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623 - PARTE TERZA - Miscellanea
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UOMINI ILLUSTRI GUALDESI
Matteo di Pietro di Ser Bernardo. *
QUESTO interessante e geniale Pittore, è oggi generalmente conosciuto nella Storia dell'Arte, con il semplice nome di Matteo da Gualdo. Ma in oltre centocinquanta documenti che lo riguardano, da me rintracciati nell'Archivio Notarile Gualdese, egli viene sempre nominato Matteo di Pietro, oppure Matteo di Pietro di Ser Bernardo « Macteus Petri Ser Bernardi», il più delle volte con la qualifica di Magister, spesso con quella di Pictor e con l'indicazione de Gualdo.
Fanno eccezione tre soltanto dei centocinquanta documenti suddetti, nei quali compare un quarto nome, trovandovisi infatti designato il nostro Artista, con le parole seguenti: Macteus Petrj Johannis Ser Bernardj de Gualdo — Magister Mattheus quondam Petri Jo hannis Ser Bernardi de Gualdo — Magister Matheus Petri Johannis pictor de Gualdo.
In due diverse maniere, noi possiamo interpretare quest'ultime successioni genealogiche, possiamo cioè leggervi tanto « Matteo di Pietro, di Giovanni, di Ser Bernardo», quanto « Matteo di Pietro Giovanni, di Ser Bernardo». La differenza è importante, perché, nel primo caso, il padre del Pittore si sarebbe chiamato Pietro, il nonno Giovanni, il bisnonno Bernardo; nel secondo caso egli avrebbe avuto per padre un Pietro Giovanni e per nonno un Bernardo. Io, per molti e svariati motivi, mi sono attenuto a quest'ultima ipotesi; ho giudicato insomma che Giovanni sia stato semplicemente il secondo nome di Pietro, come tale trascurato nella quasi totalità dei documenti che riguardano l'Artista Gualdese, e solo ricordato dai due più scrupolosi Notari, che redassero i tre Istrumenti a cui poco sopra, ho accennato, Istrumenti che sono quelli qui in Nota citati. (1)
Difficilmente si può confondere questo Pittore, nei documenti Gualdesi della sua epoca, con qualche omonimo. È ben vero, ad
* Le Note riferentisi a questo Capitolo, trovansi tutte dopo il Capitolo stesso.
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esempio, che furono suoi contemporanei in Gualdo, un Matteo di Pietro di Angelello, originario di Sellano, un Matteo di Pietro Brevis ed un Matteo di Pietro Cozhi, i quali però, senza eccezione, vengono sempre citati con i loro tre nomi al completo e quindi senza possibilità di confusione con il nostro Artista. (2)
Egli nacque in Gualdo durante la prima metà del XV secolo, probabilmente tra il 1430 e il 1440 e dovette morire assai vecchio. Infatti, in un suo testamento dettato il 25 Novembre 1503, egli stesso dichiara di essere carico d'anni (annis gravis) e ciò nonostante, come vedremo, visse ancora sino al Gennaio del 1507. Al contrario, dovette rimanere orfano in giovane età e certamente il di lui padre nel 1468 era già morto, poiché in un documento dell'11 Giugno di quell'anno, egli è indicato come figlio del fu Pietro di Ser Bernardo. Anche la sua madre per certo scomparve assai presto, tanto è vero che di essa non trovai giammai la minima traccia nei documenti numerosissimi e così ricchi di notizie famigliari, che ho potuto rintracciare intorno alla vita del nostro Pittore. (3)
I suoi genitori dovettero indirizzarlo negli studi di giurisprudenza e ci risulta infatti che egli fu Notaio in Gualdo. Ma questa professione poco o nulla esercitò, forse perché tutto assorto ed occupato nella sua passione per l'Arte. Nessun rogito, da lui firmato, è infatti sino a noi pervenuto, e solo raramente, qualche suo Atto notarile, trovasi citato, per incidenza, nei rogiti di altri Notari Gualdesi contemporanei. Notari furono anche, come vedremo, due dei suoi figli e un nepote. (4)
Sappiamo inoltre con certezza, che ebbe per moglie Margherita, figlia di Andrea di Giovanni d'Elemosina, del Castello di Crocicchio, con la quale procreò tre figli maschi, Michelangelo, Girolamo e Francesco, ed una femmina, Antonia.
Del primo poco o nulla noi conosciamo: Lo troviamo per la prima volta ricordato tra gli eredi designati da suo padre Matteo, in un testamento che, come diremo, quest'ultimo fece l'11 Agosto 1476, e assai più tardi, cioè il 13 Febbraio 1490, lo vediamo creato Notaio, con decreto del Nobil Uomo Maestro Ludovico di Maestro Antonio, di Ser Paolo Salvetti da Gualdo, conte Palatino, autorizzato a concedere appunto titoli e diplomi di tabellione dall'Imperatore Tedesco Federico III. L'ultima volta il suo nome appare, come si vedrà, in due Atti del 30 Giugno 1485 e del 15 Gennaio 1486, nei quali però non interviene personalmente, ma è rappresentato da altri, trovandosi egli lontano da Gualdo. Ed a tal punto si presenta un dubbio, se cioè la lontananza di Michelangelo fosse divenuta permanente e definitiva, per essersi egli stabilito in altra città, oppure se, dopo le date suddette, egli di poco fosse sopravvissuto, poi ché di lui più nessuna traccia poi si ritrova, neppure nei successivi testamenti di suo padre Matteo, dove pur sempre ricompaiono gli altri suoi figli. (5)
Di Girolamo ho potuto conoscere che visse sino al 1515 e che, dalla di lui moglie Fina, figlia di Nicolo di Angelo di Nicolo di Mattiolo alias Thiani, tuttavia in vita nel 1535, ebbe un figlio, Bernardo, e
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tre figlie, Margherita, Bartolomea e Meschina, della quale ultima, come pure di sua madre Fina, si seguono le tracce sino al 1535. Anche Girolamo, a somiglianza del padre, fu Pittore e Notaio. Di lui resta ancora un volume di Rogiti nel nostro Archivio Notarile Antico, Rogiti che vanno dal 1507 al 1515. Notevole il fatto che in tale volume, nelle pagine albe, esistono qua e là vari schizzi di teste e figure, fatte a penna, come per passatempo. Questi schizzi sono, senza alcun dubbio, opera di Girolamo, che dovette avere appreso dal padre Matteo, l'arte del disegno e della pittura. A provare la sua qualifica di pittore, basta un documento riferentesi al di lui figlio Bernardo, oggi esistente nell'Archivio suddetto, tra i Rogiti di Gregorio Bartucci, (Bastardelle del 1528, foglio 585t). Tale documento consiste in un Atto rogato il 15 Ottobre di tale anno, nel quale, nominandosi il suddetto Bernardo, costui è appunto chiaramente indicato come figlio del pittore Girolamo, con le parole: Ser Bernardus Ser Hieronimi pictoris de Gualdo. Ma nessun dipinto firmato da Girolamo è oggi da noi conosciuto; egli dovette essere un dilettante più che un professionista nella sua arte; ma probabilmente aiutò il padre Matteo, nell'esecuzione delle numerosissime opere pittoriche da quest'ultimo tramandateci. Non così può dirsi del figlio di Girolamo cioè di Bernardo, anch'esso Notaio, che fu invece un valente Pittore e del quale, in seguito, descriveremo la vita e le opere.
Il terzo figlio di Matteo, cioè Francesco, soprannominato Piaggiola, ebbe, come si vedrà dai documenti che illustreremo tra poco, una vita tragica ed avventurosa. Dovette essere il minore d'età, ad ogni modo è certo che il 2 Novembre del 1492 non aveva ancora raggiunto i ventidue anni. Non sappiamo quale professione egli esercitasse, ma ci consta invece che si gettò con ardore nelle tremende lotte partigiane di quei torbidi tempi e che, dopo aver commesso due omicidi, finì ucciso a sua volta, lasciando la moglie Beatrice di Percivalle di Gabriele di Andrea Rossi da Gualdo, ed una figlia Francesca ancora vivente nel 1532. Così Girolamo, come Francesco, furono per il loro padre Matteo, causa continua di affanni e di dolori. Secondo quanto apprenderemo dai documenti che illustrerò tra poco, Girolamo attentò persino alla vita del suo genitore, il quale, quasi che ciò non bastasse, dovette anche subire la prigione per i delitti che aveva commesso l'altro figlio Francesco. Poco o nulla infine sappiamo dell'unica figlia di Matteo, Antonia, più volte ricordata nei testamenti paterni. Oltre le notizie con questi tramandateci, ci risulta solo che, con il marito Michelotto di Giovanni di Antonio Malatesta, abitava in Gualdo presso la Porta civica del Quartiere di Porta S. Donato.
Matteo da Gualdo abitava invece nel Quartiere di Porta S. Martino, dove possedeva tre case contigue. Molti Atti notarili riguardanti il Pittore, appaiono infatti rogati quando in una, quando in altra, di queste tre case, delle quali ci sono pervenuti, negli Atti stessi, i nomi dei proprietari delle abitazioni confinanti e cioè Giacomo di Giovanni di Meo Thosi, detto Pulcinella, Salvatore di Giovanni da
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Firenze, Assalonne di Giovanni, Gabriele di maestro Pietro Lombardo e Bartolomea vedova di Antonio del Grosso; anzi, una di queste case, era stata venduta a Matteo da tal Giovanni di Antonio da Siena. In Gualdo, di fianco all'oggi scomparsa Porta civica di S. Martino, trovasi attualmente una casupola sulla facciata della quale è ancora murata una lapide appostavi nel 1877, dove si legge che quella era la dimora di Matteo di Pietro Pittore. Nessun documento però ce lo prova, e la presenza di tale lapide è solo effetto di un equivoco: Negli Atti notarili suddetti, le case di maestro Matteo, sono sempre indicate come esistenti « in Porta S. Martino » ed una di esse vi è sovente descritta come confinante da tre lati con la via pubblica. Ora, siccome la casupola su indicata, sorge, come ho detto, di fianco all'antica Porta civica di S. Martino e confina con la via da tre lati, si è creduto che fosse quella la casa del Pittore, non riflettendosi che la frase « in Porta S. Martino » secondo lo stile dell'epoca, non voleva affatto dire « presso la Porta di S. Martino» ma bensì « nel Quartiere di Porta S. Martino » che era appunto uno dei quattro quartieri in cui trovavasi allora divisa la città, e molte altre abitazioni in esso esistevano, ed esistono ancora, che confinano da tre lati con la via pubblica e che potevano quindi essere la residenza dell'Artista Gualdese. (6)
Matteo di Pietro, rimase per lungo tempo ignorato nel campo dell'arte. Dopo oltre tre secoli, primo a toglierlo da un ingiusta dimenticanza fu il Benfatti, il quale, dall'osservazione degli affreschi esistenti un tempo nella vecchia Chiesa di S. Antonio presso Gualdo e del trittico della Chiesa Parrocchiale di Nasciano, asserisce che il nostro Artista s'ispirò, nei suoi primi studi, alla scuola del Pittore Eugubino Tommasuccio Nelli, essendo somigliantissime le maniere dei due maestri. (7)
Secondo a parlarne fu il Rosini, che nella sua « Storia della Pittura Italiana » gli attribuisce un quadro, oggi conservato nella Pinacoteca di Perugia, di cui da anche la riproduzione, riconosce delle somiglianze tra gli angeli da lui dipinti e quelli del Senese Ansano di Pietro, lo giudica superiore al Mezzastris, secondo quanto appare dagli affreschi che ambedue lasciarono nell'Oratorio dell'antico Ospedale dei Pellegrini in Assisi dedicato ai S.S. Giacomo e Antonio e, dopo avere notato che Matteo fu ignoto al Lanzi, erroneamente dichiara che ebbe un fratello anch'esso pittore, ma di assai minore importanza. (8)
Terzo, dopo il Bonfatti e il Rosini, si occupò del Gualdese il Cavalcaselle, nella sua «Storia della Pittura in Italia». Egli assicura che Matteo da Gualdo influì sull'arte del Camerinese Girolamo di Giovanni e che, per il suo stile, assomiglia a Giovanni Beccati ed a Lorenzo da San Severino, senza che però tale somiglianza sopraffaccia in Matteo la grande tendenza a cercare di mantenere le caratteristiche della scuola Umbra e specialmente Folignate, sebbene nelle sue pitture del suddetto Oratorio dell'Ospedale dei Pellegrini in Assisi, la di lui arte mostri una certa affinità con la scuola Eugubina. Dice inoltre, che il carattere Umbro
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del nostro Pittore, è rivelato dal volto oblungo e quadrato delle sue Madonne, da uno sforzo per esprimere la grazia, dai panneggiamenti avviluppati, dai contorni sottili, dalla profusione degli ornamenti e dalle tinte speciali, concludendo per ritenerlo un debole artista. Ma il Cavalcaselle, ai suoi tempi, ben poco dovette conoscere delle opere di Matteo, se potè scrivere che non esiste in Gualdo Tadino un solo dipinto che porti la firma sua. Al Cavalcaselle furono infatti ignote le più caratteristiche opere del Pittore Gualdese, delle quali egli non vide che gli affreschi della Chiesetta di S. Maria di Scirca presso Sigillo, quelli dell'Oratorio dell'Ospedale dei Pellegrini in Assisi e il trittico di Nasciano poco lungi da Gualdo, di modo che, l'illustre critico d'arte, dovette basare le sue osservazioni e i suoi studi su opere, per tale intento, di secondaria importanza, non firmate ed in quel tempo più o meno erroneamente attribuite al Pittore Gualdese e cioè alcuni dipinti delle nostre Chiese di S. Francesco e S. Benedetto, il polittico della Parrocchia di S. Pellegrino presso Gualdo, gli affreschi di una Cappella in S. Maria in Campis nei dintorni di Foligno, e alcune piccole tavole della Pinacoteca Vannucci di Perugia e della Galleria di Monaco. (9)
Quarto infine, nella resurrezione artistica di Matteo da Gualdo, venne l'esimio Adamo Rossi, che nel 1872 redasse un incompleto elenco delle opere di Matteo e ricercando nell'Archivio Notarile Antico Gualdese e in quello Comunale d'Assisi, ne trasse sedici documenti riguardanti il nostro Pittore. (10)
Dopo il Rossi, per lunga serie di anni, nessuno più si occupò di Matteo di Pietro, sino a che, sopravvenuta nel 1907 la grande Esposizione di Antica Arte Umbra in Perugia ed essendovi stati inviati in buon numero le opere del Maestro Gualdese, queste suscitarono, forse appunto perché sconosciute o dimenticate, uno straordinario interesse e accesero tra i critici d'arte, convenuti in Perugia da ogni parte d'Italia e dall'estero, vivacissime discussioni. E ben ve ne era ragione, data la stranezza e l'originalità dei suoi dipinti, così come strana e singolare ci apparirà tra poco la vita di Matteo, attraverso gli abbondanti documenti che di lui potei rintracciare nei nostri Archivi. Non è possibile riassumere in un solo concetto, i giudizi che in quell'occasione espressero i critici sul Pittore Gualdese, troppo diversamente essendo state da costoro apprezzate l'opere sue. È per questo che io credo utile qui riportare integralmente alcuni di quei giudizi, sperando che un più completo e ponderato studio di queste sue opere, possa amalgamare tante disparate opinioni.
