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287 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Gli Ordini Religiosi ed i loro Monasteri
I Frati Minori Conventuali ed il loro Convento di S. Francesco.
SECONDO i tre noti Codici Medioevali Gualdesi, anche qui in nota citati, Codici che meritano ogni nostra fede perché scritti appena un secolo dopo la morte di S. Francesco d'Assisi, costui giovane ancora ed in abito secolare, innanzi che istituisse il suo primo Ordine, durante le frequenti peregrinazioni nell' Umbria, era pervenuto anche nell'antico ed oggi diruto Gualdo che allora sorgeva a Valdigorgo, il quale luogo è oggi chiamato Valle di S. Marzio ed è ben noto ai Gualdesi, ivi esistendo le abbondanti sorgenti che alimentano l'acquedotto dell'attuale città. Si aggiunge nelle Cronache su indicate, che gli abitanti del Gualdo di Valdigorgo, per la loro rozzezza incapaci di comprendere la nuova dottrina del grande riformatore, l'avevano accolto come un pazzo e clamorosamente scacciato tra le beffe e le risa, inseguito dai ragazzi schiamazzanti e che contro di lui lanciavano sassi, bastoni, sandali e fango. E che ritornando indietro, il grande Assisano, giunto al fiume Rasina, allora presso il confine del territorio Gualdese, si deterse con quelle acque del fango e delle immondezze che erano stati lanciati sulla sua persona e riprese pazientemente il cammino, per portare ad altri luoghi la sua parola rinnovatrice. Ma istituito il suo primo Ordine e sparsasi nell' Umbria la fama di lui, alcuni Frati Minori si stabilirono anche nel Gualdo di Valdigorgo, a quel che pare per opera di S. Rinaldo Vescovo di Nocera, ed ivi eressero circa il 1219, un piccolo Convento con Ora torio, intitolato ai S. S. Stefano e Lorenzo Martiri, che è oggi scomparso. Sono anzi fino a noi pervenuti i nomi di alcuni tra i primi abitatori di questo Chiostro e cioè un Frate Pietro, al secolo Conte Sasso di Branchefortis, già soldato a servizio dell' Imperatore Fede rico II, un Fra Domenico, un Fra Ginepro o Giunipero, un Fra Giovanni Ernicola, un Frate Fava, quasi tutti Gualdesi, il quale ultimo, lasciati i compagni, si era in seguito recato anzi a vivere, tra aspre privazioni e dure penitenze, nell'orrida grotta che vedesi ancora oggi sotto le rupi di Campitella, da dove, prossimo a perire di stenti, venne poi ricondotto nel non lontano Convento di Valdigorgo.
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Un altro, tra questi primi discepoli del gran Santo Assisano, e cioè un Fra Pietro da Gualdo, con pochi compagni, intorno al 1223, si recò invece a fondare nella vicina Gubbio, il Convento Francescano della Vittorina, dove morì verso il 1230. È importante qui anche ricordare, che nel suddetto Convento Gualdese di Valdigorgo, circa il 1224, si recò ad abitare per breve tempo lo stesso S. Francesco, ricevendovi accoglienza ben diversa da quella che già abbiamo narrata e fu anzi egli che pietosamente ricondusse al Chiostro, come sopra si è detto, il suo troppo zelante discepolo Frate Fava.
Ed è notevole il fatto, che quell'angolo alpestre, nell'alto Medio-Evo, con speciale predilezione, fosse stato asilo di uomini venerati poi per santità e per dottrina. Basti citare il fondatore dell'Ordine Camaldolese S. Romualdo (1009-1011), S. Facondino Vescovo di Tadino, il suo Diacono Beato Gioventino, S. Pier Damiano, S. Giovanni da Lodi Vescovo di Gubbio, S. Rinaldo Vescovo di Nocera, S. Felicissimo, i quali già prima dei seguaci di S. Francesco, per più o meno lungo tempo, condussero vita eremitica sulla montagna sovrastante all'antico Gualdo di Valdigorgo, la quale appunto da essi prese l'attuale nome di Serra Santa e sul cui vertice sorge anzi anche oggi una vetusta chiesa dedicata alla S. S. Trinità.
Distrutto da un immane incendio, come già si disse, nel 1237, il Gualdo di Valdigorgo e rifabbricato sul Colle S. Angelo ove è attualmente, anche i Frati Minori vollero seguire le sorti della nuova città, dove andarono a stabilirsi circa il 1241, abbandonando il Convento di Valdigorgo. In quest'ultimo, rimasto deserto, presero stanza in varie epoche altri Frati Francescani ed anche dei Laici, per condurvi vita eremitica. Prima di ogni altro il Laico Beato Maio che, nato secondo Jacobilli l'anno 1220 nel Gualdo di Valdigorgo, dopo avere rinunciato a pubbliche cariche, tra l'altro a quella di membro del General Consiglio Gualdese, tanto che in seguito vari luoghi dell' Umbria e delle Marche lo elessero persino a Patrono dei propri Consigli Comunali, dopo avere donato per beneficenza tutti i suoi beni al Comune, che li destinò poi all'antico Ospedale Gualdese della Carità, dopo avere dedicato tutta la sua vita ad opere pie, si rinchiuse nell'Eremo suddetto dove morì e fu sepolto nel 1260 secondo il Cronista Fra Paolo e nel 1270 secondo lo Jacobilli, venendo poi trasferite le sue spoglie, durante il XIV secolo nella nuova Chiesa di S. Francesco, entro una nicchia sotto il pulpito di destra, dove vedesi ancora una lapide di pietra rossa, che porta incise con lettere gotiche le parole : H. S. OSSA SCI MaII. Da tale sepolcro, in epoca imprecisata, queste ossa furono collocate sull'Altare Maggiore della stessa Chiesa di S. Francesco, dalla quale poi, il 10 Dicembre 1907, passarono nella Chiesa di S. Benedetto, nel primo Altare a sinistra di chi vi entra.
Intorno al 1243, nell'Eremo di Valdigorgo si recò anche l'altro eremita Gualdese Beato Marzio, poco più che trentenne, con i suoi compagni Fra Salvetto o Silvestre, che gli era fratello, Fra Leonardo, Fra Filippo Sacerdote ed altri insieme ai quali professava
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la regola del Terzo Ordine di S. Francesco, venendo in tale occasione da essi restaurato l'Eremo stesso. Questo Beato Marzio, era nato circa il 1210 nel villaggio Gualdese di Pieve di Compresseto e, prima di vestire l'abito Francescano, aveva esercitato in Gualdo con i fratelli il mestiere di muratore. La dimora di questo anacoreta e dei suoi compagni nell'Eremitorio suddetto, è ricordata in una nostra antica pergamena, avente la data 28 Luglio 1290 e contenente il testamento di tal Salvuzio Sarto, nella quale si legge che il testatore lasciava, tra l'altro, dieci solidos alla Chiesa dei Frati di Marzio (ecclesie fratrum Martij). Che questo primo Convento Francescano non fosse stato completamente abbandonato dai Religiosi, ma che per molto tempo ancora ad essi abbia servito quale dimora, indipendentemente dal nuovo Chiostro sorto entro Gualdo, è anche provato da altri documenti : Una pergamena di quell'epoca, contenente il testamento di tal Giovanni di Ventura di Acquittolo Notaio, in data 4 Aprile 1288, ci dice che costui, tra vari Legati, ne stabiliva uno di nove solidos Cortonesi al Convento di S. Francesco di Gualdo (. . . . operi loci fratrum minorum de Gualdo) e separatamente un altro di cinque solidos a favore dei Frati abitanti presso il vecchio Castello di Gualdo in Valdigorgo (. . . . fratribus moran tibus apud castrum vetus, pro opere ipsius loci). Persino nella fine del XV secolo, troviamo prove che quell'antico Eremo era ancora abitato da Religiosi. Basti ricordare il testamento del celebre Pittore Gualdese Matteo di Pietro, avente la data 2 Novembre 1492, con il quale lo stesso prescriveva di essere sepolto nella Chiesa di S. Benedetto, sino a cui la propria salma doveva essere trasportata, dai Frati Eremiti abitanti nell'Eremo di S. Francesco, fuori della città.
Il suddetto Beato Marzio, negli ultimi anni della sua vita, divenuto completamente cieco, si spense e fu sepolto nell'Eremo Francescano di Valdigorgo, l'anno 1301, seguendo nella morte il fratello Salvetto e precedendo i compagni Filippo e Leonardo. Lo Jacobilli, nelle sue « Vite dei Santi e Beati di Gualdo » pone la morte del Beato Marzio il giorno 8 Ottobre dell'anno suddetto. Ma in un prezioso Codice Liturgico del XIII secolo, che si conserva nell'Archivio Capitolare della Cattedrale di Gualdo Tadino, contenente tra l'altro un Kalendarium, di fianco alla data IX Kalendas novembris (24 Ottobre), trovasi annotata con caratteri coevi della morte del Beato, la notizia seguente : « Obitus fratris Martii venerabilis here mite ac sanctitate preclari sub anno domini MCCCI». Dobbiamo quindi ritenere come più sicuro, il giorno 24 Ottobre quale data della di lui morte.
Tra la fine del secolo XVI e il principio del XVII, essendo crollato il vetusto edificio Francescano di Valdigorgo, i Priori del Comune di Gualdo volevano trasportare processionalmente le ossa del Beato Marzio nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, ma il Vescovo di Nocera ordinò invece che le ossa suddette venissero trasferite e inumate in un'altra Chiesuola dedicata a S. Anna, che esisteva allora pochi passi lontano dall'Eremo del Beato Marzio e della quale diffusamente tratteremo nella parte riguardante la storia delle
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Chiese Gualdesi. L'ordine del Vescovo fu senz'altro eseguito ; ma anche la Chiesuola di S. Anna andò in rovina nel principio del secolo XVII e perciò nel 1608, le ossa del Beato Marzio, con il permesso del Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, vennero trasportate nella Chiesetta suburbana di S. Rocco ed ivi inumate. Il trasferimento fu anzi effettuato dalla Confraternita Gualdese di S. Giovanni Battista con il solenne intervento del Clero. Il 22 Giugno del 1766, rinnovando una domanda già inutilmente fatta anche nell'Agosto del 1735, i Minori Conventuali di Gualdo chiesero al Comune il permesso di trasferire quella venerata salma nella loro Chiesa di S. Francesco, per esporla al culto nel tumulo ove trovavansi anche le ossa del Beato Maio, e la Municipalità rispose che accordava il permesso, subordinandolo però alla definitiva approvazione dell'Abbate Commendatario di S. Donato, essendo l'Oratorio di S. Rocco soggetto a tale Commenda Abbaziale. Ma l'Abbate non solo dovette opporsi, ma pare anche che, qualche anno dopo, facesse pratiche per trasportare quelle sante ossa nella sua Chiesa di S. Donato, tanto che i Minori Conventuali, pensarono di prevenirlo e nascostamente, di notte tempo, le involarono da S. Rocco e le tumularono nel loro Tempio di S. Francesco, sotto l'Altare della famiglia Granella, nonostante le vive proteste dell'Abbate e del Comune. La località ove l'antico Eremita Gualdese visse e morì, cambiò poi a poco a poco il nome di Valdigorgo, in quello attuale di Valle di S. Marzio.
Ritornando ora alla principale residenza dei Frati Minori, come poco prima dicemmo, circa il 1241, gli stessi, abbandonato il Convento di Valdigorgo, andarono a stabilirsi in Gualdo, dove eressero un altro piccolo Convento con Chiesa dedicata a S. Francesco, su terreno ad essi donato da un patrizio Gualdese di nome Oddo. E a questa prima donazione, altre ne seguirono a favore dei nostri Frati Minori, fra le quali quella del Feudo di Collemincio, adessi concesso, assai più tardi, dal Perugino Teseo Rodulphius, con l'interposizione di un Fra Giovanni de partibus Galliae, come lo qualifica il Tossignano.
Il nuovo Convento, già si è detto eretto nel 1241, fu da alcuni Scrittori identificato con quello dell'Annunziata dei Minori Osservanti che anche oggi sorge nei dintorni della città, ma ciò è completamente errato, poiché quest'ultimo fu costruito, come a suo tempo vedremo, quasi due secoli dopo. Si può invece con ogni sicurezza asserire, che il nuovo e secondo Convento dei Frati Minori sorse entro Gualdo e precisamente nel luogo dove rimase sino ai tempi moderni. Ciò si deduce da un Istrumento redatto in Nocera dal Notaio Filippo Calmata l'8 Agosto 1293, «Apostolica Sede vacante», come leggesi nell'Istrumento stesso, mediante il quale i Frati Minori di Gualdo, con a capo il loro Guardiano Accursio, comperavano da Matteo di Bartolomeo, Priore della Cattedrale di Nocera, per tre centas libras bonorum denariorum Cortonensium, da pagarsi in tre anni nella festa di Tutti i Santi, un Oratorio intitolato a S. Maria della Misericordia, con orto e vari fabbricati annessi.
