I miei ricordi

I miei ricordi di Giovanni Santini

IL PRIMO AMORE CONOSCIUTO…

Ero in età fanciulla e ben ricordo
avevo l’età quattordici anni appena
abbeveravo il gregge, sotto un bordo,
dove nasceva una brillante vena…
quei bei giorni felici non li scordo…
facevo la corte a una faccia serena,
che pascolava, il gregge, in quella via,
mattina e sera, alla mia compagnia.

Lei che godeva della mia simpatia,
attenta mi ascoltava, a ogni favella;
mentre che usciva, dalla bocca mia,
più la guardavo, mi sembrava bella.
Gli palpavo, il suo seno a tirar via,
ma avevo l’età ancor troppo novella.
Sconvolta, mi guardava, in tanto, in tanto,
sussurrando, Oh! Giovanni, t’amo tanto!

Una lacrima, al viso come un pianto,
gli bagnava, le sue pallide gote.
Mentre che la baciavo, come a un santo,
mi sussurrava, amore fammi godè.
Provavo a far, ma non potevo, far tanto,
avevo gran volontà, ma poche dote,
sol gli dicevo con parole a stento.
Verrà il dì amore, ti farò contenta.

Passò l’autunno, l’inverno, acqua e vento.
La primavera, verde e ben fiorita,
attendevamo, sempre quel momento,
contrastando l’amor, da vita a vita.
Lei paziente n’osava alcun sgomento,
contava sempre, i giorni con le dita.
Intanto al gregge, ognun girava attorno,
presso un boschetto e a quel gorgo d’intorno.

Tempo di mietitura, era un bel giorno,
presso una siepe, nascosti dal sole,
mi sussurrava lei, mio viso adorno!
Siam soli, in mezzo al verde e alle viole.
In fretta, la spogliai di ogni contorno.
Pensai or gli darò, quello che vuole.
Lei sussurrò, fremè, restò coinvolta,
li conoscemmo amor, la prima volta…

Autunno 1934
Estate 1935

VORREI VOLARE

Sarei ambizioso di poter volare,
veder da sopra le cose più belle.
Veder la terra i monti il piano e il mare,
le mucche, capre, pecore ed agnelle,
i gatti, i cani, i lupi e pur guardare,
la migliori figure le zitelle,
al fine poter fare un paragone,
dal basso all’alto ogni lor posizione.

Penso potrebbe nasce confusione,
dal basso all’alto, c’è differenza,
dall’erbe, al bosco, al mare e le persone,
si dovrebbe riflette alla presenza,
paesaggi fiori e la vegetazione,
dall’alto mostra una figura immensa,
invece la donna fa altra figura.
Dal basso ce la die madre natura.

Non si può dir dall’alto che sfigura,
le belle chiome e le sue ondulazioni,
nel guardarla dal basso, l’uomo oscura,
con sossulti del cuore e di emozioni.
Volare è bello e poi non fa paura.
Gustan da terra le figurazioni.
Ove si vedon quelle cose belle,
che possiedon le nobile zitelle.

26 Aprile 1940

DAL LAVORO AL PRIMO AMORE

Da genitori nato, oltre confini,
per essere andati a lavorare,
intenzionati a guadagnar quattrini
in Francia, poi in Italia ritornare
per affrontar i lor, duri destini
farsi una casa per potè alloggiare
un terreno, per viver senza fame,
un assortimento di vario bestiame.

Coltivare granturco, grano e strame,
per dare alla famiglia, del lavoro,
un pò di scuola per aver un esame
un pò di educazione e di decoro
considerando vive, in un reame
un pane di valore più dell’oro
tranquilli, riuniti sotto un tetto
fine giornata un buon riposo a letto.

Il rosario al divino pargoletto
benedizione chiesta al genitore
da li che riempa l’amor d’affetto
con lieti sogni fatti in poche ore
all’alba il cinguettar dun’uccellello
sul davanzale faceva quel rumore
il chicchirichì del gallo, quel cantare
l’annuncio è giorno, pè anda a lavorare.

Ognuno il suo lavoro da iniziare,
governare le bestie e chi in campagna,
portare pure il gregge a pascolare,
vestiti usali e nuda la calcagna,
cercar dell’acqua e poter dissetare,
cercare il fresco appiedi alla montagna,
per poter ben quel gregge governare,
dal sorgere del sole al tramontare.

Il sottoscritto si doveva impegnare,
terminata la scuola, ancor bambino
con licenza di quinta elementare.
Quel traguardo raggiunto aveva il confino
compito era il gregge diffamare,
come dovere non come destino
sia nell’inverno che alla primavera.
Questo lavoro da mattina a sera.

Tirava il vento a volte la bufera,
intempestava le lunghe giornate
con qualche canto di poesia in preghiera
sperando pria quell’ore siano passate,
finché incontrai una giovane una sera
con delle lunghe chiome ondolate,
che pascolava il gregge e mi die invito
che il gregge mio al suo venisse unito.

Volentieri accettai e premunito
per passare con questa dei bei giorni
come due tortorelle in mezzo al nido
presso le pecorelle in quei contorni
ormai non mi sentivo più smarrito
felici le partenze ed i ritorni
e così incominciammo a parlare
dal gregge alla vita e come amare.

L’ autunno che ci fece innamorare
avevo tredici anni non compiuti
già alla vita sentivo sperare
prosperare sentivo i miei tessuti
pur lei negli occhi mi stava a guardare
come se mi dicesse tu li chiudi
sguardi intrecciati senza far rumore
mi sembrava sol di dir vieni amore.

Pallidi in volto come se un malore,
uniti a tutti due avesse colpiti,
era che forte palpitava il cuore,
ansioso di volerci stretti e uniti,
allora lei mi parlò con tallio amore
Giovanni strani brividi ho sentiti…
risposi vieni a me prendimi stretto,
son pronto a darti amore e affetto.

Stretti stretti abbracciati a petto a petto
ma negativo vene il risultato
perdono chiesi so stato scorretto.
Ma non è forse perché non ti ho amato,
sono giovane ancor non è un difetto,
penso che pure le mi hai perdonato.
Lei mi guardò mi disse amore sai,
sono cose d’amor, non sono guai.

Passano i tempi come un via vai
fìssa con gli occhi, guardava il mio viso
forse sperava e non credeva mai
quello che gli leggevo al suo sorriso,
di nuovo stretta al petto l’aggrappai,
dicendo amor mai ti sarò diviso,
allor lei sussurrò amore mio.
Sei l’unica speranza e il mio desio.

Passò l’inverno gelido ed ebrio
la primavera verde e tutta infiore,
rosse viole, blu, candido gio,
fu luglio il mese ci die vero amore
mi strinse al petto forte come un fio
del caldo verginio sentii l’odore
si scosse chiuse gli.occhi imbrividita
bello è l’amor esclamò, da vita a vita.

17 Luglio 1940

SENZA PENSARCI DUE VOLTE

Una mattina mi alzai di buon ora,
senza pensarci dissi prendo moglie,
non volle confidar a nessuno ancora,
dalla mia casa le varcai le soglie,
la sera pria che il sol, scende e scolora,
dal barbiere andai i capelli a toglie.
Tornai a casa ho cenato e con ardore,
partii veloce a casa del mio amore.

Senza esitar noti aspettai dell’ore,
subito feci il mio proponimento.
Senti gli dissi come balle il cuore,
non mi dire di no fammi contento,
vivo nella tristezza e nel dolore,
se non accetti il mio proponimento.
Scappiamo in questa sera tenebrosa
mi è poco quest’amor ti voglio sposa.

L’offerta neanche a lei, gli fu noiosa,
disse non si può fare questa sera,
pur io dovrò prepararmi qualcosa,
se due giorni aspettiam non è bufera.
L’otto è festa, è la vergin gloriosa,
sol per due giorni, ti faccio preghiera.
Intanto avvisa, anche i tuoi genitori,
di questo che han deciso i nostri cuori.

Per noi dicembre fu a darci i suoi fiori,
che ci congiunse in un amor sincero,
dei giorni con gran gioia e anche dolori,
l’amor in un solo senso non è vero.
Sapersi sopportar sono i valori,
così amor si può dir non è un mistero.
Cerchiamo amarsi ancor, con grande festa,
per quel tempo che abbiam che ancor ci resta.

08 Dicembre 1941

IL PRIMO ANNO ALLA FALCIATURA

Mia carissima sposa, son sei mesi,
che unito abbiamo i nostri caldi cuori,
questo distacco non ci renda offesi,
perché sono valori detti e cresi,
ma costretti ne siam per dei lavori,
che il bisogno a forzato questo a fare,
per poter un pò la vita migliorare.

Cerca pur te il distacco sopportare,
rifletti pur per me è una vita dura,
un lungo mese si dovrà falciare,
sotto il cocente sol con tanta arsura.
Una capanna di legno alloggiare,
dormire come buoi, in stalla oscura,
senza un lume a dar chiaro e poter vede.
Taciti zitti e nulla si può chiede.