Così il Bernardini, in quell'occasione scriveva che « dei pittori locali dell'Umbria, potremo studiare il Melanzio a Montefalco, il Mezzastri a Foligno ed anche Francesco da Castello in Città di Castello e formarcene un'idea abbastanza adeguata, ma non è possibile arrivare ad intendere l'arte di Matteo di Pietro con i pochi dipinti che si trovano entro la città di Gualdo Tadino, ed è necessario studiare anche quelli esistenti in luoghi remoti e di disagevole accesso per farsene un concetto ». Egli ritiene che « le origini della sua maniera siano da ricercare nella scuola di
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Foligno, che s'iniziò con gli affreschi eseguiti dall'Eugubino Ottaviano Nelli nel Palazzo Trinci, e si affermò poi con un artista proprio, in Bartolomeo di Tommaso con il quale il nostro Matteo si riattaccherebbe per più di un punto. Infatti, nel trittico che Matteo dipinse in Nasciano, la figura grande e quella piccola del Bambino e l'effigi dei due Santi (secondo il Bernardini) richiamano in modo straordinario, il Putto e i due Santi del Trittico di Bartolomeo di Tommaso appartenente alla Chiesa di S. Salvatore in Foligno: i Putti per la loro conformazione, i Santi per l'alta statura e per il viso pieno coi lineamenti minuti ». Il Bernardini prosegue rilevando sul Gualdese anche « una manifesta influenza delle opere di Giovanni di Paolo, da cui forse avrebbe derivato l'eccessivo sviluppo della parte superiore nelle teste di alcuni suoi Santi, come nel S. Sebastiano e S. Rocco del trittico di Nasciano, nel S. Francesco e S. Bernardino del trittico della Pinacoteca di Gualdo già appartenente al Monastero di Santa Margherita e con la data 1462, nonché nell'altro trittico della Pinacoteca, che porta la data 1471, proveniente dall'ex Convento di S. Nicolo ». Il Bernardini asserisce inoltre che « nell'opera del Gualdese non mancano del tutto echi Eugubini, del Salimbeni e forse anche del Boccati e riconosce veramente delle analogie tra gli angeli di Matteo e quelli del Senese Sano di Pietro per il lungo ovale delle facce carnose e per le fisse pupille ». Nota infine che «l'arte sua non fu sempre u guale a sé stessa e che nella produzione pittorica dell'artefice Gualdese, possiamo riscontrare due periodi con forme diverse, un primo periodo più rudimentale, un secondo periodo più perfezionato, ed anzi appunto nel secondo, il Bernardini vede palesemente varie tracce dell'arte di Benozzo Gozzoli e del Folignate Mezzastris». (11)
Il Guazzaroni (G. Ugo Nazzari), sempre a proposito dell'Esposizione d'Arte Antica in Perugia, scriveva che « Matteo da Gualdo, uno dei quattrocentisti Umbri, la cui arte è singolarmente originale e significativa, sebbene debba considerarsi artista mediacre, merita però di essere studiato con intendimenti più alti che non siano quelli dei critici notomizzatori, che considerano i quadri con il criterio pedante della fredda e gretta osservazione e dell'arida erudizione, anziché con spirito e diletto d'artista ». Dice poi che « le sue Madonne hanno un carattere così spiccato nelle carni, nel viso e nell'atteggiamento, da conferire all'Autore uno stile proprio, dal quale non si discosta nonostante la sua vantata versatilità e questa pretesa varietà di pennello e di maniera, da cui Matteo trarrebbe la forza verista della scuola Folignate, i languori di Sano di Pietro e l'intonazione fastosa della pittura Marchigiana, spiegherebbe soltanto, secondo il Guazzaroni, l'errore di false attribuzioni spesso verificatesi pel nostro pittore». Egli prosegue dicendo che « Matteo da Gualdo, il Giovanni Pisano della Scuola Umbra, manifesta la sua personalità artistica specialmente nell'atteggiamento del capo e nei lineamenti del viso delle sue Madonne, che hanno un colorito scialbo, i lineamenti irregolari, il naso a figura quasi geometrica e l'espressione un poco imbambolata, il che tenderebbe ad escludere dallo spirto dell'artista Gualdese, quella concezione del
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bello che appare invece nobilissima in altre delle sue figure ». Per cui il critico si domanda: « Se Matteo usò varie maniere, come mai le sue Madonne in nessun caso modificano quello spiacevole aspetto ?» e conclude riconoscendo che «sull'interessantissima collezione delle opere del pittore quattrocentista Gualdese, i giudizi dei critici sono ancora troppo contradittori e indecisi». (12)
Trattando della Mostra di Perugia, il Lupattelli vede anch'esso « in Benozzo Gozzoli, se non il maestro, certo la guida e l'ispiratore di Matteo da Gualdo, i cui dipinti, di gran morbidezza, assai vaghi e diligentemente condotti, appaiono assai interessanti». Né le opere del Gualdese erano ignote al Lupattelli che, poco prima della Mostra stessa, le illustrava in una sua monografia, scrivendo tra l'altro che « Matteo si ispirò per l'arte sua a quasi tutti i pittori della scuola Umbra suoi predecessori o contemporanei come il Nelli, il Mezzastris, l'Alunno, il Caporali, Fiorenzo di Lorenzo, il Bonfigli, non escluso il Boccali, dalle opere dei quali trasfuse nei suoi dipinti la soavità dello stile, i caratteri delle figure, l'impasto e la vivacità dei colori». Dice inoltre che «della regione in cui nacque, Matteo sentì tutta la serena tristezza, gustò tutte le linee delicate, tutto il profumo di quella segreta malinconia, di quei miti sentimenti famigliari di pura religiosità, di estasi languide e soavi, che si riflettono tanto nell'animo del poeta quanto dell'artista, come il mondo di un sogno sconosciuto ». Così il Lupattelli spiega perché « i suoi soggetti sono sempre sacri e le sue Madonne non spirano la calma eterna, la maestà severa, le forme gravi, gli occhi tremendi e minacciosi dei Santi Bizantini, ma appaiono sorridenti di un sorriso che innamora tutta Italia, di una grazia soave che nel sacro concetto della maternità conciliava ai cuori afflitti una fede sincera, le speranze più serene, la sicurezza di protezione e di materno aiuto nelle perigliose vicende della vita ». Il Lupattelli qualifica Matteo di Pietro « come un religioso, pieno di domestico fervore, assai toccante nella sua semplicità, che esprimeva in volto ai Santi le virtù che esso stesso coltivava nel cuore». Dice anche che «amava circoscrivere la sua sfera di azione non lungi dalla terra nativa, soddisfatto di quanto aveva appreso dai suoi contemporanei nella pratica dell'arte, contento di attenersi a quanto gli veniva commesso, applicandovi nella esecuzione un largo studio della natura e infondendovi un idealismo che conquide e commuove, creando nelle sue Vergini, nei suoi Bambini, nei suoi Angeli, nei suoi Santi, un tipo tutto speciale che, mentre per tradizione ha molti punti di contatto con quelli che lo precedettero o che gli furono compagni, lascia scorgere con i distintivi che caratterizzano la sua maniera di dipingere, un'impronta individuale dovuta al suo ingegno e al suo animo gentile, che dell'arte, più che una professione, aveva fatto una religione ». Il Lupattelli nel suo studio su Matteo, conclude domandandosi se questi ebbe una scuola sua propria ed egli crede che « non sia strana ipotesi il ritenerlo, poiché molti dipinti in Gualdo e nei luoghi limitrofi, potrebbero benissimo attribuirsi ai suoi imitatori od allievi ». Ma giudica che « questi, se anche vi furono, rimasero offuscati dai pregi del maestro, il quale, nonostante una certa
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debolezza nel disegno, un po' di durezza nei contorni e nel pieghettare, sia per la grazia dell'espressione, sia per la vigoria e per la tonalità del colorito, come per lo studio intelligente, del vero e per alcune caratteristiche e geniali novità nel comporre, può (sempre secondo quanto giudica il Lupattelli) ben gareggiare con l'Alunno e con lui dividere il merito e l'onore di aver condotto alla più vivida aurora la scuola Umbra, preparando così l'ora di quello splendido meriggio cui la scuola stessa assurse col Perugino e con la pleiade dei suoi discepoli». (13)
Umberto Gnoli scrisse invece che « Matteo da Gualdo fu un debole artista provinciale, scorretto nel disegno, strano, puerile spesso e che talvolta sa acquistarsi la nostra simpatia per la sua ingenuità; che la sua maniera ondeggia fra quella dei Folignati, dei Senesi, di Benozzo Gozzoli, dei Camerinesi, succhiando come ape ogni fiore che gli sta attorno, di modo che le sue pitture rivelano una quantità d'influenze diverse. Bartolomeo di Tommaso, l'Alunno, Giovanni Boccati, fra gli Umbri; Giovanni di Paolo, Sano di Pietro, Sassetta, fra i Senesi , (secondo lo Gnoli) sarebbero stati i suoi ispiratori ed egli avrebbe riunito questi diversi elementi, ingenuamente, ora seguendo l'uno ora l'altro, ora fondendo la maniera di più maestri in uno stesso quadro, in una stessa figura, pur mantenendo nell'insieme dell'opera una nota schiettamente personale ». Lo Gnoli ritrova « la maniera di Giovanni di Paolo nelle figure del Trittico che Matteo dipinse in Gualdo nel 1462, per l'ex Convento di Santa Margherita, specie nella figura di S. Bernardino »; riconosce « somigliarne tra gli angeli dipinti dal Boccati e quelli che il nostro artista effigiò nel Trittico della Chiesa abbaziale di S. Pietro in Assisi»; vede « l'influenza dell'Alunno nel San Francesco e San Bonaventura dal Gualdese apposti nella predella del Trittico datato con l'anno 1471 e dall'ex Convento di S. Nicolo oggi passato nella Pinacoteca Comunale di Gualdo. Nel Trittico di Nasciano, le figure della Presentazione » ricordano allo Gnoli « l'arte di Mariano d'Antonio, gli angeli quella di Sano di Pietro, le architetture di fondo negli scomparti occupati dall'Annunciazione quella di Benozzo Gozzoli, e il Bambino infine quella di Bartolomeo di Tommaso » . Poco dopo l'esposizione d'Arte Antica Umbra in Perugia, lo Gnoli tornò ad occuparsi di Matteo da Gualdo in una breve monografia, dove, in verità, egli si mostra troppo ingiusto con il Pittore Quattrocentista, per averlo voluto considerare più con l'arido e freddo criterio del tecnico che non con il diletto, lo spirito vasto e gli intendimenti molteplici del poeta e dell'artista. Scrive infatti lo Gnoli che « un complesso di cause estranee alle ragioni tecniche, hanno concorso a rendere noto questo Maestro molto più di quello che merita e che se egli non si fosse compiaciuto di apporre in molte sue opere la propria firma, sarebbe rimasto nell'oscura falange degli anonimi pittori di immagini votive e forse nessun critico avrebbe pensato a toglierlo dalla umile e numerosa schiera per contrassegnarlo di un nome convenzionale ». Prosegue assicurando che « se egli riprese da tutti i migliori maestri delle città vicine, non da tutti prese il meglio e sembra, che quasi si
