbraio 1618, concesse la somma di trecentoventi scudi in due censi, col fruttato dei quali si sarebbero dovute celebrare, nell'Altare Maggiore, due Messe per settimana in suffragio dell'anima sua e dei suoi congiunti e quest'onere era disimpegnato dal Cappellano della Chiesa. La Monaca Ippolita Vannini, nel XVII secolo, dispose, con un Legato, che si dovessero indire sull'Altare Maggiore, due Offici dei Morti ogni anno e alquanto dopo, nello stesso secolo, l'altra Monaca Maria Arcangela Fregosi, fece un nuovo Legato Per la celebrazione, ogni mese, di due Messe sull'Altare del Rosario in onore della Passione di Gesù Cristo. Inoltre, tale Isidoro Mancia e la moglie Bartolomea, costituirono a favore della famiglia Confidati, un Giuspatronato per la celebrazione di una Messa, ogni mercoledì, sull'Altare della Concezione. Ricorderemo infine che Papa Clemente XII, con Breve dato a Roma il 29 Novembre 1730, concede va ampie indulgenze alla Chiesa in esame. Anche oggi,
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questa viene officiata giornalmente da un Cappellano nominato e stipendiato dalle Monache dell'annesso Monastero, le quali provvedono inoltre a qualsiasi cosa necessaria per la loro Chiesa.
La stessa è munita di un campanile che, a quel che pare, fu eretto nel XVII secolo. Ha una porta esterna per il pubblico ed una interna per uso del Monastero. Sulle sue pareti interne, si aprono delle grate attraverso le quali le Monache possono assistere, non viste, alle funzioni religiose. Sul pavimento, vedesi ancora un antico sepolcro, già destinato alle Benedettine che morivano nel Chiostro. L'annessa Sagrestia fu costruita nel principio del Settecento. La Chiesa è attualmente dotata di due pregevolissime, opere d'arte, consistenti in un Calice ed in una Croce Processionale. Il Calice, opera dell'orafo Duccio di Donato da Siena (primo quarto del Trecento) è di argento dorato, con sei formelle smaltate sul piede, sei scudetti sul nodo, ed altri smalti. Vi si legge l'iscrizione: DUCIUS. DONATI. E SOTI FECIEROT ME: La Croce Processionale, pure in argento e con le solite figure in rilievo, porta le parole: VINCENTIUS. ALBANUS. PRAEP. BRI PP II 1577. Oltre a ciò, tre quadri in tela del XVII secolo, abbelliscono oggi i tre altari della Chiesa. Quello dell'Altare Maggiore, rappresenta il Crocefisso con ai piedi la Madonna Addolorata, S. Giovanni Evangelista e S. Maria Maddalena. In quello di sinistra, cioè in Corna Evangeli, vedesi raffigurato lo Sposalizio di Maria Vergine. Su quello di destra trovasi invece il vecchio quadro che nel Seicento, vedemmo collocato sull'Altare Maggiore e che più sopra abbiamo descritto. Un altro grande quadro in tela, della stessa epoca, esiste nella Sagrestia.
Noteremo infine che, indipendentemente dalla Chiesa ora illustrata, un'ampia Cappella possedevano sin dall'antico le Monache nell'interno del Monastero per loro esclusivo uso privato. Questa Cappella riscontrasi ancora oggi in un ambiente interno del Chiostro e va ricordata, se non per altro, perché contiene un bel Coro in noce, composto di ventidue stalli, tra i quali notevolissimo quello riservato all'Abbadessa, che è ornato da molteplici intagli e da una grande figura di S. Benedetto scolpita nel legno. Su tale stallo, leggasi la seguente iscrizione:
1598. A. T. S. C. L. E. R. A. B. F. F.
VI. - Chiesa di S. Margherita in Gualdo Tadino.
La Chiesa di S. Margherita, rappresentò un tempo la Chiesa Claustrale dell'omonimo Monastero di Monache Clarisse, oggi estinto, e del quale già diffusamente trattammo nel Capitolo riferentesi a quest'Ordine religioso in Gualdo Tadino. Diremo però, sin da ora, che l'attuale Chiesa non è certo la primitiva, quella cioè che dovette esistere annessa al Chiostro sin dalla fondazione di questo, avvenuta intorno al 1328. Tale primitiva Chiesa Claustrale, quasi per certo esistette in quell'ambiente a pianterreno compreso nell'angolo del Monastero prospettante la Porta civica di S. Donato,
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ambiente, sulle pareti del quale, oggi ancora vedonsi vari affreschi del XIV secolo, rappresentanti figure di Santi. L'attuale Chiesa non sappiamo esattamente quando fu costruita. Si potrebbe supporre che venisse eretta intorno al 1453, quando cioè il Vescovo di Nocera Giovanni Marcolini da Fano, ampliò e restaurò il Monastero di S. Margherita, ma accettando tale ipotesi, bisognerebbe anche ammettere, che nel XVII secolo subisse poi radicali modificazioni, e ciò a giudicare dal suo attuale aspetto Seicentesco. E' certo, ad ogni modo, che notevoli restauri subì nella fine del Quattrocento, poiché possediamo un documento in data 25 Marzo 1493, dal quale si apprende che in quel giorno, il muratore maestro Francesco di maestro Frumento, Lombardo, aveva stipulato con le Monache di S. Margherita un contratto per l'innalzamento della Chiesa omonima e conseguente rifacimento del tetto. (1)
Nessuna notizia ci rimane di questa Chiesa, dopo ciò, sino alla fine del Cinquecento, sino a quando cioè cominciò ad essere ricordata e descritta negli Atti di Sacre Visite, praticatevi dai Vescovi della Diocesi Nocerina. Da questi apprendiamo che già, fin dal XVI secolo, vi esistevano tre altari, e cioè l'Altare Maggiore, dedicato a S. Margherita, e due altari laterali uno dei quali appare dedicato a S. Antonio. Con il principiare del secolo XVII, troviamo che i due altari laterali vanno sotto il titolo l'uno della Concezione, l'altro del Rosario, e tali rimasero sino ai nostri giorni. Sull'Altare Maggiore, sin dal Seicento, esiste un grande quadro in tela rappresentante in alto, su delle nubi, la Vergine tra S. Francesco d'Assisi e S. Antonio da Padova, ed in basso S. Margherita, S. Orsola e S. Maria Maddalena. In questo altare aveva sede una Cappellama o Beneficio, sotto il giuspatronato delle Monache del Monastero, Beneficio fondatevi nei primi del Seicento dal Vescovo di Nocera, Mons. Florenzi, che per tale scopo aveva elargito quattrocento scudi in censi ; altri settantacinque scudi circa, pure in censi, essendo stati dati, per tale scopo, dalle Monache suddette.
II Cappellano, nominato da queste, era pagato con le rendite di tali somme ed aveva l'onere di dire Messa sull'Altare Maggiore tutti i giorni meno uno per settimana. Il suo stipendio nel 1647 era di trentasei scudi all'anno, nel 1682 di trentadue scudi, nel 1704 di ventidue, nel 1718 di diciotto. Oltre a ciò, sull'Altare Maggiore, nel principio del Settecento, venivano annualmente celebrati i seguenti divini Offici : Due Messe settimanali, e cioè il lunedì e sabato, per legato del suddetto Vescovo Florenzi, l'una in suffragio dell'anima sua, l'altra in suffragio delle Monache defunte nel Monastero, un Officio di dieci Messe nella festa degli Apostoli Pietro e Paolo con altro Officio di più Messe nel giorno seguente, un Officio nella festa di S. Margherita il 20 Luglio, otto Messe l'anima di tal
(1) Arch. Notarile di Gualdo Tadino: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1491 al 1494. c. 261.
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Caterina Morroni, come da suo Legato, un Officio di sei Messe il 9 Decembre, per l'anima di Emilio Confidati, un Officio di cinque Messe il 27 Decembre per l'anima di Felice Tera, venti Messe all'anno, in giorni .determinati, per l'anima del Sacerdote Carlo Antonio Puccinelli, che per tale scopo aveva lasciato una certa somma alle Monache, più altre quattro Messe per settimana in forza di altro legato fatto dallo stesso Sacerdote.
L'Altare della Concezione è situato a sinistra della porta d'ingresso. Vi era anticamente una tavola dipinta, raffigurante il Mistero della Concezione; oggi vi esiste un quadro in tela, rappresentante in alto la Vergine con il Bambino in grembo, che poggia sulle nubi ed è incoronata da due Angeli ed in basso una Monaca in atto di preghiera, forse la committente del dipinto, e S. Francesco d'Assisi. A pie del quadro, sotto uno stemma gentilizio, leggesi: D. Belardina Ulivieri ex voto. In questo altare fu eretta una Cappellania, dalla monaca Margherita Frumenti, l'anno 1614 e con la somma di centoventi scudi in tanti censi. Il relativo Atto fu rogato dal Notaio Bonifacio Scampa, molti anni dopo e cioè il 5 Ottobre 1641. Con le rendite della somma suddetta, si doveva celebrare Messa sull'Altare della Concezione, quattro volte al mese e cioè una Messa di lunedì in suffragio dei morti, una di venerdì in onore della Passione di Gesù Cristo, una di sabato in onore della Concezione di M. V. e la quarta in un giorno a volontà del Cappellano, ma in onore di S. Francesco. Susseguentemente quest'onere, per decreto del Vescovo di Nocera Mons. Chiappe, fu ridotto a due sole Messe mensili. Lo stipendio, pel Sacerdote celebrante, era originariamente di cinque scudi e mezzo. Su detto altare si faceva inoltre festa nel giorno della Concezione, cioè l'8 Decembre. Sull'Altare del Rosario, a destra del l'ingresso, esiste sin dall'antico, un quadro in tela raffigurante la Madonna del Rosario con i suoi Misteri. Fu eretto dalla Monaca Girolama Balducci e dalla stessa dotato con una somma di circa ottantasette scudi costituiti in censi, con l'onere pel Celebrante, di una Messa domenicale e con lo stipendio originariamente di otto scudi all'anno, ridotti poi a sei nel principio del Settecento.
La Chiesa di S. Margherita si mantiene anche oggi internamente assai ben conservata nelle sue linee e nei suoi ornamenti puramente Seicenteschi. Così le pareti come la volta, a navata unica, erano un tempo dipinte. A destra dell'entrata, una porta immette nella Sagrestia. Sulle pareti si aprono quattro grandi e ricche grate in legno scolpito e dorato, attraverso le quali le Monache assistevano ai divini Offici.
Ha sul pavimento una sepoltura destinata alle Religiose che decedevano nel Chiostro annesso. L'attuale torretta campanaria, fu eretta sulla Chiesa l'anno 1824 ed ignoriamo se fosse preesistito un più antico campanile.
Nell'interno del Convento le Monache possedevano inoltre un Oratorio per loro uso privato, che .probabilmente è quello stesso ricordato a proposito della Chiesa di S. Paterniano, della quale qui appresso trattiamo.
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VII. - Chiesa di S. Paterniano in Gualdo Tadino.
Ho potuto conoscere l'esistenza di questa Chiesa, solo per averne trovato menzione in un Rogito del nostro Archivio Notarile, dal quale risulta che il 20 Giugno 1492, Padre Francesco de Carnovalibus da Fossombrone, quale Vicario Generale del Vescovo di Nocera, dava licenza alle Monache di S. Margherita in Gualdo, di costruire una camera, ad uso di Oratorio per le stesse Monache, sopra la Chiesa di S. Paterniano, la quale sorgeva fuori delle mura urbane di Gualdo, nel Borgo di Porta S. Donato, oggi chiamato Borgo Valle, e adiacente al suddetto Monastero di S. Margherita. (1)
Nessun'altra notizia abbiamo a proposito di questa Chiesa, della quale sono parimenti ignote le origini e la fine, la quale ultima però dovette avvenire non più tardi della metà del Cinquecento, poiché la Chiesa da S. Paterniano, negli Atti di Sacre Visite conservati nell'Archivio Vescovile di Nocera e che hanno appunto inizio nella seconda metà di quel secolo, mai appare, non dico visitata, ma neppure ricordata dai Vescovi Nocerini.
VIII. - Chiesa di S. Agostino in Gualdo Tadino.
Del Monastero di S. Agostino in Gualdo, già trattammo nel Capitolo riferentesi ai Monaci di quest'Ordine nella nostra città e vedemmo come, sin dal 1288, esistesse il Chiostro suddetto. Possiamo quindi affermare quasi con certezza che, contemporaneamente a questo e tra le sue mura, ebbe origine anche l'omonima Chiesa. Ad ogni modo la Chiesa di S. Agostino sicuramente era già eretta nel 1297, poiché il Torelli nei suoi Secoli Agostiniani, accennando ad un tale Tempio, ricorda una tavola per lo stesso dipinta e propriamente per l'Altare di S. Caterina, da uno sconosciuto artista, dietro commissione di Frate Ambrogio da Gubbio, allora Priore del Convento. Il Pittore avrebbe apposto infatti al quadro la seguente inscrizione: « Hoc opus facilini fuit sub A. D. MCCXCVII tempore prioris F. Ambrosij de Eugubio » più la figura del committente Frate Ambrogio, genuflesso davanti alla Santa Martire. Di tale tavola però non si ha oggi la minima traccia, essendo andata smarrita o perduta. (2)
Sappiamo che, sin dall'antico, in questa Chiesa sorsero, fra gli altri, anche un Altare detto del Crocefisso ed il già ricordato Altare di S. Caterina, su cui, ai nostri tempi, esisteva un quadro in tela raffigurante il Crocifisso tra la Santa Titolare e S. Andrea. Questi due altari appartenevano alle omonime Confraternite Gualdesi, che appunto in essi avevano stabilito le proprie sedi. Anzi, tra i Monaci
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1492 al 1498. Fasc. II, c. 28.
(2) L. TORELLI: Secoli Agostiniani, Bologna 1675. Tomo IV, pag. 772. |
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di S. Agostino e le Confraternite suddette, esistevano delle regolari convenzioni per la spartizione delle oblazioni che i fedeli facevano agli altari in discorso. Le due Confraternite possedevano poi, attiguo alla Chiesa e nella cerchia del Monastero, anche un loro privato Oratorio. Nei primi del Seicento, troviamo nella Chiesa di S. Agostino un terzo Altare Confraternitale e cioè quello di S. Monica, qualche volta detto altresì della Beata Vergine, appartenente alla Confraternita femminile delle Cinturate. Era ornato da un quadro su tela rappresentante la Madonna della Cintura con il Bambino, tra S. Agostino e S. Monica e al disotto una folla di fedeli. Su questi tre Altari Confraternitali, si eseguivano svariate Sacre Funzioni, che indicheremo quando si tratterà delle relative Confraternite. Altro Altare era quello di S. Raffaele, avente una bella tela con la figura di questo Arcangelo conducente per mano il piccolo Tobia e all'intorno S. Sebastiano, S. Rocco, S. Giuseppe, S. Nicolo da Tolentino e per sfondo un suggestivo paesaggio. Notevolissimo era poi l'Altare Maggiore, consistente in una grandiosa scultura in legno dorato, avente su di un fianco l'iscrizione che segue: « Hoc Opus Piae Devotionis Ergo Faciendum Curavit R. P. F. loannes Bonfilius Gualdensis Augustinianus A. Iubilei MDCXXX ».
Infine noteremo che, tra gli ultimi dell'Ottocento e il principio del Novecento, ben undici altari eranvi nella Chiesa, disposti ed intitolati nel modo seguente:
Altare Maggiore o di S. Agostino |
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Cappella Ranieri con Altare dedicato a S. Maria di Czestochowa in Polonia |
Cappella Confraternitale con Altare dedicato a S. Caterina |
Altare del S. Cuore di Maria |
A. della Madonna Addolorata |
Altare anonimo |
Altare dello Spirito Santo |
A. Confraternitale del Crocefisso
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A. di S. Domenico e S.Tommaso |
Altare Confraternitale di S. Maria delle Cinturate |
Altare di S. Raffaele |
Questa Chiesa, andata in rovina pel terremoto del 1612 e poi ricostruita, venne successivamente assai danneggiata dall'altro violentissimo terremoto del 1751 ed in quest'ultimo disastro, crollò anche il vertice dell'alto Campanile, che non fu più integralmente ricostruito, rimanendo, come è tuttora, tronco a metà. Fu di nuovo restaurata, ma dopo tante manomissioni, la Chiesa, ridotta a tre navate sostenute da sei colonne, perdette completamente le sue primitive e belle linee architettoniche Gotiche, ancora visibili solo in una parte della volta dell'abside. Demaniata, con l'annesso Convento nel 1860, per effetto del Decreto Pepoli, passò al nuovo Governo Italiano, il quale poi nel 1864 con il Convento stesso, la cedette alla Congregazione di Carità di Gualdo, seguitando durante questi passaggi di proprietà, a funzionare regolarmente, e ciò sino al 1922 nel quale anno però, dalla Congregazione suddetta, vi fu
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soppresso il culto divino per potere adibire quell'edificio ad usi profani. In tale occasione, i suoi numerosi sacri arredi, vennero distribuiti qua e là, in altre Chiese del Comune di Gualdo, come pure gli altari, i quali passarono in gran parte, compreso il monumentale Altare Maggiore, nella prossima Chiesa di S. Donato.
IX. - Chiesa di S. Niccolo in Gualdo Tadino.
Non si conosce né da chi né in quale anno venne fondata, ma certo già esisteva nei primi del Trecento, poiché in un antichissimo Codice Liturgico che si conserva nell'Archivio Capitolare della Cattedrale di Gualdo Tadino, tra le orazioni proprie ai Santi le di cui Chiese esistevano in Gualdo nel 1325, trovasi anche un Oratio Sancti Nicolay . Del resto, la stessa architettura della facciata della Chiesa, basterebbe per riferirla a quest'epoca. In pubblici documenti io la trovo però ricordata, per la prima volta, come esistente presso la Porta Civica di S. Donato, in un Istrumento notarile avente la data 30 Gennaio 1468. (1)
Dagli Atti delle Visite Diocesane del 1571 e 1573, sappiamo che la Chiesa costituiva allora un semplice Beneficio Ecclesiastico, avente di rendita in media otto Mine di frumento ogni anno. Dalla Visita del 1605 apprendiamo poi che era sotto il giuspatronato della famiglia Ranieri di Gualdo, la quale vi faceva celebrare Messa nella festa di S. Niccolo.
Nel 1614 sorse, contiguo alla Chiesa e sotto lo stesso titolo, un Monastero di Monaci della Congregazione Silvestrina e così la Chiesa di S. Niccolo divenne la Chiesa Claustrale di tale Monastero.
Oltre l'Altare Maggiore, intitolato a S. Niccolo, ebbe allora anche quattro altari laterali, di tre dei quali conosciamo l'intitolazione e cioè a S. Antonio Abbate, a S. Ugo e a S. Silvestro.
Il sacerdote Gualdese Antonio Coppari, con Atto del 1 Decembre 1617, costituì un censo di trecento Scudi, destinati alla erezione e mantenimento di una Cappellania in uno di questi altari e propriamente in quello di S. Antonio Abbate, appunto spettante ai Coppari, al quale Santo sarebbe stata intitolata, anche la Cappellania. Il relativo Cappellano, doveva essere nominato dall'Abbate del Monastero di S. Niccolo, con preferenza pei sacerdoti membri della famiglia Coppari ed avrebbe avuto l'onere di celebrare in detto altare quattro volte per settimana, di lunedì, mercoledì, venerdì e sabato, più in ogni giorno festivo, ma questi oneri di culto subirono m seguito molteplici cambiamenti. Sull'altare stesso si indiceva altresì un Officio di più Messe nella ricorrenza della festa di S. Antonio Abbate. La Cappellania Coppari, nella prima metà dell'Ottocento, possedeva otto terreni. Nell'Altare di S. Ugo, similmente esisteva una Cappellania, e cioè quella della famiglia Zuccari. La Chiesa di S. Niccolo, seguì poi nelle sue varie
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Gaspare di Raniero 1455-1485. c. 215.
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vicende il Monastero Silvestrino a cui era annessa e del quale già abbiamo parlato. Fu cioè demaniata nel 1860 dal nuovo Governo Italiano insieme al Monastero stesso e l'una e l'altro furono poi dallo Stato ceduti, nel 1864, alla Congregazione di Carità di Gualdo. Questa, nel 1912, trasferì l'Asilo Infantile dall'ex Monastero di S. Agostino, nel Chiostro di S. Niccolo ed in tale occasione l'annessa omonima Chiesa fu definitivamente chiusa al culto, i suoi altari vennero demoliti ed il vasto ambiente fu trasformato in sala di ricreazione per i bambini accolti nell'Asilo.
Nonostante la sua vetustà, nessun'opera d'arte esisteva nella Chiesa. Abbiamo solo memoria che in essa trovavasi un dipinto su tela, del XVII secolo, rappresentante in alto il trasporto della Santa Casa di Loreto ed in basso S. Niccolo di Bari e S. Carlo Borromeo.
X. - Chiesa di S. Maria di Tadino, poi S. Chiara in Gualdo Tadino.
È necessario risalire all'alto Medio Evo, per rintracciare le prime origini di questa Chiesa che, storicamente, è con quella di S. Benedetto, tra le più importanti del nostro Comune. Nel 999, dall'Imperatore Ottone III, venne distrutta Tadino, la città Romana che sorgeva nella pianura a tre chilometri circa da Gualdo. Era sede Vescovile e poco dopo la sua distruzione, nel 1007, il Vescovato venne trasferito nella vicina Nocera. Però il Clero e i Tadinati superstiti, ritornati in seguito nella loro patria desolata, in luogo dell'antica Chiesa Episcopale distrutta, eressero sul suolo dove già sorgeva Tadino, una Chiesa Plebana che dedicarono a Maria Vergine. Vi posero a capo un Arciprete, con tutte le vaste prerogative inerenti in quel tempo ad un simile titolo, e vi istituirono un Fonte Battesimale divenendo così tale Pievania il centro ecclesiastico di tutta la circostante regione. Nelle nostre vetuste cronache medioevali, ad esempio nell'Historia antiquae civitatis Tadini e nel così detto Lezionario della Chiesa di S. Facondino, come pure in una Cronaca Umbra del Convento di S. Francesco di Assisi, tutte scritte nel XIV secolo, si accenna frequentemente alla Pieve di S. Maria di Tadino e qui non sarà inutile riportare le rozzi frasi con cui gli ignoti cronisti di quei tempi remoti, davano notizia della sua erezione. Nella prima Cronaca leggesi infatti che, distrutta la città di Tadino « processu vero temporis boni viri fideles, inspirati a Deo, ex ruinis Tadinati et ecclesiarum eius, ex lapidibus in ipso Tadinato everso parvam ecclesiam in honorem gloriasae semper virginis Mariae struxerunt, ut reliqui populi circummorantes ab archi presbitero plebano et eius clericis sacrum baptisma et alia sacramenta sanctae ecclesiae reciperent et instruerentur ab eis in lege Domini». Più avanti, nella stessa Cronaca, si ripete ancora che, per lungo tempo, ogni culto, ogni manifestazione religiosa, era cessata nella regione della derelitta Tadino, ma che poi in seguito
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« a fidelibus ex rainis ecclesiarum et Tadinati aedificata ibi fuit plebs ecclesiae in honorem gloriosae virginis Mariae et idem archipresbiter plebanus cum clericis constitutus, qui clericos regeret et sacramenta populis ministrar et», e finalmente, ricordata ancora una volta la desolazione di Tadino, si aggiunge che « postea paucis redeuntibus civibus in paupercalis tabernaculis habitaverunt et ibi fideles christiani et clerici de ecclesiis destructis et ruinis civitatis eversae plebem ecclesiam in honorem gloriosae virginis Mariae construxerunt ubi et archipresbiter plebanus cum clericis constitutus est, qui reliquiis populorum ibidem residentibus et per ipsam regionem in circuitu verbum Dei praedicarent et docerent eos secundum mandata Dei et sacramenta ecclesiae eis adiministrarent.... ». Dalla seconda delle suddette cronache, similmente si apprende che «ex ruinis canoniche et ecclesiarum et desolati Tadinati lapidibus in ipsa Tadinato fideles Cristi Ecclesiam plebem construerent in honorem gloriose virginis .Marie mùtris Dey, ut reliquie papali ibidem morantes ab archipresbiteris plebanis instruerentur in lege domini et sacrum batisma et alia sacramenta ecclesie ab eis reciperent... ». Dice infine la terza cronaca che «ibi fideles christiani et prelati et clerici plebem ecclesiam in nomine et honore gloriose virginis Marie et Beati lohannis Batiste et Evangeliste construxerunt de lapidibus destructe antique ecclesie et ruinis civitatis Tadinati.... ». E in altra parte di questo codice «In eadem vero ecclesia plebe Tadinati constitutus fuit archipresbiter plebanus cum clericis, ut reliquiis populorum, qui ex Tadinensibus nati fuerant, sacramenta sancte ecclesie ministraret et in fide Christi eos instrueret ».(1)
Il primo documento in cui questa Chiesa trovasi nominata è una Bolla di Innocenzo II, data dal Laterano nel Maggio del 1139. In detta Bolla si conferma al Monastero di S. Croce di Fonte Avellana il possesso di tutti i suoi beni ed ogni diritto sì spirituale che temporale, tra cui «jus quod habetis in plebe sancte Marie de Gualdo».
