Fiorello …

Fiorello ... e un po' di storia della ceramica di GualdoFiorello … e un po’ di storia della ceramica di Gualdo

Scuola Elementare
“Gianni Rodari” Cerqueto – Classe V
Anni scolastici 2000 / 2002

Fiorello ... e un po' di storia della ceramica di GualdoAlunni: Abdija Claudio, Belardi Ilary, Benkoraki Hamza, Betti Si mone, Falcetti Martina, Ficarelli Cristian, Ghiandoni Andrea, Giacometti Jessica, Haxhi Persida, Jayed Hasna, Livieri Cristian, Micheletti Silvia, Msalla Otman, Pastorelli Marica, Pennacchioli Sara, Ranieri Angelica, Rondelli Simone. Insegnanti: Ascani Cinzia, Serrani Riccardo

L’incontro con l’amico Fiorello

Fiorello intervistato in classe

Fiorello intervistato in classe

Un giorno, nella nostra scuola, è venuto un nostro caro amico. Si chiama Fiorello Sabbatini, ha 82 anni. E’ un uomo bravo e intelligente. Lavorava nel laboratorio di ceramica che frequentiamo ed è lì che l’abbiamo conosciuto. Ci ha insegnato a dipingere le mattonelle insieme al suo amico Stefano, ed era un bravissimo insegnante perché era paziente e ci aiutava sempre. Ma adesso sta in pensione.

Fiorello è sposato ed ha 3 figli e tre nipoti. Abita a Gualdo Tadino. Fiorello ha i capelli bianchi e grigi, un po’ in disordine e con la riga in mezzo; gli occhi sono marroni e porta gli occhiali; il naso a ronchetto. Il viso ce l’ha un po’ vecchio, è ovale ed ha la pelle ruvida con qualche ruga. La corporatura è robusta e non è né alto né basso. Era vestito in modo semplice ma elegante, con la camicia a quadri, il maglione celeste scuro, un paio di jeans e delle scarpe marroni chiaro. Parla un po’ gualdese e per farsi capire meglio fa i disegni alla lavagna e i gesti con le mani. La voce è leggermente rauca e parla piano, con un tono un po’più basso del normale, così noi dovevamo drizzare le orecchie per sentirlo. Il suo divertimento è suonare il mandolino alla sera con gli amici ed è molto bravo. L’intervista l’abbiamo fatta a scuola e ci ha parlato della sua vita. L’abbiamo ascoltato attentamente e ci siamo divertiti tanto perché il suo racconto è stato interessante. Fiorello ci ha parlato di come viveva da piccolo e come si lavorava in ceramica tanti anni fa. Ci è piaciuto il suo coraggio. E’ carino anche quando parla, ci ha fatto ridere un po’.
Quando è arrivato nella nostra scuoia era felice, contento ed emozionato, perché non ci vedeva da tanto tempo.
Noi l’abbiamo accolto con entusiasmo. L’abbiamo abbracciato sorridenti e gli abbiamo fatto capire che non ci siamo dimenticati di lui e che gli vogliamo bene. Quando è andato via ci ha detto che quello era stato uno dei giorni più belli della sua vita.

Quando lavorava ai salesiani

L'Istituto Salesiano

L’Istituto Salesiano

Fiorello aveva cinque fratelli e viveva con la sua famiglia, il babbo Umberto e la mamma Giuseppa, in via Monina. A Gualdo Tadino, 80 anni fa, nelle case mancava un po’di tutto perché c’era molta povertà: su 100 famiglie, 90 stavano male e 10 stavano abbastanza bene.

Alle elementari Fioretto ha avuto come insegnanti il maestro Cavicchi, il maestro Gammaitoni ed il maestro Romiti: ” II maestro Romiti – racconta Fiorello – era un capitano degli Alpini e ci faceva cantare “Monte Grappa”, “II Piave”… facendoci accompagnare da un cocciaio che era bravo a suonare la fisarmonica.

Fiorello pensa alla sua famiglia

Fiorello pensa alla sua famiglia

A 8-9 anni, quando faceva la quarta, a Fiorello gli è morto il padre e la mamma lo ha messo a lavorare nel collegio dei Salesiani perché era povera e non aveva più i soldi per mantenerlo. Fiorello era molto dispiaciuto per aver dovuto abbandonare la scuola: “Soprattutto- racconta- perché ho dovuto abbandonare la mia famiglia, i miei fratelli, i nonni, i miei compagni”. In quel collegio faceva lo sguattero. C’erano circa 100 ragazzi di tutta l’Italia (di Corno, Lecco, Milano…) che stavano lì per studiare.

