451 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

Nel 1610 poi, lo stesso Vescovo, avendola trovata del tutto ridotta in macerie, ordinò che al suo posto, si erigesse una croce, per ricordo della scomparsa Chiesa di S. Biagio, il Titolo e Beneficio della quale, dovevano essere trasferiti nell'altare di qualche Chiesa vicina, con l'onere di una Messa ogni anno nel giorno dedicato a S. Biagio. Il trasferimento si effettuò infatti nella Chiesa Parrocchiale di S. Facondino, primieramente nel suo Altare Maggiore e poi, più tardi, nell'Altare di S. Carlo, con l'onere su indicato. Cosa strana, le rendite del Beneficio di S. Biagio che, come vedemmo, nel 1584 erano quasi nulla, aumentarono invece con il declinare della Chiesa omonima, tanto che, nel 1771 il Beneficio stesso era rappresentato dalle rendite di ben sei terreni, indipendentemente dalle rendite che poteva avere il Beneficio di S. Carlo, della Chiesa di S. Facondino, nel di cui altare, come si è detto, era stato trasferito quello di S. Biagio.

 

XLIV. - Chiesa della Visitazione di Maria Vergine nel villaggio di Palazzo Mancinelli.

Le origini della Chiesa sono le seguenti : Nel XVI secolo, tra i villaggi di Palazzo Mancinelli e di Genga, sulla riva dell'interposto torrentello, esisteva una Maestà detta la Madonna di Laentro, che portava un dipinto assai venerato, rappresentante la Madonna con S. Francesco e S. Antonio da Padova. Alla Maestà affluivano doni e offerte votive. Ma le frequenti piene del torrentello che la lambiva, le apportavano continui danneggiamenti e nel primo decennio del XVII secolo, l'avevano ridotta in pessime condizioni, tanto che gli abitanti dei circostanti villaggi di Palazzo e Vaccara, decisero in quel tempo, di ricostruirla nel primo dei due villaggi, su terreno che, per tale scopo, era stato gratuitamente ceduto. Il Vescovo di Nocera diede a ciò l'approvazione e, per far fronte alle relative spese, concesse di poter vendere i doni e le offerte votive, che durante molti anni, si erano accumulati nella Maestà di Laentro e di raccogliere inoltre tra i fedeli apposite elemosine.

Così la costruzione si iniziò e proseguì lentamente, a mano a mano che se ne avevano i mezzi. Nel 1628 era in parte eseguita e nel 1633 si aveva già una specie di Cappelletta, qualche cosa di mezzo tra la Maestà e la Chiesa, con un altare ed un dipinto sulla parete, rappresentante la Vergine con il Bambino in braccio incoronata da due Angeli e avente, da un lato, S. Antonio Abbate e S. Carlo Borromeo e dall'altro, S. Facondino e S. Giuseppe. Ma l'edificio era incompleto, mancavano le porte e la campana, l'ambiente risultava troppo ristretto, né si poteva far meglio, perché il Pievano di S. Facondino, da cui dipendeva la Maestà di Laentro, avendo in mano le offerte e le elemosine per quest'ultima elargite dai fedeli, pretendeva invece di destinarle alla propria Chiesa di S. Facondino. Ciò nonostante, gli abitanti del luogo, chiesero al Vescovo di poter far celebrare la Messa nella Cappelletta allora edificata, ma il

 

 

 

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Vescovo si oppose sino a che non si fosse data a questa l'aspetto di una vera e propria Chiesuola, e ordinò, d'altra parte, che i fondi detenuti dal Pievano di S. Facondino, fossero spesi per tale scopo. Fu così, che il 21 Giugno di quello stesso anno 1638, gli abitanti di Palazzo e Vaccara, stipularono con il Pievano di S. Facondino, per mano del notaio Bonifacio Scampa, un Istrumento che ho potuto rintracciare nell'Archivio Notarile Gualdese. Per effetto di tale Atto, si stabiliva di ridurre la Cappelletta allo stato di comoda e decente Chiesa, in considerazione anche che quella Parrocchiale di S. Facondino, era troppo distante per potere essere con facilità frequentata e, ad evitare futuri contrasti con il Pievano di S. Facondino, si fissavano con questo gli accordi che seguono: La nuova Chiesa, come già la Maestà della Madonna di Laentro, avrebbe dovuto dipendere dalla Chiesa Parrocchiale di S. Facondino, e gli abitanti dei villaggi che ne avevano richiesto la costruzione, anche in futuro sarebbero tenuti a mantenerla in buono stato e provvederla del necessario. La Chiesa si intitolerebbe alla Visitazione di Maria Vergine, che si festeggia il 2 Luglio, ed in tale giorno vi si dovrebbero celebrare cinque Messe almeno, a spese dei su citati abitanti. Nelle feste di precetto, non vi si doveva indire alcuna Messa, senza licenza del Pievano di S. Facondino. Nei giorni feriali poi, vi si poteva celebrare una sola Messa senza la licenza suddetta, ma quest'ultima era necessaria se le Messe fossero state più d'una e, ad ogni modo, nella designazione del Celebrante, per quanto si riferiva a queste Messe feriali, si sarebbe dovuto dare la preferenza al Pievano. Così della porta della Chiesa, come pure dell'armadio contenente i sacri arredi, si faranno due chiavi, l'una tenuta dal Pievano, l'altra da un abitante del luogo, nominato dal suddetto o dal Vescovo. Nella nuova Chiesa non si potrà né confessare, né comunicare, né fare alcun atto di giurisdizione Parrocchiale, senza espressa licenza del Pievano, e tutto ciò per non diminuire le prerogative della Chiesa Parrocchiale. Sopra la porta del nuovo edificio, dal lato interno, si doveva murare una lapide ricordante la sua fondazione. Per la fabbrica della Chiesa, come pure per le future riparazioni, i villici del luogo, saranno sempre tenuti a prestare gratuitamente l'opera loro pel trasporto dei materiali occorrenti, non dovendosi per ciò attingere nei capitali posseduti dalla Chiesa. Si delegavano infine due abitanti di Palazzo, e cioè Marcelliano di Marcangelo e Angelo Salvi, a presiedere ai lavori edilizi ed a tenere la contabilità e l'amministrazione dei fondi raccolti per detta costruzione, e dei quali dovevasi rendere poi conto al Vescovo di Nocera od al Pievano.

Così, in quello stesso anno, rapidamente sorse la Chiesa della Visitazione di Maria Vergine in Palazzo Mancinelli, ed i villici del luogo, come avevano promesso, non fecero mancare alla stessa i necessari sussidi; anzi tal Virgilio Poliseni di Vaccara, le lasciò, poco dopo la sua fondazione, tutti i propri beni e, più tardi, certo Giovanni di Antonio da Palazzo, le donò tre stadi di terra arativa in vocabolo Chiavaro. Altri legati fecero Marcelliano Vergari ed

 

 

 

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Antonio Bernabei, il primo con l'onere di due Messe, l'altro di una Messa ogni anno, per suffragio dell'anima loro.

In tal modo, con elemosine e legati, i beni immobili di questa Chiesa andarono sempre aumentando, tanto che nel 1784, la stessa possedeva ben sedici terreni e godeva il fruttato di parecchi censi. Anzi, gli amministratori della Chiesa, con il grano che raccoglievano in detti terreni, o in altro modo procurato, costituirono un Monte Frumentario, il quale, come altri consimili, aveva lo scopo di dare in prestito ai poveri, il frumento necessario, per impedire che, in tempo di carestia, subissero angherie da parte di commercianti ingordi e inumani.

Nella Chiesa di S. Maria, sin dai primi tempi, si celebrava Messa a beneplacito ed ex devotione degli abitanti del luogo, oltre il suddetto Officio di cinque Messe nella festa della Visitazione di Maria Vergine, il 2 di Luglio. Un'altra Messa, a data fissa, era quella del 28 Gennaio.

La Chiesa ebbe un primo piccolo ingrandimento l'anno 1874, con il fabbricarvi un altro ambiente dietro il muro ove era l'Altare. In seguito, nel 1904, subì un notevole ampliamento, meglio sarebbe dire una ricostruzione, con l'aggiunta altresì di una nuova Sagrestia. Il muro dietro l'altare, su cui era il dipinto già descritto, dovette essere allora demolito, ma del dipinto stesso si volle conservare almeno il semibusto della Madonna, che trasportato in blocco con il muro corrispondente, venne adattato nella nuova parete. In tale occasione si completò la pittura, rifacendo i due già descritti Angeli in atto di incoronare la Vergine, ma i quattro Santi laterali, furono ridotti a due soli ed indigeni, e cioè S. Facondino ed il B. Angelo. Si rimandò ad altra epoca la costruzione del Campanile, il quale fu poi infatti compiuto nel 1928.

I beni stabili della Chiesa, furono convertiti dal Demanio con la Legge del 1860, ed ora la stessa percepisce una rendita dello Stato di Lire 115 ogni anno, amministrata dal Pievano di S. Facondino. Questa rendita, deve servire esclusivamente per il mantenimento della Chiesa, dei sacri arredi e della casa parrocchiale, per la festa della Visitazione di Maria Vergine il 2 Luglio, per la celebrazione del Mese Mariano e per la soddisfazione di un pio Legato Vergari, di cui trattammo a proposito della Chiesa di S. Facondino. E' oggi officiata ogni giorno festivo, con Messe per la popolazione ed a spese della stessa.

Finalmente, non sarà qui inutile notare, che in qualche documento dei più antichi, la Chiesa è indicata come esistente nella località Palagium de Uncinellis. Ciò perché è questo appunto il nome antico del villaggio oggi chiamato Palazzo Mancinelli, il quale ebbe origine da una cospicua famiglia detta « de Uncinellis» che ivi risiedeva e dominava e di cui troviamo tracce nei nostri Archivi, specialmente durante il XV e XVI secolo. Fu dopo quest'epoca che, a poco a poco, come spesso accade, il vocabolo « de Uncinellis » si trasformò, sulla bocca del popolo, in quello attuale di «Mancinelli».

 

 

 

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XLV. - Chiesa di S. Giuseppe nel Piano di Gualdo.

Lungo la Via Flaminia, nella località detta Pian di Gualdo, in Parrocchia di S. Facondino, abitava nel principio del Seicento, la famiglia Fregosi, che ivi teneva aperta pel pubblico un'Osteria. Dietro la propria abitazione, questa famiglia possedeva inoltre una piccola Cappella che, a proprie spese, manteneva aperta al culto. Anzi, tal Giulio Fregosi, con testamento dell'anno 1628, fece obbligo ai propri eredi, di conservarla e di farvi celebrare ogni anno una Messa in suffragio dell'anima sua. Ma, con il tempo, detta Cappella essendo in parte crollata, un membro della famiglia, tale Angelo Fregosi, unitamente ai propri nepoti, chiese al Vescovo di Nocera, il permesso di demolirla completamente e di adoperare il materiale edilizio ancora servibile, per costruire lì presso una piccola Chiesa, obbligandosi a mantenerla e fornirla di tutto il necessario, anche per l'avvenire. Tale permesso fu concesso dal Vescovo con Decreto del 18 Novembre 1659, e l'Atto di fondazione della nuova Chiesa, fu rogato il 5 Febbraio 1660 dal notaio Isidoro Mancia.

Così sorse l'attuale Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, la quale, piuttosto angusta e munita di volta, per lungo tempo rimase sotto il giuspatronato della famiglia Fregosi, che, con gli oneri suddetti, ne godeva ancora il possesso verso la fine del XVIII secolo, ed usava tenere esposta la cassetta delle elemosine a pro della Chiesa, proprio dentro la vicina Osteria, gestita, come si è detto, da tale famiglia.

Nei primi tempi della sua erezione, si celebravano nella Chiesa, a carico dei Fregosi, due Offici di più Messe ogni anno, uno nella festa del titolare S. Giuseppe, l'altra in quella di S. Egidio, nonché altre venti Messe annue, ridotte in seguito ad una Messa ogni mese. Il suddetto Officio, nella festa di S. Egidio, stava a ricordare il culto già professato a tale Santo, in un'antica Chiesa appunto dedicata a S. Egidio, che esistette in quei d'intorni sino alla seconda metà del Seicento. Anzi, sull'unico altare della Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, fu posto un quadro in tela che vi esiste tuttora, rappresentante, in alto, la Madonna con S. Giuseppe, e in basso S. Egidio con S. Antonio Abbate. La presenza di questi due ultimi Santi, ci spiega perché, qualche volta, negli Atti di Sacre Visite, la Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, figuri invece intitolata a S. Antonio da Padova (1704), o a S. Egidio (1742, 1764, 1771).

