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451 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Nel 1610 poi, lo stesso Vescovo, avendola trovata del tutto ridotta in macerie, ordinò che al suo posto, si erigesse una croce, per ricordo della scomparsa Chiesa di S. Biagio, il Titolo e Beneficio della quale, dovevano essere trasferiti nell'altare di qualche Chiesa vicina, con l'onere di una Messa ogni anno nel giorno dedicato a S. Biagio. Il trasferimento si effettuò infatti nella Chiesa Parrocchiale di S. Facondino, primieramente nel suo Altare Maggiore e poi, più tardi, nell'Altare di S. Carlo, con l'onere su indicato. Cosa strana, le rendite del Beneficio di S. Biagio che, come vedemmo, nel 1584 erano quasi nulla, aumentarono invece con il declinare della Chiesa omonima, tanto che, nel 1771 il Beneficio stesso era rappresentato dalle rendite di ben sei terreni, indipendentemente dalle rendite che poteva avere il Beneficio di S. Carlo, della Chiesa di S. Facondino, nel di cui altare, come si è detto, era stato trasferito quello di S. Biagio.
XLIV. - Chiesa della Visitazione di Maria Vergine nel villaggio di Palazzo Mancinelli.
Le origini della Chiesa sono le seguenti : Nel XVI secolo, tra i villaggi di Palazzo Mancinelli e di Genga, sulla riva dell'interposto torrentello, esisteva una Maestà detta la Madonna di Laentro, che portava un dipinto assai venerato, rappresentante la Madonna con S. Francesco e S. Antonio da Padova. Alla Maestà affluivano doni e offerte votive. Ma le frequenti piene del torrentello che la lambiva, le apportavano continui danneggiamenti e nel primo decennio del XVII secolo, l'avevano ridotta in pessime condizioni, tanto che gli abitanti dei circostanti villaggi di Palazzo e Vaccara, decisero in quel tempo, di ricostruirla nel primo dei due villaggi, su terreno che, per tale scopo, era stato gratuitamente ceduto. Il Vescovo di Nocera diede a ciò l'approvazione e, per far fronte alle relative spese, concesse di poter vendere i doni e le offerte votive, che durante molti anni, si erano accumulati nella Maestà di Laentro e di raccogliere inoltre tra i fedeli apposite elemosine.
Così la costruzione si iniziò e proseguì lentamente, a mano a mano che se ne avevano i mezzi. Nel 1628 era in parte eseguita e nel 1633 si aveva già una specie di Cappelletta, qualche cosa di mezzo tra la Maestà e la Chiesa, con un altare ed un dipinto sulla parete, rappresentante la Vergine con il Bambino in braccio incoronata da due Angeli e avente, da un lato, S. Antonio Abbate e S. Carlo Borromeo e dall'altro, S. Facondino e S. Giuseppe. Ma l'edificio era incompleto, mancavano le porte e la campana, l'ambiente risultava troppo ristretto, né si poteva far meglio, perché il Pievano di S. Facondino, da cui dipendeva la Maestà di Laentro, avendo in mano le offerte e le elemosine per quest'ultima elargite dai fedeli, pretendeva invece di destinarle alla propria Chiesa di S. Facondino. Ciò nonostante, gli abitanti del luogo, chiesero al Vescovo di poter far celebrare la Messa nella Cappelletta allora edificata, ma il
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Vescovo si oppose sino a che non si fosse data a questa l'aspetto di una vera e propria Chiesuola, e ordinò, d'altra parte, che i fondi detenuti dal Pievano di S. Facondino, fossero spesi per tale scopo. Fu così, che il 21 Giugno di quello stesso anno 1638, gli abitanti di Palazzo e Vaccara, stipularono con il Pievano di S. Facondino, per mano del notaio Bonifacio Scampa, un Istrumento che ho potuto rintracciare nell'Archivio Notarile Gualdese. Per effetto di tale Atto, si stabiliva di ridurre la Cappelletta allo stato di comoda e decente Chiesa, in considerazione anche che quella Parrocchiale di S. Facondino, era troppo distante per potere essere con facilità frequentata e, ad evitare futuri contrasti con il Pievano di S. Facondino, si fissavano con questo gli accordi che seguono: La nuova Chiesa, come già la Maestà della Madonna di Laentro, avrebbe dovuto dipendere dalla Chiesa Parrocchiale di S. Facondino, e gli abitanti dei villaggi che ne avevano richiesto la costruzione, anche in futuro sarebbero tenuti a mantenerla in buono stato e provvederla del necessario. La Chiesa si intitolerebbe alla Visitazione di Maria Vergine, che si festeggia il 2 Luglio, ed in tale giorno vi si dovrebbero celebrare cinque Messe almeno, a spese dei su citati abitanti. Nelle feste di precetto, non vi si doveva indire alcuna Messa, senza licenza del Pievano di S. Facondino. Nei giorni feriali poi, vi si poteva celebrare una sola Messa senza la licenza suddetta, ma quest'ultima era necessaria se le Messe fossero state più d'una e, ad ogni modo, nella designazione del Celebrante, per quanto si riferiva a queste Messe feriali, si sarebbe dovuto dare la preferenza al Pievano. Così della porta della Chiesa, come pure dell'armadio contenente i sacri arredi, si faranno due chiavi, l'una tenuta dal Pievano, l'altra da un abitante del luogo, nominato dal suddetto o dal Vescovo. Nella nuova Chiesa non si potrà né confessare, né comunicare, né fare alcun atto di giurisdizione Parrocchiale, senza espressa licenza del Pievano, e tutto ciò per non diminuire le prerogative della Chiesa Parrocchiale. Sopra la porta del nuovo edificio, dal lato interno, si doveva murare una lapide ricordante la sua fondazione. Per la fabbrica della Chiesa, come pure per le future riparazioni, i villici del luogo, saranno sempre tenuti a prestare gratuitamente l'opera loro pel trasporto dei materiali occorrenti, non dovendosi per ciò attingere nei capitali posseduti dalla Chiesa. Si delegavano infine due abitanti di Palazzo, e cioè Marcelliano di Marcangelo e Angelo Salvi, a presiedere ai lavori edilizi ed a tenere la contabilità e l'amministrazione dei fondi raccolti per detta costruzione, e dei quali dovevasi rendere poi conto al Vescovo di Nocera od al Pievano.
Così, in quello stesso anno, rapidamente sorse la Chiesa della Visitazione di Maria Vergine in Palazzo Mancinelli, ed i villici del luogo, come avevano promesso, non fecero mancare alla stessa i necessari sussidi; anzi tal Virgilio Poliseni di Vaccara, le lasciò, poco dopo la sua fondazione, tutti i propri beni e, più tardi, certo Giovanni di Antonio da Palazzo, le donò tre stadi di terra arativa in vocabolo Chiavaro. Altri legati fecero Marcelliano Vergari ed
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Antonio Bernabei, il primo con l'onere di due Messe, l'altro di una Messa ogni anno, per suffragio dell'anima loro. In tal modo, con elemosine e legati, i beni immobili di questa Chiesa andarono sempre aumentando, tanto che nel 1784, la stessa possedeva ben sedici terreni e godeva il fruttato di parecchi censi. Anzi, gli amministratori della Chiesa, con il grano che raccoglievano in detti terreni, o in altro modo procurato, costituirono un Monte Frumentario, il quale, come altri consimili, aveva lo scopo di dare in prestito ai poveri, il frumento necessario, per impedire che, in tempo di carestia, subissero angherie da parte di commercianti ingordi e inumani.
Nella Chiesa di S. Maria, sin dai primi tempi, si celebrava Messa a beneplacito ed ex devotione degli abitanti del luogo, oltre il suddetto Officio di cinque Messe nella festa della Visitazione di Maria Vergine, il 2 di Luglio. Un'altra Messa, a data fissa, era quella del 28 Gennaio.
La Chiesa ebbe un primo piccolo ingrandimento l'anno 1874, con il fabbricarvi un altro ambiente dietro il muro ove era l'Altare. In seguito, nel 1904, subì un notevole ampliamento, meglio sarebbe dire una ricostruzione, con l'aggiunta altresì di una nuova Sagrestia. Il muro dietro l'altare, su cui era il dipinto già descritto, dovette essere allora demolito, ma del dipinto stesso si volle conservare almeno il semibusto della Madonna, che trasportato in blocco con il muro corrispondente, venne adattato nella nuova parete. In tale occasione si completò la pittura, rifacendo i due già descritti Angeli in atto di incoronare la Vergine, ma i quattro Santi laterali, furono ridotti a due soli ed indigeni, e cioè S. Facondino ed il B. Angelo. Si rimandò ad altra epoca la costruzione del Campanile, il quale fu poi infatti compiuto nel 1928.
I beni stabili della Chiesa, furono convertiti dal Demanio con la Legge del 1860, ed ora la stessa percepisce una rendita dello Stato di Lire 115 ogni anno, amministrata dal Pievano di S. Facondino. Questa rendita, deve servire esclusivamente per il mantenimento della Chiesa, dei sacri arredi e della casa parrocchiale, per la festa della Visitazione di Maria Vergine il 2 Luglio, per la celebrazione del Mese Mariano e per la soddisfazione di un pio Legato Vergari, di cui trattammo a proposito della Chiesa di S. Facondino. E' oggi officiata ogni giorno festivo, con Messe per la popolazione ed a spese della stessa.
Finalmente, non sarà qui inutile notare, che in qualche documento dei più antichi, la Chiesa è indicata come esistente nella località Palagium de Uncinellis. Ciò perché è questo appunto il nome antico del villaggio oggi chiamato Palazzo Mancinelli, il quale ebbe origine da una cospicua famiglia detta « de Uncinellis» che ivi risiedeva e dominava e di cui troviamo tracce nei nostri Archivi, specialmente durante il XV e XVI secolo. Fu dopo quest'epoca che, a poco a poco, come spesso accade, il vocabolo « de Uncinellis » si trasformò, sulla bocca del popolo, in quello attuale di «Mancinelli».
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XLV. - Chiesa di S. Giuseppe nel Piano di Gualdo.
Lungo la Via Flaminia, nella località detta Pian di Gualdo, in Parrocchia di S. Facondino, abitava nel principio del Seicento, la famiglia Fregosi, che ivi teneva aperta pel pubblico un'Osteria. Dietro la propria abitazione, questa famiglia possedeva inoltre una piccola Cappella che, a proprie spese, manteneva aperta al culto. Anzi, tal Giulio Fregosi, con testamento dell'anno 1628, fece obbligo ai propri eredi, di conservarla e di farvi celebrare ogni anno una Messa in suffragio dell'anima sua. Ma, con il tempo, detta Cappella essendo in parte crollata, un membro della famiglia, tale Angelo Fregosi, unitamente ai propri nepoti, chiese al Vescovo di Nocera, il permesso di demolirla completamente e di adoperare il materiale edilizio ancora servibile, per costruire lì presso una piccola Chiesa, obbligandosi a mantenerla e fornirla di tutto il necessario, anche per l'avvenire. Tale permesso fu concesso dal Vescovo con Decreto del 18 Novembre 1659, e l'Atto di fondazione della nuova Chiesa, fu rogato il 5 Febbraio 1660 dal notaio Isidoro Mancia.
Così sorse l'attuale Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, la quale, piuttosto angusta e munita di volta, per lungo tempo rimase sotto il giuspatronato della famiglia Fregosi, che, con gli oneri suddetti, ne godeva ancora il possesso verso la fine del XVIII secolo, ed usava tenere esposta la cassetta delle elemosine a pro della Chiesa, proprio dentro la vicina Osteria, gestita, come si è detto, da tale famiglia.
Nei primi tempi della sua erezione, si celebravano nella Chiesa, a carico dei Fregosi, due Offici di più Messe ogni anno, uno nella festa del titolare S. Giuseppe, l'altra in quella di S. Egidio, nonché altre venti Messe annue, ridotte in seguito ad una Messa ogni mese. Il suddetto Officio, nella festa di S. Egidio, stava a ricordare il culto già professato a tale Santo, in un'antica Chiesa appunto dedicata a S. Egidio, che esistette in quei d'intorni sino alla seconda metà del Seicento. Anzi, sull'unico altare della Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, fu posto un quadro in tela che vi esiste tuttora, rappresentante, in alto, la Madonna con S. Giuseppe, e in basso S. Egidio con S. Antonio Abbate. La presenza di questi due ultimi Santi, ci spiega perché, qualche volta, negli Atti di Sacre Visite, la Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, figuri invece intitolata a S. Antonio da Padova (1704), o a S. Egidio (1742, 1764, 1771).
La Chiesa di S. Giuseppe, con i beni della famiglia Fregosi, passò poi alla famiglia Alimenti; ma in quell'epoca era ridotta in pessimo stato e, per molti anni, non si potè più nemmeno officiare. Una delle ragioni per cui l'Autorità Ecclesiastica ne aveva vietata l'apertura al culto, era la seguente: Intorno alla Chiesa di S. Giuseppe, ogni anno, il 1 di Settembre, era indetta una grande fiera detta del Pian di Gualdo, della quale narreremo tra poco le origini nel Capitolo dedicato alla su ricordata Chiesa di S. Egidio che esisteva a Categge.
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Ora in tale fiera, gli Agenti che il Comune di Gualdo vi mandava per il mantenimento dell'ordine, occupavano la Chiesa di S. Giuseppe, e vi dormivano e banchettavano contrariamente alle leggi Ecclesiastiche. Un altro motivo della sospensione del culto consisteva nel fatto, che la Chiesa in parola era sprovvista dei sacri arredi. Gli Alimenti però la restaurarono e la riaprirono al culto nel 1914 tanto più che gli stessi, con la Chiesa, avevano anche ricevuto in legato dai Fregosi, l'onere della sua officiata. Quest'onere è però attualmente assai mitigato. Esso infatti consiste in sole sette Messe ogni anno, di cui una nella festa di S. Giuseppe e ciò per riduzione ottenuta con Decreto del 3 Novembre 1881. Vi si dice in oltre Messa, qualche volta, per devozione di pie persone.
XLVI. - Chiesa di S. Egidio presso il villaggio di Categge.
È ignota l'epoca della sua erezione. Noi la troviamo ricordata, per la prima volta, l'anno 1473, in un Atto Notarile nel quale si tratta di alcuni terreni che si dicono situati «in parochia Categij, in vocabolo sancti Gilij (S. Egidio) ». Similmente appare una seconda volta in altro Rogito Notarile, avente la data 7 Gennaio 1499 dove si parla di un campo che era situato « iuxta res sancti Egidij, res Santis Iohannis Morroni de Categgio, ete.» Riappare poi, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, negli Atti della Visita Apostolca praticatavi il giorno 8 Novembre 1573, dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, il quale ordinò che le scarse rendite del Beneficio (circa una salma di frumento ogni anno), fossero destinate a restaurare la Chiesa la quale conteneva un unico Altare munito di un quadro in tela che rappresentava Gesù orante nell'Orto di Getsemam, con tre suoi Discepoli dormienti. (1)
Vi si diceva Messa, talvolta, per volontà di pie persone dei villaggi circonvicini e vi si faceva festa, con la celebrazione di un Officio, nel giorno dedicato a S. Egidio
La Chiesa, che aveva già subito gravissimi danni pel terremoto del 1612, cominciò a declinare durante quel secolo e fini con il Cadere ben presto in completa rovina.
Per conseguenza, il Vescovo di Nocera, l'anno 1694, ordinò che il Titolo ed il Beneficio della Chiesa di S. Egidio di Categge , fossero trasferiti nella Chiesa Parrocchiale di S. Facondino all'Altare di S. Carlo, e che il materiale edilizio, ancora utilizzabile che poteva trarsi dalla diruta Chiesa di S. Egidio, fosse venduto destinandosene il ricavato per ornare e rifornire il suddetto Altare di S. Carlo. Più tardi, circa il 1718, con Decreto Vescovile, si tentò di erigere nella stessa Chiesa di S. Facondino, un nuovo e distinto altare dedicato a S. Egidio, ma il tentativo non ebbe effetto e questo Beneficio seguitò a risiedere nell'Altare di S. Carlo, sino a che, nel 1771, il
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luce di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XI, c. 3t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1498 al 1499. Paginazione II, c. 5t.
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Vescovo di Nocera non ne ordinò il trasferimento nell'Altare Maggiore. Tale Beneficio Ecclesiastico importava l'onere di due Messe all'anno nella festa di S. Egidio.
Questa ricorreva il 1 Settembre, egli abitanti del luogo, seguitarono a celebrarla anche dopo crollata la Chiesa, e fu appunto da questa festa che ebbe origine la maggior Fiera Gualdese, un tempo detta infatti di S. Egidio, poi del Pian di Gualdo, che si effettuò sino al 1926, nel giorno suddetto, nella località omonima, non lungi dal luogo ove sorgeva la Chiesa. Tale Fiera, che nell'anno sopra indicato fu trasferita entro la città di Gualdo, venne istituita con Breve di Papa Innocenze XII, dato a Roma il 10 Ottobre 1693, ad istanza degli abitanti dei villaggi prossimi a quella Chiesa, i quali, con l'istituzione di un grande mercato, volevano accrescere solennità alla festa di S. Egidio, ed attrarvi più folla, (1)
La Chiesa sorgeva sul margine destro della via che da Genga conduce a Categge, circa duecento metri prima di giungere a quest'ultimo villaggio. In tale luogo, non molto tempo fa, erano ancora visibili i ruderi dell'edificio.
XLVII. - Chiesa di S. Pellegrino nel villaggio omonimo.
Sono molti i Santi venerati in Italia con il nome di Pellegrino. Trattasi generalmente di fanatici asceti che, nel fosco Medioevo, partivano da lontane regioni e pedestremente, elemosinando, tra mille difficoltà e pericoli, si dirigevano in pellegrinaggio a Roma, sede della Cristianità e loro meta agognata. Spesso accadeva che, durante il lungo e periglioso viaggio, per gli stenti e gli strapazzi fisici, soccombessero in qualche remota campagna, in qualche villaggio sperduto fra i monti. E quando gli abitanti del luogo, ritrovavano le misere spoglie di quell' ignoto romeo, vestito il più delle volte alla strana foggia oltramontana, nella loro mente ingenua e primitiva, l'avvenimento assumeva parvenze romanzesche e la sovra eccitata fantasia popolare, non tardava a riscontrarvi qualche cosa di straordinario, di miracoloso. Perciò il corpo del pellegrino, che nella immaginazione di quelle umili genti doveva sembrare per certo essere quello di un santo uomo, veniva pietosamente raccolto e trasportato in processione, con il concorso del Clero, sino al luogo della sepoltura. Poniamo il caso, per nulla raro, che, suggestionata dal non comune avvenimento, una donna del popolo nevropatica o isterica, subisse in tale evenienza qualche allucinazione, qualche strana visione che a quello stesso avvenimento si riferisse; si gridava allora senz'altro al miracolo e la notizia, ingrandendosi di bocca in bocca, diffondevasi con incredibile rapidità tra le ingenue e religiose popolazioni medioevali. Altri esaltati credevano poi di notare in quel luogo nuovi avvenimenti straordinari, cominciavano i
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti storiciGualdesi dal XIII al XVI II secolo. Documento N°. 121.
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pellegrinaggi alla tomba del romeo e, attraverso gli anni, restava sempre più assicurata la fama di santo uomo, all'ignoto e misterioso viandante. Il suo nome era sconosciuto e venne quindi da principio genericamente chiamato « Il santo pellegrino » inteso nel senso di nome comune, che però, con l'andare del tempo e con l'abitudine, assunse la forma di nome proprio e ne venne così « San Pellegrino». Anche il nostro Santo, ebbe probabilmente una consimile origine: Un'antica leggenda, ripetuta pure nelle Cronache Medioevali della nostra regione, narra infatti che, circa l'anno 1004, il primo di Maggio, un ignoto viandante, stanco e affamato, pervenne nel territorio Gualdese ai piedi di Montecamera, accompagnato da un giovanetto e si diresse verso alcune abitazioni, che ivi allora sorgevano con il nome di Borgo Contranense, il quale altro non era che l'attuale villaggio di S. Pellegrino. Stava per calare la notte ed incombeva l'ora in cui veniva chiusa la porta esistente nelle mura che da ogni lato cingevano il Borgo; s'erano ritirati gli abitanti nelle loro case ed uno solo di essi, certo Ono, ristava su quella porta. A costui, per amor di Dio, il viandante chiese ospitalità anche in una stalla, poiché il cielo torbido e nuvoloso minacciava tempesta. Ma Ono lo respinse brutalmente con parole aspre e villane e gli chiuse in faccia la porta, lasciando il pellegrino fuor delle mura del Borgo.
Costui si sdraiò allora paziente, con il compagno, sulla nuda terra, dove, vinto dalla stanchezza e dal sonno, si addormentò. Prosegue la leggenda narrando come, durante la notte, scoppiò violenta la tempesta con diluvi di acqua e con grandine così folta e grossa, che in breve tempo ricoprì di bianco la campagna siccome neve, ed i miseri viandanti, colti nel sonno profondo, per la fame, per il freddo e per le mille percosse dei grossi chicchi di grandine, resero l'anima a Dio. E l'esanimi spoglie, travolte dalla fiumana, che straordinariamente ingrossata per lo sciogliersi della grandine, precipitosa scendeva a valle dai colli, furono trasportate sino ad un fosso dove rimasero semisepolte nel fango e tra le erbe strappate dalla corrente. Durante la stessa notte, ad una giovanetta, figlia di Ermanno, Signore di quel Castello, apparve la visione d'un pellegrino giacente esanime tra le acque limacciose d'un fossato a lei noto. Ne parlò subito meravigliata ai famigliari ed ai vicini e tutti insieme, corsero sul luogo dove trovarono infatti le misere spoglie quasi sommerse nel fango, da cui sporgeva altresì il bastone o bordone del romeo, il quale, cosa ancor più meravigliosa della visione, aveva germogliato miracolosamente, rivestendosi di foglie e di fiori. Colpiti da questi segni celesti, quei villici estrassero dal limo le salme, le lavarono, le rivestirono con ogni cura e le collocarono su di un carro tirato da buoi, per condurle processionalmente a Montecamera ed ivi inumarle. Ma giunti in un bosco, che allora esisteva dove oggi sorge la Chiesa di S. Pellegrino, buoi e carro restarono come fissi sul suolo, né poterono più proseguire ed ivi perciò furono sepolte le salme tra le preghiere del Clero e la venerazione del popolo. Così si sparse in breve tempo, nella circostante regione, la notizia dello straordinario
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avvenimento, altri fatti miracolosi, secondo la leggenda, sopravvennero in seguito; anche da lontano le genti cominciarono ad accorrere sulla tomba del santo uomo per implorare qualche grazia divina, si sentì il bisogno di erigere sul suo sepolcro una Chiesa, e lo stesso villaggio, con l'andare del tempo, cambiò a poco a poco l'antico nome di Borgo Contranense, in quello attuale di S. Pellegrino. Anzi, da antichi documenti d'Archivio, apprendiamo che alla fine del Duecento, già si designava tale località con questo nuovo nome e che l'antico era caduto in disuso. (1)
Quando la prima Chiesa sorgesse sulla tomba del santo pellegrino è a noi ignoto. Certo che nella fine del XIII secolo già esisteva, poiché ci resta una pergamena contenente un testamento, con il quale tal Giovanni di Ventura di Acquittolo, Notaio, in data 4 Aprile 1288, lasciava tra l'altro, quattro libbre di denari Cortonesi alla nostra Chiesa di S. Pellegrino. E non a caso, ho nominato qui sopra una « prima Chiesa » poiché sicuramente, quella oggi esistente, la di cui costruzione risale al XIV secolo al più presto, non è la primitiva. Sul fianco sinistro dell'attuale Chiesa, ed a questa addossato, trovasi infatti un piccolo edificio che contiene anteriormente la sagrestia su cui sorge il campanile ed è costituito posteriormente da una cripta semisotterranea, dove è conservata l'urna marmorea con le ossa di S. Pellegrino. Ora è da notare, come risulta da numerosi antichi documenti, che la primitiva Chiesa consisteva appunto nella cripta e nell'ambiente antistante, quello cioè che, come sopra si è detto, è adibito oggi in parte ad uso di sagrestia ed in parte è occupato dal campanile. (2)
Nel XIV secolo, aumentata la popolazione del luogo e riconosciuta come insufficiente per i bisogni del culto quella prima Chiesuola, si dovette costruire sul suo fianco destro, l'attuale vasta Chiesa, venendo poi in seguito adibita la prima ad uso di sagrestia. L'esistenza nel secolo seguente di queste due contigue Chiese, ci appare anche in un testamento dettato il 20 Ottobre 1474 da un abitante del luogo, tal Pellegrino di Paoluccio. Costui infatti lasciava, tra l'altro, una certa somma, affinchè l'erede « implanellet sive implanel lari faciat tectum ecclesie veteris S. Pelegrini . . . in qua collocatum est corpus S. Pelegrini », la qual vecchia Chiesa si descrive nell'Atto stesso come adiacente alla Chiesa nuova. (3)
Ben poche altre notizie ci restano del Tempio di S. Pellegrino durante il XIV e il XV secolo. In questo lungo periodo di tempo, la trovo solo citata tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333, pagarono la decima imposta l'anno prima da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per
(1) Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Codice IL C. 23, c. 109t - Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48, c. 220 a 221.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Perg, del secolo XIII. N". 101.
(3) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XIII, c. 51.
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rimpinguare l'esausto tesoro Papale. Nei libri delle Collettorie Pontificie, il versamento della prima rata, appare fatto il 24 Giugno di quell'anno, in mano di Delayno de Mutina, Notare del Vescovo Nocerino e Subcollettore nella Diocesi di Nocera, per conto del Collettore e Tesoriere Generale del Ducato, Giovanni Rigaldi. Trovasi anzi indicato nei Registri Pontifici, con le seguenti parole: «a domino Phi lippa solvente pro ecclesia S. Peregrini de Gualdo. 4 lib., 17 soli dos, 6 denarios cortonenses ».(1)
Fu certo durante questi due secoli, che la Chiesa di S. Pellegrino fu posta a capo di una Parrocchia, ma non ci resta nessun documento in proposito. Certo, che tra la fine del Duecento e il principio del secolo seguente, non dovette ancora avere ottenuto il titolo di Chiesa Parrocchiale. Infatti possediamo una pergamena, contenente una lettera data dal Laterano il 22 Novembre 1299, con la quale Giovanni da Palestrina, Vice-Camerlengo Pontificio, si rivolgeva a Giacomo, Cappellano della Chiesa di S. Pellegrino, per incaricarlo di disbrigare una certa pratica curialesca. Ora il fatto che il suddetto Giacomo viene nella lettera indicato semplicemente come Cappellano, ci fa supporre che il Rettore della Chiesa non rivestisse ancora la qualifica di Parroco, qualifica che diversamente sarebbe stata in qualche modo indicata. Viceversa la Chiesa era già a capo di una Parrocchia nel principio del Cinquecento, poiché da un documento del 1506, la vediamo compresa tra le Chiese Parrocchiali Gualdesi alle quali il Comune di Gualdo pagava una decima, consistente nella somma di quattro bolognini, dodici soldi ed un denaro ogni sei mesi. Anzi il Parroco, sin da quell'epoca, era nominato e stipendiato dall'Abbate di S. Maria di Sitria, dalla quale Abbazia, notisi bene, dipendeva ab antiquo la nostra Chiesa di S. Pellegrino e seguitò anzi a dipenderne sino a che la stessa Abbazia non fu annessa a quella celebre dell'Avellana. Alla dipendenza di quest'ultima, passò allora anche la Chiesa di S. Pellegrino restandovi sino alla Demaniazione ecclesiastica, fatta col noto Decreto Pepoli, dal nuovo Governo Italiano. Il suddetto Parroco, era amovibile ad nutum dall'Abbazia di Sitria e la di lui nomina doveva essere approvata dall'Ordinario. Nel Seicento, il suo stipendio consisteva in nove scudi, tre salme di grano e dodici barili di mosto, più due carlini, e mezza libbra di cera per ogni defunto, nonché l'uso della Casa Parrocchiale. Aveva l'onere di celebrare Messa in tutte le feste di precetto. Essendo sconosciuto il giorno della consacrazione della Chiesa, l'Abbate di S. Maria di Sitria, si rivolse alla Sacra Congregazione dei Riti, perché stabilisse in che giorno se ne dovesse celebrare l'anniversario e la stessa, con lettera del 23 Novembre 1687, rispose che tale data doveva essere stabilita dal Vescovo di Nocera, che scelse infatti il giorno 4 Febbraio. (2)
(1) Arch. Vaticano: Collettorie . Tomo 225, c. 38t.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Perg. del secolo - n°. 51 ; Libri dei Consigli . Anno 1506. c. 54.
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Nel secolo XVI, cinque Altari esistevano nella Chiesa e cioè l'Altare Maggiore, l'Altare del Crocefisso in cornu Evangeli, l'Altare di S. Martino in cornu Epistolae, poi un Altare di S. Michele Arcangelo, nell'ambiente costituito dall'antica Chiesa, oggi come si è detto, adibita ad uso di Sagrestia, e finalmente l'Altare di S. Pellegrino, nella già ricordata cripta semisotterranea. Anzi, in quest'ultima, su di una parete, si leggeva sino al secolo scorso la seguente inscrizione oggi scomparsa: Ad perpetuarti rei memoriam. Hic jacet corpus S. Peregrini confessoris et patroni huius loci, cuius sacra lypsana kalendis maii anni MDCCCXXXVII Franciscus Aloysius Piervissani, episcopus Nucerinus, solemniter reposuit.
Durante il secolo XVII, tre nuovi Altari compaiono nella Chiesa: Primo l'Altare del Rosario, secondo l'Altare di S. Antonio Abbate, ambedue a sinistra, l'uno presso quello del Crocefisso su nominato, l'altro presso la porta d'ingresso. Il terzo Altare sorse invece sul lato destro, presso quello di S. Martino e fu chiamato con i vari nomi dei Santi che figuravano nel quadro dell'Altare stesso. Venne infatti indicato come Altare di S. Giovanni Battista, di S. Antonio da Padova e di S. Carlo Borromeo. Non sarà superfluo dare qualche notizia singolarmente per ciascuno degli Altari citati:
Sopra l'Altare Maggiore, era in origine collocato il grande Polittico su tavola che oggi si ammira su di una parete della stessa Chiesa. Rappresenta nello scompartimento centrale la Madonna in trono con il Bambino adorata da Angeli. Lateralmente, a sinistra di chi riguarda, sonvi le figure di S. Michele Arcangelo e S. Filippo ed a destra quelle di S. Giacomo e S. Pellegrino. Nelle cuspidi, la centrale è occupata dal Padre Eterno, quelle di sinistra da S. Giovanni Battista e da un Santo Papa e quelle di destra da S. Paolo e S. Bartolomeo. Sotto il trono della Madonna leggesi: Tempore Domini Agneli Francisci de Gualdo MCCCCLXV. Die X Decembris. Questo pregevolissimo dipinto fu attribuito al pittore Matteo da Gualdo, ma con maggiore probabilità, va forse riferito a Gerolamo di Giovanni da Camerino. Oggi, sopra l'Altare Maggiore, trovasi invece un'altra notevolissima opera d'arte e cioè un assai grande Ciborio o Tabernacolo in pietra, che porta scolpite a bassorilievo, molte scene del Vecchio e Nuovo Testamento; originariamente era in gran parte coperto da dorature e vi si legge la data 1521. Il Parroco di S. Pellegrino, Feliciano Aleandri da Sigillo, lo fece restaurare dal proprio fratello Gervasio nel 1790.
L'Altare del Crocefisso, nel 1573, apparteneva alla famiglia di tal Maestro Michelangelo orefice; nel 1597 spettava invece alla Confraternita del Sacramento del villaggio di S. Pellegrino, la quale vi aveva stabilito la sua sede e lo manteneva di tutto l'occorrente, facendovi altresì celebrare Messa, a proprie spese, la seconda Domenica d'ogni mese. Anzi il Cappellano, per queste Messe, veniva retribuito con sedici giuli. Vi si dovevano anche celebrare tre Messe all'anno, come da legato testamentario di tal Ciano da S. Pellegrino. Altre sei Messe annue, vi si celebravano per legato di Donna Francesca di Camillo Scampa. Sulla parete di questo Altare,
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era effigiato il Crocefisso, con S. Bartolomeo Apostolo e S. Pellegrino, e questo antico dipinto, vi esiste ancora.
L'Altare del Rosario, apparteneva alla Confraternita omonima del villaggio di S. Pellegrino, la quale per conto proprio e per effetto di legati testamentari, vi faceva celebrare numerose Messe ed altre sacre Funzioni, che dettagliatamente si descriveranno quando ci occuperemo di questa Confraternita. Era ornato da un quadro con l'immagine della Madonna del Rosario circondata dai soliti Misteri. Questo Altare esiste anche al presente, ma il suo antico quadro ha subito delle modificazioni. La parte centrale di esso è scomparsa e le parti periferiche, con i quadretti dei Misteri, servono di cornice all'apertura di una nicchia sovrastante all'Altare stesso, ove trovasi collocata una moderna statua della Madonna del Rosario.
L'Altare di S. Antonio Abbate, era stato eretto intorno alla metà del Seicento, dal suddetto Camillo Scampa, la di cui famiglia lo manteneva e lo faceva officiare nella festa del Santo. In favore di questo Altare vennero elargiti due censi, uno di scudi quindici da tal Don Pascuccio Lispi da S. Pellegrino e l'altro di scudi dodici e mezzo, con l'onere di dirvi Messa una volta al mese. Vi si celebrava spesso anche per devozione di pie persone. Il giuspatronato della famiglia Scampa su questo Altare, dovette in una certa epoca venir meno, poiché nel 1728, troviamo che la manutenzione dello stesso, spettava invece alla popolazione di S. Pellegrino, che vi provvedeva con apposite elemosine e che vi faceva celebrare sei Messe all'anno, nonché altre Messe in occasione della festa di S. Antonio e della festa di S. Emidio. Su tale Altare, ancora esistente, sin dagli antichi tempi trovasi un quadro in tela, raffigurante la Madonna di Monte Carmelo, S. Emidio e S. Antonio Abbate.
L'Altare di S. Giovanni Battista, anche detto di S. Antonio da Padova e di S. Carlo Borromeo, fu eretto l'anno 1675 da Giovanni ed Ercolano Brencoli. Però, nel 1685 lo troviamo sotto il giuspatronato delle Monache di S. Maria della Fonte di Fossato di Vico, le quali l'avevano ricevuto in eredità dal suddetto Giovanni Brencoli, che trovo indicato anche con il nome di Giovanni di Goro. Ma rifiutandosi le Monache di provvedere al mantenimento di questo Altare, il Vescovo di Nocera, nel 1705, ordinò che lo stesso fosse ad esse tolto e venisse invece concesso a qualche famiglia la quale si assumesse cotesto obbligo. La Confraternita del Sacramento di S. Pellegrino aveva l'onere di farvi celebrare ogni anno alcune Messe nella festa della Natività di S. Giovanni Battista, per effetto di un legato di tal Giovanni Gregori, che a tale scopo aveva lasciato in eredità alla Confraternita il fruttato di un censo di venticinque scudi. L'Abbate di S. Maria di Sitria, dal quale come si è detto dipendeva la Chiesa di S. Pellegrino, usava far celebrare sul detto Altare, a sue spese, una Messa ogni anno. Vi si dicevano poi cinquanta Messe annue, per effetto di una Cappellania istituitavi da tal Maria Chiara Cascianelli, che riservò alla sua famiglia il diritto di nominare il relativo Cappellano e finalmente due Messe annuali vi si celebravano in suffragio dell'anima del suddetto fondatore
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Giovanni Brancoli. Sull'Altare esisteva un quadro in tela rappresentante, come si è detto, oltre la Vergine, S. Giovanni Battista, S. Antonio da Padova e S. Carlo Borromeo. Questo Altare fu demolito nel 1893, in occasione di notevoli restauri apportati alla Chiesa, dal Parroco di quel tempo Don Giuseppe Angeletti ed il relativo quadro fu appeso su di una parete della Chiesa stessa, dove tuttora si trova.
Il sesto ed ultimo Altare della Chiesa propriamente detta, ossia l'Altare di S. Martino, qualche volta chiamato anche di S. Barnaba, spettava alla Università del Castello di S. Pellegrino che, a proprie spese, vi faceva celebrare dal Parroco una Messa al mese per il popolo, in giorno di mercoledì e con lo stipendio per il Celebrante di dodici giuli. La stessa Università, vi indiceva anche, sempre per proprio conto, due Offici di cinque Messe ognuno e cioè nella festa di S. Martino e nella festa di S. Barnaba, di più pagava ogni anno cinque scudi per far venire nella Chiesa un Predicatore durante la Quaresima. Su questo Altare esisteva un quadro in tela, rappresentante il Crocefisso, S. Giovanni Evangelista, S. Martino e S. Antonio da Padova. Anch'esso fu demolito nel 1893, nelle stesse condizioni già descritte pel precedente ed il suo quadro fu similmente collocato su di una parete nell' interno del Tempio.
Nella Chiesa vecchia, oggi adibita, come si è detto, ad uso di Sagrestia ed in parte occupata da un moderno Campanile, completato e inaugurato nel 1901, esisteva anticamente un Altare dedicato a S. Michele Arcangelo, che qualche volta troviamo anche intitolato a S. Raffaele e più raramente a S. Lucia. Nei primi del Seicento, questo Altare apparteneva alla famiglia Lucesole, la quale risiedeva in quel Castello ed aveva l'onere di farvi celebrare sei Messe all'anno. Nella seconda metà di quello stesso secolo, era invece sotto il giuspatronato della famiglia Mascelli di S. Pellegrino, che vi faceva dire Messa nella festa di S. Lucia, e da ciò forse l'omonima suddetta intitolazione. Vi si celebrava spesso anche per volontà di particolari devoti. Essendo questo Altare ridotto in pessime condizioni e presso che spogliato dei sacri arredi, ed anche pel fatto che trovavasi in un ambiente fuori della Chiesa vera e propria, fu fatto demolire dal Vescovo di Nocera l'anno 1694.
Finalmente l'ultimo ed ottavo Altare, è quello dedicato a S. Pellegrino. Trovasi collocato, come si è detto, in una cripta semisotterranea, costruita in fondo alla Chiesa antica, con la quale comunica per mezzo di una porta; mediante un'altra porta comunica con la Chiesa attuale. Tale cripta è coperta da una volta sostenuta da quattro pilastri. L'Altare è nel mezzo e su di esso è collocata una bell'urna marmorea, contenente le spoglie di S. Pellegrino. L'Abbate di S. Maria di Sitria, pensava al mantenimento di questo altare. Per disposizione di tal Maurizio di Palliano Bosi, vi si celebrava dal Parroco la Messa una volta al mese ed una lampada perennemente ardeva davanti all'urna del Santo. Per le spese inerenti all'adempimento di questi oneri, eranvi gli interessi di due censi più il fruttato di due campi, uno di circa mezzo modiolo,
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in vocabolo « La Passerina » l'altro di circa quattro stadi, in vocabolo «Bosco del Piano», In questo Altare, si diceva altresì la Messa ; spesse volte durante l'anno a spese dei devoti del Santo, specialmente il primo di Maggio, nel qual giorno ricorre la festa di S. Pellegrino. In tale occasione, anche il Parroco vi faceva celebrare i varie Messe per proprio conto. La Chiesa, ampia e ad una sola navata, ha il tetto sorretto da tre grandi archi Gotici. E' fornita di Fonte Battesimale ed aveva sette sepolcri, dei quali uno era particolarmente adibito per i Sacerdoti, un altro per i bambini ed un terzo per i membri della Confraternita del Sacramento e del Rosario. Le pareti così dell'attuale Chiesa come pure quelle della primitiva, sono completamente coperte di pregevoli affreschi che, per la massima parte, risalgono al XIV e XV secolo. Queste pitture trovansi oggi quasi tutte ricoperte da uno strato di calce, barbaramente applicato su di esse nei secoli posteriori, e tra quelle rimaste scoperte o recentemente tornate alla luce, meritano speciale menzione alcune esistenti nella Chiesa antica, sulla parete che la divide dalla cripta, le quali riproducono tre scene della vita del Santo. La prima scena rappresenta: il villico Ono davanti la Porta del Castello e a lui dappresso sta S. Pellegrino accompagnato da un giovanetto. La seconda raffigura il rinvenimento dei cadaveri di questo Santo e del suo compagno sommersi dall'alluvione. Vi assistono, tutti in un gruppo, Ermanno Signore di Montecamera, la di lui figlia e sei altri suoi famigliari. Un uomo, con la zappa, scava il fango che ricopre la salma ed altri tre si accingono a sollevarla. Presso il defunto, infisso a terra, rivedasi il bordone fiorito. Nel centro della terza scena sta il carro tirato da due buoi, sul quale giacciono i corpi di S. Pellegrino e del suo compagno. Dietro il carro vedesi una folla di gente, parte in piedi, parte inginocchiata ed orante; di fianco, incedono processionalmente dieci sacerdoti più il Vescovo o Abbate mitrato, nonché un chierico recante il bordone fiorito; avanti, prima due bifolchi che stimolano i buoi recalcitranti e poi, in un sol gruppo, Ermanno, la figlia e cinque altri famigliari. Sullo sfondo del quadro appare Montecamera con il Castello.
Sotto il dipinto, scritte con caratteri Gotici, in tabelle corrispondenti alle scene su descritte, trovansi le seguenti quattro leggende esplicative:
Beatus vero Peregrinus venit, advessperescente iam die, et nocte in choante, ad pedes monticulorum Montis Camere, quum vicus, domuncolis congregatus, portula claudebatur; cum iam homines illius vici intra suas domunculas cum suis familiis et animalibus repausarent , hostiis clausis; solus quidam homo, Honus nomine vocabatur aduc ante fores vici vagabat, quem Dei servus Peregrinus rogravit, , ut de nocte in hospitiis suscipere dignaretur amore Dei dare de stabulo sive in pavimento; ille autem animalis homo crudelis assperam ressponsionem fecit claudens hostium vici et sue domus. I ste peregrinus illa nocte migravit ad Dominum - Hic inventum fuit C orpus beati Peregrini per vigionem filie domini Ermanni Montis Camere - Postea positum fuit in quodam
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carro, cum processione cl ericorum et hominum sequentium - Et dominus Hermannus, cum processione et corpare beati Peregrini, volebat ferre ..... ad Montem Cameris et non valebat, quia boves et currus fixerunt se ibi in aliqua bussca, ubi hodie est castrum Sancti Peregrini et hic relique runt eius corpus. Queste ultime frasi, divenute oggi quasi indecifrabili, sono state ricostruite con la scorta di un'antica memoria scritta, sino a noi pervenuta.
Più in basso di queste leggende, vedonsi i resti di altra iscrizione, tracciata con caratteri più antichi, ma che conteneva identiche parole. Ciò, anche per una evidente sovrapposizione degli intonachi, ci fa supporre che, al posto delle tre scene della vita di S. Pellegrino oggi esistenti, vi fosse stato precedentemente un più vetusto dipinto dello stesso soggetto e del quale non restano oggi che poche tracce della leggenda da cui anch'esso era accompagnato, la quale fu poi riprodotta integralmente ai piedi del secondo dipinto. La struttura di questa leggenda, mi aveva fatto supporre che la stessa, dovesse essere copia più o meno fedele di qualche Agiografia medioevale, né la mia supposizione era errata, poiché infatti, dopo pazienti ricerche, riuscii a rintracciare quest'ultima, in un Codice Pergamenaceo del XIV-XV secolo, nella Biblioteca Vaticana, Fondo Urbinate, N°. 48, foglio 220. Questa Agiografia di S. Pellegrino, certo assai più antica del Codice su cui fu trascritta, contiene infatti in maniera presso che identica, anche la prima parte della leggenda apposta al dipinto di cui ci siamo qui sopra occupati.
Sempre sulle pareti della Chiesa Vecchia, ammiransi poi varie pitture votive, alcune delle quali sono per certo dovute alla mano di Matteo da Gualdo. Di queste pitture votive, molte andarono distrutte quando fu costruito l'attuale campanile della Chiesa, il quale, architettonicamente, nessun rapporto ha con il severo stile di quest'ultima, che ne resta anzi, nella sua estetica, assai deturpata. Altro oggetto d'arte, conservato tra gli arredi della Chiesa, è un calice di rame dorato, con il nodo adorno di sei scudetti di argento un tempo smaltati, in uno dei quali, vedesi lo stemma del Cardinale Cesi e, nei restanti, le immagini di alcuni Santi. Intorno al collo si leggono le parole: labate demont. Questo Calice è opera pregevolissima del secolo XV.
XLVIII. - Chiesa di S. Maria delle Grazie nel villaggio di S. Pellegrino.
Il villaggio di S. Pellegrino si divide in due parti: In alto, sul versante della collina, il così detto Castello, più in basso il Borgo che rappresenta la parte moderna del villaggio. Sin dall'antico, Prima cioè che vi fossero costruite le attuali abitazioni, quest'ultima località chiamavasi Campagnole, denominazione che, del resto, mantiene presentemente, ed ivi sorgeva, e sorge anche oggi, la Chiesa di S. Maria delle Grazie.
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Le prime origini di questa Chiesuola, le ho rintracciate in due testamenti del nostro Archivio Notarile, aventi le date 5 Aprile e 3 Giugno 1503. Nel primo si legge che Angelo Mascelli, del Castello di S. Pellegrino, tra l'altro lasciava due fiorini Marchegiani, per la fabbricazione e l'ornamento di una Maestà o Cappella, che doveva sorgere « in quodam tribio Campignoli, videlicet in quadam possessione domine Valerie Bartolomee Paulutij». Nel secondo testamento, tal Giovanni Antonio di Pellegrino di Nicolo Farrate, dello stesso Castello, similmente lasciava dieci fiorini Marchegiani, all'Ospedale e Fraternità di S. Pellegrino, da spendersi per la costruzione della erigenda Maestà « in tribio Campignoli». (1) La Chiesuola, dovette essere costruita subito dopo, poiché, come tra poco vedremo, la stessa possiede sulle sue pareti alcuni affreschi, uno dei quali porta la data 1516. Però, per lungo tempo, di essa nessuna notizia più abbiamo e cioè sino al 13 Aprile 1573, nel qual giorno, per la prima volta, vi fu praticata una Visita Diocesana dal Vescovo di Nocera. Dagli Atti di tale Visita, apprendiamo che la Chiesa apparteneva alla su nominata Confraternita di S. Pellegrino, la quale aveva sede nel villaggio omonimo, e negli Atti stessi, si legge anche che, mediante una porta esistente nella parete destra della Chiesa, si accedeva ad alcuni ambienti contigui, anch'essi spettanti alla Confraternita, nei quali i Confratelli tenevano le loro riunioni e conservavano gli arredi, gli oggetti sacri, le vesti processionali, e quant'altro apparteneva al loro Sodalizio. Questa Confraternita vi faceva dire la Messa, come di regola, una volta ogni settimana, ma vi si celebrava sovente anche ex devotione. Nel 1605, troviamo invece la Chiesa in proprietà della Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento, anch'essa avente sede nello stesso villaggio. Ciò, perché la Confraternita di S. Pellegrino, era stata poco prima unita a quella del Corpo di Cristo, ed in tal modo, a quest'ultima era pervenuto anche il possesso della Chiesa in esame. La Confraternita del Corpo di Cristo, oltre la suddetta Messa settimanale, che il Sacerdote vi celebrava di venerdì e con la mercede di uno scudo, aveva la consuetudine di indire nella Chiesa tre Offici di più Messe ciascuno e cioè nel secondo giorno di Maggio, nel terzo giorno di Pasqua e nella festa dell'Assunzione. Oltre a ciò, tal Pascuccio Lispi di S. Pellegrino, con testamento del 14 Novembre 1656 e codicillo del 27 Febbraio 1659, rogati dal notaio Gualdese Bonifacio Scampa, istituì nella Chiesa di S. Maria delle Grazie una Cappellania, la quale doveva restare sotto il giuspatronato della famiglia Lispi, con obbligo per il Cappellano, di celebrarvi Messa tre volte ogni settimana e di fare scuola ai giovanetti del villaggio. Né mancavano alla Chiesa altri mezzi per l'esercizio di culto: Nel Seicento, ad esempio, la stessa possedeva un capitale di Quattrocentodue scudi dati a censo e dei quali godeva gl'interessi.
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1501 al 1504. paginazione III, c. 40t., 115t.
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Questa Chiesuola, assai angusta, coperta da un'antica volta, possedette sempre un unico Altare, che un tempo era circondato da una balaustrata in legno. Su di esso, sin dal XVI secolo, esiste una pregevole pittura in tavola, opera di Matteo da Gualdo, della quale si darà la descrizione nel Capitolo comprendente la vita e le opere di questo artista Gualdese. Le pareti erano in antico ornate da pregevoli e numerosissimi affreschi votivi, andati col tempo in gran parte perduti e alcuni dei quali, più o meno mutilati, furono nel 1919, detersi dalla calce che li ricopriva e rimessi in luce. Di questi affreschi, due specialmente sono interessanti, perché datati e con l'indicazione del Committente. Al di sotto di uno di essi leggesi infatti: « Queste figure fecce fare Jovanne de Reii per commissione de suo patre. M° CCCCCL VIIII » e l'effigie di un S. Francesco porta la scritta «Fece fare Aluistro de Giapeco de Mascelle. 1516 ».
L'attuale annesso Campanile, fu inaugurato nel 1880, dopo una costruzione durata a lungo, essendo stata fatta con pubbliche elargizioni a cura della Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento, alla quale anche oggi appartiene la Chiesa. Al presente, in questa si celebra la Messa solo a richiesta di pie persone.
XLIX. - Chiesa di S. Bartolomeo nel villaggio di S. Pellegrino.
Fu eretta tra il 1655 ed il 1658 entro il Castello di S. Pellegrino, dal Sacerdote Francesco Bartoni, che poi in seguito, nel 1664, con testamento rogato dal Notaio Pietro Lorenzo Draghetti di Pieve Compresseto, lasciava alla Chiesa due modioli circa di terra, in vocabolo La Torre, nella parrocchia di S. Facondino.
