Il pastore eremita

IL pastore eremite - Rievocazione scenica della vita del Beato Angelo di Brunello Troni1° atto: La fanciullezza
2° atto: La maturità
3° atto: La morte

Dato alle stampe in onore del BEATO ANGELO nel settimo centenario della sua nascita

1270 – 1970

a cura della PRO LOCO e del Comitato festeggiamenti

Gualdo Tadino, 15 Gennaio 1970

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II° Premio al

CONCORSO NAZIONALE PER AUTORI
indetto a LIVORNO

dalla Federazione Italiani Ex Allievi Don Bosco
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Per esortazione del Vescovo Diocesano Sua Ecc. Mons. Giuseppe Pronti e del parroco della cattedrale di S. Benedetto, Mons. Carlo Cancellotti, questa rievocazione storica è stata realizzata e rappresentata per la prima volta a Gualdo Tadino nel Gennaio 1961 in occasione dei festeggiamenti indetti dalla cittadinanza in onore del Santo Patrono, allorché i Suoi resti mortali furono posti nella nuova urna d’argento donata da S. Ecc. Mons. Righi Vittorugo, Arcivescovo titolare di Bilta, nostro concittadino.

Interpreti: (in ordine di apparizione) Nelio Petrozzi
Enrico Villa
Giovanni Pascucci
Arivio Gherardi
Antonio Dibitonto
Aldo Panunzi
Mario Travaglia
Mario Pascucci
Luigi Cirelli
Sandro Farabi
Carlo Scatena
Ivo Rossi
E i giovani:(in ordine di apparizione) Mario Staffaroni
Paolo Petrozzi
Giuseppe Germani
Paolo Rosi
Mario Anderlini
Carlo Fiorucci
Carlo Petrozzi
Giuliano Bartoccioni
Luigi Frillici
Regia:  Ardu vincenzo
Effetti Scenici:  G. Piero Pascucci
Suggeritore: Spartaco Sabatini
Scenografi: Giuseppe Rossi
Ivo Rossi

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Il 15 Gennaio 1970, in occasione dei solenni festeggiamenti per il settimo centenario della nascita del Beato Angelo, tale rievocazione scenica è stata nuovamente rappresentata nel Teatro dell’Oratorio Salesiano.

Interpreti: (in ordine di apparizione) Carlo Fiorucci
Giuseppe Germani
Giovanni Pascucci
Arivio Gherardi
Luigi Cirelli
Antonio Dibitonto
Luciano Brunetti
Carlo Biscontini
Lucia Cerretti
Mario Pascucci
Gino Bedini
E i giovani:(in ordine di apparizione) Giuseppe Pasquarelli
Pietro Trionfera
Giuseppe Pascucci
Fabrizio Del Buono
Paolo Pascucci
Mauro Pascucci
Luigi Tomassini
Maurizio Monconi
Roberto Pascucci
Regia: Ardu Vincenzo
Effetti Scenici: G. Piero Pascucci
Commentatore: Brunello Troni
Voce di donna: Elsa Berardi
Suggeritore: Fedele Luigi
Scenografi: Carlo Troni
Roberto Brunetti
Sauro Lupi

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Personaggi

ATTO I: LA FANCIULLEZZA
Angelo
Andrea
Pietro
Filippo
Guido (tutti ragazzi – pastori dai dodici ai quattordici anni)
Un vecchio mendicante

DICIOTTO ANNI DOPO

ATTO II: LA MATURITA’
Angelo (con saio da frate Benedettino)
Satana
Filippo
Pietro
Un viandante
Gino ragazzi
Alberto
ATTO III: LA MORTE
Angelo come 2° atto
Satana come 2° atto
Pietro come 2° atto
II Vescovo Giovanni dei Conti di Antignano
Un frate
Il mariuolo
II Tempo Visione
L’Onore Visione
L’Amore Visione
L’Arcangelo Visione
Il Cielo
Suo figlio
Filippo come 2° atto
QUADRI: II miracolo delle ciliege – L’apoteosi

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ATTO I

La fanciullezza

La scena rappresenta un bosco. Sullo sfondo, oltre una siepe di rovi e di ginestre, si innalzano i monti dell’Appennino.
All’aprirsi del sipario la luce è spenta e, durante il commento della « Voce », va gradatamente accendendosi.

Voce

Fratello, questa che ti accingi ad ascoltare è una storia vera: la storia di un santo della mia terra.

***

Già settecento anni sono trascorsi, ma le vette delle montagne, che si innalzano maestose verso l’infinito, osservano ancora il piccolo villaggio accoccolato, tranquillo tra gli ubertosi declivi; le acque scaturite dalle fresche sorgen­ti scorrono ancora mormoranti la loro eterna canzone; tra i boschi e le vallate sempre si diffonde misterioso il profumo delle ginestre e dei ciclamini… E quando tra le brume invernali la neve scende impetuosa, spinta dai venti urlanti tra le boscaglie, occhieggiano ancora dalle siepi brulle e frementi i piccoli candidi fiori del biancospino.

Il biancospino occhieggia, poi irrompe, timido esile fiore solitario a tracciare un sentiero inondato soltanto tanti secoli or sono dal sole di santità sfuggente dalla tua povera bara.

Angelo, figlio di Ventura e di Chiara, era la tua bara! Nell’anno 1270 nascesti a Casale per condurre la tua povera fanciullezza tra i verdi pascoli dell’Appennino… Dalla cima del monte Serrasanta si disperdeva nelle vallate e nei colli l’effluvio soave della primavera…

SCENA I

Un gruppo di pastorelli poveramente vestiti stanno seduti a parlare.

FILIPPO – Bene, voi non ci credete! Fate come volete! Ma se ve lo dico io, se ve lo dico io, potete star certi che è vero.

ANDREA – Questa è bella… (imitando) Se ve lo dico io… E tu, chi sei?

GUIDO – Già, mi sembra proprio una cosa impossibile.

PIETRO – Io invece ci credo Filippo. Credo alle cose che hai raccon­tato. Conosco bene Angelo e so che è capace di farlo.

FILIPPO – Meno male, uno mi da ragione almeno! Poi, cari miei, è una soddisfazione che ci possiamo levare. Vi ho fatto venire quassù per questo. Vedrete.

ANDREA – Per me Angelo non è che un povero pazzo. Si da l’arie da santo, lo non li posso soffrire quelli che si danno le arie da santi. Mi sono antipatici! Ed Angelo è uno di quelli.

FILIPPO – No, non è un povero pazzo. E’ molto diverso da noi. E’ molto diverso da me e soprattutto da te Andrea, che ti vai burlando, continuamente di lui.

ANDREA – lo? Burlarmi di lui?

FILIPPO – Sì, proprio tu. Credi che non lo sappia?

ANDREA – (Minaccioso) Cosa sai tu?

PIETRO – E smettetela! Adesso ricominciate a litigare?

GUIDO – Lasciali stare Pietro. Liticano così bene!

PIETRO – E’ una stupidaggine mettersi a liticare per cose da nulla.

ANDREA – Cose da nulla? Non avete inteso che ha detto? lo mi burlo di lui eh? Come faccio a burlarmi di lui?

FILIPPO – Se devo dirtelo, non è una gran fatica per me. Ci vuoi così poco! E se credi che abbia paura di te, ti sbagli di grosso.

ANDREA – Sentiamo: dì’ come mi burlo.

PIETRO – E va bene. Fate come volete.

GUIDO – Dillo, dillo Filippo.

FILIPPO – (Ad Andrea) Tu approfitti della generosità del suo cuore e fingi molte volte di non avere il pane per la tua merenda per poterne mangiare del suo.

ANDREA – Non è vero!

FILIPPO – Noo? E allora, perché ieri, dopo aver mangiato il tuo pane. hai aspettato che giungesse Angelo, gli hai detto di non aver nulla da mangiare ed hai chiesto a lui la sua merenda?

PIETRO – E gliel’ha data?

FILIPPO – Certo. Non sapete che resterebbe volentieri senza man­giare pur di soddisfare l’appetito degli altri?

GUIDO – Bravo Andrea! Così tu hai mangiato per due ed hai lasciato Angelo a guardarti. Sei furbo tu.

FILIPPO – Dunque, è vero o non è vero?

ANDREA – E se lo fosse?

PIETRO – Non saresti un bravo amico.

GUIDO – Hai detto bene Pietro. (Ad Andrea). Tuo fratello ha detto proprio bene!

ANDREA – E’ inutile che vi mettiate a fare gli scandalizzati. Volete farmi una predica adesso? E fatemela. Quando avrete finito di chiacchierare comincerò io.

FILIPPO – Però ancora non hai risposto.

ANDREA – State cianciando come tante comari. Volete che vi rispon­da ma neanche mi lasciate parlare… Beh, avete finito? Meno male! E allora tocca a me. Sì, ho chiesto ad Angelo la sua merenda dopo aver mangiato la mia.

FILIPPO – Che vi dicevo io?

ANDREA – Ricominci adesso?

GUIDO – E te l’ha data?

ANDREA – Sì, certo. Me l’ha data.

PIETRO – E te la sei mangiata!

ANDREA – L’ho mangiata.

FILIPPO – Questo non si chiama approfittare della generosità degli altri?

ANDREA – No.

GUIDO – Noo?

ANDREA – No. Ho detto di no. Ed è inutile che mi guardiate come imbambolati. Se vi dico così, ho le mie ragioni e se le volete sapere, se le volete sapere, lasciatemele dire.

FILIPPO – E’ interessante sai! E’ molto interessante. (Ai compagni). Adesso il primo che parla l’avrà a fare con me. (Ad Andrea). Ce le dici queste ragioni?

ANDREA – Vi ho detto poco fa che Angelo mi è antipatico per quelle sue arie da santo. Non è colpa mia se non lo posso soffrire. Deve essere come noi! Cosa sarebbe quell’appartarsi solitario nella macchia, quel mettersi in ginocchio a guardare il cielo e sospirare?

FILIPPO – Allora ci credi!

ANDREA – Sì, certo! L’ho visto anch’io. Vuoi che non l’abbia visto? Sì costruisce croci con due pezzi di legno o si diverte a inciderle sulla corteccia delle querce e passa il suo tempo lì, a fantasticare. Qualche volta mi sono avvicinato anch’io piano piano per sentire cosa dicesse, ma non sono riuscito a capire mai niente.

PIETRO – Forse pregava.

ANDREA – Non lo so se pregasse.

FILIPPO – E per questo ti è antipatico?

ANDREA – Per questo: te l’ho detto.

GUIDO – E l’affare della merenda?

ANDREA – Già, la merenda. Avevo inteso dire che qualche volta re­stasse senza mangiare pur di accontentare chi gli chiedeva del pane. Ho voluto provare. Ieri, sì, proprio ieri… avevo mangiato la mia merenda. Angelo non si era accorto. Ho visto che stava per mangiare il suo pane con del formaggio e mi sono avvicinato. Gli ho detto che avevo dimenticato a casa il mio pane. Mi ha chiesto subito se avessi fame. Gli ho risposto dì sì.

GUIDO – E lui?

ANDREA – Mi ha dato la sua parte.

FILIPPO – E te la sei mangiata.

ANDREA – Sì, l’ho mangiata. Volevo vedere l’espressione dei suoi occhi.

PIETRO – E cosa hai visto?

ANDREA – Sembrava felice.

FILIPPO – Avete inteso? Tutto come dicevo io: resta senza mangiare per fare contenti gli altri e si rintana per mettersi a pregare davanti a piccole croci.

GUIDO – Per questo tu non lo puoi sopportare?

ANDREA – Per questo.

PIETRO – Perché?

ANDREA – Che ne so io! Non vi è mai capitato di non poter digerire qualcuno senza sapere perché? lo non lo so il perché se quella faccia da santo non la posso soffrire. Se per voi è un portento, nessuno vi impedisce di crederlo; se per voi è un santo, accendetegli intorno una dozzina di candele e fategli fare un miracolo… magari quello di cambiare in lupo una sua pecorella. Non vi faccio ridere, vero? Peggio per voi. Volete vederlo pregare? Fermatevi pure. Fra poco sarà qui. lo ne ho abbastanza di queste stupidaggini e me ne vado.

FILIPPO – Tenevai?

ANDREA – Certo!

GUIDO – Ma prima.

ANDREA – Non me ne importa di prima. Godetevelo e accendetegli le candele.

Esce

SCENA II

PIETRO – Mio fratello è strano.

GUIDO – Hai inteso? Angelo non gli ha fatto niente e non lo può sopportare.

PIETRO – Gli dispiace che sia migliore di lui.

FILIPPO – Di lui e di noi. Angelo è migliore di tutti. Vedrete, vedrete con che devozione si metterà in ginocchio a pregare.

PIETRO – Pensi che verrà?

FILIPPO – Verrà senza dubbio.

GUIDO – Proprio qui?

FILIPPO – Verrà quassù.

PIETRO – Se io gli chiedessi la sua merenda, me la darebbe?

FILIPPO – Ne sono convinto. Ma perché gliela vorresti chiedere?

PIETRO – Vorrei soltanto domandargli…

FILIPPO – Ss!… Zittì! State zitti!

GUIDO – Che c’è?

FILIPPO – Mi pare che stia venendo.

PIETRO – Angelo?

FILIPPO – Deve esser lui. Aspettate. (Si pone ad osservare). Giù, abbassatevi, non fatevi vedere!

PIETRO – E’ lui?

GUIDO – Ci nascondiamo?

PIETRO – Dove andiamo?

FILIPPO – Di là. (Indica a sinistra). C’è un grosso cespuglio. Se star fermi vedrete anche voi. Svelti, andiamo.

Con sveltezza e prudenza si allontanano.

SCENA III

Voce

Dietro i dolci pendii delle colline degradanti a ponente calava dolcemente il sole. Dalle valli saliva il mormorio lieve del torrente e giungeva dailoschi solo il bisbigliare sommesso delle frondi…
Angelo, lasciato il suo gregge, stava salendo all’altura a contemplare il creato e a pregare.

Entra Angelo. E’ un pastorello dìdodici anni. Ha in mano un bastone e a tracolla un pialo zaino dove tiene la sua colazione. Adagio si pone icino alla siepe a contemplare il creato.

ANGELO – Come sono belle, o Signore, queste verdi vallate che tu poni dinanzi al mio sguardo! Come è bello questo immenso cielo infinito che Tu sfimi lievemente di rosa… Come è armoniosa la voce della natura!…. Forse è la Tua voce Signore.