La Chiesa di S. Giuseppe, con i beni della famiglia Fregosi, passò poi alla famiglia Alimenti; ma in quell'epoca era ridotta in pessimo stato e, per molti anni, non si potè più nemmeno officiare. Una delle ragioni per cui l'Autorità Ecclesiastica ne aveva vietata l'apertura al culto, era la seguente: Intorno alla Chiesa di S. Giuseppe, ogni anno, il 1 di Settembre, era indetta una grande fiera detta del Pian di Gualdo, della quale narreremo tra poco le origini nel Capitolo dedicato alla su ricordata Chiesa di S. Egidio che esisteva a Categge.

 

 

 

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Ora in tale fiera, gli Agenti che il Comune di Gualdo vi mandava per il mantenimento dell'ordine, occupavano la Chiesa di S. Giuseppe, e vi dormivano e banchettavano contrariamente alle leggi Ecclesiastiche. Un altro motivo della sospensione del culto consisteva nel fatto, che la Chiesa in parola era sprovvista dei sacri arredi. Gli Alimenti però la restaurarono e la riaprirono al culto nel 1914 tanto più che gli stessi, con la Chiesa, avevano anche ricevuto in legato dai Fregosi, l'onere della sua officiata. Quest'onere è però attualmente assai mitigato. Esso infatti consiste in sole sette Messe ogni anno, di cui una nella festa di S. Giuseppe e ciò per riduzione ottenuta con Decreto del 3 Novembre 1881. Vi si dice in oltre Messa, qualche volta, per devozione di pie persone.

 

XLVI. - Chiesa di S. Egidio presso il villaggio di Categge.

È ignota l'epoca della sua erezione. Noi la troviamo ricordata, per la prima volta, l'anno 1473, in un Atto Notarile nel quale si tratta di alcuni terreni che si dicono situati «in parochia Categij, in vocabolo sancti Gilij (S. Egidio) ». Similmente appare una seconda volta in altro Rogito Notarile, avente la data 7 Gennaio 1499 dove si parla di un campo che era situato « iuxta res sancti Egidij, res Santis Iohannis Morroni de Categgio, ete.» Riappare poi, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, negli Atti della Visita Apostolca praticatavi il giorno 8 Novembre 1573, dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, il quale ordinò che le scarse rendite del Beneficio (circa una salma di frumento ogni anno), fossero destinate a restaurare la Chiesa la quale conteneva un unico Altare munito di un quadro in tela che rappresentava Gesù orante nell'Orto di Getsemam, con tre suoi Discepoli dormienti. (1)

Vi si diceva Messa, talvolta, per volontà di pie persone dei villaggi circonvicini e vi si faceva festa, con la celebrazione di un Officio, nel giorno dedicato a S. Egidio

La Chiesa, che aveva già subito gravissimi danni pel terremoto del 1612, cominciò a declinare durante quel secolo e fini con il Cadere ben presto in completa rovina.
Per conseguenza, il Vescovo di Nocera, l'anno 1694, ordinò che il Titolo ed il Beneficio della Chiesa di S. Egidio di Categge , fossero trasferiti nella Chiesa Parrocchiale di S. Facondino all'Altare di S. Carlo, e che il materiale edilizio, ancora utilizzabile che poteva trarsi dalla diruta Chiesa di S. Egidio, fosse venduto destinandosene il ricavato per ornare e rifornire il suddetto Altare di S. Carlo. Più tardi, circa il 1718, con Decreto Vescovile, si tentò di erigere nella stessa Chiesa di S. Facondino, un nuovo e distinto altare dedicato a S. Egidio, ma il tentativo non ebbe effetto e questo Beneficio seguitò a risiedere nell'Altare di S. Carlo, sino a che, nel 1771, il

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luce di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XI, c. 3t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1498 al 1499. Paginazione II, c. 5t.

 

 

 

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Vescovo di Nocera non ne ordinò il trasferimento nell'Altare Maggiore. Tale Beneficio Ecclesiastico importava l'onere di due Messe all'anno nella festa di S. Egidio.

Questa ricorreva il 1 Settembre, egli abitanti del luogo, seguitarono a celebrarla anche dopo crollata la Chiesa, e fu appunto da questa festa che ebbe origine la maggior Fiera Gualdese, un tempo detta infatti di S. Egidio, poi del Pian di Gualdo, che si effettuò sino al 1926, nel giorno suddetto, nella località omonima, non lungi dal luogo ove sorgeva la Chiesa. Tale Fiera, che nell'anno sopra indicato fu trasferita entro la città di Gualdo, venne istituita con Breve di Papa Innocenze XII, dato a Roma il 10 Ottobre 1693, ad istanza degli abitanti dei villaggi prossimi a quella Chiesa, i quali, con l'istituzione di un grande mercato, volevano accrescere solennità alla festa di S. Egidio, ed attrarvi più folla, (1)

La Chiesa sorgeva sul margine destro della via che da Genga conduce a Categge, circa duecento metri prima di giungere a quest'ultimo villaggio. In tale luogo, non molto tempo fa, erano ancora visibili i ruderi dell'edificio.

 

XLVII. - Chiesa di S. Pellegrino nel villaggio omonimo.

Sono molti i Santi venerati in Italia con il nome di Pellegrino. Trattasi generalmente di fanatici asceti che, nel fosco Medioevo, partivano da lontane regioni e pedestremente, elemosinando, tra mille difficoltà e pericoli, si dirigevano in pellegrinaggio a Roma, sede della Cristianità e loro meta agognata. Spesso accadeva che, durante il lungo e periglioso viaggio, per gli stenti e gli strapazzi fisici, soccombessero in qualche remota campagna, in qualche villaggio sperduto fra i monti. E quando gli abitanti del luogo, ritrovavano le misere spoglie di quell' ignoto romeo, vestito il più delle volte alla strana foggia oltramontana, nella loro mente ingenua e primitiva, l'avvenimento assumeva parvenze romanzesche e la sovra eccitata fantasia popolare, non tardava a riscontrarvi qualche cosa di straordinario, di miracoloso. Perciò il corpo del pellegrino, che nella immaginazione di quelle umili genti doveva sembrare per certo essere quello di un santo uomo, veniva pietosamente raccolto e trasportato in processione, con il concorso del Clero, sino al luogo della sepoltura. Poniamo il caso, per nulla raro, che, suggestionata dal non comune avvenimento, una donna del popolo nevropatica o isterica, subisse in tale evenienza qualche allucinazione, qualche strana visione che a quello stesso avvenimento si riferisse; si gridava allora senz'altro al miracolo e la notizia, ingrandendosi di bocca in bocca, diffondevasi con incredibile rapidità tra le ingenue e religiose popolazioni medioevali. Altri esaltati credevano poi di notare in quel luogo nuovi avvenimenti straordinari, cominciavano i

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti storiciGualdesi dal XIII al XVI II secolo. Documento N°. 121.

 

 

 

457 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

pellegrinaggi alla tomba del romeo e, attraverso gli anni, restava sempre più assicurata la fama di santo uomo, all'ignoto e misterioso viandante. Il suo nome era sconosciuto e venne quindi da principio genericamente chiamato « Il santo pellegrino » inteso nel senso di nome comune, che però, con l'andare del tempo e con l'abitudine, assunse la forma di nome proprio e ne venne così « San Pellegrino». Anche il nostro Santo, ebbe probabilmente una consimile origine: Un'antica leggenda, ripetuta pure nelle Cronache Medioevali della nostra regione, narra infatti che, circa l'anno 1004, il primo di Maggio, un ignoto viandante, stanco e affamato, pervenne nel territorio Gualdese ai piedi di Montecamera, accompagnato da un giovanetto e si diresse verso alcune abitazioni, che ivi allora sorgevano con il nome di Borgo Contranense, il quale altro non era che l'attuale villaggio di S. Pellegrino. Stava per calare la notte ed incombeva l'ora in cui veniva chiusa la porta esistente nelle mura che da ogni lato cingevano il Borgo; s'erano ritirati gli abitanti nelle loro case ed uno solo di essi, certo Ono, ristava su quella porta. A costui, per amor di Dio, il viandante chiese ospitalità anche in una stalla, poiché il cielo torbido e nuvoloso minacciava tempesta. Ma Ono lo respinse brutalmente con parole aspre e villane e gli chiuse in faccia la porta, lasciando il pellegrino fuor delle mura del Borgo.

Costui si sdraiò allora paziente, con il compagno, sulla nuda terra, dove, vinto dalla stanchezza e dal sonno, si addormentò. Prosegue la leggenda narrando come, durante la notte, scoppiò violenta la tempesta con diluvi di acqua e con grandine così folta e grossa, che in breve tempo ricoprì di bianco la campagna siccome neve, ed i miseri viandanti, colti nel sonno profondo, per la fame, per il freddo e per le mille percosse dei grossi chicchi di grandine, resero l'anima a Dio. E l'esanimi spoglie, travolte dalla fiumana, che straordinariamente ingrossata per lo sciogliersi della grandine, precipitosa scendeva a valle dai colli, furono trasportate sino ad un fosso dove rimasero semisepolte nel fango e tra le erbe strappate dalla corrente. Durante la stessa notte, ad una giovanetta, figlia di Ermanno, Signore di quel Castello, apparve la visione d'un pellegrino giacente esanime tra le acque limacciose d'un fossato a lei noto. Ne parlò subito meravigliata ai famigliari ed ai vicini e tutti insieme, corsero sul luogo dove trovarono infatti le misere spoglie quasi sommerse nel fango, da cui sporgeva altresì il bastone o bordone del romeo, il quale, cosa ancor più meravigliosa della visione, aveva germogliato miracolosamente, rivestendosi di foglie e di fiori. Colpiti da questi segni celesti, quei villici estrassero dal limo le salme, le lavarono, le rivestirono con ogni cura e le collocarono su di un carro tirato da buoi, per condurle processionalmente a Montecamera ed ivi inumarle. Ma giunti in un bosco, che allora esisteva dove oggi sorge la Chiesa di S. Pellegrino, buoi e carro restarono come fissi sul suolo, né poterono più proseguire ed ivi perciò furono sepolte le salme tra le preghiere del Clero e la venerazione del popolo. Così si sparse in breve tempo, nella circostante regione, la notizia dello straordinario

 

 

 

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avvenimento, altri fatti miracolosi, secondo la leggenda, sopravvennero in seguito; anche da lontano le genti cominciarono ad accorrere sulla tomba del santo uomo per implorare qualche grazia divina, si sentì il bisogno di erigere sul suo sepolcro una Chiesa, e lo stesso villaggio, con l'andare del tempo, cambiò a poco a poco l'antico nome di Borgo Contranense, in quello attuale di S. Pellegrino. Anzi, da antichi documenti d'Archivio, apprendiamo che alla fine del Duecento, già si designava tale località con questo nuovo nome e che l'antico era caduto in disuso. (1)

Quando la prima Chiesa sorgesse sulla tomba del santo pellegrino è a noi ignoto. Certo che nella fine del XIII secolo già esisteva, poiché ci resta una pergamena contenente un testamento, con il quale tal Giovanni di Ventura di Acquittolo, Notaio, in data 4 Aprile 1288, lasciava tra l'altro, quattro libbre di denari Cortonesi alla nostra Chiesa di S. Pellegrino. E non a caso, ho nominato qui sopra una « prima Chiesa » poiché sicuramente, quella oggi esistente, la di cui costruzione risale al XIV secolo al più presto, non è la primitiva. Sul fianco sinistro dell'attuale Chiesa, ed a questa addossato, trovasi infatti un piccolo edificio che contiene anteriormente la sagrestia su cui sorge il campanile ed è costituito posteriormente da una cripta semisotterranea, dove è conservata l'urna marmorea con le ossa di S. Pellegrino. Ora è da notare, come risulta da numerosi antichi documenti, che la primitiva Chiesa consisteva appunto nella cripta e nell'ambiente antistante, quello cioè che, come sopra si è detto, è adibito oggi in parte ad uso di sagrestia ed in parte è occupato dal campanile. (2)

Nel XIV secolo, aumentata la popolazione del luogo e riconosciuta come insufficiente per i bisogni del culto quella prima Chiesuola, si dovette costruire sul suo fianco destro, l'attuale vasta Chiesa, venendo poi in seguito adibita la prima ad uso di sagrestia. L'esistenza nel secolo seguente di queste due contigue Chiese, ci appare anche in un testamento dettato il 20 Ottobre 1474 da un abitante del luogo, tal Pellegrino di Paoluccio. Costui infatti lasciava, tra l'altro, una certa somma, affinchè l'erede « implanellet sive implanel lari faciat tectum ecclesie veteris S. Pelegrini . . . in qua collocatum est corpus S. Pelegrini », la qual vecchia Chiesa si descrive nell'Atto stesso come adiacente alla Chiesa nuova. (3)

Ben poche altre notizie ci restano del Tempio di S. Pellegrino durante il XIV e il XV secolo. In questo lungo periodo di tempo, la trovo solo citata tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333, pagarono la decima imposta l'anno prima da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per

 

(1) Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Codice IL C. 23, c. 109t — Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48, c. 220 a 221.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Perg, del secolo XIII. N". 101.
(3) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XIII, c. 51.

