Storia Civile ….

Storia civile ed ecclesiastica del Comune di Gualdo Tadino - Ruggero Guerrieri

Ruggero Guerrieri

Ruggero Guerrieri

PARTE PRIMA STORIA CIVILE
PARTE SECONDA STORIA ECCLESIASTICA
PARTE TERZA MISCELLANEA

INDICE DEI CAPITOLI

PREFAZIONE   Pag. VII

PARTE PRIMA – STORIA CIVILE

Dalle origini sino ai tempi moderni   Pag. 3

PARTE SECONDA – STORIA ECCLESIASTICA

Gli Ordini Religiosi ed i loro Monasteri

I Frati Minori Conventuali ed il loro Convento di S. Francesco   Pag. 287
I Frati Minori Osservanti ed il loro Convento di S. Maria Annunziata 294
I Frati Minori Cappuccini ed il loro Convento di S. Michele Arcangelo 298
Le Monache Clarisse ed i loro Conventi di S. Margherita e di S. Chiara 301

I Monaci Benedettini.

Le loro Abbazie di S. Benedetto, di S. Donato e di S. Pietro di Val di Rasina – I loro Eremi di S. Salvatore e di S. Pietro di Acqua Albella e di S. Gervasio e S. Protasio a Capo d’Acqua Pag. 307
Le Monache Benedettine ed i loro Monasteri di S. Pietro di Val di Rasina, S. Agnese, S.Lucia, S. Maria Maddalena e S. Maria di Capezza 336
La Congregazione Monastica Benedettina Cisterciense del Corpo di Cristo in Gualdo Tadino 342
I Monaci Silvestrini e la Congregazione degli Oblati di S. Carlo nel Monastero di S. Niccolo 349
I Monaci Agostiniani ed il loro Convento di S. Agostino 350
L’Istituto Salesiano S. Roberto 351

Le Chiese

Chiesa di S. Benedetto in Gualdo Tadino Pag. 353
Chiesa di S. Donato in Gualdo Tadino 365
Chiesa di S. Francesco in Gualdo Tadino 372
Chiesa di S. Maria dei Raccomandati in Gualdo Tadino 382
Chiesa di S. Margherita in Gualdo Tadino 388
Chiesa di S. Paterniano in Gualdo Tadino 391
Chiesa di S. Agostino in Gualdo Tadino ”
Chiesa di S. Niccolo in Gualdo Tadino 393
Chiesa di S. Maria di Tadino poi S. Chiara in Gualdo Tadino 394
Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo in Gualdo Tadino 399
Chiesa di S. Sebastiano in Gualdo Tadino 401
Chiesa di S. Maria del Purgo o « La Madonnuccia» in Gualdo Tadino 403
Chiesa di S. Angelo di Flea in Gualdo Tadino 404
Chiesa di S. Maria di Loreto in Gualdo Tadino 405
Cappella di S. Giovanni Battista nella Rocca Flea 406
Chiesa di S. Andrea nel Quartiere di Porta S. Benedetto in Gualdo Tadino 407
Chiesa di S. Maria dei Ceccarelli in Gualdo Tadino 408
Chiesa di S. Andrea Apostolo nel Quartiere di Porta S. Donato in Gualdo Tadino ”
Chiesa di S. Lucia e S. Giuseppe presso la Porta Civica di S.Facondino in Gualdo Tadino 411
Oratorio di S. Giovanni Battista in Gualdo Tadino 412
Chiesa di S. Pietro Apostolo in Gualdo Tadino ”
Chiesa di S. Bernardo della Capezza in Gualdo Tadino 413
Chiesa di S. Antonio in Gualdo Tadino 414
Chiesa di S. Maria Nuova in Gualdo Tadino 415
Chiese di S. Lorenzo e di S. Biagio in Gualdo Tadino ”
Chiesa di S. Maria del Mercato in Gualdo Tadino 416
Chiesa di S. Antonio Abbate fuori la Porta Civica di S. Facondino in Gualdo Tadino ”
Chiesa di S. Giacomo Apostolo fuori la Porta Civica di S. Facondino in Gualdo Tadino 418
Chiesa di S. Maria Annunziata nel Convento dei Minori Osservanti presso Gualdo Tadino 419
Chiese del Beato Marzio e della Beata Anna presso Gualdo Tadino 422
Chiesa della SS. Trinità sul Monte Serra Santa 423
Chiesa del Crocifisso presso Gualdo Tadino 425
Chiesa di S. Rocco presso Gualdo Tadino 427
Chiesa di S. Maria e S. Gregorio della Cava o di S. Spirito presso Gualdo Tadino 429
Chiesa del Corpo di Cristo fuori la Porta Civica di S. Benedetto in Gualdo Tadino 432
Chiesa di S. Maria di Rote presso Gualdo Tadino 434
Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Convento dei Frati Minori Cappuccini 435
Cappella del Beato Angelo presso il Convento dei Frati Minori Cappuccini 437
Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio e Capo d’Acqua 439
Chiesa di S. Facondino nel villaggio omonimo 440
Chiesa del Cimitero Comunale Principale 449
Chiesa di S. Biagio presso il villaggio di Vaccara 450
Chiesa della Visitazione di Maria Vergine nel villaggio di Palazzo Mancinelli 451
Chiesa di S. Giuseppe nel Piano di Gualdo 454
Chiesa di S. Egidio presso il villaggio di Categge 455
Chiesa di S. Pellegrino nel villaggio omonimo 456
Chiesa di S. Maria delle Grazie nel villaggio di S. Pellegrino 464
Chiesa di S. Bartolomeo nel villaggio di S. Pellegrino 466
Chiesa del Crocifisso nel villaggio di S. Pellegrino 467
Chiesa di S. Maria di Monte Camera nella Parrocchia di S. Pellegrino ”
Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Borgonuovo 468
Chiesa di S. Maria del Gambaro 469
Chiesa di S. Maria di Frate Luca sulla Via Flaminia 470
Chiesa di S. Lazzaro sulla Via Flaminia 473
Chiesa di S. Bartolomeo nella Parrocchia di S. Facondino 475
Chiesa di S. Salvatore di Corneto o di Sciola 476
Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Castello di Crocicchio 477
Chiesa dì S.- Maria presso il Castello di Crocicchio 480
Cappella della Maestà presso il Castello di Crocicchio 481
Chiesa di S. Lorenzo presso il Castello di Crocicchio 482
Chiesa di S. Pietro di Crocicchio 484
Chiesa di S. Antonio da Padova in Branca ”
Chiesa di S. Cristoforo nel villaggio di Caprara 485
Chiesa di S. Giovanni nel vocabolo « La Foresta » presso il villaggio di Caprara 487
Chiesa dell’Assunzione di Maria Vergine nel villaggio di Pieve di Compresseto 488
Chiesa di S. Maria delle Cinturate presso il villaggio di Pieve di Compresseto 494
Chiesa della Concezione di Maria Vergine presso il villaggio di Pieve di Compresseto ”
Chiesa di S. Lucia in Pieve di Compresseto 495
Chiesa della Visitazione di Maria Vergine a S. Elisabetta in Coldorto 496
Chiesa di S. Lorenzo del Vigneto presso Coldorto 497
Chiesa di S. Paolo Apostolo in Patrignone 498
Chiesa di S. Ercolano nel villaggio di Poggio S. Ercolano 500
Chiesa di S. Apollinare presso il villaggio di Poggio S. Ercolano 502
Chiesa di S. Maria di Loreto presso il villaggio di Poggio S. Ercolano 504
Chiesa di S. Martino presso il villaggio di Poggio S. Ercolano 505
Chiesa di S. Donato presso il villaggio di Poggio S. Ercolano ”
Chiesa di S. Maria Assunta in Nasciano 506
Chiesa di S. Maria del Cannine nel villaggio di Piagge 509
Chiesa di S. Leopardo di Piagge 510
Chiesa di S. Angelo di Fabrica 512
Chiesa di S. Bartolomeo degli Accarelli 513
Chiesa di S. Orbica 515
Chiesa di S. Giuseppe al Palazzaccio 516
Chiesa di S. Pietro Apostolo in Val di Rasina 517
Chiesa di S. Croce in Val di Rasina ”
Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone 520
Chiese di S. Savino e di S. Pietro di Serra 522
Chiesa di S. Antonio da Padova nel villaggio di Cerqueto 525
Chiesa di Maria Vergine della Mercede nel villaggio di Palazzo Ceccoli 526
Chiesa di S. Ippolito Martire 527
Chiesa di S. Maria nel villaggio di Pastina 528
Chiesa di S. Giovanni Battista nel villaggio di Grello 531
Oratorio di S. Pietro Apostolo nel villaggio di Grello 533
Chiesa di S. Donato di Agello presso Grello ”
Chiesa di S. Angelo di Pierle presso Grello 534
Chiesa di S. Maria di Monte Rampone in Morano 537
Chiesa di S. Giovanni Evangelista in Morano 538
Chiesa di S. Giuseppe in Morano 541
Chiesa di S. Maria Vergine del Rosario in Morano 542
Chiesa di S. Maria Vergine dell’Assunzione in Morano 543
Chiesa di S. Facondino in Morano ”
Chiesa di S. Paolo in Morano 544
Chiesa di S. Lucia in Peritelo, già nel villaggio di Voltole 545
Chiesa di S. Nicolo presso il villaggio di Voltole 548
Chiesa di S. Biagio presso il villaggio di Voltole 550
Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara 551
Chiesa di S. Felicita nel villaggio di Busche 553
Chiesa di S. Pietro presso il villaggio di Margnano 556
Chiesa di S. Antonio da Padova nel villaggio di Rasina 557
Chiesa di S. Nicolo nel villaggio di Boschetto 558
Chiesa di S. Egidio nel villaggio di Gaifana 561
Chiesa di S. Croce nel villaggio di Gaifana 563
Chiesa di S. Martino nel villaggio di Gaifana ”
Chiesa di S. Carlo nel villaggio di Roveto ”
Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Corcia 565
Chiesa di S. Cristoforo presso il villaggio di Corcia 566
Chiesa di S. Pietro Apostolo nel villaggio di Rigali 567
Chiesa di S. Maria del Soccorso presso il villaggio di Rigali 570
Chiesa di S. Leonardo Eremita in Pezzuole 571
Chiesa di S. Martino presso Gualdo Tadino 574
Chiesa di S. Maria di Loreto volgarmente detta «La Madonna del Piano 576

Le Confraternite

Confraternita di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone in Gualdo Tadino Pag. 580
Compagnia dei Preti in Gualdo Tadino 583
Confraternita della SS. Trinità in Gualdo Tadino 586
Confraternita della Concezione di M. V. in Gualdo Tadino 588
Confraternita di S. Maria del Carmine in Gualdo Tadino 589
Confraternita di Maria Vergine in Gualdo Tadino 590
Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento in Gualdo Tadino ”
Confraternita della Morte o della Misericordia in Gualdo Tadino 592
Confraternita del Suffragio in Gualdo Tadino 593
Confraternita del Rosario in Gualdo Tadino 594
Confraternite di S. Sebastiano, di S. Bernardo e di S. Michele Arcangelo in Gualdo Tadino 595
Confraternita del Nome di Gesù in Gualdo Tadino 598
Confraternita del Crocifisso in Gualdo Tadino 599
Confraternita di S. Caterina in Gualdo Tadino 602
Confraternita delle Cinturate o di S. Monica in Gualdo Tadino ”
Confraternita di S. Agostino in Gualdo Tadino 603
Confraternita di S. Giovanni Battista in Gualdo Tadino 604
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di S. Facondino 606
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di S. Facondino 607
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di S. Pellegrino ”
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di S. Pellegrino 609
Confraternita di S. Pellegrino o di S. Maria delle Grazie nella Parrocchia di S. Pellegrino 610
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Crocicchio 611
Confraternita del Sacramento, già della B. V. Maria, nella Parrocchia di Caprara ”
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Caprara 612
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Nasciano 613
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Pieve di Compresseto ”
Confraternita di S. Maria delle Cinturate nella Parrocchia di Pieve di Compresseto 614
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Pieve di Compresseto 615
Confraternita della Concezione di M V.o del Gonfalone nella Parrocchia di Pieve di Compresseto ”
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Poggio S. Ercolano 616
Confraternita di S. Giovanni nella Parrocchia di S. Giovanni di Catigliano in Morano ”
Confraternita di S. Giovanni o del Corpo di Cristo nella Parrocchia di Grello 617
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Boschetto ”
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Boschetto 618
Confraternita di S. Maria del Carmine nella Parrocchia di Boschetto ”
Confraternite del Rosario e del Sacramento nella Parrocchia di Roveto 619
Confraternita del Sacramento nella Parrocchia di Rigali ”
Confraternita del Rosario nella Parrocchia di Rigali 620

PARTE TERZA – MISCELLANEA

Gli Uomini Illustri Gualdesi

Matteo di Pietro di Ser Bernardo Pag. 623
Bernardo di Girolamo di Maestro Matteo 691
Pittori Gualdesi Minori (Valeriano Vittori, Indaco Massicci) 696
La Famiglia Durante (Piero, Giovan Diletto, Polluce, Castore, Ottavio, Giulio e Girolamo) 698
Francesco e Girolamo Tromba 717
Porfirio Feliciani 726
Andrea di Pietro di Gionta dei Benzi 728
La Famiglia Mattioli (Orazio, Felice, Gioacchino, Francesco Ignazio Mattioli) 738
La Famiglia Bongrazi (Bongrazio, Silvestro, Marcantonio, Benedetto, Marcaurelio, Prospero) 741
Niccolo Moroni 742
Antonio Umeoli 743
Francesco Bonfigli 744
Giovan Battista Spinola 745
La Rocca Flea 746
Lo Stemma Comunale Gualdese 755
L’Arte delle Maioliche in Gualdo Tadino 764
Notizie Statistiche e Topografiche 768
Indice Alfabetico Generale 777

Per fare compiuta e vera la nostra storia nazionale, ci bisogna far prima o finir di rifare le storie particolari, raccogliere o finir di raccogliere tutti i documenti dei nostri Comuni, ognuno dei quali fu uno Stato.

GIOSUÈ CARDUCCI(Critica ed Arte)

PREFAZIONE

DOPO una breve « Storia di Gualdo Tadìno » da me pubblicata nel 1900, accingendomi ora a descrivere, in modo più diffuso e completo, le antiche vicende del paese nativo, non mi nascosi le molteplici e alcune volte insuperabili difficoltà, che ad ogni passo avrei incontrato nel mio cammino, e quindi non pretesi di compiere un lavoro in ogni sua parte perfetto, che potesse corrispondere a tutte le rigide esigenze della moderna critica storica e tale da smentire la sentenza di Vittorio Alfieri « Libro stampato mezzo fatto ». Per meglio raggiungere lo scopo, cercai di attingere le notizie, più che altrove, alle primitive e contemporanee fonti storiche e cioè ai preziosi Atti originali degli Archivi ed alle più sincere Cronache dei tempi trascorsi. Tra queste ultime, tre di origine Gualdese, voglio qui particolarmente ricordare, poiché spesso avrò occasione di citarle nel decorso del mio lavoro. La prima consiste in una « Historia antiquae civitatis Tadini » che, scritta nel XIV Secolo, esisteva un tempo nel Convento di S. Francesco in Gualdo e sembra fosse stata compilata da un Frate di quel Chiostro, tal Fra Paolo da Gualdo. Era ben nota agli Storici Umbri del Seicento e del Settecento, che usarono sempre chiamarla con l’improprio nome di « Cronaca di Gualdo». Di questo interessante Codice, andò smarrito l’originale, ma se ne conserva una copia Cinquecentesca nella Biblioteca Vaticana (Fondo Ottoboniano, Cod. Lat. 2666). La seconda, è rappresentata da un Leggendario di Santi che, come il precedente, sarebbe stato scritto nel XIV Secolo dal Fra Paolo suddetto e che similmente trovavasi nel Convento Gualdese di S. Francesco, da dove anch’esso scomparve, restandocene solo un’incompleta copia Seicentesca nel l’Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni) Cod. II. C. 23. La terza Cronaca, è infine quella che va con il nome di « Lezionario della Chiesa di S. Facondino», perché un tempo faceva appunto parte dell’Archivio di questa Chiesa, che sorge nei dintorni di Gualdo. Trattasi di un Codice Trecentesco in pergamena, che è oggi conservato nella Biblioteca Vaticana (Cod. Lat. 7853).

Ma oltre le più fedeli Cronache Medioevali e gli innumerevoli Documenti d’Archivio che mi fu dato di consultare, nella compilazione del mio lavoro, mi servii anche dell’opera di quegli scrittori di cose storiche, specialmente Umbre, che mi hanno preceduto, e credetti utile, per soddisfare le giuste esigenze del Lettore ed anche a mia giustificazione, di indicare, volta per volta, le fonti a cui attinsi i vari episodi della Storia Gualdese. Però è necessario notare, che le opere e i documenti citati nelle Note apposte in calce alle singole pagine, si riferiscono non soltanto alla notizia che trovasi immediatamente prima di ciascuna Nota, ma bensì a tutto il brano del Testo che va dalla Nota in esame a quella precedente. Considerando le moltissime fonti citate, ho dovuto così fare per eliminare nel Testo stesso, un eccessivo ingombro di Note ed inevitabili ripetizioni.

Piacemi poi accennare, come non piccola difficoltà mi venne causata dalla coesistenza di altri due vicini e omonimi Comuni, intendo parlare di Gualdo Cattaneo e di Gualdo di Macerata, le vicende dei quali, per la somiglianza dei nomi, non sempre fu facile distinguere da quelle di Gualdo Tadino, specialmente a causa dell’abitudine che si ebbe negli antichi tempi, di indicare il più delle volte, così l’uno come l’altro luogo, indifferentemente con il solo appellativo di Gualdo. E queste difficoltà aumentavano ancora, trattandosi di avvenimenti i quali, come talvolta accadde, i tre paesi dovettero subire in comune.

Non si aspetti infine il Lettore un’opera notevole per importanza di fatti: Una cittadina come la nostra, non poteva certo emergere in modo speciale, nelle avventurose vicende dei tempi trascorsi e fatta eccezione per le frequenti, sterili lotte fratricide con i confinanti Castelli, la sua storia fu sempre subordinata a quella delle vicine potenti città di Perugia e Spoleto che, or l’uno or l’altra, la signoreggiarono e oppressero. Quindi la sua vita politica, dalla metà del Duecento in poi, non fu autonoma e per conseguenza anche la sua storia non ha uno speciale carattere di individualità e indipendenza, ma, il più delle volte, è costituita da una sequela di avvenimenti, i quali non sono altro che tanti episodi secondari della maggiore storia della due suddette città.

Ecco perché io ho raccolto in questo mio libro anche notizie che, prese e considerate singolarmente, potranno forse, a prima vista, sembrare inutili e superflue, perché di poco o nessun interesse, ma che invece non sono tali, se si considerano nel loro complesso ed in relazione con altri paesi; servendo esse in tal modo a darci la conoscenza di quello che era materialmente e spiritualmente la vita pubblica e privata di quei tempi lontani e tanto dissimili dai nostri, quali i rapporti politici e sociali tra le città maggiori dominanti e quelle minori sottomesse. Del resto, il mio libro non è per gli eruditi, desiderosi di apprezzamenti critici, di notizie interessanti la grande storia, ma per tutti coloro del mio nativo paese che nutrono un forte amore per la Terra che li vide nascere e bramano conoscerne le trascorse vicende, quali ci pervennero nelle ingiallite e spesso indecifrabili pergamene dei nostri Archivi, nelle rozze ed ingenue, ma fedeli Cronache dei tempi fuggiti.

Mi sono infine adoperato perché questo libro riuscisse, nei limiti della possibilità, esatto e completo, né credo di aver compiuto opera inutile e sterile, arrecando anche io un modesto tributo alla bella e gloriosa storia del verde suolo dell’Umbria.

Gualdo Tadino, Gennaio 1933-XI.

RUGGERO GUERRIERI 

PARTE PRIMA – Storia Civile

3 – PARTE PRIMA – Storia Civile
PER narrare le vicende storiche di Gualdo Tadino, è necessario risalire molto addietro nelle tenebre di secoli lontanissimi, poiché, per quanto moderna e conosciuta è la fondazione dell’attuale città, altrettanto remota ed incerta è la storia di quella che diede origine ad essa, della distrutta Tadinum.
Intorno a quest’antica e sconosciuta città Umbra, s’intrecciarono varie leggende e racconti non sempre veri ed esatti, ed anche oggi, per la mancanza assoluta di autorevoli documenti, riesce estremamente difficile di portare un po’ di luce nella sua storia. Lo stesso suo nome e quello dei suoi abitanti, subirono, negli antichi documenti, notevoli variazioni: La prima volta che esso compare, si è nelle vetustissime e celebri Tavole di bronzo Eugubine, che, in parte scritte con caratteri Latini, in parte con caratteri Etruschi, in una lingua pressoché ignota, attendono ancora, nel Museo di Gubbio, una sicura interpretazione. Certo è che in esse sono nominate, tra l’altro, varie primitive popolazioni Umbre, confinanti con gli Eugubini, e tra queste i Tarsinati, come troviamo scritto nelle Tavole vergate con lettere Latine, o Tarmati, come invece leggesi in quelle con lettere Etrusche. Detto nome appare varie volte nelle Tavole Eugubine con diversa desinenza (Tarsinater, Tarsinatem, Tarsinate o Tarinate) a seconda del caso grammaticale, ed in esso appunto, quasi tutti gli eruditi che studiarono quegli antichissimi bronzi, come il Passeri, l’Olivieri, il Lanzi, il Lepsius, il Breal ed altri molti, hanno riconosciuto i Tadinati con ogni certezza. Il Lepsius spiegò anche perché nelle Tavole con lettere Etrusche stia scritto Tarinate e non Tadinate, dimostrando con numerosi esempi, che in quelle primitive lingue Italiche, la consonante R, specialmente se preceduta dalla vocale A, veniva spesso scritta invece della lettera D e che in conseguenza la parola Tarinate deve leggersi Tadinate. Solo il Kaempf, non condivide il parere dei filologi suddetti, ma identifica invece i Tarsinati delle Tavole Eugubine coi Sarsinati, cioè con gli abitanti dell’antica città di Sarsina, oggi facente parte della Provincia di Forlì e ben lontana da Gubbio. La sua opinione però, più che per ragioni linguistiche,
4 – PARTE PRIMA – Storia Civile
per molteplici altri motivi, specialmente di natura topografica, non regge alla critica, né trovò seguito.
Più tardi, Plinio il Vecchio, descrivendo le regioni in cui era divisa ai suoi tempi l’Italia e le principali popolazioni che le abitavano, pone nella sesta regione, vale a dire nell’Umbria, i Tadinates, senza tener conto di alcuni antichi testi nei quali leggesi invece scorrettamente Tardinates ed anche Sadinaies. Lo stesso nomeTadinates, come vedremo, adotta S. Gregorio Magno Papa nelle sue Epistole al Vescovo dì Gubbio Gaudioso e al Clero di Tadino.
Lo storico Procopio poi, descrivendo la celebre battaglia in cui il re Goto Totila perdette per opera di Narsete, Generale dell’Imperatore Gìustiniano, il regno e la vita e che avvenne a Tadino, indica tale città con la parola Tagina. Piacemi infine notare che nel famosoItinerarium Hierosolymitanum o Bordegalese, composto da un pellegrino Cristiano che tra il 333 ed il 337 dell’era nostra segnò il cammino percorso da Burdigala (Bordeaux) sino a Gerusalemme, fra Civitas Nuceria e Mansio Herbelloni (Sigillo), lungo la strada Flaminia, a otto miglia dalla prima e a sette dal secondo, è indicata, come luogo di fermata, Civitas Ptanias che per la sua posizione topografica, come già notarono l’Holstenio e il Brandimarte, corrisponderebbe esattamente al nostro Tadino. E a tal proposito mal si appose il Cluverio, che riferì quella località al vicino villaggio di Caprara, il quale dista non pochi chilometri dalla strada Flaminia, sulla quale sorgevano invece le città e le terre in tale tratto indicate dall’Itinerario Gerosolimitano.(1)
Anche senza ricorrere ai possibili errori degli antichi manoscritti, errori tanto frequenti in un’epoca in cui, per la mancanza della stampa, la conservazione di ciò che producevano gli scrittori, era
(1) M. BREAL: Les Tables Eugubines (Bibliothèque de l’ècole des hautes ètudes). Paris 1S75. pag. 187 – G, B. PASSERI: In Phomae Dempesteri Ubros de Etruria Regali Paralipomena. Lucca 1767. pag. 237 e 304 – Saggi di Dissertazioni Accademiche lette nell’Accademia Etrusca di Cartona, Roma 1472. (Dissertazione Prima di Atinibale Olivieri: Sopra alcuni Monumenti Pelasgi. pag. 15 a 17 – L. Lanzi: Saggio di lingua Etrusca e di altre antiche d’Italia. Roma 1789. Tomo II. Parte II. pag. 633, 663, S36 – P. Wesseling: Veunim Romanorum itineraria. Amsterdam 1735. pag. 614 – C. R. LEPSIL’S: De Tabulis Engubinis. Berlino 1333. pag. 57 – F. H. Kaempf: Umbricorum Specimen primiim. Berlino 1834. pag. 24 – PLINIO: Naturali Historia. Lib. III – PROCOPIO: De Bello Gothorum – J. P. MlGNE: Patrologiae Cursus Completus. Vol. LXXVI, pag. 1015 (in nota) – Tavole Eugubine nel Museo di Gubbìo: Tavola in caratteri Latini che comincia PRE VERIR, linea 53. 54. 55. 59; Tavola pure Latina che incomincia con la parola SVR VRONT, linea 11, 12, 47. 48; Tavola in caratteri Etruschi die cominciaCVKl’KVAW linea 16 e 17 – P. BenvedutI: Studi sulle Tavole Eugubine, Serie Prima. Gubbio 1920 – L. HOLSTENIO (l’Holstein): Annotationes Geographicae. Roma 1666. Annotationes in Italiani Antiquam Philippi Cluverii. pag. 85, 3&. 93, 100) – S. GREGORIO Magno: Epistole. Lib. IX – F. CLUVERIO (Cluvier): Italia Antiqua. Lione 1624. Tomo 1. pag. 617 e 631 – A. Ortelio: Thesaurus Geographicus.Anversa 1596 – A. Brandimarte: Piceno Annonario ossia Gallia Senonia illustrata. Roma 1825. pag. 149 – P. Merola : Cosmographia. Amsterdam 1621. Parte 11. Lib. IV (Umbria).
5 – PARTE PRIMA – Storia Civile
affidata all’opera paziente si, ma non sempre esatta e intelligente dei copisti, non è difficile rendersi ragione di cotali varianti, considerando che molti secoli dividono chi estese le Tavole Eugubine da Plinio il Vecchio e quest’ultimo da Procopio e da S. Gregorio Magno e che perciò, in sì lungo volger di tempo, con il succedersi dei popoli e con il modificarsi della lingua parlata, anche il nome dell’antica città Umbra, subì qualche lieve modificazione.
Gli storici meno antichi poi che ebbero ad occuparsi di questa città, non sempre ne seppero indicare l’ubicazione precisa: Così il dotto Holstenio, nelle sue « Annotationes in Geographiam sacram Caroli a S. Paulo » errando pone Tadino nella sommità dell’Appennino Gualdese: « Ejus vestigia visuntur in Via Flaminia prope Gualdum ultra Nuceriam in summo Apennino». Del resto da sé stesso dimostrava l’errore, venendo a smentire ciò che egli aveva scritto nelle «Annotationes in Italiani antiquam Philippi Cluverii »ove dice: «…. quamvis Gualdum non sit in ipsis vestigijs Tadinarum, sed in proximo colle situm. Tadinae autem in planicie sub Gualdo fuerunt intervallo M. circiter passuum. Alluebat autem Tadinas fluviolus Rasina et via Flaminia per eam ducebat, quae ex vico Gaifana recta eo tendit, et post per planicem sub Fossato pergit Svillum ». E anche l’Anonimo Milanese nella sua opera «De Italia Medii Aevi» notò l’errore, conchiudendo con le parole: « At quomodo sub Gualdo si in summo Appennino?». Altri storici, ancor più recenti e dei più autorevoli, il Balbo ad esempio, scrivendone a proposito della sconfitta di Totila, pongono Tadino tra Gubbio e Matelica, ed altri infine ne danno indicazioni ancor più vaghe e inesatte, come il Sanson, che nella Carta Geografica dell’Italia Antica, lo colloca, col nome di Tardinum, fra Terni, Carsoli e Amelia. Sorgeva invece esattamente Tadino ai due lati dell’antica strada Flaminia, nella pianura che si estende ai piedi dell’Appennino Gualdese, a tre chilometri circa da Gualdo e propriamente nella località che è tuttora appellata Tadino, volgarmente Taino.(l)
La sua fondazione, le sue origini, sono a noi sconosciute, ma, come per tutte le città la cui nascita è oscura, così anche per questa gli storici antichi hanno escogitato fondatori più o meno favolosi ed incerti. Così alcuni ne fecero risalire le prime origini ai Pelasgi
(1) HOLSTENIO: Op. Cit. – Anonimo Milanese: De Italia Medii Aevi. (In Rerum Italicarum Scriptores di L. Muratori. Milano 1727. Tomo X. Colonna 257) – C. BALBO : Storia d’Italia. Sommario Lib. IV. par. 10 – MOISÈ: Domini Stranieri in Italia. Vol. III – B. La MARTINIERE: Le Grand Dictionnaire Geographique et Critique. Venezia 1741. Alla parola Tadinates – N. SANSON: Atlante del Mondo Antico. Lutetiae Parisiorum, 1679 – Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Historia Antiquae Civitatis Tadini o Cronaca di Gualdo) pag. 3, 4, 9, 10, 18, 19, 60, 61; Codice 7853 (lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) e. 5t – Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Codice II.E.18 (Memorabilia Civitatis Eugubij et aliarum urbium antiquarum in Umbria) pag. 28; Codice II. C. 23 (Leggendario di Santi già esistente nel Convento di S. Francesco in Gualdo) c. 112.
6 – PARTE PRIMA – Storia Civile
quando, più di tremila anni fa, quel popolo invase l’Italia venendo dal Mezzogiorno; mentre altri la vogliono fondata dal primitivo popolo Umbro, dopo che questo, scacciato dalla sua terra nativa, tra la Magra ed il Tevere, per opera degli Etruschi che l’avevano invasa, emigrò nella regione che da esso prese il nome di Umbria, e vi è infine chi ne stabilisce il nascimento molto più tardi, all’epoca della costruzione della strada Flaminia. Ma riflettendo che noi vediamo ricordati Tadino e i Tadinati in epoche anteriori e considerando anche che parecchi oggetti ritrovati fra le sue rovine appartengono a periodi storici molto più antichi, bisogna escludere sin da principio quest’ultima ipotesi e forse lo stesso scrittore dell’Historia Antiquae Civitatis Tadini o Cronaca Gualdese, che per primo trasse fuori cotesta notizia, avrà voluto intendere che con la costruzione di quell’importantissima strada, fatta eseguire dal Console Flaminio (anno 220 a. C.) la città era risorta a vita novella, acquistando non poco in potenza e in ampiezza, tanto più che per la sua posizione serviva poi, a quel che sembra, come tappa militare dei numerosi eserciti Romani che per la Flaminia si recavano nel Settentrione. E infatti, in un’antichissima Cronaca Eugubina (Memorabilia civitatis Eugubii et aliarum urbium antiquarum in Umbria) esistente nel Codice II. E. 18 dell’Archivio Storico di Gubbio, si legge che Tadino « ex utraque parte viae Flaminiae in decoro situ, in planitie, aquis irrigua, constructa fuit ab incolis patriae quam Romani victores carius tenuerunt. In qua tabernae et hospitia et victualia militibus et consulibus et ducibus et imperatoribus transeuntibus et ibi repausantibus tribuebant. Et ita quae erat quondam villula cum paucis tabernaculis, facta est civitas copiosa, confines suos cum Eugubia, Assista et Camerina habens».(l)
Delle prime vicende politiche di Tadino, poco o nulla sappiamo: il vederla ripetutamente ricordata, come si è detto, nelle Tavole Eugubine, ci dimostra per certo che Tadino, sin da quell’epoca remotissima e direi quasi preistorica, fu un’importante città del vetusto popolo Umbro e che con l’antica, vicina Gubbio, dovette avere allora notevoli e stretti rapporti. In che consistessero tali rapporti è oggi quasi impossibile precisare e così sarà ancora sino a che non siasi riusciti a decifrare con sicurezza il testo delle Tavole Eugubine. Tra gli eruditi che tentarono interpretarle, ciascuno in modo diverso vi spiegò la presenza dei Tadinati e delle altre popolazioni Umbre con essi citate. Il Passeri ad esempio, scrisse riferirsi quei nomi alle varie cittadinanze confinanti con gli Eugubini, che in date epoche convenivano nel Sacrario o maggior
(1) L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo e della regione di Taino. Foligno 1638. pag. 9 – S. BORGIA: Breve istoria dell’antica città di Tadino. Roma 1751 – L. JACOBlLLl: Di Nocera nell’Umbria e sua diocesi. Foligno 1653. pag. 8 – Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. E. 18, già cit., pag. 28 – L. JACOBlLLl: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria, Tomo I, Foligno 1647. pag. 8 e 9.
7 – PARTE PRIMA – Storia Civile
Tempio di Gubbio per cerimonie politiche e religiose, così come gli Etruschi si radunavano nel Bosco Sacro, ove sorgeva il Tempio di Voltunna (Fanum Voltumnae) ed i Latini sul Monte Albano. Il Lanzi reputò trattarsi di nomi di popolazioni le quali venivano ricordate nel testo delle Tavole in parola, come consanguinee o alleate degli Eugubini. L’Olivieri e il Grotefend, riconobbero nello scritto di quei bronzi delle preci e degli inni rivolti agli Dei in favore dei popoli sunnominati, per allontanare da essi certe determinate calamità. Altri infine, come il Breal ed il Perali, reputarono invece che nelle tavole di Gubbio si contenesse la formula, con la quale, durante le lustrazioni e consimili cerimonie religiose pagane, contro i Tadinati ed altre circonvicine popolazioni, o s’invocava l’ira e la maledizione divina o veniva proclamato il bando e lo sfratto dal territorio Eugubino.
Assoggettata con le altre città degli Umbri dai Romani circa l’anno 266 a. C. rimase, secondo il Borgia, al semplice stato di Prefettura, sebbene altri, basandosi su di una iscrizione rinvenuta a Tadino oggi andata smarrita, ma riportata anche nella già citata Historia antiquae civitatis Tadini o Cronaca Gualdese e nella quale lapide questa città era indicata col titolo municipale, la vogliono salita al grado di Colonia, cioè luogo governato secondo le leggi Romane, e in seguito a quello ancor maggiore di Municipio. E l’essere Municipio Romano voleva dire che la Città si reggeva con leggi proprie, amministrava da sé i propri affari e godeva di speciali concessioni e privilegi, avendo però degli obblighi speciali verso Roma e la negazione di alcuni diritti propri ai Romani, ad esempio il Suffragio. (1)
In tutto il lungo periodo di tempo che trascorse con la Repubblica e con l’Impero Romano, ben pochi attendibili ricordi sono a noi pervenuti sulle sue vicende storielle e solo qualche nostra antica Cronaca, ci tramandò delle monche notizie che non so proprio qual fede si meritino. Da queste Cronache appare come, al tempo della guerra Cartaginese, Tadino fosse stato preso e devastato da Annibale quando diede la celebre battaglia del Trasimeno (anno 217 a. C.); molto più tardi, durante le Guerre Civili (anni 49 – 48 a. C.), venisse danneggiato da Giulio Cesare per aver seguito le parti di Gneo Pompeo e come infine il Cristianesimo vi attecchisse rigogliosamente, nella prima metà del terzo secolo, mediante la propaganda fattavi da S. Feliziano, Vescovo della vicina Foligno. (2)
(1) L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 10 – G. B. PASSERI: Opera e luogo cit. – A. OLlVIERI: Op. e luogo cit. – L. LANZI: Op. e luogo cit.-P. PERALI: La città, la tribù e le tre razze maledette nelle Tavole Eugubine (Comunicazione al Congresso della R.a Deputazione di Storia Patria per l’Umbria). Gubbio, Settembre 1909 – B. FELICIANGELI : Longobardi e Bizantini lungo la via Flaminia nel secolo VI. Camerino 1908. pag. 66 – G. GROTEFEND: Rudimenta Linguae Umbricae. Particula VIII. Hannoverae 1839. pag. 19 – M. BREAL: Op. cit. pag. 187.
(2) L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 10, 11 – Vita S. Feliciani (in Archivio per la storia Ecclesiastica dell’Umbria.Vol. IV, 1917. pag. 206) – A. CASTELLUCCI : Appunti di Storia Ecclesiastica Nocerina. Nocera Umbra 1912. Capo I (Le origini del cristianesimo e dell’episcopato in Nocera Umbra) – G. CAPPELLETTI: Le Chiese d’Italia. Venezia 1846. Vol. V, pag. 40 – Biblioteca Vaticana: Cod. 3921, da e. 2 a e. 13 – BOLLANDISTI : Acta Sanctorutn. Januarii. Tomo II (Nella Vita di S. Feliciano) – Biblioteca del Seminario di Foligno: Cod. A. V. 5, dal fogl. 216 al fogl. 222 (Vita di S.Feliciano)-F.ClATTl:Delle memorie annali et istoriche delle cose di Perugia. Perugia 1638. Voi. 1, pag. 284 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. E.18 già cit. e.38; Cod. II. C.23 già cit. e.105t, 113, 137,137 t. – Biblioteca Vaticana: Cod. Ottob. 2666 già cit. pag. 2,4,6, 8, 19, 28, 57, 58, 59; Cod. 7853 già cit. e. 33.
8 – PARTE PRIMA – Storia Civile
Cominciate le discese dei Barbari nella nostra bella Penisola, anche per Tadino, come per tutte le terre Italiane, ebbe principio una ininterrotta serie di sventure e di disastri, specialmente per la sua posizione a cavaliere della via Flaminia che percorrevano le orde barbariche le quali, dal Settentrione, si dirigevano su Roma e nel Mezzogiorno d’Italia; e quelle feroci invasioni per cinque secoli straziarono in mille modi la nostra città, che lentamente decadde dalla floridezza di un tempo, sino a ridursi un cumulo di desolanti rovine e a scomparire affatto, come tante altre città Italiane di quell’epoca, dal suolo d’Italia.
Tutti indistintamente gli antichi scrittori che ebbero ad occuparsi di Tadino, a cominciare dai Cronisti medioevali, sia pure confondendo grossolanamente il più delle volte e nomi e date, rilevano concordi la triste e abbondante parte che tale città ebbe nelle sventure e nelle desolazioni che ci apportarono i Barbari. Con i più vivi colori, essi ci hanno tramandato la descrizione di quei tragici avvenimenti, che si abbatterono come tempesta, su tanta parte d’Italia e dei quali, ai loro tempi, non era ancora spenta l’eco nelle popolazioni della regione circostante a Tadino. Narrano come questa città passasse replicatamente dal possesso del Romano Impero a quello degli invasori e viceversa, subendo ogni volta distruzioni e saccheggi, mentre gli abitanti venivano in parte uccisi o fatti prigionieri e ridotti in servitù, o scacciati e dispersi, quando spontaneamente non si salvavano con la fuga, rifugiandosi nelle altre vicine e più sicure città. Parlano questi Cronisti del circostante territorio messo a ferro e fuoco, ridotto deserto, incolto e silvestre, delle Chiese abbattute, del Clero esautorato, perseguitato e soppresso, della religione Cristiana annichilita e soppiantata dall’Arianesimo o dall’Idolatria, degli archivi arsi, della scomparsa di ogni vestigia di vita civile. Tadino amaramente provò la ferocia dei Barbari già sin dal quarto secolo, a tempo delle prime invasioni, ma i danni maggiori, dai quali giammai risorse, le furono arrecati a più riprese dai Goti e dai Longobardi, dei quali ebbe a soffrire il dominio, e specialmente dai primi, che le diedero un fiero colpo nell’anno 552. (1)

(1) Biblioteca Vaticana: Cod. 7853 già cit. e. 4t; Cod. Urbinate 48, e. 217 t; Cod. 3921, e.27t e 28; Cod. Ottob. 2666 già cit. pag. 17,19, 21 a 23, 34, 37, 42,44,45, 62,68, 72 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II, C. 23 già cit. c.43t, 101t, 104t,105,112,113,140t; Cod. II. E.18 già cit. da e. 44 a 47 e da 53 a 57 – Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano) : cod.341, fogl. 21a, 22a, 23a in nota, 24b in nota, 27a in nota, 30b, 39b, 41b, 59a in nota, 77a,81a, 81b, 91a, 92 a , della numerazione antica, corrispondente ai fogli 23a, 24a, 25a, 26a, 29a, 32b, 41b, 43b, 61a, 79a, 83a, 83b, 93a, 94a, della n numerazione moderna – F.CIATTI : op. cit. Vol. II. Pag. 93 – L. JACOBILLI: vite dei santi e beati di Gualdo. Già cit. pag. 11
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Fu appunto in quell’anno, che nei suoi dintorni cozzarono ferocemente tra di loro l’esercito del re dei Goti Totila e l’altro Greco-Romano comandato da Narsete, Generale dell’Imperatore Giustiniano, che riuscì a guadagnare quella decisiva battaglia e ad uccidervi Totila, distruggendo definitivamente la potenza Gota in Italia, che tornava così ad essere una provincia dell’Impero Bizantino d’Oriente e vedeva ritardata di tredici secoli la propria unificazione. Che fossero appunto i campi Tadinati quelli che bevvero il sangue delle molte migliaia di Goti trucidati dai Greci, noi dimostreremo tra poco e tale dimostrazione è necessaria poiché non tutti gli storici condivisero la nostra opinione. Sono infatti generalmente note le controversie che questa celebre battaglia, la quale decise i destini d’Italia e di Roma, ha suscitato fra gli eruditi: Alcuni, amanti del meraviglioso più che della verità, senza il minimo fondamento, anzi in opposizione alla più elementare critica storica, la fecero avvenire in regioni d’Italia assai lontane dai luoghi che Procopio, l’unico narratore contemporaneo della guerra Gotica, c’indicò come teatro degli avvenimenti in discorso. Basti citare Giovanni Magno, Biondo da Forlì, il Tarcagnota, Jacopo Filippo da Bergamo, Pandolfo Collenuccio, il Valentini, il Gatti e Leonardo Aretino, i quali scrissero che Totila fu sconfitto e morì presso Brescello (Provincia di Reggio Emilia) sulla riva destra del Po, per opera dei Longobardi alleati dei Greci; il Borgia, il Botta, il Rinaldi, il Baronie, il Targioni, il Campelli, il Soldani, Cosimo della Rena, il Dempster, il Ferrari, il Baudrand, che posero la battaglia in Toscana, presso Poppi, nel Casentino, dove scorre un torrentello chiamato Teggina, mentre la morte del ferito re Goto, secondo alcuni tra essi, sarebbe avvenuta a Caprese pure in Toscana, non lungi dalle sorgenti del Tevere. Altri scrittori, senza divagare come i precedenti, si avvicinarono assai più alla giusta identificazione dei luoghi nominati da Procopio come teatro della storica e immane lotta, ma per imperfetta conoscenza topografica di tale regione, non poterono darne un’indicazione precisa. Così il Pellini, il Giovio, il Bricchi Leandro Alberti ed il Baldi, i quali credono che sia avvenuto lo scontro dei due grandi eserciti nel territorio Urbinate lungo la Flaminia, tra Cagli e Acqualagna, da dove poi Totila sarebbe andato a spirare, secondo l’Alberti, nel suddetto Caprese di Toscana, e secondo il Baldi a Carpesso (leggi Caspessa) presso Montevecchio nel Distretto di Fossombrone; così il Valsecchi che riscontra il campo di battaglia tra Città di Castello e Borgo San Sepolcro; così l’Hodgkin che pone l’accampamento di Totila, dopo oltrepassata Tagina, cioè a Fossato di Vico, e quello di Narsete a
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Scheggia, dove la battaglia si sarebbe svolta; così il Balbo, che crede essere avvenuta quest’ultima vicino a Gubbio, e l’Acquacotta che l’indica nei dintorni di Castelraimondo, facendo poi morire il Re Goto a Capriglia, non lungi da Esanatoglia. Finalmente un terzo gruppo di scrittori, quali il Cluverio, il Colucci, il Brandimarte, l’Alfeiano, il Guazzesi, il Pratesi, il Bellenghi, il Mazzatinti, il Moisè, il Montani, il Giacosa, bene interpretando la narrazione di Procopio, pongono la rotta dei Goti, tra il villaggio di Bastia (Comune di Fabriano) e Gualdo Tadino, ma chi più vicino al primo chi più presso al secondo, e inoltre i primi sette, cui si può aggiungere l’Holstenio e l’Hodgkin, riconoscono anche che la morte di Totila avvenne nel villaggio Gualdese denominato Caprara.
È necessario quindi discutere tante e così disparate opinioni, prendendo come base delle nostre ricerche i documenti restatici della battaglia. Di tale avvenimento non ci è pervenuta altra testimonianza che gli scritti di Procopio da Cesarea che, par quasi certo, seguì l’esercito Greco in Italia e precursore dei moderni giornalisti corrispondenti di guerra, fu testimonio oculare degli episodi che poi narrò. Lasciò egli scritto infatti che il re dei Goti Totila provenendo da Roma, lungo la via Flaminia, dopo avere attraversato la Tuscia (così gli scrittori dell’alto Medio Evo chiamavano una provincia formata in parte dall’Umbria e in parte dall’Etruria) poco prima della battaglia in esame, raggiunse la catena dei Monti Appennini e pose il campo quanto più potè vicino ad un paese chiamato Tagina. Ecco anzi le sue parole nella traduzione latina di Cristoforo Persona, edita a Roma nel 1506 ed a Basilea nel 1531: « ……. Thusciam omnem, hos conquirendo, emensus ad Apenninum montem pervenit, ibique castris locatis, vicum quam proxime constitit, quem Taginam vocant». Lo storico Bizantino prosegue dicendo che, indi a poco, Narsete mosse alla sua volta da Rimini, presso cui aveva già sconfitto ed ucciso Usdrilas, generale di un esercito Goto, ma anziché seguire la via Flaminia che sapeva occupata e chiusa dai suoi nemici nel difficile e inespugnabile Passo del Furlo (Petra Pertusa) deviò a sinistra dì detta via, lungo le pendici orientali dell’Appennino, e si fermò a circa cento stadi dall’accampamento di Totila, ponendo il campo presso una località chiamata allora Tombe dei Galli (Busta Gallorum) perché vi furono bruciati e sepolti i cadaveri dei Galli, dopo la vittoria che su di essi, nel 295 a. C., riportarono le legioni Romane comandate dai Consoli P. Decio e Q. Fabio, non già da Camillo, come erroneamente scrisse Procopio : « Eodem et Romanorum exercitus duce Narsete parvo post temporis intervallo adveniens, stativis habitis procul ab hostium castris stadiis centum, in ipsa planicie mansit, ei loco propinqua, in qua Romanorum tradunt Imperatorem Camillum potitum victoria Gallorum, quondam innumeram multitudinem trucidasse: cuius illatae ob memoriam cladis, vel ad nostra haec tempora Gallorum Busta locus hic dicitur, nam et adhuc tumuli interfectorum visuntur et frequentissimi … ».
Lo stesso Procopio, continuando nella narrazione, attesta che Totila mosse allora con il suo esercito verso l’accampamento dei Greci, e
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dopo avere indugiato alquanto per attendere l’arrivo di duemila soldati ritardatari, facenti parte dell’esercito comandato dal suo generale Teias, appena questi giunsero, diede l’assalto ai Greci, che però ricacciarono i Goti, sconfiggendoli completamente, e restando gravemente ferito durante la mischia, lo stesso re Totila, che dopo avere percorso a stento ottantaquattro stadi, accompagnato da pochi fidi, pervenne ad una località chiamata Capras, dove morì e fu sepolto: « …. Totilam letali affectum jam vulnere et animarti fere exhalantem abducere celerius cogebantur. Stadiis itaque guatar et octoginta fugiendo peractis, ad locum Capras nomine veniunt, ubi a fuga denique quiescentes Totilae vulnus curabant: ex quo paulo post morientem, funere procurato, terrae recondunt».
Abbiamo quindi, dalla chiara e inoppugnabile narrazione di Procopio, i dati per rintracciare oggi dove avvenne quella tanto discussa battaglia. Conosciamo cioè gli antichi nomi delle località che la circoscrissero, Tagina, Busta Gallorum, Capras, nonché le distanze che tra esse si frapponevano e cioè cento stadi tra il primo e il secondo luogo, ottantaquattro stadi tra il terzo e il campo di battaglia dove Totila fu ferito. Non resta quindi che rintracciare quali paesi oggi corrispondono a quelli. Che Tagina sia il nostro Tadino è questione, dopo le opere dell’Holstenio, universalmente accettata dagli eruditi. Come si è detto fanno eccezione il Baldi che l’identificò con Pagino, villaggio presso Calmazzo nel territorio Urbinate, il Cantù che la riconobbe in Lentagio presso Nocera-Umbra, ed il Soldani il quale, seguendo Cosimo della Rena, la confuse col torrente Teggina che, come si disse, scorre presso Poppi in Toscana. Ma, per quanto riguarda l’ipotesi del Cantù, noteremo che nessun luogo nei dintorni di Nocera porta per nome Lentagio, denominazione questa affatto sconosciuta in quel territorio e del resto, a provare l’errore del Cantù, basti dire che Lentagio è una località invece esistente tra Cagli e Acqualagna, dove appunto anche il Bricchi e il Baldi sunnominati fanno avvenire la rotta dei Goti. Per quanto poi si riferisce al Soldani, il solo fatto della posizione topografica che dovrebbe avere Tagina, cioè ai piedi dell’Appennino, come scrive Procopio, e a cavaliere della via Flaminia percorsa da Totila, basterebbe a smentirlo; anche a parte il fatto che, d’altra parte, lo storico Greco, qualifica Tagina come villaggio (vicus) e non come fiume. Così pure, nella ricerca di Busta Gallorum, la maggior parte degli scrittori,dopo gli studi del Cluverio, riferiscono questa località all’attuale villaggio di Bastia, ai piedi del versante orientale di Monte Cielo, non lungi dall’antica Sentinum, oggi Sassoferrato. L’opinione di Cluverio, che vagamente venne anche riportata dal Muratori, non fu accettata dall’Acquacotta, il quale nega la derivazione di Bastia dal Busta Gallorum di Procopio, per il fatto che questo Castello, dal nome relativamente moderno, avrebbe avuto origine in epoca assai posteriore a Procopio, e cioè nel 1443, per opera del Conte Francesco Sforza, che lo avrebbe eretto a difesa di Fabriano. In conseguenza di ciò, come già accennai, lo stesso Acquacotta, dalla somiglianza dei nomi, in modo assai immaginoso, suppose potersi
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identificare Busta Gallorum con Santa Maria dei Galli o con Gagliole, luoghi oggi esistenti nei dintorni di Castel Raimondo. Ma la supposizione dell’Acquacotta non è attendibile, poiché, anche eliminando Bastia, resta pur sempre il fatto che Narsete dovette porre il campo nei suoi dintorni, poiché Procopio dice che l’accampamento sorse là dove era avvenuta la rotta dei Galli e noi ben sappiamo che questa ebbe luogo nel territorio dell’antica Sentinum, oggi Sassoferrato, dove appunto sorge Bastia. Per quanto riguarda Capras, anche qui una grande maggioranza segue l’antica opinione del Cluverio e dell’Holstenio, che riconobbero tale località nell’attuale villaggio di Caprara, frazione del Comune di Gualdo Tadino. Soli in tanta unanimità di opinioni, come poco sopra si è detto, Leandro Alberti, poi seguito da qualche altro, lo riferisce a Caprese di Toscana presso le sorgenti del Tevere, l’Acquacotta a Capriglia, nei dintorni di Esanatoglia, l’Anonimo Milanese (P. Berretti) a Caprile, frazione del Comune di Badia Tedalda, provincia d’Arezzo, non lungi dalle fonti della Marecchia e il Baldi a Carpesso (Caspessa) presso Montecchio nel distretto di Fossombrone. Questi scrittori basarono unicamente sulla somiglianzà dei nomi le loro ipotesi, senza badare se le stesse erano poi d’accordo con il resto della narrazione di Procopio. Per quanto riguarda Caprese, basti dire che lo stesso Repetti, nel suo Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, fa notare l’assurdità di tale identificazione, per essere quel paese del tutto ignoto nell’antichità ed il luogo sprovvisto di antiche strade militari e assai distante dalla via che percorsero i due eserciti combattenti. Ma invece, torno a ripeterlo, nonostante le divagazioni di questi pochi, oggi la massima parte di coloro che si occuparono di tale studio, sono d’accordo nel ritenere che Tagina corrisponde al nostro Tadino, Busta Gallorum a Bastia tra Fabriano e Sassoferrato e Capras a Caprara nel Comune di Gualdo. In tal modo si verifica anche il fatto, importantissimo e decisivo, di veder corrispondere le distanze che al presente corrono tra questi luoghi con le misure tramandateci da Procopio, specialmente adottando lo Stadio-Medio, che usavasi per le misure itinerarie e che dal Rennel fu calcolato di centocinquantaquattro metri. Cento stadi, in linea retta, si riscontrano infatti da Bastia (Busta Gallorum) alla pianura Tadinate presso Gualdo, dove ristette il re dei Goti; ottantaquattro stadi all’incirca, dista questo supposto campo della battaglia dal villaggio di Caprara (Capras) dove Totila morì e fu sepolto.
Dopo ciò crediamo inutile confutare anche le assurde opinioni di quelli tra i surricordati scrittori, i quali non vollero tenere alcun conto della narrazione di Procopio, contemporanea ed unica testimonianza, e per partigiani interessi o per ignoranza dei luoghi, senza la scorta di alcun documento, fecero avvenir la battaglia nelle più immaginarie regioni. Così è ben noto che Giovanni Magno, se scrisse che Totila fu sconfitto presso Brescello dai Longobardi alleati di Narsete, ciò fece perché a lui, Goto di origine, ripugnava meno che i soldati di Totila fossero stati sbaragliati da gente nordica e di sangue affine, anziché dall’effeminata stirpe dei Greci. E d’altra
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parte, se l’Alberti e i suoi seguaci posero la battaglia vicino a Cagli, ciò avvenne per avere essi erroneamente interpretato, nel testo Latino dell’opera di Procopio, la parola calle (. . . ex calle quadam . . .) non già nel significato di sentiero, ma come denominazione cittadina di Cagli. Né riferibili, per la loro puerilità, sono tutti quegli altri argomenti che in prò di Cagli escogita il Bricchi negli Annali di questa città, argomenti che lo stesso Mochi, moderno storico di Cagli, combatte e dichiara inattendibili sotto ogni aspetto. Con una sola obiezione il Mochi demolisce la credenza che Totila fosse stato sconfitto tra Cagli e Acqualagna: Come poteva in tale località avvenire l’incontro dei Greci con i Goti, egli scrive, se lo stesso Procopio ci assicura che Narsete, dopo partito da Rimini, dovette abbandonare la via Flaminia prima di giungere al passaggio del Furio (Petra Pertusa) perché i Goti gli impedivano il transito in quell’angusto e munitissimo valico ?
La maggior parte degli Storici, con l’autorità di Procopio e con l’osservazione della precisa corrispondenza dei dati topografici esattamente da costui tramandatici, è dunque d’accordo nel ritenere che questa celebre battaglia avvenne in una parte del territorio che interponevasi tra i due accampamenti, che separava cioè Tagina (Gualdo Tadino) dai Busta Gallorum (Bastia). Ma anche tra costoro v’è però discordanza, poiché non sono poi unanimi, nello stabilirne il luogo preciso tra i limiti estremi segnati dai due accampamenti nemici. E così mentre alcuni, il Mazzatinti ed il Pratesi ad esempio, la stimano avvenuta, come io ho reputato, nel territorio dì Tadino, altri invece come il Cluverio, il Brandimarte, il Bellenghi, l’Alfeiano, il Moisè, il Montani, il Guazzesi, il Giacosa, la pongono all’estremo opposto, cioè ai Busta Gallorum, e ciò forse perché lo stesso Procopio dice che fu l’esercito dei Goti, quello che per primo andò ad assalire il nemico. Ne traggono perciò la conseguenza, che Totila dovette abbandonare il campo di Tagina per recarsi a provocare i Greci nei loro accampamenti dei Busta Gallorum, dove si sarebbe accesa la mischia e sarebbe avvenuta, secondo essi, la rotta dei Goti.
Ammettiamo pure che la battaglia s’iniziasse presso gli accampamenti dei Greci, ma ricordiamoci che, per le vicende del lungo combattimento, il quale durò dall’alba alla sopravveniente notte, i due eserciti dovettero cambiare terreno ed essendo stati i Goti assalitori respinti, era naturale, come del resto ci fa comprendere lo stesso Procopio, dovessero essi ripiegare verso gli abbandonati loro accampamenti, dal lato cioè donde eran partiti, venendosi così a risolvere la battaglia appunto intorno a Tadino o Tagina che dir si voglia. E ciò è reso anche manifesto dal fatto che il re Totila, per poter morire ad Capras, nel territorio Tadinate, dovette necessariamente tornare indietro sul cammino percorso, e questo parmi più che sufficiente per ritenere che la definitiva, ultima fase del lungo combattimento, si svolgesse appunto intorno alla nostra città. Ma anche senza di ciò, come si spiegherebbe il fatto che è straordinariamente viva, anche oggi, presso la popolazione Tadinate, la memoria di un simile avvenimento ?

14 – PARTE PRIMA – Storia Civile

Nella stessa Caprara s’indica ancora una località con il nome di Boschetto o Sepolcro di Totila, e i contadini di lassù più volte hanno qua e là scavato il terreno, per ricercare gli avanzi delle armi e delle armature preziose che, secondo un’antica credenza, pervenuta a loro di generazione in generazione, sarebbero state calate dai Goti nella fossa con il cadavere del loro re. Anche negli antichi Libri catastali del Comune di Gualdo, una cascina del luogo appellasi Palazzetto Totila ; Macchia dei Soldati è chiamata una località, dove, dicono gli abitanti delle vicinanze, in un’imboscata sarebbe stato sorpreso e colpito il re che fuggiva. E le tradizioni popolari, non sempre mentano la noncuranza e il disprezzo, specialmente quando, come nel caso nostro, sono confermate da dati storici e topografici.
Comunque fosse, i danni e le devastazioni subite da Tadino per mano dei Goti in quell’epoca, furono tali che mai più la città risalì alla floridezza di un tempo e del resto a ben tristi e modeste condizioni doveva già esser ridotta, giacché Procopio, scrivendo allora le vicende della guerra Gotica, applica a Tadino l’appellativo di , vale a dire villaggio. (1)
(1) A. BRANDIMARTE : Op. cit. pag. 49 – BIONDO DA FORLÌ: Italia Illustrata (Traduzione di Lucio Fauno). Venezia’ 1543. p. 153 – F. CiATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 72 – GIOVANNI MAGNO: De Ghotor. Regn. Roma 1554. Lib. 14°, Gap. 15, Fogl. 463; Gap. 16, Fogl. 464 – L. ALBERT!: Descrizione di tutta l’Italia. Venezia 1581 (Descrizione della Toscana) – Arch. Storico per le Marche e per l’Umbria. Vol. I, pag. 770 (Lettera di G. Mazzatinti a A. M. Bryce) – D. ALFEJANO: L’Umbria vendicata negli antichi e naturali suoi diritti. Perugia, Anno VI dell’era repubblicana, pag. 196 e seg. – P. PRATESI: Sul vero luogo della battaglia detta di Gubbio o di Tagina (Nella Rivista « Le Comunicazioni di un collega ». Cremona. Anno III, N° 9 e 10) – A. GlACOSA: La battaglia di Sentino ? (Nella Rivista suddetta, Anno IV, N° 3 e 4) – E. REPETTI: Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana. Firenze 1846 (alla parola Caprese) – P. COLLENUCCIO: Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli. Venezia 1613. Parte 1, pag. 36 – HOLSTENIO: Op. cit. – F. CLUVERIO: Op. cit. Tomo I, pag. 616 – G. MORONI: Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica. Vol. LXI, pag. 239 e seg. – F. SOLDANI : Lettera critica circa il luogo della sconfitta e morte di Totila. Pistoia 1758 – JACOPO FILIPPO DA BERGAMO: Chronicamm Supplementum. Venezia 1483 – C. BARONlO: Annales Ecclesiastici. Coloniae Agrippinae 1624 – O. RlNALDI: Annali Ecclesiastici. Roma 1643. Tomo li, pag. 97 – L. GUAZZESI: Dissertazioni. Pisa 1761. Dissert. IV – T. DEMPSTER: De Etruria Regali. Firenze 1724. Tomo II, pag. 443 – F. FERRARI: Lexicon Geographicam. Londini 1657 (Alla parola Caprae) – A. BAUDRAND: Lexicum Geographicum. Patavii 1697 (alla parola Caprae) – C. DELLA RENA: Della serie degli antichi Duchi e Marchesi di Toscana. Firenze 1690. pag. 42 e seg.- B. FELICIANGELI : Un’opinione poco nota intorno al luogo della cosìdetta battaglia di Tagina. (In Nuova Rivista Misena di Arcevia. Anno Vili pag. 14) – TARGIONl TOZZETTl: Relazione di viaggi in Toscana. VI. pag. 142 – T. HODGKlN: La battaglia degli Appennini tra Totila e Narsete. (Traduzione in Atti e memorie della R° Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Romagna. Serie III, Vol. II, Fasc. 1, pag. 35 e seg.) – O. COLUCCI: Del luogo chiamato Sepolcro dei Galli nell’Agro Sentinate e della sconfitta ivi data da Narsete a Totila Re dei Goti. (In Antichità Picene. Fermo. 1790. Torno VII, da pag. 75 a 123) – P. Giovio: Elogia virornm bellica viriate illustrium. Basilea 1546. pag. 13 (Elogio di Totila) – ANONIMO MILANESE: Op. cit. Tomo X, Colonna 165 – B. BALDI: La difesa di Procopio contro le calunnie di Flavio Biondo, Urbino 1627 C. ACQUACOTTA: Memorie di Matetica. Ancona 1838. Cap. XXI – A. BORGlA: Storia della Chiesa e Città di Velletri. Libro II – P. PELLINI : Storia di Perugia. Venezia 1664. Parte I, pag. 110 – C. CANTÙ : Storia Universale. Tomo VIII – L. MURATORI: Annali d’Italia. Anno 1552 -G. VALENTINI: Discorso Accademico su la vita di S. Facondino. Macerata 1660 – LEONARDO ARETINO: De bello Qothorum. Venezia 1528. Lib. IV – F. MONTANI (Nintoma): Seconda lettera sopra la battaglia tra Narsete e Totila. Venezia 1749 – p. BRICCHI: Delti annali di Cagli. Urbino 1641. Lib. I, pag. 20 — O. MOCHI: Storia di Cagli. Cagli 1878. pag. 80, nota li – F. MoiSÈ: Storia dei domini stranieri in Italia. Firenze 1839. Voi. li, pag. 386.e seg. – G. TARCAGNOTA: Delle Istorie del Mondo. Venezia 1585. Parte II, pag. 265 – VALSECCHI (nella Rivista «La Favilla» Perugiìi. Anno 1894. Fase. Ili, pag. 110).

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Con la morte di Totila e con la fine della dominazione Gota in Italia, anche Tadino ritornava città Latina, suddita dell’Impero Greco-Romano d’Oriente, andando a far parte della Pentapoli o Esarcato di Ravenna. Cominciava perciò la città a risorgere dai gravi danni subiti e gli abitanti che ne erano fuggiti, rifugiandosi specialmente nella forte Rocca di Nocera, tornarono ad affluirvi e a riedificarvi le proprie case, ai due lati della via Flaminia. Ma altri Barbari, i Longobardi, scendevano indi a poco, nel 568, ai danni d’Italia, e a più riprese le loro orde passarono, quali nembi devastatori, anche su l’indifesa Tadino, che piuttosto tardi, ma certo innanzi la fine di quel secolo, venne definitivamente tolta ai Greco-Romani e aggregata al Ducato Longobardo di Spoleto, uno de più antichi e più potenti d’Italia. (1)
Nelle già ricordate Cronache Medioevali Gualdesi, si fa un quadro doloroso della disgraziata città e frequentemente si descrive, coi più foschi colori, lo stato di desolazione a cui era ridotta in quest’epoca, dopo un secolo di feroci incursioni barbariche, per i tributi e le spogliazioni che la immiserivano, per le stragi dei suoi abitanti negli assalti ostinati e ripetuti e per l’emigrazione continua nelle vicine più forti città, che l’avevano resa pressoché squallida e deserta. Del resto, anche un importante documento di quest’epoca, ci mostra le misere condizioni a cui era ridotta Tadino, e ciò che più conta, la sua qualità di città episcopale. E’ questo una lettera che il Pontefice S. Gregorio I Magno, nel Luglio del 599, inviava a Gaudioso Vescovo di Gubbio, affinchè, quale Vescovo viciniore, visitasse Tadino, la cui sede vescovile, per l’invasioni barbariche, era rimasta da molti anni vacante, e congregato il clero e la popolazione, come si usava in quei tempi, con libera votazione cercasse di eleggervi di comune accordo un Vescovo, la cui elezione la S. Sede poi avrebbe approvato. E infatti questo Papa, così era solito fare con i prelati che risiedevano vicino ad una città Romana, che in quei tempi
(1) A. SANSI: Storia di Spoleto. Foligno 1870. Parte II, pag. 10 e 11 – D. DORIO: Istoria della Famìglia Trinci. Foligno 1638. pag. 22 – F. ClATTI: Op. cit. Vol. II, pag. 93 – BIONDO DA FORLÌ: Op. cit. pag. 114 – L. MORERI: Le Grand Dictionnaire Historique 1740 (Alla parola Gualdo) – Bibliotèca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 e Codice 7853 già cit. – ANONIMO MILANESE: Op. cit. – A. BORGlA : Breve istoria dell’antica città di Taino. Già cit. – Arch. storico di Gubbio (Fondo Armanni): Codice IL C. 23 già cit.

16 – PARTE PRIMA – Storia Civile

calamitosi, fosse stata danneggiata dai Longobardi, privata del proprio Vescovo e il suo Clero perseguitato e reso impotente dagli invasori, che professavano una religione diversa. Indirizzava poi una seconda lettera al clero ed alla popolazione Tadinate, affinchè accettassero di buon grado l’intervento di Gaudioso per l’elezione del loro nuovo Pastore, scegliendolo degno di tal ministero. Né credo inutile riportare qui appresso, le due lettere ora accennate:
« Gregorius Gaudioso Episcopo Eugubino,
Cognoscentes Ecclesiam Tadinatem diu sacerdotis proprij regimine destitutam, fraternitati tuae ejusdem Ecclesiae visitationis operarti solemniter delegamus. Quam ita te convenit exhibere, ut nihil de provectionibus clericorum, redditu, ornatu, ministeriisque, vel quidquid illud est in patrimonio ejusdem, a quoquam praesumatur Ecclesiae. Et ideo fraternitas tua ad praedictam Ecclesiam ire properabit et assiduis adhortationibus Clerum, plebemque ejusdem Ecclesiae admonere festinet, ut remoto studio, uno eodemque consensu talem sibi praeficiendum expetant sacerdotem, qui et tanto ministerio dignus valeat reperiri, et a venerandis cànonibus nullatenus réspuatur. Qui dum fuerit postulatus, cum solemnitate decreti omnium subscriptionibus roborati, et dilectionis tuae testimonio litterarum, ad nos sacrandus occurrat. Commonentes etiam fraternitatem tuam, ut nonnullum de altera eligi permittas Ecclesia, nisi forte inter clericos ipsius civitatis, in qua visitationis impendis officium, nullus ad episcopatum dignus, quod eveniri non credimus, potuerit inveniri: provisurus ante omnia, ne ad hoc cujuslibet conversàtionis seu meriti laicae personae aspirare praesumant, et tu periculum ordinationis tuae, quod absit, incurras ».
« Gregorius clero, ordini et plebi Tadinati,
Cognoscentes Ecclesiam vestram diu sacerdotali regimine destitutam, curae nobis fuit ejusdem Ecclesiae visitationem fratri et coepiscopo nostro Gaudioso Eugubinae Ecclesiae solemniter delegare. Cui dedimus in mandatis, ut nihil de provectionibus clericorum, redditu, ornatu ministeriisque a quoquam usurpari patiatur. Cuius vos assiduis adhortationibus convenit obedire, et remoto strepitu, uno eodemque consensu talem vobis praeficiendum expetere sacerdotem, qui et a venerandis cànonibus nulla discrepet ratione, et tanto ministerio dignus valeat reperiri. Qui dum fuerit postulatus, curii solemnitate decreti omnium subscriptionibus roborati et visitatoris pagina prosequente, ad nos veniat ordinandus: provisuri ante omnia, ne cujuslibet vitae vel meriti laicam personam praesumatis eligere.
Et non solum ille ad Episcopatus apicem nulla ratione provehetur, verum etiam vos nullis intercessionibus veniam promereri posse cognoscite. Sed omnes quos ex vobis de laica persona aspirasse constiterit, ab officio et a communione alienos faciendos procul dubio noveritis ».
In quanto alla speciale designazione del Vescovo di Gubbio quale restauratore della Diocesi Tadinate, si potrebbe osservare che tale scelta non fu occasionale, ma forse avvenne invece in considerazione di una speciale alleanza, che pare fosse esistita, in

(1) L. FUMI: Codice Diplomatico della città di Orvieto. Firenze 1884. pag. 132 – F. CIATTi: Op. cit. Vol. II, pag. 293 – F. BARTOLI: Storia di Perugia. Pe­ rugia 1843. Lib. III , pag. 325 – L. BELFORTI : Serie dei Legati, Vice Legati e Governatori di Perugia. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia. Tomo I, pag. 41 – Arch. Comunale di Perugia (Annali Decemvirrrli): Libri delle Sommissioni. Cod. ®, e. 9 – P. cenci: Le relazioni tra Gubbio e Perugia nel periodo Comunale. (In Bollettino della R* Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Vol. XIII, pag. 535).

(2) cencio camerario : Liber Censuum Romane Ecclesie (In Archivio Vaticano. Pubblicato da Fabre e Duchesne. Tomo I, pag. 543 e seg.)

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nemica di Gualdo, se ne sarebbe vendicata in tal modo; e aggiungono anche che l’incendio fu appiccato alle abitazioni Gualdesi da una donna chiamata Bastola, il cui nome infatti è rimasto tristamente famoso nelle tradizioni popolari locali. Presso il luogo dove ora trovasi il sobborgo cittadino Valle di Sopra, lungo la riva del Feo, a poca distanza dall’incendiato Castello, sorgeva in quei tempi un’Abbazia, dedicata a S. Donato, della quale diffusamente tratteremo in seguito, che oggi più non esìste e viene ricordata con il nome di San Donato Vecchio, per distinguerla dall’attuale Chiesa di S. Donato nell’interno della Città; e fu appunto nell’antica Abbazia di S. Donato, che i Gualdesi seppellirono i corpi combusti dei loro congiunti, prestandosi anzi per la pia cerimonia, anche i Frati di un Convento Francescano che, come a suo tempo vedremo, sorgeva a Valdigorgo presso l’incendiato Castello, unitamente ai Monaci della celebre Abbazia di S. Croce di Fonte Avellana sul Monte Catria, dalla quale quella di S. Donato dipendeva e che si erano anch’essi sollecitamente recati a portare soccorso ai Gualdesi. (1)

Dell’incendio e della distruzione del secondo Gualdo, nessuna memoria o documento a noi restava, all’infuori della notizia contenuta nelle surricordate nostre Cronache medioevali. Data la scarsezza dei documenti riguardanti la distruzione del secondo Gualdo, si sarebbe quindi oggidì potuto persino dubitare, che nell’angusta e deserta Valdigorgo o Valle di Santo Marzio che dir si voglia, chiusa tra i monti, al presente tutta cosparsa di frane e di rocce, fosse sorto nei tempi andati il Gualdo che precedette e diede origine a quello attuale; ma da qualche tempo, l’opera rude del piccone, ha pienamente confermato questo assai remoto episodio della storia Gualdese. Nel 1902, iniziandosi nella valle di Santo Marzio, presso le sorgenti che alimentano il nostro acquedotto, i lavori per il rinnovamento dell’acquedotto stesso, tornarono alla luce vati ruderi di abitazioni, che portavano ancora chiare tracce d’incendio. Tra le macerie si rinvennero anche degli scheletri umani e ricordo anzi di averne visto uno, forse di un prigioniero, che portava ancora gli avanzi ossidati di una catena avvinta al piede; dovunque frammenti di stoviglie. I ruderi venuti alla luce furono allora demoliti, e il materiale in parte servì anche per costruire qualche opera muraria del nuovo acquedotto.Contemporaneamente poi, un terrazziere di Gualdo, tal Bossi Raffaele, comperato il terreno roccioso che forma le pendici di levante della valletta di Santo Marzio, appunto presso le suaccennate sorgenti, con rara costanza cominciava a dissodarlo sino a grande profondità, a scopo

(1) Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 82 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S, Francesco in Gualdo) c. 120t, 121 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 18 – F. ClATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 273 – L. jacobilli: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg. – Biblioteca del Seminario di Foligno: Mss, di Dono e Jacobilli. Cod. C. V. 5, anno 1237.