Si avvicina adagio ad un tronco ed appende alla fenditura di una quercia una rozza croce fatta con due ramoscelli legati da giunchi. Poi si iginocchia assorto a pregare.

(Parla lentamente come ispirato) Signore… lo non so pregare… Vorrei dirti tante cose, vorrei dirti tutto ciò che è racchiuso in questo mio piccolo cuore. Ma, come fare? Tu lo sai che sono un poveio pastorello che appena sa leggere e scrivere soltanto i suo nome… che sa appena pregare o forse neanche pregare… Ma Tu le accetti, vero le mie parole? Le accetti come una preghiera… Del resto anche il Pievano di San Facondino, quando gli chiesi che mi insegnasse altre preghiere per Te, mi ha anche detto che fra tutte le orazioni la migliore è sempre quella che sgorga spontanea dal cuore… Sgorga come la limpida acqua che esce dalle sorgenti… Il mio cuore vorrebbe essere più rigonfio delle nostre sorgenti… Ma Tu devi accettarlo com’è. Ed io Te lo drongo ai piedi di questa piccola Croce… qui… Prova a leggere tutte le parole che dentro sono racchiuse. Devi leggerle tutte perché sono per Te…

Mentre una musica soave si diffonde per l’aria, Angelo prosegue il suo colloquio.

Com’è bello stare soli con Te… Sembra come se una musica dolcissima scenda dal cielo… una musica suonata dagli Angeli… Grazie Signore per questa gioia che mi dai! Ti prometto di essere più buono… di fare più carità a chi è più povero di me. Ti prometto di non dire bugie… di Perdonare a coloro che mi deridono… Sei contento di queste promesse che Ti faccio?… Gesù, fammi diventare ogni giorno migliore…
Ora non so più cosa dire: guarda le mie pecorelle ed io resterò ancora con Te. Vedi? Chiuderò gli occhi e sentirò ancora questa musica così dolce che viene a dare tanta gioia al mio cuore… Ecco… così… (Chiude gli occhi e dal suo volto traspare una letizia infinita)

Voce

Così il piccolo Angelo restava in ginocchio dinanzi alla rozza Croce appesa alla grande quercia. Restava a pregare e a sognare. …E le ore passavano… Il cielo sembrava sorridere a quella esile figura di bimbo che s’inebriava dinnanzi alla Croce e dolcemente pareva carezzargli il capo con l’esile soffio del vento.

SCENA IV

FILIPPO – (Si avvicina adagiò ad Angelo, quasi timoroso, e lo chiama) Angelo.

ANGELO – (Non lo ode)

FILIPPO – Angelo… (Lo scuote con delicatezza) Angelo…

ANGELO – (Sorpreso) Oh, Filippo… sei tu? Scusami… Che c’è? Le pecore si sono allontanate?

FILIPPO – No… no… ti ho chiamato… così…

ANGELO – (Si alza quasi vergognoso di essersi lasciato sorprende­re in quella posizione)

FILIPPO – Passavo di là… Ti ho visto…

ANGELO – Cosa hai visto Filippo?

FILIPPO – Eri in ginocchio per terra… ma sembrava che tu dormissi. Avevi gli occhi chiusi e nel tuo volto c’era come un misterioso sorriso. Cosa vedevi Angelo?

ANGELO – (Confuso) Oh, niente Filippo… non vedevo niente… ma era come se una musica dolcissima penetrasse dentro il mio cuore.

FILIPPO – Una musica?

ANGELO – Oh, sì… No, perdonami… tu non puoi capire.

FILIPPO – Dimmelo Angelo, lo ti ho visto e ti ho inteso anche pregare.

ANGELO – Mi hai inteso?

FILIPPO – Ma non riuscivo a capire le tue parole.

ANGELO – (China la testa)

FILIPPO – Ti dispiace?

ANGELO – Credevo essere solo. (Si dirige verso la siepe)

FILIPPO – Ti dispiace se ti chiedo ancora…

ANGELO – (Lo interrompe) Guarda com’è bello questo cielo… Vedi il torrente laggiù come brilla d’argento?… Come sono belli i fiori… Guarda la cima del monte Serrasanta… e gli altri monti e la valle…

FILIPPO – Angelo.

ANGELO – Chi ci ha donato tutte queste cose, Filippo? Chi ce l’ha date?

FILIPPO – lo… io non saprei cosa dire.

ANGELO – Iddio ce l’ha date. Ed io Io ringraziavo di questo. Non ti pare che è bello tutto ciò che ci ha dato? Bisogna ringraziarlo, no?

FILIPPO – Tu sei buono Angelo. Sei più buono di tutti.

ANGELO – No, non dire questo. Non devi dirlo, lo sono come te, come gli altri. Anche se ogni tanto vengo a ringraziare Gesù… anche se vengo a parlare con lui.

FILIPPO – Io lo so che tu dai il pane ai poveri.

ANGELO – Un po’ di carità.

FILIPPO – E che qualche volta dai anche la tua parte e resti senza mangiare.

ANGELO – Ma questo…

FILIPPO – E’ vero?

ANGELO – Chi te l’ha detto?

FILIPPO – Lo so. Anche tu sei povero Angelo, come tutti i tuoi amici.

ANGELO – Se qualcuno mi chiede il pane, si vede che non ha avuto di che mangiare e se io ho quello che manca ad altri, vuoi dire che sono meno povero di essi. Gesù ha detto: « Quello che avrete dato ad un povero, a me l’avrete dato ». Ma lasciamo… non parliamo di queste cose. Senti Filippo: vuoi farmi un favore?

FILIPPO – Volentieri. Di che si tratta?

ANGELO – Nessuno deve sapere quello che ti ho detto. Mi prometti che non lo saprà nessuno? Devi promettermelo.

FILIPPO – Come vuoi. Te lo prometto.

ANGELO – Grazie! Ora bisogna che vada. Mi aspettano le mìe pecorelle. Se sapesse la mamma che le trascuro così… Beh, ciao.

FILIPPO – Ciao!

Voce

E stette ad osservare l’amico allontanarsi correndo tra i verdi cespugli di ginestra. Quelle semplici parole l’avevano colpito stranamente nel cuore… Dietro i colli, il sole donava alla terra l’ultimo suo splendore.

SCENA V

FILIPPO – (Osservando mentre si allontana, mormora fra sé) Sei buono Angelo. Sei migliore di tutti.

PIETRO – (Da fuori) Ehi, Filippo!

GUIDO – (Da fuori) Ti sei incantato anche tu?

PIETRO – (Da fuori) Perché se n’è andato? (Entra coi compagni)

GUIDO – Si può sapere cosa avevate tanto da chiacchierare?

PIETRO – Che ti ha detto? Ce lo racconti?

GUIDO – Perché sei voluto venire da solo?

PIETRO – Mi sarebbe piaciuto sentire tutte le vostre parole.

FILIPPO – Quello che mi ha detto è una cosa che non si può capire.

PIETRO – Come? Come?

GUIDO – Di che si tratta?

FILIPPO – E’ inutile: non ve lo dico!

PIETRO – Noo?

GUIDO – Allora…

FILIPPO – Allora torniamo a casa che è tardi. Se domani vedremo sole le sue pecore, gliele guarderemo noi. (Si allontana)

PIETRO – (Seguendolo) Senti Filippo… senti… (Vìa)

GUIDO – Che ti prende adesso? (E segue i compagni)

SCENA VI

Mentre il narratore inizia il commento, si fa gradatamente buio. Al riaccendersi graduale della luce, sul fondo apparirà la facciata esterna di una rustica casa di campagna: è la casa di Angelo.

Voce

Calò finalmente la sera sopra gli uomini e sopra le cose. Poi venne la notte… Le stelle mirarono, dall’alto i cieli infiniti, le montagne, le vallate ed i boschi, mirarono i casolari e le greggi dei poveri pastorelli addormentati.
E passarono i giorni…
Finì l’incanto della primavera, passarono fra l’effluvio soave delle ginestre le infuocate giornate dell’estate e s’incupì il cielo all’addentrarsi di una fredda stagione, autunnale…
(Ora le luci sono limitatamente accese. .Soffia un leggero vento ed in lontananza si ode di tanto in tanto il tuono. )

ANGELO – (Affacciandosi alla porta di casa) Beh, veramente il tempo non è tanto bello. Quest’anno l’autunno ci sta regalando troppa acqua.

VOCE DI DONNA – (Dall’interno) Credi proprio che piova?

ANGELO – No, mamma. Forse no, anche se ogni tanto si sente il rumore del tuono. Tira un po’ di vento però e, quando c’è il vento, le nuvole vengono spazzate. Vedrai che oggi avremo un po’ di sole, lo vado. Se dovesse piovere, mi riparerò alla capanna.

VOCE DI DONNA – (Dall’interno) Hai preso la tua colazione?

ANGELO – (Guardando il suo zaino) L’ho presa, l’ho presa! Oh, del­la colazione non mi dimentico mai.

VOCE DI DONNA – (Dall’interno) Se vedi che il tempo peggiora, torna in­dietro

ANGELO – Sì, mamma. (Si avvia, ma scorge in lontananza Andrea) Andrea! Ehi, Andrea…

ANDREA – (Da fuori) Mi hai chiamato?

ANGELO – Non vieni in montagna con le pecore?

ANDREA – (Da fuori) Aspetta. (Entra)

ANGELO – Non vieni?

ANDREA – Non vorrei venire con questo,tempo, ma devo farlo per forza. Vedi che razza di genitori che ho io? Se non vado, son botte.

ANGELO – Vedrai che il tempo non farà il cattivo. Se tira il vento, è difficile che piova.

ANDREA – Tu ci vai, no?

ANGELO – E’ quasi una settimana che non escono le pecore.

ANDREA – (Guardando verso la montagna) Tu dici di no… Vedrai come torneremo bagnati.

ANGELO – Ma via, andiamo!

ANDREA – C’è un’altra cosa però.

ANGELO – Che c’è?

ANDREA – Quando a casa ho detto che non volevo andare con le pecore, il babbo si è subito imbestialito. C’è stata un po’ di baruffa e l’ho fatto inquietare per bene… Mi ha preso per un braccio, mi ha cacciato fuori e non mi ha dato neanche da mangiare.

ANGELO – Non hai la colazione?

ANDREA – Già, non l’ho. Anche per questo non voglio venire.

ANGELO – Così sentirai di nuovo tuo padre questa sera!

ANDREA – Non me ne importa.

ANGELO – Senti: io… io credo che non avrò fame. Ho mangiato parecchio poco fa, sai… ti darò la mia parte.

ANDREA – Se vuoi che venga devi darmela prima.

ANGELO – O prima o poi, è lo stesso per me. (Si toglie lo zaino e glielo porge) Tieni, è qui dentro. Ora vai a prendere le pecore, lo andrò a tirar fuori le mie dall’ovile … Ci vedremo lassù. (Andrea esce a destra. Mentre Angelo sta per allontanarsi dall’altra parte, viene chiamato da un vecchio mendicante stracciato).

SCENA VII

MENDICANTE – (Entrando) Piccolo… piccolo.

ANGELO – (Sì volge) Oh, poveretto! da dove siete sbucato voi?

MENDICANTE – Dalla strada… Vengo dalla strada. E’ lunga la strada. E’ lunga e dolorosa quando si porta sulla spalle un carico che non si potrà mai posare.

ANGELO – Un carico?

MENDICANTE – Ah, mi guardi sbigottito? Già, non lo vedi il mio carico. Eppure non è leggero.

ANGELO – Ma io…

MENDICANTE – Nessun uomo potrà togliersi gli anni che gravano sulle sue spalle. La vecchiaia è un carico assai pensante figliolo. E’ assai pesante.

ANGELO – Siete stanco?

MENDICANTE – Non poco.

ANGELO – Sedete, sedetevi qui. (Lo fa sedere su una pietra)

MENDICANTE – (Siede lentamente) Ma tu stavi per andartene.

ANGELO – Devo andare in montagna con le mie pecorelle.

MENDICANTE – Come ti chiami?

ANGELO – Angelo, mi chiamo.

MENDICANTE – Angelo? Bel nome!… Angelo, potresti procurarmi un po’ di pane? Ho tanta fame. Da ieri che non tocco più cibo.

ANGELO – Avete fame?

MENDICANTE – Un po’ di carità… Chi dona ad un povero, presta a Dio!

ANGELO – (Confuso per non avere più pane) Ma io… io…

MENDICANTE – Se non puoi, cercherò altrove. Grazie lo stesso. Vedo che ti dispiace di non potermi aiutare. Anche tu sei un poveraccio, vero? Non ci pensare. Troverò qualcuno. (Si allontana)

ANGELO – (Lo guarda allontanarsi mentre mormora tra sé) Chi dona ad un povero, presta a Dio… (Rapido chiama) Ehi!… Ehi! Buon vecchio, buon vecchio! Aspettate!… Aspettate! Ci sarà il pane per voi, ci sarà il pane! (E rientra di corsa nella sua casa)

SCENA VIII

VOCE DI DONNA – (Dall’interno) Angelo… sei tu?

ANGELO – (Dall’interno) Sì mamma.

VOCE DI DONNA – (Dall’interno) Ancora non sei partito? Che stai facendo?

ANGELO – (Dall’interno) Prendo un po’ di pane, mamma.

VOCE DI DONNA – (Dall’interno) II pane? Ma non ti ho dato la tua colazione? Cosa vuoi farne del pane? Non ti basta quello che hai preso?

ANGELO – (Dall’interno) C’è un povero, mamma.

VOCE DI DONNA – (Dall’interno) Anche noi siamo poveri. Dobbiamo pensare per noi. Non possiamo fare la carità a tutti quelli che bussano alla porta di casa.

ANGELO – (Dall’interno) Mamma… c’è un povero che ha tanta fame

VOCE DI DONNA – (Dall’interno) Posa quel pane Angelo!… Posa quel pane!

ANGELO – (Esce frettoloso tenendo del pane nelle mani) E’ un povero!… E’ un povero mamma.

VOCE DI DONNA – (Dall’interno e con irritazione) Angeloo!… Angeloo!… Che tu non possa tornare vivo in questa casa!

ANGELO – (Sì ferma di schianto, colpito da quelle parole e mormora) O che io, tornando, non ti trovassi più viva!