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compiacesse di appropriarsene i difetti. Ma ciò nonostante le sue Vergini dal volto lungo e fino, dai tratti sottili, dal collo esile con crani allungati e pupille tonde da gatto, richiamerebbero più i maestri di Siena della metà del secolo XV che non quelli Umbri» di modo che lo Gnoli suppone che «Matteo, nella sua giovinezza, possa aver preso visione in Siena stessa delle opere che ispirarono la sua maniera». Aggiunge infine che «per la poca importanza che questo Maestro ha nell'arte, se ne è già troppo discorso; egli (dice lo Gnoli) dipinge male i corpi disegnandoli lunghi e scarni, piega bizzarramente le vesti come non avessero rispondenza con il corpo che rivestono, produce tipi brutti e talvolta ridicoli, ha qualche notizia di prospettiva lineare, ma gli scorci delle membra sono falsi, i piedi non sa disegnare né colorire e quindi, quando può, li nasconde; diversamente ne risultano dita ugualmente lunghe, distaccate e disposte a rastrello che sembrano trasparenti, come non avessero ossa; così pure le mani sono volgari e rattrappite; anche quando riesce a dar grazia alle sue figure, lo sforzo fatto risulta palese». Riconosce però lo Gnoli che « nella sua goffagine provinciale, ha qualche eleganza, qualche nota fresca e piacevole con notevole armonia e giustezza di colorito, specie negli Angeli » e aggiunge che « seguendo la tradizione Umbra, non dipinse che figure indipendenti le une dalle altre, anche quando le raggruppò in una parte o in un trittico »; che « non ebbe la forza e l'originalità dell'Alunno, la festosa giocondità del Boccati, la grazia dei Senesi»; che «fu inferiore a Pierantonio Mezzastris » e che « il suo posto nella pittura Umbra, è vicino a quello di un Ludovico de Urbanis o di un Ugolino da Foligno ». (14)
Ancora più tardi, in altra sua pubblicazione, Io Gnoli ripete che «Matteo da Gualdo muove dai Senesi, da Giovanni di Paolo specialmente », nota che « il suo più antico lavoro, il Trittico di Santa Margherita del 1462, ha un impronta Senese e reminiscenze di Girolamo di Giovanni», crede perciò che egli «a Siena soggiornasse qualche tempo, tanto che, ricordi di quella scuola, perdurano fino alle ultime sue opere ». Cita anzi il fatto che «nell'affresco di San Paolo in Assisi, del 1475, scompartisce la incorniciatura a finte pietre chiare e scure, come il Duomo di Siena ». Aggiunge poi che Matteo « deve molto ai maestri migliori delle città vicine »; che « Benozzesco è il fondo della Cappella dei Pellegrini del 1468, scompartito verticalmente da pilastri e orizzontalmente da un muro, dietro il quale s'innalzano i cipressi»; che «gli angeli ricordano Giovanni Boccati e Girolamo da Camerino»; che «il Padiglione sopra la Vergine del Trittico del 1471, lo ritroviamo in molte Madonne dell'Alunno »; che « il suo temperamento artistico, strano e provinciale, ma attraente e sincero, si avvicina a quello di Gianfrancesco da Rimini, del quale è un trittico con la Madonna fra San Girolamo e San Francesco nella Regia Galleria di Perugia, il quale, fino ad ora, ha portato il nome di Matteo » ; che infine « esercitò qualche influenza su Pierantonio Mezzastris, che da lui riprese quei putti festanti e recanti ghirlande». (15)
Mario Labò scrive che « se il critico d'Arte nella grande mostra
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Perugina poteva sorvolare sulle tavole dei molti pittori Umbri quattrocentisti già ben conosciuti e studiati, non poteva invece fare a meno di soffermarsi d'innanzi a quelle di Matteo di Pietro». Egli vede nel Gualdese « un fanciullino dipintore o, a volere essere indulgenti, un pittore ineguale che ci lascia perplessi avvicinando corpi grossi e contorti, con figure signorili e piene di grandiosità e di carattere e tali incoerenze » gli appaiono « non solo considerando fra loro le sue varie opere, ma anche le figure di uno stesso quadro ». Il Labò spiega ciò in una maniera invero troppo semplice, supponendo cioè che « Matteo da Gualdo sulle sue tavole possa aver lavorato in comunione con altri pittori della sua epoca». (16)
Anche un altro critico, Umberto Bianchi, dice «preferire di soffermarsi innanzi alle opere del Gualdese, pittore tipico emanante un sentimento eterno come la poesia e la cui scuola è di dolore, dolore umanamente inteso ed espresso nelle figure dalla singolare posa melanconica, con volto reclinato, la bocca amara, gli occhi socchiusi, mentre nello sfondo dei quadri, quale simbolo di un sentimento ispiratore dominante, s'erge il cipresso». Termina infine notando che « se nei pittori del quattrocento il misticismo, come una necessità psicologica, trionfò sempre sulla naturalezza, fissando l'espressione, la posa, il colorito, incatenando broccia e sentimenti, imponendo temi obbligati, leggi e consuetudini che degeneravano spesso in goffaggine, in Matteo da Gualdo invece, come in pochi altri della sua epoca, si notano i primi tentativi di ribellione a questo leggendario artificio e la tendenza verso una naturalezza più disinvolta e sincera ». (17) Anche Giustino Cristofani, critico d'arte e artista egli stesso, studiò i dipinti di Matteo nella Mostra Perugina non addimostrando certo molta indulgenza verso l'artefice di essi. Nota il Cristofani, che nell'opera portante la data 1462, proveniente dalla Pinacoteca di Gualdo, sono contenuti tutti i caratteri distintivi dell'arte di Matteo nelle forme e nello spirito: Teste lunghe con occhi piccoli, naso prolungato e diritto, bocche brevi, figure allungate e non sempre bene in equilibrio ma quasi cadenti, espressione imbronciata, panneggi duri e intralciati, colorito poco vivace. E più innanzi aggiunge che, in generale, la carnagione delle sue figure è pallida e fredda e le cornici delle sue tavole, considerate sotto l'aspetto architettonico, sono poveramente scompartite senza profusione d'intagli e di rilievi. Da tutto ciò deduce che il Gualdese è un artista debole, sebbene schietto nella sua infantile ingenuità e non privo quindi di una certa attrattiva, che ha qualche derivazione da Bartolomeo di Tommaso, da Giovanni Beccati e dagli Eugubini, ossia dalle scuole pittoriche delle città in mezzo alle quali trovavasi la sua terra natale, che esprime nella sua rozza maniera montanina qualche cosa di proprio e che la devozione un po' goffa dei suoi Santi, la maestà un po' accigliata delle sue Madonne, non possono far confondere tali dipinti con quelli di altri artisti a lui contemporanei. Il Cristofani nega l'influenza che, secondo il Cavalcaselle, Matteo da Gualdo avrebbe avuto sul Camerinese Girolamo di Giovanni, ma stima invece che quest'ultimo sia superiore a Matteo e che le affinità che si riscontrano tra i due
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pittori, si debbano alla comune loro derivazione dall'altro Camerinese Giovanni Boccati. Aggiunge infine, che l'artista Gualdese, non andò sempre più perfezionando l'arte sua, come è regola generale, ma che invece, dopo il periodo che va dal 1462 al 1468 e che corrisponde alla sua migliore attività, cominciò a declinare sino a dare il trittico della Chiesa di Nasciano, dove i S. S. Rocco e Sebastiano « hanno teste dall'espressione quasi animalesca e traballano sulle lunghe gambe stranamente piantate di sgembo ». Qualche tempo dopo, lo stesso Cristofani scriveva di Matteo da Gualdo, che egli fiorì nel più bel periodo della Rinascenza, ma che l'opera sua di modesto e ingenuo pittore popolare, perde ogni pregio se vieti giudicata alla stregua di confronti estesi fuori della cerchia paesana nella quale egli formò la sua maniera rozza, ma non priva di espressione e di un vivo senso decorativo; che tarde reminiscenze della scuola del Nelli, spunti Marchigiani tolti dal Boccati e da Girolamo di Giovanni, qualche influsso Senese derivategli da Ansano di Pietro e l'arte di Nicolo da Foligno, spiegano solo in parte certe qualità dei dipinti di Matteo, ma non le più caratteristiche. E aggiunge che egli conserva, per tutta la vita, il disegno schematico, i tipi convenzionali e la tecnica semplicista dei pittori votivi, cantando nel suo rude dialetto montanino, le spirituali laudi del popolo Umbro, senza velleità letterarie, senza aspirare a forme d'arte più evolute, ma però più lontane dall'anima popolare. Perciò i suoi dipinti interessano il folklore più che la storia dell'arte. Ma riconosce infine il Cristofani, che al potente soffio della Rinascenza non fu Matteo del tutto insensibile, poiché mentre l'Alunno, il Boccati, Girolamo da Camerino e Fiorenzo di Lorenzo, chiedevano ancora alle forme gotiche gli elementi architettonici dei loro polittici, il Gualdese scompartiva sin dal 1468 i suoi affreschi e le sue tavole con pilastri architravati o con archi a pieno centro, decorandoli con festoni di foglie e frutta e sovrapponendo alle cornici, putti ignudi che spargono fiori. Eccettuati però questi caratteri decorativi, Matteo di Pietro appare al Cristofani un tenace conservatore, che ignora quasi del tutto i progressi della pittura Perugina e accetta appena, timidamente, qualche novità introdotta dai vicini artisti di Camerino e di Foligno. (18)
Anche F. Mason Perkins, all'Esposizione di Perugia, rimase colpito dall'originalità di Matteo da Gualdo, del quale scrisse che, malgrado certe deficienze tecniche, costui rimane pur sempre, pel vero amante dell'arte Umbra, una delle più attraenti figure di tale Scuola. Egli spiega la poca fama dell'artista Gualdese, con la relativa rarità dei suoi lavori, col trovarsi questi quasi tutti in Gualdo Tadino o nei suoi dintorni e col giudizio poco favorevole che ne dette un tempo il Cavalcaselle. Si duole non potere subito iniziare un profondo studio su Matteo, analizzando lo strano ma innegabile fascino formato in gran parte da una nota eminentemente personale che si riscontra sempre nelle sue creazioni, nota personale che non riuscirono a cancellare neppure i molti e diversi influssi che agirono sull'arte sua emanati da altri pittori dell'epoca, come Bartolomeo di
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Tommaso, Antonio da Fabriano, Giovanni Beccati, Benozzo Gozzoli, Nicolo da Foligno, Mezzastris, Bonfigli, Giovanni di Paolo con la Scuola Senese del Sassetta. Anzi il Perkins dice che per la sua ingenuità, per la bizzarra immaginazione, per il suo amore di tipi e forme curio samente originali, Matteo da Gualdo può ben chiamarsi il Giovanni di Paolo della Scuola Umbra. Si meraviglia lo scrittore del multiforme sviluppo, della sorprendente differenza di stile che corre tra le varie opere dell'artista Gualdese e in prova di ciò egli presenta la tavola della Pinacoteca di Gualdo firmata e con la data 1462 che nella tecnica accurata, nel colorito metallico e profondo, nei curiosi particolari architettonici quasi ricorda lo Schiavone, e la confronta con l'altro trittico della Pinacoteca di Gualdo, pure firmato e con la data 1471, che mostra invece un fare largo e libero, una composizione eccessivamente semplice e rudimentale, dai tipi e dalle tinte assai simili a quelli dei Senesi Sano di Pietro e Giovanni di Paolo. Altro confronto fa tra il trittico della Chiesa di S. Maria di Nasciano, nel territorio Gualdese, e la grande tavola della Chiesa di S. Maria in Gualdo (oggi nella Pinacoteca Comunale) raffigurante un fantastico Albero Genealogico della Vergine, e una decorativa tavoletta pure nella Pinacoteca suddetta, dove si ammira un'Annunciazione e che reca segni evidenti di tardi influssi Fiorentini e Perugini. Il Perkins conchiude dicendo che difficilmente si riscontra un caso come questo e cioè di un artista che in un singolo gruppo di lavori, presenta tante varianti pur conservando la propria personalità, e con ciò spiega varie errate attribuzioni di opere non firmate, a proposito di Matteo da Gualdo.