Appare poi una seconda volta, in un Atto del 3 Maggio 1295, dal quale risulta, che Benvenuto, Pievano Plebis Taini e il Monastero di S. Maria d'Appennino un dì esistente proprio nel luogo dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico, erano in lite davanti la Curia del Ducato di Spoleto, per motivi che non risultano, contro il Capitolo della Cattedrale di Nocera e contro Giovanni Pievano Plebis S. Facundini. (2)
Divenuto il terzo Gualdo, cioè quello attuale, il più importante centro della regione, sia per l'affluenza degli abitanti che per l'estendersi delle abitazioni, era naturale che in esso si accentrasse ogni ecclesiastica mansione, specie quella del battesimo, e fu così che, in epoca imprecisata, la Chiesa Plebana di S. Maria di Tadino
(1) Biblioteca Vaticana: Fondo Ottoboniano. Codice 2666. Pagg. 47, 48. 57, 73, 74 - Biblioteca Vaticana: Fondo Vaticano. Codice 7853. c. 32t - Biblioteca Comunale di Assisi : Fondo Francescano. Codice 341. c. 92 della paginazione antica, corrispondente a c. 94 di quella moderna.
(2) MlTTARELLI: Annali Camaldolesi. Tomo III. Venezia 1758. Pag. 269 e Appendice dello stesso Tomo, pag. 383 - Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo in Fabriano : Pergamena N°, 293.
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fu trasferita nella nuova città e sorse infatti, adiacente alla Porta Civica di S. Martino, mantenendo l'antico titolo di S. Maria di Tadino, sebbene qualche rara volta, specialmente nel Quattrocento, si trovi anche denominata come La Pieve di Gualdo. Del resto la qualifica di Pievania restò a lungo alla Chiesa. Possediamo infatti un Atto Notarile del 25 Aprile 1463, che si indica come redatto in Gualdo « in quadam spiazetta ante ecclesiam plebis sancte Marie in Porta sancti Martini; e in altro Rogito del 18 Ottobre 1466 si ricorda il « plebanus ecclesie sante Marie de Taino, vulgariter dicta La Pieve ». (1) Quando avvenisse il trasferimento di questa Chiesa entro Gualdo, come sopra abbiamo accennato, noi non sappiamo con precisione, certo è che ciò accadde nel principio del XIII secolo, come pure è certo che la nuova Chiesa ebbe giurisdizione parrocchiale sulla nascente città, almeno sino a che non sorsero e si affermarono in Gualdo i due maggiori templi di S. Donato e S. Benedetto, che furono poi sempre sede delle due parrocchie cittadine, rimanendo però ancora per lungo tempo, come diremo, il Fonte Battesimale in S. Maria di Tadino.
Dopo la Bolla papale su ricordata, il secondo autentico documento che possediamo di questa Chiesa risale al 1291, nel quale anno vediamo il suo Pievano, figurare quale testimonio in una inchiesta ordinata dal Vescovo di Nocera e riguardante l'Ospedale di Gualdo. Sappiamo poi, che il 23 Luglio 1324, nella Chiesa di S. Maria di Tadino, fu solennemente pubblicata la celebre scomunica lanciata dal Papa Giovanni XXII contro l'Imperatore Tedesco Ludovico il Bavaro. (2)
Troviamo inoltre che il 24 Giugno 1333, il Pievano di S. Maria di Tadino pagò il primo semestre della tassa o decima, imposta nel 1332, per un determinato numero di anni, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto dal Papa suddetto. Il Tesoriere e Collettore generale del Ducato, Giovanni Rigaldi, incaricò della riscossione di detta tassa nella diocesi Nocerina Delayno de Mutina, Cancelliere e Notaro del Vescovo di Nocera. Il De Mutina volle ricordare il su riferito trasferimento in Gualdo della Chiesa in esame, cosi annotando nei suoi registri il versamento di quindici Soldi e otto Denari Cortonesi che la stessa fece a titolo di decima: « Ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis ...... solvente pro ecclesia plebe olim Tayni et nunc de Gualdo prò parte domini Bartholini. 15 sol. 8 den. cort. ». (3)
La nuova Chiesa di S. Maria di Tadino, assunse subito importanza notevole, poiché conteneva, come l'antica, il Fonte Battesimale per
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c . 142t. ; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1469. Fasc. IV, e. 10t.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII, N°-133 - Arch. Vaticano: Arch. Arcis. Instrum.
(3) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225. c. 37 e 37t, |
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tutta la città e per la massima parte del territorio circostante. Anzi, una volta all'anno, nel giorno del Sabato Santo, si indiceva nella Chiesa una solenne funzione religiosa per la benedizione e consacrazione di questo Fonte Battesimale, ed il Comune di Gualdo, sin dai primi del Cinquecento, pagava ogni sei mesi alla Chiesa stessa, a titolo di decima, la somma di quattordici Bolognini, diciannove Soldi e sette Denari. In quest'epoca, era al Vescovo di Nocera che spettava di conferire ai sacerdoti il Beneficio della Chiesa in esame. (1)
Nel secolo XVI, adiacente alla Chiesa di S. Maria di Tadino, esisteva un Ospedale detto di S. Giacomo e, fuori la Porta Civica di S. Facondino, trovavasi un Convento di Monache di S. Chiara. L'anno 1575, le Monache Clarisse furono trasferite nell'Ospedale suddetto che divenne così Convento di S. Chiara, e l'Ospedale fu portato nell'edificio lasciato libero dalle Monache. Era quindi naturale che la Chiesa di S. Maria di Tadino, venendo a trovarsi contigua al nuovo Convento di S. Chiara, fosse aggregata, quale Chiesa Claustrale, al Convento stesso. Un tal fatto portò due notevoli cambiamenti nell'esistenza della Chiesa: Questa infatti, da quell'epoca non fu più chiamata Pieve di S. Maria di Tadino, ma assunse invece il nome di S. Chiara e così infatti anche noi la chiameremo da ora innanzi. Inoltre, venendovi a cessare lo stato di Pievania, il Pievano di quel tempo, Don Mario Marcucci, che era nello stesso tempo Abbate Commendatario dell'Abbazia di S. Donato, trasferì il Fonte Battesimale nella Chiesa di S. Donato, dove però rimase soltanto per pochi anni, poiché, sopravvenuto nel 1582 nella Commenda di S. Donato l'Abbate Domizio Ranieri, questi, più non volendo il Fonte Battesimale nella propria Chiesa, lo stesso fu trasportato nell'altro Tempio abbaziale e parrocchiale di S. Benedetto. Quivi poi sempre rimase, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, conservando l'antico titolo di S. Maria di Tadino e venendo conferito ad un apposito Sacerdote, il quale non aveva altri oneri dipendenti dal Beneficio, fuorché l'applicazione del Battesimo a tutti gli abitanti di Gualdo e territorio, meno quelli delle Parrocchie di S. Facondino e S. Pellegrino, che possedevano un Fonte Battesimale proprio.
Scomparsa la Pievania nella Chiesa di S. Chiara, le Monache Clarisse s'incaricarono della sua officiatura e incominciarono infatti col farvi celebrar Messa tutti i giorni, meno uno per settimana, da un Cappellano stipendiato con diciotto Scudi all'anno, più altri quattro Scudi quale confessore delle Religiose rinchiuse nel Monastero. Le stesse Monache, vollero inoltre aumentare nel Tempio il numero degli altari, esistendovi originariamente il solo Altare Maggiore dedicato alla Vergine ed a S. Pietro. Su di esso ammiravasi un'antica icona raffigurante la Madonna con il Bambino in braccio ed ai lati S. Pietro e S. Paolo ed i due Santi Assisani S. Francesco e S. Chiara. Nel 1607 troviamo infatti un secondo altare dedicato a S. Giovanni Battista sulla parete a sinistra
(1) Arch. Comunale di Gualdo : Libri dei Consigli. Anno 1506, c. 54.
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dell'ingresso, il quale fu fatto costruire dalle Monache suddette e questo ci spiega perché, in qualche antico documento, la Chiesa sia stata ricordata anche sotto il titolo di S. Giovanni Battista. Tale altare fu certo eretto per ricordo del Fonte Battesimale che, per vari secoli, aveva funzionato nella Chiesa, tanto è vero che su di esso venne collocato un quadro in tela raffigurante S. Giovanni Battista in atto di battezzare Cristo e che sin da prima esisteva nella Chiesa stessa come simbolo del Fonte Battesimale.
Nel 1647 troviamo un terzo Altare dedicato a S. Teresa e collocato sulla parete destra cioè di fronte a| precedente. Era stato questo eretto da una Monaca del Convento, tal Maria Teresa Bonfigli, che su di esso aveva fatto collocare un quadro in tela, rappresentante la Madonna col Divino Infante in braccio, tra S. Teresa e S. Giacinto Confessore. Perciò negli Atti di Sacra Visita del 1750, tale altare anziché a S. Teresa, figura invece dedicato alla Vergine e S. Giacinto. Nell'altare stesso, l'anno 1685, fu trasferito il Titolo e Beneficio della diruta prossima Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, con l'onere di un Officio di più Messe nella festa di S. Agnese. Però dopo pochi anni, il Titolo e Beneficio suddetti, vennero di nuovo trasportati dalla Chiesa di S. Chiara in quella di S. Donato, dove già li troviamo l'anno 1707.
Questi due altari laterali giammai ebbero oneri per celebrazione di Messe. Però un'altra Monaca del Convento di S. Chiara, tal Maria Maddalena Benadatti, l'anno 1668, lasciò alla Chiesa un legato costituito da alcuni censi fruttanti da cinque a sei Scudi all'anno, affinchè in essa venisse istituita una Cappellania sotto il titolo della Passione, avente l'onere di una Messa ogni venerdì, da celebrarsi nell'Altare Maggiore. In questo, pochi anni dopo, veniva istituita anche un'altra Cappellania, per opera delle Monache Lavinia Mercanti e Maria Anna Salvetti, con il Beneficio di venticinque Scudi all'anno, frutto di un censo costituito a favore della Cappellania, dalle suddette Monache e con l'onere di sei Messe ogni settimana.
Quando, come sopra si è detto, la Chiesa Plebana di S. Maria di Tadino passò a far parte dell'attiguo Convento di S. Chiara, fu stabilito che, scomparendo quest'ultimo, dovesse la Chiesa ritornare al primitivo stato di Pievania. Ora appunto avvenne che nel 1704, il Convento di S. Chiara cessò di esistere, essendo stato fuso con l'altro Chiostro Gualdese di S. Margherita, appartenente allo stesso Ordine, dove si trasferirono altresì le Monache del soppresso Convento. In tale occasione la Chiesa di S. Chiara ritornò infatti allo stato di Pievania, con a capo un Pievano, ma il Fonte Battesimale non vi fu ripristinato e non riacquistò neppure l'antico nome di S. Maria di Tadino, ma seguitò ad essere comunemente indicata con quello improprio di S. Chiara; però al Pievano spettava l'esercizio ed il Beneficio del Fonte Battesimale restato in S. Benedetto.
Inoltre, la Cappellania istituita dalla Monaca Benadatti, essendo questa sepolta nella Chiesa di S. Chiara, restò nella Chiesa stessa. Invece la Cappellania fondata dalle Monache Mercanti e Salvetti,
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seguì le Clarisse nella loro nuova dimora, venne cioè trasferita nella Chiesa di S. Margherita, ma però nel suddetto anno 1704, fu soppressa dal Vescovo di Nocera e le rendite devolute a vantaggio delle Monache residenti nell'annesso Convento di S. Margherita.
Pochi anni dopo, nel 1721, il Vescovo di Nocera, ricordando che l'antico e vero titolo della Chiesa era quello di S. Maria di Tadino ed avendo constatato che mài era stato prescritto un giorno fisso durante l'anno per solennizzare detto titolo, ordinò che tale festa si effettuasse, con la celebrazione di due o tre Messe, nel giorno della Presentazione di Maria Vergine.
Dagli Atti di Sacre Visite, apprendiamo poi che la Chiesa in esame, alla fine del Cinquecento, aveva di rendita venti mine di frumento e venticinque barili di vino circa ogni anno, che ritraeva dalle proprie terre, le quali, nella fine del Settecento, consistevano in un podere nel vocabolo Tadino, più altri sedici terreni in varie località. Questi beni fruttavano allora in tutto circa ventotto Scudi ogni anno. Altri tre Scudi e ottanta Baiocchi, il Comune di Gualdo, a titolo di Decima, sin dall'antico, versava annualmente alla Chiesa.
Questa era munita di un piccolo campanile con due campane e conteneva una sola tomba sul suo pavimento. Tutta coperta da ampia volta, possiede ancora una facciata in pietra finamente squadrata, che è un vero modello di arte medioevale. Ma purtroppo, come a tante altre belle Chiese monumentali d'Italia, anche ad essa non furono risparmiate barbare deturpazioni. Passata in proprietà del Seminario di Nocera fu chiusa al culto e, destinata ad uso di magazzino, si cominciò a cederla in affitto a particolari persone. I due Altari laterali vennero allora trasferiti nella Chiesa parrocchiale di S. Pietro di Rigali e l'Altare Maggiore fu poi smontato e venduto dal Vescovo di Nocera nel 1899. Della Chiesa di S. Chiara si impadronì però il Demanio dello Stato nel 1900 e dal Demanio stesso fu ceduta, nel 1902, alla Congregazione di Carità di Gualdo, che contemporaneamente la rivendette alla famiglia Pennoni, la quale seguitò ad adibirla per uso di magazzino, finché, nel 1914, vi istituì un Calzaturificio Meccanico che trasformò completamente l'interno del Tempio. Strane vicende dei tempi! Dove per molti secoli vagirono tante generazioni di Gualdesi, condotti al Fonte Battesimale e olezzarono sugli altari i fiori variopinti offerti dalle Clarisse, rombarono poi con moto incessante le macchine dell'industria moderna e si diffuse sotto l'ampia volta l'impuro e volgare odore del cuoio. E' la fervida vita dell'ora che volge, la quale passa cosciente della sua irresistibile forza, tutte travolgendo le fatue ma pur care idealità del passato.
XI. - Chiesa dei S. S. Agnese e Filippo in Gualdo Tadino.
Fu originariamente Chiesa Monastica, perché facente parte del Monastero Benedettino di S. Agnese, e fu costruita poco dopo la metà del XIII secolo, cioè contemporaneamente al Chiostro suddetto, insieme al quale sorgeva sulla via che, dalla Porta Civica di S. Martino, conduce a S. Rocco, dopo oltrepassato il ponte sul
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fiume Feo, proprio nel luogo dove la suddetta via per S. Rocco incrocia la strada di circonvallazione. Anzi, quando nel 1920, fu costruita quest'ultima via, tornarono alla luce, con i lavori di sterro, numerosi ruderi di quell'antico edificio. La sua ubicazione è bene indicata in un Atto Notarile del 17 Agosto 1488, dove appunto si nomina la Ecclesia Sancte Agnetis sive Sancti Philippi de Gualdo, extra muros et prope Portam. ( 1 )
La stessa, seguitò a rimanere in tale luogo, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, anche dopo il trasferimento del Monastero di S. Agnese ad altro Chiostro entro la città, trasferimento che avvenne nella prima metà del secolo XIV, come si disse nel Capitolo sulle Monache Benedettine ed i loro Monasteri in Gualdo Tadino.
La Chiesa di S. Agnese, come l'attiguo Monastero, era stata fondata e dotata dal Vescovo di Nocera, Filippo di Rodolfo da Foligno, già monaco del Monastero di S. Croce di Fonte Avellana che, morto in Gualdo tra il 1265 e il 1285, fu sepolto nella Chiesa stessa e venne più tardi beatificato. Per tale motivo, la Chiesa in esame fu poi intitolata ai S.S. Agnese e Filippo Apostolo, ma spesse volte, negli antichi documenti, trovasi anche indicata, o con il solo nome di S. Agnese o soltanto con quello di S. Filippo. Anche un altro Beato Vescovo di Nocera, Giovanni di Monaldo, essendo morto in Gualdo il 31 Gennaio 1327, fu sepolto nella stessa Chiesa come il suo predecessore. In questa si celebrarono sempre due Offici di più Messe ogni anno, uno nella festa di S. Agnese, l'altro in quella di S. Filippo Apostolo, e sull'altare eravi un'antica icona in legno, raffigurante nel mezzo la Vergine con il Bambino in braccio, avente ai suoi piedi S. Filippo Apostolo, S. Lucia e S. Agnese. Molti altri dipinti ornavano inoltre le pareti della Chiesa. Su quella dietro l'altare era effigiata una Madonna con il Divino Infante tra il Beato Marzio da Gualdo e il Beato Filippo Vescovo di Nocera. Sulla parete di sinistra, eravi invece l'altro Beato Vescovo Nocerino Giovanni.
Nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, era aggregata al Monastero Silvestrino di S. Niccolo in Gualdo. Trovavasi però in quel tempo, già ridotta in pessime condizioni, tanto che il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, l'8 Novembre 1573, vietò di celebrarvi i Divini Offici ed intanto ordinò il sequestro delle rendite del Beneficio (dodici mine di frumento in media ogni anno) da devolversi per l'esecuzione delle necessarie riparazioni. Nel 1617, il Vescovo di Nocera, prescrisse nuovamente di restaurare la Chiesa, dovendosi, in caso diverso, trasferire in altro sacro luogo il relativo Titolo e Beneficio. La minaccia riuscì proficua ed infatti nel 1628 ritroviamo la Chiesa già restaurata. Però in seguito, forse per l'azione dei terremoti che furono assai frequenti in quel secolo nella
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1487 al 1489, c. 2011.
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nostra regione, l'edificio cominciò nuovamente a deperire, tanto che, essendone prossimo il crollo e non bastando le rendite del Beneficio alla sua ricostruzione, fu nella seconda metà di quel secolo, completamente demolito.
Il Titolo e Beneficio dei S.S. Agnese e Filippo, nel 1685 venne trasferito nella vicina Chiesa di S. Chiara o S. Maria di Tadino che dir si voglia, sull'Altare di S. Teresa, con l'onere di un Officio nella festa di S. Agnese, per il quale Officio fornivano gratuitamente i ceri il Comune di Gualdo e le Monache di S. Chiara. Però nel 1707, troviamo che il Beneficio e gli oneri del Titolo dei S.S. Agnese e Filippo avevano subito una nuova peregrinazione, trasferendosi nella Chiesa Abbaziale di S. Donato, sull'Altare di S. Biagio. (1)
Anche le venerate spoglie dei due Beati Vescovi Nocerini, non riposarono in pace nelle loro antiche tombe: Alcune ossa del Beato Filippo, in epoca imprecisata, erano state infatti già trasportate dalla Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, in quella Parrocchiale di Crocicchio, andata poi in rovina, tra le cui macerie, essendo state rinvenute in una teca alla fine del secondo decennio del secolo XVII, vennero inviate nella Cattedrale di Nocera. Poco dopo l'anno 1623, nella Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, erano state riaperte anche le tombe dei due Beati Vescovi ed esumate le loro ossa, che in parte si trasportarono in Nocera nella Cattedrale suddetta, e le restanti, insieme riunite, rimasero esposte al culto nella Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, in una cassa di legno che portava sopra scritto : Hic requiescunt capita et ossa B.B. Philippi et lohannis Episcoporum Nucerinorum. Demolita la Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, queste reliquie passarono poi, con l'annesso Titolo, nel Tempio di S. Chiara in Gualdo e finalmente in quello di S. Donato, dove ancora si trovano sotto l'Altare Maggiore. (2)
XII. - Chiesa di S. Sebastiano in Gualdo Tadino.
Il Vescovo di Nocera Ludovico Clodio, con Atto del 17 Marzo 1511, concesse la necessaria licenza per la costruzione della Chiesa, che, nella seconda metà di quel secolo, troviamo sempre intitolata a S. Sebastiano, S. Bernardo e S. Michele Arcangelo. Questi tre titoli, corrispondevano a tre omonime Confraternite Gualdesi, le quali si erano insieme fuse, insediandosi nella Chiesa in discorso che divenne un loro possesso. Anche un'altra Confraternita detta del Nome di Gesù, alquanto più tardi, ma sempre prima della fine del Cinquecento, prese sede nel Tempio.
(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite in Gualdo Tadino. Visite alla Chiesa di S. Chiara o S. Maria di Tadino negli anni 1685, 1691, 1704, ed alla Chiesa di S. Donato nel 1704.
(2) L. JACOBILLI : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 29, 87, 83, 91 - Arch. Vescovile di Nocera : Atti di Sacre Visite in. Gualdo Tadino. Visita alla Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo. Anno 1625 - G. cappelletti : Le Chiese d'Italia. Venezia 1846. Vol. V, pag. 18 e seg. - G. MORONI : Dizionario di Erudizione etc. Vol. XLVIII. Pag. 63 - L. Jacobilli : Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo I, pag. 113 e 177.
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Questo divenne così un Vero e proprio ostello di Confraternite e vi sorsero due altari, uno Maggiore o di S. Sebastiano, ed uno laterale, a sinistra della porta d'ingresso, detto di S. Bernardo. Quest'ultimo però fu ceduto alla Confraternita del Nome di Gesù, quando la stessa si insediò nella Chiesa; ed in seguito lo vediamo infatti a varie riprese anche intitolato al Nome di Gesù, a S. Antonio Abbate ed alla Circoncisione di Gesù Cristo.
Sull'Altare Maggiore o di S. Sebastiano, sin dagli antichi tempi, esisteva la statua in legno del Titolare, la quale trovasi oggi conservata nella Chiesa di S. Benedetto. Su quello laterale, in corrispondenza della parete, una pittura rappresentava la Madonna tra S. Michele Arcangelo ed il Beato Angelo da Gualdo. Nella prima metà del Seicento, su questo secondo altare fu eziandio collocata un'icona con l'effigie del Crocefisso, avente da un lato S. Bernardo e S. Michele Arcangelo e dall'altro S. Sebastiano ed il Beato Angelo. Dalla prima metà del Settecento in poi, troviamo l'altare ornato invece con un quadro in tela raffigurante la Circoncisione di Gesù Cristo, quadro che oggi conservasi nella Sagrestia della Chiesa di S. Benedetto in Gualdo.
Sull'Altare di S. Sebastiano, si celebrava Messa tutti i giorni all'alba, con una vacanza ogni mese, per mezzo di un Cappellano nominato e stipendiato dalle tre Confraternite che avevano sede in detto altare. Il suo stipendio, che nella fine del Cinquecento era di dodici scudi, salì nei secoli seguenti a venti scudi ogni anno. Nella prima metà del Seicento, i preti secolari Gualdesi, si rifiutarono di prestar l'opera loro con tale mercede e l'incarico fu allora affidato ai frati del Convento Gualdese dell'Annunziata. In questo altare si celebrava altresì un Officio di più Messe nel giorno di S. Sebastiano ed ogni Messa era pagata dieci bajocchi; nel giorno seguente si celebrava un secondo Officio per i Confratelli defunti a cinque bajocchi per Messa. Un altro Officio vi si indiceva il primo Gennaio, seguito da un nuovo Officio pei Confratelli defunti il giorno dopo. Finalmente vi si celebravano venti Messe all'anno, per legato del sacerdote Gualdese Giovan Battista Balducci, come da testamento rogato per mano del Notaio Francesco Antonio Fancelli il 20 Giugno 1711. Invece, nell'altare laterale appartenente come si è detto alla Confraternita del Nome di Gesù, questa faceva dire una Messa, seguita da processione, la seconda domenica di ogni mese per legato di un membro della famiglia Moroni, ed in occasione della festa di S. Bernardo, vi indiceva un Officio di più Messe, ogni Messa venendo pagata in ragione di un giullo, mentre nel giorno seguente vi effettuava un altro Officio per l'anima dei Confratelli defunti con la paga di cinque bajocchi per Messa. Inoltre solenni Offici la Confraternita del Nome di Gesù vi eseguiva il prima e secondo giorno dell'anno e vi faceva poi celebrare nella festa di S. Pietro, in quella di S. Antonio Abbate ed in quella della Circoncisione. Un certo numero di Messe annue, usavano infine di farvi celebrare le tre Confraternite unite di S. Sebastiano, S. Bernardo e S. Michele Arcangelo.
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Sopra la Chiesa e con questa comunicanti, esistevano alcune Stanze nelle quali le Confraternite suddette e quella del Gesù, con servavano i propri arredi e tenevano le abituali adunanze. Questi ambienti erano stati donati alla Chiesa stessa da tal Terenzio Bini, con Rogito del notaio Bonifacio Scampa nel XVII secolo. La volta e le pareti della Chiesa, erano un tempo coperte da pitture, la sagrestia mancava e vi esistevano due campane.
Durante l'Ottocento, le tre suddette Confraternite, essendosi fuse con quella del Sacramento, a quest'ultima passò anche la Chiesa di S. Sebastiano, che nel 1895 fu chiusa al culto e venduta alla famiglia Vetturini. Con il ricavato della vendita, i Confratelli del Sacramento contribuirono all'ornamento della artistica Cappella che oggi posseggono nella Chiesa di S. Benedetto. In seguito, la famiglia Vetturini, ridusse la Chiesa a bottega e su di essa fece costruire una più vasta abitazione. Consiste quest'ultima nel terzo fabbricato che s'incontra sul fianco sinistro, da chi, partendo dalla Piazza Vittorio Emanuele, imbocca la via che conduce a Porta S. Facondino. L'ambiente a pianterreno di questo fabbricato, altro non è che l'antica Chiesa di S. Sebastiano.