 

 

 

459 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

rimpinguare l'esausto tesoro Papale. Nei libri delle Collettorie Pontificie, il versamento della prima rata, appare fatto il 24 Giugno di quell'anno, in mano di Delayno de Mutina, Notare del Vescovo Nocerino e Subcollettore nella Diocesi di Nocera, per conto del Collettore e Tesoriere Generale del Ducato, Giovanni Rigaldi. Trovasi anzi indicato nei Registri Pontifici, con le seguenti parole: «a domino Phi lippa solvente pro ecclesia S. Peregrini de Gualdo. 4 lib., 17 soli dos, 6 denarios cortonenses ».(1)

Fu certo durante questi due secoli, che la Chiesa di S. Pellegrino fu posta a capo di una Parrocchia, ma non ci resta nessun documento in proposito. Certo, che tra la fine del Duecento e il principio del secolo seguente, non dovette ancora avere ottenuto il titolo di Chiesa Parrocchiale. Infatti possediamo una pergamena, contenente una lettera data dal Laterano il 22 Novembre 1299, con la quale Giovanni da Palestrina, Vice-Camerlengo Pontificio, si rivolgeva a Giacomo, Cappellano della Chiesa di S. Pellegrino, per incaricarlo di disbrigare una certa pratica curialesca. Ora il fatto che il suddetto Giacomo viene nella lettera indicato semplicemente come Cappellano, ci fa supporre che il Rettore della Chiesa non rivestisse ancora la qualifica di Parroco, qualifica che diversamente sarebbe stata in qualche modo indicata. Viceversa la Chiesa era già a capo di una Parrocchia nel principio del Cinquecento, poiché da un documento del 1506, la vediamo compresa tra le Chiese Parrocchiali Gualdesi alle quali il Comune di Gualdo pagava una decima, consistente nella somma di quattro bolognini, dodici soldi ed un denaro ogni sei mesi. Anzi il Parroco, sin da quell'epoca, era nominato e stipendiato dall'Abbate di S. Maria di Sitria, dalla quale Abbazia, notisi bene, dipendeva ab antiquo la nostra Chiesa di S. Pellegrino e seguitò anzi a dipenderne sino a che la stessa Abbazia non fu annessa a quella celebre dell'Avellana. Alla dipendenza di quest'ultima, passò allora anche la Chiesa di S. Pellegrino restandovi sino alla Demaniazione ecclesiastica, fatta col noto Decreto Pepoli, dal nuovo Governo Italiano. Il suddetto Parroco, era amovibile ad nutum dall'Abbazia di Sitria e la di lui nomina doveva essere approvata dall'Ordinario. Nel Seicento, il suo stipendio consisteva in nove scudi, tre salme di grano e dodici barili di mosto, più due carlini, e mezza libbra di cera per ogni defunto, nonché l'uso della Casa Parrocchiale. Aveva l'onere di celebrare Messa in tutte le feste di precetto. Essendo sconosciuto il giorno della consacrazione della Chiesa, l'Abbate di S. Maria di Sitria, si rivolse alla Sacra Congregazione dei Riti, perché stabilisse in che giorno se ne dovesse celebrare l'anniversario e la stessa, con lettera del 23 Novembre 1687, rispose che tale data doveva essere stabilita dal Vescovo di Nocera, che scelse infatti il giorno 4 Febbraio. (2)

(1) Arch. Vaticano: Collettorie . Tomo 225, c. 38t.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Perg. del secolo – n°. 51 ; Libri dei Consigli . Anno 1506. c. 54.


 

 

460 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

Nel secolo XVI, cinque Altari esistevano nella Chiesa e cioè l'Altare Maggiore, l'Altare del Crocefisso in cornu Evangeli, l'Altare di S. Martino in cornu Epistolae, poi un Altare di S. Michele Arcangelo, nell'ambiente costituito dall'antica Chiesa, oggi come si è detto, adibita ad uso di Sagrestia, e finalmente l'Altare di S. Pellegrino, nella già ricordata cripta semisotterranea. Anzi, in quest'ultima, su di una parete, si leggeva sino al secolo scorso la seguente inscrizione oggi scomparsa: Ad perpetuarti rei memoriam. Hic jacet corpus S. Peregrini confessoris et patroni huius loci, cuius sacra lypsana kalendis maii anni MDCCCXXXVII Franciscus Aloysius Piervissani, episcopus Nucerinus, solemniter reposuit.

Durante il secolo XVII, tre nuovi Altari compaiono nella Chiesa: Primo l'Altare del Rosario, secondo l'Altare di S. Antonio Abbate, ambedue a sinistra, l'uno presso quello del Crocefisso su nominato, l'altro presso la porta d'ingresso. Il terzo Altare sorse invece sul lato destro, presso quello di S. Martino e fu chiamato con i vari nomi dei Santi che figuravano nel quadro dell'Altare stesso. Venne infatti indicato come Altare di S. Giovanni Battista, di S. Antonio da Padova e di S. Carlo Borromeo. Non sarà superfluo dare qualche notizia singolarmente per ciascuno degli Altari citati:

Sopra l'Altare Maggiore, era in origine collocato il grande Polittico su tavola che oggi si ammira su di una parete della stessa Chiesa. Rappresenta nello scompartimento centrale la Madonna in trono con il Bambino adorata da Angeli. Lateralmente, a sinistra di chi riguarda, sonvi le figure di S. Michele Arcangelo e S. Filippo ed a destra quelle di S. Giacomo e S. Pellegrino. Nelle cuspidi, la centrale è occupata dal Padre Eterno, quelle di sinistra da S. Giovanni Battista e da un Santo Papa e quelle di destra da S. Paolo e S. Bartolomeo. Sotto il trono della Madonna leggesi: Tempore Domini Agneli Francisci de Gualdo MCCCCLXV. Die X Decembris. Questo pregevolissimo dipinto fu attribuito al pittore Matteo da Gualdo, ma con maggiore probabilità, va forse riferito a Gerolamo di Giovanni da Camerino. Oggi, sopra l'Altare Maggiore, trovasi invece un'altra notevolissima opera d'arte e cioè un assai grande Ciborio o Tabernacolo in pietra, che porta scolpite a bassorilievo, molte scene del Vecchio e Nuovo Testamento; originariamente era in gran parte coperto da dorature e vi si legge la data 1521. Il Parroco di S. Pellegrino, Feliciano Aleandri da Sigillo, lo fece restaurare dal proprio fratello Gervasio nel 1790.

L'Altare del Crocefisso, nel 1573, apparteneva alla famiglia di tal Maestro Michelangelo orefice; nel 1597 spettava invece alla Confraternita del Sacramento del villaggio di S. Pellegrino, la quale vi aveva stabilito la sua sede e lo manteneva di tutto l'occorrente, facendovi altresì celebrare Messa, a proprie spese, la seconda Domenica d'ogni mese. Anzi il Cappellano, per queste Messe, veniva retribuito con sedici giuli. Vi si dovevano anche celebrare tre Messe all'anno, come da legato testamentario di tal Ciano da S. Pellegrino. Altre sei Messe annue, vi si celebravano per legato di Donna Francesca di Camillo Scampa. Sulla parete di questo Altare,

 

 

 

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era effigiato il Crocefisso, con S. Bartolomeo Apostolo e S. Pellegrino, e questo antico dipinto, vi esiste ancora.

L'Altare del Rosario, apparteneva alla Confraternita omonima del villaggio di S. Pellegrino, la quale per conto proprio e per effetto di legati testamentari, vi faceva celebrare numerose Messe ed altre sacre Funzioni, che dettagliatamente si descriveranno quando ci occuperemo di questa Confraternita. Era ornato da un quadro con l'immagine della Madonna del Rosario circondata dai soliti Misteri. Questo Altare esiste anche al presente, ma il suo antico quadro ha subito delle modificazioni. La parte centrale di esso è scomparsa e le parti periferiche, con i quadretti dei Misteri, servono di cornice all'apertura di una nicchia sovrastante all'Altare stesso, ove trovasi collocata una moderna statua della Madonna del Rosario.

L'Altare di S. Antonio Abbate, era stato eretto intorno alla metà del Seicento, dal suddetto Camillo Scampa, la di cui famiglia lo manteneva e lo faceva officiare nella festa del Santo. In favore di questo Altare vennero elargiti due censi, uno di scudi quindici da tal Don Pascuccio Lispi da S. Pellegrino e l'altro di scudi dodici e mezzo, con l'onere di dirvi Messa una volta al mese. Vi si celebrava spesso anche per devozione di pie persone. Il giuspatronato della famiglia Scampa su questo Altare, dovette in una certa epoca venir meno, poiché nel 1728, troviamo che la manutenzione dello stesso, spettava invece alla popolazione di S. Pellegrino, che vi provvedeva con apposite elemosine e che vi faceva celebrare sei Messe all'anno, nonché altre Messe in occasione della festa di S. Antonio e della festa di S. Emidio. Su tale Altare, ancora esistente, sin dagli antichi tempi trovasi un quadro in tela, raffigurante la Madonna di Monte Carmelo, S. Emidio e S. Antonio Abbate.

L'Altare di S. Giovanni Battista, anche detto di S. Antonio da Padova e di S. Carlo Borromeo, fu eretto l'anno 1675 da Giovanni ed Ercolano Brencoli. Però, nel 1685 lo troviamo sotto il giuspatronato delle Monache di S. Maria della Fonte di Fossato di Vico, le quali l'avevano ricevuto in eredità dal suddetto Giovanni Brencoli, che trovo indicato anche con il nome di Giovanni di Goro. Ma rifiutandosi le Monache di provvedere al mantenimento di questo Altare, il Vescovo di Nocera, nel 1705, ordinò che lo stesso fosse ad esse tolto e venisse invece concesso a qualche famiglia la quale si assumesse cotesto obbligo. La Confraternita del Sacramento di S. Pellegrino aveva l'onere di farvi celebrare ogni anno alcune Messe nella festa della Natività di S. Giovanni Battista, per effetto di un legato di tal Giovanni Gregori, che a tale scopo aveva lasciato in eredità alla Confraternita il fruttato di un censo di venticinque scudi. L'Abbate di S. Maria di Sitria, dal quale come si è detto dipendeva la Chiesa di S. Pellegrino, usava far celebrare sul detto Altare, a sue spese, una Messa ogni anno. Vi si dicevano poi cinquanta Messe annue, per effetto di una Cappellania istituitavi da tal Maria Chiara Cascianelli, che riservò alla sua famiglia il diritto di nominare il relativo Cappellano e finalmente due Messe annuali vi si celebravano in suffragio dell'anima del suddetto fondatore

 

 

 

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Giovanni Brancoli. Sull'Altare esisteva un quadro in tela rappresentante, come si è detto, oltre la Vergine, S. Giovanni Battista, S. Antonio da Padova e S. Carlo Borromeo. Questo Altare fu demolito nel 1893, in occasione di notevoli restauri apportati alla Chiesa, dal Parroco di quel tempo Don Giuseppe Angeletti ed il relativo quadro fu appeso su di una parete della Chiesa stessa, dove tuttora si trova.

Il sesto ed ultimo Altare della Chiesa propriamente detta, ossia l'Altare di S. Martino, qualche volta chiamato anche di S. Barnaba, spettava alla Università del Castello di S. Pellegrino che, a proprie spese, vi faceva celebrare dal Parroco una Messa al mese per il popolo, in giorno di mercoledì e con lo stipendio per il Celebrante di dodici giuli. La stessa Università, vi indiceva anche, sempre per proprio conto, due Offici di cinque Messe ognuno e cioè nella festa di S. Martino e nella festa di S. Barnaba, di più pagava ogni anno cinque scudi per far venire nella Chiesa un Predicatore durante la Quaresima. Su questo Altare esisteva un quadro in tela, rappresentante il Crocefisso, S. Giovanni Evangelista, S. Martino e S. Antonio da Padova. Anch'esso fu demolito nel 1893, nelle stesse condizioni già descritte pel precedente ed il suo quadro fu similmente collocato su di una parete nell' interno del Tempio.