Un forte colpo di tuono rimbomba per l’aria. Angelo assume un’espressione sgomentaper essersi lasciato sfuggire quelle parole e agisce secondo come parla la « Voce ».

Voce

Scese dalla montagna una folata di vento improvviso a disperdere fra il fremito delle querce, l’ultima parola del figlio. Uno strano sgomento serrò il cuore del pastorello a quelle parole inconsciamente sfuggite. (Angelo comprime il suo cuore) Atterrito guardò il cielo che s’incupiva… Tornare indietro? Ma il povero aspettava il suo pane laggiù… (Dopo un attimo di incertezza esce di corsa verso il mendicante).
Lontano incalzava pauroso il tuono e rimbalzava di valle in valle il suo cupo boato fino a disperdersi nell’infinito.

SCENA IX

La luce si spegne e tolto rapidamente lo spezzato raffigurante la casa di Angelo, si riaccenderà gradualmente sullo sfondo iniziale. La giornata è tetra, quasi buia, foriera di tempesta. Il vento e il tuono incalzano mentre rapidi bagliori di lampi si perdono in lontananza.

ANGELO – (Entra in scena e chiama oltre la siepe) Filippo… Filippo,

FILIPPO – (Da fuori) Eccomi Angelo… Desideri qualcosa?

ANGELO – Questo vento fastidioso rende impossibile la giornata.

FILIPPO – (Entrando) Che c’è Angelo? lo penso che piova sai! Sarebbe meglio andarsene a casa. Guarda, guarda verso la vetta del Serrasanta. Se ci affrettiamo forse non ci bagneremo. Siamo stati pazzi a venire quassù.

ANGELO – lo sono convinto che non pioverà. Mi piace anche così il cielo, anche quando è minaccioso. Osserva quei nuvoloni lassù che si rincorrono. Sembrano tanti giganti a lottare. Filippo… è potente Iddio!

FILIPPO – Senti, Angelo: perché hai dato ad Andrea la tua colazione?

ANGELO – Aveva fame.

FILIPPO – Si sta burlando di te. Ti ha raccontato una stupidaggine. Tu gli hai creduto ed ora ne va ridendo. Vedi, neanche è venuto in montagna e tu lo stai aspettando.

ANGELO – Io credevo…

FILIPPO – Non devi credere ad Andrea. Non ti vuole bene… Ed ora, dammi ascolto: andiamo a casa.

ANGELO – Io resto. Resto ancora un poco. Tu intanto incamminati.

FILIPPO – Come vuoi. Ti consiglio di rientrare presto però. (Esce)

SCENA X

ANGELO – (Va verso la piccola Croce ancora appesa alla quercia.

Si pone in ginocchio, congiunge le mani e prega). Fa che Andrea diventi più buono o Signore… Ti offro per questo il freddo che sentirò oggi sulla montagna… e la fame che sto sentendo dentro di me.

Da lontano, portati dal vento, giungono i lugubri rintocchi di una campana. Suona a morto. Angelo si pone in ascolto.

E’ il suono di una campana… è un suono a morto, che viene portato dal vento… Quando io morirò, vorrò venire con Te in paradiso. …Anche quest’anima o Signore…

(Si sente da fuori la voce di Andrea)

ANDREA – (Da fuori) Angeloo… Angeloo… Dove sei?

ANGELO – E’ Andrea. (Si alza) Eccomi… Ehi, eccomi! Sei tu Andrea?

ANDREA – (Da fuori) Non mi vedi?

ANGELO – Che vuoi?

ANDREA – (Da fuori) Non lo senti il suono della campana?

ANGELO – Per chi suona? E’ a morto mi pare… Lo sai per chi suona?

ANDREA – (Da fuori) Se lo so? Ti sto cercando per questo. E’ morta tua madre.

ANGELO – (Atterrito ed incredulo) Come hai detto?

ANDREA – (Da fuori) Tua madre… E’ morta tua madre!

ANGELO – (Con un urlo) Non è vero! Non è vero! Bugiardo! Bugiardo!… Non è vero!

ANDREA – (Da fuori) Fa come vuoi allora! Fa come vuoi. Addio!

ANGELO – (Disperato) Non è vero… Non è vero… (Si volge piangente verso il Crocefisso come a chiedergli qualcosa e timido allunga la mano in una carezza) Non è vero… (E piange sommessamente appoggiando la sua fronte alla Croce

Voce

Poi tra il turbinare del vento, misto al suono delle campana che sembrava ronzare furioso sopra il suo capo, gli parve udire tremenda la voce della coscienza.

ANDREA – (La voce giunge da fuori incalzante e come arrochita dal vento) E’ morta tua madre… E’ morta tua madre!

ALTRA VOCE – Sei tu che l’hai uccisa!…

Voce

E una voce lontana, misteriosa, agghiacciante come una voce di morte.

VOCE DELLA MADRE – Angeloo. Angeioo!… Posa quel pane!… Posa quel pane… Che tu non possa più tornare vivo in questa casa!

VOCE INSISTENTE – O che io tornando non ti trovassi più viva… più viva!… Più viva!

VOCE DI ANDREA – E’ morta tua madre!… E’ morta… E’ morta!… E’ morta!…

ANGELO – (Che atterrito aveva ascoltato il ripercuotersi di quelle voci al suo orecchio, fugge disperato gridando): Mamma!… Mamma!… 

ATTO II

La maturità

La scena rappresenta una piccola e rozza stanza: quasi una grotta. Su fondo: a sinistra una porta sprangata dall’interno; a destra, una finestra non troppo alta, chiusa da una inferiata. Unico arredo: un rustico inginocchiatoio di legno appoggiato alla parete di destra, su cui troneggia un Crocefisso; per terra: uno sgabello, un secchiello il cui manico è legato ad una corda. Attraverso l’inferiata si intravede lo sfondo del primo atto. La luce non è troppo forte. La narrazione incomincia a sipario chiuso.

Voce

Sua madre era morta! Corse il piccolo Angelo lungo gli scoscesi sentieri della montagna, disperdendo tra il vento il suo dolore e il suo pianto.
Mamma!… Mamma!… risuonò il grido del figlio fra le squallide pareti della stanza muta… Gelida, distesa in un rozzo letto di foglie, l’attendeva sua madre.
E su quel volto scarno e su quegli occhi spenti, il figlio, disperato, sfogò il suo immenso dolore…
Il giorno dopo, le pecore di tutti i pastori di Casale restarono belanti negli ovili… Solo, nella strada fangosa, si udiva il mormorare delle preci e lo strascichio dei piedi di un mesto corteo che accompagnava la morta al camposanto. Angelo seguiva la bara. Ora non piangeva più…
Come una pace misteriosa aveva invaso il suo cuore: era già maturato il desiderio di una inesorabile espiazione per una colpa atroce che credeva di avere commessa: lui aveva ucciso sua madre; lui doveva espiare! Tenne per sé il suo segreto e quando, qualche anno dopo, scomparve anche il padre e si sentì libero delle sue azioni, lasciò la casa, le sue pecorelle, le sue montagne e partì pellegrino oltre i confini della sua patria. San Giacomo di Compostella nella Spagna fu testimone del suo immane dolore e al ritorno, chiesto l’abito religioso nel monastero di San Benedetto in Gualdo, trascorse quattro anni della sua vita fra gli eremiti di Capo d’Acqua…
Si apre gradatamente la scena.
Poi ancora in una immolazione suprema, si fece costruire una cella, dove come un sepolto vivo, volle restare unito intimamente con Dio.

SCENA I

ANGELO – (Con il saio da frate Benedettino è in ginocchio dinanzi alla Croce e prega) Tutta la mia giovinezza… tutta la mia vita per Te o Signore. Accetta ogni tribolazione di questo corpo come espiazione dei miei peccati e se tu vuoi, come espiazione dei peccati del mondo… Lo so, Gesù, che Tu l’hai perdonato il mio peccato… Lo so che Tu sei infinitamente buono. Ma io, non voglio… non voglio perdonare chi ha ucciso sua madre… Eri così buona mamma… Perdonami mamma.

(Dall’esterno giungono alcune voci)

GINO – (Da fuori) Siamo arrivati, siamo arrivati. E’ questa la cella del santo.

ALBERTO – (Da fuori) Ci sei? Accidenti che corsa! Tanto non scap­pa sai. Il santo non scappa.

ANGELO – Essi parlano di me. Non devono chiamarmi santo, o Signore.

GINO – (Dalla finestra) Eccolo… eccolo! E’ qui! Indovina cosa sta facendo.

ALBERTO – (Più vicino) Prega… scommetto che prega.

GINO – Aspetta che m’informo.

ALBERTO – (Ponendosi alla finestra) Lasciami vedere. Ehi, Angelo! Non ti è venuto il callo alle ginocchia? (Ridono)

GINO – Guarda come hai lustrato il pavimento.

ALBERTO – Si può sapere cosa hai da raccontare al Signore?

GINO – Devi averne fatte di birbonate se ti sei ridotto così!

ALBERTO – Dicci tutte le birbonate che hai combinato!

GINO – Cosa hai fatto?

ALBERTO – Hai rubato?

GINO – Hai ammazzato?

ALBERTO – Non rispondi?

GINO – Sei diventato muto adesso?

ANGELO – Lasciatemi nella mia pace figlioli. Pregherò il buon Dio che vi faccia diventare più buoni.

ALBERTO – Cosa? Che hai detto? Ma noi siamo buoni, figlio del diavolo. Noi siamo buoni. Il santo ci ha offesi, Gino facciamogliela pagare.

GINO – Vedrai che ti faremo perdere la santità. Pigliamolo a sassate.

ALBERTO – A sassate, bravo, a sassate!

GINO – (SI china a raccogliere un sasso e glielo tira) Tieni… tieni!

ALBERTO – (Tira a sua volta) Prendi se siamo cattivi (Prosegue a tirare ridendo e gridando. Angelo resta in ginocchio con una mano poggiata a terra e con l’altra sollevata a ripararsi il viso)

GINO – (Tirando) E’ buono questo? E’ buono?

ALBERTO – E non parla. Non parla più.

GINO – Dicci qualcosa santo! Dicci qualcosa! Dicci che siamo buoni.

ALBERTO – O ci dici qualcosa o seguiteremo a tirare i sassi finché non strillerai come una cornacchia.

GINO – Strilla, strilla cornacchia! (E riprendono a tirare i sassi)

SCENA II

FILIPPO – (Da fuori) Via, via ragazzacci!

ALBERTO – Scappiamo, scappiamo Gino! Quell’uomo ce l’ha con noi.

GINO – Con noi?

FILIPPO – (Da fuori) Via, via ragazzacci!

ALBERTO – Svelto, svelto!

GINO – Addio, addio fraticello e ringrazia il tuo diavolo che ti ha salvato. (Fuggono ridendo)

FILIPPO – (Dalla finestra) Angelo… Angelo… Cosa ti hanno fatto?

ANGELO – Sei tu Filippo?

FILIPPO – Sei ferito?

ANGELO – No, no… Nulla… non è nulla.

FILIPPO – Ti lasci prendere a sassate e non dici niente? Ma que­sta è una vita da farsi? Sempre solo, solo come un cane. Come un cane? Ma almeno ogni cane ha la compagnia del proprio padrone.

ANGELO – Anch’io ho il mio padrone Filippo.

FILIPPO – Il tuo?

ANGELO – Il mio padrone. Vedi? (Indica il Crocefisso) Non sono mica solo in questa cella’- II padrone è lì, sulla Croce. Mi protegge e mi sorride. Io gli parlo e lui dice tante cose al mio cuore.

FILIPPO – (Spazientito) Ma quelli ti tirano i sassi e tu…

ANGELO – Io gli offrivo le mie sofferenze e lui sorrideva…

FILIPPO – Angelo.

ANGELO – Che c’è Filippo?

FILIPPO – Ti ho portato qualcosa da mangiare. Ma non è roba mia. Oggi non sono io a rifornirti. Sai chi te la manda? Il Pievano di San Facondino.

ANGELO – Il Pievano?

FILIPPO – Senti, Angelo. Vuoi farmi un piacere? Fammi entrare nella cella.

ANGELO – Perché desideri entrare?

FILIPPO – Se non mi fai entrare non ti dirò niente.

ANGELO – Lo sai che non mi importa.

FILIPPO – Lo so, lo so che non ti importa, ma fammi entrare. Quel che ti voglio dire non deve essere sentito neanche dall’aria, capisci? Neanche dall’aria.

ANGELO – E’ tanto importante dunque?

FILIPPO – Già: è tanto importante.

ANGELO – Va bene, ti farò entrare. (Va ad aprire) Cosa c’è?

FILIPPO – (Entra portando un piccolo involto con cibo ed un altro involto contenene un mantello) E’ umida questa cella!

ANGELO – Questo mi dovevi dire?

FILIPPO – No, no… oh, scusa. Che sciocco! Tieni… Qui c’è roba da mangiare. Non so cosa sia. Vedrai da te. E qui… (Mostra l’involto più grosso)

ANGELO – Cos’è quello?

FILIPPO – Ah, sei curioso! Indovina cos’è! Voglio vedere se l’indovini.

ANGELO – Niente che possa desiderare.

FILIPPO – Oh, tu, lo so Tu non desideri mai niente. Per te è nulla mangiare, bere, dormire… Neanche queste cose desideri tu. Per te c’è solo la preghiera.

ANGELO – Per me c’è solo l’espiazione.

FILIPPO – Angelo, Angelo… torna almeno all’eremo di Capo d’Acqua. Lì vivresti in compagnia e potresti ugualmente pregare.

ANGELO – Dimmi cosa desideri. Se vuoi sedere… (Gira lo sguardo fino a posarlo sullo sgabello che va a prendere. Posa l’involto con il cibo) Neanche ho una cosa decente per farti sedere, povero amico. Vuoi metterti qui?

FILIPPO – Non importa, grazie. Posso stare anche in piedi. (Gli porge l’involto col mantello) Tieni, anche questo è per te.

ANGELO – Cosa c’è?

FILIPPO – Guarda. (Apre l’involto e mostra il mantello) Ti piace?

ANGELO – Un mantello nuovo.

FILIPPO – Già, un mantello nuovo. Tutto per te. Vero che è bello? E resti lì impassibile? E non dici niente? Vuoi sapere chi te lo manda? Quelli del tuo paese.

ANGELO – Del mio paese?