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Dalla Descrizione appunto di questi beni contenuta nell' Istrumento, si apprende che gli stessi, confinavano da un lato con il Convento dei Frati Minori di Gualdo e dall'altro con il vicino Convento di S. Agostino, che sorgeva e sorge infatti tuttora entro la città, prossimo a quello di S. Francesco. E' questa la prova migliore che il secondo Convento dei Francescani fu eretto entro Gualdo, nel luogo dove poi sempre rimase sino ai tempi moderni. Il documento contenente l'Atto di acquisto or ora descritto, mal conosciuto da alcuni antichi scrittori di cose Francescane, ha dato origine a varie inesattezze in proposito: Pietro Rodolfo da Tossignano, scrive infatti che l'8 Agosto 1283, in tempo di Sede Vacante, i Frati Minori si trasferirono in Gualdo. Il Wadding, riporta questa notizia ma intravvede un errore nella data poiché la stessa non corrisponde a tempo di Sede Vacante, ma bensì al Pontificato di Martino IV. Lo Jacobilli, mentre in una sua opera fissa anch'esso la venuta dei Francescani entro Gualdo agli 8 di Agosto del 1283, ha invece in altra opera la data 1288, la quale ultima è anche poi ripetuta dal Dorio. Gli storici suddetti errarono dunque, non solo citando l'anno dell'avvenimento, ma questo stesso falsarono dando come venuta dei Francescani entro Gualdo un Atto che consistette invece nell'ampliamento e nella rinnovazione della loro Chiesa e del loro Convento.
Con l'acquisto dei suddetti beni della Cattedrale di Nocera, cominciò il più florido periodo della loro esistenza per i nostri Frati Minori, che nel terreno acquistato eressero uno spazioso Convento e l'attuale bella Chiesa di S. Francesco. Subito vediamo interessarsi di essi, per cose riferentisi a pratiche religiose, il Pontefice Nicolo IV, con Bolla data il 5 Aprile 1291, Poco dopo troviamo ricordato nuovamente il Chiostro di Gualdo in un atto Papale: Infatti Papa Giovanni XXII, con Breve dato in Avignone il 20 Giugno 1328, aveva ordinato di pubblicare nei Conventi Francescani, il processo e la condanna emanata contro Michele da Cesena, già Ministro Generale dei Frati Minori e i due Frati di questo Ordine, Bonagrazia de Pergamo e Guglielmo Okam inglese, fuggitivi, scomunicati e colpevoli di eresia e del crimine di Scisma. La pubblicazione di questo storico processo, avvenne nel Convento dei Frati Minori di Gualdo il 28 Agosto di quello stesso anno, per opera di Fra Francesco di Bonapatria, alla presenza dei testimoni Fra Elemosina di Maestro Leonardo Vicario, Fra Pietro di Bartoluccio, Fra Galgano di Avolcrone, Fra Ceccolo di Mattia e Fra Angeluccio di Atto, tutti Religiosi del Convento.
Fu durante i fatti or ora narrati, cioè tra la fine del XIII e il principio del XIV secolo, che nel nostro Convento di S. Francesco visse quel Fra Paolo, che è ritenuto il Compilatore della Cronaca di Gualdo e di una raccolta di Vite di Santi già esistenti nel Convento suddetto. Altro Francescano Gualdese da ricordarsi in quell'epoca è il Beato Pietro Terziario che, nato nell'ultimo decennio del secolo XIII, trascorse gran parte della sua vita eremiticamente sulla montagna del nostro villaggio di Rigali, morendovi il 29 Giugno 1367. Sul suo eremo, dove fu sepolto, sorse una Chiesa intitolata a
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S. Pietro, la quale Chiesa essendo andata poi distrutta, venne ricostruita nel 1632 entro il villaggio suddetto. In tale occasione le spoglie di Frate Pietro, dalla diruta Chiesa di Rigali venivano trasportate in un Tempio dei Frati Minori del territorio di Gubbio da dove poi nel 1450, erano trasferite nella Chiesa di S. Francesco entro Gubbio; il quale fatto fece erroneamente scrivere ad alcuni che egli fosse morto nel Chiostro Eugubino di S. Francesco. Né possiamo qui tacere che questo Beato Pietro ebbe per ventiquatto anni, quale suo discepolo e suo compagno nell'Eremo della Montagna di Rigali, un altro Francescano e cioè quel Beato Tommasuccio che, scrittore di poetiche profezie, fu emulo del celebre Fra Jacopone da Todi. Inoltre Fra Tommasuccio, dopo la morte del Beato Pietro, avvenuta come si è detto nel 1367, si trasferì per tre anni nel su ricordato Eremo Francescano di Valdigorgo vicino a Gualdo. Probabilmente, è perché il Beato Tommasuccio visse lungamente nel territorio Gualdese che egli, in quasi tutti gli antichi Codici contenenti le sue Profezie, viene indicato come nativo di Gualdo, mentre invece sembra che nascesse a Valmacinaia, in territorio di Nocera Umbra, presso il confine del territorio Gualdese. Della vita e delle gesta di questo strano, originale e profetico rimatore, sarebbe qui superfluo occuparsi, avendone già trattato esaurientemente tanti illustri scrittori antichi e moderni. Ma io ho voluto almeno ricordarlo per i grandi e continui rapporti che, durante la sua vita, egli ebbe con la nostra città e con le istituzioni Francescane Gualdesi.
Ritornando al Convento di S. Francesco in Gualdo, diremo ora che quasi nessuna notizia di esso ci è pervenuta dal secolo XIV in poi, essendo andato disperso quell'Archivio Claustrale. Solo sappiamo che vari Padri Conventuali Gualdesi, furono elevati al grado di Ministri Provinciali. Così un Fra Paolo da Gualdo, designato a quest'officio nel 1425, un Fra Bonfilio da Gualdo eletto nel 1580 e un Fra Felice Mattioli pure da Gualdo, che ebbe la nomina il 18 Ottobre 1667, nel Capitolo tenuto in Amelia. Così pure un Fra Francesco da Gualdo, fu Maestro e Ministro Generale dei Padri Conventuali dal 1590 al 1593.
Da un decreto della Camera Apostolica, in data 6 Ottobre 1576, apprendiamo poi che ai nostri Frati di S. Francesco, il Distributore del Sale di Nocera, doveva ogni anno gratuitamente elargire, per loro uso, duecento libbre di sale e questa quantità ci fa supporre che, sin d'allora, fosse già di molto diminuito il numero di quei Religiosi. E la diminuzione dovette in seguito accentuarsi, poiché per effetto della Costituzione emanata da Innocenzo X il 15 Ottobre 1652, con la quale si sopprimevano tutti quei Conventi nei quali non risiedevano almeno sei Religiosi, riducendoli a stato Secolare, anche i Minori Conventuali di Gualdo dovettero partirsi de tale città ed abbandonare il loro Convento. In quest'ultimo, per effetto di un Decreto del Vescovo di Nocera emesso il 2 Ottobre dì quello stesso anno, presero perciò stanza cinque Preti Secolari, che avrebbero gestite altrettante Cappellanie Sacerdotali Perpetue, allora istituite nella Chiesa di S. Francesco, con le rendite di questa
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e del Convento e con i relativi oneri e cioè Messa quotidiana, più ogni altra funzione inerente al culto. Però in seguito a pratiche iniziate dal Comune di Gualdo sin dal Gennaio del 1674 presso la Santa Sede, nel Settembre del 1689 i Minori Conventuali ritornarono nel loro Chiostro di S. Francesco, dove furono ricevuti con grandi feste dalla popolazione e dal Comune, che ad essi diede incarico di fare scuola di Teologia e Filosofia. Ciò nonostante al Comune stesso, quei Frati mossero lite nel principio del secolo seguente, pretendendo di essere esentati dal pagamento dei Dazi Camerali, lite che provocò una decisione della Curia Pontificia in data 10 Marzo 1772.
Rimasero poi tra noi i Minori Conventuali sino alla Demaniazione del loro Chiostro, decretata dall'attuale Governo Italiano quando subentrò al Pontificio.
Questo Convento di S. Francesco oggi più non esiste, essendo stato trasformato parte in abitazioni private, parte in Officina Elettrica Municipale e in parte demolito, durante la seconda metà del XIX secolo, perché pericolante in seguito al terremoto del 1751. L'attuale Piazza Giordano Bruno, occupa oggi infatti l'area dove un tempo esisteva il Chiostro del Convento, Chiostro che era tutto ornato di belle colonne in pietra andate distrutte. (1)
(1) Fra Agostino da Stroncone M. O.: Umbria Serafica. Manoscritto del sec. XVII pubblicato in Miscellanea Francescana. Foligno. Vol. II, pag. 171; Vol. III , pag. 94 e 153; Vol. IV, pag. 28; Vol. X, pag. 114; Vol. XI, pag. 153; Vol. XII, pag. 92, 152, 153 — L. JACOBILLI: Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1053. Pag. 30, 50, 69 e seg., 80, SI, 90 — L. WADDING: Annales Minorimi. Anni 1283,1520,1540 — padre venanzio da lagosanto: San Francesco d'Assisi e i suoi tre Ordini in Oualdo Tadino. Milano 1896. Pag. 19 — L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Oualdo e della Regione di Taino. Foligno 1638. Pag. 51, 52, 57, 61, 62, 63 — Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1593 al 1601, e. 1461; dal 1602 al 1607, e. 97 e 1021; dal 1607 al 1612, c. 50, 63, 71, 821; dal 1685 al 1698, c . 53; dal 1729 al 1740, e. 39t; dal 1765 al 1788, c . 28 a 32 — L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell' Umbria. Tomo II. Foligno 1656. Pag. 122, 123, 148, 322, 324; Tomo III. Foligno 1661. Pag. 335, 434 — O. MORONI: Dizionario di Erudiziene Storico Ecclesiastica. Vol.XXXIlI, Pag. 78 e seg.; Vol. XLV1I1, Pag. 63 — O. Caiani: Raccolta Manoscritta di Memorie Storielle Gualdesi. Vol. 1 (Istrumento di acquisto dei Frati Minori di Gualdo, di alcuni beni della Cattedrale di Nocera. Anno 1293) — Biblioteca del Seminario di Foligno; Manoscritti di L. Jacobilli (Codice A. II. 16, e. 89t; Cod. A. VI. 6, c. 269; Cod. C. VIII. 11, c. 36; Cod. C. V. 5, anno 1219 e 1367) - D. Dono : Istoria della Famiglia Trinci. Foligno 1638. Pag. Ili — Petrus Rodulphus Tossinianensis : Historiarurn Seraphicae Religionis Libri tres etc. Venezia 1586. Pag. 254 — P. CENCI : Costituzioni Sinodali della Diocesi di Gubbio dei Secoli XIV e XV (\n Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Foligno 1913. Vol. I, Pag. 293) — C. Eubel: Bullarium Franciscanuin. Tomo V. Roma 1898. Pag. 351 — R. Guerrieri: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. Pag. 21 a 23 — O. SBARAGLIA : Bullarium Franciscanum Romanorum Pontificum. Roma 1765. Tomo III. Pag. 531 (in nota) — Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Ercole di Gabriele dal 1470 al 1496. e. 41 — Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. Parte I, Perg. Num. 10.1 e Parte II, Perg. unica del 1281-1282; Sec. XVIII, Perg. A — R. CARNEVALI : Vita di S. Rinaldo. Foligno 1877. Pag. 115- Bollandisti: Nella Vita di S. Rinaldo — B. COLLINA : Vita di S. Romualdo. Bologna 1748. Parte I, Capo 32 e Parte li, Capo 52 — O. GRANDI: Dissertationes Camaldulenses. Lacca 1707. Dissert. li, Pag. 113, 133 — Biblioteca Vaticana:
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I Frati Minori Osservanti ed il loro Convento dì S. Maria Annunziata.
Nella seconda metà del Quattrocento, sulle prime pendici del monte sovrastante a Gualdo, nei dintorni del luogo dove più tardi, come tra poco vedremo, sorse l'attuale Convento dell'Annunziata dei Frati Zoccolanti, esistevano cinque antichissimi Eremitori, prossimi l'uno all'altro. Questo luogo chiamavasi in quel tempo «Le Pretaie» (Pietraie) forse perché dovunque cosparso di rupi e talvolta trovasi invece indicato come « Le Romite » certo per l'esistenza in esso degli Eremitori suddetti.