Imploriamo solo Iddio e aver tanta fede,
e la sua protezione non ci manchi.
Sulla paglia dormir e con tanta quiete,
da poveri animali e pure stanchi.
Tranquilli come chiusi in una rete,
pensare il giorno dopo tutti quanti
la colazione, il pranzo sotto il soie,
per dieci ore lavoro e non parole.

C’è il pericolo pur delle bestiole,
che vivono in maremma in mezzo al fieno,
nascoste in mezzo all’erba e le viole,
di color giallo e blu pien di veleno.
Son come un grosso ragno le mediole,
saltan da un’erba e l’altra senza freno,
così le settimane, i giorni e l’ore
le trascorre in Maremma il falciatore.

Ora sto appresso al fuoco e il suo calore,
preparare la cena e per domani,
la schiena fa sentir qualche dolore,
e qualche callo all’interno alle mani,
ora ai miei detti non da alcun valore,
pensa al presto ritorno i nostri piani,
vi giunga il mio saluto caldo e in fretta.
A babbo e mamma a te sposa diletta.

15 maggio 1942

FANTASIA D’AMARE

Nella vita immatura da monello,
già si crede alla donna di un qualcosa,
come un sogno o fantastica il cervello,
dare inizio ad una vita avventurosa.
Sembra il tempo che passa non sia quello,
che può condurre a coglie quella rosa,
senza saper se ha spini o getta odore,
il colore delle foglie e se da il fiore.

Si pensa solo ad un grande valore,
che sol la donna lo potrà donare,
finché si cresce, poi nasce l’amore,
arriva il tempo e nulla più scordare,
giunta è l’età ormai comanda il cuore,
ai tempi indietro non sì può tornare,
si coltiva l’amor bello e sincero,
e quei ricordi di quel sogno vero.

Chi conquista la donna ha un grande impero
un’impero di gioia e tenerezza,
da lei riceve quell’amore intero,
quell’amore di gioia e di ricchezza.
Si diventa un potente conduttiero,
di tanto amor senza limitatezza,
che la donna lo da e con vigoria,
con il suo immenso bene e simpatia.

09 ottobre 1945

DALLA ROMANA MAREMMA

Ti mando, questo scritto o padre mio,
dalla Maremma dove so arrivato,
per informarti, tengo gran desio,
giorno per giorno, ti terrò informato.
Questo è un dovere dare a un padre un fio,
altrimenti si tiene desolato
falcia in Maremma è una faccenda dura,
gran sacrifici senza una misura.

Si vive male e nessuno si cura,
di chi soffre e lavora tutto il giorno
nessuno al vitto, ci pensa o procura,
dobbiam pensarci noi al nostro ritorno
quando la sera al giorno, da chiusura,
minestra un poco, niente pasta al forno,
un pò di pane, un pezzo di formaggio,
il giorno dopo per il primo assaggio.

Falciare dieci ore, giugno e maggio,
mattina e sera, sotto il forte sole,
non basta forza, ci vuoi pur coraggio,
pur di sperare sempre, se Iddio vuole,
dormir lontano, senza un paesaggio
sotto un tendone se dormi si vuole,
da buon lavoratore e poveretto
servir paglia da materazzo e letto.

Attenzione ci vuoi, da qualche insetto,
che vive qui in Maremma a tempo pieno,
a chi colpisce, non porta rispetto quell’animale,
ha cattivo veleno,
coprirsi bene p’essere protetto
togliere l’erba lontano dal fieno.
Questa è la vita che fa il falciatore
da un lavoro, ogni dieci ore.

Il padrone non vuoi sentir rumore
da un tristo vino e non si può parlare
sempre vicino guardiano, o fattore,
per pochi soldi, si ha da lavorare,
quel vino a volte, scioglie e da dolore,
fai tutto li non ti puoi allontanare
or ti saluto, babbo, con rispetto,
in altro scritto, compirò il mio detto.

15 maggio 1946

NON SI PUÒ SCORDARE

Penso ricordi ben quanto mi amavi,
a quei miei sentimenti condividi,
a quei miei detti rispettare osavi,
la fronte, gli occhi, le tue labbra univi
mi stringevi assai forte, mi baciavi,
i nostri cuor d’amor non eran privi,
ricorda ancor quei battiti del cuore,
vicini lor trepitavano amore.

Tanti giorni sereni e belle ore,
sembravan proprio non passavan mai,
svaniva in vita ogni gran mal’umore,
lucevan come l’oro pure i guai,
sembrava primavera pien di odore,
di un amore strepitoso un via vai,
che durò degli anni e come il vento,
partì, più non tornò un solo momento.

Di quell’andar fu un tuo proponimento,
lasciaste Gualdo e la nostra regione,
fu lasciato ogni nostro sentimento,
al nostro amor l’intera posizione.
Non ti ho più visto addio a quel godimento
ugual l’augurio è per la tua evasione,
i ognuno ha un solo cuore,
divide non si può con altro amore.

26 Dicembre 1947

SOFFRIRE PER AMARE

Mi facevi soffrir me ne ricordo,
giovane avevo l’età (diciassett’anni)
sentivo le mie fonte ormai in accordo,
per lasciare l’infanzia ed i suoi affanni,
dalla vita sentivo più di un mordo,
pur mi sentivo un sollevar di panni,
che mi davan torture e batticuore,
costringendomi a dire amore, amore.

Un desiderio privo di dolore,
guarirlo non sentiva medicina,
il sangue a cento gradi era il bollore,
riduceva la vita poverina,
a cent’ottanta palpitava il cuore,
pensavo addio alla mia vita declina
ingenuo ero alla vita di ogni giorno.
Guariva il male e poi faceva ritorno.

Camminavo al volar come uno storno,
la mia vita volevo contrattare,
mi allontanavo da quel mio contorno.
Pur le colline volevo abbassare.
Un giorno veddi avevo un gregge d’intorno,
c’era qualcuno a farlo pascolare.
Mi fermai lasciando ogni altra via.
per offrir la mia buona compagnia.

Bella gli dissi con tanta allegria,
mi fermerei con te finché c’è il sole,
a una risposta con gran simpatia.
Mi parve di veder rose e viole
ma mi sentii un pò di tirannia,
non osai alcun dire altre parole,
calava il sole tornava il malanno,
quella triste emozion era il mio danno.

13 marzo 1948

LA BELLEZZA

Bella guanto sei bella sembri il sole,
questo mi sembra poco; sei una stella,
che vive in un giardino di viole,
ti voglio ancora dir sei tanto bella.
Beato chi ti abbraccia e chi ti vuole.
Per quello che ti avrà Oh! che novella,
uniti a cuore a cuore a fiato a fiato
il meglio nome chiamarlo è fortunato!

26 Dicembre 1948

SI PUÒ IMPAZZIRE

Quando ti vedo, ti sogno e ti penso,
sento qualcosa mi fa impallidire,
forse sarà quel tuo profumo immenso,
che dai miei sensi non osa svanire,
mi salverebbe solo il tuo consenso
od’ altrimenti, mi vedrai impazzire,
allor salvami il cuor dallo strapazzo
se non mi vuoi veder morire pazzo.

26 dicembre 1950

SE TORNANO I CONTI

A sposarsi a vent’anni l’occhio è chiaro,
pure se è buio con lo specchio vede,
un chicco in terra compare un somaro,
un topolino sembra una mercedes,
un caffè senza zucchero ne amaro,
con venti ovi si può compra la fede
con i soldi di una pecora o un agnello,
si paga il pranzo, camera e l’anello.

Completar degli acquisti, questo o quello,
se mancasse qualcosa; qualche pollo,
ogni acquisto si fa pur che sia hello,
ci son denari pur per il girocollo.
A conti fatti si addobba un castello,
purché in cima non sia a non scapocollo,
or restan solo i migliori momenti,
per far felici i sposi e assai contenti.

Posson venir piccoli mutamenti.
se ancora i conti non hanno saldato,
i regali ci sono dei parenti,
per pagare l’affitto anticipato,
i conti più o meno so apparenti
se mancasse qualcosa, c’è un castrato.
Dopo una vacanza mare monti,
con penna e carta si aggiustano i conti.

08 gennaio 1952

I SACRIFICI DI MAMMA

Mamma ogni giorno, che ti vedo e ascolto
e ogni momento, che non ti ho vicino
il mio pensiero, sempre a te è rivolto
senza una lontananza e niun confino
lo so, che mi ami e che, mi hai amato molto
questo ben che mi vuoi, non è un destino
io ti ringrazio, del tuo gran valore
frutto volesti me, con grande amore.

Te fosti, a darmi i battiti del cuore,
e dal tuo grembo, ebbi la mia vita.
Mi donaste, la luce con dolore
e ancora mi vuoi appresso, forte e unita,
lavorasti per me, con gran sudore,
mi accarezzavi, dal viso alle dita.
Mi desti il latte, fino a grandicello,
per vedermi pasciuto e ancor più bello.