FILIPPO – Di Casale, proprio. Hanno deciso farti questo regalo. Sei contento vero?

ANGELO – Sono contento di vedere che pure c’è tanta bontà nel mondo. Ringraziali. Ma io… non ho bisogno di questo mantello. Ci sarà qualcuno che lo desidera… qualcuno che forse, non ha di che coprirsi.

FILIPPO – Sarebbe un’offesa riportarlo indietro. Tu devi prenderlo. Lo indosserai quando vorrai. Ecco, lo metto qui (Lo posa sull’inginocchiatoio) e non lo toccherò più.

ANGELO – Pregherò per chi è stato tanto generoso con me.

FILIPPO – Ma quel che ho da dirti è un’altra cosa. Il mantello avrei potuto gettarlo dalla finestra e andarmene. Avresti fatto meno complimenti. (Siede) Quel che ho da dirti è una cosa molto importante.

ANGELO – Ti ascolto.

FILIPPO – Il tribunale dell’inquisizione ha ordinato un’inchiesta.

ANGELO – Inchiesta?

FILIPPO – No, non per te, ma per tutti quelli che vivono come te.

ANGELO – Non capisco.

FILIPPO – Mi sono informato bene, sai. Quando ho inteso parlare di inchiesta, di tribunale d’Inquisizione e di eremiti, ho pensato subito a te. So di che si tratta… L’ha ordinata il Papa. E’ una voce che corre. Sembra vera però. (Angelo è assorto e sembra non ascoltare) Che fai? Non mi ascolti? Credo sia molto importante quello che ti sto dicendo.

ANGELO – Per me nessuna cosa è importante all’infuori della mia anima e del mio Dio.

FILIPPO – Forse allora ti interesserà conoscere che il Vescovo, come rappresentante del tribunale dell’Inquisizione, sta ispezionando tutti i romitaggi e che molti eremiti sono stati interdetti.

ANGELO – Interdetti?

FILIPPO – Sì, perché di eremita portano soltanto il nome ed approfittano della dabbenaggine di chi crede per vivere dell’altrui carità e per trascorrere la vita nell’ozio.

ANGELO – Ma io… io…

FILIPPO – Tu non sei come gli altri, lo so. Ti ho voluto soltanto avvertire. Addio Angelo e buona fortuna. (Esce)

ANGELO – Che il Signore sia con te Filippo e ti dia la Sua pace.

Voce

Restò ad osservare la figura del suo benefattore dileguarsi lungo il sentiero petroso di Capo d’Acqua, finché si confuse fra i roveti e i folti cespi delle ginestre… Laggiù, oltre quelle siepi, oltre quei boschi, era la sua casa. Sostò ancora ad udire il gorgoglio amico del torrente Romore che scorreva ai piedi della sua cella, poi guardò il cielo…
Nuvoloni scuri si addensavano sulle montagne vicine… finché improvvisi, dalle gole del Serrasanta e del monte Maggio, impetuosi scesero i venti… (Si ode il vento) Angelo era rimasto turbato. Serrò la porta sgangherata del suo rifugio e rivolse lo sguardo stanco all’amico Gesù che sulla Croce, triste l’attendeva.

SCENA III

ANGELO – (Si avvicina lentamente all’altare e si pone in ginocchio osservando supplichevole il Crocefisso. Dal di fuori giunge il sibilare del vento ed il brontolio del tuono). A Te, o Signore, alzo le mie grida; Dio mio, non star muto con me; che se Tu non mi parli io sarò come coloro che scendono nella fossa. Ascolta la voce delle mie suppliche mentre Ti prego, mentre alzo le mie mani verso di Te. Non mi travolgere coi peccatori, non mi disperdere con quelli che commettono l’iniquità. Sii mio giudice, ò Dio.

SATANA – (Entra e sogghignando si pone ad ascoltare le sue parole).

ANGELO – (Prosegue la sua preghiera) Tu sei la mia forza. Irraggia la Tua luce, la Tua verità; esse mi giudichino e mi accompagnino al Tuo santo monte…

SATANA – (Lo interrompe con una risata)

ANGELO – (Volgendosi sbigottito) Chi sei?… Cosa vuoi?… Come sei entrato?

SATANA – (Ride) Non mi conosci?

ANGELO – Chi sei?

SATANA – Vorrei dirti invece, chi fui… No, no… non ti interessa il passato. E’ il presente che conta e forse un poco… il futuro. Sono venuto per il tuo presente e per il tuo futuro. (Sogghigna) Non mi capisci?… Un amico che non comprende l’amico! E’ tanto tempo che ti sto vicino… Da quel giorno… a Casale. Da quel giorno che imprecasti contro tua madre.

ANGELO – (Atterrito) Satana!

Satana (Ride) Ti credevo meno intelligente ed invece ci sei arrivato da te. La solitudine aguzza l’ingegno!

ANGELO – Lasciami Satana! Vattene dalla mia cella.

SATANA – Tu vuoi cacciarmi, mentre sono venuto per renderti un prezioso servizio… Non è vero dunque quello che si vocifera tra la gente. No, no… Mi rallegro: tu non sei un santo. E già! Manca sempre qualcosa; (Ride). Sicuro! Se tu mi cacci ti manca il senso dell’ospitalità. Non si può cacciare un pellegrino in una giornata tempestosa come questa. Dov’è la tua perfezione?

ANGELO – lo non sono perfetto.

SATANA – Non sei perfetto e sei un povero illuso. Tu speri divenire santo con lo stare rinchiuso in questa cella dalla mattina alla sera e non rifletti… non rifletti che la solitudine non è mezzo di santificazione ugualmente opportuna per tutti… e non comprendi che per te è irreparabilmente dannosa, lo ti conosco a fondo: sei un sempliciotto ignorante che appena appena sa recitare il Pater. Per farsi santi bisogna pregare e tu non sai pregare e non puoi ingolfarti nella contemplazione dei misteri celesti che non conosci… Vuoi sapere inoltre cosa ho scoperto entrando in questo tuo magnifico… castello? Ho scoperto un’altra tua debolezza. Te la dico? (Ride) Vedo che non mi cacci più! Forse ti suona giusto quello che dico. E allora ascolta: vuoi sapere cosa ho scoperto? Mentre preghi o ti sembra di pregare, tu rubi. (Ride) Mi guardi sbalordito? Noo? Dici di no?

ANGELO – La mia preghiera esce dalla mia anima.

SATANA – Tu rubi, ti dico! L’ho intesa poco fa la tua preghiera, povero ignorantello. Sai che dicevi? Sai che mormoravi? Parole di un altro esaltato. Tu hai rubato il pensiero e le parole di David. Non era roba tua quella preghiera. Roba rubata! (Ride)

ANGELO – Si accese dentro di me il mio cuore ed un fuoco divampò dalle mie considerazioni…

SATANA – Ancora, ancora tu rubi!

ANGELO – E’ il mio cuore che parla dentro di me.

SATANA – Sei un pazzo, sei! Sei un ozioso che vivi come un lupo entro la tana senza sapere come ingannare il tuo tempo. Dai scandalo con la tua oziosità e perdi l’anima tua. Torna alla vita, pazzo. Torna alla vita.

ANGELO – Ho aspettato ansiosamente il Signore ed Egli a me si è rivolto. Ed ha ascoltato il mio grido; m’ha tratto dall’abisso della miseria e dal fango del pantano.

SATANA – (Ride) Torna alla vita, torna alla vita, pazzo! Io ti aiu­terò, lo ti trarrò dall’abisso della miseria. Ti darò gli onori, le ricchezze, ti darò la gioia e il piacere.

ANGELO – Vattene Satana! Esci dalla mia cella!

SATANA – Ti farò provare l’ebrezza della felicità e dell’amore!

ANGELO – (Disperato) Vattene! Vattene! (In ginocchio dinanzi al Crocefisso) Mio Dio… mio Signore… Ascolta il mio grido… Dalla estremità della terra a Te grido tra gli affanni del mio cuore.

SATANA – L’ebrezza dell’amore!

ANGELO – Mio Dio, mio Dio!

SATANA – (Irato) Non nominarlo! Non più!

ANGELO – In nome di Dio: vattene, vattene, vattene!

SATANA – (Atterrito al nome di Dio, quasi ripiegando in sé stesso, si ritrae) Non più… Non più…

ANGELO – Dio mio!… Dio mio!

SATANA – Tornerò! Tornerò! (E sghignazzando scompare tra una vampa di fuoco)

ANGELO – (Sfinito, pone il volto fra le mani e piange. Fuori urla il vento e scroscia la pioggia)

Voce

E tra l’urlo del vento, s’inabissò in un nembo di fuoco il suo tentatore.
Più volte, sotto gli aspetti più strani si era a lui presentato deciso a strappare al Creatore la sua creatura. Angelo, sfinito per le sue lotte e per i suoi digiuni, tornò ancora a pregare. Fuori ululava il vento e scrosciava la pioggia.

SCENA IV

Si odono forti colpi alla porta.

VIANDANTE – (Da fuori) C’è nessuno?… Ehi! C’è nessuno in questo rifugio? (Batte di nuovo) Prima che sfondi la porta, se ci sei, o eremita o bandito, lasciami entrare.

ANGELO – Chi bussa alla porta dell’eremita?

VIANDANTE – (Da fuori) Meno male. Una voce risponde. Aprimi, per carità fratello. Fuori è un inferno con questo tempo. Non lasciarmi morire sotto la pioggia.

ANGELO – Chi sei?

VIANDANTE – (Da fuori) Sono… sono un viandante. Ma chiunque io sia, non lasciarmi morire.

ANGELO – (Va ad aprire ed entra un uomo cencioso ed intirizzito dal freddo).

VIANDANTE – Grazie… grazie fratello! (Si asciuga il volto bagnato). Chiudi, chiudi la porta. Non lasciarlo entrare questo vento assassino.

ANGELO – Siedi, siedi, C’è uno sgabello. (Il viandante siede). Hai freddo? Nella mia cella non c’è fuoco per potersi scaldare. (Va a prendere il mantello nuovo e glielo pone sulle ginocchia). Ecco, tieni. Ti darà un po’ di calore… Va meglio ora?

VIANDANTE – Va meglio. Maledetto vento e maledetta pioggia!

ANGELO – Non maledire fratello. Neanche il vento e la pioggia… Hai trovato un rifugio, ora non devi più temere. (Sì pone a pregare).

VIANDANTE – Che fai?

ANGELO – Prego il buon Dio affinché ristori il tuo corpo.

VIANDANTE – Cosa? Sei un tipo curioso tu. Sei eremita eh? Scommetto che sei Angelo da Casale. L’ho indovinato?

ANGELO – Sono Angelo.

VIANDANTE – Ho inteso il tuo nome più volte. Alcuni ti credono un pazzo, altri ti credono un santo. Ma certo, a star soli quassù con queste tempo e notte e giorno e giorno e notte o si è santi o si è pazzi… o tutti e due insieme. (Guarda intorno). Senza un letto per dormire, senza un tavolo per mangiare, senza un fuoco per scaldarsi.

ANGELO – II mio fuoco è dentro di me.

VIANDANTE – Cosa? Che hai detto?

ANGELO – Perdonami fratello. Neanche Gesù aveva di che scaldarsi sulla sua croce.

VIANDANTE – Mah!… Non ti capisco. Ognuno è libero di pensare quello che crede. Fa’ purè: prega pure il buon Dio che ristori il mio corpo. Lo sai cosa penso invece? Che se ci fosse qualcosa da mangiare.

ANGELO – Da mangiare?

VIANDANTE – Già, da mangiare. Ti pare strano che un uomo abbia, fame? Tu non mangi?

ANGELO – Forse ho qualcosa per te. (Va a prendere il fagottello con il cibo che gli aveva portato Filippo). Tieni.

VIANDANTE – Cos’è?

ANGELO – Sazia la tua fame. La Provvidenza non manca.

VIANDANTE – Ooh, così va bene! Così va bene! C’era da aspettarselo che da qualche ripostiglio segreto, tirassi fuori qualcosa di buono. Vediamo un po’… (Apre l’involto sopra le sue ginocchia). Aàh! Ti tratti bene il mio santarello! Scommetto che questo è agnello arrostito… Qui c’è del pane: pane ed arrosto. Mica male! Allora permetti? Tu hai già mangiato?… (Mangia).

ANGELO – Sazia la tua fame.

VIANDANTE – Certo, certo! (Mangia). Buono… proprio buono! Questo sì, questo sì che ci voleva per dare calore al mio corpo. Altro che la preghiera! La preghiera?… Di’ un po’: non sarà per caso che tu hai pregato e che…

ANGELO – E’ la carità di un mio benefattore.

VIANDANTE – Ah, la carità! Mi era venuta in testa un’idea… un’idea balorda sai. (Mangia). Proprio buono… proprio buono!

ANGELO – Ne sono felice.

VIANDANTE – Sei un tipo strano però: permetti che te lo dica. Sei un tipo strano! Ti entra uno sconosciuto nella tana e neanche chiedi chi sia e cerchi di riscaldarlo e sfamarlo come meglio puoi e come meglio sai. Perche non mi hai chiesto chi sono e che cosa facessi quassù con questo tempo?

ANGELO – Tu mi hai chiamato fratello. Avevi bisogno di aiuto. Non mi importa il tuo nome. La mia tana, come tu dici, per qualche ora può bene ospitare due persone.

VIANDANTE – Avrei sete. Non hai niente da bere?

ANGELO – Non so, aspetta. Guardo nel mio secchiello. (Va all’angolo dove si trova il secchiello, lo prende e lo capovolge). E’ vuoto! Non c’è più acqua. Ma si fa presto a procurarsene. Basta un po’ di pazienza… Ora ti darò l’acqua. (Si avvicina alla finestra e attraverso la grata fa passare il secchiello all’esterno quindi lascia scivolare la corda).

VIANDANTE – Che fai?

ANGELO – Mi hai detto che hai sete.

VIANDANTE – Sì, ma…

ANGELO – Oh, io non ho il vino. Solo l’acqua del torrente Romore. Hai visto? Passa sotto la mia finestra. Basta lasciare scendere il secchio. Si riempie facilmente… Poi si tira su… (esegue) e il gioco è fatto. (Prende il secchiello con l’acqua). Ecco… così! Vedi? L’acqua è limpida e fresca… Non sei contento che posso darti anche da bere? (Pone il secchiello in terra e si inginocchia a pregare).