Erano tutti ragazzi sconosciuti. Solo lui era di Gualdo. Aiutato da un vecchio “scapolone” (una persona che non era sposata), doveva fare i letti di tutti e tre i cameroni che si chiamavano Maria Ausiliatrice, Sacro Cuore e San Giuseppe. In ogni camerone ci dormivano 20-30 ragazzi. Poi doveva apparecchiare, sparecchiare e lavare e asciugare le posate (forchette, cucchiai e coltelli) a pranzo e a cena, tutti i giorni per 110 persone. I piatti li lavava lo scapolone. A colazione Fiorello metteva 110 “tazzotte” ed i cucchiai; a pranzo e a cena metteva 110 piatti cupi e 110 piani. I piatti cupi servivano per la pasta e quelli piani per l’insalata ed altre cose. Spesso doveva andare a prendere degli oggetti in soffitta. C’erano 96 scalini e saliva le scale in fretta e furia perché era tanto piccolo e aveva paura.
In quel grande palazzo a dormire andava in una cameretta all’ultimo piano, in soffitta, con un altro ragazzo che aveva 18 anni, al freddo e al buio, dunque aveva paura. Si sentiva solo e piangeva quasi tutte le notti perché gli mancavano la mamma, il babbo e i suoi fratelli e perché aveva paura del buio. Era stato tanti anni in famiglia e la famiglia gli mancava. Questo lavoro lo ha fatto per tre anni; poi, a 12 anni, è andato a lavorare in fabbrica.

Le fornaci 

La Fornace

La Fornace

I bambini raccolgono la cacca

I bambini raccolgono la cacca

Fiorello ha iniziato a lavorare in una fabbri-ca di ceramica (la Robbia, in via della Robbia) a 12 anni, dopo che era andato via del collegio e ci ha spiegato come era quella volta il lavoro in ceramica.
Ha faticato molto in fabbrica perché 80 anni fa, per cuocere la ceramica, c’erano le fornaci, dei forni a legna in muratura. Per fortuna oggi ci sono i forni elettrici e a gas. Queste fornaci avevano tre scompartimenti. Al primo piano c’era la camera del fuoco che serviva per alimentare il fuoco. Quelli che lavoravano lì si chiamavano fornaciai avevano il compito di mettere la legna.
Ha faticato molto in fabbrica perché 80 anni fa, per cuocere la ceramica, c’erano le fornaci, dei forni a legna in muratura. Per fortuna oggi ci sono i forni elettrici e a gas. Queste fornaci avevano tre scompartimenti. Al primo piano c’era la camera del fuoco che serviva per alimentare il fuoco. Quelli che lavoravano lì si chiamavano fornaciai avevano il compito di mettere la legna.

Il fornaciaio spalma il mocco

Il fornaciaio spalma il mocco

Al secondo, invece, c’era la camera d’aria dove mettevano i cocci già pitturati, che è la seconda cottura. La camera d’aria era fatta come un armadio: aveva dei piani sui quali i fornaciai mettevano i cocci (vasi, bicchieri, piatti…). In alto c’era il fornaciotto dove venivano messi icocci per la prima cottura: entravano grigi ed uscivano rossi. Dopo aver messo i cocci, la camera d’aria ed il fornaciotto si richiudevano con dei mattoncini, perché così non usciva il calore, ma si lasciava un buco per vedere quando i vasi erano cotti.
Sopra i mattoncini, per non far scappare il calore, i fornaciai ci spalmavano ilmocco. Il mocco era un miscuglio fatto con l’argilla liquida che avanzava ai tornianti impastata con la cacca dei cavalli, dei somari e dei muli.
Fiorello ci ha raccontato questo perché anche lui, con altri bambini, doveva fare questo lavoro. Andava a prendere quella roba schifosa in giro per Gualdo, nelle stalle degli animali, con dei sacchi, poi tornava in fabbrica e la impastava con le mani insieme all’argilla.
Che esperienza brutta e schifosa! A Fiorello e gli altri bambini faceva schifo toccare la cacca con le mani, ma lo dovevano fare perché le loro famiglie erano povere e dovevano lavorare. Quando era passato il tempo necessario il fornaciaio toglieva il mocco ed i mattoni e prendeva gli oggetti ormai cotti.

La capezza

A Gualdo Tadino, sotto la Rocca Flea, vicino alle monache, c’è un quartiere che si chiama Capezza. Il nome Capezza deriva dalla corda che si mette sul muso dei somari e dei cavalli. Dove oggi ci sono parcheggiate le macchine, ieri c’erano i carretti, trainati dai somari, allineati con le stanghe alzate rivolte verso l’alto, per non occupare molto spazio. I proprietari che guidavano il carretto erano chiamati somarai: “Sulla Capezza – ci ha raccontato Fiorello – ci abitavano molti somarai: Lino di Casetti, Paolino, Mariano, Peppe de Baciocco ed altri che non ricordo come si chiamavano”.