Uno di questi consisteva nel piccolo Chiostro che, come narrammo nel precedente Capitolo, intitolato ai S. S. Stefano e Lorenzo Martiri, aveva accolto anche l'eremita Gualdese Beato Marzio ; un secondo Eremitorio trovavasi attiguo alla piccola Chiesa di S. Anna, della quale in seguito tratteremo ; un terzo ci risulta dedicato a S. Giovanni ; un quarto, con Chiesuola, chiamavasi di S. Maria delle Grazie o di S. Girolamo, l'ultimo e più importante, era intitolato a S. Tommaso ed anche esso appare munito di Chiesa. Questi cinque Eremitori, i quali sorgevano tra loro vicini, in mezzo a rocce e tra la folta boscaglia che allora ricopriva quella località, erano tutti abitati da Anacoreti del Terzo Ordine di S. Francesco, ossia da Terziari Regolari, i quali, pur vivendo separati nei propri Eremi, si riunivano momentaneamente, quando era necessario, in uno di questi, per trattare qualche importante affare che a tutti riguardasse, ad esempio per l'elezione del loro comune Capo o Ministro. Rivestiva tale carica, nell'ultimo decennio di quel secolo, un Fra Bernardino di Cola da Toscanella, il quale viveva nel suddetto Eremo dei S. S. Stefano e Lorenzo anche dette di S. Marzio, dove avevano stanza altri due Anacoreti e cioè Fra Pellegrino di Angelo Gareggie e Fra Bernardino da Bergamo. Nell'Eremo di S. Anna trovavasi un tal Giacomo da Perugia ; in quello di S. Giovanni eravi un Fra Andrea di Giovanni Ayder da Villach (Carinzia); in quello di S. Maria delle Grazie o S. Girolamo,
Codice 7853 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) c. 10t, 33t, 34, 34t; Cod. Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) Pag. 53, 81, 82; Cod. Urbinate 48, c. 218t — Arch. Storico di Dubbio. Fondo Armanni : Codice II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) nella Leggenda di S. Francesco, da c. 68 a c. 74t; del Beato Maio, da c. 115 a c. 119t; del Beato Marzio, da c. 120 a c. 125t; nonché in altre Leggende del Codice a c. 110, 138, 138t, 139, 144t — Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Codice 341, c . 117a della Paginazione antica corrispondente a e. 121a di quella moderna (in nota) — M. FALOCl PULIGNANI : Le Arti e le Lettere alla Corte dei Trinci. Foligno 1888. Pag. 69 e seg. ; Le Profezie del Beato Tommasuccio. Foligno 1887 — Arch. Vaticano: Arch. XXIX. Tomo 244, e. 97t — Arch. Vescovile di Nocera Urnbra : Atti di Sacre Visite nella Chiesa di S. Francesco in Gualdo — R. F. marczìc : Apologia per l'Ordine dei Frati Minori. Lucca 1750. Tomo III, Pag. 141 — frate giusto DELLA ROSA : Leggenda del Beato Tommasuccio (In Bibliot. Ambrosiana di Milano. Cod. 1. 115; in Bibliot. del Seminario di Foligno. Cod. C, 1. 14; in Miscellanea Francescanavol. XXXI, da pag. 246 a 248).
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risiedevano un Fra Antonio di Giacomo da Siena ed un Fra Marino di Antolino de Curtis da Offida ; finalmente nell'Eremo di S. Tommaso, più frequentato di lutti gli altri, risiedevano Fra Francesco di Giglio di Nicolo, Fra Paolo di Nicolo, Fra Nicolo di Luca e Fra Andrea di Pietro, tutti quattro di nazionalità Albanese, più Fra Giorgio di Alegrino da Zara, Fra Luca di Giuliano di Biagio Massaroli da Cagli e Fra Bernardino di Giuliano anch'esso da Cagli. Ci sono pervenuti i nomi anche di altri Frati Anacoreti viventi allora negli Eremi suddetti, senza specificazione di luogo, ad esempio un Fra Domenico di Francesco da Offida, un Fra Lorenzo di Galeotto da Fossato, un Fra Sebastiano di Leonardo originario di Baviera e un Fra Benedetto di Simone da Ragusa de partibus Sclavonie. E qui noteremo per incidenza, a proposito di Frati Francescani stranieri nei nostri Conventi, che contemporaneamente ne esistevano anche nel Chiostro di S. Francesco dei Minori Conventuali entro Gualdo, ad esempio un Fra Matteo di Benedetto e un Fra Giorgio di Matteo ambedue de partibus Sclavonie, e un Fra Pietro di Maestro Giovanni de Alamania. La presenza di tutti questi Frati venuti dalla Germania, ma specialmente dall'altra sponda dell'Adriatico, è cosa invero assai strana, ed un tal fatto potrebbe forse spiegarsi con le invasioni poco prima avvenute della Slavonia e dell'Albania per opera dei Turchi, da dove gran parte della popolazione era fuggita davanti ai feroci invasori.
I cinque Eremitori di cui stiamo trattando, appartenevano tutti al Comune di Gualdo il quale, tra i suoi Magistrati, aveva infatti anche i cosi detti Sindaci degli Eremitori, i quali venivano periodicamente eletti in numero di due e si occupavano della dimora degli Anacoreti nei vari Eremi, nonché di provvedere alla buona conservazione di questi ultimi. Oltre a ciò, ogni anno, il 10 di Agosto, il Comune di Gualdo addiveniva ad una originale cerimonia per confermare i suoi diritti di proprietà su i Romitori, e questa cerimonia si svolgeva nel modo seguente : I Priori del Comune, si recavano nell'Eremo di S. Marzio e si ponevano a passeggiare, come in casa propria, nell'interno di esso, nonché nella Chiesa e nell'orto contiguo. Allora il Ministro degli Eremiti si presentava ad essi e dichiarava spontaneamente ad alta voce ed in pubblico, che l'Eremo apparteneva al Comune di Gualdo e che i Frati Anacoreti lo tenevano e l'avrebbero anche in avvenire tenuto per conto del Comune stesso, dopo di che i Priori si allontanavano.
Ma i Frati dei vari Eremi, dovettero un giorno sentire il bisogno di riunirsi in un unico, più grande e più comodo Convento, e di questo Progetto prese l'iniziativa il su ricordato Fra Marino di Antolino de Curtis da Offida. Costui infatti, mediante Atto Notarile del 30 Ottobre 1497, riuscì a farsi cedere dal Comune di Gualdo, una parte della vasta zona di terreno montano su cui sorgevano i cinque Eremitori, con la condizione che il Comune stesso avrebbe inoltre rimborsato a Fra Marino, tutte quelle spese che egli avrebbe dovuto sostenere per Eventuali costruzioni di nuovi edifici sul terreno come sopra ceduto.
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296 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Fu così che nel principio del secolo seguente, ivi potè sorgere per i Frati Anacoreti del Terzo Ordine di S. Francesco, in mezzo ai vecchi Eremitori, un nuovo ed unico Convento, intitolato poi a S. Maria Annunziata, che è quello appunto tuttora esistente e il di cui antico sigillo portava infatti nel centro la scena dell'Annunciazione.
Intanto però, mentre accadevano i fatti or ora narrati, si incominciò a vagheggiare in Gualdo, l'idea di crearvi anche un Convento per i Frati Minori Osservanti, i cosi detti Zoccolanti, e si pensò anzi d'introdurli nel vecchio sopra ricordato Eremo di S. Tommaso, convenientemente restaurato e ingrandito. Alcuni documenti del nostro Archivio Notarile, ci permettono di stabilire con grande approssimazione, l'epoca in cui i Minori Osservanti andarono ad occupare l'antico Eremitorio di S. Tommaso e questi documenti consistono in quattro testamenti, successivamente fatti da una stessa persona e cioè da tal Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli da Gualdo, di professione Notaio e del quale molti volumi di rogiti esistono ancora nel nostro Archivio Notarile.
Nel primo testamento, in data 15 Agosto 1486, si legge infatti che Pietro di Mariano « reliquit loco sancti Thome in montibus Gualdi, prò aconcimine eiusdem laci, florenos tres, ad XL bol., casa quo ibi veniant ad commorandum et habitandum fratres Observan tini Ordinis sancti Francisci, aliter non ». Poi, prima di terminare l'Atto, il testatore specifica meglio il suddetto legato, così correggendolo : « reliquit loco sancti Thome in monti Gualdi flor. X prò aconcimine vel reparatione loci, casu quo fratres Observanti veniant et morarent in ipso loco et capiant ipsum locum ad abitandum et si dicti fratres non venerint, reliquit in dicto loco unum florenum, tantum pro adconcimine ». Nel secondo testamento, rogato il 1 Gennaio 1493, Io stesso testatore « reliquit florenos tres, ad 40 bol. prò flor expendendos prò aconcimine loci fratrum Observantie sancti Francisci, casu quo in territorio Gualdi predicti accipiant et edifi cent locum Observantie prefate et aliter non, et donec dicti fratres [non] venerint ad habitandum aut ad edificandum cum effectu, non possint cogi heredes ipsius testatoris ad solvendum neque ad depo nendum dictos tres florenos ». Nel terzo testamento, del 29 Luglio 1514, Pietro di Mariano costituisce di nuovo un Legato di dieci fiorini «pro fabrica loci Observantie S. Francisci, in territorio Gualdi fabricandi» ed aggiunge che, se entro dieci anni dalla sua morte non fosse edificato « dictus locus » né incominciato a edificare, allora i dieci fiorini sarebbero spettati al Monastero di S. Margherita di Gualdo. Però, a margine di questo Atto, nel Bastardello originale, trovasi una postilla notarile in data 20 Settembre 1519, dalla quale risulta che il testatore, ancora in vita, pagava la somma promessa « pro fabrica incepta per Observantinos, in montibus Gualdi ». E finalmente, nel quarto testamento redatto il 4 Agosto 1524, Pietro di Mariano dichiarava di non rinnovare il solito Legato a favore dei Minori Osservanti, poiché questo era stato già soddisfatto, pagando ratealmente i dieci fiorini prima a Fra Ginepro da Città di Castello, poi a Fra Matteo da Borgo S. Sepolcro ed infine il rimanente a Fra Bonifacio dello stesso Borgo S. Sepolcro,
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l'un dopo l'altro Guardiani del nuovo Convento di S. Tommaso dei Minori Osservanti. E' quindi chiaro che la venuta di questi ultimi in Gualdo e l'adattamento a loro residenza del vecchio Eremitorio di S. Tommaso, che in tale occasione fu forse restaurato ed ampliato, si effettuò nel periodo di tempo interposto tra il 29 Luglio 1514, nel quale giorno fu rogato il terzo testamento e il 20 Settembre 1519, data della postilla secondariamente aggiunta allo stesso.
Lo scrittore Cappuccino Padre Venanzio da Lagosanto, trattando in un suo breve Opuscolo dei tre Ordini Francescani in Gualdo Tadino, dice che, a favore della suddetta fondazione del Convento dei Minori Osservanti, si adoperò in modo decisivo, un Vicario Provinciale di quest'Ordine e cioè il Beato Gabriele da Gualdo. Egli però cade in errore facendo avvenire tale fondazione nel 1490 ed assegnando al Convento il titolo di S. Girolamo, anziché quello di S. Tommaso.
Ma questa prima sede dei Minori Osservanti, in un antico Eremitorio che probabilmente in modo precario ed affrettato sarà stato predisposto per il nuovo uso, non dovette per certo soddisfare i Frati suddetti, poiché durante la Legazione del Card. Antonio Del Monte e con il favore di questo, i Minori Osservanti pensarono di migliorare la propria residenza. Già con Istrumento del 3 Gennaio 1520, il loro Sindaco o Procuratore Giovan Pietro Muscelli, riceveva in enfiteusi alcune vicine terre sulla montagna, dal Nocerino Giuliano Bonincampo, Priore della Chiesa di S. Donato di Gualdo, consenziente Tarusio de Tharusiis, Luogotenente del Card. Del Monte. L'anno seguente poi, i Minori Osservanti raggiungevano il loro scopo e per l'efficace interessamento del Cardinale suddetto, si recavano ad abitare nel vicinissimo Convento di S. Maria Annunziata che, come sopra abbiamo visto, per l'opera di Fra Marino da Offida, era stato poco prima costruito dal Comune di Gualdo per i Terziari Regolari e che veniva ora concesso dallo stesso Fra Marino, ai Minori Osservanti rappresentati da Fra Bernardino da Gualdo, il quale in seguito, nel Capitolo celebratesi alla Porziuncola l'anno 1530, essendo stato eletto Ministro Provinciale, apportò al Convento grandi restauri. Ma i Frati Terziari Regolari, insorsero a protestare contro la cessione fatta dal loro confratello Fra Marino da Offida, per cui questa venne annullata dallo stesso Card. Del Monte. Da tutto ciò nacque in Roma una Causa giudiziaria, che fu in breve vinta dai Minori Osservanti, tanto che nello stesso anno 1521, Papa Leone X, con apposita Bolla, riconfermava a questi la concessione, ordinando ai Vescovi di Nocera e di Assisi di farla eseguire.
Nessun altro documento storico ci resta di questo Convento, solo abbiamo un Decreto della Camera Apostolica, in data 28 Giugno 1567, con il quale si ordinava al Distributore del sale di concederne gratuitamente duecento libbre ogni anno ai Frati del Convento dell'Annunziata. In questo, i Minori Osservanti sono rimasti sino a che, subentrato al Pontificio il nuovo Governo Italiano, venne quel possesso devoluto al Demanio, ed essendo stato riscattato nel
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Settembre 1882, i Minori Osservanti vi ritornarono dopo averlo restaurato e vi dimorano ancora. (1)
I Frati Minori Cappuccini ed il loro Convento di S. Michele Arcangelo.