Nella Chiesa vecchia, oggi adibita, come si è detto, ad uso di Sagrestia ed in parte occupata da un moderno Campanile, completato e inaugurato nel 1901, esisteva anticamente un Altare dedicato a S. Michele Arcangelo, che qualche volta troviamo anche intitolato a S. Raffaele e più raramente a S. Lucia. Nei primi del Seicento, questo Altare apparteneva alla famiglia Lucesole, la quale risiedeva in quel Castello ed aveva l'onere di farvi celebrare sei Messe all'anno. Nella seconda metà di quello stesso secolo, era invece sotto il giuspatronato della famiglia Mascelli di S. Pellegrino, che vi faceva dire Messa nella festa di S. Lucia, e da ciò forse l'omonima suddetta intitolazione. Vi si celebrava spesso anche per volontà di particolari devoti. Essendo questo Altare ridotto in pessime condizioni e presso che spogliato dei sacri arredi, ed anche pel fatto che trovavasi in un ambiente fuori della Chiesa vera e propria, fu fatto demolire dal Vescovo di Nocera l'anno 1694.

Finalmente l'ultimo ed ottavo Altare, è quello dedicato a S. Pellegrino. Trovasi collocato, come si è detto, in una cripta semisotterranea, costruita in fondo alla Chiesa antica, con la quale comunica per mezzo di una porta; mediante un'altra porta comunica con la Chiesa attuale. Tale cripta è coperta da una volta sostenuta da quattro pilastri. L'Altare è nel mezzo e su di esso è collocata una bell'urna marmorea, contenente le spoglie di S. Pellegrino. L'Abbate di S. Maria di Sitria, pensava al mantenimento di questo altare. Per disposizione di tal Maurizio di Palliano Bosi, vi si celebrava dal Parroco la Messa una volta al mese ed una lampada perennemente ardeva davanti all'urna del Santo. Per le spese inerenti all'adempimento di questi oneri, eranvi gli interessi di due censi più il fruttato di due campi, uno di circa mezzo modiolo,

 

 

 

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in vocabolo « La Passerina » l'altro di circa quattro stadi, in vocabolo «Bosco del Piano», In questo Altare, si diceva altresì la Messa ; spesse volte durante l'anno a spese dei devoti del Santo, specialmente il primo di Maggio, nel qual giorno ricorre la festa di S. Pellegrino. In tale occasione, anche il Parroco vi faceva celebrare i varie Messe per proprio conto.

La Chiesa, ampia e ad una sola navata, ha il tetto sorretto da tre grandi archi Gotici. E' fornita di Fonte Battesimale ed aveva sette sepolcri, dei quali uno era particolarmente adibito per i Sacerdoti, un altro per i bambini ed un terzo per i membri della Confraternita del Sacramento e del Rosario. Le pareti così dell'attuale Chiesa come pure quelle della primitiva, sono completamente coperte di pregevoli affreschi che, per la massima parte, risalgono al XIV e XV secolo. Queste pitture trovansi oggi quasi tutte ricoperte da uno strato di calce, barbaramente applicato su di esse nei secoli posteriori, e tra quelle rimaste scoperte o recentemente tornate alla luce, meritano speciale menzione alcune esistenti nella Chiesa antica, sulla parete che la divide dalla cripta, le quali riproducono tre scene della vita del Santo. La prima scena rappresenta: il villico Ono davanti la Porta del Castello e a lui dappresso sta S. Pellegrino accompagnato da un giovanetto. La seconda raffigura il rinvenimento dei cadaveri di questo Santo e del suo compagno sommersi dall'alluvione. Vi assistono, tutti in un gruppo, Ermanno Signore di Montecamera, la di lui figlia e sei altri suoi famigliari. Un uomo, con la zappa, scava il fango che ricopre la salma ed altri tre si accingono a sollevarla. Presso il defunto, infisso a terra, rivedasi il bordone fiorito. Nel centro della terza scena sta il carro tirato da due buoi, sul quale giacciono i corpi di S. Pellegrino e del suo compagno. Dietro il carro vedesi una folla di gente, parte in piedi, parte inginocchiata ed orante; di fianco, incedono processionalmente dieci sacerdoti più il Vescovo o Abbate mitrato, nonché un chierico recante il bordone fiorito; avanti, prima due bifolchi che stimolano i buoi recalcitranti e poi, in un sol gruppo, Ermanno, la figlia e cinque altri famigliari. Sullo sfondo del quadro appare Montecamera con il Castello.

Sotto il dipinto, scritte con caratteri Gotici, in tabelle corrispondenti alle scene su descritte, trovansi le seguenti quattro leggende esplicative:
Beatus vero Peregrinus venit, advessperescente iam die, et nocte in choante, ad pedes monticulorum Montis Camere, quum vicus, domuncolis congregatus, portula claudebatur; cum iam homines illius vici intra suas domunculas cum suis familiis et animalibus repausarent , hostiis clausis; solus quidam homo, Honus nomine vocabatur aduc ante fores vici vagabat, quem Dei servus Peregrinus rogravit, , ut de nocte in hospitiis suscipere dignaretur amore Dei dare de stabulo sive in pavimento; ille autem animalis homo crudelis assperam ressponsionem fecit claudens hostium vici et sue domus. I ste peregrinus illa nocte migravit ad Dominum — Hic inventum fuit C orpus beati Peregrini per vigionem filie domini Ermanni Montis Camere — Postea positum fuit in quodam

 

 

 

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carro, cum processione cl ericorum et hominum sequentium — Et dominus Hermannus, cum processione et corpare beati Peregrini, volebat ferre ..... ad Montem Cameris et non valebat, quia boves et currus fixerunt se ibi in aliqua bussca, ubi hodie est castrum Sancti Peregrini et hic relique runt eius corpus.

Queste ultime frasi, divenute oggi quasi indecifrabili, sono state ricostruite con la scorta di un'antica memoria scritta, sino a noi pervenuta.

Più in basso di queste leggende, vedonsi i resti di altra iscrizione, tracciata con caratteri più antichi, ma che conteneva identiche parole. Ciò, anche per una evidente sovrapposizione degli intonachi, ci fa supporre che, al posto delle tre scene della vita di S. Pellegrino oggi esistenti, vi fosse stato precedentemente un più vetusto dipinto dello stesso soggetto e del quale non restano oggi che poche tracce della leggenda da cui anch'esso era accompagnato, la quale fu poi riprodotta integralmente ai piedi del secondo dipinto. La struttura di questa leggenda, mi aveva fatto supporre che la stessa, dovesse essere copia più o meno fedele di qualche Agiografia medioevale, né la mia supposizione era errata, poiché infatti, dopo pazienti ricerche, riuscii a rintracciare quest'ultima, in un Codice Pergamenaceo del XIV-XV secolo, nella Biblioteca Vaticana, Fondo Urbinate, N°. 48, foglio 220. Questa Agiografia di S. Pellegrino, certo assai più antica del Codice su cui fu trascritta, contiene infatti in maniera presso che identica, anche la prima parte della leggenda apposta al dipinto di cui ci siamo qui sopra occupati.

Sempre sulle pareti della Chiesa Vecchia, ammiransi poi varie pitture votive, alcune delle quali sono per certo dovute alla mano di Matteo da Gualdo. Di queste pitture votive, molte andarono distrutte quando fu costruito l'attuale campanile della Chiesa, il quale, architettonicamente, nessun rapporto ha con il severo stile di quest'ultima, che ne resta anzi, nella sua estetica, assai deturpata. Altro oggetto d'arte, conservato tra gli arredi della Chiesa, è un calice di rame dorato, con il nodo adorno di sei scudetti di argento un tempo smaltati, in uno dei quali, vedesi lo stemma del Cardinale Cesi e, nei restanti, le immagini di alcuni Santi. Intorno al collo si leggono le parole: labate demont. Questo Calice è opera pregevolissima del secolo XV.

 

XLVIII. - Chiesa di S. Maria delle Grazie nel villaggio di S. Pellegrino.

Il villaggio di S. Pellegrino si divide in due parti: In alto, sul versante della collina, il così detto Castello, più in basso il Borgo che rappresenta la parte moderna del villaggio. Sin dall'antico, Prima cioè che vi fossero costruite le attuali abitazioni, quest'ultima località chiamavasi Campagnole, denominazione che, del resto, mantiene presentemente, ed ivi sorgeva, e sorge anche oggi, la Chiesa di S. Maria delle Grazie.

 

 

 

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Le prime origini di questa Chiesuola, le ho rintracciate in due testamenti del nostro Archivio Notarile, aventi le date 5 Aprile e 3 Giugno 1503. Nel primo si legge che Angelo Mascelli, del Castello di S. Pellegrino, tra l'altro lasciava due fiorini Marchegiani, per la fabbricazione e l'ornamento di una Maestà o Cappella, che doveva sorgere « in quodam tribio Campignoli, videlicet in quadam possessione domine Valerie Bartolomee Paulutij». Nel secondo testamento, tal Giovanni Antonio di Pellegrino di Nicolo Farrate, dello stesso Castello, similmente lasciava dieci fiorini Marchegiani, all'Ospedale e Fraternità di S. Pellegrino, da spendersi per la costruzione della erigenda Maestà « in tribio Campignoli». (1)

La Chiesuola, dovette essere costruita subito dopo, poiché, come tra poco vedremo, la stessa possiede sulle sue pareti alcuni affreschi, uno dei quali porta la data 1516. Però, per lungo tempo, di essa nessuna notizia più abbiamo e cioè sino al 13 Aprile 1573, nel qual giorno, per la prima volta, vi fu praticata una Visita Diocesana dal Vescovo di Nocera. Dagli Atti di tale Visita, apprendiamo che la Chiesa apparteneva alla su nominata Confraternita di S. Pellegrino, la quale aveva sede nel villaggio omonimo, e negli Atti stessi, si legge anche che, mediante una porta esistente nella parete destra della Chiesa, si accedeva ad alcuni ambienti contigui, anch'essi spettanti alla Confraternita, nei quali i Confratelli tenevano le loro riunioni e conservavano gli arredi, gli oggetti sacri, le vesti processionali, e quant'altro apparteneva al loro Sodalizio. Questa Confraternita vi faceva dire la Messa, come di regola, una volta ogni settimana, ma vi si celebrava sovente anche ex devotione. Nel 1605, troviamo invece la Chiesa in proprietà della Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento, anch'essa avente sede nello stesso villaggio. Ciò, perché la Confraternita di S. Pellegrino, era stata poco prima unita a quella del Corpo di Cristo, ed in tal modo, a quest'ultima era pervenuto anche il possesso della Chiesa in esame. La Confraternita del Corpo di Cristo, oltre la suddetta Messa settimanale, che il Sacerdote vi celebrava di venerdì e con la mercede di uno scudo, aveva la consuetudine di indire nella Chiesa tre Offici di più Messe ciascuno e cioè nel secondo giorno di Maggio, nel terzo giorno di Pasqua e nella festa dell'Assunzione. Oltre a ciò, tal Pascuccio Lispi di S. Pellegrino, con testamento del 14 Novembre 1656 e codicillo del 27 Febbraio 1659, rogati dal notaio Gualdese Bonifacio Scampa, istituì nella Chiesa di S. Maria delle Grazie una Cappellania, la quale doveva restare sotto il giuspatronato della famiglia Lispi, con obbligo per il Cappellano, di celebrarvi Messa tre volte ogni settimana e di fare scuola ai giovanetti del villaggio. Né mancavano alla Chiesa altri mezzi per l'esercizio di culto: Nel Seicento, ad esempio, la stessa possedeva un capitale di Quattrocentodue scudi dati a censo e dei quali godeva gl'interessi.

(1)  Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1501 al 1504. paginazione III, c. 40t., 115t.

 

 

 

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Questa Chiesuola, assai angusta, coperta da un'antica volta, possedette sempre un unico Altare, che un tempo era circondato da una balaustrata in legno. Su di esso, sin dal XVI secolo, esiste una pregevole pittura in tavola, opera di Matteo da Gualdo, della quale si darà la descrizione nel Capitolo comprendente la vita e le opere di questo artista Gualdese.

Le pareti erano in antico ornate da pregevoli e numerosissimi affreschi votivi, andati col tempo in gran parte perduti e alcuni dei quali, più o meno mutilati, furono nel 1919, detersi dalla calce che li ricopriva e rimessi in luce. Di questi affreschi, due specialmente sono interessanti, perché datati e con l'indicazione del Committente. Al di sotto di uno di essi leggesi infatti: « Queste figure fecce fare Jovanne de Reii per commissione de suo patre. M° CCCCCL VIIII » e l'effigie di un S. Francesco porta la scritta «Fece fare Aluistro de Giapeco de Mascelle. 1516 ».

L'attuale annesso Campanile, fu inaugurato nel 1880, dopo una costruzione durata a lungo, essendo stata fatta con pubbliche elargizioni a cura della Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento, alla quale anche oggi appartiene la Chiesa. Al presente, in questa si celebra la Messa solo a richiesta di pie persone.