Il fondatore se ne riservava però il giuspatronato, da trasmettersi ai propri eredi, con l'onere di mantenere la Chiesa e di farvi celebrare una Messa al mese, nonché un Officio di quattro Messe nella festa di S. Bartolomeo e ciò per la durata di cinquant'anni. Infatti, trascorso questo tempo, il Vescovo di Nocera, ordinò agii eredi del Bartoni o di rinnovare l'obbligazione all'onere suddetto o di dotare la Chiesa, la quale si sarebbe dovuta demolire quante volte non fosse stata accettata una di queste due condizioni. Costoro ritennero però opportuno di seguitare a mantenere la Chiesa, la quale anzi, minacciando di rovinare, fu completamente restaurata nei primi anni del Settecento, mediante le elemosine dei fedeli, che concorrevano nella Chiesa per il culto di S. Bartolomeo, l'effigie del quale ammiravasi su di una tavola, collocata sopra l'unico Altare. Nella seconda metà di quel medesimo secolo, subì altri restauri per opera del Sacerdote Luca Calai, la di cui famiglia aveva acquisito alcuni diritti su tale Chiesa, pur appartenendo la stessa, in quell'epoca, ancora alla famiglia Bartoni. Cessò di essere officiata nel principio dell'Ottocento, andando poi in seguito tutta in rovina, circa l'anno 1846. I resti delle sue mura crollate, si scorgono anche oggi adiacenti ad alcune antiche case, che sorgono ai piedi del
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Torrione del Castello sul fianco esposto a nord-est, e tali ruderi servono a circoscrivere un orto, che era occupato un tempo dal pavimento della Chiesa.
L. - Chiesa del Crocifisso nel villaggio di S. Pellegrino.
Abbiamo notizia di questa Chiesa, sol perché citata negli Atti di Sacre Visite conservati nell'Archivio Vescovile di Nocera Umbra. Esisteva entro il Castello di S. Pellegrino, ma non ne conosciamo l'ubicazione precisa. Solo possiamo dire che, secondo un'incerta tradizione locale, sarebbe sorta quasi di fronte all'attuale Chiesa Parrocchiale del Castello, e cioè dall'altra parte della Strada Comunale, a circa cento metri di distanza dal margine di quest'ultima.
Doveva essere assai antica, poiché il 29 Aprile 1610, visitata dal Vescovo della Diocesi Mons. Florenzi, fu da costui trovata in pessimo stato e persino mancante dei sacri arredi. Ordinò perciò agli abitanti del suddetto Castello, di restaurare subito la Chiesa, nella quale non si sarebbero dovuti intanto celebrare i divini Offici, sotto pena di scomunica. Aggiunse anche che, dopo trascorsi quattro mesi, se la stessa non fosse stata restaurata, si sarebbe dovuta demolire.
Di tutto ciò, nulla venne però eseguito, poiché nel 1628, il Vescovo, in una sua nuova Visita, ritrovò la Chiesa in sempre peggiori condizioni, per cui decretò la demolizione almeno del suo unico Altare ed il trasporto dei relativi paramenti nel tempio Parrocchiale di S. Pellegrino. Così, l'indecente fabbricato avrebbe perduto ogni parvenza di luogo sacro e sarebbe stata eliminata una ragione di scandalo per chi, con decoro, voleva effettuare le pratiche religiose.
Un'ultima Visita vi fu compiuta l'anno 1633 ed in tale occasione, il Vescovo di Nocera potè constatare che, secondo quanto era stato ordinato, si era finalmente eseguita la demolizione dell'Altare. Dopo di allora non si ha infatti più alcuna notizia della Chiesa del Crocifisso, e per certo, il relativo fabbricato o andò con il tempo in completa rovina o fu adibito ad altro uso.
LI. - Chiesa di S. Maria di Monte Camera nella Parrocchia di S. Pellegrino.
Nella prima metà del XVII secolo, nella Parrocchia di S. Pellegrino, sulla collina oggi chiamata Monte Camera, corruzione del suo antico nome Mons Camore, che così, invariabilmente, riscontrasi scritto sin dal 1257 nei nostri vecchi documenti d'archivio, e sisteva una Cappelleria denominata Maestà dei Morelli, che aveva sulla sua parete un dipinto raffigurante la Madonna e il Divino Infante B, con a fianco, da un lato S. Rocco e dall'altro S. Antonio.
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L'anno 1638, la Confraternita del Sacramento, esistente nel prossimo Castello di S. Pellegrino, al posto della Maestà dei Morelli, iniziò la costruzione di una nuova Chiesa, dopo avere gratuitamente ottenuto dai proprietari, la Maestà ed il suolo circostante. Così ebbe origine la Chiesa di S. Maria di Monte Camera, che poi sempre rimase in possesso della Confraternita suddetta, la quale si assunse altresì l'onere di mantenerla di tutto il necessario e vi nominava un Cappellano che, sino a tutto il Settecento, fu stipendiato con dieci scudi annui, ed era tenuto a dirvi Messa ogni giorno festivo. Inoltre la Confraternita del Sacramento, vi indiceva ogni anno un Officio di quattro o cinque Messe, in una delle feste dedicate alla Vergine, generalmente in quella della sua Natività. Spesso poi, vi si celebrava per devozione di privati cittadini, poiché, essendosi in breve sparsa la fama di miracoli in essa avvenuti, la Chiesa divenne ben presto oggetto di grande venerazione e mèta di pellegrinaggi tra i villici di quel contado.
Nella Chiesa, cui si aggiunse una Sagrestia posteriore ed un atrio anteriormente, esistette sempre un solo Altare dedicato alla Vergine ed era questo ornato di un dipinto tracciato sulla soprastante parete e raffigurante la Madonna con S. Pellegrino e S. Antonio Abbate. Questo dipinto è oggi scomparso ed al suo posto vi è una nicchia con una statua della Madonna.
Anche al presente, l'officiatura della Chiesa di S. Maria di Montecamera, è fatta a cura della Confraternita del Sacramento. Abitualmente vi si dice Messa il martedì di Pasqua, per voto della popolazione del villaggio di Pieve di Compresseto, che in tale occasione si reca in pellegrinaggio sino alla Chiesa. Si officia inoltre il giorno 8 Settembre, festa della Natività della Vergine. Nel giorno dell'Ascensione vi accede, processionalmente, la popolazione del villaggio di S. Pellegrino.
LII - Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Borgonuovo.
Fu eretta dalle fondamenta, per iniziativa ed a spese di tal Giuseppe Lispi da Borgonuovo, in tale villaggio, l'anno 1670.
Costui assegnò inoltre alla Chiesa, un piccolo terreno situato in vocabolo Campo dei Frati, le di cui rendite dovevano servire al mantenimento della Chiesa stessa, che venne aggregata a quella vicina e parrocchiale di S. Pellegrino.
Passò in seguito, agli eredi del suddetto Giuseppe Lispi, che dovevano mantenerla di tutto il necessario.
Sull'unico Altare, dedicato a S. Giuseppe e avente un quadro in tela con l'effigie del Titolare e d'altri Santi in compagnia della Vergine, la famiglia Lispi faceva celebrare, ogni anno, cinque o sei Messe per suffragio dell'anima del Fondatore, altre Messe nelle feste di S. Antonio da Padova, di S. Francesco d'Assisi, dell'Annunciazione e della Natività di Maria Vergine, nonché un Officio di più Messe nel giorno di S. Giuseppe.
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Essendosi col tempo la Chiesa ridotta in pessime condizioni e minacciando di crollare, fu dalla suddetta famiglia Lispi fatta demolire l'anno 1900. Il suolo su cui sorgeva, venne tramutato in orto, i sacri arredi furono trasportati nella Chiesa Parrocchiale di S. Pellegrino, il quadro dell'Altare, restò presso la famiglia Lispi.
Qui noteremo, per incidenza, che in un Rogito del nostro Archivio Notarile, con la data 1459, è nominato un: Reverendus Pater Franciscus Ranaldi, plebanus plebis Sancti Johannis de Burgo novo terre Gualdi ...... Nulla sappiamo di questa Chiesa di S. Giovanni in Borgo Nuovo, che mai riscontrasi in altri precedenti o posteriori Atti di Archivio e di cui non si ha neppure la minima tradizione. Trattandosi di una Pievania, la cosa è invero assai strana e tale da far pensare persino ad un errore del Notaio rogante. (1)
LIII. - Chiesa di S. Maria del Gambaro.
Nella prima metà del Cinquecento, nella Parrocchia di S. Facondino, sull'antica Via Flaminia, viveva una famiglia Gambaro, che vi possedeva un Albergo o meglio un Ospizio, come allora dice vasi. Questa famiglia oggi estinta, diede anzi il suo nome alla località che abitava, la quale è infatti anche attualmente chiamata Gambaro o Gambero. Un membro di tale famiglia, cioè Domenico Gambaro, l'anno 1530, fece costruire presso il suo Ospizio, una piccola Chiesa dedicata alla Vergine, con pareti ed Altare di legname. Ispezionata il 30 Ottobre 1573, dal Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, questi la trovò così indecente, che vi proibì ogni celebrazione di Messa, pena la sospensione a divinis per il celebrante e ciò sino a che l'edificio non venisse ampliato e costruito in muratura. Nel frattempo si sarebbero dovute i celebrare le Messe obbligatorie nella corrispondente Chiesa Parrocchiale, cioè in quella di S. Facondino. I restauri ordinati dal Visitatore Apostolico vennero eseguiti, ma la Chiesuola seguitò ad essere mantenuta in pessimo stato, tanto che i Vescovi di Nocera, nel 1593, nel 1605 e nel 1608, tornarono a proibirne l'officiatura.
Questa piccola Chiesa fu in passato designata con vari nomi: Siccome, poco lontano dalla stessa, si ergeva, come anche al presente, una vetusta torre feudale, nelle Visite Pastorali del 1593 e 1597, la Chiesuola è detta Santa Maria della Torre del Gambaro. Nelle Visite del 1584, 1652 e 1728, è ricordata col nome di Santa Maria di Loreto valgariter del Gambaro; in quelle del 1670, 1673, 1 679, 1682, è appellata Chiesa della Natività di Maria Vergine; nell ' altre Visite del 1718, 1721, 1746, 1771, è chiamata Santa Maria della Pietà. Quest'ultimo nome, certo le venne dato, perché sulla Parete dell'Altare era dipinta una Pietà, cioè la Madonna Addolorata con il figlio defunto tra le braccia.
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogito di Gaspare dei Ranieri dal 1455 al 1485. c. 50.
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II fondatore della Chiesa, morendo, l'aveva lasciata ai propri eredi, con l'obbligo di farvi celebrare un Officio di più Messe nella festa della Natività di Maria Vergine, e questo ci spiega, perché, come sopra si è detto, venisse anche chiamata con tal nome. Vi si indiceva altresì un Officio nel giorno della Traslazione della Santa Casa di Loreto e da ciò l'altro su nominato appellativo di S. Maria di Loreto, dato alla Chiesa. Spesso poi vi si celebrava Messa, durante l'anno, per volere di pie persone.
La Chiesa, era costruita a cavaliere di un fiumicello che in quel luogo costeggia la Via Flaminia, di maniera che le acque scorrevano in un cunicolo a volta, proprio sotto l'Altare. Da ciò era insorta nel popolo una speciale devozione per bagnarsi in quelle acque e particolarmente per lavarsi con le stesse gli occhi ammalati a scopo di cura.
Tra il 1670 ed il 1673, Feliziano Gambaro, discendente dal fondatore della Chiesa cedette la proprietà di questa al Sacerdote Bernardino Guerrini, che la trasmise poi, quale giuspatronato, ai propri eredi con l'obbligo dell'officiatura e della manutenzione. Uno di questi eredi e cioè Angela Dorotea Guerrini, moglie di Pietro di Martino Attoni, con testamento rogato dal Notaio Gaspare Gennari il 17 Aprile 1711, dotò la Chiesa con cinque modioli di terra, posti in vocabolo Rotella, v'istituì una Cappellania Laicale e ne cedette il giuspatronato alla famiglia Gualdese Fabbri, che vi doveva nominare i Cappellani, aventi l'onere di due Messe al mese oltre gli Offici suddetti. In caso di estinzione della famiglia Fabbri, doveva succedere nel giuspatronato la famiglia Rossi, ed in sostituzione di questa gli Agostiniani del Monastero di Gualdo.
Nel 1860, demaniata ed affrancata la Cappellania, la Chiesuola, che era in parte costruita a volta, in parte sotto nudo tetto, con piccolo Campanile e antiche pitture sulle pareti, cominciò a deperire sino al punto che, circa l'anno 1875, fu dovuta completamente demolire dal proprietario di quell'epoca, il Gualdese Michele Sergiacomi. Ma vari anni più tardi, una figlia di costui, si maritava con un figlio di Ribacchi Onorato, residente in quella località ed i due genitori, per ricordo dei propri figli, ricostruirono in quell'occasione dalle fondamenta la diruta Chiesuola, dedicandola alla Madonna di Lourdes e la inaugurarono il 21 Febbraio 1892. Appartiene anche oggi alla famiglia Ribacchi, che per proprio conto vi fa celebrare qualche volta i divini Offici sull'unico Altare, bizzarramente costruito con rozzi scogli, in modo da simulare la celebre Grotta di Lourdes, e recante una statua della Titolare. Spesso vi si dice Messa anche per devozione e per incarico degli abitanti dei dintorni.
LIV. - Chiesa di S. Maria di Frate Luca sulla Via Flaminia.
Il più antico documento, che ho potuto rintracciare di questo sacro edificio, trovasi in un Bastardella dell'Archivio Notarile di Gualdo, in un rogito avente la data 9 Ottobre 1486. Questo rogito, appare infatti allora esteso nella Chiesuola detta « La Maestà di Frate
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Luca, in parocia Serre Sicce » (oggi Parrocchia di S. Facondino) ed in esso si legge, che Giovanni Rosa da Terracina, Vescovo di Rimini, quale Luogotenente Generale del Card. Giovanni Arcimboldi da Milano, Legato Pontificio di Perugia e dell'Umbria, avendo constatato che la suddetta Chiesuola era priva di Rettore e che la nomina di quest'ultimo spettava per diritto al Luogotenente del Legato Perugino, concedeva la Chiesuola stessa, con i beni annessi, all'Ecclesiastico e Dottore in legge, Antonio de Humiolis da Gualdo, conferendogli altresì piena autorità di governo, amministrazione ed officiatura del sacro luogo. A completamento dell'Atto su descritto, potei poi rintracciarne un secondo in data 6 Agosto 1491, dal quale si apprende che, essendo il prete Antonio da Gualdo Rettore della Cappella o Maestà di Frate Luca, come risultava da alcune Bolle, nonché da istrumento del Notaio Ser Pietro di Mariano (cioè dall'Atto suddetto) e volendo lo stesso Rettore mostrare riconoscenza per i benefici ricevuti dalla Vergine effigiata nella stessa Cappella, offriva in dono a quest'ultima una Bolla di Innocenze VIII, con cui si concedevano varie indulgenze alla Cappella di Frate Luca, più un'altra Bolla emessa a favore di questa dalla Curia Romana, più un Calice ornato con l'arme di detto prete Antonio, cioè una branca d'orso e con cinque rose scolpite nel piede e infine un Messale fornito di rilegatura, insieme ad un Paramento con il quale era stata allora ivi celebrata la Messa dal sacerdote Marco di Maltello.
Per l'ubicazione di tale Chiesa, notiamo subito che questo secondo Atto risulta rogato « in vocabulo Fontigoli in loco ubi dicitur: La Maestà de frate Luca », che nello stesso Bastardello Notarile, con la data 26 Giugno 1504, esiste un altro Istrumento estraneo alla Chiesa, ma che si dice però rogato, come il precedente, « in Capella Sancte Marie, alias dicta fratris Luce, posita in strada Flaminia », e che infine, in altri Atti di esso Bastardello, spesso ricorre il vocabolo Fontigoli, sito « in parocia S. Facondini, juxta stradam romeriam (Via Flaminia), flumen Vacharie, etc ».(l)
Con queste indicazioni, diviene perciò facile riconoscere oggi dove sorgeva la Cappella di Frate Luca. Infatti, nel territorio Gualdese, sul fiumicello della Vaccara, esiste un ponte sopra il quale passano, incrociandosi, due frequentatissime vie e cioè la Strada Provinciale che da Gualdo va a Gubbio e l'antica Via Flaminia la quale, dopo aver attraversato il ponte suddetto, si disperde e cessa nei campi vicini, per riprendere poi il suo corso più avanti. Entro l'angolo che, aperto verso Settentrione, le due vie formano divergendo dopo di essersi incrociate, e a meno di cento metri dal suo vertice, esiste ancora oggi un terreno chiamato Fontigoli o Fontioli . Quivi, senza alcun dubbio, sorse la Chiesa di S. Maria di Frate Luca.
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal I490 al 1509. c. 14, 63, 116t, 128, 129t, 173, 194t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Musceili dal 1484 al 1486. c. 337t. |
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II Prete Antonio de Humiolis da Gualdo, sopra ricordato, altri non è che quell'Antonio Umeoli, illustre Giureconsulto Pontificio, di cui narriamo la vita in altra parte di quest'Opera. Questo ci risulta anche meglio da un testamento lasciateci dal di lui fratello Bernardino, in data 13 Novembre 1508, nel quale appunto si legge, che il già defunto Antonio Umeoli, con disposizione testamentaria, aveva provveduto per l'officiatura periodica e costante, dopo la di lui morte, della Cappella di Santa Maria delle Grazie, alias La Maestà di Frate Luca, situata prope hospitium, ed a questa officiatura si sarebbe dovuto provvedere con il fruttato di alcuni suoi beni. Oltre a ciò, ogni anno, nella festa di Santa Maria che ricorre in Settembre, si sarebbe dovuto distribuire ai poveri, in elemosina, mezza salma di grano ed un barile di vino nella suddetta Cappella e tutto ciò in suffragio dell'anima sua. (1)
Dopo queste notizie, per lungo volgere d'anni, incombe un completo oblio sulla Chiesa in esame, che solo ricompare negli Atti di una Visita Pastorale, compiutavi il 4 Gennaio 1584 dal Vescovo di Nocera e dalla quale si apprende, che il Tempietto, assai piccolo, sorgeva nella Parrocchia di S. Facondino, sulla Via Flaminia, presso l'Ospizio o Albergo della famiglia Massicci, la quale godeva anche il possesso della Chiesa. Tale Ospizio, corrisponde all'ampio fabbricato ancora oggi esistente di fianco al suddetto ponte sul fiumi cello della Vaccara. Da documenti della prima metà del Seicento, la Chiesetta figura invece « prope hospitium Colae Bortoni », il quale ultimo, per certo, era succeduto ai Massicci nella gestione dell'Albergo, ma non nel possesso della Chiesuola. Di questa, i Massicci, nel XVI secolo avevano infatti costantemente curato l'incremento e la prosperità. Anzi, uno di essi, l'aveva dotata con un terreno, il fruttato del quale, doveva servire per farvi celebrare tre Messe ogni mese, dietro compenso, pel Celebrante, di tre fiorini. Un altro membro questa famiglia, con Legato testamentario, aveva in seguito provveduto per restaurare e mantenere in buone condizioni il sacro e dificio, che però, ciò nonostante, vari anni dopo, nel 1621, minacciava di rovinare. Il suddetto onere di tre Messe mensili, con decreto emanato dalla competente Sacra Congregazione, il 2 Giugno 1629, venne ridotto ad una Messa ogni mese. Vi s'indiceva allora anche un Officio di tre Messe il giorno 8 Settembre, festa della Natività di Maria Vergine. Era inoltre antica usanza, che nella Chiesuola di Frate Luca, celebrassero Messa, i Sacerdoti forestieri che, trovandosi in viaggio, transitavano per la Via Flaminia, la quale era allora la grande strada di comunicazione tra l'Italia Centrale e le Provincie Settentrionali. Tale pratica venne poi proibita dal Vescovo di Nocera, il quale però concesse che vi potessero dir Messa soltanto quelli, tra i Sacerdoti forestieri di passaggio, che fossero conosciuti o avessero almeno uno speciale permesso da qualche Autorità Ecclesiastica.
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527 . c. 245, 246.
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Più tardi, intorno al 1683, si usava celebrarvi un Officio di varie Messe, anche nella festa di S. Bartolomeo. Infatti, sulla parete a cui era addossato l'unico Altare, esisteva un dipinto rappresentante la Vergine con il Bambino in grembo, avente ai piedi S. Bartolomeo Apostolo e S. Francesco d'Assisi, ed ai lati quattro Santi e Beati Gualdesi e cioè S. Facondino, S. Pellegrino, il B. Marzio ed il B. Maio. Questo dipinto portava la data 1496. (1)
E' ignoto perché la Chiesuola fosse detta di Frate Luca. Forse si riferiva questo nome alla persona del fondatore, e del resto questo sacro luogo fu sovente, in seguito, anche diversamente intitolato; infatti, dopo la metà del Seicento, venne più comunemente detto S. Maria delle Grazie, oppure S. Maria di Loreto, ed anche Maestà della Torre, a causa di un torrione medioevale ancora esistente, presso cui sorgeva la Chiesa.
Intorno al 1673, troviamo questa in possesso della famiglia Scampa, che l'aveva ricevuta in eredità dai Massicci; era però allora ridotta in cattive condizioni, tanto che, circa sei anni dopo, il suo tetto minacciava di crollare. La troviamo citata, per l'ultima volta, nella Visita Pastorale del 1683, e dovette andare poco dopo in completa rovina, perché nelle susseguenti Sacre Visite, non viene mai più ricordata, né di essa alcun'altra notizia ci è dato di ritrovare.
LV. - Chiesa di S. Lazzaro sulla Via Flaminia.
Non è possibile distinguere la sua storia da quella dei nostri antichi Istituti Ospedalieri. Sin dal XIII secolo, nel tratto della Via Flaminia interposto tra l'attuale Chiesa di S. Lazzaro ed il Ponte sul Rio Vaccara, esistette un Ospedale, od Ospizio, come allora dicevasi, intitolato a S. Lazzaro, destinato ai Lebbrosi, che appartenne al Comune di Gualdo, dalle origini sino al tempo della sua estinzione, la quale dovette avvenire tra il 1556 e il 1571. (2)
La chiesa di S. Lazzaro di cui ci accingiamo a trattare, costituiva appunto un semplice Beneficio Ecclesiastico annesso al suddetto o spedale e sorgeva infatti da questo poco lontano, entro la giurisdizione della Parrocchia di S. Facondino. A sé dintorno, in comunione con l'Istituto Ospedaliere, la Chiesa possedeva un vasto e ricco podere e molti altri terreni sparsi qua e là, terreni che, da un documento della seconda metà del Settecento, si sa che raggiungevano allora il numero di trentuno. In relazione con le origini ospitaliere della Chiesa, accenneremo anche al fatto, che in quei dintorni, durante il Cinquecento, si credeva fossero esistite in antico delle importanti terme, tanto è vero che tal Gentile Sassolo da Gualdo, aveva fatto domanda alle Autorità Pontificie per ricercarle (Licentia querendi bal nea deperdita), la qual cosa gli era stata concessa il 28 Agosto 1541, con certe condizioni, tra cui il
(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Visita del 1652.
(2) R. GUERRIERI: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Documenti e Memorie Storiche. Perugia 1909. Pag. 22 a 25.
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pagamento del canone annuo di una libbra di cera. (1) Abbiamo scritto più sopra, che l'Ospedale di S. Lazzaro, funzionava per i Lebbrosi sin dal XIII secolo, ma non possiamo però assicurare, che sin da quell'epoca remotissima, esistesse anche l'omonima Chiesa, di cui infatti s'ignora l'anno di fondazione, ma che vediamo però sussistere anche dopo scomparso l'Istituto Ospedaliere. Anzi, dopo la soppressione di quest'ultimo, avvenuta, come si è detto, nella seconda metà del XVI secolo, con i beni suddetti, la Chiesa fu dal Comune di Gualdo, annessa ad un altro Ospedale chiamato di Diotisalvi, l'amministrazione del quale, spettante un tempo ai Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto, era passata, nel 1519, al Comune stesso. Anzi, quest'Ospedale di Diotisalvi, prese in seguito anch'esso il nome di Ospedale di S. Lazzaro, certo per effetto della Chiesa e dei beni ereditati dall'estinto Ospizio dei Lebbrosi sulla Via Flaminia. (2)
II Cappellano della Chiesa di S. Lazzaro, che per solito si sceglieva tra i Frati del nostro Convento di S. Francesco, era nominato dal Comune di Gualdo, e riceveva da questo, quale stipendio, mezza salma (circa Kgr. 108) di grano ogni anno. Nella fine del Settecento, lo stipendio annuo era invece di scudi 2.50. Detto Cappellano, nella metà del XVIII secolo, doveva celebrarvi Messa ogni domenica, ma più tardi, tale onere fu ridotto ad una Messa nella terza domenica di ogni mese. In questa Chiesa, il Comune di Gualdo, indiceva altresì, a proprie spese, un Officio di venti Messe nella festa del Santo Titolare, cioè nella Domenica di Passione, ed in tale giorno, una grande folla accorreva sul luogo dalla Città e dal Contado e sui campi circostanti alla Chiesa, imbandiva pranzi e merende e si abbandonava a sollazzi, quasi a festeggiare il prossimo inizio della Primavera. Una tale usanza, si mantiene ancora oggi in pieno vigore. Altro Officio, vi si celebrava per conto del Comune di Gualdo nel giorno di S. Rocco. Anzi, in occasione di questi Offici, come pure per Natale e per Pasqua, il Comune stesso faceva distribuire numerose elemosine ai fedeli poveri convenuti nella Chiesa; questa pratica fu vietata, ma inutilmente, dal Vescovo di Nocera nel 1682.
Subentrato al Pontificio il nuovo Governo Italiano, in forza di Decreto emanato il 29 Ottobre 1860 dal R°. Commissario Generale per la Provincia dell'Umbria, la Congregazione di Carità di Gualdo prendeva possesso dell'Ospedale e dei relativi beni, tra i quali era anche la Chiesa di S. Lazzaro, che infatti dipende tuttora dalla Congregazione suddetta. Da quell'epoca, la Chiesa cessò dall'essere officiata nel modo su descritto; Comune e dei Congregazione di Carità, a poco a poco si disinteressarono di ogni onere di culto, ed oggi, a spese dei villici circostanti, solo vi si celebra ancora un
(1) Arch. Vaticano: Arm. XXIX, To. 99, f. 287.
(2) R. GUERRIERI: Op. cit. Pag. 34, 53, 54.
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Officio di tre o quattro Messe nel giorno di S. Lazzaro, con la consueta festa campestre.
La Chiesa, quale oggi appare, è piccola e squallida, e l'antico edificio è stato certo completamente modificato dai numerosi restauri che avrà dovuto subire attraverso i secoli. Sopra l'unico Altare, dedicato a S. Lazzaro, sin dalla prima metà del Seicento, esiste un quadro in tela raffigurante Cristo in Croce, avente da un lato S. Lazzaro povero, a cui un cagnolino lambisce le piaghe d'una gamba, e dall'altro lato S. Lazzaro Vescovo e Martire o, come alcuni stimano invece, S. Facondino Vescovo. La Chiesa è stata i noltre sempre munita di Campana e sprovvista di Sagrestia.
LVI. - Chiesa di S. Bartolomeo nella Parrocchia di S. Facondino.
È ricordata la prima volta negli Atti di una Visita Pastorale dell'8 Luglio 1691, dove si legge che la Chiesa sorgeva « prope hospitium S. Pellegrini Comitatus Gualdi». Nell'altra Visita del 1721, il Vescovo Visitatore, l'incontra sul percorso da Gualdo al villaggio di S. Pellegrino « in plano Gualdi infra limitis parochiae S. Facondini ». Fu edificata, non sappiamo con precisione in quale anno, da un membro della famiglia Gualdese Scampa, e rimase poi sempre costituita in Beneficio semplice di questa famiglia che, con le rendite del Beneficio stesso, la doveva mantenere e vi doveva far celebrare due Messe all'anno.
Dai su citati Atti di Sacre Visite, risulta inoltre, che nel 1691, la Chiesa era in istato indecente e di tutto mancante e che il suddetto onere di due Messe, non veniva soddisfatto da molti anni, tanto che il Vescovo di Nocera, ordinò il sequestro delle rendite al Titolare del Beneficio. Nel 1701, lo stesso Vescovo la riscontrò in così pessimo stato, da doverne decretare la demolizione nonché la vendita del materiale edilizio che se ne sarebbe ricavato, a vantaggio della Chiesa di S. Benedetto in Gualdo. Ma la demolizione non ebbe luogo e più tardi, nel 1721, stando la Chiesa per rovinare, il Vescovo ordinò alla famiglia Scampa di restaurarla, minacciandola, in caso diverso, di privarla di ogni diritto che potesse vantare su di essa e di cederne il giuspatronato a qualsiasi altra persona che volesse assumersi, con le rendite, anche gli oneri del Beneficio.
Da allora in poi, più non abbiamo notizie di questa Chiesa che, probabimente non restaurata, dovette andare, dopo pochi anni, in completa rovina. S'ignora oggi anche il luogo preciso ove sorgeva, luogo che però, seguendo le indicazioni su riportate, doveva trovarsi presso la Via Flaminia, tra il vocabolo Magione e il fiume Sciola, che segna il confine tra la Parrocchia di S. Facondino e quella di S. Pellegrino.
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LVII. - Chiesa di S. Salvatore di Corneto o di Sciola. È Chiesa antichissima, la di cui esistenza ho potuto conoscere soltanto dopo lo studio di alcuni vetusti documenti che la ricordano. Nel secolo XII ne avevano il condominio due potenti Abbazie, e cioè quella di S. Benedetto di Gualdo e l'altra di S. Maria d'Apennino, oggi diruta e che sorgeva proprio nel luogo dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico. Esistono infatti due Bolle, una di Papa Adriano IV data dal Laterano il 16 Marzo 1156 e l'altra di Alessandro III del 4 Agosto 1169, che ce ne fanno fede. Con la prima Bolla, il Pontefice poneva sotto la diretta protezione della Sede Apostolica, la su ricordata Badia di S. Maria d'Apennino e riconfermava ad essa il possesso delle terre, e Chiese che ne di pendevano; con la seconda il successore di Adriano IV concedeva ugualmente la sua protezione e faceva una consimile riconferma di beni e di possessi, all'altra Abbazia di S. Benedetto di Gualdo. Ora appunto, tra le Chiese riconfermate in dominio alla Badia di S. Maria d'Apennino, troviamo elencata una « Ecclesia sancti Salvatoris de Corneto », e tra i possessi di cui si riconosceva e si ribadiva il godimento all'Abbazia Gualdese di S. Benedetto, vediamo similmente indicato « quicquid est in Ecclesia S. Salvatoris de Corneto ». Anzi in una susseguente Bolla indirizzata da Papa Clemente III, il 6, Maggio 1188, ai Monaci dell'Abbazia Gualdese, si riconfermavano ad essi i su indicati diritti e cioè «jus in ecclesia S. Salvatoris de Corneto ».
Poi, per oltre un secolo, le più fitte tenebre avvolgono la Chiesa di S. Salvatore, alcuni beni della quale, vengono però rivendicati dalla Badia di S. Maria d'Apennino, con un Atto del 6 Marzo 1302. Ma nel 1441, la Badia suddetta, con tutte le sue dipendenze, venne incorporata nel Capitolo della Cattedrale di S. Venanzio di Fabriano, al quale perciò, con questi possessi, fu devoluta anche la nostra Chiesa di S. Salvatore, almeno per quanto si riferiva ai diritti che su di essa avevano i Monaci di S. Maria d'Apennino. Infatti da quell'epoca in poi, il Capitolo della Cattedrale Fabrianese, incominciò a pagare un censo di ventiquattro bolognini (tre corbe di spelta) al Vescovo di Nocera per conto della Chiesa di S. Salvatore e di poche altre, com'essa sorgenti nel territorio della diocesi Nocerina, ed al Capitolo similmente pervenute con i beni della Badia di S. Maria d'Apennino. Alcune quietanze riferentisi al pagamento di questo censo, ci restano infatti, tra l'altro, con le date 19 Febbraio 1444, 10 Decembre 1448 e 29 Agosto 1449.
Questi tre documenti sono per noi importantissimi perché, sia pure molto approssimativamente, ci danno un'idea del luogo dove sorgeva la Chiesa in esame. In essi infatti si dichiara, che il censo veniva pagato anche per conto della Chiesa di S. Salvatore «de Sciola districtus Gualdi». Trovavasi dunque questa presso la riva del noto fiumicello Gualdese, anche oggi denominato Sciola, che
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scorre verso il confine del territorio di Gualdo con quello di Gubbio, ma in quale tratto del suo percorso non è oggi più possibile di precisare. Così pure non ci è dato stabilire, per quali vicissitudini, la Chiesa di S. Salvatore, che nel XII secolo portava l'attributo « de Corneto », nel XV portasse invece quello « de Sciola ». Nessuna meraviglia però che, attraverso i secoli, il primo nome possa essere andato gradatamente in disuso cedendo il posto al secondo; ma non è neppure da escludersi che, sin dalle origini, la Chiesa possa avere avuto contemporaneamente i due attributi suddetti, venendo indicata quando con l'uno quando con l'altro, come vediamo anche accadere per molte altre Chiese della nostra regione.
Ignoriamo in che epoca questo sacro edificio scomparve. Il Dorio, nel principio del Seicento, tra le Chiese che allora davano un contributo alla Mensa Vescovile di Nocera, nomina quella di S. Salvatore «districtus Gualdi, iuxta flumen » (lo Sciola). Ma io dubito assai che la stessa, in quel tempo, ancora esistesse e spiego l'asserzione del Dorio, con le ragioni già addotte a proposito della Chiesa dei S. S. Gervasio e Protasio. (1)
LVIII. - Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Castello di Crocicchio.
Primieramente sorgeva sul margine destro della strada che conduce a questo Castello, su di un piccolo ripiano, che trovasi circa trecento metri prima di giungere al Castello stesso. È assai antica, come del resto la massima parte delle Chiese dedicate a S. Michele Arcangelo, in passato più semplicemente chiamato S. Angelo. La trovo ricordata, per la prima volta, in un documento dell'anno 1156, dal quale apprendiamo altresì, che la Chiesa apparteneva allora all'Abbazia di S. Maria d'Apennino, Abbazia oggi diruta, ma che esisteva nel luogo dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico. Tale documento consiste in una Bolla di Papa Adriano IV, data dal Laterano il 16 Marzo dell'anno suddetto, con la quale il Pontefice poneva sotto la sua diretta protezione l'Abbazia suddetta, e riconfermava ad essa il possesso delle terre e delle Chiese che ne dipendevano, tra le quali, quella di cui trattiamo, vedesi appunto indicata con le parole « Ecclesia S. Angeli de Crucicula et que habetis in curte ipsius castri».
Questa « curte Crucicule o Crucicli» viene in seguito, durante i secoli XIII e XIV, più volte ricordata anche in Atti di donazioni e vendite stipulati dagli Abbati del Monastero di S. Maria d'Apennino. Ad esempio, con Istrumento del 21 Settembre 1233, l'Abbate Amato, concedeva in enfiteusi una vigna « in curia Gualdi, in villa que dicitur Crociclii» e con altro rogito del 26 Maggio 1270, l 'altro Abbate Jacopo, dava parimenti in enfiteusi un
(1) Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzio in Fabriano: Copia cartacea di pergamena, N°. 9; Introitus ed exìtus, in Fascicoli cartacei del secolo XV - Bibliot. del Seminario di Foligno : Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. VIII. 11, c. 102t-108t.
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terreno posto « in curte Crucicli, in clasura Ugolini Aliocti », confinante con gli altri beni della stessa Chiesa di S. Angelo. (1)
Dopo ciò, troviamo citata quest'ultima l'anno 1333, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che allora pagarono alla Santa Sede il primo semestre di una tassa o decima imposta nel 1332, da Papa Giovanni XXII su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoieto per un determinato numero di anni. La decima, fu riscossa da Delayno de Mutina, Cancelliere e Notare del Vescovo di Nocera, nonché Subcollettore alla dipendenza del Collettore Generale e Tesoriere nel Ducato suddetto, Giovanni Rigaldi, e nei Libri delle Collettorie, il versamento trovasi annotato con le seguenti parole : « [Habui] a rectore ecclesie S. Angeli de Crucicchio 19 sol. 6 den. cort. ». (2)
Quasi mai appare più ricordata, da quell'epoca sino al Cinquecento, nei documenti dei nostri Archivi, nonostante che fosse Chiesa Parrocchiale e quindi di non trascurabile importanza, tanto è vero che, appunto per questa sua qualifica di Parrocchia, riceveva dai Comune di Gualdo una somma a titolo di decima, la quale, nei primi del Cinquecento, era rappresentata da un Bolognino, dieci soldi e sette denari ogni sei mesi. (3)
Nella seconda metà del XVI secolo, trovavasi ridotta in deplorevoli condizioni e minacciava di rovinare tanto che, durante l'anno 1573, il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, addivenne alla fusione della Parrocchia dipendente dalla Chiesa di S. Michele Arcangelo, coll'altra Chiesa Parrocchiale di Crocicchio intitolata a S. Maria, della quale tratteremo qui appresso e il di cui Rettore, ebbe così riunite sotto di sé, ambedue le Parrocchie.
Nel 1608, la Chiesa di S. Michele Arcangelo, era già in parte rovinata, per cui il Vescovo di Nocera, fece pratiche presso gli abitanti del Castello di Crocicchio, affinchè volessero restaurarla e riaprirla al culto; ma questi ultimi, proposero invece di ricostruire la Chiesa Parrocchiale di S. Angelo in altro luogo più vicino, e propriamente su di un Chiesuola chiamata la Cappella della Maestà, che sorgeva attigua alle mura del loro Castello e della quale daremo tra poco notizia. Così, sempre discutendosi sull'opportunità di riedificare la Chiesa nell'uno o nell'altro luogo, nonché sui mezzi finanziari occorrenti e che i Parrocchiani non possedevano, si giunse sino al 1622, nel quale anno la Chiesa stessa era già del tutto crollata. Ma nel 1638, troviamo che la Chiesa di S. Michele Arcangelo era stata finalmente ricostruita, « prope et extra muros castri Crocicchii » e cioè sulla Cappella della Maestà che abbiamo ricordato qui sopra, come appunto volevano i Parrocchiani. Il ripristino delia Chiesa di S. Michele Arcangelo, si era del resto reso necessario, essendo andata in quel tempo completamente in rovina anche la suddetta Chiesa Parrocchiale di
(1) Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzio in Fabriano: Perga mene. N°. 9 (in copia cartacea), N°. 44 e N°. 232.
(2) Arch. Vaticano: Collettorie Tom. 225, c. 38t.
(3) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli . Anno 1506, c. 54.
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S. Maria di Crocicchio, di maniera che la nuova Chiesa di S. Michele Arcangelo, appena compiuta, assunse le funzioni di unico Tempio Parrocchiale, a capo delle due Parrocchie riunite.
In essa dovette inoltre essere trasferito anche il titolo della cessata Chiesa di S. Maria, e questo ci spiega perché negli Atti di Sacre Visite del 1694, 1701 e 1705, la Chiesa di S. Michele Arcangelo venga invece chiamata di S. Maria. Quest'ultima denominazione, potrebbe però anche dipendere dal fatto, che nella Chiesa stessa, oltre l'Altare Maggiore dedicato all'Arcangelo S. Michele, esisteva un Altare intitolato appunto a S. Maria, nel quale poi, stabilì la sua sede una Confraternita del Rosario, per cui fu in seguito chiamato invece Altare del Rosario.
Nel primo Altare eravi infatti una tela raffigurante la Madonna con il Bambino, tra S. Rocco e S. Michele Arcangelo, quest'ultimo in atto di schiacciare con il piede il Demonio. Tale quadro è ancora visibile sulla parete dietro l'Altare Maggiore.
II secondo Altare, posto lateralmente in corna Evangeli, recava invece dipinta a fresco sul muro, l'immagine della Madonna del Rosario, immagine che fu più tardi sostituita con un rozzo dipinto su tavola, raffigurante la Vergine circondata dai soliti quadretti dei Misteri, e recentemente da una statua della Madonna. Assai più tardi, in corna Epistolae, fu poi eretto un terzo Altare dedicato a S. Giuseppe.
Nella Chiesa, appena ricostruita, si cominciò subito a celebrare in tutte le feste di precetto, e gli abitanti del luogo, pensavano a fornire di ogni cosa necessaria, l'Altare Maggiore, salvo i ceri, che si dovevano dare dal Parroco. Al mantenimento dell'Altare del Rosario, si provvedeva con questue, fatte periodicamente da donne. Oltre a ciò, dopo la sua ricostruzione, affluirono alla Chiesa di S. Michele Arcangelo, legati ed offerte. Tal Francesco Grifoni lasciò ad essa trenta fiorini, con l'onere perpetuo di sei Messe all'anno nell'Altare Maggiore, come risulta da un Istrumento rogato il 23 Febbraio 1646, ed altro legato di venticinque fiorini, pure con l'onere di sei Messe, fece anche un suo parente tal Giovan Battista Grifoni. In seguito, venne ridotto il numero di Messe annue relative a questi Legati. (1)
Assai più tardi, il 27 Febbraio 1852, tal Chiara Mariani, lasciò alla Chiesa sei scudi, i di cui frutti dovevano servire per l'acquisto di candele; ed il 6 Agosto 1854, il Parroco Don Francesco Corneli, le donò una casa, con l'onere di quattro Messe annue per l'anima sua. I beni della Chiesa andarono così sempre aumentando, e si ha memoria che nel 1771, la stessa possedeva ventuno terreni, che però, in media, rendevano tra tutti scudi ventuno soltanto.
In quello stesso secolo, già un'angusta e rozza Casa parrocchiale
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro Giacomo Berardi. Anno 1646. c. 38.
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sorgeva contigua alla Chiesa. Quest'ultima poi mancava invece di Sagrestia, conteneva due sepolcri, ed era munita di un Campanile a forma di piccola torre con due campane. Nel 1828, la Casa Parrocchiale fu ampliata e resa decente e nel 1860 si sentì il bisogno di ampliare e rinnovare anche la Chiesa, la quale infatti, sullo stesso posto, fu quasi ricostruita dalle fondamenta. Nel 1922, si aggiunse ad essa anche la Sagrestia che mancava.
LIX. - Chiesa di S. Maria presso il Castello di Crocicchio. Come è stato detto per la precedente Chiesa di S. Michele Arcangelo di Crocicchio, anche questa si ritrova primieramente citata, tra le Chiese che nel 1333, pagarono uno speciale balzello imposto da Papa Giovanni XXII su i beni ecclesiastici, per sopperire ai bisogni della Santa Sede, in quel travagliato e battagliero periodo della sua esistenza. Il pagamento si trova infatti annotato nei modi e nei Registri già indicati per la suddetta Chiesa di S. Michele Arcangelo, con le seguenti parole : « a dompno Berardo solvente pro sua parte ecclesie S. Marie de Crucicchio 28 sol. 3 den. cort.». (1)
In tre Atti del nostro Archivio Notarile, rogati il 22 Novembre 1477, il 25 Luglio 1489 ed il 2 Gennaio 1495, leggiamo poi che questa Chiesa dipendeva, in quel secolo, dall'Abbazia Gualdese di S. Benedetto, alla quale perciò spettava anche il diritto di collazione del corrispondente Beneficio Ecclesiastico. Anzi, con il secondo degli Atti su indicati, l'Abbate Commendatario dell'Abbazia, eleggeva a Rettore della Chiesa di S. Maria il prete Andriano di Maestro Gio vanni, « de partibus Borgognie ». La ritroviamo poco dopo anche in un testamento del 5 Marzo 1497, perché in esso il testatore Andrea di Giovanni di Elemosina, del Castello di Crocicchio, dichiarava di voler essere ivi seppellito, nella Chiesa di S. Maria. Costui, qui noteremo per incidenza, era il suocero del celebre Pittore Gualdese Matteo di Pietro. (2)
Dagli Atti di una Sacra Visita, praticata nella suddetta Chiesa di S. Maria di Crocicchio, l'anno 1573, apprendiamo infine che la stessa era sede di Parrocchia e che in tale anno fu ad essa unita l'altra Chiesa Parrocchiale di Crocicchio intitolata a S. Michele Arcangelo, la quale era completamente diruta, così che le due Parrocchie di quel Castello rimasero allora unificate sotto il Rettore o Parroco di S. Maria. Di tutto ciò, del resto, parlammo anche a proposito della suddetta Chiesa di S. Michele Arcangelo. Ma, come quest'ultima, anche la Chiesa di S. Maria trovavasi in pessime condizioni, anzi, intorno al 1615 già accennava a rovinare. Né doveva essere facile trovare i mezzi per ripararla, poiché abbiamo
(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tom. 225, c. 37t.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499, c. 261 ; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1489 al1490, c . 44t, dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, paginazione II, c. 249, dal al 1495, c . 71.
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notizia che in quell'epoca, le rendite stabili della Chiesa, consistevano soltanto in due salme di frumento e trenta barili di vino in media ogni anno, più la decima che, sin dai primi anni del Cinquecento, ad essa pagava il Comune di Gualdo, consistente in tre bolognini, un soldo e tre denari ogni sei mesi. (1) Nel 1641, la Chiesa era presso che abbandonata e mentre un tempo vi si celebrava ogni giorno festivo, vi si diceva invece allora Messa solo qualche volta nelle feste dedicate alla Vergine, e nel giorno dei Morti, per suffragio dei defunti in essa sepolti. Era stata anche spogliata dei sacri arredi, trasportati nella Chiesa di S. Michele Arcangelo che, ricostruita pochi anni innanzi, aveva ripreso le sue funzioni parrocchiali, assorbendo alla sua volta così la Chiesa come la Parrocchia di S. Maria. Infatti, nel 1670, troviamo quale unico Tempio Parrocchiale di Crocicchio quello suddetto di S. Michele Arcangelo, ex nova ricostruito. In quell'anno, la Chiesa di S. Maria di Crocicchio, era talmente rovinata, che gli abitanti del Castello, chiesero al Vescovo di Nocera il permesso di demolirla completamente. E' però da supporsi, che costui consigliasse invece il restauro della Chiesa, poiché negli Atti della Visita Diocesana dell'anno 1673, si legge che il Vescovo, dopo avere ispezionato in Crocicchio la Chiesa di S. Michele Arcangelo, visitò la cadente e devastata Chiesa di S. Maria, a proposito della quale « mandavit ser vari rescriptum Ill.mi et Rev.mi D. Episcopi, et completa fabricatione, per homines reddi rationem administrationis ». Certo è che non si addivenne ad alcun restauro, e infatti dopo di quell'epoca, né dagli Atti di Sacre Visite, né da altri documenti, più si ha notizia della Chiesa di S. Maria di Crocicchio, la quale dovette restare in breve tempo completamente distrutta, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1772, ordinò che, dove la stessa sorgeva, si erigesse, per ricordo, una Croce.
Oggi, di essa restano appena pochi ruderi sotterranei, a circa trecento metri dalla suddetta Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo, verso ponente. Il luogo viene ancora chiamato Santa Maria. (2)
LX. - Cappella della Maestà presso il Castello di Crocicchio.
Sono sconosciute le sue origini. E' ricordata, per la prima volta, col nome suddetto, negli Atti di una Visita Pastorale compiutavi dal Vescovo di Nocera il 14 Aprile 1573. In questi Atti si afferma che nella Cappella « celebrantur missae tempore pluviarum ». Ispezionata in quello stesso anno, il 29 Ottobre, dal Visitatore Apostolico Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Àscoli, costui trovò la Cappella in pessimo stato, con un cancello di legno in luogo della porta e con un Altare indecente. Vietò perciò di celebrarvi in futuro la Messa, pena la sospensione a divinis per il sacerdote celebrante; ed a garanzia di tale proibizione, ordinò che
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506, e. 54.
(2) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite in Gualdo Tadino dal 1571 al 1673.
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fosse subito demolito l'indecente Altare, dovendosi invece compiere nella Chiesa Parrocchiale di Crocicchio le suddette funzioni religiose, per invocare la pioggia in tempo di siccità o per arrestarla quando troppo a lungo si prolungasse. Il Camagliani vietò inoltre, in quell'occasione, di spendere denari per restaurare la Cappella, poco adatta al culto. Ciò nonostante, nel 1608, essendo la Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo di Crocicchio ridotta quasi in macerie, quei Parrocchiani pensarono di restaurare ed ampliare la Cappella della Maestà, per sostituirla alla Chiesa Parrocchiale suddetta. Dopo quell'anno più non viene ricordata, né dagli Atti di Sacre Visite, né da altri documenti, la Cappella della Maestà. Solo nella relazione di una Visita Pastorale, compiuta nel Castello di Crocicchio, dal Vescovo di Nocera Mons. Florenzi il 18 Maggio 1633, si legge che costui, visitata quivi la Chiesa di S. Maria « perrexit deinde ad Maie statem positatn prope et extra dictum castrum Crucicchi, quae ad praesens construitur, hortatus fuit ad illam quam primum perficien dam ». Questa notizia ci fa pensare, che effettivamente in quell'anno, come volevano i Parrocchiani, dove sorgeva la Cappella della Maestà, venisse ricostruita la scomparsa Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo, della quale già abbiamo trattato. Così si spiegherebbe anche perché, dopo quell'anno, mai più si abbia notizia della Cappella in esame.