Intorno al 1562, si incominciò a trattare in seno al Consiglio Generale del Comune di Gualdo, circa l'opportunità di fondare nel territorio Gualdese un Convento Cappuccino e nei Libri Consigliari di quell'epoca, sino al 1566, si riscontrano frequenti proposte e discussioni sul modo migliore per procurare il danaro a tale scopo occorrente. Con il contributo del Comune e mediante private oblazioni, si raggiunse infine l'intento e si procedette subito all'acquisto del suolo su cui doveva sorgere il fabbricato, suolo che trovavasi nella Parrocchia di S. Benedetto, in località chiamata Sant'Angelo e che venne venduto al Comune dal Nobile Tommaso da Salmaregia.
In tal modo, durante l'anno 1566, si iniziò la costruzione del Convento e della Chiesa dei Cappuccini, nel luogo ove esiste attualmente, a due chilometri circa dalla città, in un'angusta e pittoresca valle e, compiuto che fu, venne dalla Comunità ceduto ai Frati dell'Ordine suddetto. Contemporaneamente il Comune acquistava anche alcune terre contigue, che circondavano a settentrione il Convento e le donava a questo. Ma, ciò nonostante, ai Minori Cappuccini mancava una comoda e breve via di accesso per venire in città, nonché un orto e un bosco per far legna e sembra che, per tali scopi, abbisognasse l'occupazione di altri confinanti terreni allora posseduti dall'Abbazia di S. Benedetto, che circondavano a mezzogiorno, verso Gualdo, i beni del Convento, precludendo a questo lo sbocco sulla più breve via pubblica per la città. In mezzo ad essi, per di più, sorgeva l'antica Cappella del Beato Angelo, oggi ancora esistente presso il Convento, la qual cosa faceva maggiormente desiderare ai Cappuccini un tale possedimento. Per soddisfare le nuove esigenze di questi, dietro
(1) L. WADDING: Annales Minorum. Anno 1520. N°. 37 — F. GONZAGA : De origine Seraphicae Religionìs Franciscanae. Roma 1587. Parte II, pag. 167 — Arch. Vaticano: Arch. XXIX. Tomo 234. c . 39t. — L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo 11. Foligno 1656. Pag. 269, 270 — Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1528 al 1533. c. 112, 134 — FRA Agostino da Stroncone : Op. cit. Vol. VI, pag. 142; Vol. VII, pag. 24 — Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. e. 89t, 91t, 95, 122, 168, 200; di Ercole di Gabriele dal 1501 ai 1504, Paginazione III, c. 305 e dal 1492 al 1498, Quaderno VII, e. 50; di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 495t ; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, Anni 1496 e 1480, c . 90t ; 1497, c . 121t ; 1498 e 1499, Pa ginazione I, c. 56, Paginazione II, c. 35t; dal 1491 al 1494, c. 161, 162, 186t, 31 lt; dal 1489 al 1490, c . 148t, 155; dal 1487 al 1489, c . 164t; del 1504 e 1505, e. 6, 43t, 108t; del 1478, 1487 e 1498, c . 4; dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, Paginazione I, c. 202, 202t, 204, 207t, Paginazione 11, c. 198 e 25H ; del 1494 e 1495, c. 19t, 113; dal 1473 al 1527,c. 19t, 46t, 95t, 135t. 197t, 231,
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preghiera del Comune di Gualdo, il Card. Serbelloni, allora Abbate Commendatario dell'Abbazia di S. Benedetto, mediante Istrumento del 30 Maggio 1569, cedeva in enfiteusi perpetua la Cappella del B. Angelo e i terreni circostanti, per una misura di circa dieci modioli ai Padri Cappuccini, rappresentati dal Guardiano Frate Angelo da Foligno e da Fra Giustino da Perugia, con l'imposizione dell'annuo canone di una candela del valore di un bolognino, da offrirsi alla suddetta Abbazia. D'altra parte, i Cappuccini si assumevano l'onere di ben conservare e mantenere i beni ricevuti in enfiteusi, di restaurare, ampliare e poi officiare la suddetta Cappella del B. Angelo, di intitolare a S. Michele Arcangelo il loro nuovo Convento e l'annessa Chiesa, di ridurre a coltivazione le terre avute, che trovavansi pressoché incolte e di aprire la desiderata via che doveva rendere più breve l'accesso da Gualdo alla loro dimora. Detta via, per certo, oggi consiste nel breve tratto che, passando a fianco della Cappella del B. Angelo, pone in comunicazione la strada di Capo d'Acqua con l'altra che dal Convento mena al villaggio di Casale. Il suddetto Istrumento di cessione, venne poi approvato da Papa Pio V con Breve del 19 Novembre 1569.
Il nostro Convento dei Cappuccini, fabbricato esattamente come prescrivono le regole di quell'Ordine, divenne in breve tempo prospero e fiorente per frequenti elargizioni ad esso fatte dal Comune nonché da privati cittadini e tra i molti Padri Guardiani che si successero al suo governo, ricorderemo nel 1633 Padre Carlo da Foligno, al secolo Annibale Gerardi, e nel 1752 Padre Ignazio pur da Foligno, al secolo Francesco Maria Scafali, ambedue ben noti come scrittori e letterati nell'Ordine Cappuccino. Ricorderemo anche l'altro Padre Guardiano Fra Tommaso da Terni, il quale, in occasione della gravissima pestilenza che desolò Gualdo ed il suo territorio dal 1656 al 1660, unitamente ai suoi Frati, accorse dovunque per portare aiuti e conforti agli appestati, ottenendone poi dal Comune di Gualdo un meritato premio per il suo Convento.
L'emblema di quei Religiosi, era S. Michele Arcangelo, titolare, come si è detto, del Chiostro e della Chiesa, ed anche il loro antico sigillo conventuale portava nel centro la sua effigie con intorno l'iscrizione : Sigil. Capuccinorum terrae Gualdi.
Occupato nel 1809 lo Stato Pontificio dall'Imperatore Napoleone I, i Frati Cappuccini furono espulsi anche dal loro Monastero, ma vi ritornarono poi nel 1815. Più tardi, questi Religiosi dovettero però di nuovo abbandonare la loro dimora e ciò in seguito alla Demaniazione dei beni ecclesiastici fatta dall'attuale Governo Italiano, con Decreto pubblicato il giorno II Decembre 1860 dal R°. Commissario Generale per l'Umbria Gioacchino Pepoli, con il quale decreto si addiveniva appunto alla soppressione dei vari Istituti Religiosi della Provincia. Riscattato quel Chiostro dal Demanio il 28 Settembre 1878, per opera di Mons. Roberto Calai, veniva notevolmente restaurato ed ampliato e nel 1880 vi ritornavano i Minori Cappuccini, ai quali era poi ceduto dallo stesso Mons. Calai, mediante regolare Istrumento del 14 Agosto 1894. Questi Religiosi
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vi permangono tuttora e sin dall'epoca del loro ritorno, vi istituirono anzi un Collegio Serafico, per giovanetti e per allievi Cappuccini, che assunse ben presto un fiorente sviluppo, tanto che si dovette addivenire a successivi ingrandimenti del Convento, con nuove importanti costruzioni effettuate nel 1884, 1894, 1920, 1923 e 1924. Ora viene a proposito l'accennare ad un illustre Cappuccino e cioè a Padre Tommaso da Gualdo. Quivi nacque nel 1556 e il suo nome di battesimo fu Gentile Roccitelli di Giovan Battista. Diciottenne vestì l'abito monastico nel Convento di S. Giuseppe in Città di Castello. Nel « Registro delle professioni dall'anno 1573 al 1591 » che si conserva manoscritto nell'Archivio Provinciale dell'Ordine in Foligno, a pag. 5, leggesi a tal proposito la nota seguente: Professione di Fra Tomaso da Gualdo, Chierico — Alli 18 Novembre 1573, fra Tomaso da Gualdo di Nocera, fece questo dì sopradetto, professione secondo la regola nelle mani del Padre Fra Bernardo da Spoleti nel nostro luogo di Castello e suo Maestro, come è solito, presenti l'infrascritti frati. . . ». Fu uomo di grande ingegno, scienziato e predicatore insigne e scrisse una « Vita e miracoli del P. S. Francesco » che dedicò a Ranuccio Farnese, Duca di Parma e Piacenza. Morì nel nuovo Convento di Perugia nel Luglio del 1620. Fu ricordato da tutti gli scrittori antichi e moderni che si occuparono dei più insigni Frati Cappuccini e fra gli altri da P. Dionisio da Genova (Bibliotecha scriptorum Capace. Genuae 1680. pag. 457), da P. Bernardo da Bologna (Bibl. script. Capucc. Venetiis 1748, pag. 237), dallo Sbaraglia (Supplementum et casticatio ad scriptores trium Ord. S. Franc. Roma 1806, pag. 676), dal Pagnozio (De Maria Triumphante. Lib. III , cor. 3, cap. 57, pag. 745), da Giovanni da S. Antonio (nel Tomo III della sua opera, a pag. 121), e recentemente da P. Francesco da Vicenza (Gli Scrittori Cappuccini della Provincia Serafica. Foligno 1922. pag. 74). I primi tre degli Autori su nominati, qualificano Tommaso da Gualdo «Provinciae Hetruriae Cap puccinorum alumnus» la quale asserzione è errata, bastando a dimostrarlo il su riferito documento dell'Archivio Provinciale dell'Ordine.
Altro Frate Cappuccino che va ricordato, è un Fra Benedetto da Gualdo, che fu assai venerato nella nostra regione, durante la prima metà del Seicento, come religioso che spinse sino al fanatismo l'osservanza delle regole Francescane, sia per povertà di vita, sia per mortificazione del proprio corpo. Morì, dopo infiniti e voluti stenti, nel Convento di Nocera Umbra l'anno 1640, come suoi dirsi, in odore di santità, e fu sepolto, con grande pompa e gran concorso di popolo, nella Chiesa del suo Chiostro, in una tomba espressamente fatta costruire per lui dal Comune di Nocera. (1)
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bongrazio Bongrazi.Vol. del 1569, c. 372 - Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1562 al 1565. c. 588t Ut 48 120t 167t 169t - MICHELE da Tiralo : Bullarium capuccinorum. Tomo II Roma 1743 Pag. 104, 105, 435 - O. O. SBARAGLI : Supplementum et casticatio ad scriptores Trium Ordinum S. Francis». Roma 1806. pag. 670 _ L. JACOB1LLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III. Foligno 1661, |
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301 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Le Monache Clarisse ed i loro Conventi di S. Margherita e di S. Chiara. Questi due Monasteri, appartenenti alle Clarisse, sono oggi e stinti, ma ciò nonostante è necessario parlarne, per illustrare le origini e le vicende di tale importantissimo Ordine Religioso in Gualdo Tadino. (1)
I
Convento di S. Margherita. — Diremo subito che negli Atti della Sacra Visita Diocesana, praticata in questo Convento dal Vescovo di Nocera Mons. Massaioli l'anno 1771, si legge che lo stesso fu edificato, esternamente alla Porta Civica di S. Donato, per le Monache del Terzo Ordine di S. Francesco, l'anno 1328 ad iniziativa del Vescovo Nocerino Alessandro Vincioli da Perugia. D'altra parte lo storico Folignate Ludovico Iacobilli, nel suo libro «Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi», a pag. 93, scrive che tal Cecco Mancia da Gualdo, con l'autorizzazione del suddetto Vescovo di Nocera Alessandro Vincioli, fece costruire fuori delle Mura cittadine, l'anno 1328, per le Monache del Secondo Ordine di S. Francesco, un Monastero dedicato a S. Pietro.
Ora è evidente che, a parte la sconcordanza dell'Ordine a cui avrebbero appartenuto le Monache, così il Cancelliere Vescovile che descrisse la S. Visita Diocesana del 1771, come lo storico Jacobilli, alludevano ad uno stesso Convento, cioè a quello di S. Margherita, il di cui vasto fabbricato sorge infatti anche oggi presso le Mura della Città, fuori e di fronte alla Porta Civica di S. Donato. Ma certamente lo Jacobilli errò dando come intitolato a S. Pietro questo Chiostro, poiché fu invece il Convento di S. Chiara, di cui tratteremo fra poco, quello che da principio venne dedicato a S. Pietro. Al contrario, il Chiostro di cui stiamo ora trattando, per certo sin dalla sua fondazione, ebbe a titolare S. Margherita e con tale nome è infatti sino a noi pervenuto.
(1) Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1574 al 1575, c. 52 e 52t; dal 1685 al1698, c. 162t e 163; Bandi e Lettere dal 1562 al 1569, c. 14; Raccolta dei Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo, Doc. N°. 87, 113,120 – L. Jacobilli: di Nocera nell'umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 93 – FRA AGOSTINO DA STRONCONE: Umbria Serafica. ms. già cit. vol. III, pag. 156; Vol. XII, pag. 92 — Biblioteca del Seminario di Foligno: M ss. di L. Jacobilli. Cod. A. II. 16, c. 99t; Cod. A. V. 11, c. 796; Cod. C. VIII. 11, c. 86 — wadding: Annales Minorum. Anno 1503. N°. 32 — Arch. Vaticano: Arm XXIX, tomo 234, c. 39t e tomo 240, c. 169t — R. GUERRIERI: Gli antichi istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. pag. 81 e 116 - Arch. vescovile di Nocera Umbra : Atti di Sacra Visita al Convento di S. Margherita in Gualdo dell'anno 1771; Atti di Sacra Visita al Convento di S. Chiara Gualdo dell'anno 1593, 14 Settembre, c. 79 e 79t e dell'anno 1597, 2 Luglio,c.62t e 63 — Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al1382 c.28 e 29t; di Ercole di Gabriele dal 1470 al 1496, c. 62 ; di Piersante di Andrea de Benadattis, Atti sparsi del primo trentennio del sec. XVI, c. 92 ; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535, c. 206.