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quel tempo, tra le due vicine città, le quali, secondo quanto si narra nelle nostre Cronache Medioevali, erano tra loro unite tanto per ragioni di commercio quanto per amicizia e per comune difesa.
Anzi nella Historia antiquae civitatis Tadini, si leggono a tal proposito le seguenti parole: « Papali vero istarum civitatum (di Gualdo e Gubbio) et maiores earum, sicut terriioriis et districtu conificti erant, ita multa amicitia et benevolentia iungebantur, parentelas invicetn coniungentes et mercationes suas alterutrum vendentes et commoda cordialiter praestantes, et quando in exercitibus ibant cum imperatoribus et ducibus Romanorum sicut propinqui et vicini, alterutrum se iuvabant et deffendebant et lulii Eugubini Tadinatum adeuntes saepius Tadinenses visitabant et similiter Tadinenses luliam Eugubiam et cives eius saepe visitabant et cives Romanorum et subditi per tempera longiora tributa et stipendia Romanis persolvebant ». Similmente, nella Cronaca Eugubina «Memorabilia Civitatis Eugubij et aliarum urbium antiquarum in Umbria » troviamo le frasi seguenti :
« …. civitates Eugubia et Tadinatum sicut comitatu coniunctae erant et proximae. Ita cives eorum amicitia et parentelis iungebantur alter utrum se visitantes et suas mercationes operantes et quoniam ab imperatoribus et Romanis cantra hostes in exercitu ducebant, ibant simul et alter utrum se iuvabant et defendebant ne ab hostibus laederentur ». E presso a poco, le stesse frasi leggiamo nella Cronaca Medioevale che, col N° 341, si conserva nella Biblioteca Comunale di Assisi. Certo, che più naturai cosa sarebbe stata che il Pontefice, per restaurare la Diocesi Tadinate, si fosse rivolto al Vescovo di Nocera. Ma giova notare che in quell’epoca quest’ultima città trovavasi quasi completamente distrutta, per effetto delle precedenti incursioni dei Goti e dei Longobardi, e che più non vi esistevano né Vescovo né Episcopato. Da ciò la necessità per il Pontefice di rivolgersi a Gubbio come sede episcopale più prossima a Tadino, anche indipendentemente dalle ragioni suddette. (1)
Certamente le lettere del Pontefice sortirono un prontissimo effetto, poiché in quel medesimo anno fu eletto il Vescovo nella persona dell’eremita Facondino, nativo della stessa città di Tadino. Costui, abbandonato il Monte Serra Santa, dove da più anni conduceva vita eremitica, assunse subito l’alto ufficio episcopale ed oltre che la Diocesi Tadinate, pare che contemporaneamente avesse a reggere anche quella della vicina Nocera, il cui territorio poco innanzi era stato aggregato alla Diocesi di Tadino, per essere rimasta anche quella città, come poco sopra si è detto, quasi completamente
(1) S. GREGORIO MAGNO: Op. e lib. cit. – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. E. 18 già cit., pag. 38, 39, 48, 49, 50; Cod. II. C. 23 già cit., e. 137t, 142t – Bibliot. Vaticana: Cod. Ottoboniano 2666 già cit., pag. 10, 19, 20, 23, 24, 27, 35, 65; Cod. 7853 già cit., e. 5t a 7t; Cod. Urbinate 48, e. 218 – Bibliot. Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341 già cit., e. 39a della paginazione antica, corrispondente a e. 41 a di quella moderna (in nota) – Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Darlo e Jacobilli. Cod. B. 11.20, e, 12.
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distrutta nelle precedenti invasioni barbariche. Il Vescovo Facondino, immise nella Cattedrale di Tadino i Canonici Regolari Lateranensi, istituiti da S. Agostino pochi anni prima e lui stesso fece professione di quell’Ordine ed osservò quella Regola. Con opera illuminata ed assidua, diede nuovo incremento alla desolata città nativa, riunì intorno a sé il Clero oppresso e disperso, ricostruì e restaurò le chiese abbandonate e cadenti e riuscì a far risorgere il Cristianesimo nella nostra Regione, tutto dedicandosi ad infinite opere di pietà, tanto che ebbe in seguito dalla S. Sede anche il sommo onore della Canonizzazione. La morte di questo Santo Vescovo, secondo le memorie che possediamo, sarebbe avvenuta il 28 Agosto 607 e del culto ampiamente a lui tributato nei secoli seguenti, diremo a lungo quando si tratterà del tempio a lui dedicato in Gualdo Tadino.
Dopo S. Facondino, ebbe a cuore le sorti della Diocesi Tadinate il suo discepolo e vicario S. Gioventino, Arcidiacono dell’antica Cattedrale di Tadino, morto il 2 Settembre 612, ma per certo costui non fu regolarmente investito, come alcuni scrissero, dell’ufficio episcopale, né ciò può farci meraviglia, considerando quali torbidi tempi fossero quelli e in quale stato d’impotenza fosse pervenuta l’autorità della Chiesa, se non altro per le persecuzioni dei dominatori Longobardi, in parte Ariani in parte Idolatri. (1)
Di nessun altro Vescovo Tadinate, sia precedentemente sia susseguentemente ai suddetti, ci rimane sicura memoria, sebbene da qualche Autore, se ne citi più d’uno. L’Ughelli, ad esempio, ne nomina altri due, uno dei quali, detto Gaudenzio, anteriore a S. Facondino, avrebbe sottoscritto nel 499 gli Atti del Romano Concilio indetto da Papa Simmaco intorno all’elezione dei Papi, e l’altro, chiamato Cipriano, posteriore al Santo Tadinate, sarebbe intervenuto al Concilio Lateranense del 649, raccolto dal Pontefice Martino 1° contro i Monoteliti. Il primo di essi, cioè il Vescovo Gaudenzio, anche dal Labbè nella sua Conciliorum Collectio e dal Baluze nel Supplemento al Concili del Labbè, è segnato tra i sottoscrittori di quel Concilio come Vescovo di Tadino«Gaudentius Episcopus Ecclesiae Tadinensis » e con tale qualifica viene pure ricordato dall’Holstenio, però con il nome di Laurenzio .
(1) F. ClATTi: Op. di. Vol. Il, pag. 77 – D. DORlO : Op. cit. pag. 39 -L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit., pag. 27 e 39 – G. COLUCCI: Op. cit. Tomo VII, pag. 101 e seg. – L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi, Già cit. pag. 66 – S. BORGlA: Op. cit.- L. JACOBILLl: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria già cit. Tomo II. Foligno 1656. pag. 187 e seg.; Tomo III. Foligno 1661, pag. 375 – Biblioteca Vaticana: Cod. 7853 Già cit., e. 9, 12, 15t, 16, 31t, 36; Cod. Ottoboniano 2666. Già cit., pag. 68 e 69-, Cod. 3921. Già cit., e. 26t, 27; Cod. Urbinate 48. Oià cit., e. 219 – Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. 11. C. 23. Già cit., e. 781,79, 89t a 90t, 106, 106t, 144, 144t – Biblioteca Chigi nella Vaticana: Cod. O. VI. 157,-C. 215t – Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341. Già cit. e. 22b, 38b, 39a, 40a, 40b, 41b, 42a, 86b, 101a bis, della paginazione antica, corrispondenti a e. 24b, 40b, 41a, 42a, 42b, 43b, 44a, 88b, 104a, di quella moderna.
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Ma a proposito di questo Vescovo, farò notare come in alcune altre Raccolte di Concili, ad esempio in quelle edite a Colonia nel 1538 ed a Venezia nel 1585, tra i Vescovi sottoscritti al Concilio di Papa Simmaco nel 499, trovisi invece segnato « Gaudentius episcopus Ecclesiae Tindarinensis » e in un Codice Lucchese del Sec. XI descritto dal Mansi, come attributo di Gaudentius, leggasi poi Gabinatis e non Tadinatis. Così pure, per quanto riguarda il Vescovo Cipriano, tra coloro che nel 649 presero parte al Concilio di Martino I, si riscontra « Cyprianus episcopus Sanctae Ecclesiae Tadduensis » invece di Tadinensis. Trattasi quindi di un Vescovo di Taddua, antica città della Provincia Proconsolare d’Africa, come già notarono i Bollandisti. Un sicuro errore commisero poi altri scrittori, asserendo che il Vescovo S. Facondino prese parte al Concilio indetto da Gregorio I nel 595, dove invece trovasi sottoscritto « Secundinus episcopus civitatis Taurominii, » con il quale certamente si è confuso il nostro Facondino, che per di più, nel 595, doveva ancora venire investito della dignità Episcopale. Così pure non ha alcun fondamento la notizia tratta fuori da altri, secondo i quali un Vescovo chiamato Aprile, sarebbe stato il predecessore di S. Facondino nella Diocesi Tadinate, avendo invece appartenuto Aprile all’Episcopato Nocerino, riferendolo chi a Nocera-Umbra, chi a Nocera dei Pagani. Non va infine taciuto che, nel primo libro delle succitate Epistole di Papa Gregorio Magno, ne esiste una, data nell’Agosto del 591, con la quale Martino « episcopus Ecclesiae Tainatis » viene inviato ad occupare la Diocesi di Aleria in Corsica, cioè «in Ecclesia Alirense». Aleria, oggi distrutta, sorgeva infatti allora sulla costa orientale dell’isola, a sud dell’attuale Cervione. Aggiunge il Pontefice nella sua lettera, che il trasferimento si era reso necessario per essere stata la prima Sede Vescovile, cioè la Ecclesia Tainatis, annientata dai Barbari, senza più speranza di resurrezione: «. . . . hostili feritate occupata atque diruta, ut illuc ulterius spes remeandi nulla remanserit ». Orbene, il Poli, il Duchesne, ed altri ancora, presa in esame questa epistola di S. Gregorio, hanno fermamente identificato il Martino Episcopus Ecclesiae Tainatis, come Vescovo Tadinate cioè dell’Episcopato di Tadino. Data la grande somiglianza di queste due parole, data la facilità con cui i nomi propri nell’antichità subivano modificazioni attraverso le molteplici copie manoscritte dei primitivi testi, l’ipotesi è certo possibile, tanto più che anche oggi, il luogo ove sorgeva l’antica Tadinum, viene dal popolo volgarmente chiamato Taino. Certo però che un gran dubbio permane, poiché a noi appare assai strano il fatto, che un ex Vescovo Tadinate, venisse inviato ad occupare una così lontana Diocesi in Corsica, specie in tempi nei quali le difficoltà di comunicazione erano immense e in cui per solito si saliva alla dignità episcopale a mezzo di elezione popolare, scegliendosi possibilmente il candidato nel Clero della propria Diocesi. Anche l’Hartmann, combatte l’opinione del Poli e del Duchesne, riferendo la Ecclesia Tainatis a qualche ignota città della Corsica. Ma quale? Nessun luogo di questa isola porta oggi un consimile nome; e d’altra parte è mai possibile, che se
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nell’antichità vi fu una città Corsa di questo nome, munita di Vescovato e quindi non d’infimo ordine, possa poi essere scomparsa senza lasciare la più piccola traccia? Sarebbe assai interessante poter chiarire tale questione, poiché se effettivamente si tratta del nostro Tadino, ne viene di conseguenza che nel 591 questa città era già stata occupata dai Longobardi con la distruzione del suo Vescovato. Così si spiegherebbe anche perché, otto anni dopo, Gregorio Magno sentisse il bisogno di riorganizzarlo, per mezzo del Vescovo Eugubino Gaudioso, come poco prima si è detto. (1)
Nessun’altra notizia è a noi pervenuta sulle vicende storiche di Tadino in tutto il tempo che rimase suddita dei Longobardi. Solo si è assai discusso se, dopo di essere stata conquistata per la prima volta da questi, la città più ritornasse in potere dei Greci. Secondo l’autore dell’ Historia antiquae civitatis Tadini e secondo il Cronista medioevale del Codice 341 della Biblioteca Comunale di Assisi, sembra che durante il Pontificato di Gregorio Magno (590-604) e trovandosi Maurizio (582-602) a capo dell’ Impero Greco-Romano d’Oriente, ritornasse a far parte di questo, essendo stata riconquistata dall’Esarca di Ravenna. Anche da qualche Storico moderno, il Leo, il Diehl, l’Hartman ed il Troya ad esempio, si avanzò l’ipotesi che, per effetto della pace stipulata nel 598 tra i Longobardi ed i Greci, Tadino, già conquistata dai primi, tornasse a soggiacere al dominio di questi ultimi. Essi basano la loro opinione sulla presenza, in quest’epoca, di un Vescovato in Tadino e sul fatto che la seconda delle surriportate lettere di Gregorio Magno, è indirizzata al Clero, alla Nobiltà ed alla Plebe Tadinate (clero, ordini et plebi). Da tutto ciò traggono la deduzione, che se Tadino
(1) F. UGHELLI: Italia Sacra. Venezia 1722. Tomo X, pag. 167 – HOLSTENIO: Op. e pag. cit. – Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. 11. C. 23. Già cit, e. 76 (nella Leggenda di S. Facondino, pubblicata dai Bollandisti negli Acta Sanctorum, VI, 28 Agosto ed esistente manoscritta anche nel Cod. 3921 della Bibl Vaticana, da e. 2 a e. 13) – F. LABBÈ : Sacronun Conciliorum Collectio, Firenze 1762. Tomo VIII, pag. 235 e 236; Tomo X, pag. 487, 4S8, 939, 940 – P. B. GAMS Series Episcoporam Ecclesiae Catholicae. Ratisbona 1873 – A. CASTELLUCCl: Op. cit., Capo 1, pag. 14 – Conciliorum omnium tam generaliutn quam provincialum. Venetiis MDLXXXV. Tomo II, pag. 469 e Tomo 111, pag. 3 – Concilia omnia tam gene ralla quam par-ticularia. Coloniae MDXXXVÌll. Tomo I, fogl. 542 – Archivio per la Stona Ecclesiastica dell’Umbria. Foligno 1913. Vol. 1, pag. 569 – G. VALENTINI: Op. cit. – S. BALUZE: Nova Collectio Conciliorum seti Supplementum ad Collectiónem Phil. Labbei. Parigi 1707. Colonna 1461 – O. D. MANSI: Sanctorum Conciliorum et Decretomm. Lncca 1748. Colonna 383 – L. DUCHESNE: Les évèchés d’Italie et l’invasion Lombard (in Melanges d’Archeologie et d’Histoire. Ecole Francois de Rome) Anno XXIII, pag. 93, 94; Anno XXV, pag. 371,392 – X. POLI: La Corse dans l’antiquité et dans le haat moyen age. Parigi 1907, pag. 144 – Monumenta Germaniae Historica. P. Ewald e L. Hartmann. Gregarii I papae Registrimi Epistolarum. Tomo I. Berlino 1891, pag. 96 e 97 (in nota) – COLETI: Correzioni e aggiunte dall’Ughelli. Vol. V, fogl. 96 e seg. (Manoscritto nella Bibl. Marciana di Venezia).
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fosse stata ancora soggetta ai Longobardi, non si potrebbe spiegare la permanenza del Vescovato in quella città e che inoltre il vedere indirizzata la lettera di Gregorio Magno al Clero, alla Nobiltà ed alla Plebe Tadinate, prova che in quest’epoca Tadino era retta secondo le vecchie istituzioni Latine e per conseguenza doveva far nuovamente parte del dominio Greco-Romano. Ma altri Storici obbiettano che, anche senza escludere la possibilità che Tadino fosse tornata alla soggezione dei Bizantini, purtuttavia gli argomenti suddetti non ne danno una prova, anzitutto perché, dopo gli studi del Romano e del Crivellucci, molta luce si è fatta su l’esistenza di Vescovati in terre politicamente soggette ai Longobardi e in secondo luogo perché, sulla guida dell’Hegel, oggi si crede, a proposito dell’Epistole di Gregorio Magno, che l’indirizzo di tali lettere era redatto secondo la formula tradizionale dello stile curialesco, più non corrispondente alla nuova organizzazione politica, ma per abitudine mantenuta dalla Cancelleria Pontificia anche per quelle località che, passate in mano ai Longobardi, più non erano rette dalle istituzioni Latine dell’Impero Greco-Romano d’Oriente. Il Savigny va poi ancora più innanzi e dalla formula clero, ordini, et plebi nelle lettere indirizzate da Gregorio Magno a Tadino e ad altre città Longobarde, ne trae la conseguenza che le popolazioni soggiogate da questi barbari, sotto il nuovo dominio politico, avevano conservato invece intatte le antiche costituzioni Latine.
Anche il Feliciangeli, pur non negando che dopo la tregua del 598 i Longobardi restituirono ai Greci qualcuna delle città che loro avevano tolto, osserva, che se questo avvenne per luoghi che trovavansi fuori del territorio Longobardo propriamente detto, non è possibile abbiano riconsegnato Tadino che sorgeva invece sulla via Flaminia così importante per essi, sentinella avanzata di fronte alla Greca città di Gubbio. Similmente il Crivellucci e il Duchesne, reputano che nel 599, quando cioè Gregorio Magno commise a Gaudioso la riorganizzazione del Vescovato di Tadino, questa città fosse tuttavia Longobarda.
La conclusione si è, che presentemente non ci è possibile stabilire con sicurezza se Tadino, dopo essere stata conquistata dai Longobardi, ritornasse poi, durante il Pontificato di Gregorio Magno, a far parte dell’Impero Greco Romano d’Oriente. Valide sono le ragioni addotte così da chi lo afferma come da chi lo nega, ma nessuna evidente prova ci è data. Solo possiamo dire che, per la sua posizione, Tadino era possesso agognato così dall’una come dall’altra parte, e perciò destinato a passare ora sotto il dominio dei Longobardi ora sotto quello dei Bizantini. Basta infatti riflettere che, per mantenere libere le comunicazioni da Ravenna a Roma, bisognava assicurarsi la padronanza su l’interposto difficile passo dell’Appennino Umbro-Marchigiano attraversato dalla Via Flaminia, e che l’Esarcato Ravennate aveva costituito lungo questo passo un possente sistema di fortificazioni. Ora appunto Tadino era la fortezza che comandava l’entrata in questa ben munita zona
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stradale dalla parte di Roma, cosi come la fortezza di Petra Pertusa (Furlo) ne comandava l’estremo opposto verso Ravenna. (1)
Ma, sciaguratamente per l’Italia, il Pontefice Stefano II volendo poi impedire che Roma e il resto della Penisola, che ancora dipendeva dall’Impero Greco-Romano d’Oriente, cadessero in mano dei Longobardi, nel 754 chiamava in Italia i Franchi, che distruggevano infatti la dominazione Longobarda e si procuravano a loro volta il dominio d’Italia. Così, anche il Ducato di Spoleto e con esso Tadino, venivano in potere dei nuovi invasori, i quali gettavano poi le basi di quell’ordinamento feudale, che per l’avvenire doveva esser cagione di lunghe e ostinate lotte civili e della più sfrenata anarchia. Il Dorio e lo Jacobilli, ci danno per i primi un’interessante notizia a proposito dell’erezione in Feudo del nostro Tadino per opera dei Franchi, ma a dire il vero, noi non sappiamo da quali attendibili documenti essi la ritraessero e perciò siamo costretti a riferirla sotto la responsabilità dell’illustratore dei Trinci e dello storico Folignate.
Affermano essi infatti, che nella metà del IX Secolo, Lotario, Imperatore Franco in Italia, concesse in Vicariato con titolo di Contea, Tadino, Nocera ed altri vicini castelli, a Monaldo I figlio di Mauringo (o Maurizio) a sua volta nato da quell’Ildebrando che si trovò ad essere Duca di Spoleto quando questo Ducato passò dal dominio Longobardo a quello Franco. Il Dorio e lo Jacobilli, in ciò però confermati dal Cronista dell’Historia antiquae civitatis Tadini, affermano inoltre che Tadino rimase a far parte di tale feudo anche sotto i figli e i nepoti di Monaldo I, che, per aver sede nella Rocca Nocerina, ritennero il nome di Conti di Nocera e funzionavano quali Vicari Imperiali dei Duchi Franchi, che allora reggevano il Ducato Spoletano. E appunto di questi tempi, nuove sciagure, per opera dei Saraceni, colpivano la nostra città, dai quali veniva più volte saccheggiata e messa a ferro e fuoco, nelle frequenti incursioni che essi facevano sino all’Italia Centrale, partendosi dalle provincie meridionali dove si erano stabiliti. (2)
(1) C. TROVA: Codice Diplomatico Longobardo. Napoli 1852. Tomo I, pag. 436 – P. EWALD e L. HARTMANN: Op. cit. (Nota alla Lettera di Papa Gregorio Magno). Lib. IX, 184 – C. HEGEL: Storia della costituzione dei Municipi Italiani. Trad. Ital. Milano 1861. pag. 130-131 – B. FELICIANGELI : Op. cit. pag. 66 a 69 – F. C. DE SAVIGNY: Storia del Diritto Romano. Torino 1854. Vol. I», Cap. V, pag. 239 – L. DUCHESNE: Op. e luog. cit. – A. CRlVELLUCCI: Le chiese Cattoliche e i Longobardi Ariani in Italia. In Studi Storici. Rivista di Livorno. Vol. VI, Anno 1897, pag. 102 e Voi. XIII, Anno 1904, pag. 322 – Bibliot. Vaticana: Cod. Ottoboniano 2666 già cit. pag. 27, 57 – E. LEO: Storia degli Stati Italiani dalla caduta dell’Impero Romano fino all’anno 1840. Firenze 1842 (Traduzione dal Tedesco). Voi. I. pag. 36 – C. DlEHL: tudes sur l’admini-stration Bizantine dans l’Exarchat de Ravenne. Paris 1888. pag. 62, 68, 70, 71 – Bibliot. Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341 già cit. e. 35a della paginazione antica, corrispondente a e. 37a di quella moderna.
(2) D. DORIO: Op. di. pag. 28, 34, 131 – L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua diocesi. Già cit. pag. 18 e 69 – F. ClATTl: Op. cit. Voi. II, pag. 136, 143, 162 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 11 – Arch, Storico di Gubbio (Fondo Armanni); Cod. II. E, 18. Già cit, pag. 55, 56 Bibliot. Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341. Già cit. e. 41b, 61a, 65b in nota, 70a, 70b, 78b, Sia, 81b, 91b in nota, 92a, della paginazione antica, corrispondente a e. 43b, 63a, 67b in nota, 72a, 72b, 80b, 83a, 83b, 93b in nota, 94a, di quella moderna.
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Succedevano però ai Franchi gli Imperatori Germanici nel dominio d’Italia e anche il Ducato di Spoleto e per conseguenza Tadino, cadevano nelle loro mani, maturandosi in tal modo quegli avvenimenti che poco dopo dovevano decidere della sorte della nostra sventurata città, per la quale si appressavano infatti gli ultimi giorni. Il Dorio, lo Jacobilli ed il Gatti, quasi contemporaneamente, trassero fuori una notizia riguardante la finale distruzione di Tadino, senza però citare, neppure questa volta, da quali autorevoli fonti la ritraessero, ed è perciò sulla loro fede, in verità alquanto dubbia, che siamo costretti di riferirla: A Roma, il valoroso Console Crescenzio insorgeva contro gli Imperatori Tedeschi e preparava la rivoluzione per rendere il Papato e la Città Eterna indipendenti dall’Impero Germanico, e la fazione di Crescenzio, secondo quanto scrissero l’Autore dell’Historia antiquae civitatis Tadini e più tardi i tre storici sopra accennati, sarebbe stata potentissima in Tadino, tantoché sin da principio la città, ribellandosi ai Conti di Nocera, che militavano sotto le insigne dell’Imperatore, si sarebbe dichiarata fedele seguace del coraggioso Romano e ne avrebbe seguito con ardore la causa. Ciò doveva immancabilmente attirare su di lei l’ira del potente Imperatore Tedesco e dei suoi partigiani e infatti nel 996, prima ancora che lo sventurato Crescenzio pagasse con la vita i suoi sogni di potenza e di gloria, secondo quanto affermano il Dorio, lo Jacobilli ed il Ciatti, era assaltata dalle soldatesche di Ottone III, che per la prima volta calava in Italia, e ferocemente veniva distrutta sino alle fondamenta, insieme ad altre vicine città che ne avevano condivise le aspirazioni, parteggiando per il patrizio Romano. Ma notevole è il fatto che in nessuna delle nostre Cronache e Agiografie Medioevali, che pur tanto diffusamente trattano delle ultime tristi vicende storiche Tadinati, si faccia cenno di questo finale episodio della distruzione di Tadino per opera di Ottone III. Al contrario, in esse concordemente si attesta che la Città , dopo l’elezione del Vescovo Facondino, per l’opera benefica di questo, per essere sopravvenuta una tregua nelle incursioni barbariche, era alquanto risorta dallo stato di rovina e di desolazione in cui gli stessi Barbari l’avevano prima ridotta; ma che fu quello un vano risveglio, una breve resurrezione, poiché in seguito, dopo la morte di quell’illustre prelato, per la nuova invasione dei Longobardi, a cui si aggiunsero lunghe e spietate lotte civili tra i cittadini, rapidamente di nuovo decadde fino a scomparire del tutto, come tante altre città Umbre, nelle fosche tenebre del Medio-Evo. Ma è però necessario notare che, d’altra parte, nelle surricordate Cronache e Agiografie, quasi senza eccezione, si fa memoria di lapidi rinvenute allora tra le rovine di Tadino, che recavano scolpito il nome di Crescenzio, con qualifica
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regale, e nelle stesse Cronache si discute se costui potesse essere stato per l’appunto il ribelle patrizio Romano. Ad esempio nel già citato Codice Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) sempre a proposito di Crescenzio, si accenna ad una lapide rinvenuta a Tadino portante quel nome: Utrum vero, scrive il Cronista, iste Crescentius miser supradictus Rex falsus qui regnavit in Roma circa annos Domini octuigentos nonaginta novem et sic male perijt, utrum ipse fuerit, cuius nomen sic sculptum in quodam magno lapide vidimus dicens ita : CRESCENTIO REGE OPTATO ; qui lapis inter ruinas destructae civitatis Tadinati in Ecclesia plebis Tadinate in pavimento per longa temporum curricula iacuit fìxus; nullum vero alium Regem vel Imperatorem in Romanis historiis et cronicis nominatum Crescentium invenimus, nisi istum forte qui sic fuit, quia vir iniquus gloria et laude cupidus nomen suum in titulis scribi fecit lapideis et supponi in civitatibus, super quibus male regnavit. Così pure nel Codice II. C . 23 più volte nominato (Leggendario di Santi già nel Convento di S. Francesco in Gualdo) si leggono a tal proposito i periodi che seguono : « . . . et Crescentius rex praefuit in ipsa patria (nell’Umbria) sicut in titulo magni lapìdis Tadinatae civitatis sculptis licteris scriptum vidimus »; «… tabulas vero marmoreas sculptas exaratas licteris regem Crescentium … et plures alias nominabant et regiones et ipsam Tadinatum civitatem, sicut vidimus quando inventae fuerunt inter ruinas lapidum ».Similmente, nel noto Codice II. E. 18 dell’Archivio Storico di Gubbio (Memorabilia civitatis Eugubij et aliarum urbium in Umbria) è detto:
«… Crescentium vero regem in lapidibus Tadinati descriptum vidimus, qua vero tempore fuerit, ignoramus ». Finalmente, nel ricordato Codice del XIV Secolo, N. 341 della Biblioteca Francescana annessa alla Comunale di Assisi, sta scritto: «… Utrum vero iste Crescentius fuerit rex ille, cuius nomen sculptum invenimus in lapide magno Tadinati destructi ignoramus vel alias rex dia ante. Utrum iste Crescentius ante quani papam expelleret et rebellaret imperatori in Umbria Valeria i. e. in ducatu Spoletano regis vel ducis seu rectoris officium prò Romanis habuerit, determinatum non invenimus, licei sic potuerit esse, quia, cum esset maximus inter Romanos, nunc in una patria nunc in alia dominium optinebat ».
E’ possibile che da queste semplici notizie, il Dorio, lo Jacobilli ed il Ciatti, che quelle Cronache consultarono, abbiano dedotto il su descritto episodio della distruzione di Tadino per opera di Ottone III ? Non è ciò ammissibile, e se, come è più probabile, essi lo trassero da antichi documenti oggi perduti od irreperibili, allora il Crescenzio ricordato nelle lapidi Tadinati, potrebbe benissimo essere stato lo sfortunato Console e Patrizio Romano. Ma certo è che, dopo la completa e definitiva rovina di Tadino, il suo territorio da Ottone III venne riconfermato in Vicariato ai Conti di Nocera, nella persona di Monaldo II, fedele Capitano e seguace dell’Imperatore, dai quali Conti, appunto in quell’epoca, originarono i Trinci e gli Atti, le due potenti famiglie che rispettivamente per secoli dominarono Foligno e Todi.
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Con la scomparsa di Tadino cessava di esistere anche la sua sede episcopale, la quale infatti nel 1007, fu riunita con le sedi episcopali di altre tre vicine città, anch’esse distrutte dagli invasori e cioè Usenti, presso Lanciano di Nocera, dove nella Parrocchia di S. Biagio, esiste ancora una Chiesa detta S. Maria di Usenti, Rosella presso Sassoferrato, dove già sorgeva la vetusta Sentinum e Plestia presso Colfiorito di Foligno. Così riunita, la sede della Diocesi Tadinate veniva poi riportata a Nocera, con a Vescovo Adalberto, Monaco del nostro primitivo Monastero di S. Benedetto e anch’esso della stirpe dei Conti Nocerini. Pochi abitanti che, subito dopo la distruzione di Tadino, tornarono a costruire le loro dimore sulle desolate rovine della città, ivi eressero anche, con l’aiuto del Clero e mediante i ruderi dell’antica Cattedrale Tadinate, la Chiesa così detta di S. Maria di Tadino, ora scomparsa, ma di cui si fa spesso memoria nelle Cronache Medioevali, che fu sede di Arcipresbiterio Plebano e della quale in seguito tratteremo. (1)
Oggi, là dove sorgeva Tadino, verdeggiano i campi e passa lento l’aratro e invano si cercherebbe un resto e un vestigio dell’antica città, ruderi e vestigia che esistevano ancora in gran copia nei primi anni del Sec. XIV e che troviamo persino descritti dai compilatori delle nostre più volte citate Cronache e Agiografie Medioevali, i quali vivevano appunto in quel tempo. Così nella Historia antiquae civitatis Tadini leggiamo «… homines renati terras incultas excolebant et solum Tadinati excolentes, ruinas murorum et aedificiorunt ILCI minabant, ubi inventa sunt pavimenta lapillis
(1) F. UGHELLI : Op. cit. Tomo I, pag. 1063 e seg. – P. CASTELLANO: Lo Stato Pontificio. Roma 1837. pag. 372 – S. BORGIA: Op. cit. – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 11 e 14 – ANONIMO MILANESE: Op. cit. – Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. VI. 6, e. 545; Cod. A. II. 16, e. 107; Cod. A. V. 5, e. 625 e 626; Cod. C. IV. 6, e. 61, 63t, 85, 86 – G. MORONl: Dizionario di erudiziene storico-ecclesiastica. Vol. XLVIII. Venezia 1848. pag. 63 – L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 35, 45, 70 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Già cit. Tomo II. Foligno 1656. pag. 187, 201; Tomo III. Foligno 1661. pag. 301 e seg. – D. DORIO: Op. cit. pag. 38 – F. ClATTl: Op. cit. Voi. II, pag. 77, 168, 175 – D. ALFEJANO: Op. cit. pag. 198 (in nota) – R. COSTANTlNl: L’Umbria Verde. Sigillo, pag. 8 e seg.- L. JACOBILL!: Cronica della Chiesa e Monastero di S. Croce di Sassovivo. Foligno 1653. pag. 161 M . MORlCI : « Greve Giogo » di Nocera Umbra e Gualdo Tadino (In Giornale Dantesco. Anno VII, Quaderno Vili, pag. 353 e seg.) – Biblioteca Vaticana: Cod. 3921, e. 27t e 28; Cod. 7853 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) e. 8t, 31t, 32, 32t, 36; Cod. Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) e. 29, 35, 41, 42, 45a 48, 55, 57, 58, 67a 69, 73a 75; Cod. Urbinate 48, e. 219t; Cod. Chigiano G. VI. 157, e. 215 e 216 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. li. E. 18 (Memorabilia civitatis Eiigubij et aliarum urbiuni in Umbria) pag. 28, 33, 64; Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già appartenente al Convento di S. Francesco in Gualdo) e. 90t, 99, 99t, 101t, 104t a 107, 108t, 112t, 113, 137, 143t, 144 – Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341, e. 86a, 92a, 95a, 101 bis (in nota) della paginazione antica, corrispondenti a e. 88b, 94a, 97a, 104a, di quella moderna.
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diversorum colorum in cemento infixis depicta, lapides marmoreos candìdos scultos et frustra columnarum marmoris et magnos lapides portarum civitatis et monetae multae aeris cum figuris et litteris Impe-ratorum et anuli aurei, argentei, cum gemmis reperti sunt ibi, et multa alia sicut nos vidimus …» Similmente nel Leggendario dei Santi, che esisteva nella nostra Chiesa di S. Francesco, troviamo scritto : «… Nos vero temporibus nostris, ecclesiam ( la Cattedrale di Tadino) destructam et in maceriem reductam vidimus, columnas marmoreas in frustra confractas et bases et lapides marmoreos sculptos et spigulatos qui fuerunt portae ipsius ecclesiae et trebunam magnani posteriorem huius rotundam cuius nos muros fundamenti magnis tapidibus compositos vidimus, in ipso colle capite civitatis; quae civitas per ipsum collera et planitiem sita erat per cuius medium via regia et imperialis Flammea per agrum publicum missa, directe a Roma usque in partes ultramontanas. Et rumas ipsius civitatis vidimus …. Pavimenta vero ipsius civitatis vidimus nos lapidibus diversorum colorum in cimento fixis et constructis quasi mosayco opere, vasas rotatas et pictas et alia plura decora in pavimento apparebani; lapides vero marmorei candidi plures inde ablati in Perusium portati fuerunt in Ecclesiam et sepulchrum magnificum in lila summi Pontificis constructum fuit et Ecclesia ornata, tabulae vero marmoreae sculptae, exaratae licteris, Regem Crescentium et Scipìonem Comilem . . . et plures alias nominabant et regiones et ipsam Tadinatum civitatem, sicut vidimus quando inventae fuerunt inter ruinas lapidium ». (1)
Anche oggi, sebbene per secoli il lavoro umano abbia sconvolto e ricercato quel suolo, tornano di tanto in tanto alla luce, sotto la zappa e il vomere dell’agricoltore, le più svariate anticaglie, idoli, armi, medaglie, monete consolari e imperiali d’oro, d’argento e di bronzo, fibule, anelli e mille altri utensili e ornamenti, nonché avanzi di antiche stoviglie, acquedotti in muratura ed in piombo, rozzi mosaici, tombe, ruderi di colonne e fondamenta di edifici. Anzi, in alcune camere sotterranee, si ritrovò persino una grande quantità di legumi e di frumento disseccato ed annerito, ma ancora riconoscibile dopo nove secoli di esistenza. Moltissime iscrizioni e sculture furono pure rinvenute sul suolo Tadinate, ma per l’ignoranza dei tempi e l’incuria delle popolazioni, come tutti gli altri oggetti, andarono per la maggior parte disperse e perdute. Due di esse e cioè una scultura ed un’epigrafe, si conservano oggi murate sulla parete di un corridoio nel Palazzo Municipale: La scultura consiste in una fronte di sarcofago, rappresentante in mezzo la figura di un uomo barbuto, chiusa in un medaglione, portato sulle spalle da Atlante e sostenuto ai lati da due grandi Eroti volanti. Sotto questi, giacenti al suolo, a destra Oceano ed a sinistra la Terra con la cornucopia.
(1) Biblioteca Vaticana: Cod. Ottoboniano 2666. Già cit., pag. 44, 45, 59 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armarmi): Cod. li. C. 23. Già cit., da e. 112 a 113; Cod. II. E. 18. Già cit. e, 60.
27 – PARTE PRIMA – Storia Civile
Nell’estremità destra del marmo, Minerva che posa il piede sopra la civetta, porta l’elmo e l’egida a doppio chitone ed ha accanto un alloro; nell’estremità sinistra Apollo con la lira. L’epigrafe poi, trascritta anche dal Bormann, nel Voi. XI del C. I. L. porta scolpite le seguenti parole:
DIS. MAN. S.
HIC. SEVERA. SITA. EST. VIRVS1. NEPOTVLA. CARA
QVAE. IAM. VIX. VITAE. TRES. INPLEVERAT. ANNOS
QVOS. INMATVROS. ABSTVLIT. MORA. GRAVIS
RAPTA. PATRI. ET. MATRI. RAPTAQVE. DVLCIS
AVIAE. HIC. CIRCVM. ME. POSITI. SOROR
ET. FRATER. QVORUM. FLEVERE. PARENTES
F. C. VIR. VER.
Altri tre frammenti lapidari, provenienti dalle rovine di Tadino, sono murati sulla parete di un corridoio, presso la Sacrestia della nostra Chiesa di S. Benedetto, e vi si legge:
……….PVNI. I
……….SERVAT
……….IE. QVITI……………D.A.F.P…………..DE. E ……….
……….RIMINA
……….BOS
Anche il Borgia, nella già citata Opera, dopo avere illustrato varie anticaglie scavate ai suoi tempi in Tadino, ricorda alcune lapidi ivi rinvenute, le quali, dopo essere state conservate per lungo tempo nel cortile dell’Abbazia di S. Benedetto, andarono in seguito disperse, per cui credo utile di riportarle qui appresso:
M. AVRELIO. PROCVLO. EX. EVOKK AVRELIA CRESPIA
AVGG. NN. ………………………………………………..MARITO. INCOM
PARABILI. ADQ DVL
CISSIMO. MEMORIAE
CAVSA. HVNC. TI
TVLVM. POSVIT
Queste due epigrafi, che il Borgia suddetto ci da separate e indipendenti l’una dall’altra, così come io le ho qui sopra trascritte, sono state invece pubblicate dal Bormann riunite in una sola e cioè formanti un unico testo.
Altre due epigrafi citate dal Borgia, sono le seguenti e la seconda di esse era incisa su di una pietra a forma di piramide ed era ripetuta in ciascuna delle tre facce:
…… F. … ……………………………………………………….FETA
.. I… C. … ……………………………………………………..GRAM
SER. TET. C. F D D ………………………………………ATON
E ricorderemo infine quest’ ultima iscrizione, similmente andata perduta: AVERVSIE. FIL. CAII. SEC.
Varie iscrizioni Tadinati ci hanno tramandato anche i nostri Cronisti Medioevali, iscrizioni che però faccio a meno di riferire, poiché in
28 – PARTE PRIMA – Storia Civile
maniera scorretta sono a noi pervenute negli antichi manoscritti che possediamo. (1)
Altri avanzi marmorei, vennero un tempo trasportati in Perugia, per servire all’abbellimento di varie chiese, nonché alla costruzione del monumentale sepolcro di Papa Benedetto XI nella Chiesa di S. Domenico, al quale fatto accenna appunto il brano di Cronaca Medioevale qui poco prima trascritto. Il Borgia suddetto, ricorda infine la scoperta fatta il 23 Aprile 1750, degli avanzi di alcune Terme, delle quali faceva parte un pozzo stretto e profondo, che vuotato delle macerie, lasciò zampillare nel suo fondo gran copia di un’acqua la quale, per l’esperienza popolare, ebbe ed ha ancora fama di possedere non disprezzabili proprietà medicamentose. Notevole è il fatto, che non ignota era tra noi l’esistenza di queste perdute sorgenti, tanto è vero che persino il General Consiglio Gualdese, con Risoluzione del 5 Settembre 1540, ordinava che si ricercassero gli antichi Bagni di Tadino a pubbliche spese, ed il 28 Agosto dell’anno seguente, il Cardinal Camerlengo di S. Chiesa, con l’annuo censo di una libbra di cera, concedeva a Gentile Sassolo da Gualdo, l’eventuale esercizio dei Bagni di cui si sperava il ricupero. Ma tali ricerche o non furono più fatte o non condussero alla desiderata scoperta. Avvenuta questa, come poco sopra si è detto, per puro caso nel 1750, dopo non molto tempo, nel 1752 ed in seguito anche ai 22 di Settembre del 1754, tornava di nuovo ad occuparsene lo stesso General Consiglio, proponendosi di ricostruire in quel luogo un pubblico Bagno, la qual cosa però mai ebbe attuazione. (2)
Distrutta affatto la città di Tadino, la popolazione si disperse nel territorio circostante, rifugiandosi presso i numerosi Castelli che in questo, specie sulle alture ai piedi dell’Appennino, erano sorti per opera di numerosi feudatari stranieri, i quali, primieramente pervenutivi in qualità di Capitani negli eserciti che al seguito degli Imperatori Tedeschi scendevano in Italia, vi avevano ottenuto da questi dei Feudi e vi si erano perciò fermati prendendovi stabile residenza. Fu così che, intorno a questi Castelli feudali e alle dipendenze degli stessi, si formarono dei piccoli borghi e cioè quei ridenti villaggi che anche oggi vediamo disseminati qua e là nel territorio Gualdese specie, come ho detto, lungo le radici dell’Appennino. Ma la maggioranza della popolazione Tadinate si raccolse nella vicina Nocera, che già percossa essa pure dalla tempesta barbarica, nell’immigrazione Tadinate attinse per risorgere novelle energie. L’esodo dei Tadinati in Nocera è confermato anche
(1) E. BoRMANN: Corpus Inscriptionum Latinarum. Inscriptiones Aemiliae Etruriae Umbriae Latinae. Berlino 1901 – S. Borgia: Op. cit. Parte II. Paragr. VII.
(2) J. A. CRAMER: Geographical and historical description of ancient Italy . Oxford 1826. Vol. 1, pag. 267 – Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1572 al 1762, e. 70 – S. Borgia: Op. cit., Parte II, Paragr. IX.
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dall’Anonimo Agiografo, che nel Secolo XIV scrisse una Vita beati Rainaldi (S. Rinaldo Vescovo di Nocera) la quale oggi conservasi nel già citato Codice Manoscritto 3921 della Biblioteca Vaticana e nel Codice 91 della Biblioteca Alessandrina di Roma. Egli così infatti si esprime in proposito: « …. Aliqui pauperculi homines Thadinati destructi totius regionis silvestris et desolate, congregati insimul, consilio habito inter se reconstrui nucerinam arcem exterminatam, restauraverunt et fortificaverunt [eam] in suum reductum et refugium : tantum ne barbari et Saraceni, si ulterius discurrerent, eos opprimere nec capere possent. Et ita Nuceriam restauraverunt et Tadinatam civitatem in ruinis reliquerunt, nec ultra ad Illam redierunt». E presso a poco nello stesso modo, si esprime l’altra già ricordata Cronaca Umbra esistente nel Codice 341 della Biblioteca Francescana annessa alla Comunale di Assisi, Cronaca che al foglio 96 (92 della paginazione antica) porta scritto: « In planitie enim, que Umbria antiquitus dicebatur et ducatus nunc dicitur Spoletanus, plures civitates destructe nunquam restaurate fuerunt ; et iste fuerunt Martana, Lucana, Trevia, Forum Flamineum, Plestea, Usentula, Rosella, Luciolum, Tyberina, Tadinatum et Eugubia Plana; sed de Eugubia Eugubium in monte reformatium est, de Tyberina Castellum, de Rosella Saxum Ferratum, de Foro Flamineo Fulgineum, de Tadynato vero pluries restaurato et circa estrema tempora totaliter derelicto, Nucerina arces fortissima aucta fuit et eius episcopatu insignita …… Tadinato derelicto dispersi Tadinenses per castellala deinceps habitaverunt sub regimine Comitis, qui in Nuceria annuatim ponebatur a republica romanorum principum et pontificum transmissi et sub duce ducatus Spoletani».
Anche il territorio Tadinate, rimase sotto la giurisdizione dei Conti di Nocera che ancora dipendevano dal Ducato di Spoleto ed ai quali, già si disse essere stato concesso in Vicariato dall’Imperatore Franco Lotario e poi riconfermato dal Tedesco Ottone III.
Anzi, una Cronaca Medioevale citata dal Dorio nei suoi manoscritti della Biblioteca del Seminario di Foligno, ci da modo di riconoscere esattamente come venne diviso il territorio in discorso tra due figli del Conte Nocerino Monaldo III, cioè Vico detto Lupo ed Offredo. Vico adunque ebbe in feudo, con le vicine terre di Fossato e Sigillo, anche la porzione del territorio Tadinate che oggi costituisce il versante occidentale od Umbro dell’Appennino Gualdese e ad Offredo toccò invece la restante parte del territorio formata dalla catena di colline che, sempre verso ponente, fronteggiano parallelamente l’Appennino stesso. I due domini restavano così divisi dai torrenti Rasina e Sciola. Tutto ciò è facile asserire, poiché molti dei Castelli, nelle suddette Cronache nominati come possedimenti feudali dei due fratelli, trovano ancora oggi riscontro in località della nostra regione. Nel Feudo di Vico, andando da Nord a Sud, troviamo infatti successivamente indicati: Palatiolum (oggi Palazzolo), Chategium (Categge), Castrianum (antico nome del Rio Vaccara e della località circostante), Morum (Mori, dove furono recentemente ritrovate le tracce del vecchio fortilizio), Plebea (Rocca Flea, Pigneolum (Castello che sorgeva sopra Rigali),
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Corsicum (Corcia), Puetulum (Roveto), Castilionum (Monte Castiglione) e Gaifana (anche oggi così chiamata sulla via Flaminia e che pare originasse da un vetusto tempio Romano, Caii Fanum, cioè Tempio di Caio, donde poi corrottamente Gaifana). Nel Feudo di Offredo, proseguendo nella stessa direzione, vi è invece Camera (Monte Camera), Capraria (Caprara), Cisterna (Monte Citerna), Compressetum (Pieve di Compresseto), Friccum (Frecco), Grellum (Grello), Mons Ramponis (Monte Rampone), Moranum (Morano), Casaleum (Casalemme?), Serpillianum (Serpigliano), Lacenanum (Lanciano), Portanum (Partana) ecc. Anche nell’Historia antiquae civitatis Tadini, si accenna alla divisione del territorio Gualdese nel modo suddetto, senza però indicare i nomi dei feudatari. E qui mi si permetta una breve digressione per far notare l’antichissima origine dei numerosi piccoli borghi sparsi nel territorio Gualdese o ai suoi confini e che hanno tutti, qual più qual meno, una nascita medioevale. Infatti i loro nomi attuali, come del resto anche quelli di alcuni fiumi, monti e di molteplici località della regione, si riscontrano spesso, quasi immutati, nei nostri più vetusti documenti d’archivio. Oltre ai luoghi che qui sopra abbiamo visto ricordati in epoca anteriore al 1100, molti altri, risultanti da documenti di poco posteriori possiamo citare. Ad esempio, in una Bolla di Adriano IV, del 16 Marzo 1156, già appare l’attuale denominazione di Crocicchio; in altra Bolla di Alessandro III, del 4 Agosto 1169, ritroviamo i vocaboli di S. Savino al Serrone, Fabbrica ed Umbrano; in una terza Bolla di Clemente III, del 6 Maggio 1188, leggiamo i moderni nomi di Voltole e Nasciano ed in una quarta Bolla di Celestino III, data a Roma il 12 Novembre 1191, riscontriamo Pastina, Santa Croce, Pierle ed il fiume Rasina (Rosciola). Inoltre, Colle Mincio e Branca, stanno già in un Istrumento del 28 Marzo 1149; il fiume Chiascio (Clascio) ed il torrente Saonda (Sabunda) si riscontrano rispettivamente in Atti del Novembre 1141 e Gennaio 1153; la località Coltaccone risulta da un documento dell’Ottobre 1130 ed i villaggi di Categge e Genga, vedonsi ricordati in contratti che risalgono per il primo al Novembre 1157 e per il secondo al Novembre 1168. Il vocabolo Ranco, trovasi poi in una pergamena del 1 Novembre 1231, il predio Cajano in un rogito del 15 Ottobre 1235, Cerqueto in uno del 27 Febbraio 1236, il fiume Sciola in uno del 19 Ottobre 1245, Monte Camera in una carta Fabrianese del 5 Aprile 1257, Carbonara in un documento del 9 Marzo 1274 e Patrignone in un altro Atto Fabrianese del 1286. Dopo di che, credo inutile varcare la soglia del Secolo susseguente, per meglio confermare il mio asserto; basti soltanto dire che, sfogliando gli innumerevoli Atti del nostro Archivio Notarile antico, i quali hanno appunto principio col XIV Secolo, anche senza occuparci dei più importanti villaggi e castelli, ivi ritroviamo, sin da quel tempo, qua e là citati, quasi tutti i molteplici semplici vocaboli del territorio Gualdese.
Come già si è accennato, la maggior parte dei castelli e dei borghi circostanti a Gualdo, ebbe origine dalla dispersa popolazione della distrutta Tadino, popolazione che, dopo quasi un secolo di vita
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travagliata e randagia, erasi fusa con quell’elemento straniero, specialmente Longobardo, che nelle precedenti invasioni aveva stabilito ferma dimora in questa regione come in tante altre parti d’Italia. Ma, sia per liberarsi dalle angherie e dalle spogliazioni dei feudatari, nonché dal dominio dei Conti di Nocera, sia per rinnovellata brama di patria, i discendenti degli esuli Tadinati spontaneamente cominciarono man mano a riunirsi, per ricostruire un proprio indipendente Castello. (1)
Ciò avveniva intorno alla metà del Secolo XII, di quel Secolo che diede vita a tanti paesi Italiani, risorgenti all’ombra delle Abbazie e dei Manieri feudali, sulle rovine di vecchie città annichilite dai Barbari. In quell’epoca, esisteva una ricca Abbazia intitolata a S. Benedetto, presso la riva destra del fiume Feo, a mezza strada tra la Porta Civica Gualdese di S. Benedetto (Porta di sotto) e l’attuale Stazione Ferroviaria e propriamente in quel rialzo di terreno che tuttavia osservasi tra il predio denominato Pomaiolo e la Chiesina di S. Maria di Rote, rialzo dove, sino a pochi anni fa, erano ancora visibili, a fior di terra, le fondamenta di antichi edifizi. Tale Abbazia, come più diffusamente si narrerà nel Capitolo ad essa dedicato, era stata costruita nel principio del X Secolo da quei feudatari che, sotto il nome di Conti di Nocera, già vedemmo ricevere in Vicariato dall’Imperatore Lotario, il Feudo Nocerino, insieme al territorio Tadinate, ed oggi più non esiste, solo rimanendo alla località il nome di S. Benedetto Vecchio, per essersi in seguito stabiliti quei Monaci in altro luogo. In tempi cotanto calamitosi, nei quali la forza si sostituiva al diritto ed aveva ragione di tutto, quelle antiche Abbadie, moralmente e materialmente potenti, vere custodie dell’antica civiltà, fari luminosi nelle dense tenebre del Medio-Evo, potevano offrire un sicuro e rispettato rifugio; non fa quindi meraviglia di vedere i Tadinati rivolgersi appunto all’Abbate della Badia di S. Benedetto, che era allora Jacopo, figlio di Rinaldo d’Alberico di Rinalduccio o Ranuccio, appartenente a nobile famiglia già da tempo stabilita nella regione
(1) F. CIATTI: Op. cit. Voi. II, pag. 93 – M. SARTI: De Episcopis Eugubinis. Pisa 1755. pag. 13, cap. I (in nota); pag. 66, cap. IV; pag. 84, cap. VI
– Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli) : Cod. A. VI. 6, fogl. 545; Cod. A. II. 16, fogi. 107; Cod. A. V. 5, e. 625; Cod. C. IV. 6, e. 60t, 61, 84t – G. CALINDRI: Saggio Statistico-Storico del Ponteficio Stato. Perugia 1829. pag. 281 – L. ALBERTI: Op. cit. pag. 89 – L. JACOBILLI: Di No¬cera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 36 D. DORIO : Op. cit. pag. 44, 95 e seg. – L. JACOBlLLl: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo I. Foli¬gno 1647. pag. 13 e 14; Tomo li. Foligno 1656. pag. 201 – P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200. Documenti N. 126, 181, 216,231,303, 412 (in Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Foligno 1915. Vol. Il)
Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. N. 20, 24,32 – MlTTARELLl e COSTADONI : Annali Camaldolesi. Appendice al Tomo IV. Venezia 1759. pag. 168 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. C. 23, e. 105t, 106, 106t – Biblioteca Vaticana : Codice Chigiano O. VI. 157, e. 227t; Cod. Urbinate 48, e. 220; Cod. 7853 (Lezionano già della Chiesa di S. Facondino in Gualdo) e. 32, 33, 36; Cod. Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 43, 54, 55, 69, 73, 75, 76.
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Tadinate nei dintorni dell’antica Pieve di S. Facondino, ma a quel che pare derivante dagli Atti, feudatari di Todi, affinchè desse loro permesso di riunirsi intorno al suo Monastero ed ivi costruire le proprie abitazioni. Acconsentì non solo di buon grado l’Abbate, che ben conosceva quanti vantaggi da un tal fatto l’Abbazia avrebbe in seguito potuto trarre, ma ottenne anche, per i Tadinati, l’aiuto materiale della sua potente famiglia. Attrasse perciò a sé le genti sparse in quella regione, promettendo loro protezione e difesa, offrendo le terre circostanti all’Abbazia per fabbricarvi le nuove dimore; per questo scopo concorse con ogni suo mezzo e offrì lavoro ai novelli abitanti, specie con la coltivazione degli estesi terreni Abbaziali, per la maggior parte incolti e boscosi. In tal modo, con i ruderi del non lontano Tadino, sorse intorno alla Badia e presso l’antichissima Rocca Flea ad essa sovrastante, un nuovo borgo che chiamato Gualdo, si popolò in breve tempo e venne fortificato alla meglio con mura e fossati. Incerto è l’anno preciso in cui questo avvenne, sebbene lo Jacobilli ed altri storici Umbri del Seicento, per tale fondazione assegnino la data 1180. Tale anno è effettivamente indicato, nella nostra medioevale Historia antiquae civitatis Tadini, come quello in cui questo Castello venne per la prima volta fondato. Leggesi in fatti in essa, a pag. 52: « …. et postea ibi anno domini 1180 castrum Gualdum aedificatum est». Giova però notare che nel Leggendario dei Santi un dì esistente nel Convento di S. Francesco in Gualdo, a e. 112t, leggonsi invece queste precise parole: «…et Gualdum ibi erat circa annos domini MCLXXX ». Vi è quindi notevole differenza tra le due espressioni: La prima attesta che nel 1180 fu edificato il Castello, la seconda fa semplicemente la constatazione che in quell’anno, lo stesso, esisteva già. Quest’ultima espressione noi dobbiamo ritenere più esatta, ed è infatti da credere che questo primitivo Gualdo, avesse origine qualche tempo innanzi il 1180, poiché ci consta che nel 1155 già esisteva tanto è vero che vi si fermò e pose il campo, con il suo numerosissimo esercito, Federico I Barbarossa, mentre era diretto contro la vicina città di Gubbio e che vi ricevette gli Ambasciatori Eugubini con il Vescovo Ubaldo, venuti umili e reverenti per pregare l’Imperatore di deporre, come infatti fece, ogni intento di aggressione verso la loro patria. Anzi, a tal proposito, il compilatore del già citato Leggendario dei Santi, nella Leggenda di S. Ubaldo, così si esprime:
« Demum Fredericus, supplantata Spoleto, per Ducatum transiens terras alias subigendo appropinquavit Eugubium et cum Gualdum in plano iuxta sanctum Benedictum esset pauperculum vallis et sepibus circundatum, ad petitionem sancti Ubaldi, Fredericus Imperator Eugubinos recepit… ».
Cerchiamo ora di stabilire con precisione quale governo si fosse scelto questo primo nucleo della città nostra. A prima vista potrebbe pensarsi che fosse stato retto non solo spiritualmente, ma anche con giurisdizione temporale dall’Abbate di S. Benedetto, poiché è frequente il caso di Badie Medioevali che, rappresentate dal loro Abbate, a somiglianza dei nobili feudatari, avevano pieno dominio civile ossia giurisdizione feudale, sui villaggi esistenti
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vicino all’abbazia stessa. Ma, dal contesto di un documento che illustreremo tra poco e cioè l’Atto della sottomissione di Gualdo a Perugia avvenuta nel 1208, risulta invece che i Gualdesi, senza dipendere da alcun feudatario, sia ecclesiastico che laico, sin dai primi tempi si costituirono un governo proprio e indipendente, con libere istituzioni Comunali, avente a capo uno o più Consoli.
Ho scritto, poco prima, che questo nuovo Castello venne chiamato Gualdo e mi affretto ora ad aggiungere, che assunse spontaneamente tale nome, perché era sorto in un luogo già precedentemente detto Waldum o Gualdum, volgarmente Gualdo, parola del basso Latino che con il significato di selva, appartenne alla nostra lingua sino al Secolo XIV e che deriva dalla voce Germanica Wald, che pure significa selva, e ciò per essere appunto quel luogo incolto e boscoso. E che tal nome preesistesse in quella località alta fondazione del nostro paese, ce ne fa fede l’autore dell’Historia antiquae civitatis Tadini, quando scrisse che i Tadinati costruirono « castrum pauperculum in fundo illo qui ab antiquo vocabulo Gualdum dicebatur, juxta Monasterlum Sancti Benedicti. » Infatti, noi troviamo ricordato questo vocabolo nella regione Tadinate, anche precedentemente all’epoca in cui ebbe origine la città nostra. Ad esempio, in una Bolla diretta da Papa Innocenzo II, nel Maggio del 1139, ai Monaci della celebre Abbazia di Fonte Avellana, tra i beni temporali che nella Diocesi di Nocera erano sottoposti alla giurisdizione dell’Abbazia suddetta, si nomina anche una Plebs S. Marie de Gualdo. Similmente in una pergamena dell’Archivio del Monastero di S. Secondo in Gubbio, con la data 13 Dicembre 1191, è contenuto un pubblico Istrumento che si indica come rogato « in phoro de Waldo ». Poco sopra indicammo quale sia l’etimologia del vocabolo Gualdo e basta risalire alle nostre primitive fonti storielle, per averne una sicura conferma. Ad esempio, nel suddetto Leggendario dei Santi del Convento di S. Francesco, nel Capitolo : « De antiquis historiis latinorum paganorum et quomodo ad fidem christi conversi fuerunt » si legge che l’antica Abbazia di S. Benedetto«constructam fuerat in silvestri fundo, vocabulo Gualdo .. . quia silva ibidem condensa erat. .. et juxta ipsum monasterium, opidum cum paupercolis domunculis facerent. .. et ipsum castrum, Gualdum appellaverunt, ex nomine laci illius, qui Gualdum in theotonica lingua vocabatur, quod in latina lingua stiva interpretatur eo quod silva condensa ibi esset»; come pure, nell’Historia antiquae civitatis Tadini, sta scritto che la stessa Abbazia fu edificata « in sylvarum fundo, nomine Gualdo quod sylva interpretatur in Alemania ». Oltre a ciò, nell’antico Codice Membranaceo N. 341 della Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano) in nota al fogl. 104a (fogl. l0la bis della paginazione antica) si riscontra la frase « Tempore etiam istiits Frederici primi castrum Gualdum edificatum fuit in plano iuxta S. Benedictum, ubi silva erat condempsa in comitatu et episcopato, antiqui Tadinati olim destructi» e finalmente anche dal Codice Chigiano G. VI. 157 della Biblioteca Vaticana, a e. 226 si apprende che il Monastero Benedettino, presso il quale in seguito sorse Gualdo, «… constructum fuit a quibusdam servis Dei in regione destructi
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Tadinati et nunc comitatus Nucerini iuxta condensam silvam et flumen Flei… in fundo vel loco qui Gualdum dicebatur, quia silvestris erat locus. Nam Gualdum in lingua Theotonica silva dicitur unde Theotonices de silva Gualdum dicitur». Anche senza tutto ciò, abbiamo moltissimi esempi dell’uso fatto nel basso Latino del vocabolo gualdum con il significato di selva. Basta citare la Cronaca Latina del Monastero Cassinense, scritta dal Card. Leone Marsicano, Vescovo Ostiense, che mori nei primi anni del Secolo XII. In detta Cronaca, edita dal Muratori nel Tomo IV di Rerum Italicarum Scriptores, Leone Ostiense, quando deve esprimere la parola bosco, usa costantemente il vocabolo gualdum e infatti, enumerando egli i beni e possessi di quei Benedettini, scrive tra l’altro le frasi seguenti: … gualdum, qui Martoranus vocatur … cum ripis, et aquis, fussariis, et piscationibus et omnibus intra se positis (lib. I, cap. 23); … duo gualda in finibus Vicalbi, uniim in loco qui dicitur Silvaplana, alterum in monte Albeto (Lib. Il, cap. 4) ;… Curte Petrae Mellariae cum integro gualdo et castaneo (lib. I, cap. 54);… Cellam de Casa Gentiana, cum gualdo, et terris, et omnibus omnino nobis in eodem territorio pertinentibus (lib. I, cap. 56). Del resto, non deve recar maraviglia il fatto che un vocabolo di origine Germanica abbia dato il nome a quel nascente Castello, se si pensa che in quest’epoca, le incessanti ed estese invasioni dei popoli oltramontani, dilagando in quasi tutta l’Italia, vi avevano apportato con le armi, i costumi e le favelle del Nord; ed i molti borghi Italiani chiamati Gualdo, ebbero tutti il loro battesimo nella stessa maniera, non esclusi Gualdo di Macerata e Gualdo Cattaneo, quest’ ultimo dai Longobardi costruito all’ingresso di un bosco come quel popolo usava. E qui piacerai ricordare che molti altri paesi chiamati Gualdo, esistono, come Frazioni, nei seguenti Comuni: Narni (Prov. di Perugia), Otricoli (Perugia), Montemarciano (Ancona), Longiano (Forlì), Castiglion della Pescaia (Grosseto), Rocca del Fluvione (Ascoli Piceno), Portomaggiore (Ferrara), Sesto Fiorentino (Firenze), Stia (Arezzo), Teodorano (Forlì), Terra del Sole (Firenze), Visso (Macerata), Megliadino San Vitale (Padova), Santa Margherita d’Adige (Padova), Massarosa (Lucca). E non solo nelle denominazioni dei luoghi, ma anche nei nomi di persone, i Longobardi introdussero il vocabolo gualdum, come appare evidente in Gualdericus, Gualdefridus, Gualterius e via di seguito.
Ma in epoca recente, cioè tra il XVIII e il XIX secolo, per designare latinamente Gualdo, si incominciò a scrivere Validum invece di Gualdum. Ad esempio, nei Registri Mortuari della Parrocchia di S. Benedetto, i defunti, dal 22 Settembre 1796, vengono indicati con le parole «…. de terra Validi», mentre precedentemente, senza eccezione, si usava la frase «. . . . de terra Gualdi». Anche Gregorio XVI, quando nel 1833, come a suo tempo vedremo, elevò Gualdo al rango di città, nella relativa Bolla e negli Atti susseguenti, usò la parola Validum. Seguendo la moda di quei tempi, si volle forse accrescere importanza alla Città, facendone derivare il nome dalla corrispondente parola latina Validum, cioè
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luogo forte e munito, senza riflettere che originariamente, mal si apponeva una tale qualifica a poche abitazioni, che per essere mal difese ed esposte ad ogni nemico, furono dagli stessi abitanti, come vedremo, non molto dopo abbandonate, e senza pensare che nei documenti più antichi, cominciando dal XIII secolo, come anche nelle nostre Cronache Medioevali del XIV, troviamo sempre scritto, prima Waldum e più tardi Gualdum e qualche rara volta Galdum, ma giammai Validum. L’errore etimologico di una tale denominazione, fa rilevato persino dai dotti Monaci della Congregazione di S. Mauro, che nelle Annotazioni fatte ad un’Epistola di Martino II (volgarmente IV) in cui è ricordata la nostra Città, lasciarono scritto: Qui Validum dixerunt, errore non vacant, cum Gualdum sit nomen Longobardorum ….. (1)
Al piccolo Castello Gualdese, sorto presso le mura dell’Abbazia di S. Benedetto, nei primi anni della sua esistenza non arrise certo una benigna fortuna, poiché i Feudatari vicini presero a molestarlo in ogni maniera, insorgendone litigi e guerricciole, specialmente con quei di Fossato per ragioni di confini, e con quei di Nocera irati forse per essersi quelle genti sottratte in parte alla loro giurisdizione. Conoscendo quindi di non poter resistere a lungo in quella pianura, esposti ad ogni assalto dei nemici, perché non difesi né da monti né da altre naturali o artificiali fortificazioni e travagliati anche dai miasmi che allora pare infestassero il luogo basso e paludoso, decisero di abbandonare quel primo villaggio e la vecchia Abbazia dimostratasi incapace a proteggerli, per costruirne un altro più sicuro in diversa località. Infatti, tra la fine del Secolo XII e il principio del XIII, i Gualdesi, lasciata l’Abbazia di S. Benedetto, risalirono per circa tre chilometri il corso del fiume Feo e si arrestarono alle sue sorgenti, in un luogo nascosto e ben più
(I) A. ZUCCAGNI-ORLANDlNl: Corografia fisico-storico-artistica dell’Italia. Firenze 1843. Supplemento al Vol. X, pag. 61 – L. JACOBILLI: Cronica del Monastero di S. Croce di Sassovivo. Già cit. pag. 53 – L. jacobilli: Di No-cera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 38, 49 e seg. – F. ClATTI: Op. cit.; Vol. II, pag. 174 – L. jacobilli : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 16 – F. UGHELLi: Op. cit. Tomo I, pag. 1064- P. castellano : Op.cit. pag. 372 – L. jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo II. Fol-gno 1656. pag. 201; Tomo III. Foligno 1661. pag. 301 e seg. – O. LUCARELLI: Memorie e guida storica di Gubbio. Città di Castello 1888. pag. 52. – F. BRI¬GANTI : Città dominanti e Comuni minori nel Medio-Evo con speciale riguardo V.alla Repubblica Perugina. Perugia 1906. pag. 93 – MITTARELLI e COSTADONI: Op. cit. Tomo III. Venezia 1758. pag. 269 e Appendice dello stesso Tomo, i pag. 383 – Ardi. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. E. 18, e. 63; .”Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) e. 67t, 108t, 109, 112t, 138 – Biblioteca Vaticana: Fondo Chigiano, “:'”Cod. G. VI. 157, e. 226, 226t; Fondo Ottoboniano, Cod. 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 52, 55, 73, 79, 80, 81 ; Cod. 7853 (Lezionario già della Chiesa di S. Facondino in Qualdo) e. 36 – Vossius: De Vitiis Sermonibus. Amsterdam 1645. pag. 217 – G. BOCCARDO: Nuova Enciclopedia Ita¬liana. Torino 1875-1888 (alla parola Tadino) – P. CENCI: Op. e voi. cit. pag. «435 – Bibl. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. V. V 4, anno 1180.
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salubre ai piedi dell’Appennino, ancor più vicino all’antichissima Rocca Flea e propriamente al principio della stretta gola che divide il Monte Fringuello da quello di Serra Santa, dove, sulla sinistra, trovasi la piccola valle oggi chiamata Valle di Santo Marzio per la dimora che ivi fece, come vedremo, nella seconda metà del Secolo XIII, l’eremita Gualdese Beato Marzio. In antico questa valletta fu invece chiamata Val di Gorgo, certo per le abbondanti e profonde sorgenti d’acqua che ivi sgorgano e che alimentano anche al presente l’acquedotto di Gualdo. Questo più antico nome, che continuava su in alto estendendosi verso le cime della montagna sin dove la valle finiva, trovasi per la prima volta ricordato in un documento dell’Archivio Vaticano (Collectoriae: Vol. 402, e. 86 88) contenente una sentenza pronunziata il 28 Settembre 1332 dal Podestà di Gualdo, contro tal Grifone di Balduccio, che veniva condannato al taglio del piede destro, alla confisca dei beni ed al bando dal Distretto di Gualdo, perché reo di numerosi misfatti commessi in tale Distretto, particolarmente « in Valle di S. Donato, in Valle Sorda ed in Valle Gorga. Ma anche dopo venuta in uso tra il popolo l’attuale denominazione Valle di S. Marzio, almeno sino al Settecento, per inveterata abitudine, con quest’ultimo nome seguitò ad usarsi promiscuamente anche il primitivo nome di Val di Gorgo. Ne abbiamo le prove in molteplici documenti: Ad esempio, nel nostro Archivio Comunale (Libro dei Consigli dal 1553 al 1557, c. 66t-67t) trovasi un decreto con cui si vieta di estirpare le selve «dal fondo di Valdegorgo in su verso le cime » mentre invece, più avanti (e. 140t) si fa divieto di cavar ceppi « nella selva di Santo Marzo». Sempre nello stesso Archivio, (Editti e copie di Bandì dal 1535 al 1543, e. 123) si fa mensione » delli territorii de Santo Marzo et de Santa Anna posti in dicti monti de Gualdo » sotto il «Sasso della Lemeta ». Ludovico Jacobilli poi, nel suo libro « Vite dei Santi e Beati di Gualdo » che pubblicò nel 1638, a pag. 18 scrive, che il secondo Gualdo fu fabbricato « in un lato del Monte di Serra Santa … fra rupi e sassi nel fondo della valle di quel monte, nel luogo cognominato al presente Valdevorgo » e finalmente assai più tardi, nella seconda metà del Settecento, il Vescovo di Nocera Mons. Massaioli, negli Atti di una sua Visita Pastorale compiuta nel territorio Gualdese, Atti che si conservano nell’Archivio Vescovile Nocerino, lasciò scritto che Gualdo, la seconda volta, fu riedificato «in Val di Gorgo, dove è la sorgente dell’acqua ». Oggi però tale denominazione è completamente abbandonata e niuno nemmeno più la ricorda.
Ritornando al nostro assunto, noteremo che quel luogo, era assai propizio alla dimora di una popolazione che in gran parte viveva con lo sfruttamento della montagna, luogo che anche nei tempi preistorici, aveva dato asilo a qualche tribù dell’età della pietra, i di cui resti (frecce di silice, rozze stoviglie, utensili di osso, etc.) vi sono stati ai nostri tempi rinvenuti, in una caverna occasionalmente riaperta alla luce. Fu appunto in Val di Gorgo, o Valle di Santo Marzio che dir si voglia, tra immani rocce, in mezzo a boschi secolari, intorno a copiose sorgenti d’acqua purissima, che i
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Gualdesi presero a costruire un castello e villaggio, fortificandolo come meglio poterono e al quale rimase il nome di Gualdo, forse per memoria dell’altro da essi abbandonato. (1)
Poco dopo, certo per assicurarsi un avvenire prosperoso e tranquillo, pensarono di rinunciare alla propria autonomia, in quei torbidi tempi, per un popolo così piccolo, apportatrice di pericoli senza fine, e stabilirono infatti di sottomettersi alla vicina e potente Perugia, che senza alcuno sforzo, con la sola autorità del nome, avrebbe potuto difenderli dai confinanti nemici. Infatti il 25 Luglio 1208, vediamo presentarsi nella piazza di S. Lorenzo in Perugia, innanzi ai Consoli Perugini e a moltissimo popolo Raniero Alberti, che le memorie del tempo chiamano Console di Gualdo, unitamente a Raniero Bernardi, Boncompagno Serrani, Rambaldo, Simone Palavaci, Orzane Strovelli, Strano Rainaldo Alexandri, Savere Ioculatore, Giovanni Altule, Dontesalvi Girguinum, Piero Aliocti e Pigolotto Simonis. Costoro, a nome anche dei loro concittadini, solennemente dichiararono di voler sottomettere ai Consoli e alla città di Perugia, loro stessi, le proprie famiglie, Gualdo, il suo territotorio e la Rocca Flea, antica fortezza che sorgeva colà, cedendo «medietatem bannorum et folliarum et decimorum et de omnibus causis » che si porteranno innanzi ai Consoli di Gualdo, i quali, né con parole né con fatti, avrebbero dovuto mai procurare la perdita, da parte di Perugia, della Rocca suddetta, ma anzi, con tutte le loro forze, l’aiuterebbero a conservarla, sotto la pena, da parte dei Gualdesi, di trecento marche di argento purissimo. I Consoli di Gualdo poi avrebbero dovuto giurare obbedienza a quelli di Perugia, obbligandosi a una perpetua soggezione verso quel Comune.
Inoltre i delegati Gualdesi promettevano di pagare ogni dazio o balzello che da Perugia venisse imposto; di ricevere o albergare le sue milizie quando passassero pel territorio di Gualdo; di non muovere per conto loro guerra ad alcuno, senza prima averne ricevuto l’autorizzazione; di fornire armati alle milizie Perugine e di domandare infine l’assenso del Comune di Perugia, quando volessero stabilirsi in altra località, rimanendo però sempre sotto la giurisdizione dei Perugini, e quest’ultima clausola ci prova chiaramente le instabili condizioni di residenza della nuova popolazione Gualdese, ancora incerta sulla scelta del proprio soggiorno. Oltre a questi patti, che del resto di poco differivano da quelli conclusi con le altre città allora sottomesse a Perugia, Gualdo si riserbava il diritto di rifiutarsi, nel caso che dai Perugini venisse
(1) L. jacobilli: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg. – F. CIATT1: Op. cit. Vol. II, pag. 273 – L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 17 e seg. – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. C. 23 (Leggendario dei Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo} e. 120t, 121 – Biblioteca Vaticana: Fondo Chigiano, Cod. G. VI, 157, c. 226t, 227; Fondo Ottoboniano, Cod. 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 81, 82; Cod. 7853 (Lezionario già della Chiesa di S. Facon-dina in Gualdo) c. 33t – Arch. Comunale di Gualdo; Libro dei Consigli dal 1553 al 1557, c. 66 e seg
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chiamato a combattere contro le vicina città di Gubbio, ma anzi voleva essere aiutato nel sostenerne le parti. In cambio di tutto ciò, i Consoli Perugini prendevano sotto la loro custodia i Gualdesi e i loro beni, assicurandoli di ogni aiuto e protezione, promettendo di mantenere il loro Comune e Consolato secondo le antiche consuetudini Gualdesi e di ben conservare la Rocca Flea, obbligandone con giuramento il presidio che vi avrebbero mandato, di tenerla in difesa di Gualdo e territorio, e che nel caso dai Perugini dovesse venire ceduta ad alcuno, la cederebbero gratuitamente ai Gualdesi. Inoltre i Consoli di Perugia promettevano agli stessi aiuto e consiglio contro Bulgarello dei Bulgarelli, Signor di Fossato, col quale, come dicemmo, Gualdo era già in guerra per ragione di confini, benché da poco sorto alla vita e stabilirono che tutti questi patti sarebbero stati posti nello Statuto Perugino quando verrebbe rinnovato, e che i loro successori « ita observabunt et annualiter in constituto apponent», giurando sul Vangelo l’osservanza dei patti medesimi « salvo in hiis omnibus honere et precepto Domini Pape et Domini Senatoris Alme Urbis Romane ». Di ciò fecesi Istrumento in pubblica adunanza nella piazza del Comune in Perugia, in presenza dei Consoli, del popolo e dei testimoni.
Funzionarono da notari Bono e Bernardo, dei quali l’ultimo autenticò la copia dell’Atto, che qui appresso piacemi riportare al completo e nella sua integrità, per chi avesse desiderio di maggiori dettagli:
« In dei nomine amen, anno ab incarnatione eius M.CC. Optavo, indictione XI, mense lulii, die VII exeunte, Innocentio papa tertio presidente, imperio imperatore vacante. Ego quidem Rainerius Alberti consul comunis Oualdi prò predicta comunitate insimul cum Rainerio Bernardi, Bonocompagno Serrani, Rambaldo, Simone Palavaci, Orzone Strovelli, Strano Rainaldo Alexandri, Savere loculatore, lohanne Altule, Dontesalvi Girguinum, Pero Aliocti, et Pigolocto Simonis. Nos omnes supranominati per nos et per omnes homines comunis Oualdi et per nostros et eorum homines, damus vobis consulibus perusinis silecit Girardo Oislerij, Rainaldo, Bonicomiti, Munaldo, Gilio, Ugoni, Blandideo, Beneveniati, Rainerio, Bonaccusso, Villano, Perusio, Crispolito, Gualfredutio et lacobo ac Andree camerario comunis Perusij, prò comunitate perusina recipientibus, arcem Flee ad habendam tenendamque imperpetuum, et damus et concedimus, submictimus et subponibus vobis prò comuni perusino nos et totam terram nos’tram ubicunque eam habemus vel habituri erimus et homines et familias ad coltam et albergora et ostem et parlamentum sicut habetis alii m vestrum comitatum, ad habendum medietatem bannorum et folliarum et decimorum et de omnibus causis que erunt ante consules nostre terre, vel nostros bailitores; et non erimus in dicto vel facto seu consilio quod vos dictam arcem admictatis, inmo prò nostro posse omni tempore vos iuvabimus et vestros successores eam manutenere; que ornnia nos omnes supradicti, silicei Rainerius Consul comunis Gualdi prò ipsa conmnitate ac per meos successores et nos omnes ali cum eo, per nos et omnes homines de comunitate Gualdi tenere et observare imperpetuum et non contravenire in aliquo tempore ajiquo ingenio sub pena trecentarum marcharum argenti purissimi et
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quod nullum ius nullamque actionem, dationem seu alienationein inde alteri fecimus vobis consulibus perusinis prenominatis, nomine comunis Perusii recipientibus, promictimus et obligamus, data pena, omnia predicta sint firma. Et insuper, tactis sacrosanctis evangeliis, ita observare iuramus. Et nos consules perusini Girardus, Rainaldus, Bonuscomes» Munaldus, Egidius, Ugo, Blandeus, Benevenias, Rainerius, Bonusaccorsus, Villanus, Perusius et Crispolitus, Gualfredutius, lacobuset Andreas camerarius, recipimus vos Gualdenses prò comuni Penisi) in nostram custodiam, et promictimus vobis manutenere vos et defendere bona vestra ubicunque sunt bona fide sine fraude, cum illis hominibus de comuni Gualdi qui sunt de parte Eugubinensium, qui fuerunt vobiscum quando Eugubini vos nuper obsiderunt in arce de Flea, et cum eorum bonis et in eo loco in quo habitatis nunc, salvo Eugubinensibus si bene se habebunt nobiscum, et ea que homines de parte eorum eis debent tacere exceptamus ostem et parlamentutn, et conservabimus vobis comunantiam etconsulatum sicuti olim hab.er.e consuevistis. Ita tamen quod consul vel consules, prout prò tempore erunt, teneantur turare precepta consulis vel consulum perusinorum, et si quando volueritis vos removere de predicto loco et esse in alio, relocabimus vos cum consilìo comunis Perusie et in eo loco in quo nobis placuerit ad utilitatem comunis Perusie et hominum Gualdi in nostra portione, et defendemus et manutenebimus vos ibidem ut superius dictum est, et quidquid fecistis actenus cum comitibus non coemus vos inde. Item faciemus iurare homines quos ponemus in custodia arcis, quod teneantur salvare et defendere Gualdum et eorum res; preterea promictimus manutenere arcem Flee prò comunantia Perusii, nulli dare seu concedere in totum vel in partem, et, si alicui eam aliquando voluerimus dare vel concedere, comunantie Gualdi dabimus sine aliquo pretio ; et de guerra Bulgarelli dabimus vobis adiutorium et consilium, salvo quod si voluerit esse ad nostrum preceptum possimus eum recipere; de facto tamen Castilglonis vobis nullum contrarium faciemus et tenebimus vos in bonum statum et bonam consuetudinem, sicuti tenemus aliquod castrum nostri comitatus, quod in meliorem tenemus. Et hec omnia promictimus observare per nos et nostros successores ac per nostram comunantiam tibi Rainerìo consuli Gualdi et vobis aliis Gualdensibus, qui iuravistis recipientibus prò vobis et prò comunantia Qualdi supra nominata. Et in constituto faciemus apponi, cum renovabitur, quod nostri successores ita observabunt et annualiter in constituto apponent. Et ita nos omnes predicti consules et camerarius iuramus observare, tactis sicrosanctis evangeliis, salvo in hiis omnibus honere et precepto domini pape et domini senatoris alme urbis Romane.
Actun in platea comunis Perusij publice in contiene.
Prenominatus Ranerius consul et prenominati Gualdenses, prò se et prò omnibus hominibus comunis Gualdi, et prenominati consules Perusini prò comuni perusi hoc instrumentum ut superius legitur scribere rogaverunt.
Singnum manus Pieri Pieri, Rustici Rainaldi, Glutti Munaldi, Saraceni Viveni, Guidutii Rainaldi, Mancini Grassi, Rainerii Baruncij, Ugolini Montanari], Peruntij Symeonis Curialis, Munaldi Ouastaferri, Rainutij Petrutij, domini Latini Herri et domini Benveniatis Becarij Benedictoli, Supolini Ugolini, Rainutii Bertraimi, Ugolini Maseli, Thomassi Tignosi, Peri Tudini et Divitiani inter alios de contiene testium electorum.
Ego Bonus notarius rogatus subscripsi et complevi.
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Et ego Bernardus imperialis aule notarius nec plus nec ininus addilli, subscripsi, et autenticavi ». (1)
Dal contenuto di questo Atto, chiaro appare quanto già è stato asserito, che cioè Gualdo, sin dalla sua prima origine, come tante altre Repubbliche Italiane di quell’epoca, si costituì quale autonomo e indipendente Comune, sotto l’autorità di un Console, che lo amministrava a capo di un Consiglio, formato dei più cospicui cittadini. Il giogo che ora spontaneamente la nostra città s’imponeva, era forse una necessità, dovuta al bisogno di unirsi con un centro maggiore, per difendersi dai vicini nemici e per acquistare una più grande importanza politica. Del resto, le Terre allora sottomesse alla dominatrice Perugia, internamente seguitavano a godere la maggior parte delle loro antiche libertà comunali. Oltre le clausole speciali, che, come già si è visto per Gualdo, si redigevano per ogni singola Terra, e che variavano con le particolari condizioni del luogo, i principali oneri gravanti indistintamente sulle città sottomesse, consistevano nell’accettazione del Podestà che Perugia mandava per governarle, nel sottoporre alla sanzione di questa i propri Statuti, tributi o balzelli, così ordinari come straordinari, nella dipendenza giudiziaria dalla Curia Perugina per cause importanti o in grado di appello e nell’aiuto da prestarsi alla stessa Perugia, in tempo di guerra, fornendole armi e soldati. Erano ritenute però le Terre soggette, in una condizione morale umiliante di fronte alla dominatrice, poiché i loro abitanti, quando per qualche ragione, si recavano ad abitare in Perugia o suo contado, erano ritenuti come forestieri, per i quali gli Statuti Perugini, contenevano delle disposizioni speciali che li privavano di alcuni diritti che è qui superfluo enumerare, diritti posseduti invece dai cittadini di Perugia. Ma con tutto ciò, trattavasi sempre di una soggezione che giovava tanto al servo quanto al padrone e ciò spiega come cotali sottomissioni avvenissero spesso spontaneamente, senza che fossero ricercate o coatte, specie trattandosi di piccole Terre.
Frattanto, sembra che in breve venissero meno i patti di scambievole aiuto e di amicizia tra la nostra Città e quella di Gubbio, patti che vedemmo pure riconosciuti dai Magistrati di Perugia all’atto della sottomissione. Infatti nel 1216, avendo gli Eugubini mosso guerra ad Ugolino II Conte di Coccorano, di Biscina, di Petroia e di altri vicini Castelli, ed essendo questi ricorso per aiuti a Perugia, vediamo i Gualdesi marciare di conserva con le milizie Perugine, sotto il comando dello stesso Conte Ugolino contro gli Eugubini che, sconfitti, ottennero nello stesso anno a durissimi patti la pace; tra i capitoli della quale abbiamo anche questo: Che quei di Gubbio fanno ai Perugini ed ai loro alleati, cioè
(1) Arch. Comunale di Perugia (Annali Decemvirali): Libri delle Som¬missioni. Cod. + e. 118; Cod. A, c. 134 – A. alfieri: Fossato di Vico. Me¬morie Storiche, Roma 1900. pag. 21.
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ai Gualdesi, Nocerini ed altri « finem perpetuatuam et refutationem irrevocabilem» per tutti i danni arrecati al Comune di Gubbio per effetto della guerra. Del resto, il mestiere delle armi dovette ben presto attecchire tra la rude popolazione Gualdese e infatti da un Atto del Comune di Orvieto, fatto in quel Palazzo Comunale in data 20 Giugno 1231, vediamo tali Tommaso, Rinaldo, Simon Troscio e Buonafidanza da Gualdo, presentiGiovanni notaro e Buonconte Mathei, rilasciare a quella città quietanza della somma ad essi spettante « occasione servitii quod fecerunt comunitati, et quia venerunt in servitium Civitatis et Comunis W. (di Orvieto) cum equis e armis ».(l)
Assai ristretto, in confronto dell’attuale, doveva essere in quell’epoca il territorio su cui Gualdo esercitava la sua giurisdizione in direzione di ponente. Tutta la vasta zona collinosa che oggi appartiene al Comune di Gualdo nella direzione suddetta, in gran parte rappresentata dai territori di Morano e di Pieve Compressero, nessun rapporto di dipendenza dovette allora avere con i Gualdesi e ciò deduciamo da molteplici fatti. Questo risulta anche in un documento del Liber Censuum di Cencio Camerario, contenente la relazione di un’inchiesta fatta nel 1235 dal Rettore del Ducato Spoletano, Alatrino, Subdiacono e Cappellano del Pontefice, nella quale, con prove testimoniali, si rivendicano i diritti del Ducato, su alcune terre di confine. Orbene, noi troviamo in tale documento ricordati precisamente Moranum e Compressetum come dipendenze del Ducato stesso. Di Gualdo invece non si fa cenno; vi è bensì nominata anche una Roccam de Gualdo, che però non va confusa con la nostra Città rferendosi a Gualdo Cattaneo. (2)
La protezione della potente Perugia, che sino allora aveva difeso Gualdo dalle insidie dei tirannelli vicini e lo aveva preservato dalle fazioni cittadine, non potè nulla contro un immane disastro che venne improvvisamente a privare della sua nuova patria, la popolazione Gualdese. Poco innanzi l’Aprile del 1237, improvviso e invincibile incendio sorse in vari punti del piccolo paese che, per essere in gran parte costruito con tetti in legname e per il vento impetuoso che giù soffiava dalle gole dell’Appennino, fu in breve tempo completamente distrutto, rimanendovi arsi non pochi abitanti. Le nostre antiche Cronache Gualdesi scarse e malsicure notizie ci danno del fatto, e mentre alcune attribuiscono il terribile incendio a semplice disgrazia, altre invece lo riferiscono a causa dolosa, riversandone la colpa sulla vicina Nocera che, sempre
(1) L. FUMI: Codice Diplomatico della città di Orvieto. Firenze 1884. pag. 132 – F. CIATTi: Op. cit. Vol. II, pag. 293 – F. BARTOLI: Storia di Perugia. Pe¬ rugia 1843. Lib. III , pag. 325 – L. BELFORTI : Serie dei Legati, Vice Legati e Governatori di Perugia. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia. Tomo I, pag. 41 – Arch. Comunale di Perugia (Annali Decemvirrrli): Libri delle Sommissioni. Cod. ®, e. 9 – P. cenci: Le relazioni tra Gubbio e Perugia nel periodo Comunale. (In Bollettino della R* Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Vol. XIII, pag. 535).
(2) cencio camerario : Liber Censuum Romane Ecclesie (In Archivio Vaticano. Pubblicato da Fabre e Duchesne. Tomo I, pag. 543 e seg.)
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nemica di Gualdo, se ne sarebbe vendicata in tal modo; e aggiungono anche che l’incendio fu appiccato alle abitazioni Gualdesi da una donna chiamata Bastola, il cui nome infatti è rimasto tristamente famoso nelle tradizioni popolari locali. Presso il luogo dove ora trovasi il sobborgo cittadino Valle di Sopra, lungo la riva del Feo, a poca distanza dall’incendiato Castello, sorgeva in quei tempi un’Abbazia, dedicata a S. Donato, della quale diffusamente tratteremo in seguito, che oggi più non esìste e viene ricordata con il nome di San Donato Vecchio, per distinguerla dall’attuale Chiesa di S. Donato nell’interno della Città; e fu appunto nell’antica Abbazia di S. Donato, che i Gualdesi seppellirono i corpi combusti dei loro congiunti, prestandosi anzi per la pia cerimonia, anche i Frati di un Convento Francescano che, come a suo tempo vedremo, sorgeva a Valdigorgo presso l’incendiato Castello, unitamente ai Monaci della celebre Abbazia di S. Croce di Fonte Avellana sul Monte Catria, dalla quale quella di S. Donato dipendeva e che si erano anch’essi sollecitamente recati a portare soccorso ai Gualdesi. (1)
Dell’incendio e della distruzione del secondo Gualdo, nessuna memoria o documento a noi restava, all’infuori della notizia contenuta nelle surricordate nostre Cronache medioevali. Data la scarsezza dei documenti riguardanti la distruzione del secondo Gualdo, si sarebbe quindi oggidì potuto persino dubitare, che nell’angusta e deserta Valdigorgo o Valle di Santo Marzio che dir si voglia, chiusa tra i monti, al presente tutta cosparsa di frane e di rocce, fosse sorto nei tempi andati il Gualdo che precedette e diede origine a quello attuale; ma da qualche tempo, l’opera rude del piccone, ha pienamente confermato questo assai remoto episodio della storia Gualdese. Nel 1902, iniziandosi nella valle di Santo Marzio, presso le sorgenti che alimentano il nostro acquedotto, i lavori per il rinnovamento dell’acquedotto stesso, tornarono alla luce vati ruderi di abitazioni, che portavano ancora chiare tracce d’incendio. Tra le macerie si rinvennero anche degli scheletri umani e ricordo anzi di averne visto uno, forse di un prigioniero, che portava ancora gli avanzi ossidati di una catena avvinta al piede; dovunque frammenti di stoviglie. I ruderi venuti alla luce furono allora demoliti, e il materiale in parte servì anche per costruire qualche opera muraria del nuovo acquedotto.Contemporaneamente poi, un terrazziere di Gualdo, tal Bossi Raffaele, comperato il terreno roccioso che forma le pendici di levante della valletta di Santo Marzio, appunto presso le suaccennate sorgenti, con rara costanza cominciava a dissodarlo sino a grande profondità, a scopo
(1) Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 82 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S, Francesco in Gualdo) c. 120t, 121 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 18 – F. ClATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 273 – L. jacobilli: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg. – Biblioteca del Seminario di Foligno: Mss, di Dono e Jacobilli. Cod. C. V. 5, anno 1237.