LXI. - Chiesa di S. Lorenzo presso il Castello di Crocicchio .
Se ne ha notizia primieramente ìl 4 Agosto 1169 e poi il 6 Maggio 1188, in due Bolle, rispettivamente inviate da Alessandro III e da Clemente III, all'Abbate e Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto in Gualdo. A quest'ultima, con tali Bolle, i due Pontefici confermavano il possesso di molti beni e Chiese e tra queste anche il possesso della Chiesa in esame che, nella prima Bolla è indicata come S. Lorenzo de Cruciacla (Crocicchio) e nella seconda come S. Lorenzo de Collebassano (Colbassano), né queste due discordanze topografiche debbono meravigliarci, poiché la Chiesa, come anche al presente, sorgeva intermedia tra le due su nominate località. Anche nei Registri delle Collettorie Pontificie, con la data 21 Giugno 1333, questa Chiesa figura, con il nome di S. Lorenzo di Colbassano, tra i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, che pagarono alla Santa Sede, la Decima imposta dal Papa Giovanni XXII. Il Pagamento, effettuato con le modalità già indicate per la Chiesa di S. Maria dei Raccomandati, così è infatti indicato nei Registri suddetti : Item [habui] a domino Loi solvente pro Monasterio S. Benedicti de Gualdo et pro S. Laurentii de Corbassano et pro .... 93 lib. 12 solid. Finalmente, in una terza Bolla di Papa Nicolo V, data a Fabriano il 3 Novembre 1449, la nostra Chiesa di S. Lorenzo appare nuovamente riconfermata in
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possesso ai Monaci della stessa Abbazia Gualdese di S. Benedetto. (1)
Poi di questo sacro luogo, più non abbiamo notizie sino al 16 Marzo 1494, con la quale data esiste nel nostro Archivio Notarile, un pubblico istrumento, nel quale si legge, che essendo allora i fratelli Giovan Francesco e Giovan Pietro de Collescipio, Commendatari Perpetui della Chiesa di S. Lorenzo, situata in territorio di Gualdo, nel vocabolo Colbassano, davano in affitto per tre anni la Chiesa stessa, con i terreni e beni ad essa annessi, a tal Bartolomeo di Jacopo, accettante anche a nome di altri suoi fratelli, e ciò per il prezzo annuo di dieci ducati di carlini, equivalenti a quindici fiorini Marchigiani. In un altro Rogito del 2 Decembre 1532, sono nuovamente ricordati i beni di questa Chiesa (res ecclesie S. Laureatij in parochia Crucichij) e finalmente, nel 1571, vi accede per la prima Visita Pastorale, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, il quale, qui noteremo per incidenza, morì poi in Gualdo il 21 Febbraio del 1592. (2)
Dagli Atti della suddetta e di altre susseguenti Visite Diocesane, apprendiamo che la Chiesa di S. Lorenzo, costituiva allora un semplice Beneficio Ecclesiastico nella Parrocchia di Crocicchio e che sorgeva presso il confine del territorio di Gualdo con quello di Gubbio. Come in antico abbiamo visto indicata la Chiesa sia con il nome di S. Lorenzo di Crocicchio, sia con quello di S. Lorenzo di Colbassano, cosi ora, nei suddetti Atti di Sacre Visite, viene in distintamente chiamata quando S. Lorenzo di Sciola, quando S. Lorenzo di Cavallara. Il primo di questi due vocaboli si deve all'omonimo fiumicello che scorre in quei dintorni, non sappiamo invece a che riferire il vocabolo Cavallara, che oggi più non si riscontra in quella regione. Le terre presso la Chiesa, con la relativa casa colonica, appartenevano al Beneficio Ecclesiastico di S. Lorenzo, ed anzi, da un documento del 1593, risulta che queste terre, concesse allora in enfiteusi, rendevano al Beneficiato, quindici scudi all'anno. In un altro documento del 1613, si specifica poi che il loro fruttato, era in media annualmente di trentacinque mine di frumento e venti barili di vino, e da un terzo documento del 1721, apprendiamo infine che i detti terreni erano in quel tempo affittati alla nobile famiglia dei Conti Gabrielli di Gubbio, per diciotto scudi e mezzo all'anno. Con queste rendite si provvedeva ai bisogni della Chiesa ed a mantenervi un Cappellano, che aveva l'onere di celebrarvi Messa ogni mese e di indirvi un Officio di cinque Messe, il 10 Agosto, nel giorno di S. Lorenzo, a cui era dedicato l'unico Altare, su cui esi steva altresì, come al presente, un quadro in tela recante l'immagine di questo Santo. L'Altare stesso, nel principio del corrente secolo, fu ornato da una bella statua in
(1) Arch. Vaticano: Arm. XXXI, Tom. 53, f . 48 - MITTARELLI: Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168 - Arch. Vaticano: Collettorie. Vol, 225. c. 32.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1493 al1496. Quaderno IV, c. 10t ; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c. 220.
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pietra del Santo Titolare, donata dalla famiglia Stangolini, che possedeva il vicino Castello di Baccaresca. Con Decreto Vescovile del 6 Novembre 1815, il Beneficio della Chiesa di S. Lorenzo, fu incorporato, con tutte le sue rendite, nel patrimonio della Parrocchia di S. Michele Arcangelo di Crocicchio, patrimonio che era assai esiguo ed insufficiente. Tale fusione fu possibile, per essere allora la Chiesa di S. Lorenzo priva di Rettore, poco prima deceduto. Il Parroco di Crocicchio, con le rendite del Beneficio, doveva però assumersi anche gli oneri di culto nella Chiesa di S. Lorenzo e destinare metà di queste rendite alla bonifica delle terre Parrocchiali.
Della Chiesa di S. Lorenzo, null'altro possiamo dire se non che era anticamente coperta di volta e munita di campana, e che le sue chiavi venivano tenute una dal Cappellano, l'altra dal colono del l'annesso predio. Attualmente vi si celebra Messa nella festa del Santo titolare ed in occasione della morte di qualche abitante dei dintorni, il di cui cadavere viene trasportato, per i funerali, nella Chiesa stessa.
LXII. - Chiesa di S. Pietro di Crocicchio .
E' Chiesa antichissima oggi scomparsa, che dovette sorgere nei dintorni del Castello di Crocicchio. Ma nulla sappiamo di essa e ce ne è pervenuta la memoria sol perché trovasi menzionata in una Bolla di Papa Alessandro III (4 Agosto 1169) ed in altra di Clemente III (6 Maggio 1188), Bolle già da noi ricordate a proposito della precedente Chiesa, e con le quali veniva confermato il possesso di molte Chiese, di altri beni e di alcuni privilegi, all'Abbazia di S. Benedetto di Gualdo. Tra queste Chiese, nella prima Bolla, trovasi appunto nominata, con altre vicine, una «Ecclesia S. Petri de Cruciacla », e nella seconda una « Ecclesia S. Petri de Crucicle », corrispondenti appunto a quella di cui ci occupiamo. (1)
LXIII. - Chiesa di S. Antonio da Padova in Branca.
Sorge dentro i confini della Parrocchia di Caprara, in vocabolo Branca, lungo la strada che da Gualdo porta a Gubbio. Fu fabbricata l'anno 1800 da Antonio Sforzolini, nobile signore Eugubino, in mezzo ad un suo podere e presso una sua villa e fu dichiarata Chiesa pubblica con Atto del 29 Dicembre 1800, a rogito di Placido Simonetti, Cancelliere e Notare in Nocera, venendo aperta al culto il 1 Febbraio 1801.
Con la costituzione suddetta, la famiglia Sforzolini si obbligava al mantenimento di tutto l'occorrente per tale Chiesa ed alla celebrazione di una Messa nel giorno della festa di S. Antonio da
(1) Arch. Vaticano: Arm. XXXI, Tom. 53, f . 48 - MlTTARELLI: Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168.
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Padova (13 Giugno). Il podere di Branca, con la villa e l'annessa Chiesa di S. Antonio, per via ereditaria, passò poi ad una Monaca della famiglia Sforzolini, vivente nel Monastero di S. Spirito in Gubbio, con l'obbligo di vari oneri e specialmente che fosse conservata, mantenuta ed officiata detta Chiesa che, per di più, gli Sforzolini avevano eletto quale luogo del loro ultimo riposo.
In seguito, nel 1882, il podere e la villa di Branca, furono venduti dalla Monaca suddetta alla famiglia Caiani di Gualdo, ed il 14 Febbraio 1922, anche l'annessa Chiesa di S. Antonio, con istrumento del Notaio Marchetti di Gubbio, fu ceduta in giuspatronato ai Caiani, insieme a tutti gli obblighi ai quali si erano sottomessi i fondatori e restando eziandio Chiesa pubblica.
Questa consiste in un piccolo ma grazioso edificio, fatto a volta e munito al di dietro di Sagrestia, alla quale si accede per una porta a sinistra dell'unico Altare, che è di pietra lavorata, con una croce nel mezzo. Su di esso vi è un quadro rappresentante la Madonna delle Grazie con il Bambino, avente ai lati S. Antonio da Padova, S. Antonio Abbate e.S. Ubaldo Vescovo di Gubbio; è opera dipinta dal suddetto Domenico Sforzolini, che era anche un esimio artista. Sul pavimento della Chiesa, vedesi ancora la tomba dove riposano i resti mortali degli Sforzolini, con una lapide che vi fece apporre un loro parente, Enrico Calai Marioni di Gualdo. Sulla facciata dell'edificio, sopra la porta d'ingresso, trovasi murata un'effigie di S. Ubaldo, in terracotta smaltata, ed una grande lapide che reca incise le seguenti parole: « Sacellum Hoc D. O. M. In Honorem Divi Antonii Patavini Ab Antonio Sforzolini Erectum An. MDCCC I oseph Canonicus Ex Voto In Meliorem Formam Restituit An. MDCCCLXII ».
LXIV. - Chiesa di S. Cristoforo nel villaggio di Caprara.
È Chiesa assai antica, ma non la trovo citata negli antichi documenti, prima del 21 Aprile 1486. Infatti, con tale data, esistono due testamenti, dettati da Giovanna di Jacopuccio da Caprara e da Antonia di Marino alias el sarto, del Castello di Branca, le quali volevano appunto essere sepolte nella suddetta Chiesa di S. Cristoforo, a cui lasciavano altresì rispettivamente due bolognini ed un fiorino pro adconcimine . Del resto nella Chiesa vedonsi ancora alcuni antichi affreschi, che risalgono per certo alla fine del Trecento o al principio del Quattrocento, prova evidente che, almeno in quell'epoca, già esisteva la Chiesa di S. Cristoforo. (1)
Poco dopo, nel 1506, questa riappare tra le Chiese Parrocchiali, alle quali, il Comune di Gualdo, pagava la decima. Risulta infatti che in tale anno, la Chiesa in discorso, ricevette dal Comune sotto questo titolo, per un semestre, la somma di quattro bolognini e nove soldi. (2)
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli. Vol. dal 1473 al 1527, c. 51t e 52.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506, c. 54.
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Dagli Atti di una Sacra Visita, compiutavi dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli il 1 Agosto del 1571, apprendiamo che la stessa, possedeva in quel tempo due Altari, uno intitolato alla Vergine, l'altro a S. Antonio e che dipendeva dalla celebre Abbazia di S. Maria di Val di Ponte o Montelabate, presso Perugia, non solo spiritualmente ma eziandio in temporalibus. Anzi, la nomina del Parroco, spettava all'Abbate di Val di Ponte, dovendo però tale nomina essere poi convalidata dal Vescovo di Nocera. Tale dipendenza della Chiesa dall'Abbazia, si mantenne immutata sino al secolo scorso. Anzi, a tal proposito, ricorderemo che negli ultimi mesi del 1717, si verificò un curioso contrasto di poteri, tra il Vescovo di Nocera Alessandro Borgia e l'Abbate della Badia di Val di Ponte, a causa della Chiesa di S. Cristoforo di Caprara. Il Parroco di questa, Francesco Sillani da Gualdo, temendo le conseguenze di un delitto del quale era accusato dalla Curia Vescovile Nocerina, se ne era fuggito, né voleva riconsegnare le chiavi della sua Chiesa al Sacerdote che, inviato dal Vescovo, era andato a sostituirlo, per cui fu necessario forzare le porte della Chiesa stessa e della Canonica. S'infuriò per tale fatto l'Abbate Commendatario dell'Abbazia suddetta, che era allora il Card. Pietro Ottoboni, Vice-Cancelliere della Romana Chiesa, il quale, con il pretesto di privilegi conferitigli dall'Ordine Gerosolimitano cui era ascritto, inviò nel Castello di Caprara i suoi satelliti, i quali, non contenti di infierire contro l'accusatore del Parroco Sillani, minacciarono anche il Supplente mandato dal Vescovo, che dovette fuggire per evitare maggiori guai, tanto che in quell'anno, forse per l'unica volta durante l'esistenza della Chiesa di S. Cristoforo, non vi si celebrò neppure una Messa. Più tardi, il Sacerdote inviato dal Vescovo a supplire il Sillani ritornò in Caprara, ma i Ministri dell'Abbazia di Val di Ponte, non si diedero vinti per questo e portarono davanti al Governatore della Provincia di Perugia il processo del Sillani, che invece sarebbe spettato unicamente alla Curia Nocerina secondo il parere del Vescovo. Quest'ultimo perciò, nel principio dell'anno seguente, ricorse al Sommo Pontefice, che comandò infatti dovesse essere deferita la Causa alla Curia suddetta, a salvaguardia degli Episcopali diritti. (1)
Poche notizie ci restano di questa antica Chiesa, che pur dovette avere un tempo una certa importanza, sia per la sua qualifica Parrocchiale, sia per il luogo ove sorgeva, cioè il Castello di Caprara, uno dei più forti e popolosi tra gli antichi Castelli Gualdesi. Da queste notizie, tutte riferentisi al Seicento, apprendiamo che in quel secolo, la Chiesa di S. Cristoforo non aveva Fonte Battesimale e che gli infanti, per tale sacramento, erano condotti o nella Chiesa Parrocchiale di S. Pellegrino o in quella di Pieve di Compresseto. Dalle stesse, apprendiamo anche che vi erano sempre due Altari, ma con titoli diversi da quelli che trovammo nel precedente secolo, essendo invece l'Altare Maggiore
(1) A. ALFIERI: La Cronaca della Diocesi Nocerina scritta dal suo Vescovo Alessandro Borgia. Roma 1910. Pag. 27 e 29,
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intitolato a S. Cristoforo e l'altro alla Madonna del Rosario, mantenendosi tali denominazioni anche al presente. Nel primo, si celebrava la Messa ogni giorno festivo e vi s'indiceva un Officio di più Messe nella festa di S. Cristoforo, nel secondo Altare si celebrava invece ogni Sabato.
L'Altare Maggiore, era mantenuto a spese della Confraternita del Sacramento, che vi aveva sede. Vi esisteva, come al presente, un quadro in tela rappresentante la Vergine con S. Cristoforo e S. Giovanni.
L'Altare del Rosario, era mantenuto dalla Confraternita omonima, possedeva un censo di venticinque fiorini e vi affluivano numerose elemosine di fedeli. Su di esso era un quadro in tela, rappresentante la Madonna del Rosario con intorno i quindici Misteri. Questo quadro, vedesi oggi mutilato su di una parete della Chiesa, essendo stato sostituito sull'Altare del Rosario, con una statua della Vergine.
Sappiamo inoltre che, sempre in quel secolo, esisteva una Casa Parrocchiale attigua alla Chiesa e che il Parroco riceveva ogni anno, per suo stipendio, dall'Abbate dell'Abbazia di Val di Ponte, ventiquattro scudi ed il fruttato di un terreno appartenente alla Chiesa, il quale rendeva annualmente circa cinque mine di frumento e trenta barili di vino. Ci è finalmente noto che un Sacerdote, tal Girolamo Nucci, lasciò in quel secolo un legato, in forza del quale i suoi eredi, durante venticinque anni, avrebbero dovuto dare al Parroco una coppa di grano ed un barile di mosto con l'onere, per il Parroco stesso, di alcune Messe da celebrarsi ogni anno nella Chiesa di S. Cristoforo.
Questa, mantiene ancora il suo aspetto antico ed è tutta coperta da volta. Vi esistevano un tempo quattro sepolcri, uno destinato ai sacerdoti, uno per i bambini d'ambo i sessi, uno per gli adulti maschi, uno per le femmine, ed è stata sempre fornita di Sagrestia. Dalla Visita Diocesana del 1718, parrebbe che vi fosse stato ancora, in quel tempo, un Campanile a forma di torre con due campane, certo che oggi non se ne ha più traccia e le due campane vedonsi ora collocate sopra la facciata della Chiesa, entro due piccole arcate.
Questo Tempio, originariamente era tutto coperto da affreschi. Ne restano ancora alcuni sulla sua parete a sinistra di chi entra, i quali rappresentano S. Cristoforo, S. Margherita Regina di Scozia con il Drago, una Madonna con il Bambino e con due Angeli lateralmente al capo, un Santo Vescovo (o S. Facondino, o S. Ubaldo, o S. Rinaldo), ed infine un S. Sebastiano ed un S. Rocco. Il primo e, gli ultimi due Santi, sono quasi certamente opera di Matteo da Gualdo i restanti appartengono ad un ignoto artista della Scuola Eugubina.
LXV. - Chiesa di S. Giovanni nel vocabolo «La Foresta» presso il villaggio di Caprara. Scarse ed incerte notizie abbiamo di questa Chiesa. Sono infatti e le sue origini e la sua storia; ne conosciamo solo la fine. Esistette un tempo, a circa un chilometro dal Castello di Caprara, sulla via che da questo luogo conduce a S Pellegrino, in una località allora
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chiamata La Foresta, oggi Il Boschetto , dove sono ancora visibili i ruderi dell'edificio. Certamente assai antico è questo vocabolo La Foresta presso Caprara. Noi infatti già lo ritroviamo in due sentenze emanate dalla Curia Gualdese, il giorno 8 Luglio 1307 e il 29 Giugno 1325. (1)
La Chiesa in discorso consisteva in un semplice Beneficio Ecclesiastico e, da una Visita Pastorale compiuta in Caprara il 14 Aprile 1573, dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, apprendiamo che in quell'epoca la stessa era già andata completamente in rovina. In conseguenza di ciò, il Vescovo suddetto, ordinò allora all'Abbate della Badia di S. Pietro di Val di Rasina, a cui apparteneva il Beneficio della diruta Chiesa, di erigere sulle sue macerie una Maestà o almeno una Croce, ed istituire nel Tempio Parrocchiale di S. Cristoforo di Caprara, o in altro vicino, un'altare dedicato al Santo Titolare della Chiesa scomparsa. Un tale ordine non venne però mai eseguito, tanto che in seguito, i Vescovi di Nocera, in occasione di altre Sacre Visite compiute in Caprara il 29 Ottobre 1573, il 3 Settembre 1593, l'8 Ottobre 1605 e l'il Luglio 1608, tornarono ad insistere presso i vari Abbati susseguitisi nella Badia di S. Pietro di Val di Rasina, perché ottemperassero alle suddette prescrizioni Vescovili.
LXVI. - Chiesa dell'Assunzione di Maria Vergine nel villaggio di Pieve di Compresseto .
E' Chiesa antichissima, già esistente nell'anno 1130, era anzi in quell'epoca soggetta al Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano, che in seguito, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, il quale Monastero sorgeva sulla collina che, a levante della città di Gubbio, sovrasta il villaggio di Padule, collina dove è tuttora una Chiesa dedicata appunto a S. Bartolomeo di Petrorio. Tre vetuste pergamene, una Vescovile, una Imperiale e la terza Pontificia, ce ne fanno fede. Infatti leggiamo nella prima, datata nell'Ottobre 1130, che Lorenzo Vescovo di Nocera, confermava tra l'altro, a Bonatto, Abbate di S. Donato di Pulpiano, il possesso della Chiesa di S. Maria di Compresseto e cioè « medietatem de plebe sancte Marie Compreseto et alìis vocabulis qui ibidem nuncupantur cum dotis et decimis et primitiis etc. ». Erroneamente, lo Jacobilli, assegna a quest'Atto la data 1131. Troviamo nella seconda pergamena, emanata da Lodi il 13 Novembre 1163, che l'Imperatore Federico I, prendendo sotto la sua protezione il suddetto Monastero di S. Donato, gli confermava altresì il possesso dei suoi beni, tra i quali «medietatem plebis Compresseti», e finalmente apprendiamo dalla terza, data a Roma dal Laterano il 12 Novembre 1191, che Papa Celestino III riceveva sotto la protezione della Sede Apostolica, lo stesso Monastero di S. Donato di Pulpiano, confermandogli il godimento di tutti i suoi
Arch, Vaticano : Collettorie , Vol. 402, c. 37t e seg, 92t e seg.
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diritti sì spirituali che temporali, tra i quali « jus quod habetis in plebe de Compreseto ». Questi documenti, sono inoltre interessanti perché ci dimostrano che, anche in quell'epoca remota, la Chiesa di cui trattiamo trovavasi allo stato di Pievania, esercitava cioè funzioni Parrocchiali. Ci risulta eziandio, che fin dalle sue origini, fu fornita di Fonte Battesimale. Ai documenti sopra ricordati, segue un lungo periodo di oscurità, sino al 27 Marzo 1309. Con tale data, la Pievania ricompare in una lettera che il Duca di Spoleto inviava, a nome del Pontefice, ad alcuni Rettori di Chiese circostanti al Castello di Poggio S. Ercolano, e tra essi infatti anche a Temuto, Rettore della Pieve di Compresseto. Costui, unitamente ai suoi colleghi, avrebbe dovuto ordinare a tutti i sudditi del Pontefice che abitavano nel Castello suddetto, di abbandonarlo immediatamente, essendo stato lo stesso costruito e detenuto abusivamente dai Perugini nel territorio della S. Sede. (1)
Una nuova notizia l'abbiamo con l'anno 1333. In tale anno, a favore della Chiesa di S. Maria di Compresseto, si rilasciò quietanza per il pagamento che aveva fatto della prima rata della decima imposta l'anno precedente da Papa Giovanni XXII, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto per i bisogni della Santa Sede. Come già abbiamo notato per altre Chiese Gualdesi che effettuarono tale pagamento, anche per questa lo stesso fu eseguito in mano del Sub collettore Pontificio Delayno de Mutina, Notaio del Vescovo di Nocera e rappresentante del Collettore Generale del Ducato Spoletino Giovanni Rigaldi, il 24 Giugno 1333. Così infatti trovasi annotato nei suoi Registri l'avvenuto pagamento: «...ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis . . . solvente pro plebe S. Marie de Compresseto et pro parte domini Juliani, 29 solidos », e più innanzi, con la stessa data, «... a domino Criscio solvente pro sua parte plebis de Compreseto, 28 solidos ». (2)
Dopo ciò, sopravviene di nuovo un lungo periodo di silenzio e di oblio a proposito della Pieve di Compresseto, che ricompare nei nostri documenti d'Archivio in un testamento del 29 Giugno 1506, con il quale il testatore Antonio di Tommaso di Maselo da Pieve di Compresseto, lasciava, tra l'altro, un fiorino per far dipingere una Madonna con il Bambino in grembo, nella Chiesa di cui trattiamo. (3)
In seguito, il 10 Novembre 1573, vi pervenne il Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, inviato dal Pontefice per compiere una Visita Apostolica nella Diocesi di Nocera. Anzi, dagli Atti di questa
(1) Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali dal 1308 al 1309. c. I52t e seg. - P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200 (In Archìvio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Foligno 1915. Vol. II , Fasc. I e III , Pag. 251, 347, 452 - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III , Pag. 312; Di Nocera nell'Umbria e sua Diocesi. Pag. 73.
(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 37t e 38t.
(3) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1505 al 1506. Paginazione I, c. 327.
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Sacra Visita, apprendiamo che la Parrocchia fruttava al Pievano, in quell'epoca, circa dodici salme di frumento ogni anno; nel 1655, le rendite Parrocchiali annue, erano invece in media di trenta mine di grano e quattordici barili di vino, senza contare la porzione che percepiva il colono, e nel 1717, dette rendite sommavano, presso a poco, a quaranta scudi incluse le decime.
Sino a tutto il Cinquecento, esistettero nella Chiesa tre Altari compreso quello Maggiore e quattro Altari dal principio del Seicento in poi, intitolati e disposti come nei due quadri seguenti:
Sino alla fine del XVI secolo |
Dall'inizio del XVII alla fine del XIX secolo - |
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Altare Maggiore |
Altare Maggiore |
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| A. di S. M. delle Grazie poi denominato di S.Lucia |
A. di S. Antonio Abbate |
A. del Rosario |
A. di S. Antonio Abbate |
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A. del Crocifisso |
A. di S. Macario |
L'Altare Maggiore, nel Settecento, era ornato da un dipinto raffigurante l'Assunzione di Maria Vergine. Il Pievano vi celebrava Messa tutti i giorni festivi, però nel XVII secolo, per la ricorrenza di alcune feste e cioè la Natività della Vergine, S. Pietro, S. Lorenzo, S. Giovanni, era tenuto a dire invece la Messa in una delle altre Chiese esistenti nella Parrocchia. Oltre a ciò lo stesso Pievano, per effetto di antichi Legati, aveva numerosi oneri di Messe sull'Altare Maggiore.
Doveva infatti celebrarvi ogni anno, ventiquattro Messe in giorni feriali, per l'anima di Francesca di Giorgio da Compresseto, che per tale scopo aveva lasciato alla Chiesa alcune terre in vocabolo Campo di Borecchie, con le rendite delle quali il Pievano doveva altresì provvedere l'olio per la lampada che ardeva in permanenza davanti al Sacramento; tre Messe in suffragio di Tommasa di Giuseppe Olivieri, che lasciò un censo di venticinque fiorini; dieci Messe per l'anima di Domenico di Ambrogio; cinque per quella della di lui cognata Piera e cinque per quella della sua fantesca Marina; trentasei per tal Giuseppe Venarucci; sei Messe infine a pro d'ignota benefattrice defunta, le quali ultime però, il Parroco poteva celebrare anche in altri altari della Chiesa a suo piacimento. Sull'Altare Maggiore inoltre aveva sede la Confraternita del Sacramento di Pieve di Compresseto, che lo provvedeva del necessario e vi esplicava numerosi divini Offici, dei quali tratteremo nel Capitolo riferentesi alla stessa Confraternita.
L'Altare di S. Maria delle Grazie, sorgeva in cornu Evangelio nel 1583 figura come appartenente a tal Filippo d'Eusepio. In quel l'anno, era ridotto in cosi indecente stato, che il Vescovo di Nocera minacciò una multa di dieci scudi al suo proprietario, se entro sei mesi non provvedeva al necessario, a meno che, prima di quest'epoca, non avesse voluto rinunciare a tale proprietà, nel qual caso il Parroco avrebbe potuto o demolirlo o concederlo ad altra famiglia.
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Forse dovette avverarsi quest'ultimo caso, poiché nel 1597 lo troviamo dedicato non più alla Madonna delle Grazie, ma bensì a S. Lucia. L'anno 1609, l'Altare in discorso passò poi in proprietà della Confraternita del Rosario di Pieve di Compresseto, che le diede il proprio nome, vi stabili la propria sede, vi collocò un quadro in tela rappresentante la Madonna del Rosario con i quindici Misteri e se ne assunse l'onere del mantenimento. Su questo Altare del Rosario, la Confraternita omonima faceva celebrare, durante l'anno, numerose Messe e funzioni religiose che indicheremo quando si tratterà della Confraternita stessa.
L'Altare del Crocefisso, fu eretto circa l'anno 1605, mediante elargizioni fatte da pie persone del Castello di Pieve di Compresseto. Era fornito di un quadro su tela raffigurante il Salvatore in atto di esibire il Sacro Cuore e circondato da Angeli. Nel 1641, lo vediamo mantenuto dal Capitano Amadino Raspanti, nel 1658 dai suoi eredi, nel 1691 appare come spettante alla Pievania, dal principio del Settecento in poi appartenne invece alla Confraternita del Sacramento, che ne curava la manutenzione, ne nominava il Cappellano e vi faceva celebrare tre Messe per settimana. La famiglia Raspanti, vi aveva istituito una Cappellania, con l'onere di alcune Messe ogni anno, da esplicarsi dal Pievano della Chiesa e con la mercede di uno scudo. Una seconda Cappellania perpetua era stata fondata in questo Altare, da tal Sante di Ercolano, dotandola con un Podere in vocabolo Micciano e ciò mediante testamento rogato il 6 Gennaio 1615 dal Notaio di Casacastalda Ettore Marini. Il relativo Cappellano, da nominarsi dalla Confraternita del Sacramento, aveva l'onere di mantenere l'Altare, di celebrarvi tre Messe ogni settimana, nonché d'insegnare i rudimenti della Grammatica e della Dottrina Cristiana, ai giovanetti del luogo. Inoltre, questo stesso Cappellano, per Legato testamentario di venticinque scudi, fatto dal Sacerdote Vincenzo Olivieri, come, da rogito del Notaio Pietro Lorenzo Draghetti, avrebbe dovuto celebrare altre tre Messe ogni anno, ma non nell'Altare del Crocefisso bensì in quello Maggiore. Successivamente, una terza Cappellania si istituì nell'Altare del Crocifisso, per volontà di tal Camilla di Sante di Ercolano, quasi certamente figlia del precedente omonimo. Costei lasciò infatti venti scudi all'Altare con l'onere di dieci Messe ogni anno. Una quarta Cappellania, eresse sullo stesso Altare, Andrea Mattioli di Pieve di Compresseto, con testamento rogato in Roma dal Notare Remolo Saraceni nel Settembre del 1709 e con la dotazione, tra l'altro, di venti Luoghi di Monte. Il Mattioli, volle inoltre che di questa Cappellania dovesse avere il giuspatronato, la famiglia Mattioli di Gualdo, la quale avrebbe nominato il Cappellano, con l'onere di una Messa ogni giorno festivo all'aurora, nonché l'obbligo dell'insegnamento dei primi elementi della Grammatica e della Dottrina Cristiana ai ragazzi di Pieve di Compresseto. Finalmente ricorderemo, che sull'Altare del Crocefisso si dicevano ogni anno dieci Messe, per Legato di tal Peria di Lorenzo, con la mercede di due scudi, frutto di censi; sei Messe per Legato di certo Tommaso
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ed altre Messe per l'anima di tal Gervasia, questi due ultimi non meglio qualificati. L'Altare di S. Antonio Abbate, nel 1583 figura come appartenente alla famiglia di un Sante di Ercolano, che forse va identificato con l'omonimo più volte ricordato nella descrizione del precedente Altare. L'Altare di S. Antonio trovavasi allora in assai tristi condizioni e per esso il Vescovo di Nocera emise ordini identici a quelli che, nello stesso anno 1583, vedemmo emanati per il su citato Altare di S. Maria delle Grazie. Lo troviamo poi in seguito come spettante alla Pievania, che pensava a mantenerlo e provvederlo del necessario, né vi erano allora oneri per celebrazione di divini Offici e solo vi si diceva Messa talvolta, a spese e per incarico di qualche abitante del luogo. Però, l'anno 1638, mediante rogito del Notaio Gualdese Pier Giacomo Berardi, in data 27 Settembre 1642, il su ricordato Sacerdote Don Vincenzo Olivieri, istituì in questo Altare una Cappellania con ventiquattro scudi di rendita, con l'onere del l'insegnamento scolastico ai ragazzi del Castello, del mantenimento dell'altare e della celebrazione su di esso di due Messe ogni settimana, le quali, con Decreto della Sacra Congregazione dei Concili del 18 Novembre 1747 e del Vescovo di Nocera del 27 Aprile 1748, furono ridotte a cinquantotto in tutto ogni anno. Tale Cappellania importava anche l'obbligo di un Officio nella festa di S. Martino ed altro in quella di S. Giuseppe. Lo stesso Sacerdote Olivieri, l'anno 1643, fece dipingere per questo Altare un grande quadro in tela rappresentante la Madonna, la SS. Trinità, S. Michele Arcangelo, l'Angelo Custode conducente per mano un Bambino, S. Giuseppe, S. Martino Vescovo, S. Antonio Abbate, S. Antonio da Padova, più la figura del Committente in atto di preghiera. Vi fu posta anche un'urna che conteneva una piccola parte delle ossa del Beato Marzio, nativo del Castello di Pieve di Compresseto, trasportatevi dalla Chiesa Gualdese dove quel Beato era allora sepolto. Oggi, quest'urna, trovasi invece collocata sotto la mensa dell'Altare Maggiore. Il giuspatronato della Cappellania Olivieri nell'Altare di S. Antonio, dopo la morte del Fondatore passò ai suoi eredi, cioè alla famiglia Alessandri ed alla famiglia Bentivogli, quest'ultima di Fossato di Vico, le quali lo possedevano nel 1670 e ancora nel 1691, ma poi nel 1718, come pure nel 1746, lo troviamo di spettanza della famiglia Sensi e nel 1772 della famiglia Draghetti.
L'Altare di S. Macario, fu eretto ex voto tra il 1610 e il 1633, dalla Comunità di Pieve di Compresseto, che ha per patrono appunto questo Santo. Rimase poi sempre sotto il giuspatronato della Comunità stessa, che vi fece collocare un quadro in tela raffigurante la Madonna delle Cinturate, con il Santo titolare ed il Comprotettore di Pieve di Compresseto, cioè S. Carlo Borromeo. La Comunità aveva poi cura dell'Altare stesso, provvedendolo di tutto il necessario. Vi faceva inoltre celebrare un Officio di più Messe il giorno 2 di Maggio festa di S. Macario, e queste Messe, nel Seicento, erano compensate con la mercede di due carlini, per ogni Sacerdote celebrante. Vi faceva anche dire una Messa il I Gennaio, festa della Circoncisione di Gesù Cristo, incaricandone il
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Pievano, per ciò pagato con un giulio. Vi si celebrava altresì nella festa di S. Attanasio. Un abitante del luogo, tale Ubaldo di Bartolomeo, con codicillo testamentario, rogato il 26 Dicembre 1656 da Pietro Angelo Thiani, allora Pievano di Compresseto, lasciò un Legato di sette scudi e mezzo, incaricando la Comunità di Pieve di far celebrare nell'Altare di S. Macario una Messa annua e ciò per trenta anni. A proposito della Comunità di Pieve di Compresseto, ricorderemo anche che la stessa pagava ogni anno alla Chiesa, un Canone di dieci scudi per far venire il Predicatore Quaresimale, più due scudi, per fornirla di legna da ardere ed olio.
La vecchia Chiesa, abbastanza ampia, divisa in due navate, sostenute da pilastri e coperta con travatura, era sfornita di Sagrestia ed aveva una piccola Loggia campanaria con due campane. Adiacente era la Casa Parrocchiale ed il Cimitero ricinto da mura. Però anche nella Chiesa, come si usava in passato, si seppellivano i morti del Castello, e la stessa, nella seconda metà del Settecento, era infatti fornita di dodici sepolcri, tra i quali uno speciale per i Sacerdoti, uno per i bambini, ed uno per i Confratelli della Compagnia del Sacramento; dei restanti, parte servivano per gli adulti di sesso maschile e parte per quelli di sesso femminile. Oggi, di questi Sepolcri, tre soltanto mostrano la loro apertura sul nuovo pavimento della Chiesa. Nel 1877 la vecchia Chiesa fu quasi completamente ricostruita con un Campanile ed una Sagrestia, e nel 1914, contigua ad essa, sorse anche una bella Casa Parrocchiale. L'interno del tempio, fu tutto dipinto dal 1910 al 1919, per opera del Pittore Alessandro Bianchini di Perugia.
La Chiesa, così rinnovata, fu fornita di tre soli Altari : Quello Maggiore, l'Altare del Rosario in cornu Evangeli, e quello del Sacro Cuore di Gesù in cornu Epistolae. Quest'ultimo è di nuova intitolazione e sono perciò scomparsi i su ricordati Altari del Crocifisso, di S. Antonio Abbate e di S. Macario.
L'Altare Maggiore, possiede oggi le spoglie del soppresso Altare di S. Antonio Abbate, e cioè il grande quadro che per questo aveva fatto dipingere il Sacerdote Olivieri, nonché l'urna contenente alcune ossa del Beato Marzio ed altre reliquie di Santi aggiuntevi nel 1915. L'Altare del Sacro Cuore di Gesù, ha ereditato il quadro che vedemmo già esistere nel demolito Altare del Crocefisso, anzi, dal soggetto di questo quadro, ha assunto l'attuale suo nome. Il vecchio Altare del Rosario, rimasto nella Chiesa, ha mantenuto il suo primitivo quadro. E finalmente, il dipinto che ornava l'Altare di S. Macario, restato senza sede, trovasi al presente appeso su di una Parete nell'interno della Chiesa.
Questa non possiede oggi di opere d'arte che una pregevole e bella Croce Processionale Quattrocentesca, in rame dorato, tutta lavorata a sbalzo e a cesello, la quale porta nel centro e nelle testate, sulle due facce, le solite figure e cioè il Crocifisso, gli Evangelisti, i Simboli Evangelici, etc. La vecchia Chiesa, era però in gran parte ricoperta di antichi e pregevoli affreschi, che
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disgraziatamente andarono perduti per effetto della su ricordata ricostruzione. Uno di questi dipinti è ancora visibile a traverso un piccolo spiraglio appositamente praticato su di una moderna parete, che nella nuova costruzione si è dovuta sovrapporre a quella vecchia su cui esisteva il dipinto stesso. Specialmente vandalica e deplorevole, fu la distruzione di un grande affresco di Matteo da Gualdo, che ammiravasi sulla demolita parete absidale, affresco che da noi viene descritto nel Capitolo dedicato alla vita ed alle opere di questo geniale pittore e del quale fortunatamente ci è rimasta la riproduzione fotografica. L'officiatura della Chiesa dell'Annunciazione di Maria Vergine in Pieve di Compresseto è più complessa di quella abitualmente spettante alle ordinarie Chiese Parrocchiali, è anzi presso che simile all'officiatura delle Collegiate, tanto che un tempo vi esisteva anche un Parroco coadiutore.
LXVII. - Chiesa di S. Maria delle Cinturate presso il villaggio di Pieve di Compresseto.
E' ricordata, per la prima volta, in occasione di una Visita Diocesana eseguitavi dal Vescovo di Nocera il 29 Aprile 1728 e dovette sorgere appunto in quel tempo o poco prima, poiché mai trovasi della stessa alcun accenno negli Atti delle precedenti Sacre Visite.
Assai angusta, è munita di Campana, sorge ancora presso il Castello di Pieve di Compresseto, con un unico Altare che sulla retrostante parete recava originariamente un dipinto rappresentante la Vergine con S. Rocco e S. Nicolo da Tolentino, poi sostituito da alcune brutte e rozze figure e cioè la Vergine con il Putto, tra S. Agostino e S. Monica, che vi sono tuttora.
In essa aveva la propria sede la Confraternità di S. Maria delle Cinturate, istituita in Pieve di Compresseto, la quale vi esercitava i suoi oneri di culto, come indicheremo nel Capitolo in cui si darà notizia della Confraternita stessa.
La Chiesa è officiata durante il Mese Mariano ed in qualsiasi epoca a richiesta ed a spese di qualche devoto e vi si fa festa in un giorno Domenicale, tra il Settembre e l'Ottobre, ogni anno. Ma attualmente questo sacro edificio è pericolante.
LXVIII. - Chiesa della Concezione di Maria Vergine presso il villaggio di Pieve di Compresseto.
Fu fabbricata nel 1555, mediante elargizioni di pie persone del luogo, per iniziativa della Confraternita della Concezione di Pieve di Compresseto e restò poi sempre proprietà di quest'ultima e, in seguito, anche della Confraternita del Sacramento, che con la consorella si fuse poco dopo il 1583. Per la sua origine, questa Chiesa fu comunemente anche chiamata Oratorio oppure Madonna
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della Confraternita. Sul suo Altare, era venerata una statuetta rappresentante la Madonna della Concezione, oggi conservata nella sede Parrocchiale. Sin dai primi tempi della sua esistenza, non dovette essere mai tenuta in maniera decorosa, tanto è vero che nel 1573, nel 1605, nel 1679 e nel 1683, il Vescovo di Nocera proibì di celebrarvi la Messa, sino a che non fosse stato provveduto a molteplici inconvenienti e minacciò di multe le Confraternite che erano obbligate al mantenimento della Chiesa, quante volte tardassero a provvedere. Basti dire che, per la celebrazione dei divini Offici, vi si dovevano trasportare dalla Chiesa Parrocchiale gli arredi a ciò necessari. Ma finalmente, nel 1721, la troviamo restaurata e fornita del necessario.
Era officiata, qualche volta, durante l'anno, per devozione di singoli abitanti di Pieve di Compresseto ed oltre a ciò le Confraternite su indicate, vi facevano, per conto proprio, regolarmente dire Messa in occasione della festa della Concezione e nel Venerdì seguente alla festa del Corpus Domini. La prima Domenica d'ogni mese, a questa Chiesa accedeva processionalmente la Confraternita del Rosario esistente in Pieve di Compresseto e, per solito, muovendo da questo Castello, vi si dirigevano anche, come a mèta finale, anche tutte le altre processioni che durante l'anno erano indette in tale luogo.
Questa Chiesa oggi più non esiste, né recente deve essere la sua scomparsa, poiché neppure i più vecchi del luogo sanno indicare, con precisione, la località ove sorgeva.
LXIX. - Chiesa di S. Lucia in Pieve di Compresseto.
Di questa Chiesa ci restano solo due brevi notizie: Ho rinvenuto la prima nei Registri del Ducato di Spoleto, conservati nell'Archivio Segreto Vaticano, fra le Carte della Camera Apostolica, dove con la data 10 Luglio 1324, veniva annotato un pagamento di novanta fiorini d'oro, effettuato da Pietro di Bartoluccio da Cannara, per conto di Giovanni di Cola Boniscagni, mercante di Perugia e dei suoi soci, il quale pagamento si effettuava in forza di un compromesso che costoro avevano già stipulato con l'Abbate e Monaci del Monastero di S. Pietro di Val di Rasina, con il Rettore della Chiesa di S. Maria di Frecco, e con il prete Ciono, indicato appunto come Rettore della Chiesa di S. Lucia di Compresseto.
La seconda notizia l'ho trovata in un pubblico Istrumento del nostro Archivio Notarile. In tale Istrumento, con la data 20 Ottobre 1503, leggesi che Anastasio di Costantino da Gualdo, Abbate del su ricordato Monastero di S. Pietro di Val di Rasina, concedeva per tre anni, a Benedetto di Domenico del Castello di Pieve di Compresseto, la lavorazione ad coptimum, di quattro campi appartenenti alla Chiesa di S. Lucia del suddetto Castello, la quale era a sua volta membro del Monastero di S. Pietro di Val di Rasina. Dallo stesso Atto si apprende inoltre, che i quattro terreni si trovavano nei dintorni di Pieve Compresseto, in vocabolo Paglie e
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che per essi l'affittuario Benedetto di Domenico, avrebbe dovuto dare ogni anno al Monastero di S. Pietro, tre mine di grano, una mina di spelta, più una cesta di carni suine salate, negli anni in cui, per l'abbondanza delle ghiande, i maiali si sarebbero potuti bene ed abbondantemente nutrire. Null'altro sappiamo, cosa invero assai strana, di questa Chiesa, la quale dovette andare in rovina al più tardi poco dopo la metà del Cinquecento, poiché di essa non trovasi traccia neppure negli Atti di Sacre Visite della Diocesi di Nocera, i quali hanno appunto regolarmente inizio con l'anno 1571. (1)
LXX. - Chiesa della Visitazione di Maria Vergine a S. Elisabetta in Coldorto.
Nella seconda metà del Cinquecento, annesso al Castello di Coldorto, nel territorio di Pieve di Compresseto, esisteva un'Oratorio, diruto, senza Titolo e senza rendite. Di esso solo sappiamo che, sopra la porta d'ingresso, si vedeva ancora in quell'epoca, scolpita su pietra, una Croce con la data 1448 ed una sacra immagine dipinta nell'interno, su una delle muraglie restate in piedi.
1 fratelli Giulio e Polidoro Gradini di Perugia, che possedevano dei beni in Coldorto, avevano divisato di ricostruire e dotare a proprie spese quel diruto Oratorio, ma essendo poi morto il primo di essi, che era Uditore di Rota, la ricostruzione non ebbe più luogo. Il 12 Novembre 1573, essendosi recato in Coldorto il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, gli abitanti del luogo si lamentarono con lui di doversi recare, per assistere ai Divini Offici, sino alla lontana Chiesa Parrocchiale di Pieve di Compresseto ed allora il Camagliani invitò il superstite Polidoro Gradini, a porre mano alla progettata ricostruzione. Anzi, siccome attiguo al crollato Oratorio esisteva un piccolo fabbricato, anch'esso semidiruto, appartenente al Perugino Ermanno di Nicolo, lo stesso Visitatore Apostolico, impose a quest'ultimo di venderlo all'Oradini per un prezzo fissato da due arbitri, dovendo tale fabbricato servire per l'ampliamento del ricostruendo Oratorio. Ma poco dopo, moriva anche il Polidoro Gradini, che però, nel suo testamento, lasciava una somma da destinarsi alla riedificazione della Chiesuola in esame e nominava altresì il Vescovo di Perugia, quale suo esecutore testamentario, per quanto si riferiva a tale affare. Ma nonostante le vive e ripetute sollecitazioni dell'Autorità Ecclesiastica, gli eredi dei fratelli Gradini, non ottemperarono mai al suddetto Legato testamentario e la ricostruzione dell'Oratorio, potè avere effetto solo assai più tardi, quando il Castello di Coldorto, con le terre circostanti, passò in proprietà della nobile famiglia Armanni pure di Perugia. Infatti, nel 1618, i fratelli
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1501 al 1504. Paginazione III, c. 227 - L. FUMI: I Registri del Ducato di Spoleto in « Bollettino della R 3 -. Deputazione di Storia Patria per l'Umbria » Perugia 1899- Vol. V, pag. 160.
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Giovan Maria, Nicolo e Francesco Armanni, chiesero al Vescovo di Nocera il permesso di riedificare, a proprie spese, l'antica e diruta Chiesuola venuta in loro possesso ed il Vescovo diede subito il suo assentimento, con la condizione che il sacro luogo fosse sotto il titolo della Natività di Maria Vergine, che gli Armanni dovessero anche fornirlo di tutto il necessario per il culto e fossero tenuti in futuro a mantenerlo in buono stato, trasmettendo agli eredi quest'obbligo.
Risorse così finalmente, in breve tempo, l'antico Oratorio di Coldorto e sul suo Altare fu collocato un quadro in tela rappresentante la Visita di Maria Vergine a S. Elisabetta ed è per questo che la Chiesuola, fu più spesso intitolata alla Visitazione che non alla Natività di Maria Vergine, come aveva disposto il Vescovo Nocerino. Del resto, tanto nell'una come nell'altra di queste due feste dedicate alla Madonna, vi si celebrava un Officio di più Messe per conto dei Patroni del luogo. Le famiglie circostanti vi facevano inoltre dir Messa, per proprio conto, nella festa di S. Ubaldo e spesso durante l'anno, ex devotione.
Nel Settecento, la Chiesa fu ordinariamente intitolata a S. Elisabetta, cioè alla Santa Sposa di Zaccaria visitata dalla Vergine. Sino al 1670 rimase proprietà degli Armanni e nel 1679 vediamo che, con il Castello in cui trovavasi incorporata e con le terre circostanti, era passata alla famiglia Fabiani di Gubbio la quale, assumendone gli oneri su descritti, la tenne fino a quando, dai Fabiani, per via dotale, con i beni annessi, pervenne alla famiglia dei Marchesi Benveduti anch'essi di Gubbio. Andò poi finalmente in possesso del Principe Carlo Torlonia l'anno 1926.
La Chieserta, oggi tutta racchiusa nel fabbricato del Castello di Coldorto e situata in fondo al grande cortile interno, subì importanti restauri nel 1919. L'antico quadro più non vi esiste e sta al suo posto una tela Seicentesca rappresentante la Madonna con il Bambino ed alcuni Angeli. È officiata una volta all'anno, senza data fissa, ma per solito all'inizio dell'estate.
LXXI. - Chiesa di S. Lorenzo del Vigneto presso Coldorto.
Era già eretta nel XVI secolo, essendo stata visitata il 14 Aprile 1573 dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, durante una sua Visita Diocesana. Sorgeva nel vocabolo Vigneto, luogo aspro e deserto presso il Castello di Coldorto, nel territorio di Pieve di Compresseto e costituiva un semplice Beneficio Ecclesiastico, libero da collazione, con l'onere di un Officio di più Messe nel giorno di S. Lorenzo. Queste Messe erano pagate dal Rettore della Chiesa con le rendite del Beneficio, le quali ascendevano a circa venti scudi all'anno e provenivano da alcuni circostanti terreni con casa colonica, appar tenenti alla Chiesa e che si davano in affitto. In occasione della festa di S. Lorenzo, lo stesso Rettore offriva ai Sacerdoti intervenuti un pranzo nella suddetta casa colonica e distribuiva elemosine ai poveri.
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La Chiesa, già sin dalla seconda metà del Cinquecento, trovavasi in pessime condizioni, tanto che le Autorità Ecclesiastiche, nel 1573, nel 1583 e nel 1589, ne imposero il restauro, minacciando diversamente il sequestro delle rendite del Beneficio e forti multe al Rettore Beneficiano. Sull'unico Altare, dedicato a S. Lorenzo, esisteva allora una statua della Vergine così grottesca, che il Visitatore Apostolico Mons. Camagliani, nel 1573, ne proibiva l'esposizione al culto. Nel 1593, durante il mese di Aprile, un terremoto apportò a quell'edificio più vasti e notevoli danneggiamenti, ed allora, dietro nuove insistenze e minacce del Vescovo Nocerino, si pensò finalmente ai restauri, che ci consta essere già stati compiuti nel 1596. Ma restò per poco tempo in buono stato, poiché poco dopo, nel 1605, vediamo rinnovarsi gli ordini Vescovili, per fornire la Chiesa del necessario, essendo di tutto mancante e per apportarle ancora nuovi restauri perché cadente, ordini che si ripeterono nel 1610, 1638, 1670, 1683, con le solite e a quel che pare inutili minacce di sequestro di rendite e multe a carico del Beneficiario. Anzi nel 1691, il Vescovo di Nocera ordinò addirittura di demolire la Chiesa, perché divenuta indecente, e di trasferire il Titolo, Beneficio ed oneri, in quella Parrocchiale di Casacastalda, ma neppure questo radicale provvedimento ebbe attuazione.
In seguito, a poco a poco, la Chiesa andò da sé completamente in rovina ed oggi non si vedono della stessa che pochi ruderi e non si ha altra memoria, fuorché il nome di S. Lorenzo restato a quella località.
LXXII. - Chiesa di S. Paolo Apostolo in Patrignone.
Troviamo ricordato per la prima volta, il vocabolo « Patrignone » in un Atto del 16 Decembre 1286, con il quale Jacopo, Abbate dell'oggi diruto Monastero di S. Maria di Apennino (un tempo sorgente là dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico) concedeva in enfiteusi alcune terre, dal Monastero stesso possedute nel distretto di Gualdo « in villa Patrignoni». Però in tale Atto, non si fa cenno della Chiesa di S. Paolo di Patrignone, che vediamo invece primieramente ricordata nel 1309. In quest'anno infatti, il 27 di Marzo, il Duca di Spoleto, per una grave vertenza che aveva con il Comune di Perugia circa il possesso del Castello di Poggio S. Ercolano, inviava per conto della S. Sede, una lettera ai Rettori delle Chiese circostanti al Castello suddetto, affinchè trasmettessero un ordine ad alcuni abitanti di Poggio S. Ercolano dichiarati ribelli dal Papa, e detta lettera infatti appare anche diretta, tra gli altri, a Jacopo, Rettore della nostra Chiesa di S. Paolo di Patrignone.