Sorridevi, cantavi uno stornello,
favole m’insegnavi, io non capivo,
mentre mi ti mostravo, un pò ribello
di ogni tuo insegnamento ne ero privo.
Quel che facevo perché ero monello
Dopo i capricci, tornavo giulivo
Ora mamma ti dico una parola
Mamma nel mondo ce ne sta una sola.

Questo mamma, non è nebbia che vola,
questa è la verità, un solo pensiero
fuor di te mamma, nessun mi consola
solo ogni tuo parlare, dice il vero,
getti profumo, più di una viola,
hai un cuore grande umile e sincero
questo è che mi fa vivere giocondo
se tu vivresti finché dura il mondo.

18 gennaio 1953

L’ UOMO, L’ASINO, IL CAVALLO

La falsità nel mondo ce n’è tanta,
cen’era un dì oggi è moltiplicata,
chi un dì non si vantava oggi si vanta.
Non c’è giustizia, solo spavaldata.
Chi lavora, chi ha spasso o fa la pianta,
non ha l’orario per la ritirata.
Sdraiato sotto un pioppo un’ elce o un pino
fa la vita del dolce malandrino.

Chi lavora per lui è quel contadino.
La sveglia deve fa al canto del gallo,
far la vita del povero ciuchino,
che porta il fieno e lo mangia il cavallo,
poi deve trasportare pure il vino,
per la pregiata, bestia e senza fallo,
e il povero somaro in lui, che deve,
trasportà il fieno e il vino in tempo breve

La paglia e l’acqua se vuol mangia e beve,
o veramente è a scelta la dieta,
queste per lui son le cose liete,
son quelle ammesse e nessuno le vieta,
or chi lavora è preso nella rete.
Da chi dall’alto ha raggiunto la meta.
Or l’operaio e l’asino al travaglio,
il cavallo in ascolto al loro raglio.

19 febbraio 1959

LA DONNA VUOLE E DONA

Mese di agosto, con il caldo sole,
non usa dare ferie al contadino.
Se di un anno i suoi frutti coglier vuole,
riempir di cereali il magazzino
a ogniuno occorre allaccià panni e suole
occorre aver l’aiuto del vicino
al pagliaio, al barcone, o alla misura,
per avere i frutti della trebbiatura.

Lavoro è ai giorni, questo, poco dura,
ma per trebbiare ci vuoi tanto aiuto,
venti ore al giorno e con tanta premura,
poco dormire e d’esser risoluto
ogniuno al suo mestiere e con gran cura,
nessuno può far l’ozioso, o pur l’astuto
all’inizio si ammette, al suo mestire.
Per poterlo compire il suo dovere.

Riposo non esiste, feste o fiere,
pur’ io avevo il mio grano, da trebbiare,
così dovevo impegnarmi, giorni e sere,
per poi riceve, si doveva pur dare,
di buon mattino, percorreo un sentiere,
trovai una donna stava a pascolare.
Mi disse, dove vai tanto stordito?
di fargli compagnia mi die l’invito.

Risposi, ancor non sono incretinito,
pur’ io devo trebbiar, fra qualche giorno,
se a tale invito oggi avrò trasgredito,
nemmeno lui verrà, ed è pure scorno,
pur io disse, ho mandato mio marito,
fin questa sera non farà ritomo,
se tu resti con me ben lo vedrai,
l’amore e il mio calor riceverai.

Io verrò ed il mio aiuto accetterai,
quel giorno, mio marito pur mi porto,
e se quest’oggi compagnia mi fai,
su dammi ascolto ed avrai il mio conforto.
Sentendo tal parole, allor pensai,
preferisco all’amico di far torto,
disubbidì, a trebbiare è poco danno,
l’amore è amore e dura più di anno.

Deciso non andrò, oggi rimando,
e li restai con lei mezza giornata.
Senza lavoro, stanchezza ed affanno
all’ombra di un ciliegio l’ho abbracciata.
Lei con dolcezza mi stava guardando,
sussurrava, son tanto innamorata.
Quest’amor se vogliamo, gli anni dura,
nulla paragona alla trebbiatura…

05 Agosto 1959

NON E BEN FIDARSI

Per l’uomo aver due occhi non è tanto,
due orecchie, un solo cuore, un sol cervello,
ci vorrebbe un raddoppio da un trapianto,
per essere un qualcuno un questo o quello,
finché l’uomo è così non ha alcun vanto,
si da alla donna come spasserello.
Presso la donna l’uomo non val nulla.
Dorme come un bambino nella culla.

L’abbraccia se lo stringe, lo trastulla,
promette amarlo e non tradirlo mai,
non pensa quell’osare che è una bulla,
si gira come vuoi a non finir mai,
non sogna o pensa la donna è fasulla.
Si diverte tranquillo e non ha guai,
questo lo fa la donna, al finto amore,
arriva un altro e gli dona il suo cuore.

11 Novembre 1960

RESTANO I RICORDI

Dove sono quegli anni ormai passati,
ricordano quei giorni da bambino,
che sembravano fermi e congelati,
da un giorno all’altro, non sembravan vicino.
I giorni dalle notti desolati,
sorgeva il sol ma lo faceva l’inchino.
Poi terminato il lunghissimo giorno,
dopo una lunga notte il suo ritorno.

Tristezze dava quel lungo soggiorno,
sembravan tempi non passavan mai.
Veloci si volean come lo storno,
veder i giorni e le notti un via vai,
via la piccola infanzia e il suo ritorno,
andare avanti e non ritornar mai
s’inventava l’età, intorno ai venti anni.
L’addio all’infanzia e i suoi piccoli panni.

Si sognavan le donne via gli affanni,
da uomini chiamarsi ormai maturi
abilitarsi a prendere i comanni
sperando a un forte amore e esser sicuri.
Forse non si pensava a dei malanni,
e l’andare all’incontro ai tempi duri.
Convinti nelle donne e i loro amori
per essere nella vita i vincitori.

L’ età è arrivata ma quei gran valori,
che si speravan nella giovinezza,
non era sol gioir con rose e fiori,
c’è lo spesso soffrì e la tenebrezza
è tutto un mescolarsi ai buoni umori,
la gioia l’allegria e pur la stanchezza.
La meglio gioventù che a tutti invita.
Nei suoi migliori anni della vita.

Diciam la meglio età ormai è finita,
degli anni duri siam giunti all’inizio,
dagli amori ormai cambia la vita.
L’età matura invita all’armistizio,
una cosa sol che resta e vuole unita,
lavoro, serietà, e null’altro vizio.
Questo vuoi l’età, quando è matura,
e il resto tace e nulla più assicura.

Ricordiam nell’infanzia la premura,
di quel passar degli anni troppo lenti,
si viveva all’abisso e alla paura.
Di quei bei giorni non eravam contenti.
Ora siamo arrivati alla chiusura.
Ci sembran troppi! Assai i nostri lamenti,
scordiamo del passato nulla importa.
La vita è come è sia lunga o corta.

25 Novembre 1961

POESIA DELLA MONTAGNA

Con tanta devozion mi volgo al cielo,
e chiedo a Iddio signor, per cortesia,
che riempa il mio cuor di tanto zelo,
per da al mio verso la festosa via.
E pur la madre sua mi stenda il velo,
che nel mio dire perduto no sia.
Il qual della montagna vò parlare
quelle sue utilità, non fa mancare.

Dalle miniere sue vò incominciare,
che donan vita a mezzo del lavoro,
acciaio e ferro ci vengon a dare,
platino, argento ed il prezioso oro.
Neanche il carbone non lo fan mancare
bauxide e mercurio ci dan loro
e pur dei fiumi tengon la sorgente
che irrigano il terren sterile, ardente.

La prelibata sua acqua nutriente,
che dal ruscello scende alla pianura,
per dissetar le bestie e pur la gente,
togliendo loro la fastidiosa arsura.
Pure ai poeti ispira la loro mente,
quell’aria di montagna tanto pura
e pure il cittadino nell’estate,
va per passar lassù giorni e serate.

Le belle cime sue vengon dorate,
ogni mattino dal sorge, del sole,
e le sue erbe fresche e profumate
vengon risvegliate a quel calore,
e dai suoi raggi vengon baciate,
le rose, i gelsomini e le viole,
il qual le rende maestose e belle
come baciar volessero le stelle.

La sera nel calar le pecorelle,
da quelle cime sene tornan piano
le adulte unite alle giovani agnelle,
seguendo il tintinnio, di un campano,
che conduce per strade e stradelle,
finché raggiunto hanno il terreno piano,
benché son bestie e non hanno parlato,
riveriscono il dì e tutto il creato.

Nemmen di notte è solo è popolato,
dal selvaggio animale montagnolo,
parte al pascolo, quello è dedicato,
ed’altra parte è dedicato al volo.
C’è il carnivoro lupo che sta agguato,
ed a stare aspettar non è lui il solo
alla pendice, o in cima della cresta,
pure la volpe a rapinar si presta.