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di coltivazione. Orbene, per opera di costui, si è discoperto gran parte dell’abitato che trovasi sepolto profondamente, specie verso il fondo della valle, dove le acque e le frane, hanno da secoli accumulato enormi quantità di rocce e di detriti, precipitati dagli erti fianchi della sovrastante montagna. Per una lunghezza di quasi mezzo chilometro, si rinvenne tutta una fitta rete di muraglie, alcune delle quali più eccentriche, misuravano sino a tre o quattro metri di spessore (forse le mura di cinta del Castello) e venne alla luce anche qualche sotterraneo a volta e pavimentato. Tali ruderi, il proprietario del terreno, disgraziatamente in parte demolì e in parte di nuovo risotterrò, per l’esigenze dei suoi lavori. Anche qui si rinvennero vari scheletri, grandi quantità di grano ed altri cereali carbonizzati; oggetti in ferro, bronzo ed argento; come chiavi, anelli, fibbie, borchie, ferri da cavallo, armi, utensili domestici e professionali; rozze stoviglie di terracotta quasi tutte senza vernice e spezzate; frammenti di tazze e ampolle di vetro multicolori; parecchie centinaia di monete medioevali; grani di vetro colorato, facente forse parte di collane od altri ornamenti. Tutti questi oggetti trovavansi commisti in uno spesso strato di terra, costituito da avanzi di legname carbonizzato, la cui profondità variava da un minimo di m. 1.50 ad un massimo di m. 4. Particolare notevole, è la quasi completa assenza, tra i ruderi e le macerie, di tegole od altro materiale di terracotta, il che ci fa credere, che quelle abitazioni, completamente costruite in pietra, avessero il tetto formato con solo legname e questo spiegherebbe ancora il rapido e invincibile divampare di così grande incendio.

Dopo questo, abbandonarono i Gualdesi le fumanti rovine del loro Castello e si accinsero a ricostruirne uno nuovo, allontanandosi da quella stretta gola, serrata tra i fianchi selvaggi della montagna, invero a tutt’altro adatta che a residenza di uomini. Dobbiamo però credere, che ivi qualche edificio venisse in seguito ricostruito e vi permanesse poi a lungo. Ciò si arguisce anche dal fatto, che alcune delle monete raccolte negli scavi sopraccennati, si riferiscono a periodi storici posteriori alla distruzione di quel secondo Gualdo. Nella collezione da me posseduta e raccolta sul luogo, insieme a monete Comunali Italiane dei Sec. Xll e XIII, corrispondenti cioè all’epoca in cui ebbe vita il Gualdo di Valdigorgo, ve ne sono altre di tempi alquanto posteriori e cioè del Sec. XIV e qualcuna persino del XV. A proposito di monete, è notevole la varietà che di esse si è trovata tra i ruderi. Coniate in rame, argento e mistura, appartengono a gran parte dei Comuni Italiani di quell’epoca e l’elencarle sommariamente, può essere utile per darci una pallida idea degli scambi commerciali e delle correnti monetarie d’allora. Esse provengono infatti in maggior numero da Ancona, Lucca, Bologna, Perugia e Ravenna ; in minor quantità dalla Sede Papale, da Siena, Arezzo, Aquila, Brindisi, Foligno, Rimini, Verona, Mantova, Pisa, Fermo, Ascoli e persino dalla lontana Messina (Federico II).

Un miglio appena distante da Valdigorgo, però un poco più in basso e quasi nel punto medio tra il primo ed il secondo Gualdo, elevasi

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una collina, in antico chiamata Colle S. Angelo, per il fatto che vi esistè una vetustissima Chiesa dedicata a S. Angelo di Flea e della quale in seguito tratteremo. Colà sorgeva inoltre anche la già ricordata Rocca Flea e fu appunto ai piedi di questa, sul dorso del deserto Colle S. Angelo che decisero i Gualdesi di riedificare le proprie dimore. Apparteneva però quel Colle, che è appunto quello sul quale sorge l’ attuale Città, all’Abbazia di S. Benedetto, presso la quale, come vedemmo, si raccolsero per la prima volta i discendenti dei dispersi abitanti di Tadino. Si rivolsero pertanto essi ad Epifanio, che ne era allora l’Abbate, e da lui ottennero il permesso di poter costruire su quel Colle, mediante pubblico Istrumento del 30 Aprile 1237, con il quale l’Abbate suddetto, concedeva in enfiteusi perpetua, a Pietro di Alessandro, delegato quale rappresentante o sindicus di Gualdo, il Colle S. Angelo per edificarvi il nuovo paese, a patto che i cittadini Gualdesi donassero ogni anno all’Abbazia, nella ricorrenza della festa di S. Benedetto, dieci libbre di buona cera, e che tutti coloro che fossero venuti ad abitare in quel luogo, appartenessero alla Parrocchiale giurisdizione della Badia. Così infatti ci è pervenuto, in sunto, tale Istrumento, il di cui originale, nel secolo XVII, ancora esisteva nell’Archivio Comunale di Gualdo: «Anno Domini 1237, ultimo mensis aprilis, Pont. Pap. Greg. IX, imperante Friderico II, ind. X dominus Fanius, abbas monasteri S. Benedicti concessa in perpetuam emphyteusim Petro Alexandri sindico castri Gualdi, collem S. Angeli, prò construendo et edificando de uovo castrwn Gualdi in sitit sue iurisdictionis cum conditione quod in perpetuum, quolibet anno, sindicus Comunis Gualdi solvat mona sterio S. Benedicti libras decem cere bone in festivitate S. Benedicti et quod forenses qui habitabunt in dieta castro faciendo, sint parro chiani diete Abbatte et dicti monasterii». Notevole è il fatto, che nella prima metà del Seicento, il Comune di Gualdo, pagava ancora ogni anno all’Abbazia, la somma di quindici soldi, come canone per il suolo su cui era sorta la Città. (1)

Cominciò così a crescere lentamente e per la terza volta il nuovo Gualdo, che è appunto quello di oggi e nei documenti di quel secolo, solo raramente si fa più menzione dell’abbandonato Castello. Ad esempio, in un’importante pergamena del nostro

(1) L. JACOBILLI ; Vite del Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 18 e seg. – O. SlLLANI : Vita del Beato Angelo da Gualdo. Assisi 1823 – L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg., 81 – D. DORIO: Op. cit. pag. 42 – G. MORONI: Op. cit. Vol XXXIII, pag. 78 e seg. – L. JACOBILL1: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo III. Foligno 1661. pag. 301 e seg. – Arch. Storico di Gubbio: Fondo Armanini Cod. II. C. 23 (Leggen­dario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) e. 73t a 74t, 121 – Biblioteca Vaticana: Fondo Chigiano. Cod. G. VI. 157, e. 227; Fondo Ottoboniano. Cod. 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) e. 56, 57, 82; Cod. 7853, e. 33t – Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Cod. 341, e.110 a della paginazione antica, corrispondente a c. I13a di quella moderna – Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. V. 5, e. 542t: Cod. A. V. 11, e. 782t; Cod. A. V. 6 e. 77t.

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Archivio Comunale, contenente un interrogatorio di testimoni avvenuto nel Dicembre 1281 durante un processo intentato dai Gualdesi al Rettore del Ducato di Spoleto, che, come tra poco vedremo, voleva privarli di alcune libertà Comunali, un testimone parlando dell’antico e del nuovo Gualdo, adopera le espressioni: «….. antequam dictum castrum mutaretur de loco ubi fuerat …… post mutationem vero dicti castri ad locutn ubi nunc est ….. », ed un altro usa la frase : « ….. tam in castro veteri quam in novo ….. ». Similmente in un testamento del 4 Aprile 1288, esistente anch’esso tra le pergamene dell’Archivio Comunale, si legge che Giovanni di Ventura di Acquittolo, notaio, lasciava cinque soldi ai Frati abitanti presso il vecchio Castello « … fratribus morantibus apud castrum vetus …… » cioè a quei Frati Minori che, come sopra si è detto, prestarono il loro aiuto quando il Gualdo di Valdigorgo fu distrutto dal grande incendio.

L’accresciuto bisogno che il novello paese aveva di protezione e di aiuto, non poco contribuì a rafforzare i legami di dipendenza con la vicina Perugia, la quale traeva vantaggio a non lasciar passare, occasione che le fornisse il mezzo di assicurarsi il possesso e la difesa delle città a lei soggette, e infatti tra i Capitoli di una lega Guelfa, stretta per sicurezza comune, il 16 Novembre 1237, fra le città di Perugia, Spoleto, Foligno, Todi e Gubbio, vi è anche una formale dichiarazione dei Perugini, di non esssere permesso ai collegati di muover guerra, in qualunque caso, contro Gualdo e le altre città da essi dipendenti. (1)

In quel frattempo, l’Imperatore Federico II di Germania, combatteva la grande lotta contro i Comuni Lombardi e la Santa Sede, e le vicende di allora non poco influirono anche sull’avvenire della nostra città. Sul finire del 1239, l’Imperatore partiva dalla Lombardia e attraversata la Toscana penetrava nell’Umbria, donde poi avrebbe mosso ai danni di Roma, e fu appunto negli ultimi giorni di Gennaio dell’anno seguente che, venendo da Città di Castello e da Gubbio, tenendosi lontano dalla Guelfa Perugia, giungeva in Gualdo con la sua splendida corte, i suoi partigiani, le sue donne ed il suo numerosissimo esercito. Le più potenti città Guelfe, che l’Imperatore Tedesco aveva incontrato sul suo cammino, s’erano dovute piegare riverenti e sommesse ai voleri di lui e Gualdo non pensò certo a resistergli, ma anzi, scosso il giogo della Guelfa Perugia, chi sa se per timore degli Imperiali o per desiderio di novità, ne cacciava da sé i Governanti e si gettava festante tra le braccia dei Ghibellini, ritornando così a far parte del Ducato di Spoleto che, appunto allora, cadeva di nuovo anch’esso nelle mani dell’Imperatore Tedesco.

(1) F. BARTOLI: Op. cit. Lib. Ili, pag. 371 – P. PELLlNI: Op.cit. Parte I, pag. 253 – L. BELFORTl: Serie etc. Già cit. Tomo I, pag. 47 – A. SANSI: Op. cit. Foligno 1879. Parte 111, pag. 61, 62 – F. ClATTt: Óp. cit. Vol. III , pag. 326 – Arch. Comunale di Perugia (Annali Decemvirati): Libri delle Sommis­sioni. Cod. A, e. 122t – Ardi. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. Parte I, Num. 101 ; Parte II, Perg. Unica, Anni 1281-1282,

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Fosse l’odio che animava Federico contro i Perugini, fedelissimi seguaci della parte Guelfa, fosse il desiderio di acquistarsi la riconoscenza dei Gualdesi che a lui si erano dati con tanto entusiasmo e rafforzare così il suo dominio in quella regione, certo è che non fu avaro di favori e di aiuti materiali verso la loro città che, per essere appena sorta alla vita e tuttora in costruzione, tanto bisogno aveva d’incremento e di aiuto. Fu allora che dai vicini Castelli e dalle circostanti campagne, vi accorse un gran numero di abitanti, che in tempi come quelli perigliosi, vedevano in Gualdo un asilo reso sicuro dall’autorità dell’Imperatore. Sorgeva così in breve tempo a vita prospera la nuova città, sotto la valida protezione Imperiale, e non poteva non arriderle la fortuna, in momenti in cui il partito Ghibellino, attinte forze novelle, aveva rialzato fieramente la testa; e per certo Gualdo dovette allora avere uno sviluppo insperato e notevole, tantoché due anni appresso, nel 1242, per volontà dell’Imperatore, s’iniziò la costruzione delle robustissime ed estese mura castellane, che, dopo avere circondato tutta la città, si riunivano in alto sui fianchi della Rocca Flea ed erano rafforzate con profondi fossati e con numerose torri, di cui restano anche oggi moltissimi avanzi, specialmente nel lato Sud-Est della Città. Si penetrava in Gualdo per quattro Porte, ognuna delle quali prendeva il nome da una Chiesa allora esistente fuor delle mura, e cioè S. Facondino, S. Martino, S. Donato e S. Benedetto, poiché queste due ultime Chiese non ancora erano state trasferite entro le mura cittadine. Certo è che una tale denominazione delle Porte e dei corrispondenti Quartieri della Città, avvenne contemporaneamente alla loro costruzione, e infatti anche in documenti coevi le troviamo già così intitolate. Anzi, l’ultima di esse e cioè quella di S. Benedetto, fu anche chiamata volgarmente Porta di Sotto. Tale denominazione la ritroviamo persino in molti documenti del Quattrocento ed anche oggi è quella più comunemente usata nel linguaggio popolare. (1)

A tale proposito noterò, come di fianco alla Porta Civica di S. Benedetto e propriamente alla sua sinistra, veggasi ancora oggi murata una rozza lapide con queste lettere :

(1) L. JACOBlLLl: Di Nocera. nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg., 80- A. SANSI: Op. cit. Parte III, pag. 66 e seg. – L. JACOBlLLl: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 19 e 20 – Biblioteca Vaticana: Cod. Ottoboniano 2666 (Historia antiquae civitatis Tadini) pag. 83 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni) Cod. II. C. 23 (Leggendario di Santi già nel Con­vento di S. Francesco) e. 121; Cod. II. E. 18, pag. 63 – F. ClATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 273 – G. SlLLANI: Op. cit. – Biblioteca del Seminario di Foligno. Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. V. 5, anno 1242.

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le quali, quasi certamente, vanno così interpretate : Porta Sancti Benedicti, Regnante Friderico Imperatore, Mense Quarto, Anno Domini Millesimo ducentesimo quadragesimo secundo. Le quattro Porte su descritte, erano sormontate ciascuna da un’alta e forte torre quadrata. Di queste restano ancora ben conservate, quelle di Porta S. Benedetto e di Porta S. Donato, sebbene mozzate, mutilate dei loro merli e piombatoi e ridotte a comuni abitazioni. Ignoriamo quando e perché venissero invece completamente demolite quelle della Porta S. Facondino e della Porta S. Martino. A proposito di quest’ ultima, diremo che la prima casa che oggi s’incontra a destra entrando in città da tale Porta, altro non è che un superstite fianco della Porta stessa e sulla sua fronte, trentacinque anni or sono e cioè innanzi che fosse restaurata e ridotta nello stato presente, era infatti tuttavia visibile l’impostatura dello scomparso arco. In quanto alla Porta S. Facondino, sappiamo che esisteva ancora nel 1760, tanto è vero che in quell’anno, il Comune decise di venderne la torre a privati cittadini per uso di abitazione.

Insieme alle Mura civiche, Federico II faceva ricostruire, quasi totalmente, l’antica e deperita Rocca Flea, la di cui custodia veniva poi affidata ad un Castellano nominato dal Comune. Nel nostro Archivio Municipale, esiste una pergamena contenente l’Atto di elezione di uno dei Castellani suddetti, che è interessante riassumere, perché ci indica le condizioni allora inerenti a tale importantissimo ufficio. L’Atto in discorso, porta la data 15 Giugno 1246 e venne esteso nel Palazzo Comunale, da Messer Angelo notaio. Con esso Salvuzio di Martino da Fabriano, creato Castellano della Rocca di Gualdo, poneva sé stesso ed i suoi eredi sotto la giurisdizione Gualdese e prometteva a Pietro di Atto, Procuratore del Comune di Gualdo, incaricato dal Podestà di quel tempo Monaldo, di mantenere, vita natural durante, il detto Ufficio e di prendere parte a tutte le imprese della popolazione Gualdese e cioè hostem, parlamentum, guai tam, circam et conzum dicti castri, non dovendo però esser tenuto a pagare per dieci anni, ammattitam aliquam neque coltam. D’altra parte, il Procuratore del Comune, Pietro di Atto, a nome del Consiglio, mentre riconosceva quale Castellano il suddetto Salvuzio con i patti ora espressi, gli assegnava due moggi di terra sulla montagna, ed una casa in Gualdo con divieto di alienazione. L’imperatore Federico II, dopo aver posto in stato di valida difesa la nostra Città, concedeva ai Gualdesi non pochi privilegi ed esenzioni, in parte confermati da Papa Alessandro IV nel 1255. In tal modo, mentre nei primi tempi la giurisdizione civile e penale era stata esercitata dai Consoli, scelti dal Consiglio Popolare e che trovammo ricordati soltanto nel precedente Atto di sottomissione di Gualdo a Perugia, ora invece vediamo sostituirsi ai Consoli il Podestà, che per i decreti e i privilegi di Federico II, i Gualdesi avevano diritto di eleggere liberamente, con facoltà di creare anche gli altri magistrati cittadini, di esigere i tributi e di far leggi e giustizia. In tal modo Gualdo, pur facendo parte topograficamente del vecchio Ducato di Spoleto, tornava a reggersi come un libero e indipendente Comune, tale

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quale era stato in sul nascere, essendo che l’autorità dell’Imperatore o dei suoi Vicari, per la lontananza, era nominale più che di fatto.

Ma pare che i Ghibellini non risparmiassero neppure le città di loro parte, poiché si ha notizia, che tra la fine del 1248 e il principio del 1249, Federico Principe d’Antiochia, Conte d’Albi e di Celano, figlio naturale dell’Imperatore Federico II e in quell’epoca Vicario Imperiale in Toscana, mentre era intento a molestare i confini del territorio Guelfo di Perugia, devastò orrendamente anche la nostra Città. (1)

Moriva però nel Decembre del 1250 Federico II e apportava la sua morte un fiero colpo ai Ghibellini d’Italia; Perugia rinasceva così a nuova vita e s’affrettava a riconquistare le molte città di cui s’era lasciata tacitamente spogliare per timore dell’Imperatore e Gualdo, che era nel numero, non tardò ad avere notizia che i Perugini già preparavansi ad attaccarlo. Lo spavento e il timore di vendette dovettero certamente impadronirsi dei Gualdesi, che non avendo a chi rivolgersi per la morte di Federico e lo scompiglio della parte imperiale, videro un unico scampo nel prevenire le offese, e anziché attendere di venir sottomessi con la forza delle armi, far nuova e volontaria sottomissione al Comune di Perugia.

Come si usava in quel tempo, il 29 Gennaio 1251, si adunarono infatti « ad arengam sono canpane et voce preconis in platea Gualdi» e nel palazzo del Comune, sotto la direzione del loro giudice Benvenuto da Borgo S. Sepolcro, per mano del notaio Franconus, redassero un pubblico Istrumento col quale ad unanimità «nulloque abstantium contradicente sed omnino clamantibus: fiat, fiat,» come nell’Istrumento stesso si legge, creavano maestro Bartolo da Sigillo, loro Sindicus, vale a dire Procuratore « ad faciendam mandata et precepta Nobilis Civitatis Perusij… et ad deferendum claves portarmi dicti castri Gualdi et ad sumictendiim dictum castrum». Davano poi facoltà a Bartolo di promettere ai magistrati di Perugia qualunque cosa venisse da questa città domandata « que pertineret ad honorem et reverentiam civitatis Perusij et comodum comunis Gualdi». Funzionarono da testimoni Bartolo de Foresta, Oddone Gilij e Baligano, né credo inutile riportare qui appresso, nella sua integrità, l’Atto stipulato in quell’occasione :

« In nomine domini amen, anno eiusdem MCCLI, indictione VII II, dietertio exeunte iunuario, tenpore lnnocentij pape quarti. Dominus Benvenutus de Burgo Sancti Sepulcri iudex comunis Gualdi, et homines ipsius comunis, mangila quantitate congregata ad arengam sono canpane et voce preconis in platea dicti comunis solito more, vice et nomine suo et comunitatis et universitatis diete

(1) L. jacobillI: Dl Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49 e seg. – F. ClATTl: Op. cit. Vol. II, pag. 342 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII, Num.. 33 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 21 – Nuova Enciclopedia Popolare Italiana. Vol. e pag. cit.

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terre, comuni eorum consensu et voluntate, nulloque abstantium contradicente sed omnino clamantibus: fiat, fiat; constituerunt et ordinaverunt, fecerunt et creaverunt magistrum Bartholum de Sigillò presentem eorum et diete comunitatis et universitatis hominum diete terre sindicum et procuratorem actorem et factorem ad faciendum mandata et precepta Nobilis Civitatis Perusij et potestatis et hominum Perusij et ad deferendum claves portarum dicti castri Gualdi et ad sumictendum dictum castrum Gualdi et homines et bona eorum et iura que mine habent et in futurum poterunt adipisci; et ad recipiendum et petendum omnia pacta et promissiones a potestate et comuni sive sindico comunis Perusij que eis placuefit facere sindico comunis Gualdi, sub protectione et defensione adque custodia civitatis et hominum Perusij; et ad promictendum sindico civitatis Perusij omn’em promissionem quam voluerit petere sibi que pertineret ad honorem et reverentiam civitatis Perusij et comodum comiinis Gualdi; et .generaliter ad omnia alia et singula facienda que ipsi cause fuerint negessaria, et utilia facienda: et quicquid dictus sindicus fecerit in predictis, homines diete arenge fideiubendo promictentes ratum et firmimi habere et non centra venire, sub ipoteca bonorum dicti comunis et pena marcharum argenti.

Actum in palatio Gualdi, presentibus domino Bartholo de Foresta, domino Oddone Gilij et domino Baligano testibus vocatis. Qui sindicus in aspectu hominum diete arenge iuravit predicta bona fide in omnibus et per omnia exercere. Ego Franconus imperiali aule notarius his omnibus interfui et ut supra legitur rogatus subscripsi et publicavi ».

Infatti il 1 Febbraio Bartolo da Sigillo si recava in Perugia unitamente a Raniero Rogerij, Tommaso de Compreseto, Leonardo de dogano, Bonamaza Johannis, Ranaldo Consulis, Bartuccio domini Petri, Trasmondo Bonoscagni, maestro Speranza notajo, Tommàso de Insula, Montanaro Bugati, lacopuccio Fortis, Gualtiero Ugolini, Mercatello Petri, Baligano Perfecti, Bartolo Transmandi, Pietro Vinture, Ildebrandino domimi Ranerij, Borgognone Benvenuti, Rolando Bertraimi, Uguccionello de Comperxeto, Gentiluccio domini Johannis, Ventura Jennuarij, e Oddo Gilij, tutti, principali uomini del luogo, per sottoporre Gualdo alla dominazione dei Perugini.

Ricevuti con gran pompa nella pubblica sala del Consiglio Generale, i delegati Gualdesi presentarono al Podestà e ai magistrati di Perugia l’Istrumento poco innanzi redatto, consegnando le chiavi della Rocca e delle Porte della città, le quali poi vennero restituite dal Podestà allo stesso Bartolo da Sigillo, affinchè il Castello di Gualdo, come era stato promesso, venisse custodito « ad honorem comunis civitatis Perusij ».

Giurarono inoltre i delegati Gualdesi, sia a nome del Comune di Gualdo, sia a nome dei privati in esso dimoranti, di prestare obbedienza al Comune di Perugia, qualunque fossero gli ordini da questo impartiti, obbligandosi presso a poco all’osservanza dei patti stabiliti all’epoca della prima sottomissione, che però si rendevano più umilianti e più duri, basti dire che la prepotente Perugia «claves recepit et castrum et homines Gualdi et jura eorum et que nunc habent et in antea habituri sunt». Di ciò fecesi pubblico

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Istrumento dal notaio Buongiovanni Petri Marescopti da Orvieto, alla presenza di Raniero Bulgarelli Conte di Marsciano, Podestà di Perugia, e dei testimoni, promettendo da parte loro i magistrati Perugini di difendere in ogni tempo Gualdo e il suo territorio, di aiutarlo e di favorirlo. Del resto, per chi desiderasse più dettagliate notizie, riporterò qui appresso, integralmente e per intero, il relativo Atto di sommissione :

« In nomine domini amen. Anno domini millesimo ducentesimo quinqua gesimo primo, indictione nona, tempore domini Innocentij) pape quarti, die mercurii, primo intrantis mensis Februarij. Convocato consilio spetiali et ge nerali, centum bonis hominibus per qualibet pottam rectoribus artium et bailitoribus sotietatum civitatis Perusij, ad sonum tubarum et campanarum more solito in palatio comunis civitatis eiusdem. In quo quidem consilio comparuerunt magistfr Bartholus de Sigillo, sindicus procurator et actor et factor comunis castri Gualdi, et infrascripti homines castellani castri eiusdem, nomine et vice comunis Gualdi et prò ipsa comunitate ad faciendum mandata domini Ranerij Bulgarelli dei Gratia potestatis Perusij prò se et suis successoribus recipientis, et comunis Perusij. De sindicaria ipsius magistri Barinoli aparet publicum instrumentum manu Franconis notarij scriptum, quod in eodem consilio fuit per me Boniohannem notarium lectum. Quo vero instrumento lecto, supradìctus sindicus et infrascripti castellani dicti castri, nomine et vice comunis castri Gualdi, et prò ipso comuni et hominibus et prò se ipsis, iurave runt tactis sacrosantis evangelliis, preiato domino Ranerio potestati Perusij prò se et suis successoribus recipienti et prò comuni Perusij, omnia et singula eius mandata et comunis Perusij, que et quanta fecerit ipse potestas et sui sue cessores prò comuni civitatis predicte hominibus et comuni castri Gualdi et spetialibus personis castri, per se vel eorum nuntium seu litteras, semel vel pluries imperpetuum, aliqua ratione vel causa, supponendo castrum predictum et homines ipsius et iura dicti castri et bona que nunc habent et habebunt in antea, sub protectione et defensione diete civitatis Perusij, claves portarum dicti castri dando in eodem consilio prefato domino Ranerio potestati recipienti nomine et vice comunis Perusij et pro ipsa civitate, quas claves rece pii; et castrum et homines Gualdi et iura eorum et que nunc habent et in antea habituri sunt, de voluntate totius consilij, sub protectione et defensione comunis Perusij, receperunt similiter animo diligendi; et insuper prelibato sindico prò comuni civitatis perusine, predictas clavis et castrum et homines et iura ipsius recommendavit potestas, ut predicta ad honorem comunis civitatis Perusij teneret et custodirei, que quidem tanquam sindicus retinere et facere promisit.

Acta sunt hec in supradicto consilio, presentibus domino Almerico indice comunis Perusij, domino Tancredo de Roscano, domino Mazico de Aspello, domino Tudino Coppoli, domino Johanne Coppoli, domino Hermanno Supolini, domino Jacoppo Petrutij, domino Passolo Taurelli, domino Gualfreduzìo Tribaldi, et aliis testibus. Et ego Bonus lohannes Petri Marescocti de Urbeveteri notarius et nunc comunis Perusij predictis omnibus interfui et ut supra legitur rogatus scribere scripsi et subscripsi.

Nomina hominum Gualdi qui iuraverunt in consilio, secundum tenorem scriptum sacramenti per me Bònióhannem notarium comunis Perusij, hec sunt:

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Dominus Ranerus Rogerij, dominus Thomassus de Compreseto, dominus Leonardus de Glogano, Bonamaza Johannis, Ranaldus Consulis, Bartutius domini Petri, Tranmundus Bonoscagni, Magister Speranza notarius, Thomassus de Insula, Montanarius Rugati, lacoputius Fortis, Dominus Gualterius Ugolini, Mercatellus Petri, Dominus Baliganus Perfecti, Bartolus Transmundi, Petrus Vinture, Dominus Ildebrandinus domini Ranerij, Borgognonus Benvenuti, Dominus Rolandus Bertraimi, Uguizonellus de Comperxeto, Gentilutius domini Johannis, Ventura Jennuarij, Dominus Oddo Oilij.

Et ego Bonus lohannes filius olim Petri Marescopti de Urfaeveteri notarius, et nunc comunis Perusij, sacramentis predictis interfui, et predicta roga tus scribere scripsi et subscripsi. (1)

Tredici giorni dopo l’Atto di sommissione, il Potestà di Perugia Raniero di Bulgarello Conte di Marsciano, recavasi in Gualdo con le sue milizie per prenderne il definitivo possesso. Approfittando di questa occasione, anche Perone di Raniero del Guelfo, Signore del Poggio di Nocera, recavasi nella nostra città, dove con le consuete solenni cerimonie, sottometteva sé stesso ed il Poggio al Potestà Perugino, mostrando, come Gualdo, di fare di propria volontà ciò che sapeva dover poi fare costretto.

In quest’epoca, i Gualdesi avevano assaltato il territorio Fabrianese, con cui confinavano, arrecando grandi danni a quelle popolazioni e saccheggiandone le proprietà, per cui l’Arcidiacono Valerio, Rettore della Marca, aveva chiesto al Comune di Gualdo l’indennizzo dei danneggiamenti apportati ai Fabrianesi, nonché le dovute soddisfazioni. Ma il Comune di Gualdo nulla fece di tutto ciò, ed allora il Rettore suddetto, con Decreto emesso da Fossombrone il 13 Marzo 1251, autorizzò il Comune di Fabriano a valersi del medioevale diritto di Rappresaglia, contro gli abitanti indistintamente del Comune di Gualdo e contro i loro beni. Non è qui il caso di spiegare a lungo, per chi lo ignorasse, in che consisteva, nella legislazione di quei tempi, questo barbaro e complesso sistema di amministrare la giustizia, per cui, se ad esempio, l’abitante di un Comune non riusciva a farsi risarcire da un ladro o a farsi pagare da un debitore o a far punire un assassino residenti in altro Comune, poteva chiedere, come ultima ratio, ai propri magistrati, di bandire le Rappresaglie, contro tutto il Comune abitato da quel ladro, da quel debitore o da quell’assassino. E la pubblicazione delle Rappresaglie, dava diritto al Comune che le bandiva ed ai suoi abitanti, di catturare qualsiasi cittadino, anche innocente, appartenente a quello avversario e d’impadronirsi dei suoi beni quante volte se ne fosse presentata l’occasione, quando ad esempio questo cittadino si fosse trovato ad abitare nel Comune che aveva dichiarato le Rappresaglie o, per qualche motivo, si fosse in esso transitoriamente recato. La cattura dei beni e delle persone, aveva per iscopo di costringere il Comune abitato dal

(1) Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali. Libri delle Sommis­sioni. Cod. ®, e. 82 e 83; Cod. A, e. 126.

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ladro, dal debitore o dall’assassino, al risarcimento del danno o al pagamento del debito o all’applicazione della pena.

Nello stesso anno 1251, i Nocerini seguivano l’esempio dei Gualdesi, rinnovavano cioè la loro sottomissione a Perugia, venendo però aggiunto, in questo nuovo Trattato, un articolo con cui Nocera rinunziava alla partecipazione sui tributi «aliqua collecta, colta seu data» che i Perugini riscuotevano nel Comune di Gualdo o nella sua giurisdizione e ciò « non obstante capitalo quod loquitor, quicumque Consul vel Dominus vel Rector Perusij fecerit generalem coltam per comitatum Perusij, faciet similiter per comiiatum nucerinum et medietatem colte facte per comitatum nucerinum, habetit comunantia nucerina et medietatem perusina». Come compenso a tale rinunzia, Nocera chiedeva però che, non le si negasse aiuto, per fare guerra contro gli odiati Eugubini. Inoltre si stabiliva che i Fuorusciti e i banditi dal Comune di Nocera, sarebbero stati considerati tali anche dal Comune di Perugia e chiunque desse loro ricetto ed aiuto, fosse sottoposto alla pena stabilita dagli Statuti Perugini. Erano eccettuati però da questa disposizione, il Comune di Gualdo e gli altri Castelli dipendenti da Perugia, nonché gli abitanti di questa Città, che potevano essere sottoposti al bando solo con il consenso della Magistratura Perugina. (1)

Per chi non lo sapesse, i Fuorusciti, dei quali ho qui sopra fatto parola e che ad ogni istante si trovano ricordati nelle Cronache Italiane dei Secoli XIV e XV, e che, come vedremo, molta parte hanno avuto anche nelle vicende storiche della nostra città, erano una conseguenza delle feroci e ostinate guerre civili, che sul finire del Medio-Evo, desolarono i Comuni, i Principati e le Repubbliche Italiane. Sia le città che i villaggi, si trovavano profondamente divisi in vari partiti, che a seconda dei tempi e dei luoghi, assumevano diverso nome e diverso carattere e rappresentando opposte tendenze, si disputavano accanitamente la supremazia nel luogo nativo; così il partito popolare e quello della nobiltà, il partito dei Guelfi e quello dei Ghibellini e via di seguito. Ora, quando uno di essi prendeva il sopravvento, cacciava lungi dalla città tutti coloro che erano di parte avversaria confiscandone i beni e questa folla di proscritti, di banditi, di Fuorusciti, come si chiamavano allora, si rifugiava nelle vicine nemiche città, dove dominavano quelli del loro partito, ed ivi congiuravano ai danni della patria, chiedendo ai nemici di lei aiuti e consigli per riafferrare il potere perduto nel luogo nativo ed a sua volta bandirne i trionfatori di ieri.

Certo è che la sottomissione di Gualdo a Perugia, se limitava al

(1) L. BONAZZI: Storia di Perugia. Perugia 1875. Vol. I, pag. 294 – F. UGhelli : Storia dei Conti di Marsciano – F. bartoli : Op. cit. : pag. 408 – C. CIAVARINI: Collezione di Documenti Storici delle Città e Terre Marchi­ giane. Tomo II. Ancona 1872. pag. 196 – Archivio Storico di Fabriano: Co­dice Perg. detto Liber Rubeus, e. 41t.

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primo le antiche prerogative e libertà Comunali, gli assicurava in compenso una valida protezione verso i nemici esterni, contro le più forti vicine città che, colpendo i Gualdesi, temevano di offendere in questi la potestà di Perugia e di ciò non ne mancano esempi negli anni che immediatamente seguirono. Così vediamo che il 3 Maggio del 1256, nel General Consiglio di Perugia, all’ambasciatore di Gubbio, Sasso, i Perugini chiedono quali sono i rapporti che gli Eugubini mantengono verso il Comune di Gualdo, alla quale domanda l’Ambasciatore di Gubbio, s’affrettava infatti a rispondere che i Gualdesi, non solo erano rispettati e in nessun modo molestati dagli Eugubini, ma che anzi furono da questi persino esentati da ogni imposizione di pedaggi. Così pure al mantenimento dell’ordine e della concordia nelle Terre sottomesse, provvedevano i Perugini. In quell’epoca anche la nostra città era dilaniata da quelle feroci e ostinate lotte fraterne a cui abbiamo poco sopra accennato, tantoché i Magistrati Perugini, il 20 Luglio di quello stesso anno, decisero mandarvi un nuovo Podestà, in persona del loro concittadino Monaldo, affinchè si rendesse conto di quanto accadeva in Gualdo e persuadesse quegli abitanti alla concordia, dovendo in caso d’insuccesso, proporre gli opportuni rimedi. Prima che finisse l’anno, nel mese di Novembre, il Podestà suddetto, riferiva infatti di avere bandito molti Gualdesi dalla propria patria e consigliava quanto era necessario per ricondurre tra gli altri la pace. Ma questa loro protezione e difesa, i Perugini si facevano poi compensare dai Gualdesi sotto forma più o meno larvata di tributi o balzelli. In proposito è tipica una deliberazione presa dai Magistrati di Perugia il 25 Settembre del suddetto anno 1256, con la quale, premesso che alcune Città e Terre dell’Umbria avevano accettato di fornire determinate quantità di cereali a Perugia, si stabiliva che il frumento che avrebbero inviato Assisi e Foligno « ac cipiatur in mutuum » e quello di Gualdo invece «tolatur ex dono». Oltre a ciò, non è inopportuno osservare, che la sottomissione di Gualdo, giovò assai anche ad accrescere l’influenza della Repubblica Perugina nella nostra regione, dove gli stessi Feudatari, sentirono la necessità di chiedere protezione alla forte Città del Grifo e l’occasione doveva per alcuni di essi presentarsi ben presto: II Comune di Gubbio, voleva impadronirsi dei due Castelli di Frecco e di Compresseto, che erano posti sui confini del nostro territorio e il secondo dei quali dette poi origine all’attuale villaggio Gualdese detto la Pieve di Compresseto, sorto poco lungi e più in alto dell’antico Castello oggi diruto e dimenticato. Erano queste due Rocche possedute allora da Feudatari pressoché indipendenti. Frecco da tal Giovannuccio di Bartolo, Compresseto da Tommaso di Monaldo di Suppolino, quest’ultimo discendente da quell’Offredo di Monaldo III, Conte di Nocera, al quale, come si disse, Compresseto era pervenuto insieme ad altri vicini Castelli, nella divisione che con il fratello Vico detto Lupo, aveva fatto degli aviti domini. Fu anzi da questo ramo genealogico, trapiantatesi in Perugia, che pare avesse origine l’illustre famiglia Perugina dei Monaldi, tanto è vero che tra i Nobili

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del Quartiere di Porta S. Susanna in Perugia, nel 1333, si trova indicato anche un Mascio di Monalduccio, Comes de Compresseto. Un Tommaso da Compresseto, abbiamo inoltre già visto nominato tra coloro che nel 1251, firmarono l’Atto di sottomissione di Gualdo a Perugia. Il Comune di Gubbio dunque, volendo, come si è detto, impossessarsi dei due Castelli, v’inviò le proprie soldatesche sotto il comando del Capitano del Popolo, ma i Signori di Frecco e di Compresseto, dopo aver tentato invano di resistere, visto il soverchiante numero degli Eugubini, fuggirono di notte tempo a Perugia, per sottoporre a questa città i propri Feudi, chiedendone in compenso protezione ed aiuto. I Perugini, che erano proprio allora in rotta con Gubbio, accettarono volentieri l’offerta e l’Atto di sommissione, rogato dal Notaio Brocardo, fu infatti stipulato il 29 Agosto 1257. In forza di esso Tommaso di Monaldo, con il nepote Andreolo, per Compresseto, e Giovannuccio di Bartolo per Frecco, davanti al Podestà di Perugia Aldrebando de Riva, dichiararono di mantenere i propri Castelli, con la relativa giurisdizione e con gli abitanti, « ad honorem et statum comunis Perusij, » obbligandosi a non concedere su di essi alcun potere a nessun altro e di far guerra e pace secondo i voleri di Perugia, che in compenso prometteva ai due Feudatari la sua protezione. Come garanzia per il mantenimento dei patti, le parti s’impegnavano scambievolmente con i rispettivi beni, al pagamento di mille marche d’argento, quante volte a questi patti venissero meno. Compiuta la sottomissione dei propri Feudi a Perugia, Tommaso di Monaldo ebbe da questa un forte stuolo di armati, con i quali partì alla volta di Compresseto, riuscendo a riconquistarlo e a riprenderne possesso a nome della Repubblica Perugina. Gli Eugubini se ne vendicarono, dando alle fiamme i palazzi che Monaldo possedeva entro Gubbio, da dove dovette fuggirsene anche il vecchio padre, riparando nell’altro suo Feudo di Giomici. Similmente Gualdo non doveva allora trovarsi in amichevoli rapporti con il suddetto Castello di Compresseto, poiché nella notte del 21 Gennaio 1260, i Gualdesi, con a capo il loro Podestà, lo presero all’improvviso d’assalto e dopo essersene impadroniti, lo bruciarono facendone prigionieri gli abitanti, tanto che il Feudatario del Castello, che era ancora il surricordato Tommaso di Monaldo, ricorse per aiuti a Perugia che inviò immediatamente sul posto, ad inquirendum, come si legge nei documenti, alcuni suoi Delegati. Come se ciò non bastasse, i Gualdesi, pochi giorni dopo, entravano in armi anche nel territorio di Gubbio predandovi del bestiame. Gli Eugubini ricorsero anch’essi a Perugia, chiedendo che venisse loro consegnato uno degli assalitori, che era stato fatto poi prigioniero in Assisi, ma i Magistrati di Perugia risposero spettare ad essi di prendere in consegna costui, che sarebbe stato sottoposto a tortura, perché denunciasse i suoi complici. D’altra parte gli Eugubini non rinunciavano affatto alle loro mire sul possesso del Castello di Compresseto, tanto è vero che ventitré anni dopo, sia pure temporaneamente, riuscirono ad occuparlo. Esiste infatti un Breve dato a Montefiascone il 22 Settembre 1282, con il quale papa

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Martino IV, ad istanza di Monaldo Signore di Compresseto, ordina al Vescovo di Nocera di citare il Podestà ed il Consiglio di Gubbio, a comparire entro otto giorni davanti alla Santa Sede, sotto pena di mille marche d’argento, per rispondere dell’occupazione di detto Castello, fatta dagli Eugubini a mano armata, dopo averlo messo a ferro e fuoco, con l’uccisione di molti suoi abitanti, tra i quali un Monaco e vari parenti del Feudatario Monaldo.

Per effetto della suddetta occupazione, da parte del Comune di Perugia, del Castello di Compresseto, sorse poi vicinissimo a questo, come tra poco vedremo, anche l’altro di Poggiò S. Ercolano. Questi due Castelli, oggi appartenenti al Comune di Gualdo, furono allora e per lungo tempo, un valido baluardo sul confine orientale della repubblica Perugina, della quale, con l’Abbazia di Val di Rasina, anche durante tutto il secolo seguente, costituivano le ultime terre in direzione dell’Appennino. Per questa loro speciale posizione topografica, i due Castelli furono da Perugia validamente difesi e favoriti. Erano spesso persino esentati da ogni dazio e balzello, esenzione che i Magistrati Perugini, riconfermarono per dieci anni nel Febbraio e nel Novembre del 1379, con ordine a tutti i gabellieri e particolarmente a quelli della tassa del macinato, di non molestarne in alcun modo gli abitanti, avvertendo che questi ultimi erano meritevoli di tali favori, per la loro fedeltà e come compenso per i gravi danni subiti nelle precedenti guerre tra lo Stato Perugino e la Santa Sede. Oltre a ciò, questi stessi abitanti, il 29 Febbraio 1400, ottennero il condono di trenta fiorini su quaranta, di cui erano debitori verso il Comune di Perugia, per effetto di una fornitura di sale; altro condono di qualunque balzello, per tre anni, ebbero nel 1433; altro di ottanta fiorini nel 1441; altro di ogni debito nel 1445, altro di cinquanta fiorini il 22 Febbraio 1450, come annullamento per quell’anno, di una speciale tassa chiamata Sussidio, e infine di quarantadue fiorini per dazi arretrati, il 7 Dicembre 1455. Il giorno 11 Febbraio 1467, furono poi di nuovo sgravati della metà del Sussidio, durante il tempo di cinque anni. Ma tutte le concessioni ora esposte, erano sempre fatte a condizione che la somma condonata venisse invece spesa dai due Castelli, in riparazione e rafforzamento delle proprie mura e delle proprie torri. Né trascurava Perugia le vie di comunicazione con quei lontani baluardi del suo territorio, ed anche nel 23 Gennaio 1476, la vediamo elargire sessanta fiorini, per la costruzione di un ponte sul fiume Rasina, nella valle omonima. (1)

(1) P. PELLINI: Op. cit. Parte I, pag. 264, 1248 – L. Jacobilli: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 54 – Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirati. Libri delle Sommissioni. Cod. tjt, e. 84t ; Libri delle Rifor­ marne. Cod. Il, e. 9t a lOt, 25t a 27, 33t a 34, 39t, Cod. IV, e. 21 a 24, Cod. dal 1379 al 1380 e. 34t, 249 – O. Belforti: Memorie dei Castelli Perugini con annotazioni ed aggiunte di A. Mariotti. Territorio di Porta Sole. ms. nella Biblioteca Comunale di Perugia – Bollettino della R^ Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Già cit. Vol. II, pag. 146; Vol. VIII pag. 63; Vol. XIII,

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Ma ritornando, dopo questa lunga digressione, alla sottomissione di Gualdo a Perugia, va notato che troppo grandi e recenti vantaggi i Gualdesi aveva ritratto dal partito Ghibellino, all’epoca della riedificazione della loro città, perché potessero tanto presto dimenticarsene, e pare che mal soffrissero ora, per il tramite dei Perugini, l’autorità e l’influenza del Pontefice. Di più, la stessa Perugia, si era con il tempo raffreddata nel suo amore al Guelfismo, e anziché reprimere le aspirazioni Ghibelline che animavano la popolazione Gualdese, si potrebbe dire che quasi le fomentasse. D’altra parte, appunto in quell’epoca, il Ducato Spoletano, a nome del Pontefice, cercava di estendere anche a Gualdo la propria giurisdizione. Già nel Novembre del 1256, il Duca di Spoleto intimava al Comune di Perugia che, qualunque suo Atto di Governo in Gualdo « illud non sit factum in preiudicium ecclesie Romane nec contra honorem ipsius ecclesie » ; che il Podestà e Sindaco di Gualdo « debeant iurare de suis preceptis in omnibus attendentis» e finalmente, che da parte del Comune di Perugia « renuncietur eiectioni facte pro ipso Comuni de Potestaria castri Gualdi». Dopo ciò, con la data 6 LuglIo 1258, giungeva al Comune di Perugia, un Breve di Alessandro IV, con il quale il Papa aspramente si lagnava, che, nonostante il suo divieto e la pena imposta di mille marche d’argento contro i disubbidienti, si continuasse dai Magistrati di Perugia a impedire al Rettore del Ducato di Spoleto di procedere contro Gualdo, proteggendolo a dispetto di quello e comandava perciò al Comune di Perugia, di non emanare più alcun ordine nel territorio Gualdese e in tutta la restante Diocesi di Nocera, senza l’assenso del Rettore del Ducato Spoletino, minacciando di far pentire i Perugini, se più oltre persistessero nella loro ostinazione. Ma pare che questi poco conto facessero delle minacce del Pontefice, poiché, essendo la loro città allora in guerra con Gubbio e venendo conclusa la pace a Città di Castello, il 14 Luglio dell’anno seguente, Perugia approfittò anche di questa occasione per far risultare la propria ingerenza nel Governo di Gualdo. Infatti, tra i vari Capitoli del suddetto Trattato di Pace, si legge che, essendosi impossessati gli Eugubini durante la guerra di «castrum Chere, villam Sigilli, villam sancte Crucis de Culiano, villani Vallis Ficuum, villam Collis, villam sancti Apolenaris, villam Colbasciani, villam sancti Petri» ed appartenendo tutti questi loghi al Comune di Gualdo, protetto e difeso dal Comune di Perugia, gli Eugubini dovevano, per tale ragione, restituirli immediatamente ai Gualdesi. Questo documento è per noi assai interessante, anche perché ci indica sin dove si estendeva in quel tempo la giurisdizione del Comune di Gualdo, al quale appartenevano dunque persino i lontani paesi di Sigillo,

(1) Arch. Vaticano: Reg. di Martino IV. Tomo II, Anno II, Epist. 58 – Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss, di Dorio e Jacobilli); Cod. C. II. 5, c. 100t.

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Colbassano e Purello (allora appunto chiamato Villa Sancti Apollinaris) con i loro dintorni. (1)

A quest’epoca, rimonta la fondazione del nostro più importante Ospedale, cosi detto della Carità, eretto e dotato nel 1260 dal Notaio Diotisalvi, fuori la Porta Civica di S. Benedetto, come risulta da pubblico Istrumento, redatto nel mese di Febbraio, nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, ai Monaci della quale veniva affidata l’azienda dell’Ospedale in discorso. Ed anzi, tra i testimoni presenti alla stipulazione di un tale Istrumento, figurano quel Bartolo da Sigillo, quel Ildebrandino di Raniero, quell’Oddo Gilii e quel Baligano Perfecti, che nove anni prima abbiamo visto sottoscrivere l’Atto di sommissione di Gualdo a Perugia. E a proposito di Ospedali, non possiamo lasciare inosservato il grande sviluppo che nella città nostra, sin dalle sue origini, ebbero gli Istituti Ospedalieri. Nel già ricordato testamento del 4 Aprile 1288, di Giovanni di Ventura di Acquittolo, notaio, e in altro testamento di Salvuzio Sartore, avente la data 28 Luglio 1290, costoro oltre che al suddetto Ospedale della Carità, fanno dei Legati a vari altri Ospedali allora esistenti in Gualdo e cioè all’Ospedale dei Lebbrosi, sulla Via Flaminia, all’Ospedale dei Frati della Congregazione, all’Ospedale fuori Porta S. Facondino, all’Ospedale di Valsorda e all’Ospedale di Giovanni Bentivonij. Tutti questi Ospedali, dei quali già diffusamente trattai nel mio libro « Gli Antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino » non si creda però che avessero molto di comune con i moderni luoghi di cura, erano piuttosto specie di Ospizi o Ricoveri, dove l’accattone, il viandante, il pellegrino, che spesso arrivavano stanchi e sofferenti, provenendo da lontane regioni, ottenevano per carità e dalla pubblica beneficenza un pane ed un giaciglio.

In quest’epoca e più propriamente nel Gennaio del 1267, il Comune di Perugia pretendeva da quello di Nocera il pagamento di una certa somma di denaro, su di esso imposta a titolo di penalità. Mostrandosi i Nocerini riluttanti a tale pagamento, il Comune suddetto li poneva in bando, autorizzando chiunque ad impadronirsi dei loro beni, sino a raggiungere l’importo della penalità imposta. Il Comune di Perugia, contemporaneamente ordinava a quello di Gualdo di porre anch’esso in bando i Nocerini, contro i quali i Gualdesi avrebbero potuto, alla loro volta, impunemente esercitare il surricordato diritto di rapina, devolvendo però al Comune di Perugia, la metà dei beni rapinati.

Il 16 Marzo di quello stesso anno, due Ambasciatori Gualdesi, messer Villano e messer Cavalca, si presentarono ai Magistrati Perugini, lamentandosi per offese arrecate dai Comuni di Fabriano e di Nocera, al Castellano della Rocca di Gualdo, Raniero di Ruzerio ed ai suoi famigli. Aggiungevano, che i Comuni suddetti, si

(1) Archivio Storico Italiano: Tomo XVI. Parte II, pag. 483 (Regesto e. Documenti) – Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirati. Riformanze, Cod. II, e. 50; Sommissioni. Cod. ®,c. 15 e seg. – F. ClATTl: Op. di. vol. Il, pag. 378.

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adoperavano per costituire una nuova Comunanza, che sarebbe andata a detrimento di Gualdo, a cui avrebbe sottratto numerosi abitanti, che erano pur sudditi di Perugia e domandavano perciò che s’impedisse un simile avvenimento. I Magistrati Perugini, inviarono allora appositi Delegati ai Comuni di Fabriano e Nocera, per avvertirli che non avrebbero tollerato la formazione di questa nuova Comunanza, perché sarebbe andata a scapito del Comune di Gualdo e della sua giurisdizione.

Anche nel seguente anno 1268, il Comune di Perugia ha occasione di esercitare l’opera sua in difesa della nostra città. Da alcuni documenti degli Annali Decemvirati Perugini, invero assai poco chiari, un personaggio che parrebbe rispondere al nome di Marchese Manfredi, aveva non solo imposto dei gravami fiscali ai Gualdesi, ma inoltre, per motivi a quel che pare di natura annonaria, aveva fatto sequestrare agli stessi numerosi capi di bestiame bovino ed ovino, imprigionandone e tenendone altresì in ostaggio i custodi. Il Comune di Perugia, dietro richiesta di quello di Gualdo, nel Maggio di quell’anno s’interpose per la restituzione del bestiame e la liberazione degli ostaggi, inviando a tale scopo due Ambasciatori al suddetto Manfredi. Chi fosse costui, non è bene specificato nei documenti suddetti, ma è lecito supporre che si tratti di qualche funzionario della Santa Sede, poiché contemporaneamente i Magistrati Perugini deliberarono d’inviare altri due Ambasciatori al Pontefice, supplicandolo, per amore loro, di non infierire contro i Gualdesi, e così giustificavano la loro richiesta: Cum Communis Gualdi sit in malo stata et homines diete terre nimium graventur. E per completare l’opera, mandavano altri due Ambasciatori nella nostra città, per curarne il buono stato e ristabilirvi la pace. Ricorderemo finalmente, a proposito della protezione accordata da Perugia ai Gualdesi, che da un documento del 18 Giugno 1269, ci risulta che il Capitano del Popolo di Perugia, per effetto di una disposizione statutaria (Capitulum Constituti) essendo obbligato a concedere a tal Pietro di messer Maitine, anche detto Piero de Loculo, la bayliain sive sindicatum di qualche Terra soggetta a Perugia, si doveva in ogni caso, escludere Gualdo ed il prossimo Castello di Compresseto da tale concessione. (1)

Ritornando alla lotta che ferveva tra Perugia e Spoleto per il predominio su Gualdo, ricorderemo che nel 1273, questa divenne più viva e pressante avendo il Pontefice, con il tramite del Vescovo di Perugia Bernardo Corio, ordinato ai Magistrati Perugini di consegnare al Rettore, o Duca di Spoleto che dir si voglia, per conto della Santa Sede, Gualdo insieme ad altre vicine città. Questa

(1) R. GUERRIERI: Gli Antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Pe­rugia 1909. pag. 12 e seg. – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Per­ gamene. Sec. XIII. N° 101 – G. Cajani: Raccolta ms, di memorie stanche Gualdesi. Vol. I.

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volta si domandava loro maggior sacrificio ed il Comune di Perugia corse subito ai ripari per scongiurare questo non lieve colpo alla sua potenza. Gli Archivi Perugini, specie gli Annali Decemvirati, abbondano di documenti da cui risultano le intense e continue pratiche corse durante il suddetto anno 1273 ed il principio di quello seguente, tra il Comune di Perugia, il Ducato di Spoleto e il Pontefice, per risolvere l’intricata vertenza. Infatti, già sin dal 7 Maggio di quell’anno, vediamo tornare in Perugia un’Ambasciata che era stata inviata dai Perugini a Gualdo, la quale riferì che il Duca di Spoleto rifiutava di accettare le proposte che erano state fatte dal Comune di Perugia, circa la giurisdizione da esercitarsi su Gualdo; e i Perugini stabilirono allora che, in ogni modo, si dovessero difendere i Gualdesi e i loro Podestà, contro le pretese del Duca Spoletino, ricorrendo nello stesso tempo al Pontefice, per impetrarne un favorevole appoggio. Il 14 Maggio, lo stesso Gualdo prende l’iniziativa di tale affare, chiedendo a Perugia « unus homo et sapiens » assistito da un Notaio, per inviarlo, quale proprio rappresentante, ad Umberto Duca Spoletino. L’ottiene, ma dovette anch’esso nulla concludere, poiché pochi giorni dopo, vediamo arrivare in Perugia un Ambasciatore Gualdese, per riferire che il Duca suddetto, aveva fatto invece assalire dai suoi soldati il territorio di Gualdo, facendovi danni e qualche prigioniero e minacciandone gli abitanti e il Podestà. I Magistrati Perugini, inviarono allora immediatamente ordini a Casacastalda e a Fossato, affinchè con uomini ed armi, accorressero in aiuto dei Gualdesi, ed agli Spoletini intimarono di desistere da ogni offesa contro il Comune di Gualdo. Contemporaneamente, sapendo che il Pontefice transitava allora nell’Umbria, diretto da Orvieto in Assisi, i Magistrati Perugini gli mandarono incontro una numerosa Ambasceria, che avrebbe dovuto accompagnare il Papa stesso sino ad Assisi e con lui concordarsi, tra l’altro, anche circa la pretesa consegna di Gualdo. Erroneamente il Pellini nella sua Historia di Perugia, attribuisce questo episodio a Gualdo Cattaneo. Quattro Ambasciatori inviarono altresì a Spoleto, per invitare il Duca a desistere dal processo di ribellione che aveva ordito contro i Gualdesi e, in caso di rifiuto, due di essi si sarebbero dovuti recare nelle Città e nei Castelli del Ducato e in quelle sottomesse a Perugia, avvertendone gli abitanti di non compiere atti ostili contro i Gualdesi, poiché i Perugini avrebbero ritenuto queste ostilità come rivolte a loro stessi; e gli altri due Ambasciatori si sarebbero dovuti recare nelle Città e nei Castelli della Marca confinanti con Gualdo, per ivi ripetere lo stesso proclama. Sembra però che il Pontefice, agli Ambasciatori di Perugia, tornasse ad esprimere personalmente la sua ferma volontà di vedere annesso al Ducato Spoletino anche Gualdo e il suo territorio, né dobbiamo perciò meravigliarci se il 12 Giugno, i Gualdesi chiedono ancora una volta Ambasciatori a Perugia, perché volevano inviarli a Guglielmo, nuovo Duca di Spoleto, che trovavasi allora in Assisi. Quest’ultimo, da parte sua, il giorno 16 intima alla nostra città di mandare invece una Delegazione a Bevagna, per trattare con il rappresentante Spoletino

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« et ibidem facete sua precepta et Romane Ecclesie » ed una intimazione, presso a poco consimile, rinnova il giorno 21, con il termine perentorio di cinque giorni, perché sia effettuata. Il 2 Luglio, il Papa scrive di nuovo al Vescovo di Perugia perché minacci i Perugini per la loro ostinazione a proposto della consegna di Gualdo, e quei Magistrati, tanto per temporeggiare, chiedono al Duca un anno di tempo, dopo il quale si sarebbero rimessi al giudizio del Pontefice. Ma il Duca di Spoleto, credette invece bene, di far subito un atto di autorità sul Comune di Gualdo, al quale intimò, due giorni dopo, di inviargli, per il 7 Luglio, una schiera di soldati (X milites et CC pedites preparatos ad exercitum) destinata a prestare servizio nella guerra che Spoleto iniziava allora contro Cascia. E i Perugini non credettero opportuno impedire questo reclutamento militare in una Terra a loro soggetta, poiché infatti, interpellati in proposito dai Gualdesi, di buona o mala voglia, risposero ambiguamente a quest’ultimi che avessero pure obbedito « sicut consueti sunt servire Duche et Rectore Spoletano ». Anzi, come se ciò non bastasse, essendo tornati a Perugia alcuni Ambasciatori da questa città, inviati al Pontefice per la vertenza di Gualdo, i Magistrati Perugini, il 27 Luglio, trasmettono ai Magistrati Gualdesi la raccomandazione che si guardino bene dal cadere in qualsiasi pena da parte del Duca Spoletino, ma che anzi gli obbediscano, cercando tuttavia di arrecare con ciò il minor danno possibile al Comune di Perugia, che così agiva solo per fare opera di concordia. Né quest’ultima raccomandazione, era fuori di luogo o superflua, tanto è vero che quattro giorni dopo, il Rettore del Ducato notifica a Gualdo, che marciava in armi contro il Castello Perugino di Compresseto, il quale, come vedemmo, sorgeva appunto sul nostro confine territoriale verso Perugia. E che perciò i Gualdesi dovevano subito schierarsi dalla parte del Rettore, pena la multa di cento marche d’argento, ed anche questa volta il Consiglio Perugino, pare impossibile, avverte i Gualdesi di obbedire al Rettore del Ducato. Certo che la potente Perugia, avrà avuto allora i suoi buoni motivi politici, per dimostrare tanta remissione di fronte alla rivale e tracotante Spoleto, ma non è a credersi come del resto ce ne accorgeremo in appresso, che intendesse con ciò definitivamente rinunziare al suo dominio su Gualdo. Infatti, poco dopo, il 29 Settembre, nel Consiglio Perugino, già si torna a discutere sul da farsi per la grave questione di Gualdo e si nomina una Commissione di Sapienti uomini, perché giudichino in proposito e la decisione si conclude il 2 Ottobre con l’invio a Spoleto di una delle solite Ambascerie, composta di sei illustri cittadini di Perugia, aventi l’incarico di accordarsi nel miglior modo con il Duca. Ma costui, a nome del Pontefice, tra l’altro chiese ai Perugini, mille libbre di denari a titolo d’indennizzo per vari motivi, fra cui s’indicano le offese e le aggressioni fatte in passato dai Gualdesi contro il Ducato e il suo Duce, nonché un vecchio disaccordo, a proposito del salario della Podesteria di Gualdo. Circa poi l’assegnazione di quest’ultima città, che però prima o dopo sarebbe dovuta tornare alla dipendenza del Ducato di Spoleto e

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della Chiesa, il Rettore si riservava di attendere il responso che il Papa, o il suo Camerlengo, avrebbero dato a suo tempo in proposito. Le trattative si protrassero per molti giorni, durante i quali dal Pontefice, furono persino scomunicati i riluttanti Magistrati di Perugia, che nella seconda metà di Ottobre, in pubblico Consiglio, decidevano di fare al Duca di Spoleto, tra l’altro, anche le seguenti proposte: Pagare al Duca stesso, quattrocento libbre di denari, quale indennizzo per le ostilità ricevute da Gualdo, che sarebbe stato però amnistiate da ogni processo, pena, bando etc. in cui già fosse incorso di fronte al Ducato; decretare « quod Gualdenses remaneant in sua solita iurisdictione, salvo dominio Ecclesie Romane et iure Comunis Perusii. Et si articullus in hoc, salvo iure Comunis Perusii, non possit obtineri, remaneat in hoc tacite»; e finalmente soprassedere sulla spinosa questione riferentesi alla Podesteria di Gualdo. Non risulta qual conto facesse il Rettore del Ducato di queste proposte dei Perugini, al di cui Vescovo, Papa Gregorio X tornava a scrivere nel mese di Novembre, a proposito anche delle contese che si riferivano alla nostra città. Certo, che le trattative, nel Gennaio del 1274, continuavano ancora, poiché troviamo che in tale mese, il Consiglio Perugino rimandava al giudizio di vari sapienti cittadini, ogni decisione su alcune nuove missive inviate dal Duca di Spoleto al Comune di Gualdo. Del resto, tale complessa e lunga questione, anche se fu allora, per il momento, provvisoriamente sedata, come si è detto, la vedremo in seguito risorgere ancor più vivace e difficile. (1)

In quest’epoca, il nuovo Re d’Inghilterra Edoardo I, reduce dalla Siria, dove aveva preso parte all’ultima Crociata, era passato in Italia e si dirigeva ad Orvieto per ossequiarvi il Pontefice, da dove poi avrebbe dovuto proseguire verso l’Inghilterra e salire sul trono Inglese, rimasto vacante per la recente morte del padre. Ma, secondo quanto scrive il Bonucci, nel 1273, prima ancora di arrivare ad Orvieto, dovette interrompere il viaggio e sostare a Gualdo, dove partorì la sua reale consorte Eleonora di Castiglia che, incinta, aveva coraggiosamente seguito in Siria lo sposo in mezzo agli orrori della guerra.

Con il principiare del 1274, notiamo un grande armeggio tra Gualdo e Perugia, segno certo che qualche cosa di insolito era insorto nei rapporti tra i due Comuni: Così il 30 Gennaio, giungono in Perugia tre Ambasciatori Gualdesi, indicati come Rosso, Monaldo e Andrea Podestà di Gualdo, i quali dovevano certo esporre al Comune di

(1) P. PELLINI : Op cit. Parte I, pag. 284 – C. Alessi: Compendio delle Storie,Perugine. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia, pag. 32 – L. BELFORTI: Serie etc. Già cit. Tomo I, pag. 60 – G. MORONI: : Op. cit, Vol. LII pag. 163 e Vol. LXIX, pag. 93 – Arch. Comunale di Perugia: Annali Decenivirali. Dal 1273 al 1276 (Cod. A), e. 2, 8, lOt, 21t, 24, 25, 27t, 28t, 32, 34, 3,5t K 37, 45t, 47, 48, 48t, 73t, 74t, 75, 76. 76t, 78, 79, 80t, 81, 811, 82t, 94, 95, ÌÓS; Cod. $, e. 153t, 154, 192t, 193, 197, 198, 210, 228, 268.

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Perugia qualche affare oltremodo segreto ed importante, poiché chiedono di parlare, non già apertamente davanti al Consiglio Generale, ma bensì in modo particolare e riservato, in presenza o del Podestà, o del suo Vicario, o dei Giudici, o del Capitano del Popolo, o dei Consoli, o di sapienti uomini da designarsi, e tale richiesta fu senz’altro approvata. Poco dopo, il 21 Febbraio, il Perugino Jacopo di Rainaldo, domanda al suo Comune, ottenendoli, alcuni Ambasciatori da inviarsi a Gualdo a proprie spese, ma non sappiamo per qual motivo e il 18 Marzo, il Consiglio Perugino, rimanda al giudizio di altri « sapienti uomini » una lettera diretta dal Podestà di Gualdo ai Consoli della Mercanzia di Perugia, lettera di cui ignoriamo lo scopo. Tutto questo movimento di Ambasciatori e di lettere, va forse messo in rapporto con alcuni incidenti allora insorti tra la popolazione Perugina e quella Gualdese. Tra l’altro sappiamo infatti, che qualche tempo prima, un certo Aldovrandino di Bartolo cittadino di Perugia, conducendo in questa città, da Camerino, una grossa mandria di animali, mentre transitava per il territorio di Gualdo, era stato dai Gualdesi aggredito e derubato del bestiame suddetto. Aldovrandino, il 24 Marzo del 1274, ottenne dal Comune di Perugia alcuni Ambasciatori per inviarli a sue spese al Comune di Gualdo e ricuperare così la mandria rubata, ma avendo quelli, dopo il loro ritorno in Perugia, confermato il misfatto senza aver nulla concluso, i Magistrati Perugini, intimarono a Gualdo di mandare un proprio rappresentante, per rispondere ad Aldovrandino davanti la Curia del Podestà e del Capitano del Popolo Perugino. Però tale ordine restò inadempiuto, tanto è vero che il Consiglio di Perugia, il 24 Aprile di quell’anno, su domanda del derubato, deliberò di pubblicare le Rappresaglie contro il Comune e la popolazione Gualdese, se non venissero restituiti gli animali trafugati e compensati tutti i conseguenti danni.

Così pure accadde poco dopo, che a certa donna Aiguana di Bonaccorso, cittadina di Perugia, era stata negata dal Gualdese Berretta di donna Benvenuta, la somma di ventisei libbre di denari Cortonesi, residuo di quarantasette libbre, che in tutto costui già le doveva, come da Istrumento rogato da maestro Giovanni notaio. I Magistrati Perugini, inviarono in Gualdo degli Ambasciatori i quali, assistiti da messer Benicello, notaro del Comune di Perugia, redassero con i nostri Magistrati un accordo per cui la questione doveva venir sottoposta ad un arbitrato, ma non avendo poi i Gualdesi mantenuto un tal patto, il 22 Ottobre del 1275, in Perugia, avanti la Chiesa di S. Severo, ubi ius reddere consuevit, si adunarono Benvenisse di Bonagiunta e Giacomo di Pigolotto, Giudici, Rigozzo di ser Rigone e Marco di Maffeo, pubblici Ufficiali del Comune di Perugia, i quali con l’assistenza di messer Pietro, notaro del Comune stesso, solennemente di nuovo bandirono le Rappresaglie, approvate poi dal Consiglio Generale Perugino, contro il Comune di Gualdo, rappresentato in tale occasione da quel Bartolo da Sigillo, Giudice, che venticinque anni prima, cioè il 1 Febbraio 1251, vedemmo trattare la sottomissione a Perugia della nostra città.

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Un tale provvedimento non dovette però avere effetto alcuno, poiché il 30 Aprile dell’anno seguente, a richiesta di Beneviene di Giovanni, marito di donna Aiguana suddetta, il Giudice di Perugia Tancredi di Benincasa, confermava il bando delle Rappresaglie, con Atto pubblico eseguito a Ponte S. Giovanni, nel territorio Perugino, sulla via che conduce a Gualdo. Come se ciò non bastasse, nel mese di Ottobre dello stesso anno 1276, il Comune di Perugia, dietro richiesta dei suoi cittadini Bonavita di Giacomo, Tancredi di Benincasa di Alfano e Andrea di Baregano, rappresentanti anche dei compagni Andrea di Gipso, Todinello di Piero ed Angelo di Simone, concedeva a questi nuove Rappresaglie contro i Gualdesi, per far valere alcuni loro pretesi diritti. Ma per quanto solleciti nella concessione delle Rappresaglie, a favore dei propri concittadini altrettanto tardi e svogliati erano i Magistrati di Perugia quando si trattava di permettere ad altri tale pratica. Pare infatti che essi opponessero frequenti dinieghi alle richieste che i minori, limitrofi e dipendenti Comuni, loro facevano per potere esercitare liberamente anch’essi il diritto di Rappresaglia contro chiunque, allo scopo di far valere le ragioni conculcate di qualche loro concittadino. Ciò, a lungo andare, provocò una vasta lega di protesta tra le popolazioni circostanti a Perugia e noi vediamo infatti anche Gualdo accordarsi con Gubbio, Assisi, Todi, Città di Castello, Rosciano, Orvieto e la lontana Lucca persino, allo scopo di boicottare, mi si ammetta questa esotica ma adatta parola, la popolazione di Perugia. La nostra città, che forse ancora risentiva il rancore ed i danni delle recenti subite Rappresaglie, noncurante della sua soggezione al rapace Grifo Perugino, spinse l’ardire sino al punto di dare una forma pubblica alla sua protesta e infatti apprendiamo da un documento dell’epoca, che il 3 Maggio del 1278, Mariano, pubblico Banditore del Comune di Gualdo, davanti al Palazzo Comunale, previo il solito squillo di tromba, per ordine del Podestà di Gualdo Rosolo, avvertì i cittadini indistintamente, che non ardissero di fare contratti commerciali con quei di Perugia e suo territorio, quia comune Perusii non vult teneri. Egualmente vietava ai Gualdesi di acquistare vettovaglie nel territorio Perugino, pena la multa di venticinque libbre di danari, più la perdita della merce e del mezzo di trasporto.

Da parte sua Perugia, intorno a questi tempi, prendeva verso i Fabrianesi, con i quali era in rotta per il contrastato possesso della Rocca d’Appennino, una disposizione presso a poco consimile e ne approfittava anzi per addimostrare il proprio dominio sopra i Gualdesi, comandando a questi di rompere ogni rapporto, sia politico che commerciale, con i cittadini Fabrianesi, di non avvicinarli o riceverli, di non dare ad essi neppure amichevoli consigli, né procurare loro favori; e se qualcuno avesse fatto il contrario, sarebbe stato punito con multa e cioè cento libbre di denari se il contravventore fosse stato un Castello, cinquanta se una Villa, venticinque se un privato cittadino. Tutto ciò risulta dallo Statuto Perugino del 1279, dove anche è prescritto che «Gualdensibus et Nucerinis pro comuni Perusij guida nec

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pedagium auferatur et Ipsis Gualdensibus prohibeatur ne pedagium accipiant hominibus de Fossato ».(1)

Mentre Gualdesi e Perugini, come poca sopra si è visto, contendevano tra di loro per motivi più o meno futili, il Duca di Spoleto, quale Ministro Papale, perseguiva con tenacia il suo proposito di togliere completamente a Perugia ogni dominio sul Comune di Gualdo. Stanco di trattare, come vedemmo sempre inutilmente, con i Perugini per tale scopo, sin dal Gennaio del 1276, egli aveva creduto opportuno ricorrere senz’altro alla forza, facendo appello alle Terre dell’Umbria, per marciare in armi contro i Gualdesi, ma a nulla approdò questo Bando e bastò un cenno della temuta Perugia, perché nessuno accorresse sotto la bandiera del Ducato. L’anno seguente, il Rettore di Spoleto, fece nuovi tentativi, ma questa volta nel campo giuridico, allo scopo di affermare il suo dominio su Gualdo, e cioè contestando ai Gualdesi il diritto di potere eleggere liberamente da sé stessi il proprio Podestà, imponendo inoltre ad essi di deferire alla Curia Spoletina ogni pratica giudiziaria e di sottoporre sé stessi e i propri beni, alla giurisdizione della Santa Sede, per privarli cioè di quei diritti politici, che allora venivano compresi sotto la formula mero et mixto imperio. Ciò nonostante, essendo addivenuti i Gualdesi all’elezione del Podestà per proprio conto, lo stesso Rettore Filippo da Napoli, si prendeva l’arbitrio, vano del resto, di condannarli al pagamento di una multa di cinquecento marche d’argento. Per tutte queste imposizioni il Comune di Gualdo, promosse contro di lui un processo di appello alla Santa Sede, che, portato innanzi all’Uditore Generale della Camera Apostolica Guglielmo da Peleto, si protrasse inconcludentemente, con varie vicende, sino a tutto l’anno 1282 e del quale vari documenti esistono ancora nel nostro Archivio Comunale, tra le Pergamene di quel Secolo. Una di queste specialmente, è assai interessante. Consiste nell’interrogatorio di molti testimoni, chiamati a provare i diritti dei Gualdesi contro le pretese del Duca di Spoleto Giovanni de Mayrolis, succeduto a Filippo da Napoli nel governo del Ducato e contiene perciò numerose notizie sulla organizzazione del nostro Comune, in quell’epoca lontanissima. I testimoni suddetti, tra l’altro attestavano che i Gualdesi, sin dalle prime origini della loro città, eleggevano liberamente e senza alcuna estranea o superiore ingerenza, il proprio Podestà e gli altri pubblici Officiali, ad esempio i Camerlenghi, i Giudici, i Capitani del Popolo, i Priori, i Bajuli, i Consoli, i Consiglieri, i Notari, i Capubreves e Gualdoni. Spiegavano inoltre, che le elezioni di questi Magistrati si effettuavano, indifferentemente, quando in uno, quando in altro

(1) A. M. BONUCCl: Istoria del Pontefice Gregario X. Roma 1711. pag. 75 – Arch Comunale di Perugia: Statuto del 1279. Rub. 37 e 390; Annali Decemvirali dal 1273 al 1216 (Cod. A),c. 119t , 120, 132t, 133, 141, 145, 148, 149, 158, 159t. Cass. 28, N°. 213 – F. BRIGANTI: Op. cit. pag. 230 a 237 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII, N°. 65, 66, 76, 77, 78.