La troviamo poi una seconda volta annotata tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333 versarono alla S. Sede la prima rata della decima imposta l'anno precedente da Papa Giovanni XXII, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per rimpinguare l'esausto tesoro Pontificio. Come è stato già detto anche per varie altre Chiese del territorio Gualdese, tale decima fu
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499 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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riscossa dal più volte citato Cancelliere e Vescovo di Nocera Delayno de Mutina, che funzionava quale Subcollettore nella Diocesi Nocerina, per conto del Tesoriere Generale del Ducato suddetto Giovanni Rigaldi. Nei Registri del De Mutina, così trovasi anzi annotato il pagamento in discorso: « .... die 24 mensis Junii [habui] a dompno Angelo solvente pro ecclesia S. Pauli de Patregnano, 4 sol. 10 den. cort.».(1) Sin dall'antico consisteva in un semplice Beneficio Ecclesiastico, ricco di terre e membro dell'Abbazia di S. Pietro di Val di Rasina, ma ben presto la Chiesa, ignoriamo per quali cause, dovette andare in rovina, tanto è vero che il 10 Novembre 1573, il Vescovo di Ascoli Mons. Camagliani, inviato nella nostra Diocesi quale Visitatore Apostolico, non fece altro che constatare essersi la Chiesa ridotta un cumulo di macerie, ed ordinare che su queste fosse eretta una Croce per ricordo del sacro luogo e che il relativo Titolo, con i benefici ed oneri dipendenti, venisse trasferito in un Altare della suddetta Chiesa Abbaziale di S. Pietro di Val di Rasina. Ma, nella fine del Seicento, certo poco prima del 1691, la Chiesa di S. Paolo fu ricostruita dal Sacerdote Giuseppe Bocchini, nativo di Pieve di Compressero, e che fu Pievano di Fossato di Vico dal 1654 al 1694. Costui ne assunse il giuspatronato, trasmissibile ai suoi eredi e, dopo averla fornita di tutto il necessario, vi istituì una Cappellata, dotando quest' ultima con un predio e casa colonica posta in vocabolo Giugiano, nello stesso territorio di Pieve di Compresseto. Il Bocchini stabilì inoltre, che tale Cappellania doveva essere esercitata da preti appartenenti alla famiglia Bruschi di Fossato di Vico e che in mancanza di questi, il Cappellano doveva essere eletto, in via interinale, dalla Compagnia dei Preti esistente nel paese suddetto.
Vi si celebravano due Messe nel giorno della Conversione di S. Paolo ed un Officio di più Messe nella festa dello stesso Santo. Nel 1772 la Chiesa trovavasi ancora aperta al culto, anzi, in tale anno, si era in procinto di costruirvi un piccolo Campanile, non avendo sino allora posseduto alcuna campana, la qual cosa fu infatti effettuata non molto dopo. Nel 1873, apparteneva ad una famiglia Garofoli, ma appariva di nuovo in pessime condizioni, adibita quasi sempre ad usi profani, tanto che il Vescovo di Nocera, il 15 Maggio di quell'anno, ordinò che fosse restaurata e che non vi si dovessero celebrare i Divini Offici, sino a che non si fossero effettuati i restauri. Però questi ultimi probabilmente non vennero mai seguiti e il sacro edificio seguitò sempre più a deperire e rovinare. Di notte tempo fu rubata persino la campana, ed il quadro che era sull'Altare, fu posto in salvo nella Chiesa di Caprara. Oggi, completamente abbandonata e quasi cadente, è adibita all'umile uso di fienile.
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1493 al 1496. Quaderno IV, c. 13 - Arch. Vaticano : Collettorie. Tomo 225, c. 38 - Arch. Decemvirale di Perugia : Annali dal 1308 al 1309. c . 152t e seg. - Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo in Fabriano : Pergamena N°. 278.
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LXXIII. - Chiesa di S. Ercolano nel villaggio di Poggio S. Ercolano.
Non a caso il Santo Titolare di questa Chiesa è lo stesso Santo Patrono della città di Perugia, essendo appunto Poggio S. Ercolano, uno degli antichi Castelli di frontiera medioevale del Comune Perugino. E' Chiesa assai antica, ma io non ho potuto trovare negli Archivi, documenti anteriori al 1 Settembre 1483, con la quale data esiste un testamento, mediante cui tal Giovanni di Agostino di Cola da Poggio S. Ercolano, lasciò quattro bolognini Marchigiani alla Chiesa suddetta, ove voleva essere seppellito. (1)
Negli Atti di Sacre Visite della Diocesi di Nocera, viene ricordata per la prima volta il 10 Novembre 1573. Il Vescovo Visitatore, Mons. Massaioli, la trovò assai piccola, lamentò che proprio al di sopra di essa esistesse la camera da letto del Parroco, cosa poco decente per il culto, ordinò la chiusura di una porta laterale che poneva in comunicazione il Sacro Luogo con una cantina, pena dieci ducati di multa a favore del Convento di Monache esistente nel villaggio di Casacastalda, è impose la demolizione del brutto Altare che era situato in fondo alla Chiesa. Questo quadro basta a dimostrare in che consisteva la Chiesa di S. Ercolano nella seconda metà del XVI secolo. Era in quel tempo unita, quale Chiesa Comparrocchiale, a quella Parrocchiale di S. Apollinare pure esistente in quel luogo e dipendeva dall'Abbazia di S. Pietro in Val di Rasina. Anzi, l'Abbate Commendatario di quest'ultima, nominava il Rettore della Chiesa di S. Ercolano ad sui nu.tu.rn amovibilem, dovendo però tale nomina essere approvata dal Vescovo. Più tardi, cessata la Commenda nel Monastero di Val di Rasina e passati forse i beni della stessa al Seminario Vescovile di Nocera, era quest'ultimo che nominava il Parroco, sempre però con l'approvazione Vescovile. Per di più, quasi in segno di sudditanza, il Parroco di S. Ercolano, in occasione della festa di S. Pietro, era tenuto, come lo è anche al presente, a celebrar Messa, anziché nella propria Chiesa, in quella Abbaziale di S. Pietro in Val di Rasina.
Come sopra si è detto, la vera sede Parrocchiale del Castello di Poggio, era la Chiesa di S. Apollinare, ma per il fatto che questa sorgeva fuori dell'abitato, le funzioni della Parrocchia effettivamente si esplicavano nella Chiesa Comparrocchiale di S. Ercolano che, per essere nell'interno del Castello, offriva maggiore comodità di accesso a quegli abitanti.
Intorno al 1640, la Chiesa di S. Apollinare andò completamente in rovina ed allora quella di S. Ercolano divenne la vera ed unica sede della Parrocchia. Si sentì perciò la necessità di ridurla in migliori condizioni ed infatti, in quello stesso anno 1640, per opera del Parroco di quel tempo Vincenzo Olivieri, la Chiesa di S. Ercolano
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscellì dal 1473 al 1527. c . 36.
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venne dalle fondamenta ricostruita, ampliata, coperta da un'ampia volta e fornita di Campanile, che si eresse sopra una delle antiche torri del Castello, la quale sorgeva proprio contigua alla Chiesa. Dovettero per conseguenza aumentare anche le sue rendite ed infatti troviamo che le stesse, mentre nel 1573 erano rappresentate da circa due salme di frumento soltanto ogni anno, nel 1772, il Parroco percepiva invece il fruttato di un predio in vocabolo Casa Fontana, fruttato consistente in dodici mine di grano, tre barili di mosto, due mine di biade minute, trenta libbre di canapa, e ghianda sufficiente per mantenere venti porci. Più riceveva, a titolo di decima, altre due mine di frumento, godeva i frutti di un censo di diciassette scudi e aveva dall'Abbate di S. Pietro in Val di Rasina, dodici scudi ogni anno. Quest' ultima elargizione, cessata la Commenda Abbaziale, passò, certo per i motivi già esposti, a carico del Seminario Vescovile di Nocera, sotto forma di cento lire annuali. La Comunità di Poggio S. Ercolano, elargiva infine annualmente otto scudi per il Predicatore quaresimale.
Durante la suddetta ricostruzione dell'anno 1640, all'Altare Maggiore, prima unico, vennero aggiunti altri due Altari, uno in cornu Epistolae dedicato al Crocifisso, ed uno in cornu Evangeli, intitolato a S. Apollinare, per ricordo dell'omonima su nominata diruta Chiesa. Fu anzi disposto, che il nuovo Tempio, assumesse il nome misto di S. Ercolano e S. Apollinare, ma effettivamente solo il primo seguitò a restare nell'uso comune.
L'Altare Maggiore, dedicato a S. Ercolano, è ornato, sin dal Settecento, con un grande quadro in tela raffigurante S. Ercolano, S. Apollinare, S. Michele Arcangelo, S. Pietro e la scena dell'Incoronazione della Vergine. Sul muro retrostante, era prima dipinta una Madonna con il Bambino in braccio, oggi però scomparsa. So pra questo Altare, oltre le prescritte Messe nei giorni festivi, se ne celebravano ogni anno molte altre per effetto di antica consuetu dine o di particolari legati. Vi s'indiceva infatti un Officio di più Messe nella festa di S. Ercolano, il 1 di Marzo ed altro Officio in quella di S. Urbano, l'ultimo dei quali oggi più non si effettua. Tre Messe nella festa di S. Sebastiano, per legato di una donna del Castello, due per l'anima di certa Paola, altre due in suffragio della fu Margherita di Giovannangelo, tre per legato fatto da tal Giombini, dodici a pro dell'anima di certo Santino e tre a pro di quella di Girolamo di Bernardino. Un abitante del Castello, chiamato Ubaldo di Bartolomeo, lasciò alla Chiesa cinque scudi, con, l'onere di una Messa annua durante trent'anni, come da codicillo testamentario del 26 Dicembre 1656.
Un altro villico di quel luogo, tal Teodoro d'Antonio, costituì a favore della Chiesa un censo perpetuo di sei giuli, imposto su alcuni suoi beni, con l'onere però di tre Messe annuali, come da Istrumento del Notaio di Pieve Compresseto Lorenzo Draghetti, rogato l'anno 1632. Finalmente gli eredi di Ascanio di Giovanni, detto Ferro, erano obbligati a farvi celebrare un Officio di più Presse nel giorno di S. Antonio, offrendo contemporaneamente al
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Parroco una libbra di cera bianca lavorata ed ai poveri un barile di vino ed una mina di grano panificato, come da rogito del Notaio Gualdese, Matteo Clarissi. L'Altare di S. Apollinare, era in origine mantenuto dal Parroco, che vi doveva altresì celebrar Messa nella festa del Santo Titolare. Tra il 1670 e il 1690, questo Altare cessò di esistere ed al suo posto ne vediamo sorgere un altro dedicato a S. Antonio da Padova, su cui si celebrava un Officio di più Messe nella festa dei Santo omonimo per legato di tal Bernardino di Ercolano. Alla sua volta, nel secolo seguente, tra il 1764 e il 1772, per opera del Sacerdote Gualdese Donato Berardi, l'Altare cambiò nuovamente il suo Titolare e apparve infatti dedicato alla Vergine Addolorata. Vi fu allora collocato l'attuale rozzo quadro su tela, rappresentante la Madonna con S. Egidio, S. Antonio e le Anime del Purgatorio.
Finalmente ricorderemo che il terzo ed ultimo Altare, cioè quello del Crocifisso, era mantenuto dalla popolazione di Poggio S. Ercolano, celebrandovisi Messa talvolta ex devotione. Esiste anche attualmente e su di esso vedesi un Crocifisso in legno del XVIII secolo.
La Chiesa di S. Ercolano, pur essendo Parrocchiale, non possedeva sepolcri sul suo pavimento, poiché, come tra poco vedremo, funzionava, quale Chiesa Cimiteriale, l'altra prossima di S. Maria di Loreto. Non aveva in passato, come ha invece oggi, neppure il Fonte Battesimale ed i neonati, per tale funzione, venivano portati nella Chiesa Parrocchiale del finitimo villaggio di Pieve di Compresseto. Sebbene ricostruita dalle fondamenta, come si è detto, nel 1640, nondimeno nel principio del Settecento, già trovavasi in cattivissimo stato, con il Campanile e la Casa Parrocchiale prossimi a rovinare. Anzi il Vescovo di Nocera, nel 1705, minacciò l'Abbate Commendatario di S. Pietro in Val di Rasina, di privarlo di tutti i suoi diritti sulla dipendente Chiesa di S. Ercolano se, entro un anno, non avesse eseguito i necessari restauri. Ma la minaccia non ebbe effetto e nel 1718 il Vescovo pensò di rivolgersi direttamente ai Parrocchiani ed intimò ad essi di porre mano a loro spese ai lavori, pena una multa per ognuno di essi, da destinarsi a pro dei restauri, i quali, o non furono eseguiti o lo furono in modo incompleto, poiché nel 1742, il Vescovo Nocerino, tornò ad invocare le solite riparazioni. Queste furono finalmente eseguite nel 1890 ed in tale occasione fu anche costruita, dietro la Chiesa, la Sagrestia attuale.
Di opere d'arte, la stessa non possiede che un'antica Croce Processionale metallica.
LXXIV. - Chiesa di S. Apollinare presso il villaggio di Poggio S. Ercolano.
Sorgeva fuori delle mura del Castello di Poggio S. Ercolano. Ignote, però certo assai vetuste, sono le sue origini, ma si trova ricordata per la prima volta, in una lettera che il Rettore del Ducato di Spoleto, Roberto De Ryomo, nel principio del 1309, indirizzava a Bolgarello, Monaco dell'Abbazia di S. Pietro di Val di Rasine che
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viene appunto indicato come Rettore della Chiesa di S. Apollinare, la quale sin d'allora, dipendeva dall'Abbazia suddetta. Anzi, a costui, il Duca Spoletino, dava incarico d'intimare agli abitanti del vicino Castello di Poggio S. Ercolano, di abbandonare il Castello stesso, essendo stato questo abusivamente costruito dai Perugini, pochi anni prima, in territorio che la Santa Sede giudicava come propria dipendenza. (1) Poi, per quasi due secoli, questa Chiesa scompare dai nostri documenti d'Archivio, per ricomparire una seconda volta in un Rogito del 15 Novembre 1489, con cui l'Abbate della stessa Badia di S. Pietro in Val di Rasina, dalla quale la Chiesa di S. Apollinare ancora dipendeva, essendo quest'ultima rimasta priva di Rettore e di culto, provvedeva alla nomina di un nuovo Sacerdote. Si rinviene in seguito, una terza volta, in occasione di una Visita Pastorale praticatavi dal Vescovo di Nocera il 10 Novembre 1573. Dagli Atti di questa Sacra Visita e di altre susseguenti, apprendiamo che la Chiesa di S . Apollinare, era l'antica Chiesa Parrocchiale del Castello di Poggio S. Ercolano, ma che effettivamente le funzioni della Parrocchia si esplicavano nell'altra Chiesa del Castello, cioè in quella dedicata a S. Ercolano, perché più comoda e più accessibile alla popolazione, essendo situata entro l'abitato. Di modo che in questa Parrocchia, esistevano due Chiese Parrocchiali, che funzionavano come insieme unite. (2)
Dalle notizie riportate nei suddetti Atti di Sacre Visite, apprendiamo che già nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa di S. Apollinare era ridotta in pessimo stato, bisognevole di restauri e sprovvista anche del necessario. Sulla parete dietro l'Altare, che era dedicato al Santo Titolare, esisteva un antico affresco, rappresentante il Crocifisso, la Vergine, S. Maria Maddalena e S. Apollinare. Sull'Altare stesso era inoltre un pallio di cuoio con la figura di S. Ercolano.
Il Parroco v'indiceva un Officio di tre Messe in occasione della festa di S. Apollinare, nel mese di Luglio, e vi celebrava altresì più volte all'anno ex devotione. Nel 1638, troviamo la Chiesa di S. Apollinare pericolante e poco dopo, nel 1641, era già diruta ed il suo Titolo era stato trasferito in un Altare eretto nell'altra Chiesa Parrocchiale di S. Ercolano, Altare che doveva essere provvisto di tutto il necessario dal Parroco, al quale spettava altresì l'onere di celebrarvi Messa nella festa di S. Apollinare. Oggi però, né del Titolo, né dell'Altare, né dei relativi oneri, resta più traccia nella Chiesa di S. Ercolano; come pure, della Chiesa di S. Apollinare, più non si scorge attualmente che un cumulo di macerie nei dintorni del Castello di Poggio S. Ercolano.
(1) Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali. dal 1308 al 1309. c. 152t, 153.
(2) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Andrea di Angelo Benadatti dal 1466 al 1489. c. 54t,
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LXXV. - Chiesa di S. Maria di Loreto presso il villaggio di Poggio S. Ercolano.
Sorgeva fuori del Castello di Poggio S. Ercolano, dì fronte al l'ingresso del Castello stesso. Dovette essere costruita nella seconda metà del Cinquecento, poiché negli Atti delle Sacre Visite eseguitevi nel 1573 e 1583, dal Vescovo di Nocera, si legge che costui proibì di celebrarvi la Messa, essendo quel fabbricato ancora incompleto, mancante persino di un tetto qualsiasi e sprovvisto di ogni cosa necessaria all'esercizio del culto. La popolazione di Poggio S. Ercolano, che a proprie spese l'aveva eretta, dovette però subito dopo terminarne la costruzione, poiché nel 1593, il Vescovo Visitatore, trovò finalmente in ordine e di nulla mancante la Chiesa in discorso.
Questa restò poi sempre quale possesso della Comunità di Poggio S. Ercolano, che la manteneva di tutto il necessario. Ma, come dipendenza ecclesiastica, fu annessa alla Chiesa Parrocchiale di S. Ercolano e S. Apollinare e funzionò anzi, invece di questa, quale Cimitero del Castello, venendovi perciò costruite tre tombe, una per i maschi, una per le femmine, una per i bambini, le quali accoglievano indistintamente tutti i defunti di quella località.
In origine, la Chiesa di S. Maria di Loreto non possedette alcun bene stabile, e solo nella seconda metà del Seicento, la troviamo proprietaria di un campo. Il Parroco di S. Ercolano, celebrava la Messa nelle feste di precetto non sempre nella Chiesa Parrocchiale, ma assai spesso anche in questa di S. Maria di Loreto. Per un certo tempo, detta celebrazione, avvenne anzi in modo regolare alternativamente nelle due Chiese e ciò non per obbligo ecclesiastico, ma perché la Chiesa di S. Maria di Loreto, che era più vasta di quella di S. Ercolano prima che quest'ultima venisse ricostruita come si è detto nel 1640, meglio si prestava ad accogliere la folla dei fedeli. Lo stesso Parroco ne deteneva le chiavi e dalla sede parrocchiale vi trasportava, ogni volta, i sacri arredi necessari alla celebrazione della Messa. Oltre ai sacri arredi mancava la campana, ed anche per questa suppliva la vicina Chiesa Parrocchiale. La Comunità di Poggio S. Ercolano, vi faceva dire Messa, a sue spese, nella festa della Concezione e v'indiceva altresì un Officio di più Messe nella festa della Natività di Maria Vergine, ed è per questo che qualche volta la Chiesa appare anche intitolata a S. Maria della Natività. Vi s'indiceva altresì un Officio in Settembre, nella festa di S. Maria di Loreto. Un abitante del luogo, tal Girolamo Bernardini, con testamento rogato in Gualdo dal Notaio Fabio Moroni il 23 Luglio 1585, lasciò un legato per la celebrazione nella Chiesa in discorso di tre Messe ogni anno, per opera del Parroco ed in occasione della festa di S. Sebastiano, disponendo altresì, che se gli eredi non avessero ottemperato a tale onere, dovevano venir privati dell'eredità. Altro obbligo, per gli stessi, era d'intervenire a dette Messe, finalmente nella Chiesa si
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505 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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celebrava la prima Domenica d'ogni mese, per Legato di tal Santino, ed assai spesso, per conto di privati cit tadini, ex devotione.
Sopra l'unico Altare, dedicato alla Vergine, vi era un dipinto rappresentante la Madonna di Loreto, S. Francesco d'Assisi, S. Niccolò da Tolentino, S. Antonio da Padova, S. Francesco di Paola, S. Caterina, S. Sebastiano e Tobia fanciullo nelle mani di un Angelo. Nella Chiesa esistevano anche due quadri, uno rappresentante S. Macario, l'altro l'Arcangelo Raffaele.
Nella seconda metà del Seicento, questa era ridotta in cattive condizioni, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1679, diede ai Massari della Comunità di Poggio S. Ercolano, tre mesi di tempo per compiere i necessari restauri già precedentemente ordinati, trascorso il qual termine, sarebbero stati multati, per ogni giorno di ritardo, con un giulio, da erogarsi a pro dei carcerati. Una consimile imposizione fece nel 1721. Ma, ciò nonostante, in seguito la Chiesa andò in completa rovina e le ultime Messe vi furono celebrate verso la metà dell'Ottocento. Oggi, presso l'ingresso del Castello di Poggio S. Ercolano, esistono ancora, cadenti e smantellate, le quattro muraglie di questo sacro edificio.
LXXVI. - Chiesa di S. Martino presso il villaggio di Poggio S. Ercolano.
Trattasi di una piccola Chiesa che esisteva presso Poggio S. Ercolano. Nessuna notizia ci resta a proposito della sua origine. Noi la troviamo ricordata per la prima volta nel 1573, in occasione della Visita Diocesana praticatavi il 14 Aprile dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli e della Visita Apostolica compiutavi il 10 Novembre, da Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli. Sin da quell'epoca, la Chiesuola era ridotta in assai cattivo stato e il Visitatore Apostolico proibì di celebrarvi Messa, pena la sospensione a divinis per il Sacerdote che contravvenisse al suo ordine. Non aveva allora neppure un proprio Cappellano. Dieci anni dopo, la Chiesa era già diruta, fuit, come si legge negli Atti della Visita Diocesana del 3 Settembre 1593. In questi Atti trovasi infatti la nota seguente : « In districtu castri Podij S. Ercalani, fuit una ecclesia sub titulo S. Martini, quorum bona possidentur ab Abbati S. Petri de Rasina ». Oggi, presso Poggio S. Ercolano, trovasi un predio denominato S. Martino e quivi certamente sorse la Chiesa in discorso.
LXXVII. - Chiesa di S. Donato presso il villaggio di S. Ercolano.
Poco o nulla conosciamo di questa antica Chiesa. Negli Atti della Visita Apostolica, eseguita nella Diocesi Nocerina dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, si legge che il 10 Novembre 1573, lo stesso prese cognizione del luogo ove era esistita la Chiesa di S.
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506 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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Donato de turre Aggiani, nel distretto di Poggio S. Ercolano, e che, dopo aver constatato che la Chiesa stessa già da molto tempo era ridotta in macerie, e che il relativo Beneficio Ecclesiastico non aveva più rendite, decretò doversi erigere una Croce su i ruderi rimasti e doversi celebrare, per ricordo, ogni anno, una Messa nella vicina Chiesa Parrochiale di S. Ercolano, per la ricorrenza della festa di S. Donato. Nella precedente Visita Diocesana del 14 Aprile 1573, la Chiesa era stata invece indicata come S. Donato de turre Gaggiani, ed in quella susseguente del 3 Settembre 1593 è detta S. Donato de turre Gaggioni e si fa altresì notare che al posto della Chiesa era sorto un casale.
Oggi riesce difficile indicare la località ove trovavasi questa Chiesa di S. Donato, mancando nel territorio di Poggio S. Ercolano e in quello finitimo di Pieve di Compresseto, qualche tradizione popolare in proposito e non esistendovi neppure vocaboli rurali che in qualche modo ripetano o richiamino quello sopra indicato, il quale, ciò nonostante, doveva essere antichissimo, poiché anche in una pergamena del nostro Archivio Comunale, avente la data 10 Aprile 1299 troviamo nominate una Torre di Cazzano ( ... in turre de Gazano) ed un Corte di Cazzano ( ... in corte Gazani pleberij Compresseti) sin d'allora esistenti nel territorio della Pievania di Compresseto. Anche in una sentenza, emanata dal Podestà di Gualdo il 15 Decembre 1307, è ricordato un vocabolo Gaiano, come facente parte del territorio Gualdese, vocabolo che va per certo identificato con il precedente. Ricorderò però, che attualmente, a destra della strada che conduce da Gualdo Tadino a Pieve di Compresseto, circa un chilometro e mezzo prima di giungere a questo Castello, trovasi un predio, già appartenente alla famiglia Calai, poi degli Anastasi, denominato Guggiano e dove sorge appunto un rustico casale. Potrebbe forse essere in quei dintorni il luogo nel quale esistette la Chiesa in discorso. (1)
LXXVIII. - Chiesa di S. Maria Assunta in Nasciano.
Papa Clemente III, il 6 Maggio 1188, emanava dal Laterano una Bolla e l'indirizzava a Senebaldo, Abbate dell'Abbazia di S. Benedetto in Gualdo. Con tale Bolla, il Pontefice confermava all'Abbazia tutti i suoi diritti e privilegi, nonché le sue terre ed il possesso di numerose Chiese. Ora appunto, da questa Bolla apprendiamo che l'Abbazia suddetta, possedeva allora, tra molti altri beni, « quicquid est in sancta Maria de Nascano ». In una consimile Bolla, rilasciata a favore della stessa Badia di S. Benedetto da Papa Alessandro III, il 4 Agosto 1169, tra i possessi Abbaziali non si nominava affatto la Chiesa di Nasciano, quindi
(1) Arch. Vescovile di Nocera : Atti di Sacre Visite del 14 Aprile e 10 Novembre 1573 e del 3 Settembre 1593 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII, N°. 153 - Arch. Vaticano : Collettorie. Vol. 402, c. 38t-40.
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dobbiamo dedurne che fu tra il 1169 e il 1188, che questa Chiesa venne in potere dell'Abbazia. (1) Ma se la fondazione di S. Maria di Nasciano coincise con la sua sottomissione ai Monaci di S. Benedetto, o se invece la Chiesa già da prima esisteva, ciò non è possibile precisare. Certo è che il suo nome compare, la prima volta, nella suddetta Bolla di Papa Clemente III. E' qui anzi il caso di notare, che da quell'epoca remotissima, la Chiesa di S. Maria di Nasciano, ha poi sempre dipeso dall'Abbazia Gualdese di S. Benedetto, rimanendo in questa soggezione anche quando divenne Chiesa Parrocchiale. Io credo che la sua trasformazione in Parrocchia, si verificò in maniera spontanea, perché, essendo cresciuti di numero gli abitanti, in quel lontano lembo del territorio Parrocchiale di S. Benedetto, per maggior comodità degli stessi, al Cappellano incaricato di officiare la Chiesa di Nasciano, si affidò forse anche qualche altra funzione, che sarebbe stata invece di spettanza del Parroco, assegnandogli per compenso le rendite dei beni annessi alla Chiesa ed appartenenti all'Abbazia. Queste funzioni, con il crescere del numero e dell'esigenze degli abitanti, andarono sempre aumentando ed il Cappellano di S. Maria di Nasciano, finì con il trasformarsi in un Parroco vero e proprio. Tale trasformazione, non sappiamo con esattezza, quando si verificò, certo è che intorno alla metà del Cinquecento, già era completa. Ma il suo funzionamento, anche in seguito, non fu mai autonomo, e quel Parroco fu considerato sempre quale proprio Vicario, dagli Abbati Monastici prima e Commendatari poi, che furono a capo del l'Abbazia di S. Benedetto ed ai quali spettava altresì la nomina del Curato suddetto. E quando, per qualche motivo, nella nomina di quest'ultimo non fosse potuto intervenire l'Abbate della Badia di S. Benedetto di Gualdo, era sempre un Abbate Benedettino dei dintorni che lo sostituiva. Possediamo, ad esempio, un Atto del 24 Febbraio 1511, con il quale, Fra David di Ambrogio da Siena, del Monastero di S. Benedetto di Gubbio, prendeva possesso, quale Rettore, della Chiesa di S. Maria di Nasciano, per effetto di nomina (collazione) fatta da Frate Leonardo da Gubbio, Abbate del suddetto Monastero Eugubino di S. Benedetto. Anche dopo il 1848, dopo che cioè successe alla Commenda Abbaziale Benedettina Gualdese una Collegiata, quest'ultima seguitò, come fa anche presentemente, a nominare il Curato di Nasciano. E' però da notare, che nel 1860, nell'epoca della demaniazione, il nuovo Governo Italiano, elencò S. Maria di Nasciano tra le comuni Parrocchie, assegnandole il supplemento di congrua, di modo che oggi la stessa, di fronte allo Stato, rappresenta una Parrocchia libera e autonoma, mentre invece
(1) J. P. MIGNE : Patrologiae cursus completus. Vol. CCIV, pag 1339 - MITTARELLI : Annali Camaldolesi . Tomo IV. Venezia 1759. pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168 - Arch. Vaticano: Arm. XXXI. Tomo 53. fogl 48 - P. KEHR : Nachtrage zu den Romischen berichten. (In Nachrichten von der Konigl. Gesellchaft der Wissenschaften zu Gottingen, Anno 1903. Pag 570-572)
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508 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica
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per l'Autorità Ecclesiastica, figura sempre quale dipendenza Parrocchiale della Collegiata di S. Benedetto. (1)
Anche per ciò che si riferisce al mantenimento della Chiesa di Nasciano, è a supporsi che, originariamente, ad esso provvedessero i Monaci Benedettini dell'Abbazia Gualdese. Quando questa fu tramutata in Commenda, i vari Abbati Commendatari, solo desiderosi di accrescere le proprie rendite, dovettero disinteressarsi di tale mantenimento, tanto che i Parrocchiani, con Istrumento redatto nel 1786, si obbligarono a mantenere di tutto il necessario, così la Chiesa come la Casa Parrocchiale. Sappiamo oltre a ciò, che anche il Comune di Gualdo, contribuiva al mantenimento della Chiesa, mediante il pagamento di una decima, la quale, nei primi del Cinquecento, consisteva in sedici soldi e quattro denari ogni semestre. Attualmente poi si provvede a tale mantenimento secondo le leggi vigenti per ogni ordinaria Parrocchia. La Chiesa possiede oggi inoltre, anche un piccolo podere composto di vari campi. (2)
La stessa fu sempre munita di Casa Parrocchiale, che venne anzi completamente ricostruita dal Parroco Andrea Anderlini circa l'anno 1860. Però solo raramente vi risiedettero i Parroci, che preferirono abitare in Gualdo o nelle vicinanze, accampando a pretesto l'insufficienza della casa stessa. Questo fatto suscitò, anche in antico, spesse volte le proteste dei Parrocchiani e consecutivi Decreti del Vescovo di Nocera, per imporre ai Curati l'obbligo della residenza. D'altra parte ai Parrocchiani suddetti, spettava l'onere di coltivare gratuitamente le terre della Chiesa che, come risulta da un documento del 1721, possedeva allora cinque terreni; ma quelli venivano assai spesso meno ad un tale obbligo e lasciavano incolti i campi della Parrocchia, provocando così, anche a loro carico, le rimostranze del Vescovo.
Sin dall'antico, nella Chiesa di S. Maria di Nasciano, si doveva celebrare Messa, in tutte le feste di precetto, però i vari Parroci non sempre adempirono regolarmente un tale mandato, tanto è vero che nel XVI e XVII secolo, vediamo contribuire i Parrocchiani allo stipendio del Parroco, con un nibbio di frumento ogni anno, purché regolarmente egli celebrasse nella loro Chiesa tutti i giorni festivi. Al Parroco, nella prima metà del Settecento, era anche affidata l'amministrazione di un Monte Frumentario, per uso dei suoi dipendenti.
Abbiamo notizia di vari legati fatti a favore di questa Chiesa: Nella prima metà del Seicento, tal Caterina Anderlini, mediante Atto rogato dal Notaio Luca Feliciani, effettuò una donazione alla Chiesa, con l'onere di due Messe di suffragio ogni anno. Così pure tal Gaspare Gaudenzi, con rogito di Bonifacio Scampa, le lasciò in quel tempo un campo, con l'obbligo di tre Messe annue per l'anima sua, in epoca determinata e cioè in occasione delle Pentecoste, del
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Prospero di Pietro Muscelli dal 1506 al 1511, c . 22.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.
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Natale e dell'Assunzione di Maria Vergine. Oggi, oltre le solite funzioni religiose prescritte per tutte le Chiese Parrocchiali, vi si celebra un Officio di più Messe nella festa dell'Assunzione, cioè il 15 Agosto ed un altro Officio in quella del Rosario, nella seconda Domenica di Ottobre.
Fino al 1713, nella Chiesa esisteva il solo Altare Maggiore, dedicato a S. Maria Assunta, ma in quell'anno, dal Parroco del tempo, ve ne furono aggiunti altri due, uno laterale in cornu Evangeli, dedicato alla Madonna del Carmine, ed un altro di fronte, cioè in cornu Epistolae, sacro alla Madonna del Rosario. Ognuno di questi Altari aveva il suo quadro: Su quello Maggiore ammiravasi infatti una pregevole tavola a tempera dipinta e firmata da Matteo da Gualdo, l'anno 1480. La stessa, a forma di trittico, porta inferiormente la Madonna in trono con il Bambino in grembo, avente ai Lati S. Sebastiano e S. Rocco; superiormente reca, nel mezzo, la Presentazione di Gesù al Tempio, fiancheggiata dalle due figure dell'Annunciazione, e cioè la Vergine e l'Angelo. Questo bel dipinto è stato recentemente rimosso dalla sua sede sull'Altare Maggiore, e collocato sulla retrostante parete, per evitare che venga danneggiato, come altra volta si verificò, dalla fiamma delle candele. Sopra l'Altare di sinistra, eravi un quadro in tela raffigurante la Madonna di Monte Carmelo in compagnia di vari Santi, e in quello di destra, un'altra tela con la Madonna del Rosario, anch'essa accompagnata da Santi. Queste due tele sono oggi scomparse, come pure più non esistono i relativi Altari, demoliti l'anno 1907 perché antiestetici ed ingombranti. Oltre gli Altari, esistevano nella Chiesa due tombe, aperte nel pavimento, per seppellirvi i Parrocchiani defunti, la prima per gli adulti, la seconda per i bambini, anch'esse oggi scomparse. L'attuale Chiesa, fornita di Sagrestia, consta di due parti ben distinte, una anteriore ed una posteriore. Quest'ultima, coperta da una volta sorretta da quattro pilastri, sta oggi a rappresentare quasi il Presbiterio, ed altro non è se non la primitiva piccola Chiesa medioevale. La parte anteriore, coperta da travatura, è effetto di due successivi ingrandimenti, uno verificatosi nel Settecento, l'altro nel 1927, per la lunghezza di cinque metri circa. Da quest'ultima data ad oggi, si praticarono poi altri restauri ed aggiunte e, tra l'altro, si ricostruì completamente il pavimento e, nella parete a destra di chi entra, fu aperta una Cappella con altare anch'esso dedicato all'Assunta. Finalmente ricorderemo, che la parte più antica della Chiesa, aveva originariamente le pareti ricoperte da numerosi pregevoli dipinti, di cui però nulla rimane.
LXXIX. - Chiesa di S. Maria del Carmine nel villaggio di Piagge.
Sorse in Piagge, Parrocchia di S. Maria di Nasciano, per volontà degli abitanti di quel villaggio, capitanati da tal Giuseppe Viadotti, i quali, con Atto rogato il 6 Aprile 1772, dal Notaro Stefano Binotti, si obbligarono, anche pel futuro, al mantenimento ed all'officiatura della Chiesa. In quello stesso anno, con Rescritto del 31 Maggio, il
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Vescovo di Nocera concesse il necessario permesso per poterne iniziare la costruzione. Questa importò una spesa di circa trecento scudi, che per la maggior parte, furono elargiti dal promotore Giuseppe Vinciotti, non avendo poi gli altri villici totalmente versato le proprie quote. Sopra l'unico Altare della Chiesa, venne trasportata un'immagine della Madonna del Carmine, che si venerava prima in una Maestà semidiruta, sorgente poco lontano, sulla strada che conduce al villaggio di Piagge e fu appunto tale immagine che diede il nome alla Chiesa. Fu questa benedetta dal Pievano di S. Facondino, che in quell'epoca era anche Vicario Foraneo, il 19 Marzo 1776, nel qual giorno vi fu celebrata Messa per la prima volta. Ai fondatori e loro eredi, rimase poi l'onere di farvi celebrare almeno una volta all'anno, nel giorno sacro alla Madonna del Carmine. Nel 1853, rovinò quasi tutto il tetto della Chiesa, ed anche questa volta fu un nepote del fondatore e cioè Domenico di Pietro di Giuseppe Vinciotti, quello che, nella massima parte, si assunse le spese dei necessari restauri, dopo i quali l'edificio fu ribenedetto e riaperto al culto il 31 Maggio 1854. Probabilmente, con la rovina del tetto, andò distrutta l'immagine su ricordata, poiché al suo posto subentrò una brutta e deforme Madonna col Bambino, dipinta sul muro dietro l'altare, dove restò sino al 1928. In tale anno questo sacro edificio fu ancora completamente restaurato; si rinnovò l'altare, si rifece il tetto e si ricostruì la parete prospettante sulla pubblica via, per l'ampliamento della via stessa.
La Chiesa è senza dote e senza rendite, ed anche presentemente vi si fa festa, con celebrazione di Messe, nel giorno dedicato a S. Maria del Carmine.
LXXX. - Chiesa di S. Leopardo di Piagge.
È tra le più vetuste Chiese del Comune di Gualdo Tadino, ed esisteva a Piagge, nell'attuale Parrocchia di S. Maria di Nasciano. Assai rara, è una tale intitolazione di Chiesa. Un Leopardo, ricordato nel Martirologio con la data 30 Settembre, fu martire a Roma e familiare di Giuliano l'Apostata; un altro Leopardo fu martire in Otricoli; vi è poi il S. Leopardo primo Vescovo di Osimo, venerato in quella città ed in vari altri luoghi della Marca. A quest'ultimo, probabilmente, fu dedicata questa Chiesa Gualdese, la di cui prima memoria che abbiamo, consiste nella già citata Bolla di Papa Celestino III, data a Roma dal Laterano il 12 Novembre 1191, con la quale il Pontefice prendeva sotto la protezione della Sede Apostolica, il Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano, che in seguito, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, il quale Monastero sorgeva su di una collina a levante della città di Gubbio, dove è tuttora una Chiesa dedicata appunto a S. Bartolomeo di Petrorio. In tale Bolla, il Pontefice, riconfermava inoltre ai Monaci di S. Donato di Pulpiano,
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il possesso di tutti i loro beni e dipendenze, tra le quali annoveravasi anche la nostra Chiesa di S. Leopardo. Il Monastero di S. Donato di Pulpiano, o S. Bartolomeo di Petrorio che dir si voglia, fu unito nel 1419, al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio, dell'ordine dei Canonici Regolari, e questo infine, insieme al precedente, venne poi fuso con quello di S. Secondo, del medesimo Ordine e della stessa Città. La Chiesa di S. Leopardo, seguì sempre le sorti dei Monasteri suddetti, ed è per questo che, negli Atti di una Sacra Visita praticatavi dal Vescovo di Nocera nel 1583, si dichiara che il possesso di S. Leopardo, spettava al Monastero Eugubino di S. Secondo. (1) Dopo la Bolla di Papa Celestino III, si trova nominata una seconda volta, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333, pagarono alla S. Sede, la tassa o decima imposta nel 1332, per alcuni anni, su i beni Ecclesiastici del Ducato di Spoleto da Papa Giovanni XXII. La Chiesa di S. Leopardo, il 24 Giugno, versò infatti per il primo semestre, venticinque soldi e tre denari Cortonesi, a Delayno de Mutina, Cancelliere del Vescovo di Nocera, nonché Subcollettore del Tesoriere e Collettore Generale del Ducato, Giovanni Rigaldi, e il Cancelliere suddetto, così annotò il versamento nei suoi Registri: «Item [habui] ab Armano prebendato plebis San cte Felicitatis . . . solvente pro ecclesia S. Mariae de Pastina, et Sancti Leopardi, et S. Serbice 25 sol. 3 den. cort. ». (2) Una terza memoria, si ha da una pergamena dell'Archivio di Stato Romano, recante un testamento fatto il 31 Luglio 1348, dal Gualdese Pietro di Groctolino, nel quale testamento, cosa notevole, la Chiesa di S. Leopardo si trova nominata con la qualifica di Chiesa Parrocchiale, in occasione di un legato a pro della stessa fatto dal testatore.(3) Sappiamo infine, che appunto intorno a tale epoca, la Cappellania di S. Leopardo, fu ottenuta da Andrea di Pietro di Gionta dei Benzi, l'illustre Arcivescovo Gualdese, di cui diffusamente narreremo la vita in altra parte di quest'Opera. Un secondo Rettore della Chiesa di S, Leopardo, e cioè un Andrea di Pietro di Ser Ventura, lo troviamo in seguito nominato in un Atto Notarile del 10 Settembre 1381. Possedeva certamente in antico, questo sacro luogo, dei beni immobili, poiché, in un altro Atto del 15 Novembre 1479, si nomina un campo situato « presso le terre di S. Leopardo ». (4)
Dopo ciò, della Chiesa in esame, nessuna notizia più ho potuto rintracciare sino alla fine del XVI secolo, quando cioè, nel giorno 8 Novembre 1573, fu visitata dal Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli. Costui, trovò la Chiesa quale Beneficio sine cura, ma in così pessimo stato che le sue mura minacciavano di crollare, tanto che ne ordinò il sequestro delle rendite, da destinarsi ai necessari restauri. Questi però, non furono
(1) P. CENCI : Codice diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200 (In Archivio Per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Vol. II. Foligno 1915. Pag. 452).
(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 37.
(3) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. N°. 22.
(4) Arch. Notarile di G ualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382,c. 43; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1479 al 1480. c . 451t.
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certo eseguiti, poiché dieci anni dopo, nella su ricordata Visita Pastorale del 28 Dicembre 1583, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, trovò la Chiesa in istato ancora peggiore. Egli perciò dispose che, non potendo il Cappellano restaurarla, stante le scarse rendite del Beneficio di S. Leopardo, allora consistenti in un quarto di frumento, e quante volte la popolazione circostante non avesse voluto, per proprio conto, provvedere ai restauri, si dovesse trasportare il Titolo e Beneficio di S. Leopardo in un Altare della vicina Chiesa Parrocchiale di S. Maria di Nasciano e si sarebbero dovuti vendere quei materiali edilizi ancora servibili, che potevano trarsi dal diruto fabbricato e con il loro prodotto erigere una Croce nel luogo ove la Chiesa sorgeva. Ma, per la terza volta, il Decreto Vescovile rimase, come suol dirsi, lettera morta, poiché più di venti anni dopo, nella Visita dell'11 Luglio 1608, il Vescovo ordinò nuovamente il sequestro delle rendite del Beneficio di S. Leopardo, e questa volta pel solo scopo di restaurare la Chiesa. Considerando però la suddetta scarsezza di queste rendite, certamente nessun restauro fu possibile e la Chiesa finì con l'andare in completa e definitiva rovina, tanto è vero che di essa, dopo di allora, non si fa più cenno in alcun documento. Solo assai più tardi, in data 16 Novembre 1670, apprendiamo che il Titolo e Beneficio di S. Leopardo, era stato già da tempo trasferito nella Chiesa di S. Croce di Rasina e non in quella di S. Maria di Nasciano, come era stato proposto nel 1583. Che si fosse preferita la Chiesa di S. Croce a quella, assai più vicina, di S. Maria di Nasciano, si spiega facilmente per il fatto che la prima stava aggregata alla Chiesa di S. Maria di Pastina, alla sua volta dipendente, come S. Leopardo, dal Monastero di S. Secondo di Gubbio. Era quindi naturale che i Canonici Regolari di S. Secondo, avessero voluto trasferire il Beneficio di S. Leopardo in una loro Chiesa, anziché in luogo estraneo, come era per essi S. Maria di Nasciano.
LXXXI. - Chiesa di S. Angelo di Fabrica.
Di questa Chiesa, oggi scomparsa, ma che fu tra le più vetuste del territorio Gualdese, ben possiamo dire di conoscere oggi soltanto ed appena, il principio e la fine. Che sia antichissima lo prova il fatto che trovasi annoverata nelle due già citate Bolle di Alessandro III (4 Agosto 1169) e di Clemente III (6 Maggio 1188), Bolle dirette da questi Pontefici, agli Abbati dell'Abbazia di S. Benedetto in Gualdo, alla quale venivano riconfermati tutti i suoi diritti spirituali e possessi temporali, tra i quali ultimi era anche annoverata la Chiesa di S. Angelo di Fabrica. (1)
(1) Mittarelli: Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice allo stesso Tomo IV. Pag. 163 - Arch. Vaticano: Arm. XXXI, Tomo 53, fogl. 48 - P. Kehr: Nachtrage zii den Romischen Berichten (In Nacnrt chten von der K.onigl. Gesellschajt der Wissenschaften zu.GSitingen. Anno Pag. 570-572).
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Dopo ciò, null'altro di lei sappiamo, e solo si può constatare che, nella seconda metà del XVI secolo la stessa era già diruta, tanto è vero che il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, il 7 Novembre 1573, ordinò che sulle sue macerie fosse eretta per ricordo una Croce, e che il Titolo di S. Angelo con il relativo Beneficio Ecclesiastico, le di cui rendite ammontavano in media a tre mine di frumento annue, venisse trasferito in altra Chiesa, con l'onere, per il Beneficiato, di due Messe ogni anno. Un consimile ordine ripetette il 28 Dicembre 1583, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, il quale aggiunse che detti Titolo e Beneficio di S. Angelo, si sarebbero dovuti trasferire nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, alla quale, come già si è detto, aveva appartenuto la Chiesa di S. Angelo di Fabrica, ma il trasferimento si effettuò poi invece in quella più vicina di S. Croce di Rasina. Anzi il Vescovo di Nocera Pierbenedetti, nella Visita Pastorale Che il 3 Luglio 1597 eseguì in quest'ultima Chiesa, deplorò che, in conseguenza dell'avvenuto trasferimento, non vi si fosse altresì eretto un Altare dedicato a S. Angelo. Il Dorio cita inesattamente la Chiesa di S. Angelo di Fabrica, tra quelle che, ai suoi tempi, cioè nel principio del Seicento, davano un tributo alla Mensa Vescovile di Nocera, quando invece quel sacro edificio già più non esisteva. Come debbasi interpretare l'asserzione del Dorio, già è stato spiegato a proposito della Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio.
Non è ben sicura la precisa ubicazione del Tempio in esame: Va però notato che nella Parrocchia di Nasciano, esiste oggi un luogo denominato Fabrica, nei dintorni del quale, certamente sorse un tempo, la Chiesa di S. Angelo di Fabrica. Prossimo a questo luogo, trovasi al presente un vocabolo che ha nome Le Pezze e noi, in un rogito del 1 Dicembre 1479, leggiamo appunto che il vocabolo Pezze, era nel territorio della Chiesa di Fabrica. Finalmente, a tale proposito, ricorderemo anche che, in occasione di due Visite Diocesane praticate in Gualdo il 18 Ottobre 1607 e il 19 Settembre 1610, il Visitatore Vescovo di Nocera scrive che, proprio sul percorso da lui effettuato dalla Chiesa di S. Croce di Rasina a quella di S. Maria di Rote « erat hic visitanda ecclesia diruta S. Angeli de Fabrica ». Ora il suddetto luogo della Parrocchia di Nasciano, che oggi è indicato col nome di Fabrica, trovasi appunto quasi a mezza strada e un po' lateralmente verso Nord, tra le due Chiese su nominate dal Vescovo. (1)
LXXXII. - Chiesa di S. Bartolomeo degli Accarelli.
La trovo indirettamente nominata, anzi tutto, in un rogito notarile del 1 Luglio 1380, nel quale si legge che Ser Pietro di Paolo da Gualdo, affidava, per tre anni, a Santuzzo di Meccolo di Bartolino, la colti vazione di un oliveto nella Parrocchia di Nasciano « in vocabulo sancti Bartolj », e lo stesso vocabolo, è poi indicato in
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Andrea di Angelo Benadatti dal 1477 al 1485. c . 54 Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Ja cobilli. Cod. C. VIII. 11 , c . 102t-108t.
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altro rogito del 15 Maggio 1475. Similmente in un Istrumento del 31 Dicembre 1493, troviamo ricordata una « Parocia Sancti Bartoli », e in un secondo rogito del 20 Gennaio 1497, un «vocabulum S. Bartoli» nonché un «fossum S. Bartoli». (1)
In quanto alla suddetta espressione «Parocia Sancti Bartoli», che potrebbe far pensare ad un territorio parrocchiale da questa Chiesa dipendente, vedasi quanto, a proposito del significato di Parrocchia negli antichi tempi, noi scriviamo nel Capitolo dedicato alla Chiesa di S. Cristoforo di Corcia.
Dopo un lungo periodo di silenzio, la Chiesa di S. Bartolomeo, ricompare negli Atti delle Visite Pastorali effettuate dal Vescovo di Nocera in Gualdo Tadino nel Gennaio 1584 e nel Settembre 1593. Dalla prima Visita, si apprende che sorgeva « inter vineas Accarellorum », cioè in mezzo alle vigne della famiglia Accarelli, dalla seconda che trovavasi « prope Ecclesiam S. Mariae de Nasciano ». Anzi, in occasione della Visita effettuatavi nel 1584, il Vescovo proibì di celebrarvi Messa, perché priva di pavimento e ciò sotto pena di sospensione del Celebrante e sino a che non si fosse provveduto a tale mancanza.
Questa Chiesa di S. Bartolomeo, dovette costituire, in origine, un semplice Beneficio Ecclesiastico, che però, in occasione della suddetta Visita del 1593, risulta essere privo persino del Rettore, non avendo altre rendite che il fruttato di alcune quercie cresciute presso le sue mura; al suo mantenimento pensavano perciò gli abitanti circonvicini, che vi facevano celebrare qualche volta i Divini Offici a proprie spese.
Null'altro sappiamo di tale Chiesa, ma il non vederla mai più ricordata nelle susseguenti Sacre Visite, ci fa pensare che cessasse ben presto di esistere, ed infatti, il Titolo e Beneficio di S. Bartolomeo, lo troviamo in seguito trasferito nella Chiesa Parrocchiale di S. Pellegrino.
Oggi, tra Nasciano e Borgonuovo, esiste un piccolo gruppo di abitazioni denominato Jaccarelli, per fusione delle due parole originarie Gli Accarelli. Seguendo la strada che da queste abitazioni risale la collina verso il vocabolo Case dell'Acqua, dopo circa quattrocento metri, si trova a destra un ripiano di terreno coltivato, posto tra la strada stessa e un burrone. Su questo terreno, già demaniale, segnato nella Mappa Catastale di S. Pellegrino col N°. 434 e con il vocabolo S. Bartolo, in Parrocchia di Nasciano, sorse certamente la Chiesa di S. Bartolomeo e non molti anni or sono, furono infatti rinvenute e demolite le fondamenta dell'edificio, presso le quali si trovarono anche numerose ossa umane, provenienti dalle antiche tombe della Chiesa stessa.
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c . 99t; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c. 36t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Mastelli. Anno 1497. c . 15; e dal 1491 al 1494, c . 358.
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LXXXIII. - Chiesa di S. Orbica.