XIII. - Chiesa di S. Maria del Purgo oggi volgarmente detta « La Madonnuccia » in Gualdo Tadino.
Nella prima metà del XVII secolo, nel luogo dove attualmente sorge la Chiesa in esame, addossata alla casa di tal Ludovico detto Il Tordo, esisteva, circondata da una palizzata in legno, una Maestà che recava dipinta un'antica Madonna ritenuta miracolosa e che era chiamata la « Maestà di Maria Vergine del Purgo ». Quest'ultimo attributo, corruzione della parola spurgo, ebbe origine pel fatto che lì presso esisteva una cloaca proveniente da un lanificio. Secondo la tradizione, nei piccolo piazzale antistante alla Maestà, usavano spesso i cittadini di intrattenersi nel popolare giuoco delle bocce, ed un giocatore sfortunato, colto dall'ira, lanciò un giorno la boccia sul volto della Madonna. In segno di espiazione per l'offesa arrecata alla Sacra Immagine miracolosa, gli abitanti circonvicini pensarono di proteggerla da nuove future profanazioni ed infatti circa l'anno 1647, tal Valeriane figlio ed erede di Alessandro Sebastiani, per adempimento di un legato paterno, diede quindici fiorini per erigere al posto della palizzata suddetta, una piccola Chiesa in muratura, che fu infatti poco dopo costruita mantenendo il nome di S. Maria del Purgo.
Nei primi tempi, non vi si celebrava Messa e la relativa concessione si ebbe dal Vescovo di Nocera, ad istanza dei fedeli, l'anno 1663; anzi, in quel tempo, per supplire alle spese di culto, certo Vincenzo Scipioni e tale Angela di Sebastiano Spigarelli, lasciarono ciascuno un legato di venticinque fiorini investiti in due censi, ed il Sacerdote Francesco Rinalducci, con Atto rogato dal Notaio Isidoro Mancia, assunse l'obbligo della manutenzione della Chiesa, con
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l'onere altresì di provvederla di tutto il necessario e di celebrarvi o farvi celebrare una Messa all'anno. Vi si indiceva inoltre festa, con la lettura di numerose Messe, nel giorno dedicato a S. Maria ad Nives, il 5 di Agosto. Per tale motivo la Chiesuola fu talvolta anche chiamata di S. Maria ad Nives, invero microscopica consorella del grande omonimo Tempio Romano.
Sin dalla sua origine venne aggregata alla Chiesa Abbaziale di S. Benedetto in Gualdo, il di cui Rettore aveva così anche cura che vi fossero soddisfatti i suddetti oneri di Messe. Tale Chiesa è piccolissima, con un unico altare che ha ancora sul muro dipinta l'antica immagine della Vergine con il Bambino in braccio, opera Cinquecentesca, però in seguito malamente restaurata. Vi esisteva un tempo anche una vetusta Madonna dipinta su tavola da ignoto artista Bizantino, la quale aveva fama di accrescere il latte alle nutrici a cui questo faceva difetto e che spesso a lei accorrevano per tale grazia. Fu perciò in passato assai frequentata dai fedeli e tenuta in molta considerazione, tanto che anche le sue rendite aumentarono, sino a possedere tre terreni nella seconda metà del Settecento. Recentemente subì importanti restauri a spese della famiglia Tomassini. Vi si celebra oggi la Messa a richiesta dei fedeli. Con Decreto Vescovile del 27 Aprile 1882, la Chiesuola fu scelta a sede di una associazione di mutuo soccorso e di culto, detta la Società Mariana.
XIV. - Chiesa di S. Angelo di Flea in Gualdo Tadino.
Era dedicata a S. Michele Arcangelo, ossia al primo e principale degli Angeli, che negli antichi tempi, per antonomasia, veniva infatti comunemente e in modo più semplice, chiamato S. Angelo. Esisteva nel Medio Evo, presso la vetusta Rocca Flea, sul culmine del colle dove più tardi sorse l'attuale città di Gualdo Tadino. Da tale ubicazione ebbe anzi origine l'appellativo di Flea che accompagnava il nome della Chiesa, ed inoltre, per la presenza di questa, anche il colle suddetto fu, nell'alto Medio Evo, chiamato Colle S. Angelo. Sin da quell'epoca remota, era grande e diffuso nella nostra regione il culto per l'Arcangelo S. Michele, che poi divenne il Patrono della Città. Gli antichi sigilli del Comune di Gualdo rappresentavano infatti S. Michele Arcangelo, che con una mano regge la spada e con l'altra si appoggia su di uno scudo recante le tre Bande che sono anche oggi i segni araldici dello Stemma cittadino. Sino al Cinquecento, nel giuramento d'essere fedeli, che il Podestà e gli altri Magistrati Gualdesi facevano assumendo il proprio officio, era nominato, quale protettore e difensore del Comune, S. Michele Arcangelo, insieme ai comprotettori S. Benedetto, S. Donato, S. Facondino e S. Pellegrino.
Di questa Chiesa, che vide i natali della nostra città, poco o nulla sappiamo; solo si trova ricordata in due Bolle Pontificie, una di Papa Alessandro III data a Benevento il 4 Agosto 1169 e l'altra di Clemente III data dal Laterano il 6 Maggio 1188. In queste Bolle, i due Pontefici, confermavano all'antica Abbazia di S. Benedetto,
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che allora sorgeva come si disse nel piano sotto Gualdo, tutte le terre che possedeva e le chiese che ne dipendevano, e tra quest'ultime si trova appunto nominata una Ecclesia sancti Angeli de Flea. Di questa, null'altro sappiamo e ci è persino sconosciuta l'epoca della sua scomparsa. (1)
XV. - Chiesa di S. Maria di Loreto in Gualdo Tadino.
Esisteva un tempo entro le mura di Gualdo, presso la Porta Civica di S. Benedetto, dalla quale era divisa solo mediante la strada pubblica. Ciò si deduce da un antico documento, dove infatti è scritto, che la Chiesa di S. Maria di Loreto trovavasi « in terra Gualdi, prope Portam S. Benedicti, mediante viam publicam ». Non sappiamo però in quale degli edifici che ancora oggi fronteggiano la Porta di S. Benedetto, nel suo lato interno, avesse sede la Chiesa.
Non conosciamo l'epoca della sua erezione e se ne ha conoscenza la prima volta solo in un Istrumento Notarile che si dice rogato il 23 Maggio 1474, in Gualdo, nel quartiere di Porta S. Benedetto « in ecclesia S. Marie de Laureto». La ritrovo poi nominata in un testamento del 5 Maggio 1508, con il quale, tal Buzzio di Mariano di Pellegrino Sordelli da Gualdo, lasciava alla Chiesa in esame, due fiorini «pro acconcimine tecti». (2)
Dopo un lungo periodo di tempo, come tutte le altre Chiese Gualdesi, anche questa di S. Maria di Loreto riappare negli Atti della Visita Apostolica di Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, compiuta in Gualdo l'anno 1573. Appunto da questi Atti, apprendiamo che la Chiesa era allora assai piccola ma molto frequentata e venerata, specie dalla popolazione femminile, perché conteneva una statua in cera della Madonna che era ritenuta miracolosa, celebrandovisi perciò spessissimo ex voto, i divini Offici. Il Vescovo Camagliani, durante la visita suddetta, considerando che la piccolezza della Chiesa e del suo altare non corrispondevano alla grande affluenza dei devoti ed alla notevole frequenza delle funzioni religiose, prescrisse che le pie persone alle quali stava a cuore la Chiesa stessa e che erano solite fornirla del necessario e farla officiare a proprie spese, dovessero addivenire anche all'ampliamento, non solo dell'unico altare dedicato a S. Maria di Loreto, ma altresì di tutto l'edificio. Intanto proibì a qualsiasi sacerdote di celebrarvi, fatta eccezione per una sola Messa ogni settimana, in giorno non festivo, e, dopo trascorso un anno, se edificio ed altare non avessero subito il prescritto ingrandimento, la Chiesa si sarebbe dovuta chiudere del tutto al culto, pena la sospensione a divinis per i sacerdoti che a ciò
(1) MlTTARELLI : Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168 - P. KEHR : Nachtràge zu den Komischen Berichten, in Nachrichten voti der Konigl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Gottingen (Phil. hist. Klasse). Anno 1903, pag. 570 a 572.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Andrea di Angelo Benadatti dal 1469 al 1477, c. 111; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527, c. 237t |
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contravvenissero. Dalle susseguenti Sacre Visite, risulta che fu effettuato l'ampliamento richiesto, né poteva essere di versamente, dato il culto che si professava verso la miracolosa im magine, alla quale affluivano numerose offerte. Abbiamo infatti notizia che, appunto in quel tempo, tal Nicolosa, moglie di Marchetto Marchetti, lasciò in eredità al sacro luogo dieci fiorini, altri dieci fiorini, tal Grazia di Angelo Molinari, e cinquanta fiorini un Giovanni Francesco Binotti. Altro legato fece anche tal Fulgenzia Binotti, con l'onere di sei Messe ogni anno. La Chiesuola, fu inoltre presa sotto la sua protezione dall'illustre Vescovo di Foligno, Mons. Porfìrio Feliciani da Gualdo, ben noto tra i letterati Umbri del suo tempo e di cui altrove trattiamo. Costui, con Atto rogato il 25 Novembre 1619 dal Notare della Camera Apostolica in Roma, costituì a favore della nostra Chiesa di S. Maria di Loreto, un censo di quattrocento scudi, delle cui rendite avrebbero dovuto annualmente usufruire la Chiesa stessa, nel modo seguente: Otto scudi si sarebbero spesi ogni anno per il mantenimento e rifornimento dell'Altare e della Chiesa, ossia per ceri, paramenti, sacri arredi etc.; ventiquattro scudi per lo stipendio del cappellano, nominato dalla famiglia Feliciani, il quale avrebbe avuto l'obbligo di celebrarvi cinque Messe ogni settimana, dedicandone due alla Vergine Titolare, una in suffragio dei defunti, una alla SS. Trinità ed una de Cruce.
Dal giorno in cui il Vescovo Feliciani istituì tale Cappellania nella Chiesa di S. Maria di Loreto, si può dire che quest'ultima passasse in sua proprietà e venne poi in seguito trasmessa anche ai di lui eredi e consanguinei, che sempre ne curarono l'officiatura secondo le norme suddette. La troviamo infatti ancora sotto il giuspatronato della famiglia Feliciani, intorno alla metà del Settecento. Ignoriamo quando la Chiesa ebbe fine: Negli Atti di Sacre Visite, compare per l'ultima volta l'anno 1758, ma è certo che seguitò ancora per un più lungo tempo a sussistere.
XVI. - Cappella di S. Giovanni Battista nella Rocca Flea.
Venne istituita in epoca imprecisata nell'interno della Rocca suddetta. Il suo unico altare, sin dalla prima metà del Seicento, era ornato da un pregevole dipinto su tavola rappresentante S. Giovanni battezzante Cristo. Questa tavola nel 1638 più non vi esisteva, essendo stata asportata abusivamente, poco prima, dai Minori Osservanti del vicino Convento dell'Annunziata, i quali però, dovettero in seguito ricollocarla al suo posto.
Nel XVII secolo, il Comune concorreva al mantenimento della Cappella di S. Giovanni Battista con due scudi e cinquanta bajocchi ogni anno. La Camera Apostolica, da parte sua, destinava annualmente diciotto giuli per farvi celebrare un officio di sedici Messe nel giorno in cui ricorreva la festa del Santo Titolare, e quest'ultima somma era presa in consegna dai Commissari Apostolici che, preposti al Governo di Gualdo, risiedevano nella Rocca, i quali dovevano appunto curare che si effettuasse tale celebrazione. In tutto il resto dell'anno la Cappella restava chiusa e
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la chiave era presa in consegna dai Commissari suddetti. Più tardi, il Comune di Gualdo, vi faceva anche celebrare, a sue spese, la Messa in tutte le feste di precetto, dai Minori Osservanti sopra ricordati, e ciò fino al 1866, nel quale anno, non sappiamo per quale causa, l'Amministrazione Comunale cessò di provvedere all'officiatura della Cappella. Fu allora che il custode delle carceri, sin dall'antico istituite nella Rocca Flea, cominciò a farvi celebrare a sue spese qualche funzione religiosa durante l'anno, ad esempio nel mese Mariano e nella notte di Capodanno, nella quale usanza si persevera tutt'ora. Quando se ne presenta l'occasione, la Cappella serve oggi altresì per compiervi le pratiche religiose (confessione, comunione, etc.) richieste dai carcerati. Nel 1880, per ordine Governativo, fu spogliata dei sacri arredi, i quali furono recati a Roma per servire all'arredamento di altra Cappella esistente nelle Carceri di Regina Coeli. In tale evenienza, si potè sottrarre alla spogliazione la tavola dipinta suddetta, che fu poi collocata nella Pinacoteca Comunale Gualdese, dove ancora si trova.
XVII. - Chiesa di S. Andrea nel Quartiere di Porta S. Benedetto in Gualdo Tadino.
Il sacerdote Giovanni Andrea di Giovan Lorenzo Marfolli da Gualdo, con testamento rogato dal Notaro Gualdese Vittorio Vittori, il giorno 11 Aprile 1628, lasciò erede universale la Confraternita del Crocefisso e S. Caterina, che aveva sede nella Chiesa di S. Agostino, con l'obbligo però di costruire una Chiesa dedicata a S. Andrea Apostolo, nella quale avrebbe dovuto trasportare la sua sede la Confraternita suddetta. Oggi la famiglia Marfolli è estinta, ma esiste ancora nel territorio Gualdese una località chiamata Marfollo, dove probabilmente visse un tempo la famiglia suddetta.
Fu così che ebbe origine la Chiesa di S. Andrea, la quale, coperta di volta e fornita di campana, ma mancante di Sagrestia, venne costruita contigua ad una abitazione facente parte dei beni stabili, come si è detto, lasciati in eredità dal Marfolli. Sull'unico Altare, dedicato a S. Andrea, fu allora collocato un grande quadro in tela, raffigurante il Crocifisso, con S. Andrea Apostolo e S. Caterina, circondati da Angeli.
La Confraternita, per effetto del legato Marfolli, vi doveva far celebrare cinque Messe per settimana, ed il Cappellano, eletto dai Confratelli, percepiva un compenso di ventidue scudi all'anno, che poi, nella seconda metà del Settecento, si ridusse a sedici scudi. Vi doveva anche indire un Officio annuo di quattro Messe nel giorno di S. Andrea, in suffragio dell'anima del Marfolli.
Tanto la Chiesa quanto l'attigua abitazione, rimasero sempre in proprietà dei Confratelli, sino a che, il 27 Decembre 1906, con R°. Decreto essendo stata concentrata la Confraternita del Crocefisso e S. Caterina nella Congregazione di Carità di Gualdo, la Chiesa in
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esame e l'attigua casa, passarono in proprietà della Congregazione stessa. L'una e l'altra, nel 1922, furono vendute da quest'ultima per esser ridotte ad abitazione privata, cessando in tal modo la Chiesa di esistere. L'Altare Maggiore, con il relativo su descritto quadro, bel lavoro del XVII secolo, fu trasportato nella vicina Chiesa di S. Donato, dove ancora si trova.
XVIII. - Chiesa di S. Maria dei Ceccarelli in Gualdo Tadino.
Tale Chiesa è ricordata la prima volta in occasione di una Visita Diocesana, praticatavi dal Vescovo di Nocera il 16 Giugno 1691, col nome di Santa Maria de Ceccarellis . Volgarmente la troviamo chiamata invece in quell'epoca Santa Maria di Ceccarella , e dal principio del Settecento in poi Santa Maria di Cicarella. Questo attributo ci fa pensare che in origine, avesse avuto qualche rapporto con la famiglia Gualdese dei Ceccarelli.
Esisteva entro Gualdo presso la Porta Civica di S. Benedetto, non conosciamo però in quale edificio; solo si sa che era assai piccola ed a volta e che sopra di essa trovavasi un altro ambiente spettante alla Chiesa, al quale si accedeva da una porta separata, la quale aprivasi sulla pubblica via.
Era munita di campana e possedeva un unico Altare, tutto circondato da una cancellata in legno e sul quale era collocata la statua della Vergine in legno dorato. Appartenne sempre alla famiglia Feliciani di Gualdo, che la manteneva di tutto il necessario e vi faceva celebrare nella ricorrenza delle varie feste dedicate a Maria Vergine; anzi, nella vigilia della festa della Natività della Madonna, vi si dicevano cinque Messe, in seguito a legato testamentario di tale Stefano Binotti. Nel 1772 era ancora aperta al culto, tanto è vero che in quest'anno, il Vescovo di Nocera la dichiarò sospesa e interdetta, perché tenuta in cattivo stato; in tale epoca trovasi talvolta indicata anche con il nome di Santa Mariuccia . Nel 1814, già più non era adibita a Chiesa, ma ad usi profani e pare appartenesse a tal Pietro Pennoni.
XIX. - Chiesa di S. Andrea Apostolo nel Quartiere di Porta S. Donato in Gualdo Tadino.
Dovette per certo sorgere quasi contemporaneamente alla città nostra, ma è però ricordata per la prima volta, in modo determinato, solo un secolo più tardi, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333 pagarono la prima quota semestrale della tassa o decima imposta, per la durata di alcuni anni, nel 1332 da Papa Giovanni XXII, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per sopperire ai bisogni della Santa Sede. Detta decima fu versata in mano di Delayno de Mutina, Notare del Vescovo di Nocera e Subcollettore di Giovanni Rigaldi, Tesoriere Pontificio nel Ducato Spoletino, nonché Collettore Generale della tassa suddetta. |
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Il versamento fu anzi annotato dal De Mutina, con le seguenti parole: Item habui a Sier Francisco Macarelli . . . pro ecclesia S. Andree de Gualdo, 15 s. cort .(1)
La trovo poi ricordata in una pergamena dell'anno 1377, contenente un istrumento notarile nel quale si tratta di alcune case, che vengono descritte come poste in Gualdo, nel quartiere di Porta S. Donato e propriamente presso certi stabili del Comune e presso la Chiesa di S. Andrea. Una terza volta compare in un altro Atto Notarile del 19 Agosto 1381, Atto che si indica come rogato in Gualdo « ante ecclesiam S. Andree sitam in Porta S. Donati », ed è finalmente citata una quarta, quinta e sesta volta, in altri tre Atti rispettivamente del 13 Gennaio 1459, 22 Novembre 1468 e 12 Gennaio 1469, sempre come esistente nel quartiere Gualdese di Porta S. Donato. Anzi, in quest'ultimo Atto è indicata una piazzola, allora ed anche oggi esistente davanti la Chiesa «... in quadam platea parva iuxta et ante ecclesiam S. Andree ». (2)
Entrando nel XVI secolo, troviamo che il 28 Settembre 1524, il Rettore della Chiesa di S. Andrea, previo consenso dei Card. Del Monte, Legato di Gualdo, concedeva in enfiteusi, fino a terza generazione, un oliveto che la Chiesa possedeva a Petroia. Poi, sino alla fine di quello stesso secolo, non se ne ha più notizia, sino all'epoca cioè in cui la Chiesa comincia a comparire negli Atti di Sacre Visite praticatevi dal Vescovo di Nocera. Da questi Atti, apprendiamo che la Chiesa di S. Andrea, costituiva allora un Beneficio semplice appartenente al Seminario Nocerino, il di cui conferimento ai vari sacerdoti, spettava al Vescovo di Nocera; che aveva di rendita annua « ultra quinque eminas frumenti ac parum farri »; che vi si celebrava solo nella festa di S. Andrea, la di cui immagine era dipinta sulla parete dell'altare e che vi aveva sede la Confraternita del Nome di Gesù, trasferita in seguito nella Chiesa di S. Sebastiano. (3)
Durante il susseguente XVII secolo, la Chiesa andò sempre più declinando tanto che nel 1691, priva dei sacri arredi, con le mura minaccianti rovina, rassomigliava più a fienile che a luogo destinato al culto. Il Vescovo di Nocera ordinò allora di restaurarla ed a ciò avrebbe dovuto provvedere il Seminario Nocerino che ne godeva le rendite ma, stante l'esiguità di queste, il Vescovo stesso pensò bene di obbligare invece alle spese di restauro gli abitanti delle case vicine alla Chiesa, minacciando, in caso diverso, la chiusura di quest 'ultima ed il trasporto del relativo Titolo e Beneficio nell'altra; Chiesa Gualdese di S. Andrea, che sorgeva nel quartiere di Porta
(1) Arch. Vaticano : Collettorie. Tomo 225, c. 35.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Sec. XIV. Num. 30 - Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 32, 248t, 260; di Antonio Lelli dal 1376 al 1382, c. 41. (3) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c. 175 - Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Anni 1571, 1573, 1597.
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S. Benedetto. Ma né l'ordine, né la minaccia, ebbero alcun effetto e nel 1718 le condizioni dell'edificio erano divenute ancora peggiori; parte del tetto era crollato, l'altare era stato demolito, gli oneri del culto più non adempiuti. Il Vescovo di Nocera, che aveva già esperimentato essere vane le minacce, ricorse invece in quell'anno ad un pratico espediente per addivenire alla restaurazione della Chiesa di S. Andrea. Al disotto di questa esisteva un ampio vano, tutto a volta, appartenente, con la Chiesa, al Seminario di Nocera, vano che si usava dare in affitto per la somma di cinque giuli ogni anno. Il Vescovo propose di cercare qualche persona che, fino alla terza generazione, avesse voluto godere gratuitamente l'uso di quell'ambiente, pagando al Seminario Nocerino solo due o tre quattrini all'anno, in segno di riconoscimento dell'altrui proprietà. In compenso, la persona a cui sarebbe stato consegnato l'ambiente stesso, doveva obbligarsi a compiere a proprie spese tutti i restauri di cui abbisognava la Chiesa ed a mantenerla in buono stato sino alla fine del contratto, sino cioè a terza generazione. Questi patti dovettero essere da qualcuno accettati, poiché in seguito, troviamo la Chiesa completamente restaurata, di nulla mancante e di nuovo riaperta al culto, con la celebrazione di due Messe fisse nel giorno di S. Andrea per conto del Seminario di Nocera; ed in tale stato rimase almeno sino al 1771, essendo questa l'ultima data con la quale troviamo ricordata la Chiesa. Ma in seguito, tornò di nuovo a deperire; nel 1801 era già sottratta al culto e l'ambiente destinato ad altro uso.
Corrisponde oggi a quell'ampio stanzone, che verso Nord, forma angolo fra l'attuale Via del Teatro e la Via dei Duranti. Questo ambiente, fino al 1915, era infatti coperto dal nudo tetto e solo in tale anno vi fu costruito il piano sovrastante; sotto di esso ancora esiste il fondo a volta su nominato, e l'edificio, nell'antica divisione in quartieri della città, faceva appunto parte di quello di Porta S. Donato. Negli Atti della Visita Diocesana del 1718, si legge infatti, che la Chiesa di S. Andrea era situata « in via publica Romana, in quarterio S. Donati, prope fontem ». Anche quest'ultima indicazione è esatta, poiché la fonte esisteva nel piccolo largo stradale, come si è detto, antistante alla Chiesa. A somiglianza di tutte le antiche fontane Gualdesi, anche questa era munita dello stemma del Card. Antonio Del Monte, Legato di Gualdo, che costruì l'acquedotto pubblico nella prima metà del Cinquecento. La fontana fu demolita da tempo immemorabile, ma lo stemma rimase a posto sulla muraglia di fianco alla Chiesa, sino ai tempi nostri e ne fu tolto circa tren t'anni or sono. Oggi, l'antica Chiesa di S. Andrea Apostolo, è adibita all'umile uso di stalla pubblica per cavalli. Lungo la greppia, da sotto le scrostrature dell'intonaco, ricompaiono qua e là, le rozze figure dei Santi un dì tracciatevi da ingenui pittori Trecenteschi e poi coperte dal pennello dell'imbianchino. Nel lezzo della stalla, tra il nitrire e lo scalpitare dei cavalli, la mente non può fare a meno di riandare ai tempi lontani, quando, nella mite penombra della Chiesa, i fedeli inginocchiati volgevano l'animo al Santo Apostolo di Betsaida.
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XX. - Chiesa di S. Lucia e S. Giuseppe presso la Porta Civica di S Facondino in Gualdo Tadino.
Chi, venendo dalla Stazione Ferroviaria, penetra in Gualdo per correndo la Via Provinciale, trova sulla sua sinistra, subito dopo le prime case della città, un vicolo trasverso e, proseguendo ancora per pochi altri passi, incontra dallo stesso lato, un secondo vicolo che, dopo breve tratto, par quasi termini a fondo cieco. Nell'angolo formato dall'incontro della Via Provinciale con quest'ultimo vicolo, esiste un antico fondaco munito di volta. Tale fondaco, fu appunto un tempo la Chiesa di S. Lucia e S. Giuseppe. Venne questa eretta con Atto del 26 Gennaio 1543, dal Sacerdote Gualdese Bernardino Moroni, il quale, mediante suo testamento, la dotò con alcuni beni stabili, che dovevano servire altresì per la fondazione di un Ospizio nelle stanze situate superiormente alla Chiesa.
Quest'ultima, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, rimase per oltre due secoli sotto il giuspatronato della famiglia Moroni. Le rendite del Beneficio, ammontavano ogni anno ad una somma variabile dai sette ai dieci scudi, provenienti dall'affitto dei beni suddetti, che nella prima metà del Settecento, erano rappresentati da quattro piccoli terreni e da un molino per olio. Gli oneri consistevano nella celebrazione di alcune Messe nella festa di S. Lucia ed in quella di S. Giuseppe. Spesso poi vi si celebrava per volontà e devozione degli abitanti vicini. Gli altari, che erano due nella fine del Cinquecento, forse perché due erano i Santi Titolari, si ridussero poi ad uno solo, nel quale vennero uniti i due Titoli e su cui fu collocato un quadro in tela, raffigurante la Madonna con S. Lucia e S. Giuseppe. Anche le circostanti pareti erano in gran parte coperte da pitture. La campana trovavasi appesa sulla facciata anteriore.