La Capezza "Ieri" e "Oggi"

La Capezza “Ieri” e “Oggi”

I somarai erano degli uomini che andavano a tagliare la legna nei boschi dell’Appennino gualdese e poi, con i carretti, la portavano nelle ceramiche e la davano ai fornaciai che la mettevano dentro il fuoco della fornace. Ma la legna appena tagliata era bagnata e verde, perciò la mettevano nello stangato, uno spazio vicino alla fornace, perché le fornaci volevano la legna secca. Lo stangato era lì perché c’era calore e la legna si seccava molto prima e ardeva meglio. Fiorello con i suoi amici doveva mettere la legna nello stangato. I fornaciai accendevano il fuoco alle 5 e lo lasciavano acceso per 17 ore. Nel fuoco prima ci mettevano le fascine, che è un mazzo di legna fina, e poi a mano a mano la legna più grande. Per vedere se i cocci erano cotti mettevano tre provini nella finestrella della camera d’aria, cioè dei bicchierini pitturati. Quando i colori del provino erano molto accesi voleva dire che il coccio era cotto ed erano pronti anche i vasi dentro la fornace. Al termine della giornata, dopo ore e ore di lavoro, i fornaciai diventavano tutti neri, perché con la fuliggine si sporcavano tutti. Quando la ceramica era cotta, i fornaciai spegnevano il fuoco gettandoci sopra l’acqua. Rimanevano sempre dei pezzi di legna bruciati, la carbonella, e le mamme la prendevano per riscaldare la casa senza spendere molti soldi. La mettevano nei bracieri per riscaldare i piedi e la usavano per riscaldare il letto con il prete. Fiorello ha detto: “Non si sprecava niente”.

L’argilla

Il trasporto dell'argilla

Il trasporto dell’argilla

L’argilla arriva oggi nelle fabbriche già confezionata, pronta da modellare, trasportata sui camion in pacchi da 25 Kg . Fiorello ci ha raccontato che ieri l’argilla veniva dalla cava della Matalotta. La Matalotta era un terreno fra la Rasina e Cerqueto, sotto Grello, ed era molto argilloso. Oggi la cava è stata chiusa e al suo posto c’è una discarica. Circa 70 anni fa c’erano dei contadini che caricavano l’argilla con le pale sui carri trainati dai buoi e muli. La portavano nelle fabbriche, poi la mettevano in vasche profonde per pulirla. L’argilla, infatti, non era pulita, perché dentro c’erano i sassolini. All’ultima vasca era tutta pulita. Dopo la mettevano in uno stanzino umido per non farla seccare e farla rimanere umida.
Successivamente una persona si sollevava i pantaloni fino alle ginocchia, si toglieva le scarpe e, apiedi nudi, “pistava” l’argilla per tutto il giorno per impastarla. Dopo che l’aveva pestata, con l’argilla si potevano fare i cocci perché era preparata bene.
Lavorava dalle 7,00 alle 8,00; faceva colazione dalle 8,30 alle 9,00; dalle 12,00 alle 2,00 man-giava; dalle 2,00 fino alle 6,00 lavorava e così per tutta la vita.
Il lavoro era duro, faticoso, stancante, noioso e anche doloroso perché a chi lo faceva, la sera, facevano male i piedi. Era un lavoro brutto perché tutto il giorno quell’uomo doveva fare le marce. Poteva, però, diventare forte perché faceva ginnastica ogni giorno.
Era un lavoro umile e Fiorello racconta che chi lo faceva era una persona semplice.
Uno di questi si chiamava Andrea Gherardi, detto II Bersagliere, che lavorava nella fabbrica “La Vincenzina”

Un forno speciale: la muffola

Un forno speciale: la muffola

Il fuoco era fatto con le ginestre perché bruciando facevano il fumo che permetteva ai riflessi di cuocere

Il tornio

Per fare i vasi il torniante lavorava al tornio. I tornianti erano aiutati dai ragazzini. Dopo che la terra era stata amalgamata, il torniante diceva ai ragazzi che lavoravano in fabbrica di fargli delle palle di terra. Il torniante faceva una o due palle così i ragazzi potevano vedere la grandezza.
I ragazzi facevano tante palle di terra e se qualcuno non andava bene il torniante gli diceva di farle più grandi o più piccole, a seconda dì come erano i vasi. Se il vaso era piccolo facevano delle palle piccole, se il vaso era grande delle palle grandi.
Dopo che i bambini avevano fatto le palle le mettevano su un tavolo, così il torniante le prendeva e le metteva sul tornio.
II tornio a quel tempo non era elettrico. Il torniante doveva girare con il piede una ruota di legno che stava in basso. Nel punto dove poggiava il piede, con il passare degli anni, la ruota si consumava e si formava un avvallamento.
Era un lavoro creativo, artistico, difficile, però dava soddisfazione e si guadagnava bene. Oggi il lavoro del torniante è meno faticoso perché non devono girare la ruota con il piede in quanto il tornio ha un motore elettrico. I ragazzini preparavano le palle di terra almeno il torniante perdeva meno tempo e poteva fare più vasi. I bambini imparavano a fare il torniante guardandolo mentre lavorava. A fare queste cose si divertivano, però si stancavano anche. Alla sera, poi, finito il lavoro, quelli che volevano imparare si esercitavano alla ruota.
Oggi i bambini, se vogliono diventare tornianti, devono studiare e fare i corsi.