Ogni sua utilità si manifesta
ancor miglior di quella pianura,
con quella delicata e verde vesta
che dona la salute e la frescura,
utile ai suoi boschi essa si presta
fornendo legno di varia misura,
qual per lavori e qual pel focolare
quale pianta da frutto da restare.

Le sue utilità non fa mancare,
all’uomo e all’animale d’ogni sfera.
Pure il Sinai, dobbiamo ricordare,
il dì che il santo ci fece preghiera.
Della montagna voglio terminare
e per mio conto gli do la bandiera,
ed or ringraziar voglio Iddio signore,
dell’universo immenso creatore.

18 Ottobre 1963

OH! TE FRANCIA

Oh! Te Francia lontana madre mia
tu che vita mi hai dato or sai straniera.
Io ti ricordo con gran simpatia.
Se ti dico ancor ti amo è cosa vera.
Forse se n’eri te la poesia
nel mio cervello non faceva carriera.
Ora pur te mi dovrai ricordare.
Quando i miei versi sentirai cantare.

Quante persone ti stanno abitare
che ne provengon dal suolo italiano
per venire da te a lavorare.
Hanno varcato il monte, il colle, il piano
si son dovuti pur sacrificare
giovani anziani e più di un paesano
qualcuno si è privato del suo cuore
venuto la senza conosce amore.

Due giovanotti pieni di valore
debbono andà in cantina per mangiare
ma lor non vanno dando un malumore,
perché ci son le donne ad abitare
son perugini ma non fan furore.
La carne umana li fa allontanare.
E così piove è freddo o c’è la brina.
I giovani mangiar fuori dalla cantina.

Questa gente la chiamo poverina.
D’aver paura da chi fu creato
dal nulla ebbe vita ogni testina.
E ogniun padrone fu del proprio stato.
La donna venne per bontà divina
per cui l’uomo da lei deve esse amato
più dell’amore non si può acquistare.
Desiderate amor cercate amare.

Ora d’Orlando vi voglio parlare
del gran forte guerriero paladino
la triste sorte sua volle imprecare
e per l’amor varcò più di un confino
l’angelica non potè conquistare
alla follia si dette poverino
che in più dell’armi lo teneva un cuore.
Degno a donarlo a un infedele amore.

Pure Adamo creato dal Signore
per fedeltà la donna gli vien data
per sfoga ogni sua brama ogni suo ardore
così la nostra vita è comportata
uomini siete senza alcun pudore
perché la donna da voi è disprezzata?
Dite quell’arma addosso che tenete
senza servirla cosa ci facete.

Penso privi di quella non sarete
da quella l’uomo vien valorizzato
cercate adoperarla e vedrete
che imparerete ama e sarete amato
quando la donna al petto stringerete
e sentirete l’odor del suo fiato
il sangue si riscalda con bollore
dando quel frutto che si chiama amore.

Questo avvertimento con valore
credo non sol da voi venga ascoltato
anzi a tutti darà virtù e onore
per esser dalle donne più apprezzato
giovani abituate il vostro cuore
dalla donna non sia terrorizzato
l’uomo è per la donna e pure quella
per l’uomo è fatta e mai non si cancella.

23 Settembre 1965

UN INCONTRO DI CACCIA

Ricordo gli anni che ero cacciatore
quei tempi selvaggina n’era molta,
mi passavan tranquille quelle ore,
passando per i boschi e terra incolta,
frugando rupe e dove eran le more.
Di selvaggina si faceva raccolta,
portando a casa pieno quel carniere
con gran soddisfazione e gran piacere.

Indossare il fucile era un mestiere,
che lo indossavo ormai, da tanti anni,
lo transitavo per qualche sentiere
scarpe con fango inumiditi i panni,
le labbra asciutte la voglia di bere.
Un riposo per togliere gli affanni
con quel riposo un pochette dormire
poi riabbraccia il fucile e ripartire.

Allor mi parve un gran fruscio sentire,
un muovere di passi, in quel sentiero,
immaginando mi sembrò capire,
di caccia fosse stato altro guerriero.
A pochi passi la vidi apparire,
una signora co’ uno scialle nero
che fece un salto indietro alla sparata
lamentando aime! brutta giornata.

Colta d’improvviso si è fermata,
ed esclamò Oh! Iddio che gran paura,
questo momento era cosa impensata,
pur mi poteva porta alla sepoltura.
Risposi e dissi con parola grata
con dell’acqua se vuoi, gli dò frescura,
in questa fontanella fresca e buona,
toglie la sete e un buon ristoro dona.

Rispose grazie O! che gentil persona
che nessun altro mai avrebbe incontrato
incontrar un anima viva e tanto buona
in nessun giorno mai avrebbe sperato,
chi buon cuore lo tien buon cuore dona,
mi guardò gli occhi e forte mi ha abbracciato,
allor pensai la caccia ha un gran valore
se non uccide e fa parlare il cuore.

10 Settembre 1972

GLI ULTIMI RICORDI DI MAMMA

Mamma negli occhi ancor sento il dolore.
Dal pianto in quell’addio assai doloroso.
Mi privaste di tutto quell’amore,
che per tanti anni ho passato gioioso.
Tu fosti quella che mi die splendore.
Trasformando quel giorno tenebroso.
Quando chiuso hai i tuoi occhi ed il tuo fiato.
Dal tuo amor mi lasciaste desolato.

Mamma dimmi perché mi hai abbandonato
fino che eri con me, viveo contento,
tutto quel benvoler che mi hai donato,
quello mi resta e mi da gran tormento.
Un gran dolor mi lascia disperato.
Il cuor mi batte con tanto lamento.
Non mi dovevi lasciar, per me è finita,
toglieste, ogni conforto alla mia vita.

Cinquantaquattro anni, ti ebbi unita.
Or quell’ottobre non lo scordo mai,
che in una bara chiusa sei partita,
risposta non mi daste al dove vai.
Per me quel giorno fu una grande sfida.
Dammi risposta in sogno dove stai?
Vorrei in eterno non esser diviso,
ma un giorno riabbracciarti in paradiso.

Mamma spero che viva il tuo sorriso
come quello di un dì ch’ero bambino,
quei caldi baci che mi davi al viso,
ti schiamazzavo come un cherubino.
Ogni ricordo tengo al petto inciso,
pur maledendo il triste reo destino.
Mi conforta un pensier vederti in cielo,
presso madre Maria, il celeste velo.

28 Ottobre 1974

NON TI HO PIÙ BABBO

Dopo dieciotto mesi di sconforto,
rimasto, con un solo genitore
lo spirito di mamma, in ciclo sorto
solo di babbo mi restò, l’amore
quello che al pianto, mi dava conforto
rammorbidendo parte, del dolore
che mamma mi lasciò, nella mia vita
triste con quel pensiero e inorridita.

Babbo che di bontà, n’era infinita
mi confortava, vederlo vicino
venne che terminò quella partita
chiudendo il libro a quel crudel destino
spense i suoi occhi ed il muover le dita
per varcare del ciclo, quel confino
con dolor nel mio cuor, senza sorriso
lacrime tristi negli occhi e sul viso.

Babbo credo, che aperto il paradiso
dopo il lungo viaggio, avrai trovato
or che da questo mondo, sai diviso
per andare su in ciel, che hai meritato
eri buono, paziente, hai pur diviso
pur quello che era tuo, e che ti fu dato
quell’affetto, sincero e quell’amore
d’amico, sposo e grande genitore.

Babbo che lavoraste, con sudore
per farmi grande e vivere gioioso
splendeste fino anziano e con valore
più di che occorre a un genitore e sposo
ora che non ti ho più, un gran malumore
mi toglie, ogni conforto e ogni riposo
specie quando che penso, sei partito
per quel lungo viaggio ed infinito.

Per cinquantasei anni, ti ebbi unito
mi fosti appresso con tutto il tuo amore
ma non potesti rifiutar, l’invito
che la ria morte, ti strappo al mio cuore
più volte in sogno, mi par ti ho sentito
che detto mi hai, che vivi col Signore
io da quaggiù ti chiedo, quando puoi
prega per me, per gli altri e tutti noi.

20 Aprile 1976

L’ITALIA VA MALE

La bella Italia chiamata il giardino,
da tanta gente viene popolata,
dal mare all’alpi varcano il confino,
da ogni nazione ha il gran rispetto e armata,
ogniun che arriva gli fa il bello inchino,
con rispetto e d’amore è salutata.
Con quel suo verde, i monti e azzurro mare,
invita tutti a farsi rispettare.

Frutta, bevande si posson gustare,
quei prelibati piatti all’italiana,
la pizza i dolci sono da invidiare.
Ogni vivanda è buona, ricca e sana,
il sole sempre pronto a salutare.
Col suo rispetto a questa terra sana,
mentre in Italia c’è un detto brutale.
La colpa è dell’Italia se va male.

Dire così questo non è normale,
se l’Italia va male è l’italiano,
tratta questa sua terra da rivale,
sotto i suoi duri colpi della mano,
che per città e per via tanto brutale,
uccide, ruba, stupra è disumano,
violenza crudeltà senza rispetto,
è questo dell’Italia il gran difetto.