 

XLIX. - Chiesa di S. Bartolomeo nel villaggio di S. Pellegrino.

Fu eretta tra il 1655 ed il 1658 entro il Castello di S. Pellegrino, dal Sacerdote Francesco Bartoni, che poi in seguito, nel 1664, con testamento rogato dal Notaio Pietro Lorenzo Draghetti di Pieve Compresseto, lasciava alla Chiesa due modioli circa di terra, in vocabolo La Torre, nella parrocchia di S. Facondino.

Il fondatore se ne riservava però il giuspatronato, da trasmettersi ai propri eredi, con l'onere di mantenere la Chiesa e di farvi celebrare una Messa al mese, nonché un Officio di quattro Messe nella festa di S. Bartolomeo e ciò per la durata di cinquant'anni. Infatti, trascorso questo tempo, il Vescovo di Nocera, ordinò agii eredi del Bartoni o di rinnovare l'obbligazione all'onere suddetto o di dotare la Chiesa, la quale si sarebbe dovuta demolire quante volte non fosse stata accettata una di queste due condizioni. Costoro ritennero però opportuno di seguitare a mantenere la Chiesa, la quale anzi, minacciando di rovinare, fu completamente restaurata nei primi anni del Settecento, mediante le elemosine dei fedeli, che concorrevano nella Chiesa per il culto di S. Bartolomeo, l'effigie del quale ammiravasi su di una tavola, collocata sopra l'unico Altare. Nella seconda metà di quel medesimo secolo, subì altri restauri per opera del Sacerdote Luca Calai, la di cui famiglia aveva acquisito alcuni diritti su tale Chiesa, pur appartenendo la stessa, in quell'epoca, ancora alla famiglia Bartoni. Cessò di essere officiata nel principio dell'Ottocento, andando poi in seguito tutta in rovina, circa l'anno 1846. I resti delle sue mura crollate, si scorgono anche oggi adiacenti ad alcune antiche case, che sorgono ai piedi del

 

 

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Torrione del Castello sul fianco esposto a nord-est, e tali ruderi servono a circoscrivere un orto, che era occupato un tempo dal pavimento della Chiesa.

 

L. - Chiesa del Crocifisso nel villaggio di S. Pellegrino.

Abbiamo notizia di questa Chiesa, sol perché citata negli Atti di Sacre Visite conservati nell'Archivio Vescovile di Nocera Umbra. Esisteva entro il Castello di S. Pellegrino, ma non ne conosciamo l'ubicazione precisa. Solo possiamo dire che, secondo un'incerta tradizione locale, sarebbe sorta quasi di fronte all'attuale Chiesa Parrocchiale del Castello, e cioè dall'altra parte della Strada Comunale, a circa cento metri di distanza dal margine di quest'ultima.

Doveva essere assai antica, poiché il 29 Aprile 1610, visitata dal Vescovo della Diocesi Mons. Florenzi, fu da costui trovata in pessimo stato e persino mancante dei sacri arredi. Ordinò perciò agli abitanti del suddetto Castello, di restaurare subito la Chiesa, nella quale non si sarebbero dovuti intanto celebrare i divini Offici, sotto pena di scomunica. Aggiunse anche che, dopo trascorsi quattro mesi, se la stessa non fosse stata restaurata, si sarebbe dovuta demolire.

Di tutto ciò, nulla venne però eseguito, poiché nel 1628, il Vescovo, in una sua nuova Visita, ritrovò la Chiesa in sempre peggiori condizioni, per cui decretò la demolizione almeno del suo unico Altare ed il trasporto dei relativi paramenti nel tempio Parrocchiale di S. Pellegrino. Così, l'indecente fabbricato avrebbe perduto ogni parvenza di luogo sacro e sarebbe stata eliminata una ragione di scandalo per chi, con decoro, voleva effettuare le pratiche religiose.

Un'ultima Visita vi fu compiuta l'anno 1633 ed in tale occasione, il Vescovo di Nocera potè constatare che, secondo quanto era stato ordinato, si era finalmente eseguita la demolizione dell'Altare. Dopo di allora non si ha infatti più alcuna notizia della Chiesa del Crocifisso, e per certo, il relativo fabbricato o andò con il tempo in completa rovina o fu adibito ad altro uso.

 

LI. - Chiesa di S. Maria di Monte Camera nella Parrocchia di S. Pellegrino.

Nella prima metà del XVII secolo, nella Parrocchia di S. Pellegrino, sulla collina oggi chiamata Monte Camera, corruzione del suo antico nome Mons Camore, che così, invariabilmente, riscontrasi scritto sin dal 1257 nei nostri vecchi documenti d'archivio, e sisteva una Cappelleria denominata Maestà dei Morelli, che aveva sulla sua parete un dipinto raffigurante la Madonna e il Divino Infante B, con a fianco, da un lato S. Rocco e dall'altro S. Antonio.

 

 

 

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L'anno 1638, la Confraternita del Sacramento, esistente nel prossimo Castello di S. Pellegrino, al posto della Maestà dei Morelli, iniziò la costruzione di una nuova Chiesa, dopo avere gratuitamente ottenuto dai proprietari, la Maestà ed il suolo circostante. Così ebbe origine la Chiesa di S. Maria di Monte Camera, che poi sempre rimase in possesso della Confraternita suddetta, la quale si assunse altresì l'onere di mantenerla di tutto il necessario e vi nominava un Cappellano che, sino a tutto il Settecento, fu stipendiato con dieci scudi annui, ed era tenuto a dirvi Messa ogni giorno festivo. Inoltre la Confraternita del Sacramento, vi indiceva ogni anno un Officio di quattro o cinque Messe, in una delle feste dedicate alla Vergine, generalmente in quella della sua Natività. Spesso poi, vi si celebrava per devozione di privati cittadini, poiché, essendosi in breve sparsa la fama di miracoli in essa avvenuti, la Chiesa divenne ben presto oggetto di grande venerazione e mèta di pellegrinaggi tra i villici di quel contado.

Nella Chiesa, cui si aggiunse una Sagrestia posteriore ed un atrio anteriormente, esistette sempre un solo Altare dedicato alla Vergine ed era questo ornato di un dipinto tracciato sulla soprastante parete e raffigurante la Madonna con S. Pellegrino e S. Antonio Abbate. Questo dipinto è oggi scomparso ed al suo posto vi è una nicchia con una statua della Madonna.

Anche al presente, l'officiatura della Chiesa di S. Maria di Montecamera, è fatta a cura della Confraternita del Sacramento. Abitualmente vi si dice Messa il martedì di Pasqua, per voto della popolazione del villaggio di Pieve di Compresseto, che in tale occasione si reca in pellegrinaggio sino alla Chiesa. Si officia inoltre il giorno 8 Settembre, festa della Natività della Vergine. Nel giorno dell'Ascensione vi accede, processionalmente, la popolazione del villaggio di S. Pellegrino.

 

LII - Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Borgonuovo.

Fu eretta dalle fondamenta, per iniziativa ed a spese di tal Giuseppe Lispi da Borgonuovo, in tale villaggio, l'anno 1670.
Costui assegnò inoltre alla Chiesa, un piccolo terreno situato in vocabolo Campo dei Frati, le di cui rendite dovevano servire al mantenimento della Chiesa stessa, che venne aggregata a quella vicina e parrocchiale di S. Pellegrino.
Passò in seguito, agli eredi del suddetto Giuseppe Lispi, che dovevano mantenerla di tutto il necessario.

Sull'unico Altare, dedicato a S. Giuseppe e avente un quadro in tela con l'effigie del Titolare e d'altri Santi in compagnia della Vergine, la famiglia Lispi faceva celebrare, ogni anno, cinque o sei Messe per suffragio dell'anima del Fondatore, altre Messe nelle feste di S. Antonio da Padova, di S. Francesco d'Assisi, dell'Annunciazione e della Natività di Maria Vergine, nonché un Officio di più Messe nel giorno di S. Giuseppe.

 

 

 

469 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

Essendosi col tempo la Chiesa ridotta in pessime condizioni e minacciando di crollare, fu dalla suddetta famiglia Lispi fatta demolire l'anno 1900. Il suolo su cui sorgeva, venne tramutato in orto, i sacri arredi furono trasportati nella Chiesa Parrocchiale di S. Pellegrino, il quadro dell'Altare, restò presso la famiglia Lispi.

Qui noteremo, per incidenza, che in un Rogito del nostro Archivio Notarile, con la data 1459, è nominato un: Reverendus Pater Franciscus Ranaldi, plebanus plebis Sancti Johannis de Burgo novo terre Gualdi ...... Nulla sappiamo di questa Chiesa di S. Giovanni in Borgo Nuovo, che mai riscontrasi in altri precedenti o posteriori Atti di Archivio e di cui non si ha neppure la minima tradizione. Trattandosi di una Pievania, la cosa è invero assai strana e tale da far pensare persino ad un errore del Notaio rogante. (1)

 

LIII. - Chiesa di S. Maria del Gambaro.

Nella prima metà del Cinquecento, nella Parrocchia di S. Facondino, sull'antica Via Flaminia, viveva una famiglia Gambaro, che vi possedeva un Albergo o meglio un Ospizio, come allora dice vasi. Questa famiglia oggi estinta, diede anzi il suo nome alla località che abitava, la quale è infatti anche attualmente chiamata Gambaro o Gambero. Un membro di tale famiglia, cioè Domenico Gambaro, l'anno 1530, fece costruire presso il suo Ospizio, una piccola Chiesa dedicata alla Vergine, con pareti ed Altare di legname. Ispezionata il 30 Ottobre 1573, dal Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, questi la trovò così indecente, che vi proibì ogni celebrazione di Messa, pena la sospensione a divinis per il celebrante e ciò sino a che l'edificio non venisse ampliato e costruito in muratura. Nel frattempo si sarebbero dovute i celebrare le Messe obbligatorie nella corrispondente Chiesa Parrocchiale, cioè in quella di S. Facondino. I restauri ordinati dal Visitatore Apostolico vennero eseguiti, ma la Chiesuola seguitò ad essere mantenuta in pessimo stato, tanto che i Vescovi di Nocera, nel 1593, nel 1605 e nel 1608, tornarono a proibirne l'officiatura.

Questa piccola Chiesa fu in passato designata con vari nomi: Siccome, poco lontano dalla stessa, si ergeva, come anche al presente, una vetusta torre feudale, nelle Visite Pastorali del 1593 e 1597, la Chiesuola è detta Santa Maria della Torre del Gambaro. Nelle Visite del 1584, 1652 e 1728, è ricordata col nome di Santa Maria di Loreto valgariter del Gambaro; in quelle del 1670, 1673, 1 679, 1682, è appellata Chiesa della Natività di Maria Vergine; nell ' altre Visite del 1718, 1721, 1746, 1771, è chiamata Santa Maria della Pietà. Quest'ultimo nome, certo le venne dato, perché sulla Parete dell'Altare era dipinta una Pietà, cioè la Madonna Addolorata con il figlio defunto tra le braccia.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogito di Gaspare dei Ranieri dal 1455 al 1485. c. 50.

 

 

 

470 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

II fondatore della Chiesa, morendo, l'aveva lasciata ai propri eredi, con l'obbligo di farvi celebrare un Officio di più Messe nella festa della Natività di Maria Vergine, e questo ci spiega, perché, come sopra si è detto, venisse anche chiamata con tal nome. Vi si indiceva altresì un Officio nel giorno della Traslazione della Santa Casa di Loreto e da ciò l'altro su nominato appellativo di S. Maria di Loreto, dato alla Chiesa. Spesso poi vi si celebrava Messa, durante l'anno, per volere di pie persone.

La Chiesa, era costruita a cavaliere di un fiumicello che in quel luogo costeggia la Via Flaminia, di maniera che le acque scorrevano in un cunicolo a volta, proprio sotto l'Altare. Da ciò era insorta nel popolo una speciale devozione per bagnarsi in quelle acque e particolarmente per lavarsi con le stesse gli occhi ammalati a scopo di cura.

Tra il 1670 ed il 1673, Feliziano Gambaro, discendente dal fondatore della Chiesa cedette la proprietà di questa al Sacerdote Bernardino Guerrini, che la trasmise poi, quale giuspatronato, ai propri eredi con l'obbligo dell'officiatura e della manutenzione. Uno di questi eredi e cioè Angela Dorotea Guerrini, moglie di Pietro di Martino Attoni, con testamento rogato dal Notaio Gaspare Gennari il 17 Aprile 1711, dotò la Chiesa con cinque modioli di terra, posti in vocabolo Rotella, v'istituì una Cappellania Laicale e ne cedette il giuspatronato alla famiglia Gualdese Fabbri, che vi doveva nominare i Cappellani, aventi l'onere di due Messe al mese oltre gli Offici suddetti. In caso di estinzione della famiglia Fabbri, doveva succedere nel giuspatronato la famiglia Rossi, ed in sostituzione di questa gli Agostiniani del Monastero di Gualdo.