fiorello-12

La colazione

fiorello-13Racconta Fiorello: “Uno dei momenti più belli della vita in fabbrica era la colazione. Si scherzava, ci si raccontavano gli avvenimenti del paese e degli amici”. Noi abbiamo immaginato come poteva essere una di queste colazioni e la raccontiamo così. Tutti i giorni, nella fabbrica, alle 8,30 suona la campana. E’ l’ora di colazione. Il pittore lava il pennello e va via. Il torniante finisce l’ultimo vaso. Si radunano lì dove c’è la fornace. Il fornaciaio tira fuori dalla camera del fuoco le “Iute” e le spande su di una pietra. Sopra le Iute ci mettono la graticola. Alcune persone portano la barbozza (che è una fettina molto fina fatta con il lardo della guancia del maiale), le salsicce e i mazzafegati e li mettono a cuocere.
Quando la barbozza è cotta Andrea dice: “Micchè, me porti su il pane?” “Un attimo che mi moje n’ha finito de tagliallo “.
“Dije che s’ha da sbriga che noi cento fame”. “Va be’”.
Che languorino! Nell’aria sì sente l’odore della carne cotta. Quando il pane è pronto Simone dice: “Era ora”.
Poi mettono la barbozza o le salsicce o i mazzafegati sul pane e cominciano a mangiare. Per loro è squisita.
I bambini, vestiti con i cappelli, la camicia e i pantaloni alla pescatora, arrotolati fino al ginocchio, le scarpe tutte sporche e rotte, mangiano avidamente perché hanno molta fame. Un ragazzo dice:
“M’è rimasta tutta sul gozzo. Ce vole qualcosa da bere”
Simone risponde: “Me proccupà, ce l’ho io ‘na cosa bona”.
Quindi tira fuori un bottiglione di vino. Un signore gli dice:
“Poco vino, sennò te ‘mbrìachi” Bevono un bicchiere di vino per uno e ne danno un goccetto anche ai bambini.
Alle 9,00 suona la campanella, è l’ora di tornare a lavorare. Giacomo dice:
“E’ già ora! Non ero ancora sazio” Mettono a posto e poi tornano a lavorare ridendo e scherzando.

La fabbrica della ginestra

Negli anni ’30, prima della guerra, l’Inghilterra punì l’Italia. Non le mandava più le materie prime che le servivano, nemmeno la iuta. Queste erano le sanzioni. La iuta serve per fare i sacchi, viene dalla corteccia degli alberi che si trovano in Africa e in Asia. L’Inghilterra aveva la iuta perché aveva conquistato alcuni paesi dell’Africa e dell’Asia. In Italia, per fare i sacchi, decisero di usare le fibre di ginestra. Per fare le corde e i sacchi avevano fatto una fabbrica a Gualdo perché c’era tanta ginestra. La fabbrica fu aperta nel 1936 e fu chiusa nel 1940-41. Era vicino alla Porta San Benedetto (o Porta di Sotto) nella casa di Angelo Cinti che faceva il pellaio. Le persone andavano a prendere le ginestre lungo le strade con i carri. Nella fabbrica accendevano il fuoco con il petrolio. Sopra il fuoco ci mettevano una grande pentola con acqua e soda caustica. L’acqua doveva bollire. La ginestra, quando era cotta, diventava marrone. Poi la mettevano dentro le vasche con l’acqua fredda. Le donne struffavano la ginestra per fare le fibre, come le nostre mamme quando lavano i panni. Fiorello, a 16 anni, è andato a lavorare in questa fabbrica perché pagavano di più che nella ceramica. Per un anno è andato anche a lavorare in una fabbrica di ginestra vicino Roma. Poi l’hanno chiusa ed è tornato a lavorare in ceramica.