Suolo d’Italia se non sei protetto,
chi la tua terra insanguina perdona,
chi distrugge chi stupra sotto il tetto.
Non negar quel che puoi ma tutto dona.
Iddio ci attende; ogniuno li è costretto,
al suo cospetto gente trista o buona,
e da giudice sa quel che è normale.
Questo è il motivo l’Italia va male.

24 Maggio 1980

AMOR FASULLO

Nella mia vita questa donna ho amato,
pur lei con il suo amar mi era vicino,
ma spesso quell’amor veniva spezzato,
dopo gli abbracci veniva il declino,
dopo che un pò di tempo era passato,
nell’incontrarmi mi veniva vicino.
Chiedendomi perdono di ogni errore,
giurando fosse mio tutto il suo cuore.

Per me era un sogno non un vero amore.
Era un amor che non consideravo,
non mi dava entusiasmo né valore,
solamente del tempo ci passavo,
così non si nutriva quell’ardore,
considerato da un’amore forzato,
solo poter passare qualche momento,
per poi raggiunger ancora il fallimento.

Durò parecchi anni a grande stento,
poi raggiunta l’età anche matura,
riflettendo non era un godimento,
e alla propria famiglia aver più cura.
Amar tal donna era un presentimento.
Fu l’egoismo a portarmi all’usura.
Se tale ho amato, non chiedo perdono,
solo per sfregio; ho tradito un minomo.

20 Ottobre 1980

 I miei ricordi di Giovanni Santini

Giovanni Santini

SUOCERA E NUORA

Un giorno mi incontrai in una famiglia,
suocera e nuora con modi roventi,
a l’una e l’altra luccicaon le ciglia,
lingue sporgenti come due serpenti,
uscian parole che facevan le miglia,
lagnanze ogniun dei loro comportamenti.
Ogniun diceva all’altra tu sai quella,
senza spiegare la giusta novella.

La suocera grassoccia l’altra snella,
sudavan dalla rabbia e dal furore,
la nuora benché ancor come zitella,
la rabbia in seno gli dava il tremore.
L’anziana donna al fine poverella,
dovette tace e tace con rancore,
quando la nuora con parole dure,
gli ricordava ai suoi tempi l’avventure.

Parole tristi ma sembravan sicure,
la suocera dovette retrocede,
per farle rimanere in quelle mure
per evitar la storia a far procede,
ormai erano lunghe le misure.
E a quei litigi si poteva dar fede.
Allor per evitare quel racconto,
tutto cessò pria del sole al tramonto.

22 Giugno 1987

POESIA ALL’ EMIGRATO GUALDESE

II mio saluto alla cittadinanza
e a tutta questa gente qui rivolta,
Gualdo ritorna ancor alla vecchia usanza,
ricordando un pò tutto di una volta.
Con canti, suoni a chi dorme alla stanza,
chi sul balcone, veglia, guarda e ascolta
quelle belle canzoni di valore,
che danno vita speranza e calore.

Giunga questo mio dir con tanto cuore,
a chi tal bella festa ha organizzato,
questo è un lavoro fatto con amore,
per ricorda, chi sempre ha lavorato.
Tutti questi presenti in buon’ umore,
per far festa a chi fu un dì emigrato,
come amico, fratello, o altro parente
nulla si scorda e resta nella mente.

Gualdo ha tanta di questa brava gente,
che per forza maggiore si è emigrata,
per condurre una vita lietamente,
nell’adilà al confine si è portata,
per cambiare un futuro dal presente,
la sua intera famiglia qui ha lasciata,
con un bacio alla bocca ed un sorriso,
l’arrivederci ed una lacrima al viso.

Una valigia per partire deciso
varcare oltre un confine a lavorare,
un passaporto con un timbro inciso,
un pesante lavoro d’affrontare,
dalla sua moglie e figli ormai diviso,
per procurare a lor soldi e mangiare.
Sotto terra all’oscuro e senza sole,
sperar tutto andrà bene se Iddio vuole.

Uno scritto ai genitori, moglie e prole,
sono arrivato ed ho preso lavoro,
non vedo campi, boschi né viole
sol miniere in carbone, ferro ed oro.
Servì un padrone come dice e vuole,
sempre al comando come voglion loro.
Al fin del mese la pria busta novella,
non si sa ancor quanto contiene quella.

Or ringraziate quella grande stella,
dal passato fin qui vi ha illuminato,
benché ha una vita dura e poco bella,
con sacrifici avete superato.
Ora qui a Gualdo questa gente e quella,
festeggia il sacrificio da voi dato.
Se Gualdo è bello grande e acquista allori,
merito avete voi, lavoratori.

Or mi rivolgo a voi amministratori,
che conoscete il presente e passato,
merito è vostro a fare tanti onori
a chi fuor dell’Italia ha lavorato.
Questi si debbon dir risparmiatori
che ognun del necessario si è privato.
Pe portar da canale alla rocchetta,
un orto, un praticello e una casetta.

Caselle e sopra in quella via diretta,
oltre stazione e giù nel bianco spino.
Dal fabbricato fino a una bacchetta,
venuto è dal lavoro quel quattrino.
Oggi che Gualdo è una città eletta,
merito a chi affrontò come destino.
Che nella gioventù ha sacrificato,
togliendo a se pur quel che Iddio gli ha dato.

La festa di quest’oggi all’emigrato,
è per fargli gli elogi e tanti onori,
a quello che è ancor la e perchì è tornato,
sono emigrati e han gli stessi valori.
Ancor vorrei seguir questo parlato,
con una preghiera agli amministatori.
Che per compenso e non per simpatia
dedicar all’emigrato un quel che sia.

Ora chiudo il mio canto a tirar via,
con un fraterno abbraccio ed un saluto,
vero e sincero dalla parte mia
al vicino e al lontano non venuto,
e a chi mi ascolta con gran simpatia
gli confermo i miei detti e dopo chiudo.
Agli emigrati nulla si cancella,
Gualdo l’hanno ingrandita e fatta bella.

15 Agosto 1989

FESTA DELL’ ESTATE GUALDESE

II mio saluto alla cittadinanza,
e a tutta questa gente che mi ascolta.
Gualdo ritoma ancora alla vecchia usanza,
ricordando un pò tutti di una volta.
Da parecchi anni il canto era in mancanza
quel che chiamava un di gente a raccolta.
Facendo delle belle serenate;
sincere allegre di cuore donate.

Gente presente pure voi ascoltate,
specie in quei tempi chi non era nato,
per loro eran novelle ben vagliate,
era il dono del luogo e dell’abitato.
Le lunghe notti, le lunghe vegliate,
granturco in torce p’esser sgracinato;
un canto di patocco allegro e bello,
seguito dopo un ballo a saltarello.

La vita dell’anziano e del monello
era solo lavoro ed allegria,
nel cammino in strada e nel castello,
era il lor dono della simpatia.
La mietitura con un falcinello,
il grano si tagliava a tirar via,
con poco vitto, ed acqua poco buona,
si allietava cantando una canzona.

Intanto il mezzogiorno scocca e suona,
si ritorna cantando al casolare,
sperando a una vivanda, poco buona,
minestra e pomodoro da mangiare.
Finita poi l’estate e l’aria buona,
l’autunno poi l’inverno sta arrivare.
Vien gennaio la neve, bianca e bella,
si canta ancora, arriva la Pasquella.

Per le case si porta la novella,
annunciando i re magi e Cristo nato,
chiedendo di formaggio una rotella,
un pollo vivo, morto, o anche pelato,
un pò di porco entro le budella.
Veniva chiesto a chi l’aveva ammazzato.
Un pò d’ovi, una lonza, una gallina,
un felice ritorno alla mattina.

Passa l’inverno, neve, pioggia, e brina,
siamo alla Pasqua la morte di Cristo.
Si canta la passione che è divina
che a chi riflette; lascia il cuore tristo.
Quel canto che s’inizia di mattina,
entro le case a giorno quand’è visto
senza cappello con devozione vera,
per tutto il giorno finché non è sera.

Trenta dì aprile piena primavera,
dopo il tramonto la buia serata,
l’annuncio a maggio con fedeltà sincera,
canti d’amore alla sua cara amata.
La luna in ciel, risplende, tonda e intera
sembra pur’essa fosse innamorata,
mentre accompagna nel lungo viaggio,
giovani e anziani messagger del maggio.

Dei dì remoti vi ho dato l’assaggio,
subivan sacrifici i nostri vecchi
i balli e i canti gli faceva coraggio.
Ricordiamoli ancor son nostri specchi,
ora con questo dir faccio un passaggio,
ai nostri giorni ritorniamo ai detti
riallacciando quei canti con amore,
che donan vita speranza e calore.

Il canto è bello e tranquillizza il cuore.
Il cuore porta tanta simpatia,
penso ascoltato avrete con amore.
Seguendo i versi di ogni poesia,
che portano a ogni vita il buon’ umore.
Dove c’è il canto c’è vita e allegria
dobbiamo ringraziare quella gente,
che a Gualdo l’han voluto fa presente.