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mese dell’anno, talvolta nella festa di Tutti i Santi, ad ogni modo, nel mese precedente a quello in cui, per esaurimento del mandato ricevuto, doveva avvenire l’abituale e periodico rinnovamento dei Funzionari preposti al governo del Comune e che gli Officiali nuovi eletti, entravano in carica al principio del mese susseguente alla loro elezione. Dichiaravano inoltre che dette elezioni, venivano indette per ordine dei Reggitori del Comune (Podestà o chi per lui) prima che uscissero di carica e che si facevano o in Consiglio, nel Palazzo Comunale, secondo le prescrizioni dello Statuto, oppure in Arengo, nella Piazza, dove si convocavano i cittadini al suono delle campane e delle trombe e che si designavano con vari metodi coloro che si volevano eleggere e cioè talvolta ad vocem, talvolta ad brevia, talvolta ad sortes, talvolta per electores e tutto questo a seconda delle necessitai delle condizioni del momento, nel modo cioè che la popolazione riteneva allora più opportuno. Notevole sopratutto, è la deposizione di un testimonio, il quale disse che «antequam dicium castrum [Gualdo] mutaretur de loco ubi faerai, fiebant sex electores, tres vero de regione ultra aquam et iotidem dira aquam, qui eligebant potestates; et alias offitiales, videlicei iudices, notarios, camerarios etc. fiebant in consilio. Post mutationem vero dicti castri ad locum ubi nunc est, potestates qui prò tempore erat, faciebat conveniri arengum, in quo fiebant sex electores, quatuor videlicet de populo et duo ex granditia (duo ex parte militum et quatuor ex parte popularium, (dice un altro testimonio) qui eligebant potestates per anno futuro secundum formam Statuti; alij offitiales fiebant in consilio quandoque et quandoque in arengo ». Questo brano, riportato integralmente, ha bisogno di chiarimento: II testimone alludeva alle elezioni dei Magistrati nell’antico Gualdo, che, come vedemmo, sorse a Valdigorgo, ed in quello attuale che gli succedette. A proposito del primo usa le due espressioni « ultra aquam » e «cifra aquam». Che intendeva dire conciò? Riflettendo che il Gualdo di Valdigorgo era quasi circondato da due rivi perenni, uno dei quali è quello che anche oggi scorre giù dalla stretta gola tra Monte Fringuello e Monte Serra Santa per dare origine al Fiume Feo, l’altro è quello che attualmente fluisce incanalato sotto terra nel pubblico Acquedotto e che innanzi la costruzione di questo scendeva libero tra le rocce poi confluendo con il primo, dobbiamo ritenere che appunto a questi due fiumicelli si riferiscano le espressioni suddette, di modo che, per regione «cifra aquam» si intendeva il Castello di Gualdo vero e proprio, e per regione « ultra aquam » il suo territorio.

Dopo questa non inutile digressione sul governo della nostra città nel XIII secolo, ritornando alla vertenza tra il Comune di Perugia e il Duca di Spoleto, ricorderemo anche, che alle affermazioni di dominio del Duca Spoletano su Gualdo, rispondevano i Perugini con effettivi atti di giurisdizione e di sovranità. Valga ad esempio il fatto seguente: nonostante i divieti e le minacce del Pontefice, erano allora i Perugini in continua guerra con la vicina Foligno, alla quale, nel solo anno 1282, avevano dato, per ben tre volte, l’assalto,

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demolendone finalmente le mura. Gualdo, come soggetta a Perugia, dovette di buona o mala voglia, darle aiuto di uomini e di denaro a danno dei Folignati, e dobbiamo ritenere che i soccorsi non furono minimi e inefficaci, poiché Papa Martino II (vulgo IV), credette opportuno, in tale occasione, di lanciare la scomunica e varie altre pene contro i Gualdesi, per punirli dell’aiuto militare ai Perugini fornito. Persistendo però i Gualdesi nelle ostilità verso i Folignati, nella primavera del 1283 fu riconfermata contro di loro la scomunica e l’interdetto, con l’aggravante di una multa di cinquemila marche di argento. Il Podestà di Gualdo, Brancuccio da Bettona, in data 6 Agosto, si lamentava con il Comune di Perugia per la grave pena inflitta ai Gualdesi dalla Curia Romana, dimostrando il desiderio di ritornare neutrale nel conflitto con i Folignati, ma i Perugini rispondevano che gli uomini di Gualdo dovevano sempre rimanere a servizio del Comune di Perugia ed eseguirne gli ordini, tantoché, prima che finisse l’anno, il 18 Novembre, Papa Martino intimava nuovamente ai Gualdesi, di fare atto di devozione e di ubbidienza alla Santa Sede, cessando ogni ostilità contro gli abitanti di Foligno, minacciandoli diversamente di ulteriori e più gravi pene. Quando però il Papa concluse la pace con i Perugini, e si recò anzi nella loro città, allora, aderendo alla richiesta fattagli dai Magistrati Gualdesi, ritenne opportuno assolvere dalla scomunica anche il nostro paese, mantenendo però le pene pecuniarie a favore dei Folignati, per indennizzarli dei danni materiali sofferti durante la guerra. La lettera di assoluzione dalla scomunica, data a Perugia il 28 Febbraio 1285, era indirizzata al Guardiano del Convento dei Frati Minori di Gualdo, con obbligo di comunicarla ai Gualdesi. Ma questi ultimi, durante il tempo che avevano combattuto a fianco di Perugia contro Foligno, quasi a dimostrare al Pontefice quanto poco spontanea fosse stata la loro partecipazione a quella guerra, avevano rivolto le proprie armi anche contro gli stessi abitanti del Comune di Perugia. Poco dopo la metà del 1283, dai Gualdesi capitanati da un loro Giudice, erano stati infatti assaltati e feriti alcuni uomini in una località detta Vigneto, nel territorio di Casacastalda, che faceva parte del Distretto di Perugia, tantoché i Magistrati di quest’ultima città, dovettero inviare a Gualdo un loro Ambasciatore, assistito da un Notaio, per ottenere la consegna o il processo degli aggressori, ordinando in pari tempo ai Gualdesi, di lasciar libero l’uso della strada che conduceva nelle Marche, strada occupata dagli stessi Gualdesi. Nell’anno seguente, questi ultimi erano tornati alla carica e « hostiliter, armata manu, pedes et equites», come si legge in un documento di quell’epoca, avevano di nuovo assaltato e saccheggiato il confinante territorio del Castello di Casacastalda, dipendente, come si è detto, da Perugia, per cui i Magistrati di questa città, il 29 ottobre 1284, deliberarono di inviare lettere al Comune di Gualdo, affinchè gli assalitori restituissero il bottino ai depredati di Casacastalda, dovendosi, in caso negativo, rimandare la questione al Consiglio Perugino, per più severe sanzioni contro i Gualdesi. Contemporaneamente, questi ultimi si erano procurate

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altre brighe anche con il Comune di Nocera, che sin dal 1283 si era dovuto rivolgere ai Magistrati Perugini denunziando quello di Gualdo, il quale aveva occupato alcune terre che, poste sul confine tra i due Comuni, erano considerate ed effettivamente usate, come condominali e chiedendo l’intervento dei Magistrati stessi, per evitare conflitti; tantoché i Perugini dovettero inviare Ambasciatori a Gualdo e Nocera, affinchè ciascuna delle due città non menomasse i diritti dell’altra. Similmente pochi mesi dopo, il 30 Marzo 1285, intimarono al nostro Comune, di riattare e rimettere a posto, a sue spese, entro quindici giorni, i termini posti dai Delegati dì Perugia, tra il territorio di Gualdo e quello di Fossato, i quali termini erano stati dai Gualdesi prepotentemente spostati a proprio vantaggio. La stessa cosa, due anni dopo, essi facevano per i confini che avevano con il Comune di Perugia, i di cui termini (pillastri), i Gualdesi avevano distratto e asportato, per cui dal Comune suddetto venivano posti in bando. Però, nel Giugno del 1287, chiedevano la revoca di questa pena ed ottenevano dai Perugini il perdono, a condizione che il Comune di Gualdo, revocasse anch’esso il bando, che a sua volta, aveva per ritorsione proclamato contro i Perugini e che i termini manomessi sul confine venissero ripristinati. Inoltre il Comune di Gualdo, che aveva bandito dal suo territorio anche un cittadino di Fossato, senza sufficienti prove incolpato di maleficio, avrebbe dovuto egualmente annullarne il bando, quante volte costui fosse risultato innocente. Pochi mesi dopo, il 17 Agosto, i Magistrati Perugini, per mezzo di Ambasciatori, notificavano a Gualdo che i duecento e più abitanti di Compresseto, non si indica per quale motivo, erano stati banditi dal Comune di Perugia e che chiunque avrebbe potuto impunemente danneggiarli ed offenderli, comminandosi invece la pena di mille marche d’argento, per chi ardisse offrir loro asilo. Anzi, a proposito di Compresseto, ricorderemo che il 9 Luglio del seguente anno 1288, un’Ambasciata Gualdese pervenuta a Perugia, chiese a quei Magistrati, di soprassedere sull’esazione di alcuni gravami fiscali, imposti dalla Curia Perugina ad abitanti di Gualdo, assicurando che in cambio avrebbero revocato altri pesi fiscali, che avevano diritto di imporre su uomini del Castello di Compresseto soggetto a Perugia. E i Magistrati di quest’ultima città, pur respingendo tale proposta, dichiararono però che il nostro Comune, avrebbe potuto sempre sottoporre al benevolo giudizio del Podestà o del Capitano del Popolo Perugino, volta per volta, i singoli casi riferentisi alla questione suddetta, perché si fosse così potuto procedere secondo giustizia.

Contemporaneamente ai suddetti atti di autorità del Comune di Perugia su Gualdo, altri invece ne troviamo da parte del Duca di Spoleto che, per dimostrare anch’esso il suo dominio sulla nostra città, aveva imposto a Gualdo di prender parte alla guerra, che le milizie del Ducato combattevano allora contro la città di Norcia, ribellatasi alla Santa Sede; ma i Gualdesi, per certo consigliati dai Perugini, rifiutarono ogni aiuto d’uomini e di danari, procurandosi così una nuova solenne scomunica dal Pontefice, per liberarsi dal

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quale dovettero poi pagare duecento fiorini d’oro, come risulta dal relativo Atto pubblico che, sotto forma di quietanza, il 5 Ottobre 1287, veniva rilasciato da Rolando di Ferentino, Duca di Spoleto, a Messer Lucchese, rappresentante del Comune di Gualdo. (1)

E’ da credere però che, nel frattempo, il Ducato di Spoleto fosse riuscito finalmente ad avere il tanto desiderato predominio sulla nostra città, sostituendosi in parte al Comune di Perugia. Ciò si deduce oltre che dall’avvenuto pagamento della multa suddetta, anche da altri documenti esistenti nel nostro Archivio Comunale, fra le pergamene del XIII secolo, documenti dai quali risulta che la Magistratura e la Curia Spoletina, per pochi anni appresso, esercitarono una diretta giurisdizione su Gualdo. Ciò deduciamo anche da una grave questione, che insorse in quel tempo, tra la Santa Sede e il Ducato di Spoleto da una parte e la Repubblica Perugina dall’altra, per avere quest’ultima voluto appunto riaffermare il suo dominio su Gualdo. Già narrammo gli avvenimenti per i quali Perugia, nel 1257, era venuta in possesso del Feudo di Compresseto, sul confine occidentale del Comune Gualdese; ora appunto, nei 1287, i Perugini sentirono il bisogno di intensificare la propria potestà su quel Feudo, per servirsene come sentinella avanzata a guardia del territorio di Gualdo. Già si erano essi impadroniti di altri due Feudi, Frecco e Collemincio, come il precedente situati sul limite del nostro contado di fronte a Perugia e ritennero quindi necessario, approfittando del fatto che vacante era allora la Santa Sede, di compire l’opera persuadendo gli abitanti di Compresseto a riconfermare la loro sottomissione al Grifo Perugino, la qual cosa costoro fecero con tutta sollecitudine, ben sapendo che, se si fossero rifiutati, vi sarebbero stati costretti per forza. Scelsero poi i Perugini nella Pievania di Compresseto, la posizione più elevata, un poggio già per natura atto alla difesa e all’offesa ed ivi iniziarono la costruzione di un grande e ben munito Castello, cui imposero il nome di Santo Ercolano, in onore del loro patrono, l’antico Vescovo e Martire Perugino, chiamandovi ad abitarlo le genti del contado di Gualdo e delle altre Terre limitrofe. Il Duca di Spoleto insorse contro questi fatti, riconoscendovi una menomazione dell’autorità Ducale su Gualdo e ricorse alla Santa Sede. Per effetto di ciò, il 19 Novembre di quello stesso anno 1287, il Sacro Collegio dei Cardinali, in mancanza del Pontefice, inviava al Comune di Perugia, Fra Pellegrino, Cappellano Apostolico, latore di una lettera con la quale si protestava contro i Perugini,

(1) A. cristofani: Storia d’Assisi. Anno 1276 – A. mariottI: Memorie del Territorio Perugino. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia. Tomo I, e. 158 – O. SBARAGLIA: Bullarium Franciscanutn. Tomo 111. Roma 1765. pag. 531 – Arch. Vaticano: Reg. di Martino IV. Tomo II. Anno IV. Epist. 184 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. Parte I, N° 83, 100; Parte II, Perg. unica. Anno 1281-1282 – Arch. Comunale di Pe­ rugia: Annali Decemvirali. Dal 1284 al 1298, e. 7, 8, 33t, 34, 45, 65; Consilia Sapientum. Fase, diviso in quaderni degli anni 1283-1284. Quad. A, e. It, 2 e Quad. C, e.

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perché, con il mezzo subdolo della sottomissione, si erano di nuovo impadroniti del territorio costituente la Pievania di Compresseto, nel Comune di Gualdo , territorio che la Santa Sede dichiarava far parte del Ducato di Spoleto e quindi soggetto al dominio Ecclesiastico e perché inoltre vi aveva iniziato la costruzione del Castello di Poggio S. Ercolano, costringendo gli abitanti dei dintorni ad abitarlo e presidiarlo; la lettera Cardinalizia, concludeva intimando a Perugia di desistere dall’occupazione e dalla costruzione suddetta. Ma i Perugini non tennero in nessun conto cotali intimazioni e proseguirono nella loro impresa, tanto che il nuovo Papa Nicolo IV, appena asceso al trono, con Breve dato a Roma il 15 Marzo 1289, vietò ai Gualdesi non solo di recarsi ad abitare nel nuovo Castello di Poggio S. Ercolano, ma di accedere anche, per qualsiasi motivo, al Castello stesso e ordinò eziandio di partirsene immediatamente, a tutti coloro che già vi avevano preso dimora, pena la scomunica e la confisca dei beni. E, per l’adempimento dei suoi ordini, diede poi mandato al Rettore del Ducato di Spoleto, nonché Notaro Pontificio, Raniero da Pisa. Il suddetto Breve venne trasmesso dal Pontefice a Giovanni da Foligno, dei Conti d’Antignano, Vescovo di Nocera, perché lo notificasse ai Gualdesi, e infatti il Vescovo stesso, ai 27 di Aprile, nella residenza Episcopale in Gualdo, presenti i testimoni Matteo, Priore di S. Angelo di Bagnara, Andreolo di Cittadone e Gino di Chelulduccio da Fabriano, donzelli del Vescovo, ordinò a Jacopo di Jacopo da Tolentino, allora Giudice e Vicario del Comune di Gualdo, di congregare sulla pubblica piazza tutta la popolazione Gualdese, affinchè assistesse alla notificazione suddetta. Questa avvenne il giorno seguente, per opera nel Notaio Vescovile, che ai Gualdesi coadunati, con a capo il loro Magistrato Jacopo da Tolentino e coll’assistenza del Vescovo Giovanni, lesse il Breve esprimente la volontà del Pontefice. Alla pubblicazione solenne di questo bando, assistettero anche, in qualità di testimoni, Andrea da Cesi, Conte di Gubbio e Nocera, Matteo di Bartolomeo, Canonico Nocerino, Fra Scanturso, Guardiano del nostro Convento dei Frati Minori, Fra Pietro, Priore del Monastero Gualdese di S. Agostino e Filippo, Monaco del Monastero di S. Benedetto in Gualdo. Qui però non si arrestava l’incarico affidato dal Pontefice al Vescovo di Nocera, dovendo costui pubblicare il Breve Papale anche nel temuto Castello di Poggio S. Ercolano. Ma il Vescovo Giovanni, conobbe per certo che non spirava in questo buon vento per gli inviati della Santa Sede, e da uomo prudente, nel seguente giorno 28 Aprile, mediante Atto Pubblico, in cui figurano quali testimoni il suo donzello Andreolo, Matteo Abate del Monastero di S. Stefano di Parrano e Guglielmo Abbate del Monastero di S. Benedetto di Gualdo, nominò suoi procuratori e rappresentanti, Ventura, Rettore della Chiesa di S. Pietro di Fossato e Junito, Rettore della Chiesa di S. Croce in Gaifana, con l’incarico di recarsi nel Castello di Poggio S. Ercolano, per comunicare a quegli abitanti il Breve di Nicolo IV. In quello stesso giorno, i due Procuratori, ottemperarono al loro

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poco gradito incarico e assistiti dal Notaio del Vescovo, Andrea di Simone, e dai testimoni Cristoforo, Chierico della Chiesa di S. Facondino di Gualdo e Totto di Marco della Branca, si recarono al Poggio di S. Ercolano, per intimare a quegli abitanti di abbandonare il Castello costruito dai Perugini e ciò secondo la volontà del Pontefice. Quel che ad essi accadde, è minutamente descritto nella relazione che il suddetto Notaio Andrea di Simone trasmise poi al Vescovo di Nocera: Trovarono serrate le porte del Castello e questo ben guardato da uomini armati « cum lanceis, mannariie, et aliis munitionibus » come leggesi nel documento. Si arrestarono perciò sulla pubblica via, presso le mura Castellane, e subito notificarono il Breve di Nicolo IV alle persone ed ai curiosi che si trovavano presenti in quel luogo. Queste non mostrarono però di tenere in gran conto la volontà del Pontefice e anziché allontanarsi dal fortilizio dei Perugini, s’impadronirono a viva forza dei Vicari del Vescovo di Nocera e, più o meno malconci, l’inviarono poi quali prigionieri a Perugia. In tal modo miserevolmente finì l’avventura e al Vescovo di Nocera non restò altra soddisfazione che scrivere, in data 4 Maggio, da Sassoferrato dove allora trovavasi, al Giudice di Gualdo Jacopo da Tolentino e al General Consiglio della nostra città, perché s’inviassero le prove della ribellione alla Curia di Roma, per procedere penalmente contro i ribelli di Poggio S. Ercolano e contro i Gualdesi che lassù avevano trasportato le proprie dimore. Entro otto giorni, il Comune di Gualdo avrebbe anche dovuto approntare il denaro occorrente per l’istruzione del processo e per il suo invio alla Curia Romana. Quest’ordine del Vescovo, fu notificato il 18 Maggio alla Magistratura Gualdese, da Berto Campe e Venturella di Stanigno, nunzio e familiare del Vescovo di Nocera, unitamente a Lipputo di Jacopo di Guidone e Diotallevi Rettore della Chiesa di Sassoferrato. Non sappiamo l’esito del processo, se pure lo stesso ebbe luogo, né un tale dubbio è ingiustificato; certo che con questo la grave vertenza non ebbe termine e la vedremo infatti riaccendersi venti anni dopo. In tale modo, ebbe origine l’attuale Castello Gualdese di Poggio S. Ercolano, il di cui antico sigillo porta nel centro quattro torri merlate, con le due mediane più alte e sottili, tutte insieme unite e recinte da una muraglia e con intorno la scritta: S. Podii S. Erculani. Giova ora accennare che il Comune di Gualdo, forse in ciò istigato dai Perugini, come già aveva fatto nel 1281, negava di nuovo in questi tempi al Duca di Spoleto, ogni autorità ed ogni diritto di ingerirsi nella amministrazione della Giustizia nel proprio territorio, ove intendeva liberamente e indipendentemente esercitarla per proprio conto, in forza degli antichi diritti concessi da Federico II, tanto è vero che nel 1291, Alessandro da Cremona, Vicario in Gubbio e Nocera del Rettore del Ducato di Spoleto Raniero da Pisa, avendo ordito due processi criminali contro due cittadini Gualdesi, tal Gerardo di Onesto e Francesco di Guido da Morano, il Comune di Gualdo, protestando contro il Vicario suddetto perché di suo arbitrio e senza alcun diritto o competenza aveva proceduto in giudicato in tali processi, si rifiutò di fornirgli gli

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Atti e i Documenti relativi e si appellò infine contro il Rettore del Ducato alla Curia Romana, nonostante la multa di cento libbre Cortonesi più la scomunica, ai Gualdesi minacciata dal sunnominato Vicario. Come prima abbiamo detto, tutti questi avvenimenti ci fanno pensare che, nel penultimo decennio del secolo XIII, il Ducato di Spoleto fosse riuscito ad ottenere un notevole predominio politico e amministrativo nel nostro Comune a tutto scapito dei Perugini, tanto è ciò vero che questi ultimi, con Atto dell’11 Settembre 1292, costrinsero i Gualdesi ad una nuova pubblica e solenne sottomissione. Esporremo anzi qui per esteso i vari capitoli di questo documento che è assai interessante, perché molto bene ci fa conoscere quali rapporti giuridici, con questa terza sottomissione, solo apparentemente spontanea, si venivano a creare tra le due città. In tale Atto, si fa anzitutto notare che nel giorno suddetto, nel Palazzo Comunale di Perugia, davanti al Podestà, al Capitano del Popolo, ai Consoli ed ai membri del Maggior Consiglio, si erano presentati alcuni Ambasciatori Gualdesi, con il loro Sindicus Berardo di Salvuzio, i quali avevano domandato a nome ed in rappresentanza del Comune di Gualdo, che lo stesso fosse ricevuto sub protectione, tutela et defensione del Comune di Perugia. Quest’ultimo accettava di buon grado la richiesta dei Gualdesi, e per conseguenza si stipulavano in proposito i seguenti patti: La città di Perugia si assumeva nuovamente la protezione, tutela e difesa di Gualdo e suo distretto, dei suoi abitanti e dei beni di questi. D’altra parte il Comune di Gualdo dichiarava che in segno di sudditanza, avrebbe inviato ogni anno, nel mese di Marzo, in occasione della festa di S. Ercolano, un suo rappresentante in Perugia con un Pallio di seta fatto a guisa di vessillo, che con gran pompa sarebbe stato ricevuto dai Magistrati Perugini, alla presenza del popolo, nella Piazza di Perugia, sui gradini della Chiesa di S. Lorenzo o del Palazzo Comunale. Prometteva inoltre di pagare i dazi, le collette e le prestanze prò libra, nella stessa forma e condizione con cui erano imposte nella città e borghi di Perugia ogni volta che ivi fossero ordinate e di versare anche, ogni anno, come salario del Podestà e Capitano del Popolo Perugini, tre soldi per ciascun focolare ossia famiglia, «dum tamen in hoc casa mille foculares intelligantur ». Si obbligava di non far guerra o pace senza il permesso di Perugia, dovendo però aiutare quest’ultima nelle sue guerre, con genti ed armi, ogni qualvolta ne fosse stato richiesto «excepto cantra Ecclesiam Romanam». Avrebbe accettato, in qualsiasi caso, il Podestà o Rettore Generale, che era sempre un cittadino di Perugia, eletto secondo la norme vigenti in quest’ultima città e cioè nel modo seguente: Ognuno dei cinque quartieri in cui era divisa la città di Perugia, con il sistema detto ad brevia e per portam, avrebbe nominato un electionarius e questi cinque speciali magistrati, alla loro volta, avrebbero eletto il Podestà, sulla designazione del quale dovevano però essere concordi almeno quattro degli electionari. Il Comune di Gualdo, doveva stipendiare lo stesso Podestà con quattrocento libbre di denari Cortonesi e doveva fornirlo di un Giudice bona et esercitato, di un Notaio esperto, in arte tabelionatus, di quattro

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servitores e di due equi. Lo stesso nel suo officio, doveva essere completamente libero, né subire ostacoli da parte di qualsiasi altro Officiale Comunale e si doveva regolarmente rinnovare alla scadenza o in qualsiasi altro tempo che avesse piaciuto al Comune di Perugia. I Gualdesi avrebbero dovuto concedere agli abitanti della città, distretto e contado di Perugia, il libero accesso nella strada che, proveniente da quest’ultima città, attraversa il Comune di Gualdo per accedere nella Marca e ciò «cum mercato et sine mercato», ad arbitrio dei Perugini, senza che questi dovessero pagare le abituali prestanze o pedaggi. Le stesse condizioni, si sarebbero però fatte dai Perugini, ai Gualdesi che avessero dovuto transitare nel territorio di Perugia. Il Comune di Gualdo, a tutela della sua integrità politica e territoriale, avrebbe avuto da quello di Perugia, non solo la difesa contro qualsiasi altra Città o Feudatario, ma bensì anche l’assicurazione, che gli stessi Perugini, mai avrebbero incorporato nel loro territorio alcun Castello o Villaggio Gualdese. Il Comune di Perugia si obbligava a liberare da ogni eventuale bando o contumacia quegli abitanti di Gualdo che vi fossero incorsi sino alla stipulazione del presente Atto e da parte sua il Comune di Gualdo, avrebbe fatto altrettanto in favore dei Perugini. Per l’avvenire, in Perugia e suo distretto, non sarebbero state accolte le persone bandite o condannate in Gualdo e similmente quest’ultimo Comune avrebbe respinto i banditi Perugini. Alla Curia della città di Perugia, si sarebbero rivolti i Gualdesi in materia giudiziaria. Gli abitanti del Comune di Gualdo, che possedevano terre in quello di Perugia, avrebbero potuto liberamente asportare sino alle proprie case, i prodotti di queste terre, senza pagare qualsiasi dazio o colletta e la stessa facoltà avrebbero avuto i Perugini, possessori di terre nel Distretto di Gualdo. Per quanto si riferiva al Castello di Poggio S. Ercolano, che, come poco innanzi dicemmo, così grave contesa aveva suscitato tra la Repubblica Perugina ed il Pontefice, i Gualdesi dichiaravano di disinteressarsene, riconoscendone ed accettandone lo stato giuridico tale quale era. Finalmente Gualdo si riservava il mantenimento delle sue antiche prerogative Comunali e cioè «omnis iurisdictio, libertas et consuetudo, quam… habet in se ipso et in eius districtu» formula questa invero assai vaga e che solo poteva dare l’illusione di un’indipendenza per sempre perduta, così come Perugia, più per abitudine di stile curialesco che per convinzione, dichiarava intendersi salvo ed inviolabile qualsiasi eventuale diritto che su Gualdo potesse vantare la «Sacrosanta Romana Ecclesia, eiusque nuntii, rectores et offitiales». Per i contravventori ai patti suesposti, si stabiliva la multa di mille marche di buono e puro argento.

Nell’Atto sudescritto, è anzitutto ricordato ai Gualdesi l’obbligo di presentare il Pallio ogni anno. Questa diffusa usanza medioevale, dovette certamente venir praticata con la più grande puntualità, poiché nei libri pubblici del Comune di Perugia e in antiche Cronache di Scrittori Perugini, per quasi due secoli, ad esempio negli anni 1313, 1314, 1316, 1318, 1319, 1322, 1324, 1326, 1351,

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1377, 1378, 1379, 1380, 1394, 1399, 1417 e 1422, vediamo ricordata anche Gualdo tra le città che recarono a Perugia, quell’annuale ed umiliante simbolo della soggezione e della fedeltà. E d’altra parte, il mancato adempimento di tale obbligo, non soltanto faceva cadere la città sottomessa nella pena di mille marche d’argento, ma la poneva nella condizione di ribelle alla potestà Perugina. Nei Libri pubblici del Comune di Perugia, particolarmente negli Annali Decemvirati, la registrazione di quest’Atto è quasi sempre fatta con la stessa formola. Come esempio, citeremo tra tante, la presentazione del Pallio effettuata il 1 Marzo 1316, a proposito della quale si legge, che il Gualdese Matteolo di Carnetto, delegato quale rappresentante del Comune di Gualdo, con uno speciale rogito del Notaio Nicola di Bartolo, recatesi in Perugia, presentava al Podestà, al Capitano del Popolo ed ai Priori Perugini, « unum pallium extensum super quadam asta, sicut dictum Comune tenetur dare, assignare et presentare annuatim in dieta festo S. Herculani, nomine census ». Nell’Atto del 1319, il Pallio si descrive come applicato « in quadam asta ad modum vexilli », in quello del 1351, si presentò « unum palium de syricho » ed in quello del 1377, si dichiara essere il Pallio del valore di dodici fiorini d’oro.

In breve, troviamo numerose le prove dei rinnovati rapporti tra il Comune di Gualdo e quello di Perugia. Ad esempio, quest’ultimo, poco dopo la nuova sottomissione di Gualdo, vi aveva inviato come Podestà tale Ungaro di messer Oddo. Costui, benché si fosse obbligato con giuramento, come era d’uso, ad osservare i Capitoli dello Statuto del Comune di Gualdo, non aveva mantenuto la fede giurata. Particolarmente aveva violato quel Capitolo Statutario che prescriveva « avere comunis Gualdi, non possit expendi sine licentia XXIIII bonorum hominum », poiché non avendo permesso l’elezione di quei ventiquattro uomini, aveva fatto delle spese inutili « super custodia arcis comunis » inviando tra l’altro indebitamente, seicento libbre di denari a tal Venturella di Benvenuto. Oltre a ciò, mentre egli, quale Podestà, era obbligato a rimanere in Gualdo nei quattro giorni seguenti l’ultimo del suo Officio, per il rendimento dei conti, se ne era invece subito partito senza licenza. Perciò il Comune di Gualdo, nel Maggio 1293, aveva inviato speciali Ambasciatori a Perugia, per esporre quanto sopra al Consiglio dei Priori, e questi deferirono la questione alla Curia del Capitano del Popolo Perugino, avanti alla quale sarebbe dovuto comparire, come parte d’accusa, il Rappresentante del Comune di Gualdo e quant’altri vi avessero interesse. Così pure un tal Vegnatolo di Pietro da Collemincio, Distretto di Perugia, avendo in corso una lite nella Curia di Gualdo, nel Maggio di quello stesso anno, dietro sua istanza, i Magistrati di Perugia gli accordavano d’inviare Ambasciatori al Comune di Gualdo, a spese del richiedente, per trattare circa la lite suddetta. E finalmente, il 22 Ottobre, il nuovo Capitano del Popolo di Perugia, Cello di Bartoletto, tra i fideiussori che, come allora si usava, egli doveva dare a guarentigia del suo Officio, designava il Podestà di Gualdo, che era allora Giovannello

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domine Veronicie. D’altra parte, nel Febbraio del seguente anno 1294, il Comune di Gualdo, in persona del suo Sindaco e Procuratore messer Giovanni, riceveva dal Collegio dei Cardinali, essendo vacante la Sede Apostolica, l’espresso ordine di agire verso la vicina città di Gubbio, affinchè questa obbedisse alla Santa Sede che si lamentava di attentati, da parte degli Eugubini, contro libertà, diritti, statuti ed ordinamenti Ecclesiastici, contro Chiese e Monasteri. E certamente l’opera del Comune di Gualdo dovette subito raggiungere l’intento voluto dalla Santa Sede, poiché nel mese seguente, il Comune di Gubbio prometteva infatti solennemente ogni obbedienza per il futuro.

Due anni dopo, nel 1296, insorgono dissidi tra Gualdo e Foligno a causa di alcuni ostaggi Gualdesi, che la città di Spoleto, non sappiamo per quale motivo, riteneva nelle proprie carceri. Foligno infatti, considerando gli ostaggi Gualdesi come sudditi di Perugia, per fare un atto di cortesia a quest’ultima città, li aveva presi sotto la propria custodia, ma poi, non tenendo conto di ciò, il Comune di Gualdo aveva rifiutato a Foligno il salario spettante ai custodi che sorvegliavano quegli ostaggi. In conseguenza di questo rifiuto, i Folignati il 26 Maggio di quell’anno, inviavano ai Magistrati Perugini, alcuni Ambasciatori per avvertirli che ad essi non dispiaccia « si fiet per comune fulginiense novitas contra obsides prò salario memorato». La questione, portata prima davanti al Consiglio del Popolo di Perugia, fu da questo rinviata al Maggior Consiglio, ma di essa non abbiamo più notizia sino al 1 Luglio dell’anno seguente. In tale giorno, giunse infatti in Perugia un’Ambasciata Gualdese, presieduta dal proprio Podestà, la quale fece noto che, in seguito ad un espresso mandato del Sommo Pontefice, gli ostaggi Gualdesi tenuti in custodia dai Folignati, dovevano essere rimandati liberi. Questa volta la decisione fu inviata al giudizio di alcuni « sapientes » da designarsi dai Magistrati Perugini (Podestà, Capitano del Popolo e Consoli delle Arti). Quale fosse questa decisione ignoriamo, ma quasi certamente ad essa si riferisce una nota, che poco dopo, in data 8 Ottobre di quello stesso anno 1297, troviamo negli Annali Decemvirati del Comune di Perugia e dalla quale apprendiamo che, su proposta di messer Jacopo Pazerani, si stabilì d’inviare un’Ambasciata Perugina al Duca di Spoleto ed alla di lui Curia, come desideravano i Gualdesi ed a spese di questi, per definire quell’ormai vecchia vertenza.

Intanto, gravi avvenimenti si dovevano essere verificati nel vicino Castello di Poggio S. Ercolano, avvenimenti di cui non ci è restata memoria, ma che per certo provocarono la rovina di quel luogo, per opera degli Agenti del Ducato di Spoleto. Ciò deduciamo dal fatto, che il 18 Settembre del 1296, gli abitanti del Castello si rivolsero al Comune di Perugia, affinchè prendesse i necessari provvedimenti, per « plurime novitates in ipso castro . . . facte, que in obrobrium et dannum Comunis Perusii redundant » e si specificava narrando che erano state devastate le case del Castello, abbattute le torri e le mura che le difendevano, riempiti i fossati, distrutte le carbonaie,

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ossia fornaci per la produzione del carbone, alla quale industria quegli abitanti dovevano allora dedicarsi. I Magistrati Perugini, nel Consiglio tenuto il giorno 20 di quello stesso mese, ordinarono, pena una forte multa per i trasgressori, che tutto fosse ricostruito e ridotto al pristino stato a spese dei devastatori. In seguito a ciò, vediamo i Perugini iniziare anche un’inchiesta sull’operato del «Comes Nucerii et Eugubii» che per alcune sue pretese aveva citato in causa e minacciato gli abitanti del Castello di Poggio S. Ercolano da essi protetto. E il Comes, rispondeva all’inchiesta, dichiarando che per mandato ricevuto dal Duca di Spoleto Bertoldo de Filiis Ursi, egli poteva persino addivenire al saccheggio del Castello suddetto. Dopo questa risposta, i Magistrati Perugini, il 27 Luglio dell’anno seguente decidevano di chiedere al suddetto Agente del Duca Spoletino di soprassedere sulla questione fino al ritorno del Duca stesso nella sua sede di Spoleto, affinchè, dal Comune di Perugia, potesse essere opportunamente interrogato in proposito.

Nello stesso anno 1297, insorse d’altra parte una questione tra il Comune di Perugia e quello di Gualdo, perché quest’ultimo costringeva al pagamento di alcuni tributi (collecte et date) varie persone le quali, erano suddite del Comune di Perugia, ma non vi erano nate e possedevano beni così in territorio Gualdese, come in Comune di Perugia, per i quali ultimi beni anche a questo pagavano tributi. Il Comune di Gualdo li aveva tassati e si era rifiutato poi di restituire le somme percepite, non considerandoli come Perugini, nel qual caso avrebbero avuto diritto a speciali esenzioni e privilegi, ad esempio al rimborso suddetto e così agiva giustamente, attenendosi ad un articolo dello Statuto di Perugia, secondo il quale dovevano ritenersi Perugini, solo i nati nella città e territorio di Perugia. In conseguenza di tale questione, il Podestà Perugino, in data 23 Ottobre, presentava ai suoi Magistrati, una proposta per la quale, qualsiasi individuo residente nel Comune di Perugia e che a questo pagasse tributi, anche se nato altrove, doveva essere considerato quale Perugino, cioè come se fosse nato nella città o territorio di Perugia. La proposta, invero poco opportuna per i Gualdesi, fu senz’altro approvata, ma poco dopo venne dai Magistrati Perugini compensata in tale campo con altra favorevole concessione. Infatti nel Trattato di sottomissione di Gualdo a Perugia, essendovi anche il patto, che i Gualdesi dovessero, per qualsiasi pratica, venir considerati nello stesso modo che i cittadini di Perugia, il Comune di Gualdo domandava ora ed otteneva dai Magistrati Perugini, con Deliberazione del 7 Marzo 1298, che se un abitante di Perugia, quivi o altrove, avesse offeso o danneggiato un Gualdese, dovesse essere punito con quella stessa pena in cui sarebbe incorso offendendo uno di Perugia. E non sembri questo un piccolo favore, ricordando quanto già si scrisse in proposito e cioè che nel secolo XIII la Costituzione della Repubblica Perugina, aveva prescritto come norma, che gli abitanti delle città a lei soggette, quando, per qualsiasi ragione, si fossero dovuti recare sia

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momentaneamente che stabilmente in Perugia, non vi avrebbero usufruito di tutti quei diritti e privilegi che spettavano invece al cittadino Perugino. Il trattamento di favore sopra descritto, lo vediamo poi riconfermato ai Gualdesi nel secolo seguente, quando cioè Perugia, con lo Statuto del 1342, estese tale importante concessione anche a tutte le altre città da lei dipendenti.

Prima che finisse il secolo, con Breve dato a Roma il 13 Marzo 1299, Papa Bonifacio VIII, concedeva ai Folignati Giovanni di Bartolo Clavelli e al di lui figlio Bartolo, l’esercizio del pedaggio di Gualdo, con i diritti spettanti a detto officio. Mediante altro Breve avente la stessa data, il Papa dava notizia al Vescovo di Foligno dell’avvenuta concessione. (1)

Intanto, pare che non troppa buona armonia corresse da qualche tempo, tra la nostra città e quelle limitrofe di Nocera e Fabriano. Per quanto riguarda i Nocerini, i Magistrati Gualdesi, intorno al 1294, furono persino costretti ad inviare contro di essi le proprie milizie e ci resta anzi a tal proposito un documento contenente una sentenza, emanata il 16 Febbraio dell’anno suddetto, con la quale il Podestà Giovanni domine Veronicie, condannava al bando dal Comune e al pagamento di cinquecento libbre di denari per ciascuno, a favore del Comune stesso, vari cittadini Gualdesi, perché, come dice la sentenza, intimati a forma di legge, prima a presentarsi al Comune di Gualdo per servirlo e difenderlo contro quei di Nocera e contro altri nemici e poi una seconda volta intimati a comparire con armi e cavalli al servizio di detto Comune in omnibus et per omnia, come erano obbligati, disprezzando detti inviti, non si presentarono, facendo così atto di ribellione. Per quanto poi si riferisce ai Fabrianesi, è certo che una profonda ostilità correva tra essi e i Gualdesi, ripetutamente molestati ed aggrediti dai primi, tanto è vero che già parecchi anni innanzi, nel 1267, avevano ricorso i Gualdesi per aiuto ai Magistrati Perugini, che si erano limitati a mandare speciali Delegati in Fabriano, per

(1) C. ALESSI: Op. cit. pag. 40 – ODDI: Cronaca di Perugia dal 1194 al 1325. ms. pubblicato nel Tomo XVI, Parte I, pag. 58 dell’Archivio Storico Italiano – P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 313, 317, 320 – L. Belfortì: Serie etc. Già cit. Tomo 1, pag. 72 – F. Briganti: Op. cit. pag. 182 a 184 – Arch. Vaticano: Arm. XIII, Caps. VII, Ni 7, 8 e Caps. IX, N° 18; Arni. XXXV, Tomo IV, e. 284 e 285; Reg di Martino IV, Tomo I, Anno II, Epist. 188 ed Anno III, Epist. 175, 180, 233, nonché Tomo II, Anno IV, Epist. 184; Reg. di Bonifacio Vili, Anno V, Epist. 93 – Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Vol. VIII, pag. 63 – Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Jacobilli) Cod. A. II. 16, c. 116t – Arch. Comunale di G ualdo: Raccolta delle pergamene. Sec. XIII. N° 136 – Arch. della Cattedrale di Gubbio: Per­ gamene, XXXIV, 6 – Arch. Comunale di Perugia: Statuto del 1342. Lib. III , c . 39, col. I, parag. ultimo; Frammenti di Statuti Perugini, e. 78t, rubr. 153; Codice segnato £<, c. 165t; Annali Decemvirati dal 1284 al 1298. e. 193t, 194, 179t, 223t, 236, 265t, 266, 267, 277, 281, 295t; Annali dal 1296 al 1299 (Cod. C), e. 88t, 123; Annali dal 1315 al 1317,c. 100; Annali dal 1318 al 1319, e, 23, 56t, 140.

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consigliarne gli abitanti a desistere dalle offese. Certamente poco conto fecero i Fabrianesi di tali consigli, poiché seguitarono a penetrare in armi nel territorio Gualdese, saccheggiandolo e facendovi prigionieri, tanto che il 16 Settembre del 1304, quei di Gualdo ricorsero per nuovi aiuti a Perugia, che non fu sorda ai loro reclami, dichiarando, in data 11 Ottobre, i Fabrianesi nemici e ribelli del Comune di Perugia, bandendoli da tutto il territorio soggetto a quest’ultima città e deliberando, in pari tempo, di spedire contro di essi le proprie milizie. Sortirono tali provvedimenti un prontissimo effetto, poiché non tardarono a presentarsi in Perugia degli inviati di Fabriano, con preghiera di revocare il bando a loro danno emanato e fu risposto dai Magistrati Perugini dovessero i Fabrianesi mandare a Perugia un loro Procuratore e rappresentante, con dieci principali cittadini, con i quali avrebbero trattato ogni vertenza, e ciò allo scopo di ottenere il perdono e la liberazione dal bando e per dimostrare la piena remissione di Fabriano a Perugia; e aggiunsero anche, che se entro dieci giorni, costoro non si fossero presentati, sarebbe stato mandato ordine a Gubbio, a Camerino, ed alle altre vicine ed amiche città, di bandire anch’esse i Fabrianesi dai propri territori. Nulla risulta di ciò che questi facessero, però è lecito supporre che gli ordini della temuta Perugia fossero prontamente eseguiti.

Intanto nuove questioni erano insorte su i limiti orientali del nostro territorio. Quivi infatti i Perugini avevano, da qualche tempo, iniziata la costruzione di un grande castello presso il villaggio di Gaifana, proprio sul confine tra il Comune di Gualdo e quello di Nocera, castello che nel documento a cui si riferisce tale notizia, è indicato col nome di « Castrum Perusini ». A tale costruzione era stato però apposto un divieto dal Pontefice, il quale aveva per di più ordinato che, entro nove giorni, si sarebbero dovute demolire le mura già in parte erette, sotto pena di diecimila marche d’argento. Nello stesso tempo Nocera, incoraggiata dal divieto Papale, ostacolava e disturbava anch’essa in tutti i modi il sorgere della nuova Rocca dei Perugini. Ma questi, nonostante la proibizione del Pontefice, proseguirono l’opera loro ed intimarono ai Nocerini d’inviare a Perugia il loro rappresentante, unitamente a dieci principali cittadini del luogo, per discolparsi e fare ammenda e non essendo questi comparsi, nel mese di Ottobre di quello stesso anno 1304, incaricarono Zardolo di Benvenuto di associarsi agli uomini del Capitano del Popolo di Perugia, affinchè si affrettasse il compimento dell’opera. Contemporaneamente inviarono ordini a Casacastalda, a Colle Mincio, a Poggio S. Ercolano, a Frecco, a Gualdo, a Fossato, a Sigillo e ad altre Terre e Rocche anch’esse dipendenti da Perugia, affinchè favorissero e cooperassero in ogni modo, per la costruzione del castello suddetto. Quest’ultimo fu così compiuto e rimase per allora in mano dei Perugini, ma circa un secolo dopo, nell’anno 1420, in seguito a vicende a noi ignote, lo troviamo invece in possesso dei Trinci, Signori di Foligno, dei quali anzi costituiva un baluardo sui confini settentrionali del loro

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Vicariato. Essi lo chiamavano Castrum novum vallis Buschecti e vi mantenevano un Castellano ed un presidio. A questa Rocca appartengono i molti ruderi che ancora oggi esistono presso Gaifana, a monte del villaggio di Boschetto, ruderi che ben lasciano scorgere l’ampio recinto delle mura castellane, le basi delle torri ed un sotterraneo con la poderosa volta pressoché intatta.

Troviamo poi che, prima della fine di quell’anno, il 23 Novembre, un tal Lello di Pilone, Perugino, chiede ed ottiene dal Comune di Perugia, l’invio, a proprie spese, di alcuni Ambasciatori per il Comune di Gualdo, ma non ci risulta per quale scopo. Nel seguente anno, Papa Clemente V, appena eletto, inviò alcuni suoi Legati anche nell’Umbria, con lo scopo di porre un freno all’anarchia politica che vi regnava, per le sanguinose lotte fra i vari partiti e le rivali città, per l’ostilità dei Comuni contro il governo del Duca di Spoleto e per le incursioni dei Fuorusciti a danno delle Terre dalle quali erano stati banditi. I Legati Pontifici indissero a tale scopo un pubblico e generale Parlamento, da tenersi in Foligno il giorno 8 Decembre 1305, invitandovi a partecipare i rappresentanti del Clero, della Nobiltà e dei Comuni Umbri. Il Comune di Gualdo, con a capo il Podestà Simone di Bonifacio da Perugia e con Atto del 5 Decembre, delegò Confucio Fucii, quale suo Procuratore al Parlamento suddetto, nel quale i Legati del Pontefice e il Duca di Spoleto, ordinarono una tregua generale tra i partiti e le città in lotta sino alla prossima Pasqua di Resurrezione e cioè sino al venturo 3 Aprile. Il rappresentante del Comune di Gualdo, Confucio Fucii, dovette anch’esso accettare l’imposta tregua, obbligandosi al pagamento di diecimila marche di argento, se alla tregua stessa i Gualdesi venissero meno.

Nel frattempo doveva essersi però riaccesa la lotta tra Gualdo e Fabriano, lotta che, come vedemmo, era stata a malapena sopita nel 1304 con l’intervento dei Perugini. Questa volta era lo stesso Pontefice Clemente V, che interveniva nella questione, inviando ai contendenti il Commissario di Pace, Guglielmo, che il 18 Marzo 1306, impose ai Comuni di Gualdo e di Fabriano una tregua di cinque anni, nella guerra che, per vari motivi, durava da troppo tempo tra essi, prescrivendosi altresì in tale occasione i patti seguenti: Se la tregua fosse rotta da privati cittadini, si comminava a questi la multa di mille marche d’argento e se rotta da uno dei due Comuni, la pena stessa sarebbe stata di ventimila marche. Tali somme sarebbero andate per metà alla parte aggredita e per l’altra metà alla Camera Apostolica. Entro dieci giorni, la tregua doveva essere confermata con giuramento, mediante Atto Pubblico, da mille principali cittadini Gualdesi e da altrettanti Fabrianesi e i due Comuni, per il mantenimento dell’accordo, avrebbero dovuto designare dieci uomini quali fideiussori. Finalmente, sempre entro dieci giorni, persone competenti delegate dai Comuni stessi, dovevano addivenire alla composizione dei danni arrecati dalla guerra.

Ma per quei tempi bellicosi era una vana cosa la pace, ed i Gualdesi indi a poco, non sappiamo per quale motivo, dovettero di nuovo

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provocare contro loro stessi l’ira del Papa, che affidò agli Eugubini l’incarico di punirli. Ma questi ultimi, a quel che sembra, non diedero esecuzione al mandato Papale ed infatti vediamo poi il Rettore del Ducato di Spoleto, con sentenza del giorno 8 Ottobre 1308, assolvere il Comune di Gubbio, dalle pene a cui era stato precedentemente condannato, per non essere intervenuto nella guerra bandita contro Gualdo, Nocera, ed altri luoghi vicini. In quest’epoca, e propriamente negli anni 1306 e 1307, Simone dei Finaguerra da Gualdo, era stato chiamato dalla vicina città di Foligno all’ ufficio di Giudice, Assessore e Vicario di quel Podestà.

Ora è il momento di ricordare, come fosse in questi tempi anche risorta tra il Comune di Perugia e il Duca di Spoleto, quale Vicario della Santa Sede, la grave vertenza che, per la costruzione del Castello di Poggio S. Ercolano, vedemmo divampare nel 1289. L’aspra lite si era riaccesa perché, in data 10 Ottobre 1308, il Comune di Perugia aveva decretato che il Castello di Poggio S. Ercolano dovesse essere ampliato e così finalmente compiuto. Anzi, per tale scopo, all’Ufficiale incaricato dell’esecuzione dell’opera, i Perugini avevano dato facoltà di poter costringere, con ogni mezzo, le popolazioni circostanti al Castello, ad apportare il loro contributo materiale e morale a tale costruzione, ponendosi agli ordini ed a servizio del Delegato di Perugia. Di più il Comune suddetto, aveva ordinato che quelle stesse popolazioni si sarebbero dovute riunire e costituire in una unica Comunità, facente capo appunto al Castello di Poggio S. Ercolano, pena la multa di cento libbre di denari per i disubbidienti. In conseguenza di tutte queste disposizioni, nel principio dell’anno seguente, i Rettori del Ducato di Spoleto, Roberto de Ryomo, utriusque iuris doctor, Claramonte e Giovanni de Luca Frigido, Vastinens. Ecclesiarum canonici … et Vicarii generales, inviarono in Gualdo due lettere, che comunicarono altresì ai Magistrati Perugini. La prima era diretta a Jacopo, Abbate del Monastero di S. Pietro di Rasina, a Temuto, Pievano della Pieve di Compresseto, a Jacopo, Rettore della Chiesa di S. Paolo di Patrignone, ed a Pace, Rettore di quella di S. Martino di Rustignano; la seconda veniva invece indirizzata al discretus dominus Bolgarello, Monaco del sunnominato Monastero di S. Pietro di Rasina e Rettore della Chiesa di S. Apollinare, esistente presso lo stesso Poggio S. Ercolano. In queste due lettere, dopo di essere stato ricordato il precedente Breve di Papa Nicolo IV, con il quale il 15 Marzo del 1289 si ordinava che nessun suddito del Pontefice avesse ardito di andare ad abitare nel Castello di Poggio S. Ercolano abusivamente costruito dai Perugini nella Pievania di Compresseto, località questa, iure plenissimo, spettante alla Santa Sede, pena la scomunica e la confisca dei beni e dopo avere ricordato altresì che, ciò nonostante, alcuni ribelli in esso Castello avevano trasferito permanentemente la propria dimora, i Rettori del Ducato di Spoleto, difendendo gli interessi della Chiesa Romana, ordinavano ai Religiosi, a cui erano state indirizzate le lettere suddette, di intimare, innanzi che scadessero cinque giorni dal

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ricevimento di queste, ai già ricordati ribelli, di abbandonare, entro otto giorni, il Castello di Poggio S. Ercolano, pena la multa di mille marche d’argento. La prima di queste due lettere è datata il 27 Marzo da Assisi e nella seconda vengono designati anche i principali ribelli a cui si vietava il soggiorno nel contestato Castello e i di cui nomi sono i seguenti: Porchetta, Bartolone e Rizio di Spesa, Mazzula di Giacomiccio, Filippo e Nicolo di Francesco, Capriolo di Mancia, Valentino di Rizio, Butolo di Gennaro, Spinuccio e Giovanni di Salvolo, il figlio di Pietro dal Monte e il figlio di Puccio di Andrea. (1)

Similmente, non molta concordia regnava di questi tempi, tra il Podestà che i Perugini mandavano al governo di Gualdo e gli altri Magistrati locali, che i Gualdesi eleggevano a lui sempre ostili e di partito avversario, mentre invece, tra i patti stabiliti nell’Atto di sottomissione dei Gualdesi, questi si erano obbligati non solo ad accettare per loro Podestà la persona che sarebbe sembrato opportuno scegliere al Comune di Perugia, ma specialmente a non eleggere in Gualdo alcun pubblico Officiale, che potesse ostacolare e contrastare l’officio del Podestà medesimo. Per i suddetti atti d’indisciplina, dal Comune di Perugia erano stati mandati ordini a quello di Gualdo, di non più eleggere alle pubbliche cariche, uomini che, in qualche modo, dar potessero molestia all’ufficio del Podestà, menomando l’esecuzione dei suoi comandi. Ciò nonostante era accaduto che, tra la fine del 1308 ed il principio del 1309, i Gualdesi, noncuranti di questi ordini, avevano eletto un Giudice ed un Notaio « super publicis comunis reinveniendis », un notaio «reformationum » ed uno « dampnorum datorum », nonché altri pubblici ufficiali, che impedivano l’attività podestariale; e giustificavano un tal fatto asserendo che i Perugini non li avevano difesi contro le insidie esterne, così come era stato promesso nel suddetto Atto di Sottomissione. Comunque fosse, il Comune di Perugia, aveva perciò citato, nella sua Curia del Capitano del Popolo, che era allora Bonifacio da Canossa, il Comune di Gualdo e la questione suddetta, trattata dal Consiglio dei Priori e da alcuni Sapienti, designati dai Priori stessi, era stata finalmente rinviata al Maggior Consiglio. In conseguenza di tutto ciò, il Comune di Gualdo era stato condannato alla multa di mille marche d’argento, ed il suo Sindaco o Rappresentante, chiamato in Perugia, vi era stato tenuto prigioniero e ciò sino a che non fossero stati revocati dalla loro carica tutti coloro che, nella pubblica amministrazione, si fossero mostrati avversi al Podestà Perugino. La vertenza, ciò

(1) P. PELLINI: Op. cit. Parte I, pag. 277, 336 – Arch. Storico di Gubbio; Cod. II. E. 27 – Arch. Storico diFabriano: Collezione delle Pergamene. Busta VII. N° 325 – Arch. Vaticano : Collectoriae. Vol. 443, e. 145, 149, 345 – Arch. Comunale di Perugia: Annali decemvirati dal 1189 al 1339 (Cod. D) c. 163t, 166, 166t, 171t, 176t, 177t; Annali dal 1308 al 1309 c. 152t, 153 – M. faloci pulignani: Il Vicariato dei Trinci. (In Bollettino già cit. Voi. XVIII. pag. 15) – D. dorio : Op. cit. pag. 211.

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nonostante, si protrasse ancora a lungo, ed assai interessava i Magistrati Perugini, tanto è vero che questi, il 15 Settembre del 1309, concedendo pubblicamente un mese di ferie in occasione della vendemmia, facevano però eccezione per quanto si riferiva al proseguimento della trattazione della Causa che avevano con il Comune di Gualdo. Ma dopo interminabili trattative, che erano però abituali nelle questioni giudiziarie di quell’epoca, il Comune di Perugia, inviò finalmente un nunzio a Gualdo, per liberarlo dalla penale suddetta e riscuotere invece cinquecento fiorini d’oro, come prezzo della concessa transazione. Con tutte queste dispute, ha certamente rapporto un Decreto del Comune di Perugia, in data 30 Ottobre 1309, con il quale si stabiliva che il Podestà di Gualdo, non potesse contemporaneamente ricoprire l’ufficio di Priore delle Arti in Perugia, pena la multa di cento libbre di denari. Oltre che nelle cose pubbliche, anche per quanto si riferiva alle pratiche di giustizia, sia pure in private contese, la dominante Perugia faceva sentire la sua influenza. Ad esempio, in quell’epoca, tal Massolo di maestro Filippo, da cinque anni trovavasi carcerato in Gualdo, per aver commesso un maleficio a danno del Gualdese Rufinello di Filippo. Tra i due si era poi stabilita la pace mediante un pubblico Istrumento, ma ciononostante, Massolo era ugualmente ancora tenuto in prigione dai Magistrati Gualdesi, per cui la Curia Perugina, ad istanza del di lui fratello maestro Angelo di maestro Filippo, nel Gennaio del 1310, inviò alcuni suoi Giudici a Gualdo per fare giustizia, liberando Massolo. Non era solo la più stretta dipendenza, che in cambio dell’accordata protezione le città sottomesse dovevano ai Perugini, ma a seconda dei patti, erano tenute ad aiutarli nei loro più svariati bisogni e nelle continue guerricciole di quell’epoca, tutte le volte che ve ne fosse stata richiesta. Così ad esempio, il 9 Novembre del 1310, in tempo di carestia, il Comune di Perugia inviava Ambasciatori a Gualdo, per avvertire che desiderava fosse permesso a chiunque di portare grano ed altri cereali a Perugia, anche se a ciò si opponessero disposizioni Statutarie locali; ed il 2 Marzo dell’anno seguente, lo stesso Comune di Perugia, scriveva ai nostri Magistrati alcune lettere, perché facessero aprire strade e passaggi, affinchè con facilità e sollecitudine, potesse giungere a Perugia il grano comperato o da acquistarsi fuori del loro distretto e giurisdizione. E contemporaneamente all’invio delle lettere, stabiliva che in caso di risposta negativa, si sarebbero dovuti mandare due appositi Ambasciatori e che nel caso che ancor nulla si ottenesse, si sarebbero inviati venti o venticinque soldati « sgariglos vel perusinos » con l’ordine di « semper sotiare tractores et conductores bladi ». Oltre a ciò, nel Giugno di quello stesso anno 1311, combattendo Perugia contro Todi e Spoleto, la quale ultima aveva da sé discacciato i suoi Guelfi, giungevano in Gualdo due incaricati Perugini, cioè messer Angeluccio di Giovanni e messer Angeluccio di Venturella, perché vi reclutassero quanti più armati potessero; e, come dettaglio, ricorderò che tra i Gualdesi partiti per questa guerra, figurano due vetturali che, nei documenti, dell’epoca, vengono indicati con i nomi di Paulutius ed Angelutius. Ed altre

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truppe a piedi ed a cavallo, richiesero i Perugini a Gualdo quattro anni dopo, e furono mandate ad ingrossare l’esercito della lega Guelfa, di cui Perugia faceva parte, che combatteva in Toscana contro il capo dei Ghibellini Uguccione della Fagiola, esercito che fu poi sconfitto il 29 Agosto 1315, con la morte di oltre duemila uomini, mentre tentava di liberare il Castello di Monte Catino in Val di Nievole, assediato dai Ghibellini. E vi erano infine i tributi, che in misura sempre maggiore, dovevano pagarsi dalla nostra città, dove, il 19 Settembre 1311, il Comune di Perugia inviava il proprio Esattore Lapo di Lando, perché affrettasse il pagamento della vecchia e della nuova Colletta. E dovevano questi oneri essere abbastanza gravosi, poiché negli ultimi del 1312, in seguito all’imposizione di un nuovo e vessatorio Catasto, essendosi i Gualdesi rifiutati di pagare più oltre e dazi e balzelli, vediamo i Magistrati Perugini dare ordine di procedere, con tutti i rigori della giustizia, contro gli abitanti di Gualdo, se ancora ritardassero i dovuti pagamenti. Per il Castello di Poggio S. Ercolano poi, i Priori Perugini decretavano anche, che chiunque possedesse fondi rustici nelle sue pertinenze, pur non essendo del luogo e non abitandovi, dovesse ciò nonostante sottostare a tutti quei dazi, collette, salari, oneri, etc. a cui erano obbligati gli uomini del Castello, il quale Decreto fu però annullato dai successivi Priori, in data 21 Febbraio 1314. (1)

Certamente non molto blando dominio doveva essere quello che Perugia esercitava sulle città a lei soggette, se Dante, che in questi tempi scriveva la Divina Commedia, potè dire nel canto XI del Paradiso:

Intra Tupino e l’acqua che discende
Del colle eletto dal beato Ubaldo,
Fertile costa d’alto monte pende,
Onde Perugia sente freddo e caldo
Da porta Sole, e diretro le piange
Per greve giogo Nocera con Gualdo.
E a tale proposito piacemi notare come i più antichi commentatori della Divina Commedia, quali il Postillatore Cassinese, Pietro di Dante, il Vellutello, Benvenuto da Imola ed altri parecchi, dando al passo Dantesco un’interpretazione puramente topografica, lasciarono scritto che Gualdo e Nocera piangevano, perché travagliate dall’aspra giogaia di monti che loro sovrastano, rendendo quei luoghi freddi, ventosi, sterili ed inospitali:

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 357, 377, 398 – Arch. Comunale di Perugia: Annali decemvirati. Del 1308 e seg., c. 40, 51, 70, 86 a 88, 157, 170t; dal 1310 al 1312, e. 15t, 51, 51t, 84t, 126, 127t; dal 1312 al 1314, e. 276t; Frammenti di Statuti Perugini, e. 148t, rubr. 57 – Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e lacobilli. Cod. B, VI. 5, c. 612t.

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« plorantes, dice il Postillatore Cassinese, sunt Nucerium et Gualdum, quia ita sunt positae in sterili loco et frigido »; « quia recipit ventum frigus et incommoda a dieta monte », scrive Benvenuto da Imola. Invece altri più moderni, errando grossolanamente, attribuiscono il greve giogo al Re Roberto di Napoli, il quale capitanava, è vero, il partito Guelfo nell’Italia Centrale, ma ciò nonostante, né allora né poi, ebbe mai il Governo di Gualdo; e come se ciò non bastasse, costoro, a dimostrare la loro ignoranza in proposito, pongono la nostra città chi in Romagna, chi in Puglia. Riesce invece più conforme allo spirito politico e combattivo di Dante e di tutto il suo Poema, l’interpretazione del Volpi, del Tommaseo, del Biagioli, del Cornoldi e d’altri, i quali come sopra io ho detto, vedevano nel dominio dei Perugini il «greve giogo» che Gualdo opprimeva, sol che si rivolga uno sguardo alla Storia Umbra di quel periodo, che è tutta una sequela di persecuzioni e di lotte della Guelfa Perugia contro le prossime città Ghibelline. Era tra queste anche Gualdo, che ai Ghibellini doveva appunto l’origine sua, e già vedemmo, e meglio vedremo in appresso, quanto poco paterno fosse stato anche per esso, il governo dei Perugini. Basta considerare del resto, che, pur mancandone ogni altro motivo, per solo odio di parte, Dante, il Ghibellino fuggiasco, aveva ogni interesse ed ogni ragione di scagliarsi contro il governo della Guelfa Perugia, che per di più, appunto di questi tempi, aveva eletto a Capitano Generale delle sue milizie Cante dei Gabrielli da Gubbio, l’implacabile e fiero persecutore dell’Alighieri. (1)

In questo principio del XIV secolo, nella nostra regione e in quelle vicine di Nocera e Sassoferrato, si era verificata una notevole affluenza di fuorusciti Perugini e Spoletini, tantoché nel 1312, i Magistrati di Perugia ad evitare incidenti vi avevano mandato quale loro rappresentante e ambasciatore, Blasio di Giolo. Costui dovette anche risolvere una vertenza insorta allora tra Gualdo ed il Comune di Fossato, alcuni abitanti del quale erano detenuti prigionieri dai Gualdesi. Contemporaneamente erano nate anche gravi contese tra le limitrofe città di Gualdo ed Assisi circa i confini dei due Comuni. Il territorio in contestazione era quello di Morano, estendentesi tutto intorno, sino a Montecchio, Ombrano, Monte Rampone, S. Savino, Voltole, Colle Mincio e torrente Arone. Su questa vasta zona collinosa interposta tra i due Comuni, accampava Gualdo il diritto di possesso, mentre invece gli Assisani asserivano avere essa sempre appartenuto al Comune ed all’Ospedale di Assisi. La questione rimase per lungo tempo contrastata e insoluta, nonostante frequenti azioni giudiziarie, accessi fatti sul luogo, esami

(1) M. Morici : Op. cit. – Benvenuto di Rambaldo da Imola: Comentus super Daniis Aldigherii Comoediam. Edito da Giacomo Filipppo Lacaita. Firenze 1887 – G. A. Volpi : Indici ricchissimi che spiegano tutte le cose pia difficili e tutte le erudizieni della Divina Commedia. Padova 1827 – G. BIAGIOLI: Commento della Divina Comedia. Parigi 1818-1819 – G. M. Cornoldi : Commento della Divina Commedia. Roma 1887 – Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali dal 1315 al 1317. e. 80 – A, Riccieri: Pagine disperse. Perugia 1916. Pag. 96 e seg.

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testimoniali e consimili pratiche, trattate innanzi al Rettore del Ducato di Spoleto. Anzi, in uno di questi Atti, il quale porta la data 17 Ottobre 1314, gli Assisani, a provare i loro diritti sulla regione che faceva capo al Castello di Morano, dopo aver detto che essa comprendeva una popolazione dai cento ai trecento individui, attestano durante un esame testimoniale, che il Castello stesso era stato fondato non già dai Gualdesi, ma da persone originarie di Assisi, Nocera, Colle Mincio e Monte Nuovo. Nell’estate del 1316, la lite non solo durava ancora, ma si era anzi inasprita, per le violazioni di confine fatte dagli Assisani e per le molestie e i danneggiamenti che questi arrecavano spesso ai Gualdesi, i quali ricorsero al Comune di Perugia; che dopo un’inchiesta sui fatti lamentati, per porvi riparo, inviò in Assisi Simone di Guidalotto dei Guidalotti e Michele di Nicola dei Barigiani, ambedue dalle Cronache del tempo chiamati Dottori, i quali riuscirono finalmente ad appianare ogni differenza ed a ristabilire la pace. Qui noteremo per incidenza, che il territorio di Morano su ricordato, costituiva nel Medio-Evo un importante Feudo, di cui si trova non di rado traccia nei documenti di quell’epoca. Così si ha, ad esempio, memoria di un Pietro, figlio postumo di Pietro degli Atti da Foligno, Conte di Morano, che fu fratello di Atto, Vescovo di Foligno e che circa l’anno 1050 fu eletto Priore della Cattedrale di quest’ultima città.

Era appena sedata la controversia con gli Assisani, quando, nel seguente anno 1317, nascono nuovamente delle contese tra Gualdo e Fossato di Vico, sempre per questioni di confine in rapporto ai pascoli sull’Appennino, ed anche questa volta i Perugini intervengono, dando ampio mandato a messer Oddo di Ninolo di Giacomino de Minaciatis, syndicus et procurator, actor, factor, et numptius specialis, sufficiens persona, perché si recasse in Gualdo e togliesse di mezzo ogni questione, rettificando i contrastati confini e riportando la calma tra le due vicine popolazioni.

Oltre a ciò in quest’epoca, i Ghibellini della vicina Nocera, si erano ribellati a Perugia, impadronendosi della loro Terra e scacciandone i Guelfi. I Perugini mossero prontamente alla riconquista della città ribelle, contro la quale inviarono truppe a piedi ed a cavallo, nonché, come ambasciatori e negoziatori, il loro Podestà Pagnone da Cingoli insieme ai Priori delle Arti. Le milizie di Perugia, con i Magistrati suddetti, posero il loro campo appunto in Gualdo, da dove, durante parecchio tempo, mossero i loro attacchi guerreschi contro Nocera, che fu così costretta a capitolare. E ricorderemo finalmente che, innanzi il termine di quello stesso anno 1317, il 14 Dicembre, i Priori Perugini ordinarono che i così detti Frati della Penitenza, ben noti nella storia di quell’epoca, divenuti anche esattori di dazi e di collette, dovessero riscuotere dal Comune e dagli uomini del territorio di Gualdo, la quota da questi dovuta, secondo la nuova colletta di otto soldi per cento, per ogni focolare nella città, e di sei soldi per ogni focolare nel contado; come pure dovessero incassare i salari del Podestà, del Capitano del Popolo e del Giudice di Giustizia « simpliciter tantum, sine aliqua pena exsigenda

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aud (sic) recipienda a comuni et hominibus dicte terre Valdi ». (1)

Nelle precedenti pagine, abbiamo diffusamente illustrata la grave contesa agitatasi tra il Ducato di Spoleto e la Repubblica Perugina, nella seconda metà del secolo XIII, per il completo possesso di Gualdo, sorgente quasi sul confine tra l’uno e l’altro Stato, contesa che, come facemmo notare, rimase sterile e nulla concluse, anche perché mantenuta sempre viva dagli odi partigiani che separavano la città di Perugia, Guelfa per tradizione e per sangue, da quella di Spoleto, dove prevalevano i Ghibellini, benché avesse a capo un Delegato Papale. Come conseguenza dell’insoluta contesa, ora, con il principiare del secolo XIV, vediamo verificarsi un fatto, che sembrerà forse strano, a chiunque non abbia qualche conoscenza della storia Umbra, durante il periodo di tempo in cui la Sede Pontificia rimase in Avignone, nella Babilonia d’Occidente, come la chiamò il Petrarca, periodo d’incredibile confusione politica e della più sfrenata anarchia. Vediamo cioè la nostra città, obbedire a due padroni contemporaneamente, per un non breve lasso di tempo e cioè a Perugia, che la signoreggiava con un diretto dominio, ed al Rettore del Ducato di Spoleto, che vi emanava ordini in nome della Curia Avignonese. In questo strano contrasto, il nostro disgraziato paese, impotente a difendersi così dall’una come dall’altra, ad evitare rappresaglie e vendette, si adattava a servire ambedue; nello stesso modo che i Perugini e gli Spoletini, si contentavano di tiranneggiarlo in comune, niuno di loro avendo forza bastante per strapparlo dagli artigli dell’avversario. E in questo caso, tra i due litiganti, il terzo, cioè Gualdo, anziché approfittarne aveva la peggio. Di questo condominio ce ne fanno fede non pochi documenti e basta esporre nel loro ordine cronologico, come ora farò, le sconnesse notizie storiche di quell’epoca che mi è stato possibile di rintracciare, per farsene persuasi.

Una prima prova dello stato di dipendenza dei Gualdesi anche dal Ducato di Spoleto, l’abbiamo da ciò, che nel 1317, Gualdo, prima fra tutte le città su cui il Rettore del Ducato affermava il proprio dominio, approfittando della confusione politica e della sollevazione Ghibellina che rendeva quasi nulla nelle terre del Patrimonio ogni autorità del Pontefice, dava il segnale della ribellione tentando di emanciparsene completamente. Il Papa, colpiva per rappresaglia con una forte multa il nostro Comune, ed essendo questo riluttante a pagare, scriveva anche, prima della fine dell’anno, al Tesoriere del Ducato Spoletino, perché costringesse i Gualdesi insorti al pagamento della taglia suddetta. Una traccia di questa ribellione l’abbiamo nei Registri del Ducato di Spoleto, Registri finanziari conservati nell’Archivio Segreto Vaticano fra le

(1) P. Pellini : Op. cit. Parte 1, pag. 421, 425 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIV. no 19, 21 – M. Faloci Pulignani: I Priori della Cattedrale di Foligno. In Bollettino della R a Deputa­zione di Storia Patria per l’Umbria. Vol. XX, pag. 215. – Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali. Del 1312 e seg., c. 212; dal 1315 al 1317, e, 155t, 157, 158t, 188t, 231t; dal 1318 al 1319, c. 4t, 15, 18t, 21.

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carte della Camera Apostolica, dove, in data 1 Marzo 1318, troviamo scritto: « Dedi et solvi in nuntiis qui iverunt ad Gualdum Nucerii cum licteris prò agravando eos de inobedentia, quam inceperant facere – 15 sol. cort. » ; e con la data 22 Dicembre dello stesso anno, troviamo l’annunzio di una lettera inviata dal Pontefice al Rettore del Ducato « quod compellat comune Gualdi restituere aliquam partem medietatis condempnationum, quam E. R. ibi debet habere ».(l)

Da parte loro, nell’Agosto di quell’anno, i Magistrati Perugini mandavano al Rettore di Spoleto, messer Francesco di Odduccio e Grazia del Buono dei Graziani, per ammonirlo di non fare innovazione alcuna nel territorio Gualdese; e nel seguente anno 1319, dietro domanda del Comune di Gualdo, vi mandano Tobia di Fino da Porta Sole e Agnoluccio di Giovanni. Con questa seconda Ambasceria si chiedeva al Duca di Spoleto, di esonerare i Gualdesi dal presentarsi in armi per servire nell’esercito del Ducato e ciò perché ad essi già spettava il grave compito di sorvegliare e difendere i passi della montagna sovrastante la loro città. Qui ricorderemo anche, come curiosità storica, che il 23 Giugno di quell’anno 1319, i Priori Perugini delle Arti, eleggevano per cinque anni il « sapiens vir magìster » Tommaso da Gualdo, quale Medico del Comune di Perugia, specialmente, « super ossibus reactandis » con il salario di sessanta fiorini d’oro annuali, da pagarsi allo stesso « eo modo et forma et prout et sicut et quando solvitur et solvi debet salarium doctoribus forensibus legentibus in Civitate Perusii ». Ricorderemo anche che, prima che finisse l’anno, in data 31 Ottobre, il Comune di Perugia stabiliva di notificare a quello di Gualdo, l’ordine di pagamento della nuova colletta di quaranta soldi ogni cento libbre di denari per ciascun focolare della città, e similmente di tre soldi per quelli del contado, dando tempo otto giorni dal dì della notificazione di detto ordine e con la penale di un quarto in più, per chi oltrepassasse questo termine.

Frattanto il dissidio insorto, come sopra ho detto, tra Gualdo e il Rettore del Ducato, era stato dato a comporre ai Dottori Perugini, e nei Registri già indicati, in data 26 Giugno 1319, troviamo segnato: « D.no Francisco de Perusio legum doctori recipienti pro se et D.no Gratia advocato et jurisperito de Perusio, quos eis promiseram de expressa ordinatione rectoris quia per suffragium istorum habuimus illam pecuniam, de compositione, quam fecimus cum comuni Gualdi Nuc., et de illo patrocinio, quod prestiterunt, quietaverunt me nomine R. E., prout patet manu mag. Ofreducii 12 fi. a ». Inoltre in data 7 Luglio leggesi : « Quibusdam spiis, quas misi ad Gualdum Nuc. ad explorandum quantum poter at esse de grano et aliis fructibus in possessionibus, quas ibi habet R. E., et ad explorandum de quibusdam hominibus, qui tenebant occupatas

(1) L. Fumi: Eretici e ribelli nell’Umbria dal 1320 al 1330. In Bollettino della Ra Deputazione di Storia Patria per I’ Umbria. Voi. IV, pag. 246 – L. Fumi: I Registri del Ducato di Spoleto. In Bollettino sopra cit. Vol. III, pag. 500; Vol. VII, pag. 286 – Arch. Vaticano: Reg. Vaticano 109. Epist. 840.

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aliquas terras. E. et de quibusdam excessibus, ad hoc ut curia Ducatus ipsos excessus congnosceret et puniret 37 sol. et sex den. cort. »., e finalmente con la data 17 Novembre:« A domp. Bevenuto de Gualdo de Nuceria … super quodam adulterio per eum conmisso, 24 Fl. a. ».

In questo istesso anno, scoppiava una feroce guerra tra la Guelfa Perugia ed Assisi, dove i Ghibellini si erano sollevati discacciandone i Guelfi. I Perugini, stretti dal bisogno, per soccorrere i loro correligionari Assisani, banditi dalla patria, reclutarono armati in tutte le città in qualche modo da loro dipendenti, e in tale occasione abbiamo una nuova prova del loro dominio sulla nostra Terra, dal fatto che ne dispensarono Gualdo e Nocera, dovendo esse difendere i valichi dell’Appennino, per impedire che i Ghibellini della Marca passassero nell’Umbria, per andare in aiuto dei Ghibellini Assisani, e ne rinforzarono anzi i presidi inviandovi messer Bonifazio di Uffreduccio dei Giacani e messer Bartolello di Lello, con delle milizie oltramontane, con più di trecento cavalieri e molti fuorusciti Guelfi di Assisi e di Lodi.

A tal proposito, e come conferma dei diritti che gli Spoletini accampavano sulla nostra città, nei Registri del Ducato di Spoleto, in data 31 Ottobre 1319, sta scritto: « Duobus baiulis, quos misi ad explorandum ad Gualdum Nucerii si in subsidium Asisinatum, contra quos fiebat exercitus, veniebant aliqui forenses, propter quos exercitus R. E. posset offendi. 23 sol. cort.-»; in data 16 Agosto 1320: « Pro domp. Guillelmo monacho de Gualdo Nucerii. 1 fi. a. » ; in data 30 Ottobre : « Pro quodam presbitero de Gualdo Nucerii, de cuius nomine patet per magistrum Ofreducium.3 fi a.»; in data 10 Novembre: «Pro domp. Andrea de Gualdo… quia dicebatur fecisse adulterium, seu peccatum carnis cum Luccura uxore Puccilli. 3 fi. a.»; in data 30 Novembre: «Pro domp. Thomasso monacho monasteri S. Benedicti de Gualdo Nuceri… super quodam insultu. 3 fi a.» e infine in data 16 Decembre sta scritto: « Pro domp. Nicola presbitero de districtu Gualdi Nucerii. 3 fl. a. ».

Da parte loro i Magistrati Perugini, in forza dell’autorità che esercitavano sulla nostra città, proseguendo ancora la guerra suddetta contro Assisi, mandavano in Gualdo ed in Camerino, Cellolo di Zandrolo e Giorgio di Tancredi del Quartiere di Porta S. Susanna, questa volta per reclutarvi soldati a piedi e a cavallo da inviarsi contro gli Assisani. L’Ambasceria durò sette giorni e gli Ambasciatori, in data 23 Luglio, ebbero come mercede duecentottanta solidos per ciascuno. Sempre in conseguenza della guerra con Assisi, poco dopo i Perugini inviavano a Gualdo ed in alcune Terre vicine, altri due Ambasciatori e cioè ser Massino di Tommaso e Bartolino di Maffucio. In nove giorni disimpegnarono il loro mandato, e il primo, con due cavalli di scorta, in data 21 Novembre, ricevette come compenso, diciotto libbre di denari ed il secondo, con tre cavalli, ventidue libbre e dieci solidos. Contemporaneamente, nel mese di Ottobre di quello stesso anno 1320, i Magistrati di Perugia avevano anche spedito, come Ambasciatori per conto di Gualdo,al Rettore del Ducato di Spoleto,

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Gianni di Ceccolo di Gianni e Uria di Paolo, non sappiamo però a quale scopo; ed altra Ambasceria, della quale ugualmente ignoriamo il motivo, mandavano a Gualdo tra la fine del 1322 ed il principio del 1323, in persona di Pietro di Angeluccio, che per sua mercede, il 26 Aprile, riceveva dal Massaro di Perugia la somma di venti solidos. Oltre a ciò, non molto tempo prima, cioè nel 1321, essendosi fatta finalmente la pace tra i Ghibellini di Assisi e i Guelfi di Perugia, che, come sopra si è detto, erano in aperta guerra, tra i capitoli dell’accordo troviamo anche questo, che gli Assisani cederebbero ai Perugini, in ammenda delle spese di guerra, le ragioni e i diritti che avevano sulla via di Nocera e di Gualdo.