E' per certo una delle primitive Chiese Cristiane del territorio Gualdese ed assai strana ne è l'intitolazione, non trovando la stessa alcun riscontro nell'Agiografia. Viene ricordata primieramente nella più volte citata Bolla di Celestino III, data a Roma dal Laterano, il 12 Novembre 1191, con la quale il Pontefice, riceveva sotto la protezione della Sede Apostolica, il Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano, che in seguito, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, il quale Monastero, come si è detto, sorgeva su di una collina, a levante della città di Gubbio, dove è tuttora una Chiesa dedicata appunto a S. Bartolomeo di Petorio. Nella stessa Bolla, Celestino III confermava inoltre, al Monastero di S. Donato di Pulpiano, il possesso di tutti i suoi beni e dipendenze, tra le quali trovasi la nostra « Ecclesia sancte Orbice ». A pochi anni di distanza, ricompare il nome di questa Chiesa in due Atti Notarili, rogati in Gualdo l'uno il 5 Ottobre 1227, l'altro il 5 Febbraio 1228. In detti Istrumenti, si tratta fra l'altro della proprietà di alcuni terreni, dei quali uno si dice situato « in carte sancte Orbice » l'altro « in curia sancte Orbice».
Oltre a ciò, da un documento dell'Archivio Vaticano, si apprende che l'anno 1333, Armano, prebendato della Pieve di Santa Felicita, pagò alla S. Sede, la decima imposta da Papa Giovanni XXII, su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per far fronte alle necessità dello Stato Pontificio. Il suddetto Armano, fece il pagamento, non solo per conto della propria Pievania, ma anche per incarico avuto da molte altre Chiese del territorio Gualdese, ed appunto tra queste antiche Chiese, tutte a noi ben note, troviamo nominata eziandio una « Ecclesia S. Serbice » che mai altra volta compare nelle pergamene dell'epoca. Ora è certo, che detto nome fu, per errore, scritto ortograficamente come sopra nel documento Pontificio, invece di « Ecclesia S. Orbice ». Del resto, consimili corruzioni di parole, ricorrono sovente nei manoscritti Medioevali in genere, ed in particolare nei documenti della Curia Papale del XIV secolo, avendo fatto parte di essa molti funzionari ed amanuensi stranieri, specie Francesi, non certo molto pratici della nostra ortografia.
Dopo ciò, la Chiesa di S. Orbica, ricompare in una Pergamena dell'Archivio di Stato Romano, contenente un testamento, fatto il 31 Luglio 1348, da tal Pietro di Groctolino da Gualdo che lasciava, tra l'altro, alla propria moglie Compita, un terreno che si dice situato nella Parrocchia di S. Orbica. Ma a proposito della qualifica Parrocchiale attribuita a questa Chiesa, io penso che anche per essa, Possano farsi le osservazioni enunciate nel Capitolo dedicato alla Chiesa di S. Cristoforo di Corcia.
In seguito, sempre più spesso in quello stesso secolo, e più ancora nel seguente Quattrocento, noi troviamo incidentalmente ricordata la Chiesa di S. Orbica, in pubblici Istrumenti del nostro Archivio
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Notarile. Questi rogiti sono per noi interessanti, non perché contengano notizie di questa antichissima Chiesa, ma perché, con sufficiente approssimazione, possiamo da essi dedurre che la stessa sorgeva entro i confini territoriali dell'attuale Parrocchia di Nasciano, e più esattamente ai piedi della collina su cui è edificato il villaggio di Piagge. Anzi, in due di questi Istrumenti, aventi le date 31 Dicembre 1469 e 6 Luglio 1497, la Chiesa è addirittura indicata come S. Orbica di Nasciano (S. Orbice Nassiani). (1)
Null'altro di essa sappiamo. Il vetusto edificio dovette però andare in rovina, al più tardi nella prima metà del XVI secolo, non trovandosi mai, neppure un semplice accenno ad esso, negli Atti delle Visite Pastorali conservati nell'Archivio della Diocesi, Atti che s'iniziano con l'anno 1571.
LXXXIV. - Chiesa di S. Giuseppe al Palazzaccio.
Risalendo la breve, ma erta Via Comunale, che dipartendosi dalla Strada Provinciale Perugina, conduce al villaggio di Palazzetto, incontrasi sulla destra, a metà percorso, un predio con abitazione colonica denominato Il Palazzaccio, che fa parte della Parrocchia di Nasciano. La Chiesa di S. Giuseppe, oggi scomparsa, sorgeva appunto a circa venti passi da questa abitazione, verso Nord, proprio nel punto in cui ha principio un viottolo che conduce ad un'altra casa colonica esistente poco lontano. Quasi a fior di terra, ancora esistono le fondamenta dell'edificio.
Fu costruita l'anno 1640 dal Capitano Cesare Bonfigli di Gualdo, in un suo predio denominato, come sopra si è detto, Il Palazzaccio, e rimase poi in proprietà dei di lui eredi. Aveva un unico Altare dedicato a S. Giuseppe, su cui era collocato un quadro in tela rappresentante la Sacra Famiglia. Nella Chiesa, sin dalle origini, si celebravano Messe nella ricorrenza della festa del Santo Titolare a spese della famiglia Benfigli. In seguito, da quest'ultima, passò alla famiglia Spinosi, in possesso della quale la ritroviamo sin dall'anno 1721. Nel 1742, era ridotta in assai cattivo stato, ma dovette essere poi restaurata, poiché nel 1746 e nel 1758, la vediamo aperta al culto regolarmente e senza inconvenienti. Nel 1772, con il predio annesso, apparteneva alla famiglia Laurenti di Gualdo. Era ridotta nuovamente in pessimo stato, tanto che il Vescovo di Nocera, diede
(1) Bolla di Celestino III, del 12 Novembre 1191, nell'Arch. di S. Pietro in Vincoli, Fondo S. Ambrogio di Gubbio pubblicata dal Cenci in « Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. « Vol. II. Pag. 451 - Arch. Vaticano: collettorie. Tomo 225, e. 36 - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. Perg. Num. 4 e 9 - Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. N°. 22 - Arch. not arile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c . 66 e 99t; di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485. c . 205 e 511 ; di Andrea Angelo Benadatti dal 1477 al 1485. c. 24t; di Luca di Ser Gentile dal al 1499. c . 121, 167t.
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allora ordine di restaurarla. Dopo quest'ultimo anno, non mi è stato più possibile rintracciarne altre notizie e s'ignora altresì quando andò in completa rovina.
LXXXV. - Chiesa di S. Pietro Apostolo in Val di Rasina.
Rappresentava la Chiesa Claustrale o Monastica dell'omonima Abbazia Benedettina, fondata circa l'anno 1006 e della quale abbiamo trattato a proposito dell'Ordine di S. Benedetto in Gualdo Tadino. Di questa antichissima Chiesa però ben poche notizie si hanno. Sappiamo che era un tempo munita di Campanile, che aveva un solo Altare su cui, nel Seicento trovavasi un quadro in tela, rappresentante il Martirio di S. Pietro, che vi si faceva festa nel giorno dedicato a questo Santo e che nella prima metà del secolo suddetto, vi si celebrava regolarmente ogni sabato. La Chiesa di S. Pietro, cessò di essere Monastica e passò in possesso di Abbati Commendatari, quando l'Abbazia di cui faceva parte, fu concessa in Commenda, restando sempre compresa nella giurisdizione della Chiesa Plebana di Casacastalda. Nella seconda metà dell'Ottocento, essendo divenuta proprietà dei Conti Olivieri di Fabriano, insieme alle terre circostanti, la Chiesa di S. Pietro fu ridotta ad uso di stalla. Acquistata nel 1882, con le terre suddette, dalla famiglia Bucci di Ancona, venne da questa ricostruita completamente sulle vecchie fondamenta e riaperta al culto nel 1897. Anzi, la famiglia Bucci, da quell'epoca, vi fece sempre celebrare la Messa, a proprie spese, ogni giorno festivo.
Anche attualmente, la Chiesa ha un solo Altare, e nella parete, posteriormente a questo, esiste un grande quadro in tela, rappresentante la Crocifissione di Cristo. Questo quadro fu per certo fatto eseguire e poi donato, da uno dei tre Abbati Commendatari della famiglia Signorelli di Perugia, che godettero la Commenda dell'annessa Abbazia, dalla fine del Cinquecento sino a quasi la metà del Seicento. Infatti il quadro porta lo stemma di quella nobile famiglia con le parole: Abbas Signorellus. Nella Chiesa esiste anche un altro quadro in tela, della fine del XVI o del principio del XVII secolo, rappresentante S. Anna che presenta un libro aperto alla Vergine adolescente. Questi due quadri, precedentemente trovavansi nella prossima Chiesa di S. Anna in Frecco, dipendente anch'essa dall'Abbazia di S. Pietro di Val di Rasina.
LXXXVI. - Chiesa di Santa Croce in Val di Rasina.
Quest'antichissima Chiesa, è ricordata per la prima volta in un Diploma dell'Imperatore Federico I dato a Lodi il 13 Novembre 1163, con il quale l'Imperatore stesso, riceveva sotto la sua protezione l'Abbazia Benedettina di S. Donato di Pulpiano, la quale, dopo la pietà del XIII secolo, come già più volte abbiamo ricordato, prese il nome di S. Bartolomeo di Petrorio e che sorgeva su di un colle a levante della città di Gubbio, dove è attualmente |
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una Chiesa, a cui è restato infatti il nome di S. Bartolomeo di Petrorio. Nel Diploma suddetto, l'Imperatore riconfermava inoltre al Monastero di S. Donato di Pulpiano, il possesso di tutti i suoi beni e delle Chiese dallo stesso dipendenti, tra le quali è appunto nominata la nostra Chiesa di S. Croce, insieme a quella di S. Cristoforo di Coltaccone ed alla Pievania di Compresseto, che ad essa sorgevano vicine.
Non molti anni dopo, e propriamente il 12 Novembre 1191, Papa Celestino III, con Bolla data dal Laterano, riconfermava al Monastero di S. Donato, tutti i suoi possedimenti, tra i quali è di nuovo indicata la Chiesa di S. Croce « Ecclesiam sancte Crucis de Rosciola » come si legge nel documento. L'appellativo Rosciola, che qui troviamo per la prima volta, si riscontra poi quasi sempre, sino a circa la metà del Seicento, unito alla Chiesa, alla quale fu applicato poiché non lungi da essa esiste un profondo ed assai lungo fossato, specie di angusta valle che portava e porta anche oggi il nome di Rosciola. Questo avvallamento, in fondo al quale scorre un minuscolo rivo, quasi asciutto d'estate, è quello appunto che, dipartendosi dal Colle di Grello, scende giù tra Pastina e Cova di Allocco, sino ad incontrarsi con il fiume Rasina. (1)
La suddetta Abbazia di S. Donato di Pulpiano o S. Bartolomeo di Petrorio, nel 1419, come già dicemmo, fu unita al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio, dell'Ordine dei Canonici Regolari e questo Monastero venne poi fuso con quello di S. Secondo del medesimo Ordine e della stessa Città. Il possesso della Chiesa di S. Croce, passò così successivamente dall'uno all'altro dei Monasteri su nominati ed infatti, alla dipendenza dei Canonici Regolari di S. Secondo in Gubbio, la ritroviamo ancora verso la fine del Settecento.
Inoltre, siccome la Chiesa di S. Croce sorgeva nella Parrocchia di S. Maria di Pastina, così la prima restò sempre aggregata a questa seconda Chiesa, e ciò tanto più facilmente in quanto che anche S. Maria di Pastina era un antico possesso dell'abbazia di S. Donato di Pulpiano dalla quale, insieme a S. Croce, passò poi al Monastero di S. Ambrogio ed infine a quello di S. Secondo. E' per questo motivo, che negli Atti di Sacre Visite, la Chiesa in esame, dopo la metà del Seicento, è sovente chiamata S. Croce di Pastina, anziché S. Croce di Rosciola.
Dopo la suddetta Bolla di Papa Celestino III, troviamo ricordata la nostra Chiesa tra quelle che pagarono la decima imposta nel 1332 da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per far fronte agli impellenti bisogni della Santa Sede. Come abbiamo già notato per molte altre Chiese Gualdesi, nei Libri delle Collettorie Pontificie, il pagamento fu registrato da Delayno de Mutina, Notare del Vescovo di Nocera e funzionante quale Subcollettore nella stessa Diocesi per conto del Collettore Generale
(1) P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200. Documenti n°. CCLXXV e CCCCXII, in Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Vol. II, Foligno 1915. Pag. 347 e 452.
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del Ducato di Spoleto, che era il Tesoriere Giovanni Rigaldi. La registrazione, in data 24 Giugno 1333, è redatta con le seguenti parole : « Item [habui] ad Armano prebendato plebis Sancte Felicita tis . . . solvente pro ecclesia S. Crucis de Rossola, 26 solidos, 6 de narios cortonenses ».(1)
Certamente l'edificio dell'antica Chiesa di S. Croce, a cui si riferiscono i documenti su descritti, nulla ha a che fare con l'edificio attuale, anzi è da credere che diverso sia anche il suolo su cui la prima esistette. La moderna Chiesuola di S. Croce, sorge contigua ad un'abitazione colonica appartenente alla Parrocchia di S. Maria di Pastina, tra la Via Provinciale che mena da Gualdo a Perugia e il fiume Rasina. Al di là del fiume, si eleva una collina, sul fianco della quale trovasi un piccolo villaggio che, come la Chiesa, porta il nome di Santa Croce. Ora io credo che l'antico omonimo Tempio, sorgesse appunto in tale villaggio, il quale, dalla Chiesa stessa avrebbe anzi avuto il nome e le origini. Questa ipotesi è confermata da una pergamena del nostro Archivio Comunale, portante la data 8 Marzo 1310, e che contiene un Istrumento con il quale l'Abbazia di S. Donato di Pulpiano, concedeva in enfiteusi alcuni beni posti presso il villaggio di Colbassano. Ora appunto, in tale pergamena si legge, che il Procuratore dell'Abbazia, tal Pace di Monarcheo, per mezzo del Notaio Giglio di Pietro, stipulò l'Istrumento suddetto « in villa sancte Crucis de Rossiola, in claustro ipsius ecclesie ». (2)
Del resto, il villaggio di Santa Croce, dovette avere in antico assai maggiore importanza dell'attuale e pare che ivi avesse anche sede una Giudicatura, specie di Tribunale, di cui è stato descritto persino il sigillo, trovato in quelle vicinanze, rappresentante tre torri merlate, con la mediana più grande e più alta, le quali si ergono su di una muraglia poggiante sopra una base di sbarre serpeggianti, il tutto racchiuso in due cerchi concentrici tracciati a puntini, tra i quali trovasi scritto: « S. Tantobene Jud. de S. Cruce + » vale a dire: Sigillo di Tantobene Giudice di S. Croce. (3)
Nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa già più non doveva esistere nel villaggio, poiché negli Atti della Visita Apostolica praticatavi dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, il 7 Novembre del 1573, si legge che il Tempio di S. Croce è «in deserto positum ». Anzi il Visitatore, nota che lo stesso appare in pessimo stato, addirittura sordidum ed ordina il sequestro delle sue rendite (tre salme di grano ed altrettante di spelta) da destinarsi per i necessari restauri, ed aggiunge che, se dopo un anno questi non fossero stati effettuati, il Rettore della Chiesa sarebbe stato sospeso dal suo Officio. Anche nella Visita Pastorale del 1633, il Vescovo
(1) Arch. Vaticano: Collettorie, Tomo 225, e. 37.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIV. Perg. n°. 15.
(3) A. bucarI battistelli: La Bastala. Racconto Popolare del secolo XIII. Note al Cap. III Pag. 78. Milano 1902.
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Visitatore nota che la Chiesa sorgeva isolata, lontano poco più di mezzo miglio da quella di S. Pietro di Val di Rasina, presso la Via Provinciale che da Gualdo conduce a Perugia.
In quest'epoca, la Chiesa di S. Croce era in procinto di rovinare, tanto che l'anno seguente, lo stesso Vescovo di Nocera stabilì che, dovendosi abbattere la crollante Chiesa di S. Nicolo di Voltole, i materiali edilizi ancora utilizzabili, dovevano adibirsi a restaurare la Chiesa di S. Croce. Nella Sacra Visita del 1746, il Visitatore, trova quest'ultima in discreto stato, solo nota che il tetto era prossimo a cadere, e crollò infatti con tutto il restante dell'edificio, per effetto del violento terremoto che desolò la nostra regione nel Luglio del 1751. La Chiesa di S. Croce, fu però subito dopo fatta riedificare, sebbene in più piccole proporzioni, dal Vescovo di Nocera Mons. Chiappe, mediante elemosine per tale scopo appositamente raccolte; ma non sappiamo se la riedificazione avvenne proprio sull'area dell'edificio abbattuto dal terremoto o alquanto distante da essa.
In quest'epoca, la Chiesa possedeva un predio che si usava dare in affitto, dovendo ogni anno l'affittuario corrispondere scudi 10 al Parroco di Pastina e scudi 1.30 ai suddetti Canonici Regolari di S. Secondo in Gubbio.
Sull'unico Altare di S. Croce, sin dagli antichi tempi, si celebrava un Officio di tre Messe per la ricorrenza della festa dell'Invenzione della Croce, il 3 di Maggio. Vi si diceva poi spesso la Messa, ex devotione. Inoltre, essendo stati in detto Altare trasferiti i Titoli e Benefici di tre prossime dirute Chiese e cioè S. Angelo di Fabrica, S. Leopardo di Piagge e S. Cristoforo di Coltaccone, il Rettore della Chiesa di S. Croce, aveva anche l'obbligo di disimpegnare gli oneri di Messe inerenti ai Benefici Ecclesiastici di quelle tre antichissime Chiese. Sull'Altare esisteva un quadro in tela raffigurante il Crocefisso con S. Ubaldo Patrono della città di Gubbio e S. Antonio da Padova.
Oggi la Chiesa in esame è comunemente chiamata S. Croce di Rasina, dal nome del fiume che ad essa scorre vicino.
LXXXVII. - Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone.
Esisteva un tempo nella località anche oggi chiamata Coltaccone. Il suo nome compare, per la prima volta, in una pergamena contenente un Atto stipulato nell'Ottobre dell'anno 1130, con il quale Lorenzo, Vescovo di Nocera, confermava a Monatto, Abbate del Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano nel territorio di Gubbio, già più volte ricordato nelle precedenti Chiese, il possesso di alcuni beni tra i quali si annovera « totani ipsam ecclesiam sancti Xristofori». Che si tratti della Chiesa di cui stiamo scrivendo, lo prova un'annotazione apposta, da mano coeva, sul rovescio della pergamena, dove infatti leggesi : « Iura ecclesie sancti Christofani de Coltacone ». Erroneamente lo Jacobilli,
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assegna quest'Atto all'anno 1131.(1)
Alla distanza di pochi anni, la Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone, ricompare in un Diploma di Federico I, dato a Lodi il 13 Novembre 1163, con il quale l'Imperatore, ricevendo sotto la sua protezione il suddetto Monastero di S. Donato di Pulpiano, gli confermava altresì il possesso dei suoi beni e dipendenze, tra cui appunto anche la Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone che, nel documento in esame, è però indicata col nome « E. sancti Christophori collis Turonis ». Quest'ultima differenza ortografica, non infirma l'identificazione della Chiesa, ben conoscendosi quante varianti, la toponomastica medioevale subì attraverso i secoli, per effetto dell'uso e delle sgrammaticature apportatevi dagli amanuensi. Del resto, basta notare il fatto, che nel Diploma di Federico I, la Chiesa di S. Cristoforo è nominata proprio insieme con le due Chiese di S. Croce di Rasina e S. Maria di Compresseto che esistono anche oggi vicinissime a Coltaccone, mentre è assolutamente sconosciuta, anche in passato, nei nostri luoghi, una località chiamata Colle Turone. E poi, anche dal precedente documento, sappiamo che la Chiesa di S. Cristoforo dipendente dal Monastero di S. Donato di Pulpiano, era proprio quella di Coltaccone. (2)
I diritti di possesso del Monastero di S. Donato sulla nostra Chiesa di S. Cristoforo, li vediamo per la terza volta riconfermati, in una Bolla che il Pontefice Celestino III indirizzava al Monastero suddetto, datandola dal Laterano il 12 Novembre 1191. In tale Bolla, la Chiesa in esame, è chiamata «E. sancti Xristofori de Serra» certo perché prossima ad una località anche oggi chiamata Serrone. (3)
Finalmente, in un altro documento e cioè nel più volte da noi ricordato elenco di Chiese della Diocesi di Nocera che nell'anno 1333 pagarono alla Santa Sede il primo semestre della tassa o decima imposta per la durata di alcuni anni da Papa Giovanni XXII su i beni Ecclesiastici del Ducato Spoletino, in gruppo con le suddette Chiese di S. Croce di Rasina e S. Maria di Compresseto, trovasi indicata l'altra vicina Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone con la nota seguente : « Item habui ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis . . . solvente pro ecclesia S. Cristofori de Colle Tayano, 18 sol, 6 den. cort. ». (4)
La Chiesa in esame, a cui era annesso un semplice Beneficio
(1) Pergamene dell'Archivio di S. Secondo in Gubbio. N°. 132. (Il documento fu pubblicato da Pio Cenci nel « Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200 ». Vedi Archivio per la Storia Ecclesiastica dell' Umbria. Foligno 1915. Voi. II, pag. 251) - L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell'Umbria. Tomo III, pag. 312; Di Nocera nell' Umbria e sua Diocesi. Pag. 73.
(2) Documento pubblicato dal Cenci come sopra. (Vedi Archivio suddetto. Vol. II , pag.. 347.
(3) Pergamene dell'Archivio di S. Pietro in Vincoli. Fondo S. Ambrogio di Gubbio. (La Bolla fu pubblicata dal Cenci nell'Archivio suddetto. Vol. II, Pag. 451).
(4) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 37.
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Ecclesiastico, nella prima metà del Cinquecento era ancora in piedi e funzionava regolarmente, come risulta da un Atto, con il quale, il Vicario del Vescovo di Nocera, Don Giacomo de Servolis da Gualdo, ne eleggeva il Rettore, in persona del Sacerdote Troilo di Bartolomeo di Nicolo di ser Lancellotto. Invece, nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa era già andata completamente in rovina, tanto che il Vicario del Vescovo di Nocera, con Decreto del 17 Aprile 1573, al Sacerdote che ancora seguitava a godere le rendite del Beneficio, ordinò che nel luogo, ove già sorgeva la diruta Chiesa di Coltaccone, facesse erigere una Croce di pietra, e che trasferisse il Titolo di S. Cristoforo, nell'Altare di altra Chiesa vicina, con l'onere di due Messe ogni anno. Ci consta altresì che, in quell'epoca, le rendite del suddetto Beneficio Ecclesiastico consistevano annualmente in tre mine di frumento all'incirca. Come era stato prescritto, il Titolo e Beneficio di S. Cristoforo di Coltaccone, con l'onere suddetto, vennero trasferiti in un Altare della Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni di Grello e poi in seguito, nella Chiesa di S. Croce di Rasina, dove ancora esistevano intorno al 1670.(1)
La causa per cui fu effettuato quest'ultimo trasferimento, si deve forse ricercare nel fatto seguente: Il Monastero di S. Donato di Pulpiano, poi chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, a cui apparteneva la Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone, nel 1419, come altrove fu detto, venne unito al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio, dell'Ordine dei Canonici Regolari, il quale, alla sua volta, si fuse poi con l'altro di S. Secondo, del medesimo Ordine e nella stessa Città. La Chiesa di S. Cristoforo, passò perciò successivamente in proprietà dei Monasteri suddetti e, quando rimase distrutta, il relativo Beneficio Ecclesiastico seguitò a rimanere alla dipendenza dei Monaci di S. Secondo. E' quindi naturale che questi ultimi, non tollerando che il Beneficio andasse ad impinguare una Chiesa ad essi estranea, quale era quella Parrocchiale di Grello, avessero voluto perciò trasferirlo in quella di S. Croce di Rasina, la quale, come già vedemmo, era invece una Chiesa da essi dipendente.
Oggi le fondamenta di questo sacro edificio, sono reperibili nel punto più elevato di un terreno segnato col N. ro 268, nella Mappa Catastale di Pieve di Compresseto.
LXXXVIII. - Chiese di S. Savino e di S. Pietro di Serra.
Queste due Chiese, oggi scomparse, sono ricordate per la prima volta nell'anno 1169. In tale anno, come già precedentemente abbiamo ricordato, il 4 Agosto, Papa Alessandro III, emanava da Benevento una Bolla diretta all'Abbate Giovanni ed ai Monaci della Badia di S. Benedetto in Gualdo, con la quale riconfermava loro gli estesi possessi e le numerose pertinenze Abbaziali consistenti in
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Ercole di Gabriele dal 1505 al 1506. Paginazione I, da c. 92t a 94 - Arch. Vescovile di Nocera: Atti di Sacre Visite Anni 1573, 1605, 1670.
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terre e Chiese. Ora appunto, tra le Chiese indicate nella Bolla suddetta come dipendenti dal Monastero Gualdese di S. Benedetto, figurano anche una « ecclesia sancti Savini de Serra cum pertinentiis suis » ed una « ecclesia sancti Petri, eiusdem loci, cum pertinentiis suis ». (1)
II 6 Maggio 1188, Papa Clemente III pubblicava una nuova Bolla, per riconfermare ai nostri Monaci Benedettini i loro possessi, nella quale Bolla più non troviamo nominata la suddetta Chiesa di S. Pietro, mentre vi si trova invece ancora quella di S. Savino di Serra. (2) Quest'ultima ricompare poi una terza volta, nei Libri già più volte ricordati delle Collettorie Pontifice, insieme ad altre Chiese che il 24 Giugno 1333 pagarono la decima imposta da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto per i bisogni della Santa Sede. Il pagamento, effettuato, come si è visto per altre Chiese, in mano di Delayno de Mutina, Notaro del Vescovo Nocerino e Subcollettore del Tesoriere Generale del Ducato Giovanni Rigaldi, trovasi annotato nei suddetti Registri delle Collettorie, con queste parole: « A dompno Jacobo plebano Tayni...... pro ecclesia S. Savini de Sera [habui] 18 solidos, 6 denarios cortonenses ». (3)
La Chiesa di S. Pietro di Serra, dopo l'accenno fattone nella Bolla di Alessandro III, mai più trovasi nominata nei documenti d'Archivio. Dovette perciò scomparire in epoca assai remota e cioè assai prima di quella di S. Savino, della quale, verso la metà del Cinquecento, esisteva ancora qualche traccia delle sue macerie. In fatti negli Atti della Visita Diocesana praticata in Gualdo dal Vicario del Vescovo di Nocera, il 17 Aprile 1573, leggesi che lo stesso, avendo ispezionato il luogo ove già era esistita la Chiesa di S. Savino di Serra, ordinò al Sacerdote che tuttavia seguitava a godere le rendite di quel Beneficio Ecclesiastico, di fare erigere una Croce di pietra, su i ruderi della Chiesa e di trasferire il Titolo di S. Savino, nell'Altare di qualche Tempio vicino. Ed il trasferimento fu poi infatti effettuato nella Chiesa plebana di S. Facondino, con l'onere, pel Beneficiato, di due Messe ogni anno.
Di quest'epoca, ci resta anche un altro documento, interessante la fine della Chiesa in esame. Trattasi di un Atto Notarile, avente la data 21 Giugno 1474, dal quale risulta che la Chiesa di S. Savino di Serra, era già andata in rovina; che il Titolare del corrispondente Beneficio Ecclesiastico e cioè il prete Battista di Evangelista da Gualdo, aveva proposto ai Monaci del Monastero di S. Benedetto, da cui, come si è detto, la Chiesa stessa dipendeva, di permutare due terreni a questa appartenenti e situati nella sua circoscrizione Parrocchiale, con altri due terreni spettanti a tal Benedetto di Antonio di Pacciarello, posti nella Parrocchia di S. Pietro; e che
(1) P. Kehr: Nachtràge zu den Rotnischen Berichten (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenscliaften zii Gottingen. Anno 1903. Pag. 570-572) - Arch. Vaticano: Arni. XXXI. Tomo 53, fogl. 48.
(2) MlTTARELLI: Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice allo stesso Tomo IV, pag. 168.
(3) Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 225, c. 37.
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finalmente i Monaci di S. Benedetto, con a capo l'Abbate Bartolomeo di Pietro, davano il loro consenso, con questa clausola da inserirsi nell'Atto e cioè, che se in futuro la Chiesa di S. Savino fosse stata ricostruita e posta in grado di funzionare, la permuta suddetta, si sarebbe potuta rescindere e i due terreni, come sopra scambiati, sarebbero dovuti allora ritornare ai primitivi proprietari, previo rimborso delle spese fatte, per miglioramenti eventualmente apportati ai terreni stessi. Ma la Chiesa di S. Savino di Serra, più non risorse; sussistette invece l'omonimo Beneficio, che trovo poi ricordato in un rogito del 25 Gennaio 1491, come ancora dipendente dall'Abbazia Gualdese di S. Benedetto, e che il Dorio ancora cita nei primi del Seicento. (1)
Dopo di allora, negli Atti di Sacre Visite, più di una volta si accenna alla località ove un tempo questa Chiesa era sorta, e questi accenni ci sono utili per potere riconoscere, ma con non molta approssimazione, quale fosse questa località, nelle di cui vicinanze doveva essere stata anche la Chiesa di S. Pietro. Infatti, nella Visita Diocesana del 4 Gennaio 1584, si legge che i ruderi del sacro edificio, indicati da una Croce, erano allora ancora visibili « in vocabulo Caiani, penes domum Bini Paccie». Nella Visita del 1593 è detto che questi ruderi erano compresi nella Parrocchia di S. Facondino. In quella del 12 Ottobre 1605, il Vescovo, dopo avere ispezionato la Chiesa di S. Croce di Rasina aggiunge che, nelle vicinanze, « erant visitandae ecclesiae S. Angeli [de Fabrica] et S. Sabini de Serra, in maceriem reductae » e la stessa osservazione si ripete nelle susseguenti Visite del 18 Ottobre 1607 e del 19 Settembre 1610. Nella Visita Diocesana del 1613, i ruderi di S. Savino di Serra, come pure quelli di S. Angelo di Fabrica, sono visitati dal Vescovo, nel percorso dalla Chiesa di S. Croce di Rasina a quella di S. Maria di Rote. Come si vede, questi accenni sono abbastanza vaghi e, confrontati con l'attuale topografia e toponomastica della nostra regione, possono apparire talvolta anche discordanti tra loro. Né ciò deve farci meraviglia, considerando che i Cancellieri Vescovili incaricati di redigere gli Atti delle Sacre Visite, spesso forestieri, non sempre erano a perfetta conoscenza del territorio della vastissima Diocesi Nocerina e facilmente potevano perciò errare nella denominazione e nell'ubicazione delle varie località di cui dovevano occuparsi. Certo però, dalle suddette notizie, come pure dai frequenti accenni a noti Vocaboli, che nei Rogiti del nostro Archivio Notarile, spesso si indicano come allora esistenti nelle pertinenze della Chiesa di S. Savino, noi possiamo con sicurezza ritenere, che la stessa sorgeva nel territorio circostante alla strada che da Gualdo conduce a Perugia, più o meno distante dalla strada stessa, ma però nel tratto interposto tra la Chiesa di S. Maria di Rote e quella di S. Croce di Rasina.
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XIII, c. 44; dì Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1491 al 1494. c . 6 - Bibliot. del Seminario di Foligno. Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. VIII. 11, c. 102-108.
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Aggiungeremo anche, che nessuna importanza ha il fatto di non più ritrovare oggi in questo territorio il vocabolo Serra, potendo quest'ultimo, attraverso i secoli, essere scomparso dall'uso. La Chiesa di S. Savino, di cui ci siamo ora occupati, non va confusa con altra omonima antica Chiesa, esistente tra Morano e Casacastalda, ma nel territorio Comunale di Valfabbrica, la quale anch'essa sovente trovasi nominata nei documenti dei nostri Archivi. Quest'ultima era Chiesa Abbaziale e venne talvolta indicata anche con il nome di S. Savino in Larone, perché situata presso il torrente Larone, affluente del Rasina.
LXXXIX. - Chiesa di S. Antonio da Padova nel villaggio di Cerqueto.
Fu costruita l'anno 1641, presso le proprie case, nella Parrocchia di S. Benedetto, dalle cinque famiglie che formavano allora il villaggio di Cerqueto, le quali si erano inoltre in precedenza obbligate, con pubblico Atto, non solo di costruirla, ma bensì di provvederla, anche nell'avvenire, di tutto il necessario e di farvi celebrar Messa. L'obbligazione fu mantenuta, tanto più perché la Chiesa mai possedette in passato beni stabili, e gli abitanti del villaggio, per moltissimo tempo, vi fecero infatti celebrare, a proprie spese, varie Messe ed Offici ogni anno e tra questi ultimi uno più solenne nel giorno dedicato a S. Antonio da Padova. Il Sacerdote Don Felice Meccoli, con suo testamento dell'8 Maggio 1817, lasciò alla Chiesa di S. Antonio un terreno ed un orto, il di cui fruttato doveva servire per farvi celebrare alcune Messe in giorni feriali, a scelta della popolazione; lasciò poi tutti i suoi beni alla Confraternita Gualdese del Rosario, con l'obbligo però di far celebrare la Messa in ogni giorno festivo nella detta Chiesa di Cerqueto. Tutte queste Messe, dovevano essere indette per suffragio dell'anima sua e nello stesso tempo per comodo degli abitanti del villaggio. Il Celebrante doveva contemporaneamente soddisfare ai vari obblighi festivi spettanti ad ogni Parroco.
Quando poi, dopo una lunga vertenza, durata dal 1906 al 1908, le Confraternite Gualdesi e fra esse anche quella del Rosario, furono concentrate con tutti i loro beni nella Congregazione di Carità di Gualdo Tadino, quest'ultima convenne, con la Confraternita suddetta, di rilasciare alla Chiesa di S. Antonio, un emolumento fisso ogni anno, soltanto per la sua Officiatura festiva.
Questa piccola Chiesa, sin dalla sua origine, possedeva sopra l'unico Altare, un'icona raffigurante la Madonna avente il Bambino in braccio ed a fianco il Santo Titolare ed il Beato Angelo da Gualdo.
Il fabbricato subì un primo, ma lieve ingrandimento, in senso longitudunale, circa mezzo secolo fa, per opera del Cappellano di allora Don Paolo Gherardi. Più tardi, nel 1905, fu ad essa apportato un nuovo ampliamento con l'aggiunta dell'abside e delle due
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Cappellette laterali. Quest'ultimo ampliamento, fu fatto a spese della Confraternita del Rosario, la quale però non ne aveva l'obbligo, poiché il suddetto Legato del Prete Meccoli, come vedemmo, si riferiva soltanto all'Officiatura della Chiesa.
Con Decreto Vescovile del 10 Settembre 1918, approvato con Decreto Luogotenenziale del 22 Giugno 1919, la Chiesa di S. Antonio da Padova, fu destinata quale sede di una nuova Parrocchia, costituita in parte con una porzione del territorio della Parrocchia di S. Maria di Pastina contemporaneamente soppressa ed in parte con una zona di territorio sottratta alle Parrocchie di S. Benedetto, di Nasciano, di Poggio S. Ercolano e di Pieve di Compresseto. In tale occasione, nel villaggio di Cerqueto, non lungi dalla Chiesa, fu eretta anche la nuova Casa Parrocchiale.
Oggi la Chiesa stessa possiede un'Altare Maggiore, ed un Altare laterale nella Cappella che trovasi in cornu Evangeli. Sulla parete dietro l'Altare Maggiore, in una nicchia, è collocata la statua del Santo Titolare. Sull'Altare laterale, vi è un quadro in tela del XVII secolo, brutto e malandato, rappresentante in alto la Madonna col Bambino tra due Cherubini, ed in basso due Santi che l'adorano. L'attuale Officiatura è quella solita di tutte le Chiese Parrocchiali.
XC. - Chiesa di Maria Vergine della Mercede nel villaggio di Palazzo Ceccoli.
Esiste nella Parrocchia di S. Benedetto, nel villaggio su nominato, villaggio che ha avuto origine, in antico, da una famiglia Ceccoli, che ivi aveva stabilito la propria dimora, e presso la quale erano sorte poi in seguito altre abitazioni di parenti ed estranei, sino a costituirvi un piccolo Borgo.
Fu allora che il Sacerdote Gualdese Don Giovanni Battista Travaglia, volle, a proprie spese, costruirvi anche una Chiesa, dopo averne ottenuto il permesso con Rescritto Vescovile del 23 Novembre 1727 e averla dotata con un fondo di venticinque scudi. Fu benedetta e vi fu celebrata la prima Messa il 14 Settembre del 1728, dal Pievano di S. Facondino. Restò poi anche in seguito, un giuspatronato della famiglia Travaglia, alla quale anche oggi appartiene e che ebbe sempre l'onere di mantenere la Chiesa in buono stato e provvederla del necessario. E' ancora officiata qualche volta, durante l'anno, a richiesta dei fedeli e vi si fa festa il 24 Settembre, giorno dedicato a S. Maria della Mercede. Sull'unico Altare, sin dalla sua erezione, esisteva un quadro in tela rappresentante la Vergine, S. Giovanni Battista, S. Giuseppe, S. Antonio Abbate e S. Nicolo da Tolentino. Sull'architrave in pietra della porta d'ingresso, leggonsi scolpite le seguenti parole: In te sola confido. 1768 Die XXIV Septembris. Ave Maria.
Negli Atti di una Sacra Visita, praticatavi il 14 Maggio 1750 dal Vescovo di Nocera, questa Chiesa, certo per errore, appare intitolata a Maria Vergine dell'Assunzione. Fu restaurata nel 1930.
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XCI. - Chiesa di S. Ippolito Martire.
Negli Atti di una Visita Pastorale, compiuta in Gualdo nel Novembre del 1670, si legge che la Chiesa di S. Ippolito, era stata poco prima costruita, per iniziativa ed a proprie spese, dai Sacerdoti Girolamo e Carlo Mannelli e dal fratello loro Giacomo. In altra Visita del Giugno 1718, tra i fondatori della Chiesa stessa, si annovera anche un Giovanni Maria Mannelli. Costoro si erano assunti altresì l'onere di fornirla d'ogni cosa necessaria, anche per l'avvenire.
Spesso però, in Rogiti Notarili della seconda metà del Quattrocento e del principio del Cinquecento, ad esempio in uno del 19 Aprile 1479, in un secondo del 12 Giugno 1480, in un terzo del 30 Ottobre 1485, in un altro del 26 Ottobre 1492 e in un ultimo del 30 Dicembre 1506, trovo ricordata nella Parrocchia di Pastina, una località col nome di S. Ippolito (... in parocia Pastine, in vocabulo Sancti Appoliti... ), anzi, in quello del 1485, si specifica che detta località, trovavasi presso la strada che allora conduceva a Grello. (1)
Ciò dimostra senza alcun dubbio, che in tale luogo sorgeva allora, o almeno era sorto in passato, un sacro edificio dedicato al Martire S. Ippolito. Quindi la Chiesuola eretta nella fine del Seicento dalla famiglia Mannelli, dovette essere piuttosto una ricostruzione della primitiva omonima Chiesa, ricostruzione fatta o su i suoi antichi ruderi o nei dintorni, tanto è vero che anche questo secondo edificio, sorge di fianco alla via che porta al villaggio di Grello.
La piccola Chiesa fondata dai Mannelli, rimase per lungo tempo proprietà di questa famiglia Gualdese, in possesso della quale la troviamo ancora nella seconda metà del Settecento. La stessa vi faceva celebrare ogni anno, a proprie spese, un Officio di più Messe nella festa del Santo Titolare, il 13 Agosto; anzi, per uno speciale privilegio, in tale occasione vi si potevano celebrare dette Messe, sino a due ore dopo il Mezzogiorno.
Questa piccola Chiesa fa oggi parte della Parrocchia di S. Benedetto, ma un tempo apparteneva alla Parrocchia di Pastina, ed ha un solo Altare ornato da un quadro in tela, raffigurante in alto la Madonna incoronata da due Angeli e avente il Bambino in braccio; in basso S. Giuseppe e S. Ippolito martire. La campana è collocata sul tetto di una vicinissima villa rustica, la quale altro non è che il residuo di un più vasto fabbricato, il quale, secondo un antica tradizione, avrebbe servito originariamente ad uso di Convento e seguì poi come proprietà, le varie vicende della Chiesuola di S. Ippolito. Questa infatti, dopo i Mannelli, appartenne alla famiglia Mattioli e poi a quella Coppari, da cui passò, per diritto ereditario, ai Sinibaldi.
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1490, c . 113 e dal 1490 al 1509. c . 180; di Èrcole di Gabriele dal 1470 al 1496, c. 31; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1484 al I486, c . 229t.
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Nella seconda metà dell'Ottocento, ridotta a sepolcreto privato, furono in essa tumulati, ragguardevoli membri delle famiglie Coppari, Calai e Sinibaldi, i quali ultimi, anche al presente, l'adibiscono a sepolcreto privato della loro famiglia e qualche rara volta vi fanno celebrare la Messa.
XCII. - Chiesa di S. Maria nel villaggio di Pastina.
Troviamo ricordata primieramente questa Chiesa, nella già più volte da noi citata Bolla di Papa Celestino III, data a Roma dal Laterano il 12 Novembre 1191. Già dicemmo, che tale Bolla era diretta al Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano, che più tardi, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrolio e che sorgeva su di una collina a levante della città di Gubbio, dove è tuttora una Chiesa dedicata appunto a S. Bartolomeo di Petrorio. Il Pontefice, con la Bolla suddetta, prendendo sotto la sua protezione il Monastero di S. Donato di Pulpiano, riconfermava allo stesso il possesso di tutti i suoi beni e dipendenze, tra le quali è appunto annoverata la « Ecdesiam sancte Marie de Pastene». Si disse anche, che il Monastero di S. Donato di Pulpiano, poi S. Bartolomeo di Petrorio, fu unito nel 1419 al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio, dell'Ordine dei Canonici Regolari, e che questo infine, insieme al precedente, venne poi fuso con quello di S. Secondo, del medesimo Ordine e della stessa Città. La Chiesa di S. Maria di Pastina, seguì sempre le sorti dei Monasteri suddetti e infatti, sino alla demaniazione del 1860, la troviamo ancora alla dipendenza dei Canonici Regolari del Monastero Eugubino di S. Secondo. (1)
La stessa, dopo la bolla di Papa Celestino III, si ritrova nominata una seconda volta, tra le Chiese che pagarono alla Santa Sede la tassa o decima imposta nel 1332, per alcuni anni, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto da Papa Giovanni XXII. Dai Libri delle Collettorie Pontificie, con la data 24 Giugno 1333, si apprende infatti, che la Chiesa di S. Maria di Pastina, versò, per il primo semestre, venticinque soldi e tre denari Cortonesi, a Delayno de Mutina, Cancelliere del Vescovo di Nocera, funzionante quale Subcollettore del Tesoriere e Collettore Generale del Ducato Spoletino Giovanni Rigaldi. L'annotazione del versamento, risulta nei Registri delle Collettorie con le seguenti parole: « Item [habui] ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis ... solvente pro ecclesia S. Marie de Pastina et Sancti Leopardi et S. Serbice, 25 sol. 3 dea. cort. ». (2)
(1) P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200. (In Archivio per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Vol. II. Foligno 1915. pag. 452).
(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225. c. 37.
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Poi, per un lungo periodo di tempo, più non abbiamo notizie della Chiesa in esame e solo nel 1506, la troviamo nuovamente ricordata in un elenco di Chiese Gualdesi a cui il Comune di Gualdo pagava una decima. La Chiesa di S. Maria di Pastina, figura in quest'elenco, come ricevente, per ogni semestre, la somma di due bolognini, quindici soldi ed un denaro. Ora siccome salvo rarissime eccezioni, il Comune di Gualdo pagava questo contributo soltanto a Chiese Parrocchiali, così dobbiamo ritenere che la Chiesa di S. Maria di Pastina, sin da quell'epoca, fosse a capo di una Parrocchia. (1)
La qualifica di Chiesa Parrocchiale, è poi chiaramente indicata nella Visita Diocesana del 1571, anzi in tale occasione, il Visitatore, Vicario del Vescovo di Nocera, considerando la piccolezza della Parrocchia di Pastina e la sua vicinanza con la Chiesa di S. Giovanni di Grello, fuse la Parrocchia di Pastina, con quella finitima di Grello. Però poco dopo, e propriamente il 7 Novembre 1573, in occasione della Visita Apostolica praticata nella Diocesi di Nocera dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, costui dichiarò abusivo il suddetto cambiamento di un Beneficio Curato in Beneficio Semplice ed annullò perciò la fusione su ricordata e ciò anche in rapporto ai diritti che, come sopra si è detto, sulla Parrocchia di S. Maria, avevano i Monaci del Monastero Eugubino di S. Secondo. Solo concesse, sempre però riservandosi l'approvazione di questi Monaci, che le due Parrocchie, pur restando amministrativamente divise, potessero essere governate da un unico Rettore, che avrebbe dovuto celebrare alternativamente nelle due Chiese. Inoltre, siccome la nomina del Parroco di S. Giovanni di Grello, spettava al Vescovo di Nocera, e quella del Parroco di S. Maria di Pastina al Priore del Monastero di S. Secondo, così il Visitatore Camagliani, consigliò di redigere un regolare accordo tra Vescovato e Monastero, affinchè pel futuro non nascessero contrasti tra i due Enti, per la nomina del Parroco suddetto. Ma è da credere che le Parrocchie in discorso, seguitassero invece a funzionare completamente separate e ciascuna con un proprio Rettore o almeno che le disposizioni del Visitatore Apostolico avessero breve durata, certo è che nel 1583, tanto l'una come l'altra Chiesa si reggevano di nuovo in modo autonomo e con un proprio Parroco e che in tale stato rimasero anche in seguito sino al 1919. Ma con Decreto Vescovile del 10 Settembre 1918, approvato con Decreto Luogotenenziale del 22 Giugno 1919, la Parrocchia di Pastina fu soppressa e con le sue rendite ne venne istituita una nuova, con sede nella Chiesa di S. Antonio di Padova, nel villaggio di Cerqueto.
Il territorio della vecchia Parrocchia di Pastina fu smembrato: In parte, con l'antica Chiesa Parrocchiale, venne attribuito a quella di Grello, in parte andò a costituire la nuova circoscrizione Parrocchiale, insieme ad una zona di territorio sottratto alla finitima
(1) Arch. Comunale di Gualdo Tadino: Libri dei Consigli. Anno 1506, c. 54.
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Parrocchia di S. Benedetto. In tal modo la Chiesa di S. Maria di Pastina, da Parrocchiale diventò filiale di quella di Grello.
Nella fine del Cinquecento, il Curato di S. Maria di Pastina, oltre ad essere stipendiato dal suddetto Monastero di S. Secondo, ritraeva dai beni Parrocchiali una rendita media annua di otto mine di frumento (circa Kg. 432) e quattro barili di vino. Questi beni andarono per certo in seguito sempre aumentando, e troviamo in fatti che nel 1784, il Parroco godeva il fruttato di ben trentanove terreni. Inoltre, dalla Parrocchia di S. Maria di Pastina, dipende vano allora anche le due vicine Chiese di S. Angelo di Pierle e S. Croce di Rasina. Ciò nonostante, il Curato non risiedeva nella Parrocchia, essendo questa mancante della Casa Presbiteriale.
La Chiesa di S. Maria di Pastina, possedette originariamente un solo Altare dedicato alla Vergine ed ornato dal bel trittico in legno che, per la Chiesa stessa, dipinse Matteo da Qualdo nel 1477, rappresentante nel mezzo la Madonna con il Bambino in braccio, da un lato S. Sebastiano e un Santo Vescovo, certo o S. Facondino o S. Rinaldo o S. Ubaldo, e dall'altro lato S. Antonio Abbate ed un Santo guerriero, da alcuni ritenuto S. Secondo. Oggi, tale trittico, conservasi nella Pinacoteca Comunale di Gualdo Tadino.
La Chiesa, sin dall'antico, ha avuto un solo sepolcro, ed è stata sempre priva di Fonte Battesimale, trasportandosi gli infanti, per il battesimo, in Gualdo. Il Parroco, oltre l'abituale celebrazione della Messa festiva, v'indiceva speciali funzioni religiose il giorno 8 Settembre, Natività della Madonna, ed altre tre Messe vi celebrava nella festa dell'Assunzione di Maria Vergine. Oltre la suddetta solennità dell'8 Settembre, vi si festeggiava il Rosario nella prima Domenica d'Ottobre.
L'attuale edificio della Chiesa di S. Maria di Pastina, nulla ha a che fare con l'edificio originario, quello cioè a cui si riferiva la su ricordata Bolla di Papa Celestino III. Dove questo esistesse noi non sappiamo, certo però sorse poco lontano, forse nel luogo dove recentemente si rinvennero dei ruduri con numerose ossa umane. Per vetustà, o per altro motivo, nella seconda metà del Quattrocento quell'edificio dovette andare in rovina, poiché in quell'epoca si costruì una nuova Chiesa, consistente oggi in quel fabbricato che vediamo attiguo ed annesso al Cimitero di Pastina e che funziona anzi da Cappella Cimiteriale, per il deposito delle salme, in attesa di essere inumate. Questa seconda Chiesa, porta sull'architrave, sopra l'ingresso, la data 1483, che sta certo ad indicare l'anno della sua erezione. Nel 1877, anche tale Chiesa fu abbandonata e occupata nel 1883 dal Comune, il quale l'adibì per l'uso mortuario suddetto. Però, nello stesso anno 1877, se ne costruì una terza più a valle, all'ingresso del villaggio di Pastina, la quale Chiesa è appunto quella attuale. Possiede, oltre l'Altare Maggiore, dedicato sempre alla Vergine, altri due Altari laterali; uno a sinistra dell'ingresso, ornato da una moderna statua della Madonna con il Bambino in braccio, l'altro a destra, recante un grande quadro Seicentesco che raffigura la Presentazione di Maria Vergine al Tempio.
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XCIII. - Chiesa di S. Giovanni Battista nel villaggio di Grello.
La troviamo nominata, primieramente, come Chiesa Parrocchiale, in documenti della seconda metà del XV secolo, ma è senza dubbio di gran lunga più antica ed ebbe forse origini coeve o di poco posteriori, al medioevale Castello di Grello entro cui sorge. Anzi, nel secolo suddetto, lo stesso Castello fu talvolta senz'altro indicato con il nome del Santo Titolare della Chiesa, come, ad esempio, in un documento avente la data 18 Settembre 1475, nel quale appare un tal Luca di Gregorio, che s'indica infatti come nativo « de Castro Sancti Joannis alias Grilli» ed in un altro del Novembre 1492, dove è nominato un Galeotto di Daniele anch'esso « de Castro sancti Johannis sive Grilli ».