Nel 1860, demaniata ed affrancata la Cappellania, la Chiesuola, che era in parte costruita a volta, in parte sotto nudo tetto, con piccolo Campanile e antiche pitture sulle pareti, cominciò a deperire sino al punto che, circa l'anno 1875, fu dovuta completamente demolire dal proprietario di quell'epoca, il Gualdese Michele Sergiacomi. Ma vari anni più tardi, una figlia di costui, si maritava con un figlio di Ribacchi Onorato, residente in quella località ed i due genitori, per ricordo dei propri figli, ricostruirono in quell'occasione dalle fondamenta la diruta Chiesuola, dedicandola alla Madonna di Lourdes e la inaugurarono il 21 Febbraio 1892. Appartiene anche oggi alla famiglia Ribacchi, che per proprio conto vi fa celebrare qualche volta i divini Offici sull'unico Altare, bizzarramente costruito con rozzi scogli, in modo da simulare la celebre Grotta di Lourdes, e recante una statua della Titolare. Spesso vi si dice Messa anche per devozione e per incarico degli abitanti dei dintorni.

 

LIV. - Chiesa di S. Maria di Frate Luca sulla Via Flaminia.

Il più antico documento, che ho potuto rintracciare di questo sacro edificio, trovasi in un Bastardella dell'Archivio Notarile di Gualdo, in un rogito avente la data 9 Ottobre 1486. Questo rogito, appare infatti allora esteso nella Chiesuola detta « La Maestà di Frate

 

 

 

471 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

Luca, in parocia Serre Sicce » (oggi Parrocchia di S. Facondino) ed in esso si legge, che Giovanni Rosa da Terracina, Vescovo di Rimini, quale Luogotenente Generale del Card. Giovanni Arcimboldi da Milano, Legato Pontificio di Perugia e dell'Umbria, avendo constatato che la suddetta Chiesuola era priva di Rettore e che la nomina di quest'ultimo spettava per diritto al Luogotenente del Legato Perugino, concedeva la Chiesuola stessa, con i beni annessi, all'Ecclesiastico e Dottore in legge, Antonio de Humiolis da Gualdo, conferendogli altresì piena autorità di governo, amministrazione ed officiatura del sacro luogo. A completamento dell'Atto su descritto, potei poi rintracciarne un secondo in data 6 Agosto 1491, dal quale si apprende che, essendo il prete Antonio da Gualdo Rettore della Cappella o Maestà di Frate Luca, come risultava da alcune Bolle, nonché da istrumento del Notaio Ser Pietro di Mariano (cioè dall'Atto suddetto) e volendo lo stesso Rettore mostrare riconoscenza per i benefici ricevuti dalla Vergine effigiata nella stessa Cappella, offriva in dono a quest'ultima una Bolla di Innocenze VIII, con cui si concedevano varie indulgenze alla Cappella di Frate Luca, più un'altra Bolla emessa a favore di questa dalla Curia Romana, più un Calice ornato con l'arme di detto prete Antonio, cioè una branca d'orso e con cinque rose scolpite nel piede e infine un Messale fornito di rilegatura, insieme ad un Paramento con il quale era stata allora ivi celebrata la Messa dal sacerdote Marco di Maltello.

Per l'ubicazione di tale Chiesa, notiamo subito che questo secondo Atto risulta rogato « in vocabulo Fontigoli in loco ubi dicitur: La Maestà de frate Luca », che nello stesso Bastardello Notarile, con la data 26 Giugno 1504, esiste un altro Istrumento estraneo alla Chiesa, ma che si dice però rogato, come il precedente, « in Capella Sancte Marie, alias dicta fratris Luce, posita in strada Flaminia », e che infine, in altri Atti di esso Bastardello, spesso ricorre il vocabolo Fontigoli, sito « in parocia S. Facondini, juxta stradam romeriam (Via Flaminia), flumen Vacharie, etc ».(l)

Con queste indicazioni, diviene perciò facile riconoscere oggi dove sorgeva la Cappella di Frate Luca. Infatti, nel territorio Gualdese, sul fiumicello della Vaccara, esiste un ponte sopra il quale passano, incrociandosi, due frequentatissime vie e cioè la Strada Provinciale che da Gualdo va a Gubbio e l'antica Via Flaminia la quale, dopo aver attraversato il ponte suddetto, si disperde e cessa nei campi vicini, per riprendere poi il suo corso più avanti. Entro l'angolo che, aperto verso Settentrione, le due vie formano divergendo dopo di essersi incrociate, e a meno di cento metri dal suo vertice, esiste ancora oggi un terreno chiamato Fontigoli o Fontioli . Quivi, senza alcun dubbio, sorse la Chiesa di S. Maria di Frate Luca.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal I490 al 1509. c. 14, 63, 116t, 128, 129t, 173, 194t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Musceili dal 1484 al 1486. c. 337t.

 

 

 

472 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

II Prete Antonio de Humiolis da Gualdo, sopra ricordato, altri non è che quell'Antonio Umeoli, illustre Giureconsulto Pontificio, di cui narriamo la vita in altra parte di quest'Opera. Questo ci risulta anche meglio da un testamento lasciateci dal di lui fratello Bernardino, in data 13 Novembre 1508, nel quale appunto si legge, che il già defunto Antonio Umeoli, con disposizione testamentaria, aveva provveduto per l'officiatura periodica e costante, dopo la di lui morte, della Cappella di Santa Maria delle Grazie, alias La Maestà di Frate Luca, situata prope hospitium, ed a questa officiatura si sarebbe dovuto provvedere con il fruttato di alcuni suoi beni. Oltre a ciò, ogni anno, nella festa di Santa Maria che ricorre in Settembre, si sarebbe dovuto distribuire ai poveri, in elemosina, mezza salma di grano ed un barile di vino nella suddetta Cappella e tutto ciò in suffragio dell'anima sua. (1)

Dopo queste notizie, per lungo volgere d'anni, incombe un completo oblio sulla Chiesa in esame, che solo ricompare negli Atti di una Visita Pastorale, compiutavi il 4 Gennaio 1584 dal Vescovo di Nocera e dalla quale si apprende, che il Tempietto, assai piccolo, sorgeva nella Parrocchia di S. Facondino, sulla Via Flaminia, presso l'Ospizio o Albergo della famiglia Massicci, la quale godeva anche il possesso della Chiesa. Tale Ospizio, corrisponde all'ampio fabbricato ancora oggi esistente di fianco al suddetto ponte sul fiumi cello della Vaccara. Da documenti della prima metà del Seicento, la Chiesetta figura invece « prope hospitium Colae Bortoni », il quale ultimo, per certo, era succeduto ai Massicci nella gestione dell'Albergo, ma non nel possesso della Chiesuola. Di questa, i Massicci, nel XVI secolo avevano infatti costantemente curato l'incremento e la prosperità. Anzi, uno di essi, l'aveva dotata con un terreno, il fruttato del quale, doveva servire per farvi celebrare tre Messe ogni mese, dietro compenso, pel Celebrante, di tre fiorini. Un altro membro questa famiglia, con Legato testamentario, aveva in seguito provveduto per restaurare e mantenere in buone condizioni il sacro e dificio, che però, ciò nonostante, vari anni dopo, nel 1621, minacciava di rovinare. Il suddetto onere di tre Messe mensili, con decreto emanato dalla competente Sacra Congregazione, il 2 Giugno 1629, venne ridotto ad una Messa ogni mese. Vi s'indiceva allora anche un Officio di tre Messe il giorno 8 Settembre, festa della Natività di Maria Vergine. Era inoltre antica usanza, che nella Chiesuola di Frate Luca, celebrassero Messa, i Sacerdoti forestieri che, trovandosi in viaggio, transitavano per la Via Flaminia, la quale era allora la grande strada di comunicazione tra l'Italia Centrale e le Provincie Settentrionali. Tale pratica venne poi proibita dal Vescovo di Nocera, il quale però concesse che vi potessero dir Messa soltanto quelli, tra i Sacerdoti forestieri di passaggio, che fossero conosciuti o avessero almeno uno speciale permesso da qualche Autorità Ecclesiastica.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527 . c. 245, 246.

 

 

 

473 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

Più tardi, intorno al 1683, si usava celebrarvi un Officio di varie Messe, anche nella festa di S. Bartolomeo. Infatti, sulla parete a cui era addossato l'unico Altare, esisteva un dipinto rappresentante la Vergine con il Bambino in grembo, avente ai piedi S. Bartolomeo Apostolo e S. Francesco d'Assisi, ed ai lati quattro Santi e Beati Gualdesi e cioè S. Facondino, S. Pellegrino, il B. Marzio ed il B. Maio. Questo dipinto portava la data 1496. (1)

E' ignoto perché la Chiesuola fosse detta di Frate Luca. Forse si riferiva questo nome alla persona del fondatore, e del resto questo sacro luogo fu sovente, in seguito, anche diversamente intitolato; infatti, dopo la metà del Seicento, venne più comunemente detto S. Maria delle Grazie, oppure S. Maria di Loreto, ed anche Maestà della Torre, a causa di un torrione medioevale ancora esistente, presso cui sorgeva la Chiesa.

Intorno al 1673, troviamo questa in possesso della famiglia Scampa, che l'aveva ricevuta in eredità dai Massicci; era però allora ridotta in cattive condizioni, tanto che, circa sei anni dopo, il suo tetto minacciava di crollare. La troviamo citata, per l'ultima volta, nella Visita Pastorale del 1683, e dovette andare poco dopo in completa rovina, perché nelle susseguenti Sacre Visite, non viene mai più ricordata, né di essa alcun'altra notizia ci è dato di ritrovare.

 

LV. - Chiesa di S. Lazzaro sulla Via Flaminia.

Non è possibile distinguere la sua storia da quella dei nostri antichi Istituti Ospedalieri. Sin dal XIII secolo, nel tratto della Via Flaminia interposto tra l'attuale Chiesa di S. Lazzaro ed il Ponte sul Rio Vaccara, esistette un Ospedale, od Ospizio, come allora dicevasi, intitolato a S. Lazzaro, destinato ai Lebbrosi, che appartenne al Comune di Gualdo, dalle origini sino al tempo della sua estinzione, la quale dovette avvenire tra il 1556 e il 1571. (2)

La chiesa di S. Lazzaro di cui ci accingiamo a trattare, costituiva appunto un semplice Beneficio Ecclesiastico annesso al suddetto o spedale e sorgeva infatti da questo poco lontano, entro la giurisdizione della Parrocchia di S. Facondino. A sé dintorno, in comunione con l'Istituto Ospedaliere, la Chiesa possedeva un vasto e ricco podere e molti altri terreni sparsi qua e là, terreni che, da un documento della seconda metà del Settecento, si sa che raggiungevano allora il numero di trentuno. In relazione con le origini ospitaliere della Chiesa, accenneremo anche al fatto, che in quei dintorni, durante il Cinquecento, si credeva fossero esistite in antico delle importanti terme, tanto è vero che tal Gentile Sassolo da Gualdo, aveva fatto domanda alle Autorità Pontificie per ricercarle (Licentia querendi bal nea deperdita), la qual cosa gli era stata concessa il 28 Agosto 1541, con certe condizioni, tra cui il

(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Visita del 1652.
(2) R. GUERRIERI: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Documenti e Memorie Storiche. Perugia 1909. Pag. 22 a 25.

 

 

 

474 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

pagamento del canone annuo di una libbra di cera. (1)

Abbiamo scritto più sopra, che l'Ospedale di S. Lazzaro, funzionava per i Lebbrosi sin dal XIII secolo, ma non possiamo però assicurare, che sin da quell'epoca remotissima, esistesse anche l'omonima Chiesa, di cui infatti s'ignora l'anno di fondazione, ma che vediamo però sussistere anche dopo scomparso l'Istituto Ospedaliere. Anzi, dopo la soppressione di quest'ultimo, avvenuta, come si è detto, nella seconda metà del XVI secolo, con i beni suddetti, la Chiesa fu dal Comune di Gualdo, annessa ad un altro Ospedale chiamato di Diotisalvi, l'amministrazione del quale, spettante un tempo ai Monaci dell'Abbazia di S. Benedetto, era passata, nel 1519, al Comune stesso. Anzi, quest'Ospedale di Diotisalvi, prese in seguito anch'esso il nome di Ospedale di S. Lazzaro, certo per effetto della Chiesa e dei beni ereditati dall'estinto Ospizio dei Lebbrosi sulla Via Flaminia. (2)

II Cappellano della Chiesa di S. Lazzaro, che per solito si sceglieva tra i Frati del nostro Convento di S. Francesco, era nominato dal Comune di Gualdo, e riceveva da questo, quale stipendio, mezza salma (circa Kgr. 108) di grano ogni anno. Nella fine del Settecento, lo stipendio annuo era invece di scudi 2.50. Detto Cappellano, nella metà del XVIII secolo, doveva celebrarvi Messa ogni domenica, ma più tardi, tale onere fu ridotto ad una Messa nella terza domenica di ogni mese. In questa Chiesa, il Comune di Gualdo, indiceva altresì, a proprie spese, un Officio di venti Messe nella festa del Santo Titolare, cioè nella Domenica di Passione, ed in tale giorno, una grande folla accorreva sul luogo dalla Città e dal Contado e sui campi circostanti alla Chiesa, imbandiva pranzi e merende e si abbandonava a sollazzi, quasi a festeggiare il prossimo inizio della Primavera. Una tale usanza, si mantiene ancora oggi in pieno vigore. Altro Officio, vi si celebrava per conto del Comune di Gualdo nel giorno di S. Rocco. Anzi, in occasione di questi Offici, come pure per Natale e per Pasqua, il Comune stesso faceva distribuire numerose elemosine ai fedeli poveri convenuti nella Chiesa; questa pratica fu vietata, ma inutilmente, dal Vescovo di Nocera nel 1682.