La vendita della ceramica nelle fiere

Quando c’erano le fiere, Fiorello o i suoi amici, a turno, andavano a vendere la ceramica. Ora vi raccontiamo per filo e per segno cosa succedeva, con un po’ di immaginazione.
“Driin, tre e trenta, driin”. Alle 3,00 la mamma di Fiorello lo sveglia e gli dice:
“Sveglia Fiorello, svegliati che è tardi. Devi andò a la fiera per vende la ceramica”. Fiorello, addormentato, risponde: “Sì, sì, la fiera! E’ vero, nu me ricordavo. Che noia svegliarmi alle 3,00, ma con una bella lavata con l’acqua fredda mi sveglierò e mi caricherò, così posso scalare anche una montagna”.
fiorello-14Tutto insonnolito il ragazzo si va a lavare la faccia. Non c’erano i rubinetti e versa l’acqua fredda di una brocca in un catino: “Brr, quanto è fredda quest’acqua. Ora vado a fare colazione”
Poi si veste e scende giù in cucina dove la mamma gli ha preparato la colazione. Mangia e poi dice alla mamma:
“Mamma, tu sei la più brava cuoca”
E la mamma risponde:
“Grazie figliolo” Poi dice ancora Fiorello: “Ehi, mamma, ora devo andare, sono in ritardo”.
La mamma risponde:
“Care de mamma sta’attento, me raccomando e sii prudente”.
Esce per andare in ceramica, la Mastro Giorgio. Arriva alla fabbrica dove lo aspetta Andrea, il Bersagliere, che gli dice:
“Quanto sei lento, è ‘n’ora che te sto’ aspetta”
Poi alle 4,00-4,30 partono con il carico pieno di vasi di ceramica per i fiori, di brocche, di boccali e di piatti. La ceramica la mettono in un carro trainato da un cavallo. Chi guida è Andrea. Devono andare a Perugia. Il Bersagliere dice:
“Di qui sul carro nun ce monta niciuno, manco el Padreterno, perché è troppo pieno” Si incamminano a piedi verso Perugia e sulla discesa di Casacastalda Andrea dice: “Ade ce potemo monta, però stemo attenti a nun casca perché ce so’ i sassi per terra”. Infatti la strada non era asfaltata come oggi. Finita la discesa scendono dal carro e vanno di nuovo a piedi.
Arrivano sulla piazza grande di Perugia verso le 8,00-8,30. Dopo sistemano tutta la roba e iniziano a vendere. Arriva una vecchia signora e dice a Fiorello: “Bel giovane, mi dareste un vaso per i miei vecchi fiori?”
Fiorello risponde:
“Va bene signora, la accontenterò subito. Le piace questo?” “Sì, molto, quanto costa?” “Per lei una lira perché mi sa simpatica, sennò costava due lire” “La ringrazio” “Non c’è di che”
Ogni pezzo vale 1-5-10 lire ed alla fine della giornata contano i soldi: il risultato è 150-200 lire.
Quando ritornano a Gualdo salgono sul carretto perché hanno venduto molti cocci e c’è spazio. A metà strada si fermano in un’osteria e mangiano e bevono. Questo accadeva negli anni 1939-’40-’41. I cocci non li andavano a vendere tutti in questo modo. Quando li vendevano nelle città più lontane li trasportavano con i camion o con il treno.

I piatti napoletani

fiorello-15Nel piazzale di S. Margherita oggi ci sono i lavori in corso.Stanno costruendo un palazzo con uffici, parcheggi e appartamenti. Tanto tempo fa, invece, in quell’area c’era il convento di S. Margherita.
Nel Medioevo in questo convento c’erano le monache. Successi vamente, dopo po’di anni, le monache sono andate via ed il convento l’hanno utilizzato per fare una fabbrica di ceramica. Circa 70 anni fa c’erano due fornaci ed una cooperativa di ceramisti. Le fornaci servivano per cuocere i cocci, sia di prima che di seconda cottura. Invece la cooperativa è una fabbrica dove non c’è un padrone ma gli operai sono tutti soci. In una di queste fabbriche c’era un pittore chiamato Alfredo Magnatti.

Ora, nel piazzale di Santa Margherita stanno costruendo un palazzo

Ora, nel piazzale di Santa Margherita stanno costruendo un palazzo

Era un personaggio singolare, unico, tipico, originale. Racconta Fiorello: “Era un tipo molto calmo. Aveva un fratello che faceva il sagrestano a S. Benedetto ed una sorella che faceva la maestra. Abitava in una casa situata sotto il nostro palazzo comunale”. Alfredo Magnatti prendeva un piatto, lo metteva su una torneila e poi ci disegnava i fiori napoletani. Questa persona era particolare perché, mentre lavorava, fiottava. Faceva questo verso con la bocca: “Eh!Eh!Eh!Eh!”. Per tutta la vita ha disegnato sempre il fiore napoletano. Così Fiorello ci ha raccontato: “Questo signore si metteva seduto, spingeva la torneila con la mano, metteva un piatto sulla tornella e ci disegnava un filetto blu ed un fiore. Mentre disegnava mugolava, mugugnava sempre, per tutta la giornata faceva: “Eh!Eh!Eh!Eh!”
Circa 30 anni fa il convento è stato demolito perché era tutto fragile. C’è rimasta la chiesa.