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302 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Intorno al 1453, dal Vescovo di Nocera Giovanni Marcolini da Fano, venne rinnovata l'omonima annessa Chiesa e ampliato il Convento, che subì poi un nuovo ingrandimento durante l'anno 1574. Di esso ben pochi documenti possediamo e di scarsa importanza essendone andato disperso l'Archivio. Resta, ad esempio, un Breve di Papa Alessando VI, emesso nell'anno 1503, con il quale si da incarico a Frate Iacobo da Porcaria, Vicario della Provincia di S. Francesco e ai suoi successori, di provvedere con i propri dipendenti all'officio di Confessore delle Monache di S. Margherita, officio sino allora tenuto dai Preti secolari. Il Pontefice trasmetteva quest'ordine con il tramite del Vicario Provinciale dei Francescani e non con quello del Vescovo, perché le Monache di S. Margherita, vivevano allora come Terziarie, sotto la giurisdizione comune a tutti i Frati Minori, senza alcuna clausura e perciò esse stesse andavano in giro nel territorio questuando per procacciarsi da vivere, essendo allora piuttosto scarse le rendite del Convento e numerose invece le Religiose, che ad un Capitolo, da esse tenuto il 5 Febbraio 1502, vediamo infatti intervenire in numero di ventidue. Ma allorché Pio V, nel 1566 emanò la nota Costituzione su la Clausura, anche per richiesta del Comune di Gualdo, fu tolto il Monastero di S. Margherita dalla dipendenza delle Autorità Francescane e sottoposto alla dipendenza dell'Ordinario cioè del Vescovo di Nocera. Allora quelle tra le Monache del nostro Convento che non vollero ritornare, come ad esse era lecito, alle proprie case, professarono i tre solenni voti religiosi prescritti dalle Leggi Ecclesiastiche e con Atto stipulato dal Notaro Troili Francesco, si obbligarono di sottostare al nuovo duro regime della clausura. Non potendo perciò esse più praticare personalmente la questua, questa venne affidata invece a cinque Converse, alle quali era lecito vagare in ogni tempo per il territorio Gualdese per raccogliervi elemosine, ma che non dovevano risiedere entro il Convento, bensì in una separata abitazione. A proposito della clausura a cui furono sottoposte le Monache di S. Margherita, ci resta anzi un Decreto pubblicato il 3 Luglio 1569 da Sebastiano da Ripatransone, Frate Minore, il quale come Commissario Pontificio, aveva in Gualdo condotto tutte le pratiche occorrenti all'istituzione della clausura nel Convento di S. Margherita. Da tale decreto, risulta che nessun uomo, sia laico sia religioso, esclusi i Medici, poteva presentarsi al Parlatorio del Monastero, senza permesso scritto del Guardiano dei Frati Minori o del Confessore delle Monache e quando fosse ammesso al Parlatorio doveva avere presente al colloquio il Confessore suddetto. Ai contravventori si minacciava, come pena, la confisca di tutti i loro beni o il carcere se possedevano meno di duecento scudi. Nessuna donna poi, pena la scomunica maggiore, per parlare ad una Religiosa poteva oltrepassare il primo Chiostro e la Religiosa stessa doveva presentarsi alla visitatrice sempre accompagnata da un'altra Monaca. Ma pare che tale rigorosa clausura non fosse di grande utilità alle monache di S. Margherita, che protestarono per essersi verificata, dopo tale provvedimento, una grande diminuzione dei
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proventi della questua ed anzi nel 1637, in unione agli altri due Monasteri Gualdesi di S. Maria Maddalena e di S. Chiara, ricorsero alla S. Sede per essere esentati dal pagare le tasse Camerali e Comunali, tanto che il Comune stesso, con Memoriale del 27 Maggio di quell'anno, dovette provare come tutte quelle Religiose possedevano invece beni stabili e rendite perenni, più che sufficienti per vivere comodamente. Ciò in gran parte era vero: Sappiamo infatti che la stessa Camera Apostolica, con Decreto del 28 Giugno 1567, aveva concesso alle Monache di S. Margherita, gratuitamente, ottocento libbre di sale ogni anno. Di più, il Monastero riceveva allora annualmente, a titolo di elemosina, otto salme di grano (ogni salma corrisponde in peso a Kg. 216 circa) dall'Ospedale Gualdese di S. Lazzaro, nonché due salme dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati ed a ciò deve aggiungersi il fruttato delle proprie terre, consistente principalmente in frumento, vino ed olio. D'altra parte, è certo che il numero delle abitatrici del Convento di S. Margherita era andato sempre più diminuendo dopo l'adozione della clausura. Senza tener conto delle Educande, tra Monache e Converse, trentaquattro Religiose vi erano nel 1573, venti nel 1605 e nel 1658, dieciassette nel 1663, sedici nel 1682, dodici nel 1691. Per di più, circa il 1681, alle Monache di S. Margherita era stata limitata anche l'opera delle Converse adibite alla questua, per cui le Monache suddette avevano fatto nuovamente ricorso al Pontefice ed al Vescovo di Nocera, il quale ultimo, nella Visita Pastorale del 17 Settembre 1682, ordinò che tutte le pie istituzioni Gualdesi e cioè Ospedali, Confraternite, Monti di Pietà, Monti Frumentari, etc., dovessero fornire alle Monache di S. Margherita, in modo permanente, un dato contributo in denaro o in derrate e dispose altresì che speciali Commissioni di autorevoli cittadini, andassero periodicamente questuando nella città e nel territorio per sovvenirle. Ma pochi anni dopo, le condizioni del Convento migliorarono notevolmente, poiché nel 1704, Mons. Marco Battaglini Vescovo di Nocera, rinnovando un tentativo già inutilmente fatto nel 1697, al Monastero di S. Margherita incorporava anche quello di S. Chiara presso Porta S. Martino, dove pure risiedevano le Clarisse e del quale tratteremo fra breve, sicché le Monache, dal Chiostro di S. Chiara, il 12 Marzo di quello stesso anno, con grande solennità si trasferirono nel Monastero di S. Margherita e ciò nonostante le proteste del Comune e della popolazione Gualdese, che malvolentieri sopportava la soppressione dell'antico Convento di S. Chiara.
Ma, come si è detto, quello di S. Margherita ritrasse dall'unione non pochi vantaggi, sopra tutto per le rendite pervenutegli dall'altro di S. Chiara e per una eredità in quel tempo lasciatagli da tal Carlo Antonio Puccinelli, con l'obbligo però di ricevere e mantenere gratuitamente in permanenza due giovanette, poiché le Educande del Monastero solevano dare a questo, per il loro mantenimento, ogni anno, una certa quantità di frumento, sei barili di vino e quattro scudi portati poi a sei nel 1721. Il numero delle religiose cominciò allora a risalire e se ne contano infatti diciotto nel 1704 e
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ventiquattro nel 1713; anche le rendite stabili del Convento aumentarono in proporzione, tanto che nell'anno in cui fu effettuata l'unione, queste salirono alla cifra di seicentonovantasette scudi, somma non indifferente in quei tempi.
Perdurò in tale stato il Chiostro per circa un secolo, sino a che cioè, per effetto dell'invasione Francese, il 15 Giugno 1810, le Religiose dovettero da esso dipartirsi e disperdersi nella regione. Erano in numero di ventinove, tra le quali undici Converse. Nel 1814, restaurato il Governo Pontificio, le Clarisse di S. Margherita, per opera del Vescovo di Nocera Mons. Piervissani, si riunirono provvisoriamente nel Chiostro Benedettino di S. Maria Maddalena, dove restarono due mesi, sino a che fu restaurato il loro vecchio Convento, nel quale fecero ritorno il 10 Ottobre 1814, in numero di quindici, sei delle quali Converse. Nell'Aprile del 1816, erano però già risalite a trenta.
Più tardi, con il succedere dell'attuale Governo Italiano a quello Pontificio, il Monastero di S. Margherita passò al Demanio e, dopo qualche anno, venne ceduto al nostro Comune, perché v'istituisse un'Opera di Beneficenza. In esso però rimasero ad abitare le Monache anche dopo la Demaniazione, fino al 1895, nel quale anno, essendo assai diminuite di numero, chiesero e ottennero di venire aggregate alle Monache residenti nel suddetto Monastero Benedettino di S. Maria Maddalena. Finalmente nel 1909, il Comune di Gualdo concesse il vasto edificio di questo Chiostro ad una Cooperativa di Operai Ceramisti, che vi esercita tuttora l'industria delle Maioliche comuni ed artistiche.
II
Convento di S. Chiara. — Anche di questo apprendiamo le prime origini dagli Atti di Sacre Visite Diocesane e propriamente da quelli della Visita eseguitavi dal Vescovo di Nocera Roberto Pierbenedetti il 2 Luglio 1597. In questi Atti si legge appunto, che nella prima metà del secolo XIV, a pochi passi dalla città, in località allora chiamata Col della Noce, fuori della Porta Civica di S. Facon dino, presso a poco nel luogo dove oggi trovasi l'ingresso agli orti del Collegio Salesiano di S. Roberto, un tal Bitto di Paride di Nanita, aveva fondato un Convento per le Monache Clarisse e che in seguito, con testamento rogato l'anno 1343, il suddetto Bitto aveva dotato il Monastero da lui istituito con molti beni. Donò infatti allo stesso un palazzo ed altre case, con due terreni, nella Parrocchia di Crocicchio, a condizione che tutto ciò non potesse essere venduto dal Monastero, a spese del quale si sarebbero dovuti inoltre mantenere due Frati Minori, sacerdoti, aventi l'incarico del servizio religioso e della celebrazione dei Divini Offici nel Monastero stesso. Lasciò inoltre a questo, una sua casetta che sorgeva attigua al Chiostro ed un terreno posto nel distretto di Fossato, a Palazzolo, con la condizione che il Monastero, ogni anno, mediante i frutti di detti beni, avrebbe dovuto receptare unum romipetam. Inoltre, avendo il suddetto Bitto eretto una cappella nella Chiesa di S. Benedetto, presso l'altare di S. Angelo,
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con l'onere di celebrarvi un certo numero di Messe, ed avendo assegnato alla Chiesa stessa per tale funzione un terreno posto nella Parrocchia di S. Lucia di Pe ritolo, così ora stabiliva, che questo terreno dovesse andare al Convento delle Clarisse, quante volte non si celebrassero regolarmente le Messe prescritte nella Cappella da lui fondata. Sostituì infine le Monache di S. Chiara a sua figlia, nel caso che questa morisse senza discendenti, per quanto si riferiva all'eredità di tre terreni posti nella Parrocchia di Crocicchio, rispettivamente nei vocaboli Felcane, Sasso, ed Aregne, nonché di una casa situata in Gualdo, fuori la Porta Civica di S. Facondino. Nel documento or ora descritto, non è detto qual nome portasse questo Monastero di Clarisse, ma che fosse originariamente intitolato a S. Pietro, ci risulta da altri molteplici documenti. Anzi tutto da una concessione di indulgenze, al Chiostro stesso fatta da Benedetto XII, con Breve dato ad Avignone il 6 Giugno 1335, nel quale il Convento è appunto indicato con il suo primitivo nome di S. Pietro in Col della Noce, Breve riportato anche negli Atti della Sacra Visita Diocesana, praticata al Chiostro in parola dal Vescovo di Nocera il 14 Settembre 1593. L'intitolazione suddetta, ci risulta poi anche meglio da un documento del 10 Aprile 1377, contenente il Verbale Notarile di un Capitolo Monastico che si dice tenuto dalle Clarisse abitanti nel Convento di S. Pietro in Col della Noce fuori Porta S. Facondino, « Capitulum monialium loci sancti Petri de Collenucis districtus Gualdi , qui dicitur sancta clara » come si legge nel documento. Anzi, in quest'ultimo, si specifica anche che le Monache suddette, tenevano tale Capitolo non già nel proprio Convento, ma bensì in una casa, appartenente a Ser Paolo di Vannuccio, situata entro la città, nel quartiere di Porta S. Facondino, dove avevano dovuto ritirarsi, abbandonando temporaneamente il Chiostro, perché, essendo questo posto fuor delle Mura, risultava poco sicuro, dato lo stato di guerra allora esistente tra le città di Gualdo e di Fabriano. Questa posizione del Convento fuor delle Mura civiche, è poi anche bene stabilita in un altro Istrumento del 13 Gennaio 1483, che si dice infatti come rogato : « in quadam strata publica ante Monasterium ecclesie sancte clare, situm extra terram Gualdi, in parocia sancti Benedicti, in vocabulo Collis Nucis».