In alcune stanze, superiormente alla Chiesa, eravi l'Ospizio su ricordato, al quale facevano capo i Frati Cappuccini quando, dal loro Convento lontano dalla Città, accedevano in Gualdo per questuare. Spesso però anche banditi e malviventi, si rifugiavano in questo Ospizio, perché, essendo una dipendenza della Chiesa, godeva come questa, il diritto all'immunità Ecclesiastica. Per eliminare un tale scandalo, nel 1731, il Vescovo di Nocera, con un suo decreto, tolse all'Ospizio il privilegio dell'immunità.
La Chiesa di S. Lucia e di S. Giuseppe, venne chiusa al culto nel 1867, fu in seguito ridotta a fienile, poi ad osteria ed in ultimo a macello. Strano destino di un luogo dedicato alla santa martire Siracusana, la di cui leggenda, è tutto un dolce poema celebrante il simbolo delle verginità e del pudore. L'ambiente soprastante, dove aveva sede l'Ospizio, nel 1914 fu demolito per potere addivenire all'innalzamento dell'edificio.
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XXI. - Oratorio di S. Giovanni Battista in Gualdo Tadino.
Apparteneva alla Confraternita di S. Giovanni Battista, la quale aveva sede nella Chiesa Abbaziale di S. Donato in Gualdo. Adiacente a quest'ultima, e propriamente in fondo alla piccola piazzola quadrata che oggi ancora esiste davanti al suo ingresso principale, sorgeva infatti l'Oratorio di S. Giovanni Battista.
Non sappiamo quando questo Oratorio fu istituito, ma lo troviamo ricordato per la prima volta in un Atto Notarile del 14 Marzo 1459, dove si legge che l'Atto stesso veniva stipulato « ante ecclesiam sancti Johannis de Gualdo, in quadam spiaza posita in Porta Sancti Martini»; dopo di che ricompare una seconda volta solo negli Atti di una Sacra Visita praticatavi dal Vescovo di Nocera l'anno 1593. (1)
In questo Oratorio si radunavano i membri della Confraternita suddetta, per indossare i propri sacchi, quando dovevano prendere parte alle processioni. Generalmente non vi si celebrava Messa, compiendo i Confratelli le loro funzioni religiose, sull'Altare che possedevano nella Chiesa di S. Donato.
Non sappiamo quando l'Oratorio stesso cessò di funzionare, lo troviamo per l'ultima volta negli Atti di Sacre Visite l'anno 1638, ma è probabile che la sua esistenza si protraesse ancora più a lungo. L'edificio dell'Oratorio esiste ancora, e sulla sua facciata vedonsi tuttavia due rozze sculture in pietra arenaria, rappresentanti l'una S. Giovanni, l'altra S. Pietro.
XXII. - Chiesa di S. Pietro Apostolo in Gualdo Tadino.
Tal Bartolomeo Nisij alias Cancer, sacerdote Gualdese, lasciò erede universale dei propri beni, la Confraternita o Compagnia dei Preti della nostra città, con testamento rogato dal notaio Maurizio di Bartolomeo Vittori, il 18 Agosto 1545. Con codicillo in data 11 Luglio 1546, il testatore stabiliva inoltre che i beni lasciati alla Compagnia dei Preti, dovessero specialmente servire all'assistenza, cura e nutrimento dei Sacerdoti poveri e infermi. (2)
Fu così che, poco dopo la metà di quel secolo, sorse in Gualdo l'Ospedale dei Chierici, e la Compagnia dei Preti in tale occasione, nel pian terreno di quello stesso edificio, istituì anche una Chiesa dedicata a S. Pietro Apostolo. Chi da Piazza V. Emanuele si reca in Piazza del Sopramuro, attraversando l'omonimo arco, trova oggi, sulla sua sinistra, adiacente all'arco stesso, un fondaco ridotto ad uso di Osteria. E' appunto in quest'ambiente che fu istituita la
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485. c . 50.
(2) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti Vittori. Anni 1545-1546 - R. GUERRIERI : Gli Antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino Perugia 1909. pag. 104, 105.
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Chiesa di cui stiamo trattando. Negli Atti di Sacre Visite della Diocesi Nocerina, la Chiesa di S. Pietro compare per la prima volta nel 1597; nelle precedenti Visite, neppure in quella del 1593, è mai nominata. Dobbiamo quindi ritenere che fosse aperta al culto, appunto tra il 1593 e il 1597.
La stessa rimase poi sempre di spettanza della Compagnia dei Preti, che vi stabilì anzi la propria sede. Di fianco alla Chiesa, era un altro ambiente ove aveva sede il Monte Frumentario Florenzi, amministrato dalla Compagnia stessa; al di sopra esistevano le stanze ove i Sacerdoti Confratelli tenevano le loro riunioni e venivano accolti allorché infermi; al di dietro trovavasi la Sagrestia.
Tale Chiesa ebbe sempre un solo Altare dedicato a S. Pietro Apostolo e su di esso esisteva un quadro in tela, rappresentante Cristo in mezzo a vari Santi, nell'atto di consegnare le chiavi del Paradiso a S. Pietro. Questo quadro è oggi conservato nella Sagrestia della Chiesa di S. Benedetto in Gualdo. Su detto Altare, durante l'anno, si celebravano gran numero di Messe per effetto di pii legati, dei quali si tratterà a proposito della Compagnia dei Preti.
Data la piccolezza della Chiesa di S. Pietro, il Vescovo di Nocera, l'anno 1617, consigliò alla Compagnia suddetta di trasferire la propria sede in luogo più degno e ripetè il consiglio nel 1628, offrendo anzi per tale scopo l'altra Chiesa Gualdese di S. Andrea, allora esistente nel quartiere di Porta S. Donato. Ma tale trasferimento non ebbe mai effetto, e la Chiesa di S. Pietro seguitò a rimanere sede della Compagnia dei Preti sino ai nostri tempi. Fu soltanto nel 1896 che la stessa, chiusa al culto, venne venduta per essere adibita ad usi profani. Oggi, come sopra si è detto, è sede di un'Osteria.
XXIII. - Chiesa di Bernardo della Capezza in Gualdo Tadino.
Già sin dal XIV secolo, esisteva entro Gualdo, in quella parte del quartiere di Porta S. Facondino che anche attualmente è chiamata «La Capezza», come derivato forse da Capo, essendo questa parte situata proprio all'estremo superiore della città. Anzi, molto probabilmente, sorgeva dove al presente trovasi l'Istituto del Bambin Gesù, già Monastero Benedettino di S. Maria Maddalena.
Apparteneva ad una Confraternita pure intitolata a S. Bernardo, che aveva la propria sede in un attiguo edificio e di tal Chiesa ci è pervenuta la prima memoria con la data 1381, mediante un Atto notarile che appare rogato l'11 Luglio di quell'anno, nel quartiere di Porta S. Facondino, « ante ecclesiam sancti Bernardi ». Poi, per quasi un secolo, scompare dai nostri documenti d'archivio, per riapparire tra la fine del Quattrocento ed il principio del Cinquecento, in quattro diversi testamenti. Infatti, nel primo di questi, con la data 22 Giugno 1478, tal Vascanio di Baldo Sacchi da Gualdo, lasciava venti soldi alla Chiesa di S. Bernardo «pro utilitaie diete Ecclesie et opere evidenti»; con il secondo, in data 6 Gennaio 1479, tal Tommaso di Antonio di Elemosina da Gualdo,
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donava alla Chiesa stessa un fiorino « pro concimine et evidenti opere et utilitate »; con il terzo, rogato il 7 Novembre 1490, Domenico di Giovanni Paccie, elargiva tra l'altro «ecclesie sancti Bernardi seu Fraternitati dicte ecclesie, unum duplerium seu cereum ponderis duarum librarum », e con il quarto finalmente, l'anno 1514, il testatore Guerriero di Bernardino di Andrea di Tommaso, da Gualdo, dava un fiorino « pro aconcimine ».
Nei nostri antichi Statuti Comunali (Liber Extraordinariorum, Rubrica 37) era vietato il deposito di cose immonde e di materiali di rifiuto, in vicinanza delle Chiese in generale e della Chiesa di S. Bernardo in particolare. Così infatti si legge nello Statuto suddetto : « Statuimus, quod nulla persona cujuscumque conditionis existat, audeat vel praesumat aliquam immunditiam seu turpitudinem facere, nec projicere aliquod ingomburimen juxta et prope Ecclesiam S. Bernardi et alias Ecclesias et Palatium Kectorum Populi Terrae Gualdi, per sex perticas ... ». Ignoriamo il motivo di questa speciale menzione fatta, in proposito, per la Chiesa di S. Bernardo.
Null'altro sappiamo di questo sacro edificio, che però dovette per certo cessare di esistere, durante il XVI secolo. (1)
XXIV. - Chiesa di S. Antonio in Gualdo Tadino.
Avremmo oggi ignorato completamente l'esistenza di quest'antica Chiesa, se non fosse stata ricordata dal Vescovo di Nocera, Pierbenedetti, negli Atti della Visita Pastorale da lui praticata in Gualdo Tadino nel Luglio 1597. Trascriveremo qui integralmente il brano relativo, tanto più che di questa Chiesa oggi nessun'altra notizia noi possediamo : « Notandum quod in hac terra Gualdi fuit ecclesia sub titulo S. Antonii in quadam platia ante Palatium Communis Gualdi, ubi erat solita residentia domini Potestatis ut habetur in pro tocollo ser Perlaurentii Baltasaris de Nuceria anni 1456 fol. 2; quae ecclesia hodie non extat nec aliqua habetur memoria ».
Nell'Archivio Notarile di Nocera Umbra, in un elenco di antichi Notai di quella città, esiste infatti anche il nome di Pier Lorenzo di Baldassarre, ma disgraziatamente più non vi esistono i suoi Rogiti e quindi neppure l'Atto sopra indicato, che avrebbe potuto forse fornirci maggiori notizie.
A proposito di questa Chiesa, solo possiamo aggiungere che, in un vetusto Codice Liturgico Gualdese, scritto in parte nel XIII ed in parte nel XIV secolo, oggi conservato nell'Archivio Capitolare della Cattedrale di S. Benedetto in Gualdo, trovansi fra l'altro alcune orazioni di Santi, aventi tutti una corrispondente omonima Chiesa nella nostra città l'anno 1325. Per l'appunto, tra queste orazioni ve
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527. c. 15, 18t, 86t.; di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c . 38; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c . 120t.
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ne è una dedicata a S. Antonio (Oratio Sancti Antonii). La prece in discorso, si riferisce assai probabilmente alla Chiesa di S. Antonio sopra citata, che sorgeva proprio entro la Città nella Piazza del Comune, anziché all'altra Chiesa Gualdese dello stesso nome, situata fuori delle mura cittadine ed a qualche distanza da queste, della quale tra poco noi tratteremo. (1)
XXV. - Chiesa di S. Maria Nuova in Gualdo Tadino.
Possiamo dare notizia di questa Chiesa, oggi scomparsa, come già si è notato per quella precedente, solo perché la troviamo anch'essa citata da Mons. Pierbenedetti, Vescovo di Nocera, nella relazione che ci lasciò della sua Visita Pastorale compiuta in Gualdo durante l'anno 1597. In tale relazione, cosi è ricordata la Chiesa suddetta: «Notandum quod in hac terra [Gualdi] fuit quaedam ecclesia sub titulo S. Mariae Novae, quae erat monasterii S. Mariae de Civetellis monialium, ut in protocollo Ser Perlaurentii Baltasaris de Nuceria, anno 1456, f. 4 ».
XXVI. - Chiese di S. Lorenzo e di S. Biagio in Gualdo Tadino.
Poco prima abbiamo ricordato, che nell'Archivio Capitolare della Cattedrale di S. Benedetto in Gualdo, esiste un importante Codice Liturgico, scritto in parte nel XIII ed in parte nel XIV secolo, contenente, tra l'altro, un gruppo di speciali e diverse orazioni, ognuna delle quali è dedicata ad un Santo, la di cui Chiesa esisteva, nel 1325, entro lo stesso Gualdo. Per l'appunto tra queste preci, troviamo anche una « Oratio Sancti Blasii» ed un altra «Pro Sancto Laurentio ». (2)
È assolutamente da escludersi che le stesse si riferiscono ad altre omonime Chiese che, come vedremo, esistono nel territorio Gualdese, poiché, lo ripetiamo, queste orazioni riguardano tutte, senza eccezione, alcune Chiese della Città o delle sue immediate vicinanze. Dobbiamo quindi credere che, entro Gualdo, già sin dal 1325, esistevano una Chiesa dedicata a S. Biagio ed un'altra a S. Lorenzo e che le medesime siano scomparse in epoca assai remota, al più tardi nel Quattrocento, poiché non ne troviamo poi traccia neppure negli Atti di Sacre Visite, i più antichi dei quali, redatti nel principio del Cinquecento, pur tuttavia portano spesso notizie di Chiese allora dirute, ma di cui si conservava ancora memoria. Delle due suddette perciò, noi non possiamo oggi citare che il semplice nome.
(1) R. CASlMIRI: Un Codice Liturgico Gualdese del secolo XIII. (In Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Vol. V. 1921. Fasc. I, da pag. 27 a 29).
(2) R. CASIMIRI : Op. e pag. cit.
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XXVII. - Chiesa di S. Maria del Mercato in Gualdo Tadino . Era la Chiesa dell'omonimo Monastero. Ne diamo notizia nel Capitolo riferentesi alle Monache Benedettine ed ai loro Monasteri in Gualdo Tadino, là dove appunto si tratta del Chiostro di S. Maria del Mercato.
XXVIII. - Chiesa di S. Antonio Abbate fuori la Porta Civica di S. Facondino in Gualdo Tadino.
E' Chiesa assai antica, al più tardi costruita all'inizio del XIV secolo. Poco sappiamo di essa nei primissimi anni della sua esistenza. Si trova nominata, per la prima volta, con la data 31 Luglio 1348, in un testamento di tal Pietro di Groctolino da Gualdo, che alla Chiesa di S. Antonio faceva un legato di dieci soldi. Ci risulta poi aggregata all'Abbazia Gualdese di S. Donato ed in seguito figura quale membro del Priorato Silvestrino di S. Lorenzo di Laureto o Lavareto, in Esanatolia. Tra il 1381 ed il 1382, un Priore di questa Chiesa di S. Lorenzo e cioè Fra Giovanni di Bartolomeo da Fabriano, avendo fondato la Chiesa di S. Caterina di Castelvecchio, ottenne dal Vescovo di Camerino che in essa fosse trasferito il Priorato suddetto, con le sue dipendenze, tra le quali figurava anche la nostra Chiesa di S. Antonio. Quest'ultima, insieme al Priorato di cui faceva parte, tra il 1396 ed il 1397, passò poi alla dipendenza dei Monaci Olivetani, rimanendovi per lunghissimo tempo. Infatti, dai documenti della Visita Apostolica, praticata in Gualdo dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, nel Novembre del 1573, risulta che, in quest'epoca, la Chiesa di S. Antonio Abbate apparteneva ancora al Monastero di Monaci Olivetani di S. Caterina in Fabriano, il quale, con alcune terre annesse e circostanti, l'aveva ceduta in enfiteusi, sino a terza generazione, alla famiglia di Fabio Leli, Dottore Gualdese, per il prezzo di tre fiorini ogni anno. Il Camagliani, trovò la Chiesa già ridotta in cattivo stato, ed ordinò che le sue rendite si adibissero per i necessari restauri, vietandovi intanto, la celebrazione dei divini Offici, che consistevano in una Messa nella festa di S. Antonio, più un'altra Messa durante l'anno, devotionis causa. Né queste rendite dovevano essere di poco conto, poiché ci risulta che il suddetto Monastero di S. Caterina di Fabriano, insieme al Beneficio della Chiesa di S. Antonio, che era fornita all'intorno di case di abitazione con cisterna, orto, vigna, olivete e selva, possedeva nel territorio di Gualdo, parrocchia di Caiano, « in la contrada dell'Isola, Padule, Castellecta » anche un vasto podere, con palazzo voltato, ottenuto mediante elargizioni di Angelo Cini da Bevagna, Vescovo di Recanati, morto poi Cardinale nel 1412; più un oliveto, fuori di Gualdo nei pressi della Rocca Flea, acquistato nel 1406; due case nell'interno della nostra città, lasciate per testamento da tale Antonio di Bonanno con vincolo d'inalienabilità, pena il passaggio del loro possesso alle Chiese Gualdesi di S. Francesco e di S. Agnese; tre terreni nella parrocchia di S. |
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Pellegrino, in contrada Cannelle e Poltro, comprate nel 1396 ed altri beni. (1) Ma nonostante tutto ciò, i restauri alla Chiesa di S. Antonio, ordinati dal suddetto Visitatore Apostolico, non dovettero mai essere stati effettuati, tanto è vero che il Vescovo di Nocera, Mons. Mannelli, il 31 Decembre 1583, minacciò una multa di dieci scudi al Monastero di S. Caterina ed alla famiglia Leli, se più oltre tardassero a farli eseguire.
Nel principio del Settecento, la Chiesa, una casa colonica attigua, e le terre annesse, sempre possedute dal suddetto Monastero Fabrianese, erano affittate, sino a terza generazione, alla famiglia Balducci di Gualdo, per il prezzo di cinque scudi ogni anno e con l'onere di mantenere in buono stato, così la Chiesa come la casa colonica, nonché di far celebrare cinque Messe, nella festa di S. Antonio ed una Messa nel primo giorno delle Rogazioni, sull'unico altare della Chiesa, allora ornato con una statua del Santo titolare. Ma nel 1742, per il pessimo stato in cui si trovava quell'ambiente, il Vescovo di Nocera di nuovo vi proibì la celebrazione di queste Messe.
Nella seconda metà di quello stesso secolo, la Chiesa ed i beni annessi, dal Monastero di S. Caterina di Fabriano, erano stati dati in affitto alla famiglia Cristiani, la quale non solo aveva spogliato la Chiesa dei sacri arredi, della campana e persino della statua del Santo, ma non si curava affatto di mantenerla in buono stato; tanto che il Vescovo di Nocera, con decreto del 22 Agosto 1771, impose la restituzione degli oggetti suddetti ed ordinò di sequestrare le rendite del predio di S. Antonio così al Monastero di S. Caterina, come all'affittuario Giovan Battista Cristiani, dovendosi dette rendite adibire invece per i restauri di cui abbisognava la Chiesa. Ma, nonostante la tutela Vescovile, i vari affittuari dei beni della Chiesa di S. Antonio, specialmente se vincolati da contratti enfiteutici, a poco a poco subentrarono nei diritti del Monastero Fabrianese, impadronendosi così, più o meno illegalmente, di questi beni. Della Chiesa stessa più nessuno ebbe cura ed il vetusto edificio andò continuamente peggiorando sino al punto che nel 1841, crollò tutta la volta Gotica della Chiesa, che venne allora trasformata in fienile e, dovendosi poi ingrandire l'attigua casa colonica, si costruirono anche alcune stanze sopra di esso.
Internamente, sulle sue pareti, eranvi vari pregevoli affreschi eseguiti nella seconda metà del Quattrocento, dal pittore Matteo da Gualdo, i quali andarono perduti quando crollò la volta dell'edificio,
(1) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Perg. provenienti dall'Arch. di Gualdo Tadino. Perg. N°. 22 - A. BUCARI : La Bastola. Milano 1902. pag. 145, 146. Nota 5 - Manoscritto cartaceo del principio del sec. XV, in volgare. Già dell'Archivio del Monastero di S. Caterina in Fabriano, poi passato al Comm. Ernesto Moscatelli - MlTTARELLl : Annali Camaldolesi. Tomo VI, pag. 143 - Rivista Storica Benedettina. Anno XVII. N. 69-70, pag. 192 e 193. |
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affreschi che descriveremo nel Capitolo dedicato alla vita ed alle opere del Pittore suddetto.
Anche oggi l'ambiente che già fu Chiesa di S. Antonio Abbate, incorporato nella contigua casa colonica, viene adibito all'umile uso di fienile o di stalla e dell'antica costruzione, solo resta la parte inferiore della facciata, tutta costruita in pietra finamente tagliata e con in mezzo la porta d'ingresso sotto l'antico arco Gotico. La suddetta casa colonica, sorge attualmente fuori la Porta civica di S. Facondino, proprio entro l'angolo che la strada scorciatoia proveniente dalla Stazione Ferroviaria, forma incontrandosi con la Via Provinciale che da Gualdo va a Fossato di Vico.
XXIX. - Chiesa di S. Giacomo Apostolo fuori la Porta Civica di S. Facondino in Gualdo Tadino.
Nella prima metà del secolo XIV, fuori la Porta Civica di S. Facondino, presso a poco nel luogo dove oggi trovasi l'ingresso agli orti che circondano l'Istituto Salesiano di S. Roberto, sorse un Convento per le Monache di S. Chiara. Annessa al Convento, ma di pochi passi separata da esso, eravi una Chiesa, che non sappiamo se fosse preesistente o se costruita insieme al Chiostro, e della quale ignoriamo persino a chi fosse dedicata in quel tempo; solo per certo ci è noto che la stessa funzionava da Chiesa Monastica per il Convento suddetto.
Nel 1573, Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, mandato in Gualdo quale Visitatore Apostolico, avendo appreso che le Monache Clarisse non seguivano troppo fedelmente la pia Regola Francescana e per essere il loro Convento pericolante e fuori delle mura cittadine e la Chiesa distaccata dal Chiostro, stabilì che quelle religiose, venissero trasferite entro Gualdo, in un edificio ove la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone, manteneva sin dall'antico un suo Ospedale intitolato a S. Giacomo. Nello stesso tempo, il Vescovo Camagliani ordinò, che in compenso, alla Confraternita di S. Maria, venisse ceduto il Convento lasciato libero dalle Clarisse per essere adibito a scopo ospitaliero. La permuta in discorso si effettuò nel 1575 e fu così che, con il detto Convento, anche l'annessa Chiesa passò in proprietà della Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, assumendo da quell'epoca il titolo di S. Giacomo, cioè quello dell'Ospedale di cui andava a far parte.
Funzionò poi come Chiesa del nuovo Istituto Ospedaliere sino alla metà del Settecento, nel qual tempo avvenne infatti la soppressione dell'Ospedale di S. Giacomo. Durante quest'epoca, sull'unico Altare del Tempio, la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, faceva celebrare Messa a proprie spese ogni giorno festivo, più in occasione della festa di S. Giacomo e nel primo giorno delle Rogazioni. Negli Atti di Sacre Visite, qualche volta la Chiesa viene indicata col titolo dei S. S. Filippo e Giacomo; in quelli riferentisi alla Visita del 1731, non sappiamo perché, ma forse per un errore
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del Cancelliere Vescovile, viene detta Chiesa del Crocifisso. Da questi stessi Atti apprendiamo inoltre che il suo fabbricato, sin dalla fine del Cinquecento, trovavasi in pessime condizioni e minacciava di rovinare. Anzi, negli Atti della Visita Pastorale compiutavi dal Vescovo di Nocera l'anno 1613, risulta che costui, dopo aver fatto notare la probabilità di una non lontana rovina del Tempio, malinconicamente riconosceva la difficoltà di apportarvi un rimedio poiché « cum sit vasta moles et satis magnum aedificium » sarebbe occorso molto denaro per il restauro. Risulta però, che nel principio del Settecento, si praticò in essa qualche bonifica, ma dovette trattarsi di poca cosa e che non valse ed impedire la distruzione a cui era condannato il vetusto edificio.
Quando questa avvenissse è a noi ignoto, ma probabilmente la finale rovina sarà stata provocata dal grande terremoto del 1751. Ciò è convalidato anche dal fatto, che la stessa trovasi citata negli Atti di Sacre Visite per l'ultima volta l'anno 1750. Dopo tale data, nessuna notizia si ha più della Chiesa di S. Giacomo, della quale non restano oggi neppure le fondamenta.
XXX. - Chiesa di S. Maria Annunziata nel Convento dei Minori Osservanti presso Gualdo Tadino.
E' la Chiesa Claustrale dei Minori Osservanti e fu costruita dal Comune di Gualdo, insieme all'attiguo Chiostro, nel principio del XVI secolo, per i Terziari Regolari, passando poi col Chiostro stesso, come si è visto, ai Minori Osservanti nel 1521. L'interno della Chiesa, ad una sola navata, fu però certamente rifatto nella prima metà del Seicento.