Non era ancora spenta l'eco dell'Esposizione Perugina, che un altro grande critico d'arte, Adolfo Venturi, tornava ad occuparsi del Pittore Gualdese. Egli scriveva infatti che a costui « giunse qualche riflesso dell'arte di Piero della Francesco, insieme con esemplari di Girolamo di Giovanni e d'altri d'arte Senese, di Giovanni di Paolo e di Sano di Pietro ... Le sue figure si riconoscono facilmente tanto hanno stretta e schiacciata la testa, fuor del vero i corpi di locusta ... mostrano il difetto di accostar gli occhi stranamente e restringere le teste e i corpi in modo inverosimile. Quello strano squadro di proporzioni, fu proprio a Matteo da Gualdo, che ridusse in quelle sue forme le più ampie di Sano di Pietro ... e qualche volta anche mantenne, con le proporzioni, i tipi del Maestro Senese. E più innanzi il Venturi aggiungeva che errò chi volle cercar somiglianze tra l'arte del Folignate Bartolomeo di Tommaso e quella di Matteo, essendo quest'ultimo assai superiore al primo, come pure lo ritiene superiore all'altro Folignate Pierantonio Mezzastris.
Scrive anzi a tal proposito, osservando i dipinti dell'Oratorio annesso all'Ospedale dei Pellegrini in Assisi, dove i due artisti la vorarono insieme, che Matteo da Gualdo « nelle sue pitture trova forme festose e par che da Giovanni Boccali s'ispiri nel fare gli angeli ... in atto di pender festoni, di stender ghirlande, di prendere fiori da una cesta, ottenendo così una qualche vivezza decorativa ». E il venturi concludeva dicendo: «Pierantonio s'ingegnò ancora una volta, nella Chiesa di S. Anna in Foligno, di
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ripetere la gaia schiera dei fanciulli dipinti da Matteo da Gualdo nell'Oratorio dei Pellegrini in Assisi ... ma coi suoi grassi putti non riuscì a far festa » .(19)
Molti altri ancora studiarono e scrissero su i dipinti di Matteo da Gualdo, tra i quali Berenson, che non a torto rilevò anch'esso la parentela dell'arte di Matteo con quella di Girolamo di Giovanni da Camerino, ma credo che gli scritti qui sopra riportati, bastino a provare con quanti diversi intendimenti sia stata considerata dai critici l'opera artistica del Pittore Gualdese, e questa diversità di opinioni e di giudizi ci mostra solo una cosa, che cioè ciascun critico considerò Matteo sotto un personale ed unico punto di vista e non già alla stregua, come già dissi, di tutto un cumulo di circostanze, risultanti da condizioni di luogo e di tempo, di rigida tecnica e di benigna poesia, così come si conviene nel giudicare un artista che, oltre quattrocento anni or sono, visse ed operò nelle umili e mistiche terre dell' Umbria verde.
Le ricerche sulla vita e sulle opere di Matteo di Pietro, come si è detto appena iniziate dal Rossi nel 1872, m'invogliarono a praticarle in più vasto campo ed infatti, dopo avere pazientemente scorso, foglio per foglio, ben sessanta volumi manoscritti del nostro Archivio Notarile Antico, potei trame più di centocinquanta documenti, per la massima parte sconosciuti ed inediti, riferentisi alla vita di questo interessante ed originale Pittore Umbro.
Considerati isolatamente, tali documenti possono non avere grande importanza, ma nel loro insieme sono certo di notevole valore, poiché, anno per anno, anzi talvolta mese per mese, ricostruiscono e descrivono la vita di uno dei molti pittori Quattrocenteschi operanti nelle minori città dell'Umbria, sia nell'intimità della famiglia, sia nell'industrie e nei commerci, sia nella propria arte, sia nelle lotte politiche dell'epoca.
In genere, per la scarsezza di documenti, riesce impossibile, a distanza di secoli, poter fare consimili ricostruzioni biografiche e perciò la vita di Matteo da Gualdo è interessante, poiché, così fortunatamente riesumata dalle polverose e inesplorate carte dei nostri Archivi, può restare come esempio di quella di molti altri Pittori Umbri di quel secolo.
Dopo ciò, non ci resta che esporre in ordine cronologico, i documenti rintracciati, dopo i quali illustreremo dettagliatamente tutte le opere lasciateci dal Gualdese ed anche quelle oggi perdute, ma di cui ci è pervenuta memoria:
29 MAGGIO 1463. — Pietro di Angelello, originario di Sellano ma residente in Gualdo, promette in isposa a Matteo di Pietro Pittore, la propria figlia Pellegrina, con la dote di quattrocento fiorini, in ragione di quaranta bolognini per fiorino. Ma tale fidanzamento non dovette poi avere alcun seguito, oppure, subito dopo il matrimonio, Matteo rimase vedovo, poiché altra donna egli ebbe per moglie, come risulta da un documento che seguirà. (20)
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24 SETTEMBRE 1465. — Matteo di Pietro fa il suo primo testamento e doveva essere allora assai giovane, per cui tale atto fu probabilmente motivato o da una sua grave malattia o dall'essere quello tempo di peste o dal doversi egli accingere a qualche lungo e pericoloso viaggio. Con tale testamento lascia cinque soldi all'Altare Maggiore della Chiesa di S. Benedetto, nella quale vuole essere seppellito; lascia un fiorino «pro male ablatis»; per luminarie etc., durante i suoi funerali, vuoi che si spenda a beneplacito del suo erede; alla suddetta Chiesa di S. Benedetto lascia un vestito da uomo di colore rosaceo ed a quella di S. Margherita un consimile vestito, mentre per ornamento della Chiesa di S. Francesco, a titolo di espiazione dei suoi peccati, dona la somma di due fiorini. Un pezzo di panno di lino, atto a far camici per celebrar Messa, si sarebbe dovuto distribuire fra quelle Chiese che avrebbe designato il suo erede. Sempre alla Chiesa di S. Francesco, da un lenzuolo grande per far camici da Messa o consimili abbigliamenti sacerdotali ed all'Ospedale di S. Giacomo, una certa quantità di stoffa di canapa per far lenzuola. Alla Chiesa di S. Maria degli Angeli d'Assisi, destina una cinturella colorata e ricamata in argento, nonché alcuni pezzi di questo metallo ed una tovaglietta. Vuole che si venda un vestito nuziale di color monachino ed una camorra (specie di vestito allora in uso) di color bruschino e ad uso di donna, dovendosi distribuire poi il denaro ricavato, per amor di Dio, nel modo che vorrà il suo erede. Lascia poi in legato a Donna Bartolomea di Ranaldello, due terreni in località indeterminata ed alle figlie di Angelo di Ranaldello, una cintura ricamata in argento. Ad un tal Benedetto ed al fratello di questo, assegna una coperta da letto azzurra e bianca, una clamide con scapolare da uomo, un guarnello (specie di vestito) da uomo e di color bruschino, più tre fiorini di quaranta bolognini l'uno. A Giacomo di Silvestre di Assisi, cede tutti i diritti che aveva su di una casetta posta in quella città nella strada di S. Chiara; a Fino di Giuliano dona una giornera di color paonazzo, più un letto di legno ed un berretto; a Gioacchino di Giuliano un altro berretto ed a Maestro Benedetto; da Camerino due fiorini. Finalmente delega, quali suoi esecutori testamentari, Gioventino di Andrea ed il Notaio rogante quest'Atto, Luca di Ser Gentile, ai quali assegna, pro labore et mercede, venti bolognini per ciascuno e nomina Giuliano di Costantino suo erede universale. (21) 14 NOVEMBRE 1465. — Essendosi i Monaci della Badia di S. Benedetto in Gualdo riuniti in Capitolo, Matteo di Pietro con due compagni, interviene quale testimonio nella stipulazione dell'Atto notarile che autenticava le deliberazioni prese dai Monaci. (22)
1 FEBBRAIO 1467. — Andrea di Giovanni di Elemosina, del Castello di Crocicchio, promette al nostro Pittore la figlia Santa in isposa, assegnandole altresì come dote, trenta fiorini di quaranta bolognini l'uno, e da parte sua il Pittore dichiara di accettare per moglie la stessa Santa dando in garanzia tutti i suoi beni. Ma da altri
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documenti, che qui tra poco descriveremo, ci risulta invece che la figlia del suddetto Andrea di Giovanni di Elemosina sposatasi con Matteo, chiamavasi Margherita. Quindi bisogna supporre che, o per ragioni ignote, ad esempio per la morte di Santa, il Pittore sposò invece una di lei sorella chiamata Margherita, o che la sposa portava promiscuamente i due nomi suddetti. (23) 20 AGOSTO 1467. — Matteo di Pietro compera da Gentile di Ser Crispiano da Gualdo un terreno lavorativo, più una canepina, nella Parrocchia di Cajano, nel vocabolo Isola, per il prezzo di dodici fiorini e trenta bolognini. (24)
11 GIUGNO 1468. — Dichiara di aver ricevuto dal suocero, il su nominato Andrea di Giovanni di Elemosina, venticinque fiorini, quale dote dallo stesso Andrea concessa alla propria figlia Margherita moglie di Matteo, con la clausola, che detta dote, si sarebbe dovuta restituire nel caso di scioglimento del matrimonio per morte, per divorzio o per altra legittima causa, non esistendo figli o esistendone minori di due anni di età, a seconda degli Statuti Gualdesi e perciò obbligandosi il nostro Pittore con ipoteca su i propri beni. (25)
30 GIUGNO 1468. — Compera da donna Michelina vedova di Villano Mancini da Gualdo e dalla di lei figlia Elena un terreno lavorativo della misura di un modiolo, otto tavole e sessantacinque piedi, posto nella Parrocchia di S. Benedetto o Cajano, in vocabolo Le Pezze e Fossiano o Padule confinate con lo stesso compratore, la strada della Fiammegna (Flaminia) etc. per il prezzo di dieci fiorini e trentaquattro bolognini. (26)
2 APRILE 1469. — Vende a Renzo di Nicoluccio, del Castello di Pieve di Compresseto, una vigna posta nei dintorni di questo Castello, in vocabolo Buzaneto, per il prezzo di sei fiorini. (27)
4 OTTOBRE 1470. — Viene eletto arbitro, insieme a certi Domenico di Jacopo e Cristoforo di Biagio, per comporre una difficile vertenza, insorta tra parenti nella divisione di vari beni. (28)
26 NOVEMBRE 1470. — A nome di Marina, Angelina e Vica, figlie ed eredi della fu Bartolomea di Sante da Gualdo, Matteo di Pietro fa quietanza a Facondino di Angelo Sibotte, di un vestito azzurro e di un piumaccio di piume, concessi alla suddetta Bartolomea da tale Andromica già moglie del detto Facondino, come da testamento rogato per mano del notaio Antonio di Lello da Gualdo; nonché fa quietanza di certo grano avuto dalla suddetta Bartolomea, dichiarando infine di rilasciare dette quietanze affinchè fosse palese, che il già ricordato Facondino, aveva ottemperato al suo debito verso Bartolomea, per quanto si riferiva al vestito, al piumaccio ed al grano. (29)
19 OTTOBRE 1471. — I Priori del Comune di Assisi, rilasciano a Matteo di Pietro due bollette, una di fiorini dodici «pro mercede
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sui laboris picture quindecim armorum » e l'altra di un fiorino e mezzo « pro pictura armorum sculptorum in lapide affixorum in pariete pa latii novi». Matteo aveva infatti dipinto lo stemma del nuovo Ponteficie Sisto IV e forse quelli dei suoi Ufficiali, nei luoghi principali della città e propriamente cinque armi sulla facciata del Palazzo dei Priori, cinque sopra la Porta di S. Pietro e cinque sulla Porta Nuova. Il saldo delle su citate bollette, gli veniva poi fatto dal Tesoriere di Assisi, con fiorini undici e soldi venticinque, il 30 Aprile dell'anno seguente. (30) 25 NOVEMBRE 1471. — Vende al Gualdese Mariotto di Sante di Bernardo Mosca, una casetta posta in Gualdo, nel Quartiere di Porta S. Martino, presso l'abitazione dello stesso compratore per il prezzo di due fiorini, calcolati, come al solito, di quaranta bolognini ciascuno. (31)
30 DICEMBRE 1471. — Compera una vigna nel territorio di Pastina, nel vocabolo Macerigno, da Domenico di Nicoluccio di Becchetto e dal di lui figlio Francesco, per il prezzo di sedici fiorini. (32)
19 SETTEMBRE 1473. —I fratelli Nanni, Vico, Nicolo e Marco, figli di Biagio Brozi, possedendo indiviso insieme al Pittore Matteo un podere nella Parrocchia di Monterampone, in vocabolo Vallium, ricevono da Matteo stesso l'incarico di lavorare a cottimo, anche la metà del podere a lui spettante, e ciò per la durata di dodici anni a cominciare dall'Agosto del 1474. I quattro fratelli si obbligano, da parte loro, di corrispondere ogni anno a Matteo, per la metà del podere ad essi ceduta in lavorazione, sette mine di grano secondo la misura in uso nel Comune di Gualdo e d'altra parte il Pittore promette, durante i dodici anni suddetti, di non annullare il contratto con essi stabilito e di mantenerli nei loro diritti, sotto pena di cinquanta ducati di multa. Contemporaneamente si riconosce a ciascuna delle parti anche il diritto di potere costruire una casa di abitazione nel suddetto podere. (33)