Di questo Monastero, quasi nessuna notizia più abbiamo durante il XV secolo; ci risulta solo che, nella prima metà del Cinquecento, circa dieci Monache vivevano in esso, senza contare le così dette Converse, e che il 22 Giugno 1506, le stesse Monache tennero un Capitolo nel quale, dopo aver constatato che il loro Convento pericolava, decisero di provvedere agli opportuni restauri.
Verso la metà di quel secolo, pare che le Clarisse abitanti nel Convento di S. Pietro in Col della Noce, più non seguissero fedelmente le rigide regole Francescane, tanto è vero che esiste un decreto del 1 Maggio 1553, emanato nel Capitolo tenuto in Gualdo lo stesso giorno, con cui il Minore Conventuale Fra Giovan Battista Gualterio da Tagliacozzo, inviato dal Generale dell'Ordine quale
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Commissario con pieni poteri nella Provincia dell'Umbria, per evitare il ripetersi di alcuni fatti scandalosi, rigorosamente vietava ai Frati Minori di Gualdo, eccettuato il Cappellano, di accedere, per qualsiasi ragione, nel Convento delle Clarisse e comminava la pena del carcere ai disubbidienti.
Più tardi, Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, mandato in Gualdo quale Visitatore Apostolico tra l'Ottobre e il Novembre del 1573, constatava di nuovo nel Monastero gravi abusi ed irregolarità che duravano da gran tempo. Dagli Atti di quella Sacra Visita, risulta che il Convento era assai incomodo, oscuro e minacciante rovina in varie parti e che offriva poca sicurezza in quei tempi turbolenti, essendo situato fuori delle Mura cittadine e per di più con la Chiesa distaccata dal fabbricato del Convento. L'orto, prospiciente sulla pubblica via, dava modo ai passeggieri di conversare con le Monache, le quali, come già si è detto per quelle di S. Margherita, essendo anch'esse dopo il 1566 passate dal dominio dei Minori Conventuali a quello del Vescovo, con l'applicazione della clausura, si mostravano insofferenti di questa nuova gravosa disciplina, per quanto anche ad esse fosse stata concessa l'assistenza di tre Converse, che potevano uscire dal Monastero per esercitare la questua, poiché quanto rendevano le terre possedute dal Chiostro, non poteva bastare al mantenimento delle Religiose. Per eliminare gli inconvenienti suddetti, le superiori Autorità Ecclesiastiche, avrebbero voluto trasferire le Monache Clarisse dal Monastero di Col della Noce a quello di S. Margherita su ricordato, ma ad un tal progetto si opposero così le stesse Clarisse come il Comune di Gualdo, per cui il Visitatore Camagliani, dopo essersi consigliato con i principali cittadini Gualdesi, propose di trasferire le Monache di S Chiara entro la città e propriamente in quell'antico Ospedale di S. Giacomo che, come vedremo, fu fondato nel 1373 dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati e che era adiacente alla vetusta Chiesa di S. Maria di Tadino, la quale Chiesa, dopo il trasferimento suddetto, prese appunto il nome di S. Chiara ed è ancora oggi visibile presso la Porta Civica di S. Martino, ma deturpata e ridotta poi ad uso di calzaturificio. L'Ospedale di S. Giacomo, per la sua costruzione e per essere fornito della Chiesa suddetta e di un vasto orto, ben si prestava all'uso di Convento, ed alla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati che protestava per tale espropriazione, si offrì come compenso e per uso di Ospedale, il Monastero delle Clarisse a Col del Noce, con l'annessa Chiesa che abbandonavano le Clarisse, ove, diceva il Camagliani, anche più facilmente si sarebbe potuto praticare il servizio ospitaliero, sorgendo l'edificio sull'importante strada Flaminia, percorsa da tutti i pellegrini ed i viandanti che transitavano per Gualdo. La proposta del Vescovo di Ascoli non rimase inascoltata, e due anni dopo, con Decreto dato a Roma il 20 Marzo 1575, il trasferimento delle Monache veniva autorizzato dal Papa, stipulandosi poi l'Atto di permuta con la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati il 12 Luglio di quello stesso anno. Fu così che le Monache del Convento di Col della Noce, andarono a
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costituire il Convento di S. Chiara a Porta S. Martino, nell'edificio ove la Confraternita di S. Maria dei Racco mandati aveva anticamente eretto l'Ospedale di S. Giacomo, e che questo trasportò la propria sede e il proprio Titolo nel Monastero e nella Chiesa di Col della Noce.
Il nuovo Convento, che assunse definitivamente il nome di S. Chiara, fu favorito in ogni modo e sussidiato abbondantemente. Già sin da prima del trasferimento, con Decreto del 16 Giugno 1570, la Camera Apostolica aveva autorizzato il Distributore del sale del Comune di Gualdo, a concederne ogni anno, gratuitamente, trecento libbre alle Clarisse del Convento fuori Porta S. Facondino, ordinis mendicantium. Oltre al fruttato dei propri terreni, ad esso, ogni anno, l'Ospedale di S. Lazzaro (alias di Diotisalvi) elargiva due salme di grano; le Confraternite del Crocifisso e S. Sebastiano, tre quarti di grano ciascuna; un quarto la Confraternita di S. Caterina e così pure quella di S. Giovanni e l'altra della Trinità. Urbano VIII gli concesse infine speciali privilegi.
Ma ciò nonostante, come avvenne per tutti gli altri Conventi Gualdesi, nel XVII secolo, cominciò a declinare e a diminuire il numero delle Religiose. Tra Monache e Converse, senza le Educande, ve ne troviamo infatti venti nel 1570, diciannove nel 1658, quattordici nel 1673, tredici nel 1691, tanto che, proseguendo la diminuzione, nel 1697 il Vescovo di Nocera voleva fonderlo con l'altro di S. Margherita ed era a ciò stato autorizzato dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari. Ma le Monache di S. Chiara, con Atto del 13 Ottobre di quell'anno, protestarono per tale unione ed il provvedimento allora non ebbe effetto ; ma pochi anni dopo, si ottenne l'intento desiderato dal Vescovo di Nocera ed infatti, come già si è visto, nel 1704 quelle Religiose, furono trasferite nel Monastero di S. Margherita. L'abbandonato edificio di S. Chiara, nella prima metà del secolo XIX venne di nuovo adibito ad uso di Ospedale, sotto il titolo di S. Lazzaro, ed in tale stato rimase sino al 1909, cioè sino all'erezione del nuovo Ospedale Calai, venendo poi trasformato in abitazioni private.
I Monaci Benedettini.
Le loro Abbazie di S. Benedetto, di S. Donato e di S. Pietro di Val di Rasina.
I loro Eremi di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella e di S. Gervasio e S. Protasio a Capo d'Acqua.
I
Abbazia di S. Benedetto. — Nel principio del secolo X, un piccolo Cenobio Benedettino, con Chiesa dedicata ai Santi Nicolo e Vito, sorse presso la riva destra del Feo, a mezza strada tra la Porta civica Gualdese di S. Benedetto (Porta di Sotto) e l'attuale Strada Ferrata e propriamente su quel rialzo di terreno, che tuttavia osservasi tra il predio denominato Pomaiolo e la Chiesuola di
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S. Maria di Rote, rialzo dove, sino a pochi anni fa, erano ancora visìbili a fior di terra, le fondamenta di antichi edifici. A proposito di questa località, noteremo che, in un documento avente la data 1008 e di cui verrà trattato fra poco, tale Chiostro è indicato come « monasterium in honorem beati Benedica, intra ducatum Spoletinum, in comitatu Nucerino, infra fundo Guadi » vale a dire più sotto, più abbasso di un terreno chiamato Gualdo. In altri documenti aventi le date 1034 e 1070, anche dei quali in breve discorreremo, lo stesso Monastero è similmente posto nel Ducato Spoletino e Comitato di Nocera, ma in una località chiamata Campitelli o Capitelli. Assai più tardi, tale luogo fu talvolta indicato anche col nome di Cerreto. Questo primo Chiostro Benedettino, sorse per opera di quei Feudatari che, sotto il nome di Conti di Nocera, dominavano allora nella regione Nocerina e Tadinate, ad essi concessa in Vicariato dall' Imperatore Franco Lotario ed agli stessi riconfermata dal Tedesco Ottone III, come già narrammo a proposito delle origini della nostra città. Quasi un secolo dopo, nel 1006, un altro di questi Feudatari della regione di Nocera e di Tadino e cioè il Conte Offredo, figlio di Monaldo II , unitamente ai propri fratelli, a quel che sembra dietro preghiera dell'eremita S. Romualdo, il fondatore dell'Ordine Camaldolese, che viveva allora eremiticamente nel vicino Monte di Serra Santa, dava nuova vita al Chiostro fondato dagli avi e che era andato quasi in rovina e vi chiamava ad abitarlo Placido, al secolo Rambaldo, Abbate dell'Abbazia di S. Benedetto di Magnano nel territorio di Perugia, che venne a stabilirvisi con la stessa qualifica di Abbate, unitamente a due suoi Monaci, Stefano e Giovanni. Indi a poco, lo stesso Offredo riccamente dotava la sua Abbazia, in occasione di alcuni avvenimenti che sono bene specificati nel corrispondente Atto di dotazione, Atto stipulato nel Marzo dell'anno 1008 e riportato per intero nella sua Storia dei Trinci, da Durante Dorio, che potè prenderne visione nell'Archivio della nostra Abbazia, prima che andasse disperso. Leggesi infatti in tale Instrumento, che il Conte Offredo, colpito da grave infermità, era entrato nell'Ordine Benedettino. Avendo poi riacquistato la perduta salute, lo stesso, per consiglio del su nominato Abbate Placido, dei Monaci del Monastero e dei suoi amici e famigliari era « per obedientiam » ritornato alla vita laica, prendendo in moglie Aselgarda ed assegnando al Monastero di S. Benedetto « pro redemptione et absolutione » dell'anima sua, un pingue patrimonio, consistente in duemila e cento modioli di terra, metà incolta e metà coltivata, nonché case, orti, vigneti, pascoli, campi, selve, molini, paludi, frutteti, bestiame in gran quantità, libri, paramenti, mobili e quant'altro poteva occorrere alla vita dei Monaci. L'Istrumento prosegue, stabilendo che i Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto, avrebbero avuto il diritto di eleggere tra di loro il proprio Abbate, al quale spettava l'obbligo di mantenere nel Monastero le regole dell'Ordine Benedettino. Ogni anno, nella festa di S. Benedetto, l'Abbazia avrebbe dovuto dare al fondatore Offredo e dopo la sua morte ai di lui eredi, a titolo di canone, due candele lunghezza di un braccio e di uno spessore pari al dito medio della mano e d'altra
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parte Offredo, anche a nome dei suoi successori si obbligava di elargire annualmente ai Monaci, un orcio d'olio in occasione della festa suddetta, nonché mezzo porco e dodici pani, nella festa di Tutti i Santi. Se alcuno della famiglia di Offredo o dei suoi discendenti, volesse ridursi nel Monastero, vi doveva essere senz'altro accolto e mantenuto e nessuna alienazione di beni potrebbe mai, per qualsiasi ragione, effettuarsi a detrimento dell'Abbazia. Infine il Conte Offredo assicurava a questa la sua protezione, garantendone la più ampia libertà e indipendenza ed obbligandosi, per sé e per i suoi eredi, al pagamento di cento libbre d'oro, in caso di inadempienza dei patti. (1)
Cominciava in tal modo la prosperità e l'influenza dell'Abbazia di S. Benedetto e da allora in poi la di lei floridezza andò rapidamente e straordinariamente aumentando, e dai pochi documenti che ci rimangono di quell'epoca, possiamo subito farci un'idea della potenza che la stessa raggiunse nei secoli XI e XII. Del secolo XI esistono alcuni interessanti documenti, tramandatici dal Dorio in un Codice oggi conservato nella Biblioteca del Seminario di Foligno, i quali ci danno notizia di varie donazioni ed acquisti di beni immobili riguardanti la Badia, poco dopo sorta alla vita. Nel più antico documento, con la data 1034, alcune terre e chiese sino allora concesse a quei Monaci, vengono descritte nel modo seguente: Gualtiero e Giovanni figli di Vico, Opizo prete Nocerino, Atto e Bucco figli di Rodolfo, tutti insieme donano al Monastero di S. Benedetto, edificato nel Comitato Nocerino, nel vocabolo Capitelli, e per esso Monastero all'Abbate Alberto, un terreno che si dice situato nello stesso Comitato Nocerino, in vocabolo Piano, confinante, tra l'altro, con il fiume, la via pubblica ed i beni del Monastero medesimo. I sopra nominati Atto e Bucco figli, di Rodolfo, danno inoltre al suddetto Abbate Alberto, per il Monastero di S. Benedetto, nonché ai suoi successori, i terreni che possedevano nel Comitato Nocerino, nella località Campodonico ed altra terra in tale luogo da il prete Giovanni, terra confinante con
(1) Mittarelli : Annali Camaldolesi. Tomo I. Venezia 1755. Pag. 288 — L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III Foligno 1661. Pag. 301 e seg. — D. DORIO : Istoria della famiglia Trinci. Foligno 1638. Pag. 39 e seg., 95, 96 — P. KEHR: Regesta Pontificum Romanorum. Berlino 1909. Da pag. 53 a 55 — L. JACOBILLI : Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 38 — A. L.UB1N : Abbatiarum Italiae Brevis Notitìa. Roma 1693. Pag. 166 — Arch. Vescovile di Nocera Umbra : Atti di Sacre Visite. Visita del 1771 "alla Chiesa di S. Benedetto in Gualdo — Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni) : Codice II. C. 23, ossia Leggendario dei Santi del Convento di S. Francesco in Gualdo. e. 112t, 138 — Biblioteca Chigi in Roma : Codice G. VI. 157. e. 226, 226t — Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48. e. 219t; Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo). Pag. 51, 55, 67, 73, 76 — Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Codice 341. e. 91t. 92, della paginazione antica, corrispondente a e. 93t e 94 di quella moderna — B. Collina : Vita di S. Romualdo. Bologna 1718. Parte II, Gap. 52 — L. AMONI : Vita del Beato Angelo da Gualdo. Assisi 1878. pag. 32 — Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Dorio e Jacobilli) : Codice A. V. 11, e. 785; Cod. B. VI. 5, e. 21.