La cristallina

A Gualdo Tadino nella ceramica si usa la cristallina. La cristallina è un tipo di smalto che serve per la seconda cottura, per dare brillantezza alla ceramica.
Oggi le ceramiche la comperano già pronta nelle fabbriche specializzate che la producono. Circa 70 anni fa tutte le fabbriche di ceramica la facevano da loro.
Per preparare la cristallina si dovevano avere la porcellana ed il vetro. I lavoratori della ceramica raccoglievano pezzi di porcellana e di vetro e li mettevano dentro la fornace. Dentro la fornace la porcellana ed il vetro si scioglievano come la cera per il gran calore diventando un miscuglio unico, un’unica sostanza, un composto nuovo, cioè la cristallina. Dopo che la fornace si era raffreddata la cristallina diventava fredda e dura, tipo una cera solida. I fornaciai prendevano quei pezzi e li portavano ad un uomo, uno scapolone. Quell’uomo prendeva un asse di legno, si metteva in piedi e frantumava la cristallina. Batteva sul quel composto ed il bastone quando batteva faceva “Toc, tic, toc, tic”. Questo composto duro diventava polvere e veniva portato nella zona dei Cappuccini. Lì ci scorre il fiume Romore e ci stava anche un mulino ad acqua. Lo scapolone prendeva la polvere di cristallina, la metteva in una sacca e la portava al mulino. Il mulino la mescolava con l’acqua così la cristallina diventava melmosa ed era pronta per essere usata. L’uomo, con la sacca in spalla, riportava infine la cristallina nella fabbrica, pronta per essere usata.
Era un lavoro difficile e faticoso ed a chi lo faceva gli facevano male le braccia.

I colori ed i pennelli

fiorello-17Nel mondo esistono tre tipi di ceramica: le mattonelle o le piastrelle per il pavimento o da rivestimento; la ceramica d’uso (usata in giardino ed in cucina ad esempio le pentole, i piatti, le tazzine, i portafrutta, le cocce, ecc); la ceramica artistica che serve per l’arredamento della casa (per abbellire gli armadi, i mobili, le vetrine…).
Nella ceramica artistica, per decorare, si usa anche l’oro e il rubino, così diventa brillante e si deve cuocere tre volte. Dopo aver cotto un vaso per la seconda volta, i pittori ci aggiungono l’oro e il rubino e dopo lo rimettono a cuocere. Invece l’altra ceramica, in cui usano i colori normali, si deve cuocere due volte. I colori, fino a trenta anni fa, erano ricchi di piombo. I pittori, quando pitturavano, si intossicavano perché il piombo è tossico e si ammalavano di piombemia. Allora andavano a visitarsi dal dottore, facevano le analisi e se risultava che il sangue era intossicato dovevano restare fermi per una settimana o due settimane finché non guarivano; e poi ritornavano al lavoro.
Invece oggi i colori hanno poco piombo e sono meno tossici, così i pittori non si ammalano più di quella vecchia malattia.
Fiorello racconta: “Nel mio lavoro ho composto molte gradazioni di colori mescolandoli tra di loro e dosandoli per rifarli sempre uguali. A ciascuno gli davo un nome. Ne citerò alcuni: rosso pompeiano, marrone Catania, verde primavera, verde petrolio, ecc”. Fiorello ci ha fatto vedere due quadernetti sui quali aveva scritto tutte le combinazioni dei colori. Una cosa curiosa erano i pennelli per fare i contorni. Circa 50 anni fa non c’erano i pennelli di oggi. I pennelli si facevano con i peli delle orecchie delle mucche. I pittori andavano nelle stalle, tagliavano i peli più lunghi dalle orecchie delle mucche, ci facevano un ciuffo con uno spago e poi l’attaccavano ad un pezzo di legno. Erano peli molto duri ed erano utili per fare i pennelli che servivano per fare i filetti molto fini. Secondo me faceva un po’schifo tagliare i peli delle mucche e poi pitturarci senza nemmeno lavarli.
“Come ho imparato a fare il mestiere”
Fiorello, per imparare a fare il pittore, non è andato a scuola di pittura. Ce lo racconta in questa intervista:
“Ho incominciato facendo i lavori più umili. Poi mi sono dato da fare. Prendevo con l’oc¬chio e incameravo. Rubavo con l’occhio”.
Che cosa significa?
“Guardavo che cosa faceva il torniante quando lavorava oppure quello che faceva il pittore. Io un maestro non ce l’avevo. All’inizio, in fabbrica, facevo il manuale”. Che cosa significa manovale? “Facevo i lavori più umili: badavo il forno, caricavo le fornaci, trasportavo la legna”. Com’ è nata la passione per la pittura? “Quando andavo nel reparto di pittura io guardavo sempre cosa facevano i pittori: come tenevano il pennello, come facevano il filetto…Poi, quando la sera gli altri andavano via, io mi fermavo per fare il filetto sul bordo dei bicchieri. Stavo nella fabbrica Mastrogiorgio. Era l’anno 1945. Ordinarono alla fabbrica migliaia di bicchieri. Li ordinarono gli Inglesi e gli Americani durante l’occupazione. Io, la sera, dopo aver fatto il mio lavoro, andavo nel reparto dei pittori e disegnavo un bordo sui bicchieri. Mi piaceva molto. Non volevo fare il manovale per tutta la vita. Volevo migliorare la mia situazione”. Perché voleva fare proprio il pittore?
“Da bambino, quando avevo 9 anni, mi piaceva ricopiare i giornaletti con la matita. Vicino a me abitava la mamma del pittore Fulberto Frillici, Ughetta Pedana, che era una pittrice molto brava, e mi diceva che ero molto bravo e dovevo continuare. Così ho sempre pensato di fare il Pittore. Nel 1950 andai a lavorare nella fabbrica Dolci, dove facevo il pittore ed ho iniziato a fare il capo-operaio.
Poi nel 1956 costruirono la fabbrica Monina e mi chiamarono a fare il capofabbrica. Per 26 anni ho sempre fatto il capofabbrica e avevo raggiunto il massimo della mia aspirazione, della mia carriera. Però, quando potevo, tornavo a pitturare perché quella era la mia grande passione”.