Inoltre il 6 Settembre di quell’anno, i Priori Perugini decidono che solenni ambascerie siano inviate a Gualdo, a Gubbio e ad altre vicine città, affinchè sollecitamente mandassero aiuti e si difendessero per loro conto da Federico Conte di Montefeltro, capo dei Ghibellini Marchigiani, il quale apertamente aizzava la parte Ghibellina di Spoleto, contro la Guelfa Perugia. Al contrario in questo stesso anno 1321, il Rettore del Ducato di Spoleto, Rinaldo di S. Artemia, ci da una novella prova della signoria che esercitava su Gualdo, al quale ordinava a nome del Pontefice, di mandare quanti più armati poteva, sotto il suo comando, per combattere e ridurre all’obbedienza gli Spoletini i quali si erano sollevati contro il Rettore, stabilendo nella città un governo di parte Ghibellina.

Il contrasto tra le due maggiori città Umbre per il dominio esclusivo di Gualdo, non poteva certo essere per quest’ultimo foriero di sicurezza e di pace. Bande armate composte di malviventi e di fuorusciti, scorrazzavano in quell’epoca nel territorio Gualdese, commettendovi stragi e saccheggi, suscitandovi sedizioni e tumulti. Nell’Archivio Vaticano, ad esempio, esiste un Codice, di cui più diffusamente tratteremo fra poco, il quale contiene copia di un gran numero di processi allora portati avanti i vari Podestà di Gualdo, contro questi malviventi, che approfittando dell’incerto stato di governo, pescavano, come suol dirsi, nel torbido. Per farsi un concetto delle loro gesta, tra i processi suddetti, scegliamo il primo che ci capita sotto gli occhi e qui ne riportiamo i capitoli di accusa, che appaiono redatti contro il condottiero di una di queste bande, tal Grifone di Balduccio da Gualdo, che il 28 Settembre 1322, fu in conseguenza condannato all’amputazione del piede destro, alla confisca dei beni, ed al bando perpetuo dal territorio Gualdese. Egli era infatti accusato di avere, con i suoi compagni, catturati molti cittadini di Gualdo che si erano posti in viaggio, spogliandoli del loro denaro e delle robe che portavano sopra le bestie e delle bestie stesse, conducendoli poi in una località indicata con il nome di Giste, dove li tennero in ostaggio per ricavarne altro denaro; di avere tentato la scalata delle mura di Gualdo, allo scopo di eccitare il popolo a tumulto e sedizione, per potervi così più facilmente commettere ruberie ed omicidi; di avere allo stesso scopo, invaso con una turba di armati la Valle di S. Donato nel Distretto di

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Gualdo, la quale Valle di S. Donato, per certo va identificata con l’attuale sobborgo della città volgarmente chiamato Valle di Sopra, dove appunto sorse in origine la nostra Abbazia di S. Donato; di essere penetrato con la sua banda a viva forza in Nocera, quando, nel 1320, i Fuorusciti Ghibellini si impadronirono di quella città, commettendovi ogni sorta di ladrocini e delitti, consentendo poi con altri di far lo stesso contro i Castelli del Comune di Perugia; di avere in ogni tempo prestato il suo aiuto agli abitanti di Giste, in tutte le scorrerie da essi commesse a scopo di furto e di omicidio, nel Distretto di Gualdo, specialmente nella già ricordata Valle di S. Donato, in Val Sorda e in Valdigorgo; di aver dato finalmente man forte ai fautori del suddetto assalto Ghibellino a Nocera, prendendo parte a tutte le ribalderie ivi in quel tempo commesse. E presso a poco, di consimili crimini, risultano accusati molti altri dei masnadieri, che allora, come si è detto, infestavano la nostra regione. (1)

Proseguendo innanzi, nei più volte ricordati Registri del Ducato di Spoleto, troviamo varie altre notizie, che se non hanno alcuna importanza per loro stesse e prese isolatamente, ne hanno però abbastanza considerate nel loro complesso, perché ci confermano anch’esse la giurisdizione esercitata su Gualdo dal Rettore del Ducato Spoletino. Infatti con la data 14 Febbraio 1321 leggiamo: «A Ciccho Petrioli et quibusdam aliis testibus de Gualdo Nucerii vocatis et contiuiiacis super quadam inquisitione facta contra dom. Guidonem rectorem Ecc. Sancti Laurentii de Carbonaria prò compositione facta cum eis dicta occasione, super eo quod dicebatur conmississe concubinatum cum Iacopa Iacobicti. 8 lib. cort. »; in data 18 Febbraio: « A domp. Guidone Monacho et Rectore Ecc. Sancti Laurenti de Carbonaria districtus Gualdi Nucerii prò quadam generali compositione facta cum eo super excessibus suis. 10 fi. a.»; in data 8 Aprile: « A domp. Angelo rectore Ecc. S. Facundini districtus Gualdi Nucerii … super eo quod dicebatur fecisse fornicationem 6 fi. a » ; in data 1 Maggio: «A mag. Thoma Somei dante prò domp. lacobo abbate de Rasina et domp. Phylippo, domp. Bartholo, domp. Gagnolo, domp. Gente, et domp. Phylippo monachis dicti monasterii. .. super eo quod dicebatur receptasse exbannitos et derobasse totum de Gualdo Nucerii, de quibus instrumentum habet mag. Ofreducius. 6 fi. a. »; in data 8 Agosto: « A domp. Thomasso Pelagacti clerico de Gualdo Nucerii et beneficiato sancti Laurentii de Sesportolo … super eo quod dicebatur fuisse contumax in recedendo de Spello cantra mandatum sibi per me factum, sicut per vicarium ducis. 3 fi. a. » ;

(1) Arch. Vaticano: Collectoriae. Vol. 402, e. 91t, 92t – A. Cristofani: Op. cit. – P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 428, 430, 435, 441 – L. Fumi: I Registri del Ducato di Spoleto. Già cit. In Bollettino cit. Vol. III , pag. 504, 505; Vol. IV, pag. 129; Voi. V, pag. 128, 130, 131 – L. Fumi: Eretici e ribelli nell’Umbria dal 1320 al 1330. Già cit. In Bollettino cit. Vol. III , pag. 457 – O. Scalvanti: / Ghibellini d’Amelia, e Lodovico il Bavaro. In Bollettino cit. Vol. XII, pag. 251, 252 – Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali. Dal 1189 al 1339, e. 259; dal 1318 al 1319, e. 56t, 170, 206t, 211, 221, 254t, 255t; del 1320, e. 120t, 173t; del 1321, e. 172.

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in data 22 Decembre: « A Johannutio fratre domp. Accursii de Gualdo nucerin. dioc… super excessibus conmissis per eum et per fratrem suum predictum domp. Accursium. 7 fi. a. »; in data 27 Luglio 1322: « A domp. Nicolao de Gualdo Nucerie … super eo quod dicebatur renunctiasse cuidam beneficio per symoniam. 2 fi a. »; in data 9 Settembre: « A domp. Bartholo monacho monasterii de Rasina …. (S. Pietro di Val di Rasina presso Gualdo) super processu facto contra ipsum in eo quod dicebatur conmississe adulterium cum quadam muliere et super omnibus excessibus suis. 5 fi. a. »; con la data 19 Dicembre: «A Caccio d. Andree de Perusio Potestate terre Gualdi Nucerii, solvente pro compositione facta cum dicto Com. Gualdi nuc. super excessibus conmissis per ipsum Com. et singulares personas. 150 fi. a. »; in data 4 Febbraio 1323: « A Massiolo Juntule de Montefalcone prò quadam compositione facta cum eo per d. Johannem de Amelia rectorem super eo quod portavit vel fecit portare per se vel per alium seu alios Fabrianensibus perfidis hostibus S. R. E. et d. n. summi Pontificis victualia et alias res ac etiam mercantias prò muneratione et auxilio ac adiutorio dictorum rebellium per districtum et territorium Nucerii et Gualdi Nucer., qua de causa erat exbanditus. 2 fi. a.»; in data 5 Maggio 1323: «A mag. Mancia et m. Andrea de Gualdo Nucerii solventibus nomine Com. Gualdi nuc. prò compassione facta cum dicto Com., super eo quod dicebatur non obedivisse, nec ivisse in exercitum factum supra Castrum Litaldi. 350 fi. a. » ; con la data 11 Luglio : « A Mactheo de Gualdo nuc. solvente nomine dompn. Phylippi abbatis monasterii Sancti Benedicti de Gualdo Nuc … super eo quod dicebatur contro constitutiones ducalis Curie substinuisse multas appellationes coram se interponi, et ipsas appellationes coram dom. Vicerectore et suis officialibus notificasse. 10 fi. a. » ; in data 4 Agosto: «A domp. Petro abbate monasterii S. Donati de Gualdo nucer. solvente nomine prioris et monachorum et totius conventus monasterii S. Crucis Fontisavellane … de conmissis excessibus, inobedientiis et contumaciis per eos conmissis quia non respondiderunt de fructibus dicti prioratus reservatis per d. papam de primo anno vacationis. 127 fl. a. » ; in data 28 Settembre: « A domp. Conte monacho monasterii S. Petri de Rasina (presso Gualdo) prò compassione facta cum eo. 31 / 2 fi. a.»; in data 27 Giugno 1324: « A domp. Angelo rectore Ecclesie S. Facundini, districtiis Gualdi nucerii qui restabat ad solvendum de quadam compositione facta cum eo super eo quod dicebatur fecisse fornicationem cum quadam muliere, de qua apparet in registro intrituum camere ducatus per ipsum facto sub an. d. m. ccc. xxj, ind. iiij, et die x mensis aprelis, que quedam compositio facta fuit prò. vij.fl. a. et non salverat nisi dumtaxat sex fi. a. ut patet in dicto registro. Ifl. a».; in data 10 Luglio: « A domp. Petro Bartholucii de Cannario, dante et solvente nomine et vice Johannis Cole Boniscagni mercatoris de Perusio et sociorum suorum, quos dicto d. Johanni dare et solvere tenebantur et promiserant prò compositione olim facta cum domp. Jacobo abbate monasterii S. Petri de Rasina (presso Gualdo) nucerine dioc.,domp.Philippo, domp. Conte, domp. Burgaro, domp.Ugolino,

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domp. Nicola Petri, domp Bartolo, et domp. Mactheo monachis dicti monasterii et domp. Bene rectore ecclesie S. M. de Frecto (Frecco) et domp. doni rectore ecclesie S. Lucie de Comperseto (Compresseto) super excessibus conmissis per eos, ex qua compositione, que fuit facta per centum flor. d. Franciscus Odducii de Perusio, una cum socio suo, qui tractaverunt dicta compositionem, habuerunt decem flor. a., secundum declarationem factam per d. Raynaldum tunc rectorem et dictum d. Johannem tunc thesaurarium, que fuit conmissa in manibus ipsorum ad hoc ut meliorem compositionem facerent in utilitatem camere, prout patet manu mag. Offreducii. 90 fi. a.»; in data 26 Giugno 1325: « Mag. Petro de Interampne, qui ivit Nucerium et Gualdum Nucerii el Saxumferratum ad faciendum sequestrationem fructuum Epatus Epi Nucermi, ad petitionem d. Marchionis, occasione decime sexannalis collecte per eum sublate de sacristia b. Francisci, et ad inquirendum contra euntes fabrianum, ut habuerat in mandatis a d. n. pp. 30 lib.»; con la data 27 Agosto: « A m. Thoma Bernardi de Gualdo Nucer. Syndico dicti C. solvente pro dicto C. Gualdi Nucer. de excessibus et contumaciis dicti C. et specialibus personis etc. 200 fl. a.»; in data 24 (Settembre: « M. Hermanno de Fulgineo not. quos expenderat de mandato ipsius ivit d. Rectoris hoc anno de mense Aprilis dum de mandato ipsius ivit cum tribus equitibus et octo peditibus ad inquirendum et procedendum contra euntes Fabrianum, qui steterunt . XII . diebus inter Eugubium, Nocerium et castrum Gualdi, et inquisito fiebat de mandato d. n. pp. 32 lib. d. cori. » e finalmente, in data 1 Marzo p326, si legge: « Bonifatio de Servallo, quem misit Perusium cum quadam ambasiata ad Saracenum de Podio Murandi tangente statum provincie et honorem Curie vid: prò tractando cavalcatum contra gualdenses prò expensis suis et rigatii et vectura ronzini. 33 sol. Cort. »

Le due precedenti note dei Registri del Ducato di Spoleto, in data 26 Giugno e 24 Settembre 1325, riguardanti Fabriano, note nella loro brevità inesplicabili e oscure, trovano una chiara illustrazione in due Epistole di Papa Giovanni XXII del 31 Luglio 1323. Con una di queste Epistole, il Pontefice ordinava infatti a Giovanni D’Amelio, Rettore del Ducato Spoletano, di mandare una speciale e fidata persona a Gualdo e Fossato, con l’incarico di impedire che, attraverso i valichi della montagna che fanno capo ai due luoghi suddetti, venissero inviate vettovaglie e qualsiasi altra provvigione ai Fabrianesi, perfidi e ribelli alla Santa Sede, come si legge nella lettera Papale. Con l’altra Epistola poi, Giovanni XXII si rivolgeva poi al Comune di Perugia, per avvertirlo di avere mandato a Gualdo questo suo Agente, il quale doveva sorvegliare le vie che immettono nel territorio dei Fabrianesi, per impedire che giungessero a questi soccorsi dall’Umbria e pregava perciò i Perugini di porgere a detto Agente la più grande assistenza e un favorevole aiuto nel disimpegno del suo mandato.

Nello stesso tempo, i Priori Perugini, tanto per non essere da meno dei Spoletini, pensavano a ricordare anch’essi, di tanto in tanto alla

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nostra città il loro poco blando dominio: Così nel Settembre del 1322, v’inviano Monolo di Ceccolo, con la mercede di venti solidos e con l’incarico di portare lettere ai Frati della Penitenza come si è detto funzionanti quali Officiali del Comune di Perugia in Gualdo, «pro facto collecte nove »; altri trenta solidos, a titolo di viaticus, si pagano nel mese seguente al nunzio Follis Fantani, che di urgenza e di notte tempo, si era recato a Gualdo con nuove lettere dei Priori; venti solidos, nel Gennaio del 1323, si assegnano a Ceccolo di Giovannello da Porta Sole, affinchè anch’esso si rechi nella nostra città, «pro collecta per dictum Comunem Gualdi solvenda » e trentacinque solidos all’Ambasciatore Vanne di Venturella da Porta S. Pietro nel Settembre 1325, perché vada a Gualdo, Nocera e Fabriano « pro novis explorandis ». Finalmente, nell’Ottobre di quest’ ultimo anno, avendo i Magistrati Perugini chiesto un prestito in danaro al Comune di Gualdo ed essendosi questo rifiutato di farlo, sdegnati concedono ai Gualdesi un tempo massimo di cinque giorni per effettuare la domandata prestanza, minacciandoli, in caso diverso, di convertire la domanda di prestito, in una richiesta di pagamento senza rimborso. Oltre a ciò, il 28 Marzo 1326, i Magistrati Perugini, riconfermavano ai Reggitori dell’Arte della Mercanzia in Perugia, piena autorità ed arbitrio, già prima concessi, a proposito di un’aggressione a scopo di rapina, che bande Gualdesi, unitamente a genti di Matelica e d’altri luoghi, avevano effettuato contro il Castello di Ponte Pattoli, nel territorio di Perugia e in data 11 Luglio 1326, spiccavano un mandato di ventinove soldi di denari, a favore di Lippo di Selvatico, che aveva portato lettere del Comune di Perugia a Gualdo ed a Sassoferrato, perché spedissero i soldati che loro spettavano secondo i patti della taglia contro Città di Castello, con la quale Perugia era in guerra. (1)

In quest’epoca, così la Santa Sede, come la Curia Ducale Spoletina, si adoperavano a pubblicare e diffondere nell’Italia Centrale, la notizia delle condanne, sì spirituali che corporali, inflitte ai Ghibellini ribelli ed agli eretici che pullulavano allora nella Penisola, e ciò nella speranza di intimorire e raffrenare le turbolenti popolazioni del Ducato di Spoleto e del resto dell’Umbria. Ci restano a tal proposito, vari documenti riguardanti cotali pubblicazioni di processi, pubblicazioni avvenute in Gualdo contro città o personaggi ben noti nella storia ecclesiastica e civile d’Italia. Così il 22 Luglio 1324, nella nostra Chiesa di S. Benedetto, fu pubblicato il processo indetto contro gli abitanti di Fermo, Fabriano, Osimo e Recanati, ribelli alla Santa Sede e il giorno seguente fu notificata in Gualdo la scomunica emanata dal Pontefice, contro il celebre Guido dei Tarlati da Pietramala, il

(1) L. Fumi; I Registri del Ducato di Spoleto. Già cit. In Bollettino cit. Vol. III pag. 524, 529, 534; Vol. IV, pag. 142, 145; Vol. V, pag. 132 a 136, 139, 142, 143, 146, 147, 159, 160; Vol. VI, pag. 38 – Arch. Vaticano: Giovanni XXII, Secr. Anno VI!, e. 326t, N° 1315 e 1316 – Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirati. Del 1322 e seg., c. 181t, 203, 221t; del 1325, e. 91t ; del 1326, e. 58, 58t, 148.

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quale, benché Vescovo di Arezzo, si era schierato con i Ghibellini a danno del Papa e si era fatto Signore di quella città, seguitando ad occuparne la Sede Episcopale, nonostante gli anatemi Pontifici. Nella stessa Chiesa di S. Benedetto e nello stesso giorno 23 Luglio, fu pubblicata solennemente la scomunica contro i Visconti, dominatori di Milano e contro l’Imperatore Tedesco Ludovico il Bavaro e i suoi Legati. E’ ben noto che i Visconti s’erano posti a capo dei Ghibellini d’Italia per sbaragliare il partito Guelfo e che Ludovico il Bavaro, non contento di averli aiutati e protetti, in odio al Pontefice, aveva anche preso le difese della grande setta eretica così detta dei Fraticelli, allora accanitamente perseguitata dalla Chiesa. Contro Ludovico il Bavaro, sempre ai 23 di Luglio, si effettuò la proclamazione suddetta, anche nella Chiesa Plebana di S. Maria di Tadino, divenuta poi Chiesa di S. Chiara e due giorni dopo nella Chiesa di Monterampone, sin d’allora esistenti, la prima in Gualdo e la seconda nel suo territorio. Altra pubblicazione del processo contro quell’Imperatore Tedesco, fu fatta in Gualdo il 18 Novembre dello stesso anno 1324, ed il 22 Ottobre 1329, ai Gualdesi fu ancora una volta annunciata la scomunica contro di lui e contro il famoso Frate Pietro da Corvara, che Ludovico il Bavaro aveva creato Antipapa in Roma col nome di Nicolo V, al posto del legittimo Pontefice Giovanni XXII allora residente in Avignone. Anzi, quest’ultima pubblicazione fu fatta, per ordine del Duca di Spoleto, nella Piazza Maggiore di Gualdo, davanti al popolo chiamato a raccolta con il suono delle trombe e delle campane e ad essa assistettero, quali testimoni, il Podestà di Gualdo Lello di Andruccio, i Rettori delle parti e gli altri pubblici Ufficiali cittadini. Contro Castruccio Castracane degli Antelminelli, il valoroso condottiero che, divenuto Signore di Lucca, combattè aspramente la fazione Guelfa in Toscana, era stato già reso pubblico in Gualdo il processo, con cerimonia compiuta nei giorni 28 e 30 Agosto del 1325, e finalmente contro Fra Michele da Cesena, già Ministro Generale dei Frati Minori e contro i suoi compagni Fra Bonagrazia de Pergamo e l’inglese Fra Guglielmo Okam, tutti e tre dichiarati colpevoli di eresia, fu con il solito rito annunziata la scomunica ai Gualdesi, nella Chiesa di S. Francesco il 28 Agosto del 1328.

Ma nonostante queste pubbliche e frequenti dimostrazioni di rigore e di forza, verso i ribelli e i nemici della Santa Sede, nel Ducato di Spoleto seguitava a regnare una vera e propria anarchia e le Città e le Terre Ducali, sollevavansi l’un dopo l’altra contro il governo del Rettore, impotente a reprimere le turbolenze e le congiure, che da ogni parte si tramavano e scoppiavano nel suo Stato. Le cose giunsero al punto che, temendosi una vera e propria invasione dei fuorusciti e dei ribelli dalla Marca nelle Terre del Ducato, il Papa, con lettera del 18 Febbraio 1327, consigliava il Rettore del Ducato Giovanni d’Arnelio, di trasferirsi a Gualdo con tutta la Curia, per chiudere e guardare i prossimi valichi dell’Appennino che immettono dalle Marche nell’Umbria e nello stesso tempo impedire il vettovagliamento, che attraverso la montagna, effettuavasi a

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favore dei Fabrianesi e delle altre città Marchigiane ribelli alla Chiesa. Il 15 Marzo di quello stesso anno, il Pontefice inviava inoltre un suo Breve al Comune di Gualdo, esortandolo ad armarsi per la propria difesa, in considerazione del pericoloso periodo che attraversava lo Stato Pontificio. Facendo in tal modo, il Papa veniva a confermare i diritti che Spoleto accampava sulla nostra città, alla quale però non doveva riuscire molto gradito il predominio della Santa Sede esercitato con il tramite della Curia Spoletina, tanto è vero, che nel secondo semestre del 1331, Gualdo univasi in lega con Foligno, Assisi, Spello, Bevagna, Cannara, Norcia, Gubbio ed altre Terre minori e insieme ad esse si ribellava al Rettore del Ducato di Spoleto. Per effetto di tale atto, si ebbero nelle regioni insorte, torbidi sanguinosi, come aggressioni, omicidi, saccheggi, distruzioni di castelli, esili di cittadini di parte avversaria, per cui il Pontefice sottopose a processo ed alle più gravi pene le ribelli città, che non tardarono però ad ottenere dal Papa l’abituale perdono. A tal proposito, esiste una Bolla di Papa Giovanni XXII, portante la data 1334 e diretta al nuovo Rettore del Ducato, Pietro da Castagneto, per assolvere i Comuni di Gualdo, Spello, Bevagna, Cannara, e Valtopina, dalle pene a cui erano andati incontro, per essersi uniti in lega contro il Rettore del Ducato stesso. Alle turbolenze degli uomini si aggiungeva l’inclemenza della natura, e dal 1328 al 1329, una forte carestia affamò la nostra regione, dove il grano salì al prezzo di scudi ventidue la corba, con divieto, da parte dei Reggitori del Comune, di esportare le derrate, mentre forti terremoti, per vario tempo, ne spaventarono gli abitanti. (1)

Ritornando al nostro assunto, ricorderemo come, intorno a quest’epoca, troviamo altre prove della signoria mantenuta da Spoleto su Gualdo, sfogliando i Registri di quel Ducato, più volte citati. Infatti con la data 10 Decembre 1334 risulta scritto: «Pro Com. Spoleti pro adventu d. Raymundi de Puiolis ducatus novi rectoris 50 lib. cori. (It. Asisi; Gualdo Catt. 100 sold ; Gualdo Nocera 100 lib.; Gubbio 100 lib.)»; in data 29 Agosto 1335: « Magistris Vitale de Magloliis et Aymerico Molinarii quos…. ad R. C. misimus prò facto seu litigio C. Gualdi, Nucerin. Dioc., contra Curiam ac ducalem Cameram agentis. 30 fl. a. ; in data 10 Marzo 1336: «.A mag. Petro Jacobutii de Gualdo nucerin. dioc., solvente pro compositione facta pro domp. Lello Futii, Rectore E. S. Bartholi de S. Justino, eugubin. dioc., quia dicebatur conmisisse adulterium cum Catarutio Donati de Eugubio. 3 fl. a. Ab eodem solvente pro domp. Filippo, abbate monasterii S. Benedicti de Gualdo nucerin. dioc., quia non venit ad parlamentum personaliter celebratum per d. Rectorem. 4 fl. a»;

(1) L. Fumi: Eretici e ribelli nell’Umbria dal 1320 al 1330. Già cit. In Bollettino cit. Vol. IV, pag. 249, 256 — Bollettino della R a Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Già cit. Vol. VIII pag. 385 – Arch. Vaticano: Miscell. Instrum 19 Ottobre 1332; Regesto Vatic. 114 (Giovanni XXII, Secr. XI) Epist. 124 e 188; Schede Garampi, Miscellanea I, Indici 521 e 525, alla parola Gualdo,

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in data 16 Maggio 1338: « A mag. Petri de Galdo, nucer dioc., solvente nomine Lilli mag. Johannis, qui pro compositione dicti castri nuper facta Camere Rom. Ecc. tenebatur et adhuc in tantundem. 167 fi. a. »; con la data 2 Aprile 1339: « A Cino Vagoli de Mevania, solvente prò ipso Vagolo, qui habebat in depositum a mag. Petro Salvucii Syndico Com. Gualdi et quia ipsum Com, erat, tempore depositi, et nunc est, ducali Curie exbanditus, compuli dictum Vagolum ad dictam quantitatem michi nomine Camere solvendam 18 fli. a. ».

Già si disse, che nel 1267 e nel 1304, i Gualdesi erano stati in lotta con i Fabrianesi; ora, nel 1340, risorgono nuove ostilità tra le due popolazioni, questa volta a causa dei mal definiti confini territoriali. Come si vedrà in seguito, questa grave ed intricata vertenza, con alternative di calma e di lotta, durò sino al XVIII secolo, raggiungendo la sua maggiore asprezza nel Cinquecento. Della lite svoltasi nel suddetto anno 1340, sappiamo che fu sottoposta all’arbitrato del Comune di Perugia, il quale, a tale scopo, nominò con funzione di arbitri, Eleonoro di Giovanni Giurisperito, Oddolo di Fanello, Omolo di Jacopo e Vinciolo di Giovanni, dei quali i primi tre, in documenti Fabrianesi, sono invece chiamati Alessandro di Giovanni, Oddolo di Giovannello e Tinolo di Jacopo. Con Atti del 22 Aprile e del 18 Maggio di quell’anno, il Comune di Fabriano nominò quindi i suoi Sindaci o Procuratori, con incarico d’incontrarsi sulla montagna, con i Rappresentanti di Gualdo, e lassù, in presenza degli Arbitri suddetti, si sarebbero dovuti rivedere e correggere gli incerti confini territoriali. Se anche l’incontro avvenne, per certo nulla vi si concluse, tanto è vero che gli stessi Arbitri, il 21 Settembre, invitavano ben settanta individui, in massima parte Fabrianesi residenti nei villaggi e nei castelli sorgenti sulle radici orientali dell’Appennino a presentarsi davanti a loro, per essere interrogati nella causa vertente, per i confini, tra Gualdo e Fabriano. In seguito, i Priori delle Arti del Comune di Perugia e gli Arbitri sopra citati, chiamarono in quest’ultima città anche il Primo Magistrato, così dei Gualdesi come dei Fabrianesi; ma mentre quest’ultimo aderiva all’invito e si recava in Perugia, l’altro si rifiutava a comparire, nonostante replicati richiami. D’altra parte, essendo morto nel frattempo uno degli arbitri, Oddolo di Fanello, ed essendo trascorso il tempo stabilito per il convegno, i Priori delle Arti, il 21 Novembre, davano facoltà al Magistrato di Fabriano di ritornarsene in patria. Non appare con esattezza come allora si concludesse tale questione, ma certo è, che se anche accordo vi fu, questo dovette avere una breve durata e ciò possiamo affermare in base ad una notizia che trovasi nei su ricordati Registri del Ducato di Spoleto, nei quali infatti, con la data 16 Febbraio 1347, troviamo la seguente nota di pagamento, assai significativa: «Johannì Pingnoli de Spoleto misso apud Fabrianum ad explorandum et referendum dicto d. Rectori de gentibus armigeris, que dicuntur congregari ibidem cum esset altercatio inter Comune Fabriani et Comune Gualdi Nucerine dioc. prò facto confinium, et ferebatur ac dubitabatur, ne dicte gentes armigere offenderent gualdenses vel alibi per provinciam ducatus, quia in pluribus terris provincie,

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maxime in Assisio et in terra Gualdi predicta suspitio de novitatibus noxiis habeatur. 30 sol. cort.».(1)

Nello stesso anno in cui si era accesa la questione tra Gualdesi e Fabrianesi per i confini territoriali e cioè nel 1340, altra più grave e difficile controversia maturava con il Ducato di Spoleto e ne era causa quella medesima, che anche nel 1281 e nel 1291, vedemmo dare origine ad interminabili liti. Il Comune di Gualdo, in forza dei suoi antichi diritti, intendeva esercitare liberamente e senza alcuna superiore ingerenza l’amministrazione della Giustizia, il quale privilegio gli era contestato dal Rettore del Ducato di Spoleto, che pretendeva fosse invece a sé devoluto. Dopo innumerevoli incidenti, nel 1340, la vertenza, come al solito, diede origine ad un lungo e complicato processo giurisdizionale super mero imperio, che portato davanti alla Curia Romana, fu da questa rinviato a Pietro Vescovo di Gubbio, quale Giudice delegato dal Papa, con l’assistenza di Filippo e Francesco, il primo Abbate del Monastero Eugubino di S. Benedetto ed il secondo Abbate del Monastero di S. Bartolomeo di Camporeggiano, anche questo nella Diocesi di Gubbio. Nell’Archivio Vaticano esistono, raccolti in tre grossi Volumi (Collectoriae, Vol. 402, 403 e 419), i numerosi Atti di questo importante processo che i Gualdesi avevano ancora una volta mosso contro il Rettore del Ducato, che era allora Raimondo de Poiolis, in difesa degli ultimi avanzi delle loro antiche e illimitate libertà Comunali. Dei tre Volumi suddetti, l’ultimo contiene tutto lo svolgimento della lunga vertenza, mentre il primo e il secondo recano trascritte un gran numero di sentenze criminali, emesse dai vari Podestà di Gualdo, dall’anno 1293 al 1339, sentenze che il Comune stesso presentava in giudizio, appunto per dimostrare come, da almeno mezzo secolo, con propri Magistrati, avesse esercitato liberamente e senza dipendenza da estranei poteri, il diritto di giudicare qualsiasi crimine e di prescrivere le conseguenti condanne. Non senza motivo ho qui voluto accennare, a questi tre Codici Vaticani: Di essi, il primo, quello cioè contenente le sentenze emanate nella Curia Gualdese (trascuriamo il secondo mutilo e guasto) assai c’interessa per poterci oggi formare un concetto di quel che fosse stata nel nostro Comune la criminalità in quei tempi lontani, quali le pene, quali i concetti morali che guidavano l’opera del Giudice. Mi sia quindi permessa una breve digressione in proposito, non certo superflua considerando che, in materia giudiziaria, noi più non possediamo gli Statuti Comunali Gualdesi dell’epoca di cui stiamo trattando. Sfogliando dunque il Codice in discorso, notiamo che esso contiene oltre cento sentenze in processi criminali, a proposito delle quali possiamo subito fare alcune osservazioni: Anzitutto il giudizio si svolgeva sempre

(1) Arch. Storico di Fabriano : Collezione delle Pergamene. Busta Vili, N° 401 ; Sezione Cancelleria. Confini. Vol. 1, Fasc. VI, Doc. 34 – L. Fumi: I Registri del Ducato di Spoleto. Già cit. in Bollettino cit. Vol. VI, pag. 51, 53, 236, 242, 266.

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davanti al Podestà di Gualdo, assistito da un Giudice e da un Notaro e la sentenza emessa dal Podestà, veniva poi pubblicata alla presenza di appositi testimoni nel Consiglio Generale, a tale scopo convocato con il suono della campana. Dall’esame di questi processi, risulta anche che l’accusato era quasi sempre fuggitivo e quindi assente dal giudizio, tanto è vero che i due terzi delle sentenze suddette sono pronunziate in contumacia. E’ forse questo fatto che induceva i Giudici ad un’applicazione di pene invero originale e molto lontana dai concetti a cui oggi ispirasi la Giustizia. Infatti gli omicidi (tra i quali vediamo annoverati persino uxoricidi e fratricidi), venivano condannati costantemente ad una lieve pena e cioè al pagamento di una più o meno elevata somma di danaro ed alla costruzione, a proprie spese, di qualche tratto delle mura di difesa che recingevano Gualdo e ciò per una lunghezza quando maggiore quando minore, lunghezza che vediamo indicata con una misura lineare chiamata canna, corrispondente oggi a metri 3.33, e per dette costruzioni, il Comune quando sì e quando no, concedeva gratuitamente la sola calce. A queste due pene, spesso; si aggiungeva per gli omicidi anche il bando temporaneo o perpetuo dal territorio Gualdese, nonché la confisca totale o parziale dei beni: a favore del Comune o delle parti lese. Però questa pena, in generale certo troppo blanda per un omicida, era sempre condizionale, poiché veniva accompagnata costantemente dalla clausola che, se entro un determinato tempo il condannato fuggitivo e contumace, non si fosse presentato a scontarla, la pena stessa veniva sostituita con altra che si specificava e che era immensamente più grave. E questa maggiore pena, il più delle volte consisteva nella morte per impiccagione, per decapitazione o per rogo; nel taglio della lingua, di un piede, di una mano; nella devastazione delle case e delle terre appartenenti al reo; nella segnatura, con marchio rovente, sulla fronte; nella fustigazione pubblica per le vie della città; nell’esposizione del condannato al disprezzo dei cittadini sulla Loggia del Comune, con licenza ad ognuno di poterlo offendere impunemente così nei beni, come nella persona. Altra osservazione da farsi si è, che il furto, l’aggressione a scopo di rapina, i danneggiamenti della proprietà altrui, fatti per vendetta, venivano puniti più severamente dell’omicidio, specie se trattavasi d’individui più volte recidivi. In questi casi veniva subito e senz’altro decretata la morte, o qualche altra delle gravi pene che più sopra abbiamo visto prescritte, ma solo in via condizionale, per gli omicidi. Notiamo poi che, in generale, rarissima è la condanna del carcere, quasi assenti sono le assoluzioni, tanto è vero che su oltre cento sentenze, soltanto due individui appaiono condannati al carcere ed uno si vede assolto. Altra cosa da ricordarsi si è che le pene venivano duplicate quando il reato risultava commesso in certe speciali circostanze: Ad esempio, se nei due mesi precedenti la scadenza dal suo Officio del Podestà, o mentre egli era assente dal Comune; se nel pubblico Mercato o durante questo; se nel Palazzo Comunale, o in quello del Podestà, o nella Piazza e tratto

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di strada interposti tra la Chiesa di S. Benedetto e quella di S. Donato; similmente era duplicata sé il reo, per sfuggire alla giustizia, si rifugiava in quegli inviolabili asili che erano allora le Chiese. Era inoltre la condanna quadruplicata, quando il corrispondente delitto appariva commesso come rappresaglia, per vendicare un precedente consimile crimine. Viceversa, talvolta la pena veniva in parte condonata, per la spontanea confessione della colpa fatta dall’imputato.

Dopo questa non inutile divagazione, ritornando ora all’importante vertenza circa il diritto di esercitare liberamente ogni pratica di giustizia, diritto contestato al Comune di Gualdo dal Ducato di Spoleto, diremo che non sappiamo esattamente quanto tempo durasse l’intricato processo che, come sopra si è detto, ne era derivato, ma certo, quattro anni dopo, questo trovavasi ancora in corso, poiché in alcuni documenti dell’Archivio Vaticano (Introit. et Exit. Vol. 200 fogl. 160t) leggiamo le annotazioni seguenti :
« Die XII Ianuarii (1344) solvimus magistro Guidoni de Placentia, pro rubricis per ipsum factis in causa de Gualdo nucerine dioc., videlicet prò parte Camerari contingente, florenos …» – « Die XXIIII Aprilis. Gentili de Placentia, pro copia rubricarum factarum in causa castri Galdi in ducatu Spoletano, que fuit ventilata coram domino B. de Novo donpno . . . ». Così pure non sappiamo quale esito avesse avuto la vertenza stessa, dopo di essere stata portata, come si è detto, davanti ai Giudici; ma non crediamo di errare supponendo che, ancora una volta, abbia prevalso la volontà del più forte.

Comunque fosse, nello stesso tempo che Spoleto dimostrava il suo dominio su Gualdo con codesti atti di autorità, Perugia, per suo conto, affermava nelle proprie leggi, la dipendenza di Gualdo dal suo Governo; tanto è vero che nello Statuto Perugino dell’anno 1342, una Rubrica dispone come appresso: «De la electione e offitio e salario de la podestà del Castello de Gualdo: La podestade del Castello de Gualdo, se elegga a brisciogle ello maiure conselglo de la citade, per le porte, ordinatamente al salario usato; el quale podestade se elegga en quisto modo, cioè che se facciano cinque briscioglie, segnate cioè uno per ciascuna porta, e coloro cum quagle en diete brisciogle veronno ello conselglo sopradicto, possono eleggere el dicto podestà de atante che, quactro almeno, deggano essere en concordia; e quilla porta la quale averà el dicto podestade, non aggia la dicta podestaria finatanto che se elegga con efecto de tucte l’altre porte il dicto numero, e ordene finito recomince da quilla porta la quale primamente averà avuta, e cusì de porta en porta per lo tempo che verrà devenga el dicto ofitio ordenamento. Volemo ancora che a farse scendacare, pò la uscita el compito tempo del suo regemento e ofitio, esso podestade del dicto castello colgle suoie ofitiagle e fameglare, degga demorare ello Castello de Gualdo a rendere ragione per se e sua famelgla e ofitiagle, tante dì quante se contengono ello statuto del dicto castello. E se retrovato serà alcuna cosa avere avuto overo estorto oltra el suo salario, sia punito d’essa pena la quale ello statuto del castello de Gualdo manifeste e che se contiene, nonostante alcuna asoglogione overo refidanza a luje facta.

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E se la podestade del dicto castello de Gualdo, non stata ello castello de Gualdo, citagione rendere del suo offitio col glofitiagle suoie, compito el suo affitto, tante dì quante ello statuto del dicto castello se contiene, la podestade overo el capitanio condanne esso al comuno de Peroscia, en cento livre de denaro, e nientemeno a le predicte cose sia costretto, co de sopre se contiene. E quillo che de sopre dicto è de la electione de fare a brisciogle, non aggìa luogo mentre se farà la electione a sachecto e la podestade retrovato ello dicto sachecto.» In altra Rubrica dello stesso Statuto Perugino del 1342, si stabilisce inoltre che gli abitanti di Gualdo e del limitrofo Castello di Pieve di Compresseto, non si dovessero considerare come forestieri e quindi nei giudizi sì civili che criminali, così per i malefici commessi da loro, come per quelli operati contro di loro, dovessero venire trattati alla stregua di tutti gli altri abitanti del contado Perugino, che esigevano però, alla loro volta, una reciprocità di trattamento da parte del Comune di Gualdo. Gli abitanti di questo, avrebbero poi anche avuto il diritto di esser chiamati o di far chiamare in giudizio, nel luogo che più ad essi fosse piaciuto, dovendo però risultare tale privilegio dagli Statuti del Comune stesso. Anche con Gubbio Gualdo prendeva accordi per impedire, che in qualsiasi modo, venissero turbate le buone ed amichevoli relazioni allora esistenti tra le due città, ed infatti, il 12 Agosto 1344, i Gualdesi esentavano gli Eugubini dal pagamento di quei diritti di pedaggio, dazio e gabella, che si usavano allora tra Terre confinanti e lo stesso facevano contemporaneamente gli Eugubini per gli abitanti di Gualdo. Oltre che nelle disposizioni Statutarie, in ogni altro campo della loro vita politica, i Perugini tenevano ad affermare i loro diritti di padronanza su Gualdo tanto è vero che, essendo in quel tempo scoppiata una guerra tra essi e Castiglione Aretino, la quale erasi ribellata, nell’Aprile del 1345, i Perugini obbligarono i Gualdesi a correre anch’essi in armi sotto le insegne di Perugia, per contribuire efficacemente alla resa di Castiglione, che avvenne dopo un ostinatissimo assedio. (1)

Viceversa, nei più volte citati Registri del Ducato di Spoleto, troviamo nuove notizie che a sufficienza ci provano come, in quel tempo, Spoleto ancora seguitasse ad esercitare atti di giurisdizione su Gualdo contemporaneamente a Perugia. In essi infatti, con la data 15 Aprile 1344, leggiamo:« Ser Fino de Mevania, ambasciatori misso ad d. Legatum in Romandiolam cum quibusdam processibus in causis comunium Gualdi, Nucerii et Sellani, vertentibus super iurisdictione temporalitatis in curia

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 559 – L. bonazzi: Op. cit. Vol. I, pag. 426 – M. DEL Moro: Memorie di Perugia. ms. edito dal Fabbretti. To­ rino 1887. pag. 93 – Oraziani: Cronaca di Perugia dal 1309 al 1491. ms. pub­ blicato nel Tomo XVI, Parte 1 dell’ Archivio Storico Italiano, pag. 136 – D. dorio: Op. cit. pag. 154 – Archivio Storico di Gubbio: Collezione delle Per­ gamene. Anno 1344. – Archivio Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIV. N° 27; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII Secolo. Doc. N° 6 – O. caiani: ms. cit. Voi. II e III – Archivio Comunale di Perugia: Statuto del 1342. Lib. I, Rub. 81.

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dicti d. Legati contra Cameram, et ad informandum d. Legatum super causis predictis, nec non quod deberet revocare quondam dispensationem per ipsum concessam d. Ugolino de Trincis de Fulglinio, quod, non ostante aliqua constitutione, posset habere plures potestarias et dominio terrarum ducatus, que erat multum preiudicìalis toti provincie ducali, prò XXII diebus quibus stetit cum uno famulo et equo 8 fi. a, 1 lib., 12 sold. »; con la data 28 Aprile 1345: «. Vannillo Belli de Asisio, qui se exponens periculo personali, portavit licteram interdicti appositi per Curiam ducalem in terra Gualdi Nucerine dioc., abbati S. Benedicti de Gualdo predicto, prò observatione ipsius. 2 lib., 10 so.»; con la data 26 Maggio: « Pro una salma vini et prò uno castrato et prò una salma spelte enseniatis Broccardo Conestabili unius banderie equitum Comunis Eugubii misso cum suis equitibus per ipsum Comune d°. Rectori Ducatus in subsidium Curie volentis facere exercitum contra terram Gualdi nuc. dioc. exbannitam et rebellem Curie, quia fecerant interfici unum bayulum Curie. 12 lib. 6 so.»; e inoltre: « Petro Ruscioli de Gualdo Captaneo, nuntio misso cum licteris d. Rectoris ad inquirendum prelatos provincie ducatus prò auxilio et consilio dandis contra dictos Gualdenses rebelles. 4 lib. 10 sol.»; in data 4 Agosto: «A Comuni Montisleonis prò eo quod non miserat ad exercitum indictum contra Gualdurn Nucerine dioc. 15 fi. a.»; in data 30 Aprile 1346: « A Comuni Gualdi Nucerine dioc. ac prò quibusdam terrigenis delatis de rumore facto per ipsos in exercitu cerretanorum 80fl.»; in data 21 Gennaio 1347: «A Stephano Giorgoli de Gualdo Nucerine Dioc. delato de adulterio commisso cum d. Gasdia uxore Angeli mercatoris de Fabriano commatre dicti Stephani etc.» e finalmente, con la data 12 Agosto 1349, troviamo scritto: «Pro Comuni, officialibus et specialibus personis terre Gualdi tam clericis, quam laycis de dicta terra et eius districtu, de omnibus mallefitiis et excessibus conmissis per dictum comune, officiales ipsius, terrigenas et forenses et speciales personas dicte terre, de quibus esset cognitum vel non cognitum a die ultime compositionis usque in Kal. presentis mensis, excepto quod de uno processu formato contra Potestatem, officiales, consilium et comune dicte terre, in quo continetur quod cantra libertatem E. suspenderunt Tinolum familiarem d. Potestatis, qui processus non includatur in dicta compositione, nec aliquis alius, in quo tractaretur de mero et mixto imperio etc. 275 fi »

Ma con il termine di questa prima metà del secolo XIV, tali atti di signoria del Ducato di Spoleto su Gualdo, come vedremo, divengono sempre più rari, sino a scomparire del tutto, mentre al contrario più frequenti e più saldi appaiono i legami che tenevano avvinta ta nostra città alla vicina Perugia, la quale, appunto di questi tempi, era salita all’apogeo della sua grandezza politica, e che, in data 7 Gennaio 1351, libera finalmente da ogni preoccupazione circa il possesso delle città a lei sottomesse, decretava la liberazione anche di molti ostaggi Gualdesi che deteneva prigionieri, permettendo loro di ritornarsene senza alcun vincolo in patria. Ma per prudenza, aveva prima ordinato l’ampliamento ed il rafforzamento in Gualdo della Rocca Flea, con

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l’erezione di un Cassero e in modo tale, che lo stesso Papa Clemente VI, sin dal Marzo del 1350, credette bene inviare un suo Breve ai Magistrati Perugini, con il quale li avvertiva di aver avuto sentore che essi iniziavano in Gualdo la costruzione di una fortezza e ordinava quindi loro di fare in modo che non avessero da ciò danno i diritti del Ducato di Spoleto e della Santa Sede. Nell’Archivio Decemvirale di Perugia, durante l’anno 1351, si ritrovano frequenti documenti di questa importante costruzione, che durò non poco tempo ed alla quale i Perugini avevano preposto Mascio di Ranucolo da Porta Sole. Da tali documenti sembra anche risultare, che le spese di fabbricazione fossero sostenute dagli stessi Gualdesi, che dovevano versare i loro contributi ad uno speciale Cassiere, il Perugino Giovanni di Fazio da Porta S. Angelo, che li rimetteva poi periodicamente al suddetto Mascio per i necessari pagamenti, e cento fiorini d’oro, li vediamo infatti a lui versati in data 22 Gennaio, trenta fiorini il 4 Giugno ed altri cento l’8 di Luglio di quello stesso anno. (1)

Del resto, i Perugini avevano delle buone ragioni per rendere sempre più sicuro il loro dominio su Gualdo, dove le frazioni cittadine e l’odio di parte, appunto di questi tempi erano giunti al massimo della violenza, rendendo instabile e debole ogni autorità di governo, tanto è vero che non più tardi dell’Agosto 1351, dopo feroci e ostinate lotte civili tra Guelfi e Ghibellini, questi ultimi venivano a forza scacciati da Gualdo e riparavano a Gubbio. Il loro esilio fu però di breve durata e pochi mesi dopo, con l’aiuto dell’Eugubino Giovanni di Cantuccio dei Gabrielli, potente partigiano dei Ghibellini, rientravano in Gualdo, ma poi nuovamente, come scrive un Cronista, « cursero la piaza et ultimamente ne furo cacciati».

A tanti torbidi, i Perugini correvano ai ripari con frequenti invii di Ambasciatori e di Legati: Così il 5 Maggio 1353 mandavano a Gualdo Jacopo di Alardo da Porta S. Susanna e Angelo di Buoncagno da Porta Eburnea, l’uno con la scorta di quattro cavalli e l’altro di tre, ricevendo come stipendio il primo sessantaquattro libbre, il secondo quarantotto, nella somma di ventisei fiorini d’oro e trenta solidi, in ragione di quattro libbre e cinque solidi per fiorino. Ma l’ambasceria si prolungò di altri sette giorni, per cui ricevettero di nuovo, l’uno centoventi libbre, in ventotto fiorini (auri pautioribus) e otto solidi, e l’altro novanta libbre, in ventuno fiorini, calcolando il fiorino in ragione di quattro libbre e sei solidi. Così pure il 6 Giu­gno ed il 15 Luglio, vediamo pagare dal Comune di Perugia, ad Averardo di Ceccolo di Montesperello da Porta Sole, « Conservator pacis terre Gualdi» la somma di trentasei fiorini d’oro a titolo di salario, per dodici famuli, che, quali suoi coadiutori,

(1) Archivio Storico Italiano: Tomo XVI, Parte II, pag. 535. (Regesto e Documenti) – L. Fumi I Registri del Ducato di Spoleto. Già cit. In Bollettino cit. Vol. VI, pag. 254 f 258, 259; Vol. VII, pag. 59, 62 – Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirati. Anno 1351. c. 6, 12, 15, 106t, 153t, 177t.

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doveva mantenere in Gualdo con lo stipendio di tre fiorini al mese per ciascuno; e finalmente, il 10 Agosto, novanta fiorini d’oro sono versati a due Priori del Comune di Perugia inviati in Gualdo e quivi fermatisi quindici giorni « pro reformatione status pacifici dicte terre » e « pro reducendo dictam terram ad honorem et servitium Comunis Perusii ». I Perugini inoltre, non ancora soddisfatti per essersi assicurati un più fermo possesso di Gualdo, tenevano a far risultare tale possesso nei loro trattati e nelle loro leghe con altre città. Ciò infatti vediamo accadere anche quando, il 31 Marzo 1353, in Sarzana, dopo lungi contrasti fu stipulato un trattato di pace e concordia, tra Giovanni Visconti Arcivescovo di Milano, il Comune di Firenze e quello di Perugia. Ognuna di queste tre potenze figurava nel trattato quale rappresentante dei propri aderenti e seguaci, sia Feudatari, sia Comuni minori. Perugia, nomina tra questi ultimi anche Gualdo, dichiarandolo con altri luoghi perciò compreso nell’accordo allora concluso e partecipante ai benefici di questo. Così pure, poco tempo dopo, il 18 febbraio 1356, in Montevarchi, veniva per un biennio stipulata una lega tra le città di Perugia, Firenze, Pisa, Pistoia, Volterra e S. Miniato, a difesa comune, specialmente contro le tante Compagnie di Ventura che desolavano allora l’Italia e contro chi le favoriva e assoldava. Ciascuna delle città alleate aveva diritto di eleggere un Capitano per le milizie proprie e per quelle dei Comuni a sé aderenti o sottomessi, tra i quali, Perugia, anche questa volta, vuol ricordare Gualdo, insieme ad altri luoghi e castelli. Ed a proposito di soldati di ventura, qui piacemi nominare un Donato da Gualdo, che pochi anni prima, nel 1352, aveva strenuamente combattuto, a capo di fanti Perugini, nel duro ma vittorioso assedio che Perugia aveva stretto intorno alla ribelle Bettona.

Nello stesso anno 1356, in data 26 Agosto, si addivenne alla stipulazione di alcuni patti tra Perugia e Gualdo, per meglio disciplinare le funzioni del Podestà che v’inviavano i Perugini. Nella stipulazione suddetta, questi ultimi erano rappresentati da tal Menicuccio di Vannuccio ed i Gualdesi dal loro concittadino Cecco di Pietro, soprannominato Cimaboia. Si stabilì tra l’altro che il Comune di Perugia, ogni sei mesi, avrebbe inviato al Governo di Gualdo un Podestà, cittadino Perugino, accompagnato da un Giudice, da due Notari, da due Domicelli, da tredici Famulos sive Bernarios esperimentati nelle armi e da tre cavalli. Che a tutti costoro, il Podestà compreso, e per tutto il semestre in cui quest’ultimo sarebbe restato in carica, dal Comune di Gualdo si dovevano dare complessivamente trecentoventicinque fiorini d’oro quale stipendio e che questo sarebbe stato libero da qualsiasi tassa e pagabile in tre rate e cioè all’inizio della carica, nel principio del terzo mese ed al termine del semestre, « statim cum fuerit sindicatus ». Che infine il Podestà novello, con il suo seguito, dovesse trovarsi in Gualdo un giorno avanti l’inizio del suo officio e dovesse reggere la città assegnatagli secondo gli Statuti Comunali di questa, salvo i diritti del Comune di Perugia, dai quali gli Statuti suddetti non avrebbero potuto in nessun caso derogare.

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Più sopra abbiamo ricordato alcuni trattati conclusi da Perugia con altre città ed ora a tal proposito noteremo come, più che necessarie, fossero in quell’epoca consimili leghe difensive, dato il grande ardire e la forza delle milizie mercenarie, guidate da potenti avventurieri che scorrazzavano allora in Italia e delle quali anche la nostra città dovette fare più volte dura esperienza. Nei primi giorni di Maggio del 1359, il territorio di Gualdo fu infatti invaso nei suoi confini settentrionali, dalle grandi Compagnie di Ventura del Conte Lando e di Anichino de Mongard, le quali, per il valico di Fossato, erano passate dalle Marche nell’Umbria e che risultavano formate da molte migliaia di soldati avventurieri, usi a taglieggiare Feudatari e Città ed a lasciare sul loro cammino un’orma di rovina e di sangue. Come se ciò non bastasse, qualche anno dopo, nel Novembre del 1364, essendo passata dalla Toscana nel territorio di Perugia quella celebre Compagnia di Ventura che fu chiamata la Compagnia Bianca, composta di soldatesche Inglesi e Ungheresi, per nostra disgrazia, nei primi giorni di Dicembre, capitava anche sotto le mura di Gualdo, assaltandone e saccheggiandone il territorio. E qui piacemi finalmente ricordare, che nonostante l’assicurato dominio dei Perugini su Gualdo, il Ducato di Spoleto, pare incredibile, seguitava ancora a percepire nel nostro Comune dazi e balzelli, tanto è vero che dai soliti Registri Spoletani, risulta che i Gualdesi, intorno all’anno 1363 « in Kal. maii» pagarono tra l’altro «pro focularibus l. 75 » e come terza parte degli introiti sulle multe fl. 50, nonché « l. 10 pro adventu novi Rectoris ». (1)

Era frattanto comparso nell’Umbria, il Cardinale Spagnolo Egidio d’Albornoz, mandato dal Papa, ancora residente in Avignone, a riconquistare lo Stato della Chiesa, che era caduto in mano a tanti tirannelli, pressoché indipendenti, da che la Sede Papale era stata trasportata da Roma in quella città. Ma i desideri dell’Albornoz non si arrestavano a questo, e però si spingevano sino al libero e florido Stato di Perugia di cui bramava il possesso. Ben s’erano accorti i Perugini delle mene dello scaltro Spagnolo e cercavano perciò ogni mezzo per amicarselo e infatti nel 1366, forse per istornare disastri maggiori, mandarono al Papa in Avignone, il loro Vescovo Andrea Bontempi, Montemelino Trieveri e Pietro Vincioli, i quali, a nome della città di Perugia, gli offrirono sotto forma di vendita, la cessione di Gualdo, Nocera ed Assisi, tanto più che queste città, divenute finalmente in quest’epoca un incontrastato possesso dei Perugini, mal soffrendone la dipendenza, si erano, a quel che pare, segretamente accordate con Gomez d’Albornoz, nepote del

(1) Ser Guerriero di Ser Silvestre de’ Campioni da Gubbio : Cronaca Eugiibina. Pubblicata in Rerum Italicarum Scriptores di L. muratori. Anni 1351 e 1352 della Cronaca – L. Fumi : I registri del Ducato di Spoleto. Già cit. In Bollettino cit., Vol. VII, pag. 67, 68, 69, – R». Arch. di Stato di Firenze: Lettere Responsive Originali, Registro V, e. 88, 92; Capitoli. Reg. XXV, e. 97 e Reg. XXVII, e. 39 – Arch. Comunale Antico di Perugia: Fondo Gardone, Mazzo XIII, N° 5, c. 18t, 26t, 28, 40, 45t, – Memorie di Perugia dal 1351 al 1438. Autore Ignoto. ms. edito dal Fabbretti. Torino 1887. pag. 187,

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Cardinale Egidio, e con il celebre Capitano di Ventura Giovanni Acuto (Hawkwood) onde aiutarli a cacciare da Perugia il partito che vi dominava, avverso alla supremazia della Chiesa; ma Papa Urbano V rifiutava cosi la nostra come le altre città, sicuro di poterle avere gratuitamente con la forza tra breve. Infatti, nell’Aprile dell’anno seguente, il Card. Albornoz gettava la maschera, e partitesi da Foligno con le sue soldatesche, assaltava Gualdo, Nocera ed Assisi e se ne impadroniva togliendole ai Perugini. Avvertiva poi questi, che egli avrebbe allontanato dal territorio di Perugia i suoi mercenari Inglesi, capitanati da Giovanni Acuto e da Andrea di Belmonte, se gli fosse stato promesso che i Perugini non avrebbero tentato di riconquistare le tre città da lui ricuperate per la Santa Sede, facendo loro osservare che, ad ogni modo, avrebbero potuto sempre impetrarne la restituzione dal Papa. Stretti dal bisogno, i Perugini accettavano i patti ad essi proposti dal Card. Albornoz e infatti, poco dopo il mese di Maggio, il loro territorio rimaneva sgombro dalle milizie da lui assoldate; ma avendo poi i Magistrati di Perugia scritto al Papa lagnandosi per le molte vittime che aveva fatto quell’impresa guerresca e per avere il Legato Papale tolto loro Gualdo, Nocera ed Assisi, di cui desideravano e chiedevano la restituzione, con laconica ironia rispondeva il Pontefice: «De morte hominum dolemus, sed de recuperatione Terrae nostrae gaudemus ». Nonostante queste gravi perdite, Perugia, fiera delle propria libertà, seguitava a difendersi dall’ ingiusta guerra mossale da Urbano V, ma ridotta finalmente agli estremi, era costretta a chiedere la pace e l’otteneva sottomettendosi al Pontefice, con il sacrificio cioè di quella libertà per la quale da tanto tempo sì coraggiosamente pugnava. Il trattato di pace tra la Santa Sede ed i Perugini, fu redatto il 23 Novembre 1370 e tra le sue varie clausole troviamo anche questa: Che la città di Gualdo, già come si è visto strappata a Perugia per il Papa dall’Albornoz sin dal 1367, partecipava anch’essa al trattato, con il quale veniva ora riconfermata sotto il dominio della Santa Sede, a cui, in tale occasione, di nuovo giurava fedeltà anche il limitrofo e forte Castello di Poggio S. Ercolano. (1)

Dopo conquistata dal Pontefice, Gualdo era stata di nuovo annessa al Ducato di Spoleto, di cui era appunto Legato Apostolico la stesso Card. Egidio d’Albornoz, che non mancò certo di esercitarvi le solite rappresaglie. Sappiamo ad esempio che egli sottopose a processo il Podestà che i Perugini tenevano in Gualdo, prima che questa città venisse loro strappata e ciò fece accusandolo di non avere fedelmente esercitato il suo officio. Ma il Podestà, Jacopo Contis da Perugia, si appellò al Papa, che poi in seguito, con Breve del 24 Giugno 1375, annullò il procedimento giudiziario indetto contro Jacopo dall’Albornoz. Costui, sempre intorno al 1370, aveva

(1) C. Alessi: Op. cit. pag. 180, 187 – L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo I, pag. 222, 225 – P. Pellinì: Op. cit. parte I, pag. 1016, 1018, 1023, 1082 – L. BONAZZI: Op. cit. Vol 1, pag. 460 – Memorie di Perugia dal 1351 al 1438. Già cit. pag. 191 – Arch, Vaticano : Arm. XXXV, Tomo XXII,c. 10t 15.

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inoltre imposto al nostro Comune, come alle altre Terre del Ducato, di eleggere annualmente un pubblico Officiale, incaricato di enunziare, sotto il vincolo del giuramento, al Giudice Generale dei Malefici della Curia del Ducato, i crimini commessi dai cittadini Gualdesi, ma il Comune di Gualdo, dopo avere sperimentato un vessatorio sistema, ricorse al Pontefice, poiché il suddetto Officiale inviava alla Curia di Spoleto qualsiasi processo, anche se indetto per lievi reati, tali cioè da potere essere giudicati invece dai magistrati Gualdesi, procurando cosi un grave dispendio ed incomodo alle parti in causa, sempre costrette ad accedere alla lontana Capitale del Ducato. Urbano V, il I Maggio del 1370, inviò perciò da Montefiascone una Bolla al Comune di Gualdo, ordinando che, per l’avvenire, fossero devoluti alla Curia Spoletina soltanto i processi riferentisi a gravi reati, come eresia, lesa maestà, coniazione di falsa moneta, aggressioni su strade, violazione di monache ed omicidio, dovendosi per tutto il resto accedere al Giudice di Gualdo. Con altra Bolla, data nello stesso luogo e nello stesso giorno, il Pontefice esentava i Gualdesi dalla tassa di trenta ducati d’oro, imposta per il mantenimento della Guardia armata del Rettore del Ducato di Spoleto, e dall’altra tassa di ottantacinque ducati, imposta per la costruzione della Rocca Spoletina e ciò in considerazione dei gravi danni subiti dalla nostra città e dal suo territorio nelle precedenti guerre. In un documento conservato tra i Manoscritti di Dorio e Jacobilli nella Biblioteca del Seminario di Foligno e riferentesi a queste esenzioni, si specifica che il Ponteficie le concedeva Gualdesi, appunto perché « aggravati et defatigati dalle molte spese, danni et ingiurie, che molti costretti dalla necessità, abbandonate le case, si sono partiti et allontanati, molti morti et molti occisi dalli rebelli della Chiesa, essendo remasti tanto poco di essi, che non possono sopportare le spese delli pesi che sin’ora hanno sopportato ». Quest’epoca non troppo floride dovevano essere infatti le condizioni del Comune di Gualdo, né molto disciplinata la vita pubblica. Basti dire che un Capitano di cavalli e lancie del Comune di Perugia, Bartolomeo detto il Miccia, dovette assoldare e far venire da Milano l’altro Capitano di Ventura, Andronino Goth, che era allora alla dipendenza di quel Ducato, e ciò per sedare i tumulti che di continuo i Fuorusciti di Gualdo suscitavano con i Nocerini. Così pure i Magistrati Gualdesi furono costretti a deliberare la confisca dei beni mobili ed immobili ai molti cittadini, sia indigeni che forestieri, che ostinatamente si rifiutavano di pagare al Comune i dovuti balzelli e questo sino a soddisfacimento del debito; tale deliberazione venendo poi confermata con Decreto del 23 Maggio 1373, dal Legato di Perugia Gherardo Dupuis, Abbate del Monastero maggiore di Cluny, perciò detto l’Abbate di Monmaggiore, con il quale nome è restato famoso nella Storia Perugina. Anzi, per facilitare queste esazioni, Gomez d’Albornoz (come prima lo zio Egidio, Rettore del Ducato Spoletano) con lettera del 10 Aprile 1374, diretta al Podestà di Gualdo, acconsentiva alla richiesta fatta da quest’ultimo di assegnare un emolumento di due soldi per libbra nella riscossione

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dei balzelli e gabelle, come sopra si è detto, da tempo dovuti al Camerlengo Comunale ed inesatti per mora dei debitori. Né potevasi rinunziare a questi introiti, se non altro per provvedere al contributo, che sotto il titolo di Sussidio, la nostra città doveva pagare ogni anno al Governo centrale, contributo consistente nella somma di duecento fiorini d’oro. Intorno a quest’epoca, con l’intervento di speciali Arbitri inviati dal Comune di Perugia, si addivenne ad un accordo tra le città di Gualdo e Nocera, circa l’uso delle acque del fiume che scende da Boschetto a Gaifana ed oltre, sul confine territoriale dei due Comuni. Memoria di questo accordo, troviamo anche negli antichi Statuti Nocerini, redatti l’anno 1371, nei quali leggesi la seguente rubrica: « Item statuimus et ordinamus, quod nemo audeat vel presumat, aquam fluminis Gaifane derivare quoquo modo extra cursam proprium et consuetum, tempore lati laudi per ambasciatores Perusinos inter commune Nucerij et commune Gualdi ; et secundum dictum laudum, pena cuilibet contrafacienti 100 lib. den. ». Similmente a questi tempi, rimonta la costruzione di un nuovo e secondo Ospedale in Gualdo, come risulta da pubblico Istrumento, redatto in Nocera nella residenza Vescovile, il 15 Febbraio 1373. L’erezione avvenne per opera della Confraternita Gualdese di S. Maria dei Raccomandati, anche detta del Gonfalone, della quale, come pure del pio Istituto da essa fondato, tratteremo diffusamente nel Capitolo dedicato alla Confraternita stessa. Ma qui, a proposito di Ospedali, piacemi invece ricordare come illustrazione della vita Gualdese di quei tempi lontani, due piccole notizie rintracciate a caso tra i più antichi documenti del nostro Archivio Notarile. Nominerò cioè un « Magister Muysiectus ebreus medicus habitans Fabriani » che si recava allora in Gualdo per esercitarvi l’arte sua salutare e che il 23 Febbraio 1382 rilasciava infatti quietanza ad un suo cliente Gualdese, del compenso ricevuto per assistenza e medicina fornite, « pro patrocinio et medelis prestitis », come si legge nel documento; ed accennerò infine alla esistenza, sin da quell’epoca, di una Farmacia nella nostra città, poiché, con la data 7 Giugno dello stesso anno 1382, troviamo un altro Istrumento notarile, che s’indica come rogato in Gualdo «in camera spetiarie».(l)

Vedemmo poco prima, come nel 1370, Perugia fosse stata costretta a sottomettersi alla Santa Sede con tutto il suo territorio, ma per il mal governo del Legato Rapale, sollevavasi nel Dicembre del 1375 e riacquistava, tra i tripudi del popolo, quell’indipendenza dianzi perduta. L’anno seguente, istigato dai Perugini, Gualdo ne seguiva

(1) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene, Pergamene provenienti dal Comune di Gualdo – R. Guerrieri: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Già cit. pag. 27 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIV. N° 32, 36; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. N° 8 – Arch. Vaticano: Reg. Vatic. N° 286, e. 149; N° 260, c. 67t – Statata et iuria municipalia civitatis Nucerij. Liber de Maleficiis. Gap. 123 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. e. 61t, 67 – Biblioteca del Seminario di Foligno. Mss. di Dorio e Jacobilli: Cod. B. VI. 6, e. 105, 106, 117.

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l’esempio e a furia di popolo si ribellava anch’esso al Ponteficie, sottomettendosi per la quarta volta a Perugia, per nulla temendo le numerose soldatesche del Legato Papale, che ogni giorno facevano scorrerie ai suoi confini e specialmente Giovanni Acuto, che appunto di questi tempi, provenendo dal territorio Perugino, capitava a Gualdo con le sue bande mercenarie straniere, abituate da sempre a lasciare la desolazione sul loro malaugurato passaggio. E i Magistrati Perugini, per consolidare il riacquistato possesso di Gualdo, nel mese di Marzo v’inviavano uno speciale Delegato, nella persona di Ludovico di Buccio da Porta S. Susanna. Da un documento dell’epoca, apprendiamo anche che costui, con il compenso di centodiciassette libbre, si trattenne ventisei giorni in Gualdo, dove era stato mandato, finita la guerra, « pro felici reparatione et libertate dicte terre … contra pravos inimicos et rebelles offitiales Ecclesie Romane». Né poteva la nostra città, dopo la ribellione al Pontefice, scegliersi un diverso padrone all’infuori dei Perugini, sia per la potenza, sia per la vicinanza di questi. Basti dire che il Comune di Perugia, si estendeva allora verso Gualdo, sino all’Abbazia di S. Pietro di Val di Rasina, la quale restava compresa nel Comune suddetto. D’altra parte i Magistrati Perugini si adoperavano a ribadire il loro nuovo dominio sulla nostra città e non più tardi del Maggio 1378, inviavano ai Gualdesi i nuovi Statuti a loro destinati, facendone giurare al Podestà, la più stretta ed imparziale osservanza. Questi Statuti però, non vanno confusi con quelli propri e ordinari, che come tutti gli altri Comuni Medioevali, possedeva anche il Comune di Gualdo e che, in vasto modo, provvedevano a qualsiasi manifestazione della vita pubblica di quell’epoca. Trattasi invece di uno speciale e breve Statuto, che si riferiva in massima parte all’attività dei Magistrati ed alla procedura giudiziaria, che tendeva insomma a disciplinare i rapporti tra la città dominante e la dominata, a rafforzarne i vincoli di sudditanza e di devozione. Esiste oggi in originale, negli Annali Decemvirali dell’antico Archivio del Comune di Perugia, con la data 29 Maggio 1378. (1)

Insieme alla riacquistata indipendenza, Perugia ancora una volta si era procacciata la guerra col novello papa Urbano VI, col quale però faceva pace indi a poco nel 1378 e tra le condizioni dell’accordo troviamo anche questa: Che cioè Perugia conserverebbe per altri venti anni il possesso di Gualdo e delle restanti città a lei sottomesse; che durante i detti venti anni gli abitanti di queste, avrebbero, come prima della guerra, l’amministrazione, il governo e la giustizia libera nelle prime cause, non potendo essere chiamati innanzi ad altri tribunali che ai

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 1149, 1153, 1219 – L. Bonazzi: Op. di. Vol. I, pag. 489 – S. Sciri : Notizie Storiche di Perugia. ms. della Biblio teca Comunale di Perugia, pag. 91 – C. Alessi : Op. cit. pag. 262, 307 – M. del Moro: Op. cit. pag. 122 – L. Belforti : Serie etc. Già cit. Tomo II, Parte I, pag. 8 – Croniche di Giovanni Ser Cambi Lucchese, pubblicate dall’ Istituto Storico Italiano, nelle «Fonti per la Storia d’Italia». Vol. I delle Croniche, pag. 215 – Arch. Vaticano: Miscell. Instrum. 17 Aprile 1377 – Arch. Comunale Antico di Perugia: Fondo Gardone. Mazzo XV, N° 5, e. 21.

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loro propri o a quelli di Perugia; che all’ufficio di Potestà dovrebbero venir preposti solamente dei cittadini di Perugia; che le Rocche e le fortificazioni resterebbero anch’esse in mano dei Perugini e che dette città avrebbero il diritto di far lega con chi lor fosse piaciuto, né potrebbero venire in nessun modo molestate dalle milizie del Pontefice e dei suoi successori, ma che dopo trascorsi i venti anni stabiliti, ritornerebbero sotto il governo della Chiesa, riconsegnando le fortezze e le rocche ai magistrati papali. Infine ciascuna di esse avrebbe l’obbligo di mandare ai piedi del Papa i propri rappresentanti, entro il termine di tre mesi dalla stipulazione del trattato, per confermare l’adesione a quanto era stato in assenza loro stabilito e giurarne l’obbedienza. (1)

Ed era così che Perugia mercanteggiava con il Pontefice la libertà e i diritti di Gualdo e di quegli altri paesi che poco innanzi si erano ancora una volta a lei sottomessi, vanamente sperando un’era di giustizia e di pace, sotto le ampie ali del Grifo. E infatti il trattato or ora conchiuso, non fu certo per la nostra città foriero di pace, ma segna anzi il principio di una non breve e ininterrotta serie di turbolenze, di sommosse popolari e di feroci lotte di parte a cui si aggiungono le guerricciole con i castelli vicini ed i frequenti assalti delle Compagnie di Ventura. Per far fronte a queste, anche le forti città di Perugia, Firenze e Bologna, sentirono il bisogno di stringersi in una lega difensiva quinquennale, mediante un Trattato che fu tra esse redatto in Firenze il giorno 11 Ottobre del 1379 e nel quale Perugia dichiarò di presentarsi anche come rappresentante del Comune Gualdese.

Ritornando alle turbolenze e alle lotte a cui poco sopra accennammo, va notato che già, in questo stesso anno 1379, dovette essere occorsa in Gualdo qualche novità, poiché vediamo che i Perugini vi mandano nel Febbraio, quale Ambasciatore, Lello di Beccolino, con tre cavalli e con lo stipendio di trenta soldi di denari, per ogni giorno e per ogni cavallo. Poco dopo, nel Maggio, v’inviano un altro speciale incaricato nella persona di Grazino di Girolamo da Perugia, del Quartiere di Porta Eburnea, il quale fu poi costretto a recarsi nuovamente, di Agosto, nella nostra città. In quest’ ultima occasione, egli dovette anzi trattenersi quattro giorni a Gualdo, recandosi anche a Nocera « pro certis arduis expedientibus negotiis » a scopo di conservazione e difesa di queste due città e del circostante territorio. Contemporaneamente, il Comune di Perugia, al Podestà ed al Castellano che manteneva in Gualdo, trasmetteva l’ordine di non allontanarsi dalla propria residenza senza permesso, pena la multa di cento libbre di denari e prima che finisse l’anno, nel mese di Novembre, stipulando Perugia un’alleanza di venticinque anni con i Varano, Signori di Camerino, faceva partecipare anche Gualdo ai patti della Lega suddetta, come città suddita dei Perugini.

(1) L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo li, Parte I, pag. 81 – P. Pellini : Op. cit. Parte I, pag. 1242 – C. Alessi: Op. cit. pag. 322.

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Nel Gennaio del seguente anno 1380, intercedono nuovi accordi fra Perugia e Gualdo a proposito di quanto segue: Lungo la linea di confine, i Perugini possedevano delle terre nel Comune di Gualdo ed i Gualdesi, da parte loro, ne avevano nel Comune di Perugia. Per effetto di una precedente convenzione, i prodotti agricoli di queste terre potevano essere trasportate dai relativi proprietari, nel Comune ove risiedevano, senza impedimenti e senza pagamento di dazi, quando attraversavano il confine comunale. Ora, con i nuovi accordi, si stabiliva invece che, tanto i Perugini quanto i Gualdesi, anziché trasportare alla propria residenza le derrate raccolte nei terreni posseduti nel Comune limitrofo, le avrebbero permutate sul luogo di produzione evitando così qualsiasi trasporto. Ad esempio, i Gualdesi, anziché recare nel Comune di Gualdo il prodotto delle terre che avevano in quello di Perugia, lo avrebbero lasciato ai Perugini, prendendosi in compenso un’eguale quantità dei prodotti agricoli, che i Perugini avrebbero dovuto asportare dai loro possessi Gualdesi e viceversa. Però gli abitanti di Gualdo, possedevano anche delle terre al di là del loro confine con il Comune di Fossato di Vico, anch’esso dipendente dai Perugini. I frutti di queste terre, il Comune di Perugia li riservava invece per sé, con facoltà di poterli trasportare nel proprio territorio, dopo averne regolarmente indennizzato il proprietario. Ma nonostante tutte le Ambascerie, le precauzioni, le leghe, e gli accordi su nominati, tendenti a rendere sempre più sicura la soggezione della nostra città, nel Marzo del 1381, tentavano i Gualdesi di ribellarsi a Perugia, però la sommossa veniva prontamente soffocata e non pochi cittadini scontarono con i rigori della giustizia la loro audacia, o riusciti a fuggire, furono dichiarati ribelli e perciò banditi dal territorio Gualdese e della stessa Perugia, che minacciò per di più pene gravissime ai Magistrati medesimi, se contro i faziosi non avessero proceduto con la più grande severità. Come conseguenza di tutto ciò, nel mese di Maggio, da Perugia veniva mandato a Gualdo un nuovo Ufficiale pubblico, nella persona di Giacomo di Lello, per porre un pò d’ordine nel suo malfermo governo. (1)

Intanto, nuovi motivi di allarme provengono a Gualdo dall’opposto versante dell’Appennino. Sul declivio orientale della Valle di Salmaregia, presso Campottone, nella contrada allora chiamata Camazzano, oggi Fosso della Romitella, esistono ancora i ruderi di un vetusto Castello che ebbe nome Rocchetta. Signore del Castello era in quel tempo un avventuriere della peggiore specie, tal Meluzio dei Tangani, altrimenti detto Meluccio o Meruzio dei Tanghi della Rocchetta. Il padre suo Giovanni, aveva sposato Betta di Sasso da Gualdo, ed esiste ancora la quietanza riferentesi alla dote di Betta del fu Sasso, in data 23 Dicembre 1338. Quali tristi soggetti fossero

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 1258, 1262, 1282 – R°. Arch. di Stato di Firenze: Capitoli. Registro XXXV, c. 245 – Arch. Comunale Antico di Perugia. Annali Decemvirali. Anno 1379, c. 35, 151t, 157t, 252; Anno 1380, c. 20, 21.

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i Tangani della Rocchetta, ce lo prova il fatto che nel 1358, Meluzio ed il padre suo Giovanni, erano stati condannati a morte e alla confisca dei beni, perché colpevoli di numerosi saccheggi, omicidi e ribellioni nelle Terre della Santa Sede. Meluzio scampò alla pena di morte, ma dovette però certo subire la confisca dei beni, poiché ci risulta, che in data 21 Luglio 1371, a nome del Rettore del Ducato di Spoleto, veniva emanata sentenza di restituzione dei beni dotali e legatari, a donna Betta del fu Sasso da Gualdo, vedova di Giovanni della Rocchetta, a donna Benedetta figlia di Betta ed a Paoluccia figlia di Meluzio. Ma nonostante le pene a lui comminate dal Papa, circa la metà del 1381 Meluzio, che si era impadronito con molti armati del Castello di Laverino, presso Fiuminata, con l’aiuto del Signore di Matetica, cominciò a fare frequenti incursioni contro Salmaregia, appartenente ad un altro ramo della sua famiglia, spingendo sino a Gualdo i suoi saccheggi ed i suoi assalti. Le cose giunsero al punto, che per difendere gli abitanti di Gualdo dalle invasioni di Meluzio, i Magistrati Perugini, verso il mese di Ottobre, mandarono alcuni soldati a guardia del suddetto Castello di Salmaregia, interposto e a mezza strada, tra Laverino e la nostra città. Inviarono nello stesso tempo messer Ercolano dei Vanni ai Varano, Signori di Camerino, perché con l’autorità loro impedissero a Meluzio ed al Signore di Matelica, di molestare Gualdo e Salmaregia ad essi soggetti; e mandarono infine allo stesso Signore della Rocchetta ed a quel di Matelica, Lello di Bernardo, affinchè per sempre desistessero dalle offese. Infatti, dopo non poche trattative, anche mercé l’interposizione del dominatore di Fabriano, Guido Chiavelli, Meluzio fece pace con Gualdo e Salmaregia, cessando ogni assalto contro di essi. Terminate appena le contese con il Feudatario della Rocchetta, giungevano in Gualdo parecchie soldatesche straniere, certo una delle tante Compagnie di Ventura che allora scorrevano l’Italia cercando chi le assoldasse, e pare che l’Avventuriero che le guidava minacciasse alla nostra città gravi danni, poiché i Perugini vi mandavano come Ambasciatore messer Giovanni di Tengarino, affinchè persuadesse quelle genti a non devastare e saccheggiare il territorio Gualdese. E infatti, nelle contese e nelle guerricciole comunali di allora, assai raramente si assaltavano le maggiori città, per solito ben munite e difese, ma le truppe avventuriere, portavano sempre le loro armi all’intorno di esse, contro i piccoli castelli egli indifesi villaggi del contado, contro le abitazioni isolate, e ciò più che per scopi strategici, per danneggiare, per fare bottino, per intimorirne le popolazioni. Prima che finisse l’anno, i Magistrati di Perugia sono costretti a mandare in Gualdo anche messer Ercolano di Pietro e Francesco di Gilio, perché vi ristabilissero l’ordine che vi era stato turbato e furono anzi costoro che si recarono poi presso il Signore di Fabriano Guido Chiavelli, affinchè contribuisse con la sua autorità, al mantenimento dell’accordo poco innanzi stabilito tra Meluzio della Rocchetta da una parte, quei di Salmaregia ed i Gualdesi dall’altra. E tale accordo era allora proprio necessario,

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poiché in quel tempo la nostra città trovavasi anche in guerra con Gubbio e solo nel Febbraio del seguente anno 1382, potevasi concludere la pace, mercé l’intervento del Vescovo Eugubino Gabrielli e di Nicolello di Landolfo, altro importante personaggio della città, pace che fu però di breve durata poiché nel Gennaio del 1387, il Comune di Gualdo bandiva di nuovo le Rappresaglie contro quello di Gubbio. (1)

Con Bando emesso nella Rocca di Spoleto il 10 Giugno 1383, il Card. Pietro Brancacci, Rettore del Ducato Spoletino, notificava che il Pontefice Urbano VI, gli aveva dato incarico di « ricevere e ridurre a grazia della Chiesa », le Città e Terre e private persone del Ducato stesso, che si erano già dimostrate ribelli alla Santa Sede, e che avendo perciò stabilito di «far Parlamento generale» con loro, l’ultimo giorno di quello stesso mese, dovessero mandare a Spoleto i propri Rappresentanti. Tra le città ribelli invitate, figura appunto anche Gualdo. E l’invito giungeva a proposito, poiché in quello stesso mese di Giugno, erano risorte nella nostra Terra, violenti lotte tra Guelfi e Ghibellini, tantoché per porre fine alle discordie e ai tumulti, i Perugini decisero d’inviarvi Giacomo di Lello detto il Disutile, con una Compagnia di cavalli; ma ciò nonostante durando le sanguinose contese, nel Giugno del 1385, vengono di nuovo mandati Colino di Giovanni Baglioni, Pietro d’Andreucciolo pur dei Baglioni, Neri di Nuccio dei Coppoli e Sinibaldo d’Agnolino, perché tentassero di ricondurre la pace e sedare le opposte fazioni nella travagliata popolazione. Ma pare che anch’essi a poco o nulla approdassero, poiché nel Settembre giungono a Perugia Ambasciatori Gualdesi per trattare quanto riferivasi alla pacificazione della città; e inoltre due anni dopo nel mese di Novembre, essendo di bel nuovo riarsa in Gualdo la guerra civile fra i due partiti, i Magistrati Perugini devono inviarvi lo stesso Neri di Nuccio dei Coppoli e Matteo di Nicoluccio dei Merciari e un nuovo Castellano nella persona di Fumagiolo di Bacciolo dei Fumagioli, perché ad ogni costo vi soffocassero le intestine discordie. E fu tanto poco efficace l’opera loro, che anzi nell’Agosto del 1388, un ex Castellano della Rocca, Costantino di Ruggiero dei Ranieri, tentava di far penetrare nella nostra città le bande dei Fuorusciti Perugini e non essendo riuscito il tentativo pel tradimento di uno dei Gualdesi da esso comprati, venne portato prigioniero in Perugia, dove fu giudicato con l’intervento dello stesso Potestà e di dieci Camerlenghi del Comune. Però anche questo fu inutile, poiché nei primi del 1390 gli stessi Fuorusciti

(1) P. Pellini : Op. cit. Parte I, pag. 1266, 1273, 1277 – L. Belforti: Serie ete. Già cit. Tomo M. Parte 1, pag. 122 – M. Sarti: Op. cit. pag. 200. Capo IX – B. Feliciangeli : Di alcune Rocche dell’antico Stato di Camerino. Negli « Atti e Memorie della R.° Deputazione di Storia Patria per le Marche ». Nuova Serie 1904. Vol. I, Fase. II, pag. 121 e seg., 166 – Arch. Comunale Antico di Fabriano: Collezione delle Pergamene. Busta VIII Perg. 396; Busta IX, Perg. 431; Cassetta III, Rotolo N° 11. – C. Alessi : Op. cit. pag. 371 – Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Dorio e Jacobilli): Codice A. V. 11, c. 296t.