L'Altare Maggiore, grandioso e fiancheggiato da due porte che immettono nel retrostante Coro, ha un quadro in tela con la scena dell'Annunciazione e, sulla cornice, la data 1629. Ai lati del quadro, e sopra le due porte suddette, trovansi due grandi statue delle quali, quella a destra di chi riguarda l'Altare stesso, rappresenta S. Luigi IX (S. Lodovico IX) Re di Francia, e quella a sinistra, S. Bernardino. Sul di dietro dell'Altare, osservansi ancora tre nicchie incorniciate di stucchi, oggi vuote ma che un tempo contenevano tre pregevolissimi dipinti a tempera su tavola, costituenti un trittico che al presente ammirasi nella Pinacoteca Comunale di Gualdo, dove fu trasportato quando, dopo il 1860, la Chiesa fu demaniata dal nuovo Governo Italiano. Questo dipinto del XV secolo, attribuito ad Antonio da Fabriano, rappresenta nel centro S. Anna con in grembo Maria Bambina avente un libro in mano, da un lato S. Gioachino e dall'altro S. Giuseppe. Una quarta nicchia, al di sotto delle precedenti, e come questa oggi vuota, racchiudeva una volta un'altra bella tavola Quattrocentesca, attribuita a Matteo da Gualdo, dipinta a tempera, rappresentante l'Annunciazione di M. V., la quale trovasi anch'essa attualmente conservata nella nostra Pinacoteca Comunale.
Sulle pareti laterali del Tempio esistono altri quattro Altari, due per
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lato: II primo di essi, a destra di chi entra nella Chiesa, è dedicato a S. Antonio da Padova e porta un quadro in tela con l'effigie del Santo titolare, avente il Bambino in braccio e superiormente due Angeli. Fu eretto da un antica famiglia Gualdese, quella dei Balducci che ne curava l'officiatura ed il mantenimento. Sempre a destra, il secondo Altare è dedicato alla Concezione, e vi è collocata una statua della Vergine di tal nome. Il primo Altare a sinistra, è intitolato a S. Anna ed ha un quadro in tela raffigurante la Madonna che mostra Gesù Bambino a S. Francesco, presente S. Anna, mentre uno stuolo di Cherubini appare in alto tra le nubi. Questo quadro è stato attribuito a Giacomo Giorgetti di Assisi. L'Altare in discorso, apparteneva alla famiglia Vittori di Gualdo, che l'aveva eretto assegnandogli altresì un pio legato con oneri di Messe, ed a questa famiglia forse si riferisce lo stemma gentilizio che vi si vede, cioè due mani sorreggenti un ramoscello d'olivo ed una foglia di palma, il tutto sormontato da una cometa. Nello spessore dell'arco sotto cui trovasi l'Altare e lateralmente a questo, entro due cornici di stucco, esistono due piccole tele Secentesche rappresentanti due Evangelisti. Sempre a sinistra, l'ultimo Altare era un tempo ornato da un antico dipinto Bizantino su tavola, rappresentante la Vergine con il Bambino e in alto, entro due tondi, due Angeli. Questo pregevole quadro, all'epoca della Demaniazione, fu trasportato nella Pinacoteca Comunale, dove ancora si trova, restando vuota sull'Altare, solo la ricchissima cornice Seicentesca che lo conteneva, la quale, dopo molti anni, nel 1923, fu inviata nel Convento di S. Maria degli Angeli. Tale dipinto ha una piccola storia, come risulta da una vecchia pergamena conservata tuttora nella Sagrestia della Chiesa, pergamena che qui appresso integralmente trascrivo:
«Questa imagine della gloriosissima Vergine Maria, Regina del cielo e della terra, la quale si crede e tiene fosse dipinta per mano di S. Luca Evangelista, con gran difficultà e spesa fu portata da Costantinopoli in questo luogo, dal molto reverendo padre Fra Gerollamo da Fossato, dell'orde Minori Osservanti di San Francesco, confessore della Felice Memoria di papa Pio V, l'anno di nostro Signore 1570 e fu riposta in questa stessa chiesa, nella quale essendo longamente stata, ma in luogo più humile, finalmente fu translatata e collocata in questa honorevole Capella, ornata mediante l'elemosine delle persone devote, per industria e diligenza del molto venerando padre Frate Ignatio d'Assisi, dello stesso ordine, l'anno 1624». In un manoscritto di Padre Agostino da Stroncone, conservato nella Biblioteca di S. Maria degli Angeli, con il titolo « Umbria Serafica ossia Cronologia della Provincia di S. Francesco» trovasi in proposito la seguente nota: « Anno 1570. Fr. Girolamo da Fossato religioso dotto et esemplare, è confessore di Papa Pio V e quest'anno porta nella chiesa del nostro convento di Gualdo un immagine della B.ma Vergine che si stima dipinta da San Luca». Così pure in «Annales Minorum» continuati dal P. Gaetano Michelexio Ascolano M. O. Roma 1794. Tom. XX, p. 295, si legge: «Hieronymus de Fossato dioecesis Nucerinae, vir doctus et exemplaris a Pontifice, cui erat confessarius, dono accepit
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imaginem B. Virginis, ut dicitur, a S. Luca depictam, quam ad conventum S. Annuntiationis Gualdi mittit, ubi religiose osservatur ».
Il 18 Aprile 1613, i Frati del Convento dell'Annunziata, fecero istanza al Comune di Gualdo, perché contribuisse a costruire, nella Chiesa del loro Convento, una Cappella ove si potesse esporre al culto il quadro in discorso. La domanda fu in seguito accolta ed alla spesa per l'erezione dell'Altare, su cui nel 1624 fu esposta alla venerazione dei fedeli l'antica Immagine, concorse pure il Comune di Fossato di Vico, il quale, certo per onorare la memoria del suo cittadino Fra Girolamo, che dall'Oriente aveva portato in Gualdo quel quadro, stabilì « che alli P. P. Zoccolanti della Nuntiata di Gualdo, li si debbia fare la carità di diece scudi, se però il camerlengo se li troverà in mano, et in evento che non havesse detti danari, in quel caso li si debbiano dare cinque mine di grano acciò possi tirare a fine detta capella ». Altro ricordo di questo dipinto, trovavasi finalmente in un libretto manoscritto, un dì esistente nella sagrestia della Chiesa in esame, nel quale leggevasi appunto l'annotazione che segue: « Il dì 20 Maggio 1692, fu rogato istromento da Cherubino Mattioli di Gualdo, pubblico notaro e cancelliere vescovile, sulla estrazione dalla chiesa della SS.rna Annunziata di Gualdo, convento dei Minori Osservanti, del quatro nel quale è dipinta l'immagine della Beatissima Vergine, come si dice, dipinta da S. Luca, per portarsi processionalmente onde impetrare la serenità, e fu tradotta nei monasterii di Santa Maria Maddalena, Santa Chiara e Santa Margherita di Gualdo, e per tale estrazione, si obligarono solennemente il Sig. Vincenzo Fregasi di Gualdo, ed Angelo Brunorio di detto luogo ad ogni semplice richiesta del rev. Padre Io. Antonio guardiano reggente, di riportarla onorificamente nel detto convento della SS.ma Annunziata di Gualdo dei Minori Osservanti ». Presentemente, su questo Altare, è collocata una statua di S. Francesco d'Assisi. (1)
Tutto intorno tra un Altare e l'altro, ma in alto, sulle pareti interne della Chiesa, entro fastose cornici di stucco bene armonizzanti con l'architettura Seicentesca dell'edificio, trovansi nove grandi quadri in tela di soggetto Francescano, che qui appresso descriverò, incominciando da quello posto a destra di chi riguarda l'Altare Maggiore: Il primo quadro rappresenta infatti S. Bonaventura; il secondo S. Francesco in deliquio e con le stimmate, sorretto da un Angelo, la qual tela è firmata dal pittore Cesare Sermei; il terzo S. Elisabetta Regina di Portogallo; il quarto S. Rosa da Viterbo; il quinto, collocato proprio sopra la porta d'ingresso, S. Pietro d'Alcantara, e la cornice reca la data 1708; il sesto raffigura S. Coletta Boilet, la riformatrice dell'Ordine di S. Chiara; il settimo S. Elisabetta Regina d'Ungheria, l'ottavo S. Pasquale Baylon, tra due
(1)Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 106. - Arch. Comunale di Fossato di Vico : Atti Consigliari dal 1617 al 1636. Pag. 106 e 107 - A. ALFIERI: Fossato di Vico. Memorie Stanche. Roma 1900. Pag. 86-87.
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altri Santi dell'Ordine oranti il Sacramento; l'ultimo S. Ludovico d'Angiò, vescovo di Tolosa.
La volta è stata dipinta nel 1926 da Elpidio Petrignani di Amelia, che vi rappresentò, in due grandi scene, la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione di M. V. per opera di Pio IX, nonché una delle storiche dispute avvenute in passato tra Domenicani e Francescani su tale controversa questione.
Dietro l'Altare Maggiore, vi è un bel Coro, opera della fine del Cinquecento o dei primi del Seicento, e in mezzo al pavimento della Chiesa, la tomba riservata ai Frati del Convento.
All'esterno, sopra la porta d'ingresso, in una nicchia vi è un affresco del XVI secolo, recentemente in modo eccessivo ritoccato a scopo di restauro, rappresentante la scena dell'Annunciazione e sotto questa vedesi scolpito in pietra lo stemma del Card. Antonio Del Monte, Legato Papale in Gualdo, che assai cooperò all'erezione della Chiesa e dell'attiguo Convento. Lateralmente a tale ingresso, altre due porte minori immettono in due Cappelle: Quella a destra di chi entra, già dedicata al Crocefisso, apparteneva in giuspatronato alla famiglia Caiani che, sin dal secolo scorso, l'adibisce ad uso di sepolcreto privato per i propri membri; l'altra a sinistra, già dedicata a S. Pasquale, fu comperata dalla famiglia Pennoni, che nel 1922 la ridusse anch'essa a sepolcreto per proprio uso, facendone poi partecipe la famiglia Donati. Nel pavimento di questa Cappella, esistevano due antiche tombe, che erano riservate ai Terziari Secolari, una per i maschi, l'altra per le femmine.
XXXI. - Chiese del Beato Marzio e della Beata Anna presso Gualdo Tadino.
Nel Capitolo riferentesi ai Conventi dell'Ordine Francescano in Gualdo, vedemmo, come il nostro primo Chiostro sorgesse intorno al 1219 nell'alpestre valletta dove sgorgano le abbondanti e fresche acque che oggi alimentano l'acquedotto Gualdese, la quale valletta chiamavasi allora Val di Gorgo ed è oggi invece conosciuta con il nome di Santo Marzio per la dimora che in quel luogo fece in seguito l'omonimo Anacoreta.
La Chiesa del B. Marzio, originariamente dedicata ai Santi Stefano e Lorenzo martiri, rappresentava appunto l'Oratorio del suddetto Convento Francescano, Oratorio che era sopravvissuto alla rovina del Convento stesso e che conteneva anche le venerate spoglie del Beato.
Invece la Chiesa della B. Anna, esisteva pochi passi lontano dalla precedente e così chiamavasi perché ivi aveva vissuto ed era stata sepolta una B.Anna, coeva del B. Marzio e venuta nei nostri luoghi a far vita eremitica da lontane regioni. L'ubicazione di questa seconda Chiesa, è bene indicata nei nostri Statuti Comunali del XVI secolo ( De officibus, rubrica 23 ) dove appunto è sancito, che la manutenzione dell'acquedotto pubblico fosse a carico dei mugnai Gualdesi, dalla Rocca sino all'Oratorio della B. Anna.
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Nel 1583, le due misere Chiese furono ispezionate dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, in occasione di una sua Visita Pastorale compiuta in Gualdo. Egli trovò che le tre porte della Chiesa del B. Marzio e l'unica porta di quella della B. Anna, erano prive di imposte per cui sovente, specie durante le intemperie, vi penetravano e vi cercavano ricovero gli armenti soliti a pascolare nella folta boscaglia che allora esisteva in quel luogo. Per tale motivo, lo stesso Vescovo, vietò al Cappellano di celebrarvi Messa sino a che non fosse stato eliminato un sì grave sconcio. Ma nonostante le proibizioni Vescovili, nessun miglioramento si dovette apportare ai due fabbricati, poiché nel 1593, l'altro Vescovo di Nocera Mons. Pierbenedetti, nuovamente proibì di celebrarvi, per il pessimo stato in cui si trovavano. Anzi, a tal proposito noteremo, che con maggiore solennità vi si diceva Messa durante le Rogazioni, poiché in tale evenienza, muovendo da Gualdo, sin lassù giungeva la relativa processione. Il Cappellano, spesso unico per ambedue le Chiese, era nominato e mantenuto dal Comune di Gualdo al quale le stesse appartenevano. Così fu appunto che, dietro preghiera della Magistratura Gualdese, il Beneficio inerente alla Chiesa della B. Anna, fu dal Card. Antonio Del Monte, Legato Pontificio in Gualdo, concessa vita natural durante, al Chierico Pietro di Broncolo il 15 Settembre del 1533. Come pure ci resta notizia che, dal Comune, ne fu poi data la custodia e l'officiatura ai Monaci del nostro Convento di S. Agostino, con deliberazione del 29 Novembre 1579. In seguito, circa il 1590, il Comune stesso concesse le due Chiese, sino a terza generazione, con il terreno circostante, al Gualdese Ottavio Ranieri.
Nel primo decennio del secolo XVII, i due fabbricati andarono completamente in rovina. Crollò anzi tutto la Chiesuola di S. Marzio, che di costui conteneva le spoglie, le quali vennero allora disotterrate e trasportate in quella della B. Anna. Seguì poco dopo la rovina di quest'ultima, e le stesse spoglie, unitamente a quelle della B. Anna ed alla campana dell'Oratorio, nel 1608 vennero trasferite nella Chiesa di S. Rocco presso Gualdo, che ereditò altresì tutti i benefici, diritti ed oneri già spettanti alle due scomparse Chiesuole, delle quali non resta più oggi la minima traccia. (1)
XXXII. - Chiesa della SS. Trinità sul Monte Serra Santa.
Questa Chiesa, che in antico figura qualche volta anche intitolata a S. Maria, trovasi sull'estrema vetta del Monte Serra Santa, a 1348 metri sul livello del mare. E' coperta da volta e quasi sotterranea, in maniera da non venire danneggiata dai violenti uragani che spesso infuriano su quelle alte cime dell'Appennino. Per tale ragione è sprovvista anche di fenestre e riceve la luce solo dalla porta
(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite in Gualdo, nelle Chiese del B. Marzio e della B. Anna . An. 1583, 1597, 1605, 1607 - Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1579 al 1581. c. 68t; Raccolta delle Pergamene . Perg. del sec. XVI. N°. 23.
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d'ingresso. Viene preceduta da un atrio ed ha lateralmente due ambienti, anch'essi sotterranei in gran parte, che negli antichi tempi servirono spesso di abitazione a degli Eremiti.
Ignoriamo quando fu costruita, ma è certo antichissima. Il più vecchio documento che di essa ho potuto rintracciare, è un testamento del 20 Agosto 1476, con il quale, tal Caterina del fu Iacopuccio di Luca, del Castello di S. Pellegrino, lasciava tra l'altro « pro salute anime sue, florenos duos, ad XL, prò reparatione et fabricatione Cappelle Serre Sancte ». Un altro legato di venti Bolognini, faceva, in data 29 Luglio 1514, anche il Notaio Gualdese Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli « prò aconcimine ecclesie sancte Marie Serre Sancte montis Gualdi», e dieci bolognini le donava Fiordalisa, figlia del fu Andrea di Angelo Benadatti e vedova di Luca di Cecco Pacciarelli da Gualdo, con testamento del 7 Maggio 1525. Similmente tal Francesca di Arcangelo Ambrosi, moglie di Gioventino di Senso di Antonio de Uncinellis da Gualdo, il 18 Gennaio 1526, lasciava un fiorino alla Chiesa stessa «pro aconcimine». (I)
Oltre a ciò, nell'Ottobre del 1524, Antonio Del Mente, Cardinale Legato di Gualdo, accordava importanti privilegi ecclesiastici a questa alpestre Chiesuola ed alla Confraternita Gualdese della SS. Trinità, che ne aveva, come anche al presente, il possesso e che in ogni tempo ha sempre provveduto alla conservazione ed all'arredamento di questo sacro edificio, il quale, situato come è in luogo deserto, veniva però in passato assai spesso svaligiato dai ladri, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1633, vietò di lasciare in esso e negli ambienti contigui, suppellettili e mobili.
La Confraternita suddetta, sino al secolo scorso, vi fece inoltre sempre celebrare una Messa nella prima domenica di Maggio, Giugno, Luglio, Agosto e Settembre, cioè nei mesi in cui la montagna è accessibile. La mercede consisteva, nel Seicento, in tre Giuli ogni Messa, percepiti dal celebrante, che durante il Settecento, era per solito un frate del nostro Convento di S. Francesco. Inoltre, sin dall'antico, la Confraternita indiceva nella Chiesa due Offici di più Messe durante l'anno e cioè nel giorno dell'Ascensione di Gesù Cristo ed in quello della SS. Trinità. In occasione di queste due feste, le varie Confraternite Gualdesi, seguite da migliaia di cittadini, ascendevano la montagna, per assistere alle funzioni religiose nella Chiesa, e poi trascorrere la giornata, sparsi in allegre comitive, sulle praterie e fra le boscaglie circostanti dove si imbandivano rustici desinari. La Confraternita della Trinità, ai propri membri convenuti nella Chiesa, faceva anche distribuzione di pane. Una tale usanza si è mantenuta immutata attraverso i secoli, ed oggi ancora, nella festa dell'Ascensione ed in quella della Trinità, ma specialmente nella prima, una enorme folla sale sino alla Chiesa su per i fianchi dirupati del Serra Santa, non solo dal territorio di Gualdo, ma anche
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499. c. 245; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535, c. 122, 178, 179; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527, e, 454.
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dai paesi posti lungo il versante Marchigiano della montagna, e su quell'alta vetta trascorre tutto il giorno in feste e merende. Questa antichissima costumanza, sta forse a simboleggiare l'Ascensione che, insieme agli Apostoli, fece Cristo da Gerusalemme fin sulla cima del monte Oliveto, da dove sarebbe salito poi in Cielo.
In passato, la Chiesa era munita di un Altare Maggiore e di un Altare laterale. Quest'ultimo fu fatto demolire, forse perché indecente, dal Vescovo di Nocera nel 1772 e solo sappiamo che era ornato da un quadro rappresentante l'Assunzione di Maria Vergine. L'Altare Maggiore, dedicato alla SS. Trinità, consisteva un tempo in una splendida opera d'arte, tutto in terra cotta, con figure di grandi dimensioni e ricchi fregi a basso e ad alto rilievo, completamente ricoperto di smalti policromi, sullo stile di Luca della Robbia e di esso daremo anzi una dettagliata descrizione nel Capitolo dedicato all'Arte delle Maioliche in Gualdo. Nell'Ottobre del 1925, ignoti e vandalici ladri, rubarono nell'Altare la figura di S. Facondino e affinchè il resto non subisse in seguito la stessa sorte, fu trasportato, previo restauro, in luogo più sicuro e cioè nella Chiesa di S. Francesco entro Gualdo, dove ancora oggi si ammira. In occasione del distacco di questo Altare, si scoprirono le tracce di un antico affresco sulla retrostante parete, la quale poi, nel 1928, accolse una bella copia moderna, pure in terracotta policroma, dell'Altare suddetto.
Attigua alla Chiesa della SS. Trinità, trovasi una piccola cisterna, la quale è perennemente fornita di acqua sorgiva, cosa invero poco comune, data l'ubicazione dell'edificio sul vertice di una montagna. Questa cisterna dovette essere costruita, dopo una lunga preparazione, nei primi del Cinquecento e ciò desumo da due testamenti fatti il 16 Giugno 1498 e il 10 Giugno 1507 da Graziosa, figlia di Giovanni di Antonio di Luca e vedova di Ser Andrea di Francesco Ciotta da Gualdo. Nel primo di questi due Atti, la testatrice lasciava infatti, tra l'altro, anche dieci fiorini alla Chiesa di Serra Santa «pro una citerna ibi fienda » e nel secondo si riconfermava lo stesso legato «pro citerna Serre Sancte». (1)
XXXIII. - Chiesa del Crocefisso presso Gualdo Tadino.
Fu fondata dalla nobile famiglia Gualdese dei Coppari oggi estinta, a circa un chilometro da Gualdo, sulla via che conduce a Nocera, nella località allora chiamata Montarone. Costituiva un semplice Beneficio Ecclesiastico, ed il primo Atto che troviamo riferentesi a tale Chiesa è un Decreto del Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, rilasciato intorno al 1580, con il quale si concedeva al sacerdote Don Pietro Coppari, il permesso di erigere la Chiesa del Crosso. Segue a quest'Atto un testamento rogato il 4 Luglio 1584, notaio Nocerino Clemente Carnevali, con cui il suddetto sacerdote Pietro
(1) Arci,. Notarile di Gualdo; Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527, c. 132t. ; di Bernardino Moroni dal 1502 al 1542, c. 23t.
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Coppari, assegnava alla Chiesa stessa un censo perché vi fosse istituita una Cappellania, che doveva poi sempre restare sotto il giuspatronato della famiglia Coppari. L'Atto di fondazione di questo nuovo Tempio, fu infine redatto in Nocera il 26 Settembre 1585. Gli stessi Cappellani furono infatti per lungo tempo, come vedremo, membri della famiglia suddetta. Primo Cappellano, appena costruita, fu un Don Grazio e poi un Don Andrea nel 1633. In quest'epoca e propriamente con testamento del 28 Ottobre 1635, un altro Don Grazio Coppari, lasciò alla Chiesa due terreni, uno in vocabolo La Pietra, l'altro in vocabolo Melci, con l'obbligo, per il Cappellano, di indirvi ogni anno un Officio di quattro Messe per l'anima del donatore. Altro Cappellano fu nuovamente un Don Orazio nel 1670, poi un Don Lorenzo Antonio nel 1704, poi un Don Giuseppe, Cameriere Segreto di Papa Pio VI, che con Atto del 7 Novembre 1791, accrebbe la dotazione della Chiesa, con l'onere di due Messe settimanali. Tutti i sette su nominati sacerdoti, appartennero alla famiglia Coppari, come era stato infatti stabilito dal fondatore Don Pietro.
La Chiesa, coperta da una volta, preceduta da un elegante portico, e munita di campana, possedeva un unico Altare circondato da una cancellata di legno. Oltre l'ingresso principale, ne aveva in origine uno laterale, che fu poi rinchiuso in epoca remota. Sulla parete sopra l'Altare, era dipinto il Crocefisso, avente ai lati due Santi ed ai piedi la figura del committente del quadro Don Pietro Coppari.
Alla Cappellania spettava l'onere di una Messa ogni venerdì per l'anima del fondatore. Vi si celebrava inoltre la Messa ogni giorno festivo. Ma i suddetti Cappellani della famiglia Coppari, non sempre l'officiarono personalmente, anzi più spesso ne davano incarico ad altri sacerdoti. Ad esempio, nel 1633, erano incaricati di dirvi Messa i Monaci Silvestrini del nostro Monastero di S. Nicolo, con lo stipendio di dieci scudi all'anno, la qual somma corrispondeva al reddito del Beneficio. Inoltre la famiglia Coppari, vi faceva celebrare a sue spese, un Officio di cinque Messe il 14 Settembre, festa dell'Esaltazione della S. Croce.
La Chiesa cessò di essere aperta al culto nel 1914; dopo di allora fu abidita ad usi profani riducendosi in pessime condizioni. Nel 1926 fu finalmente trasformata in tutte le sue parti, per adibirla ad uso di abitazione privata per opera della famiglia Brambilla che la possedeva. In questa occasione, l'unico ambiente venne diviso in due parti e fu rinchiuso il grazioso portico antistante alla Chiesa, aprendosi su tutto l'edificio, nuove porte e fenestre. Scomparve in tal modo il nome del fondatore della Chiesa, così inciso nell'archi trave di una fenestrella: D . P . C O P 1 . I . P A T s . (Domini Pe tri Coppari Juspatronatus), mentre sull'architrave di altra fenestra leggevasi: D. P. C. 1580 (Dominus Petrus Coppari 1580), Similmente andò distrutto il dipinto in affresco dell'Altare, che però nessun pregio artistico aveva. Inscrizione e dipinto furono, per ricordo, riprodotti in un quadro di maiolica smaltata policroma, sulle pareti esterne del rinnovato edificio.
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XXXIV. - Chiesa di S. Rocco presso Gualdo Tadino.
Negli Atti di una Sacra Visita, praticata in questa Chiesa il 4 Ottobre 1652, dallo storico Folignate Ludovico Jacobilli, quale rappresentante e per incarico del Vescovo di Nocera, leggesi che la Chiesa stessa, in segno di espiazione, era stata costruita e dedicata a S. Rocco, il protettore degli appestati, nell'anno 1448, mentre una pestilenza decimava la popolazione Gualdese. Esatta è la notizia, ma errato è l'anno a cui questa va riferita; né ciò del resto deve far meraviglia, poiché i suddetti Atti di Sacre Visite, contengono frequenti errori per quanto si riferisce a nomi ed a date. Nessuna pestilenza ci risulta essere stata in Gualdo nel 1448, ma, anche senza tener conto di ciò, sulla scorta di due documenti del nostro Archivio Notarile, dobbiamo invece posporre di circa trent'anni l'erezione della Chiesa in esame. Trattasi di due testamenti dettati il 9 Settembre e il 28 Decembre 1476. Nel primo si legge che la testatrice, Margherita del fu Ermanuccio da Belvedere (Fabriano), moglie di Nicolo da Rigali, ritiratasi per sfuggire la pestilenza in una capanna a Sasso Cupo presso Rigali, lasciava dieci bolognini «cappelle gloriosissimi Martiris (sic) sancti Rocci, pro fabricatione dicte capelle ». Similmente dal secondo testamento, si apprende che Pietro di Rinalduccio da Gualdo, donava « pro fabricatione capelle Sancti Rochi solidos XXV denariorum ». L'erezione della Chiesa dovette quindi avvenire o nel suddetto anno 1476 o, al più tardi, entro il decennio seguente, durante il quale, quando più, quando meno intensa, la pestilenza serpeggiò nella nostra regione, facendovi moltissime vittime. Certo, che nel 1486 la Chiesa era già costruita, poiché in tale anno, il 15 di Agosto, Bernardino di Gaspare De Humiolìs da Gualdo, con legato testamentario, lasciava due fiorini Marchigiani, per fornire di un calice, entro sei anni, la Chiesa di S. Rocco. Cinquanta bolognini elargiva anche alla stessa « pro acconcimine et ornamento» il 26 Luglio 1507, tal Francesco di Cinzio Fidatti da Gualdo. (1)
Dalla sua fondazione, la Chiesa di S. Rocco, è rimasta poi sempre sino ad oggi in possesso del Comune, il quale, dopo che nel 1519 assunse l'amministrazione dell'antico Ospedale di Dioti salvi, altrimenti detto di S. Lazzaro, l'aggregò all'Ospedale stesso, certo in relazione con le sue prime origini. (2)
La Chiesuola è piccola, di forma semicircolare, a volta, ed era inoltre munita di campana. Appena costruita, il suo interno fu in breve ricoperto da bellissimi affreschi, dovuti all'abile mano di un ben noto pittore, Matteo da Gualdo. Particolare notevole si è che
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Andrea di Angelo de Benadattis, dal 1469 al 1477, c. 136 e 140t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, dal 1473 al 1527, c. 57 e 227.