Come ho imparato a fare il mestiere

Fiorello, per imparare a fare il pittore, non è andato a scuola di pittura. Ce lo racconta in questa intervista:
“Ho incominciato facendo i lavori più umili. Poi mi sono dato da fare. Prendevo con l’occhio e incameravo. Rubavo con l’occhio”.
Che cosa significa?
“Guardavo che cosa faceva il torniante quando lavorava oppure quello che faceva il pittore. fiorello-18Io un maestro non ce l’avevo. All’inizio, in fabbrica, facevo il manuale”. Che cosa significa manovale? “Facevo i lavori più umili: badavo il forno, caricavo le fornaci, trasportavo la legna”. Com’ è nata la passione per la pittura? “Quando andavo nel reparto di pittura io guardavo sempre cosa facevano i pittori: come tenevano il pennello, come facevano il filetto…Poi, quando la sera gli altri andavano via, io mi fermavo per fare ilfiletto sul bordo dei bicchieri. Stavo nella fabbrica Mastrogiorgio. Era l’anno 1945. Ordinarono alla fabbrica migliaia di bicchieri. Li ordinarono gli inglesi e gli americani durante l’occupazione. Io, la sera, dopo aver fatto il mio lavoro, andavo nel reparto dei pittori e disegnavo un bordo sui bicchieri. Mi piaceva molto. Non volevo fare il manovale per tutta la vita. Volevo migliorare la mia situazione”. Perché voleva fare proprio il pittore?
“Da bambino, quando avevo 9 anni, mi piaceva ricopiare i giornaletti con la matita. Vicino a me abitava la mamma del pittore Fulberto Frillici, Ughetta Pedana, che era una pittrice molto brava, e mi diceva che ero molto bravo e dovevo continuare. Così ho sempre pensato di fare il Pittore. Nel 1950 andai a lavorare nella fabbrica Dolci, dove facevo il pittore ed ho iniziato a fare il capo-operaio.
Poi nel 1956 costruirono la fabbrica Monina e mi chiamarono a fare il capofabbrica. Per 26 anni ho sempre fatto il capofabbrica e avevo raggiunto il massimo della mia aspirazione, della mia carriera. Però, quando potevo, tornavo a pitturare perché quella era la mia grande passione”.