Ora il saluto mio grande e possente,
giunga a coloro che mi hanno ascoltato.
Giunga lontano dove la mia mente,
e il mio pensiero ancor non è arrivato,
giunga all’anziano al bambino innocente,
pure a chi questa festa ha organizzato,
per far di Gualdo una migliore mostra,
la migliore città dell’Umbria nostra.

07 agosto 1990

AMORE E FINE

I giorni d’oggi ancor, immaturi e belli,
chi li ha li tenga a caro, forti e stretti,
un giorno lo diran. dei giorni quelli,
sono passati, come frugolletti…
eran felici, non eran ribelli.
Sinceri, allegri, immondi, da difetti,
amori immaginati, senza fine,
come sentieri senza fine.

Le donne, oggi si mostran poverine,
piene, di affetto, di bontà e di amore,
pelate in bocca, darian le susine,
carezze, baci, abbracci e buon umore,
sentimenti parole sopraffine
gioiose, allegre, piene di splendore,
smorfie, promesse, amore a carrellate,
gentil parole, pria d’esser sposate.

Da quei giorni, quell’ore, ormai passate,
da tanto belle, non dovevan finire,
che in poco tempo, son capovoltate
l’amor, corta ha la vita, o vuoi morire,
giovani tutti i dir non ascoltate,
la donna crea e poi sa far perire,
la donna è falla come è fatto quello
che ha caccia va per uccider l’uccello.

Da signorina, l’uomo gli par bello,
lo ama, lo desidera abbracciare,
mentre nel petto, tien quel cuor ribello,
ma quella ribellion, non vuoi mostare,
anzi lo fa capir, nessun duello,
dopo sposata, non sa programmare,
e intanto abbraccia, il povero ragazzo,
stretto al suo petto come se è un pupazzo.

Le cose che lui vuoi, da tutte un mazzo,
della sua vita, nulla sa negare,
finché lo vede, diventar pazzo,
gli mostran mondo un oro a luccicare.
Da qui diventa un uomo allo strapazzo,
deve cambià, ogni agire e ragionare,
da un amore, a un tremar come le foglie,
da signorina è diventata moglie.

Quando la donna, ha varcato le soglie,
da tutto in cambiamento, al suo marito
piena di fanatasia piena di voglie,
la deve accontentar, per’esse unito,
paziente, per n’avere troppe noie,
mai di farsi vedere, che è pentito,
anzi il docile, far come gli agnelli.
Addio, giorni immaturi e tanto belli!

09 Settembre 1990

ESPERIENZA DI VITA NEI CAMPI

Da un lavoro vissuto, tanti anni,
con sacrifici pieni di speranza,
scalzi da mane a sera e strappi i panni
con poco pane, ed acqua nella panza.
Stanchezza e sudore pochi affanni
a lavoro compiuto canti e danza
preghiera ed allegria tutte le sere
faceva parte al lavoro ed al mestiere.

Quel lavoro dei campi, era un dovere,
che per noi contadini, era assegnato.
Per tutti era ricchezza ed un piacere,
guadagnare quel pan che Iddio ci ha dato
quel che vi narro, sono cose vere,
è un’esperienza per chi ha lavorato,
ripensar quelle mani, assai callose.
Stanche, ruvide, monde e laboriose.

Il contadino offre assai gioiose,
le grandi nobiltà, date dai campi.
Ricche non di denaro, ma copiose,
pien di ricordi che han portato avanti,
sono esperienze più delle altre cose,
apprezzate da Iddio e da tutti i santi.
Questo lavoro che ha dato a tutti invita
per dare un contributo, ad ogni vita.

Nei campi esiste gente, forte e unita,
sempre attenta, al lavoro e a coltivare
opere sempre buone, mai pentita,
le cose proibite non sa fare.
Pur dell’eucarestia, con quelle dita,
che il prete lava pria d’amministrare
lavoro è frutto di un’intelligenza.
Di una vita vissuta di esperienza.

15 settembre 1992

NON BESTEMMIARE

Chi crede in Dio la Madonna i Santi,
va a messa si confessa e sa pregare,
a ogni cosa inversa mette avanti,
e contro Iddio si scaglia importunare,
con rabbia delle ingiurie diffamanti,
brutte bestemmie da non sopportare,
specie son cose da non far chi crede
e nell’eternità nutre la fede.

Pure chi in Dio non pensa e nulla vede,
mai ha creduto di quell’esistenza,
non dovrebbe arrivare a quelle mete,
per chi mai è esistito ed è in assenza,
fermamente a questi si può chiede,
come ha inventato d’Iddio la presenza,
se quest’essere al mondo mai è nato
che mai nulla si è visto mai parlato.

Allora l’uno o l’altro se è dotato,
di dire un si o un no se Iddio è vero
commette uno spregevole peccato
specie chi crede a Iddio e non è sincero.
Pure chi non lo crede al mondo è ingrato
è un essere cattivo e inveritiero.
Ma ognun deve pensar verrà quel giorno.
Tutti per una via e senza ritorno.

15 settembre 1993

IDDIO FARÀ VENDETTA?

Guardando in allo domando al Signore,
ma perché in terra c’è tanta ignoranza,
nulla sappiam quanto son lunghe le ore,
la cattiveria cammina in oltranza.
Senza saper com’è nell’altro mondo,
se esiste vita e vivere giocondo.

Ripensandoci bene mi confondo,
pur si confonde penso tanta genie,
con quel vecchio proverbio che arrotondo
se tacere altrui sì dice che acconsente,
senza saper se Iddio il proverbio accetta.
Invece di consentir manda vendetta.

Se pioggia cade fulmine e saetta.
Viene dall’alto il calore del sole,
pure la luna e lante stelle in vetta,
son guardate dall’erbe e le viole,
allor pur noi guardiamo con desio,
nell’esister lassù c’è il grande Iddio!

Credo errore non c’è a tal dello mio,
l’errore esiste solo nel peccato,
che spinge e insozza a divenire il fio,
senza pensar la morte veglia al lato,
si vede o non si vede, brutta o bella,
ognun la porta in se e non si cancella.

Oggi sembra a pensarci è una favella,
ma verrà il dì davanti a un tribunale,
un giudice darà sentenza e quella,
nessun riappellerà e sol quella vale,
quindi in vita chi ben si è comportato,
in eterno godrà sarà premiato.

23 gennaio 1995

IL VALZER DELL’ AMICIZIA

L’amicizia assai vale nel mondo.
L’amicizia è una gran cosa bella,
può formare di luce è una stella,
di amor vivo che mai puoi finir.

Se l’amore esistesse nel mondo,
ogni cosa sarebbe migliore.
Donerebbe infinito un’odore,
quell’odore del grande piacer.

Ci sarebbe l’amore in famiglia,
nella piazza, in strada, alla scuola.
L’amicizia è una grande parola
che nessuno dovrebbe annientar.

Pur se ognuno pensasse al dovere,
coltivar questa grande potenza,
che sol nasce di propria coscienza,
che germoglia all’interno dei cuor.

Chi comanda potrebbe pensare,
genitori, bambini, insegnanti,
mendicanti operai e regnanti.
L’amicizia c’è in cielo lassù!

27 febbraio 1995

LE DONNE ALLE ELEZIONI

Siam chiamati per andare a votare,
le elezioni ormai sono vicine,
per le strade e le vie cittadine,
ogniuno pensa di un loro avvenir.

Candidarsi al comune e in provincia,
candidarsi per le regionali
tutti pronti a combatte i rivali,
con promesse che ognuno sa far.

Alla camera e pure al senato,
tutti pronti a poter comandare.
Più promesse non posson fare,
ognuno aspetta con tanta ansietà.

Una legge la prima di tutte,
sopraffare la donna al marito,
non di tanto, ma dargli un invito.
Mai tacere più a lui non potrà.

Ogni uomo prima di sposare,
quella legge dovrà ben sapere,
mangia bere il resto tacere,
se non vuole di casa scappà.

Se il marito uscir non si sente,
se intendesse aver pur ragione,
bastonato e pur la prigione
se gli piace dovrà sopportar.

Questa legge è un vero piacere,
sembra giusta comandan le donne,
in pantaloni o le minigonne,
fanno quello che voglion far.

E’ finita quell’era di mi giorno,
quando tornava il marito arrabbiato,
mani avanti urla a tutto fiato,
mentre lei stanca di tanto lavor.

Or speriamo che tutto va bene,
ben sappiamo pur per chi votiamo,
nel gettare preciso quell’amo,
per poter quel bersaglio colpir.

Questi detti se so interpretati,
uomini e donne cerchiamo esser chiari,
una vita serena alla pari,
se si vuol tranquilli invecchiar.

27 febbraio 1995

L’AMORE HA UN VALORE

Quando si ama una donna c’è qualcosa,
c’è un amor, che si vuoi contraccambiare,
vale assai più di ogni altra cosa,
scuole assai più i tessuti a prosperare
specie se m una notte tenebrosa,
la luna in ciclo non può illuminare,
quel gusto a bocca a bocca fiato a fiato
un gran lungo respiro innamorato.