VIANDANTE – E adesso?

ANGELO – (Dopo una breve preghiera). Ho pregato il buon Dio che l’acqua del torrente possa dissetarti e possa riscaldare il tuo corpo infreddolito. Tieni. (Offre il secchiello). Non ho un bicchiere. Bevi pure al secchiello.

VIANDANTE – (Si alza, depone il mantello sullo sgabello, prende il secchiello, beve una sorsata, riprova a bere e resta sbalordito). Ma questa… (Beve ancora). Questa… questa non è acqua… non è acqua!… E’ vino… E’ vino!

ANGELO – (E’ assorto in preghiera).

VIANDANTE – (Sbigottito e ammirato). Fratello… fratello Angelo… lo… io mi prostro ai tuoi piedi (sopraffatto dalla commozione si inginocchia)… Tu sei un santo, fratello… sei un santo. Hai trasformato l’acqua del torrente… l’hai trasformata…

ANGELO – Alzati, alzati! E’ il buon Dio… è il buon Dio che ha voluto ristorare le tue membra. Non ringraziare me che di questo non ho colpa né” merito. Ringrazia il buon Dio che ti ha consolato. Alzati, su alzati! Tu piangi?… Perché? Il buon Dio ti ha consolato per ravvivare la tua fede. Se tu sei peccatore fratello, è ai suoi piedi (indica la Croce) che devi prostrarti.

VIANDANTE – (Prende le mani di Angelo e le bacia). Angelo… Angelo… lo sono un gran peccatore.

ANGELO – No, non così, non così. Alzati. Sembra che il temporale sia cessato… alzati. (Il viandante si alza) Ora puoi andare. Se vuoi la pace nell’anima tua… al monastero di San Benedetto c’è un confessore veramente santo. Chiedi di lui. A lui dì le tue pene. Egli, in nome di Dio, ti farà entrare la pace nel cuore. Addio fratello, pregherò il Signore per te.

VIANDANTE – (Accompagnato da Angelo verso la porta che ha aperto, commosso si volge ad afferrargli le mani) Angelo… tu hai ristorato il mio corpo e l’anima mia. Grazie… grazie fratello. (Gli bacia le mani e rapidamente si allontana).

Voce

Corse il ruvido uomo della montagna verso la valle… Una luce nuova, uno spirito nuovo erano penetrati nell’interno del suo cuore… e quella luce non l’avrebbe abbandonato mai più.

SCENA V

ANGELO – (Appoggiato allo stipite della porta guarda il Crocefisso) Mio Gesù… assistilo tu quel povero viandante e fagli trovare la sua pace. (Chiude lentamente la porta).

Voce

Ma la tempesta poco prima sopita tornò improvvisa a martoriare le campagne ed ì boschi e mentre l’urlo del vento si perdeva tra le chiome squassate delle querce, la pioggia riprese a scrosciare rabbiosa.

ANGELO – (Si avvicina alla finestra e guarda al di fuori) Quanto vento e quanta pioggia quest’oggi. Povere piante della boscaglia! lo sento il vostro fragore e il vostro lamento! Poveri, teneri arboscelli! Come potete resistere a tanta violenza? Il vento è così forte… così forte… Sarete tutti schiantati (Ai Crocefisso) Mio Dio, mio Gesù, non senti come soffrono queste misere piante?… E gli uccelli non avranno più nido… Calma, se tu vuoi, la tempesta e fa risplendere il sole.

Voce

E la tempesta d’incanto cessò. Un raggio di sole squarciò le nuvole grigie e gridò il suo trionfo alla terra.

ANGELO – Tu hai ascoltato le mie parole o Signore ed hai ridonato il sorriso alla terra. Tu che comandi ai venti e alle tempeste, accogli l’inno di ringraziamento che esce dal mio cuore esultante: io ti ringrazio per la vita delle esili piante, per gli uccelli che torneranno ai loro nidi. Tu hai ascoltato la voce di un povero peccatore, la voce di un misero eremita che neanche è degno posare gli occhi sulla Tua croce. Tu m’hai esaudito… Perché (Improvvisamente sbigottito assume un atteggiamento di spavento) Perché? Ed io… io ho osato chiedere a Te… ho osato chiedere a Te!… Signore, perdona il mio ardire! (Quasi disperato) Tu che tutto sai e tutto vedi, umilia la mia presunzione, la presunzione di chi possiede solo ignoranza ed ha voluto contrariarti nella Tua volontà. Quel che Tu vuoi è giusto, quel che Tu vuoi è santo! Tu hai voluto la pioggia ed il vento; Tu sapevi il perché. Vuoi dire che la terra aveva bisogno dell’acqua, vuoi dire che il vento doveva scendere impetuoso dalla montagna. Signore, mio Dio! Mi sono ribellato alla Tua volontà, alla Tua sapienza… Perdono Signore! Perdona il povero eremita che null’altro sa fare nella sua vita che peccare. Mio Gesù, mio Dio! Perdona mio Dio! Perdona! (Nascosta la faccia fra le mani piange il nuovo peccato e s’inginocchia dinnanzi alla Croce, singhiozzando).

Voce

E genuflesso dinnanzi al Crocefisso, pianse con amarezza poiché credeva, nella sua umiltà, di aver nuovamente peccato.
(Adagio si spegne la luce, per riaccendersi quasi subito, gradatamele. E’ un nuovo giorno)
Passò la notte e l’aurora indorò le cime fredde dei monti al sorgere de! nuovo giorno. Nel cielo era tornato l’azzurro ma dal bosco, dal ramo di una quercia muta, giunse malinconico il pianto di una capinera…

SCENA VI

PIETRO – (SI affaccia alla finestra e serrando con le mani la grata parla con voce angosciata) Angelo… Angelo… (Angelo è assorto in preghiera) Perdonami se vengo a turbare la tua preghiera… ma ascoltami Angelo, ascoltami.

ANGELO – (Solleva il capo ed osserva chi chiama) Pietro… sei tu Pietro?

PIETRO – Una grave sventura è caduta nella mia famiglia… una grave sventura.

ANGELO – Una sventura? Che dici?

PIETRO – Mio fratello…

ANGELO – Andrea?

PIETRO – L’hanno arrestato.

ANGELO – Arrestato? (Sì avvicina alla finestra) Perché?

PIETRO – E’ una storia Angelo… una terribile storia.

ANGELO – Tu mi spaventi! Vieni nella mia cella, vieni. (Va ad aprire. Pietro entra con il viso sfatto) Sei stravolto e sfinito. Siedi. (Pietro si lascia cadere sullo sgabello) Ora riposati un poco, poi mi dirai. Io pregherò.

PIETRO – No, Angelo, ascolta: non posso stare senza parlarti. Subito te lo voglio dire: ho lasciato sua moglie e i suoi figli disperati. La mamma… nostra madre, morirà di dolore.

ANGELO – Perché l’hanno arrestato?

PIETRO – E’ innocente! Sono sicuro che egli è innocente! Sarà un uomo superbo Andrea, sarà uno scavezzacollo, ma non può essere un assassino.

ANGELO – Che hai detto?

PIETRO – Un assassino…

ANGELO – (Dopo una breve pausa) Dimmi… dimmi tutto quello che sai, se sei venuto quassù a sfogare il tuo dolore.

PIETRO – Angelo, tu devi aiutarmi.

ANGELO – Aiutarti?! In che modo? lo non capisco… non so. Che altro aiuto potrò darti se non con la preghiera?

PIETRO – Tu conosci la giustizia dei nostri paesi. Se Andrea non riuscirà a provare la sua innocenza lo uccideranno. Lo uccideranno, capisci?

ANGELO – Il tuo dolore esprime l’affetto che provi per lui.

PIETRO – E’ mio fratello.

ANGELO – Vuoi dirmi quello che sai?

PIETRO – Fu ieri, durante il temporale… Ma la sventura, la sventura tesseva le sue reti da un pezzo sopra la nostra famiglia.

ANGELO – Non ti capisco Pietro.

PIETRO – Mio fratello tornava a casa molto spesso stravolto: si era fatto un nemico. Non ne conosco le ragioni… Ma un nuovo pastore grosso e forte come una quercia, venuto dal di là dei monti, dettava la sua legge e si faceva rispettare. Andrea non lo poteva soffrire… Molte volte hanno liticato insieme ed una sera li separarono sanguinanti.

ANGELO – Perché andava con quell’uomo?

PIETRO – Esercitava una strana influenza su tutti. Mio fratello si ribellava ma gli piaceva misurarsi con lui… Ieri sera, durante il temporale, Andrea sì trovava nella macchia. Le pecore non le aveva portate perché il tempo era incerto. Era andato a cercare il suo coltello da caccia che da tre giorni aveva smarrito. Il coltello era un dono del babbo: una reliquia di famiglia. Nessuno ne possedeva uno ‘si bello e ‘si tagliente fra i pastori. L’aveva smarrito ti ho detto, da tre giorni, e non poteva darsene pace. Ieri all’improvviso si ricordò che forse l’avrebbe ritrovato vicino alla quercia grande. Era convinto di averlo lasciato lassù. Me lo disse quando uscì di casa a cercarlo.

ANGELO – Vai avanti Pietro.

PIETRO – Passarono le ore. Scoppiò il temporale e Andrea stava nella macchia a cercare, lo ero in pensiero per lui. Tornò sul far della sera: era lordo di fango, pallido, scarmigliato; gli occhi suoi avevano uno strano bagliore di terrore e di spavento e le sue mani…. le sue mani erano sporche di sangue. « Andrea – gli gridai – che hai fatto Andrea? » Lui mi guardava con l’espressione di un pazzo e non poteva parlare. « Che hai fatto?… Che hai fatto? », io seguitavo a gridare. Mi rispose solo il suo singhiozzo accorato. Un brivido di spavento invase il mio corpo, lo non avevo mai visto piangere Andrea! Poi qualche parola uscì dalla sua bocca: « l’hanno ucciso, lassù nella macchia… vicino al torrente… il mio coltello nel petto »…
« Chi hanno ucciso? Chi hanno ucciso? », urlai nelle sue orecchie. Mi rispose pieno di angoscia e di spavento:
« Il pastore… il pastore che mi era nemico »…
Capisci Angelo? Quell’uomo ucciso con il suo coltello sarà la sua rovina. Lo riconobbe subito benché riverso nel proprio sangue… lo credette ferito. Si precipitò su quel corpo per poter fare qualcosa. Che poteva mai fare? Vide quegli occhi stravolti, quel coltello che riconobbe all’istante… e le sue mani arrossarsi di sangue. Fu lo
spavento a serrare come in una morsa il suo cuore! Lasciò ricadere quel corpo sanguinante e corse, corse come un pazzo nella macchia. Nella sua mente si agitava terribile un solo pensiero: essere accusato di averlo assassinato.

ANGELO – E il coltello?

PIETRO – Restò immerso nella ferita. Dopo il temporale altri pastori scendendo dalla montagna han trovato quel corpo, hanno riconosciuto il coltello ed hanno fatto il suo nome… Andrea è stato arrestato iersera. Eravamo tutti a casa. Ho preso le sue difese ma non mi hanno creduto. Angelo, io ti giuro che mio fratello è innocente. E’ innocente capisci? E’ innocente e sarà condannato.

ANGELO – (Pensieroso) E’ innocente e sarà condannato… Non ti affliggere Pietro. Forse il buon Dio…

PIETRO – (Interrompe disperato) Cosa possiamo fare Angelo, cosa possiamo fare per lui?

ANGELO – (Assorto) E’ innocente… Sento anch’io che è innocente… (Ispirato) Andrea non morirà! Le sofferenze trasformeranno l’anima sua ed egli riprenderà il cammino purificato. (A Pietro) Va’, corri daL giudice. Raccontagli così, come a me hai raccontato, tutta questa triste vicenda.

PIETRO – Non mi crederà.

ANGELO – Digli che Angelo, Angelo l’eremita proclama la sua innocenza.

PIETRO – Non crederà.

ANGELO – Coraggio Pietro! Obbedisci. Prima che sia troppo tardi, obbedisci, lo ti seguirò genuflesso dinnanzi alla Croce e per te e per lui offrirò le mie mortificazioni. Ora vai, coraggio! (Lo accompagna alla porta) Presto fammi sapere qualcosa.

SCENA VII

(Angelo lo osserva allontanarsi, chiude la porta e avvicina alla finestra ad osservare il cielo).

Voce

Pensieroso vagò con lo sguardo verso l’azzurro infinito… Erano gli anni della fanciullezza lontana che tornavano limpidi nella sua mente, era il suo focolare, i suoi boschi, le sue pecorelle, i suoi amici pastori… Era una figura evanescente che saltellava giù nella valle, una figura che a mano a mano cresceva e ingigantiva… si avvicinava; nelle mani convulsamente serrate qualcosa lampeggiava con guizzi rossastri… Ed un volto… il volto di Andrea! Ora protendeva alla cella le mani sanguinanti e negli occhi… nei suoi occhi sfavillava la luce sinistra di un pazzo. Poi una risata… una risata agghiacciante…

SATANA – (E’ apparso alle sue spalle ed ha riso).

Voce

Quella risata… quella risata!…
(Angelo pone il viso fra le mani come a scacciare una sgradita visione e non ha ancora scorto Satana che in un angolo della cella, sarcastico e ghignante lo sta os­servando. Ad una nuova risata, Angelo alza il capo, vede il tentatore e sbigottito si pone con le spalle al muro, sotto la finestra, osservando implorante la Croce).

ANGELO – Perché mi perseguiti? Perché…

SATANA – (Con espressione malvagia) Tu vuoi rubarmi una vita… Tu cerchi spezzare le trame che io tesso con tanta pazienza. Non devi intralciarmi il cammino. Quell’uomo che attende in prigione…

ANGELO – E’ innocente!

SATANA – Quell’anima deve essere mia! lo voglio che disperato muoia imprecando la giustizia degli uomini e quella del suo creatore.

ANGELO – E’ innocente!

SATANA – Per questo morirà imprecando.

ANGELO – Dio non vorrà.

SATANA – Taci! Non pronunciare quel nome. Non voglio sentirlo. E ascolta pazzo eremita: se importunerai i miei piani, verrà giorno che maledirai anche tu d’essere nato; verrà giorno che quale lurido verme brancolerai disperato schiacciato dal peso della mia potenza e della mia vendetta. Sì, della mia potenza! Poiché anch’io comando il fuoco, i venti e le tempeste… Se vorrò, scuoterò anche la terra e in un abisso senza fine e senza speranza trascinerò la tua cella e la tua carcassa.

