Piazza Martiri della Libertà

Piazza Martiri della Libertà  di Mario Anderlini

A mio padre Ugo insignito dal Ministero della Difesa
del distintivo d’onore per i patrioti Volontari della Libertà
essendo stato deportato nei lager
e avendo rifiutato la liberazione per non servire
l’invasore tedesco e la repubblica sociale durante la resistenza

Ai miei figli Francesco, Roberta e Alessia perché non dimentichino

Presentazione

 Da circa un decennio si è avviata una riflessione sulla valenza formativa della memoria, sia per costruire le singole personalità, sia per radicare una visione comune della dimensione nazionale ed europea; la memoria, insomma, è diventata una fonte per ricostruire la storia dei soggetti, la storia sociale, la storia delle guerre e della Resistenza. Non è un caso certamente che queste riflessioni sul rapporto tra memoria e storia siano state proposte, in modo incalzante, proprio all’indomani di eventi che hanno prodotto la disintegrazione delle appartenenze politiche, nel mezzo di un processo di frantumazione della coscienza collettiva che ha contribuito a veicolare una visione individualistica ed egoistica e ha prodotto il distacco delle singole esistenze dalla dimensione collettiva.

I giovani, oggi, sembrano non avere più strumenti per costruire memoria, sembrano non percepire la profondità del senso storico; tutte le indagini sui giovani giungono alla conclusione che i ragazzi sono ormai deprivati di memoria e non conoscono la storia. Inutile indagare sulle responsabilità, come appare una scorciatoia attribuire ai giovani, alla loro negligenza e indolenza, tutte le colpe. È invece il mondo degli adulti che non riesce più a trasmettere memoria; da tempo ormai il passaggio di memoria e di tradizioni tra le generazioni, il senso della storia, non è più presente: nessuno trasmette più storia o storie tra nonni-genitori-figli.

Nemmeno la scuola sembra oggi in grado di assolvere funzioni di una corretta educazione alla memoria; i giovani rivendicano l’autonomia della loro vita dalla storia, non provano curiosità per il passato storico, nemmeno per quello familiare, ma la scuola continua a non insegnare la storia recente. Anche dopo il decreto Berlinguer, che riservava all’ultimo anno delle superiori lo studio del Novecento, non sono mancate perplessità e discussioni, sull’insegnabilità della storia più recente; dibattiti che spesso si sono trasformati in polemica politica, che coinvolgendo l’esperienza di vita dei docenti, portando confusione tra storia e politica, hanno, di fatto, impaludato l’iniziativa e impedito che la storia a scuola diventasse uno strumento indispensabile per la formazione di una coscienza critica. Nemmeno l’istituzione della giornata della memoria dell’Olocausto (27gennaio), anniversario della liberazione di Auschwitz, sembra risolvere il problema della cancellazione di memoria, anzi rischia la celebrazione rituale, decontestualizzata dalla storia.

Il problema attuale è dunque quello di comprendere quale rilevanza deve avere la memoria nel campo della ricerca storica e della formazione del senso civile ed etico di una comunità. Nasce allora il problema delle fonti, della loro selezione, della scelta: tutto può, infatti, essere fonte di memoria (cinema, televisione, autobiografia), ma è possibile tuttavia individuare fonti specifiche della costruzione e trasmissione della memoria, fonti che possono riguardare la costruzione della memoria collettiva e della memoria autobiografica personale, del suo passaggio al ricordo, alla testimonianza.

Il volume di Mario Anderlini, Piazza Martiri della Libertà, senza la pretesa di essere una ricerca scientifica e quindi di collocarsi nell’ambito della storiografia ufficiale, riporta alla luce una serie di testimonianze e di ricordi che, facendo uscire dalla dimensione privata e dall’oblio vicende familiari e personali, diventano percorsi collettivi, memoria di una comunità. Pur senza un lavoro storiografico preparatorio, Anderlini riesce a cogliere la specificità, direi la dignità, delle fonti orali che restano per l’autore la via privilegiata per ricostruire la storia dell’individuo, della famiglia, la storia del lavoro, la storia della comunità locale, il luogo in cui la “piccola storia” spesso si incontra con la “grande storia”.

Anderlini è convinto che lavorare sulle fonti orali comporta una sorta di violenza sul testimone; attraverso le domande si manifesta sempre un’interferenza tra intervistatore e intervistato, ma piuttosto che assumere un atteggiamento di distanza, l’unico che permetterebbe di esercitare una critica, egli tende a stabilire piuttosto una relazione, fondata sul rispetto del testimone, al quale lascia libertà e spontaneità espressiva. Giova ricordare che ogni racconto del passato, soprattutto quando affronta temi che hanno lacerato il tessuto delle comunità e diviso la memoria, è sempre frutto del presente in cui viene prodotto ed è questo presente a riaffiorare, a rendere pubblici aspetti prima dimenticati o taciuti oppure a sommergere nell’oblio altri non più avvallati.