10 LUGLIO 1474. — Matteo di Pietro appare quale testimonio in un Atto notarile (vendita di un oliveto). (34)
1 NOVEMBRE 1474. — Di nuovo funge da testimonio, con due compagni, in altri due Atti rogati dal notaio Luca di Ser Gentile, nel Chiostro di S. Donato. (35)
8 FEBBRAIO 1476. — In presenza del Podestà di Gualdo, da il proprio consenso, quale parente di donna Polisena, figlia di Francesco di Maestro Antonio di Ser Paolo da Gualdo, affinchè alla stessa sia assegnato, quale Curatore, Antonio di Nicolo Paccie. (36)
27 APRILE 1476. — Torna a figurare, come testimonio con due altre persone, in un Istrumento riguardante la vendita di un terreno. (37)
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28 APRILE 1476. — Insieme ad un compagno, funge ancora da testimonio, davanti al notaio Piero di Mariano Muscelli, in una costituzione di dote. (38)
8 AGOSTO 1476. — La stessa funzione compie, con altri sei individui, nel Castello di Crocicchio, vocabolo Colle S. Pietro, in occasione di un Atto testamentario, dettato da Giuliana di Andrea di Bartolomeo da S. Pellegrino. (39)
11 AGOSTO 1476. — Matteo di Pietro, trovandosi ancora in Crocicchio presso la famiglia di sua moglie, vuoi rinnovare anch'esso il suo testamento, così disponendo di sé e dei propri beni: II suo corpo, morendo in Gualdo, si sarebbe dovuto seppellire nella Chiesa di S. Benedetto. Lascia « pro ultimo juditio » dieci soldi, e venti «pro male ablatis», e per cera, luminarie, etc. durante i suoi funerali, quello che avrebbero stabilito i di lui esecutori testamentari. Vuole che si fosse fatto fare un palio per l'Altare Maggiore della Chiesa di S. Benedetto, adibendo a tale uso, il vestito migliore di color rosa che a lui apparteneva. Per la stessa si sarebbe dovuto confezionare un camice, adoperando certa stoffa sottile che egli aveva in casa di donna Caterina, vedova di Angelo Scaturzi. E similmente lascia alla Chiesa di S. Benedetto, alcuni oggetti che si trovavano conservati in un suo cofano e che erano indicati e descritti, per mano dello stesso testatore, in un registro nel quale egli soleva annotare i suoi crediti ed i suoi debiti. Ordina poi, che per tre anni, nell'anniversario della sua morte, si distribuissero ai poveri venti bolognini, e che a Margherita, sua moglie, fosse restituita la somma di venticinque fiorini che portò in dote, con l'aggiunta di altri otto fiorini per suo conto. Ma volendo detta Margherita mettere in comune la propria dote con i beni degli eredi universali di Matteo, mantenendosi contemporaneamente vedova e onesta, allora la stessa doveva essere accolta, vita naturale durante, nella famiglia di questi eredi, con diritto di amministrarne i beni ereditati. A Paola ed alla sorella di questa, figlie del fu Donato di Antonio Cagni da Gualdo, lascia i diritti che egli aveva su di una cavalla, su di una polledra e su di un muletto, da lui posseduti in soccita, con i figli di Filippo di Baldo di Maltento, come risultava da rogito del notaio Ser Andrea di Angelo da Gualdo. E se detta Paola e sorella morissero senza figli ed eredi viventi, allora di questi suoi diritti sul valore delle tre bestie, la metà sarebbe andata agli eredi del suddetto Antonio Cagni e l'altra metà alla Chiesa di S. Donato di Gualdo per restauri. Ordina che sia anche soddisfatto un suo voto emesso a favore delle Chiese di S. Maria di Loreto e di S. Bernardino di Aquila e lascia inoltre venti bolognini, per ornamento della Chiesa di S. Maria di Scirca, sulle cui pareti si ammirano anche oggi alcuni affreschi di Matteo. Delega quali suoi esecutori testamentari, con piene facoltà, Giacomo di Cecco D'Assisi, Francesco di Maestro Antonio di Ser Paolo e Giacomo di Maestro Antonio Sgarigli da Gualdo. Nomina, dopo tutto ciò, suoi eredi universali i figli Michelangelo e Girolamo
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e la figlia Antonia, con queste condizioni, che se alcuno di essi morisse senza figli legittimi, la quota ereditaria « recadat de uno in alium vel aliam » e che se tutti morissero senza figli viventi, allora i beni ad essi spettanti si sarebbero dovuti distribuire nel modo seguente: Alla Chiesa di S. Francesco di Gualdo si sarebbe data una vigna posta nel territorio Gualdese, in vocabolo Macerigno, confinante con Gabriele di Andrea Rossi, con gli eredi di Antonio Cagni e con Francesco di Domenico Becchetti, ma a condizione che la Chiesa non avesse poi potuto, in qualsiasi tempo, rivenderla o comunque alienarla e che se questo si facesse contrariamente alla sua volontà, allora tale Atto si doveva considerare nullo e la vigna sarebbe passata in proprietà dell'Ospedale di S. Giacomo di Gualdo. Similmente a Fiorano, a Domenico e ad altri due loro fratelli carnali, tutti e quattro figli del fu Benedetto di Sante da Camerino, abitanti nel Castello di Montirolo, nepoti del testatore, sarebbe stata concessa una casa posta in Gualdo, nel Quartiere di Porta S. Martino, confinante da due lati con la via, con la casa di Piero Lombardo e con la propria abitazione, in altre parole quella casa che egli aveva comperata da Giovanni di Antonio da Siena, da non confondersi però quest'ultima, con altre due case contigue, pure appartenenti allo stesso testatore. Ai suddetti Fiorano, Domenico e fratelli, sarebbe stata concessa anche una vigna ed un campo limitrofo, in vocabolo Fossiano o Padule, confinante con gli eredi di Pietro di Matteo, con Gabriele di Andrea Rossi e con la via, ma a condizione che, almeno uno dei suddetti, avesse abitato sino alla morte, nella casa come sopra ad essi donata e ciò non facendosi, prescriveva che gli stessi, dei beni del testatore, dovessero avere soltanto un fiorino, del valore di quaranta bolognini e null'altro. Ad Angelina, moglie di Ciolo di Giacomo ed a Nicolosa e Marietta e Giovanna, figlie di Marino di Bartolomeo, si sarebbe elargito un fiorino per ciascuna e ad Antonio, a Bernardo e ad Angelo di Andrea di Giovanni di Elemosina da Crocicchio (suoi cognati) due fiorini per persona. Sempre nel caso che i suoi figli morissero senza prole, sarebbe stato dichiarato suo erede universale Giacomo di Cecco di Silvestre d'Assisi suo nepote, con il diritto di poter disporre, nel modo più ampio, di tale eredità. Se però Giacomo morisse prima dei su nominati figli del testatore, allora tutti i suoi beni, sarebbero dovuti andare per metà alla Chiesa di S. Francesco di Gualdo e per l'altra metà all'Ospedale di S. Giacomo dello stesso luogo, istituendo in tal caso amministratore di detti beni, Frate Angelo della Valle di Boschetto per la Chiesa di S. Francesco e Giacomo di maestro Antonio per l'Ospedale, dovendo però costoro amministrare detta eredità per evidente vantaggio di questi due Enti. Dichiara infine di annullare il precedente suo testamento, esteso per mano del notaio Luca di Ser Gentile da Gualdo, che già descrivemmo. Il presente Atto testamentario, appare rogato in una capanna davanti la Porta del Castello di Crocicchio, patria della moglie di Matteo. Vi sono nominati, come testimoni, Don Bartolo di Gioventino, Gentile di Ser Crispiano da Gualdo, Matteo di Pietruccio, Benvenuto di Filippo, Nicola di Benedetto di Pietro, |
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Antonio dì Bartolomeo di Benedetto e Andrea di Bartolomeo Niri da Crocicchio. (40)
23 AGOSTO 1476. — Nella Chiesa di S. Michele Arcangelo in Crocicchio, Matteo di Pietro, insieme a Biagio di Paolo Meze da Caprara, interviene come testimonio in un Istrumento notarile, consistente nella divisione di alcuni beni mobili e immobili posseduti in comune tra Andrea di Giovanni di Elemosina, suocero dello stesso Matteo, da una parte, e dall'altra parte Elemosina, Pietro e Giovanni, nepoti carnali del suddetto Andrea, essendo figli del di lui fratello Gaspare, nonché Jacopo figlio di Lazzaro, il quale ultimo era fratello dei sopra nominati Elemosina, Pietro e Giovanni, tutti residenti in Crocicchio e anch'essi parenti della moglie di Matteo di Pietro. Durante la stipulazione dell'Atto, al Pittore come pure al suo compagno Biagio di Paolo Meze, presenti come testimoni, si da anche l'incarico di giudicare inappellabilmente, quali arbitri, su di una vertenza riferentesi alla restituzione della dote di Angela, moglie del suddetto Andrea, dote che in parte era servita per acquistare sette terreni, i quali, essendo passati a far parte del patrimonio comune, venivano ora da questo separati prima della divisione e riconsegnati ad Andrea ed a sua moglie Angela. Matteo di Pietro e Biagio di Paolo Meze, avrebbero dovuto appunto dichiarare, quale somma o in danaro o in terreni, si sarebbe dovuta dare ancora ad Andrea ed alla moglie Angela, per completare la restituzione della dote che quest'ultima aveva versato nel patrimonio comune. (41)
27 AGOSTO 1476. — In conseguenza dell'Atto precedente in data 23 Agosto 1476, le parti in causa, per opera di Matteo di Pietro e di Biagio di Paolo Meze, avendo effettuata la divisione dei beni posseduti in comune ed essendosene rilasciata scambievolmente finale quietanza, danno di nuovo mandato agli stessi Matteo di Pietro e Biagio di Paolo di decidere inappellabilmente, quali arbitri, anche su alcune questioni secondarie, inerenti alla divisione suddetta, che erano rimaste insolute. (42)
27 AGOSTO 1476. — Matteo di Pietro e Biagio di Paolo Meze, ottemperando al mandato ricevuto con il già descritto Atto del 23 Agosto 1476, ascoltate e ponderate le ragioni delle due parti, dopo avere invocato Cristo, la B. V. Maria e S. Michele Arcangelo Patrono di Gualdo, emettono definitivamente in Crocicchio la loro sentenza, giudicando che Andrea di Giovanni di Elemosina, e la di lui moglie Angela, a saldo di restituzione di dote, debbono ancora avere quattro fiorini e ciò nel termine di quattro anni. (43)
28 AGOSTO 1476. — Matteo di Pietro e Biagio di Paolo Meze, in adempimento dell'arbitrato ad essi commesso con il primo dei due su descritti Rogiti aventi la data 27 Agosto 1476, presa visione delle questioni rimaste insolute tra le parti in causa, invocato l'aiuto celeste, pronunziano in modo definitivo la loro sentenza. (44)
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642 - PARTE TERZA - Miscellanea
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1 FEBBRAIO 1477. — Matteo di Pietro nomina Feliziano di Costantino da Gualdo, quale suo procuratore per agire davanti al Giudice di quest'ultima città, contro gli eredi di Facondino Sibocte. (45)
6 LUGLIO 1477. — Trovasi come testimonio, con altro individuo, in un rogito notarile consistente in una promessa di matrimonio. (46)
24 NOVEMBRE 1477. — Andrea di Giovanni di Elemosina, suocero di Matteo di Pietro, fa testamento e nomina quest'ultimo suo esecutore testamentario, insieme a due altre persone. (47)
29 MAGGIO 1478. — E' chiamato come testimonio, con tre compagni, in un rogito, con cui un tale, dichiara di aver ricevuto un assegno a titolo di dote. (48)