ANGELO – Nessuno… (Con voce ferma) Nessuno… neanche tu potrai opporti al volere di Dio.

SATANA – Non nominarlo!

ANGELO – Già ti opponesti…

SATANA – Taci! (Irato) Non credi?… Non vuoi? Ascolta allora e trema, misero rottame umano… (Si ode un tortissimo colpo di tuono e il vento urla rabbioso. Satana ride) Gli elementi si scateneranno nell’universo e anche l’anima tua cadrà nel mio fuoco.

ANGELO – (Si getta in ginocchio dinnanzi al Crocefisso implorando) Mio Dio!… Mio Dio!… Sii la mia forza o Signore!… Sii la mia forza!

SATANA – (Con un’ultima agghiacciante risata scompare in un nembo di fuoco). 

ATTO III

La morte

La stessa scena del II atto.

Voce

Nell’eremo solitario di Capo d’Acqua, così il pastore eremita trascorreva i suoi giorni e le sue notti.
L’anima purificata attraverso le privazioni e la preghiera stava umilmente salendo verso le vette sublimi della santità. Egli si era staccato dal mondo, ma il mondo non voleva lasciarlo.
La fama delle sue virtù e dei fatti prodigiosi che accadevano in quella misera dimora perduta nella boscaglia aveva attraversato le valli e un continuo peregrinare di cuori tribolati risaliva le sponde del torrente Romore. Per tutti c’era una parola d’amore, per tutti un invito alla speranza.

SCENA I

Angelo sta assorto in preghiera. E’ in ginocchio, seduto sui talloni, con lo sguardo proteso verso il Crocefisso. Un mariolo si affaccia alla grata della finestra poi si appressa alla porta, apre lentamente e si affaccia chiamando.

MARIUOLO – Frate Angelo… frate Angelo…

ANGELO – (Si volge)

MARIUOLO – (Entrando) Perdonami Frate Angelo se sono venuto ad annoiarti, a distoglierti dalla preghiera.

ANGELO – Dimmi fratello. Non c’è nulla da perdonare. Se io posso fare qualcosa per te…

MARIUOLO – (Parla burlescamente) Passavo poco lontano di qui, ho visto la tua cella e mi sono detto: è lì, se non sbaglio, che vive Angelo da Casale… Scusa se ti chiamo in questa maniera, ma non so con quale altro sistema potrei chiamarti. Tutti dicono: Angelo da Casale… e anch’io dico così, non ti pare?

ANGELO – Infatti, è così che mi chiamo.

MARIUOLO – Oh. vedi che avevo ragione! Dunque, dicevo che stavo passando poco lontano da qui e mi è venuta in testa una splendida idea, un’idea che, in una zucca come la mia, viene una volta sola nella vita e, dato che è venuta, non l’ho voluta cacciare. Scusa sai se ti annoio, ma è stata proprio bella. Per questo sono venuto. No, non è quella di venirti a vedere. Questo non c’entra. L’idea è proprio un’altra. Sarà bislacca, ma è proprio un’altra, lo non te la dico però: te la lascio indovinare. (Rìde e mostra una borsa dentro cui sono delle monete che scuote con soddisfazione facendole tintinnare) Senti? Senti che suono , dolce? Zin… zin…. zin!… Ah!… Ah!… Sono quattrini, quattrinelli miei! No, no, non ti meravigliare! Non ti meravigliare che una faccia, diciamo così, come la mia, possieda una borsetta tanto carina e con tante belle monetine sonanti. Non l’ho mica rubata veri! Aah,… bisogna che mi presenti. Mi presenterò col nome della mia professione e allora capirai tutto.

ANGELO – Chi sei fratello? Cosa desideri?

MARIUOLO – Chi sono e cosa desidero? Subito, subito te lo dirò. Vedo che non vuoi perdere tempo con me: sono un mendicante! Già, un poveraccio. Proprio come te. Un poveraccio che vive della carità dei passanti. Sono furbo però! E sì, se ho queste monete, significa che ci so fare. Non è colpa mia, se so piangere bene. I passanti mettono una mano nel gruzzoletto e giù una moneta al povero che non ha casa e non ha pane. Il mio sistema è buono e questa sommetta è il frutto del mio lavoro… Oggi sono passato per caso di qua; mi sono ricordato di te e allora mi è venuta quell’idea dì cui ti ho parlato.

ANGELO – Posso conoscerla questa tua idea?

MARIUOLO – Oh, sì! Sì, per mille diavoli! Certo che la puoi conoscere! Altrimenti che sarei venuto a fare sin qui? Sai qual è stata la mia idea? Questa. (Getta ai piedi di Angelo la sua borsa di monete) Ah… Ah!… Non te l’aspettavi eh, che il vecchio chiacchierone ammollasse la sua borsa per te… Che, non la prendi?

ANGELO – (Raccoglie la borsa) Fratello, la tua generosità commuove l’animo mio.

MARIUOLO – Là, là… non stare a dir queste cose.

ANGELO – lo non posso accettare questo denaro.

MARIUOLO – Come? Non puoi? Non l’ho mica rubato sai! E’ guadagnato. Guadagnato onestamente. Te lo lascio tutto: è per te.

ANGELO – Ma io… non saprei cosa farne. Riprendilo. (Glielo porge) Non ne ho bisogno.

MARIUOLO – No, no, no! Non io riprenderò mai. Non devi offendere la felice idea che mi è venuta. Non ne avrei pace!

ANGELO – Ascolta fratello.

MARIUOLO – Non voglio ascoltare invece: devi tenerla e basta. Vuoi dire che se non saprai cosa farne, quando passerà qualche povero più povero di me e di te, glielo darai. Va bene così? Ci berrà alla nostra salute.

ANGELO – Le tue parole sono così sincere che solo a questa condizione terrò il tuo denaro. Finché ne avrò ne darò ai poveri.

MARIUOLO – Bene, bene! Così va bene!

ANGELO – Che il buon Dio ti ricompensi per questa tua generosità e ti dia la sua pace. In quanto a me, se tu comprendi che io possa fare qualcosa che possa giovare alla tua anima e al tuo corpo, chiedimi pure. Sarà mio piacere poterti accontentare.

MARIUOLO – Ah, ah! Non vuoi restare obbligato!

ANGELO – Non è per questo.

MARIUOLO – Senti, senti fratello: se desideri proprio in qualche modo servirmi, mi permetto chiederti una cosa. Del resto, carità con carità. Guarda gli abiti miei. Non rimani scandalizzato per i buchi e per le toppe di cui son tempestati? Sai perché sono ridotti così? Ne avevo altri più nuovi… son passati dei poveri più poveri e più stracciati di me… non ho saputo resistere alla compassione e li ho rivestiti. Con quello che ho indosso, mi sembra di essere restato ignudo… e fuori fa freddo! Non avresti tu, qualcosa per me? Per farmi coprire?…

ANGELO – Hai freddo fratello?

MARIUOLO – E’ una stagione assassina! Hai niente per me? Quel mantello… quel mantello che vedo laggiù… (Indica il mantello posto in disparte) se non sai cosa farne…

ANGELO – Il mantello? (Si volge ad osservare dove gli viene indicato) Ah, già! E’ stato un regalo. Lo avevo dimenticato. (Va a prenderlo) Se può esserti utile… Tieni fratello, te lo dono con tutto il cuore. Indossalo e cerca di non raffreddare il tuo corpo.

MARIUOLO – (Afferra il mantello avidamente) Grazie, grazie! Sapevo che me l’avresti donato. Che Dio te ne rimuneri. Oh, oh… cercano di me… mi hanno chiamato… Bisogna che vada… e poi non voglio annoiarti di più. Addio e sta in allegria. (Se ne va)

SCENA II

ANGELO – (Osserva la borsa, la prende e va a deporla in un angolo)

SATANA – (Mentre Angelo si china a posare la borsa, si pone alle sue spalle e sghignazza) E così, povero ingenuo fraticello, restasti senza polpa e senza penne! (Ride) Già, senza polpa e senza penne! (Ride). (Angelo si volge e lo osserva sgomento) Mi guardi e non comprendi, povero ingenuo fraticello?

ANGELO – Che vuoi?

SATANA – Quel denaro… (Ride) quel denaro è falso… (Ride) Osservalo, osservalo. Suvvia, io non ti inganno… non ti inganno… (Va a prendere la borsa con il denaro e la vuota su una mano che distende dinnanzi ad Angelo) Vedi? (Ride) il tintinnante denaro non è che volgarissimo piombo… e il frate ingenuo è stato beffato. (Ride) Beffato e truffato. Abile l’amico straccione! Veramente abile! lo non avrei saputo fare di più. (Sempre
ridendo, dal palmo della mano lascia scivolare per terra il denaro) E niente mi dici? Non dici niente? Sei stato
frodato. 11 bel mantello ha preso il volo, sopra le spalle d’un gran mariolo… (Ride) Oggi sono allegro: mi sento
poeta. Ora che farai senza polpa e senza penne? Puoi denunciarlo, puoi farlo arrestare.

ANGELO – Non ha importanza che io sia stato truffato.

SATANA – Noo?

ANGELO – Quello che importa è che egli possa scaldarsi al tepore del mio mantello.

SATANA – Così la prendi?

ANGELO – E’ un poverello. Ne aveva bisogno. Più bisogno di me. io sono al coperto.

SATANA – E questa la chiameresti carità?

ANGELO – Vorrei che lo fosse. « E quando distribuissi tutto il mio per vestire i poveri e sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova ».

SATANA – (Ride) Parole di Paolo. Paolo di Tarso così andava cianciando dopo che mi tradì. E tu fai il bello con l’altrui proprietà …Oh, sì, l’altrui proprietà. Ora mi spiego la tua generosità verso l’amico che ti ha giocato: siete compari! Non rubi? Già te l’ho detto, mi pare. E le parole che sputi, non le vai rubacchiando dalla bocca di altri poveri stolti? Si capisce! E’ solo questione di un verbo: io rubo… tu rubi… egli ruba… (Ride) Ma io sono onesto, lo non sono venuto a rubare. Sono qui per donare. Consigli io vengo a darti e senza interessi. Mi sta a cuore la tua persona anche se mi tratti male.

ANGELO – I tuoi consigli…

SATANA – Lasciami finire, ti prego. Lo sai perché ti sono sempre vicino? Perché mi interesso della tua causa: la causa della vita. E la vita, la vita non si può rinnegare. Non lo sai che anch’essa è un dono dell’Altissimo? E tu, cosa ne hai fatto di questo dono? Cosa ne hai fatto, ingenuo pastore? L’hai disprezzato! E chi disprezza il dono, tu mi potrai insegnare, disprezza il donatore. Non è vero ciò che ti dico? Di’, non è vero?

ANGELO – (Calmo) Non è vero.

SATANA – Noo? E cos’è allora?

ANGELO – lo non disprezzo la vita. Torno ad offrirla a chi me l’ha donata: in olocausto. Sacrificando la vita spero nella purificazione dell’anima mia.

SATANA – O nella dannazione! O nella dannazione! Sei ingenuo frate, sei ingenuo! Tu non conosci sacrificio, ma solo egoismo. Per sacrificarsi occorre eroismo e l’eroismo è generato nella lotta. Dov’è la tua lotta? Il mondo l’hai abbandonato perché hai avuto paura: paura di lottare… paura di perdere. E’ questo, eroismo o viltà? lo lo chiamerei soltanto viltà. (Ride) Non rispondi? Sei pensieroso sei! Ti propongo un affare…

ANGELO – Vattene Satana! Tu vuoi turbare la pace dell’anima mia. Non hai affari da potermi proporre, lo ascolto soltanto la voce di colui che mi ha chiamato.

SATANA – Chi ti ha chiamato?

ANGELO – (Non risponde ma va a mettersi in ginocchio dinnanzi al Crocefisso) « Tu conosci i miei pensieri da lontano, Tu sai già il mio cammino e il corso della mia vita… Tutte le mie vie tu l’hai prevenute. Non è ancora la parola nella mia lingua e già Tu, o Signore, sai tutto. Tu mi hai plasmato e hai posto sopra di me la tua mano…

(Si sente bussare alla porta)

SATANA – (Si volge verso la porta, poi ad Angelo) Mi spiace dover interrompere un colloquio da cui, forse, sarebbe germogliato il tuo bene. Ma tornerò sai, tornerò. Non si abbandonano gli amici nella sventura. (Bussano di nuovo) Senti? Hanno fretta. Ti devo lasciare (Fa per ritirarsi) Ah, dimenticavo… quelle tue ultime parole… quelle pronunciate poc’anzi con tanto fervore, sono state nuovamente rubate. Le conoscevo sai (Ride) Le conoscevo: David! (Ride) Ancora non sai parlare povero frate… non sai parlare! (Ridendo scompare, Angelo, che non aveva inteso bussare, rimane assorto in ginocchio. Da fuori giunge una voce che chiama).

SCENA III

FRATE – (Da fuori) Fratello Angelo… Fratello Angelo.

VESCOVO – (Da fuori) Non risponde? Che non ci sia?

FRATE – (Da fuori) C’è la finestra. Possiamo dare uno sguardo dalla finestra.

VESCOVO – (Da fuori) Sì, sì: date uno sguardo.

FRATE – (Si affaccia alla finestra)

VESCOVO – (Da fuori) Ebbene?

FRATE – (Dalla grata) Sta pregando. Forse non ha inteso.

VESCOVO – (Da fuori) Chiamatelo.

FRATE – (Dalla grata) Fratello Angelo… Fratello Angelo…

ANGELO – (Si scuote) Cosa desiderate?

FRATE – (Dalla grata) Apri la porta Fratello Angelo. C’è una visita molto importante per te.

ANGELO – Una visita?

FRATE – (Dalla grata) II nostro Vescovo Giovanni dei Conti di Antignano.