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Perugini tentarono per conto loro d’impadronirsi a forza di Gualdo, alla cui difesa i Magistrati di Perugia avevano, con ogni prontezza, mandato non pochi soldati sotto il comando di Fabrizio di Tiveruccio dei Signorelli, che riuscirono a respingere gli assalitori. L’anno seguente, il Rettore del Ducato di Spoleto, che era il Monaco Benedettino, Benedetto Vescovo di Montefeltrio, come già aveva fatto il suo predecessore otto anni prima, ordinava a varie Città e Terre dell’Umbria, tra le quali anche Gualdo, di inviare nel giorno 6 Agosto i propri rappresentanti a Spoleto, per farvi parlamento in servizio di Santa Chiesa, sotto pena di mille fiorini di multa più la scomunica. Pochi mesi dopo, nel Gennaio del 1392, di notte tempo, i Fuorusciti Perugini, scalarono le mura di Poggio S. Ercolano e nonostante la disperata difesa fattane da quegli abitanti, se ne impadronirono saccheggiandolo, ma essendosene subito sparsa la notizia, si levarono in armi gli abitanti di Gualdo e quei di Fossato e assaltati i Fuorusciti, moltissimi ne fecero prigionieri inviandoli poi a Perugia dove vennero giustiziati. Per questo fatto gli abitanti di Poggio S. Ercolano, furono dal Comune di Perugia esentati, durante tre anni, da ogni dazio e balzello « affinchè, dice il Pellini, gli altri luoghi dall’esempio loro imparassero ad esser fedeli alla Città loro ». Al contrario, neppure gli stessi Fuorusciti Gualdesi se ne stavano quieti e accordatisi con altri Fuorusciti di Sigillo e di Assisi, si unirono a quelli di Perugia, con i quali era il Capitano di Ventura Azzo dei Castelli, con non pochi cavalli e tutti insieme, il 26 Marzo, assaltarono e saccheggiarono Sigillo, di cui poi rimase Signore Azzo medesimo.

In quello stesso anno 1392, aveva fine una guerra insorta tra i Fiorentini e Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, sotto le insegne del quale, avevano combattuto anche varie milizie Perugine. Era quindi naturale che alle trattative di pace intervenisse Perugia, la quale, tra le clausole del Trattato, fece risultare che nella pace s’intendeva compresa anche Gualdo e le altre città dai Perugini dipendenti. Però, nella stessa Perugia, fervevano intanto accanite e sanguinose lotte tra i Nobili ed i cosidetti Raspanti, che rappresentavano il partito popolare avversario, e Gualdo, pur di cambiare padrone, faceva suo prò delle intestine discordie dei Perugini e davasi al Papa che, forse come ricompensa, esentava il nostro Comune da ogni spesa e gravame per le fortificazioni cittadine e per la custodia della Rocca Flea, mediante Bolla rilasciata a Perugia il 1 Gennaio 1393, autorizzandolo altresì a scegliersi il proprio Podestà; ma poco durava Gualdo nel dominio della Santa Sede, poiché nel Settembre di quello stesso anno, veniva ricuperato dai Perugini con la forza dell’armi. (1)

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte I, pag. 1304. 1335, 1337, 1363; Parte II, pag. 12, 26, 28, 50 – C. Alessi : Op. cit. pag. 427, 451, 518 – T. Bottonio : Annali di Perugia. ms. della Biblioteca Comunale di Perugia. Vol. I pag. 199 – L Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo II, Parte I. pag. 192, 307 – Arch. Antico del Comune di Perugia: Annali Decemvirati. Anno 1392. e. 25t, 26 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIV. N° 34 – Biblioteca del Seminario di Foligno. Mss. di DOR£O e Jacobilli: Cod. B, VI. 6, e. 173; Cod. A. V. 6, c. 247.

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Intanto, per le vicende di quei tempi, dopo lunghi anni d’esilio al quale l’aveva costretto l’avversa fazione dei Nobili, ritornava in Perugia sua patria, il celebre Capitano avventuriero Biordo Michelotti e vi ritornava ponendosi a capo del Comune Perugino, fra i tripudi e le feste della parte Popolare, che aveva abbattuto il dominio della Nobiltà. Ma in tal modo Perugia si procacciava nuovamente l’inimicizia del Pontefice che proteggeva il partito dei Nobili, sperando per mezzo loro, di toglierle quel vestigio di libertà che ancora restavale, e solo negli ultimi del 1393, con la mediazione del Cardinale Legato di Perugia, Pileo, Arcivescovo Tuscolano, conchiudevasi la pace, mercé la quale, Bonifacio IX concedeva in Vicariato a Biordo, per tutto il tempo della sua vita, Gualdo con altre Terre. Ma nonostante i patti stabiliti, nell’anno seguente le milizie del Pontefice entravano nuovamente nel territorio di Perugia, rioccupando tra l’altre anche la nostra città, e Biordo riportava allora le armi dalla Marca, dove si era recato, nell’Umbria e ritoglieva al Pontefice Gualdo che volenteroso a lui si dava, con molti altri luoghi vicini, e se ne faceva Signore, scacciando dalle Rocche i Castellani ed i Ministri Papali. Nello stesso tempo scriveva ai Magistrati Perugini per raccomandar loro Gualdo e gli altri paesi di cui erasi impadronito, il possesso dei quali gli veniva poi conferrnato, nello stesso anno, da Bonifacio IX, nel Trattato di Pace che quest’ultimo aveva nuovamente stipulato con Biordo.

Come se non bastassero tutte queste guerresche vicende, il Comune di Gualdo era allora in grave contrasto con Gubbio e Foligno, che avevano bandito le Rappresaglie contro i Gualdesi. Ignoriamo per quale causa dalle due suddette città si fosse ricorso a questa odiosa ma allora assai efficace e frequente arma giuridica, la quale, benché colpisse sempre degli innocenti, purtuttavia, come vedemmo, era ammessa dalla legislazione dell’epoca. Ma è da immaginarsi che le cause saranno state le solite: Omicidi, ferimenti, rapine o consimili misfatti rimasti impuniti, praticati dai Gualdesi su cittadini di Gubbio e di Foligno, debiti o mallevadorie insoddisfatte, applicazione di balzelli e pedaggi ritenuti abusivi e via di seguito. Certo è, che le Rappresaglie verso Gualdo, sospese dal Comune di Gubbio il 10 Gennaio 1395 e riprese poco dopo, furono definitivamente tolte durante il Luglio del 1396. Il Podestà di Gualdo, il 17 di tale mese, approvava e ratificava questa deliberazione che era stata presa dal suo Commissario messer Antonio di Pietro, d’accordo con messer Sante e ser Pacetto Commissari di Gubbio e nello stesso tempo raccomandava ai Magistrati Eugubini, di adoperarsi affinchè anche dai Folignati, venissero abolite le Rappresaglie già bandite contro i Gualdesi.

Nel Febbraio di quello stesso anno 1396, il Comune di Perugia

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aveva nominato suo Conestabile, un Capitano di Ventura Gualdese, tal Gualdana di Pietro, che era così passato agli stipendi dei Perugini, portando seco una squadra di soldati a piedi, suoi concittadini, tra cui alcuni balestrieri e ciò « pro expungnatione fortilitii Portularum ». Il Gualdana fu riconfermato in tale comando nel mese di Agosto, nell’Ottobre e finalmente nel Dicembre « ad custodiam castrorum Comitatus et ad servitia et mandata dominorum Priorum ». E infatti parrebbe che in così torbidi tempi, non ad altro dovessero dedicarsi i Gualdesi se non al rude mestiere delle armi. Ma al contrario, mai forse come in quel periodo, vi furono tra noi tanti cittadini che alla Magistratura ed ai pubblici Offici s’indirizzarono. Basti dire che in quella seconda metà del secolo XIV, anzi soltanto nel breve periodo che va dal 1345 al 1385, la sola Repubblica di Firenze, senza parlare di altri luoghi, ebbe a suo servizio, tra Notari e Giudici sì in criminale che in civile, al seguito del Podestà, oltre a venti individui, portanti tutti l’appellativo « da Gualdo », i quali, per molti indizi che qui è superfluo specificare, abbiamo ragione di credere che provenissero appunto dalla nostra città.

Nel Gennaio del 1397, i Priori Perugini inviavano come Messo a Gualdo, Giustino da Firenze per disimpegnarvi importanti mansioni, non altrimenti indicate; poco dopo vi destinavano, per lo stesso scopo, Giovanni di Pietro da Cagli, e prima che finisse l’anno, nel mese di Novembre, avendo Biordo Michelotti tolto in moglie Giovanna, figlia del Conte Bertoldo Orsini, Signore di Soano, i Gualdesi riconoscenti inviavano ricchissimi doni e Ambasciatori, a quelle sue nozze veramente regali; né invero i Gualdesi potevano lamentarsi del dominio del Michelotti, che predilesse la nostra città e vi fece spesso dimora, giovando non poco alle sue fortificazioni ed alla Rocca Flea, che notevolmente ampliò e restaurò. (1)

Moriva però Biordo, assassinato il 10 Marzo 1398, per opera della potente famiglia dei Guidalotti che, gelosa della di lui potenza, aspirava a sostituirlo nella supremazia di Perugia, e dopo tale avvenimento si affrettava il Pontefice a riacquistare i possessi toltigli dal valoroso condottiero e ne incaricava Ugolino Trinci, Signore di Foligno e suo fedele vassallo e Vicario, che non tardava

(1) T. Bottonto): Op. cit. Vol. I, pag. 202, 203 – C. Alessi: Op. cit. pag. 522, 551 – L. Belforti : Serie etc. Già cit. Tomo II. Parte I. pag. 318, 323, 331 e seg. ; Parte II. pag. 60 – A. Mariotti : Saggio dì Memorie Istoriche Perugine. Perugia 1806. Tomo I. Parte 111. pag. 518 – A. Fabretti : Biografie dei Capitani Venturieri nell’Umbria. Vol. I, pag. 41 e seg. – P. Pellini : Op. cit. Parte II, pag. 55, 58, 90 – Cronaca di Perugia dal 1308 al 1398. Autore ignoto. ms. edito dal Fabretti. Torino 1887. pag. 53 – Arch. storico di Gubbio: Codice delle Riformanze. Voi XV, e. 56t e 96t – Arch, Antico del Comune di Perugia: Fondo Gardone. Libri Conservatorum Monetai « Exitus » Anni 1396-1397. e. 17, 34, 57t, 58, 66 – G. Degli Azzi Vitelleschi: Le Relazioni tra la Repubblica di Firenze e l’Umbria nel Secolo XIV (A cura della R a . Deputazione di Storia Patria per l’Umbria) Vol. 1. Perugia 1904. pag. 262; Vol. II. Perugia 1909. pag. 124, 207, 208, 209, 210, 214,219, 221, 223,224.

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a collegarsi con le genti del Papa per piombare sulle ribelli città. Il Vicariato di Ugolino, si estendeva su gran parte delle Terre circostanti a Foligno e confinava a Settentrione per l’appunto con il territorio di Gualdo. Data anche una tale circostanza, non doveva esser difficile ad Ugolino Trinci l’invasione del nostro territorio e forse fu per questo, che Gualdo non attese neppure le soldatesche del Signore di Foligno, ed in quello stesso anno spontaneamente si risottomise alla Chiesa. (1)

Perugia vedeva così crollare in un colpo tutta la sua potenza, ma anziché cadere anch’essa sotto il dominio del Pontefice, davasi al Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, che pure con il Papa era in lotta, e riacquistate nuove forze con gli aiuti di questo, nell’ultimo anno di quel secolo, riconquistava anche Gualdo. Per tutti questi fatti Bonifacio IX, con proclama del 28 Gennaio 1403, dichiarava i Perugini ed i Gualdesi cospiratori e ribelli alla Santa Chiesa, nonché colpevoli del crimine di Lesa Maestà, scomunicandoli in massa. Ciò nonostante, i Perugini non restituirono Gualdo al Pontefice, anzi nel Giugno dello stesso anno, quasi ad affermarvi il dominio di Perugia, vi si tratteneva con le sue milizie Ceccolino Michelotti, fratello di Biordo e di questi non meno celebre Capitano di Ventura. (2)

Ma alla morte di Gian Galeazzo, la vedova Duchessa, avendo non poche brighe nei suoi domini, si riconciliava con il Papa e per fare a questo cosa gradita, restituiva a Perugia quella libertà di cui s’era volontariamente privata. Rimasti così soli e impotenti a proseguire la guerra con il Pontefice, verso la fine dello stesso anno 1403, i Perugini concludevano anch’essi la pace con la Santa Sede, per effetto della quale Bonifacio IX, con Bolla Palatina del 31 Gennaio 1404, concedeva la nostra città in Vicariato, per ventinove anni, a Ceccolino Michelotti come si è detto fratello di Biordo, dietro il canone annuo di un mulo e di un paio di fagiani vivi, perdonando ai Gualdesi le offese arrecate ai Ministri della Chiesa, dimenticando la parte da essi presa durante la guerra e promettendo di non recar loro più alcuna molestia.

Poco dopo, nel Giugno del 1408, Perugia si sottometteva a Ladislao re di Napoli, per sottrarsi ai danni che le minacciava il partito dei Nobili, come si disse, proscritto e cacciato lungi dalla città per opera di Biordo, e tra i capitoli della sommissione abbiamo anche

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte II, pag. 99 – A. Fabretti : Op. cit. Vol. I pag. 41 e seg. – C. Alessi : Op. cit. pag. 562 – D. Dorio: Op. cit. pag. 182, 186 – L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo II. Parte II. pag. 85 – M. Faloci pulignani : Il Vicariato dei Trinci. (In Bollettino cit. Vol. XVIII. pag. 1 4, 15) – Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli : Cod. B . VI. 6, c. 256

(2) L. Bonazzi: Op. cit. Vol. I, pag. 537 – Graziani: Op. cit. pag. 276 (in nota) – P. Pellini: Op. cit. Parte II, pag. 136 – L. Belforti: Serie etc. già cit. Tomo II, Parte II, pag. 172 – Lunig : Codex Italiae Diplomaticus. IV. c ol. 119, 124.

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la riconferma ai Michelotti, del dominio che avevano su Gualdo e sulle altre città ad essi poco innanzi concesse. (1)

Ma nonostante l’accennata sottomissione al Re di Napoli, l’esule partito della Nobiltà sempre più attivamente tramava da lungi contro il popolare governo di Perugia e tanto più era questa volta temibile, essendoché aveva a capo il valoroso Capitano venturiero Braccio Fortebracci, che scacciato dalla città natale unitamente ai Nobili, quando con Biordo vi ritornarono i profughi Raspanti, tentava ora di rientrarvi con i suoi partigiani e rendersene Signore. In tal frangente Ceccolino Michelotti dalla Campania, dove era agli stipendi della Regina di Napoli, muoveva in aiuto della patria e del proprio partito giungendo in Gualdo il 7 Luglio 1416 con le sue truppe, e riunitesi poi nel piano di Assisi con l’altro Capitano avventuriero Carlo Malatesta, cinque giorni dopo veniva a battaglia col Fortebracci, che riportava una clamorosa vittoria, facendo prigioniero lo stesso Ceccolino e impadronendosi così di Perugia.

Anche questa volta Gualdo seguiva le parti del vincitore e innanzi la fine dell’anno si dava in potere a Braccio Fortebracci; inoltre il 12 Luglio 1417, primo anniversario della vittoria riportata dal Fortebracci sul Michelotti, inviava a Perugia appositi Ambasciatori, con un pallio di seta e ricchi doni in segno di sottomissione. In seguito, nella prima metà del 1419, Braccio era sconfitto a Gubbio dalle genti Pontificie alleate alla Casa Feltresca. In tale occasione, così nell’andar contro Gubbio, come nel ritirarsene diretto ad Assisi, egli si accampò con i suoi soldati nella nostra città, la quale, benché seguace del Fortebracci, ebbe a subire da quegli avventurieri, gravissimi danni. Finalmente il Papa Martino V, il 26 Febbraio del 1420, dopo così aspra guerra stipulando la pace con Braccio in Firenze, per mezzo del Vicecamerlengo Ludovico Vescovo Magalonense, riconfermava per tre anni al Fortebracci anche il Vicariato e possesso di Gualdo, come rilevasi da uno dei Capitoli del Trattato allora concluso. (2)

Ma io non vorrei che questo frequente e all’apparenza talvolta spontaneo cambiar di bandiera della popolazione Gualdese, potesse, far pensar male sul carattere e sulla fierezza dei nostri antenati. Eran tempi quelli in cui la forza si sostituiva al diritto in ogni estrinsecazione della vita e se a noi pare oggidì che troppo facilmente curvassero i Gualdesi la schiena ad ogni nuovo Signore,

(1) P. Pellini : Op. cit. Parte li, pag. 139 – L. Belforti ; Serie etc.già cit. Tomo II . Parte II. pag 179, 275 – Arch. Vaticano: Politic. VI. pag. 629.

(2) P. Pellini. Op. cit. Parte II. pag. 223, 228, 231, 235, 24b – A. Fabretti: Op. cit. Vol. I, pag. 163 e seg. – T. Bottonio : Op. cit. Vol. Il, pag. 18, 22, 32 – G. V. GlOBBl-FORTEBRACCI : Storia Genealogica della Famiglia Fortebracci. Bologna 1689. pag. 43, 49 – L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo II. Parte II, pag. 433, 441, 452, 473 – C. Crispolti : Perugia Augusta. Perugia 1648. pag. 230 – Campano: Vita et (Jestis Brachii. Venezia 1752. Libro IV, pag. 86, 96 – Bollettino cit. Voi. VI, pag. 382 – R. Valentini; Braccio da Montone e il Comune di Orvieto. (In Bollettino cit. Vol. XXVI, pag. 54).

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certo non potevano così pensare i nostri antichi progenitori, i quali ben sapevano per prova, con qual moneta saldassero i conti i Capitani avventurieri e i Principotti di allora, vale a dire con gli incendi e i saccheggi, con le devastazioni e le stragi. Quanti uomini furon chiamati eroi, sol perché avevano la potenza e la forza a loro disposizione, né quindi potremo far carico al piccolo e debole Gualdo, se il più delle volte preferiva di concedere volontariamente ciò che sapeva bene dover poi dare per forza, tra la disperazione e la rabbia di una dannosa e inutile resistenza.

Moriva però Braccio combattendo all’assedio di Aquila nel Giugno del 1424 e la vedova di lui Nicola Varano, vedendosi sfuggire e prossime a ritornare al Pontefice le città conquistate dal Fortebracci, nell’Agosto di quell’anno, mandava il fratello Piergentile ed altri suoi fidi a Martino V, affinchè volesse lasciarne il dominio ai propri figli, ed il Papa sebbene ne desiderasse vivamente il possesso, pure non credette opportuno precipitare gli eventi e concesse per altri tre anni in Vicariato speciale anche Gualdo a Oddo e Carlo Fortebracci, il primo dei quali non era figlio legittimo e l’altro aveva allora appena tre anni. Il Breve Papale con cui effettuavasi la concessione suddetta, venne emesso a Gallicano il 29 Luglio 1424 ed in esso sono specificati gli oneri e i diritti spettanti al Vicariato, oneri e diritti che qui non è superfluo riassumere: Ogni anno, nel giorno della festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, i Fortebracci avrebbero dovuto offrire alla Santa Sede, a titolo di canone o censo, un cavallo palafreno del valore di circa cento fiorini. Per le pratiche giudiziarie, i cittadini Gualdesi, così nelle cause civili che criminali, tanto nei procedimenti lievi o di prima istanza, quanto nei processi di appello, dovevano essere deferiti alla Curia Generale della Provincia a cui Gualdo apparteneva. Quest’ultimo, come tutti gli altri luoghi soggetti alla Santa Sede era tenuto « ad parlamenta generalia accedere, ac exercìtus et cavalcatas facere ». I Gualdesi, anche durante il Vicariato, dovevano essere governati secondo i propri Statuti, quante volte questi non fossero in contraddizione con i diritti e la libertà della Chiesa. Non era lecito accogliere in Gualdo i ribelli banditi dallo Stato Pontificio, né in qualsiasi altro modo favorirli, ma dovevasi cercare invece di assicurarli alla Giustizia. Agli abitanti del territorio Gualdese dato ai Fortebracci, non si potevano imporre indebite taglie, né aggravarli con nuovi e inusitati balzelli. Nel territorio suddetto dovevano trovare cortese accoglienza, vettovaglie ed alloggio, le soldatesche a piedi o a cavallo, che dal governatore della Provincia vi fossero eventualmente inviate. I pubbici Ufficiali del Comune, ogni sei mesi, erano tenuti a prestare giuramento di fedeltà e di obbedienza al Pontefice. A quest’ ultimo, Caduta la concessione triennale del Vicariato, Gualdo e suo ternario dovevano essere spontaneamente riconsegnati. Si minacciava infine ai Fortebracci la scomunica, quante volte venissero meno al gìuramento di osservare i patti stabiliti. Con altro Breve, dato nello stesso giorno e nello stesso luogo, Papa Martino V, prendendo occasione dal Vicariato di Gualdo concesso ai Fortebracci, rilasciava a questi, ai loro Ufficiali ed alle popolazioni

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di cui assumevano il governo, una completa amnistia per tutte le pene in cui fossero precedentemente incorsi quali ribelli alla Santa Sede.

Nel principio del 1425, all’età di sedici anni, moriva però Oddo in battaglia, a Val di Lamone in Romagna ed i Gualdesi, che a quanto pare erano assai poco soddisfatti del governo dei Fortebracci, non si lasciavano sfuggire l’occasione ed ai primi di Febbraio si ribellavano ad essi. Appena tornata la calma, nella seconda metà del mese seguente, la salma del giovane Oddo veniva portata da Perugia a Gualdo, quivi visitata dall’intera popolazione e da Gualdo al Feudo Braccesco di Montone, dove era sepolta con solenni onoranze. Per le turbolenze dei Gualdesi ribelli e in considerazione che il superstite fratello Carlo era ancora un fanciullo, il Pontefice pensò bene di nominargli un Curatore, ma anziché chiamare a questo officio, come sarebbe stato naturale, la vedova di Braccio, con Breve dato a Roma il 10 Maggio 1425, assegnò tale incarico ad Antonio Corario, Cardinale di Bologna e Vescovo Portuense, suo Legato in Perugia, raccomandandogli di fare le veci del piccolo Fortebracci nel Governo di Gualdo. Con altro Breve, inviato da Roma nel 27 Settembre, incaricava poi lo stesso Legato Perugino, di stipulare una valida convenzione con Mazancollo da Montone, Castellano della Rocca di Gualdo, per assicurarsi che costui, o chiunque altro al suo posto, allo scadere del triennale Vicariato concesso a Carlo, ed anche prima se questi morisse, avrebbe riconsegnato alla Santa Sede la Rocca suddetta. Ma dovendo il Cardinal Corario lasciare il governo di Perugia, il Papa con nuovo Breve dato a Roma il 27 Ottobre 1425, affidò l’ufficio di curatore del piccolo Fortebracci a Piero Donato, Vescovo di Venezia, che poi successe al precedente nella Legazione di Perugia, (1)

Di questi tempi, i Fuorusciti Perugini, tornarono ad infestare il territorio Gualdese e infatti tra le carte della Camera Apostolica, conservate nel R°. Archivio di Stato in Roma e propriamente nel Registro dell’entrate e dell’uscite di messer Pagolo Capograssi da Sulmona, Tesoriere Apostolico (1424-1425) a c. 127 si apprende, che diversi Messi furono mandati in Perugia a notificare « el passo de gli usciti de questa Terra » nel contado e così pure a Gualdo, a Montone e nelle altre vicine città. Dalle stesse carte, e appunto dal Registro delle Taglie (Liber tallearum) che porta la data 1425 risulta che i Gualdesi, per il già ricordato sussidio, seguitavano ancora a pagare la somma di duecento fiorini, ragguagliando il fiorino a bolognini trentasei e soldi novanta, secondo la consuetudine di Perugia.

Dopo di essere stata insidiata dai Fuorusciti Perugini, nel Gennaio del seguente anno 1426, da Borgo S. Sepolcro si dirigeva con le sue soldatesche sulla nostra città per impadronirsene, Guido Torello,

(1) G. V. GlOBBl-FORTEBRACCI : Op. cit. pag. 69 – Arch. Vaticano: Arm. XXIX, Tomo III, e. 170; Reg. Vatic. N° 350, e. 105t e 166; Reg. 355, e. 54, 60, 225 – Oraziani: Qp. cit. pag. 306, 308.

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Capitano al soldo del Duca di Milano, ma i Gualdesi lo prevenivano dandosi al Papa; sicché il Torello, avendo trovato la città già occupata dalle milizie della Chiesa, subito se ne partiva e sembra che il Pontefice, nel mese di Febbraio, desse a governare Gualdo ai Varano, Signori di Camerino, parenti della vedova di Braccio. Ma possiamo dire che questi ebbero appena il tempo di prenderne possesso poiché subito dopo, in seguito alle preghiere dei Magistrati Perugini, Martino V, riconsegnò Gualdo, Città di Castello e Montone a Carlo Fortebracci e per esso, che era ancora bambino, alla madre Nicola Varano. Certo che nel mese di Aprile di quello stesso anno, Gualdo era già ritornato sotto il governo dei Fortebracci, facendoci di ciò fede una pergamena del nostro Archivio Comunale. Da tale documento si apprende che il 16 Aprile 1426, nella Chiesa di S. Francesco, due opposte fazioni di cittadini Gualdesi, stipularono tra di loro un regolare trattato di pace, perdonandosi scambievolmente le offese, i danni, le rapine, i ferimenti e gli omicidi trascorsi e giurando, per l’avvenire, di non più ricorrere alle violenze. Orbene, in tale documento, si legge infatti che l’accordo suddetto veniva redatto alla presenza non solo della popolazione Gualdese, dei Rettori della città e dei necessari testimoni, ma anche innanzi a Masaccio dei Bonarelli da S. Ginesio, Luogotenente di Donna Nicola Fortebracci, Contessa di Montone, quale tutrice del proprio figlio Conte Carlo, Vicari Generali di Santa Chiesa in Gualdo e suo Distretto. Si stabilivano anzi anche gravi pene pecuniarie, per quella delle due fazioni che prima mancasse ai patti, dovendo l’importo di tali pene andare per metà alla parte non fedifraga e per l’altra metà ai suddetti Nicola e Carlo Fortebracci; A tal proposito noteremo, che per certo, di questi tempi, le lotte politiche e gli odi civili, avevano dovuto arrecare nella nostra città la discordia e i tumulti, poiché vediamo che anche il Pontefice, credette opportuno inviare in Gualdo il suo famigliare Bordo, con l’incarico di rendersi conto dell’ordine e della tranquillità regnante tra la popolazione Gualdese, come rilevasi da un Breve dato fin Roma il 10 Febbraio 1426. (1)

Però Papa Martino V, dovette ben presto pentirsi di aver riconsegnato Gualdo con Città di Castello e Montone, alla vedova ed al figlio di Braccio, tanto è vero che nel 1427, adducendo a scusa l’ancor tenera età di Carlo, richiese imperiosamente alla madre la restituzione delle tre città. La vedova di Braccio, mal tollerando di vedersi spogliata di tutti i suoi domini, non pensava affatto di riconsegnarli alla Chiesa, ma ciò nonostante, per stornare maggiore guai, nel Dicembre di quello stesso anno mandò come Ambasciatore al Papa, Nicolo di Giovanni di Benedetto con la seguente proposta: Purché a lei fosse rimasto indisturbato il possesso di Gualdo e di Montone, avrebbe ceduto spontaneamente

(1) Oraziani: Op. cit. pag. 319 – P. Pellini ; Op. cit. Parte II, pag. 297 -L. Bonazzi: Op. cit. Vol. I, pag. 651 – Arch. Comunale di Gualdo: Racolta delle Pergamene. Secolo XV, N° I, 8.

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e senza alcun compenso alla Santa Sede, Città di Castello, dove, appunto in quel tempo, era andato quale Capitano del Popolo, un Gualdese, tal Villano di Antonio di Ser Giacomo. (1)

Però Martino V rimase sordo ad ogni ragione e ad ogni proposta ed anzi s’irritò ancor più per la resistenza della Varano, tanto che con Breve dato a Roma il 28 Dicembre di quell’anno, ordinò al suo Legato in Perugia, Piero Donato, di procedere anche mediante braccio secolare, contro la vedova del Condottiero, la quale noncurante degli ordini ricevuti e delle pene che le erano state minacciate, si ostinava nel possesso di Gualdo, di Città di Castello e di Montone, contro i quali luoghi si sarebbe pure dovuto agire, sino a che non ritornassero soggetti alla Santa Sede. Ed il Legato di Perugia, era stato infatti autorizzato a mandare le sue truppe contro le Terre suddette, adoperando ogni mezzo, anche la devastazione, per impadronirsene. Ma la Varano non si piegava ancora, per cui, come scrive il Graziani nella sua Cronaca di Perugia: A dì primo de Genajo 1428, madonna Nicola, moglie che fu del Signor Braccio, fu publicata per scomunicata in Peroscia, però che essa non aveva voluto obedire al papa; cioè che non aveva voluto restituire alla chiesa la Cità de Castello, né Gualdo, né Montone: però el papa la excomunicò.

Et a dì 2 de Genaio fo bandito a 4 trombe, per parte del papa et de Monsignor Governatore, la desfazione et excomunicazione fatta contra Madonna Nicola. A di 3 Genaio fu bandito similmente a 4 trombe, che non fusse persona de qualunche cità castello o luoco nello Stato della Chiesa, che ardisse de andare né praticare in le terre o castelli de Madonna Nicola preditta, cioè nelle Cità de Castello, Montone e Gualdo, né loro destretto; né manco conduttiere o soldato né altra persona possa dare alloro aiutorio né favore sensa licenzia, sulla pena de ribellione, del papa e de Santa Chiesa ».

D’altra parte, il Legato di Perugia, prima di dare esito alle gravi misure guerresche escogitate da Martino V, per procedere più umanamente, inviò dei messi alla Varano, scongiurandola a non volere attendere l’esecuzione rigorosa degli ordini del Papa. Ma in seguito alla fiera ostinazione della donna, avendo il Legato stesso intrapreso finalmente con le armi l’assalto dei Feudi Bracceschi, tali decisivi argomenti, più che il peso della Papale scomunica, dovettero piegarla ai voleri del Pontefice, e infatti poco appresso, nella già ricordata Cronaca del Oraziani si legge: «Alli XII de Genaio se fece allegrezza in Peroscia, cioè li faloni, però che Gualdo era ritornato alla obedienza della Chiesa e del Papa ».

Ma se la Città aveva ceduto, non così era stato per la Rocca Flea,

(1) Crispolti: Op. cit. pag. 293 – S. Sciri : Op. cit. pag. 88 – P. Pellini: Op. cit. Parte II. pag. 323 – Memorie di Perugia dal 1351 al 1438. Già cit. pag. 220 – Graziani: Op. cit. pag. 326 – L. Belforti: Serie etc. già cit. Tomo III, pag. 221.

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almeno per una parte di essa, ancora fortemente tenuta dal Castellano dei Fortebracci. In quello stesso mese, si radunava infatti il Consiglio Generale del Comune, nella nostra Chiesa di S. Francesco, per trattare dell’avvenuto ritorno di Gualdo alla Santa Sede, nonché del riacquisto del Cassero Grande, detto del Girifalco, che faceva appunto parte della Rocca Flea e nel quale si era asserragliato il Castellano stesso. Ma venne il Febbraio e non ancora la Rocca aveva ceduto, tanto che il 26 di tale mese, i Magistrati Gualdesi, mandarono Ambasciatori al Papa, affinchè ordinasse addirittura la distruzione del Cassero suddetto, obbligandone così il ribelle Castellano alla resa. Ma anche costui dovette dopo pochi giorni capitolare, tanto è vero che avendo poi egli richiesto al Comune il pagamento di circa centotrentasette fiorini per lo stipendio arretrato, i Magistrati Gualdesi, nel Consiglio del 6 Marzo, risposero in modo negativo, giudicando che egli aveva prepotentemente detenuto la Rocca di Gualdo. Due settimane dopo e cioè il giorno 20, perveniva in Gualdo il celebre Capitano di Ventura Carlo Malatesta, già sfortunato condottiero dell’esercito del Duca di Milano e futuro Signore del Principato di Rimini. Al Malatesta il Consiglio del Comune di Gualdo, in segno di omaggio, offriva venti libbre di cera lavorata e due scatole di confetture, esentandolo inoltre dalla tassa di pedaggio, ammontante a nove libbre di denari. Poco dopo, il 25 di quello stesso mese di Marzo, tornava a riunirsi il Consiglio cittadino e decretava l’istituzione di una Fiera di otto giorni, in occasione della festa dell’Apparizione di S. Michele Arcangelo sul Monte Gargano, che ricorre l’8 Maggio. Doveva cominciare tre giorni prima e terminare tre giorni dopo la festa, gli intervenuti sarebbero stati esenti dal pagamento di qualsiasi pedaggio o gabella e non avrebbero potuto accedervi i ribelli, i banditi, i condannati e i confinati. Questa Fiera, dopo cinque secoli, sussiste in Gualdo tuttora sebbene limitata al solo giorno dell’8 Maggio. Nel seguente anno 1429, nel mese di Gennaio, il Gualdese Villano di Antonio Mancini, veniva chiamato quale Podestà nella vicina città di Foligno, e riconfermato poi in tale officio, vi rimaneva sino a tutto il Novembre del 1430. (1)

Appunto nella prima metà del 1430, i Priori Perugini mandavano come Ambasciatori a Martino V, messer Francesco Mansueti e Pietro di Filippo degli Oddi per domandare che Gualdo fosse governato direttamente dallo stesso Comune di Perugia in nome del Papa; e sembra infatti che i Gualdesi, con la turbolenta incostanza politica che caratterizzava quei tempi, fossero ben poco soddisfatti della loro dipendenza dal Pontefice, poiché, con l’entrare del nuovo

(1) Graziani : Op. cit. pag. 326 – C. V. Giobbi-Fortebracci : Op. cit. pag. 69 – A. dei Veghi : Diario di Prrugia. ms. edito dal Fabretti. Torino 1888. pag. 7 – L. Belforti : Serie etc. Già cit. Tomo III, pag. 124 – Arch. Vaticano: Reg. Vaticano. N° 351, e. 25t – Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consìgli del 1428. Consigli del 26 Febbraio, del 6, 20, 25 Marzo e dell’ 11 : Aprile – L. Jacobilli: Discorso della città di Foligno etc. Foligno 1646. pag. 72.

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anno 1431, essendo morto Martino V, i Magistrati di Perugia sollecitamente mandarono a loro speciali Ambasciatori, onde persuaderli a non approfittare della circostanza per ribellarsi alla Chiesa, offrendo denari e aiuti di ogni genere, purché rimanessero tranquilli sotto il regime Papale. (1)

Verso la metà dello stesso anno, mandarono nuovamente al Pontefice Eugenio IV, messer Giapeco di Teveruccio e Baglione di Fortera, i quali dopo avergli rammentato che qualche anno innanzi il suo predecessore aveva concesso il dominio di Gualdo, Città di Castello e Montone a Carlo Fortebracci, la qual concessione gli fu poi revocata perché questi era ancora fanciullo, lo pregarono a volere di nuovo restituire al suddetto tali città in Vicariato perpetuo e inoltre a far consegnare a Perugia, a cui apparteneva, una grossa bombarda che si trovava nel Cassero di Gualdo, a proposito della quale anche Martino V, quattro anni prima, aveva inviato un Breve ai Magistrati Perugini, col quale permetteva loro di ricuperarla; ed Eugenio IV diede nuovamente ordine di restituire ai Perugini la tanta desiderata bombarda, rese a Carlo per tre anni il Feudo di Montone e nel seguente anno 1432, ai 15 di Marzo, secondo quanto scrive il Garampi, concesse Gualdo in Vicariato, sua vita durante, a Corrado Trinci, Signor di Foligno, il quale come tributo, offriva ogni anno alla Chiesa per conto di Gualdo, un falcone con rete e cane. (2)

In questa prima metà del secolo XV ogni vestigio di libertà poteva dirsi scomparso nella Penisola e gli Italiani, avviliti per lo stato di decadenza politica in cui erano piombati, si rivolsero allo studio della loro antica grandezza. Si ebbe così il periodo iniziale del Risorgimento, periodo di studio indefesso e di erudizione vastissima, per quanto sterile ed infeconda, mancando ancora quello spirito creativo e quella potenza di vivificare le fredde larve del Classicismo, che appartenne invece agli eruditi dell’ultima metà del secolo, cioè al secondo periodo del Risorgimento. La nostra città non fu tra le ultime a risentire l’influsso di quell’aura vivificatrice, che soffiò da un capo all’altro d’Italia e diede anch’essa i suoi frutti nel rinnovellato campo della classica erudizione e vediamo infatti nel 1416 un Fra Paolo da Gualdo decano del Collegio dei Teologi di Perugia; vediamo un Ceciliano di Ser Cortese da Gualdo che nel 1427 insegnava grammatica, lingua Greca, eloquenza e poesia nell’Università di Perugia; un Fra Cristoforo da Gualdo che nel 1462 leggeva dialettica in quella stessa Università, e finalmente un Bartolomeo di Jacopo da Gualdo, che in tale epoca studiava nell’Ateneo Senese.

(1) P. Pellini: Op. cit. Parte II, pag. 316, 321 – Graziani: Op. di. pag. 343, 350 – L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo III. pag. 172, 197.

(2) S. BORGIA : Memorie Istoriche di Benevento. Roma 1769. Tomo III, pag. 357 – Garampi : Saggi di osservazioni sul valore delle antiche monete Pontificie, pag. 241 (in nota) – Arch. Vaticano: Offic. Lib. I, pag. 104 – P. PELLINI: Op. cit. Parte II, pag. 323 – GRAZIANI: Op. cit. pag. 353 – L. BELFORTI: Serie etc. Tomo III. pag. 130, 221.

123 – PARTE PRIMA – Storia Civile

Invece, ben poco sappiamo delle industrie Gualdesi, in questa seconda metà del XV secolo. Solo ci risulta da un Atto notarile del 6 Novembre 1494, che esisteva allora in Gualdo una Conceria di pelli, gestita in società dai due Gualdesi Pietro di Angelo Thiani e Domenico di Jacopo alias Fochetto. Più importanti sono però alcuni documenti del 1491, dai quali apprendiamo che vi si esercitava eziandio, cosa allora specialmente non comune, la fabbricazione del vetro. Ci sono anche pervenuti i nomi di alcuni di questi artefici vetrai, tutti forestieri e cioè un Cristoforo di Filippo, alias Massaro, magistrer ciatorum (sic) et artis vitrij, proveniente da Altare, nel Di stretto di Genova; un Giulio di Baccio da Bologna, anch’esso ma gister artis vitrij e un Giovannino Franciosus buttigarus vitrij. A proposito di questa industria, ci resta persino un Atto notarile con il quale, il 4 Aprile 1491, Milano e Domenico di Albertino Brigantis de Lombardia, e Giovan Piero, loro servo, si obbligavano a dimorare per quaranta dì, giorno e notte, sulla montagna Gualdese, per tagliarvi alberi atti ad alimentare le fornaci delle vetrerie. Questa obbligazione era anzi fatta dai suddetti ad un tal Giuliano di Costantino da Gualdo, che per il suddetto lavoro avrebbe complessi vamente corrisposto, diciotto fiorini ed alcune cibarie. (1)

Poco dopo la su ricordata restituzione di Gualdo alla Chiesa, muoveva guerra al Pontefice Francesco Sforza, famoso Capitano di ventura che più tardi doveva divenire Duca di Milano, e nel 1433, con la Marca d’Ancona e parte dell’Umbria, toglieva alla Chiesa anche Gualdo. Del resto non molto gradita doveva essere ai Gualdesi la dipendenza dai Ministri Papali, tanto è vero che tra le carte della Camera Apostolica più volte ricordate, e propriamente nel Registro delle entrate e delle uscite del Dr. Rosello Roselli d’Arezzo, facente parte del R.° Archivio di Stato in Roma, a carta 63 troviamo scritto: « . . . It. die octava julii, 1433, cum me personaliter contulerim ad Civitatem Asìsii pro nonnullis negotiis opportunis pro stata diete civitatis et eadem die ex necessario accesserim ad terram Gualdi propter eius malas dispositiones, nec non seguenti die statim reversus fuerim Perusium vigore literarum domini vicelegati, que ita me festinabant ut redirem …».

Nell’anno seguente, essendo lo Sforza venuto ad accordi con Eugenio IV, questi per amicarselo, accettando il fatto compiuto, gli concedeva in Vicariato a vita la Marca di cui si era impadronito e per cinque anni Gualdo, Todi ed altre città; e sebbene poco dopo lo Sforza si accordasse col Pontefice di restituire Gualdo e Todi alla Chiesa, ricevendone adeguati compensi territoriali, pure gli accordi restarono senza effetto e non ebbe luogo l’annunziata restituzione. (2)

(1) V. BINI: Memorie storiche della Perugina Università degli studi. Perugia 1816. pag. 265, 529, 599 – L. ZDEKAUER: Lo Studio di Siena nel Risorgimento. Milano 1894 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1491 al 1494, e. 43, 50t; dal 1494 al 1495, e. 32t; di Gaspare Umeoli dal 1490 al 1509, e. 12.

(2) L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 23 –

124 – PARTE PRIMA – Storia Civile

Ma nello stesso tempo erano in lotta con lo Sforza due altri non meno celebri avventurieri Perugini, cioè Niccolò Piccinino e Niccolò Fortebracci, figlio di una sorella di Braccio, altrimenti chiamato Niccolò di Stella dal nome materno, e siccome in Gualdo aveva lo Sforza raccolto la maggior parte delle sue milizie, fu appunto il nostro territorio teatro di quelle sanguinose contese. Gualdo intanto, prevedendo torbido l’avvenire, aveva fatto proposta ai Magistrati di Perugia di darsi in loro potere, ma questi ne rifiutarono l’offerta per non far sorgere complicazioni con lo Sforza che ne era Signore, ed anche per il timore di Niccolò Fortebracci, che anch’esso ne pretendeva il possesso come eredità dello zio Braccio, tanto è vero che già nel 1432 egli aveva scorso con molte truppe il territorio Gualdese, saccheggiandolo e devastandolo.

Nel Novembre del 1434, veniva meno una tregua poco innanzi conclusa tra il Piccinino e lo Sforza e quest’ultimo faceva venire dalla Marca in Gualdo, gran parte delle sue soldatesche alle quali s’erano uniti Raniero del Frogia e Leonello Michelotti a capo di molti Fuorusciti Perugini. Temendo da questi qualche sorpresa, Niccolo Fortebracci pensò di riprendere l’offensiva e alla sua volta si partiva il giorno tredici da Assisi ed entrava con non pochi cavalli nel territorio Gualdese, mettendolo nuovamente a ferro ed a fuoco, saccheggiandolo e facendo prigionieri quanti abitanti cadevano nelle sue mani e dopo tali bravure si ritirava nuovamente in Assisi. Partito che fu i Gualdesi vollero procurarsi una rivincita, e istigati forse dalle genti dello Sforza e dai Fuorusciti Perugini, sorsero in armi penetrando alla loro volta nel territorio di Perugia ubbidiente al Fortebracci e assaltato Poggio S. Ercolano, Castello allora posseduto dai Perugini, incominciarono a devastarlo. Ma sparsasi in breve tempo la notizia del fatto, non tardarono a correre in aiuto del Poggio gli abitanti di Sigillo e quei di Fossato che, presi in mezzo i Gualdesi, li posero in fuga ritogliendo loro la preda e i prigionieri che avevano fatto.

Per tanti assalti e per sì barbariche devastazioni, i Magistrati di Perugia nello stesso anno 1434, di Novembre, erano costretti a mandare come Ambasciatori Oddone di Goro al Fortebracci e Pietro di Giovanni a Francesco Sforza, lagnandosi delle frequenti scorrerie dei Gualdesi nel territorio Perugino e domandando di porvi riparo. E piacemi anzi riportare qui sotto, nella loro integrità, le istruzioni che i Priori delle Arti in Perugia, davano in tale occasione, agli Ambasciatori su nominati:

« 1434 7 Novembre – Puncta danda Petro lohannis oratori ad comitem Franciscum.

Exponere a la S. sua, prima salutarlo, etc. . .

Secundo che con ciò sia cosa la trieva con le terre del S. Nicolò sia

Borgia: Memorie Istoriche di Benevento. Già cit. Tomo III. pag. 357 – P. Pellini: Op. cit. Parte II, pag 368 – Garampi : Op. cit. pag. 241 – Arch. Vaticano : Offic. Lib. I, pag. 250.

125 – PARTE PRIMA – Storia Civile

rocta e sentase gente de la Marca deve venire a Gualdo fra li quali se sente essere alcuni degli uscite nostre, quantunche secondo più e più lectere suoi de volere ben vicinare con quista comunità se tenga ferma credenza che la sua S. non à altra ententione che buona e perfecta contro de noi. Et maxime essendo accordato o per accordarse con la S. de N. S. lo papa, de la qual cosa tucti li cictadine de quista cità prendono conforto et anno gran piacere: tuc tavia per vivere ben chiaro con la sua S. essendo en quisto proposito quista comunità de volere ben vicinare maxime con la S. sua, che li voglia piacere fare chiara la sua ententione verso de noi, si come la nostra è chiara verso la sua prefata S., e quisto per quillo modo e forma che a la sua S. piace dummodo le cose sieno bene chiare. …… ».

« 1434 14 Novembre – Electio Oddonis Gori in oratorem ad magnificum capitaneum d. Nicolaum de Fortebraccis.

Puncta commictenda Oddoni Gori:

En prima salutare e confortare etc. . . .

Secondo, exponere al S. Nicolo che a quiste dì quilli da Gualdo anno curso el nostro terreno: e quisto dicono aver facto perché le genti de la Sua S. passare per lo nostro terreno quando andare a currere a Gualdo. El perché, conoscendo la Sua S. ha modo a far guerra a Gualdo et a Tode terre del conte Francesco senza passare per lo nostro terréno, che se prega la S. sua gle voglia piacere che li suoi non passano per lo nostro terreno quando se cavalca né a l’andare né al tornare con prede e pregione, che pensamo faccia per la S. sua, considerato a meglio el modo a dannegiare el Conte, che el Conte lui, senza passare per nostro terreno.

E quando la sua S. de ciò se contentasse non fariamo simile rechiesta al conte Francesco. Et dove el S. Nicolo non fosse contento a quisto dirglie che non porriemo negare el passo al conte, passandoce li suoi, certificando la S. sua che gli uomene de quista città non vogliono guerra per alcun modo. E a fare el meglio che porranno sempre el conte se terrà da noi gravato, considerato le cose passate, si che concludendo se vuole pregare la S. sua che voglia essere cagione che non aggiamo più cerco che quillo s’è auto infino a qui . ».

Per certo lo Sforza doveva tramare anche nello stesso campo del Fortebracci, poiché tutte le cronache Perugine di questo tempo parlano di un Capitano di ventura chiamato Bartolomeo di Lorenzo da Gualdo, non sappiamo con sicurezza se nativo della nostra città, il quale essendo prima agli stipendi del Duca di Urbino e poi a quelli di Niccolo Fortebracci, fu da quest’ultimo fatto decapitare a Castelnuovo il 19 Decembre 1434, perché tentava di passare sotto le bandiere degli Sforzeschi. (1)

Per di più, quei di Gualdo, nonostante le lettere e le ambascierie

(1) P. PELLlNl: Op. cit,, Parte M, pag. 374 – G. SlLLANl: Op. clt. pag. 36 – L. Belforti : Serie etc. Tomo III, pag. 307 – L. BONAZZI : Op. cit. Vol. I, pag. 659 – A. Fabretti: Op. cit. Vol. li, pag. 175, 197 – L. AMONI : Vita del Beato Angelo. Assisi 1878. pag. 120 – GRAZIANI: Op. cit. pag. 390, 391.

126 – PARTE PRIMA – Storia Civile

dei Magistrati Perugini, non desistevano dalle offese, ma anzi acquistavano ognora maggiore ardire e ai 4 di Marzo dell’anno seguente, le soldatesche Gualdesi si impadronirono a tradimento del forte Castello di Montecchio, in quel di Nocera, allora posseduto dal Fortebracci. A tal notizia questi si metteva prontamente a capo dei suoi e dopo non pochi sforzi riusciva a riconquistarlo, facendovi prigionieri i Gualdesi che erano rimasti a difenderlo e fattili poi portare in Assisi, ordinava che fossero pettinati e straziati con pettini da stoppa, per mano di quello stesso che compì il tradimento, dopo di che li fece squartare. E come se ciò non bastasse, il giorno 11, Niccolo Piccinino faceva saccheggiare e abbruciare il Castello Gualdese di Grello, il quale sino allora mai si era voluto sottomettere alle genti di quel temuto Avventuriere, che da più tempo ne bramava il possesso. Ma nonostante tali feroci rappresaglie, nel mese seguente, gli Sforzeschi, muovendo da Gualdo impadronivansi di un castello che il Graziani chiama Galgata, tenuto dal Piccinino, che però riusciva a riprenderlo quasi subito, facendovi impiccare, senza pietà, tutti i seguaci di Francesco Sforza, il quale ultimo, nel seguente anno 1436, recavasi personalmente in Gualdo. (1)

Nel Luglio del 1437, entra in campo un nuovo avversario dello Sforza, cioè Francesco Piccinino figlio di Niccolo, anch’esso Condottiero di Ventura, il quale, partendosi dal territorio di Fabriano, giungeva sino alle porte di Gualdo, e non potendosene impadronire, poneva l’accampamento presso un fortilizio detto La Torre Grande, consistente in un’alta e massiccia Torre quadrata che oggi ancora esiste nella Parrocchia di S. Facondino, in Vocabolo Magione, anticamente Campitelli, proprio sul margine dell’antica strada Flaminia, non lungi dal punto in cui la via suddetta s’incrocia con il Rio Vaccara; ed anzi, in tempi recenti, addossata ad uno dei suoi lati, poco opportunamente, fu costruita un’abitazione colonica. Appunto da questo luogo il Piccinino muoveva continuamente a danneggiare il contado Gualdese, predando e distruggendo quanto gli si parava davanti. Da Torre Grande, trasferì poi il campo a Gaifana, da dove più facilmente poteva sorvegliare oltre Gualdo, anche le città di Assisi e Nocera, seguitando così le sue scorrerie, sino a che lo Sforza non si decise a mandare in aiuto dei Gualdesi altre sue soldatesche. Spesso, nei nostri antichi documenti, troviamo ricordata la suddetta Torre Grande, oggi comunemente chiamata invece Torre del Grande, per certo costruita, in epoca imprecisata, a guardia della Via Flaminia. Nell’epoca di cui stiamo trattando, la Torre, con molte terre circostanti, apparteneva alla potente Famiglia Perugina dei Michelotti, che probabilmente ne aveva preso per la prima volta il possesso, quando, come si è visto, tra la fine del Trecento ed i primi del quattrocento, i due fratelli e celebri Capitani di Ventura, Biordo

(1) Graziami : Op. cit. pag. 393, 394 – G. Simoneta : Rerum Gestamm Francisci Sfortiae. (In Rerum Ital. Script, del Muratori. Tomo XXI. Milano 1732. Colonna 250, A).

127 – PARTE PRIMA – Storia Civile

e Ceccolino Michelotti, ebbero in loro dominio la nostra città. Poi, tra la fine del Quattrocento ed i primi del Cinquecento, la Torre Grande, sempre con i beni annessi, cambiò assai spesso padrone. Tra questi molteplici proprietari, ricorderemo il Comune di Gualdo, che nel 1488, la rivendette per cento ducati, ed il ben noto giureconsulto Gualdese Antonio de Humiolis (Umeoli) che il 18 Maggio 1494, l’affidava a certo Antonio di Biagio detto Antoniaccio, « de partibus Lombardie » il quale si obbligava a custodire e difendere la Torre stessa per conto del de Humiolis e d’impedirne l’accesso agli avversari di quest’ultimo ed ai soldati nemici dello Stato Ecclesiastico.

Dopo questa breve digressione, ritornando alla lotta che intorno a Gualdo combattevano il Piccinino e lo Sforza, ricorderemo che nonostante l’aumentato presidio degli Sforzeschi, in quello stesso anno 1438, Francesco Piccinino, senza nessun timore, mandava nuovamente parte delle sue truppe a svernare nel nostro territorio, e di quale triste accozzaglia di banditi e di ladroni fossero esse composte, ce ne fanno fede le proteste e i timori degli stessi Magistrati di Perugia, i quali, per la presenza ai loro confini di tanti soldati, benché dipendenti da un condottiero Perugino, pure non se ne aspettavano che stragi e saccheggi, tantoché diedero ordine di fortificare in tutta fretta i loro vicini paesi e castelli; e come se ciò non bastasse, ad accrescere la desolazione dei nostri dintorni, nel Luglio del 1440 vi si accampava anche Niccolo Piccinino, reduce da Borgo S. Sepolcro, dove era stato sconfitto dagli Sforzeschi. Finalmente nel Giugno del 1442 giungeva a Gualdo il suo potente Signore, lo stesso Francesco Sforza, con cinquemila cavalieri e duemila fanti, da dove muoveva ad assaltare la vicina Fossato, senza che potesse però impadronirsene, per cui rifornitesi in Gualdo abbondantemente di frumento, indi a poco se ne partiva alla volta di Fabriano. (1)

Intanto né dai Perugini, né dallo stesso Niccolo Piccinino, a cui il Papa aveva dato incarico di ritogliere allo Sforza la Marca, già prima concessagli, nulla si tralasciava per riconquistare anche Gualdo e le altre città che lo stesso Sforza possedeva nell’Umbria. Nel Luglio di quell’anno i Magistrati di Perugia mandavano a Eugenio IV per Ambasciatori, Guido di Carlo degli Oddi e Rinaldo di Rustico dei Montemelini, pregandolo di inviare quante milizie aveva pronte per poter ricuperare Gualdo ed Assisi e infatti pochi giorni dopo giungevano ordini del Papa ai Magistrati di Spoleto, di soddisfare qualunque domanda di aiuti venisse da parte di Niccolò

(1) P. Pellini : Op. cit. Parte II, pag. 412, 428- Graziani: Op. cit. pag. 420, 484 – A. Fabretti: Op. cit. Vol. II. pag. 99, 121, 233, 246 – L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo III, pag. 396 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1493 al 1496. Fase. XI, e. 164; di Pietro di Manano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1487 al 1489, e. 129; di Andrea di Angelo de Benadattis dal 1469 al 1477, e. 85t.

128 – PARTE PRIMA – Storia Civile

Piccinino, che chiese subito agli Spoletini di mandare duecento guastatori a Gualdo. Preparata così ogni cosa, partiva egli con tutta segretezza dal territorio di Norcia, e negli ultimi di Settembre giungeva improvvisamente sotto le mura di Gualdo, e fu tanto rapido e inaspettato il suo arrivo, che riusciva a far prigionieri più di sessanta cittadini Gualdesi che non avevano fatto in tempo a rifugiarsi nella città e l’insperata preda fece nascere nella mente del Piccinino, il pensiero d’impadronirsi con l’astuzia e per mezzo loro di Gualdo, senza tentare la dubbia sorte dell’armi. Fece infatti venire alla sua presenza i prigionieri, i quali ben sapendo quanti conti dovessero saldare col Piccinino, credettero forse fosse giunta l’ora suprema, ma anziché sfogare su di essi l’odio che lo animava contro i partigiani dello Sforza, li accolse con mille cure, prodigando loro doni, gentilezze ed onori e dopo ciò lasciavali in libertà. Lo strattagemma del Piccinino produceva l’effetto desiderato, poiché i prigionieri Gualdesi appena persuasi di essersela cavata così a buon mercato e non sapendo come spiegarsi l’inusitata accoglienza, rientrati in città, siffattamente magnificarono il loro liberatore e tanto fecero, che persuasero i concittadini adunati in Generale Consiglio, a ribellarsi al presidio Sforzesco e ad aprire le porte agli assalitori, che entrarono così in Gualdo senza colpo ferire. Io credo però che su tale repentina determinazione, più che le buone grazie e le accoglienze del Piccinino, influisse la vista inaspettata di tante soldatesche che già disponevansi ad assediare ed assaltare la Città, e il timore di rappresaglie feroci da parte del prode e crudele Capitano che le guidava.

Ma se tanto facilmente poterono aver la Città, non fu così per la Rocca dove si erano rifugiate le milizie dello Sforza e che non accennavano a cedere, sicché il Piccinino, dopo averla stretta d’assedio, ricorreva per nuovi aiuti a Perugia, che verso la metà del mese seguente, mandava a Gualdo, arruolati per otto giorni, mille balestrieri, cinquecento dei quali raccolti nella città e cinquecento nel contado, capitanati da Nello di Pandolfo Baglioni, Baldassarre di Cherubino degli Armanni e Fabrizio di Rodolfo Signorelli, più cento cavalieri sotto il comando di Biagio da Castel del Piano e non poche vettovaglie, artiglierie e altri arnesi militari, che si usavano allora, per espugnare la Rocca.

Le milizie Sforzesche che vi erano rinchiuse si difesero strenuamente, sperando in qualche aiuto, ma dopo avere atteso inutilmente per vari giorni i soccorsi dello Sforza, sfiduciate si resero a patti.

Tra le carte della Camera Apostolica, nel R.° Archivio di Stato in Roma, e propriamente nel primo Registro delle Entrate e Uscite di Andrea de Pilis da Fano, Tesoriere Apostolico, tra le Espense extraordinarie, trovasi appunto parte del rendiconto di quell’ostinatissimo assedio; e infatti a c. 104 e 105t. leggonsi le annotazioni che qui sotto piacemi riportare, come curiosità storica: «…. Pro expugnatione arcis Gualdi Nucerii obsexe per gentes . … Nicolai Piccinini. . . Pro una briccola ordinata prò dicta expugnatione dicte arcis (funicchi di canape, naticchia e quadrati

129 – PARTE PRIMA – Storia Civile

grandi di ferro, palette di ferro, picconi, mazzamartelli, mazze e zeppe per spezzare pietre per detta briccola e bombarde) prò duabus ruotolis de bronzo de bronzo pond. 81 libr…. pro dicta briccola ecc. ecc. circa f. 200 ».

« 1443 5 Gennaio: Pro solvendo pretium quatuor limarum surdarum de acciario … pro obsidione et expugnatione arcis terre Gualdi Nucerii, silicet pro secando certos vergonos de ferro qui erant in quodam butino aquarum que exibant et egrediebantur de dicta arce, hoc ut inde posset intrare dictam arcem secrete usque in mensem ottobris p. p. fl. 9 ».

Inoltre i Ministri del Pontefice si affrettavano a innalzare nuovamente sugli spalti della nostra Rocca le abbattute insegne della Chiesa, tanto è vero che nello stesso Registro del Tesoriere Andrea de Pilis, a c. 131 trovasi scrìtto: Franciscus Antonii pictor… pro pretio et costo tredecim targonorum de ligno depictorum cum ansigniis seu armis SS.mi d. n. pp. Eugenii ab eo habitis prò… munitione et defensa dicte arcis Gualdi fl. 14, s. 50».

Compita così l’impresa, circa il 25 Ottobre, Niccolò Piccinino partiva dalla nostra città con il suo esercito, forte di ventimila uomini, condotti dai più valorosi Capitani della scuola di Braccio, andando a impadronirsi di Assisi e nell’Aprile dell’anno seguente, come se si trattasse di una popolazione di schiavi o di una mandria di pecore, a nome del Papa, offriva in vendita Gualdo ed Assisi ai Magistrati di Perugia, i quali per mancanza di danaro ne rifiutavano l’acquisto. (1)

E certo poco o nulla il Piccinino doveva aver cura dei paesi allora assoggettati, perché nell’istesso anno 1443, da Perugia veniva a lui inviato per Ambasciatore Giovanni di Macario, affinchè esponesse le tristi condizioni di Gualdo, colpito, a causa delle devastazioni subite dal territorio, da una spaventevole carestia, abbandonato a sé stesso e privo di munizioni e di soldati, si da essere facile preda per chiunque avesse voluto. L’ambasciata dei Perugini sembra giovasse a qualche cosa, giacché poco dopo la metà dell’anno seguente, essendo venuti in Gualdo Jacopo, figlio di Niccolò Piccinino, il quale ultimo pochi giorni dopo moriva, e messer Braccio di Malatesta Baglioni, questi dopo avere ammonito i cittadini di non tentare di ribellarsi alla Chiesa, prima di partire vi lasciavano abbondanti sussidi e un forte presidio per la difesa della città. In correlazione a ciò, mediante Breve dell’Agosto 1444, Eugenio IV inviava lodi ai Magistrati Perugini per aver presidiato

(1) A. Fabretti: Op. cit. Vol. II, pag. 124 – Graziani: Op. cit. pag. 501, 503, 506, 529 – G. POGGIO : Vita di Nicolo Piccinino. Venezia 1572. pag. 170 fe- P. PELLINI: Op. di. Parte II. pag. 487, 494, 495, 507 – A. SANSI : Op. cit. Foligno 1884. Parte IV, pag. 16, 17 – A. CRISTOFANI: Op. cit. – L. BONAZZI : ìj ; 0p. cit. Voi. I, pag. 664 – L. BELFORTI : Serie etc. Già cit. Tomo IV, pag. 72, 82 – Cronaca Eugubina di Ser Guerriero di Ser Silvestre dei Campioni. Già cit. . Anno 1441 della Cronaca – C. Manente : Dell’Historie Venezia

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Gualdo scacciandone i ribelli della Chiesa, mentre da parte loro gli stessi Magistrati di Perugia, nel mese seguente, mandavano dei messi in Foligno al Legato apostolico Card. d’Aquileja, affinchè dal Papa venisse abbonata ai Perugini la somma che avevano speso sino allora nel presidiare anche Gualdo, e per compire l’opera, prima della fine dell’anno, inviavano al Papa Ludovico Baglioni e Carlo Coppoli per raccomandargli la nostra città.

Ma quasi in risposta alle felicitazioni Papali e alle raccomandazioni dei Perugini, i numerosi Fuorusciti Gualdesi rialzavano improvvisamente la testa, e infatti verso il mese di Novembre, unitisi alla Pergola coi Fuorusciti di Assisi e di Perugia, d’accordo col Vicario che vi risiedeva tentarono impadronirsi di Sigillo, che fu salvo solo perché i Perugini, avvertiti in tempo, vi mandarono a difenderlo alcune milizie, al comando di Biagio da Castel del Piano, Capitano della loro città. Per tanti torbidi, il 13 Febbraio 1445, Papa Eugenio IV inviava da Roma un suo Breve a Galeazzo Vescovo di Mantova, che era allora al governo di Gualdo e di Foligno, dandogli dettagliate istruzioni per la pacifica amministrazione di queste Terre e nella seconda metà del seguente mese di Maggio si recava anzi in Gualdo lo stesso Legato di Perugia e del l’Umbria Card. Domenico Capranica, già Vescovo di Fermo. A questo tempestoso periodo, si riferisce anche una nota che, con la data 8 Febbraio 1445, trovasi nel Libro d’entrata e uscita di Niccolo de Caputiis, facente parte dei Registri della Tesoreria Apostolica di Città di Castello, esistenti nell’Archivio di Stato in Roma, nel quale Libro, a c. 190, leggasi: « Uni sotio Bartolomey de Aquila destinato ad Gualdum et Fabrianum ad presentendum de gentibus armigeris capitanei et Comitis Caruli, videlicet de eorum transitu, bol. 40 ».

Nel 1446, le soldatesche di Francesco Sforza, prima di partirsi dall’Umbria, assaltavano e devastavano Gualdo, alla quale, magra consolazione, perveniva un Breve del nuovo Papa Nicolo V, dato a Roma nell’Aprile del 1447, con cui si riconfermavano gli Statuti, le esenzioni, i privilegi e gli indulti, concessi ai Gualdesi dai precedenti Pontefici. Più utile fu invece al Comune, un accordo intervenuto con la Camera Apostolica, mediante il quale si poneva fine ad una vertenza insorta perché il Comune stesso, da vari anni, si rifiutava di pagare alla Camera suddetta, il balzello Pontificio di duecento fiorini all’anno, che andava sotto il titolo di Sussidio. La vertenza era stata anche inasprita dal fatto, che il Tesoriere della Camera Apostolica nel Ducato di Spoleto, Cesare da Lucca, pretendeva amministrare con un suo Agente le entrate e le uscite del Comune di Gualdo, mentre invece quest’ultimo, a norma dei propri Statuti, intendeva che di tale gestione si occupasse, come era naturale, il Camerlengo Comunale. Il trattato di accordo fu stipulato il 21 Agosto 1447, fu approvato dal Papa, come vedremo, due anni dopo e conteneva le seguenti disposizioni: Il Tesoriere della Camera Apostolica, abbonava al Comune di Gualdo la somma arretrata che avrebbe dovuto pagare per il balzello detto Sussidio,

131 – PARTE PRIMA – Storia Civile

ed il Comune, da parte sua, prometteva di versare in avvenire, ogni anno, alla Camera su nominata, per questo balzello, non più duecento ma bensì ottanta fiorini, in ragione di quaranta bolognini per fiorino. Al Tesoriere della Camera Apostolica nel Ducato Spoletino, sarebbe spettato il diritto di nominare il Camerlengo o Amministratore degli introiti ed esiti del Comune di Gualdo. Dovendosi aumentare in tale Comune le varie Collette, l’aumento non avrebbe potuto superare la somma di quindici denari per ogni libbra e avrebbe dovuto corrispondere ad un proporzionale aumento della suddetta quota spettante alla Camera Apostolica per il Sussidio. Le spese Comunali si sarebbero dovute mantenere in futuro come al presente. Alcuni balzelli esigibili in Gaifana, verrebbero riscossi dal Comune di Gualdo sino a che non fossero stati completamente rimborsati alcuni cittadini Gualdesi, che avevano dato a mutuo al Comune stesso, una certa somma di danaro, quando la Rocca di Gualdo fu riconsegnata e ceduta a questa città dalla Santa Sede, ma effettuato tale rimborso, il prodotto dei balzelli su ricordati si devolverebbe alla Camera Apostolica. Gli introiti derivanti dalle multe dette delle Canne Murarie, si dovrebbero rimettere a un Depositario nominato dai Rettori delle Arti, per servire alla costruzione e riparazione delle mura Castellane e delle Torri cittadine. I sei fiorini, che ogni semestre si rilasciavano al Comune di Gualdo per acquisto di Balestre e di altre armi, si seguiterebbero a rilasciare per tale uso. Finalmente, chi contravvenisse ai patti suddetti, andrebbe soggetto alla multa di mille ducati d’oro, a vantaggio della parte osservante.

Intanto, nel Febbraio di quello stesso anno 1447, i Perugini avevano dovuto mandare le loro milizie tra noi, perché i Fuorusciti Gualdesi, approfittando della morte di Papa Eugenio IV, avevano tentato di rientrare violentemente in patria, impadronendosi di Gualdo, dove per di più si agitavano i Ghibellini non proscritti, sì da venire alle armi con l’avversa fazione dei Guelfi agli 11 di Marzo, nella Piazza Maggiore, avanti la Chiesa di S. Benedetto. D’altra parte gli stessi Fuorusciti Perugini, capitanati da Michelotto di Sighinolfo dei Michelotti, che con il consenso Papale, aveva preso stanza nel già ricordato Feudo Gualdese della sua famiglia , detto la Torre Grande o Torre del Grande, continuamente infestavano il Comune di Gualdo, tanto che il Pontefice, pressato dai Magistrati Perugini che a lui avevano appositamente inviato quale Ambasciatore Pietro di Filippo degli Oddi, nell’Ottobre di quello stesso anno, indirizzava un Breve al suo Governatore in Perugia, affinchè intimasse a Michelotto ed ai suoi seguaci, di rispettare il territorio Gualdese e quello delle vicine località. E certo fin queste occasioni, i Perugini dovettero mandare non poche truppe anche a Gualdo per mantenervi l’ordine, poiché nel Gennaio del seguente anno 1448, facendosi i conti tra Perugia e la Camera Apostolica, risultò che la prima aveva spesi in servizio della Santa Sede, mille e ottocento fiorini per presidiare Gualdo e le Terre vicine, onde impedire ogni moto popolare, nel breve tempo che per la morte di

132 – PARTE PRIMA – Storia Civile

Eugenio IV, era rimasto vacante il Seggio Papale. Ma con tutto ciò, anche in quello stesso anno 1448, accadevano tra noi altri torbidi, per avere nuovamente invaso i Fuorusciti Perugini il nostro territorio, partendosi dal quale, più volte invano tentarono impadronirsi di Assisi. (1)

II nuovo Papa Nicolo V, si adoperò non poco per munire di valide fortificazioni la nostra città, che appunto in quell’epoca, specie nel 1449, veniva devastata da una fierissima pestilenza. In tale anno, il Comune di Gualdo inviò anzi alcuni suoi Delegati al Pontefice, perché venissero ridotti i tributi che si pagavano alla Camera Apostolica. Il Pontefice da Fabriano, con Breve del 30 Luglio, avvertiva i nostri Magistrati, che nessuna modificazione poteva farsi circa i tributi suddetti e contemporaneamente preannunziava l’invio in Gualdo del già ricordato Cesare da Lucca, con l’incarico di ricondurre invece l’ordine e la tranquillità tra i cittadini divisi da civili discordie e dalle lotte di parte. Poco dopo, con altro Breve del 1 Ottobre, pure dato a Fabriano, Nicolo V approvava e confermava la già citata Convenzione del 21 Agosto 1447, intervenuta tra il Comune di Gualdo e il Tesoriere della Camera Apostolica, per effetto della quale la gabella detta Sussidio, che dal Comune ogni anno era versata alla Camera Apostolica nella somma di duecento fiorini, veniva invece ridotta ad ottanta fiorini. Ma il Papa dava questa approvazione e conferma a patto che anche gli ordinari introiti e redditi Comunali sino allora percepiti dal Comune di Gualdo, fossero stati invece devoluti alla Camera Apostolica e che le multe riscosse sotto il titolo delle così dette Canne Murarie, dovessero andare esclusivamente per restaurare le Mura Castellane. Il Pontefice, approvando tale convenzione, vi aggiungeva la clausola che i quarantadue fiorini i quali si ricavavano allora dagli estimi sulle possessioni, si dovessero versare mensilmente, come in passato, al Camerlengo di Gualdo, ma dovessero essere poi elargiti nel modo seguente: Trenta fiorini, in ragione di bolognini trentotto per fiorino, si dessero ogni mese al Castellano della Rocca Flea, i dodici restanti, andassero al Camerlengo della Camera Apostolica.

Prima che finisse l’anno, Nicolo V, mentre si recava da Fabriano in Assisi, sostò in Gualdo trascorrendovi la notte del 14 Novembre e proseguendo poi il suo viaggio verso Roma, il giorno 21 emanò da

(1) Graziani: Op. cit. pag. 555 – L. Belforti: Serie etc. Già cit. Tomo IV. pag. 124, 134, 176,. 190, 199, 202 – P. PELLINI : Op. cit. Parte II. pag. 510, 535, 539, 558, 563 – G. SlLLANl : Op. cit. pag. 87 – L. JACOBILLI. Vite dei Santi, e Beati, di Gualdo. Già cit.., pag. 88 – L. FUMI : Inventario e spoglio dei Registri della Tesoreria Apostolica di Perugia e Umbria dal R°. Archivio di Stato, in Roma. Perugia 1901. pag. LXI – Archivio Storico Italiano. Tomo XVI. Parte II (Regesto e documenti), pag. 584 – G. Belforti : Indice delle Bolle, Brevi e Diplomi della Cancelleria Decemvirale di Perugia. Tomo II. Bolla 160 – L. AMONI : Op. cit. pag. 123, 127 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XV. N°. 9 ; Raccolta di documenti storici Gualdesì dal XIII al XVIII secolo. Doc. N». 10 – Arch. Vaticano ; Regesto Vatic. 377, c. 306.

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Spoleto un terzo Breve diretto al Comune di Gualdo, autorizzandolo a prelevare ogni anno e per la durata di un quinquiennio, cinquanta fiorini d’oro dal tributo che lo stesso doveva alla Camera Apostolica, dovendo tale prelevamento servire però di mercede per i Maestri Muratori preposti alla costruzione ed alla riparazione delle fortificazioni cittadine. Nel seguente anno 1450, essendo scoppiata in Roma una fierissima pestilenza, Nicolò V, riprese la via delle Marche e in tale viaggio, nella metà di Agosto, transitò nuovamente per Gualdo. Non va taciuto il fatto che il Pontefice, per proseguire da Gualdo a Fabriano, dovendo valicare l’Appennino, anziché incamminarsi per la più lunga ma comoda e abituale via di Fossato, preferì invece l’aspra e difficile via mulattiera sovrastante la nostra città, ed infatti, dopo aver salito il versante Gualdese dell’Appennino, traversato il valico di Valsorda tra Monte Serra Santa (m. 1348) e Monte Maggio (m. 1361), ridiscese il ripido e dirupato versante Fabrianese dell’Appennino stesso, sino al villaggio di Cacciano. Una tal via, anche oggi non facilmente praticabile, ancor meno accessibile deveva essere allora, specie per un corteo come quello che avrà scortato il vecchio Pontefice. Lo accompagnavano infatti, tra gli altri, anche sette Cardinali, dei quali il Cronista Fabrianese ci ha tramandato i nomi e cioè: Filippo Calandrini, fratello uterino dello stesso Papa; Prospero Colonna, Romano e nepote del Pontefice Martino V; Giovanni Le Jeune, detto il Cardinal Morinense; Guglielmo d’Estouteville, soprannominato l’Andegavense; Domenico Capranica, Romano e Arcivescovo di Fermo; Alain de Coetivy, chiamato anche l’Avignonese e Pietro Barbo, cioè il Cardinale Veneziano, che quattordici anni dopo, doveva divenire Papa con il nome di Paolo II. Fu in tale occasione, che Nicolò V assegnò a Gualdo la qualifica di Terra Murata.

In questo stesso anno 1450, insorsero delle contese con il Comune di Perugia a causa dei confini territoriali, per appianare le quali, i Magistrati Perugini dovettero inviare in Gualdo messer Contolo di Francesco e si ebbe infine una nuova concessione Pontificia, per cui i Rappresentanti di Gualdo, unitamente a quelli di Nocera, avrebbero potuto insieme liberamente trattare e conciliare le controversie insorte e da insorgere tra i due Comuni, a causa dei confini sulla montagna.