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alcuni beni quivi posseduti dal Monastero stesso. In Campottone, un tal Bonomo, dona ai Monaci di S. Benedetto una vigna ed un certo Uderico, in altra località, da la metà de Valle Moronto, pro redemptione anime sue. Pietro e Bonomo, di Lupo, donano in Ranco Ursali, otto modioli di terra, confinanti, tra l'altro, con i possessi della Chiesa di S. Savino.
I Conti Sifredo, Pietro e Morico, vendono all'Abbazia tredici modioli di terra esistenti nel Comitato Nocerino, nella località Campitelli e quindi presso la stessa Abbazia. I Conti Ruggero ed Atto, vendono al nostro Chiostro, quindici modioli di terra ; il Conte Alberto, figlio di Ruggero, dieci modioli ed i figli di Arnolfo di Atto danno tre modioli. I figli del Conte Atto, concedono il campo di Murra. Atto di Rodolfo vende al Monastero di S. Benedetto la metà della Chiesa di S. Lorenzo di Campottone e Bucco suo fratello gli dona l'altra metà, 1'uno e l'altro comprendendovi tutte le pertinenze, mobili e immobili della Chiesa stessa e ciò in suffragio dell'anima loro. Alberico, Uguccione ed Ugolino, figli del Conte Atto, danno la Chiesa di S. Giovanni di Salmaregia, con tutte le sue rendite, pertinenze, beni mobili e immobili, paramenti e arredi della Chiesa stessa, presenti e futuri. Un tal Gebizo, da, per amore di S. Benedetto, tre modioli di terra. Rainuccio ed Atto di Rodolfo, concedono al Monastero la metà dei diritti che avevano sulla Chiesa di S. Ilario de Colle, compresi tutti i suoi beni mobili e immobili, presenti e futuri. Guglielmo, figlio del Conte Manfredo, dona la Chiesa di S. Calisto, nel Comitato di Foligno, in loco qui dicitur Cerru, quod est in pede Collis Sambucarij. La donazione appare fatta all'Abbate del Monastero di S. Benedetto Giovanni. Il prete Atto, figlio di Maronto, elargisce alla Chiesa di S. Benedetto, que est in Capitelli, e per essa all'Abbate Giovanni, quanto possedeva nel Ducato Spoletano e Distretto di Foligno, in loco qui dicitur S. Calisto, terram et plebem de Pistia.
Da un secondo documento, avente la data 1060, apprendiamo che i figli del Conte Rodolfo, danno all'Abbazia Gualdese, Eccle siam Singualtarino quod dicitur S. Martino, con tutte le sue pertinenze.
Da un terzo Istrumento, appare che nell'anno 1070, Rodolfo, Guglielmo, Opizo e Sinibaldo, figli del Conte Manfredo, al Monastero di S. Benedetto, eretto nel Comitato di Nocera e Ducato Spoletano, in loco qui dicitur Capitelli, e per esso all'Abbate Alberto e suoi successori, donano in perpetuo, a suffragio dell'anima dei loro genitori e consanguinei, il mantium, de Amizo, il mantium de Pica, il mantium de Urso Joannis de Bianco e il campo di Carpineta, con un molino, cum introita et exitu et aquinolis e inoltre concedono il diritto di decima su tutti gli altri loro terreni, in occasione di alcune ricorrenze festive, tra le quali sono indicate quella di S. Stefano, della Resurrezione di Cristo, di S. Maria, etc. Promettono eziandio, a nome dei loro discendenti, la piena osservanza di detta donazione, invocano la divina maledizione su i trasgressori e si obbligano, anche per i loro eredi, alla pena di Cento bisintium (moneta Bizantina) di puro oro a favore del Monastero, per la quale somma offrono in garanzia cento modaioli di terra.
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Finalmente in un ultimo documento si legge che, regnando Federico Imperatore, nell'anno 1170, Rinaldo e Giovanni, figli di Berardo, cedono alla nostra Badia Benedettina, due parti dei diritti che avevano sulla Chiesa di S. Maria di Campodonico, nonché sulle sue pertinenze e su i suoi domini, sì spirituali che temporali. (1)
Oltre a ciò nei due primi secoli di esistenza dell'Abbazia di S. Benedetto, varie Bolle emanarono i Pontefici per concedere ad essa abbondanti privilegi e favori. Così fecero infatti Nicolo II (1058- 1061), Innocenzo II nel 1132, Celestino II (1143-1144), Eugenio III (1145-1153), Adriano IV nel 1156, Alessandro III il 4 Agosto 1169 e Clemente III il 6 Maggio del 1188. Di tutte queste Bolle, solo le due ultime sono sino a noi pervenute, importantissime però per la storia dell'Abbazia. La Bolla di Alessandro III, data a Benevento, è indirizzata all'Abbate Giovanni ed ai Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto, che il Pontefice prendeva sotto la sua protezione e dichiarava indipendente e libera da ogni secolare autorità ed ingerenza, confermandone le decime, gli estesi possessi e le numerose dipendenze, consistenti in Chiese e terre sparse in gran parte dell'Umbria. Sarà anzi qui utile enumerare cotesti beni, che trovansi così elencati nel documento in parola:
«... Ecclesia Sancti Martini de Collibus (S. Martino in Colle nel contado Perugino, come viene meglio chiarito da una controversia sorta per il suo possesso circa un secolo dopo, per risolvere la quale intervenne un Delegato Apostolico, controversia che nel 1471 risorgeva ancora, tra tal Colino della famiglia Perugina dei Crispolti, la quale godeva il Priorato di detta Chiesa ed il nostro Monastero di S. Benedetto, che però nel 1488 troviamo ancora al possesso della Chiesa stessa); Eccl. S. Nicolai de Capuano; Eccl. S. Marie de Montemelino cum omnibus earum pertinentiis ; quicquid iuris in Eccl. S. Andree, in Eccl. S. Benedecti iuxta lacum et in Eccl. S. loannis de Castilione de Valle (Castiglion della Valle presso Marsciano) ; Eccl. S. Savini de Serra (già nel territorio Gualdese ed oggi Diruta) cum pertinentiis suis; Eccl. S. Petri eiusdem loci cum pertinentiis suis; Eccl. S. Salvatoris de Castello et in eodem loco quinquaginta modiola terre; quicquid est in Eccl. S. Angeli de Flea (che sorgeva presso la Rocca Flea, sul Colle S. Angelo ove oggi è fabbricato Gualdo) et in Eccl. S. Angeli de Fosciano; Capella S. loannis de Catiliano (oggi detta S. Giovanni di Morano) cum medietate carte Umbrane (Umbrano, vocabolo non lungi da Morano nei dintorni di Maccantone); quicquid est in Capello S. Andree de Tabìano ; Capella S. Laurentii de Xaxospertuli; Eccl. S. Marie de Freco (Frecco, castello a ponente di Gualdo, e Sassospertolo antico ed oggi perduto vocabolo, nelle
(1) Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Dorio e Jacobilli): Codice a. VI. 6, da c. 76 a c. 78t — Copia di scritture presso l'Archivio della chiesa di S. Benedetto in Gualdo — P. BERARDl: L'Abbazia di S. Benedetto in Gualdo Tadino. Foligno 1896. Pag. 14, 15, 16.
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pertinenze dello stesso Castello, dove ancora, nel 1503, esisteva la suddetta Chiesa di S. Lorenzo, anzi i beni abbaziali in S. Maria di Frecco, sono specificati da un Atto del nostro Archivio Notarile, in data 22 Marzo 1470, con il quale vengono ceduti in enfiteusi, e per questa ultima Chiesa, nel secolo XVII, i Conti Olivieri di Nocera, possessori di quelle terre, pagavano ancora all'Abbazia di S. Benedetto, un annuo canone in danaro, animali o derrate); Eccl. S. Angeli de Fabrica (Fabbrica presso il villaggio di Piagge nel Comune di Gualdo); Eccl. S. Laurentii de Cruciacla (San Lorenzo presso Crocicchio nel Comune di Gualdo, che nella seguente Bolla di Clemente III è invece indicata come S. Lorenzo de Collebassano, il che spiegasi, sorgendo la Chiesa a mezza via tra i due villaggi di Colbassano e Crocicchio); Eccl. S. Petri de Collebasiani (il suddetto villaggio di Colbassano nel Comune di Fossato di Vico, e per il possesso di questa Chiesa, come pure per il possesso della precedente, nacque una controversia nel 1374, risolta però a vantaggio della Badia di S. Benedetto); Eccl. S. Petri de Cruciacla (de Crucicle nella già ricordata Bolla di Clemente III, da identificarsi con il suddetto villaggio di Crocicchio); Eccl. S. Martini de Valleneregia (in altri documenti è detta S. Martino de Roveregia, oggi scomparsa, faceva parte del Comune di Fossato di Vico e da un Atto del 23 Novembre 1477 risulta come tuttavia dipendente, in quell'anno, dall'Abbazia di S. Benedetto); quicquid est in Eccl. S. Cassiani in Curie Fossati (questa Chiesa ancora le apparteneva al principio del XIV secolo, ed esiste un Atto dell'11 Luglio 1300, con il quale Armanno, Abbate del Monastero di S. Benedetto di Gualdo, nominava suo procuratore, Jacopo, Rettore della suddetta Chiesa di S. Martino di Rovaregia, nel distretto di Fossato di Vico, per accordarsi con il Monastero di S. Maria d'Apennino, circa le decime ed oblazioni della Chiesa di S. Paterniano o S. Cassiano di Palazzolo, similmente nel distretto di Fossato, la quale era di spettanza e condominio così dell'uno come dell'altro Monastero); quicquid est in Eccl. S. Salvatoris de Cometa, della quale tratteremo nella parte di quest'Opera dedicata alla storia delle Chiese Gualdesi); quicquid est in Eccl. de Vacaria; Eccl. S. Paterniani de Curruptinio (per certo S. Paterniano di Cacciano nel Comune di Fabriano, che nel 1489 ancora dipendeva dall'Abbazia); quicquid est in Eccl. S. Gregori (S. Gregorio di Serradica in Comune di Fabriano, come si deduce dalla seguente Bolla di Clemente III); Eccl. S. Joannis de Sarapino (Serrapila nell'Agro Sassoferratese la quale, nel 1526, ancora apparteneva alla nostra Abbazia); quicquid est in Eccl. S. Luce da Saxoferrato; Eccl. S. Vietarmi iuxta Nevolam (forse Nebbiano nel Comune di Fabriano, tenendo però presente che in un Rogito del 1507 si cita, come dipendente dalla Badia, una Chiesa di S. Vittorino de Colle Codino nel territorio di Rocca Contrada oggi Arcevia) ; Capella S. Petri de Roncora; Eccl. S. Stephani de Monte Hoddi; quicquid est in curte eiusdem laci cum omnibus pertinentiìs; quicquid est in curia de Branca (nel Comune di Gubbio) ; quicquid est in curte de
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Capraria (Caprara nel contado Gualdese); quiequid est in Campo de coli (forse Campodiegoli, nel territorio Fabrianese); quicquid est in curte Fabriani; tenimentum in Monte Frondoso, in Sancto Mariano et in Garzano ».