La Chiesa, nei primi tempi della sua esistenza, fino a tutto il Cinquecento, ci risulta essere stata poverissima e priva di stabili rendite, tanto che non poteva neppure mantenere regolarmente un proprio Rettore. Questo ci spiega il notevole numero di elargizioni che alla stessa venivano allora fatte da pie persone con disposizioni testamentarie: Così, ad esempio, troviamo che il 5 Maggio 1481, tal Marcazio di Mencuccio alias Morelli, lasciava due fiorini per un calice da offrirsi alla Chiesa di S. Giovanni di Grello dove voleva essere seppellito; un fiorino e mezzo, a titolo di restituzione, dava Sante di Angelo There da Gualdo il 24 Luglio 1485; Giovan Battista di Buscano, del prossimo villaggio di Pierle, il 26 Ottobre 1494, destinava «pro suo ultimo juditio » cinque soldi all'Altare Maggiore della Chiesa in esame, più un fiorino, «pro ornamento et aconcimine » della Chiesa stessa, e così via di seguito. (1)
Similmente, per alleviare l'indigenza della Chiesa di S. Giovanni di Grello, il Visitatore Apostolico Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, il 4 Novembre 1573, ordinò che tutte le famiglie costituenti la Parrocchia, le quali erano allora in numero di venti, dovessero quotarsi e per il futuro assicurare al Parroco, sui propri beni, una rendita annua di dieci mine di grano e più che altrettanti barili di vino. Ma in seguito, le rendite della Chiesa aumentarono notevolmente, e infatti troviamo che, due secoli dopo, la stessa, oltre a percepire dai Parrocchiani le suddette dieci mine di frumento, più un boccale di vino per persona ed una soma di legna per famiglia, possedeva altresì dodici terreni. Di più, i Parrocchiani, avevano l'obbligo di coltivare le terre della Chiesa e provvedere quest'ultima di tutto quanto potesse occorrerle, compresi i ceri nelle feste solenni, come Pasqua, Pentecoste e Natale, i quali ceri, erano invece forniti dal Parroco, per le altre comuni funzioni religiose.
(1) Arch. Notarile di G ualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1472 al 1497, c. 32 ; dal 1473 al 1527, c. 29t e 44t; di Èrcole di Gabriele dal 1493 al 1496, Quaderno VI, c. 170; dal 1470 al 1496, c . 43t. |
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Oltre a ciò, la Chiesa di S. Giovanni godeva allora del fruttato di alcuni censi e percepiva dal Comune di Gualdo, una decima, che nel principio del Cinquecento, consisteva in due bolognini ogni semestre e nel principio del Settecento in quattro paoli ogni anno. (1)
La Chiesa, sin dal XVI secolo, era munita di tre Altari, dei quali quello Maggiore, addossato alla parete di fondo, era dedicato a S. Giovanni Battista e su di esso esisteva anzi, in passato, un'icona oggi scomparsa, rappresentante il Santo Titolare con il Beato Angelo da Gualdo.
Nel principio del XVIII secolo, i due Altari laterali erano stati già demoliti e solo vi restava l'Altare Maggiore, sul quale il Parroco doveva celebrare tutti i giorni festivi. Spesso però, vi si diceva anche Messa, ex devotione, per conto di qualche pia persona. Oltre a ciò, nella Chiesa di S. Giovanni di Grello, era stato trasferito il Titolo e Beneficio Ecclesiastico della prossima, diruta Chiesa di S. Donato di Agello, della quale tra poco tratteremo, con l'obbligo di alcune Messe ogni anno. Nell'attuale Tempio, la parte antica e primitiva, è quella che ancora vedesi coperta da una rozza volta a botte, sopra la quale esisteva una porzione della Casa Parrocchiale, trovandosi l'altra porzione sul suo fianco sinistro. Tale Chiesa era assai angusta, e perciò tra la fine del Cinquecento e il principio del Seicento, fu prolungata in avanti per renderla più vasta. Nel 1703, per effetto di un terremoto, gravi danni riportarono così la Casa Parrocchiale come la Chiesa, alla quale, nel 1855 fu aggiunta posteriormente l'attuale Sagrestia. Tra il 1928 e il 1929, fu abbattuto il su ricordato prolungamento anteriore del sacro edificio e si ricostruì ancora più vasto, ricoperto da volta e con facciata di stile Romanico. In tale occasione, l'Altare Maggiore che, già si disse, era addossato alla parete di fondo, fu demolito e ricostruito isolato più avanti, venendo altresì ripristinati i due Altari laterali come in passato.
L'interno della Chiesa antica era ricco di affreschi, in gran parte eseguiti nella seconda metà del Quattrocento da Matteo da Gualdo e di queste pitture, quattro ne esistono ancora, delle quali diamo una dettagliata descrizione nel Capitolo destinato alla vita ed alle opere di questo geniale Pittore Gualdese. La Chiesa infine possedeva una tomba per i defunti maschi ed una per le femmine, e fu sempre munita di campana. Era sede di una Confraternita laicale detta di S. Giovanni o del Corpo di Cristo.
Prossima alla Chiesa e in dipendenza di questa, proprio sul quadrivio esistente a Nord Ovest della stessa, sorge anche oggi una piccola Maestà dedicata a S. Anna. E' assai antica, appariva un tempo ornata da dipinti di Matteo da Gualdo, oggi andati perduti e trovasi ricordata nei nostri documenti d'Archivio in un rogito del 16
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.
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Giugno 1504, che appunto s'indica come esteso « in loco ubi dicitur sancta Anna, juxta maistatem sancte Anne». (1)
XCIV. - Oratorio di S. Pietro Apostolo nel villaggio di Grello.
Fu fondato a proprie spese da Pietro Feliciani, Cavaliere Gualdese, mediante Breve Apostolico dato a Roma il 27 Febbraio 1636, riconosciuto e pubblicato dal Vescovo di Nocera nel susseguente 23 Settembre, per mezzo del Cancelliere Vescovile Durante Dorio, il noto storico dei Trinci di Foligno.
Sorse nel Castello di Creilo, contiguo ad un'abitazione del Feliciani, che vi faceva dire Messa per conto ed a piacimento proprio. Fu anche chiamato S. Pietro del Colle del Cavaliere. Ignoriamo quando cessò di esistere, certo che nel 1673 funzionava ancora ed apparteneva tuttavia alla famiglia Feliciani, come si apprende dalla relazione di una Visita Pastorale, praticatavi in quell'anno dal Vescovo di Nocera, che ordinò in tale occasione di apportare alcuni restauri alla Chiesuola. Ignoriamo oggi, in quale edificio del Castello di Grello esistette quest'Oratorio.
XCV. - Chiesa di S. Donato di Agello presso Grello.
Un'antica Chiesa, denominata S. Donato di Agello, sorgeva un tempo nella Parrocchia di Creilo tra Maggiano e Monte Derfene, in un terreno che anche oggi si designa con il vocabolo S. Donato. A circa cinquecento metri di distanza, verso ponente, un'altra località è chiamata al presente Nagello, ed è certo questa che diede alla Chiesa il suo attributo topografico. L'attuale denominazione di Nagello, è corruzione dell'antico vocabolo Agello, latinamente Agellus, che significa poderetto, piccolo campo, e la designazione di questo luogo deve essere sicuramente assai antica, poiché il vocabolo Agello, appare persino in una sentenza emanata dal Podestà di Gualdo l'8 Decembre 1306. Ma la prima traccia di una Chiesa in tale località, ho potuto trovarla in un rogito del nostro Archivio, solo il 30 Dicembre 1473, rogito nel quale si nomina infatti un campo situato «in parocia Agelli».
Dopo questo primo accenno, nei nostri antichi Atti Notarili, ricompare spesso qualche ricordo di questa Chiesa e in modo talvolta anche più dettagliato. Così, in altro rogito del 3 Maggio 1474, si accenna ad un terreno posto anch'esso, « in parochia Agelli, In vocabulo montis Erfani», in altro Atto del 15 Novembre 1490 è citato un nuovo campo facente parte della Parrocchia di Agello, « in vocabulo montis Delfeni sive Derfeni » e finalmente,
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piersante di Andrea Benadatti dal 1502 al 1511, c. 25t.
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in un Istrumento del 6 Febbraio 1497, si tratta di alcune terre « in parochia Agelli, in vocabulo sancti Donati ».(1)
La Chiesa di S. Donato, nella seconda metà del XVI secolo già più non esisteva, tanto è vero che il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, il 4 Novembre 1573, ordinò che su i pochi ruderi allora rimasti, si erigesse una Croce di pietra e che il Titolo e Beneficio di S. Donato di Agello, si dovessero trasferire nella vicina Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni di Grello, con l'obbligo di due Messe almeno ogni anno, una nel giorno di S. Donato, l'altra in una Domenica di Quaresima. Godeva in quel tempo il Beneficio di S. Donato, il Sacerdote Don Angelo Fantucci da Roccacontrada.
Negli Atti della Visita Diocesana che il Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, fece alla Chiesa di S. Giovanni di Grello il 18 Ottobre 1607, si conferma infatti l'avvenuta unione con quest'ultima, del Titolo e Beneficio di una vicina, diruta Chiesa, intitolata a S. Donato de Maranis. Si aggiunge, che le rendite di questo Beneficio, (cinque coppe circa di grano ogni anno), dovevano essere perciò devolute alla suddetta Chiesa di S. Giovanni di Grello, dove si sarebbero celebrate in compenso tre Messe annualmente, due delle quali nel giorno di S. Donato. Ora questa Chiesa di S. Donato de Maranis, è appunto S. Donato di Agello, tanto è vero che nei suddetti Atti della Visita Diocesana in esame, si legge che l'ultimo Titolare del Beneficio, era stato il già ricordato Don Angelo Fantucci da Roccacontrada, morto l'anno 1605. Anche nella susseguente Visita Diocesana, praticata da Mons. Florenzi alla Chiesa di S. Giovanni di Grello, il 19 Settembre 1610, si ripete, che a quest'ultima Chiesa era stato unito il Titolo e Beneficio di S. Donato de Maranis, con l'onere di tre Messe ogni anno. L'appellativo de Maranis, potrebbe spiegarsi con il fatto che una famiglia Marani, abitava forse allora o possedeva, il luogo ove era sorta la Chiesa. Anche oggi infatti esiste un tale cognome tra la popolazione Gualdese.
Noteremo infine che la Chiesa in esame, non va confusa con quella omonima di S. Donato de Maranis, che esisteva invece nel territorio di Sassoferrato.
XCVI. - Chiesa di S. Angelo di Pierle presso Grello.
S'ignora l'epoca della sua fondazione, ma è certo Chiesa antichissima, poiché in una Bolla di Papa Celestino III, data dal Laterano il 12 Novembre 1191 trovasi ricordata, con il norne di S. Angelo di Prelo insieme ad altre Chiese Gualdesi soggette al
(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 402, c. 36-371. - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1472 a 1497, c . 21 ; dal 1489 al 1490, c . 191t; del 1497, c . 33; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XIII, c. 20t,
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Monastero di S. Donato di Pulpiano, che in seguito, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, il quale Monastero come già si disse, sorgeva su di una collina a levante della città di Gubbio, dove è tuttora una Chiesa dedicata a S. Bartolomeo di Petrorio. (1)
Più tardi la troviamo tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333, pagarono alla S. Sede, il primo semestre della tassa o decima imposta nel 1332, per alcuni anni, su i Beni Ecclesiastici del Ducato di Spoleto da Papa Giovanni XXII. Come si è ricordato per altre Chiese Gualdesi, il Tesoriere e Collettore Generale del Ducato, Giovanni Rigaldi, aveva delegato quale Subcollettore nella Diocesi suddetta, il Cancelliere Vescovile di Nocera, Delayno de Mutina il quale prese nota, nei suoi Registri, del pagamento suddetto, con le seguenti parole: « Item habui a dompno Petro pro ecclesia S. Angeli de Perlis, 9 s., 7 den. cort. ». (2)
Quando nel 1419, il Monastero di S. Donato di Pulpiano, alias di S. Bartolomeo di Petrorio, fu con i suoi beni unito all'altro di S. Ambrogio in Gubbio, dell'Ordine dei Canonici Regolari, la Chiesa di S. Angelo andò in proprietà di questi ultimi. Finalmente, aggregato il Monastero di S. Ambrogio a quello di S. Secondo dello stesso ordine e della stessa città di Gubbio, la nostra Chiesa fu devoluta ai Canonici Regolari di S. Secondo, che la provvedevano di tutto l'occorrente, ne nominavano il Cappellano, il quale vi celebrava Messa ogni mese, e che la tennero in dipendenza finché esistette.
Nel secolo XIV, la Chiesa di S. Angelo di Pierle era sede di Parrocchia e come tale viene ricordata in molti documenti di quell'epoca, ad esempio in un Atto Notarile del 22 Gennaio 1377, dove appunto si nomina il Castello di Grello, come facente parte della Parrocchia di Pierle. Anzi, il Comune di Gualdo, era tenuto a fornire a questa Chiesa semestralmente ed a titolo di decima, la somma di tre Bolognini e dieci soldi, persistendo ancora tale usanza nella prima metà del Cinquecento. (3)
Ma in seguito, la sede Parrocchiale, fu trasportata nella vicina Chiesa di S. Giovanni di Grello. Infatti, ispezionata quella di S. Angelo di Pierle il 7 Novembre 1573, dal Visitatore Apostolico Pietro Camagiiani, Vescovo di Ascoli, questi la trovò allo stato di Beneficio semplice sine cura, e ridotta in cosi pessime condizioni, che proibì di celebrarvi i divini Offici, pena la sospensione a divinis per il Sacerdote che avesse osato di dirvi Messa, e nello stesso tempo ordinò il sequestro delle rendite della Chiesa al Benificiato, dovendosi invece devolvere per i necessari restauri. Dieci anni dopo il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, negli Atti di una sua Visita Pastorale, con la data del 28 Dicembre 1583, lasciò scritto
(1) P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200. (In Archivio Per la Storia Ecclesiastica dell'Umbria. Foligno 1915. Vol. II, pag. 452).
(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 36t.
(3) Arch. Comunale di Gualdo : Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54 - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio LeIli dal 1376 al 1382. c . 8.
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che il fabbricato della Chiesa era crollato (solo equatum) ed ordinò perciò che in loco macerine, fosse eretta a ricordo una Croce, ed il Titolo e Beneficio di S. Angelo di Pierle, venisse trasferito nella Chiesa di S. Croce di Rasina. (1)
Però in seguito, dagli Atti di altre Sacre Visite praticatevi dai Vescovi di Nocera il 7 Settembre 1593, il 3 Luglio 1597 e il 19 Settembre 1610, apprendiamo con meraviglia che la Chiesa seguitava ad esistere ed era regolarmente officiata, benché ridotta in pessime condizioni. Dobbiamo quindi formulare due ipotesi: o il Vescovo Mannelli esagerò la rovina della Chiesa, dandone notizia senza averla neppure visitata, ma sulla fede e secondo la relazione errata, a lui fornita da un altra persona, come spesso facevano i Vescovi Visitatori per risparmio di tempo o difficoltà di accesso, specie quando trattavasi di Chiese poco importanti, oppure l'edificio, effettivamente crollato, era poi stato ricostruito alla meglio. Ma è da preferirsi la prima ipotesi, poiché, se la Chiesa fosse stata restaurata, non si comprenderebbe perché, pochi anni dopo, nella Visita del 23 Maggio 1613, il Visitatore ordinò che venisse definivamente chiusa al culto, avendo constatato che era in pessimo stato, con l'Altare demolito, sprovvisto dei sacri arredi, con rendite irrisorie (circa quattro coppe di frumento all'anno che ritraeva dal possesso di poca terra) e che non vi si celebrava più Messa. Un tale ordine dovette avere esecuzione, poiché dalla Sacra Visita del 1628, apprendiamo che i Monaci del Monastero di S. Secondo di Gubbio, considerando il triste stato in cui era ridotta la Chiesa di S. Angelo di Pierle, avevano riunito il relativo Beneficio Ecclesiastico, alla Chiesa Parrocchiale di S. Maria di Pastina, anziché alla Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni di Grello, entro la di cui giurisdizione sorgeva. Non deve fare meraviglia questa fusione con una Chiesa Parrocchialmente estranea, riflettendo che, come S. Angelo di Pierle, così anche S. Maria di Pastina dipendeva dal Monastero Eugubino dì S. Secondo, ed è naturale che questi Monaci avessero preferito di riunire il Beneficio in parola ad una Chiesa di loro proprietà. Approfittando di tale aggregazione, il Parroco di S. Maria di Pastina, nel 1633, domandò licenza al Vescovo di demolire del tutto la cadente Chiesa di S. Angelo di Pierle, e servirsi dei materiali edilizi, ancora utilizzabili, per edificare la Casa Parrocchiale di Pastina, aggiungendo di avere, per ciò fare, ottenuto anche la necessaria autorizzazione dai Canonici Regolari del Monastero di S. Secondo. Ma, o la licenza non venne concessa, o il Parroco cambiò poi proposito, poiché, per tutto quel secolo, vediamo ancora sussistere l'edificio di S. Angelo di Pierle, e soltanto nei primi anni del Settecento, il Parroco di Pastina, Don Pietro Cecchini, rinnovando la richiesta del suo predecessore, potè demolirlo e venderne i materiali utilizzabili, impiegando poi una parte del ricavato per acquistare alcuni sacri arredi mancanti nella
(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite negli anni su indicati.
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sua Chiesa Parrocchiale. Andò allora distrutto anche un dipinto che ornava la Chiesa di S. Angelo, rappresentante la Vergine con S. Sebastiano ed il Beato Angelo da Gualdo.
La Chiesa suddetta, sorgeva su di un terreno che, nella Mappa Catastale di Grello, Vocabolo Pierle, porta il N.° 484 e che appartenne, sino al 1912, al Beneficio Parrocchiale di Pastina. Acquistato in tale anno dalla famiglia Ribacchi di Gualdo Tadino, in seguito ad alcuni lavori agricoli, si ritrovarono casualmente le fondamenta e le tombe di questa vetusta Chiesa Gualdese, la di cui precisa ubicazione, era stata sino allora ignorata. Per ricordo, su quei ruderi i Ribacchi eressero una Maestà l'anno 1927.
XCVII. - Chiesa di S. Maria di Monte Rampone in Morano.
Come abbiamo visto accadere per molte altre antiche Chiese Gualdesi, anche questa di S. Maria di Monte Rampone, trovasi nominata per la prima volta, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333 pagarono la decima che Papa Giovanni XXII, impose, per la durata di alcuni anni, nel 1332, su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto. Riscosse tale decima, nella Diocesi di Nocera, il Cancelliere e Notare del Vescovo, Delayno de Mutina, il quale funzionava quale Subcollettore di Giovanni Rigaldi, Collettore generale e Tesoriere Pontificio nel Ducato Spoletino. Nel Registro in cui vennero annotate le singole riscossioni della decima, la Chiesa di S. Maria di Monte Rampone, avendo versato la sua prima quota semestrale, il 24 Giugno dell'anno suddetto, trovasi ricordata con le seguenti parole: «a dompno Jacobo plebano Tayni solvente pro Riccomanno pre bendato in ecclesia S. Marie de Monti Rampano [habui] 19 s., 2 den. cort. ». Più innanzi, nello stesso Registro, leggesi inoltre : « a Petro plebano montis Ramponis [habui] 25 sold.».(1)
Conosciamo anche un Breve di Sisto IV, dato a Roma il 29 Gennaio 1477, diretto a Gennaro e ad Angelo, rispettivamente Rettori delle Chiese Parrocchiali di Monte Rampone e di Casacastalda, con il quale li delegava arbitri in una richiesta fatta dall'Abbate del Monastero di S. Pietro di Val di Rasina, di permutare o vendere alcuni beni stabili dell'Abbazia, per il valore di venticinque ducati circa. (2)
Queste due notizie ci dimostrono altresì che la Chiesa costituiva in quell'epoca una Pievania ed aveva, sin d'allora, funzioni Parrocchiali. Anzi, nel 1573, il Visitatore Apostolico e Vescovo di Ascoli Pietro Camagliani, propose di unire la Parrocchia di S. Maria di Monte Rampone, con quella finitima di S. Giovanni di Catigliano, o Morano, di cui tratteremo tra poco. Dagli Atti di tale
(1 ) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 36t e 39.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1490, c. 84.
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Visita Apostolica, risulta inoltre, che la prima di queste due Chiese Parrocchiali, possedeva in quel tempo una rendita media annuale equivalente a dieci mine di frumento, due mine di spelta, sei barili di vino, ed un fiorino e mezzo in moneta. Oltre a ciò, il Comune di Gualdo, sin dai primi di quel secolo, pagava semestralmente alla Chiesa, a titolo di decima, la somma di diciassette bolognini, otto soldi e un denaro. (1)
D'altra parte, questa Parrocchia aveva allora giurisdizione soltanto su ventiquattro famiglie, con circa cento abitanti, e fu forse il piccolo numero dei Parrocchiani, che determinò il Visitatore Apostolico ad ordinare la fusione suddetta, che fu infatti subito effettuata, dovendo però risiedere il Parroco nella Casa Parrocchiale annessa alla Chiesa di S. Giovanni, e non in quella dipendente da S. Maria di Monte Rampone.
In quest'ultima sempre esistette un unico Altare, dedicato alla Vergine e che era un tempo ornato da un'icona in legno dorato assai antica e pregevole, raffigurante la Madonna con il Bambino in braccio ed a fianco S. Pietro. L'anno 1694, questo Altare, con la soprastante icona, fu quasi distrutto da un incendio, ed il dipinto perduto fu sostituito poi da un quadro in tela, con l'effige della Madonna, con Gesù Infante che consegna le chiavi a S. Pietro, con S. Anna ed inferiormente con un Sacerdote, certo il Committente del quadro. Anche quest'ultimo è scomparso e nella parete sopra l'Altare, vedesi oggi un' altra tela rappresentante la Madonna tra S. Domenico e S. Caterina.
Quando la Chiesa era a capo di una singola Parrocchia, vi si celebrò Messa in tutti i giorni di precetto, ma dopo che fu unita a quella di S. Giovanni di Catigliano, la Messa festiva s'indisse sempre alternativamente nelle due Chiese, come anche attualmente si pratica. Nel Settecento, vi si celebrava inoltre Messa nel giorno della Circoncisione di Gesù Cristo, per legato di una famiglia del luogo soprannominata Pierotto.
La Chiesa munita di campana, era in antico mancante di Sagrestia. Aveva nel pavimento due tombe, una per gli uomini, un'altra per le donne; si usava però seppellirvi promiscuamente le salme, senza riguardo al sesso, per cui il Vescovo di Nocera, nel 1705, ordinò che si osservasse tale distinzione e che si costruisse altresì una terza tomba per i bambini. Questo sacro edificio, subì notevoli restauri nel 1922, nel quale anno fu anche costruita la Sagrestia che mancava.
XCVIII. - Chiesa di S. Giovanni Evangelista in Morano.
11 4 Agosto 1169, Papa Alessandro III, con Bolla data a Benevento, riconfermava all'Abbazia di S. Benedetto in Gualdo, tutte le sue numerose dipendenze, consistenti in terre e Chiese sparse in gran parte dell'Umbria. Nella Bolla suddetta, tra le Chiese
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.
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allora soggette all'Abbazia Gualdese, trovasi indicata una «Capelao S. Ioannis de Catigliano » la quale sta a rappresentare il primo nucleo di quella che fu poi la Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni Evangelista di Catigliano, indicata con questo attributo topografico, sino alla seconda metà del Settecento, nella quale epoca, il vocabolo Catigliano, andò gradatamente scomparendo e s'incominciò a chiamare invece la Chiesa con l'attuale denominazione di S. Giovanni Evangelista di Morano. Aggiungeremo anzi che, negli antichi Atti di Sacre Visite, figura spesso come dedicata a S. Giovanni ante Portam Latinam, in ricordo dell'omonima Chiesa, eretta in Roma dai primi Imperatori Cristiani. (1)
Dopo la Bolla di Papa Alessandro III, la nostra Chiesa di S. Giovanni, riappare in altra Bolla di Clemente III, data dal Laterano il 6 Maggio 1188, in un elenco di Chiese e beni che, similmente, venivano riconfermati in possesso dell'Abbazia Gualdese. (2)
In seguito, durante quasi un secolo e mezzo, nessun documento più accenna alla Chiesa di S. Giovanni di Catigliano sino al 1333, nel quale anno la ritroviamo tra le Chiese che allora pagarono alla Santa Sede, la decima imposta da Papa Giovanni XXII, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto per rifornire l'esausto tesoro Pontificio. Delayno de Mutina, come già abbiamo visto fare per altre Chiese Gualdesi, nella sua qualità di Notaro del Vescovo di Nocera e di Subcollettore alla dipendenza del Collettore Generale del Ducato Giovanni Rigaldi, con la data 24 Giugno 1333, cosi infatti annotò i versamenti della decima suddetta, fatti dalla Chiesa in esame: « A dompno Jacobo plebano Tayni . . . pro ecclesia S. Iohannis de Catiglano et pro parte [domini] Iohannis, 22 solidos, 3 denarios cor tonenses. Ab eodem pro ecclesia S. Iohannis de Catiglano pro parte domini Nicole, 13 solidos, 7 denarios cortonenses ». (3)
Da tutti i documenti su descritti, non risulta però la qualifica Parrocchiale della Chiesa di S. Giovanni Evangelista di Catigliano, o Morano che dir si voglia, ma come tale, ci appare invece per la prima volta, negli Atti della Visita Pastorale del 17 Aprile e di quella Apostolica del 4 Novembre 1573. Anzi, da tali Atti, risulta che alla Parrocchia di S. Giovanni, già da tempo era stato unito il Beneficio semplice e sine cura, della vicina Chiesa di S. Nicolo di Voltole di cui tratteremo tra poco, e che il Visitatore Apostolico proponeva ora di riunire alla stessa, anche le due confinanti Parrocchie di S. Lucia di Peritolo e S. Maria di Monte Rampone. Detta unione, era giustificata dal fatto che le tre Parrocchie, separatamente, vivevano di una vita grama e potevano a stento funzionare, tanto che la Chiesa di S. Giovanni era ridotta in pessime
(1) Arch. Vaticano: Arm. XXXI. Tomo 53, fogl. 48 - P. KEHR: Nachtrage zii den Romischen BitricMen (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenchaften z« G'òttingen. Anno 1903. Pag. 570-572) - Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Visite Pastorali Chiesa S. Giovanni di Catigliano o Morano. Anno 1772.
(2) MlTTARELLI : Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice allo stesso Tomo IV, pag. 168.
(3) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225. c. 37.
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condizioni, ed abitando il suo Parroco lontano dalla Parrocchia, solo assai raramente vi si celebrava la Messa, celebrazione che prima, di regola, vi si faceva invece due volte al mese. Certo è che la proposta fusione venne subito effettuata ed infatti dal 1573 in poi, oltre al suddetto Beneficio Ecclesiastico della Chiesa di S. Nicolo di Voltole, anche le Parrocchie di S. Lucia di Peritolo e S. Maria di Monte Rampone, trovansi sempre unite e dipendenti dalla Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni. Anche le rispettive rendite, vennero per conseguenza unite. Nel principio del Seicento, tali rendite erano costituite, per la Chiesa di S. Giovanni, da due salme di frumento, per quella di S. Lucia di Peritolo, da cinque quarti e per l'altra di S. Maria di Monte Rampone da quattordici quarti di frumento ed otto barili di vino in media ogni anno. Non molto in verità, tenendo presente che una salma corrisponderebbe oggi in peso a Kg. 216 ed un quarto a Kg. 27. Oltre a ciò il Comune di Gualdo, a titolo di decima, pagava alla Chiesa, una somma che nei primi del Cinquecento consisteva in due bolognini e due denari ogni semestre e nella fine del Seicento in cinque scudi ogni anno. (1)
Negli ultimi anni del Settecento, i beni immobili Parrocchiali erano in complesso rappresentanti da diciotto terreni che, unitamente alla decima Comunale, rendevano in media; cinquantotto scudi ogni anno. Nell'occasione in cui si riunirono le Parrocchie su nominate, venne inoltre decretato che il Parroco avrebbe dovuto risiedere nella Casa Presbiteriale annessa alla Chiesa di S. Giovanni, della quale fu poi ordinato l'ampliamento dal Vescovo di Nocera nel 1621. Fu inoltre stabilito che avrebbe dovuto dire Messa una Domenica nella Chiesa di S. Giovanni, e la Domenica seguente in quella di S. Maria di Monte Rampone. Inoltre, per quanto si riferiva alla Chiesa di S. Lucia di Pentolo, due volte al mese, in Domeniche alterne, vi avrebbe dovuto far celebrare, a sue spese, da altro Sacerdote, ed infine sarebbe stato tenuto ad officiare la Chiesa di S. Nicolo di Voltole, almeno in occasione della festa del Santo Titolare.
Nel principio del Settecento, la Chiesa, oltre l'Altare Maggiore dedicato a S. Giovanni Evangelista, ne possedeva anche un altro intitolato alla Madonna del Rosario. Sul primo Altare eravi un quadro in tela raffigurante il Santo Titolare. I Parrocchiani vi facevano celebrare, a proprie spese, alcune Messe nella festa di S. Giovanni. Altre cinque Messe ogni anno, vi si celebravano per legato di tale Agostino di Patrignano da Villanova, come da testamento in data 17 Luglio 1623. Sull'Altare del Rosario, esisteva invece un quadro in tela rappresentante la Madonna omonima. La presenza di questo secondo Altare, farebbe pensare che nella Chiesa avesse allora sede una Confraternita del Rosario, la quale però mai vi fu istituita, nonostante che lo stesso Vescovo di Nocera
(1) Arch. Comunale di Gualdo i Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54 - Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Anno 1688. Chiesa di S. Giovanni di Catigliano.
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ne raccomandasse la creazione nel 1718 e più tardi nel 1728. Questo Altare del Rosario, spettava del resto alla famiglia Genni, che risiedeva in quelle vicinanze ed era stato dotato da tale Andrea di Eliseo, con dodici scudi che, dal suo erede Francesco Antonio Matteucci, furono consegnati sotto forma di un campo. Però, nel 1772, l'Altare del Rosario già più non esisteva nella Chiesa.
Per antichissima abitudine, nella Parrocchia di S. Giovanni si usava che i parenti di un defunto, all'uscita di quest'ultimo dalla propria casa, distribuissero del pane a coloro che l'accompagnavano sino alla Chiesa di S. Giovanni, ove doveva essere tumulato. Il Vescovo di Nocera, nel 1718, ordinò che in tali occasioni, la distribuzione del pane, si dovesse effettuare non nella dimora del morto, ma alla porta della Chiesa. In questa esistevano due sepolcri, uno per i maschi, l'altro per le femmine e le sue pareti dovettero un tempo essere coperte di affreschi, poiché nel 1742 il Vescovo di Nocera ordinò « dealbari picturas antiquas et indecentes omnesque parietes ». Nei secoli passati, il mantenimento della Casa Presbiteriale e della Chiesa spettava ai Parrocchiani, ma ciò nonostante, quest'ultima, con gli anni, era andata continuamente deperendo, di modo che, essendo quasi cadente, nel 1871 fu demolita e ricostruita di nuovo e più grande sullo stesso luogo. Anche l'annessa Casa Parrocchiale, subì in tale occasione notevoli restauri ed a tutto ciò si provvide abbattendo e vendendo i folti boschi delle terre della Parrocchia. Altri importanti restauri subì nel 1891, e queste due date veggonsi oggi infatti scolpite sopra la porta d'ingresso. Nella Chiesa così rinnovellata, furono eretti tre Altari: Quello Maggiore, originariamente dedicato a S. Giovanni Evangelista, che prese il Titolo del SS. Sacramento, quello in cornu Epistolae che fu intestato a S. Maria Addolorata ed il terzo in cornu Evangeli, che fu consacrato a S. Vincenzo Ferreri. Nel 1922 furono apportati all'edificio nuovi restauri.
XCIX. - Chiesa di S. Giuseppe in Morano.
Questa Chiesa sorse nella prima metà del secolo XVIII, per cura ed a spese di tal Domenico Matteucci, presso la di lui abitazione, in vocabolo Casanoro, nella Parrocchia di S. Giovanni a Morano. Non se ne fa cenno negli Atti della Visita Diocesana del 1731, ma risulta invece ispezionata, per la prima volta, dal Vescovo di Nocera, nella Visita del 1742. Fu quindi, per certo, costruita in quell'intervallo di tempo.
Sull'unico Altare, fu collocato un quadro in tela, raffigurante in alto la SS. Trinità, in basso S. Giuseppe, S. Domenico e l'effigie del Committente nonché Fondatore della Chiesa. Questo quadro, di assai rozzo disegno, vi esiste ancora e porta la data 1733, la quale possiamo ritenere sicuramente che corrisponda all'anno in cui fu eretta la Chiesa stessa.
Anticamente vi s'indiceva un Officio di più Messe nella festa del
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Santo Titolare e vi si celebrava qualche volta durante l'anno, per volere ed a spese degli eredi del Fondatore che, quali Patroni della Chiesa, erano in obbligo di mantenerla in buono stato e di fornirla del necessario. Però nel 1772, il Vescovo di Nocera ordinò che non vi dovessero celebrare i Divini Offici, Sacerdoti sconosciuti e non muniti di speciale autorizzazione del Parroco di S. Giovanni, entro la di cui giurisdizione era compresa la Chiesa.
Questa andò in seguito a poco a poco deperendo, riducendosi allo stato di fienile e in tale stato passò in proprietà della famiglia Tini, che abita pochi passi lontano. Questa famiglia, nel 1911, restaurò completamente la Chiesa e la riaprì al culto ed anche attualmente ne cura il mantenimento e l'officiatura, consistente in una Messa nel giorno di S. Giuseppe, recitatavi dal Titolare della Parrocchia.
C. - Chiesa di S. Maria Vergine del Rosario in Morano.
Fu fondata l'anno 1702, da tal Sante di Domenico Matteucci, nella località anche oggi chiamata Osteria di Morano, presso la propria casa, dalla quale era divisa mediante la pubblica via. Proprio sul suolo ove la Chiesa sorgeva, trovasi oggi una rivendita di sali, tabacchi e privative dello Stato. Il Matteucci suddetto, non soltanto la fondò a proprie spese, ma si obbligò, anche a nome dei suoi successori ed eredi, al mantenimento della Chiesa, la quale perciò, qualche volta, venne appunto chiamata « Chiesa di Maria Vergine de Matteuccio ».
In quel tempo, la Chiesa di S. Leonardo di Pozzuolo, presso il villaggio di Rigali e della quale in seguito tratteremo, da un Cavaliere dell'Ordine Gerosolimitano che l'aveva in Commenda, era stata concessa in affitto, con i terreni annessi, al suddetto Sante di Domenico Matteucci, e trovandosi per di più detta Chiesa, per ordine del Vescovo di Nocera, in istato di sospensione, il Matteucci ne approfittò per trasportare in quella da lui fondata in Morano, tutti i sacri arredi della sospesa Chiesa di S. Leonardo.
La Chiesa di cui stiamo trattando, non aveva oneri di Messe, era assai piccola e con un solo Altare, su cui ammiravasi l'immagine della Madonna. La famiglia del Matteucci suddetto, vi faceva celebrare qualche volta a suo piacimento nei giorni festivi, ma mancava una data fissa per festeggiarne la Vergine Titolare, per cui il Vescovo di Nocera, nel 1721, ordinò che tale festa, con almeno una Messa, vi si indicesse «infra octavam solemnitatis SS. Rosarii», in un giorno che sarebbe stato scelto dal Parroco. Probabilmente, è da quel momento che assunse il titolo della Madonna del Rosario. Negli Atti di una Sacra Visita, praticatavi il 14 Maggio del 1750 dal Vescovo di Nocera, è però intitolata, forse per errore, alla Vergine del Carmelo.
La Chiesa in discorso, oggi più non esiste ed ignoriamo anche quando cessò di funzionare, certo che nel 1772 ancora era aperta al
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culto, essendo stata ispezionata, in quell'anno, dal Vescovo di Nocera, in occasione di una sua Visita Diocesana. Negli Atti di questa Visita, risulta che apparteneva tuttavia agli eredi del suddetto Domenico Matteucci.
CI. - Chiesa di $. Maria Vergine dell'Assunzione in Morano.
Sorse l'anno 1707, nella Parrocchia di Morano, sulla via che va da Gualdo ad Assisi, presso il confine occidentale della Parrocchia stessa, appunto per comodità di quegli abitanti, che non facilmente potevano accedere alle due lontane Chiese Parrocchiali di S. Maria di Monte Rampone e di S. Giovanni di Catigliano. La località ove fu eretta chiamavasi e chiamasi ancora Casa Tino, perché vi abitava una famiglia Tini tuttavia esistente in quella regione, ed è per tale motivo che la Chiesa fu qualche volta, in passato, chiamata S. Maria di Casa Tino. La data di fondazione vedesi anche al presente scolpita nell'architrave in pietra della porta d'ingresso.
Tale fondazione, avvenne per opera di un abitante del luogo, tal Francesco Moretti, coadiuvato dal Parroco di Morano Don Giuseppe Bianchi, il quale ultimo, per tale scopo, durante quindici anni, aveva pazientemente raccolto offerte ed elemosine tra i Parrocchiani, che anche in seguito, mantennero a loro spese la Chiesa di tutto il necessario. Una Sagrestia vi fu costruita assai più tardi, nel 1783, con la spesa di scudi quarantuno, ma la stessa tornò poi a scomparire ed oggi non se ne ha più traccia.
Sin dalla sua fondazione, sull'unico Altare, è sempre stato l'attuale rozzo dipinto su tela, raffigurante la Madonna con il Bambino in braccio ed ai lati due Angeli, S. Francesco di Assisi e S. Chiara. Tale Madonna aveva fama di essere miracolosa.
In questa Chiesa, si celebrava in passato nelle feste dedicate alla Vergine, a spese degli abitanti circostanti. Attualmente, si mantiene la stessa usanza, ma è la Parrocchia che pensa a ciò; infatti il Parroco di Morano, che deve indire la Messa festiva alternativamente nelle due Chiese Parrocchiali di S. Maria di Monte Rampone e di S. Giovanni, è obbligato a celebrarla invece nella Chiesa di Maria Vergine dell'Assunzione, in tutti i giorni festivi dedicati alla Madonna. Vi si celebra poi talvolta, anche a richiesta e per conto di particolari persone. Oggi la Chiesa è comumente chiamata La Madonnuccia di Morano.
CII. - Chiesa di S. Facondino in Morano.
Trovasi incidentemente nominata, per la prima volta, nel già ricordato elenco di Chiese della Diocesi Nocerina, che pagarono nel 1333, la prima rata semestrale della tassa o decima, imposta da Papa Giovanni XXII, durante un certo numero d'anni, su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per sopperire alle necessità
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dello Stato Pontificio. Nella Diocesi Nocerina, fu incaricato della riscossione il Cancelliere e Notare Vescovile Delayno de Mutina, quale Subcollettore del Collettore Generale e Tesoriere del Ducato Spoletino, Giovanni Rigaldi, ed è appunto nei Registri del De Mutina, che trovasi indicata la Chiesa in esame con le seguenti parole: « 24 mens. iunii a rectore ecclesie S. Facondini de Morano solvente pro monialibus monasterii S. Pauli de Tiratulo, 5 sol., 2 den. cort. ». (1)
Non se ne ha poi più memoria, sino al 18 Gennaio 1471, con la quale data figura in un Istrumento notarile Gualdese, e ricompare poi in un Rogito del 31 Dicembre 1488, in un altro del 24 Luglio 1495 ed in una Pergamena del 5 Dicembre 1544. In quest'ultima si legge infatti, che Angelo degli Ubaldi, Arciprete Perugino, avendo rinunciato, innanzi al Legato di Perugia, Antonio Cardinale del Titolo di S. Prassede, al Beneficio Semplice di S. Facondino in Morano, Beneficio non eccedente il valore di cinque Ducati di Camera, lo stesso Legato, con Decreto emesso in Foligno nel suddetto giorno, unisce il Beneficio in parola, al Monastero Gualdese di S. Maria Maddalena. (2)
La troviamo poi ricordata un'ultima volta, il 9 Settembre 1593, dal Vescovo di Nocera, negli Atti di una sua Visita Diocesana, come Chiesa che in quell'epoca, già più non esisteva. Leggesi infatti negli Atti suddetti, che in Morano « olim erat ecclesia sub invocatione S. Facundini, ut in protocollo Ser Raynaldi di Nuceria fol. 448 », e poco dopo, negli Atti di questa stessa Visita aggiunge, come già del resto si è detto, che il Beneficio della diruta Chiesa di S. Facondino di Morano, era stato da tempo annesso al Monastero di S. Maria Maddalena in Gualdo Tadino.
Nessun'altra notizia ho potuto rintracciare su questa antica Chiesa, e di essa ignoriamo persino la precisa ubicazione nel territorio di Morano. Ad ogni modo, la sua esistenza, le sue origini certo di poco posteriori alla vetusta Chiesa Parrocchiale di S. Facondino presso Gualdo, la presenza di un'altra omonima Chiesa nella lontana Sassoferrato, ci sono prova dell'antichità e della diffusione che, sin dai primi tempi, ebbe il culto del Santo Vescovo Tadinate.
CIII. - Chiesa di S. Paolo in Morano.
È anch'essa ricordata, per la prima volta, tra le Chiese della Diocesi di Nocera che nel 1333 pagarono alla S. Sede la tassa o decima, imposta dal Pontefice Giovanni XXII, nel 1332, su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per i gravi bisogni dello Stato Pontificio. Tale pagamento si riferisce alla prima quota semestrale
(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225 c. 39.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c . 332; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dai1487 al 1489. c . 249; dal 1494 al 1495. c . 150 - Arch. del Monastero di S. Maria Maddalena in Gualdo: Gruppo delle Pergamene. Perg. Num. 18.
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della suddetta decima, riscossa, come si è visto per le altre Chiese, da Delayno de Mutina, Cancelliere e Notaro del Vescovo di Nocera, che dal Tesoriese e Collettore Generale del Ducato di Spoleto Giovanni Rigaldi, era stato nominato quale Subcollettore nella Diocesi Nocerina. La Chiesa in esame, pagò allora dodici denari cortonesi, e così venne annotata nei Registri del De Mutina « a dompno Jacobo plebano Tayni pro ecclesia S. Pauli de Morano [habui] 12 den. cort. ». (1)
Dopo ciò, di questa Chiesa, nessun'altra notizia noi possediamo sino al principio del XVI secolo. A tale epoca infatti si riferisce un Atto, mediante il quale, il 20 Agosto 1510, Marco di Arcangelo, Rector Ecclesie sancti Pauli Castellarij de Morano, dava in affitto a Matteo da Valle Sant'Angelo, abitante in Gualdo, tutte le terre che la Chiesa stessa possedeva nella Parrocchia di Morano e ciò per il prezzo o canone annuo, di un paio di pollastri e di quattro bolognini, da pagarsi nella festa di S. Giuseppe, nel mese di Maggio (sic). Giova notare, che questo Atto è assai interessante per l'ubicazione della Chiesa, poiché, come sopra si è visto, da esso risulta chiaramente che la stessa sorgeva in o presso quel minuscolo gruppo di abitazioni, che trovasi quasi a mezzo cammino tra Grello e Morano, a destra e vicino alla strada Comunale, gruppo di abitazioni che, anche oggi, porta infatti il nome di Castellaro. Similmente, in una transazione intervenuta il 6 Settembre 1525, tra il Comune di Perugia e quello di Gualdo, per fissare i rispettivi confini territoriali nella regione di Morano, si nomina, su questi confini, il Castellaro con la Chiesa di S. Paolo. (2)
Poi di nuovo, un lungo silenzio incombe su quest'ultima, che ritroviamo citata negli Atti di una Visita Pastorale, compiuta in Gualdo il 10 Settembre 1593. Ma la Chiesa di S. Paolo era in quel tempo, già da vari anni, completamente diroccata e il Vescovo Visitatore, si limitò a verificare i beni e le rendite del relativo Beneficio Ecclesiastico, il quale ultimo, sopravvissuto alla Chiesa, seguitava ad essere ancora goduto da un apposito Rettore, che avrà certo soddisfatto gli oneri di culto dipendenti dal Beneficio stesso, nell'Altare di qualche altra Chiesa vicina, che noi non conosciamo, ma dove, come era prescritto, doveva essere stato trasportato il Titolo della scom parsa Chiesa di S. Paolo di Morano. Secondo il Dorio, questo Beneficio ancora esisteva nel principio del secolo XVII. (3)
CIV. - Chiesa di S. Lucia in Peritolo, già nel villaggio di Voltole.
L'anno 1332, Papa Giovanni XXII, impose su i Benefici Ecclesiastichi del Ducato di Spoleto, una speciale decima, con il
(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 37.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Prospero di Pietro Muscelli dal 1506 al 1511. c . 30t. - Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. Num. 54.
(3) Bibl. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli, Cod. C. VIII. 11 , c . 102-108. |
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ricavato della quale si potesse rimpinguare l'esausto Tesoro della S. Sede. Già, per le precedenti Chiese, abbiamo detto che Giovanni Rigaldi, Tesoriere Papale per il Ducato Spoletino, nominò quale Subcollettore nella Diocesi di Nocera, per la riscossione della decima suddetta, tal Delayno de Mutina, Notaro del Vescovo Nocerino. Nei Registri di riscossione del De Mutina, tra le varie Chiese che pagarono la prima rata semestrale della decima, con la data 24 Giugno 1333, leggesi la nota seguente: « Item [habni] ab Armano prebendato pie bis Sancte Felicitatis... solvente pro Ecclesia S. Lucie de Peritulo, 4 solidos, 8 denarios cortonenses». (1) È questo il primo documento, da cui risulti l'esistenza di S. Lucia di Peritolo, che poi riappare in una Pergamena Fabrianese (Raccolta Bargagnati), con la data 28 Maggio 1367, a proposito della vendita di un terreno che s'indica come esistente in vocabolo Pezze Longhe, nella Parrocchia di S. Lucia, in territorio di Gualdo.
Dopo questo accenno, notevole per la qualifica Parrocchiale data alla Chiesa, più nulla di questa sappiamo sino al 1505, nel quale anno, il 15 di Aprile, in un Istrumento Notarile, è nominata appunto la « parocia sancte Lucie sive Manderis ». Ignoriamo il perché del l'appellativo Manderis, certo che nelle antiche carte Gualdesi, appare assai spesso questo vocabolo, applicato, come si è visto per la Chiesa di S Lucia, anche ad altre Chiese a quest'ultima circostanti, ad esempio a S. Pietro di Margnano ed a S. Felicita, delle quali parleremo tra poco, e persino a S. Biagio, oggi al di là del confine Comunale Gualdese. Anzi talvolta, vediamo indicata senz'altro, con l'espressione Parocia Manderis, quella parte del territorio comprendente le tre Chiese suddette.
In quest'epoca e più esattamente nel 1506, in un elenco di Chiese alle quali il Comune di Gualdo pagava una decima, si trova compresa anche quella di S. Lucia che, per tale titolo, percepiva un bolognino e dieci soldi ogni sei mesi. (2)
Poi, di questa Chiesa, più nulla sappiamo sino alla fine del XVI secolo, sino a quando cioè, il 18 Aprile 1573, fu visitata dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli. Dagli Atti di questa Sacra Visita, apprendiamo che in quell'epoca, pure essendo sede Parrocchiale, tuttavia, per la sua povertà e piccolezza (aveva solo giurisdizione su otto famiglie) non potendo mantenere un proprio Rettore, era stata già da qualche tempo annessa all'altra Chiesa Parrocchiale di S. Facondino presso Gualdo. Ma pochi mesi dopo, il 7 Settembre di quello stesso anno, essendo stata rivisitata la Chiesa di S. Lucia dal Visitatore Apostolico Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, questi osservò che la suddetta unione, non solo erasi effettuata in modo abusivo e senza alcuna superiore autorizzazione, ma era per di più illogica, poiché la Chiesa di S.
(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, e. 37.
(2) Arch. Comunale di G ualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54 - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Maricino di Ser Lorenzo Muscelli dal 1504 al 2505, c . 96; dal 1484 al 1486, c . 55t; dal 1501 al 1503, c . 38t. |
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Lucia sorgeva assai distante da quella di S. Facondino, né alcun rapporto correva tra le due località. Ordinò perciò, che il Parroco di S. Facondino, non potesse per l'avvenire più ingerirsi della Parrocchia di S. Lucia, pena la sospensione a divinis e che quest'ultima dovesse invece venire aggregata alla prossima e confinante Parrocchia di S. Giovanni di Morano. L'ordine del Visitatore Apostolico venne prontamente eseguito e la Parrocchia di S. Lucia si fuse con quella di S. Giovanni, dalla quale però, pochi anni dopo, si tentò distaccarla. Infatti, nel 1583, il Vicario Generale del Vescovo di Nocera, visitando la Chiesa di S. Lucia di Peritolo, notò che le otto famiglie già da questa dipendenti, erano più vicine all'altra Chiesa di S. Antonio di Rasina che non a quella di S. Giovanni, e propose perciò di separare nuovamente da quest'ultima Chiesa, l'antica Parrocchia di S. Lucia, di unirla con il territorio circostante alla Chiesa di S. Antonio di Rasina, che era anche allora un semplice Beneficio Ecclesiastico, e quivi istituire la sede di una nuova e più vasta Parrocchia. Ma la proposta non si effettuò, ed il territorio Parrocchiale di S. Lucia di Peritolo, seguitò sempre a restare unito alla Chiesa di S. Giovanni in Morano, il di cui Parroco, già aveva avuto l'obbligo di provvedere all'officiatura della Chiesa di S. Lucia, due volte al mese, in Domeniche alterne.