Allor la donna con il suo parlato,
le cose belle le sa raccontare,
lo fa capire ha un cuore innamorato,
sincero che altro più si può sperare,
questo gran dono solo Iddio l’ha dato
più dell’amor non potea regalare.
L’amor di una donna all’uomo vale forte,
cancellar non lo può neanche la morte.

12 agosto 1995

CONTRO NATURA

Se l’uomo oggi va contro natura,
commette fatti da non tollerare,
per sfizio lo può fa o poca cultura,
o con la donna non vuoi contrattare,
un triste incontro gli può far paura,
ci son le donne non san ragionare
così per evitar cosa noiosa,
si uniscon in maschi un di loro è sposa.

Per questi è il lor fiorir come una rosa,
passano i tempi, voglion prosperare,
se a volte a noia gli andasse qualcosa
quel piatto colmo si può rovesciare,
quella vita ha il suo cambio se è noiosa
ed altri incontri posson progettare,
benché san che han tradito la Madonna.
Ma liberi al dominio di una donna.

17 Maggio 1996

ALLE SPALLE DI CHI LAVORA

Chi lavora la terra ogni mattina,
alla prim’alba si deve levare,
pure se piove, è caldo fa la brina,
se c’è la neve la deve spalare
il tempo è galani uomo e a tutti inchina,
ogni stagione obbliga il suo fare,
le bestie il fieno o nella mietitura
occorre un gran lavoro e molta cura.

L’autunno, la vendemmia, l’aratura,
la semina la legna al focolare,
trinciare paglia e fieno addirittura,
dalla stalla il letame trasportare,
seminare il granturco e potatura,
il medicaio da non trascurare,
l’anno corre veloce e fa l’inchino
non risparmia il lavoro al contadino.

Sol per lui non lavora poverino!
governa le formiche, i passerotti,
la lepre, stame il merlo, il topolino,
il gatto, il cane ed i ladri volpotti,
il lupo, il fagiano e l’uccellino,
cornacchia la ghiandaia ed i corrotti,
se poi contiamo i ladri e i furbacchioni
son peggior della grandine ed i tuoni.

Tutti a rubar l’agricoltor son boni,
se pur contiamo quelli delle tasse,
altre categorie veri ladroni,
mangian su chi lavora a due ganasse,
bisogna chi lavora fa i minchioni,
per vivere è costretto a regolasse,
termino senza far più confusione,
siamo tornati ai tempi di Nerone.

18 Luglio 1997

CON QUELLA MINIGONNA

Ero al mercato un bellissimo giorno,
veddi come un’immagine apparire,
che mai visto non ho in nessun contorno,
che pure i morti poteva far gioire,
grande presenza si girava attorno,
palpiti al cuore li faceva allestire.
Al viso e agli occhi sembrava una stella,
mi trattenni nel dir quanto sei bella.

La vita favolosa assai novella,
due gambe un corpo da meravigliare,
un bel colore la minigonnella,
con delle azzurre france dondolare,
un panoramico alla provocatella,
che il panno agli occhi faceva calare.
Guardarla al viso dalle ascelle al basso
fa portar l’uomo all’orlo del collasso.

03 Luglio 1997

MADONNA SORRIDI

Civitavecchia sai città romana,
dove rispecchia il mare alla pianura,
con terra e pietra della puzzolana,
con la campagna, estesa di verdura,
oggi esiste gran cosa e sembra strana,
della madre del ciel la sua figura.
Che si è vista e si vede come incanto,
con il volto bagnato in rosso pianto.

Madonna in voi che ho creduto tanto,
in verità ho creduto e ancora credo,
fate che ogniuno venga in terra santo,
e venga a voi come vi ho visto e vedo.
Due volte son venuto e non è tanto,
anzi tornarci ancor vi prego e chiedo.
Non son venuto p’esser curioso,
ma perché credo e ne resto gioioso.

Se qualcuno non crede son geloso.
Quelle lacrime in sangue è tutto vero,
proibisco di cuor a chi fa il falloso,
cambi ogni incredeltà e venga sincero.
Oggi il vostro cospetto è popoloso,
visite avete di un popolo intero
tanta gente, si appressa e si trattiene,
innoverando o Maria ti voglio bene.

Madonna togli a tutti quelle pene,
la tua misericordia non ci manchi,
chiedere ognuno grazie ci conviene,
libera dal soffrì coloro stanchi
pur chi non crede a trovarti non viene,
anche coloro con tali ai tuoi fianchi.
Fa che il sorriso tuo in tutti rispecchia,
vergine madre di Civitavecchia.

27 Aprile 1998

I FIORI

Fiore di fico
tutte le donne cercano marito,
benché non sanno ancora
infilà un ago.

Fiore d’ornello
chi non ama la donna
è un pappagallo
o veramente è privo di cervello.

Fior di castagno
se vuoi marito fartelo di legno
oppur te ce la fa la tela il ragno.

In cima un pino mi sembran un fringuello,
così pensai di voler ammazzarlo.
Della mia bella invece era il cervello.

Se credi allo sposar
quel gran desio
fatti suora indovini a sposa Iddio

Tu canti i stornelli,
io l’imparo tu lasci i sospiri,
io per te moro.

Fiore dell’ onde,
belle le donne,
col sedere grande,
ogni stagione an le pere da vende.

Son belle le donne di Monte Rotondo,
son larghe di petto e strette di fondo,
ma ogniun di queste che si è innamorato,
si è accorto dopo è rimasto imbrogliato.

La verità la voglio rispettare
oggi pure così la voglio dire,
ieri ho veduto un asino a volare,
poi si è posato, in cima un campanile,
con la coda suonava tre campane.

LE PROMESSE AL TREMILA

II duemila promette ben sperare,
un prossimo millennio migliorato,
gran tante cose a far desiderare,
sembra chi l’ha promesse già ha scordato.
Così fan vive nello spasimare,
a sol di detti a ogniun fan perde fiato.
E chi comanda al povero paziente,
lo vuole far privar di vita e mente.

Guardiani questo governo intelligente?
tante cose promise migliorare,
aiuta i ladri, i furbi e i delinquenti,
ai poveri l’impone a far pagare,
chi uccide, chi tortura gli innocenti,
pur chi i miliardi continua a rubare.
Di questi ogniun di loro viene protetto,
la legge oggi combatte il poveretto.

Rubar miliardi oggi non è un difetto,
è ben protetto e non è condannato,
c’è chi ruba una mela ed è costretto,
benché è per fame viene importunato.
Oggi il delinquente ha lo scudetto,
il poveretto viene carcerato,
oggi chi uccide, stupra ed è un bandito,
collabora alla legge e viene unito.

Benché all’arresto non viene sfuggito,
c’ha ucciso decine di persone,
fa la richiesta perché ormai pentito.
Gli dan la libertà fuor di prigione.
Pensar quel sangue in terra diluito.
Cambian la legge in altre posizione,
che lo vuoi fuor non lo vuoi carcerato,
dei suoi errori è un pentito, scagionato.

Povera bella Italia grande stato,
come ci farà vivere contenti,
chi non ha colpe, viene maltrattato
e gli assassini sono gli innocenti.
Con i miliardi ogniun vien ben pagato
si nega tutto ai poveri parenti,
dei familiari che han perso la vita.
Sotto il piombo crudel dell’omicida.

Finché la legge riman disunita,
nessun promette qual meglio avvenire,
chi con gran voce fortemente grida,
gridano al loro ben per non perire,
per i loro aumenti non c’è sfida,
promesse al cittadino fan sentire
quelle tante promesse fatte a masse,
senza far nome quelle delle tasse.

E ora chi comanda si vergognasse,
di dare l’acqua al povero ciuchino,
quel calpestare le gente più basse,
lor camminare sulla pappa e vino.
Speriamo quella trave si spezzasse,
portar tal parassiti a quel declino
se prima o poi verrà, il padre eterno,
sarà colui mandarli nell’inferno.

19 Dicembre 1999

IDDIO PERDONO

O Iddio mio redentore ho pur peccato
benché ho vissuto pur con tanta fede,
ma da quell’ambizione trascinato,
che solo lo può far chi a te non crede,
nulla ho degli altri e nemmeno ho ammazzato,
tenero ho il cuore che a vista si vede,
è che ho tradito con fatti e pensiero,
quindi ho peccato e posso dir che è vero.

Dir che ho peccato questo son sincero
ho tradito mia moglie e qui mi pento,
per amare le donne fui leggero,
fu l’egoismo inniquio al tradimento,
poi m’indusse a capire che ho il cuore nero,
oggi rifletto e sento il pentimento
or so le donne altrui non si han d’amare
quel che non piace a se non si han da fare

Ora a te Iddio mi voglio inchinare,
non ho ascoltato i tuoi comandamenti,
obbligo era ben da rispettare
e avanti al tuo cospetto stare attenti.
Ora ti chiedo Oh! Iddio da perdonare,
peccati volontari e fatti a stenti,
e con questo perdono chiedo unita
la tua misericordia in morte e in vita.