7 DICEMBRE 1478. — Con tale data esistono due Atti notarili riguardanti Matteo di Pietro: Con il primo Atto si premette che tal Restore del fu Angelo da Gualdo, aveva istituito suo erede universale il concittadino Marco di Angelo Fabbri e che nello stesso tempo, alla propria moglie Berardina di Ciolo di Jacopo, aveva concesso il diritto di aver vitto, vestito ed abitazione nella casa maritale, finché si fosse onestamente mantenuta vedova, durante cinque anni; autorizzandola altresì a ritenere presso di sé, a spese del testatore, il suo fratello Antonio e, nel caso passasse ad secunda vota, lasciavale la camera, i vestiti e tre terreni, come da testamento e codicilli rogati dal notaio Ser Gaspare di Raniero, più venticinque fiorini, dovendosi però affidare tutto ciò, per conto di Berardina, al di lei procuratore Maestro Matteo di Pietro Pittore. Nel secondo Atto poi si ricorda anzi tutto che, ad istanza di quest'ultimo, dal Giudice di Gualdo era stata emanata una sentenza contro il suddetto Marco di Angelo Fabbri, a proposito di un orto facente parte dei beni lasciati dal fu Restore di Angelo già sopra ricordato, orto posto nel Quartiere di Porta S. Donato e che contro tale sentenza, Marco di Angelo Fabbri aveva interposto appello, affidando la causa al Castellano della Rocca di Gualdo. Volendo ora le parti recedere dalla lite in corso, evitando così ulteriori spese, il Pittore Matteo e David del fu Restore da Perugia, del Quartiere di Porta Sole, quest' ultimo quale procuratore del suddetto Marco, stabilivano quanto appresso: Veniva interrotta ogni lite annullandosi così la sentenza come l'appello e perdonandosi scambievolmente ogni passata offesa, salvo eventuali rifazioni per danni ed interessi. L'orto in contrasto restava in proprietà di Matteo Pittore. Quest'ultimo, per tale cessione, versava in mano del procuratore di Marco la somma di otto fiorini, che il procuratore stesso confessava di avere già ricevuto da Matteo e di averli versati a donna Berardina, vedova del su ricordato Restore di Angelo, in conto di venticinque fiorini che detta vedova, come risulta dall'Atto precedente, doveva avere da Marco quale erede di Restore. I due Rogiti suddetti, con la stessa data 7 Dicembre 1478, sono completati dal relativo Atto di quietanza, rilasciato a Matteo di Pietro da Marco di Angelo Fabbri. (49)
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643 - PARTE TERZA - Miscellanea
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1 GENNAIO 1479. — Matteo di Pietro vende a donna Francesca, figlia di Tommasso di Giovanni Elemosina, vedova di Bartolomeo di Melchiorre e a donna Elisabetta, vedova di Filippo di Melchiorre Granella da Gualdo, un orto posto presso le mura di questa città, per il prezzo di sette fiorini, a quaranta bolognini per fiorino. (50)
4 FEBBRAIO 1479. — Compera da donna Elisabetta, figlia del fu Ser Antonio di Lorenzo e vedova di Ser Pier Giovanni di Ser Ludovico da Gualdo, un terreno sodivo nella Parrocchia di Santa Croce, in vocabolo Prati, e ciò per il prezzo di un fiorino e mezzo. (51)
21 FEBBRAIO 1479. — Nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto in Gualdo, si raduna il Capitolo di quei Monaci ed al conseguente Atto notarile, assiste, quale testimonio, Matteo di Pietro con quattro compagni. (52)
3 MARZO 1479. — Con altri due si ritrova, come testimonio, in un Istrumento comprovante il versamento di un assegno dotale. (53)
12 MAGGIO 1480. — Matteo di Pietro con Vico di Brozzo da S. Pellegrino da una parte e Nicolo alias Mazolo da Monterampone nel Comune di Gualdo dall'altra parte, essendo in lite a proposito di alcune loro possessioni ed avendo sottoposto tale lite al giudizio di due arbitri e cioè di Betto da Monterampone e di Monaldo di Melchiorre da Gualdo, si presentano ora al Podestà di Gualdo, Pier Domenico de Leopardis da Osimo, dichiarando di accettare la sentenza arbitrale ed obbligandosi, se a questa dichiarazione venissero meno, a pagare una multa di dieci ducati, da destinarsi metà alla Camera Apostolica e metà al Comune di Gualdo, per restaurare le mura civiche. (54)
25 MAGGIO 1480. — E' testimonio, con altro cittadino, in un Atto notarile (pagamento di una dote) esteso nel Chiostro di S. Benedetto in Gualdo. (55)
11 DICEMBRE 1480. — Con altra persona, è chiamato quale testimonio, nell'Atto di nomina di un Procuratore. (56)
8 gennaio 1481. Figura nuovamente fra i testimoni di un atto testamentario. (57)
13 GENNAIO 1481. — Ser Giovanni di Ser Antonio, Nercolo di Angelo di Paolo, Vittorio di Bartolomeo di Nicolo della Porta, tutti da Gualdo, nominano loro Procuratore generale Matteo di Pietro, specialmente per curare la vendita di alcuni terreni che possedevano nella Parrocchia di Umbrano. (58)
14 GENNAIO 1481. — In questo documento si ricorda anzi tutto, che tra Matteo di Pietro e Nicolo alias Mazolo da Monterampone, esisteva una vertenza a causa di due terreni, posti nella stessa Parrocchia di Monterampone, nei vocaboli Colle Gennaro e
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Sterpeto, vertenza che, assai probabilmente, è quella stessa a cui si riferisce il precedente documento in data 12 Maggio 1480. Volendo ora le due parti venire ad un accordo, nominano nuovi arbitri in persona di Giuliano di Costantino per Matteo e di Angelo di Gentile per Nicolò, promettendo di attenersi, senza alcun appello, al giudizio arbitrale, sotto pena, per l'inadempiente, di venticinque ducati, da devolversi per metà alla parte osservante e per l'altra metà al Comune di Gualdo, a scopo di restauro delle mura civiche. Nello stesso tempo le parti nominano, quale loro Procuratore, Bartolomeo di Stoppolone da Gualdo, per la ratifica, applicazione ed esecuzione della sentenza che sarà emessa dai due arbitri su nominati. (59)
15 GENNAIO 1481. — In relazione con il precedente Atto del 14 Gennaio, davanti a Ser Polo, Luogotenente del Podestà di Gualdo, Matteo di Pietro stipula la pace con Nicolo detto Mazolo da Monterampone. Le due parti si obbligano per loro stesse e per i propri figli ed eredi, di non più offendersi scambievolmente, in qualunque modo, per l'avvenire, pena la multa di cinquecento libbre di denari. Si nominano a tale scopo, quali fideiussori, per Matteo, Giuliano di Costantino da Gualdo e per Nicolo detto Mazolo, Bartolomeo di Angelo. Nello stesso tempo, i due contendenti, garantiscono con i propri beni, i suddetti fideiussori ed in tale garanzia, con Nicolò, intervengono anche i di lui figli Bernardino e Tommaso. (60)
21 GENNAIO 1481. — In occasione del fidanzamento di Giovanna, figlia di Angelo di Ranaldello, altrimenti detto Angelo delle Marmole, con Antonio figlio di Betto di Antoniuccio da Gualdo, si nominano, quali delegati a stabilire la dote di Giovanna, Matteo di Pietro e Cenzio di Evangelista da Gualdo, i quali fissano detta dote, nella somma di dieci fiorini, a quaranta bolognini per fiorino. (61)
29 GENNAIO 1481. — Per effetto del su descritto Atto in data 13 Gennaio 1481 e quindi investe di Procuratore, Matteo di Pietro vende a Valentino di Nicolò detto Bachantonìo da Maccantone, un terreno sodivo, prativo e lavorativo, della misura di due modioli, posto nella Parrocchia di Umbrano, vocabolo Vignoli. La vendita si effettuava per il prezzo di quattro fiorini in moneta della Marca. Dei quattro fiorini, uno per ciascuno spettava ai tre venditori suddetti e il quarto, come compenso, al loro Procuratore Matteo. (62)
7 FEBBRAIO 1481.— Interviene, con altri testimoni e anch'esso come tale, alla firma di un testamento. (63)
13 FEBBRAIO 1481. — Certo in relazione con i precedenti Atti in data 12 Maggio 1480, 14 e 15 Gennaio 1481, Nicolo alias Mazolo da Monterampone, nomina suo Procuratore generale Bernardino di Gaspare da Gualdo, nella lite che, davanti al Podestà Gualdese, egli aveva ancora contro Matteo di Pietro. (64)
18 MARZO 1481. — Domenico di Giacomo di Angelo da Gualdo, dichiara di tenere presso di sé quattro fiorini e mezzo (di quaranta
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bolognini Marchigiani ognuno) che avrebbe dovuto pagare dal Gennaio 1482 al Gennaio 1483, al Pittore Matteo di Pietro, dietro sua richiesta e per conto di Berardino e Tommaso, figli di Nicolo detto Mazolo, i quali da parte loro, esoneravano il su nominato Domenico da ogni responsabilità, garantendogli l'autorizzazione e la ratifica, per tale Atto, anche da parte del loro padre. Dopo tale dichiarazione, Matteo di Pietro cede in perpetuo ai due fratelli Berardino e Tommaso, che accettavano non solo a nome proprio ma anche per conto del padre Nicolo, due terreni della misura di quattro modioli ciascuno, nella Parrocchia di Monterampone, nei vocaboli Colle Gennaro e Sterpeto e la cessione avveniva per il suddetto prezzo di quattro fiorini e mezzo. E' evidente che con tale vendita si poneva fine alla lunga lite vertente tra il Pittore e Nicolo detto Mazolo, lite di cui abbiamo descritto le vicende nei documenti che precedono. (65)
29 GIUGNO 1481. — Matteo di Pietro nomina Ser Bernardino di Pietro, quale suo Procuratore, per agire contro Maestro Giovanni de Buta da Forlì, già Podestà di Gualdo. (66)
31 DICEMBRE 1481. — A seguito del precedente documento in data 18 Marzo 1481, Matteo Pittore dichiara ora di aver ricevuto da Tommaso di Nicolo detto Mazolo, due fiorini e mezzo sulla somma totale di quattro fiorini e mezzo, di cui era depositario Domenico di Giacomo alias Pochette e detto pagamento veniva effettuato dal suddetto Tommaso anche a nome del proprio fratello Berardino e del padre Nicolo. Quanto ai restanti due fiorini, Matteo di Pietro autorizzava il depositario Domenico di Giacomo a pagarglieli, anziché entro i termini stabiliti con il precedente contratto, nella ricorrenza invece della festa di S. Michele Arcangelo, ossia il giorno 8 Maggio venturo. (67)
11 FEBBRAIO 1482. — Matteo di Pietro, con altre due persone, alla presenza del Podestà Gualdese Piermatteo dei Paoletti da Gubbio, nella Chiesa di S. Francesco in Gualdo, funziona da testimonio in un Atto notarile consistente nella vendita di una casa. (68)
10 AGOSTO 1482. — Matteo di Pietro autorizza il Notaio Pierantonio di Ser Giovanni Durante, ad annullare i due Atti già descritti in data 18 Marzo e 31 Dicembre 1481, essendo stato anticipatamente pagato a saldo, dei quattro fiorini e mezzo a lui spettanti, secondo quanto risultava dagli stessi due Atti. (69)
10 AGOSTO 1483. — Si premette che era insorta una questione tra Matteo di Pietro da una parte e dall'altra Berardo, Antonio ed Angelo, figli di Andrea di Giovanni di Elemosina da Crocicchio, fratelli carnali di Margherita moglie di Matteo, nonché Elemosina e Giovanni figli di Gaspare di Giovanni di Elemosina, cugini quindi della stessa Margherita, i quali ultimi intervenivano anche come tutori dei figli ed eredi di Lazzaro e Pietro loro defunti fratelli. La vertenza era insorta in occasione della raccolta del grano, fatta
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durante tre anni, in un podere venduto a Matteo di Pietro dal suocero, il suddetto Andrea di Giovanni di Elemosina e dal di lui fratello Gaspare, ambedue genitori dei su nominati avversari di Matteo. Volendosi ora comporre tale vertenza, le due parti in causa nominano, di comune accordo, quale arbitro, Pierantonio di Ser Giovanni da Gualdo, dichiarando altresì di rimettersi inappellabilmente al suo giudizio. (70)
23 GENNAIO 1484. — Matteo di Pietro, dal Giudice del Comune di Gualdo, è nominato Curatore di donna Flora, figlia di Antonio di Andrea di Giovanni di Elemosina da Crocicchio e quindi nepote della moglie dello stesso Matteo. A tale nomina danno personalmente il proprio consenso Berardo di Andrea da Crocicchio, zio di Flora, Giacomo di Cristoforo pure da Crocicchio e Berardino di Ludovico Accomanduzzi da Gualdo, anche questi due ultimi parenti della stessa Flora. Si addiviene alla suddetta nomina, perché, in occasione del suo prossimo matrimonio, dovendo Flora stipulare un Atto notarile per la sistemazione di alcuni suoi diritti su i beni paterni e materni, non avrebbe potuto ciò fare da sola e senza un Curatore, essendo di età superiore ai dodici anni, ma minore di venticinque, secondo quanto prescrivevano le disposizioni statutarie allora vigenti in Gualdo. Matteo accetta l'incarico e promette di bene e fedelmente eseguirlo nell'interesse della nepote di sua moglie. (71)
25 FEBBRAIO 1484. — Funge da testimonio, con due suoi compagni, in un Atto notarile rogato nella Piazza del Comune in Gualdo, per l'affitto di un forno. (72)
29 FEBBRAIO 1484. — I Rettori delle Arti del Comune di Gualdo, per conto del Comune stesso, donano a Matteo di Pietro, in ricompensa dei servigi da lui resi alla Patria e per avere ben meritato dei Priori e del Popolo, i seguenti beni di proprietà Comunale e cioè: Tutto ciò che il Comune possedeva nella Parrocchia di Caprara secondo i suoi reali confini. Tutto ciò che possedeva nella Parrocchia di Pierle, in vocabolo Piaggia dei Sassi, presso il torrente Arone. Un terreno nella parrocchia di Umbrano, vocabolo Lete, presso il confine Nocerino. Dieciassette modioli di terra nella Parrocchia di Morano, nel vocabolo Monterampone. Ignoriamo però quali importanti servigi avesse Matteo reso al paese nativo, per esserne ricompensato con un dono così cospicuo. (73)