L'ultima Bolla, cioè quella di Clemente III, data dal Laterano, firmata da lui stesso, dal Vice-Cancelliere di S. Chiesa e da diciassette Cardinali secondo l'usanza del tempo, è indirizzata all'Abbate Senebaldo ed ai Monaci del Monastero, i quali vengono chiaramente indicati come appartenenti all'Istituzione Camaldolese. Il Pontefice, con tale Bolla, dopo avere ricordato quelle rilasciate dai suoi predecessori, ne confermava il contenuto e riconosceva la validità di tutti i diritti spirituali e dei moltissimi beni temporali della Badia, enumerandoli singolarmente. Trattasi però di luoghi i quali trovansi già indicati nella su descritta Bolla di Alessandro III ; solo in più vi si leggono i nomi di alcune Chiese che nella precedente Bolla non figurano tra le dipendenze dell'Abbazia Gualdese e cioè : « Ecclesia Sancti Cristophori de Bannara (Bagnara sulla montagna di Nocera Umbra); Eccl. S. Marie de Umbrana (Umbrano, come si è detto, antico vocabolo presso Maccantone in Comune di Nocera Umbra); Eccl. S. Nicholai de Vultule (Voltola nel territorio Gualdese); quicquid est in S. Maria de Nascano (Nasciano presso Gualdo, parrocchia ancora dipendente da S. Benedetto); Eccl. S. Angeli de Terrasicca; Eccl. S. Pauli de Cavalalp; Eccl. S. Petri de Roca Contrada (oggi Arcevia) ; Eccl. S. Stephani de Calcinala (la quale ultima dovette esistere nel territorio di Sefro, poiché abbiamo memoria di un'antica Chiesa detta di S. Maria de Calcinariis situata appunto presso il paese suddetto).
Dopo fatto l'elenco dei beni temporali, Papa Clemente III, ai Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto ed alle loro proprietà, concedeva l'esenzione da qualunque peso e tributo nonché l'autorizzazione di accogliere nel proprio Monastero qualsiasi persona che desiderasse di condurvi vita monastica, aggiungendosi, che niuno poteva in ciò ostacolarla e che una volta accolta nell'Ordine, più non aveva la facoltà di partirsene senza consenso del Capitolo e dell'Abbate e che nessun altro Chiostro l'avrebbe potuta ricevere, a meno che la partenza non fosse motivata dal passaggio del Monaco ad un Ordine di più rigorosa penitenza. Permetteva poi il Pontefice, che nella Chiesa dell'Abbazia, anche in tempo di generale interdetto, a porte chiuse e senza il suono delle campane, esclusi dal tempio gli scomunicati, vi si potessero celebrare, a bassa voce e sommessamente, gli Offici Divini. Dava ai Monaci inoltre il diritto di richiedere regolarmente e senza compenso, al Vescovo della propria Diocesi, il suo intervento in occasione di cresime, consacrazioni di Chiese e Altari, nonché ordinazioni di Chierici e se costui non avesse voluto prestare gratuitamente il sacro suo ministero, sarebbero stati liberi i Monaci di rivolgersi a qualsiasi altro cattolico Vescovo. Si permetteva la sepoltura dei morti nella Chiesa Abbaziale, Purché non si fosse trattato di scomunicati o interdetti. Ai Monaci, o almeno ai più saggi tra essi, si dava autorità di eleggersi il proprio Abbate liberamente, senza alcuna estranea influenza e secondo le regole
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dell'Ordine Benedettino. Minacciava infine il Pontefice la scomunica contro chi, sì ecclesiastico che secolare, contravvenisse alle su esposte prescrizioni papali o in qualsiasi altro modo attentasse alla sicurezza ed alia prosperità dell'Abbazia di S. Benedetto ed invocava invece la benedizione celeste su coloro che la favorissero o difendessero.
Oltre a tutti i possessi abbaziali sopra elencati, ci risulta altresì che, in epoche più recenti, la nostra Abbazia di S. Benedetto, percepiva anche vari canoni. Ad esempio, uno dagli Olivetani di Monte Morcino di Perugia per la Chiesa di S. Nicolo di Bagnara; quello già ricordato che aveva dai Conti Olivieri di Nocera Umbra, per un predio enfiteutico a Frecco, ed altri ancora da Poggio Morico, nel territorio di Assisi, da Casacastalda, dal Convento dei Padri Cappuccini di Gualdo e da parecchi anche lontani paesi. Case e terreni in abbondanza, possedeva specialmente nel territorio di Gualdo, ricevuti come Legati da pie persone, senza parlare delle decime, che ancor più aumentavavo le sue rendite. (1)
I Religiosi, originariamente, pervennero al Monastero Gualdese dal primitivo e genuino Ordine di S. Benedetto, cioè dai così detti Monaci Neri. In seguito vi pervennero invece dai Camaldolesi, anzi questi nel 1188 già occupavano l'Abbazia, poiché, come vedemmo, è appunto ai Camaldolesi che viene indirizzata in tale anno la su descritta Bolla di Clemente III. Nel Liber Censuum della Chiesa Romana, iniziato l'anno 1192 dal Camerario Cencio Savelli, che fu poi Papa Onorio III, oggi conservato nell'Archivio Vaticano, troviamo ricordati due soli Monasteri nella Diocesi Nocerina, che allora pagavano un censo alla Santa Sede, uno di essi è Gualdese e viene indicato semplicemente con le parole Monasterium Waldi. Tale indicazione si riferisce, senza alcun dubbio, all'antica Abbazia di S. Benedetto. Come nel Liber Censuum, così anche nel Liber taxarum ecclesiarum et monasteriorum, del quale esiste una copia Quattrocentesca nel Codice Sessoriano 1471 (46) della Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, tratta dagli antichi esemplari esistenti nel Sacro Collegio e nella Camera Apostolica, si riscontra che, nella Diocesi di Nocera, erano tassati sette Monasteri tutti dell'Ordine di
(1) J. P. MIGNE: Patrologie cursus completus. Vol. CCIV. Pag. 1339 — Arch. Vaticano: Arch. XXXI, Tomo 53, c. 48 — D. DOR1O : Op. cit. Pag. 43 — P kehr: Op. cit. Pag. 54, 55 — MlTTARELLl: Op. cit. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV. Pag. 168 — JAFFÈ-LOWENFELD: Regesta Pontificum Romanorum. Lipsia 1886. Il Edizione. N°. 16224 (10072) — Archivio Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo in Fabriano : Pergamena N°. 315. — P. Kehr : Nachtràge zii den Ròmischen Berichten (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenschaften zii Gottingen. Anno 1903. Pag. 570- 572) — A. BUCARI: La Bastola. Milano 1902. Pag. 172, Nota 9 — Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 296; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499, Fase. Vili, c. 39; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, Voi. 1481-1484 e 1472-1478, Paginazione II, c. 249; dal 1489 al 1490, e. 44t e 46; dal 1484 al 1486, c. 75t ; dal 1472 al 1497, c. 175 ; del 1479 e 1480, c. 536 — Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. V. 11, e. 782t.
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S. Benedetto, e che tra questi, tassato per cinquanta fiorini d'oro, eravi anche un Monastero S. Benedicti de Galdo.
Nella parte riguardante la Storia Civile di Gualdo Tadino, già narrammo come nell'anno 1180, i dispersi Tadinati venissero a porsi sotto la protezione di questa potente Abbazia e intorno ad essa fondassero il primo Gualdo e come in seguito, circa il 1210, l'abbandonassero per cercare una località più sicura e più difesa e andassero a stabilirsi nella vicina Valdigorgo, o Valle Gorga, oggi invece chiamata Valle di S. Marzio. Ma anche i Monaci dell'Abbazia, nonostante la loro grande influenza, avevano di che temere dalle continue guerre e dalle prepotenze dei Feudatari vicini, se non altro per l'aiuto dato ai Gualdesi sottrattisi al dominio dei Feudatari stessi; a ciò si aggiunga che, dopo l'entrata dei Camaldolesi nel Monastero, questo era un poco decaduto nel suo potere temporale e dissoluto in quello spirituale, tanto che i Monaci si videro costretti a ricorrere al Pontefice Innocenzo III che, per provvedere alla sicurezza ed al buon andamento dell'Abbazia, emise due Brevi. Con il primo, dell'anno 1198, accondiscendeva alla domanda fatta dai Monaci per trasferirsi in luogo più comodo e più sicuro; con il secondo, del 4 Maggio 1199, commetteva ad Ugo Trinci, Vescovo di Nocera, l'incarico di visitare l'Abbazia e procurarne la riorganizzazione. Ecco anzi, per esteso, i relativi documenti:
« Innocentius episcopus servus servorum Dei, dilectis filiis . . . abbati et monachis de Gualdo, salutem et apostolicam benedictionem. Que prò religiosorum locorum necessitate petuntur a nobis, animo gratuito concedimus et honesta petentium desideriis favorem apostolicum gratius impertimur. Quia igitur in medio prave ac perverse nationis positi, graves a vicinis vestris molestias et gravamina non modica sustinetis, ac volentes eorum nequitiam fugiendo vttare, licentiam postulastis a nobis ad loca tuttora monasterium et habitationem circumpositam transferendi, vestris precibus inclinati liberam vobis super hoc concedimus auctoritate apostolica facultatem, ut in majori quiete monastice professionis officium exequi valeatis. Nulli ergo... etc. Datum Luterani... etc. ».
« Innocentius episcopus servus servorum Dei, venerabili fratri nostro Hugoni Nucerino Episcopo, salutem et apostolicam benedictionem. Sic nos de singularum ecclesiarum stato decet esse solicitos, ut et utilitatibus consulamus ipsarum et gravaminibus obviemus, ne creditam nobis solicitudinem postponere presumamur. Attendentes igitur qualiter Monasterium de Waldo, quod ad Romanam Ecclesiam nullo pertinet mediante, in spiritualibus dissolutum sit, et in temporalibus diminutum, qualiter etiam a vicinis undique molestetur, ipsum tipi personaliter de fratrum nostrorum consilio committimus, quantum Dominus tibi permiserit, restaurandum in temporalibus et spiritualibus reformandum ; facultatem tibi corrigendi que in ea corrigenda fuerit et statuendi """ statuendo cognoveris, auctoritate presentium liberam indulgentes; tamen, quod ex hoc liberias ipsius monasterii non ledatur. Nulli ergo omino hominum liceat... etc. Datum Luterani IV monas Maij ».
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Esiste anche un altro Breve, dato a Signa da Onorio III il 5 Luglio del 1223, che può mettersi in relazione con lo stato di disordine in cui trovavasi allora l'Abbazia. Esso si riferisce ad una vertenza in quel tempo insorta tra i Monaci ed il Vescovo di Nocera. Costui, secondo le regole Diocesane, pretendeva che a lui spettasse di concedere l'approvazione e la benedizione dopo la nomina degli Abbati effettuata dai Monaci ; costoro invece riconoscevano tale diritto unicamente al Pontefice che, con il Breve in parola, affidò la risoluzione della vertenza a Oddo de Bove, Subdiacono e Cappellano Pontificio. (1)
Non passò molto tempo, che il su riferito Breve di Innocenzo III trovò la sua applicazione; infatti distrutto da un incendio anche il Gualdo di Valdigorgo e ricostruito per la terza volta sul Colle S. Angelo, ai Gualdesi ceduto dall'Abbazia in discorso, come già abbiamo narrato, anche i Monaci di S. Benedetto, poterono soddisfare il loro antico desiderio e nella metà di quel secolo, abbandonata la vecchia loro residenza, alla quale località rimase il nome di S. Benedetto Vecchio, andarono a stabilirsi entro le mura di Gualdo, in una nuova Abbazia che sorse attigua all'attuale Chiesa di S. Benedetto e che in seguito andò a poco a poco ingrandendosi.
Dopo di che, scarse e monche notizie ci restano intorno alla nostra Abbazia, essendo andato il suo ricco Archivio completamente disperso. Così sappiamo che nel 1260, come da pubblico Istrumento già ricordato, fondandosi l'Ospedale della Carità, veniva posto sotto la dipendenza e l'amministrazione dei Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto. Ci è noto anche che nel 1280, durante una lunga e complicata vertenza tra il Rettore del Ducato di Spoleto ed il Comune di Gualdo, che era stato privato dal primo di alcuni suoi diritti tra i quali quello di potere eleggere il proprio Podestà e gli altri pubblici Ufficiali, Guglielmo di Peleto, Uditore della Camera Apostolica, si rivolgeva a Guglielmo, Abbate del nostro Monastero di S. Benedetto, perché invitasse Filippo da Napoli, Rettore del Ducato di Spoleto e della città di Perugia, a presentarsi entro otto giorni alla Curia Romana per rispondere in merito ad una Causa di appello iniziata dal Comune di Gualdo pel motivo suddetto. Così pure si ha notizia, che nel 1291, essendo insorta una grave lite fra l'Abbazia di S. Benedetto di Gualdo ed il celebre Monastero di S. Vittore di Chiusi nel territorio Fabrianese, a proposito di alcuni diritti sulla Chiesa di S. Stefano di Montagnano, Papa Nicolo IV dava incarico, per la composizione della vertenza, a Guarino Priore della Chiesa di S. Venanzo di Fabriano, al Priore di S. Medardo in Arcevia ed a Nicolo da Sassoferrato, Canonico della Cattedrale di Senigallia.
Dobbiamo anche supporre, che in quest'epoca, non molto tranquilla dovesse trascorrere la vita monastica nel nostro Chiostro.
(1) Mittarelli: Op. cit. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 169 e Appendice dello stesso Tomo IV, Pag. 216 e 218 — Arch. Vaticano : Reg. d'Innocenzo III. Anno I. 66, II, 52; Reg. di Onorio III. Anno VII. 201 —O. CAPPELLETTI: Le Chiese d'Italia. Venezia 1846. Vol. V, Pag. 16.
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