La ricerca di Mario Anderlini si inquadra in un preciso contesto territoriale, attraverso essa l’autore affronta i problemi legati alle visioni del mondo locale di fronte alla Resistenza, nonché l’influenza delle tradizioni sulla memoria individuale; in ogni caso le biografie presentate in questo volume ci aiutano a ricostruire l’esperienza soggettiva della Resistenza, sollecitano domande sul passato, sul modo in cui è stato vissuto questo grande sconvolgimento, ma interrogano anche il presente, in particolare i giovani ai quali possono meglio consentire di percepire l’appartenenza a un processo storico, di sentirsi parte di una catena di eventi e processi.

Mario Tosti
Presidente ISUC

 Introduzione

 Questo libro di testimonianze non ha la pretesa di dirimere alcunché del dibattito tra chi vorrebbe ridurre drasticamente i valori della Resistenza e coloro che ne fanno la base irrinunciabile della nostra democrazia.

Con queste brevi memorie individuali ho creduto di poter valorizzare e diffondere – a mia volta ponendomi da una parte delle due interpretazioni – il patrimonio di idee e di esperienze della Resistenza al fine di portare un piccolo contributo al prosieguo della crescita civile del Paese, all’educazione dei più giovani che, a tutt’oggi, non trovano una trattazione sufficientemente articolata circa la Resistenza nei loro libri di storia. Non è casuale il richiamo (30 ottobre 2003) del presidente Carlo Azeglio Ciampi a rimediare a questo colpevole vuoto di storia nei testi scolastici.

Questi racconti, le risposte alle domande poste ai miei interlocutori hanno invece la pretesa di essere un’ulteriore “vaccinazione” ad ogni possibile manifestarsi di nuove forme di autoritarismo. Penso dunque che per non consentire una emarginazione dell’esperienza partigiana vadano proposte anche modeste pillole di realtà storica da cui è nato e si è consolidato l’antifascismo.

Nei racconti, nelle testimonianze da me raccolte appare anche evidente in quale clima sia nata la collaborazione tra i partiti vissuta nella prima fase del dibattito costituente.

Nei miei interlocutori emerge inoltre chiara la spontaneità dell’antifascismo popolare sfociato anche nella lotta armata.

I nostri partigiani non appaiono astratti ed eroici combattenti della libertà, ma uomini che maturano la scelta della militanza antifascista portando le proprie aspettative e le proprie differenze culturali, politiche e di classe dentro le fila delle brigate partigiane.

È tutta gente in carne e ossa che ha come base il contatto con i partigiani, le popolazioni, i cittadini, tra comandi e comunità locali.

Certo, ciò che vi apprestate a leggere ha una valenza soprattutto locale, che non si discosta tuttavia da un sentire nazionale e che consente parallelismi, seppur nei limiti, con tutte le azioni partigiane del Nord dove il succedersi degli eventi (5 luglio 1944 liberazione di Gualdo Tadino; 25 aprile 1945 quella del Nord e, quindi, dell’intera Penisola) ha dato decisamente più valenza storica (senza dimenticare le Quattro giornate di Napoli) a quei fatti.

Alla fine, anche i nostri martiri hanno dato una dimensione militare alla Resistenza locale.

Ai lettori alcune precisazioni.

La scelta degli interlocutori non segue uno stretto criterio scientifico. È stata spesso una testimonianza a condurmi verso la successiva; e così quasi di seguito, almeno per ciò che concerne alcuni semplici cittadini non in armi.

Gli altri sono testimoni diretti di azioni partigiane e di eventi drammatici.

Per alcuni interlocutori, al fine di consentire una lettura più agevole, è stato necessario tradurre dal dialetto, dal linguaggio semplice della spontaneità, alla forma italiana.

Comunque, mai si tratta di manomissioni o personali interpretazioni.

Appartengono invece ad una mia scelta le omissioni di frasi su precisi personaggi e l’inserimento di omissis al posto di nomi ben precisi.

Per il resto mi auguro che questo mio lavoro, frutto di anni di ricerche, possa contribuire a inculcare nelle coscienze dei più giovani i valori della Resistenza, che ci ha consentito di giungere ad una repubblica democratica anche con il sangue dei nostri concittadini, dei nostri martiri.

L’autore

Piazza Martiri della Libertà
di

Mario Anderlini

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