(2) R. GUERRIERI: G li antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909, p. 57, 58, 59.
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gli affreschi in parola, consistevano in tanti quadri, l'un presso l'altro disposti e che talvolta ripetevano anche lo stesso soggetto. Questo ci fa pensare che ognuno di quei quadri, come allora si usava, fosse stato dipinto per commissione di un particolare individuo e che stesse a ricordare qualche pio voto, cioè o il ringraziamento a S. Rocco per essere sfuggiti al contagio, oppure un offerta propiziatoria per esserne immuni nell'avvenire. Di quest'opera, che fu forse tra le più belle del pittore Gualdese, oggi ben poco rimane, essendo gli affreschi andati perduti nella massima parte, per l'umidità, per lo scrostamento dell'intonaco e più che altro per l'incuria degli uomini, ed anche le poche figure che restano sono destinate ad una sicura e non lontana scomparsa. Di questi dipinti, diamo una dettagliata descrizione nel Capitolo in cui si tratta della vita e delle opere dell'artista Matteo da Gualdo. Oltre a ciò, sopra l'unico Altare, recinto da una cancellata in legno, esisteva un antico quadro in tela d'ignoto autore, raffigurante la Vergine con S. Rocco, S. Lazzaro, S. Domenico ed il Beato Angelo da Gualdo.
Nel primo decennio del XVII secolo, nella Chiesa di S. Rocco, come già si disse, vennero trasferite le ossa del Beato Marzio che prima riposavano in un Eremitorio o Chiesuola, la quale sorgeva presso le sorgenti che oggi alimentano l'acquedotto pubblico Gualdese. Il trasferimento si effettuò perché questa era quasi del tutto crollata e fu compiuto solennemente dalla Confraternita di S. Giovanni Battista, con l'intervento del Clero. Alla Chiesa di S. Rocco passarono così anche la campana, il titolo e il Beneficio della scomparsa Chiesuola del B. Marzio, e sul nuovo sepolcro, situato sulla parete sinistra, fu collocata una lapide con questa epigrafe « Hic requiescit corpus B. Martii eremitae Gualdensis. Anno 1608. » In seguito, nel 1766, i Minori Conventuali del Convento di S. Francesco, chiesero al Comune di Gualdo, il permesso di trasportare nel proprio Tempio, le ossa venerate del Beato Marzio, ma l'Abbate di S. Donato, entro la di cui giurisdizione sorgeva la Chiesa di S. Rocco, si oppose a ciò, anche perché desiderava effettuare invece detto trasferimento nella sua Chiesa di S. Donato. Ma i Minori Conventuali, memori del proverbio: Cosa fatta capo ha, seppero prevenirlo e nel Settembre di quello stesso anno, di notte tempo, nascostamente involarono da S. Rocco le bramate spoglie e le tumularono nella loro Chiesa di S. Francesco, dove rimasero nonostante le proteste dell'Abbate di S. Donato e del Comune di Gualdo.
Quest'ultimo godette sempre il diritto di nominare il Cappellano di S. Rocco, che poi stipendiava con i fondi del suddetto Ospedale di S. Lazzaro. Sin dai primi tempi, vi si indiceva un Officio di più Messe nella festa del Santo Titolare e vi si celebrava spesso per incarico di pie persone; ad esempio le Monache del Monastero di S. Maria Maddalena, vi facevano dire Messa ogni anno nel mese di Agosto. Durante un certo periodo di tempo, si usò anche di officiarla nel secondo giorno delle Rogazioni e nella festa di S. Lorenzo. Più tardi si cominciò a celebrarvi le Messe regolarmente in tutte le feste di precetto, ed il Comune di Gualdo, con Deliberazione del 4 Aprile 1666, dispose che dette Messe dovevano
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essere, senza eccezione, applicate in suffragio di tutti i defunti per peste nelle varie epidemie che in passato avevano colpito la nostra Città e che al Celebrante sarebbero stati dati, in compenso, sei scudi annui. Fu allora che i Minori Osservanti del Convento dell'Annunziata, fecero domanda per ottenere detta officiatura, e l'ottennero dal Comune stesso, con Deliberazione Consigliare del 9 Gennaio 1667, e ad essi furono così affidate anche le chiavi e la custodia della Chiesa. Però in seguito, questi frati trascurarono detta officiatura sino a lasciarla quasi cadere in disuso per cui, con Decreto del 1 Luglio 1840, il Comune ridusse a venti il numero di Messe annue, da celebrarsi in S. Rocco nei mesi di Giugno, Luglio, Agosto e Settembre, col compenso di venti baiocchi per Messa. Ma siccome, per la sua posizione fuori la Città, poca gente vi accorreva per assistere ai divini Offici, così la Giunta Comunale, il 9 Giugno 1871, stabilì che, per maggior comodo della popolazione, dette Messe di suffragio, come anche quelle per la festa di S. Rocco, si sarebbero celebrate invece in un'altra Chiesa entro Gualdo e tale disposizione fu poi regolarmente approvata dal Vescovo di Nocera. (1)
II Beneficio Ecclesiastico inerente alla Chiesa di S. Rocco, che possedeva qualche piccolo terreno, essendo stato demaniato quando al Pontificio successe l'attuale Governo Italiano, venne poi riscattato nel principio di questo secolo, dal Sindaco di allora, Ugo Guerrieri.
XXXV. - Chiesa di S. Maria e S. Gregorio della Cava o di S. Spirito presso Gualdo Tadino.
Chi, partendo dal quadrivio oggi chiamato La Posta Vecchia, fuori Porta S. Benedetto, risale la strada che va poi ad incontrare quella Provinciale Gualdo-Nocera, trova, dopo pochissimo cammino, un piccolo tratto di via in forte salita, profondamente scavata nel terreno e fiancheggiata da due alte ripe brecciose. Tale località è anche attualmente denominata La Cava, certo a motivo di alcune vecchie cave di ghiaia che esistono lì presso, ed ivi appunto sorse la Chiesa di cui stiamo trattando. Quando questa avesse origine ci è del tutto ignoto. La prima volta che io la trovo nominata, è in un rogito dell'Archivio Notarile Gualdese, rogito che, il 5 Decembre 1478, si dice esteso « in territorio Gualdi, in parochia S. Donati, ante ecclesiam Sancte Marie della Cava, iuxta viam a duobus et alia latera ». Ricompare poi in due Atti aventi le date 10 e 30 Ottobre 1487. Dal primo di essi risulta, che Fra Giovanni Hendrici di Fiandra, dell'Ordine dell'Ospedale di S. Spirito in Saxia di Roma, nonché Priore, Rettore e Governatore delle Chiese di S. Spirito di Gualdo Diocesi Nocerina, di S. Spirito di Camerino, di S. Spirito di Tolentino, di S. Spirito fuor di Nocera e di S.Maria Maddalena fuori
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Atti Consigliari, con le date su esposte.
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di Fabriano, tutte dipendenti dal suddetto Ospedale Romano di S. Spirito in Saxia, eleggeva a suo procuratore Generale Ser Ercole di Gabriele Rubeis da Gualdo. Dal secondo Atto si apprende che quest'ultimo, nella sua qualifica di procuratore di fra Giovanni Hendrici suddetto, trattava la risoluzione di alcune vertenze, insorte tra un tal Scaramuccia del villaggio Gualdese di Piagge e la Chiesa di S. Spirito « extra Gualdum » a proposito di alcuni beni da quest'ultima posseduti. Tre anni dopo, il 29 Giugno 1490, la stessa si ritrova in un testamento col quale Marina di Baldo di Antonio Lippe detto Maltento, moglie di Francesco di Giacomo di Nicolo dei Coppari da Gualdo, disponeva affinchè, dopo la sua morte, fosse venduta « quadam clamis panni lane colaris bruschini cum alzata » e con la somma ricavata fossero fatte dipingere le immagini della Vergine col Figlio in braccio, di S. Michele Arcangelo, di S. Caterina e di S. Lucia, nella Chiesa di S. Maria della Cava e propriamente sopra l'Altare di S. Gregorio esistente a destra dell'ingresso. Con altro Istrumento del 16 Giugno 1498, Graziosa, figlia di Giovanni di Antonio di Luca e vedova di Ser Andrea di Francesco Ciotta da Gualdo, lasciava dieci fiorini per opere murarie e restauri alla Chiesa di S. Maria della Cava. E similmente il 24 Giugno 1500, tal Manetta del fu Giacomo Morroni, vedova di Francesco di Antonio Pacciarelli da Gualdo, dettando le sue ultime volontà, tra l'altro disponeva affinchè il di lui figlio Giovanni, avesse fatto dipingere la figura della Vergine Maria sopra la porta d'ingresso della Chiesa in esame. (1)
Dopo un silenzio di più di mezzo secolo, questa ricompare in un documento dell'Archivio Vaticano, dal quale apprendiamo che il 5 Gennaio 1565, Vitellozzo, Camerlengo del Vescovo di Nocera, autorizzava la vendita di alcuni terreni infruttiferi posti a Pastina e appartenenti alla Chiesa di S. Maria della Cava e S. Gregorio esistente fuori le Mura di Gualdo, dovendosi però il ricavato investire in altri terreni più utili e più comodi per la Chiesa stessa. Tale autorizzazione veniva rilasciata dietro istanza del Marchese Orsini, Priore e perpetuo amministratore del Priorato e dell'Ospedale di S. Spirito di Foligno, nonché notisi bene, della Chiesa di S. Maria della Cava e S. Gregorio, aggregata all'Ospedale suddetto. In altro documento e cioè negli Atti di una Visita Apostolica compiuta in questa Chiesa dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani il giorno 8 Novembre 1573, si legge invece che la medesima era aggregata all'Arciospedale di S. Spirito in Saxia di Roma. Quest'apparente contraddizione è però subito chiarita, ricordando che l'Ospedale Folignate di S. Spirito, era a sua volta membro del precedente. Tale dipendenza della nostra Chiesa dal celebre e vetusto Ospedale Romano, dipendenza che ancora vediamo sussistere nella metà del XVIII secolo, ci spiega inoltre
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XVII, c. 10; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527. c. 84t, 132t, 147; di Vincenzo di Piero dal 1482 al 1488. Quaderno V, c. 21 e 25t.
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perché la Chiesa di S. Maria e S. Gregorio della Cava, sia stata spesso anche chiamata di S. Spirito. (1)
La stessa poteva dirsi duplice, era cioè costituita da una Chiesa maggiore abbastanza vasta e da una minore, specie di Cappella, adiacente alla prima, ma che non aveva con questa alcuna comunicazione interna. Ambedue erano fornite di un Altare, ed in ambedue si celebrava la Messa. La Chiesa grande inoltre, munita di campana e tutta a volta, nel 1652 aveva sul proprio Altare un quadro raffigurante la Madonna con il Bambino in braccio ed ai lati S. Facondino vescovo e S. Giovanni Battista; nel 1718 vi era invece una tela con le figure della Vergine e S. Gregorio, ai quali era appunto dedicato l'Altare. Questa Chiesa maggiore trovavasi poi divisa in due scompartimenti da una cancellata di legno ed aveva infine una parte sotterranea, una specie di cripta, alla quale si accedeva mediante otto gradini. Il suddetto Vescovo Camagliani, in occasione della sua Visita, ordinò che nella Chiesa minore o Cappella, venisse demolito l'Altare, che si murasse la porta d'ingresso, se ne aprisse una nuova di comunicazione con la Chiesa maggiore e, così modificata, si adibisse all'uso di Sagrestia. Il Camagliani inoltre ordinò il sequestro delle rendite della Chiesa, da destinarsi ai molti restauri di cui abbisognava, specie nella parte sotterranea devastata dall'umidità. Ma le prescrizioni del Visitatore Apostolico non vennero certo eseguite, poiché il Vescovo di Nocera, nel 1707, ordinò nuovamente di ridurre a Sagrestia la Cappella e di restaurare la Chiesa, che intanto sarebbe rimasta sospesa sino all'effettuazione dei lavori.
Le rendite di questa, erano devolute al suddetto Ospedale di S. Spirito, che poi in parte le rilasciava pel mantenimento, per l'officiatura e per la custodia della Chiesa. Preposto a tali funzioni, nella metà del Cinquecento, era un Monaco Agostiniano, ed in seguito troviamo affidata la Chiesa ad un così detto Eremita, il quale viveva lì presso, in una casa circondata da un orto, l'una e l'altro proprietà della Chiesa stessa. In un Registro dei morti della Parrocchia di S. Donato, con la data 10 Marzo 1649, troviamo indicata la morte di uno di questi Eremiti, che viene designato come « Frater Gerardus Lalemandus heremita incola Sanctae Mariae de la Cava (de Lorena) Gallicae nationis ».
Nella Chiesa si indicevano tre Offici di più Messe ogni anno, uno nella festa di S. Gregorio Magno, l'altro in un giorno delle Kogazioni ed il terzo nella ricorrenza della Presentazione di Maria Vergine. Vi si diceva poi Messa qualche volta, per devozione di pie Persone.
Non sappiamo con certezza quando la Chiesa, con la vicina abitazione per l'Eremita, andarono in rovina e per quale causa; sebbene sia da supporre che ciò fosse avvenuto per effetto del violento terremoto che nel 1751 devastò la nostra Città. L'ultima
(1) Arch. Vaticano: Arm. 29, Tomo 222, c. 27.
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volta che io la trovo ricordata, è infatti nel 1750, e poco più tardi, nel 1779, già più non doveva esistere, poiché in tale anno, in un elenco dei beni allora appartenenti alla Badia di S. Donato, entro la di cui giurisdizione parrocchiale sorgeva, figurano anche otto terreni, con l'annotazione che gli stessi spettarono un tempo alla Chiesa di S. Maria e S. Gregorio della Cava, unita alla suddetta Badia di S. Donato. Abbiamo inoltre memoria che, persino il quadro di S. Maria e S. Gregorio, andò in quel tempo ad abbellire la stessa Chiesa Abbaziale.
XXXVI. - Chiesa del Corpo di Cristo fuori la Porta Civica di S. Benedetto in Gualdo Tadino.
Questa Chiesa, oggi completamente scomparsa, ha avuto in passato non poca importanza. Un Monaco dell'Abbazia Gualdese di S. Benedetto, tale Andrea di Paolo di Assisi, istituì in Gualdo l'anno 1328, sotto l'Ordine Cisterciense e con la regola dei Monaci Benedettini, la Congregazione Monastica del Corpo di Cristo che, per quasi tre secoli, ebbe vita prospera e godette di non poca autorità e rinomanza, possedendo molti fiorenti Monasteri, sparsi nella regione Umbro-Marchigiana. Andrea di Paolo, fondò il suo primo Monastero fuori le Mura di Gualdo, nella pianura immediatamente sottoposta alla Porta Civica di S. Benedetto, sulla riva destra del fiume Feo e presso il ponte che lo attraversa anche oggi, nel luogo allora chiamato Buona Madre, a pochi passi dall'attuale vocabolo Posta Vecchia.
In un rogito notarile dell'11 Settembre 1462, la nostra Chiesa così infatti viene indicata: «Ecclesia Corporis Christi, sita extra terram Gualdi, juxta flumen Fey ». In altro rogito del 2 Decembre 1479, si trova inoltre, come facente parte della Parrocchia di S. Benedetto, il vocabolo «Bonematris sive Corde» e questo secondo appellativo, ci spiega il nome di Fiume delle Corde, oggi volgarmente dato al Feo, nel tratto che corre tra il Ponte suddetto e la sua confluenza con il fiume Rasina. (1)
II Monastero fondato da Andrea di Paolo, sino al 1393 fu la Casa Madre e Generalizia della Congregazione del Corpo di Cristo, ed ebbe, quale annessa Chiesa Abbaziale, quella appunto di cui stiamo per occuparci. S'ignora se la Chiesa stessa preesistesse alla costruzione del Chiostro, o se sorse contemporaneamente a questo, ma, per alcuni indizi, è piuttosto da supporre che preesistesse sotto un titolo diverso da quello del Corpo di Cristo e che assumesse invece quest'ultimo, quando al suo fianco sorse l'omonima Abbazia. Ciò spiegherebbe alcune differenze che riscontransi nella sua intitolazione. Infatti, in tre rogiti del 4 Febbraio 1480, 26 Maggio
(1) Arch. Notarile di Oualdo: Rogiti di Gaspare di Renderò dei 1455 al 1485, e. 125 ; di Andrea di Angelo de Benadattis dal 1477 al e. 54t.
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1481, e 6 decembre 1496, la Chiesa del Corpo di Cristo trovasi nominata con a fianco l'indicazioni « alias La Chigiola » oppure «dicta La Chigioia» oppure ancora « alias ecclesiola». Così pure, negli Atti di Sacre Visite conservate nell'Archivio Vescovile di Nocera Umbra, la Chiesa è talvolta chiamata « S. Michele Arcangelo o La Chiesola (1691), S. Maria della Chiesola (1704), S. Maria de Chigiuola (1713). Similmente nei nostri Libri Consigliari, in data 3 Decembre 1673, leggiamo che si delibera di ricostruire « il Ponte della Chiesola » cioè il su ricordato Ponte sul Feo. (1)
La Congregazione fondata da Andrea di Paolo avendo con il tempo perduto gran parte della sua importanza, fu da Papa Gregorio XIII, fusa con l'Ordine Olivetano mediante Breve del I Marzo 1582, ed infatti, dopo tale epoca, la Chiesa del Corpo di Cristo, il fabbricato ed i terreni annessi, li troviamo allo stato di Grangia in possesso del Monastero Fabrianese di S. Caterina, appartenente all'Ordine Olivetano. Questo Monastero anzi, nel 1593, dalla superiore Autorità Ecclesiastica di Roma, fece inviare un Monitorio al Comune di Gualdo, con il quale si imponeva allo stesso, di non applicare alcuna tassa sulle terre dipendenti dalla Chiesa del Corpo di Cristo. Più tardi il Monastero Fabrianese vendette quest'ultima con i relativi beni, al Gualdese Mons. Porfido Feliciani, fatto Vescovo di Foligno nel 1612, il quale a sua volta trasmise la Chiesa ai discendenti della propria famiglia che la possedettero per lungo tempo. Non è possibile precisare quando cessasse tale possesso, ma la data ultima che di esso mi è stato possibile rintracciare corrisponde all'anno 1746. I Feliciani, sinché l'ebbero alla loro dipendenza, subirono l'onere di mantenerla in buono stato e di provvederla di tutto il necessario e vi fecero ogni anno celebrare un Officio di più Messe nella festa del Corpus Domini. Inoltre, in tale giorno, una solenne processione partendo da Gualdo, si recava sino alla Chiesa del Corpo di Cristo, e sfilava davanti al suo unico Altare, su cui eravi un'antica tavola dipinta, rappresentante il Mistero del Sacramento con l'Annunciazione di Maria Vergine. (2)
Poche altre notizie ci sono pervenute a proposito di questa Chiesa: Così sappiamo che, dopo essere stata acquistata dal Feliciani, cioè dopo essere stato effettuato il passaggio da Chiesa Claustrale a Chiesa Secolare, le antiche tombe dei Monaci esistenti nel pavimento, vennero distrutte e le ossa altrove inumate. Ci è altresì noto che nel 1712, fu sospesa dal Vescovo di Nocera, ed in tale stato rimase per qualche tempo, sino a che cioè i Feliciani non ottemperarono ad alcune prescrizioni fatte dal Vescovo Nocerino, circa il miglioramento dei sacri arredi. Altro motivo di scandalo vi
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1479 al 1480,c e. 485 ; dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, Pa ginazione I, c. 761; dell'anno 1496 e 1480, e. 80t - Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1670 al 1679,c. 72t.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli. Consiglio del 26 Decembre 1593.
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trovò lo stesso Vescovo pel fatto seguente: Contiguo alla Chiesa, esisteva ancora, ma disabitato, e forse cadente, l'antico edificio Abbaziale già abitato dai Monaci del Corpo di Cristo, edificio che comunicava con la Chiesa mediante una porta. Tale abitazione era divenuta un pericoloso ospizio di malviventi e banditi che, valendosi dell'immunità Ecclesiastica del luogo, vi accorrevano come a sicuro rifugio, dopo esservi penetrati attraverso la Chiesa. Perciò il Vescovo Nocerino, nel 1731, ordinò che la porta tra questa e l'abitazione contigua fosse murata e quest'ultima cessasse così di godere il diritto all'immunità Ecclesiastica. (1)
Sulle ultime vicende della Chiesa del Corpo di Cristo, che dovrebbero essere le più note, incombe invece il più profondo silenzio, e di essa, come dell'annesso fabbricato Abbaziale, oggi anche il più piccolo vestigio è scomparso dalla superficie del suolo.
XXXVII. - Chiesa di S. Maria di Rote presso Gualdo Tadino.
Dove attualmente sorge questa piccola Chiesa, in Parrocchia di S. Benedetto, nella seconda metà del Cinquecento, esisteva invece una Maestà detta di S. Maria di Rote, assai venerata ed alla quale accorrevano i Gualdesi, lasciandovi elemosine, che venivano raccolte dal colono del terreno su cui sorgeva la Maestà suddetta. Nel 1647 Pietro Feliciani, Cavaliere Gualdese, quello stesso che, come vedremo, dieci anni prima, aveva fondato l'Oratorio di S. Pietro nel Castello di Grello, eresse a sue spese, al posto della suddetta Maestà, una piccola Chiesa a cui rimase il nome di S. Maria di Rote.
Da che abbia avuto origine il vocabolo Rote, già in uso nella seconda metà del Quattrocento, noi non sappiamo, sebbene alcuni abbiano arguito, veramente in maniera molto fantastica, che lo stesso sia una corruzione della parola Rotte, il quale nome sarebbe restato a quel luogo per ricordo della celebre rotta che l'esercito di Totila, in quei dintorni, ricevette da Narsete l'anno 552, dopo una tremenda battaglia che, con la morte del Re Goto, terminò infatti nella pianura Tadinate. Pietro Feliciani non assegnò alla nuova Chiesa da lui fondata alcun bene stabile, ma si assunse l'onere di mantenerla e provvederla di tutto il necessario e, con il possesso della stessa, trasmise quest'onere ai suoi discendenti, in mano ai quali, più che cento anni dopo, ancora troviamo la Chiesa di S. Maria di Rote. Ma la famiglia Feliciani, non sempre rispettò l'obbligo di mantenerla in buone condizioni, anzi nel 1694, la Chiesa era ridotta in così pessimo stato, che il Vescovo di Nocera ordinò che o si restaurasse o si demolisse del tutto, ed i restauri dovettero essere stati infatti probabilmente praticati dai Feliciani.
L' unico altare della Chiesuola, era dedicato alla Vergine del l'Assunzione, ma sulla parete ad esso sovrastante, sin dall'origine era dipinta una Madonna della Concezione, che presso il popolo
(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Anni 1712, 1718, 1731.
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aveva fama di essere miracolosa, ed i Feliciani usavano farvi celebrare un Officio di più Messe nella festa della Presentazione di Maria Vergine, il 21 Novembre. Così, tutte le maggiori manifestazioni del culto della Madonna vi erano rappresentate. Di più, con Decreto del 20 Decembre 1846, la Chiesa fu sottomessa ed aggregata alla Basilica Romana di S. Maria Maggiore, affinchè potesse partecipare a tutti i benefici e privilegi da questa goduti.
Nel 1855, durante una violenta epidemia colerica, quando ancora era in uso seppellire i cadaveri nell'interno delle Chiese, fu costruito, contiguo a S. Maria di Rote, il primo Camposanto Gualdese, che cominciò a funzionare nel Luglio di quello stesso anno. Fu così che l'antica Chiesuola dei Feliciani, assunse una maggiore importanza, divenendo la Cappella del Cimitero Cittadino. Passò allora in proprietà del Comune di Gualdo e, sin che vi durò il Cimitero, fu frequentemente officiata per conto ed a spese di coloro che ivi avevano qualche parente sepolto.