Ma per le popolazioni di allora, era la pace non altro che una vana parola e infatti nel Marzo del 1455, approfittando della morte di Papa Nicolo V, i Gualdesi, prese le armi, si sollevarono in massa ribellandosi al Podestà e facendolo prigioniero, senza che però riuscissero con ciò a sottrarsi al Governo della Chiesa. E forse in considerazione appunto degli ostili sentimenti, che pare animassero in quel tempo la popolazione Gualdese, il nuovo Pontefice Calisto III, con Breve dato a Roma il 25 Settembre dell’anno seguente, diretto ai nostri Priori ed ai nostri Podestà, presenti e futuri, in considerazione del gran numero di rapine, ferimenti, omicidi, ribellioni ed altri crimini che allora ogni giorno si commettevano in Gualdo e che restavano spesso impuniti, aggravava la già pesante

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mano della Giustizia sui reprobi e sui ribelli, vietando per l’avvenire ai Reggitori del Comune, di porre in libertà qualsiasi reo senza uno speciale mandato Apostolico. (1)

Con tutto ciò, poco dopo, Gualdo sfuggiva nuovamente al Papato. Infatti, verso la metà del 1458, seri malumori erano sorti tra il Papa e Re Alfonso di Napoli e pareva che, da un momento all’altro, dovesse scoppiare la guerra; sicché essendo morto nei primi giorni di Agosto Papa Calisto III, Jacopo Piccinino figlio di Niccolo, combattendo allora in Romagna per conto del Re di Napoli, volse le armi contro le città della Chiesa nell’Umbria e in quello stesso mese s’impossessava anche di Gualdo, che per timore di rappresaglie gli si dava senza la minima resistenza, non riuscendo però possibile al Piccinino d’impadronirsi contemporaneamente pur della Rocca. A tale proposito, esiste una lettera di Andrea da Fano, Commissario Pontificio in Foligno, che forse per conto del Papa sorvegliava le azioni del Piccinino, la quale lettera, diretta ai Priori di Spoleto, contiene le frasi seguenti : « Questa matina scripsi a le S. V. de quanto occorria pro tunc nunc nuper super certi quali io mandai ad sapere del campo del conte Jacobo, ho prescrutato como hjeri (17 Agosto) esso era a Gualdo, et che Nucerini erano tucti in arme et che questa matina non se sono veduti li fochi unde che alloggiava il Conte Jacobo, si che he segno si he partito . .. anchora non si sa che progresso habia facto, lo saperò hogi et del tucto ne sarite avvisati». Alla loro volta, gli stessi Priori Spoletini, seguivano vigili le mosse del temuto Capitano di ventura e ne rendevano consapevoli i Colleghi delle vicine città, specialmente quelli di Assisi, ai quali infatti così scrivevano il 14 Agosto: «Per fare nostro dovere de quello noi sentemo, ve advisamo como al presente semo advisati dal Comune de Fuligni e altri lochi nostri amicissimi come Jacomo Piccinino se sia mosso de campo et è venuto ad alloggiare ad ponte Rievicoli doi miglia de qua da Cantiano: et 400 fanti hanno passato li monti de Gualdo et 200 vengono per la via del Pianello : et 200 de so Gualdo : dubitamo non veglia nella nostra parte che venendo non passino senza impedimento de costingi: volemo haverne advisati e da quello che avemmo da certi soldati che passarono di qua, se dice degano intrare fanti nelle vostre Rocche. Di ciò che mai sentemo, ve certificaremo ad ciò che non siate colti improviso: offerendoce

(1) L. JACOBILLl : Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 49; Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 21, 89 – PIETRO ANGELO di GIOVANNI: Cronaca Perugina del secolo XV, pubblicata nel Bollettino della R a . Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Vol. IV, pag. 109 – P. PELLINI: Op. cit. Parte II, pag. 586,620 – L. Belforti : Serie etc. Tomo IV, pag, 235 – Graziani: Op. cit. pag. 620 – garampi : Op. cit. pag. 241 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XV. N°. 13, 14, 15, 16 – Biblioteca Comunale di Fabriano : Cronaca Fabrianese di Costanzo Gili e Silvestro Guerrieri. ms. e, 117 – Arch, Vaticano: Reg, Vatic. N°. 410, e, 154; Reg, 26, e. 154,

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sempre ad ciò che ve bisogni. Confortamove alla unione et essere costanti et fermi alla devotione de sancta Chiesa ».

Indi a poco, anche la Rocca di Gualdo si arrendeva al Piccinino, ma con assai onorevoli condizioni, come risulta da un documento dell’Archivio Vaticano ove leggesi il seguente accordo : « Questi sono Capituli pacti et conventione, facti, iurati et firmati fra lo Ill. S. Comte Jacobo Piccinino de Aragona etc. et lo Venerabile et magnifico missere Ambrosio de la Rocha et missere Berardo Lopiz Commissarij de la Maestà de S. Re Fernando de Aragonia Re de Cecilia et de Hierusalem etc. da una parte e li nobili huomo Johanne de Mescua castellano de la rocha de Gualdo da l’altra parte. In primis che lo dicto Castellano et compagni sono tenuti guardare e conservare la dicta rocha ad honore e fidelitade de la Santità de Nostro Signore e de la santa Chiesa fino a tanto che nostro Signore el papa e la prefata Maestà del Re haverano accordato lo dicto Ill. Comte in quista presente et che in quisto mezo li dictì castellano et compagni non posseno acceptare gente alcuna de la Chiesa ne altra in la dicta rocha ne li daranno alcuno adiuto ne favore ne offenderanno la terra de Gualdo ne homini d’essa excepto in caso che per lo dicto Comte o altri fossero offesi. Et lo Ill. Comte promitte de non offendere la dicta rocha ne li homini che al presente vi sono durante quisto tempo de acordo fino levarà e farà levare incontinenti tute offese che avesse preparate contra la dicta rocha e le gente d’arme. Item promitte pui el prefato Ill. Comte de lasare per governo de la terra de Gualdo lo venerabile misser Ambrosio de la Rocha lo quale tenga essa terra per parte de la Maestà de S. Re in deposito fin intanto che la Santità de nostro Signore el papa e la prefata Maestà del Re haverano accordato el prefato Comte Jacobo lo qual messer Ambrosio serrà tenuto e iurarà osservare e fare observare li presenti capitali e dare victualie e altre cose necessarie a li dicti Castellano e Compagni dummodo per loro sia observato tuto lo suprascripto. Che non observando sia licito al dicto Ill. Comte tornare contra la dicta rocha e offenderla non obstante li presenti capitali. Item che firmati et iurati li presenti capituli lo dicto castellano possa scrivere e mandare inseme cum lo dicto misser Ambrosio a nostro Signore el papa notificando alla Santità sua lo presente acordo. Item che sia licito al dicto castellano in caso che alcuni de li Compagni che al presente sono ne la rocha sen de volesse exire o fosse domandato dal suo comestabili mettere altro compagno in locho suo a sua electione».

Nel frattempo, essendo morto Alfonso di Napoli, Pio II succeduto a Papa Calisto, veniva ad accordi con il nuovo Re Napoletano Ferdinando d’Aragona, che perciò, unitamente al Duca di Milano, costringeva il suo Capitano a restituire le città poco prima tolte alla Chiesa, tanto più che, per l’insufficienza delle sue forze, quest’ultimo non avrebbe potuto conservarne a lungo il possesso e infatti Jacopo Piccinino, benché a malincuore, nel Gennaio del seguente anno 1459, riconsegnava al Pontefice anche la nostra città, la quale, annessa al Distretto Pontificio di Spoleto e Foligno,

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senza però sfuggire del tutto all’influenza politica di Perugia, veniva governata dai Legati papali che erano a capo del Distretto stesso.

Reso forse accorto dall’assalto del Piccinino, con Bolla data a Perugia il 16 Febbraio di quello stesso anno 1459 e diretta alla Comunità ed alla cittadinanza Gualdese, Pio II, dopo avere a questa concessa una completa amnistia per ogni genere di reato e approvati gli Statuti ed i privilegi che la stessa godeva, rilasciava al Comune per un biennio, metà degli introiti Camerali, da servire alla restaurazione ed al rafforzamento delle mura della città. Inoltre essendo stato quivi inviato, come Conestabile, un tal Giorgio da Massa ed essendosi questo per la sua disonestà, reso subito odioso alla popolazione Gualdese, il Pontefice, a prevenire sommosse e tumulti, con Breve dato a Siena il 27 Febbraio, lo trasferiva a Viterbo e nominava in sua vece Galerano dei Galerani da Siena. Inoltre la nostra Rocca, forse per timore di novelle sorprese, veniva anche meglio munita nel Gennaio del 1460, per opera di quello stesso Papa, che ne aveva allora affidata la custodia al proprio cognato, Conte Giacomo Tolomei da Siena. Costui nel 1449, lo vediamo Governatore di Foligno, Gualdo, Assisi, Nocera ed altri luoghi vicini, precedendo in tale Officio, l’altro parente del Papa, Nanni Piccolomini, che fu governatore di queste città nel 1460 e Francesco Patrizi da Siena, Vescovo di Gaeta, che lo fu nel 1461.

Nel suddetto anno 1460, il Pontefice, con Breve dato a Siena il 16 Febbraio e diretto al Tesoriere della città di Perugia, rilasciava ai Gualdesi parte dei tributi che la Camera Apostolica esigeva in Gaifana, purché fossero stati impiegati per pagare il Maestro di scuola del Comune di Gualdo.

Due anni dopo, il 10 Gennaio, quello stesso Niccolo Piccinino che nel 1442 vedemmo impadronirsi di Gualdo, emanava ora dalla Rocca di Assisi, quale Capitano Generale del Pontefice il suo benestare ai seguenti Decreti, presentatigli dalla Magistratura Gualdese: Si ammistiavano tutti coloro che, per ribellione alla Santa Chiesa, erano fuorusciti, purché ritornassero sottomessi entro Gualdo. Si dichiaravano abolite e nulle le taglie imposte nel tempo passato. Si dava facoltà ai Gualdesi di potersi fornire di vettovaglie e frumento nel contado di Perugia, in considerazione della carestia, accresciuta dal fatto che Gualdo era Terra de passo. Si dovevano mantenere, come in antico, senza cioè accrescerli, i balzelli e le gravezze fiscali imposti alla cittadinanza. Veniva ordinato che il provento delle pene e delle multe, il quale per la massima parte andava a beneficio della Camera Apostolica e dello stesso Piccinino, in una certa proporzione dovesse essere ritenuto dal Comune a scopo di restauro delle Mura civiche. Che i castelli di Crocicchio e Caprara, quest’ultimo allora posseduto dalla celebre Abbazia di S. Maria di Valdiponte o Montelabate, nella Diocesi di Perugia, tornino sotto il dominio di Gualdo come lo erano sempre stati in passato. Che qualsiasi persona la quale, con qualsivoglia titolo, venisse inviata al Governo della città, debba essere cittadino di Perugia senza eccezione. Che gli antichi Statuti Gualdesi debbano, anche in futuro, essere mantenuti in vigore, eccetto un

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Capitolo dello statuto stesso, posto sotto la rubrica De pena facentium iniuriam parentibus, il quale, per la sua iniquità, doveva essere cancellato e annullato. Che le donne già dotate dai genitori o da altri consanguinei o da estranei, morendo i genitori intestati, non abbiano diritto a successione coesistendo altri figli maschi. Che infine il salario del Rettore o Primo Magistrato Gualdese, debba essere aumentato di sei fiorini. Questi Decreti ebbero poi in tutto la loro effettiva applicazione, meno per ciò che si riferisce al castello di Caprara, che fu invece restituito soltanto nel 1589, come in seguito si vedrà. E in quanto alla restituzione di Crocicchio, non sappiamo se allora avvenisse o se anch’essa mancò.

In questo frattempo, il Comune di Gualdo aveva domandato alla Santa Sede, che una ragionevole ed equa parte delle tasse che doveva pagare alla Camera Apostolica, restasse invece al Comune stesso per opere di pubblica utilità. Il Tesoriere Camerale residente in Perugia, con Decreto del 10 Dicembre 1462, fu autorizzato dalla Camera Apostolica a stipulare un tale accordo con il nostro Comune.

Nel 1464, Papa Pio II, partito da Roma con quattordici Cardinali e gran numero di personaggi e soldati per capitanare la guerra contro i Turchi, andando da Assisi a Fabriano, ai primi di Agosto transitò anche per Gualdo nell’intento di raggiungere Ancona, dove però nello stesso mese morì. Dopo ciò, non sarà qui inutile ricordare, che nei suoi molteplici rapporti con Gualdo, Pio II ebbe spesso a servirsi di uno dei suoi più cari ed illustri famigliari e cioè di Antonio de Noxeto, da Luni, che inviò più volte anche personalmente nella nostra città.

Il nuovo Pontefice Paolo II, il 7 Ottobre, con Bolla data a Roma e diretta al Comune di Gualdo, dopo averne confermato gli Statuti e i privilegi concessi dai suoi predecessori, rilasciava allo stesso, per un anno, la terza parte della somma dovuta annualmente alla Camera Apostolica, purché venisse impiegata a riparare le fortificazioni cittadine. A proposito di balzelli, possiamo anche ricordare che, sin dall’anno 1468, il Comune di Gualdo era tenuto a pagare annualmente alla Curia del Ducato di Spoleto, per la visita del Rettore del Ducato stesso dieci libbre di denari, per riconoscimento di dominio settantacinque libbre, per il Papa fiorini cinquanta; tali gravami li ritroviamo ancora in pratica sessanta anni dopo.

In questa seconda metà del secolo XV, si completò la legislazione Gualdese, mercé una serie di riforme ed aggiunte agli antichi e certo insufficienti Statuti Comunali. Già nell’adunanza del 27 Dicembre 1468, il General Consiglio deliberava molteplici Riformanze Statutarie, che vennero approvate il 31 di quello stesso mese dal Legato Perugino e con le quali si stabiliva quanto appresso:
– I. I quattro Rettori delle Arti del Comune di Gualdo, unitamente ad altri otto uomini da designarsi dai Rettori stessi nella proporzione di due uomini per ciascun Rettore, avranno pieni poteri di modificare e decretare qualsiasi cosa che risultasse ad utilità e

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decoro del Comune stesso.
– II. Gli Ufficiali del Danno Dato, andando in giro per il loro ministero, si faranno accompagnare da un Baiulo Comunale in presenza del quale dovranno esplicare le loro operazioni e in mancanza di questo potrà negarsi fede ai loro esposti.
– III. Gli Ufficiali del Danno Dato imbussolati, avranno arbitrio nei mesi di Settembre e di Ottobre, di procedere contro coloro che danneggiassero le vigne, sia in persona sia con animali, ed anche contro coloro che in detta epoca non tenessero i cani legati, ma fuori di tale tempo sia ridotta la loro autorità, Dopo compilate le su esposte Deliberazioni, i quattro Rettori delle Arti, unitamente agli otto cittadini da essi scelti, addivennero alle seguenti riforme dello Statuto:
– I. Per decoro del Rettorato, i Rettori stessi, durante il loro Officio, non potranno indossare vesti, clamidi e mantelli con scapolari che non siano colorati, pena venticinque soldi di multa, da devolversi metà alla Camera Apostolica e metà per i bisogni del Palazzo dei Rettori stessi.
– II. I quattro Rettori, tutte le domeniche e negli altri giorni dalla Chiesa dichiarati festivi, dovranno risiedere in permanenza nel Palazzo del loro Officio, né potranno da questo uscire se non per qualche grave ed improvvisa evenienza e sulla maggiore o minore necessità dell’uscita, avrebbe dovuto prima dare il suo giudizio il Cancelliere del Comune; concessa l’uscita, saranno però obbligati a condurre seco un famiglio od un compagno e allontanandosi soli, incorreranno nella multa di venticinque soldi da destinarsi come sopra è detto. Nei giorni non festivi, basterà la presenza continua nel Palazzo Pubblico di due soli tra essi.
– III. Durante il tempo che ricopriranno l’Officio di Rettori, ad essi sarà vietato esercitare arti manuali specialmente in pubblico, sotto pena ai contravventori della multa suddetta.
– IV. Durante il loro Officio, i Rettori dovranno : mantenere, a proprie spese, uno o due famigli per gli eventuali servizi e così non facendo incorrerebbero nella pena di due fiorini di Camera, da devolversi come già è stato detto.
– V. Il Priore dei Rettori, recandosi dalla propria abitazione ad esercitare il suo Officio nel Pubblico Palazzo e durante il ritorno da questo a casa sua, andrà accompagnato da uno o più Trombetti Comunali, i quali; in ogni ora, dovranno tenersi pronti a compiere detto servizio, sotto pena di cinque soldi di multa da prelevarsi sul loro salario e da destinarsi nel modo solito.
– VI. I Rettori, almeno due volte al mese, sotto il vincolo del giuramento e sotto pena di venticinque soldi di multa, dovranno presentare al Podestà i pubblici Ufficiali del Comune, multare gli assenti e devolverne il ricavato al Camerlengo.
– VII. Il Cancelliere del Comune, quando i Rettori al principio dei loro Officio prestano giuramento, leggerà agli stessi ed esporrà chiaramente in lingua volgare gli Statuti che li riguardano. Lo stesso Cancelliere dovrà prendere in seguito nota di quei Rettori che contravvenissero agli Statuti in parola, per multarli, detraendo l’importo della multa dal loro salario, compiuto che avranno il Rettorato. In quanto al Cancelliere, quando verrà il giorno del di lui Sindacato, sarà punito con la multa di due fiorini di Camera

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da ritenersi sullo stipendio, quante volte risultasse avere egli mostrato negligenza o partigianeria nell’incombenze ora indicate.
– VIII. Lo stesso Cancelliere del Comune, oltre il Registro che abitualmente tiene per annotarvi quanto si riferisce all’azienda Comunale, riceverà dai Rettori un altro libro nel quale, entro il termine di dieci giorni, dovrà trascrivere ogni singolo libro dei Massari del Comune, per poi restituirlo, ben completato, entro i dieci giorni susseguenti, ai Rettori suddetti, pena la multa di due fiorini, da ritenersi sul suo salario ed applicarsi come più volte si è detto.
– IX. I Sindacatori del Podestà, saranno quelli che dovranno sindacare anche il Cancelliere e gli altri Ufficiali forensi. La paga per questa operazione, andrà divisa in tre parti uguali tra i due Sindacatori e il loro Notaro.
– X. Si approvò infine quanto era stato fatto dagli appositi Commissari per la rinnovazione del Bussolo e si affidò al Podestà di Gualdo l’adempimento dei su descritti Capitoli, sotto pena di dieci libbre di denari, da prelevarsi sullo stipendio del Podestà stesso.

Nella seconda metà di Gennaio del 1469, Gualdo ospitava l’Imperatore Federico III di Germania reduce da Roma, Perugia ed Assisi; tale visita doveva già essere avvenuta alquanto prima, ma era stata poi prorogata, tanto è vero che in un Registro delle entrate e delle uscite (1467 – 1469) di Giovanni Rosa, Tesoriere Apostolico, conservato tra le carte della Camera Apostolica, nel R°. Archivio di Stato in Roma, fra le Expense extraordinarie, a c. 137, trovasi l’annotazione seguente: ……… Hieronimo de Velis in accessu per ipsum factum Gualdum ad preparandum prò Serenissimo Imperatore in eius adventu et prò certis rebus emptis et postea venditis, quia de ipsis fuit perditum et amissum quia serenissima sua Maiestas non fecit tunc illud iter. fl. 7, sol. 40 ».

Con Breve dato a Roma il 15 Novembre 1471, diretto al Comune di Gualdo, Papa Sisto IV riconfermava anzi tutto gli Statuti, privilegi e concessioni spettanti alla Città; stabiliva poi che in futuro, all’Officio del Camerlengato in Gualdo, anziché un apposito Camerlengo, che era per solito forestiero, si eleggessero invece, ogni bimestre, due pubblici Ufficiali Gualdesi incaricati, per quanto si riferiva ai tributi Camerali, di tenere i Registri di contabilità, di se gnarvi cioè le entrate e le uscite, ma non aventi autorità di conservare i relativi introiti, che dovevano versare invece ogni due mesi al Tesoriere di Perugia, previa presentazione dei Registri suddetti; questi due Ufficiali avrebbero avuto poi il diritto di dividersi, come stipendio, quello che già spettava al Camerlengo. In terzo luogo, essendosi già i Gualdesi lamentati per l’eccessiva somma (ottanta fiorini d’oro annui) che, come Sussidio, dovevano versare alla Camera Apostolica, senza considerare che la stessa Camera percepiva allora tutti gli altri introiti della Città, la quale per di più pagava al Castellano trecentosessantasei fiorini d’oro all’anno per suo stipendio, il Pontefice, nel Breve in discorso, assicurava che in tale questione sarebbero state assunte informazioni presso il Legato e il Tesoriere di Perugia, per provvedere, se del caso. Finalmente, Sisto IV chiudeva la sua

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lettera concedendo al Comune di poter erogare la metà della somma ricavata dalle pene sui Malefici e sui Danni Dati, per la riparazione del Palazzo del Podestà e dei Priori in Gualdo.

Poco dopo, il 1 Dicembre di quello stesso anno, il General Consiglio Gualdese emanava altri Decreti, approvati poi dal Legato Papale Jacopo Piccolomini detto il Card. Papiense, in forza dei quali furono prese le seguenti disposizioni:
– I. Un artiere che, avendo eseguito qualche lavoro, debba riceverne la mercede, dopo trascorsi due anni non potrà più pretenderla e i suoi libri di bottega non avranno alcun valore in giudizio. Oltre i due anni, solo saranno riconosciuti validi quei crediti stabiliti con pubblici Istrumenti notarili, quelli riferentisi a creditori che fossero stati assenti o in qualche modo impediti a far valere i loro diritti o che avessero età minore di venticinque anni. – II. In conseguenza di quanto sopra, non potrà procedersi contro i debitori, dopo trascorsi due anni, salvo sempre le eccezioni già specificate.
– III. I Rettori del Comune di Gualdo, non dovranno né pubblicamente, né occultamente, ire ad assotiandam aliquam sponsam, sotto pena di venticinque libbre di denari da erogarsi per metà alla Camera Apostolica e per l’altra metà in restauri nel Palazzo dei Rettori stessi.
– IV. Questi ultimi, neppure dovranno ire ad assotiandum aliquem mortuum durante i funerali, fatta eccezione per i consanguinei fino al terzo grado e per i defunti insigniti di qualche onorificenza o autorità, pena come sopra ai contravventori.
– V. I suddetti Rettori non potranno metter piede nella Rocca se non quando, risiedendo in essa il Governatore o il Tesoriere, per debito di cortesia saranno tenuti a recarsi colà per riverirli, pena come sopra.
– VI. Sarà vietata l’usanza di far la sbarra, alle spose, quando si recano nella casa del marito, essendo ciò spesso motivo di risse e di scandali, sotto pena di venti soldi per persona, da destinarsi per metà al Comune di Gualdo, per una quarta parte all’accusatore, e per il restante ai restauri del Palazzo dei Rettori Comunali. Tale disposizione non avrà però effetto per i contravventori di età inferiore ai dieci anni e nel caso in cui la sbarra consista nel chiudere le porte della città alla sposa che proviene dal contado. -VII. Essendosi in passato verificati casi di imperizia, i Podestà e i Pretori della città che non fossero Dottori, a proprie spese condurranno sempre seco in Officio, quale Collaterale, un genuino Dottore, pena venticinque libbre di denari, da ritenersi sul loro stipendio e da impiegarsi come sopra.
– VIII. Essendosi verificate in passato innumerevoli appropriazioni di beni stabili Co­munali da parte di privati cittadini, i Rettori del Comune dovranno eleggere quattro uomini, uno per ciascuno, incaricati di ricuperare, per il Comune stesso, i beni usurpati. Il loro salario verrà detratto dal capitale in tal modo riacquistato, però mostrandosi costoro negligenti, incorreranno invece nella pena di venticinque libbre di denari per ciascuno e per ogni negligenza, la qual somma sarà erogata per metà alla Camera Apostolica, per l’altra metà agli accusatori ed agli esecutori della sentenza. Il ricupero dei beni, dovrà però essere posto in pratica

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solo per ciò che fosse stato usurpato al Comune da meno di venticinque anni.
– IX. In relazione al precedente articolo, tutti coloro che da venticinque anni in poi, avessero occupato beni stabili Comunali, sarebbero tenuti a dichiarare spontaneamente, la quantità e qualità dei beni stessi, nonché la loro ubicazione, entro il termine di tempo che si prescriverà con apposito bando.
– X. Chi personalmente o con animali, per l’avvenire, presterà servizio ad altri in lavori agricoli, dovrà richiedere la pattuita mercede, entro tre mesi dalla prestazione d’opera. Per i lavori compiuti innanzi la pubblicazione del Decreto in discorso, tale termine s’intenderà prorogato sino a sei mesi.

Due anni dopo, con Breve dato a Tivoli il 18 Agosto 1473, il Pontefice Sisto IV, in seguito a preghiera del Comune di Gualdo, riconfermava la suindicata disposizione del 15 Novembre 1471, relativa all’Officio di Camerlengo in tale città; ma poco dopo, con altro Breve dato a Roma il 23 Dicembre 1473, abrogava invece quella concessione e nominava, per tutto l’anno 1474, al Camerlengato e Cancellierato di Gualdo, Evangelista de Rubeis, famigliare e Commensale Pontificio, con facoltà di poter esercitare anche per mezzo di altri un tale Officio. (1)

Di quest’epoca, ci rimangono memorie da cui risulta che la carestia e la peste allora infierivano in Gualdo. Alla carestia si riferisce un Decreto del Legato di Perugia e dell’Umbria, Nicolo Perotti, Arcivescovo di Manfredonia, Decreto riconfermato il 30 Marzo 1477, con il quale si prescrivevano gravissime pene per chi avesse asportato dal contado Gualdese biade e frumenti, per chi avesse fatto macinare questi prodotti fuori del Comune, per chi, essendo provvisto per proprio uso di sufficienti quantità di cereali, ne avesse acquistato in maggior copia e per chi infine avesse danneggiato o inquinato l’acquedotto e le pubbliche fonti. Con la pestilenza hanno poi relazione numerosissimi testamenti, che dal 1476 al 1486, ritroviamo tra i Rogiti del nostro Archivio Notarile, testamenti che quasi sempre si dicono fatti «propter epidemiam», oppure

(1) P. PELLINl: Op. cit. Parte II, pag. 644, 699 – A. sansì : Op. cit. Parte IV. Foligno 1884. pag. 48, 51 e seg. – Cronaca Eugubina di Ser Guerriero di Ser Silvestro dei Campioni. Già cit. Anni 1458, 1459, 1464 e 1469 della Cronaca – L. belforti : Serie eie. Già cit. Tomo IV, pag. 362, 364 – Graziani : Op. cit. pag. 632 – A. dei VEGHI: Op. cit. pag. 35 – Cronaca Perugina di Pietro Angelo di Giovanni. (Edita nel Bollettino della R a . Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Vol. IV, pag. 343, 345,355) – Arch. Vaticano: Arni. XXIX, To. 10, e. 280 e To. 29, e. 300t – V. Villani : Memorie di Perugia. ms. edito dal Fabretti. Torino 1888. pag. 99 – A. Cristofani: Op. cit. – A. Fabretti: Op. cit. Vol. II, pag. 287 – T. BOTTONTO : Op, cit. Vol. 11, pag. 116 – S. BORGIA : Memorie Istoriche di Benevento. Già cit. Tomo III, pag. 392 – Archivio Storico per le Marche e per l’Umbria. Vol. III, pag. 165 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XV. Pergamene dal N°. 17 al 25; Raccolta di documenti storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Docum. N°. 12 – A. ALFIERI: L’Umanista Giacomo Minutali. Città di Castello 1913. pag. 15, 17, 18 – L. Cribelli : De expeditione Pii pape secundi in Turcas. (In Rerurn ital.. Script, del Muratori. Tomo XXIII. Milano 1733. Colonna 65, B) – M. Faloci PULIGNANl : Le Cronache di Spello degli Otorini (In Bollettino della Ra. Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Perugia 1918. Anno.XXIlI. pag. 285).

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«propter morbum pestilentialem vigentem in terra Gualdi et eius districtu ». Anzi alcuni di essi contengono delle annotazioni e delle giustificazioni che per la loro originalità meritano di essere riferite: Così, in un testamento del 9 Settembre 1476, la testatrice, che si era rifugiata in una deserta capanna a Sasso Cupo, oggi Sascupo, sopra il villaggio di Rigali, non riesce a trovare neppure i testimoni necessari per l’Atto notarile ed il notaio di ciò si giustifica con le parole « ob missis aliis testibus, quia non inveniuntur ibi propter pestem, quia ullus nolebat venire quia dubitabant quod dieta testatrix non sit infirmata de peste et hec est propria veritas » . In un altro, avente la data 30 Dicembre 1478, si legge che tale Andrea di Ser Francesco da Gualdo, detta le sue ultime volontà «propter epidemiam et pestem que est quasi per totam patriam; et quia multotiens accidit quod quando aliquis talis egritudis patiatur non invenit notarios neque testes… propter nimiam dubitationem de morte » . Anche in un altro Atto del 30 Settembre 1476, il Notaio giustifica la scarsezza dei te­stimoni per non averli potuti trovare, essendo il testatore affetto da peste. (1)

Ma il terrore di questo morbo, pare che non impedisse a quelle popolazioni di guerreggiarsi scambievolmente. Sul finire del 1479, gravi contrasti sorgono infatti tra Nocerini e Gualdesi per questioni di confine e specialmente perché i Gualdesi impedivano agli abitanti del territorio Nocerino confinante con essi, cioè Gaifana e Boschetto, di trasportare alle proprie case i prodotti agricoli di quei terreni che Gaifanesi e Boschettani, possedevano al di là del loro confine, cioè in territorio di Gualdo. Tra i due Comuni s’interpose il Legato di Perugia e del Ducato di Spoleto, Card. Gio. Battista Savelli, che nei primi giorni del Gennaio 1480, ordinò loro di eleggere ciascuno due cittadini i quali, unitamente ai rispettivi Podestà, avessero pieni poteri per comporre la difficile vertenza. I Rap­ presentanti dei due Comuni, Raniero dei Ranieri e Luca Gentili per Gualdo, Giovanni Olivieri e Luca Giacobuzi per Nocera, si riunirono infatti in Assisi il 21 di quello stesso mese, con l’assistenza del suddetto Legato Savelli e addivennero ad un accordo e regolare trattato di pace: Si fissavano anzi tutto, mediante termini esatti, i rispettivi confini territoriali; si stabiliva poi che così i Gualdesi come i Nocerini, avrebbero potuto promiscuamente esercitare il diritto di pascolo e di far legna, senza pagare balzelli, su una limitata zona del territorio sì di Gualdo che di Nocera, posta ai due lati di questo confine, salvi però i beni privati. Come eccezione i Nocerini avrebbero potuto far pascolare i propri armenti, nelle praterie che privati cittadini di Nocera

(1) Arch. di Stato in Roma: Pergamene cit. Perg. N°. 29 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Docum. N°. 16 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luca di ser Gentile dal 1466 al 1499, e. 96 e seg., 106; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1490, e. 249t ; di Andrea di Angelo de Benadattis dal 1469 al 1477, e. 136, 137, 140t.

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possedevano nel territorio di Gualdo e gli Ufficiali del Danno Dato di quest’ultimo Comune, non erano tenuti a procedere contro i pascolanti, se non per ordine del padrone della prateria, in generale, il bestiame di cui si ammetteva il pascolo nelle praterie Comunali, era quello tenuto per proprio uso, non quello di passaggio o acquistato solo per farne commercio. Inoltre, le due città non avrebbero potuto vendere a privati i propri pascoli, risultandone danno per l’uso pubblico. Si annullava in conseguenza, la vendita di alcune praterie poste sulle pendici di Monte Maggio, già fatta dal Comune di Gualdo ad alcuni suoi cittadini. Lo stesso Comune avrebbe invece dovuto vendere a quello di Nocera una località denominata Pantana, posta sul confine ai due lati della strada Flaminia, per un prezzo da fissarsi con appositi arbitri, ma al proprietario di Pantana sarebbe spettato l’onere del mantenimento del ponte ivi esistente per uso della via pubblica. Nelle strade attraversanti il confine, Nocerini e Gualdesi si riservavano il diritto d’imporre tasse di pedaggio e balzelli, su i passeggeri e le merci, solo ne dovevano andare esenti i Gualdesi che penetravano nel territorio di Nocera e i Nocerini che passavano in quello di Gualdo. Alcune abitazioni con annessi terreni, situate proprio sulla linea di confine, venivano divise in parti eguali tra il Comune di Gualdo e quello di Nocera, il quale ultimo avrebbe però dovuto pagare al primo, entro il mese di Febbraio, la somma di cento ducati d’oro. Ai Nocerini che possedevano terreni al di là del confine, nel territorio di Gualdo, sarebbe stato lecito asportarne liberamente il fruttato nel territorio di Nocera e lo stesso avrebbero potuto fare i Gualdesi possessori di beni nel Comune Nocerino. Quest’ultimo, avrebbe dovuto ogni anno eleggere un Esattore, incaricato di riscuotere i balzelli che i suoi abitanti erano tenuti a pagare al Comune di Gualdo, per i beni che possedevano in esso e tale Esattore doveva anche costituirsi quale fideiussore di fronte al Comune stesso. A lui spettava poi di fare i dovuti versamenti ogni quadrimestre e vigilare affinchè i Nocerini non venissero aggravati in Gualdo con tasse superiori a quelle degli abitanti del luogo. Le condanne pronunziate e i processi intervenuti tra le due popolazioni, in seguito alla questione dei confini territoriali, venivano annullati con una generale amnistia. I suddetti patti si giuravano infine sul Vangelo e si prescriveva ai contravventori la multa di mille ducati d’oro, da destinarsi per metà alla Camera Apostolica e per il resto alla parte rimasta fedele ai patti stessi, dando per tale somma i due Comuni, scambievolmente garanzia sui propri beni.

Poco sicuri dovevano essere allora i confini del nostro territorio anche dalla parte opposta e cioè verso il Ducato di Urbino, poiché il 24 Giugno 1480, giunsero ordini dal Pontefice, affinchè si provvedesse per accogliere un presidio di armigeri del Signore di Camerino, il potente Giulio Cesare Varano, i quali erano destinati appunto ai nostri Castelli di frontiera verso Gubbio, facente parte del Ducato suddetto, e cioè a S. Pellegrino, Crocicchio e Caprara. Detto presidio era comandato da Benvenuto di Giovanni da

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Pergola, che aveva con sé il proprio fratello ed undici cavalieri. Le spese di mantenimento di costoro, furono addossate ai Castelli stessi e S. Pellegrino, ad esempio, per il Capitano e per sei cavalieri, doveva fornire otto bolognini per famiglia e per la durata di sei mesi. D’altra parte i soldati del Varano, avrebbero dovuto difendere quei luoghi da ogni molestia.

In seguito, la Camera Apostolica, con Decreto dell’8 Febbraio 1484, confermava ai Gualdesi indistintamente il diritto sempre goduto di poter fare pascolare qualsiasi animale domestico nei pascoli Comunali, previo pagamento delle solite gabelle alla Camera suddetta, e con altro Decreto, emesso nello stesso giorno, confermava altresì una vecchia ordinanza per regolare la caccia ai palombi, ordinanza già emessa dal Legato Apostolico della regione, Card. Raffaele Riario e poi caduta in disuso.

Poco sopra vedemmo come, con l’accordo del 1480 tra Gualdesi e Nocerini, questi ultimi si erano tra l’altro obbligati di versare ogni anno al Comune di Gualdo, con il tramite di uno speciale Esattore e Fideiussore, i balzelli al Comune stesso dovuti per i beni stabili che i sudditi di Nocera possedevano nel territorio Gualdese. Ma pare che tale clausola dell’accordo, non avesse avuto poi alcuna attuazione, specialmente da parte degli abitanti del villaggio Nocerino di Boschetto, riluttanti al pagamento, ed essendo perciò insorti nei seguenti anni 1482, 1484 e 1486 nuovi dissidi e contrasti, si addivenne ben presto ad una seconda transazione in proposito. Fu questa stipulata, con grande solennità, il 30 Ottobre 1489, nella nostra Abbazia di S. Benedetto, con l’intervento dei Rappresentanti dei due Comuni e di Francesco Venanzo da Fabriano, locale Uditore e Luogotenente di Giulio Cesare Cantelmo, Governatore Pontificio di Foligno, Assisi, Gualdo e Nocera. Venne stabilito in tale occasione quanto appresso:
– I. Che per gli anni trascorsi i Nocerini avrebbero pagato, sui beni che possedevano nel Comune di Gualdo, le tasse arretrate nella proporzione di ventun denari e mezzo per ogni libbra di estimo catastale e che in futuro avrebbero invece versato la somma di ventidue denari, dovendo detta quota rimanere in ogni caso immutata anche per l’avvenire.
– II. Che i Nocerini dovrebbero inscrivere nel Catasto Gualdese, tutti i beni posseduti o che venissero a possedere nel territorio di Gualdo, affinchè nessuno di essi possa sfuggire alla tassa sopra indicata.
– III. Che per tutto il resto rimarrebbero in vigore gli accordi già presi con il su riferito Atto del 1480. Si fissava infine la multa di mille ducati d’oro, per la parte che venisse meno ai patti, multa da devolversi per metà alla Camera Apostolica e per l’altra metà alla parte lesa. (1)

(1) R°. Arch. di Stato in Roma: Statuto di Gualdo. n°. 159. D a . c. 214 a 220 – Biblioteca del Senato in Roma: Statuto di Gualdo. 94. li. 11. Da c. 225 a 230 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 22 ; Raccolta delle Pergamene. Secolo XV. n°. 26 – Arch. Vaticano : Arni. XXIX. To. 42, e. 285t, 286, 302t – Arch.

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Tutte queste molteplici cure del Governo cittadino, non disto glievano però intanto i Gualdesi dal compiere i loro doveri di sudditanza a Perugia, dove la potente famiglia dei Baglioni erasi posta a capo del Governo della città. Infatti nell’Ottobre del 1487, ai solenni funerali di Grazio e Malatesta, figli di Rodolfo Baglioni, ambedue caduti in battaglia, vediamo intervenire anche i Rappre sentanti di Gualdo. Così l’anno seguente, verso la fine di Ottobre, essendo scoppiata in Perugia una fiera guerra civile tra gli Oddi e i Baglioni, inviò Gualdo numerosi armati in aiuto di questi ultimi, concorrendo in tal modo alla disfatta degli Oddi, scacciati dalla città con i loro partigiani dopo tre giorni di lotta. Similmente, sul finire dell’anno 1491, alle nozze di Giampaolo Baglioni, nuovamente vi si recano i Gualdesi, portando numerosi e ricchi doni agli sposi.

Poco sopra accennammo come, in questa seconda metà del XV secolo, si arricchisse la legislazione cittadina di una numerosa serie di riforme e di Decreti. Tra questi è specialmente importante la Costituzione sul funzionamento della Magistratura, emanata il 22 Novembre 1489 da Giulio Cesare Cantelmo, Governatore in temporalibus et spiritualibus, come già si è detto, di Gualdo, Nocera, Assisi e Foligno. Diamo qui riassunto per sommi capi, questo lungo documento di cui si ordinava l’osservanza sotto pena di scomunica: – I. Il principale Priore sia chiamato Gonfaloniere. A lui spettino gli onori del Priorato e il vessillo del Comune, ma abbia la stessa autorità degli altri Priori e nulla più.
– II. Questi, nel­ l’esercizio del proprio Officio, portino in capo il cappuccio rosso di loro proprietà, né sia ad essi lecito farselo prestare da altri per quell’occorrenza.
– III. Sia ad essi vietato scrivere ufficialmente al Pontefice o ai Cardinali, tanto per raccomandare, quanto per condannare gli Ufficiali pubblici del Comune, senza uno speciale mandato del Consiglio Segreto regolarmente adunato.
– IV. Non possano convocare tale Consiglio senza il consenso dei Regolatori, né il Consiglio Generale senza il consenso del Consiglio Segreto.
– V. Non sia lecito convocare il Consiglio Generale senza avvertire, almeno un giorno prima, i membri di esso abitanti nel contado e questi debbano in ogni caso intervenirvi, pena la multa di cinque soldi.
– VI. Le proposte formulate dal Consiglio Segreto, non possano portarsi alla discussione e all’approvazione del Consiglio Generale, se prima non sono state accettate dalla maggioranza dei Priori e dei Regolatori.
– VII. Sia vietata l’alienazione, in qualsiasi modo fatta, dei beni Comunali tanto mobili che immobili, sotto pena di nullità del relativo contratto.
– VIII. Non si debba sostituire un Priore, costretto ad assentarsi per qualche giorno da Gualdo; al suo ritorno in Officio gli spetti integro il proprio stipendio, purché a ciò non si opponga il Consiglio Segreto.
– IX. Se all’atto dell’elezione dei Priori, qualcuno di essi fosse

Notarile di Gualdo : Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1469. Fasc. XX, c. 4. – Arch. Antico del Tribunale di Perugia : Anno 1482, Busta I, Fasc. 15; Anno 1484, Busta III, Fasc. 7; Anno I486, Busta II, Fasc. 22.

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lontano dalla città, gli si comunichi la nomina, ma non si spenda per il relativo messo, più di un fiorino ed anche meno a seconda della distanza.
– X. Dandosi il caso che all’atto dell’estra zione dal bussolo, risultasse eletto un Gonfaloniere nel frattempo defunto, gli uomini del Quartiere a cui questo apparteneva, possano eleggerne un altro in mezzo a loro, avente diritto ugualmente al consueto salario.
– XI. Le bollette, che i Priori rilasciano ai Massari dei Comune, non abbiano vigore se non munite del sigillo dei Regolatori e se i Massari nonostante la mancanza del sigillo ne effettuassero il pagamento, dovranno poi rimborsarne del proprio l’importo al Comune.
-XII. I Regolatori tengano nel Palazzo dei Priori una cassetta con quattro serrature e quattro chiavi, cioè una per Regolatore, nella quale cassetta conserveranno il loro sigillo. Dovendosi alcuno di essi allontanare dalla città, sia tenuto a lasciare la propria chiave a persona di fiducia da indicarsi ai Priori restanti e ciò, per il caso in cui occorresse aprire la cassetta durante qualche improvvisa evenienza, pena la multa di dieci soldi. Se, dovendosi apporre il timbro su qualche Atto, tre dei Regolatori fossero concordi nel voler ciò ed il quarto contrario, quest’ultimo venga costretto a consegnare la propria chiave.
– XIII. Ai Regolatori incomba l’obbligo di essere presenti così ai Consigli Segreti come a quelli Generali, sotto pena di cinque soldi di multa. Nella stessa pena incorreranno quando, chiamati dai Priori con quattro tocchi della maggior campana, non si presentassero a questi, salvo s’ intende, i casi di forza maggiore.
– XIV. Se un Regolatore, all’atto della sua estrazione dal bussolo risultasse già morto o morisse durante il suo Officio, allora gli uomini del Quartiere a cui apparteneva il defunto, debbano eleggerne un altro tra di loro e ad esso far consegnare la chiave della cassetta dei sigilli.
– XV. I Priori e Regolatori, non possano spendere di loro arbitrio del denaro del Comune, per evidenti necessità di questo, più di due fiorini de Marchia.
– XVI. I Priori si trovino sempre presenti alle elezioni dei nuovi Ufficiali Comunali e in caso di dubbiose evenienze, si attengano a quanto prescrivono gli Statuti Cittadini.
– XVII. I membri del Consiglio Segreto, siano obbligati di recarsi a questo, quando chiamativi da venti tocchi di campana, dati con intervallo tra cinque e cinque tocchi. Non intervenendo, paghino la multa di cinque soldi da erogarsi a vantaggio del Comune, entro quattro giorni.
– XVIII. Quando non fosse possibile convocare subito il Consiglio Generale, nell’evenienza di cose urgenti, come spedire Ambasciatori etc. , il Consiglio Segreto possa agire da solo sino a raggiungere la spesa massima di dieci fiorini.
– XIX. Il Consiglio Generale, abbia autorità di alienare i beni del Comune, solo in caso di urgente necessità e sempre nell’interesse di quest’ultimo.
– XX. I membri dello stesso Consiglio, debbano a questo intervenire « ter pulsata campana magna » pena una multa di cinque soldi.
– XXI. Morendo un membro del Consiglio Generale o di quello Segreto, gli uomini del Quartiere o Porta a cui apparteneva il defunto abbiano il diritto di subito rieleggere, in seno a loro, il successore.
– XXII. Come casi di forza maggiore per non intervenire ai

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Consigli suddetti, si intendano solo le malattie gravi e l’assenza dalla città. In tutti gli altri casi, il non intervento sia punito con cinque soldi di multa, per i restauri del Palazzo dei Priori.
– XXIII. In Consiglio, nessun membro possa farsi rappresentare da un collega, specie per dare il voto, pena venti soldi di multa da destinarsi come sopra, più l’annullamento del voto stesso.
– XXIV. Per la durata di un Priorato, si debba almeno una volta convocare il Consiglio.
– XXV. Quando i Priori dovranno intervenire a solennità religiose, specie a quella del Corpus Domini ed a quella dell’Apparizione sul Monte Gargano di S. Michele Arcangelo, patrono di Gualdo, nel mese di Maggio, sia loro fatto obbligo di portare il cappuccio sugli omeri e in mano le faci accese, pena venti soldi di multa, da applicarsi come sopra.
– XXVI. Gli stessi, durante il loro Officio, non possano portare mantelli che non siano lunghi almeno sino alla tibia.
– XXVII. Similmente, per la morte di un parente, non sia ad essi lecito interrompere il Priorato e deporre il cappuccio rosso.
– XXVIII. Nei dieci giorni susseguenti alla scadenza dei Priori e Regolatori dal loro Officio, ogni cittadino possa presentare ai novelli Priori le proprie querele contro i decaduti, querele da discutersi durante il susseguente Consiglio. Trascorsi i dieci giorni, non essendovi querele, i su nominati Ufficiali più non possano essere sindacati.
– XXIX. I Priori, durante il giorno, debbano risiedere in permanenza nel Palazzo Priorale, salvo casi di estrema necessità. A loro spese, per effetto dell’aumentato salario, tengano poi due Famigli e non possano andare e venire dalle proprie case alla residenza Priorale, senza essere da detti Famigli accompagnati.
– XXX. Finito il turno dei membri del Consiglio Generale, turno che ha la durata di tre anni, si addivenga alle nuove elezioni nel modo stabilito e cioè: Gli uomini dei Quartieri di Porta S. Donato, Porta S. Benedetto, Porta S. Martino e Porta S. Facondino, fatte separatamente in ciascun Quartiere le apposite adunanze, eleggano sei uomini per Porta, in tutto ventiquattro, i quali, aggiunti ad altri ventiquattro uomini eletti con la stessa distribuzione nel contado dipendente dalle varie Porte, raggiungeranno il numero dovuto di quarantotto Consiglieri. A tale Consiglio, detto Consiglio Generale, presiedano poi i Priori, i Regolatori e i Camerlenghi delle Arti, ed esso abbia la massima e più estesa autorità, senza alcuna riserva, di provvedere al Governo del l’intero Comune, quale rappresentanza di tutti gli abitanti di questo.
– XXXI. Nello stesso tempo in cui si rinnova il Consiglio Generale, si debba rieleggere anche il Consiglio Segreto, nel modo seguente: Gli uomini dei quattro Quartieri della Città, deputino due uomini per Quartiere, scelti tra i loro Rappresentanti al Consiglio Generale e cioè otto uomini in tutto; altri otto, sempre in seno ai propri Rappresentanti nel Consiglio Generale, siano designati dagli abitanti del Contado e si avranno così sedici uomini, cioè la terza parte del Consiglio Generale che, presieduti dagli stessi Priori e Regolatori, costituiranno il Consiglio Segreto. Questa operazione si ripeta per tre volte di seguito nello stesso tempo e ne risulterà così

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la costituzione dei tre Consigli Segreti che dovranno successivamente funzionare nel triennio. Circa il loro ordine di avvento al Governo, ogni Consiglio Segreto sia rappresentato da una palla distinta e le tre palle imbussolate, si estraggano una per volta, ogni anno, il 1 Gennaio. Insieme ai Consigli Generale e Segreto, cioè ogni tre anni, si eleggano anche gli altri pubblici Ufficiali. Il Camerlengo però non s’intenda far parte del Consiglio Segreto, non avendovi alcun officio.
– XXXII, Né i Priori né i Regolatori, come pure nessun altro Ma gistrato cittadino, possa esigere gli introiti Comunali, spettando questa esazione esclusivamente al Camerlengo del Comune e in caso di necessità al suo Sostituto. A ciò contravvenendosi, i Priori incorreranno, come pena, nella perdita del proprio salario ed i Re golatori e gli altri pubblici Ufficiali, nella multa di dieci ducati da destinarsi alla Camera Apostolica.
– XXXIII. Un Priore, dovendosi per qualche evenienza allontanare dalla città, sia tenuto a consegnare la chiave della cassetta dei sigilli di cui è in possesso, ad uno dei suoi colleghi, pena dodici libbre di denari, da devolversi anch’essi alla Camera Apostolica.
– XXXIV. Per compensare i maggiori oneri che con questa Costituzione si fanno ai Priori stessi, il loro salario sia aumentato, in toto, annualmente di ventiquattro fiorini di Camera, cioè di quattro fiorini per Priore, provvedendosi a questa maggiore spesa, mediante alcuni introiti Comunali che si specificavano.
– XXXV. La Costituzione su esposta, venga infine letta e promulgata alla popolazione Gualdese, nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto.

Quattro anni dopo la legislazione del Cantelmo, e cioè circa la metà del 1493, molte squadre di armati del Duca d’Urbino, a più riprese passarono nel nostro territorio, devastando e saccheggiando. Andavano in aiuto del Papa allora in contesa con Virgilio Orsini che, senza la Pontificia autorizzazione, aveva comperato i Castelli di Franceschetto Cibo. Invece l’anno seguente, il giorno 8 di Aprile, una gentile figura di donna, ben nota nella storia del Rinascimento, transitò per la nostra città con il suo numeroso e brillante corteo. S’intende parlare di Isabella d’Este, moglie di Francesco Gonzaga Marchese di Mantova e figlia del Duca di Ferrara Èrcole d’Este. Era stata ella in pellegrinaggio a Loreto e nel ritorno in patria, da Camerino, seguendo l’alpestre e difficile via di Pioraco, Fiuminata, Capo d’Acqua e Monte Faeto, scese a Gaifana, dove sostò a desinare, proseguendo poi per Gualdo e per Gubbio.

Intanto, prima della fine di quello stesso anno 1494, Carlo VIII Re di Francia calato in Italia per la conquista del Reame di Napoli, si dirigeva su Roma per imporsi a Papa Alessandro VI. I Colonna, approfittando di quelle favorevoli circostanze, s’impadronirono subito di Ostia, già tenuta dal Papa, che bandì allora nello Stato della Chiesa un arruolamento di soldati per riconquistare quell’importante fortezza. Anche a Gualdo pervennero gli ordini del Pontefice, con lettera inviata dal Governatore di Foligno Nicolo Saiano, in data 4 di Ottobre, nella quale si leggono le seguenti parole: …….. Et alla vostra Comunità sonno tassati fanti octanta, quali li vale pagati per uno mese, pertanto ve comandamo, socto

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pena de rebellione, debbiate fare provisione de retrovare decti octanta fanti, quando pure ve fosse difficile retrovare li fanti, mettete in ordine tante denare [che] se possano togliere ; et ad questo non ne replicarete una parola, perché cusì la mente et volontà de Sua Beatitudine et del tucto ne expettamo celere resposta ad ciò sappiamo quanto se habbia ad fare ……… Oltre a ciò, in occasione della calata di Carlo VIII su Roma, alcune delle sue truppe transitarono anche per Gualdo. Sebbene fossero in piccol numero, tuttavia la nostra città non rimase affatto immune dai danni di quell’invasione, tanto è vero che molti Gualdesi, per assicurarli dagli insulti delle soldatesche, racchiusero in tempo i fanciulli e le donne nel vicino Castello di S. Pellegrino, il quale, oltre ad essere alquanto più distante dal percorso della strada Flaminia, era in quei tempi munitissimo e forte. Di questo castello, raccolse qualche memoria, che qui piacemi ricordare, lo storico Eugubino Luigi Benfatti. Secondo costui, fu eretto circa l’anno 1072 nel Borgo di S. Pellegrino, alle falde di Monte Camera, da Rinaldo Bigazzini, Conte di Coccorano. Vi abitò poi per vari anni il figlio Monaldo, celebre capo del partito Guelfo e che fu anche duce delle milizie Umbre mandate dal padre contro l’Imperatore Federico. Nel 1220 vi risiedette il figlio di Monaldo, Rinaldo, condottiero d’una squadra, di Crociati che assai contribuì alla presa di Tolemaide e, più tardi, l’altro Conte di Coccorano Ugolino, anch’esso valoroso duce di milizie Guelfe. Passò infine i primi anni della sua vita, nel Castello di S. Pellegrino, anche Filippo, 1′ uomo più noto di questa storica famiglia di feudatari, il quale, circa il 1284, capitanò un esercito Guelfo in Germania, stabilendosi in appresso a Perugia, dove esercitò il supremo potere. Dopo i Conti di Coccorano, nel 1301, il Castello di S. Pellegrino, fu ceduto a Manno di Corrado Conte della Branca, che vi risiedette per poco tempo, essendo andato come Podestà Guelfo a Cagli, a Orvieto, a Foligno ed a Lucca e poi come Capitano del Popolo a Orvieto. Dopo i Conti della Branca, nel 1333, il Feudo e Castello di S. Pellegrino passarono a Nicolò di Ranuccio Conte della Serra e poi all’altro Conte della Serra, Francesco di Monaldo, che nel 1346 divenne Podestà di Firenze e poi di Recanati. In seguito, questo Castello Feudale passò sotto il dominio del celebre Federico III di Montefeltro e innanzi la fine del Quattrocento, in modo definitivo, andò a far parte del Comune di Gualdo.

Dopo questa breve parentesi, ricorderemo che non solo dalle angherie dei soldati di passaggio, ma anche dalle insidie della peste, dovettero premunirsi allora i nostri Magistrati. Questi, per evitare che l’epidemia invadesse la città, sin dal 13 Luglio di quello stesso anno 1494, avevano pubblicato un editto rigorosissimo, circa il transito dei forestieri che avrebbero potuto importarvela, ed io voglio qui riassumerlo in breve, trattandosi di un originale documento, che bene ci fa comprendere quali mezzi si usassero in quei tempi lontani, per la profilassi pubblica dei morbi epidemici: Nell’editto era anzitutto vietato di far venire dai vicini paesi lavoratori per la mietitura, né alcuno da fuori poteva recarsi a

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vendere nella città frutta ed ortaggi di qualsiasi genere. D’altra parte, nessun cittadino Gualdese doveva andare e praticare fuori del proprio territorio senza speciale licenza e quando ciò facesse, era obbligato poi di attendere quaranta giorni (da qui la parola quarantena ) prima di poter rientrare in città. Gli osti e gli albergatori, non dovevano né sfamare, né alloggiare alcun viaggiatore ed agli stessi cittadini era proibito dar da mangiare o da bere ai forestieri; solamente, per carità, si concedeva di fare ciò assai lontano dall’abitato, ma in questo caso restando alla distanza di almeno sei canne dal forestiero stesso e, qualsiasi oggetto questo toccasse, non dovevasi raccogliere ma immediatamente distruggere; molto più era proibito stringere ad esso la mano. Nessun cittadino doveva affittare camere o case a persone venute da fuori e se alcuno ciò avesse già fatto, sia tenuto a cacciar via l’inquilino nel termine di un giorno. Era poi anche vietato d’inviare il frumento, per la macinazione, fuori del territorio Gualdese. Le guardie preposte alla custodia delle quattro Porte cittadine, non dovevano tollerare che i forestieri si aggirassero in vicinanza delle Porte stesse; era loro persino interdetto di trasmettere ai Priori le domande che eventualmente presentassero i viaggiatori per entrare in città e se alcuno di questi tentasse penetrarvi con la violenza, alle guardie delle Porte si permetteva fare uso delle armi e con queste offendere senza alcuna responsabilità. Per i contravventori a quanto sopra, si comminavano tratte de corda e gravi pene pecuniarie, il cui provento sarebbe andato in parte al Comune, in parte al pubblico Ufficiale che avesse eseguito la sentenza e in parte agli accusatori; né questi ultimi potevano mancare, essendo lecito ad ognuno, in quell’occasione, di far denunzie pur rimanendo segreto il nome del denunziante. Come se tutto ciò non bastasse, prima che finisse questo disgraziato anno 1494, nel mese di Dicembre, il Capitano avventuriero Camillo Vitelli da Città di Castello, partendosi con cento cavalieri dalla Rocca di Montecchio, pervenne sui confini del nostro territorio a Gaifana, compiendovi saccheggi e facendovi prigionieri.

Intanto, per iniziativa di Venezia, gli Stati Settentrionali d’Italia, s’erano uniti in Lega con il Pontefice per scacciare Carlo VIII dalla Penisola. Infatti vediamo pervenire anche alla nostra città un Breve di Papa Alessandro VI, dato a Roma il 22 Aprile 1495, con il quale si faceva obbligo ai Gualdesi di fornire vettovaglie, foraggi ed alloggi a cinquecento tra fanti e cavalieri, che la Repubblica Veneziana mandava in aiuto del Papa nella nuova lotta iniziata contro i Francesi. I nostri Magistrati, paventando la venuta di queste soldatesche, benché amiche, si riunirono in Consiglio il 4 Maggio e stabilirono di far pratiche presso il Commissario Pontificio Giovanni de Petruccianis da Città di Castello, incaricato di condurre dette truppe e di approntare per esse il necessario, affinchè evitasse di farle transitare per Gualdo, promettendogli ricchi doni se acconsentisse, il che è assai dubbio, poiché altro Breve Pontificio dello stesso tenore del precedente, dato a Roma il giorno 14 di quello stesso mese, giungeva quattro giorni dopo al nostro Comune.

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A proposito di truppe forestiere e ritornando ai Baglioni Signori di Perugia su nominati, ricorderemo anche che nello stesso anno 1495, due membri di questa illustre famiglia, Guido ed Astorre, a capo delle milizie Perugine, avendo posto l’assedio a Fratta oggi Umbertide, divenuta covo di Fuorusciti loro nemici, ed essendo gli. assediati ricorsi per aiuti a Foligno e ad altre vicine e amiche città, vediamo in tale occasione non pochi Gualdesi unirsi con soldatesche qui venute da Foligno, d’Assisi e d’altri luoghi avversi ai Baglioni e nel mese di Agosto, sotto il comando di Troilo Savelli, correre in aiuto della Fratta dalla quale i Perugini tolsero prontamente l’assedio; ma pochi mesi dopo nel 1496, lo stesso Gian Paolo Baglioni capitava in Gualdo e vi soggiornava a lungo con i suoi soldati.

In tale anno, è da notate un altro importante passaggio di truppe nel territorio Gualdese. La Repubblica di Venezia, per effetto della Lega su ricordata, aveva allora ordinato al suo Capitano, il Marchese di Mantova, di recarsi nel Regno di Napoli, in aiuto del Re Ferdinando d’Aragona, intento a riacquistare i propri domini toltigli dall’esercito di Carlo VIII, e le truppe del Marchese di Mantova dirette nel Napoletano, accamparono appunto il 15 di Febbraio nella pianura sotto le mura di Gualdo. Poco dopo, il 6 di Marzo, con Breve Pontificio dato da S. Bartolomeo presso Foligno, si faceva obbligo ai Rettori del nostro Comune, di provvedere del necessario nuove truppe Veneziane e Mantovane di transito che si dirigevano verso Roma. Con queste, come sempre succedeva, ricomparve la peste nella nostra regione, tanto che i Rettori del Comune, il 4 Novembre di quello stesso anno, stabilirono nuovamente di far sorvegliare con scolte armate le quattro Porte cittadine e si vietò persino la macellazione dei bovini, a causa di una mortale epidemia contemporaneamente manifestatasi tra questi animali.

In quest’epoca, divampava anche in Gualdo, tra le famiglie più note e potenti, una vera guerra civile. Erano continui conflitti, omicidi, saccheggi, distruzioni ed incendi delle case degli avversari, con conseguente confisca dei beni e cacciata dalla città degli appartenenti alla fazione vinta. Qualche episodio di queste intestine discordie, troviamo riportato da un Cronista contemporaneo. Per meglio illustrare quei torbidi tempi, è opportuno qui trascrivere integralmente quanto costui scriveva in proposito con lo stile ingenuo ma efficace dei Cronisti dell’epoca: «1496 addì VIIIJ de magio de lunidj nauti l’alba del dj, se levò in Gualdo de Nocea uno Iulio de mastro Durante, et Vincenzio de Pietro da Gualdo, con multj juvenj et in grande numero, et mirarono in casa de una famiglia del Gual­do, che erano septe fratellj carnalj chiamati de la casata de Bucharj, et amazarono duj de quilli con uno loro garzone che era da Eugubio, et gectarono quisti hominj, mortj in nel lecto, delle fenestre, scannati,et te cervella per terra : et poj rubbarono la casa. Et in casa non ce erano tuctj : ma quilli che ce erano, fugerono, quilli podecte scampare, per le tecta de la casa. La crudeltà fo grande. Lassamo stare le done che andaviano in camisa gridando, lacrimando, exlamando : adiuto, adiuto. Et non

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solo che quisti se partessero ; ma sonno de tanta malignità, [che] ad despecto del popolo et de dio stanno in Gualdo. O dio, como non levj de quella sedia qujsto papa Alexandro che tanto male sopporta, tantj homicidj se comectono in questa patria del ducato. O dio, multo indutij ad removere quisto papa et punire tanti excessi … – 1496 et die XXVIII de luglio. Et non fosse altro che Gualdo de la diecesia de Nocea, ha la roccha, la terra debole, et lì se amazano homini, et robba, et fura : [e nè] lu governatore né papa non provedono … – 1498 et die XXVI martij: In Gualdo, diocesi de Nocea, de nova facta novità et amazato uno et arsaglie la casa: ha factj uscitj assay, et robase dentro in Gualdo. Et questa bona anima de papa Alexandro sexto sta ad vedere, actende ad damisielle et puctane. O que età cruda anco’ dura: non se fa iustitia et né ragione alcuna … – 1498 die XI de jugno, col favore del commissario dellu legatu, et de lu castellano de Gualdo, reintrarono li uscitj in Gualdo: et foie morto meser Ludovico doctore de lege homo da bene, et fo cagione el figliolo suo de questa morte, che sempre glie prohibiva al figliolo non fusse scandaloso : et bisognò, per lo adiuto ebbero quilli dentro dal duca de Urbino, quilli che reintrano se saltassero de fora ».

Con la data 7 Luglio 1498, giunge da Perugia una lettera del Legato dell’Umbria Card. Giovanni Borgia, diretta al Governatore di Gualdo, Marino de Olivellis da Monte Cosaro. In questa lettera il Legato, alludendo per certo ai fatti or ora narrati, si lamentava anzi tutto che la nostra città fosse stata poco prima in preda a gravi tumulti popolari, con omicidi, incendi, saccheggi, espulsione di persone e consimili eccessi, compiuti da privati cittadini in vilipendio del Legato stesso e della Santa Sede. Per punire i colpevoli, il Legato investiva quindi di pieni e illimitati poteri il Governatore suddetto contro chiunque, di qualsiasi grado e condizione, imponendo altresì a tutti i pubblici Ufficiali del Comune, di dargli assistenza ed aiuto in quest’opera di giustizia e di repressione. Si pensava altresì a rafforzare anche contro i nemici esterni la nostra città e infatti il suddetto Card. Borgia, il 20 Novembre 1498, inviava da Roma al Castellano della Rocca di Gualdo, Filippo degli Arcioni, una lettera con la quale, dopo avergli annunziato la revoca del nuovo Governatore di Gualdo Giovanni Medina, lo si invitava ad assumere anche le funzioni governatoriali, oltre a quelle di Castellano, allo scopo di costringere quegli abitanti della città, ai restauri e rafforzamenti che necessitavano alle mura civiche, con facoltà di punire i disubbidienti; nonché allo scopo di comminare qualsiasi altra pena contro i ricalcitranti a prendere le armi in servizio della Santa Sede; provvedendo affinchè, sia di giorno che di notte, fossero ben guardate le fortificazioni cittadine e ordinando infine ai pubblici Ufficiali Gualdesi di assisterlo ed ubbidirlo, in ogni evenienza, sotto pena da applicarsi a suo arbitrio. Né sì rigorose precauzioni dovranno sembrarci esagerate, considerando che in così perigliosi tempi, ben poca cura doveva invece avere il Comune di Gualdo delle fortificazioni cittadine. Basti infatti dire, che pochi anni prima, quei Rettori delle Arti,

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avevano persino venduto a certi Mancia ed Angelo, figlio di Marco de Fabris, una delle torri delle mura presso la Porta civica di S. Facondino, con la semplice riserva che, in caso di guerra, avrebbero dovuto questi ultimi momentaneamente lasciarla libera per adibirla alla difesa della città. E non fu questo un fatto isolato o straordinario, poiché frequentissime, in quell’epoca, appaiono invece le vendite a dei privati cittadini, delle torri che numerose erano disseminate lungo la cerchia delle nostre mura Sveve. Ma in cattive mani affidava il Legato la difesa della città, poiché qual triste avventuriere fosse il su nominato Castellano Filippo degli Arcioni, può apprendersi da quanto di lui narreremo nel Capitolo riservato in questo Libro alla Rocca Flea. Ai suddetti provvedimenti, per assicurare alla Santa Sede il mantenimento del possesso di Gualdo contro i nemici esterni, si aggiungevano poi nuove disposizioni atte a frenare le sommosse dei cittadini. Così il 25 Luglio del seguente anno 1499, si emise un Decreto con il quale si vietava a qualsiasi persona, sia Gualdese che forestiera, di portare armi sotto pena di dieci ducati d’oro di multa, più altrettanti tratti di corda, applicati in pubblico luogo. Oltre a ciò, nell’Agosto di quello stesso anno, il Legato Card. Borgia, ordinava al Comune di Gualdo di demolire, entro otto giorni, le due volte che dividevano in più piani l’interno del Torrione annesso al Palazzo del Podestà, sulla Piazza del Comune, in modo che il Torrione stesso divenisse così inaccessibile e inabitabile, minacciando gravissime pene corporali e pecuniarie al Governatore, ai Priori ed al Consiglio in caso di inadempienza. Con ciò si voleva impedire che di quel fortilizio, posto nel cuore della città (il quale era anche chiamato la Rocca Minore, per distinguerlo dalla Rocca Maggiore o Rocca Flea che sorgeva fuor delle mura) si potesse impadronire qualche fazione di cittadini ribelli e lo tenesse per suo dominio, con grave danno dell’autorità Pontificia. Ma i Rettori del Comune implorarono dal Cardinale la revoca del Decreto, facendo presente che quell’edificio era ad essi necessario, tanto più che il contiguo Palazzo del Podestà minacciava di andare in rovina e assicurando inoltre che da quella Torre nessun danno poteva derivare alla loro città. E la richiesta dei Gualdesi, dopo molti contrasti, dovette finalmente essere accolta, poiché le due massicce volte ancora esistono, sfidando i secoli, entro il Torrione Comunale. Ricorderemo anche che in questo stesso anno 1499, nel mese di Agosto, Gualdo con Spoleto, Foligno ed altri luoghi vicini, passò alla dipendenza della celebre Lucrezia Borgia, alla quale queste città erano state assegnate dal proprio padre Papa Alessandro VI. (1)

(1) L. BONAZZI: Op. cit. Vol. I, pag. 714 – V. villani : Op. cit. pag;. 122 – B. FELIClANGELI : Isabella d’Este Gonzaga Marchesa di Mantova a Camerino e a Pioraco. (In Atti e Memorie della Ra . Deputazione di Storia Patria per le Marche. Vol. VIII 1912) – P. Pellini : Op. cit. Parte 11, pag. 838; Parte III, pag. 68 – Graziani : Op. cit. pag. 663 – V. Corbucci : Diario Storico dell’Umbria. Roma 1899. pag. 115 – A. Fabretti : Op. cit. Vol. III , pag. 97

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Ma nonostante tutte le precauzioni sopra descritte, non erano cessate le discordie e gli odi tra i cittadini che, capitanati dalle più potenti famiglie Gualdesi, divisi in due fazioni, avevano seguitato, come per il passato, ad azzuffarsi tra di loro in sanguinosi contrasti. Finalmente il 20 Maggio 1500, nella Chiesa di S. Francesco in Gualdo, alla presenza del Cardinale Legato di Perugia, del Vice Legato, dei Priori Gualdesi e di tutto il popolo, si addivenne ad un regolare Trattato di pace tra i due campi rivali. In rappresentanza di una parte comparvero Orfeo di Francesco, Battista di ser Ascanio, Fiorenzo di Carlo dei Baglioni da Perugia, ser Gerolamo di Ludovico dei Confidati da Gualdo; delegati dell’altra parte furono Francesco dei Bucari, Francesco di Piero, Pier Francesco di Pier Matteo e Giovanni Benedetto di ser Nanni. Con grande solennità, si giurò sul Vangelo di perdonarsi scambievolmente le offese, i ferimenti, le uccisioni, gli incendi, le rapine e le aggressioni passate e di non più incorrere, per il futuro, in tali misfatti e si dettarono i seguenti Capitoli dell’accordo:
– I. Se un cittadino, nonostante i patti, apporterà offesa o danno ad un altro dell’avversa fazione, si dovrà considerare rotta la pace solamente dall’offensore e tale atto si riterrà come personale, senza farne risalire la responsabilità a tutti gli altri di suo partito.
– II. Scambievolmente dovranno le due parti restituirsi qualsiasi scrittura, sì pubblica che privata, inerente alle passate contese, nonché i beni mobili che uno avesse all’altro rapinati.
– III. Tutte le torri e i fortilizi costruiti dai contendenti, verranno consegnati in mano al Legato dì Perugia, per tenerli in pegno e custodia.
– IV. I beni stabili, dall’una all’altra parte confiscati o danneggiati, saranno scambievolmente restituiti o indennizzati.
– V. Qualunque questione, non contemplata nei Capitoli della pace, si rimetterà al giudizio del Legato suddetto.
– VI. Questi, anche in futuro, dovrà provvedere con ogni mezzo, alla conservazione dell’accordo e della pubblica quiete. Si garantiva poi l’osservanza di questi patti con uno strano sistema di reciproca indennità: Infatti le parti, non solo davano garanzia del proprio, ma offrivano in qualità di fideiussori, il primo gruppo il Comune di Foligno ed il secondo gruppo il Comune di Spoleto. Alla sua volta il Comune di Gualdo, si obbligava con ipoteca sui propri beni, a indennizzare quelli di Foligno e Spoleto, quante volte per detta fideiussione avessero dovuto patirne danno e le parti dichiaravano che, in tale evenienza, avrebbero risarcito il Comune Gualdese con i propri beni e rinunziando ai diritti, immunità ed esenzioni che si trovassero a godere. Però, se i Comuni di Foligno e Spoleto

– Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 26; Raccolta delle Pergamene. Secolo XV. N°. 28 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Pietro de Benadattis (Atti Sparsi dal 1483 al 1507) e. 276 ; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Fase. XXIV e. 45t, Fase. XXVI e. 8, 8t, 12, Fasc. XXVII c. 32, Fasc. XXIX c. 15, 15t, Fase. XXXI e. 81, 31, 31t. 35, 45 – F. GREGOROVlUS: Vita di Lu crezia Bargia – G. MORONI : Op. cit. Vol. XXXIIÌ, pag. 85 – Annali di ser Francesco Magnani da Trevi. (In Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Foligno 1921. Voi. V, pag. 258, 291, 301, 304, 317, 318).

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avessero rifiutato la chiesta fideiussione alle parti, si faceva obbligo di presentare altri fideiussori di gradimento del Legato, pena la multa di mille ducati d’oro. Il Legato stesso concedeva infine l’amnistia in tutte le pene che fossero state comminate per le lotte trascorse e ordinava ai cittadini ed ai magistrati Gualdesi, di opporsi con tutti i mezzi, anche con la forza delle armi, al risorgere della guerra civile, se non volevano essere scomunicati. Funzionarono da testimoni all’Atto, Giovan Battista di Oliviero da Nocera, Vicario Generale di quel Vescovo, Melchiorre di Ambrosio da Bologna, Maestro di Cerimonie del Legato Perugino, Giovan Battista degli Ubaldi e Vincenzo di Paolo dei Nati da Perugia. Tre Notari rogarono l’Atto.

Ma non per questo dovettero sopirsi le intestine discordie, tanto che il Vice Legato Perugino, l’11 Luglio dell’anno seguente, fu costretto a pubblicare in Gualdo un Decreto, con il quale si vietava nuovamente ai cittadini di andare armati, di girovagare di notte senza lanterna e di assentarsi dalla città privi di speciale licenza dei Magistrati ; comminandosi inoltre ai contravventori una multa variabile da uno a quattro ducati d’oro, più quattro tratti di corda.

Anche dall’esterno si minacciavano guai: Infatti i Fuorusciti Perugini, perseguitati dai Baglioni, s’erano impadroniti di Nocera, trattando i vinti in maniera più che feroce e divertendosi persino a gonfiare con i mantici i prigionieri. La nostra città fu anch’essa in grande pericolo d’essere conquistata da quei banditi, per cui nel Gennaio del 1501 i Baglioni, per conto del Papa, mandarono in difesa di Gualdo parecchie milizie. Ma ciò non impedì che la vicina Fossato cadesse essa pure nelle mani dei Fuorusciti, per cui lo stesso Gian Paolo Baglioni, nell’Aprile di quell’anno, mosse a riconquistarla, però a causa della molta neve caduta, nonostante la stagione avanzata e per la mancanza di artiglierie, non potè subito darle l’assalto e venne quindi a porre il campo a Gualdo, con mille e ottocento uomini vestiti di nero in segno di lutto della sua famiglia, non esclusi duecento Stradiotti, rimanendovi parecchio tempo e facendo delle frequenti incursioni contro Fossato, sino a che cioè potè impadronirsi di quel paese. (1)

Ai 15 di Gennaio del 1502, Lucrezia, la formosa e sciagurata figlia del Borgia, veniva ricevuta nella nostra città con magnifiche feste, mentre si recava da Roma alla Corte di Ferrara in occasione del suo matrimonio con il primogenito di quel Duca; e di questo stesso anno, Alessandro VI inviava alla cittadinanza Gualdese due Bolle, date a Roma il 4 Dicembre, con una delle quali faceva noto di aver

(1) L. BONAZZI: Op. cit. Vol. II, pag. 35 – C. CRlSPOLTI : Fatti e guerre dei Perugini. Ms. : della Biblioteca Comunale di Perugia. Libro IV, pag. 110 – F. MATURANZIO: Cronaca di Perugia dal 1492 al 1503. ms. edito nel Tomo XVI, Parte II , dell’Archivio Storico Italiano. Pag. 165 – A. FABRETTI : Op. cit. Vol. III , pag. 137 – P. PELLINI: Op. cit. Parte III, pag. 95, 98 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo, Doc. N°. 29 ; Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. Perg. N°. 2. ;

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incaricato il Cardinale Legato di Perugia, che era allora lo Spagnolo Giacomo Serra, detto il Cardinale Arborense, di trattare in Gualdo affari importanti, arduis peragendis negotiis, e raccomandava quindi verso lo stesso, ogni soggezione e obbedienza. Con l’altra Bolla poi, in vista della grave carestia che affamava allora la nostra regione, dava licenza di estrarre dalle terre di Casa Farnese, sessanta rubbi di grano, da servire esclusivamente al consumo dei Gualdesi, dovendosi effettuare il trasporto dall’uno all’altro luogo senza ostacoli e imposizione di gabelle.

Alla carestia, per maggiore disgrazia, si aggiungevano anche gravi brighe con vicine città, atti di malcontento nel territorio Comunale, frequenti e disastrosi passaggi di milizie mercenarie. Infatti, nel principio di questo stesso anno 1502, i Gualdesi, probabilmente sobillati e guidati da Fuorusciti rifugiati entro le loro mura, avevano effettuata un’ incursione in armi nel limitrofo territorio di Camerino, facendovi danni e preda, tanto che il General Consiglio Gualdese, il 3 Febbraio, stabilì di prendere severi provvedimenti contro i forestieri residenti nella città e specialmente di espellerli, presentando nello stesso tempo le più ampie scuse al Comune di Camerino. Tre mesi dopo altri fastidi si presentavano ai nostri Magistrati, perché i Castelli di Crocicchio, Grello, S. Pellegrino e Caprara, si erano rifiutati di pagare le tasse al Comune di Gualdo, dove per di più, nonostante la pace firmata nel Maggio del 1500, si erano riaccese fiere lotte fratricide, tanto che, il 26 Aprile del 1503, come già era stato fatto tre anni prima, si adunarono nella Chiesa di S. Francesco i più autorevoli Capi e Rappresentanti delle fazioni in contrasto ed ivi, alla presenza del Podestà e di altri Magistrati cittadini, stipularono un nuovo trattato di pace e concordia, perdonandosi scambievolmente ogni danno ed offesa.

Intanto, dopo Lucrezia, nel Gennaio del suddetto anno 1503, aveva posto piede in Gualdo, con le sue numerosissime truppe, anche l’altro figlio di Alessandro VI, Cesare Borgia, tristamente famoso nella storia sotto il nome di Duca Valentino, che tentava allora di aggiungere ai suoi vasti domini, conquistati con il tradimento e con il sangue, anche la riluttante Perugia. Non era questa la prima volta che le milizie di Cesare Borgia capitavano in Gualdo, poiché un altro passagio si era verificato tra il Giugno ed il Luglio dell’anno precedente, né doveva essere l’ultimo, poiché infatti nel mese di Maggio del 1503, giungeva la temuta notizia del prossimo arrivo di altre truppe del Valentino provenienti da Spoleto, per cui i nostri Magistrati, memori delle devastazioni e dei soprusi patiti nei precedenti passaggi, non trovarono altro rimedio, che quello di versare molto denaro al Capitano che comandava quelle soldatesche, a condizione che non le facesse transitare o alloggiare nella nostra città. Ma non riuscivano però ad evitare che, nel Settembre di quello stesso anno, vi si accampasse anche il noto Capitano di Ventura Muzio Colonna, che venendo da Spello, si recava con le sue genti a recar soccorso a Carlo Baglioni in Perugia passando per Gualdo, essendogli stata preclusa la più breve via per Bastia. Portata forse da tutte queste truppe, la peste era intanto

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nuovamente comparsa nel nostro territorio, tanto che sin dal 6 Agosto 1503, la Magistratura Gualdese, per mantenere immune almeno la città, aveva decretato che nessun forestiero potesse entrare in Gualdo od essere accolto negli Ospizi del contado, pena la multa di un ducato. Ma tali precauzioni, a nulla dovettero giovare, poiché nel seguente anno 1504, la peste era già penetrata in città, tanto è vero che tra i Rogiti del nostro Archivio Notarile, in tale anno trovansi un gran numero di testamenti che si dicono fatti per timore di dover morire di peste. Con nuovi bandi, il 7 Maggio 1505, si ordinò l’isolamento degli appestati nelle proprie case e si rinnovò il divieto ai forestieri di vacare la cerchia delle mura ma, ciò nonostante, nel 1507 l’epidemia non era ancora cessata. (1)

Del suddetto anno 1504, ci restano anche due Decreti dell’Autorità Pontificia: Con il primo, in data 28 Febbraio, Raffaele Riario Card. di S. Giorgio, Camerlengo di Papa Giulio II, confermava ed approvava le seguenti disposizioni già in precedenza prese dal Comune di Gualdo:
– I. Che, morto il padre intestato, le figlie già dotate non avrebbero avuto diritto a successione coesistendo dei figli maschi.
– II. Che di duecento ducati d’oro che i Gualdesi dovevano alla Camera Apostolica per mancato pagamento di balzelli arretrati, cento se ne abbonassero ad essi.
– III. Che fosse lecito alla Comunità asportare in Gualdo frumento da altre Terre dello Stato Ecclesiastico.
– IV. Che la stessa potesse imporre i soliti tributi e balzelli anche a quei cittadini privilegiati che, per qualunque causa, ne fossero stati esenti. Con il secondo Decreto, in data 2 Aprile, il medesimo Camerlengo Cardinal Riario, mentre confermava al Comune di Gualdo i suoi Statuti e qualsiasi privilegio e concessione ottenuta dai trascorsi Papi e Legati, gli condonava altresì tutti i pagamenti che, per i soliti balzelli, doveva fare alla Camera Apostolica nell’anno corrente, più una parte di ciò che avrebbe dovuto pagare per tasse Camerali non soddisfatte dei due anni precedenti, dovendo però andare la somma condonata per il risarcimento delle Mura Castellane.