Dagli Atti della suddetta Sacra Visita del 1583, apprendiamo inoltre che la Chiesa di S. Lucia di Peritelo, sorgeva allora su di un'altura, la quale avendo tendenza a franare, minacciava di continuo la distruzione della Chiesa stessa. Nel 1605 furono ordinati dal Vescovo di Nocera i necessari restauri ma, anche se eseguiti, la rovina dell'edificio dovette egualmente avvenire tra il 1633 e il 1638. Nella Visita Diocesana del 1633, troviamo infatti ricordata, per l'ultima volta, la Chiesa di S. Lucia di Peritolo, con la solita avvertenza che era prossima a rovinare. Dalla susseguente Sacra Visita del 1638, apprendiamo invece che era stata ricostruita nel prossimo villaggio di Voltole, ed è indicata infatti, in tale occasione, con il nome di « S. Lucia villae Voltularum aliter de Peritulo ». Il vocabolo Peritulo riscontrasi oggi nel piano tra i villaggi di Voltole, Busche e S.Antonio di Rasina. Costituisce anzi un predio, con casa colonica, appartenente alla Congregazione di Carità di Gualdo Tadino. Ma non è quivi che esisteva la crollata Chiesa di S. Lucia. Questa sorgeva poco lontano, sulla collina sovrastante, e precisamente nel luogo dove ora trovasi un altro predio con abitazione colonica, a cui è appunto rimasto l'antico nome di Santa Lucia, e che con tale denominazione, figura anche oggi nelle Carte Topografiche di quella regione. Anzi, l'aja dell'attuale casa colonica nel predio Santa Lucia, altro non è che il suolo su cui sorgeva l'antica Chiesa, ed infatti, in epoca recente, vi furono rinvenute in gran quantità le ossa dei defunti, un tempo sepolti in quel sacro luogo.
La nuova Chiesa di S. Lucia, nel villaggio di Voltole, fu costruita a spese, degli abitanti di quella località e, come l'altra diruta, rimase annessa alla Parrocchia di S. Giovanni a Morano, con gli oneri di |
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officiatura sopra indicati. Ma in seguito il numero di Messe che il Parroco di S. Giovanni vi faceva celebrare, dovette subire una riduzione, poiché troviamo, che nel Settecento, veniva officiata solo poche volte durante l'anno e cioè nella festa di S. Lucia, in un giorno delle feste Pasquali, in un altro giorno durante quelle delle Pentecoste ed in occasione del Natale.
Come nella vecchia Chiesa di S. Lucia di Peritolo, così nella nuova di Voltole, venne eretto un solo Altare dedicato alla Santa omonima e su di esso fu collocato un quadro in tela, che ancora vi esiste, rappresentante in alto la Madonna col Bambino circonfusi di nuvole ed in basso, da un lato S. Lucia e S. Nicolo di Bari e dall'altro S. Antonio da Padova e S. Biagio. Certo, le figure di S. Nicolo e S. Biagio, stanno a ricordare altre due Chiese intitolate a questi Santi che, in una più antica epoca, sorsero in quella località, e delle quali tratteremo qui appresso.
Sul pavimento del nuovo Tempio, si aprì una sola sepoltura, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1705, diede ordine di costruirne altre due, adibendone una per accogliere i maschi, l'altra le femmine e la terza i bambini, ma tale disposizione non fu mai eseguita. Invece, in quell'epoca, si dovette restaurare l'edificio che era stato danneggiato da un terremoto nel 1703. La campana della vecchia Chiesa di S. Lucia di Peritolo, fu anch'essa trasportata in questa nuova dì Voltole. Era un pregevole bronzo e portava la seguente inscrizione: + MCCCCLXXXX. Mentem Sanctam Spontaneam Honorem Deo Et Patrie Liberationem. Miriottus Fecit. Questa campana fu rubata nella seconda metà dell'Ottocento e venne poi sostituita con altra comune.
La Chiesa, è attualmente officiata nella festa di S. Lucia, nel Lunedì dopo Pasqua e dopo Natale, e qualche volta durante l'anno, in giorni festivi, ma a suo piacimento, dal Parroco di S. Giovanni di Catigliano, che nel 1923, unitamente ai Parrocchiani, le donò una grande statua della Santa Titolare.
CV. - Chiesa di S. Nicolo presso il villaggio di Voltole.
Papa Clemente III, come già abbiamo visto per altre Chiese Gualdesi, il 6 Maggio 1188, dal Laterano indirizzava una Bolla al l'Abbate Senebaldo ed ai Monaci dell'Abbazia di S, Benedetto in Gualdo. Con tale Bolla, il Pontefice riconfermava a quest'ultima tutti i suoi diritti spirituali ed il possesso di vari beni temporali e di numerose Chiese, tra le quali anche questa di cui ci accingiamo a trattare e che nel documento Pontificio suddetto, è indicata con il nome di «Ecclesia S. Nicholai de Vultule ». (1)
(1) J. P. MIGNE: Patrologiae cursus completus . Vol. CCIV, pag. 1339 - MITTARELLI: Annali Camaldolesi . Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168.
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Pochi anni prima, il 4 Agosto 1169, Papa Alessandro III, da Benevento, aveva inviato all'Abbate Giovanni ed ai Monaci della Badia di S. Benedetto, un'altra Bolla di conferma dei beni e delle Chiese possedute dall'Abbazia, tra le quali ultime però, non figurava affatto la Chiesa di Voltole, che perciò fu tra il 1169 ed il 1188, che dovette passare alla dipendenza dell'Abbazia Gualdese. (1)
Poi, per quasi un secolo e mezzo, non si ha più notizia della Chiesa di S. Nicolo, il cui nome ricompare l'anno 1333, nel più volte ricordato documento Pontificio, contenente un elenco di Chiese della Diocesi di Nocera, che allora pagarono alla Santa Sede la prima rata semestrale della tassa o decima imposta nel 1332 da Papa Giovanni XXII, su i beni ecclesiastici del Ducato Spoletino. Il più volte ricordato Delayno de Mutina, Notare Vescovile di Nocera, e Subcollettore del Collettore Generale del Ducato Spoletino, Giovanni Rigaldi, così annotò nei suoi Registri, il pagamento della Chiesa di Voltole: « A dompno Berardo...... solvente pro ecclesia S. Nicolai de Volthulis [habui] 19 sol .». Alla sua volta, sin dall'inizio del Cinquecento, la Chiesa di S. Nicolo riceveva ogni semestre, dal Comune di Gualdo, quale decima, un bolognino, sedici soldi e sei denari. (2)
Nella seconda metà del XVI secolo, la Chiesa in discorso figura sempre unita, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, a quella Parrocchiale di S. Giovanni di Catigliano, nel territorio di Morano, e ciò si spiega facilmente, perché anche quest'ultima era un possesso dell'Abbazia Gualdese di S. Benedetto. La suddetta unione, si mantenne poi sempre, sino a che esistette la Chiesa di S. Nicolo di Voltole. Ma per questa, si avvicinava rapidamente la fine. Dagli Atti delle Visite Diocesane eseguitevi dai Vescovi di Nocera negli anni 1605, 1610, 1615, 1621 e 1628, risulta che le mura ed il tetto dell'edificio minacciavano di cadere, che mancava la porta e facevano difetto i sacri arredi e che non vi si celebravano più affatto i divini Offici. I Visitatori Diocesani, ordinarono perciò il sequestro delle misere rendite del Beneficio (una mina circa di frumento ogni anno) per addivenire a qualche urgente restauro, imposero di celebrarvi Messa almeno nella festa del Santo Titolare e intanto si sarebbe dovuto decidere sul da fare a proposito di questa decrepita Chiesa. La decisione venne ben presto e fu sentenza di morte, poiché il Vescovo di Nocera, nel 1634, decretò doversi demolire del tutto il cadente edificio ed applicare il materiale edilizio ancora utilizzabile, per alcuni restauri di cui abbisognava la lontana Chiesa di S. Croce di Rasina. E la sentenza fu per certo eseguita, poiché infatti, dopo quell'anno, più non ricompare negli Atti di Sacre Visite la Chiesa di S. Nicolo.
(1) P. Kehr: Nachtràge zii den Romischen Berichten (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Gòttingen . Anno 1903. Pag. 570-572).
- (2) Arch. Vaticano: Collettorie . Tomo 225. c. 37t. - Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.
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Oggi s'ignora persino il punto preciso ove essa sorgeva. Solo sappiamo che trovavasi in luogo remoto, presso il villaggio di Voltole.
CVI. - Chiesa di S. Biagio presso il villaggio di Voltole. Tra il villaggio di Voltole e quello di Case Genni, poco dopo oltrepassato il primo, la via si divide in tre rami. Entro l'angolo formato dalla divergenza del ramo mediano che va a Case Cenni, con quello di sinistra che porta alla Chiesa di S. Giovanni di Morano, a circa centocinquanta passi dal vertice e nel punto medio tra i due lati dell'angolo suddetto, sorgeva un tempo la Chiesa di S. Biagio, le di cui fondamenta, molti anni or sono a caso rinvenute, furono poi nel 1921 scavate e demolite, per utilizzarne il materiale consistente in grossissimi blocchi di pietra squadrata, a somiglianza delle antiche costruzioni Romane, e forse da qualcuna di queste provenienti.
Di tale Chiesa non conosciamo le origini, per certo assai remote, e null'altro sappiamo se non che dipendeva dall'altra Chiesa Gualdese di S. Pellegrino, a sua volta soggetta all'Abbazia di S. Maria di Sitria. Effettivamente la Chiesa di S. Biagio costituiva perciò un possesso di questa celebre Abbazia. Verso la fine del Cinquecento, la Chiesa in esame era già diruta, ma se ne scorgevano ancora pochi ruderi sopra il suolo, per cui il Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, visitando quel luogo il giorno 8 Ottobre 1605, ordinò che, dove era sorta la Chiesa, si erigesse a ricordo una Croce. Più tardi, durante un'altra sua Visita Diocesana, compiutavi il 26 Aprile 1610, lo stesso Vescovo propose di far pratiche presso l'Abbate della suddetta Abbazia di Sitria, per la ricostruzione della Chiesa o almeno per il trasferimento del relativo Titolo e Beneficio in altro Tempio. La prima proposta non ebbe effetto ed il Titolo e Beneficio di S. Biagio, furono probabilmente trasferiti nella Chiesa di S. Nicolo di Voltole, che sorgeva, come al presente, pochi passi lontano e sull'Altare della quale, esiste infatti tuttora un antico quadro, dove, insieme all'effigie del Santo Titolare, ammirasi anche quella di S. Biagio.
Inesattamente il Dorio ricorda questa Chiesa insieme a molte altre che, nei primi del Seicento, pagavano un contributo alla Mensa Vescovile di Nocera e su tal proposito rimandiamo il Lettore a quanto fu scritto nel Capitolo riguardante la Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio. Noteremo infine che la stessa, in antichi documenti, fu talvolta chiamata S. Biagio de Manderis e circa questo attributo vedasi l'osservazione già da noi fatta per la Chiesa di S. Lucia in Peritolo. (1)
(1) Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. VIII. 11, c. 102t-108t - Arch, Vescovile di Nocera Umbra; Atti di sacre Visite.
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CVII. - Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara.
Sorge isolata da tempo immemorabile, presso il luogo dove poi si formò l'attuale villaggio di S. Lorenzo, il quale, dalla Chiesa ebbe appunto le origini e il nome. Ne troviamo notizia, per la prima volta, nei Registri del Ducato di Spoleto, oggi conservati nell'Archivio Segreto Vaticano, tra le carte della Camera Apostolica. In questi Registri, sono annotati due pagamenti, fatti in conseguenza di un processo per concubinato, svoltosi contro tal Guido, Monaco e Rettore della Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara. Infatti la Camera Apostolica, il 14 Febbraio 1321, riceveva otto libbre cortonesi «a Ciccho Petrioli et quibusdam aliis testibas de Gualdo Nucerii vocatis et con tumacibus super quadam inquisitione facta contra dom. Guidonem rectorem Ecc. Sancti Laurentii de Carbonaria pro compositione facta cum eis dicta occasione, super eo quod dicebatur conmisisse concubinatum cum Jacoba Jacobicti; » ed il 18 di quello stesso mese, percepiva dieci fiorini d'oro « a domp. Guidone monacho et rectore Ecc. Sancti Laurentii de Carbonaria districtus Gualdi Nucerii pro quadam generali compositione facta cum eo super excessibus suis». E' certo però, che la Chiesa in esame, già esisteva da qualche secolo, prima di tale epoca. (1)
Poco dopo, nel 1333, la vediamo figurare tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che allora pagarono alla Santa Sede, la prima rata della decima imposta da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto. Il pagamento venne fatto il 24 Giugno, nel modo già indicato per altre Chiese Gualdesi che lo effettuarono, e trovasi così annotato nei Libri delle Collettorie Pontificie: « Ab eodem [dompno Berardo] solvente pro ecclesia S. Laureci de Caubano [habui] 10 sol. 6 den. cort». E' evidente l'errore dell'amanuense, che scrisse Caubano invece di Carbonara, tanto è vero, che la Chiesa di S. Lorenzo, viene nell'elenco, subito dopo l'altra Chiesa Gualdese di S. Nicolo di Voltole, che alla prima sorgeva vicinissima. Del resto, in altra parte dei Libri delle Collettorie, la stessa Chiesa trovasi più esattamente indicata come S. Lorenzo de Carbonaria. (2)
II 20 Gennaio 1382, ricompare in un testamento con il quale tal Puzio di Massiolo da Gualdo, lasciava tra l'altro un fiorino alla Chiesa di S. Lorenzo pro melioramento. Né può trattarsi di altra omonima Chiesa del territorio Gualdese, poiché, contemporaneamente, il testatore istituiva un altro legato di venti solidi, a favore della Chiesa di S. Felicita, che alla prima era vicinissima, coma vedremo nel seguente Capitolo. (3)
(1) L. FUMI: I Registri del Ducato di Spoleto. (In Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l'Umbria. Voi. V, pag. 132-133. Perugia 1899).
(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 225, c. 37t.
(3) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c. 54t.
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Durante il XV secolo, con le date 27 Febbraio ed 11 Aprile 1469, la ritrovo ricordata in due pubblici Istrumenti, nei quali questa volta è bene specificata l'ubicazione della Chiesa di S. Lorenzo che, nel primo, si dice infatti sorgente nel territorio di Margnano, e nel secondo, è indicata con la qualifica de Carbonarie. Anche in altro rogito del 30 Dicembre 1497, si nomina un podere situato «in parocia Carbonaie sive Sancii Laurentii ».(1)
Dopo tali notizie, nulla ho più potuto sapere di questa Chiesa sino al 1573, nel quale anno vi accedette il Vescovo di Ascoli Mons. Camagliani, qua pervenuto quale Visitatore Apostolico per incarico di Papa Gregorio XIII. Dagli Atti di tale Visita, apprendiamo che, sin d'allora, era Chiesa Parrocchiale, unita però con le vicine Chiese Parrocchiali di S. Andrea di Maccantone e di S. Romano di Colle, sotto 1'unico Parroco residente in quest'ultima località, il quale, per la troppa ampiezza del territorio sottoposto alla sua giurisdizione, oltre l'Officio di più Messe per la festa del Santo Titolare, il 10 di Agosto, al massimo una volta al mese poteva dire Messa nella nostra Chiesa di S. Lorenzo. Del resto, assai misere erano anche le rendite di quest'ultima in tale epoca, basti dire che i suoi beni rendevano in tutto circa due salme di grano ogni anno. Né, a suo vantaggio, esistevano i soliti legati con i relativi oneri; solo il Comune di Gualdo, sin dal principio del Cinquecento, versava alla Chiesa, ogni sei mesi, a titolo di decima, la tenue somma di un bolognino, nove soldi e quattro denari. (2)
Le tre Chiese Parrocchiali suddette, e cioè S. Lorenzo, S. Andrea e S. Romano, erano tutte insieme dipendenti dall'altra Chiesa Parrocchiale di S. Croce di Ficarella, già Priorato Claustrale del l'Ordine Benedettino, dalla quale distavano tre miglia circa ciascuno. Però così S. Andrea, come S. Romano, come S. Croce, sorgevano nel territorio Comunale di Nocera Umbra. Ma consecutivamente, in forza di Decreto Apostolico emanato il 31 Agosto 1610, la Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara e quella di S. Andrea di Maccantone, vennero disunite dalla Chiesa di S. Romano di Colle e nello stesso tempo furono ambedue tolte dalla dipendenza di S. Croce di Ficarella, restando così indipendenti, ma unite in un unico corpo Parrocchiale, con obbligo per il Parroco di celebrare nei giorni festivi alternativamente ora nell'una ora nell'altra Chiesa. Inoltre, delle tre principali feste dell'anno, Pasqua, Pentecoste, Natale, una doveva effettuarsi in S. Lorenzo e le altre due in S. Andrea.
La Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara, con il piccolo Campanile, con un unico Altare dedicato a questo Santo, era un misero edificio sempre bisognevole di restauri. Nel 1592, il Vescovo di Nocera impose l'esecuzione di questi all'Abbate Commendatario di S.
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti dì Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1488. e. 15H e 158t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli. Anno 1497. c . 162.
(2) Arch, Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506, c. 54.
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Croce di Ficarella, da cui, come si è detto, dipendeva allora la nostra Chiesa. Il lavoro doveva essere eseguito entro due mesi, pena dieci scudi di multa. Dopo che fu sottratta alla dipendenza Abbaziale di S. Croce, essendo passato l'onere del mantenimento della Chiesa di S. Lorenzo ai Parrocchiani, fu a questi che si rivolse il Vescovo Nocerino nel 1617, perché effettuassero le necessarie riparazioni al deperito edificio e ciò entro un mese di tempo, sotto pena della multa di un aureo per famiglia; poi, nel 1691, minacciò addirittura di fare abbattere la Chiesa, divenuta indecente e pericolosa, se non si provvedeva. Durante la Visita Diocesana del 1722, vista l'inutilità delle precedenti sollecitazioni, il Vescovo Visitatore, certo rassegnato all'inevitabile, rammentando forse la minaccia del suo predecessore, lasciò scritto nella relativa relazione, queste testuali parole: « La Chiesa di S. Lorenzo ha bisogno di tutto, non ha bisogno di esser demolita perché la natura farà da sé». Infatti la distruzione dell'edificio avvenne circa il 1870 e nel principio del nostro secolo, di esso restavano solo le quattro mura annerite dal tempo e cadenti. Sul suo pavimento, invaso dalle erbe, eranvi in antico tre tombe, una per gli uomini, una per le donne, una per i bambini. Di opere d'arte, nella prima metà del Seicento, esisteva ancora sull'Altare un assai antico e certo pregevole dipinto su tavola, rappresentante la Madonna con il Bambino in braccio, tra S. Lorenzo, S. Sebastiano, S. Caterina e S. Lucia. Nella seconda metà del Settecento, questa Tavola era stata invece sostituita da un quadro in tela, raffigurante la Madonna, S. Lorenzo e S. Emidio. Così dell'uno, come dell'altro dipinto, non si ha più oggi notizia.
La Chiesa, è stata ricostruita sulle vecchie fondamenta e riaperta al culto nel 1920, per opera ed a spese del Parroco Don Luigi Perticaroli.
CVIII. - Chiesa di S. Felicita nel villaggio di Busche.
E' questa una delle prime Chiese sorte nel territorio di Gualdo, dopo la distruzione dell'antica città di Tadino. Nella vita di S. Rinaldo, che mori Vescovo di Nocera l'anno 1222, vita esistente in un Codice della Biblioteca Vaticana, si legge che alcuni malviventi, avendo saccheggiato una Chiesa intitolata a S. Pietro, nel Distretto di Gualdo e avendo altresì incendiato le circostanti abitazioni, il Vescovo suddetto si recò nella Pieve di S. Felicita, da dove, attorniato dal Clero e dai laici, lanciò solennemente la maledizione contro i malfattori. (1)
E' questa la prima notizia che abbiamo della Chiesa in discorso. Ma anche senza tener conto di ciò, il suo nome ricorre spesso nei documenti del XIII secolo, ad esempio in alcune pergamene Gualdesi, recanti le date 10 Settembre 1232, 11 Giugno 1235, 27
(1) Biblioteca Vaticana: Codice 3921. c . 26t-27.
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Febbraio 1236, 5 Novembre 1263, dove trattasi della vendita di terreni, che si dicono posti nella Pievania o Parrocchia di S. Felicita. (1)
Una tale Chiesa, ebbe dunque sin da quell'epoca remota funzioni Parrocchiali e, come Pievania, viene ancora indicata nel secolo seguente, quando nel 1332, Papa Giovanni XXII, impose una speciale decima su i Benefici Ecclesiastici nel Ducato di Spoleto. Dai Registri delle Collettorie dì quell'epoca, con la data 21 Giugno 1333, risulta infatti che, per la decima suddetta, Deìayno de Mulina, Notaro del Vescovo di Nocera e Subcollettore del Tesoriere e Collettore Generale del Ducato Giovanni Rigaldi, ricevette « ab Armano, prebendato plebis sancte Felicitatis, solvente pro tota plebe, 19 solidos ». (2)
La Chiesa di S. Felicita, per la sua vetustà, nella fine del Cinquecento, già era in procinto di andare in rovina, ed infatti, come tra poco vedremo, fu poi dovuta demolire e trasferire in altro luogo. Quale fosse esattamente la sua primitiva sede, era però a noi ignoto. Negli Atti di una Visita Pastorale, compiutavi dal Vescovo di Nocera il 30 Luglio 1571, si legge che la Pieve di S. Felicita esisteva « in plano Gualdi, apud Gaifanam, ad unum milliarem circa ». Dall'altra Visita del Gennaio 1584, risulta che la stessa era ugualmente distante un miglio dal villaggio di Busche. Finalmente da una Deliberazione del General Consiglio del Comune di Gualdo, in data 20 Maggio 1590, si apprende che esisteva lungo la vecchia strada Flaminia. Da ricerche che io ho praticato, mi risulta che la primitiva Chiesa di S. Felicita sorgeva appunto lungo tale strada, presso il punto in cui la Linea Ferroviaria Roma-Ancona, è attraversata dal viottolo che va dal villaggio chiamato Casone a quello di S. Lorenzo, ossia presso la Casa Cantoniera Ferroviaria, che sorge al Km. 195/645. (3)
Per la sua posizione in luogo deserto e per essere fornita di una casupola Parrocchiale presso che inabitabile, sin dall'antico i Parroci si rifiutarono di risiedere sul luogo e preferirono abitare in Gualdo, da dove, irregolarmente, si recavano nel territorio Parrocchiale per compiervi le funzioni del loro Ministero. Ciò dava spesso occasione a severi, per quanto vani, richiami da parte dell'Autorità Ecclesiastica Diocesana, che voleva imporre ai Parroci l'obbligo dì abitare nella Parrocchia, minacciando ad essi persino la sospensione a divinis, in caso di disubbidienza, nonché la perdita delle rendite della Pievania, che nella fine del Cinquecento, erano in media di ventotto mine di frumento e dodici fiorini circa ogni anno, più la decima che, sin dai primi di quel secolo, semestralmente ad essa dava il Comune di Gualdo, nella misura di diciassette bolognini, nove soldi e sette denari. (4)
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. Perg. N°. 3, 23, 25, 46.
(2) Arch. Vaticano : Collettorie. Tomo 225, c. 37.
(3) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite alla Chiesa di S. Felicita. Anni 1571 e 1584 - Arch. Comunale di G ualdo: Libro dei Con sigli dal 1586 al 1590. c . 190.
(4) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli: Anno 1506. c. 54.
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Infatti, in occasione della Visita Apostolica praticata alla Chiesa di S. Felicita il 4 Novembre 1573, dal Vescovo di Ascoli Pietro Camagliani, questi ordinò che il Parroco, residente a Gualdo, almeno due volte al mese si dovesse recare nella Chiesa suddetta, per celebrarvi la Messa a vantaggio delle ventitré famiglie, allora costituenti la Parrocchia, e raccomandava altresì che, qualche volta, eziandio vi pernottasse. Il 12 Dicembre dell'anno seguente, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, stabilì invece che ogni mattina, il Parroco dovesse accedere nel territorio Parrocchiale di sua giurisdizione ed in esso trattenersi fino a sera; ed infine, durante la Visita Diocesana del 1605, il giorno 8 Ottobre, il Vescovo Visitatore Mons. Florenzi, impose al Parroco di risiedere giorno e notte nella Parrocchia e di officiarvi la Chiesa di S. Felicita tutti i giorni festivi, nonché il 23 Novembre, festa della Santa Titolare. Vi avrebbbe altresì dovuto compiere tutte le funzioni inerenti al suo officio, eccettuato il Battesimo, poiché in mancanza di un Fonte Battesimale nella Chiesa, i neonati si recavano a battezzare o in Gualdo o nella Chiesa Parrocchiale di Boschetto. Ma essendo sempre riusciti inutili esortazioni e minacce da parte dell'Autorità Ecclesiastica Diocesana, ed anche in considerazione che l'antica Chiesa di S. Felicita era prossima a rovinare, nella prima metà del Seicento, s'incominciò a trattare della sua ricostruzione in più opportuna località. Fu forse per favorire un tale scopo, che il 21 Luglio 1621, Don Rinaldo Tempesta da Nocera, allora Pievano della Chiesa stessa, lasciava a quest'ultima, in eredità, una sua vigna. (1)
Certo è che, tra il 1633 e il 1634, a spese dei Parrocchiani, sorse entro il villaggio di Busche, la nuova Chiesa di S. Felicita, per la di cui costruzione furono in gran parte adoperati i materiali edilizi ottenuti dalla demolizione della vecchia cadente Chiesa. Anche i sacri arredi vennero trasportati nel novello Tempio e tra essi un antico e pregevole trittico in legno che ne ornava l'Altare, dipinto che anche oggi ammirasi nella nuova Chiesa di S. Felicita. Rappresenta, nello scompartimento mediano, il Crocifisso con a fianco la Madonna ed ai piedi della Croce il Committente inginocchiato. Il Crocifisso, che era quasi cancellato, venne in antico barbaramente ridipinto. Il Santo che trovavasi sull'altro fianco della Croce, è oggi del tutto scomparso. Nello scompartimento a sinistra S. Pietro e S. Felicita; in quello di destra due Santi Vescovi, certo S. Facondino e S. Rinaldo. Tale trittico è della Scuola Eugubina di Ottaviano Nelli e risale alla prima metà del XV secolo.
La Chiesa nuova di S. Felicita, non fu mai fornita né di Sagrestia né di casa Parrocchiale, fu bensì munita di campana e vi si costruì un solo Altare ed una sola tomba, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1705, ordinò l'apertura di altri due sepolcri, dovendo uno servire
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 107 e 108. |
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per i bambini e gli altri due per gli adulti, maschi e femmine separatamente. Inoltre, essendo la Parrocchia formata dai due villaggi di Busche e Roveto, contemporaneamente alla nuova Chiesa di S. Felicita in Busche, un'altra Chiesa Comparrocchiale, dedicata a S. Carlo, costruirono in Roveto gli abitanti di questo villaggio. Il Parroco doveva perciò celebrare, nei giorni festivi, al ternativamente nelle due Chiese e siccome in Roveto sorse in seguito anche una Casa Parrocchiale, fu in questo villaggio che il Curato pose la sua stabile residenza, come voleva l'Autorità Ecclesiastica Diocesana.
CIX. - Chiesa di S. Pietro presso il villaggio di Margnano.
Sembra fosse sorta sulla via che da Margnano conduce a S. Lorenzo, a circa duecentocinquanta passi dal primo di questi due villaggi. In questo luogo appunto, che oggi è chiamato con il vocabolo Casalino, la pietà dei fedeli aveva eretto per ricordo forse della Chiesa, una piccola Maestà in legno, esistitavi sino ai nostri tempi, e quivi infatti, anche recentemente, furono trovati sotto terra ruderi ed ossa umane.
Nel precedente Capitolo, si è detto, che in un assai antico Codice Vaticano, contenente la vita di S. Rinaldo, che morì Vescovo di Nocera l'anno 1222, leggesi tra l'altro che il Santo Vescovo, erasi recato insieme ad Ecclesiastici ed a Laici, nella Pieve di Santa Felicita nel Distretto di Gualdo, per lanciare solennemente la maledizione contro alcuni masnadieri, che avevano saccheggiato la prossima Chiesa di S. Pietro incendiando altresì le circostanti abitazioni. Vicinissima alla Pieve di S. Felicita, sorgeva appunto la Chiesa di S. Pietro di Margnano, e certamente, è a quest' ultima che si riferisce la notizia dell'antico Codice Vaticano, tanto più che nessun'altra Chiesa di S. Pietro, ci consta essere sorta in passato presso la Pieve suddetta. (1)
Dopo questa notizia, durante due secoli, incombono sulla Chiesa di S. Pietro le più dense tenebre ed un accenno ad essa ricompare in un Istrumento Notarile, del 25 Settembre 1501, dove infatti trovansi indicati alcuni terreni, che si dicono esistenti presso il villaggio di Busche « in parocia Mergnani», Da un secondo Istrumento, del Maggio 1505, apprendiamo poi che il Beneficio di S. Pietro di Margnano, era stato allora concesso, dal Vescovo di Nocera, al Sacerdote Troilo di Bartolomeo di Nicolo di Ser Lancellotto, che ne aveva preso possesso il 20 del suddetto mese. (2)
In quello stesso secolo, la Chiesa dovette però andare in rovina: Infatti Mons. Pietro Camagliani Vescovo di Ascoli, mandato quale Visitatore Apostolico in Gualdo, il 4 Novembre 1573, trovò
(1) Biblioteca Vaticana: Codice 3921, c . 26t-27.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1501 al 1503. c . 38t e 43; di Ercole di Gabriele dal 1505 al 1506. Paginazione I, c. 92t a 94.
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soltanto pochi avanzi della Chiesa, in eminentiori colle, e perciò stabilì che le sue rendite (una salma di frumento circa ogni anno) venissero devolute a qualche vicina Chiesa Parrocchiale, da indicarsi dal Vescovo di Nocera. In un Altare di questa Chiesa Parrocchiale, si sarebbe dovuto però accogliere il Titolo e Beneficio di S. Pietro di Margnano, con l'onere di qualche Messa ogni anno, e sulle rovine della diruta Chiesa, si doveva innalzare una Croce di pietra, secondo le prescrizioni dei Sacri Canoni. Tutto ciò nel caso che gli abitanti di Margnano e delle vicinanze, non avessero voluto, a proprie spese, ricostruire la loro Chiesa. Le suddette prescrizioni del Visitatore Apostolico non furono certo per allora eseguite, perché le vediamo ripetute di nuovo il 10 Settembre 1593, dal Vescovo di Nocera, il quale minacciò altresì una multa di dieci scudi, in caso di ulteriore disobbedienza.
La Chiesa, aveva fatto parte della Parrocchia di S. Felicita di Busche, ed era naturale che quivi si effettuasse il trasferimento; ma però nessuna notizia ci è pervenuta in proposito. Solo sappiamo che, più di un secolo dopo, nel 1718, il Vescovo di Nocera, in occasione di una Sacra Visita alla suddetta Chiesa di S. Felicita, decretò che il Titolo e Beneficio di S. Pietro di Margnano, allora posseduto dal Sacerdote Don Domenico Fabbri, fosse trasferito all'Altare Maggiore della Chiesa Parrocchiale di S. Pietro in Fossato di Vico, con l'onere di una Messa ogni anno nella festa del Santo Titolare. Questo trasferimento in una Chiesa lontana, e che nessun rapporto mai ebbe né poteva avere con S. Pietro di Margnano, all'infuori dell'omonimia, ci fa pensare, che il Beneficiato, abitando in Fossato di Vico, in quello stesso luogo avesse voluto avere anche la sede del Beneficio da lui posseduto. Questa ipotesi è più che probabile, considerando che esisteva allora, ed esiste anche oggi, in Fossato di Vico, una famiglia Fabbri. (1)
CX. - Chiesa di S. Antonio da Padova nel villaggio di Rasina.
Fu eretta l'anno 1512 da un abitante del prossimo villaggio di Rasina, chiamato Tiberio di messer Gaspare. Costui ne assunse il patronato insieme ad altri tre abitanti del villaggio stesso, e cioè Mariotto di Melchiorre, Luzio di Luca e Colcino di Melchiorre, che avevano anch'essi cooperato a tale erezione. (2)
La troviamo poi ricordata nella Visita Pastorale, che il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, praticò in Gualdo verso la fine del 1583. Anzi, in occasione di tale Visita, il Vescovo propose di istituire nella Chiesa di S. Antonio di Rasina, la sede di una nuova Parrocchia, che avrebbe intorno a sé raccolto, non solo le
(1) Arch. Vescovile di Nocera: Atti di Sacre Visite del 1573, 1593 e 1718 in Gualdo Tadino.
(2) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Ludovico di Mariotto Lori. Anno 1517. c . 66.
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circostanti abitazioni, ma alla quale si sarebbe dovuta altresì aggregare anche la Parrocchia di S. Lucia di Peritolo che, come si disse a proposito di questa Chiesa, era stata invece già unita con la Parrocchia di S. Giovanni di Catigliano. Tale progetto non fu però effettuato e la Chiesa di S. Antonio, seguitò a rimanere nello stato di semplice Beneficio Ecclesiastico, entro la circoscrizione Parrocchiale della Chiesa Gualdese di S. Benedetto.
Del resto, la Chiesa di S. Antonio, non avrebbe potuto sussistere come Parrocchia, non possedendo allora alcuna stabile rendita, tanto che era mantenuta ed officiata a spese dei vicini abitanti. Solo nella seconda metà del Seicento, cominciò a godere il fruttato di qualche censo, e tal Maria Cecilia di Luca Monaldi, donò ad essa venticinque fiorini, con i quali nel 1686 si acquistò un olivete in vocabolo Fossa di Barone, presso Gualdo, con l'onere di cinque Messe all'anno in suffragio dell'anima sua. Così pure, tal Giovanni Valentini, le cedette alcuni beni stabili, con l'onere di due Messe annue, in giorni festivi. Susseguentemente i suoi beni aumentarono, così che nel 1771, possedeva vari censi e cinque piccoli terreni.
Durante il XVI secolo, vi si celebrava Messa di Domenica due volte al mese, e dal XVII in poi tutti i giorni festivi. Anzi, nel Seicento, lo stipendio del Cappellano era di un giulio per Messa. I noltre vi fu sempre indetto un Officio di più Messe tutti gli anni, nella ricorrenza della festa del Santo Titolare.
La Chiesa è piccola, con l'abside a volta e la parte anteriore coperta da travatura. Il fabbricato attuale non è per certo quello primitivo, o almeno, attraverso i secoli, ha subito una completa trasformazione. Notevoli restauri ricevette infatti anche nel 1926. E' munita di campana, ma non ha Sagrestia. Sull'unico Altare, dedicato a S. Antonio da Padova, esisteva un tempo un quadro in tela con l'immagine del Titolare. Al posto del quadro, vedesi oggi una comune statua del Santo.
CXI. - Chiesa di S. Nicolo nel villaggio di Boschetto.
La primitiva Chiesa di S. Nicolo, non è quella attuale, ma esisteva invece a monte del villaggio di Boschetto, nei dintorni dell'oggi diruto antico Castello, e precisamente nel luogo al quale rimane tuttora il nome di S. Nicolo Vecchio. Quivi assai spesso, il vomere dell'agricoltore s'arresta contro le fondamenta del crollato edificio o riporta alla luce le ossa dei defunti che vi furono un tempo sepolti. La Chiesa attuale, a giudicare da qualche resto architettonico e dagli affreschi che ancora vi esistono, non può essere posteriore al XV secolo, ma della stessa non abbiamo notizie, prima della metà del Cinquecento.
In tale epoca, era già sede di Parrocchia, unita però alla prossima Chiesa Parrocchiale di S. Angelo nel territorio di Nocera. Le due Chiese avevano un unico Rettore, che abitava nella Casa Presbiteriale, anche oggi esistente presso quella di S. Nicolo, e
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celebrava di Domenica alternativamente nelle due Chiese; negli altri giorni festivi, o nell'una o nell'altra, a suo beneplacito.
In quel tempo, assai scarse erano le rendite della Chiesa. Insieme a quella di S. Angelo, riceveva in media ogni anno sette salme di frumento e dieci barili di vino. Ma, per quel che mancava, suppliva la Comunità del villaggio di Boschetto. Inoltre alla Chiesa di S. Nicolo, sin dai primordi del XVI secolo, il Comune di Gualdo, dava semestralmente un bolognino, dieci soldi e sei denari sotto forma di decima. (1)
Nella seconda metà del Cinquecento, troviamo nella Chiesa due Altari, e cioè l'Altare Maggiore e l'Altare del Rosario. Nella prima metà del Seicento, vi appare un terzo Altare detto di Maria Vergine delle Grazie. L'Altare Maggiore, dedicato a S. Nicolo, fin dal Seicento, era ornato da un quadro in tela raffigurante questo Santo, quadro che oggi trovasi appeso sulla parete di fondo dell'abside. Su questo Altare il Parroco, oltre alle suddette Messe Domenicali, doveva disimpegnare vari oneri di culto per effetto di antichi legati fatti alla Chiesa. Così, tre Messe all'anno per venti anni consecutivi a cominciare dal 1666, vi doveva celebrare per disposizione di tal Girolama di Vincenzo, come da rogito Notarile in data 19 Marzo 1665. Altre Messe annue, per quindici anni dal 1671, in suffragio dell'anima di tal Maddalena di Mario, come da Legato testamentario rogato dal Notaio Giuseppe Fabbri di Nocera, il 19 Maggio 1670. Tal Sabbatino di Francesco, mediante rogito del Notaio Gualdese Ludovico Angeli, lasciò alla Chiesa i suoi beni, con l'onere per il Parroco, di tre Messe ogni anno in perpetuo. Sempre sull'Altare Maggiore, dieci Messe annuali vi si dovevano celebrare per l'anima di Dionora Ovidi. In questo Altare aveva sede la Confraternita del Sacramento del villaggio di Boschetto, e quindi su di esso il Parroco disimpegnava quasi tutte le funzioni religiose inerenti a questo sodalizio e che verranno indicate, quando del medesimo tratteremo. Nel 1677, due altre Confraternite di questo villaggio e cioè quelle di S. Anna e di S. Giovanni, ottennero dal Vescovo di Nocera il permesso di trasferire la loro sede nella Chiesa di S. Nicolo. Prima di allora, risiedevano in una Chiesuola vicina, ma in territorio Nocerino, intitolata a S. Anna, che veniva dopo ciò abbandonata, perché prossima alla rovina.
L'Altare del Rosario, apparteneva all'omonima Confraternita; era dalla stessa fornito del necessario e sorgeva, come al presente, in una Cappella a destra dell'ingresso principale. Su di esso ammirasi ancora un grande dipinto in tela, così firmato: MDLXXII. Opera di Camillo Bagazzotti da Camerino, e che rappresenta la Madonna del Rosario con il Bambino, adorata da S. Domenico e S. Monica, circondata da quattro Angeli che spargono fiori, e incorniciata dai soliti quadretti dei Misteri. Quest'Altare del Rosario, era officiato nel modo che dettagliatamente indicheremo quando si tratterà dell'omonima Confraternita.
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.
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L'Altare di S. Maria delle Grazie, fu eretto dal Vescovo di Nocera, Virgilio Florenzi, nella prima metà del Seicento, e trovasi oggi a sinistra di chi entra dall'ingresso principale della Chiesa, nella terza Cappella. Su di esso, era un'immagine della Madonna con il Bambino, in passato assai venerata, perché ritenuta miracolosa. Tale dipinto esiste ancora in tale Altare. Su quest'ultimo si celebrava Messa, non per effetto di speciali obblighi, ma mediante pie elemosine per devozione di private persone. Con le oblazioni del popolo, l'Altare si riforniva anche del necessario. Durante la prima metà del Settecento, nell'Altare in discorso stabilì la sua sede una Confraternita del villaggio di Boschetto, intitolata a S. Maria del Carmine e da allora in poi, anche l'Altare assunse un tal nome. Su di esso si celebrava Messa ogni anno, nella festa di S. Francesco di Paola, cioè il 2 Aprile, in quella di S. Bibiana il 2 Dicembre, e in quella di S. Francesco d'Assisi il 4 Ottobre. Finalmente, dalla Visita Pastorale eseguita nella Chiesa di S. Nicolo il 22 Giugno 1766, apprendiamo l'esistenza di un quarto Altare, poco prima eretto, intitolato a S. Anna e nel quale aveva sede la su ricordata omonima Confraternita. Questo Altare era originariamente ornato da un quadro in tela, rappresentante, tra due Santi, S. Anna che insegna a leggere alla piccola Maria e questo dipinto vedesi ora appeso su di una parete della Chiesa. Sull'Altare stesso, sorgente nella terza Cappella a destra di chi entra dall'ingresso principale, al posto del suddetto dipinto sta oggi una moderna statua della Madonna.
La Chiesa di S. Nicolo di Boschetto, sin dall'antico fu fornita di Sagrestia, possedeva nove Sepolcri sui pavimento ed aveva al suo fianco un Campanile a forma di torre, ancora in piedi nella prima metà del Settecento, poi scomparso per effetto forse di qualche terremoto e allora provvisoriamente sostituito da una piccola loggia campanaria sopra la porta d'ingresso. Ha due entrate, una antica sulla parete frontale, ed una più recente su di una parete laterale. La Chiesa in discorso, dal 1915 al 1923, subì notevoli modificazioni e restauri, a spese dell'Ente Parrocchiale e delle Confraternite del luogo, che vi hanno sede, modificazioni e restauri che, in gran parte, le tolsero l'antico e suggestivo aspetto delle nostre Chiese Medioevali. L'edificio fu infatti, tra l'altro, prolungato di tutta la parte costituente l'attuale abside, a fianco della quale, nell'ultimo anno dei restauri, fu dalle fondamenta ricostruito anche l'alto Campanile, tal quale al presente si vede.
Come in tutte le vecchie Chiese Umbre, anche in questa di S. Nicolo, non fanno difetto pregevoli opere d'arte. Le sue pareti erano un tempo completamente coperte di affreschi. Di questi restano visibili due figure di Santi, e cioè un S. Antonio da Padova e un S. Antonio Abbate, sullo spessore delle grandi arcate che fiancheggiano l'Altare laterale in cornu evangeli e sono opera del XV secolo. Nella Cappella del Rosario, oltre il su citato quadro del Bagazzotti, trovansi vari affreschi sulle pareti: A destra, una Madonna con il Bambino; a sinistra, un S. Giovanni Battista e un S. |
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Nicolò; in alto lo Spirito Santo; in fondo, lateralmente all'Altare, S. Lucia e S. Agata. Sono opere da attribuirsi alla scuola di Matteo da Gualdo, del XV-XVI secolo; però il S. Giovanni Battista, il S. Nicolo, ed il Padre Eterno, appaiono deturpati, perché malamente ridipinti durante il Seicento. La Chiesa possiede inoltre, una tavola Quattrocentesca a tempera, in forma di trittico, ma assai malandata, rappresentante nel centro la Madonna con il Bambino, a destra un Santo mitrato, a sinistra le tracce di un S. Sebastiano, Possiede poi, un'altra tavola a tempera del XV-XVI secolo, avente in mezzo la Madonna con il Putto, da un lato S. Michele Arcangelo, dall'altro S. Rocco; con una predella, formata da cinque arcate, tagliate nel legno a tutto spessore e con figure d'Angeli nei triangoli dell'arcate. Tra gli arredi della Chiesa, è notevole anche un bel Ciborio Cinquecentesco, tutto dorato e recante dipinte quattro graziose figure, e finalmente un'artistica Croce Processionale in metallo cesellato e dorato, con le solite figure lavorate a sbalzo, la quale risale per certo al secolo XIV.
CXII. - Chiesa di S. Egidio nel villaggio di Gaifana.
È questa una delle più antiche Chiese del territorio Gualdese. Anteriore al Mille, è certo il culto di S. Egidio nel villaggio di Gaifana, e basti a tal proposito citare il brano di una Cronaca Trecentesca, esistente nella Biblioteca Vaticana, dove, parlandosi delle condizioni della nostra regione durante le invasioni barbariche, leggonsi appunto le seguenti parole : ... a nobilibus et populis ipsius patriae institutum fuit concorditer ut ad flumina perspicua oppidi Gaifanae nundinae fierent annuatim circa festum sancti Egidii con fessoris ubi incolae ipsius patriae et accollae convenientes emerent et venderent humano usui opportuna ....».(1)
Dopo ciò troviamo ricordata la Chiesa di S. Egidio, in una Pergamena dell'Archivio Comunale di Gualdo, recante un pubblico Istrumento in data 10 Marzo 1231, con il quale tal Pietro di Egidio di Pietro, vendeva a Beninteso Notaio, figlio del fu Guidone di Mazzo, insieme ad alcune terre, anche la terza parte di un molino, sito sul fiume di Gaifana, presso il borgo omonimo, il quale molino s'indicava come confinante, tra l'altro, con l'Ospizio e la Chiesa di S. Egidio. (2)
Questo documento ci dimostra anche che, annesso a quest'ultima, e certo dalla stessa dipendente, funzionava in quell'epoca remota, uno di quei Medioevali Ospizi, in parte Alberghi in parte Ospedali, i quali servivano ad accogliere i pellegrini, i viandanti stanchi o ammalati che, provenienti da lontane regioni, transitavano Per le vie malsicure della Penisola. Ed era il borgo di Gaifana, luogo più
(1) Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano latino 2666. Pag. 44-45 (Hi storia antiquae civitatis Tadini).
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene: Sec. XIII. Perg N°. 17.
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di ogni altro adatto a simile scopo, trovandosi appunto ai due lati della allora importantissima Strada Flaminia, a mezza via tra Gualdo e Nocera. Similmente in un Istrumento notarile del 26 Dicembre 1381, trovasi nominato, nel territorio di Gaifana, il vocabolo Sant'Egidio, ed in altro del 24 Giugno 1505, si accenna ad un terreno posto «in vocabulo Gayfane seu sancti Gilij ».(l) Anche oggi la Chiesetta di S. Egidio, sorge all'ingresso settentrionale del borgo di Gaifana, su i margini della Flaminia; l'edificio attuale non è certo quello Duecentesco a cui si riferiscono i documenti suddetti, ma l'ubicazione è quasi certamente la stessa.
Sin dal Cinquecento, costituì un semplice Beneficio Ecclesiastico, che funzionava con le rendite di alcune terre che la Chiesa possedeva nel vicino villaggio di Boschetto, insieme alla casa che anche oggi le sta di fronte, dall'altra parte della via. Nella seconda metà di quel secolo, pare che la Chiesa fosse assai trascurata, infatti nel 1573, il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, dopo avervi ordinato la costruzione di una tomba per seppellirvi i viaggiatori che, transitando per la Via Flaminia, ammalavano e morivano in quella località, fece notare che il Rettore della Chiesa di S. Egidio, usava percepire le rendite del Beneficio, senza adempierne gli oneri, consistenti nel mantenimento della Chiesa stessa e nella celebrazione di un Officio di più Messe, nella festa del Santo Titolare, il I Settembre. Anzi, a tal proposito, noteremo che nel 1593, il Vescovo di Nocera ordinò al Rettore che, per l'avvenire, si dovesse dirvi Messa anche nel terzo giorno di Pasqua, nel terzo giorno delle Pentecoste e nel terzo giorno del Natale. Spesso poi vi si celebrava, per privato incarico dei Gaifanesi, specie per conto di una famiglia Fabi, che nei primi del Seicento, dava di ciò incarico al Parroco della prossima Parrocchia di S. Felicita, anziché al Rettore della Chiesa di S. Egidio. Ma i Rettori di quest' ultima, seguitarono sempre a tenerla in stato indecente e provocarono così, nel 1589, nel 1634, nel 1691 e nel 1743, energici richiami da parte dei Vescovi Nocerini, con le solite inefficaci minacce di multe e sequestro delle rendite al Beneficiario, se non apportasse i necessari restauri alla Chiesa.
Questa non contiene opere d'arte. Nei primi del Settecento, sul muro retrostante all'Altare, era dipinto il Santo Titolare insieme alla
Vergine; oggi sullo stesso Altare esiste un brutto e malandato quadro Seicentesco su tela. In passato la Chiesa mancò sempre di campana, l'attuale loggetta campanaria, vi fu eretta nel 1911, dopo notevoli restauri apportati al piccolo edificio, che si era ridotto in pessime condizioni.
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c. 52; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1504 al 1505. c . 106t.
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CXIII. - Chiesa di S. Croce nel villaggio di Gaifana.
Ci è nota l'esistenza di questa Chiesa, unicamente per un episodio del lungo e grave dissidio insorto verso la fine del Duecento, tra la S. Sede e il Ducato di Spoleto da una parte ed il Comune di Perugia dall'altra, per la giurisdizione da esercitarsi sul Castello di Poggio S. Ercolano, dissidio di cui già demmo diffuse notizie trattando della Storia Civile della nostra Città. Ci risulta infatti, che durante le molteplici vicende di tale vertenza, il 28 Aprile del 1289, il Vescovo di Nocera, Giovanni da Foligno dei Conti d'Antignano, dovendo far pubblicare un Breve del Pontefice nel Castello suddetto, v'inviava due suoi rappresentanti, tra i quali eravi il prete Junito, indicato appunto come Rettore della Chiesa di S. Croce in Gaifana. Questo solo sappiamo di tale sacro edificio, che in nessun altro documento, sia precedente che posteriore, trovasi mai più ricordato.
CXIV. - Chiesa di S. Martino nel villaggio di Gaifana. Conosciamo questa Chiesa, soltanto perché trovasi nominata in una sentenza, emessa il 31 Marzo 1305, e con la quale il Podestà di Gualdo, Bartolello di Lello, condannava alla forca un tal Martuccio, detto Ferramosca da Morano, Distretto di Gualdo, per aver commesso vari delitti, tra i quali si indica anche il furto di una campana, effettuato, quattro anni prima, di notte tempo, insieme a certo Grecolo, nel campanile della Chiesa di S. Martino di Gaifana. (1)
CXV. - Chiesa di S. Carlo nel villaggio di Roveto. Come già si disse, nel 1633, l'antica Chiesa di S. Felicita, che era a capo della omonima Parrocchia, essendo pericolante e sorgendo, per di più, assai distante dai due villaggi costituenti la Parrocchia stessa, cioè Busche e Roveto, fu chiusa al culto e demolita. Subito dopo, in sua vece, furono ricostruite due Chiese, una Parrocchiale che con il medesimo Titolo di S. Felicita sorse entro il suddetto villaggio di Busche ed una Comparrocchiale che, dedicata a S. Carlo, fu eretta nel villaggio di Roveto. In tale occasione, si stabilì che il Parroco, avrebbe dovuto celebrare, nei dì festivi, alternativamente nelle due Chiese, la quale usanza resta ancora in vigore.
Originariamente, la Chiesa di S. Carlo, ebbe un solo Altare, ornato da un quadro in tela raffigurante la Flagellazione di Gesù Cristo; lateralmente al quadro, era dipinto sul muro, a destra S. Carlo e a sinistra la Vergine di Monte Carmelo. L'anno 1723, si eresse nella Chiesa un secondo Altare dedicato alla Madonna del Rosario, per
(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 402, c. 31-33.