Intorno al 1890, il Cimitero annesso alla Chiesa di S. Maria di Rote fu chiuso, essendosene aperto uno nuovo e più vasto presso la Chiesa di S. Facondino. In conseguenza di ciò, le salme delle molte migliaia di Gualdesi ivi sepolte, furono tutte esumate nel 1923 e risepolte in un unica grande tomba comune, scavata nel pavimento della Chiesa stessa, la quale poco dopo, nel 1927, a cura del Municipio di Gualdo Tadino, fu quasi completamente ricostruita per renderla più degna sede del grande Ossario in essa racchiuso. Sul suolo adiacente, che costituiva il vecchio Cimitero, l'anno prima era sorta una importante Cabina di trasformazione Elettrica.
Oggi nella Chiesa si celebra talvolta la Messa a richiesta di pie persone e, durante la Pasqua, per iniziativa di una privata Società, vi si fa per tre giorni l'esposizione del SS. Sacramento ed in tale evenienza molta folla vi accorre, anche per diporto, dalla vicina Città.
XXXVIII. - Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Convento dei Frati Minori Cappuccini .
Quando nel 1566, per iniziativa e con il contributo del Comune di Gualdo, si principiò la costruzione del Convento dei Frati Minori Cappuccini, si pose mano contemporaneamente anche all'erezione dell'annessa Chiesa Claustrale, che poco dopo venne dedicata a S. Michele Arcangelo, patrono della nostra Città. Era questo edificio formato, posteriormente, da un abside o presbiterio a volta e, anteriormente, dalla Chiesa propriamente detta, coperta da travatura. Per il modo come era costrutta e per vari altri indizi, si poteva Pensare che l'abside suddetta, fosse preesistita alla parte anteriore, fosse cioè stata una piccola antica Cappella di cui avevano poi usufruito i Cappuccini, prolungandola convenientemente con un fabbricato anteriore, per formarne la nuova Chiesa di cui abbisognavano, opinione, è anche convalidata
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dal fatto, che il luogo ove sorsero il Convento e la Chiesa dei Cappuccini, chiamavasi già precedentemente S. Angelo, e questo nome ci fa appunto pensare alla esistenza in quel luogo, di qualche Cappella dedicata all'Arcangelo S. Michele, che poi diede il nome alla nuova Chiesa. Era, del resto, abitudine dei Padri Cappuccini, di scegliere, per la costruzione dei loro Conventi, dei luoghi ove già sorgeva qualche Chiesina o Cappelletta, presso la quale fabbricavano poi le umili celle del Chiostro.
Nella Chiesa allora costrutta, si eressero cinque Altari: l'Altare Maggiore era dedicato a S. Michele Arcangelo e su di esso esisteva un quadro in tela raffigurante il Titolare con la bilancia in mano, S. Francesco d'Assisi, il Beato Angelo da Gualdo e S. Antonio da Padova; sopra questi la Madonna incoronata da due Angeli; sotto, la firma « Octavius Pretelli a civitate Plebis pingebat 1624 ». Il secondo Altare era dedicato alla Madonna del Divino Amore, rappresentata in un quadro di piccole dimensioni recante, posteriormente, la data 1787. Il terzo Altare, era intitolato a S. Francesco di Assisi, con una statua di questo Santo. Il quarto e quinto Altare, erano collocati in due Cappelle laterali: Di queste, una, dedicata a S. Felice da Cantalice, laico Cappuccino, aveva una tela raffigurante il Titolare in atto di ricevere il Divino Infante dalle mani della Vergine; l'altra, intitolata a S. Antonio Abbate, recava una statua del Santo ed un quadro in tela avente le effigi di vari Santi dell'Ordine Cappuccino. La Chiesa fu consacrata da Mons. Virgilio Florenzi, che fu Vescovo di Nocera dal 1605 al 1644.
Quando nel 1860, l'annesso Convento fu demaniato dal nuovo Governo Italiano e ne partirono i Frati, la Chiesa, quasi abbandonata, si ridusse ben presto in pessime condizioni, per cui fu fatta restaurare a proprie spese dal Gualdese Mons. Roberto Calai Marioni, tra il 1866 ed il 1867. Ma ritornati i Frati nel 1880 al loro antico Convento, ed essendo questo cresciuto d'importanza, si sentì il bisogno di una Chiesa più ampia e più decorosa. Si trasformò infatti e si adibì ad usi profani la vecchia Chiesa su descritta, ed adiacente alla stessa, il 14 Maggio 1897, si collocò la prima pietra di quella nuova, che fu terminata di fabbricare nel Febbraio del 1898, venendo poi consacrata dal Vescovo di Nocera, Mons. Rocco Anselmini ed aperta al culto nell'anno 1907.
Come in quella soppressa, l'Altare Maggiore è dedicato a S. Michele Arcangelo, e su di esso fu collocato il già descritto quadro della vecchia Chiesa. Il secondo Altare, a destra, è intitolato a S. Felice da Cantalice, ed è anch'esso ornato con il vecchio quadro. Il terzo Altare, a sinistra, è sacro a S. Francesco d'Assisi, e reca una statua del Santo. Come nella soppressa Chiesa, vi sono due Cappelle laterali : Quella a destra è dedicata alla Madonna del Divino amore, con Altare recante una statua della Titolare, postavi nel 1925, in sostituzione del suddetto piccolo quadro che esisteva nella vecchia Chiesa; l'altra, a sinistra, è intitolata a S. Antonio da Padova con sull'altare una statua di questo Santo.
La Chiesa, così oggi come in passato, è officiata tutti i giorni, secondo le norme dell'Ordine Cappuccino. |
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XXXIX. - Cappella del Beato Angelo presso il Convento dei Frati Minori Cappuccini.
Là dove oggi, sulla riva del Rio Remore, sorge la Chiesuola di cui ci accingiamo a trattare, nel principio del XIV secolo, esisteva uno speco nel quale visse in solitudine e penitenza l'eremita Beato Angelo da Gualdo, che ivi morì poi tra il 1324 e il 1325. Quest'umile grotta, sin da quel tempo, fu luogo venerato dai fedeli del nostro territorio, e subito dopo la morte del Beato Anacoreta, dovette in essa rinchiudersi anche qualche altro suo imitatore o discepolo, poiché infatti, in una pergamena Gualdese, conservata nell'Archivio di Stato di Roma, leggiamo un testamento con il quale il testatore Pietro di Groctolino da Gualdo, il 31 Luglio 1348, faceva tra l'altro, anche un legato a certo Fra Guidone, « recluso in cella olim sancti Angeli». (I)
Nella prima metà del Quattrocento, sul vetusto e squallido Eremo dell'Anacoreta Gualdese, si costruì una Cappella che fu consacrata l'anno 1450 dal Vescovo Nocerino Giovanni Marcolini da Fano. Lo Jacobilli, narra poi che il Vescovo di Nocera succeduto al precedente, con Decreto del 22 Luglio 1468, diede licenza a Fra Bartolomeo di Pietro, Abbate del Monastero di S. Pietro di Gualdo, (certo S. Pietro di Val di Rasina) di edificare un Oratorio, sotto il titolo del Beato Angelo, nel luogo detto Val di Romore, concedendo altresì quaranta giorni d'indulgenza ai suoi futuri visitatori. Di questo Oratorio noi non abbiamo però oggi alcuna conoscenza, e la notizia come sopra datacene da Jacobilli, tenendo conto specialmente della precisa corrispondenza dell'indicazioni topografiche, si riferisce certamente alla Cappella su ricordata, che dall'Abbate di S. Pietro, sarà stata ampliata o ricostruita in miglior forma. Sappiamo infatti, che nella fine di quel secolo, il sacro luogo aveva già assunto l'aspetto di una piccola Chiesa, coperta di volta e ricca di pitture. Questa Chiesuola, che fu appunto intitolata al Beato Angelo, è quella sino a noi pervenuta, ma attraverso svariate e molteplici successive modificazioni. (2)
Nella stessa, sino al principio del Cinquecento, seguitò ancora a vivere qualche anacoreta e abbiamo infatti memoria di un Fra Benedetto, « ordinis heremitarum » che vi risiedeva nel 1477, e di un Fra Nicola di Giovanni da Matelica, che nel 1507, conduceva anch'esso vita eremitica nella cella « et loco sancti Angeli de Gualdo ».
Questo sacro edificio, con alcune terre circostanti, ed una casa d'abitazione oggi scomparsa, era anticamente proprietà dell'Abbazia di S. Benedetto, ma ne aveva il giuspatronato il Comune di Gualdo,
(1) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. n°. 22.
(2) L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 104 e 105 - Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite alla Chiesa del B. Angelo. Anni 1670, 1673, 1771.
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che sopportò poi sempre anche l'onere di mantenerlo e provvederlo del necessario. La sua dipendenza dalla suddetta Abbazia Gualdese, ci risulta anche da un Atto Notarile del 10 Luglio 1490, con il quale il Card. Giovan Battista Savelli, Abbate Commendatario della nostra Badia di S. Benedetto, concedeva ai sacerdoti Gualdesi Cristoforo di Giacomo e Andreano di Giovanni, l'Eremitorio del Beato Angelo « vulgariter nuncupatum La Cella » con abitazione, terre attigue e dipendenti, nonché le masserizie, e ciò per la durata di tre anni con divieìo di vendere. Similmente, con Atto del 18 Settembre 1555, l'altro Commendatario di S. Benedetto Giovanni Evangelista Spinola, lo cedeva per tre anni con i beni annessi, cioè una casa, una vigna, una selva ed un oliveto, a Fra Sebastiano di Bernardino da Perugia ed a Fra Agostino Calabrese, ambedue dell'Ordine Domenicano, con obbligo di celebrarvi messa ogni Giovedì e ogni Domenica. (1)
Poco dopo la metà del secolo XVI, essendo stato edificato presso questa Chiesuola l'attuale Convento dei Minori Cappuccini, l'Abbate Commendatario delia Badia di S. Benedetto Card. Giovanni Antonio Serbelloni, con Atto del 30 Maggio 1569, la concesse in enfiteusi perpetua ai Cappuccini suddetti insieme alle terre ad essa circostanti. Questi Frati, ebbero allora l'incarico di officiare la Chiesuola, nella quale si celebravano altresì alcune Messe nel giorno in cui ricorreva la festa del Beato Angelo e cioè il 15 Gennaio. Quest'ultima usanza si mantiene tutt'ora. (2)
Sull'unico altare, esisteva un'antica statua del Beato Titolare, sostituita con una nuova nel 1888. Un tempo, sul muro retrostante, era dipinta l'effigie della Vergine ed anche le altre pareti erano tutte coperte da pregevoli affreschi votivi. Di questi affreschi, opera pregevole dovuta al pennello di Matteo da Gualdo, restano ancora molti notevoli avanzi sulle pareti laterali: In quella 3 destra di chi entra, scorgonsi infatti un'Annunciazione, un Beato Angelo, un S. Facondino ed un S. Rocco; nell'altra a sinistra un Crocefisso con la caratteristica scena della Pietà, un altro Beato Angelo, ed un'altra Annunciazione.
Proprio davanti alla Chiesuola, scorre, come sopra si è detto, un torrentello chiamato Rio Romore; oggi le sue acque, in quel punto, passano racchiuse in un canale sotterraneo, ma un tempo scendevano giù libere e senza argini regolatori, apportando ad ogni piena, ingenti danni all'edificio sorgente sulla sua sponda. Già dei gravi danneggiamenti queste alluvioni avevano arrecato alla Chiesuola del Beato Angelo nell'Agosto del 1653 e nell'Ottobre del 1765. In epoca più recente e cioè nell'Ottobre del 1827, una grande
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478. Paginazione II, c. 201t.; dal 1489 al 1490, c. 157; dell'anno 1507, c. 70; Rog. Di Bongrazio di Aurelio Bongrazi dal 1555 al 1557. c. 254.
(2) FRA MICHELE DA TUGIO : Bullarium Capucunorum . Roma 1743. Tomo II, p. 105.
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inondazione desolò il nostro territorio, facendovi molti danni ed anche vittime umane. Il Rio Romore, come tutti gli altri corsi d'acqua della regione, straripando, asportò completamente la parte anteriore del fabbricato, che però fu subito ricostruita e ricoperta da un semplice tetto e non da volta, la quale ultima esiste invece ancora posteriormente nella parte antica della Chiesa sfuggita all'alluvione. Nuovi restauri subì nel 1888, per opera dei Frati del vicino Convento, e finalmente, nel 1926, questa vetusta Chiesuola, dopo notevoli lavori di adattamento e restauro, che ne trasformarono in ogni sua parte l'aspetto esterno, venne adibita a sepolcreto privato per i Frati del vicino Convento dei Cappuccini, nonché per la famiglia Vetturini di Gualdo, a spese della quale furono compiuti i restauri. (1)
XL. - Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio a Capo d'Acqua . Sorgeva in una romita, silvestre e scoscesa valletta dell'Appennino Gualdese, tra Monte Maggio e Monte Serra Santa, sopra l'attuale Convento dei Cappuccini, in località denominata Capo d'Acqua. (2)
Era Chiesa Monastica, faceva cioè parte di un Monastero, che nel 1345 passò alla Congregazione del Corpo di Cristo, del qual Monastero si è già trattato in un apposito Capitolo. La sua qualifica di Chiesa Monastica ci risulta anche da un testamento recante la data 28 Luglio 1290, ove infatti si legge che il testatore, tal Salvuzio sarto, erogava, tra l'altro, cinquanta solidos alla Chiesa dei Frati di Capo d'Acqua ( . . . ecclesie fratrum de Capa d'acqua). (3)
E' nel 1333 che la Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio compare per la seconda volta in un documento d'archivio: Infatti in tale anno, il 21 di Giugno, la vediamo versare la prima quota semestrale della tassa o decima che, per la durata di alcuni anni, Papa Giovanni XXII impose nel 1332, su i beni Ecclesiastici del Ducato di Spoleto. Il versamento fu anzi effettuato in mano di Delayno de Mutina il quale, oltre ad essere Cancelliere e Notaro del Vescovo di Nocera, funzionava anche quale Subcollettore di detta tassa, nella Diocesi Nocerina, per incarico del Collettore Generale e Tesoriere del Ducato di Spoleto Giovanni Rigaldi. Il ricevimento della quota suddetta, ventiquattro soldi Cortonesi, così è registrato nei Libri delle Collettorie Pontificie : « A fratre Juncta, solvente pro ecclesia S. Gervasi et S. Prptaxi de Capodacqua [habui] 24 s, cort. ».
Null'altro si conosce di questa Chiesa, e ignota è anche l'epoca della sua scomparsa, a proposito della quale possiamo solo dire che, alla fine del Quattrocento, ancora esisteva, poiché la troviamo citata,
come membro della nostra Abbazia del Corpo di Cristo, in un Atto
(1) A. Loreti: Sul Restauro della Cappella del B, Angelo. Perugia 1828. - Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1647 al 1658. c . 231t.; dal 1765 al 1788. c . 9t.
(2) Arch. Storico di G ubbio: Fondo Armanni. Codice II. C. 23, e. 127.
(3) R. Guerrieri: Gli Antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino, Perugia 1909. pag. 22, 23,
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notarile del 4 Marzo 1499. Il Dorio, nei primi del Seicento, nomina la Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio, insieme a molte altre che allora pagavano un contributo alla Mensa Vescovile di Nocera e bisognerebbe quindi dedurne che la stessa ancora esisteva e funzionava. Ma ciò è assai dubbio e il contributo suddetto probabilmente sarà stato offerto da chi, in quel tempo, godeva il superstite e omonimo Beneficio Ecclesiastico della Chiesa distrutta. Nei Manoscritti di Dorio e Jacobilli, qualche Beneficio Ecclesiastico appartenente a Chiese allora scomparse, si trova infatti assai spesso citato in modo tale, da far supporre che il sacro edificio a cui già apparteneva il Beneficio, fosse ancora esistente. (1)
Ma oggi della Chiesa in esame, come pure del Chiostro annesso, resta appena qualche vestigio nella località su indicata. A proposito della stessa, possiamo però notare, che nella Pinacoteca Comunale di Gualdo, esiste un vetusto quadro su tavola, a forma di lunetta, rappresentante il Redentore in atto di coronare la Vergine, contornati da nove Angeli che pregano e fanno musica. A fianco della Vergine sta inginocchiato Andrea di Paolo d'Assisi, fondatore della Congregazione del Corpo di Cristo, ed a lato del Redentore, l'eremita Beato Angelo da Gualdo. Sul rovescio di questa tavola, attribuita al Senese Sano di Pietro, leggesi la seguente antica inscrizione: « Quadro spettante un dì ai monaci del Corpo di Cristo, di San Gervasio e Protasio in Capo d'Acqua, dipinto nel 1474, contenente l'effige del B. Angelo da Gualdo che ivi visse prima dei detti monaci e del B. Andrea di Paolo di Assisi, che fondò in Gualdo detto ordine nel 1328 e fu primo Abbate Generale nel 1340».
Ricorderemo infine un altro dipinto della Chiesa in esame, di cui ci lasciò memoria lo Jacobilli (Di Nocera nell'Umbria e sua diocesi, (pag. 106), con le seguenti parole : «... Circa l'istesso tempo (1474) i Monaci della Congregazione del Corpo di Cristo di Gualdo, fecero fare un altro simile quadro da detto Alunno, con l'immagine di S. Benedetto Abbate e di diversi altri santi e figure del SS. Sagramento e della B. Vergine, e lo posero nella loro chiesa dei Santi Gervasio e Protasio nella valle di S. Facondino di Gualdo ... Ma derelitta questa Chiesa col Monastero contiguo, fu quel bel quadro posto nell'Altare Maggiore della Chiesa di S. Francesco di Gualdo ». Di questo quadro, che sarebbe stato dipinto dal celebre pittore Folignate Nicolo Alunno, non si ha però oggi più alcuna notizia.
XLI. - Chiesa di S. Facondino nel villaggio omonimo.
La Chiesa di S. Facondino è la più antica delle Chiese Gualdesi oggi esistenti, ed è sempre stata a capo di una Parrocchia, che negli antichi documenti, sino al XVI secolo, trovasi indicata, non sappiamo perché, come « Parocia Serre Sicce » oppure « Parocia
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1498 al 1499. Paginazione II, c. 18t. - Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss, di Dorio e Iacobilli, Cod, C, VIII. 11, c, 102t-108t,
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S. Facundini sive Serresicce » la quale ultima parola spesso riscontrasi scritta anche sotto altre forme, ad esempio: Serresiche, Serresicche e simili.
A questa Chiesa, diede origine il santo Vescovo Tadinate di cui porta il nome e del quale già abbiamo parlato a proposito dell'Episcopato Tadinate. Secondo una vecchia leggenda, riportata in tutte le nostre Cronache e Agiografie medioevali, subito dopo la morte di S. Facondino, avvenuta il 28 Agosto 607, ad un abitante di Tadino, la vetusta città Romana che poi diede origine a Gualdo, apparve in sogno un messaggiero celeste, per annunciargli che nel suo eremo, fra il Rio Moro, presentemente per corruzione chiamato Romore, ed il fiumicello Castriano, oggi detto Rio Vaccara per la vicinanza del villaggio omonimo, era morto il santo Vescovo Facondino e gli ordinava di condurre colà due giovenchi indomiti aggiogati ad un carro, di collocare su questo il corpo del defunto e di spronare poscia i giovenchi e là dove questi si sarebbero arrestati dopo la corsa, ivi doversi costruire una Chiesa destinata ad accogliere la salma del Vescovo Tadinate. La leggenda prosegue narrando come tutto ciò venisse infatti eseguito e come sorgesse così, circa l'anno 607, la prima Chiesa di S. Facondino, non lungi da quella attuale, in una località che più esattamente indicheremo tra poco. (1)
Anche senza tener conto di questa ingenua leggenda medioevale, che molto rassomiglia, per la presenza dei giovenchi, ad altre leggende agiografiche di quell'epoca, ad esempio a quella riferentesi al celebre simulacro del Volto Santo di Lucca, certo è che tra i due rivi suddetti, subito dopo la morte del Santo, sorse una Chiesa a lui dedicata, che divenne meta di devoti pellegrinaggi da tutta la regione Tadinate e dalle terre limitrofe, dove rapidamente si era diffuso il culto del pio Vescovo di Tadino. Essendo poi andata distrutta questa prima Chiesa, durante le frequenti incursioni barbariche di quei torbidi tempi, fu ricostruita pochi passi lontano, nel primo ventennio del secolo XI, e riccamente dotata, a quanto sembra per opera di Rodolfo, figlio di Monaldo III dei Conti di Nocera, e fratello di quell'Offredo che vedemmo dotare invece la nostra Abbazia di S. Benedetto. Da alcune antiche memorie, risulterebbe inoltre che alla costruzione e dotazione della Chiesa, concorse persino l'Imperatore Tedesco Enrico II, detto lo Zoppo o il Santo, trovatosi in quell'epoca a transitare con il suo seguito per la Via Flaminia.
Le ossa del Santo, vennero trasferite nel nuovo Tempio e sul suolo dove sorgeva la primitiva diruta Chiesa, fu eretto allora, per ricordo, un grande frammento di colonna rotonda sormontato da una croce di pietra, e da quei tempi remoti, per lungo volgere d'anni, il clero e la popolazione usarono recarsi in processione sino
(1) Arch. Storico di Gubbio. Fondo Armanni: Codice IL C. 23, e. 95t a 97t - Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48, c. 219t; Codice 8753 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo)c. 19, 19t, 29 a 30 - Biblioteca Comunale di Assisi. Fondo Francescano: Codice 341, c. 86t della paginazione antica, corrispondente a c. 88t di quella moderna.
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a quel luogo, ogni anno, nel giorno della festa di S. Facondino e nella terza domenica di ogni mese. La colonna con la croce posta a ricordo del sito ove sorse la primitiva Chiesa, esisteva ancora nella prima metà del secolo scorso e trovavasi esattamente nel punto in cui, dalla strada che porta all'attuale Chiesa di S. Facondino, si distacca l'altra breve strada che porta al Cimitero di Gualdo, la prosecuzione della quale era anticamente chiamata la Via dei Santi. Nel piccolo campo compreso tra questo bivio e la Strada Ferrata, in mezzo a numerose tombe furono infatti ai nostri tempi scoperti i ruderi sotterranei dell'antica Chiesa, tra i quali il caratteristico pilastrino Romanico, che sorreggeva la grande mensa lapidea dell'Altare. (1)
Del culto tributato, sin dagli antichi tempi al Vescovo Tadinate, della sua santa vita, dell'opera sua benefica a pro della patria desolata dalle incursioni barbariche, trattano a lungo le Cronache e le Agiografie medioevali della nostra regione. Certo questo culto ebbe origine subito dopo la morte di Facondino e si diffuse ben presto anche in regioni lontane, insieme a quello del suo diacono Gioventino. Particene delle sue ossa dovettero persino essere trasportate altrove a scopo di venerazione. Nella Cattedrale di Rimini, entro la Cappella delle Reliquie, esiste un'urna di pietra che porta scolpita sulla sua facciata anteriore, la seguente iscrizione:
« Hec Sunt Nomina Sanctorum: Felicitas Peregrinus Faccondinus Iuventi nus. Hego Natalis Peccator Episcopus Ancone Corpora Sanctorum Condidit (sic) ». L'urna, che quasi certamente è opera del VII od VIII secolo, è stata dettagliatamente descritta dal dotto Lanzoni, che nei due santi Faccondinus e Juventinus, indicati dall'iscrizione, riconosce anch'esso il santo Vescovo Tadinate e il suo Diacono. Il Lanzoni ignorava però che anche gli altri due nomi indicati nell'iscrizione, e cioè Felicitas e Peregrinus, trovano riscontro in Santi, sin da antichissimi tempi venerati nel territorio Gualdese e cioè Santa Felicita e San Pellegrino, le di cui rispettive Chiese esistono tuttavia e delle quali tra poco discorreremo. Così pure alcune reliquie « Sancti Facundini martyris» registrate nel secolo XVI dalia città di Verona, il Lanzoni attribuisce al nostro Facondino, che sarebbe stato inesattamente onorato col titolo di martire, come spesso si è usato in quel tempo, anche con altri Vescovi coevi. (2)
(1) jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo II, pag. 189 e 191. Foligno 1656 - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Foligno 1638. pag. 33 a 36 - D. DORIO : Istoria della Famiglia Trinci. Foligno 1638, pag, 50 - L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 38 e 68 - Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) c . 79 - Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. V. 11 , c. 785.
(2) Arch. Storico di Gubbio. Fondo Armanni: Codice II, C. 23, pag. 98t, 99, 102t a 104t. - Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48,c e. 218t, 219; Codice 7853 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) c . 14, 16, 21 - F. LANZONI: Le origini delle Diocesi antiche d'Italia. Roma 1923. pag. 286.