1 MAGGIO 1484. — Come testimonio, è chiamato con due com pagni, in un Istrumento consistente nella nomina di un Procuratore. (74)
17 GIUGNO 1484. — Matteo di Pietro stipula un accordo con tale Paolo di Pietro Tei, detto Tempesta, del Castello di Caprara, con il quale era già in lite a causa di un orto dell'estensione di cinque tavole, posto nel suddetto Castello, nonché a causa di una soccita di porci, gestita da Paolo stesso per conto di Matteo. Per effetto di tale accordo, Paolo cedeva a Matteo in proprietà l'orto su indicato e
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Matteo, da parte sua, rilasciava a Paolo la suddetta azienda di porci, con ogni diritto ad essa pertinente, per il prezzo di otto fiorini, da pagarsi entro il termine di cinque mesi. (75)
27 FEBBRAIO 1485. - Matteo di Pietro, insieme a Ser Giovanni di Ser Antonio, è eletto arbitro nella composizione di un dissidio, insorto tra Gabriele di Andrea Rossi e Giovanni di Angelo da Camerino, da una parte, e Gioventino fratello del suddetto Gabriele, dall'altra parte, dissidio scoppiato a proposito di alcuni castrati. Gli arbitri promettono di bene e imparzialmente espletare il loro mandato. (76)
28 FEBBRAIO 1485. — Sempre a proposito della vertenza insorta tra Matteo di Pietro ed i parenti di sua moglie e della quale si è trattato nel documento in data 10 Agosto 1483, si addiviene ora alla nomina di altri due arbitri per comporre la vertenza stessa. Vengono infatti eletti Giuliano di Costantino per Matteo di Pietro e Pietro di Angelo Thiani per la parte avversaria. I contendenti danno agli arbitri piena facoltà di decisione ed in caso d'inosservanza della loro sentenza, si obbligano per la multa di venticinque fiorini, da destinarsi, per metà alla parte osservante e per l'altra metà al Comune di Gualdo, a scopo di restauro delle Mura Castellane. (77)
7 MARZO 1485. — Matteo di Pietro, con il cognato Berardo di Andrea da Crocicchio, assiste quale testimonio, ad un Istrumento notarile (Nomina di un fidejussore). (78)
29 MAGGIO 1485. — Riferendosi alla vertenza tra Matteo di Pietro ed i parenti della di lui moglie, vertenza di cui trattano anche i precedenti Atti in data 10 Agosto 1483 e 28 Febbraio 1485, le parti in causa, per la terza volta, nominano un arbitro a risolvere, con pieni poteri, la vecchia lite e ciò in persona di Domenico di Pietro, residente all'Isola, nel Comune di Nocera. Per chi non si fosse attenuto al suo giudizio, si prescrive la multa di venticinque libbre di denari, da devolversi come venne indicato nel secondo dei due Atti suddetti. (79)
29 MAGGIO 1485. — Per effetto dell'Atto che precede e in quello stesso giorno, l'arbitro Domenico di Pietro, pronunzia finalmente il suo giudizio nella lite tra Matteo di Pietro ed i congiunti di sua moglie, sentenziando che questi ultimi, tutti rappresentati da Elemosina di Gaspare di Giovanni di Elemosina, avrebbero dovuto dare al Pittore Matteo due mine di grano, secondo la misura in uso nel Comune di Gualdo ed in occasione della festa di S. Maria, ricorrente nel venturo mese di Marzo. (80)
30 GIUGNO 1485. — Matteo di Pietro figura, in quest'anno, tra i quattro Rettori delle Arti del Comune di Gualdo. (81)
30 GIUGNO 1485. — I Rettori delle Arti del Comune di Gualdo tra i quali, come sopra si è detto, appare in quest'anno Matteo di Pietro, donano, sotto certe condizioni, tra le quali il divieto di
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rivendita, alcuni stabili di proprietà Comunale a Battista di Ser Ascanio da Gualdo, che li riceveva non solo per proprio conto, ma anche a nome dell'assente Michelangelo, figlio del suddetto Matteo di Pietro. Ignoriamo anche qui i motivi per i quali, al figlio del nostro Pittore ed al suo compagno, vien fatta dal Comune una tale donazione. (82) 30 NOVEMBRE 1485. — Con il suo amico Giuliano di Costantino, nella Spezieria di quest'ultimo ed insieme ad un altro compagno, Matteo funge da testimonio in un Atto notarile, consistente nel rilascio di una quietanza. (83)
10 DICEMBRE 1485. — Unitamente al suddetto Giuliano di Costantino, essendo stato eletto arbitro in una lite vertente tra Antonio alias Casciolo di Luca Merenne da una parte e dall'altra gli eredi di Paolo di Luca Merenne, rappresentati questi ultimi dal Procuratore Ser Andrea di Angelo Benadatti, Matteo di Pietro e il suo collega d'arbitrato Giuliano, pubblicano ora il loro giudizio sulla risoluzione della lite. Alla suddetta funzione, Matteo era stato designato dagli eredi di Paolo di Luca e dal loro Procuratore. (84)
13 DICEMBRE 1485. — Per l'arbitrato di cui trattasi nell'Atto che precede con la data 10 Dicembre, a Matteo di Pietro spettava, in compenso, una certa somma e ciò in forza di disposizioni Statutarie Gualdesi. Ma egli lascia ora in deposito tale somma presso i debitori e cioè presso i già ricordati eredi di Paolo di Luca Merenne, i quali però si obbligano di farne la consegna a Matteo integralmente, senza alcuna eccezione ed in qualsiasi tempo, a richiesta dello stesso. (85)
27 DICEMBRE 1485. — Lo troviamo, in tale giorno, tra i tre testimoni di un'Istrumento notarile, esteso per rilasciare una quietanza. (86)
15 gennaio I486. — A seguito dell'Atto già descritto con la data 30 Giugno 1485, il Pittore Matteo (quale padre ed amministratore dell'assente suo figlio Michelangelo) nonché Battista di Ser Ascanio, dichiarano di accettare la donazione degli stabili ad essi fatta, con il su indicato Atto, dal Comune di Gualdo, ed entrano in possesso di questi stabili, consistenti in una casa contigua al Palazzo dei Rettori del Comune, nel Quartiere di Porta S. Martino ed in una stanza esistente a pianterreno nella Torre della stessa Porta S. Martino. (87)
12 NOVEMBRE 1487. — Matteo di Pietro, essendo nuovamente in lite con il già ricordato Paolo di Pietro Tei detto Tempesta da Caprara, a causa di un terreno sito nel suddetto Castello, a comporre tale vertenza i due litiganti nominano di comune accordo, quali arbitri, Pellegrino di Balduccio e Bartolomeo Stoppoloni, obbligandosi di sottostare alla multa di venticinque ducati d'oro in
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caso di inadempienza dell'arbitrato e di ritenere questo inappellabile e definitivo. (88)
13 NOVEMBRE 1487. — Per porre fine alla lite di cui si tratta nell'antistante documento del 12 Novembre, Paolo di Pietro Tei detto Tempesta da Caprara, avanti la Porta del Palazzo del Podestà, alla presenza di Conventino dei Conventini da Gubbio, Giudice dello stesso Podestà, nonché del Notaio rogante, promette solennemente di non più offendere, né fare offendere Matteo di Pietro, i suoi figli ed i suoi parenti, né nelle loro persone, né danneggiandone i beni, sotto pena di cinquecento libbre di denari, dando inoltre perciò, quale suo fideiussore, Benedetto alias Barcio da Gualdo. (89)
5 e 6 FEBBRAIO 1488. — Essendo insorte delle discordanze tra i due fratelli Giovanni e Berardo, figli di Ludovico Accomanduzi, a proposito del pagamento di alcune opere murarie eseguite nella loro casa, gli stessi, alla presenza del Podestà di Gualdo Brunelle Brunelli da Perugia, stabiliscono la nomina di due arbitri, aventi piena facoltà di decisione: Berardo designa a tale ufficio il Pittore Matteo di Pietro, e Giovanni, Balduino di Francesco (90).
20 AGOSTO 1488. — Anche in quest'anno, Maestro Matteo di Pietro figura tra i quattro Rettori delle Arti del Comune di Gualdo. Questi Rettori infatti, con deliberazione presa nel giorno qui indicato, donano un terreno Comunale, lavorativo e olivato, posto nella Parrocchia di Gaifana, nel vocabolo Le Chiusure, a Girolamo, figlio dello stesso Matteo di Pietro, a Bernardino di Ser Lucido ed a Michele di Giovanni Fidatti. Non è indicato il motivo della donazione e perciò ci appaiono assai strani questi doni fatti a nome del Comune, dai Rettori delle Arti, ai figli di Matteo pittore, proprio quando quest'ultimo è nel numero dei Rettori stessi. Di una consimile donazione all'altro di lui figlio Michelangelo, trattammo infatti anche nei documenti aventi le date 30 Giugno 1485 e 15 Gennaio 1486. (91)
24 AGOSTO 1489. — Maestro Matteo di Pietro, vende ad Angelo di Pietro di Luca, soprannominato Ronca da Gualdo, il quale compera anche a nome dei fratelli Giovanni e Domenico, un terreno lavorativo posto nella Parrocchia di S. Martino, in vocabolo Moglie e ciò per il prezzo di quarantacinque fiorini, a quaranta bolognini per fiorino. (92)
21 SETTEMBRE 1489. — Vende a Rosato di Giovanni, detto Anichino, barberius, da Gubbio, un terreno posto in Caprara per il prezzo di un fiorino. (93)
21 SETTEMBRE 1489. — Rilascia quietanza a Paolo di Pietro Tei detto Tempesta da Caprara, per la somma di otto fiorini già ricevuti e spettantigli in forza della transazione che precedentemente abbiamo riportato sotto la data 17 Giugno 1484. (94)
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28 OTTOBRE 1489. — Compera da Francesco di Bartolomeo di Ciarengone da Gualdo e dal di lui fratello carnale Filippo, una canepina posta nella Parrocchia di Cajano, in vocabolo Isola, confinante con altri suoi beni e con il fiumicello detto dell'Isola, per il prezzo di due fiorini e venticinque bolognini. (95)
12 MARZO 1490. — Vende a Gregorio alias Goro di Bartoccio da Crocicchio, un terreno boschivo posto nella Parrocchia omonima, il vocabolo Elci, per il prezzo di sei fiorini, la qual somma però Maestro Matteo lascia temporaneamente in deposito presso il compratore. (96)
1 NOVEMBRE 1490. — In veste di testimonio e con altro individuo, assiste alla stipulazione di un Istrumento, mediante il quale alcune terre vengono affidate ad un agricoltore per la coltivazione. (97)
7 NOVEMBRE 1490. — Matteo di Pietro promette a Michelotto di Giovanni Malatesta da Gualdo, sua figlia Antonia in isposa, con cinquanta fiorini di dote. Subito dopo segue il contratto matrimoniale, che qui piacerai trascrivere nel suo caratteristico testo originale, per la conoscenza delle consuetudini locali in quei tempi lontani : « Eodem die, etc ..... Constituta personaliter dicta domina Antonia coram dictis testibus et me notarlo .... et interrogata an sibi placeat per verba de presenti in legitimum sponsum et maritum Michilottum Johannis predictum presenterà .... et cum eo contrahere sponsalitia et matrimonium .... inclinato capite dixit quod sic. Et ex contra, interrogata a me notarlo dictus Michilottus an sibi placeat in sponsam et uxorem legitimam dictam dominam Antoniam presenterà .... et cum ea contrahere legitimum matrimonium et sponsa lium .... respondendo dixit quod sic. Et immediate eam desponsavit actu legitimo et anulum de argento deaurato in digito anulari ipsius domine Antonie posuit ...».(98)
23 NOVEMBRE 1491. — Nella casa di Matteo di Pietro, si riuniscono donna Gentilina del fu Nicolò di Coccia da Gualdo, vedova di Vanni di Giacopuccio ed il lombardo maestro Domenico di Pietro da Vigevano ed ivi stipulano, davanti al notaro, un Atto legale consistente nella vendita di una vigna fatta da Gentilina a Domenico. (99)
17 GENNAIO 1492. — In Gualdo, nel Palazzo dei Priori, presenti Antonio e Francesco di Nanni, piliccarii, Matteo di Pietro nomina quale suo Procuratore il proprio figlio Ser Girolamo, in confronto di chiunque, ma in ispecial modo in confronto di Cecco di Gramaccia. (100)
22 GENNAIO 1492. — Con tale data Matteo trovasi nominato tra i Priori del Comune di Gualdo. (101)
2 NOVEMBRE 1492. — Matteo di Pietro, sanus corpare et mente, per la terza volta fa testamento, così disponendo dei suoi beni: Pro suo ultimo juditio offre cinque soldi, nell'epoca della sua morte,