Subentrato al Pontificio il nuovo Governo Italiano, in forza di Decreto emanato il 29 Ottobre 1860 dal R°. Commissario Generale per la Provincia dell'Umbria, la Congregazione di Carità di Gualdo prendeva possesso dell'Ospedale e dei relativi beni, tra i quali era anche la Chiesa di S. Lazzaro, che infatti dipende tuttora dalla Congregazione suddetta. Da quell'epoca, la Chiesa cessò dall'essere officiata nel modo su descritto; Comune e dei Congregazione di Carità, a poco a poco si disinteressarono di ogni onere di culto, ed oggi, a spese dei villici circostanti, solo vi si celebra ancora un

(1) Arch. Vaticano: Arm. XXIX, To. 99, f. 287.
(2) R. GUERRIERI: Op. cit. Pag. 34, 53, 54.

 

 

 

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Officio di tre o quattro Messe nel giorno di S. Lazzaro, con la consueta festa campestre.

La Chiesa, quale oggi appare, è piccola e squallida, e l'antico edificio è stato certo completamente modificato dai numerosi restauri che avrà dovuto subire attraverso i secoli. Sopra l'unico Altare, dedicato a S. Lazzaro, sin dalla prima metà del Seicento, esiste un quadro in tela raffigurante Cristo in Croce, avente da un lato S. Lazzaro povero, a cui un cagnolino lambisce le piaghe d'una gamba, e dall'altro lato S. Lazzaro Vescovo e Martire o, come alcuni stimano invece, S. Facondino Vescovo. La Chiesa è stata i noltre sempre munita di Campana e sprovvista di Sagrestia.

 

LVI. - Chiesa di S. Bartolomeo nella Parrocchia di S. Facondino.

È ricordata la prima volta negli Atti di una Visita Pastorale dell'8 Luglio 1691, dove si legge che la Chiesa sorgeva « prope hospitium S. Pellegrini Comitatus Gualdi». Nell'altra Visita del 1721, il Vescovo Visitatore, l'incontra sul percorso da Gualdo al villaggio di S. Pellegrino « in plano Gualdi infra limitis parochiae S. Facondini ». Fu edificata, non sappiamo con precisione in quale anno, da un membro della famiglia Gualdese Scampa, e rimase poi sempre costituita in Beneficio semplice di questa famiglia che, con le rendite del Beneficio stesso, la doveva mantenere e vi doveva far celebrare due Messe all'anno.

Dai su citati Atti di Sacre Visite, risulta inoltre, che nel 1691, la Chiesa era in istato indecente e di tutto mancante e che il suddetto onere di due Messe, non veniva soddisfatto da molti anni, tanto che il Vescovo di Nocera, ordinò il sequestro delle rendite al Titolare del Beneficio. Nel 1701, lo stesso Vescovo la riscontrò in così pessimo stato, da doverne decretare la demolizione nonché la vendita del materiale edilizio che se ne sarebbe ricavato, a vantaggio della Chiesa di S. Benedetto in Gualdo. Ma la demolizione non ebbe luogo e più tardi, nel 1721, stando la Chiesa per rovinare, il Vescovo ordinò alla famiglia Scampa di restaurarla, minacciandola, in caso diverso, di privarla di ogni diritto che potesse vantare su di essa e di cederne il giuspatronato a qualsiasi altra persona che volesse assumersi, con le rendite, anche gli oneri del Beneficio.

Da allora in poi, più non abbiamo notizie di questa Chiesa che, probabimente non restaurata, dovette andare, dopo pochi anni, in completa rovina. S'ignora oggi anche il luogo preciso ove sorgeva, luogo che però, seguendo le indicazioni su riportate, doveva trovarsi presso la Via Flaminia, tra il vocabolo Magione e il fiume Sciola, che segna il confine tra la Parrocchia di S. Facondino e quella di S. Pellegrino.

 

 

 

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LVII. - Chiesa di S. Salvatore di Corneto o di Sciola.

È Chiesa antichissima, la di cui esistenza ho potuto conoscere soltanto dopo lo studio di alcuni vetusti documenti che la ricordano. Nel secolo XII ne avevano il condominio due potenti Abbazie, e cioè quella di S. Benedetto di Gualdo e l'altra di S. Maria d'Apennino, oggi diruta e che sorgeva proprio nel luogo dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico. Esistono infatti due Bolle, una di Papa Adriano IV data dal Laterano il 16 Marzo 1156 e l'altra di Alessandro III del 4 Agosto 1169, che ce ne fanno fede. Con la prima Bolla, il Pontefice poneva sotto la diretta protezione della Sede Apostolica, la su ricordata Badia di S. Maria d'Apennino e riconfermava ad essa il possesso delle terre, e Chiese che ne di pendevano; con la seconda il successore di Adriano IV concedeva ugualmente la sua protezione e faceva una consimile riconferma di beni e di possessi, all'altra Abbazia di S. Benedetto di Gualdo. Ora appunto, tra le Chiese riconfermate in dominio alla Badia di S. Maria d'Apennino, troviamo elencata una « Ecclesia sancti Salvatoris de Corneto », e tra i possessi di cui si riconosceva e si ribadiva il godimento all'Abbazia Gualdese di S. Benedetto, vediamo similmente indicato « quicquid est in Ecclesia S. Salvatoris de Corneto ». Anzi in una susseguente Bolla indirizzata da Papa Clemente III, il 6, Maggio 1188, ai Monaci dell'Abbazia Gualdese, si riconfermavano ad essi i su indicati diritti e cioè «jus in ecclesia S. Salvatoris de Corneto ».

Poi, per oltre un secolo, le più fitte tenebre avvolgono la Chiesa di S. Salvatore, alcuni beni della quale, vengono però rivendicati dalla Badia di S. Maria d'Apennino, con un Atto del 6 Marzo 1302. Ma nel 1441, la Badia suddetta, con tutte le sue dipendenze, venne incorporata nel Capitolo della Cattedrale di S. Venanzio di Fabriano, al quale perciò, con questi possessi, fu devoluta anche la nostra Chiesa di S. Salvatore, almeno per quanto si riferiva ai diritti che su di essa avevano i Monaci di S. Maria d'Apennino. Infatti da quell'epoca in poi, il Capitolo della Cattedrale Fabrianese, incominciò a pagare un censo di ventiquattro bolognini (tre corbe di spelta) al Vescovo di Nocera per conto della Chiesa di S. Salvatore e di poche altre, com'essa sorgenti nel territorio della diocesi Nocerina, ed al Capitolo similmente pervenute con i beni della Badia di S. Maria d'Apennino. Alcune quietanze riferentisi al pagamento di questo censo, ci restano infatti, tra l'altro, con le date 19 Febbraio 1444, 10 Decembre 1448 e 29 Agosto 1449.

Questi tre documenti sono per noi importantissimi perché, sia pure molto approssimativamente, ci danno un'idea del luogo dove sorgeva la Chiesa in esame. In essi infatti si dichiara, che il censo veniva pagato anche per conto della Chiesa di S. Salvatore «de Sciola districtus Gualdi». Trovavasi dunque questa presso la riva del noto fiumicello Gualdese, anche oggi denominato Sciola, che

 

 

 

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scorre verso il confine del territorio di Gualdo con quello di Gubbio, ma in quale tratto del suo percorso non è oggi più possibile di precisare.

Così pure non ci è dato stabilire, per quali vicissitudini, la Chiesa di S. Salvatore, che nel XII secolo portava l'attributo « de Corneto », nel XV portasse invece quello « de Sciola ». Nessuna meraviglia però che, attraverso i secoli, il primo nome possa essere andato gradatamente in disuso cedendo il posto al secondo; ma non è neppure da escludersi che, sin dalle origini, la Chiesa possa avere avuto contemporaneamente i due attributi suddetti, venendo indicata quando con l'uno quando con l'altro, come vediamo anche accadere per molte altre Chiese della nostra regione.

Ignoriamo in che epoca questo sacro edificio scomparve. Il Dorio, nel principio del Seicento, tra le Chiese che allora davano un contributo alla Mensa Vescovile di Nocera, nomina quella di S. Salvatore «districtus Gualdi, iuxta flumen » (lo Sciola). Ma io dubito assai che la stessa, in quel tempo, ancora esistesse e spiego l'asserzione del Dorio, con le ragioni già addotte a proposito della Chiesa dei S. S. Gervasio e Protasio. (1)

 

LVIII. - Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Castello di Crocicchio.

Primieramente sorgeva sul margine destro della strada che conduce a questo Castello, su di un piccolo ripiano, che trovasi circa trecento metri prima di giungere al Castello stesso. È assai antica, come del resto la massima parte delle Chiese dedicate a S. Michele Arcangelo, in passato più semplicemente chiamato S. Angelo. La trovo ricordata, per la prima volta, in un documento dell'anno 1156, dal quale apprendiamo altresì, che la Chiesa apparteneva allora all'Abbazia di S. Maria d'Apennino, Abbazia oggi diruta, ma che esisteva nel luogo dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico. Tale documento consiste in una Bolla di Papa Adriano IV, data dal Laterano il 16 Marzo dell'anno suddetto, con la quale il Pontefice poneva sotto la sua diretta protezione l'Abbazia suddetta, e riconfermava ad essa il possesso delle terre e delle Chiese che ne dipendevano, tra le quali, quella di cui trattiamo, vedesi appunto indicata con le parole « Ecclesia S. Angeli de Crucicula et que habetis in curte ipsius castri».

Questa « curte Crucicule o Crucicli» viene in seguito, durante i secoli XIII e XIV, più volte ricordata anche in Atti di donazioni e vendite stipulati dagli Abbati del Monastero di S. Maria d'Apennino. Ad esempio, con Istrumento del 21 Settembre 1233, l'Abbate Amato, concedeva in enfiteusi una vigna « in curia Gualdi, in villa que dicitur Crociclii» e con altro rogito del 26 Maggio 1270, l 'altro Abbate Jacopo, dava parimenti in enfiteusi un

(1)  Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzio in Fabriano: Copia cartacea di pergamena, N°. 9; Introitus ed exìtus, in Fascicoli cartacei del secolo XV — Bibliot. del Seminario di Foligno : Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. VIII. 11, c. 102t-108t.

 

 

 

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terreno posto « in curte Crucicli, in clasura Ugolini Aliocti », confinante con gli altri beni della stessa Chiesa di S. Angelo. (1)

Dopo ciò, troviamo citata quest'ultima l'anno 1333, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che allora pagarono alla Santa Sede il primo semestre di una tassa o decima imposta nel 1332, da Papa Giovanni XXII su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoieto per un determinato numero di anni. La decima, fu riscossa da Delayno de Mutina, Cancelliere e Notare del Vescovo di Nocera, nonché Subcollettore alla dipendenza del Collettore Generale e Tesoriere nel Ducato suddetto, Giovanni Rigaldi, e nei Libri delle Collettorie, il versamento trovasi annotato con le seguenti parole : « [Habui] a rectore ecclesie S. Angeli de Crucicchio 19 sol. 6 den. cort. ». (2)

Quasi mai appare più ricordata, da quell'epoca sino al Cinquecento, nei documenti dei nostri Archivi, nonostante che fosse Chiesa Parrocchiale e quindi di non trascurabile importanza, tanto è vero che, appunto per questa sua qualifica di Parrocchia, riceveva dai Comune di Gualdo una somma a titolo di decima, la quale, nei primi del Cinquecento, era rappresentata da un Bolognino, dieci soldi e sette denari ogni sei mesi. (3)

Nella seconda metà del XVI secolo, trovavasi ridotta in deplorevoli condizioni e minacciava di rovinare tanto che, durante l'anno 1573, il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, addivenne alla fusione della Parrocchia dipendente dalla Chiesa di S. Michele Arcangelo, coll'altra Chiesa Parrocchiale di Crocicchio intitolata a S. Maria, della quale tratteremo qui appresso e il di cui Rettore, ebbe così riunite sotto di sé, ambedue le Parrocchie.