ANGELO – (Sorpreso e un po’ eccitato) 11 Vescovo… Il Vescovo… (Guarda intorno come a rammaricarsi di doverlo ricevere fra tanta povertà) ma qui…

FRATE – (Dalla grata) Coraggio fratello, non devi impressionarti. Vieni ad aprire. (Si ritira)

ANGELO – (Va ad aprire; il Vescovo coperto da un lungo mantello nero entra seguito dal frate. Angelo si pone in ginocchio e bacia l’anello che il Vescovo gli porge)

VESCOVO – Alzatevi figliolo, alzatevi. Non so se siete stato informato: la visita che noi vi facciamo è una visita di dovere per ottemperare agli ordini di Sua Santità il Papa Bonifacio VIII felicemente regnante; ordini che egli ha impartito affinché noi Vescovi ci rendessimo conto della maniera di vivere dei nostri eremiti… In una parola: dobbiamo indagare se gli eremiti seguano delle regole e vivano un tenore di vita non approvati dai canoni e dai decreti emanati da Santa Romana Chiesa.

ANGELO – (Con grande umiltà) lo non sono che un povero ignorante… non conosco le disposizioni di Santa Romana Chiesa. Ho creduto di trovarmi smarrito nella via che conduce all’eternità, al cospetto di Dio. A Lui allora ho alzato la mia preghiera ed Egli mi ha additato la via… lo l’ho seguita. A Lui ho offerto l’anima mia, affinchè la purificasse dal fango.

VESCOVO – Figliolo, la fama delle vostre virtù, dei vostri meriti e di come il Signore si compiaccia servirsi di voi per compiere cose meravigliose è giunta al nostro orecchio. Sappiamo che il popolo tutto è edificato per le vostre virtù e per la vita di penitenza e di sacrificio che avete volontariamente abbracciato… Il dovere di obbedienza ha spinto quassù i nostri passi, ma vi assicuro che la ricerca dell’inquisitore era già appagata prima che varcassimo la soglia della vostra cella.

ANGELO – (Si pone in ginocchio) Non sono che un povero peccatore… Non sono che una povera creatura in balia delle tentazioni. Nella mia ignoranza io oso rivolgermi a Dio e Lui nella Sua sapienza si degna rivolgere lo sguardo sopra di me.

VESCOVO – Alzatevi, alzatevi figliolo. Perché insistete nel definirvi ignorante? Il principio della sapienza è il timore del Signore… La perfezione del timore di Dio è sapienza e intelligenza. Ha l’ignoranza soltanto chi non è sapiente nel bene.

ANGELO – Ma per questa mia dappocaggine, un nuovo peccato è venuto a turbare la pace dell’anima mia.

VESCOVO – Cosa mi dite?

ANGELO – (Si avvicina alla finestra e spinge lo sguardo verso l’infinito). Un furioso temporale imperversava nella vallata. Dalle montagne scendevano impetuosi i venti e una gran pioggia… una gran pioggia percuoteva senza sosta le grandi querce e le tenere pianticelle, lo… io stavo presso questa finestra così, come ora, a osservare. Ebbi pena delle piante che gemevano contorte dal vento; mi sembrava vederli morire quei teneri virgulti che lambivano quasi la terra… Pensai ai poveri uccellini che forse non avrebbero più trovato la casa e allora… allora rivolsi la mia preghiera al Signore… che facesse cessare il vento e la pioggia. E il vento e la pioggia sono cessati… Ho osato chiedere a Dio una cosa forse contraria alla Sua volontà.

VESCOVO – (Che gli si era avvicinato ammirato e commosso) Ed Egli vi ha esaudito. La vostra umiltà mi commuove figliolo, ed il cuore del pastore esulta nel sapere di possedere una pecorella ‘si mansueta nel proprio gregge. Figlio mio, null’altro mi resta che concludere questa visita rivolgendo a voi parole di approvazione e di ammirazione. Lasciate che faccia mie le parole scritte nel libro della sapienza di Sirac e che a voi io le ripeta: « Proseguite a compiere le vostre cose con mansuetudine ed oltre la gloria avrete l’amore degli uomini. E quanto più sarete grande, tanto più umiliatevi in tutte le cose e troverete grazie presso Dio, perché solamente la potenza dì Dio è grande ed Egli è onorato dagli umili »… Ricevete la benedizione del vostro pastore e pregate… pregate per lui e per le sue pecorelle… (Angelo si pone in ginocchio ed il Vescovo lo benedice. Quindi il Vescovo si rivolge al frate) Andiamo, andiamo, il nostro dovere è compiuto. La Chiesa può ben essere orgogliosa di simili figli. Iddio si serve veramente degli umili nella manifestazione della sua immensa potenza… (Escono ed Angelo si inginocchia rivolto verso la porta).

Voce

Mentre il Vescovo Giovanni dei Conti di Antignano lasciava l’eremo commosso e ammirato, Angelo, confortato dalle sue parole di comprensione e benevolenza, s’immergeva in un sublime colloquio con Dio.
Fuori, lungo le gole montane, scendevano i gelidi venti dell’inverno e s’incupivano i cieli all’addensarsi di cumuli minacciosi sopra le vette.

SCENA IV

TEMPO – (Con gioco di luce, appare solo metà del suo corpo, a fianco o dietro l’inginocchiatoio) Così, tu m’hai rinnegato (Angelo si volge) Mi guardi? lo sono il Tempo… sono la giovinezza trascorsa che ncn tornerà mai più; sono il tuo passato fuggito oltre gli spazi infiniti del­l’eterno; sono il tuo presente che muore nell’istante fu­gace in cui balza alla vita… sono il tuo futuro che vive nell’ombra e non sa.

ANGELO – Il tempo?

TEMPO – Cosa hai fatto di me? Cosa farai ancora di me? Nell’istan­te in cui generato, ti schiudesti alla luce del sole, la mia ombra calò su di te. La tua vita si fuse nella mia essenza e insieme, insieme ci stiamo dissolvendo nel nulla.

ANGELO – Nel nulla?

TEMPO – Nel nulla!

ANGELO – Oh no, non puoi dire nel nulla! Non devi dirlo! In te si sono dischiusi ai miei occhi i meravigliosi splendori dell’universo, in te ho goduto inebriando lo spirito mio, dinnanzi l’armonioso incanto della natura, in te ho sospirato ed ho pianto alla ricerca del sublime Creatore.

TEMPO – L’hai tu trovato?

ANGELO – E’ in me… è in me! No, non ci stiamo dissolvendo nel nulla. Insieme avanziamo nel tutto! Che egli resti nello spirito mio e tu, mio futuro, con me proseguirai il cammino fino alla sorgente della luce.

TEMPO – (Ripete sommesso) Fino alla sorgente della luce… Fino alla sorgente della luce… della luce… (E scompare. Angelo china il capo ponendo il volto fra le mani)

ONORE – (Appare nello stesso luogo lasciato dal « Tempo ». Chiama con voce lenta e velata) Angelo… Angelo… lo sono l’onore. Guardami. Alza il tuo volto: guardami. Che fai? Ti ho scelto fra tutti i pastori della montagna, ho attraversato le valli ed i boschi, ho varcato i confini della tua terra… ti ho chiamato. Tu mi hai risposto; ti ho additato il cammino, tu l’hai seguito. Ma perché ti fermasti?… Perché?

ANGELO – lo non ho inteso la tua voce, ma solo la voce di Dio.

ONORE – Tu l’hai intesa ed hai seguito il cammino… Ma ascoltami, ascoltami ancora: lascia questo povero nido solitario! lo non lo volevo per te anche se qui mi hai trovato. Fuggi, fuggi con me! Vieni, andiamo a inebriarci nel sole! Laggiù, nelle vallate, oltre le montagne, oltre i fiumi. Ti condurrò verso i sentieri della gloria, verso le fonti scintillanti della ricchezza. Perché languire così? Perché languire? Ogni uomo si chinerà al tuo passaggio; ogni umana creatura, anelante, ascolterà la tua voce come la voce di Dio.

ANGELO – Se io ti seguissi a ricercare i sentieri della gloria e della ricchezza, lungo il cammino ti perderei.

ONORE – Ma la gloria e la ricchezza sono nella mente e nel cuore di ogni uomo.

ANGELO – lo non la cerco.

ONORE – Laggiù, oltre le valli.

ANGELO – Non mi tentare!… lo e te, qui, canteremo solo fa gloria di Dio.

ONORE – Solo la gloria di Dio… la gloria di Dio… (Scompare alla stessa maniera del « Tempo » e al suo posto sopraggiunge « l’Amore »).

AMORE – Se i tuoi occhi si posassero sopra di me, in me riconosceresti l’Amore… Mi guardi? Sì, io sono l’amore! Sono l’essenza della vita, sono la fulgida vampa che sprigiona divina dai cuori, sono l’effluvio soave della primavera di ogni umana creatura., io sono la vita… Vieni! Su, vieni con me! Ti tenderò la mia mano (Esegue) Afferrala! Varca con me la soglia di questo abituro… con me nella giovinezza perenne della vita… Non vuoi? Tu non devi rinunciare all’amore. Ogni creatura ama. Non devi inaridire il tuo cuore.

ANGELO – Il mio cuore non è inaridito. Anch’io… anch’io conosco il cantico dell’amore.

AMORE – Il tuo cuore è inaridito ormai.

ANGELO – (Con voce vibrata) No, no, no! E’ il palpito continuo dell’amore che si sprigiona dentro di me… è il fuoco dell’amore che avvampa in questo mio misero cuore.

AMORE – Tu non mi hai trovato.

ANGELO – lo ti ho trovato invece! Sì, ti ho trovato. Sei in me, che mi ardi, che mi bruci, che mi tormenti. E’ un fuoco d’amore il mio, è un tormento d’amore.

AMORE – Chi ami tu?

ANGELO – Il mio Dio! Amo il mio Dio!

AMORE – Il tuo Dio… Il tuo Dio… il Tuo Dio… (Accanto all’Amore, sorgeranno nuovamente l’Onore ed II Tempo. Tutti tendono la mano ad Angelo).

TEMPO – Vieni Angelo, il futuro non è ancora segnato!

ONORE – Vieni a cercare la ricchezza e la gloria!

AMORE – Vieni nei soavi sentieri dell’amore!

TEMPO – Nel futuro…

ONORE – La ricchezza…

AMORE – L’amore!

(Ripetono rapidi e incalzanti queste ultime parole, poi scompaiono. Al loro posto appare Satana, sghignazzante, che rapidamente scompare).

ANGELO – (Disperato si accascia sulle proprie ginocchia esclamando fra i singhiozzi) No!… No!… No!…

Voce

E il vento disperse nell’aria il suo pianto… L’udirono le frondi tremolanti delle querce che in un sommesso bisbiglio lo ripeterono al cielo.

SCENA V

PIETRO – (Dalla grata, parla con voce accorata) Angelo, fratello Angelo. Alza il tuo sguardo fratello Angelo… Angelo!

ANGELO – (Si volge lentamente) Pietro! Che nuova mi porti?

PIETRO – Una nuova di sventura Angelo… una nuova di sventura.

ANGELO – Tuo fratello Andrea?

PIETRO – Sarà condannato.

ANGELO – Condannato? Ma egli è innocente!

PIETRO – Sarà Condannato.

ANGELO – Vieni, entra nella mia cella. (Va ad aprire e Pietro entra) Portasti al giudice le mie parole? Gli hai detto che anche io lo credo innocente?

PIETRO – Il giudice ha risposto ridendo.

ANGELO – Ridendo?

PIETRO – Dice che sei pazzo… che racchiuso in questa cella non puoi nulla sapere della malvagità degli altri… che ogni prova è contro mio fratello e che debbo lasciare ogni speranza.

ANGELO – (Fra sé) Sarà condannato.

PIETRO – Ha aggiunto che soltanto ad una condizione potrebbe credere alla sua innocenza.

ANGELO – Quale? Dimmela Pietro, dimmela!

PIETRO – E’ inutile, non c’è più speranza.

ANGELO – Non vuoi che io la conosca? Se ha posto una condizione, vuoi dire che ancora tutto non è perduto.

PIETRO – Il giudice ha detto ridendo: se vuoi che creda al tuo frate perché, secondo la tua immaginazione, egli è ispirato da Dio, digli che lo potrei solo se riuscisse a procurarmi un frutto fuor di stagione.

ANGELO – Un frutto?

PIETRO – Un cestello di ciliege mature. Capisci?… In pieno inverno… in pieno inverno.

ANGELO – Non martoriare il tuo cuore, Pietro. Finché Andrea sarà in vita, ci sarà speranza. C’è qualcuno che tutto può e a cui dovremo rivolgerci con tutto l’ardore della nostra fede. Se Egli vorrà, saprà bene aiutarci.

PIETRO – A chi ci dovremo rivolgere?

ANGELO – Iddio poserà sopra di noi il suo sguardo colmo di misericordia.

PIETRO – (Avvilito) Non c’è più speranza.

ANGELO – Devi aver fede, devi aver fede. Ascoltami Pietro: torna nella tua casa e invita i tuoi alla preghiera, lo supplicherò la Sua misericordia. Tornerai da me più tardi, quando tutti avremo pregato. Abbi fede… abbi fede. (Accompagna alla porta Pietro che esce. Poi, lentamente andrà a mettersi in ginocchio d’innanzi alla Croce) Signore, mio Dio, Tu che placasti i venti e le tempeste, Tu che più volte tramutasti in vino l’acqua del mio secchiello, Tu che creasti tutte le cose meravigliose dell’universo, ascolta ancora la mia umile voce che innalzo fino al gradini del Tuo trono… questa voce che Ti supplica di volgere il Tuo sguardo consolatore sopra chi si dispera e chi piange. Ascolta, o Dio, la mia voce, accogli la mia preghiera.

(Pone il capo fra le mani e si immerge in un intimo colloquio con Dio)

Voce

Così la sua mente si elevò oltre gli spazi infiniti ed eterni in un colloquio accorato con il suo Signore… (Si fa gradatamele buio).
La notte, lentamente, stendeva il suo manto cupo sopra la terra tremante all’abbraccio gelido della, neve che l’avvolgeva. Turbinarono i venti in una ridda furiosa di bufera sopra le bianche boscaglie a dispendere i loro muggiti oltre la valle. Poi venne la pace.
(Mente una soave melodia si diffonde per l’aria, gradatamente una luce misteriosa e vivida irrompe nell’interno della cella. Angelo alza il suo sguardo estatico). Improvvisa una soave armonia di note celestiali si diffuse fra le nude pareti della cella e una luce… una luce misteriosa ed eterea squarciò le nere ali della notte a inondare il volto sbigottito e consunto del Pastore Eremita… Poi la luce si fece più vivida, più fulgida. Qualcosa sembrò comporsi in un gioco di colori senza nome e prese forma…
Agli occhi abbacinati di Angelo, apparve il messaggero di Dio… (Un Angelo avanza lentamente tenendo in mano un cestello di ciliege).