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all'Altare Maggiore della Chiesa di S. Benedetto, dove intende essere sepolto, vestito col saio Francescano ed alla stessa Chiesa la sua salma doveva essere trasportata dai Frati Eremiti che abitavano nell'Eremo di S. Francesco, posto fuori della città, o almeno da chiunque altro vestisse l'abito Francescano. Per riparazione delle cose male acquistate durante la sua vita, lascia dieci soldi d'elemosina. Per la spesa dei ceri, lumi, chierici etc. occorrenti al funerale, si rimette a quanto avrebbero fatto i suoi esecutori testamentari che nomina nelle persone di Michelotto di Giovanni di Antonio Malatesta suo genero, e Corrado di Andrea di Corraduccio da Gualdo. Ordina che i propri eredi, per cinque anni, nell'anniversario della sua morte, distribuissero due mine di grano panificato ai poveri ed alle Comunità religiose, a pro dell'anima sua. Inoltre gli stessi eredi, nell'anno in cui sarebbe morto, dovevano far celebrare per due volte le Messe di S. Gregorio in suffragio della di lui anima e nell'anno seguente, di tali Messe, parte dovevano essere celebrate per la sua anima, parte per l'anima di Donato di Antonio Cagni da Gualdo. Finalmente questi eredi dovevano adempiere tutti i voti che si sarebbero trovati scritti di suo pugno, nell'ultimo foglio del Registro in cui soleva annotare i propri debiti e i propri crediti. Alla sua figlia Antonia, moglie del suddetto Michelotto Malatesta, a titolo di dote lascia cinquanta fiorini, in ragione di bolognini quaranta per fiorino, somma già consegnata al di lei marito, come appariva da pubblico Istrumento rogato dal notaio Gualdese Ser Vincenzo di Piero. Alla stéssa figlia Antonia, conferisce il diritto, in caso di vedovanza o di altra necessità, di essere nuovamente accolta dagli eredi nella casa paterna e averne vitto e vestimenta, ma partecipando all'azienda famigliare con la sua dote e con il suo lavoro ed alla stessa, iure institutionis et benedictionis, lascia la somma di un fiorino, dovendosi con ciò ritenere in tutto tacitata e soddisfatta. Dispone poi perché venga restituita alla propria moglie Margherita, la somma di venticinque fiorini, già a lui portati in dote e la nomina usufruttuaria dei beni del testatore, sino a che si fosse mantenuta vedova e onesta, con la clausola però, che avrebbe potuto vendere di questi beni, in caso di assoluta necessità, solo quel tanto che a tale necessità avesse supplito; la stessa d'altronde, morendo, non avrebbe potuto lasciare ciò che possedeva ad altre persone fuorché agli eredi del testatore. Passando poi ad secunda vota, la di lui vedova avrebbe avuto diritto solo alla restituzione della dote di venticinque fiorini, dovendosene contentare né più altro richiedere. Infine, quante volte la stessa Margherita volesse restare ad abitare con i propri figli nella casa del testatore, non possa essere mai privata della camera ov'era solita dormire. Tutto ciò premesso, nomina eredi universali i suoi figli Girolamo e Francesco, i quali però non avrebbero potuto dividersi i beni paterni, sino a che il secondo di essi non avesse raggiunta l'età di ventidue anni. E nel caso che uno di questi morisse senza figli legittimi, la sua porzione dei beni paterni doveva andare al fratello sopravvivente; invece morendo entrambi, gli stessi beni sarebbero spettati, per un terzo alla figliola Antonia o ai di lei figli se fosse
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652 - PARTE TERZA - Miscellanea
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deceduta, per un terzo alla Chiesa di S. Francesco a scopo di abbellimento o restauro di tale edificio e per un terzo quale fondo destinato a dotare delle pupille da maritarsi. Il testamento risulta esteso nella sagrestia della Chiesa Conventuale di S. Francesco in Gualdo, alla presenza dei testimoni Padre Cristoforo di Benedetto di Binotto da Gualdo maestro di Teologia, Fra Cristoforo di Matteo da Cascia Guardiano del Convento, Fra Angelo di Stefano del Castello della Valle di Boschetto nel Comune di Nocera, Fra Nicolò di Andrea da Bagnoca vallo e Fra Antonio di Pellegrino di Alessandro, tutti Religiosi del Chiostro di S. Francesco in Gualdo, nonché alla presenza degli altri due testi laici Rosato e Meo di Cesare da Gualdo. (102)
14 GENNAIO 1493. — Si premette che Matteo di Pietro, con testamento rogato dal notaio Gualdese Gaspare di Raniero, aveva ricevuto in deposito da Donato di Antonio Cagni da Gualdo, la somma di dodici ducati d'oro Veneziani, tre ducati d'oro largì, dieci carlini e sessantacinque bolognini vecchi ossia Perugini e che in più riprese e per vari motivi, aveva poi pagata parte di questa somma, per disposizioni date dal testatore Donato. Ora, dopo la morte di quest'ultimo, Maestro Matteo consegna ai cinque eredi, la somma che ancora restava in sue mani, divisa in altrettante parti e cioè un fiorino, trentanove bolognini e sei denari per ciascuno erede. Erano questi Paola e Lucaria, figlie di Donato ed i fratelli di costui Giovanni, Gabriele e Marco. (103)
15 GENNAIO 1493. — In rapporto con il precedente Atto del 14 Gennaio, Giovanni e Gabriele, fratelli di Donato di Antonio Cagni, rilasciano piena e finale quietanza al Pittore Matteo di Pietro, per la somma da quest'ultimo ad essi restituita, nella quantità che a loro spettava, così come è indicato nel suddetto precedente Atto. (104)
31 MARZO 1493. — Antonio di Mariano Tei da Caprara, vende a Maestro Matteo Pittore, tutte le pietre in buono stato ed atte per murare, a scelta dello stesso Matteo, esistenti in una casa diruta che il suddetto Antonio possedeva nel territorio di Caprara e ciò per il prezzo di dieci bolognini Marchigiani per ogni cento salme di dette pietre. Contemporaneamente Maestro Matteo, consegna ad Antonio la somma di venti bolognini, a condizione che se il costo totale delle pietre fosse stato maggiore, il primo avrebbe poi dovuto versare al secondo il denaro mancante e se fosse stato minore, restituire quello in più percepito. (105)
16 GIUGNO 1493. — Bartolomeo di Nicolo di Rinalduccio da Gualdo, quale marito e procuratore della propria moglie Paola, figlia del fu Donato di Antonio Cagni, rilascia definitiva quietanza a Matteo di Pietro, per la somma da quest'ultimo dovuta alla suddetta Paola, in conseguenza dell'Atto già descritto con la data 14 Gennaio di questo stesso anno. (106)
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653 - PARTE TERZA - Miscellanea
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18 AGOSTO 1493. — Marco di Antonio Cagni da Gualdo, quale erede del proprio fratello Donato, fa anch'esso piena quietanza a Matteo di Pietro, per la somma che quest'ultimo gli doveva, come appare dal precedente e più volte ricordato rogito del 14 Gennaio 1493. (107) 2 NOVEMBRE 1493. — Matteo Pittore, essendo stato eletto arbitro da Giovan Battista di Guerriero de Arfitellis e da Federico di Nicolò, ambedue da Gualdo, in una vertenza insorta tra questi ultimi, per la quantità della dote che Giovan Battista doveva dare a Lisantonia di lui sorella e moglie del suddetto Federico, pronunzia la sua sentenza fissando tale dote in fiorini settanta. (108)
4 NOVEMBRE 1493. — Unitamente ad altra persona, Maestro Matteo funge da testimonio in un Atto notarile, stipulato nella di lui casa, con il quale la già nominata Lisantonia e il di lei marito Federico, dichiarano di avere ricevuto venti fiorini, sulla somma totale di settanta fiorini, determinati dal suddetto Matteo, quale dote di Lisantonia, come già fu visto nel precedente documento del 2 Novembre. (109)
29 gennaio 1494. — Torna ad assistere, quale testimonio, con altri sei cittadini, ad un Atto di ultima volontà. (110)
21 AGOSTO 1494. — E' in lite con tal Bernardo di Pietro. A costui, da circa sei anni, aveva consegnato in deposito una corazina ed avendogliela poi richiesta, Bernardo aveva negato di averla ricevuta. Portata la vertenza davanti al Podestà di Gualdo, questi impone alle due parti il giuramento di quanto affermavano. (111)
27 AGOSTO 1494. — Nella casa di Matteo di Pietro, davanti ad un notaio, intervengono il genero di Matteo, Michelotto di Giovanni di Antonio e Rosato di Cesare da Gualdo, i quali volevano stipulare tra di loro l'Atto di costituzione d' una società per l'esercizio d'una calzoleria. A tale Atto Matteo, unitamente ad un prete e ad altro individuo, assiste in qualità di testimonio. (112)
10 NOVEMBRE 1494. — Matteo di Pietro, quale Procuratore di Bernardino Vanni da Caprara e Sante figlio del suddetto Vanni, che interviene per conto proprio e per conto della di lui madre Gentilina, danno in affitto a Maestro Domenico di Piero lombardo, residente in Caprara, una casa posta in tale Castello e ciò sotto determinate condizioni e per il prezzo di un fiorino all'anno. Subito dopo, i suddetti Sante di Vanni con Gentilina sua madre e Domenico di Piero, delegano lo stesso Pittore Matteo e Vico Brozi, a presenziare la correzione di un precedente Atto notarile, consistente nella vendita di un terreno già fatta da Gentilina a Domenico di Piero, Atto nel quale era stato errato il nome del vocabolo ove trovavasi il terreno stesso. (113)
17 GENNAIO 1495. — Interviene con altri, quale testimonio, nella scrittura di un testamento, dettato da Meo di Pietro di Ser Vinardo da Gualdo, alias Castracane. (114)
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654 - PARTE TERZA - Miscellanea
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17 MARZO 1495. — Nuovamente è chiamato come testimonio, insieme ad altra persona, nell'Atto di vendita di un terreno appartenente alla Chiesa del Corpo di Cristo in Gualdo. (115) 6 luglio, 4 e 5 agosto, 12 ottobre 1495. — In tali giorni, Maestro Matteo interviene alla stipulazione di quattro Atti notarili, riferentisi a suo figlio Girolamo ed alla moglie di quest'ultimo. Costui aveva infatti sposato donna Fina, figlia di Nicolò di Angelo di Nicolò di Mattiolo alias Thiani, che possedeva altre due figlie Angela e Giovanna. Ora appunto, con gli Atti suddetti, si definisce un lungo e complicato affare, riguardante alcuni beni e denari, che donna Fina doveva avere dal padre e dalle sorelle, per diritti dotali ed ereditari, e negli Atti stessi, Maestro Matteo, secondo le disposizioni statutarie Comunali Gualdesi, interviene sempre quale padre di Girolamo, sia per dare il suo consenso alle deliberazioni prese, sia per rilasciare quietanze, unitamente al figlio Girolamo ed alla nuora Fina. (116)
8 AGOSTO 1495. — Nicolò di Angelo di Nicolò di Mattiolo alias Thiani, già ricordato nel documento che immediatamente precede, come padre di donna Fina, moglie di Girolamo figlio del Pittore Matteo, fa ora testamento, ed in questo, fra l'altro, dispone che alla stessa Fina, oltre i trentacinque fiorini che già aveva ricevuto come dote, ne siano dati altri cinque, con i quali doveva ritenersi in tutto soddisfatta per la sua quota ereditaria. Fa poi eredi universali le altre due sue figlie e sorelle di Fina cioè Angela e Giovanna, ma però con questa condizione: Che se Fina, restando vedova, più non avesse potuto abitare nella casa maritale in compagnia del suocero Maestro Matteo, allora l'eredità, anzi che tra le sole Angela e Giovanna, si sarebbe invece dovuta dividere tra tutte e tre le sorelle. (117)
23 AGOSTO 1495. — Pier Tommaso e Andriangelo, figli di Cecchino di Cecco da Nocera, stipulano un Atto di pacificazione con il loro avversario Baldassarre di Melchiorre da Gubbio. I due primi, a garanzia dei patti stabiliti, designano quale loro fidejussore, Matteo di Pietro. (118)
2 NOVEMBRE 1495. — Maestro Matteo compera da Pierangelo di Gioventino di Andrea dei Rossi da Gualdo, un terreno parte la vorativo e parte sodivo, confinante con i beni dello stesso compratore, posto nei vocabolo Poltri o Piano di Mancetta, che il notaio rogante è in dubbio se faceva parte della Parrocchia di Caprara o di quella limitrofa di S. Pellegrino e ciò per il prezzo di venti fiorini. (1 19)
8 DICEMBRE 1495. — Maestro Matteo, insieme ad altra persona, assiste, in veste di testimonio, ad un Istrumento notarile (vendita di un terreno) rogato nel Chiostro di S. Benedetto in Gualdo. (120)
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655 - PARTE TERZA - Miscellanea
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22 GENNAIO 1496. — Pellegrino di Nicolò da Caprara, anch | |