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Per questo culto, ebbe certo allora la Chiesa di S. Facondino non poca importanza, tanto è vero che, quando nel Decembre del 1248, i Ghibellini unitamente alle truppe dell'Imperatore Federico II, presero d'assalto e distrussero la vicina Nocera che si era ribellata all'Imperatore e ne cacciarono i Guelfi, il Vescovo Nocerino si trasferì col suo clero nella Chiesa di S. Facondino che, per qualche anno, rimase così a capo della Diocesi. Persino una delle Porte Civiche di Gualdo, quella cioè da cui si usciva per intraprendere il cammino verso la Chiesa, sin dalla sua costruzione assunse il nome di Porta S. Facondino, e con tale appellativo la troviamo infatti già ricordata in una pergamena del 23 Aprile 1272. Anzi, da questa Porta, nei tempi andati, ogni terza domenica del mese, usciva il clero Gualdese, seguito da uno stuolo di fedeli per recarsi pro cessionalmente alla Chiesa del Santo Vescovo. Né mancarono a questa, sin da quel remoto secolo XIII, donazioni di pie persone, tra le quali notevole quella di un feudatario dei dintorni, tal Alberico di Rinalduccio, che volle anch'esso generosamente dotarla. Oltre a ciò, qui ricorderemo che Facondino, il pio presule Tapinate, non soltanto ebbe templi e culto nella Terra nativa. Anche altrove sorsero allora Chiese a lui dedicate: Una nel Borgo di Sassoferrato, un'altra (S. Facondino di Serra) a Scorzano, nello stesso territorio Sassoferratese, una terza a Morano, contado di Gualdo, una quarta, presso Nocera Umbra, ed infine una quinta nell'antico distretto di Spello. Anzi, quest'ultima, è nominata con il titolo di Ecclesia S. Facundini, in una Bolla di Papa Alessandro III data dal Laterano il 22 Marzo 1178, come soggetta alla Badia di S. Silvestre del Monte Subasio. (1)
Ma ritornando, dopo questa non breve ma non inutile digressione, alla nostra Chiesa di S. Facondino, ricorderemo che la stessa trovasi citata anche tra i Benefici Ecclesiastici della Diocesi di Nocera che, nel 1333, pagarono alla Santa Sede la prima rata semestrale della tassa o Decima, imposta l'anno precedente da Papa Giovanni XXII, per un determinato numero d'anni, su i beni Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per rimpinguare l'esausto erario Ponticio. Il pagamento fu fatto a Delayno de Mutina, notare del Vescovo di Nocera e Subcollettore del Tesoriere del Ducato di Spoleto Giovanni Rigaldi. Il De Mutina, così annotò nei suoi Registri, il pagamento in discorso: «... a dompno Iacopo plebano Tayni ... solvente pro dompno Angelo vicario ecclesie S. Facundini, 39 sol.». (2)
Altra notizia interessante la nostra Chiesa, si è che il 14 Marzo 1461, si soffermò in essa, con i Vescovi di Perugia e di Nocera e
(1) L. Jacobilli: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi Foligno 1653. pag 82,83,84 - G. CAPPELLETTI- Le Chiese d'Italia. Venezia 1846. Vol. V , pag. 18 e seg. - Arch. Comunale di Gualdo : raccolta delle pergamene. Secolo XIII. N°. 59 - Biblioteca Vaticana : Codice Ottoboniano 2666 (cronaca di Gualdo) c. 79 - L. Jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo II. Foligno 1656. Pag. 191.
(2) Arch. Vaticano : Collettorie , Tomo 225, c. 36t.
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con molti altri dignitari ecclesiastici, il Card. Alessandro Oliva, Legato Apostolico. Costui, diretto a Roma, portava seco una celebre reliquia e cioè la testa dell'Apostolo S. Andrea che, per incarico di Papa Pio II, era andata a prendere in Ancona dove era stata recata per mare da Patrasso, poco prima caduta in potere dei Turchi. L'arrivo della testa del primo discepolo di Cristo, costituì in quell'epoca un grande avvenimento per la Santa Sede, e sono ben note le grandiose feste fatte in Roma, quando la preziosa reliquia, dopo avere sostato lungamente a Narni, finalmente vi giunse l'anno seguente, feste a cui intervennero pellegrini da ogni parte del mondo cattolico e delle quali numerosi storici ci hanno trasmesso relazioni fedeli e diffuse. La memoria del soggiorno della testa di S. Andrea nella Chiesa di S. Facondino, si volle tramandare ai posteri dal Card. Oliva, con la concessione di cento giorni d'indulgenza in perpetuo, a chi avesse visitato questa Chiesa nella festa del Santo Titolare ed in quella dell'Apostolo S. Andrea, e di ciò faceva fede un'iscrizione di quell'epoca, in caratteri Gotici, che esistette nell'interno della Chiesa stessa, sulla parete di fondo, sopra la porta della Sagrestia, in corna Evangelii, sino a quando questa parete scomparve per l'avvenuto prolungamento dell'edificio. In detta epigrafe leggevansi le seguenti parole : « Notus sit omnibus, quod Reverendus Pater Dominus Alexander tituli S. Susanne Presbyter Cardinalis Apostolice Sedis Legatus, transiens per istas partes, deferens sacrosanctum et venerabile caput b. Andree apostoli, ex speciali autoctoritate sue legationis, concessit omnibus vere penitentibus et devote istam ecclesiam visitantibus et eidem manus adiutrices porri gentibus indulgentiam centum dierum in perpetuum duraturum sub annos domini 1461 14 martij, P. P. (presentibus o procurantibus) reverendo patre Fr. Jacobo episcopo Perusino, Joanne episcopo No cerino, et aliis prelatis et hoc in festa S. Andree et S. Facundini, quolibet anno ». (1)
La Chiesa di S. Facondino dipendeva, sin dall'antico, non si sa perché, dalla Cattedrale di Nocera, al Priore della quale doveva annualmente cedere la metà delle sue rendite. Anzi, a tal proposito, lo Jacobilli, scrivendo del Capitolo di Nocera quale era ai suoi tempi (1653), così si esprime: « In questa Cattedrale sono due dignità, una con titolo di Priore, ch'è antica e fino al tempo di. S. Ranaldo, et ha per prebenda la Chiesa di S. Facondino fuori di Gualdo; la seconda dignità è col titolo di Preposto, istituita l'anno 1526 ». Sempre a tale proposito abbiamo, ad esempio, memoria che, nel 1428, un Attolino di Mazolo da Gualdo, mentre era Priore della Canonica di Nocera, teneva altresì l'officio di Rettore della Chiesa di S. Facondino. Ma intorno al 1450 questa Chiesa divenne di libera collazione ed il suo contributo alla Cattedrale Nocerina fu
(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite (Visite Borgia dal 1717 al 1719. Tomo II e Visita Massaioli del 1771) alla Chiesa di S. Facondino - G. Cajani: Memorie Gualdesi. Manoscritto nell'Archivio della Chiesa di S. Benedetto. Vol. IlI, pag. 840.
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allora deciso dover essere di quindici fiorini annui, la qual somma, nella seconda metà del Settecento, era invece rappresentata da scudi 7.20. Tale canone, è pagato anche attualmente nella somma di lire quaranta annue. In questo stesso anno 1450, da Papa Nicolo V, fu emessa una Bolla con la quale, agli abitatatori della Parrocchia di S. Facondino, si concedeva il giuspatronato di nomina del proprio Parroco. Non risulta perché e quando i Parrocchiani abbiano poi perduto questo diritto, ma ad ogni modo la Bolla su indicata ci prova come, sin dalla metà del XV secolo, la Chiesa di S. Facondino fosse sede di Parrocchia. Fu anche sin dall'antico, fornita di Fonte Battesimale. (1)
Le rendite della Chiesa, dal XVI al XVIII secolo, oscillarono tra i settanta e gli ottanta scudi ogni anno. I beni immobili da cui provenivano tali rendite, nella seconda metà del Settecento, erano costituiti da trentatrè terreni e da altri otto dati in enfiteusi, più una casa con orto. Anche il Comune di Gualdo pagava alla Chiesa di S. Facondino, a titolo di decima, una certa somma che, nei primi del Cinquecento, consisteva in ventinove bolognini, undici soldi e otto denari ogni sei mesi e, dalla seconda metà del Seicento in poi, vediamo rappresentata da sei scudi e venti baiocchi ogni anno. Nonostante tutti questi beni, una secolare vertenza si agitava tra il Pievano e gli abitanti della Pievania, ciascuna delle parti pretendendo che all'altra spettassero unicamente le spese per il mantenimento della Chiesa. La lunga vertenza venne finalmente risolta dal Vescovo Nocerino, Mons. Alessandro Borgia, che durante il suo Episcopato (1716-1725), decretò spettare detto mantenimento in parti eguali ad entrambi. Ci risulta eziandio, che in quest'epoca, la Pievania amministrava un Monte Frumentario, per comodità dei suoi Parrocchiani.
Nella Chiesa, sin dall'antico esistettero tre Altari, e cioè l'Altare Maggiore e due laterali. Nella seconda metà del Cinquecento, un quarto Altare esisteva esternamente alla porta d'ingresso della Chiesa, e se ne ordinò anzi la demolizione da parte delle Autorità Ecclesiastiche nel 1573 e nel 1593. L'Altare Maggiore e i due laterali, non sono però quelli originari; hanno invece subito molteplici ricostruzioni; il primo, ad esempio, fu ultimamente rinnovato nel 1907.
L'Altare Maggiore è dedicato a S. Facondino e racchiude le ossa di questo Santo e del suo Diacono S. Gioventino. Nella Visita Diocesana del 1583-1584, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, diede ordine di fare eseguire nella Chiesa vari restauri, tra i quali la ricostruzione dell'Altare Maggiore. In tale occasione, dall'urna lapidea, dove giacevano da quasi un millennio, vennero esumate quelle sacre spoglie, e ricollocate poi, con grande solennità, nel nuovo Altare, racchiuse in un arca di legno, il 9 Novembre 1584.
(1) L. JACOBILLI: DI Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 21 - Arch. Vaticano: Schede Garampi. A B, Nic. V, IV, 7,p.32;A.B, Pii II, III, 8, p. 184 - Arch. Vescovile di Nocera Umbra : Atti di Sacre Visite degli anni 1583, 1584 e 1771, nella Chiesa di S. Facondino.
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Più tardi nel 1610, il Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, ordinò una nuova esumazione delle ossa dei due Santi, e ridusse la loro urna in modo che potessero essere viste dai fedeli attraverso una grata di ferro. In quell'epoca egli fece anche trasferire parte di quei resti mortali nella Cattedrale Nocerina. Altra parte di quelle ossa, furono persino trasportate in Aquila. 11 27 Agosto 1695, si addivenne ad una terza esumazione, per racchiudere gli ultimi avanzi di S. Facondino e S. Gioventino, in una nuova arca di legno, che fu poi ricollocata sull'Altare Maggiore. E finalmente una quarta esumazione si ebbe il 27 Agosto 1907, cioè nel tredicesimo centenario della morte di S. Facondino, nel qual giorno le ossa dell'antico Vescovo di Tadino, furono tolte dalla Seicentesca arca di legno e racchiuse nel torace di una statua rappresentante il Santo che, vestita degli abiti ponteficali, oggi giace sdraiata entro una grande urna di vetro, sopra lo stesso Altare Maggiore. (1)
Sopra questo esisteva un tempo, un pregevole pentastico su tavola, della prima metà del XV secolo, uscito dalla Scuola Eugubina di Ottaviano Nelli, rappresentante nei cinque scompartimenti, andando da sinistra a destra: S. Facondino Vescovo, S. Giovanni Evangelista con S. Giovanni Battista, la Madonna in trono avente il Bambino in grembo ed a fianco due Angeli oranti, S. Pietro con S. Paolo, ed infine S. Gioventino. Nella predella, Cristo fiancheggiato dagli Apostoli, sei per lato. Presentemente questo quadro conservasi nella Pinacoteca Comunale di Gualdo. Sull'Altare Maggiore, oltre la Messa dei giorni festivi, e quelle in occasione della festa di S. Facondino, che ricorre il 28 Agosto, il Pievano celebrava ogni anno, con obbligo perpetuo, una Messa di suffragio pel defunto Antonio di Vincenzo Bernabei, come da legato; più due Messe annue, pure per legato di tal Diambra di Paolo Balducci del villaggio di Vaccara, che per tale scopo aveva concesso cinque stadi di terra alla Chiesa, le quali Messe furono poi ridotte ad una sola per Decreto de Vescovo Mons. Pettinari; sei Messe in suffragio dell'anima di Domenico di Biagio Bellori, che appositamente lasciò in legato una casa con orto, come da testamento del notaio Ludovico Angeli rogato l'anno 1677, avendo avuto effetto, per la prima volta, detto legato, nel 1685, nel quale anno il Bellori morì ed essendo poi ridotto a quattro il numero di dette Messe, per Decreto del suddetto Vescovo Mons Pettinari. Oltre a ciò, tal Marcelliano Vergari, lasciò alla Chiesa un prato, con l'onere di due Messe annuali, che il Pievano di S. Facondino, doveva però celebrare, anziché nell'Altare Maggiore della sua Chiesa, su quello della Chiesa del prossimo villaggio di Palazzo
(1) L. Jacobilli: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 119 - G. Cappelletti: Le Chiese d'Italia. Venezia 1846. Voi. V, pag. 31 - L. Jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo II, pag. 187 e seg. - Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite degli anni 1583, 1584e 1718, nella Chiesa di S. Facondino - Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.
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Mancinelli, come da rogito del notaio Matteo Fanucci, dell'anno 1744, e finalmente, nei primi del secolo scorso, tal Giuseppe Vergari lasciò alla Chiesa un altro legato con l'onere di due Messe ogni anno ed un Officio di più Messe nella festa della Visitazione di Maria Vergine. Così per il legato di Marcelliano, come per quello di Giuseppe Vergari, il numero delle Messe fu in seguito ridotto ad una soltanto, per Decreto del Vescovo sopra nominato. Nell'Altare Maggiore, aveva sede altresì una Confraternita, detta del Sacramento, ed i ceri per le funzioni religiose che vi si indicevano, erano forniti dai Parrocchiani.
Dei due Altari laterali, posti di fronte nella navata mediana, quello in cornu Epistolae, sino al principio del Seicento, fu intitolato al Crocefisso. Dopo tale epoca figura invece sempre dedicato a S. Carlo Borromeo. Ciò forse perché su di esso era stato posto un quadro in tela, rappresentante questo Santo, con la Madonna di Loreto ed alcuni Angeli. Nel Settecento, vi fu aggiunta anche un'altra tela che raffigurava S. Antonio Abbate. Questo Altare, dalla fine del Cinquecento sino alla seconda metà del Settecento, risulta avere appartenuto ad una famiglia Benzi, del prossimo villaggio di Vaccara, ma era mantenuto in così pessime condizioni, che il Vescovo di Nocera, nel 1691 e nel 1750, comandò o di riordinarlo o di demolirlo. Nella seconda metà del Settecento, con i Benzi era comproprietaria di questo Altare, una famiglia Garretti, pur di Vaccara. I patroni dell'Altare, per effetto di un Legato fatto nella prima metà del Seicento da tal Ruggero di Domenico anch'esso di Vaccara, avevano l'onere di farvi celebrare due Messe ogni anno, ed altre Messe vi si dicevano, con il ricavato di pie elargizioni, nella ricorrenza delle feste di S. Antonio Abbate e di S. Antonio da Padova. Su questo Altare di S. Carlo, vennero trasferiti il Titolo ed il Beneficio di due prossime Chiese dirute, e cioè di quella di S. Egidio di Categge nei primi del Seicento con l'onere di due Messe, e di quella di S. Biagio di Vaccara verso la fine di quello stesso secolo con l'onere di una Messa, nel giorno in cui ricorreva la festa dei suddetti Santi. Oggi l'Altare è dedicato alla Madonna della Concezione, una statua della quale vi fu collocata nel 1927, in sostituzione della vecchia tela su descritta.
L'Altare del Rosario, che esiste anche oggi in coru Evangeli, fu eretto l'anno 1658, per effetto di un voto fatto da alcuni pii Parrocchiani, l'anno precedente, in occasione di una pestilenza. Ebbe subito un legato di cento scudi, per opera di un tal Ludovico del castello di Grello, che a causa dell'epidemia, aveva perduto un figlio di nome Sabatino. Un altro devoto, tal Andrea del villaggio di Palazzo Mancinelli, dotò l'Altare con una canepina. L'anno seguente alla sua erezione, il 19 Marzo, vi fu istituita una Confraternita del Rosario e vi fu perciò collocato il quadro in tela, che ancora vi esiste, raffigurante la Madonna del Rosario con il Bambino, S. Domenico, S. Caterina, S. Agostino, S. Monica, due Serafini sorreggenti la corona della Vergine e, tutto intorno, i quindici Misteri. Su questo Altare, la Confraternita suddetta faceva
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celebrare numerosi divini Offici, dei quali daremo dettagliatamente notizia nel Capitolo ad essa riferentesi.
La Chiesa di S. Facondino, esternamente nulla più conserva dell'originale architettura. Internamente consta di un'unica navata, e di un'abside. La navata appare divisa in tre parti, le prime due con volta a crociera, l'ultima con volta comune a botte. Ognuna di queste parti, risulta costruita in epoca differente, per successivi in grandimenti della Chiesa. Più recente di tutte è l'abside, come poco prima si è detto. Sul suo pavimento, esistevano sei sepolcri che accoglievano se paratamente i bambini sotto i sette anni, gli adulti di sesso maschile, e quelli di sesso femminile. Oggi di queste sei tombe, soltanto due sono visibili ancora. Sino al principio dell'Ottocento, la Chiesa fu sempre priva di Sagrestia. Questa fu formata in tale epoca prolungando posteriormente il vecchio edificio con un nuovo fabbricato. Però nel 1907, per ampliare la Chiesa, fu abbattuto il muro divisorio tra quest'ultima e la Sagrestia, la quale venne così nuovamente a mancare, restando assorbita in qualità di abside, nella Chiesa stessa divenuta più grande. Sul muro posteriore dell'ex Sagrestia, esternamente vedesi oggi murata una rozza lapide, con inscrizione in lettere Cotiche e con la data 1250, che per certo ricorda qualche importante lavoro eseguito nel tempio. Questa lapide, forse esisteva originariamente sul muro posteriore della vecchia Chiesa, e quando a questo muro, nei primi dell'Ottocento, come si è detto, fu addossato il nuovo fabbricato della Sagrestia, la pietra fu tolta dalla sua sede perché non restasse coperta e fu rimurata nel nuovo fabbricato dove attualmente si trova. Qui piacemi trascrivere tale inscrizione, la quale è di assai scabrosa lettura e presenta la curiosa particolarità di portare per due volte ripetuta la stessa frase e cioè: Donnus Acto fecit fieri hoc opus. Forse lo scalpellino, non soddisfatto della prima incisione, invero poco leggibile, volle, al di sotto, ripeterla con più chiari caratteri.
A fianco della Chiesa, si eleva un alto campanile medioevale, somigliante ad una torre, sin dall'antico fornito di tre campane. La più grande di queste, che portava la data 1255, si ruppe nella fine del Settecento, il 28 Agosto, cioè proprio nel giorno in cui ricorreva la festa di S. Facondino e, senza nessun riguardo alla sua eccezionale vetustà, venne in seguito barbaramente rifusa. Sul nuovo bronzo leggesi infatti: Campanarum fusum A. D. MCCLV, refusum A. D. MDCCXCVI. Felicianus et Francus F. Iustiniani Fulginatenses Funderunt. Le altre due campane sono antichissime, della fine del Duecento o del principio del Trecento: La piccola,
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449 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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porta in lettere Gotiche semplicemente la parola: + ave. Sull'altra, più grande, con gli stessi caratteri, difficilmente leggibili, trovasi invece, la seguente comune Jscrizione: + MÉTE SCA. SPOT. HONORE. DO. ET. PATRIE. LIBERATE. FIIDESMIDUS. FECIT. FIEI. HOC. OPUS, vale a dire: Santamente e spontaneamente ad onore di Dio e per la libertà della Patria, Fidesmido fece fare questa campana. Un Fidemido, anche detto Fidemondo, fu Vescovo di Nocera, secondo Jacobilli, dal 1285 al 1288. Se costui, come è probabile, è il Fidesmidus ricordato nell'iscrizione della campana, facile è conoscere l'epoca precisa, in cui questo antichissimo bronzo fu fuso. Le parole « Patriae liberationem » si riferiscono poi all'usanza medioevale di suonare le campane a martello, per chiamare i cittadini a raccolta nei pericoli della patria. Basta ricordare in proposito l'episodio di Pier Capponi e Carlo VIII. Presso al Tempio è la Casa Parrocchiale, ricostruita, quasi dalle fondamenta, l'anno 1880. Per quanto si riferisce ad opere d'arte, va ricordato che la Chiesa di S. Facondino, era un tempo ricca di affreschi, dovunque sparsi sulle sue pareti interne ma disgraziatamente, nella quasi totalità, andati perduti. Oggi solo vi si vedono gli avanzi di tre dipinti, due dei quali, contigui, sono certamente opera di Matteo da Gualdo. Possiede poi, oltre il su ricordato Pentastico che si conserva nella Pinacoteca Comunale, anche una Croce Processionale in rame dorato, col Crocifisso, i simboli degli Evangelisti, il Redentore e Santi, tutti lavorati a sbalzo. Misura Cm. 50 x 30, ed è opera pregevole del XIV secolo. Alla stessa Chiesa, apparteneva anche un interessante Codice pergamenaceo, pure del secolo XIV, contenente la vita di S. Facondino, che oggi fa parte della Biblioteca Vaticana (Cod. Vat. Lat. 7853). Grandi restauri subì questo sacro edificio durante l'anno 1932.
XLII. - Chiesa del Cimitero Comunale Principale.
Sorge nel centro del Cimitero Principale del Comune di Gualdo Tadino, nella Parrocchia di S. Facondino. Ebbe origine, con il Cimitero stesso, nel modo seguente: In Genga, minuscolo villaggio esistente nella Parrocchia suddetta, nacque da poveri contadini, un Giuseppe Stella che, dopo aver percorso una brillante carriera Ecclesiastica, divenne Cameriere Segreto Partecipante di Papa Pio IX, e morì in Roma il 12 Luglio 1870, lasciando erede di tutti i suoi beni, il Sacerdote Gualdese Don Michele Tomassini. Però Mons. Stella, con i suoi beni, trasmise al Tomassini l'obbligo di costruire, presso la vetusta Chiesa Parrocchiale di S. Facondino, una nuova Chiesa, la quale avrebbe dovuto costituire un Ossario, destinato ad accogliere i resti mortali di tutti gli antichi defunti della Parrocchia suddetta, già tumulati entro la Chiesa di S. Facondino.
Certo lo Stella intendeva con ciò di dare decente sepoltura anche alle ossa dei suoi antenati che, per essere stati poveri contadini, giacevano alla rinfusa, con quelle degli altri defunti, nelle tombe e nell'antico Ossario della Chiesa Parrocchiale.
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450 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Essendo, in quell'epoca, il vecchio Cimitero Comunale di S. Maria di Rote divenuto insufficiente, il Tomassini, prima di iniziare i lavori della Chiesa Ossario, si rivolse al Municipio di Gualdo Tadino, invitandolo a costruire intorno ad essa il nuovo Cimitero Comunale di cui si aveva bisogno. La proposta fu accettata e si stipulò infatti una convenzione, per cui il Tomassini avrebbe costruito, a sue spese, la Chiesa con entro l'Ossario per gli antichi defunti della Parrocchia di S. Facondino, secondo il legato di Mons. Stella, e il Municipio invece tutto il circostante Cimitero Comunale.
In tal modo, intorno all'anno 1875, furono iniziati i lavori della Chiesa e del recinto del Cimitero, ma, poco prima che fossero condotti a termine, insorsero delle gravi divergenze tra il Tomassini ed il Comune di Gualdo Tadino, per cui i lavori stessi restarono poi sospesi per molti anni e cioè sino al 1890, nel quale anno, il Municipio, trovandosi nella necessità di far funzionare il nuovo Cimitero, compì i lavori che a lui spettavano, divise con un muro provvisorio la sua area da quella del Tomassini e vi iniziò le tumulazioni rimanendo la Chiesa isolata ed incompiuta. Nel Luglio 1905, essendo venuto a morte il Don Michele Tomassini, costui trasmise al fratello ed erede Don Bonaventura, pure Sacerdote, l'obbligo di proseguire i lavori della Chiesa, la quale, ben presto completata, fu benedetta ed aperta al culto nel Novembre del 1906, venendo nello stesso tempo riunita al Cimitero annesso.
L'edificio, costruito su disegno dell'architetto Poletti di Roma, consta anteriormente di un porticato, sotto cui trovansi delle tombe private e, posteriormente, della Chiesa propriamente detta, a tre navate divise da archi poggianti, da ciascun lato, su due robusti pilastri. La Chiesa stessa è fornita di Sagrestia e, sopra di essa, esistono due piccoli ambienti abitabili, per uso del Custode o del Cappellano.
L'altare, unico, è dedicato a Maria Vergine Addolorata, su di esso trovasi una statua della Titolare, e vi si dice Messa nei giorni festivi, per legato del suddetto Sacerdote, Don Michele Tomassini.
XLIII. - Chiesa di S. Biagio presso il villaggio di Vaccara.
È un'antica Chiesa, della quale ignoriamo però completamente le prime origini. Sorgeva sulle alture sovrastanti il villaggio di Vaccara, e propriamente presso la sorgente del fiumicello omonimo, che poi scende a valle costeggiando il villaggio stesso. La località è ancora oggi chiamata S. Biagio, ed in passato, lavorandovisi il terreno, vi furono anche trovati dei ruderi.
La prima volta che se ne ha memoria è nel 1584, nel quale anno, il 4 Gennaio, fu visitata dal Vescovo di Nocera, che stava effettuando nella Diocesi una Visita Pastorale. Il Vescovo la trovò in pessimo stato, senza altre rendite che un piccolo terreno sodivo, con alcune querele, le quali, quando facevano il frutto, potevano rendere due giuli circa. Rivisitata dal Vescovo il 13 Ottobre 1605, si riscontrò che minacciava rovina ed era mancante persino della porta.
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