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opera di tal Bonaventura di Girolamo Ginocchietti da Roveto, e su di esso fu collocato un quadro in tela, rappresentante la Vergine con i Misteri del Rosario. Il Ginocchietti dotò il suo Altare con tre piccoli terreni, le di cui rendite avrebbero dovuto servire per far celebrare sei Messe all'anno, sull'Altare stesso, in quei giorni festivi, nei quali, come sopra si è detto, il Parroco, anziché la Chiesa di S. Carlo, era tenuto ad officiare quella di S. Felicita in Busche. Ai propri eredi, trasmise poi l'onere di mantenere e provvedere detto Altare di tutto il necessario. Il relativo Istrumento fu rogato dal Notaio Tommaso Romanelli, il 31 Ottobre 1723. Altri Legati erano stati fatti alla Chiesa di S. Carlo, sin dal secolo precedente: Così, tal Venanzo di Pasquino di Sabbatello, le lasciò un oliveto in vocabolo Piantonacci, con l'onere di sei Messe all'anno a pro dell'anima sua; Giovanni Angelo di Francesco Fazi, legò alla stessa una canapina, con obbligo di cinque Messe annue, per la durata di un lustro, e Giovagnoli Angela, donò alla Parrocchia una casa in Roveto, con l'obbligo di cinque Messe ogni anno, in perpetuo, per suffragio della di lei anima, come da rogito del Notaio Girolamo Giacobuzzi di Nocera dell'anno 1630. Nuovi legati fecero alla Chiesa certa Virginia Benedetti, a condizione che vi si celebrassero quattro Messe ogni anno, ed un Pietro di Giovanni Andrea, con l'onere di dieci Messe annue durante tre lustri, a cominciare dal 1721. Finalmente, con Atto rogato dal Notaio Cherubino Mattioli, il 27 Gennaio 1757, Girolamo, Vincenzo, Francesco, Felice e Giuseppe Ginocchietti, con altri abitanti di Roveto e Corcia, imitando quanto aveva già fatto il su nominato Bonaventura di Girolamo Ginocchietti per l'Altare del Rosario, donarono vari terreni e costituirono alcuni censi, per istituire nella Chiesa di S. Carlo, una Cappellata avente lo scopo di officiarla in quei giorni festivi, nei quali il Parroco era tenuto a dire Messa nella Chiesa Parrocchiale di S. Felicita. Le rendite di questa Cappellata, oscillavano in media tra i dieci e gli undici scudi ogni anno, ed il Cappellano doveva essere nominato dalle famiglie Ginocchietti. Fu così, che la Chiesa di S. Carlo, a poco a poco, divenne proprietaria di parecchi beni stabili (nel 1784 possedeva sedici terreni ed una Casa Parrocchiale con orto) ma queste terre restavano per solito incolte, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1691, ordinò agli abitanti di Roveto, di coltivarle a vantaggio della Parrocchia. Nel principio del Settecento, esisteva nella Chiesa una sola sepoltura, verso la fine di quello stesso secolo ve ne erano due, una per gli adulti, l'altra per i bambini. Era allora munita anche di campana, ma mancava di Sagrestia. Nel 1901, per opera del Parroco Don Cesare Giuseppetti, la Chiesa, che era assai angusta, venne quasi completamente abbattuta e poi ricostruita più grande, nella forma attuale e con un piccolo Campanile. Vi si eressero un Altare Maggiore dedicato a S. Carlo, e lateralmente due Altari provvisori e trasportabili in legno, ornati da due brutti quadri Secenteschi. |
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CXVI. - Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Corcia.
Questa Chiesa, Beneficio semplice, fu fatta costruire tra il 1630 e il 1631, da tal Maurino Mataloni di Corcia, in forza di un legato testamentario, poco prima istituito da un suo defunto fratello, e cioè da Don Guglielmo Mataloni, Sacerdote residente in Nocera. La Chiesa era stata dotata con la somma di cento scudi, primieramente investiti in un censo, ed in seguito impiegati nell'acquisto di un terreno in vocabolo Campogrande. Don Francesco Mataloni, figlio di Maurino, fu il primo Cappellano della Chiesa, che rimase poi a lungo sotto il giuspatronato della famiglia Mataloni, la quale, non solo provvedeva al mantenimento della Chiesa stessa, ma vi faceva anche celebrare in origine due Messe al mese in giorno festivo, oltre ad altre Messe, in numero indeterminato, durante l'anno, a proprio beneplacito. Un Officio vi s'indiceva altresì nella festa del Santo Titolare. Le due Messe fisse mensili, nei primi del Settecento, le vediamo ridotte ad una sola e quest'onere permane ancora a carico della famiglia Mataloni. Oggi però, vi si celebra di tanto in tanto, anche per devozione ed a volontà degli abitanti del luogo, oltre l'Officio suddetto. Nel giorno della festa di S. Giuseppe, per antica abitudine, una gran folla si reca a diporto dalla città e dai paesi circostanti, nel villaggio di Corcia.
Sorgendo la Chiesa sul confine tra le Parrocchie di Roveto e Rigali, i rispettivi Parroci, durante quasi tutto il XVIII secolo, se ne disputarono la giurisdizione. Nel 1721, il Vescovo di Nocera giudicò spettare a quello di Roveto; nel 1746, in una Visita Pastorale, la vediamo invece indicata come facente parte della Parrocchia di Rigali. Infine, nella seconda metà di quel secolo, ad eliminare ogni contrasto, si addivenne ad una transazione, in forza della quale riconoscevasi sorgere la Chiesa di S. Giuseppe, entro i confini Parrocchiali di Roveto, ma essere però di giurisdizione mista, potendovi cioè tanto il Parroco di S. Pietro di Rigali, quanto quello di S. Carlo di Roveto, esercitarvi indipendentemente le funzioni Parrocchiali.
La Chiesa, piccola e senza Sagrestia, ha un unico Altare dedicato a S. Giuseppe; subito dopo la sua erezione, sul muro retrostante a questo Altare, era stato collocato un quadro in tela rappresentante la Vergine seduta, con il Bambino in braccio e con S. Giuseppe, avente ai lati S. Antonio Abbate e S. Francesco di Paola. In seguito questo quadro scomparve ed al suo posto, nella stessa parete, si scavò una nicchia dove fu collocata la statua di S. Giuseppe. Recentemente una seconda e moderna statua di questo Santo, è stata invece eretta sopra l'Altare. L'attuale piccolo campanile, fu costruito l'anno 1879.
Nel Vescovato di Nocera Umbra, esiste un interessante dipinto topografico del territorio della Diocesi Nocerina, dipinto che, primie ramente fatto eseguire dal Vescovo Battaglini su di una parete del l'Episcopio, fu poi dal Vescovo Massaioli fatto ricopiare su tela nel 1784, essendosi il primo ridotto in pessime condizioni. In |
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questa tela, la Chiesa di Corda, certo per errore di chi la dipinse, appare intitolata a S. Filippo anziché a S. Giuseppe.
CXVII. - Chiesa di S. Cristoforo presso il villaggio di Corcia.
Esisteva sulle alture sovrastanti gli attigui villaggi di Petroia e di Corcia. Da questi, si dipartono oggi in direzione del monte, due viottoli che, convergendo, dopo non molto percorso, s'incontrano l'uno con l'altro. Presso il punto del loro incontro, trovasi presentemente una località, chiamata S. Cristoforo dagli abitanti circonvicini. Avanzi di fondamenta di un edificio sono ancora visibili sul terreno, e quivi, senza alcun dubbio, sorse un tempo la Chiesa di cui ci occupiamo.
Nulla sappiamo di essa, che solo trovo nominata per incidenza, in nove diversi rogiti del nostro Archivio Notarile, aventi le date 28 Gennaio 1382, 21 Settembre 1463, 31 Decembre 1468, 25 Maggio 1474, 17 Gennaio 1476, 20 Aprile 1483, 19 Maggio 1487, 8 Dicembre 1488 e 26 Ottobre 1492. L'esame di alcuni di questi rogiti, ci conferma che la Chiesa di S. Cristoforo, in essi nominata, sorgeva appunto nella località la quale, come sopra ho detto, a monte dei villaggi di Petroia e Corcia, porta attualmente il nome di S. Cristoforo. Basta infatti accennare, che nel primo di questi rogiti, si cita, come compreso nella giurisdizione della Chiesa di S. Cristoforo, un vocabolo Letanelle, con l'indicazione che lo stesso trovavasi « iuxta ... fossum vallis Cursie et viam montanariam», nel quarto si allude ad un terreno posto « in districtu Gualdi, in parocia sancti Cristofori, in vocabulo Corsie», nel settimo e nell'ottavo, similmente, nella giurisdizione della Chiesa suddetta, si indica il vocabolo Corcia, e nell'ultimo rogito, come facente parte della stessa giurisdizione, si nomina il vocabolo Petroia. Il Dorio, la chiama S. Cristoforo de Costa, forse perché situata sulla costa della sovrastante montagna.
In quanto alla suddetta qualifica parrocchiale della Chiesa di S. Cristoforo, ciò potrà forse far meraviglia a chi, pratico della località, rifletta alla sua poca importanza e, più che altro alla sua ubicazione montana, completamente deserta e tutt'altro che adatta come sede per cura d'anime. Ma la stessa qualifica cessa dal meravigliare, quando si pensa che in antico il concetto ed il significato di Parrocchia, era alquanto diverso dall'attuale e non ben definito come lo fu dopo il Concilio di Trento. A questo si aggiunga, che spesso gli antichi Notari, senza andare, come suoi dirsi, tanto per il sottile, denominavano una Parrocchia indifferentemente con il titolo di una qualsiasi delle varie Chiese esistenti nella sua circoscrizione e preferibilmente con quello della Chiesa più vicina al luogo cui si riferiva l'Atto notarile che redigevano. Un esempio di quest'ultima usanza, l'abbiamo appunto in un Istrumento del nostro Archivio Notarile, avente la data 20 Febbraio 1480, dove il suddetto villaggio di Corcia, viene in un punto indicato come facente parte della Parrocchia di S. Cristoforo
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ed in un altro punto come appartenente alla Parrocchia di S. Felicita, la quale ultima Chiesa, secondo quanto già scrivemmo, esisteva allora non lontano da Corcia, presso il villaggio di Busche.
La Chiesa in esame, dovette scomparire, per cause a noi ignote, al più tardi verso la metà del Cinquecento, poiché di essa neppure un accenno troviamo negli Atti delle Sacre Visite Diocesane, dove immancabilmente sono ricordate anche le ultime vestigia delle Chiese che furono. E' ben vero, che in un elenco di Chiese Gualdesi, redatto nei primi del Seicento dallo Storico Folignate Jacobilli e sino a noi pervenuto, si nomina tra queste Chiese anche quella di S. Cristoforo di Corcia, come dipendente dall'Abbazia e Priorato di S. Donato di Gualdo, ma per certo, o egli alludeva al superstite Beneficio Ecclesiastico di S. Cristoforo o ignorava che la Chiesa stessa aveva già cessato di esistere. Né questa ultima ipotesi deve farci meraviglia, considerando che nell'elenco suddetto, lo Jacobilli cita, tra le Chiese del territorio Gualdese ai suoi tempi, anche quelle di S. Angelo di Fabrica, S. Cristoforo di Coltaccone, S. Savino di Serra, S. Donato di Agello, S. Facondino di Morano, S. Paolo dello stesso luogo e S. Pietro di Margnano, le quali, come già dimostrammo con inoppugnabili documenti, erano invece tutte scomparse prima che sopravvenisse il Seicento. (1)
CXVIII. - Chiesa di S. Pietro Apostolo nel villaggio di Rigali.
La primitiva Chiesa di S. Pietro in Rigali, non è quella omonima che attualmente vi esiste, ma sorgeva invece sul fianco della montagna sovrastante il villaggio, quasi certamente presso l'antico Castello, di cui oggi sono appena visibili le fondamenta. Tale Chiesa, ebbe origine nel modo seguente: Nella prima metà del Trecento, un pio uomo, denominato Pietro da Gualdo, dopo avere vestito l'abito del Terz'Ordine di S. Francesco, si ridusse a vita anacoretica sulle pendici del Monte suddetto, rinchiudendosi in un piccolo Eremo con Oratorio, forse dipendenza del vecchio Castello, dove rimase fino alla morte, avvenuta l'anno 1367. Sepolto nell'Oratorio stesso e sparsasi nel territorio la fama di santità di Fra Pietro da Gualdo, che fu poi in seguito anche Beatificato, la sua tomba divenne meta di adorazione per gli abitanti circonvicini che, ampliato l'Oratorio suddetto, lo ridussero ad una vera e propria Chiesa, intitolata a S. Pietro Apostolo.
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382, c. 56t; di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 146, 254, 418, 497; di Andrea di Angelo Benadatti dal 1466 al 1489. c. 311; di Ercole di Gabriele dal 1470 al 1496. c. 30t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1487 al 1489 c. 240; dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478 Paginanazione II, c. 35t; dal 1479 al 1480, c. 492 - Biblioteca del Seminario di Follino: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. A. II. 16. c. 54tj Cod. C. VIII, 11, c. 102t-108t.
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Da principio la stessa funzionò a spese della Comunità di Rigali che pensava a provvederla dell'occorrente ed a pagarne i Sacerdoti ad essa addetti, né in quell'epoca, mancarono alla Chiesa donazioni e legati anche da pie persone abitanti lungi da quel luogo. Ad esempio, abbiamo memoria di un Baldo di Mattiolo da Gualdo che, con testamento del 3 Luglio 1473, lasciava un fiorino alla Chiesa di S. Pietro di Rigali, « pro evidenti acconcimine diete ecclesie ». Similmente, il 23 Agosto 1483, una nepote di costui, tal Pellegrina del fu Matteo, di Baldo suddetto e moglie di Cristoforo di Giacomo Mecis, residente a Corcia, « pro ornamento sive acconci mine» lasciava venti bolognini alla Chiesa di S. Pietro che, cosa notevole, in quest'Atto porta l'appellativo « de costa » forse per la sua posizione elevata, sul fianco o costa della montagna sovrastante Rigali. Così pure tal Benedetto di Filippo Baldelli da Rigali, il 4 Maggio 1486, lasciava cinque soldi, da erogarsi in altare illius ecclesie , e quest'ultima frase è interessante, poiché ci prova che la Chiesa di S. Pietro aveva allora un unico altare. Dieci bolognini, le donava anche Gabriela di Galeo di Cagno, vedova di Antonio di Francesco di Giolo da Gualdo, con testamento del 31 Marzo 1497 e, volendo, molte altre consimili elargizioni potremmo citare.
Poi, cresciuta d'importanza, la Chiesa assunse funzioni Parrocchiali, però alla dipendenza completa dell'Abbazia di S. Donato di Gualdo, poiché sorgeva entro i limiti della giurisdizione Abbaziale di quest'ultima, che cominciò allora a nominare il Rettore della Chiesa stessa ed a stipendiarlo. Divenne in altre parole una succursale della Badia, ma questa dipendenza, per quanto assoluta, non impediva che la Chiesa di S. Pietro venisse considerata come Chiesa Titolare a capo di un'omonima Parrocchia anziché parte subalterna di quella di S. Donato, tanto è vero che, sin dalla metà del Quattrocento, in molti documenti Notarili, trovasi nominata come: « paroecia Sancti Petri in terra Gualdi ».(1)
II suddetto Rettore della Chiesa, che risiedeva in Gualdo, ebbe così l'obbligo, sino al principio del Seicento, di celebrare due volte al mese, in Domeniche alterne, nella Chiesa stessa, alla quale, sin dal principio del XVI secolo, il Comune di Gualdo pagava, come decima, un bolognino, sei soldi e due denari ogni semestre. (2)
Nella Visita Diocesana del 2 Luglio 1629, il Vescovo di Nocera, considerando che questa Chiesa sorgeva in località alpestre, in mezzo ad un bosco lontano dalle abitazioni dei Parrocchiani e che trova vasi in cattive condizioni, diede facoltà all'Abbate Commendatario di S. Donato, di trasferirla in un nuovo edificio, da erigersi sotto lo stesso Titolo e con gli stessi oneri e diritti, in luogo
(1) L. jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell' Umbria . Tomo II. Foligno 1656. Pag. 147 - L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo . Foligno 1638. Pag. 69 - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1488 . c. 236; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527 . c . 35t, 52t, 128t.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli . Anno 1506. c. 54. |
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già designato entro il villaggio di Rigali e ciò per maggiore comodità del Parroco e dei Parrocchiani. Nel 1632, la nuova Chiesa di S. Pietro, che è quella attuale, era già stata costruita a spese dei Parrocchiani suddetti e la prima Messa vi fu celebrata il 12 Dicembre di quello stesso anno. La Chiesa abbandonata, fu contemporaneamente demolita, ed alla località rimasero sino ai nostri tempi i nomi di San Pietro Vecchio , oppure Il Castello . Il novello Tempio, seguitò ad essere annesso all'Abbazia di S. Donato e a dipendere da questa, essendo privo di beni e rendite proprie. All'Abbate di S. Donato, spettavano infatti gli oneri della manutenzione dell'edificio. I Parrocchiani però, si erano obbligati a procurare nel villaggio di Rigali, un'abitazione per il Parroco, la mercede del quale, che prima era data completamente dall'Abbate Commendatario di S. Donato, doveva invece ora essere fornita, per un terzo, dai Parrocchiani stessi. Questo contributo, nella prima metà del Seicento, veniva dato in prodotti della terra e consisteva in sei mine di grano (Kg. 324 circa) e quattro barili di mosto. Al Parroco però, si fece obbligo di celebrarvi non già, come nel passato, in Domeniche alterne, ma in tutti i giorni festivi. Più tardi, sino al Settecento, l'assegno suddetto aumentò ed il Curato infatti, oltre il mosto, percepiva invece, per suo compenso, tre rubbi e mezzo di grano (Kg. 756 circa). La su ricordata obbigazione dei Parrocchiani di procurare nel villaggio di Rigali un'abitazione per il Parroco, non ebbe poi effetto, per cui quest'ultimo, sino ai nostri tempi, seguitò a risiedere in Gualdo, nonostante che l'Autorità Ecclesiastica Diocesana, più volte ed in varie epoche, intimasse al Parroco di abitare in Rigali.
La nuova Chiesa, originariamente possedette il solo Altare Maggiore dedicato a S. Pietro Apostolo. Su di esso venne trasportata l'antica icona in legno già esistente nella vecchia Chiesa, rappresentante nel centro la Vergine con il Bambino in braccio, ed ai lati S. Pietro, S. Sebastiano e due altri Santi. Quest'icona, già allora assai malandata, venne in seguito sostituita e nel 1772 troviamo al suo posto un quadro in tela raffigurante S. Pietro Apostolo in Cattedra, avente da un lato S. Carlo Borromeo e dall'altro lato un Santo Vescovo, da alcuni identificato come S. Donato, da altri come S. Martino. Oggi vi si ammira invece un quadro processionale con la Madonna. Nell'Altare Maggiore aveva poi sede la Confraternita del Sacramento del villaggio di Rigali.
Intorno al 1647 fu eretto nella Chiesa, in cornu Epistolae , un secondo Altare dedicato a S. Antonio da Padova. L'istituzione di cotesto Altare si deve agli eredi di tal Gaspare Giovagnoli da Ri gali, e sino alla fine del Settecento, lo troviamo sempre in proprietà dei discendenti del suddetto Gaspare, che ne curavano il mantenimento. Questa famiglia, durante l'anno, vi faceva celebrare Messe per sua devozione, specie nella festa di S. Antonio da Padova, ma senza obbligo alcuno. Sin dalla sua erezione vi fu collocato un quadro rappresentante la Madonna con il Bambino in grembo ed avente ai lati S. Giovanni Battista e S. Antonio.
Il 22 Aprile 1663, con rogito del Notaio Gualdese Severino Vittori, |
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gli abitanti di Rigali si obbligarono ad erigere nella loro Chiesa un terzo Altare intitolato alla Madonna del Rosario. L'Altare sorse infatti in cornu Evangeli e vi fu collocato un quadro rappresentante la Vergine del Rosario, S. Domenico, S. Caterina da Siena e S. Pio V, con intorno i quindici Misteri. In quest'Altare fu istituita e prese sede la Confraternita del Rosario di Rigali, la quale l'officiava nel modo che descriveremo quando si tratterà di questo sodalizio.
Nel 1882, la Chiesa di S. Pietro subì vari restauri, venendo, tra l'altro, abbassato di un metro e mezzo l'antico livello del pavimento. Nel 1917 fu compiuto l'attuale Campanile. Nel 1931 l'edificio fu reso più spazioso innalzando i muri perimetrali e, nello stesso tempo, al comune tetto fu sostituita una volta e la facciata fu completamente rinnovata. Finalmente, nel 1932, l'interno fu decorato e dipinto dal pittore Elpidio Petrignani di Amelia.
CXIX. - Chiesa di S. Maria del Soccorso presso il villaggio di Rigali.
Le prime origini di questa Chiesa, ho potuto rintracciarle in un testamento del nostro Archivio Notarile, avente la data 8 Settembre 1480. In esso si legge infatti che Frate Antonio da Montefalco, Priore del Convento di S. Agostino in Qualdo, quivi imperversando una terribile peste, aveva fatto voto di edificare una Chiesa, sotto il Titolo di S. Maria del Soccorso se cessasse la pestilenza. E che, essendo finalmente il morbo scomparso e ricercando il suddetto Monaco i mezzi occorrenti per ottemperare al suo voto, Donna Flora, moglie del fu Marchette di Giovanni, insieme ai figli Luca, Marietto ed Angelo, donò un terreno nella Parrocchia di S. Benedetto in vocabolo Colle, quale contributo per l'erezione della nuova Chiesa. (1)
Ma forse l'esempio di costei non dovette essere imitato, certo è che, per la mancanza di idonei mezzi, il progetto non ebbe allora attuazione. Tanto è ciò vero, che lo vediamo ripreso in esame, dopo quasi mezzo secolo, da un altro Monaco del nostro Convento di S. Agostino. Da un documento dell'Archivio Comunale,. risulta infatti che nel Consiglio tenuto dalla Magistratura Gualdese il 25 Maggio 1529, venne notificata una supplica di Fra Ludovico di Angelo di Costanze de Felicibus da Gualdo, altrove chiamato anche Fra Ludovico Bonanno, dell'Ordine Agostiniano, con la quale si chiedeva il permesso al Card. Antonio Del Monte, Legato a latere in Gualdo, di costruire una Chiesa sotto il Titolo di S. Maria del Soccorso, nella località denominata allora Le Pantane , presso la strada pubblica, su terreno già concesso per pia elargizione, e ciò come adempimento di un vecchio voto fatto dalla popolazione Gualdese, per essere stata liberata da una fierissima pestilenza. Si domandava inoltre che detta Chiesa, fosse sempre restata in futuro sotto il giuspatronato della di lui famiglia e che fosse beneficiata da
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luca dì Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XX, c. 8.
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speciali in dulgenze. La supplica portava anche un Rescritto del Cardinale suddetto, dato dalla Rocca di Gualdo, il giorno 11 Maggio di quell'anno, con il quale si accordava quanto aveva chiesto Fra Ludovico. (1)
Fu così che, poco dopo, sorse la Chiesa di S. Maria del Soccorso per opera di questo Religioso, che stabilì la propria dimora nel prossimo villaggio di Rigali, ed officiava la Chiesa, la quale era allora assai più piccola dell'attuale e consisteva forse solo in quella porzione dell'edificio che, con un più stretto perimetro, ne costituisce oggi l'abside. Il Fondatore cedette poi la Chiesa ai Frati del Convento di S. Agostino in Gualdo i quali, nel principio del Settecento, l'ampliarono di molto, prolungandola anteriormente, erigendovi tre Altari, e celebrandovi poi Messa dieci volte ogni anno. Agli stessi Agostiniani si deve, con probabilità, anche la costruzione della casa attigua alla Chiesa nella quale in passato, soleva abitare un Frate Agostiniano, che era perciò detto l'Eremita, che funzionava quale custode del Tempio e sorvegliava il lavoro dei campi a questo circostanti, i quali erano anch'essi proprietà del Convento di S. Agostino.
Dei tre Altari suddetti, il Maggiore fu dedicato a S. Maria del Soccorso ed al disopra di esso trovasi una finta e brutta statua della Madonna; quello a sinistra dell'ingresso a S. Antonio Abbate, e vi si venera perciò la statua del Titolare; l'altro a destra appare successivamente intitolato prima a S. Giuseppe, poi a S. Lucia ed infine alla Vergine delle Cinturate e su questo Altare vedesi infatti anche oggi un quadro in tela raffigurante quest'ultima con alcuni devoti.
Nel 1860, il Convento di S. Agostino fu demaniato dal nuovo Governo Italiano il quale, poco dopo, nel 1864, lo cedeva alla Congregazione di Carità di Gualdo. La Chiesa di S. Maria del Soccorso, che come sopra si è detto, era un possesso dello stesso Convento di S. Agostino, seguì le vicende di quest'ultimo e fu così che pervenne anch'essa, con i circostanti terreni alla Congregazione di Carità di Gualdo, che la possiede ancora ed ha cura del mantenimento dell'edificio.
Al presente non vi è alcun onere circa l'officiatura della Chiesa, ma vi si celebra ogni anno nella festa della Vergine Titolare e nel giorno di S. Antonio Abbate, con il ricavato di questue indette dagli abitanti dei vicini villaggi.
CXX. - Chiesa di S. Leonardo Eremita in Pozzuolo.
Sorge oggi contigua ad una casa colonica non lungi dal villaggio di Rigali. Ignoriamo come e quando abbia avuto origine questa Chiesa che, negli antichi documenti, non potei ritrovare prima dell'11 Dicembre 1464 e cioè nell'Istrumento di vendita di un terreno che
(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1528 al 1533 , c. 30.
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si descrive come confinante con i beni « ecclesie Puzoli ». Poco dopo ricompare in un rogito avente la data 10 Luglio 1474 e che tratta della vendita di un oliveto, che s'indica appunto come situato « iuxta res ecclesie sancti Leonardi alias Puzolo ». Similmente, in un Atto del 10 Dicembre 1487, è citata una « ecclesia sancti Leonardi alias vulgariter Puzuolo » ; in altro del 27 Dicembre dello stesso anno, una « ecclesia Puzoli alias dicta sancti Leonardi de Gualdo » ed in un terzo, del 1 Maggio 1489, si ricorda un campo «iuxta res ecclesie Puzoli sive sancti Leonardi ». Anche in due altri documenti del 20 Novembre 1480 e del 30 Giugno 1493, sono citate alcune terre «in vocabulo Puzolo» come spettanti « ecclesie Puzoli». Nello stesso anno 1493, quest'ultima si ritrova in un rogito dell'Archivio Notarile Gualdese con la data del 1 Ottobre. Tale rogito è interessante, perché ci fa conoscere che la Chiesa, con i terreni attigui e da essa dipendenti, era allora posseduta dall'Ordine Gerosolimitano di Malta, che l'aveva aggregata alla Commenda o Precettoria di S. Giustino di Val di Ponte o della Colomella (oggi Colombella), antichissimo tempio Romanico che ancora sussiste nel contado Perugino. Nel rogito suddetto leggiamo infatti, che la nostra Chiesuola di S. Leonardo, apparteneva allora a tal Berardino preceptor Sancti Iustini ordinis Sancti Johannis Hyerosolomitani et rector sancti Leonardi de Puzolo. Costui, quale Commendatario dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, l'amministrava per mezzo di un suo procuratore, tal Don Frasante di Antonio, Rettore della Chiesa di S. Lorenzo in Civitella, nel Comune di Perugia, il quale alla sua volta, l'aveva concessa in affitto con tutti i suoi beni, al Gualdese Angelo di Berardo, per il prezzo annuale di otto fiorini Marchigiani. (1)
Quasi un secolo dopo la vediamo descritta negli Atti della Visita Apostolica, praticata nel nostro territorio dal Vescovo Ascolano Pietro Camagliani, nell'Autunno del 1573. In questi Atti, è indicata come Chiesa sine cura, sempre posseduta dall'Ordine Gerosolimitano di Malta, dal quale era stata allora concessa in Commenda ad un Cavaliere dell'Ordine, tal Francesco da Napoli, che con tutti i beni annessi, l'aveva data in affitto ad alcuni abitanti del vicino villaggio di Petroia, per il prezzo di trentatrè scudi ogni anno. Non sappiamo quando e per effetto di quali vicende, la Chiesa ed i beni che ne dipendevano, erano primitivamente venuti in possesso del suddetto Ordine Equestre, che poi sempre seguitò ad esserne proprietario ed a concederli in Commenda ai Cavalieri Gerosolimitani, i quali, come si è visto, li davano poi in affitto agli abitanti dei circostanti villaggi; ed un tale stato di cose esisteva ancora alla fine del Settecento, tanto è vero che negli Atti della Visita Diocesana eseguitavi dal Vescovo di Nocera il 2 Luglio
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno II, c. 14t; dal 1466 al 1499. c. 276t; Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli di 1490 al 1509. c . 49t; di Ercole di Gabriele dal 1493 al 1496. Quaderno IV, c. 22 e 22t; di Pietro di Maritino di Ser Lorenzo Muscelli del 1496 e 1480, c . 551; del 1489 e 1490, c . 20t; dal 1487 al 1489, c . 104t e 107.
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1772, la Chiesa di S. Leonardo di Pozzuolo, è sempre citata come «membrum Comendae Gerosolimitanae Sancti Justini de Perusia».
Il Commendatario che godeva le rendite di questo Beneficio Ecclesiastico, aveva però l'obbligo di far celebrare la Messa, una o due volte al mese, sull'unico Altare della Chiesa, dedicato a S. Leonardo ed ornato con un'immagine del Crocifisso dipinta sul muro retrostante.
Attiguo alla Chiesa stessa, per certo nell'edificio oggi adibito a casa colonica, sin dagli antichi tempi, esisteva una specie di Ospedale od Ospizio per gli attratti, come allora chiamavansi coloro che, per artrite o per altre cause, avessero le membra dolenti, rattrappite o storpiate. Quest'Ospedale, che dovette essere anch'esso un'emanazione dell'Ordine Gerosolimitano, lo troviamo ricordato la prima volta in un Istrumento notarile dell'anno 1461, con il quale si concede in dote un terreno posto « in terra Gualdi in paroecia sancti petri, in vocabulo Pantane, iuxta viam publicam, res hospitalis Puzoli, fossatum et alia latera ». Lo stesso Ospedale ancora funzionava ai tempi dello storico Folignate Ludovico I acobilli il quale, in una specie di prospetto statistico della nostra città al principio del XVII secolo, tra i vari Istituti Ospedalieri Gualdesi, cita appunto anche quello di S. Leonardo di Pozzuolo. (1)
Esso dovette aver origine dal fatto che alla Chiesa, sin dagli antichi tempi, accorrevano da lontani paesi gli attratti, per essere quel sacro luogo ritenuto miracoloso per tale genere di ammalati. Trovandosi la stessa in località isolata, e i fedeli ivi convenuti non potendo per le loro infermità riprendere subito il viaggio di ritorno alle proprie case, si era resa necessaria l'istituzione, presso la Chiesa, di una specie di Ospizio, ove gli infermi potessero pernottare, riposarsi e magari attendere nella preghiera, che si compisse l'agognato miracolo. Oggi, di questa funzione ospitaliera, non vi è più traccia, ma gli ammalati di artritismo seguitano ancora ad accorrere numerosi, anche da luoghi lontani, nell'umile Chiesuola, per impetrare dal Santo qualche difficile guarigione ai medici invano richiesta; e vi portano contemporaneamente doni ed offerte, che costituiscono anzi l'unica, ma non trascurabile rendita della Chiesa, poiché i beni stabili della stessa, furono venduti circa la metà del secolo scorso, ad alcuni abitanti di Rigali, da un Commendatario Gerosolimitano della suddetta Commenda di S. Giustino.
Con queste oblazioni dei fedeli, nel 1904 la Chiesa fu ampliata, abbattendo e poi ricostruendo più avanti, la parete anteriore ove è la porta d'ingresso e fu allora anche innalzato il tetto. Quest'ampliamento rese possibile di adibire l'estremità posteriore della Chiesa ad uso di Sagrestia, ed in quest'ultima, sulla parete di
(1) Biblioteca del Seminario di Foligno: Raccolta dei Manoscritti di L. Jacobilli. Cod. A. II. 16, da c. 54t a c. 56 - R. GUERRIERI: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Documenti e memorie storiche. Perugia 1909. Pag. 104, 105, 106 - Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c . 105t.
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fondo, vedesi infatti ancora il su ricordato dipinto del Crocefisso, in corrispondenza del posto ove, prima dell'ampliamento, esisteva l'antico Altare. Nel 1932, contiguo a questo sacro edificio, fu infine costruito uno stanzone, ad uso di momentaneo ricovero per gli infermi che ivi si recano ad impetrare dal Santo la guarigione, nonché per i loro veicoli. Oggi nella Chiesa, con le oblazioni dei fedeli, si dice Messa due o tre volte al mese in giorno festivo e vi si celebra un Officio di più Messe nel giorno di S. Leonardo.
CXXI. - Chiesa di S. Martino presso Gualdo Tadino.
L'anno 1242, per opera dell'Imperatore Federico II, Gualdo si circondò di valide mura, ed in esse si aprirono quattro Porte, ognuna delle quali assunse il nome della più vicina Chiesa esistente fuor delle mura stesse. Si ebbe così a Settentrione una Porta di S. Facondino, una di S. Benedetto a Ponente, una di S. Donato ed un'ultima Porta detta di S. Martino, ambedue a Levante. Di queste Chiese, che dettero il nome non solo alle quattro Porte, ma anche ai quattro corrispondenti Quartieri in cui era divisa la Città, oggi restano solo la prima e l'ultima, poiché le due antiche Chiese di S. Benedetto e di S. Donato scomparvero da secoli, essendo state poi trasferite entro le mura cittadine dove ancora sussistono.
A tutto ciò si è dovuto accennare, come prova che sin dal principio del XIII secolo, esisteva la Chiesa di S. Martino di cui stiamo trattando. Ma anzi, da alcune recenti scoperte, di cui ora dirò, dobbiamo dedurre che detta Chiesa risalga ad un'epoca assai anteriore al Duecento. Di fronte alla stessa, esiste oggi una casa colonica e tra i due fabbricati è interposto un breve tratto di terreno adibito quale aja per i bisogni agricoli del colono. Nel 1913, si dovette sterrare un tale spazio per renderlo pianeggiante ed il piccone portò alla luce centinaia di tombe, sovrapposte in più strati e costruite con lastre di pietra disposte verticalmente ai lati ed orizzontalmente sopra e sotto il cadavere, quasi a formare intorno a questo come una cassa lapidea. Un tal fatto non avrebbe grande importanza, essendosi sempre prescelto in passato l'interno delle Chiese e le immediate loro vicinanze, per il seppellimento dei defunti, ma nel caso in esame, si notò che le tombe conservavano tracce di rito pagano, ad esempio contenevano per la maggior parte, insieme allo scheletro, un piccolo vaso di terracotta. Non è quindi fantasia l'affermare, che nel luogo ove oggi sorge la piccola Chiesa di S. Martino, dovette esistere un sacro edificio, destinato al culto sin dall'alto Medio-Evo, quando non erano ancora del tutto scomparse le tracce di riti funerari pagani tra le nuove genti cristiane. La Chiesa di S. Martino, viene primieramente nominata in un pubblico Istrumento (donazione di terre ed altri beni immobili) a vente la data 9 Novembre 1315. Quivi infatti si leggono i vocaboli Cretano e Grassano come facenti parte della Parrocchia di S. Martino.
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Anche in altri Istrumenti del nostro Archivio Notarile, in epoca assai più tarda, ad esempio in uno avente la data 1468, sono ricordati i vocaboli Grassano, Calcinaro e Rote , che si dicono inclusi nella Parrocchia di S. Martino, Distretto di Gualdo. (1)
A proposito della qualifica parrocchiale di questa Chiesa, potrebbero farsi le osservazioni già esposte per quella di S. Cristoforo di Corcia. Ma anche volendola ritenere come sede di una Parrocchia, s'ignora quali fossero i suoi confini e quali i suoi rapporti di dipendenza con l'Abbazia di S. Donato, entro la giurisdizione territoriale della quale la Chiesa di S. Martino sorgeva. Non sarebbe però cosa assurda il supporre, che questi rapporti fossero simili a quelli che vedemmo essere esistiti tra la limitrofa Chiesa Parrocchiale di S. Pietro di Rigali e la Badia di S. Donato. Certo, che con il finire del XV secolo, dovette avvenire il decadimento della Chiesa di S. Martino e la perdita di ogni suo privilegio ed autorità, tanto è vero che nella seconda metà del Cinquecento, la troviamo ridotta allo stato di semplice Beneficio Ecclesiastico, sine cura, e annesso all'Abbazia di S. Donato di Gualdo, da cui dipendeva insieme ai terreni circostanti che rappresentavano il patrimonio della Chiesa e dai quali si ritraevano allora in media otto salme di grano ogni anno.
L'adiacente casa colonica, trovasi ricordata per la prima volta nel 1704, ma certo esisteva innanzi a tale epoca. L'abbate di S. Donato, con le rendite della Chiesa di S. Martino, pensava a mantenerla in buono stato, nonché a provvederla di tutto il necessario e dagli antichi tempi, sino al secolo scorso, usò sempre di farvi celebrare Messa nel secondo giorno delle Rogazioni , ed indirvi un Officio di più Messe l'11 Novembre, festa di S. Martino. Anzi, in quest'ultima occorrenza, per vecchia consuetudine, faceva distribuire una coppa di grano panificato, ai poveri convenuti nella Chiesa. In seguito questa, con tutte le sue terre, fu dal Vescovo sottratta all'Abbazia di S. Donato e data al Seminario di Nocera, ma subentrato poi nell'Umbria, l'anno 1860, a quello Pontificio il nuovo Governo italiano e pubblicata la nota Legge sulla Demaniazione dei Beni Ecclesiastici, anche la Chiesa con il predio annesso, passò in proprietà dello Stato e fu chiusa al culto. Poco dopo, il Gualdese Marco Gherardi, ben noto nella nostra città quale fedele seguace di Garibaldi, acquistò dal Demanio il predio suddetto insieme alla Chiesa, che divenne una specie di magazzino, in cui il colono conservava il prodotto delle sue terre e riponeva gli arnesi del lavoro; ma intorno al 1870, il Gherardi rivendette Chiesa e predio al nonno di chi scrive le presenti memorie cioè a Guerrieri Vincenzo. Nel 1913, il padre dello scrivente, Ugo Guerrieri, fece inumare nel pavimento della Chiesa le moltissime ossa estratte allora dalle tombe dell'antico Cimitero ricordato più sopra e per
(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485 . c. 219t e 222. |
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rispetto a quelle misere spoglie, restaurò contemporaneamente l'edificio, lo tolse all'uso profano e lo riaprì al culto, tornandovisi, da quell'anno, a celebrare nella festa di S. Martino.
Del fabbricato della Chiesa, quale dovette essere nel Medio-Evo, non esiste oggi più traccia, crollato forse per effetto di terremoti o per altro ignoto motivo. Sappiamo ad esempio che nel 1718 la Chiesa era ancora tutta munita di volta, mentre al presente è coperta da travatura. Sulla parete dell'unico altare, esiste un grande affresco rappresentante in mezzo S. Martino Vescovo, seduto in cattedra e avente ai lati il Vescovo Tadinate S. Facondino e S. Francesco d'Assisi. Questo dipinto fu fatto eseguire dal Vescovo di Nocera, in occasione di una Visita Pastorale che lo stesso praticò nella Chiesa in esame il 17 Ottobre 1605. Una tale pittura, presenta qua e là varie scrostature dell' intonaco, attraverso le quali riappare oggi un più antico dipinto del XIV o XV secolo, esistente sotto di esso e che fu coperto per dar posto a quello or ora descritto. Quindi, per lo meno a tale epoca, rimonta il fabbricato attuale.
CXXII - Chiesa di S. Maria di Loreto volgarmente detta La Madonna del Piano.
Ad un chilometro e mezzo circa da Gualdo, sulla via che conduce a Nocera, dove ora sorge la Chiesa di S. Maria di Loreto, come sopra si è detto più comunemente chiamata La Madonna del Piano, esisteva nella prima metà del Seicento, una di quelle piccole Cappelle, dette anche Maestà , che il fervore religioso dei nostri avi disseminò, nei passati tempi, lungo le solitarie e silenziose strade delle campagne Umbre. Da questa Cappella o Maestà , ebbe origine la Chiesa in esame, per un avvenimento che un antico ed ingenuo Cronista Gualdese, ci ha tramandato con le seguenti parole:
« Nella metà del Secolo XVII, la terra di Gualdo ebbe a soffrire pestilenziale contagio, che mietè innumerevoli vittime, quel flagello, per divina misericordia, cessò nell'anno 1658. E piacque al clementissimo Signore dare a quegli abitanti un chiaro segnale o quasi caparra del suo placato sdegno, permettendo che due anni appresso, il dì 10 decembre 1660, passasse per la pubblica via, che a Roma conduce, un povero ed ignoto pellegrino, il quale stanco del lungo viaggio, entrò per riposarsi alquanto in una Cappelletta o Maestà che si trovava verso oriente, al lato della strada, presso quel punto ove ora sorge la Chiesa della Madonna del Piano. Egli portava seco, dentro custodia, un quadro con una Immagine, a foggia di statuetta, di Maria SS. di Loreto, quale riverentemente depose in un angolo della predetta Cappelluccia. Refocillatosi un poco e ricuperate le forze, volle rimettersi in cammino con la sua cara e preziosa Immagine. Se non che all'improvviso, si elevò spargendosi in ogni lato, una densa e foltissima nebbia, a guisa di tenebre, che al devoto pellegrino impedivano di scorgere più il sentiero da battere, ovvero come altri racconta, da ignota forza costretto, per quanto egli si studiasse e vi si adoperasse a tutt'uomo, non gli venne fatto ripigliar la Sacra Immagine ed intraprendere di
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nuovo con quella il suo viaggio. Si addolorava il meschinello e piangeva a dirotto, quando transitando di lì un cotale di Gualdo, informato da lui della cosa, lo esortò a non tentare di avvantaggio Iddio, che per mezzo di quello strano evento manifestava chiaramente il suo volere, che cioè la Sacra Immagine rimanesse in quel luogo, siccome, ispirandolo così il Signore, il pellegrino puntualmente eseguì.
Sparsasi in breve nella circostante regione la notizia del fantastico avvenimento, che sembrò a tutti prodigio, diffusasi la voce che altri miracoli si erano poi verificati in quel luogo, un grande fervore religioso invase la popolazione, che cominciò ad affluire alla Cappelletta, per appendervi doni e tavolette votive. La stessa fu inoltre subito alquanto ampliata e vi si eresse un piccolo altare, su cui si collocò l'Immagine miracolosa, celebrandovisi Messa, per la prima volta, il 28 Agosto 1662. Ma tale Cappella, per la sua piccolezza, sembrò luogo poco adatto e poco decoroso per tanto culto e si cominciò quindi immediatamente a raccogliere offerte per costruire al suo posto una nuova e più vasta Chiesa, dedicata a S. Maria di Loreto, ove si sarebbe dovuta poi venerare l'Immagine miracolosa, e si raccolse così un primo fondo di millecinquecento scudi, cui si aggiunse largamente anche il contributo del Comune di Gualdo. Si stipulò una transazione, approvata dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari in Roma il 7 Luglio 1662, in forza della quale il Comune stesso, sotto il controllo del Vescovo, avrebbe avuto in avvenire piena giurisdizione sulla futura Chiesa e l'avrebbe dovuta mantenere in buono stato e rifornirla del necessario. Sarebbe stato anche suo diritto eleggere il Cappellano, ma l'elezione doveva poi essere ratificata dall'Abbate della Badia di S. Donato, entro la di cui Parrocchia sorgeva la Chiesa, nonché dal Vescovo di Nocera. Il suolo fu ceduto gratuitamente dai proprietari, i fratelli Bernardino e Vincenzo Cajani, la qual donazione venne poi in seguito legalizzata con Atto rogato dal Notaio Giuseppe Passarini, il 12 Febbraio 1666. Si era già posta la prima pietra della nuova Chiesa il 22 Maggio 1663, dal Vescovo di Nocera Mario Montani; l'intera costruzione fu terminata nel 1666 ed in questo stesso anno, il giorno 8 Settembre, fu collocata sull'Altare Maggiore, racchiusa in una ricca cornice, l'Immagine della Madonna di Loreto, giunta in Gualdo con l'ignoto viandante, Immagine che vi esiste tuttora.
Anche dopo la sua edificazione, seguitarono ad affluire numerose offerte alla Chiesa, dove erano raccolte in un'apposita cassetta munita di tre diverse chiavi, una delle quali veniva conservata dal Vicario del Vescovo, una dai Priori del Comune di Gualdo e l'altra dall'Abbate della Badia di S. Donato. Il denaro raccolto, veniva poi depositato presso il Monte di Pietà Gualdese, che aveva allora anche una funzione presso a poco simile ai moderni Istituti di Credito. Un membro della famiglia Granella di Gualdo, lasciò poi alla Chiesa un terreno con l'onere di otto Messe all'anno per l'anima sua; tal Ludovica Sergentile, anch'essa di Gualdo, donò al Tempio, l'anno 1676, quattro stadi circa di terra, pure con l'onere di otto
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Messe di suffragio ogni anno; un altro Gualdese, Mancia Isidoro, con testamento rogato il 24 Maggio 1703 dal Notaio Gregorio Scaturzi, lasciò un terreno con l'obbligo di una Messa per settimana a pro dell'anima sua, ma quest'obbligo fu poi ridotto a venti Messe all'anno, con Decreto del Vescovo di Nocera del 22 Aprile 1728. Un legato con l'onere di cinque Messe annue, fece anche una certa Porzia Olivieri Spinola da Fiuminata, ed un altro, con l'onere di sei Messe, tal Cristoforo Cristofanelli, che lasciò per questo scopo un fondo di venticinque scudi. E così, prima della fine del Settecento, la Chiesa giunse a godere il frutto di vari censi ed a possedere ben sedici terreni, dei quali uno solo oggi le resta, quasi contiguo.
In essa furono eretti tre altari, cioè quello Maggiore, dedicato a S. Maria di Loreto e due laterali. Di questi, quello in cornu Epistolae, fu dedicato a S. Filippo Neri e S. Andrea Apostolo e porta, anche al presente, un quadro in tela raffigurante la Vergine con il Bambino insieme ai due Santi Titolari, a S. Michele Arcangelo ed a S. Francesco d'Assisi. Il terzo altare, in cornu Evangeli, venne dedicato al Crocifisso ed è ornato infatti da una tela dove è dipinto il Crocifisso tra S. Liborio Vescovo e S. Rita da Cascia. Forse per ciò tale altare, in qualche antico documento, appare anche dedicato a S. Liborio.
La Chiesa fu infine, con gran solennità, consacrata il 16 Maggio 1730 dal Vescovo di Nocera Mons. Chiappè ed il 17 Maggio 1767 fu aggregata alla Basilica di S. Giovanni Laterano in Roma. Il Cappellano percepiva dal Comune di Gualdo uno stipendio che fu, nei primi tempi, di trenta scudi ogni anno e che discese poi a venti ed infine a sedici scudi nel XVIII secolo. Tale somma si prelevava sulle offerte che continuamente pervenivano alla Chiesa e sulle rendite dei suoi terreni. D'altra parte, anche gli oneri del Cappellano, con il tempo, erano andati diminuendo: Appena sorta la Chiesa, vi si doveva celebrare tutti i giorni meno uno per settimana; in seguito, nel Settecento, vi si celebrava unicamente nei giorni festivi. Vi s'indicevano inoltre Offici di più Messe nella festa della Natività ed in quella della Visitazione di Maria Vergine, nella ricorrenza della Traslazione della Santa Casa di Loreto, ed il 16 Maggio, anniversario della Consacrazione della Chiesa.
Con Rogiti del 29 Aprile 1920 e del 29 Gennaio 1921, il Comune di Gualdo cedette la Chiesa alla Confraternita Gualdese detta « La Compagnia dei Preti » con tutti i suoi beni, diritti ed o neri, tra i quali ultimi anche quelli di culto. La Compagnia dei Preti, si assunse così l'obbligo dell'officiatura della Chiesa stessa per mezzo di un Cappellano, non più stipendiato dal Comune di Gualdo ma dalla Compagnia stessa, con l'onere di dirvi Messa periodicamente. Vi si celebrano infatti tuttavia alcuni Offici nella festa della Madonna di Loreto il 10 Dicembre, nella Natività della Vergine il giorno 8 Settembre, nella festa di S. Gioacchino, cioè la Domenica dopo l'Avvento, ed in quella di S. Anna il 26 Luglio. Assai spesso poi vi si dice Messa per incarico e per devozione di particolari persone, desiderose di rendersi propizia la miracolosa Immagine di
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S. Maria dì Loreto. Per una antica usanza, si usa ancora portare processionalmente in Gualdo questa Immagine, per impetrare dalla Vergine la pioggia in tempo di siccità o per farla cessare quando è prolungata eccessivamente. Anzi, nel 1779, insorse una lite tra la Chiesa Abbaziale di S. Donato e quella di S. Benedetto, perché ambedue si disputavano l'onore di accogliere la venerata Immagine, quando nelle suddette occasioni, si trasportava in Gualdo. Certo il diritto spettava alla prima, perché nella propria circoscrizione parrocchiale, comprendeva anche la Chiesa di S. Maria di Loreto o Madonna del Piano, ma ciò nonostante, la controversia fu data a risolvere ai Tribunali.
Una comoda abitazione per il Custode, comunemente chiamato L'Eremita, sorge contigua alla Chiesa. Quest' ultima è abbastanza ampia, coperta da una volta divisa in tre navate e sorretta da quattro colonne. Tale volta fu ricostruita dopo il 1751, nel quale anno era stata tutta abbattuta dal terremoto, meno quella dell'abside e cioè la parte sovrastante l'Altare Maggiore, dove infatti sono ancora visibili le pitture originali della Chiesa. Ricorderemo infine che la stessa è munita di una comoda Sagrestia, di tre campane e di un organo.
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LE CONFRATERNITE
I. - Confraternita di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone in Gualdo Tadino. Non si ha memoria della fondazione di questa Confraternita che è, quasi certamente, la più antica della Città, poiché nel XIII secolo già esisteva. Il Bucari, non sappiamo sulla scorta di quali documenti, la dice istituita dal Pontefice Clemente IV l'anno 1267. Io la trovo primieramente ricordata in un Istrumento del 9 Marzo 1274, con il quale la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati acquistava due terreni, ed in una Pergamena da cui risulta che il 12 Settembre 1280 comperava anche, per centosessantasei libbre di denari, una casa in Gualdo, nel quartiere di Porta S. Martino. (1)
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