Nel 1608, la Chiesa di S. Michele Arcangelo, era già in parte rovinata, per cui il Vescovo di Nocera, fece pratiche presso gli abitanti del Castello di Crocicchio, affinchè volessero restaurarla e riaprirla al culto; ma questi ultimi, proposero invece di ricostruire la Chiesa Parrocchiale di S. Angelo in altro luogo più vicino, e propriamente su di un Chiesuola chiamata la Cappella della Maestà, che sorgeva attigua alle mura del loro Castello e della quale daremo tra poco notizia. Così, sempre discutendosi sull'opportunità di riedificare la Chiesa nell'uno o nell'altro luogo, nonché sui mezzi finanziari occorrenti e che i Parrocchiani non possedevano, si giunse sino al 1622, nel quale anno la Chiesa stessa era già del tutto crollata. Ma nel 1638, troviamo che la Chiesa di S. Michele Arcangelo era stata finalmente ricostruita, « prope et extra muros castri Crocicchii » e cioè sulla Cappella della Maestà che abbiamo ricordato qui sopra, come appunto volevano i Parrocchiani. Il ripristino delia Chiesa di S. Michele Arcangelo, si era del resto reso necessario, essendo andata in quel tempo completamente in rovina anche la suddetta Chiesa Parrocchiale di

(1) Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzio in Fabriano: Perga mene. N°. 9 (in copia cartacea), N°. 44 e N°. 232.
(2) Arch. Vaticano: Collettorie Tom. 225, c. 38t.
(3) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli . Anno 1506, c. 54.

 

 

 

479 - PARTE SECONDA - Storia Ecclesiastica

 

S. Maria di Crocicchio, di maniera che la nuova Chiesa di S. Michele Arcangelo, appena compiuta, assunse le funzioni di unico Tempio Parrocchiale, a capo delle due Parrocchie riunite.

In essa dovette inoltre essere trasferito anche il titolo della cessata Chiesa di S. Maria, e questo ci spiega perché negli Atti di Sacre Visite del 1694, 1701 e 1705, la Chiesa di S. Michele Arcangelo venga invece chiamata di S. Maria. Quest'ultima denominazione, potrebbe però anche dipendere dal fatto, che nella Chiesa stessa, oltre l'Altare Maggiore dedicato all'Arcangelo S. Michele, esisteva un Altare intitolato appunto a S. Maria, nel quale poi, stabilì la sua sede una Confraternita del Rosario, per cui fu in seguito chiamato invece Altare del Rosario.

Nel primo Altare eravi infatti una tela raffigurante la Madonna con il Bambino, tra S. Rocco e S. Michele Arcangelo, quest'ultimo in atto di schiacciare con il piede il Demonio. Tale quadro è ancora visibile sulla parete dietro l'Altare Maggiore.

II secondo Altare, posto lateralmente in corna Evangeli, recava invece dipinta a fresco sul muro, l'immagine della Madonna del Rosario, immagine che fu più tardi sostituita con un rozzo dipinto su tavola, raffigurante la Vergine circondata dai soliti quadretti dei Misteri, e recentemente da una statua della Madonna. Assai più tardi, in corna Epistolae, fu poi eretto un terzo Altare dedicato a S. Giuseppe.

Nella Chiesa, appena ricostruita, si cominciò subito a celebrare in tutte le feste di precetto, e gli abitanti del luogo, pensavano a fornire di ogni cosa necessaria, l'Altare Maggiore, salvo i ceri, che si dovevano dare dal Parroco. Al mantenimento dell'Altare del Rosario, si provvedeva con questue, fatte periodicamente da donne. Oltre a ciò, dopo la sua ricostruzione, affluirono alla Chiesa di S. Michele Arcangelo, legati ed offerte. Tal Francesco Grifoni lasciò ad essa trenta fiorini, con l'onere perpetuo di sei Messe all'anno nell'Altare Maggiore, come risulta da un Istrumento rogato il 23 Febbraio 1646, ed altro legato di venticinque fiorini, pure con l'onere di sei Messe, fece anche un suo parente tal Giovan Battista Grifoni. In seguito, venne ridotto il numero di Messe annue relative a questi Legati. (1)

Assai più tardi, il 27 Febbraio 1852, tal Chiara Mariani, lasciò alla Chiesa sei scudi, i di cui frutti dovevano servire per l'acquisto di candele; ed il 6 Agosto 1854, il Parroco Don Francesco Corneli, le donò una casa, con l'onere di quattro Messe annue per l'anima sua. I beni della Chiesa andarono così sempre aumentando, e si ha memoria che nel 1771, la stessa possedeva ventuno terreni, che però, in media, rendevano tra tutti scudi ventuno soltanto.

In quello stesso secolo, già un'angusta e rozza Casa parrocchiale

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro Giacomo Berardi. Anno 1646. c. 38.

 

 

 

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sorgeva contigua alla Chiesa. Quest'ultima poi mancava invece di Sagrestia, conteneva due sepolcri, ed era munita di un Campanile a forma di piccola torre con due campane. Nel 1828, la Casa Parrocchiale fu ampliata e resa decente e nel 1860 si sentì il bisogno di ampliare e rinnovare anche la Chiesa, la quale infatti, sullo stesso posto, fu quasi ricostruita dalle fondamenta. Nel 1922, si aggiunse ad essa anche la Sagrestia che mancava.

 

LIX. - Chiesa di S. Maria presso il Castello di Crocicchio.

Come è stato detto per la precedente Chiesa di S. Michele Arcangelo di Crocicchio, anche questa si ritrova primieramente citata, tra le Chiese che nel 1333, pagarono uno speciale balzello imposto da Papa Giovanni XXII su i beni ecclesiastici, per sopperire ai bisogni della Santa Sede, in quel travagliato e battagliero periodo della sua esistenza. Il pagamento si trova infatti annotato nei modi e nei Registri già indicati per la suddetta Chiesa di S. Michele Arcangelo, con le seguenti parole : « a dompno Berardo solvente pro sua parte ecclesie S. Marie de Crucicchio 28 sol. 3 den. cort.». (1)

In tre Atti del nostro Archivio Notarile, rogati il 22 Novembre 1477, il 25 Luglio 1489 ed il 2 Gennaio 1495, leggiamo poi che questa Chiesa dipendeva, in quel secolo, dall'Abbazia Gualdese di S. Benedetto, alla quale perciò spettava anche il diritto di collazione del corrispondente Beneficio Ecclesiastico. Anzi, con il secondo degli Atti su indicati, l'Abbate Commendatario dell'Abbazia, eleggeva a Rettore della Chiesa di S. Maria il prete Andriano di Maestro Gio vanni, « de partibus Borgognie ». La ritroviamo poco dopo anche in un testamento del 5 Marzo 1497, perché in esso il testatore Andrea di Giovanni di Elemosina, del Castello di Crocicchio, dichiarava di voler essere ivi seppellito, nella Chiesa di S. Maria. Costui, qui noteremo per incidenza, era il suocero del celebre Pittore Gualdese Matteo di Pietro. (2)

Dagli Atti di una Sacra Visita, praticata nella suddetta Chiesa di S. Maria di Crocicchio, l'anno 1573, apprendiamo infine che la stessa era sede di Parrocchia e che in tale anno fu ad essa unita l'altra Chiesa Parrocchiale di Crocicchio intitolata a S. Michele Arcangelo, la quale era completamente diruta, così che le due Parrocchie di quel Castello rimasero allora unificate sotto il Rettore o Parroco di S. Maria. Di tutto ciò, del resto, parlammo anche a proposito della suddetta Chiesa di S. Michele Arcangelo. Ma, come quest'ultima, anche la Chiesa di S. Maria trovavasi in pessime condizioni, anzi, intorno al 1615 già accennava a rovinare. Né doveva essere facile trovare i mezzi per ripararla, poiché abbiamo

(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tom. 225, c. 37t.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499, c. 261 ; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1489 al1490, c . 44t, dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, paginazione II, c. 249, dal al 1495, c . 71.

 

 

 

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notizia che in quell'epoca, le rendite stabili della Chiesa, consistevano soltanto in due salme di frumento e trenta barili di vino in media ogni anno, più la decima che, sin dai primi anni del Cinquecento, ad essa pagava il Comune di Gualdo, consistente in tre bolognini, un soldo e tre denari ogni sei mesi. (1)

Nel 1641, la Chiesa era presso che abbandonata e mentre un tempo vi si celebrava ogni giorno festivo, vi si diceva invece allora Messa solo qualche volta nelle feste dedicate alla Vergine, e nel giorno dei Morti, per suffragio dei defunti in essa sepolti. Era stata anche spogliata dei sacri arredi, trasportati nella Chiesa di S. Michele Arcangelo che, ricostruita pochi anni innanzi, aveva ripreso le sue funzioni parrocchiali, assorbendo alla sua volta così la Chiesa come la Parrocchia di S. Maria. Infatti, nel 1670, troviamo quale unico Tempio Parrocchiale di Crocicchio quello suddetto di S. Michele Arcangelo, ex nova ricostruito. In quell'anno, la Chiesa di S. Maria di Crocicchio, era talmente rovinata, che gli abitanti del Castello, chiesero al Vescovo di Nocera il permesso di demolirla completamente. E' però da supporsi, che costui consigliasse invece il restauro della Chiesa, poiché negli Atti della Visita Diocesana dell'anno 1673, si legge che il Vescovo, dopo avere ispezionato in Crocicchio la Chiesa di S. Michele Arcangelo, visitò la cadente e devastata Chiesa di S. Maria, a proposito della quale « mandavit ser vari rescriptum Ill.mi et Rev.mi D. Episcopi, et completa fabricatione, per homines reddi rationem administrationis ». Certo è che non si addivenne ad alcun restauro, e infatti dopo di quell'epoca, né dagli Atti di Sacre Visite, né da altri documenti, più si ha notizia della Chiesa di S. Maria di Crocicchio, la quale dovette restare in breve tempo completamente distrutta, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1772, ordinò che, dove la stessa sorgeva, si erigesse, per ricordo, una Croce.

Oggi, di essa restano appena pochi ruderi sotterranei, a circa trecento metri dalla suddetta Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo, verso ponente. Il luogo viene ancora chiamato Santa Maria. (2)

 

LX. - Cappella della Maestà presso il Castello di Crocicchio.

Sono sconosciute le sue origini. E' ricordata, per la prima volta, col nome suddetto, negli Atti di una Visita Pastorale compiutavi dal Vescovo di Nocera il 14 Aprile 1573. In questi Atti si afferma che nella Cappella « celebrantur missae tempore pluviarum ». Ispezionata in quello stesso anno, il 29 Ottobre, dal Visitatore Apostolico Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Àscoli, costui trovò la Cappella in pessimo stato, con un cancello di legno in luogo della porta e con un Altare indecente. Vietò perciò di celebrarvi in futuro la Messa, pena la sospensione a divinis per il sacerdote celebrante; ed a garanzia di tale proibizione, ordinò che

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506, e. 54.
(2) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite in Gualdo Tadino dal 1571 al 1673.

 

 

 

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fosse subito demolito l'indecente Altare, dovendosi invece compiere nella Chiesa Parrocchiale di Crocicchio le suddette funzioni religiose, per invocare la pioggia in tempo di siccità o per arrestarla quando troppo a lungo si prolungasse. Il Camagliani vietò inoltre, in quell'occasione, di spendere denari per restaurare la Cappella, poco adatta al culto. Ciò nonostante, nel 1608, essendo la Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo di Crocicchio ridotta quasi in macerie, quei Parrocchiani pensarono di restaurare ed ampliare la Cappella della Maestà, per sostituirla alla Chiesa Parrocchiale suddetta. Dopo quell'anno più non viene ricordata, né dagli Atti di Sacre Visite, né da altri documenti, la Cappella della Maestà. Solo nella relazione di una Visita Pastorale, compiuta nel Castello di Crocicchio, dal Vescovo di Nocera Mons. Florenzi il 18 Maggio 1633, si legge che costui, visitata quivi la Chiesa di S. Maria « perrexit deinde ad Maie statem positatn prope et extra dictum castrum Crucicchi, quae ad praesens construitur, hortatus fuit ad illam quam primum perficien dam ». Questa notizia ci fa pensare, che effettivamente in quell'anno, come volevano i Parrocchian