ARCANGELO – Angelo… grande è il tuo potere innanzi al cospetto di Dio… Questo dono è per te.
(Porge il cestello, ed Angelo, cogli occhi scintillanti di lacrime, lo prende delicatamente. La Visione celeste si allontana fino a scomparire nella sua luce. La « Voce », frattanto, commenta la scena).

Voce

Sulle stanche ciglia brillò una lacrima come una stella irradiante il suo volto… e protese le mani tremanti a ricevere il premio della sua fede…
(Con il dileguarsi della visione, la luce gradatamente si spegne per riaccendersi dopo qualche istante sullo sfondo del primo atto. Sarà sufficiente togliere lo sfondo ed il primo scenario della cella posto d’innanzi al bosco che occultava. E’ una strada di campagna gualdese. Alla luce non troppo viva apparirà la scena vuota).

SCENA VI

CIECO – (Avanza lentamente appoggiato al bastone e guidato amorevolmente dal figlio). Che dici, vogliamo riposarci?

FIGLIO – Sei stanco?

CIECO – Forse è ancora lunga la strada.

FIGLIO – lo penso invece che i! luogo dove il Santo di Casale è racchiuso in preghiera non sia tanto lontano.

CIECO – Hai freddo?

FIGLIO – Un poco sì, ho anche freddo.

CIECO – Cerchiamo qualche casolare vicino, un po’ di fuoco nessuno ce lo vorrà negare.

FIGLIO – A me non importa del fuoco e neanche sento la stanchezza, lo voglio soltanto che tu possa vedere al più presto; io voglio soltanto che gli occhi tuoi possano ancora rimirare la bianchezza della neve e l’azzurro del cielo.

CIECO – Bimbo mio… tu credi che Angelo da Casale possa ridonarmi la vista?

FIGLIO – Ho tanta speranza…

CIECO – Sediamo, sediamo un poco. Poi riprenderemo il cammino. Forse qualcuno passerà per questo sentiero… Ci faremo insegnare la strada più breve.

FIGLIO – Come vuoi. Vieni… ecco, c’è un tronco di quercia. Tu siedi qui, io ti starò vicino. (Siedono)

CIECO – Poni il tuo capo sulle mie ginocchia. (Il figlio pone il capo sulle ginocchia del padre che gli carezza i capelli).

FIGLIO – Quando saremo da luì, ci getteremo alle sue ginocchia. Avrà compassione della nostra miseria… pregherà il Signore e tu tornerai di nuovo a vedere.

CIECO – Lo credi bimbo mio?

FIGLIO – Lo credo, lo credo. Ho parlato con l’uomo che ha visto tramutata in vino l’acqua del secchiello; ho parlato con quello che è stato liberato dalla prigione… Il suo giudice ha avuto dal Santo un cestello di ciliege e in cambio del miracolo gli ha concesso la libertà. Capisci babbo? Un Angelo gli ha portato le ciliege dal cielo!

CIECO – Un Angelo potrà portarmi la luce? (Carezza teneramente il figlio, fra i capelli).

FIGLIO – Che pensi babbo? Non essere triste.

CIECO – (Ricordando) Quando avevo i tuoi anni, anch’io correvo felice sui prati, giocavo a rincorrere i grilli, coglievo nei boschi i fiorì più belli e profumati, mi incantavo a contemplare il cielo nelle notti di luna, giocavo a contare le stelle e tante volte sognavo… sognavo a guardare il sole nei suoi tramonti di fuoco…
Conobbi tua madre a vent’anni, quando le mietiture erano appena iniziate e noi cantavamo fra i grani la gioia della nostra giovinezza… Ci sposammo assai presto: era un giorno di primavera e tante rondini facevano festa nel cielo.
Eravamo felici! Due anni trascorsero con la fugacità di un sogno. Poi venne l’autunno. Un autunno gelido come l’inverno: una stagione triste e senza sole. Tu vagivi nella culla e allietavi le nostre giornate. La casa aveva bisogno di calore, ma le piogge succedevano alle piogge e la fiamma stava languendo nel focolare. La legna raccolta nella buona stagione era restata nella macchia; io aspettavo il momento di trascinarla nella nostra casa. Alla fine mi decisi… Un pomeriggio cupo e minaccioso raggiunsi le cataste già pronte sotto le querce. Caricai frettoloso sulle mie spalle il fardello più grosso e presi il sentiero più breve per tornarmene a casa, dove tu e tua madre mi aspettavate. Presi il sentiero che a valle separa il torrente dalla grossa fucina del fabbro.
Fui lì, quando una pioggia violenta cominciò a cadere dal cielo… Chiesi di ripararmi nella fucina, il fabbro mi fece entrare. In una forgia gigantesca ardeva un fuoco che sembrava d’inferno e sul fuoco, fra uno spruzzare festoso di scintille, avvampavano grosse sbarre di ferro incandescenti… C’era così caldo nella grande fucina! Sedetti a ristorarmi. Quel fuoco mi ridava la vita… (Come allucinato) Quel fuoco… quel fuoco! Sembrava attirarmi in un tiepido abbraccio di dolcezza… ed io guardavo le scintille danzare sopra i carboni ardenti… Guardavo le scintille danzare! Poi… poi non so cosa accadde… Qualcosa precipitò nella forgia… (Eccitato rivive la scena) Un bagliore più grande, un rumore di ferraglia pauroso e una vampa, una vampa accecante balzò contro il mio viso… Detti un urlo! Degli spini roventi sembravano frugarmi negli occhi… Mi voltolai spasimante nel suolo fuliginoso della fucina, mentre d’intorno a me s’innalzavano disperate altre grida: grida di donne… grida di uomini… Sentii parlare di rovina e di morte… sentii sollevare il mio corpo… mi dibattei forsennato fra quelle mani che si erano slanciate a soccorrermi, protesi con disperazione il volto allucinato verso il cielo, verso quel cielo che mi sembrava lontano lontano, immerso in un buio infinito e urlai, urlai il mio tormento: non vedo più! Non vedo più! Salvate i miei occhi! Salvate i miei occhi!

FIGLIO – (Ha seguito la scena con visibile angoscia e si aggrappa commosso al corpo del padre) Babbo!… Babbo mio!

CIECO – Non mi rispose che il gemito accorato della pietà! Poi il buio… il buio senza speranza e senza conforto… Da allora non ho più visto il tuo volto né quello di tua madre… Da allora non c’è stato più il sole per me… (Si ode un forte scampanio festoso) Ascolta… Ascolta! non senti? E’ un suono festoso di campane. Perché suonano a festa? Perché? (Triste) Ogni festa è preclusa al povero cieco. (Piange) Ogni festa è preclusa…

FIGLIO – Non agitarti babbo. Il santo di Casale ridarà la vista ai tuoi occhi. (Giungono voci dall’esterno)

CIECO – Ascolta… sento un gridare di gente.

FIGLIO – Sembrano grida di gioia… Il vocio si avvicinai

CIECO – (Agitato) Cosa accade?… Cosa accade?

FIGLIO – Non so… non so…

(Ora le voci sì fanno più vicine e distinte)

VOCI – Miracolo! Miracolo!

VOCI – Le campane suonano a festa!

VOCI – E’ morto il santo!E’ morto!… E’ morto!

CIECO – Cosa dicono?

FIGLIO – Ecco, sta venendo qualcuno. Forse sapremo…

SCENA VII

FIGLIO – (ad un passante che può essere Filippo) Cosa è accaduto? Cos’è questo scampanio?

FILIPPO – (Entrando) Ah, voi non sapete?

CIECO – (Con triste presentimento) Chi è morto?

FILIPPO – L’Eremita. Il santo eremita.

CIECO – (Si allontana e compare il suo cuore come volesse sfug­girgli) E’ morto… è morto!…

FILIPPO – L’hanno trovato in ginocchio con le mani giunte come se pregasse e gli occhi rivolti al suo Crocefisso. L’hanno chiamato più volte… non rispondeva. Hanno forzato la porta. Nella stanzetta buia, un grande profumo: un profumo di rose. Il suo volto aveva un sorriso, un sorriso divino. E’ morto sorridendo e pregando. E’ morto un santo! Per questo le campane suonano a distesa. Sono gli Angeli a suonarle. Mi guardate? Non capite? Sono gli Angeli… Abbiamo inteso uno scampanio festoso e siamo corsi a chiedere il perché… La chiesa è vuota… il campanile è vuoto, non c’è nessuno e le campane suonano… Ascoltate, ascoltate che festa! Sono mani invisibili che le fanno oscillare nell’aria: sono le mani degli Angeli!
Questa sera sarà trasportato in paese. Verrà una fiumana di gente. E’ la sua gloria! Venite, venite anche voi! E’ la sua gloria! (E commosso si allontana)

SCENA VIII

FIGLIO – (Avvicinandosi al padre che aveva ascoltato in disparte) Babbo, tu piangi…

CIECO – Egli è morto… ed è morta anche la mia speranza.

FIGLIO – Le campane suonano a festa.

CIECO – Le campane… le campane… Questo suono viene a trafiggermi il cuore.

FIGLIO – Quando passerà la sua bara…

CIECO – (Disperato) No, no, no!… Non c’è più speranza! Non c’è più speranza! (Accorato, verso il luogo da cui proviene il suono) Non suonate campane! Non suonate! (E scoppia in singhiozzi. Adagio sopraggiunge la notte)

Voce

E sopraggiunse la sera. Era il 15 gennaio dell’anno 1324.
Le campane non suonavano più.
I casolari sparsi sulle montagne, i paesi vicini e lontani, tutti, tutti si erano rapidamente svuotati e la gente era corsa al rifugio del santo. Presto, prima della notte, tra ali di popolo in preghiera sarebbe passata la tua bara trionfante, Angelo da Casale.

(Una dolce luce gradatamente si accende. E’ sera. Il cieco e suo figlio sono ancora in scena).

FIGLIO – Babbo, perché non andiamo anche noi? Tanta gente sta scendendo il sentiero di Capo d’Acqua. Babbo, se tu potessi solo toccare la sua bara…

CIECO – No. Resteremo quassù finché tutti saranno passati. Non voglio che alcuno mi compatisca. Quando tutto sarà finito, torneremo sul nostro cammino…
(Da lontano giungono voci indistinte di preci interrotte da voci più forti)

VOCI – Miracolo!… Miracolo!… Sia benedetto il tuo nome!… Angelo!… Angelo!…

FIGLIO – (Trascina il padre, per mano, verso il fondo della scena e si pone ad osservare) Quanta gente… quanta gente che prega! La bara è portata a spalla dai pastori… Tanti sacerdoti pregano innanzi ad essa e intorno… intorno è un accalcarsi di popolo che grida., che agita in mano qualcosa… oh, sì… sembrano rami di spino fiorito! (Si ode il canto del popolo che si avvicina) Ma ora… che fanno? Ora cantano. Ascolta, ascolta babbo: il popolo canta.

CIECO – Ma questo… se è come tu dici… questo è un trionfo! Angelo, Angelo!…

FIGLIO – Andiamoci babbo. Andiamo anche noi!

CIECO – Vai, se tu lo desideri. T’aspetterò quassù.

SCENA IX

Filippo (Entra tenendo in mano un ramo di biancospino fiorito) Bambino… bambino, ti cercavo: ti ho visto da lontano. Perché non conduci tuo padre laggiù? Egli è cieco; può chiedergli la grazia di vedere. Non sentite come grida la gente? C’è ancora un miracolo, ancora un miracolo, sapete? Il biancospino nasce su tutti i sentieri! Dove passa la bara, sbocciano i fiori del biancospino: anche sotto la neve! E la gente lo coglie e canta e l’agita festosa… Ecco, tieni… l’ho colto laggiù. Guarda: è fiorito. Accompagnaci tuo padre e abbiate fede… abbiate fede… (e commosso si allontana).

Figlio Babbo.. il biancospino è fiorito.. Corriamo vicino alla bara. Proverai solo a toccarla.

Cieco Il biancospino è fiorito anche sotto la neve…

Figlio Babbo…

Cieco Dammi quel piccolo fiore.

Figlio Eccolo… tieni.

Cieco (Prende il rametto che il figlio gli porge e carezza commosso il biancospino) Sbocciato sotto la neve… sotto la neve… (Si pone in ginocchio e stringendo il fiore sul suo cuore, esclama con disperazione) Angelo… Angelo… fa che io veda! Fa che io veda!…

Figlio (Lo sorregge e lo fa alzare con affetto) Vieni… andiamo da lui… andiamo da lui!…

Cieco (Lo segue esclamando fra i singhiozzi) : Fa che io veda! Fa che io veda! (E si allontana)

Voce

Un brivido corse fra la folla ammutolita a quel grido di disperazione e di angoscia.
E il cieco passò!
Sulla bara affondò singhiozzando quel volto senza luce e senza speranza, poi, nella valle, alta risuonò la sua voce.

Cieco (Da fuori) lo vedo!… lo vedo!…

Folla (Dall’esterno) Miracolo!… Miracolo!… Santo, santo è il tuo nome!
(Si ode il suono festoso delle campane e lentamente si spegne la luce. Al commento della « Voce » gradatamente si riaccenderà e in un quadro plastico finale, Angelo apparirà nella gloria. E’ in ginocchio, col volto proteso verso una sorgente di luce che l’irradia. Attorno a lui è una schiera di creature celesti con in mano rami fioriti di biancospino)

Voce

Ancora echeggia il tuo nome di valle in valle, fra i crinali aspri delle montagne, fra l’agitarsi fremente delle boscaglie, fra le limpide acque del torrente.
Generazioni e generazioni ti hanno esaltato attraverso il passare dei secoli e il tuo nome è restato: nella gloria, nel trionfo, nel fulgido splendore degli altari. E’ restato il tuo nome e il miracolo perenne del biancospino che ogni anno rifiorisce sui sentieri irrorati dalla luce di santità sfuggente dalla tua bara. Gloria a te, Angelo da Casale!
(Mentre un inno trionfale di gloria s’innalza a coronamento del quadro finale, lentamente si chiude il sipario)

Fine

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