La Monina

Fiorello ci ha raccontato un’altra bella storia parlando della vecchia e nuova Monina. Nel 1935, all’incrocio per andare a Gualdo, c’era la Monina. Fiorello ci ha lavorato quando aveva 12 anni. Fabbricavano delle mattonelle di misura 15×15 per i pavimenti ed i rivestimenti dei bagni.
Degli operai andavano a raccogliere la terra a Cerqueto e la trasportavano con i carri trainati dai muli e dai cavalli. Una volta portata in fabbrica la lasciavano asciugare sul piazzale. Una volta seccata la tagliavano in pezzi piccoli, la mettevano nelle carriole e la trasportavano dentro, la bagnavano e la mettevano negli stampi per fare le mattonelle. Dopo averle tolte dagli stampi, le piastrelle le mettevano a cuocere in un forno a tunnel. In questo forno c’era il fuoco e per farle cuocere le spingevano con una stanga di ferro. Mentre un pezzo entrava l’altro usciva, le mattonelle così si cuocevano ed erano pronte. Questa fabbrica si trovava all’incrocio che passa per la Flaminia e la strada del Cerqueto, dove sono quei capannoni mezzi terremotati. Nel 1956 hanno costruito la nuova Monina sopra l’ospedale, in via Santo Marzio.
Così racconta Fiorello: “Questa fabbrica è nata dalla società formata dalla Sig.ra Dionisi e dal Sig. Poerio Luzi. E’ lì che mi sono fatto una grande esperienza di ceramista: componendo compasizione-colori-miniun gran numero di colori, i colori normali tra di loro, facendo un’infinità di gradazioni di colori, componendo anche smalti colorati che ho chiamato Artistico A, Artistico B, smalto vecchio, rosso pompeiano, ecc”. Fiorello ci è andato a lavorare come pittore e dopo è stato scelto come capofabbrica. In quel tempo i capi delle fabbriche mettevano le multe ai lavoratori se non facevano bene il loro lavoro. Lui, però, non ha mai messo una multa a nessuno perché non gli piaceva metterle. Adesso quella fabbrica è stata demolita per fare dei palazzi. Nel 1972 un insieme di persone che hanno lavorato nella fabbrica della Monina hanno creato una società ed hanno fatto la Tagina. La Tagina, adesso, è una delle più importanti fabbriche del mondo che produce piastrelle in ceramica.

La mandola

La mamma di Fiorello andava sempre a casa di un prete a mezzo servizio, cioè gli puliva la casa. Un giorno Fiorello la seguì e vide attaccato al muro uno strumento musicale che si chiama mandola. La mandola è uno strumento musicale simile al mandolino; solo che il mandolino è bombato, invece la mandola è piatta. Fiorello aveva tanta voglia di suonarla che la spiccò e cominciò a strimpellarla. In quel momento arrivò il proprietario, don Pelio, che lo sgridò dicendo: “Cosa fai! Rimettila a posto, altrimenti me la rompi”.
la-mandolaIl giorno seguente la mamma andò di nuovo a fare le pulizie a casa di don Pelio. Il sacerdote le chiese subito: “Ma a tuo figlio piace suonare?”
Lei gli rispose:
“Non ha mai suonato, non lo so…E’ solo che ha visto lo strumento appeso al muro e ha voluto provare a suonarlo!”
Allora don Pelio le disse:
“Se vuoi te lo do! Basta che non me la rompe, perché è un mio ricordo di famiglia e ci tengo molto”.
La mamma ritornò a casa con la mandola e Fiorello cominciò a suonarla insieme a Michele e ad un altro suo amico che si chiamava Antonio Bori e fu fucilato dai nazisti ai Cappuccini. Questi due suonavano il violino. Michele era un bravissimo violinista, invece l’altro era bravo a fare tutto: il calzolaio, il falegname, il ceramista. Pensate che con la sua intelligenza si era costruito il violino da solo. Purtroppo era “infelice”, cioè handicappato, perché era zoppo, ma era intelligentissimo. Suo padre faceva il calzolaio.
A loro si unì Renzo Megni, che era un grande pittore, suonava molti strumenti e conosceva la musica.
Gli altri ragazzi iniziarono a suonare ad orecchio perché non conoscevano la musica. Renzo Megni, per insegnare a suonare ai suoi amici, invece delle note, scriveva i numeri perché era più semplice.
Così i cinque formarono una band, lì chiamavano “I musicanti”.
Dato che avevano formato un gruppo musicale, la gente li chiamava per suonare e loro andavano un po’dappertutto: a Rigali, Grello, Morano, Nocera, Piagge, Vaccara, San Pellegrino… Però era molto faticoso perché dovevano andare a piedi perché non c’erano le macchine. Quando suonavano non guadagnavano soldi, non erano pagati, ma ricevevano cose in natura come le galline, le uova, il formaggio…
Quando andavano a suonare nelle case di campagna si mettevano a suonare nelle cucine dove c’erano appesi salami e salsicce e certe volte face vano degli scherzi: per suonare ognuno si metteva in un posto diverso nella cucina, tranne Michele che si metteva sotto le salsicce ed i salami appesi. Quello che era vicino alla luce la spegneva e Michele, con l’archetto del violino, spiccava un salame o le salsicce e se li nascondeva nella camicia. Poi si riaccendeva la luce e si continuava a suonare.
Alla fine ritornavano nelle loro case e dividevano tutto quello che avevano o si facevano delle belle cenette.

Alunni: 
Abdija Claudio, Belardi Ilary, Benkoraki Hamza, Betti Si mone, Falcetti Martina, Ficarelli Cristian, Ghiandoni Andrea, Giacometti Jessica, Haxhi Persida, Jayed Hasna, Livieri Cristian, Micheletti Silvia, Msalla Otman, Pastorelli Marica, Pennacchioli Sara, Ranieri Angelica, Rondelli Simone.

Insegnanti: 
Ascani Cinzia, Serrani Riccardo

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