31 Dicembre 2000

IL PENTIMENTO

Sposa diletta amor ti chiedo scusa
della mia libertà troppo ho abusato,
so che mandar non si può alla rinfusa.
Con lo sperar dopo sia perdonato.
Saper la verità, triste è chi abusa,
sapendo avanti a Iddio un giorno ha giurato
con quell’anello del giallo colore,
che in vita dichiarò fedeltà e amore.

Colpevole so ben e che al disonore,
a quel satana, l’accettai l’invito,
che volle trascinarmi al malumore,
dei momenti a scordare a chi ero unito,
voi donne foste a toglie il mio pudore,
approfittando il capir del mio sentito.
Dall’ingordigia in voi che ero protetto,
credendo ad un amore, indegno e imperfetto.

Oggi lo riconosco il mio difetto.
Che per le donne avevo gran tenerezza,
pur di queste è la colpa e a ognun prometto
con nel lor dar speranza e sicurezza.
Gli abbracci i baci il dimostrar l’affetto,
finché raggiunto allo stato di ebrezza.
Pentito or sono, di quel brutto dono.
E del triste mio osar chiedo perdono.

08 Dicembre 2001

COME CAMBIA LA VITA

La vita è bella finché si è bambino,
tempi felici, che non passan mai,
come se mai arrivasse quel confino,
che conduce ai pensier verso i guai.
Senza un immaginar del suo destino,
le cose belle o brutte sperar mai,
solo si pensa a quell’età novella
viver tranquilli e che venga più bella.

Vita felice guardar quella stella,
guardare il sole ed il suo bel sorriso,
guardar la luna a notte, e pure quella.
Come se in terra esiste un paradiso.
Quella è l’età che al mondo fa favella.
Pieno di rose e fior nulla diviso.
Ma nel passar degli anni ogni momento,
giorno per giorno arriva un cambiamento.

Si subisce la pioggia, il sole, il vento,
il freddo l’intemperie ed altre cose,
giorni felici, allegri ed altri a stento,
che fan capire non son tutte rose,
non tutte le stagioni fan contento,
son sempre quelle come Iddio le impose
ma all’età di vent’anni nasce un fiore
di una vita matura che offre amore.

Felice tempi ove comanda il cuore,
con la sua forza il suo comando tiene,
con la sua forza il suo sangue, quel bollore,
che a cent’ottanta, scorre nelle vene.
Con tanta forza fa conosce amore
di quei comandi nulla si trattiene
fa raggiunge i suoi scopi, e sono quelli,
dei miglior giorni assai felici e belli.

Unir uomini e donne, sono quelli,
son quei tempi miglior da non scordare,
felici sono, sereni e novelli.
Che insegnano quel viver per amare
le bestie in terra in aria gli uccelli
le bestie innocenti, danno lo sperare
ma pur quello sperare, piano, piano.
La speranza si lascia e resta invano.

Ogni passar quel tempo sembra strano
l’età matura ormai, arriva vicino,
e si giunge a pensare,
quel lontano, quei bellissimi giorni da bambino.
Si sente in se quel tremular di mano,
si sente l’arrivar di un tale declino,
l’abbassamento di una forsa gaia,
cambiar colore di un color di paia.

La pelle che si allenta e pur si smaglia,
le vertebre si danno all’abbandono,
danno l’avvertimento alla vecchiaia,
come regalo è tal prezioso dono.
Chi buono è stato e chi lo è non sbaglia,
in paradiso andrà ed avrà il perdono,
resta Iddio di pregar che apra le porte,
a questo terzo millennio in buona sorte.

28 Maggio 2002

L’AMORE SENZA ETÀ’

Ogni vivente al mondo ha il cambiamento,
della giovane età, al passare degli anni,
tutto s’invecchia e se ne va anche il vento,
uomini e donne con i loro affanni,
piante, animali, pietre, a lungo e a stento.
Pur ben nutriti, lasciano i lor panni,
nel bene, al male e nell’uscir dai guai,
l’amor non ha l’età e n’invecchia mai.

26 Luglio 2002

IL TRADIZIONALE CANTA MAGGIO

Nel principio del mio canto
sia nel nome di Maria
e dello spirito santo
che ci dia tanta armonia
che ci dia forza e coraggio
per poterlo canta maggio.

Maggio, maggio per la via
ogni cuore fa contento
quel bel mese di Maria
che virtù ci da e talento
ci da rose gigli e fiori
ecco maggio pien di amori.

Ecco maggio come vi ho detto
passa l’anno e fa ritorno
fa ritorno su di un banchetto
si riposa tutto il giorno
si riposa su di un prato
viva maggio che è tornato.

Le zitelle a due a due
se ne van per la foresta
vanno via cogliendo i fiori
per portar ghirlande in testa
per donarle agli amatori
ecco maggio rose e fiori.

O ragazze pomposelle
che alla festa vi cambiate
vi mettete le sottanelle
di tre sorte colorate
di più sorte e più colori
ecco maggio rose e fiori.

Maggio maggio tanti panni
sei rimasta sola a letto
con le scarpe senza tacchi
per ballar col giovinetto
per ballar con gli amatori
ecco maggio rose e fiori.

O rosetta del giardino
come è grande il tuo profumo
che lo getta tanto odore
ci sta un giovane qui vicino
che se coglie ti potesse
moreria di contentezze.

Dormi dormi bambina bella
il tuo letto ti profuma
io sto fuori a notte buia
sotto il chiaro della luna
sotto il chiaro di una stella
dormi dormi bambina bella.

Maggio maggio le zitelle
ti desideran di cuore
tu gli dai tante novelle
la speranza al loro amore
la speranza ed il pensiero
per amar quel cuor sincero.

Siete nata l’anno santo
in quel mese di allegria
io per te ho penato tanto
di amar voi non lo gredia
tu di me ti sei scordata
non sei vera innamorata

Voi bellina che dormite
sul vostro letto ve ne state
ma li sogni che facete
perché a me non palesate
li palesate al vostro amore
ecco maggio rose e fiori.

Su quel monte c’è una fonte
dove vanno a beve gli uccelli
usignoli e cardarelli
ce n’è uno bianco e nero
o Maria dal santo velo
ce n’è uno nero e bianco
o Maria dal velo santo.

Li portate li riccetti
li pennenti alle calate
se mi date quattro bacetti
posso dir che allor mi amate
se non mi volete bene
io per voi muoio di pene.

Si rallegra ogni vivente
che Maria sente chiamare
quella stella rilucente
che sul cielo sta abitare
sta abitar col suo sorriso
fra la terra e il paradiso.

Anche il merlo alla foresta
canta lieto la sua canzone
ecco maggio che si appressa
ogni bimba sta al balcone
ad asoltar la serenata
ecco maggio bambina amata.

Pure il giovane e l’ammogliato
fine aprile trenta a sera
ogniuno lascia il suo abitato
dopo detta la preghiera
dando gloria dando imprese
a te dell’anno quinto mese.

Pure l’acqua in terra cade
pe arricchire a te bel mese
la pianura e il colle invade
bagna il suolo del paese
bagna l’erba il grano il riso
di voi belle il vostro viso.

Si rallegra anche il cucco
che l’ha vista la primavera
che cammina a piede asciutto
sotto l’ombra di una mela
sotto l’ombra di un bel faggio
fuori aprile che entra maggio.

Donna donna dal pollaio
porta porta una gallina
pur le chiavi del granaio
la dispensa la cucina
dove stan gli abbruciateci
i prosciutti e le salcicce.

Qui si chiude il nostro canto
si è riaperto il paradiso
e con le lacrime da canto
e con gioia festa e riso
e con questo godimento
cambia suono ogni strumento.

LE BELLE NOTTI DEL XIX SECOLO

AI SPOSI
Sposa diletta fiore di giardino,
ti vedo che sei un pò preoccupata,
forse è che pensi a chi ti sta vicino
e con lui passerai questa nottata.
Non avere paura poverino
che al primo arrivo farà la sfuriata,
ma non farà passar neanche un mesetto,
dorme alla zinna come un maialetto.

Sposa il vostro bel viso rassomiglia,
al primo fior che nella primavera
al primo caldo sol nasce e germoglia,
e il suo profumo dona amore a schiera
se di regina fosse nata figlia,
regnante al par di te al mondo non c’era,
ne per bellezza ne per simpatia,
grande fortuna ha chi il tuo amore pia.

Sposo devi ascolta questo mio verso.
Pur io son un uomo come te ammogliato,
si tratta a prende moglie non è scherzo,
quando un si sposa ha una donna a lato,
ed è come il nuotator nell’acqua immerso,
se non sa ben nuota muore annegato,
pur chi pia moglie e non sa pilotare,
fa come il nuotatore in mezzo al mare.

Powered by Allegra Combriccola con il contributo di Fabbrizio Bicchielli

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