A tal proposito, nel libro di entrata e di uscita della Tesoreria Generale di Perugia e Ducato, a tempo del Tesoriere Bernardino de Cuppis, conservato nel R°. Archivio di Stato in Roma, tra le carte della Camera Apostolica, a cc. 18 e 19t, con la data 1507 troviamo scritto : « Da la Camera de Gualdo se cava quello poco avanza pagati li salariati; qual se spende poi et non basta per el pagamento de la roccha.

La Comunità de Gualdo paga omni anno a la Camera Apostolica

(1) F. Gregorovius : Op.cit. – P. Pellini: Op. cit. Parte III, pag. 183 – L. Jacobilli : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 91 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. Perg. N°. 4, 5 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Ercole di Gabriele dal 1501 al 1504. Paginazione II, C. 29, 107t, 136, 142t; Paginazione III, c.. 57bis, 75, 76t, 170 , e Rogiti dal 1505 al 1506. Paginazione I, e. 78.

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per subsidio fior. 80 a bay. 60 il F., cioè 40 in kalende de magio et li altri 40 in Kalende di novembre. Resta a dare del passato, fino a Kalende de novembre 1505, fior. centocinquanta uno, sol. 50, den. 4 – fior. 151, 50, 4.

Et per l’anno finito in Kalende novembre 1506 – f. 80.

Et per l’anno finito Kalendis novembris 1507 simili – f. 80.

Sin dal 28 Ottobre 1483, il Bolognese Antonio Albergati, nepote di Domenico Albergati, Notaro e Vice Camerlengo del Papa, aveva ottenuto da Sisto IV il Cancellierato e Camerlengato di Gualdo, sua vita durante, con la facoltà di potere esercitare tale Officio anche per mezzo di altri. Costui mantenne a lungo questi incarichi, tanto è vero che con lettera del 27 Novembre 1508, il Cardinal Camerlengo, deputava Antonio Albergati, quale Commissario della Camera Apostolica in Gualdo, per fare osservare gli ordini e Decreti Pontifici, sul corso della moneta di nuovo conio, sui pagamenti e riscossioni, che si dovevano fare con i nuovi denari chiamati giulii, al posto dei vecchi carlini, dieci dei quali valevano un ducato d’oro in Gualdo e suo distretto. E siccome era appunto il Camerlengo della città quello che doveva esigere i proventi della Camera Apostolica, è naturale che il Pontefice deputasse l’Albergati a fare eseguire scrupolosamente il nuovo Regolamento sulle monete. A proposito del Cancelierato e Camerlengato di Gualdo, noteremo anzi che tale importante Officio, durante il secolo XVI, veniva concesso dal Governo Pontificio, per quanto riguarda il nostro Comune, dietro pagamento, da parte del Titolare, di una somma ammontante a cinquecento ducati. (1)

Con la data 12 Ottobre 1509, il Legato di Perugia scriveva al suo Commissario Pompeo dei Duranti da Fano, essere egli destinato a disporre e preparare quanto era necessario, perché le numerose milizie che il Condottiero Gian Paolo Baglioni conduceva in aiuto del Duca di Ferrara, trovassero anche fra noi agevolata e favorita la loro marcia e nulla mancasse a quei temuti soldati; e inoltre nell’Aprile del 1512, giungeva in Gualdo, con le sue milizie, anche l’altro Condottiero Perugino Gentile Baglioni, che allora dominava nella sua città natale unitamente al fratello Gian Paolo, innanzi nominato.

Di quest’epoca, possediamo un rescritto, che è forse l’ultimo emesso dalla Legazione Pontificia di Perugia in Gualdo poiché, come tra breve vedremo, la nostra città venne poco dopo sottratta a! Governo del Legato di Perugia ed eretta in Legazione autonoma. Il Rescritto, con la data 12 Aprile 1513, è firmato dal Vice-Legato Perugino Giovan Maria del Monte, Arcivescovo di Manfredonia, che poi divenne Papa Giulio III, ed in esso sono contenute le disposizioni seguenti:

• Arch. Vaticano: Arm. XXIX, To. 60, c. 15t e To. 221, c. 4; Reg. Vatic. 659, Officiorum Sixti IV, Lib. V, e. 122t ; Divers. Camer. To. 56, c. 93t, To. 58, c. 8, To. 60, e. 15t – GARAMPI : Op. cìt. pag. 241 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al X VIII Secolo. Doc. 23, 27, 33, 34,37, 40; Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. Perg. N. 6,7.

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– I. Si confermano gli statuti, capitoli, decreti, riforme, indulti, privilegi, esenzioni etc. comunque precedentemente concessi ai Gualdesi, purché non siano in contrasto con i diritti della Santa Sede e senza pregiudizio di eventuali future modificazioni agli stessi, quando ciò fosse per vantaggio del pubblico bene.
– II. Per rendere meno gravoso il pagamento dei balzelli, si stabilisce che lo stesso debba effettuarsi, calcolando secondo la vecchia usanza, le nuove monete introdotte in circolazione da Papa Giulio II.
– III. Si condona per tre anni, il pagamento della tassa detta Sussidio, allora ammontante alla somma di cinquanta ducati annui. – IV. Delle dodici gabelle di cui la città era gravata, si sopprimono quella sui quadrupedi e l’altra sui contratti, le quali non rendevano alla Camera Apostolica più di venticinque ducati, e ciò anche in considerazione che per tale soppressione se ne sarebbero avvantaggiate altre gabelle.
– V. Si rimette al giudizio del Cardinale Legato, la proposta di sopperire alle spese di restauro del Palazzo dei Rettori del Comune, tassando i pubblici Ufficiali Comunali, con la ritenuta sullo stipendio di due bolognini per fiorino.
– VI. Essendo andato smarrito il Decreto originale con cui si toglieva alle femmine già dotate il diritto di successione coesistendo altri figli maschi, il quale Decreto era stato confermato anche da Papa Giulio II e dalla Camera Apostolica, si autorizza il Comune a procedere alla rinnovazione del Decreto stesso, munito della superiore necessaria conferma.
– VII. Si ammette l’obbligo dell’arbitrato in certe determinate vertenze, per evitare le spese e le complicanze di un provvedimento giudiziario.
– VIII. Per festeggiare la venuta e l’entrata in funzione del nuovo Legato di Gualdo, di cui era stata già decretata la creazione, si concede una generale amnistia, salvo che per i delitti di ribellione e lesa maestà e con la riserva, che se un amnistiato incorresse in seguito nella stessa pena, insieme alla nuova condanna avrebbe dovuto scontare anche quella che gli era stata condonata. (1) In questo stesso anno 1513, agli 11 di Marzo veniva assunto al Pontificato Leone X, il quale muoveva subito guerra al Ducato di Urbino, che voleva togliere a Francesco Maria della Rovere, per darlo al proprio nepote Lorenzo dei Medici, e la nostra città, sorgendo appunto presso la linea di confine tra i possessi della Chiesa e il Ducato d’Urbino, acquistava, come luogo di frontiera, una grande importanza. Perciò Leone X eleggeva Gualdo in Legazione autonoma, indipendente da quella di Perugia e come tale ne dava il governo a vita, con il titolo di Governatori o Legati, ad appositi Cardinali, i quali però non sempre tennero tale giurisdizione sino alla morte ed avevano la propria residenza nella nostra città, che prima, come vedemmo, dipendeva invece quando dai Legato di Spoleto, quando da quello di Perugia. In pari tempo, veniva rafforzata e presidiata convenientemente le nostra

( 1) T. Alfani : Memorie Perugine dal 1502 al 1527. Pubblicate nell’Archivio Storico Italiano. Tomo XVI, Parte II, pag. 261 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N. 35, 41.

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Rocca Flea, ponendola in grado di resistere ad ogni sorpresa. (1)

Fu primo Legato a vita, dal 1513 sino al 1533, il Cardinale Antonio Ciocchi di Monte San Savino, perciò detto il Cardinal Del Monte, del Titolo di San Vitale, che assai raramente dimorò a Gualdo, lasciandone in di lui assenza il governo ad un suo Luogotenente, come del resto usarono fare anche i Legati che gli successero. Uno dei suoi primi Luogotenenti in Gualdo, fu un Benedetto Valenti da Trevi. Da costui, appunto tra le nostre mura, nacque quel Monte Valenti che, divenuto adulto e Commissario o Governatore Papale, nell’esplicazione di tale Officio, nell’esercizio della giustizia, rimase tristamente famoso, per la sua crudeltà, in Bologna, in Ravenna, in Ancona, in Roma, e massimamente a Terni, dove fu mandato dal Papa nel 1564, per reprimere la guerra civile tra i Nobili e i Banderari. Il nome, invero strano di Monte, assegnato da Benedetto Valenti al proprio figlio, fu un atto d’omaggio verso il su ricordato Legato Gualdese Antonio Del Monte.

A quest’ ultimo si deve anzitutto la ricostruzione del primitivo acquedotto, malandato e divenuto insufficiente, mercé la quale opera gran copia di purissima e fresca acqua sorgiva, dalla valletta di Santo Marzio nella sovrastante montagna, scese nell’ interno della città, dove fece pure fabbricare parecchie fontane pubbliche. Queste, nella prima metà del secolo XVII, già raggiungevano il numero di dieci ed in alcune di esse a noi pervenute, sino a pochi anni or sono vedevansi scolpiti sulla pietra gli stemmi del Cardinale Legato e dei suoi Luogotenenti. Uno di questi stemmi, ancora ci rimane nella bella fontana esistente sul fianco della Chiesa di S. Benedetto. Anche cotesto nuovo acquedotto, come il primitivo, innanzi di penetrare in Gualdo, attraversava la grande mole della Rocca Flea e ne alimentava anzi il profondo fossato che cingeva la fortezza a ponente e su cui si abbassava il Ponte Levatoio. Di maniera che, in tempo di assedio, chi possedeva la Rocca poteva a suo beneplacito assetare l’intera città, se le esigenze della guerra lo avessero chiesto. L’acquedotto in muratura costruito dal Cardinale Del Monte, funzionò immutato sino al 1896, nel quale anno fu sostituito con l’attuale condottura metallica, recante l’acqua sotto forte pressione. Dallo stesso Legato, fu poi portata a fine la sistemazione della Piazza Maggiore, facendo innalzare quel braccio di fabbricati che oggi fronteggia la residenza Municipale e dove ancora si vede murata una piccola lapide con l’iscrizione: Laeta nimis vivas gens tuta potentibus armis, nonché un grande stemma del Comune. Tutto quel vasto spazio veniva così allora diviso in due parti comunicanti tra di loro per mezzo di un arco e cioè la Piazza Maggiore o del Comune (oggi Piazza Vittorio Emanuele) e la Piazza del Sopramuro, la quale ultima denominazione, è bene ricordarlo, noi ritroviamo però in documenti di molto precedenti e cioè della seconda metà del Quattrocento.

(1) G. MORONI: Op.cit. Vol. XXXIII, pag. 78 e seg. – L. JACOBILLl : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 23.

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Con Breve di Leone X, dato a Firenze il 29 Gennaio 1516, indirizzato al Card. Antonio Del Monte, il Pontefice faceva anzitutto notare, come molti beni, che per i continui sconvolgimenti politici, apportatori di confusione, erano scomparsi dai libri del Catasto Gualdese, clandestinamente fossero passati poi in mano di usurpatori, che ne godevano il possesso, senza neppure pagarvi le tasse Camerali, non risultando intestati ad alcuno. Dopo avere dichiarato che tali possessioni dovevano invece essere considerate come proprietà della Camera Apostolica, lo stesso Pontefice ordinava che, mediante un nuovo Catasto, i beni stabili usurpati come sopra si è detto, venissero repertati, misurati, e quindi segnati nei Libri Catastali, a nome della Camera suddetta, privandone gli usurpatori. Concedeva infine nel Breve in discorso, che le relative rendite fossero devolute, sino a che fosse durato il governo del Cardinal Del Monte, per i restauri della Rocca, a meno che lo stesso Cardinale non avesse voluto destinarle ad altro uso. Ma certo, questo Breve non dovette a vere alcun utile effetto, poiché in seguito vediamo emanare da Papa Paolo III, una nuova Lettera data a Roma il 18 Settembre 1538, con la quale si riconfermava al Legato Pontificio Gualdese dell’epoca, il mandato già conferito, come sopra si è detto, da Leone X al Cardinale Del Monte. Prima di queste, noi non abbiamo altre notizie su i Catasti Gualdesi, che però per certo, sin dal secolo precedente, funzionavano regolarmente organizzati, tanto è vero che in un rogito del 9 Agosto 1495, si parla di un libro « de novo confetto per Catastrerios de catastro Gaifane» ed in altro del 4 Maggio 1496, troviamo nominato un certo Ser Francesco di Piero da Gualdo, quale «offitialis archivii et catrasti dicte terre ». Al Card. Del Monte si devono poi vari Decreti riferentisi al governo di Gualdo: Uno dei suoi primi atti, avente la data 28 Aprile 1513, fu quello di confermare le disposizioni a favore dei Gualdesi che, come già vedemmo, erano state emanate pochi giorni prima dal proprio nepote Giovan Maria Del Monte, Vice-Legato di Perugia. Un altro suo Decreto, con la data 5 Marzo 1516, stabilisce anzi tutto che le Cause Giudiziarie, sino ad un certo grado d’importanza, debbano venir risolte di comune accordo tra le parti contendenti, con il concorso degli Ufficiali cittadini, sotto pena di dieci fiorini. Il Luogotenente sarebbe stato arbitro nel decidere quali Cause, per la loro maggiore importanza, , sarebbero spettate invece al giudizio di più elevati Giudici. Gli Ufficiali della città, dovranno dare esito alle Cause ad essi devolute, entro cinque giorni dall’inizio della Causa stessa, pena dieci fiorini di multa. Nello stesso Decreto del 5 Marzo, ordinava poi che chi aveva beni stabili contigui e in comproprietà con dei vicini, non avrebbe potuto vendere la sua parte senza che ne abbia cognizione il comproprietario, pena dieci fiorini di multa, ed a parità di prezzo debba avere la preferenza nell’acquisto il comproprietario stesso. I noltre che nessuno debba cedere beni stabili posti nel territorio Gualdese a dei forestieri, senza licenza del Governatore o Legato, pena l’annullamento dell’Atto di cessione e cinquanta ducati di multa. Similmente nessuno, sia Ecclesiastico che Secolare, possa affittare terre nel

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Comune di Gualdo a dei forestieri, se prima questi non daranno cauzione per garantire che i prodotti delle terre prese in affitto, saranno venduti nel Comune stesso e per di più a giusto prezzo. Non sia lecito ad alcun cittadino danneggiare la Comunità di Gualdo o la Camera Apostolica , riferendo ai forestieri quanto veniva discusso in seno ai Consigli dei Magistrati, minacciandosi ai contravventori la scomunica e la perdita, per dieci anni, del diritto di occupare pubblici Offici, più venticinque fiorini di multa. Finalmente il Decreto in discorso, termina con la concessione che in futuro, per un dato periodo di tempo, le merci esposte in vendita a Gualdo nei giorni di mercato, siano esenti da tasse e gabelle.

Un secondo Decreto, fu emanato dal Cardinal Del Monte il 22 Novembre 1517, per approvare e sanzionare le seguenti riformanze prese dal General Consiglio cittadino, l’11 Settembre di quell’anno: Che per la durata di sei anni, sia vietato ai Gualdesi tagliare i boschi Comunali nei monti chiamati Lo Intiero, Fringuello e Sparagaia, sotto pena di un fiorino e che nei luoghi suddetti, come pure in qualsiasi altra selva appartenente al Comune, non si possa dissodare il terreno per renderlo coltivabile, pena la multa di quattro ducati, da suddividersi tra la Camera Apostolica , gli Ufficiali del Danno Dato, il Monte di Pietà e colui che avrà presentato l’accusa. Che non si riconoscano validi i contratti d’acquisto dei beni immobili fatti dai forestieri nel territorio Gualdese, poiché il fruttato di questi beni veniva per solito asportato dai forestieri stessi fuori del Comune di Gualdo. Che si facciano trascrivere in nuovi Libri i Catasti e gli Statuti, essendo i vecchi volumi divenuti pressoché illeggibili per il lungo uso. Che si rinnovino le Polizze delle Tasse (Cartuccie) per contrada e vicinato come in antico, poiché nel modo in cui si trovavano ridotte, non era più possibile riscuotere i crediti della Comunità, e le imposte, anziché essere percepite da questa, restavano nelle mani dei debitori e persino in quelle dei Massari e degli Esattori. Che i pubblici Ufficiali del Comune di Gualdo, debbano essere nativi di luoghi lontani almeno dieci miglia da questa città, fatta eccezione per l’Ufficiale del Danno Dato. Che gli stessi non possano essere riconfermati in carica oltre il semestre e dopo scaduti, non sia lecito rieleggerli in Gualdo al primiero Officio, se non trascorsi quattro anni, salvo sempre il beneplacito del Legato. Che nella valutazione di quelle multe le quali vanno sotto il nome di Canne Murarie, ogni Canna debba essere tassata da venti a venticinque bolognini. Tali proventi vengano destinati solo ai restauri delle Mura Castellane ed i processi che le hanno determinate, si ritengano esauriti solo dopo avvenuto il pagamento delle relative multe. Che nessuno possa asportare i piccoli pali posti a sostegno delle viti, né dalle proprie né dall’altrui vigne, se non durante l’epoca in cui le vigne stesse si riattano, pena un fiorino di multa da destinarsi come sopra. Che sia vietato di catturare i palombi domestici, in qualsiasi luogo e con qualunque mezzo, pena la multa di otto ducati, che verrà anche applicata a chi, caduto in sospetto di contravvenzione, rifiutasse di far perquisire la propria casa. Che nei Giudizi, praticandosi la

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tortura ai giudicandi, debbano a ciò star presenti almeno due dei Priori, per curare l’adempimento delle prescrizioni Statutarie, fatta eccezione per quei processi nei quali non è possibile dare pubblicità alla confessione dei rei.

Al precedente Decreto il Cardinal Legato, ne faceva seguire un terzo, il 29 Agosto 1519, comprendente le quattro seguenti Rubriche:
– I. Premesso che la fiera indetta ogni anno in occasione della festa dell’Apparizione di S. Michele Arcangelo, durante otto giorni del mese di Maggio, per antica consuetudine era esente dai comuni balzelli e pedaggi, si estendeva ora tale esenzione, similmente durante otto giorni, anche a qualsiasi altra tassa imposta sulle carni, vini e simili generi commestibili, e ciò affinchè nelle taverne, alberghi ed ospizi, migliori condizioni si potessero fare ai forestieri, i quali affluirebbero così in maggior numero alla fiera stessa.
– II. Considerando che per la scarsezza del loro salario (quattro ducati di carlini & otto carlini ogni bimestre) il Gonfaloniere e i Priori che essendo in carica risiedevano permanentemente nel Palazzo Pubblico, erano costretti a farsi recare il vitto nel Palazzo stesso dalle proprie case, con grande incomodo dei famigliari, si concedeva ad essi un aumento di salario, affinchè potessero tenere a loro disposizione un cuoco in detto Palazzo. Per sopperire a questo aumento di salario, la somma occorrente si sarebbe provveduta in parte con i proventi della bottega per vendita di carne, che il Comune possedeva nella Piazza del Sopramuro ed in parte adibendovi la metà della somma assegnata al Palio, che si usava correre nella festa di S. Michele Arcangelo, dovendo restare l’altra metà ai Balisteriis et Scoppetteriis, che prendevano parte al Palio stesso.
– III. Per evitare che gli abusi commessi dai Pubblici Ufficiali del Comune, potessero restare impuniti, come erasi già verificato, si prescriveva che l’antica usanza di sottoporli a sindacato al termine delle loro funzioni, usanza che non era più regolarmente eseguita, fosse con rigore ripristinata per tutti gli Ufficiali suddetti, fatta eccezione per il Luogotenente del Legato, che solo da quest’ultimo potevasi sindacare.
– IV. L’amministrazione di alcune Opere pie e di beneficenza, tra cui massimamente quella dell’Ospedale così detto di Diotisalvi che era tenuta dall’Abbazia di S. Benedetto, doveva passare al Comune di Gualdo, non ottemperando regolarmente quei Monaci ai doveri risultanti da quella loro mansione, specie per quanto si riferiva all’adempimento di pii Legati.

Con altro Decreto del giorno 11 Novembre 1520, il Cardinal Del Monte, faceva poi le seguenti concessioni al Comune di Gualdo:
– I. Al Gonfaloniere ed ai Priori cittadini, si elargiva il diritto di poter far grazia, nelle pene pecuniarie, sino ad un massimo di venti soldi, dovendosi però preferire, nel graziare, i poveri e le persone degne di commiserazione e si ordinava la punizione degli Ufficiali minori del Comune, quante volte ostacolassero l’applicazione di dette grazie dalle quali s’intendevano però in ogni caso esclusi i condannati per il crimine del Danno Dato.
– II. Si autorizzava la Magistratura a frenare energicamente le estorsioni praticate e le illecite propine, richieste dagli Ufficiali Giudiziari; così ad esempio si stabiliva che una sola indennità ad

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essi spettasse quando, per ragioni di officio, si recavano in qualche Castello del territorio, anche se in tal luogo avessero occasione di esercitare contro più persone il proprio officio e ciò senza pregiudizio delle altre mercedi ad essi dovute a norme dello Statuto. Similmente si ordinava che detti Ufficiali, nello stesso giorno, non avrebbero potuto esigere più di un’indennità, se dall’uno all’altro luogo ove si fossero recati, corresse una distanza minore di due miglia.
– III. Si disponeva affinchè le Udienze di Giustizia, venissero tenute in Gualdo in ore che non fossero d’incomodo e danno per gli abitanti occupati a lavorare nei campi, specialmente durante la stagione dei lavori agricoli.
– IV. Per porre un limite alla durata delle liti e per non lasciare nell’incertezza i diritti di proprietà discussi nelle liti stesse, si ordinava che qualsiasi azione sì reale che personale, dopo venti anni restasse estinta e prescritta, a meno che non si riferisca a persone che non hanno raggiunto la maggiore età.
– V. Si provvedeva affinchè, da parte del Luogotenente del Legato e del Podestà, non si violassero gli Statuti, salvo il caso di forza maggiore.
– VI. Si affidava ai Priori il mantenimento dell’Acquedotto Pubblico e si stabiliva per gli stessi una pena pecuniaria, quante volte trascurassero di ordinare i necessari restauri, a profitto dei quali dovrebbero andare le pene in parola.
– VII. Si disponeva per la creazione di Ufficiali particolarmente adibiti alla manutenzione delle vie pubbliche.
– VIII. Si designava quale stabile sede della scuola di Grammatica il fabbricato posto sopra il Macello Pubblico.
– IX. Si riconosceva la necessità di sollecitare la revisione e correzione degli Statuti, da raccogliersi poi in un nuovo volume, come del resto era stato già stabilito.
– X. Ugualmente si riconosceva il bisogno di addivenire alla fattura di un nuovo Libro del Catasto, essendo quello vecchio inservibile per eccessivo uso e si prescriveva che di questo nuovo Catasto, la copia originale si conservasse non presso i Notari del Comune, ma sotto chiave presso i Priori. In tale occasione, si davano così anche molteplici disposizioni sul modo con cui, da parte degli agrimensori, si sarebbe dovuto elaborare questo nuovo Catasto.
– XI. Considerando che spesso gli oggetti presi in pegno dagli Esecutori Giudiziari a qualche debitore, per conto del rispettivo creditore, andavano perduti o in malora sia per negligenza, sia anche a scopo di frode, si approvava che detti pegni, dagli Esecutori stessi, venissero consegnati entro tre giorni al Conservatore o Depositario del Monte di Pietà. Se, dopo dieci giorni, i debitori non avessero riscattato i propri pegni, questi si sarebbero dovuti vendere a pubblico incanto e col ricavato si dovrebbero pagare i loro creditori, mentre il restante della somma, detratto quanto spettava come mercede agli Esecutori Giudiziari ed al Conservatore del Monte di Pietà, verrebbe restituito al proprietario del pegno venduto. Gli Esecutori suddetti, che trascurassero di consegnare i pegni al Conservatore, subiranno la multa di venti soldi, più verranno privati della mercede ad essi spettante per l’operazione compiuta.
– XII. Si approvavano speciali: disposizioni, per frenare le eccessive usure e le esosità degli Ebrei, che erano allora assai

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numerosi in Gualdo, dove, per qualche secolo, abitarono prevalentemente in una speciale contrada, che sin quasi ai nostri tempi, conservò volgarmente l’antico nome di Ghetto. Con queste disposizioni, siccome gli Ebrei per i mutui senza relativo pegno avevano sino allora richiesto come frutto due bolognini per fiorino ogni mese, si stabiliva invece che gli stessi dovessero percepire gli interessi o frutti, nella misura che si usava per i mutui con pegno; che del prestito fatto si fosse redatto Istrumento, affinchè l’Ebreo non avesse poi osato di richiedere una somma maggiore di quella mutuata; che non si potesse esigere un nuovo frutto anche sul denaro costituente gli interessi del Capitale prestato; che infine, nella valutazione di questi interessi, non fosse stato lecito considerare il mese iniziato come compiuto. Per gli Ebrei contravventori si fissava una multa di dieci aurei.
– XIII. Affinchè i pegni restati in mano agli Ebrei per mancata restituzione delle somme da essi dati a mutuo, non fossero venduti fuori del territorio Gualdese, si ordinava che detti Ebrei, dovessero procurarne prima la vendita in Gualdo a pubblico incanto, previo bando pubblicato per tre volte consecutive in tre giorni festivi, e che a detta vendita dovessero presiedere, per evitare ogni frode, due individui a ciò deputati dai Priori del Comune. Solo nel caso che; una tale asta fosse andata deserta, avrebbero potuto gli Ebrei vendere i pegni anche fuori del territorio Gualdese; dopo di che, pagatisi del proprio credito e del relativo interesse, avrebbero dovuto restituire la somma restante all’antico proprietario del pegno.
– XIV. Si stabiliva infine che i possessori di bestiame atto alla macellazione dovessero, in determinate epoche, esporlo in vendita per tale uso, offrendolo ai beccai del Comune e che solo nel caso in cui questi, per giusto prezzo ne rifiutassero l’acquisto, sarebbe stato lecito al proprietario di portare in vendita detto bestiame fuori del territorio Gualdese dove e come più a lui fosse piaciuto.

Tutti i su descritti Decreti, come pure qualsiasi altro privilegio od esenzione che fosse stato emanato in Gualdo dal Cardinale Antonio Del Monte, venivano poi approvati e confermati il 28 Giugno 1522 dal Consesso dei Cardinali, in assenza del nuovo Pontefice Adriano VI, che risiedendo in Ispagna, non ancora aveva preso possesso in Roma della Santa Sede. Similmente, da parte sua, il Legato Card. Del Monte, due mesi dopo, più esattamente il 30 di Agosto, essendo di passaggio per Gualdo diretto a Roma, solennemente confermava gli antichi Statuti della città, mediante una pubblica e simbolica cerimonia, compiuta sulla via, fuori la Porta Civica di S. Donato.

Mentre il Legato attendeva a riordinare la legislazione Gualdese , le soldatesche di Francesco Maria della Rovere, dopo avere ritolto a Leone X il Ducato di Urbino, avevano marciato anche contro la Pontificia Perugia. E quelle molte migliaia di feroci mercenari, per la più parte Tedeschi, Spagnoli, Guasconi, Greci e Albanesi, che per la forma delle celate di questi ultimi furono allora chiamati col nome di Cappelletti, unitamente ai fuorusciti Perugini, per mala

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ventura, dopo avere saccheggiato Sigillo e Fossato, erano giunti il Maggio 1517, nei dintorni della nostra città e ne avevano assaltato il territorio, facendo scempio dei cittadini e delle loro proprietà. Molti furono gli uccisi ed i prigionieri, specialmente nel Castello e Poggio S. Ercolano che, dopo di essere stato preso, per la resistenza che aveva opposto, venne tutto incendiato. Il giorno seguente le stesse soldatesche tentarono impadronirsi di Gualdo, ma ne furori dopo molti sforzi respinti, tanto che il fallimento di quell’assalto dall’atterrita popolazione fu attribuito al miracoloso intervento del Beato Angelo, Patrono della città.

Alle devastazioni degli uomini si aggiungeva l’inclemenza della natura e appunto in questi tempi, una fiera carestia travagliava la nostra regione, tanto che si senti il bisogno di molteplici provvedimenti, per porre argine ad una tale calamità. Infatti, con la data Settembre 1519, il Card. Del Monte emanava un Bando, con cui ; vietava ai forestieri, sia nobili che plebei, di acquistare terreni, case e consimili beni stabili appartenenti a Gualdesi, sotto pena di perdere il fondo acquistato, oltre a duecento ducati di multa. Più tardi il 15 Gennaio 1520, si proibiva l’esportazione dal territorio Gualdese, del seme di canapa, comminandosi ai trasgressori la multa di un fiorino per ciascuno e per ogni volta; il 30 Marzo 1522, si decretava, come pena, il taglio della mano per chi avesse abbattuto alberi, specie fruttiferi, nei luoghi vietati dal Comune; il 13 Luglio di quello stesso anno, si bandiva il divieto di asportare dal territorio Gualdese grano, legumi, animali da macello, uova, formaggi pollami, pena la multa di venticinque ducati d’oro, e mentre il Card. Del Monte confermava gli Statuti di Gualdo (Decreto del 30 Agosto 1522) si stabiliva d’altra parte, prima che terminasse quell’anno, e tassare i forestieri sino allora andati esenti da imposte. Inoltre i Pontefice Clemente VII, con Bolla data a Roma il 1 Gennaio 1524 dopo avere riconfermata ai Gualdesi la concessione fatta dai suo predecessori di potere importare nella loro città il frumento da luoghi lontani, dava licenza per il trasporto in Gualdo, senza ostacoli fiscali o d’altra natura, di trecento salme di grano, da procurarsi in qualunque luogo dello Stato Pontificio che fosse non meno di trentacinque miglia lontano da Roma e specialmente dai Distretti di Perugia, Todi e Orvieto.

Nel frattempo, erano insorti contrasti tra Gualdo e Nocera circa l’interpretazione di alcuni capitoli dell’accordo, come vedemmo, stipulati nel 1480 tra i due Comuni. In detto accordo, tra l’altro, era stato infatti sancito, che gli abitanti di Gualdo avrebbero potuti liberamente trasportare alle proprie case, il prodotto delle terre che possedevano nel Comune di Nocera e lo stesso avrebbero potuti fare quei di Nocera per le terre che avevano nel Comune di Gualdo e ciò senza pagamento di speciali dazi o gabelle, all’infuori delle ordinarie tasse gravanti su i terreni per effetto dei Catasti. Ora Gualdesi asserivano, che tale accordo cessava di avere valore in tempi di carestia, nonché per quei terreni acquistati dopo l’accordi stesso. Per risolvere la questione, il 29 Giugno del 1524, i

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rappresentanti dei due Comuni decisero di sottoporla al giudizio del Collegio dei Dottori Bolognesi, impegnandosi, in pari tempo i Nocerini e specialmente gli uomini di Boschetto e Colle, di non asportare granaglie dai loro terreni situati nel Comune di Gualdo che erano stati comperati dopo l’accordo del 1480 e ciò fino alla decisione dei Dottori Bolognesi, pena una multa di mille aurei.

Di poi, con Decreto del 25 Gennaio 1525, in conseguenza del su citato breve di Leone X del 29 Gennaio 1516, il Card. Del Monte dava ai Priori le disposizioni per procedere al nuovo censimento della proprietà fondiaria, disponendo che i Gualdesi tenuti ad inscrivere i propri beni nel nuovo Catasto, non dovessero sottostare ad altri oneri, fuorché al pagamento dell’opera degli agrimensori a dibiti a questa importante operazione, di cui ancora rimangono nell’Archivio Comunale gli interessanti documenti.

Quasi nello stesso tempo e propriamente il 6 Settembre 1525, i Gualdesi stipulavano nella loro Rocca Flea, mediante pubblico Istrumento, un completo accordo con i Rappresentanti del Comune di Perugia, con il quale erano in contrasto a causa dei confini territoriali. Le divergenze si riferivano alla linea di confine tra il territorio Perugino di Casacastalda e quello Gualdese di Morano. Procuratori dei Gualdesi erano Baldovino Ciocchi Del Monte, Luogotenente Generale in Gualdo del Legato Gualdese Cardinale Antonio Ciocchi Del Monte, nonché il su ricordato Benedetto Valenti di Trevi, allora Uditore del Legato stesso, mentre a Procuratore dei Perugini eravi Girolamo di Lorenzo de’ Cibbis da Perugia. Arbitri nella vertenza erano stati infine nominati dal Comune di Gualdo, Giovan Maria Ciocchi Del Monte, Arcivescovo di Manfredonia, che fu anche Legato dell’Umbria e che divenne poi Papa Giulio III, e dal Comune di Perugia, Vincenzo degli Ercolani della stessa città. Questi Arbitri, salvo alcune piccole differenze, riconobbero esatta la linea di confine pretesa dai Gualdesi, linea che nel relativo Atto di transazione viene indicata nel modo che segue, con vocaboli oggi però difficilmente identificabili: Partiva cioè da un termine allora esistente sulla via di Morano, nella località detta Piano di Asciano o Guarciano, da qui si dirigeva in linea retta al fondo del fossato, proseguiva lungo quest’ultimo sino ai piedi di Cese, poi a traverso la cima di questo, sino alla Quercia Cermoriglia, poi al Casale di Marzio, poi al Colle delle Rocce, poi alla Moglia di Marzio ed a Colle Capra, dopo di che scendeva alla Moglia di Negro ed al Fosso Maledetto, andando a finire direttamente sino al Fossato di Agello. Su questo confine si ordinava l’apposizione di grandi e solidi termini in pietra, previa misurazione del terreno per opera di due esperti e cioè il Gualdese Tiberio dei Ranieri e Piergentile Scialacqua da Casacastalda.

In questo stesso anno 1525, il Card. Del Monte effettuava finalmente la revisione degli antichi Statuti Gualdesi, tanto desiderata dai nostri Magistrati che avevano fatto perciò dettagliate proposte, le quali furono in tutto accolte dal Legato, con Decreto del 13 Settembre. Cinquantadue sono le rubriche dello Statuto che i

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Gualdesi vollero in parte aggiungere in parte modificare, e queste aggiunte e modifiche, come sono esposte nel Decreto suddetto, così integralmente noi le troviamo trascritte nel nuovo Libro degli Statuti, in calce alle rispettive rubriche, con le indicazioni Correctio oppure Additio Rmi De Monte. Più volte abbiamo ricordato gli Statuti Gualdesi, ma questo è il momento di riportare qualche notizia su tale Codice, interessantissimo per gli studiosi della nostra storia cittadina. Naturalmente in Gualdo, sin dal suo sorgere, anche in mancanza di un vero e proprio Statuto, dovettero vigere delle norme speciali, basate o sulla consuetudine o su singole disposizioni dei dominatori della regione, le quali regolavano la vita sociale nelle sue molteplici manifestazioni e indicavano le mansioni dei pubblici Ufficiali. Non sappiamo però con precisione, quando fu che la città nostra, per la prima volta, s’impose od ebbe imposto, un vero e proprio Statuto. Se dobbiamo credere ad un Breve di Papa Paolo III del 5 Agosto 1541, Breve che descriveremo più innanzi, se non il primo, uno dei primi nostri Statuti, sarebbe stato dettato, innanzi la metà del secolo XIV, dal celebre Giureconsulto dell’Ateneo Perugino, Bartolo da Sassoferrato. Ma all’ infuori di questa notizia, che oggi è impossibile controllare, noi dobbiamo ritenere che il più antico Statuto Gualdese sino a noi pervenuto è quello che, come già si disse, fu assegnato a Gualdo dalla dominatrice Perugia, il 29 Maggio del 1378. Questo Statuto esiste ancora nell’originale cartapecora, facendo parte degli Annali Decemvirati del Comune Perugino, che si conservano nell’Archivio Antico di quella città e si riscontra infatti nel volume dell’anno 1378, dal foglio 181 in poi. Trattasi però di una legislazione abbastanza rudimentale e che concerne quasi esclusivamente il modo di amministrare la giustizia. Ma certo è, che alla fine del XV secolo, la nostra città aveva già accumulato una completa raccolta di leggi proprie e questo interessante Statuto è appunto quello sino a noi pervenuto con le aggiunte e modificazioni apportatevi poi da alcuni dei Legati Papali che nel Cinquecento ebbero il Governo di Gualdo. Di questo Corpo legislativo Gualdese esistono oggi varie antiche copie manoscritte, qual più qual meno complete nelle sue varie suddivisioni, ma nessuna di esse, che io sappia, è anteriore al secolo XVI. Un bell’esemplare pergamenaceo esiste nel nostro Archivio Comunale ed appartiene per certo agli ultimi anni del secolo suddetto, leggendovisi un Breve di Clemente VIII, con la data 1592. Altra copia cartacea è presso di me, divisa in tre volumetti che provengono da diverse vie, ma che furono tutti trascritti tra la fine del secolo XVI e il principio del XVII. Due esemplari, pure cartacei, si trovano nell’Archivio di Stato in Roma: Uno di essi porta il N°. 159 ed è il più antico che si conosca, risultando trascritto nell’anno 1552, dal Notaio Gualdese Bongrazio di ser Aurelio Bongrazi; l’altro, avente il N°. 216, è assai più moderno, poiché fu copiato, non sappiamo su quale Codice, nel 1858, dal Segretario Comunale di Gualdo Dottor Antonio Lispi. Una copia del XVI secolo, figurava nella Biblioteca Hubé ed una del XVII era citata nel Catalogo di Statuti del Bocca (Anno 1868-1869). Anche nel Catalogo N°. 109 della Libreria Antiquaria C.

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Clausen (primo bimestre 1898) trovasi segnato uno Statutum Gualdi, con queste indicazioni : ms. cart, di verso il 1680. Indice ff. 27. Proemio e Bolle. Statuti pagg. 420. Il Lozzi poi, nel Catalogo della sua Biblioteca Istorica, cita due Statuti di Gualdo, uno dei quali ( Super Maleficiis) è tra quelli oggi da me posseduti. Altro esemplare del secolo XVIII, fa parte della Biblioteca di Sua Maestà il Re in Torino. Finalmente un’ultima copia cartacea del secolo XVII, è conservata in Roma nella Biblioteca del Senato con le indicazioni 94. II. 11. È quest’ultimo l’esemplare più importante, poiché a differenza di tutti gli altri precedenti Statuti, è completo in ogni sua parte, e gioverà quindi descriverlo come appresso: Nel primo foglio del Codice, leggesi anzi tutto la seguente nota, che conferma quanto già si disse a proposito dell’autore degli Statuti Gualdesi e cioè: «Statutum Gualdi a Bartolo percelebri jureconsulto concinnatum Bartolus Alphanius Saxiferratensis». Viene poi un indice alfabetico di quanto è trattato nel testo e all’indice segue una lettera di Antonius de Monte Episcopus Albaniensis S. R. E. Presbiter Cardinalis Papiensis, Terrae Gualdi Nuc. Dioc. Gubernator et Legatus Perpetuus. Comincia poi il testo della Statuto ordinato così come ora dirò: Dal foglio 1 al foglio 33, Liber Primus Officiorum – (Rubriche 33). Dal foglio 33 al foglio 68, Liber Secundus super Civilibus (Rubriche 119). Dal foglio 68 al foglio 115, Liber Tertius super Gabellis et Capitula Artium. La parte Super Gabellis, che va dal foglio 68 al foglio 76, contiene le seguenti Rubriche e cioè Carnium, Piscium, Vini, Pasturae, Pedagij, Zaffaraminis, Sirici scotani et cinciorum. La parte Capitula Artium, che va dal foglio 76 a foglio 88 contiene le Rubriche: Capitula Collegi Doctorum et Notar forum, Capitula Artis Lanae, Capitula Aromatariorum, Capitala de Cerdonibus, Capitula Aurificura, Capitula Artis Fabroram ferrorum, De Barbitonsoribus, De Sutoribas Capitula, De Lignaribus et Muratoribus et Scarpellinis, De Pizzicarolis et Merciarijs, Capitula de Bastarijs, Capitula de Hospitibus et Cauponibus, De Panifaciilis, De Macellarijs et Lanionibus, De Fornacciarijs, Capitala de Calcinariis. Dal foglio 88t al foglio 111, porta i Capitala Montis Pietatis, e dal 11 It al 114, i Capitala Montis Fiorentij. Dal foglio 115 al foglio 161, Liber Quartus saper Maleficiis (Rubriche 114). Dal foglio 161 al 179, Liber Sextus extraordinariorum (Rubriche 60). Dal foglio 179 al foglio 215, Liber Damnorum Datorum (Rubriche 88 alle quali seguono altre sette Rubriche aggiunte senza numerazione). Dal foglio 234 al foglio 236, Taxa mercedis officialium. Le restanti parti del Codice e cioè dal foglio 215 al 234 e dal foglio 236 al fine, contengono poi altri otto Documenti pure riferentisi al Comune di Gualdo, ma consistenti in Brevi Pontifici per confermare gli Statuti stessi, Transazioni con il Comune di Nocera, Decreti di Legati e Pontefici e persino una Vita del Beato Angelo da Gualdo, materia questa che non ha a che fare con gli Statuti propriamenti detti e della quale in parte si è già trattato e in parte si tratterà a tempo debito, durante lo svolgimento dell’opera nostra.

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Intanto nel 1527, una terribile pestilenza, venne nuovamente gettare lo squallore ed il lutto tra la popolazione Gualdese. Basta dire che, o perché spenti dall’epidemia, o perché fuggiti, o perchè riluttanti ad avvicinarsi al capezzale degli appestati, non eravi più nella città un Notaio che raccogliesse le ultime volontà di coloro che intendevano far testamento, tanto è ciò vero, che nell’Archivio Notarile di Gualdo, esiste ancora con la data « 1527 tempore pestis» un volume di testamenti e consimili scritture, redatti in assenza dei Notai, da un Fra Francesco, Priore del nostro Convento di S. Agostino, il quale coraggiosamente e spontaneamente si era assunto questo incarico pericoloso. Il volume suddetto, porta anzi in fine un Decreto del Legato Card. Antonio Del Monte, da in Arce Gualdi die XXIII iunij 1528, con il quale viene riconoscita la validità legale degli Atti rogati da Fra Francesco durante L’epidemia. E non ancora erano cessati i tristi giorni della carestia, tanto è vero che Clemente VII, con altra Bolla data in Orvieto il 21 gennaio 1528 e diretta alla Comunità di Gualdo, concedeva una nuova licenza, richiesta dal Card. Del Monte, affinchè i Gualdesi potessero approvigionarsi di duecento salme di grano, in qualunque luogo dello Stato Pontificio, ove ne sia abbondanza e ciò senza impedimenti fiscali durante il trasporto. Inoltre, sempre a causa della carestia e approfittando dell’editto del 30 Marzo 1522, con cui vietava di trasportare fuori del nostro territorio, frumenti, farine, biade, i Gualdesi risuscitavano un’antica contesa con i Nocerini, che pure soffrivano per la penuria dei viveri.

Dicemmo infatti che gli abitanti di Boschetto, Gaifana e Colle sottoposti al Comune di Nocera ma confinanti con Gualdo, possedevano non poche terre nel contado di questo, ed ora, in forza dell’editto suddetto, più non avrebbero potuto trasportare fuori del territorio Gualdese sino alle loro case i prodotti del suolo, ma avrebbero dovuto venderli sul luogo ove erano stati raccolti. I Nocerini fecero però opposizione al Decreto accampando in loro favore l’esistenza del già ricordato accordo del 21 Gennaio 1480, con il quale si riconosceva infatti ad essi il diritto di potere trasportare liberamente nelle loro case il fruttato delle terre che possedevano, nel Comune di Gualdo. D’altra parte i Gualdesi, obiettavano che tale transazione aveva valore solo per quei terreni che i Nocerini possedevano nel contado Gualdese già prima del 1480, epoca della transazione stessa e non per quelle che vi avevano acquistato dopo, volendo perciò che i prodotti di queste ultime si vendessero nel Comune di Gualdo. L’intrigata questione, che quattro anni prima già vedemmo sottoposta anche al giudizio dei Dottori del Collegio Bolognese, si trascinò innanzi per lungo tempo ma senza alcun risultato, sino a che il dissidio si inasprì al punto che frequenti assalti, devastazioni, ferimenti e uccisioni, si verificavano fra le due popolazioni con conseguenti confische di beni e gravi condanne. Giunte a un tal punto le cose, intervenne finalmente per farle cessare il nostro Legato Card. Del Monte e mercé sua si riunirono i Rappresentanti di Gualdo, che furono ser Silvestre Abbate, Girolamo di ser Luca e Fioravante di Giovanni

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Antonelli, Gonfaloniere, nonché i Delegati del Comune di Nocera, in persona del Vicario del Vescovo Nocerino, Giovan Battista dei Carnevali e di ser Filippo Natani. Si addivenne così ad un accordo l’11 Luglio 1528 nella Rocca Flea, dove venne stipulato infatti un lunghissimo Atto pubblico, con il quale le due città rivali fissarono i capitoli della pace che, sorvolando sui dettagli, noi possiamo così riassumere: I contendenti si perdonavano scambievolmente ogni danno ed ingiuria e si condonavano le pene per tale causa sancite, anche se si trattasse della pena di morte e della confisca dei beni. Dalle terre che i sudditi di Nocera possedevano nel Comune di Gualdo sin da prima della suddetta transazione del 1480, i Nocerini avrebbero potuto liberamente asportare tutto il fruttato in Nocera. Ma dalle terre dagli stessi acquistate nel contado di Gualdo dopo la transazione in discorso, sarebbe stato lecito asportare solo i due terzi del prodotto, dovendo l’altro terzo restare in vendita nel Comune di Gualdo. Rogò l’Atto il Notaio Tiberio di Gaspare dei Ranieri da Gualdo, alla presenza del suddetto Legato, di Ascanio Parisani, di Giuliano dei Capuzi, Maestro di Casa del Legato e Canonico in Castiglione Aretino, di Giovanni Del Monte e di Rinaldo di Giorgio da Nocera testimoni. Tale accordo fu poi ratificato dal General Consiglio in Nocera il giorno 2 Agosto del 1528, venendo finalmente approvato e confermato con Breve di Clemente VII, dato a Roma il giorno 11 Maggio dell’anno seguente e diretto alle città di Nocera e di Gualdo. Anche un’altra convenzione circa il libero scambio tra Gualdesi e Nocerini, veniva confermata in quest’epoca e cioè quella per cui il Comune di Gualdo non poteva sottoporre a dazio e pedaggio le merci e le persone che traversavano il suo territorio dirette a Nocera, così come quest’ultimo Comune, doveva praticare per quanto transitava nel territorio Nocerino con destinazione a Gualdo. A proposito di Clemente VII, poco sopra ricordato, noteremo qui infine, che questo Papa, nella notte del 13 Ottobre 1529, trattenevasi in Gualdo, mentre da Roma si recava a Bologna per incoronarvi l’Imperatore Carlo V, sostandovi poi nuovamente, accolto con grandi feste ed ospite della nobile famiglia Bongrazi, nei primi di Aprile del 1530, reduce da Bologna. Inoltre Clemente VII, con Bolla data a Roma il 24 Dicembre di quest’ultimo anno, approvava tutti gli atti e le disposizioni prese dal Card. Del Monte quale Legato della nostra città, non esclusa la revisione degli Statuti. Al Card. Del Monte poi, il 20 Novembre 1531, scrivevano i nostri Magistrati domandando che le esenzioni dalle imposte da lui stesso concesse, si riferissero solo ai tributi spettanti alla Camera Apostolica e non già a quelli che doveva riscuotere la Comunità, non essendo giusto, dice la lettera, che per favorire alcuni pochi debba risentirne danno tutta la popolazione. E a proposito di tributi, ci risulta dai Registri della Camera Apostolica, che di questi tempi e propriamente nell’anno 1533, Gualdo pagava a detta Camera, per l’imposta sul fuoco, la somma di quattrocento ducati.

In questo stesso anno, il Card. Del Monte, dietro richiesta dei nostri Magistrati, emetteva un Decreto con il quale si approvavano le

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seguenti disposizioni:
– I. Dovendo gli Ufficiali del Danno Dato, accusare dei minorenni, specie pastori, saranno tenuti a notificare l’accusa anche ai parenti o tutori dei minorenni stessi, poiché questi ultimi, assai spesso, per timore di rimprovero occultavano il malfatto ai genitori e lasciavano così trascorrere il tempo prescitto per la difesa. La notificazione fatta al solo minorenne, all’insaputa cioè dei parenti o tutori, farà si che il relativo procedimento giudiziario, dal Gonfaloniere o dai Priori, possa essere annullato.
– II. Quando gli Ufficiali del Danno Dato partecipano alle multe e sono quindi interessati a far condannare l’accusato, dovranno le loro deposizioni essere confermate da un Baiulo giurato, diversamente potranno non essere ritenute degne di fede.
– III. Se la multa per il Danno Dato raggiunge o supera il fiorino, trattandosi di un povero, potranno il Gonfaloniere o i Priori, a titolo di grazia, diminuirla sino alla somma di dieci soldi.
– IV. Il Cancelliere del Comune, in futuro sarà eletto dal Consiglio Generale, ma al Legato resterà sempre il diritto di approvazione o conferma.
– V. Per evitare arbitri, il Luogotenente del Legato e gli altri pubblici Ufficiali, non potranno essere riconfermati in carica per più di un secondo semestre, salvo casi speciali.
– VI. Per comodità del pubblico, lo stesso Luogotenente dovrà fissare la sua dimora nel Palazzo del Podestà, a meno di particolari evenienze.
– VII. Siccome spesso gli Ufficiali Superiori del Danno Dato, reclutavano quelli inferiori e subalterni, fra individui di cattiva condizione sociale e mala coscienza, per l’avvenire, la nomina di questi ultimi dovrà essere approvata dal Consiglio Generale.
– VIII. Verificandosi spesso gravi danni alla popolazione per il modo con cui si esigevano le imposte, si ritornerà all’antico costume dimostratesi ottimo.
– IX. In caso di adulterio, stupro ed incesto, non si ammetterà accusatore che non sia parente almeno in terzo grado, salvo che il fatto non risulti pubblico e notorio.
– X. I pascoli sulla montagna appartenenti alla Camera Apostolica, dovranno vendersi o affittarsi ai Gualdesi e non ai forestieri, salvo il caso che i primi volessero offrirne un prezzo meno che giusto ed onesto.
– XI. Considerando le tristi condizioni economiche della popolazione, sarà lecito ai proprietari vendere il bestiame anche fuori del territorio Gualdese quando, per un giusto prezzo, fosse stato già inutilmente offerto ai macellai cittadini e purché una terza o almeno una quarta parte di detto bestiame resti, in ogni caso, per uso della popolazione stessa.
– XII. Nei pignoramenti, per evitare irregolarità, i pubblici Ufficiali dovranno agire solo a norma di legge, né potranno pretendere la dovuta mercede, se non dopo avere espletato completamente il loro mandato.
– XIII. Sarà infine permesso deviare l’antica strada Flaminia, facendola passare per Gualdo, senza però distruggere il primitivo vecchio percorso. (1)

(1) N. ZUCCONI: Ricordi di Perugia. ms. edito dal Fabretti. Torino pag. 157 – L. MANZONI : Bibliografia degli Statuti, Ordini e Leggi dei Mu­nicipi Italiani. Bologna 1876. Vol. I. Parte I, pag. 219 – C. Lozzi : Biblioteca Istorica dell’antica, e nuova Italia. Imola 1886-1887. Voi. I, pag. 53 – G. MORONI :

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Frattanto, sin dal 1529, il Pontefice aveva inviato come Legato in Perugia il Card. Ippolito dei Medici, il quale non sempre si occupò personalmente del governo dei Perugini, ma più volte affidò le cure di quella Legazione, oltre che al Vice-Legato Cinzio Filonardi da Bauco, Vescovo di Terracina, anche al nostro Card. Del Monte, che intorno al 1513, era stato anch’esso Legato di Perugia. Ma in quest’ultima città, come si disse, prepoteva una parte della forte famiglia Baglioni, che era divenuta nell’ Umbria una vera potenza, e il disegno del Card. Ippolito era appunto quello di farla finita con quei temuti Signori e con i loro partigiani, cacciarli da Perugia e assoggettare questa città completamente alla dominazione Pontificia; e infatti sin dal mese di Luglio del 1529, il Vice-Legato unitamente a Giovan Battista Baldeschi, erasi recato a Gualdo, per abboccarsi con il Card. Del Monte e stabilire il da farsi circa il dissidio insorto tra il Papa e i Baglioni suddetti. Questi ultimi però non tardarono ad accorgersi dei disegni del Pontefice e una sorda guerra cominciò tra essi e il Cardinale Legato di Perugia, né Gualdo fu estraneo agli avvenimenti storici di quel tempo. Infatti nel 1533, gli Assisani Gadone e Ottaviano Nepis, partigiani della fazione dei Baglioni avversa al Pontefice, inviavano a Gualdo non pochi loro giovani concittadini, perché vi fomentassero la rivolta contro la Santa Sede. E sembra che spesso si succedessero nella nostra città, questi convegni dei partigiani dei Baglioni, i quali pare anche che da Gualdo andassero di tanto in tanto travestiti a Cannara per abboccarsi con donna Francesca Baglioni ed a Valfabbrica per congiurare con i numerosi Fuorusciti Perugini che vi si erano raccolti. Di più, il nostro Card. Del Monte non doveva per certo favorire le aspirazioni del suo collega di Perugia il Card. dei Medici, ma doveva piuttosto tenersi dalla parte dei Baglioni o almeno tollerarne gli intrighi, « cosa disonestissima e molto brutta », come scriveva il suddetto Vice-Legato di Perugia, Cinzio Filonardi, che in quello stesso anno 1533, proponeva al Legato Card. Ippolito dei Medici, di privare di ogni feudo e possesso i Baglioni, aggiungervi Gualdo, che sarebbe stato tolto al Card. Del Monte, e unitamente ad altre vicine città farsene dare dal Papa il

Op. cit. Vol. XXXIII, pag. 78 e seg. – Codice Liturgico del secolo XIII, nel­ l’Archivio Capitolare della Cattedrale di S. Benedetto DI Gualdo Tadino. Qua­ derno XI, e. 2t – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Angelo di Berardo di Gabriele dal 1485 al 1496. Quad. A, e. 12t; di Luca di ser Gentile dal 146.4 al 1499. Quad. 27, c. Ut; di Bernardo di Gerolamo dal 1524 al 1531. Pagi­ nazione I, c. 68 – Bibl. Comunale di Perugia : Codice Pergamenaceo conte­ nente le correzioni ed aggiunte apportate dai Cardinali Legati di Gualdo agli Statuti di questa città, e. 28t, 31t, 51 – -C. BONTEMPI : Ricordi di Perugia. ms. edito nel Tomo XVI, Parte II dell’Arch. Storico Italiano, pag. 341 – L. ja cobilli : Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 23. 91 e seg. – Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1517 al 1523. e. 78, 99t, 155, 174, 175; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. 46, 47, 50, 52, 53, 54, 58, 65, 66, 114; Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. N«. 8, 9, 10, 12, 15, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 50 – Bibliot. del Seminario di rohgno : Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. A. V. 6, e. 447t. – Arch. antico del Tribunale di Perugia: Anno 1528, Busta V, Fasc. 16.

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dominio con diritto di trasmissione ai suoi bastardi. Questo per allora rimase allo stato di semplice desiderio, ma nel seguente anno 1534, vediamo in parte il sogno avverarsi: Infatti, aveva lasciato allora il Card. Del Monte il governo di Gualdo e questo luogo era ritornato alla dipendenza del Legato di Perugia, con gran piacere dei partigiani del Card. Ippolito e più d’ogni altro del Vescovo di Nocera, Varino Favorini da Camerino, insigne umanista e fedele seguace dei Medici, il quale, maltrattato dal Card. Del Monte nel tempo che questi era stato Legato di Gualdo, rinunziava ora al suo Vescovato scambiandolo con il Governo della Rocca Gualdese, sulla quale alzava le insegne Medicee. Di questo nuovo dominio, ci resta anzi un Rescritto del Vice-Legato Perugino Cinzio Filonardi, avente la data 5 Febbraio 1534, con il quale si deliberava quanto appresso: In considerazione della carestia, i Nocerini possessori di terre nel Comune di Gualdo, avrebbero dovuto vendere ai Gualdesi, tutto il prodotto delle terre stesse, quante volte fossero state da essi acquistate in epoca posteriore alla già descritta transazione, redatta in proposito tra le due popolazioni l’anno 1480. Circa la domanda fatta dai Magistrati Gualdesi che il Podestà e il suo Luogotenente in Gualdo, fossero eletti dal Consiglio Generale di tale città, si dovrà rimettere la richiesta direttamente al Card. Legato di Perugia, che avrebbe deciso in proposito. Gli Ufficiali del Monte di Pietà, dovranno essere eletti ogni semestre, con maggiori garanzie per quanto riguardava la loro onestà ed attitudine e dovranno essere sottoposti a sindacato, appena decaduti dall’Officio. Sempre in considerazione della carestia verrà prorogata per sei mesi l’esazione delle multe per il Danno Dato, e per la stessa causa, non trovandosi più in circolazione oro ed argento, siccome il Vice-Camerlengo percepiva un aggio su moneta di altro metallo, si stabiliva sino a qual somma lo stesso avrebbe potuto percepire l’aggio suddetto.

Ma la rinnovata dipendenza della nostra città dalla Legazione di Perugia non doveva essere duratura. Già nella seconda metà di quello stesso anno 1534, il Vice-Legato Perugino richiedeva anche a Gualdo urgenti aiuti di armati, da opporre alle milizie degli avversi Baglioni tornati alla riscossa, ma ogni resistenza fu inutile, poiché il 1 Novembre, questi rientravano vittoriosi in Perugia, uccidevano a pugnalate il Vice-Legato Cinzio Filonardi e ristabilivano momentaneamente nella loro città l’antico dominio. Gualdo restava così sciolto dalla Legazione di Perugia e ritornava a dipendere da un proprio e speciale Legato. (1)

Fu questi il Card. Andrea Matteo Palmieri che, appena eletto Governatore di Gualdo, per iniziare sotto buoni auspici la sua Legazione, emanò il seguente Decreto :
– I. Si confermavano gli indulti dati dal predecessore Card. Del Monte.

(1) L. FUMI: La Legazione dei Card. Ippolito dei Medici nell’Umbria. (In Bollettino già cit. Voi. V, pag. 485, 496, 503, 504, 524, 565) – A. FABRETTl : Op. cit. Voi. IV, pag. 166 – Arch. Comunale di Qualdo: Raccolta di Documenti Storici Gnaldesi dal XIII al XVII! secolo. Doc. no. 59.

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– II. Poiché i redditi delle praterie e pascoli Comunali sulla montagna, redditi che per solito ammontavano a quaranta ducati d’oro annui, andavano a beneficio della Camera Apostolica, con danno della Comunità di Gualdo, si stabiliva che per l’avvenire, detta rendita andasse a vantaggio di quest’ultima e solo nel caso che le praterie avessero reso oltre alla somma suddetta, il di più fosse percepito dalla Camera Apostolica. Ai cavalli del Card. Legato, sarebbero però stati somministrati gratuitamente i foraggi, traendoli dai pascoli in discorso.
– III. Si vietava al Luogotenente del Legato ed agli altri Ufficiali, nelle cause criminali, pendente l’appello, di procedere alle esecuzioni giudiziarie, per multe superiori alle venti libbre di denari. Dopo un mese, nulla essendovi in contrario, si sarebbe potuto procedere alle esecuzioni, ma solo per volere del Legato e mediante un suo ordine scritto.
– IV. Per ricondurre la pace nella città straziata da intestine discordie, si concedeva una generale amnistia, per qualunque delitto e per qualunque pena, fosse pure condanna di morte, con la condizione però, che se un cittadino graziato tornasse a commettere un nuovo crimine, con la nuova pena dovesse scontare anche quella di cui era stato graziato. La suddetta concessione al Comune, dei redditi ricavati dalle praterie sulla montagna, venne poi riconfermata il 15 Marzo 1537, con Rescritto del Card. Marino Grimani, Legato di Perugia e poi con Breve di Papa Paolo III, dato a Roma il 5 Agosto 1541.

Ma nonostante il suo appello alla pace, il Legato Card. Palmieri, dovette ben presto sedare alcuni moti popolari manifestatisi nella città, la quale, nel 1534, era entrata in conflitto, a cagione di confini territoriali, con Fabriano, rimanendo uccisi per opera dei Gualdesi, alcuni abitanti di quel Comune, sorpresi dai nostri sulla montagna. Per tali fatti il Pontefice aveva preso anzi severe misure contro i Gualdesi, incorsi nel crimine di ribellione, i quali ottennero però poi l’indulto, mercé l’interposizione del loro Cardinale Legato.

Quest’ultimo, in data 6 Dicembre 1534, con il tramite del suo Luogotenente, emanava dalla Rocca di Gualdo un lungo Bando, che qui in succinto riassumeremo : Dava anzitutto ordine, che gli esiliati dal territorio di Gualdo, se ne partissero immediatamente, minacciando la confisca dei beni a chi desse asilo agli stessi ; proibiva di tenere concubine e comminava ai bestemmiatori pene pecuniarie, tratti di corda e la perforazione della lingua ; vietava dovunque i giuochi proibiti e nelle Chiese e simili luoghi sacri, anche i giuochi riconosciuti leciti; prescriveva di tenere chiuse le botteghe, di non lavorare e di non commerciare nei dì festivi; sanciva rigorose pene a chi faceva violenza alla Corte di Giustizia, a chi offendeva Notari e Procuratori nell’esercizio delle loro funzioni e raddoppiava quelle indicate dallo Statuto per chi commetteva qualche maleficio alla presenza dei pubblici Ufficiali. Prescriveva inoltre il giuramento per i Sindaci delle Ville e Castelli del territorio Gualdese; dava disposizioni per impedire qualsiasi frode da parte dei venditori di generi alimentari a danno dei compratori; proibiva l’esportazione di vettovaglie fuori del Comune di Gualdo e l’uso di portare armi, sì di offesa che di difesa, così

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trattandosi di Gualdesi come di forestieri; vietava di andare in giro di notte tempo privi di lanterna ed ogni lume non doveva servire per più di tre persone; nessuno avrebbe potuto vendere pane o vino senza permesso, usare pesi e misure non controllati ed esercitare l’officio di Baiulo senza prestar giuramento; ammoniva non potersi tagliare i boschi in alcune selve Comunali riservate sulla montagna, né potersi cacciare e pescare in determinate località del territorio; infine ordinava che non fosse lecito prestare denari o dare oggetti, ai Famigli ed Ufficiali del Legato e a quelli del suo Luogotenente, senza speciale autorizzazione. Tutte le pene pecuniarie comminate per le infrazioni al suddetto bando, si sarebbero dovute destinare per metà alla Camera Apostolica, per un quarto all’Accusatore e per l’altro quarto all’Esecutore Giudiziario.

Altro Decreto, con la data 20 Dicembre 1535, emetteva in Gualdo Mario Boninsegni da Borgo San Sepolcro, Luogotenente del Legato Card. Palmieri. II Decreto in parola, riguardava, specialmente l’elezione dei Magistrati mediante Bussolo e comprendeva i seguenti Capitoli :
– I. Il Consiglio Generale, ad evitare confusione, dovrà essere composto di non più di quarantotto membri.
– II. I Consiglieri, mediante estrazione dal Bussolo eletti alle cariche di Gonfaloniere e di Priore, non potranno rifiutare, come spesso accadeva, un tale Officio ; chi, senza plausibile motivo, persisterà nel rifiuto, subirà la multa di due scudi, da devolversi al Collega estratto in sua vece, od al Comune, se il Collega stesso rinunciasse a percepire la multa.
– III. Risultando eletto con il Bussolo a qualche pubblico Officio un cittadino Gualdese residente fuori di questo Comune, l’estratto non potrà esercitare le proprie mansioni per mezzo di un suo sostituto, ma si dovrà addivenire ad una nuova estrazione. Lo stesso dicasi per quell’eletto che, pur risiedendo nel Comune, non volesse occuparsi personalmente dell’Officio conferitogli.
– IV. Similmente, se al posto di Notaro addetto presso qualcuno dei vari Offici Comunali (Massa riato, Sindacato, Catasto, etc.) fosse eletta con il Bussolo una persona assente dal Comune, a questa nemmeno sarà lecito esercitare il mandato per mezzo di un supplente. Però, affinchè il relativo Officio Comunale non resti privo di Notaro, all’eletto si concederà un certo periodo di tempo per venire a prendere possesso del proprio Officio, trascorso il quale, si provvedere alla nomina del suo successore, mediante estrazione da apposita borsa, contenente i nomi di tutti i Notari Gualdesi matricolati.
– V. Per evitare che i venditori al minuto dei generi alimentari e di mercanzie, vendano a prezzi esorbitanti, i Sensali Comunali, nominati per un anno, entro dieci giorni dalla loro nomina, dovranno fissare i prezzi dei singoli oggetti, in pieno accordo con il Camerlengo della Corporazione d’Arte, cui l’oggetto stesso si riferiva. I privilegi, gli indulti, le concessioni, i bandi, dal Card. Palmieri e dal suo predecessore Card. Del Monte elargiti ai Gualdesi, vennero poi tutti riconfermati dal Card. Agostino Spinola, Camerlengo di Santa Chiesa, a ciò autorizzato da Papa Paolo III, con Atto del 9 Luglio 1537.

Avendo poco prima questo Papa imposto ai Comuni dello Stato

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Ecclesiastico un nuovo balzello, gli abitanti del villaggio di Boschetto, presso il confine del nostro territorio, i quali facevano parte del Comune di Nocera ma possedevano beni stabili nel Comune di Gualdo, si rifiutarono di pagare a quest’ultimo la quota di contribuzione per tale balzello ad essi spettante sui beni stabili suddetti, accampando il pretesto che essi dovevano invece versarla al Comune ove avevano residenza e non in quello ove possedevano i beni ; riservandosi forse in cuor loro, di opporre agli Esattori Nocerini lo stesso ragionamento, ma in senso inverso, per non pagare così quanto dovevano né all’uno né all’altro Comune. Quello di Gualdo però, ricorse alla Curia del Legato Pontificio in Perugia, la quale, con sentenza del 20 Luglio 1537, ordinò agli abitanti di Boschetto di pagare agli Esattori Gualdesi, quanto a questi spettava, per i beni posseduti nel Comune di Gualdo, in conseguenza dei nuovi balzelli imposti da Papa Paolo III. Una consimile vertenza tra le due finitime popolazioni, vedremo risorgere nel 1552.

Durante questo tempo, i Veneziani collegati con Carlo V e con il Pontefice, avevano dichiarato guerra al sultano dei Turchi Solimano II detto il Magnifico e di questo avvenimento, ben noto nella storia generale, troviamo un simpatico episodio nella nostra vita cittadina. Infatti il 24 Marzo del 1538, il General Consiglio della nostra alpestre città, veniva chiamato a raccolta dai suoi dirigenti per discutere una ben strana proposta. Si trattava nientemeno d’inviare una squadra di forti montanari Gualdesi sulla flotta di Paolo III Farnese, in qualità, notate bene, di rematori, nella guerra navale contro gli agili Corsari di Solimano « quam provisio debet fieri pro inveniendis ominibus actis ad remigandum pro classem Smi D. N. contra Turchas, come si legge nel documento suddetto. Giovanni Mascelli, uno dei più influenti membri del General Consiglio, propose allora che si facesse un elenco di tutte le famiglie della città e del contado, si dividessero poi queste famiglie in quindici gruppi ed ogni gruppo eleggesse tra i suoi componenti, un uomo da inviarsi, come rematore, sulle galere Pontificie. In compenso la Comunità avrebbe esentato i partenti da ogni vincolo, tassa, gravame o balzello solito a pagarsi e gli avrebbe donato due salme di grano, una subito e l’altra tre mesi dopo, con l’aggiunta, se ciò non fosse stato sufficiente, di una certa somma di denaro, per le inevitabili spese occorrenti a ciascuno degli improvvisati marinai. La proposta del Mascelli, venne approvata seduta stante dagli altri membri del Consiglio Generale, con quarantuno voti favorevoli e quattro contrari. Dopo la votazione, messer Marino, Uditore del Governatore di Gualdo e in sostituzione di questo allora assente, elesse in seno al Consiglio, quattro uomini in rappresentanza dei quattro Quartieri della Città, perché compilassero il suddetto elenco e la divisione in quindici gruppi delle famiglie Gualdesi e risultarono a ciò delegati, Baldino di Mastro Giovanni per il Quartiere di Porta S. Benedetto, Francesco Nataddeo per quello di Porta S. Donato, lo stesso Giovanni Mascelli per quello di Porta S. Facondino e Mariolo di Mastro Francesco per quello di Porta S. Martino. Inoltre, ad evitare intralci e lungaggini, che forse neppure in quei tempi lontani facevano

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difetto tra gli amministratori della cosa pubblica, si prescrisse ai membri di questa Commissione, di presentare i nomi dei partenti per la guerra navale, entro due giorni, pena la multa di cento ducati per ciascuno di essi se non ottemperassero ad una tale prescrizione. Nei Libri Consigliari dell’epoca, appaiono anche i nomi dei quindici Gualdesi partiti come rematori, cosa invero assai singolare quando si consideri, che gli stessi, probabilmente giammai avevano veduto l’azzurra distesa del mare e più che a maneggiare il remo sulle instabili navicelle di Papa Paolo III Farnese, erano atti a menar la scure contro le quercie secolari o a condurre le mandrie sulle deserte balze dell’aspro Appennino.

Durante la Legazione del Card. Palmieri, si effettuò alfine la deviazione dell’antica strada Flaminia che si fece passare entro Gualdo.
Il lavoro fu compiuto su progetto del Perugino Aurelio Foschi, eletto Commissario all’uopo, assumendosene il Comune la spesa e con l’obbligo di non imporre poi tasse di pedaggio ai viandanti sulla nuova via. La deviazione in discorso, era un vecchio e costante desiderio della popolazione Gualdese: Troviamo infatti due precedenti Decreti, uno in data 28 Febbraio 1480, del Vicario Generale in Perugia Giovan Battista Savelli, l’altro in data 21 Aprile 1525, del Card. Francesco dei Medici, Camerlengo di Santa Chiesa, oltre quello poco sopra ricordato, emesso dal Card. Del Monte l’anno 1533, con i quali, considerandosi che la vetusta strada Flaminia era ridotta in pessimo stato, si permetteva al Comune di Gualdo di deviarla a Gaifana e di farla passare entro la nostra città, per riprendere poi, poco prima del Borgo di Fossato, il vecchio percorso. Ignoriamo per quali ragioni il progetto, benché approvato, non fosse stato posto in opera sin da quei tempi. Certamente con tale deviazione stradale, i Gualdesi speravano di attrarre entro le proprie mura, i viaggiatori che allora in gran numero transitavano per l’importante strada Flaminia, ma pare che a costoro, più che la visita a Gualdo, interessasse la brevità del viaggio e che in conseguenza, anziché percorrere il nuovo tratto deviato per la nostra città, seguitassero invece a transitare nel vecchio ma più breve percorso. Con ciò si spiega un successivo Decreto emesso dal Comune di Gualdo il 28 Ottobre 1562, con il quale si ordinava ai proprietari di terre confinanti con qualche tratto della strada Flaminia che doveva essere abbandonato, di distruggere detta via e ridarla a terreno coltivato, pena due scudi di multa ai contravventori. Nell’anno seguente, altri numerosi tratti della stessa via, furono per il medesimo scopo, venduti dal Comune ai possessori dei campi contigui.
Ma certamente tutte queste disposizioni, se anche ebbero un effetto
immediato, non durarono a lungo poiché infatti, anche oggi, sussiste più o meno integra, quella parte della via Flaminia condannata alla distruzione ; ed è naturale che così avvenisse poiché la stessa, oltre ad essere una strada di grande comunicazione, era eziandio indispensabile ai Gualdesi per le piccole comunicazioni locali.

Al Palmieri successe, il 10 Aprile 1538, un nuovo Legato in persona del Card. Antonio Pucci che fu anche Vescovo di Albano,

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noto nei nostri Archivi, con il nome di Cardinale di San Severino. Costui, dieci giorni dopo la sua elezione, di accordo con i Priori del Comune, fece apporre nel Palazzo Priorale una cassetta, dove i cittadini avrebbero potuto deporre, sotto il manto dell’anonimo, reclami e denunzie e qualsiasi proposta che loro fosse apparsa di pubblica utilità. Questo sistema di fare intervenire cosi, indirettamente, il popolo nella pubblica amministrazione, ebbe per vari anni una grande importanza nel governo di Gualdo ed i nostri Libri Consigliare dell’epoca, abbondano di discussioni fatte su innumerevoli istanze presentate con tale mezzo. E’ anzi interessante notare che tutte indistintamente le proposte contenute negli anonimi scritti, quando venivano presentate in Consiglio ottenevano l’approvazione ed assumevano valore legale, segno questo che difficilmente errava la voce del popolo. Si sentì persino il bisogno di disciplinare con uno speciale Statuto questa anonima collaborazione del pubblico al governo cittadino, Statuto che si basava sulle seguenti disposizioni:
– I. La cassetta ove deponevansi le lettere (polizze) dei cittadini e che veniva chiamata indistintamente trombone, cippo, tamburo, doveva avere due chiavi, una tenuta dai Priori, l’altra dai Regolatori del Comune.
– II. Ad ogni Consiglio indetto super bono publico, il Cancelliere doveva togliere dalla Cassetta le lettere, alla presenza di almeno un Priore ed un Regolatore.
– III. A tutti i Priori e Regolatori insieme adunati, il Cancelliere dava lettura delle lettere stesse e con votazione si decideva quali di esse dovevano essere presentate al Consiglio per la discussione, venendo senz’altro respinte quelle che contenevano diffamazioni o puerilità.
– IV. Le polizze che si presentavano al Consiglio e che venivano da questo approvate, dovevano essere poi trascritte nei Libri delle Riformanze; quelle respinte, sia nel primo esame per opera dei Priori e dei Regolatori, sia durante la discussione Consigliare, erano invece bruciate.
– V. Il Cancelliere, con il vincolo del giuramento, s’impegnava di non mostrare le lettere indistintamente ad alcuno, neppure ai Priori e Regolatori, affinchè dalla scrittura non se ne potesse riconoscere l’autore. E cosa interessantissima, per lo studio della nostra vita pubblica e privata di quel secolo, la lettura degli scritti depositati nel Cippo: In uno di essi, ad esempio, l’anonimo autore raccomanda ai Priori d’intercedere presso il Cardinale Legato, affinchè voglia usare clemenza a tal Cesario da Gualdo, diciassettenne, il quale aveva ucciso la sorella Fiordaligi, perché teneva vita disonesta; ed in un’altra polizza posta in quello stesso giorno nel Cippo, si pregavano i membri del Consiglio di sollecitare la grazia per Francesco di Sabbatello, uccisore della moglie adultera. Il primo dei due scriventi, giustificava la sua domanda, considerando che, « se in Gualdo non si desse qualche terrore alle donne circa il vivere honesto, fra poco tempo saremo in un bordello et se qualche giovine ammazza qualche sua moglie o parente che vive dishonestamente da causa a tutte l’altre di sforzarsi a vivere honestamente et fare honore al suo marito et parenti. ….. ». Un terzo, fingendosi nientemeno che San Benedetto, scrive al Consiglio una lunga e curiosa lettera, per protestare contro l’incuria

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in cui è tenuta la Chiesa Abbaziale a tal Santo dedicata. Un quarto si lamenta della rilasciatezza della Giustizia in Gualdo, per cui dice « è forza che si commettano molte scelleratezze et vadano impunite et cusi tuttavia si vada di male in peggio et che gli huomini della Terra stienno in trame et inimicitie et se non si da remedio …. . bisognarà disabitar questa Terra et che li boni se partano o che patano tutte le soperchiarie che se possono fare al mondo ». Un altro vede « i fatti del Monte della Pietà gire tanto male che Iddio non se sa come il sofferisce ……. Un tale, certo qualche padre di figliol prodigo, chiede che sia emanato un bando perché «nisuno mercante o merciaro debba dare in credentia alcuna sorte di robba a persona che sia figlio di famiglia, da due carlini in su et il patre non possa essere astretto a pagare; che facendo questo si levarà la causa del robbar che si fa in casa …… E un altro infine consiglia, per avere un buon medico, di elevarne lo stipendio ad almeno ottanta scudi l’anno e che nella scelta « ci si usi molta diligentia, perocché si deve attendere alla sanità come prima cosa dopo l’anima». Vi è chi scrive consigliando nuovi cespiti d’entrata, per restaurare le finanze della Comunità depauperate e da lungo tempo andate in malora; chi propone mezzi atti ad alleviare i danni di una carestia, come l’acquisto di grani nella Marca e il divieto di asportarne fuori del nostro territorio; chi denunzia le ingiustizie di un pubblico Ufficiale, chi l’insufficienza o i difetti di una Legge o di un Decreto; chi chiede la riparazione delle Mura Castellane, chi dell’Acquedotto, o di questo o di quell’altro edificio del Comune, o suggerisce modificazioni a qualche lavoro pubblico in via di attuazione. Qualcuno scrive che vorrebbe vedere riformati gli Statuti Comunali, qualche altro denunzia danni arrecati ai beni della Comunità o frodi all’erario, altri infine chiede la proibizione di andare armati con l’archibugio per la Terra. Non mancano le lagnanze contro il Luogotenente del Card. Legato, perché non si uniforma agli Statuti Cittadini, né fanno difetto le più svariate richieste, come la diminuzione dei balzelli, la cacciata da Gualdo dei molti individui che, banditi dalle vicine città, qui si erano rifugiati, la proibizione che i porci vadano errando liberamente per l’abitato. Un tale chiede persino una speciale ordinanza per imporre che le scarpe leggere non possano vendersi più di sedici bolognini al paio, mentre un secondo vorrebbe che il Consiglio obbligasse i parenti dei defunti, ad accompagnar questi all’ultima dimora, contrariamente al parere di un altro che domanda invece la rigorosa proibizione di tale pratica. Vi sono lettere che chiedono l’imposizione delle tasse anche ai forestieri che ne erano esenti, altre che consigliano di ricercare in quali mani private siano andati a finire i denari, da alcuni precedenti Cardinali Legati elargiti al Comune per opere pubbliche ed altre che sollecitano l’acquisto di sei pezzi d’arme a difesa della città. Molti scritti contenevano proteste contro coloro che godevano speciali immunità od esenzioni dai balzelli e dai tributi imposti dal Comune, e questa proposta, accolta con ogni favore dal Governatore di Gualdo che era Marcello de Tutis, Patrizio Senese,

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fece sì che molti eminenti cittadini Gualdesi, con a capo l’illustre Giureconsulto Giandiletto Durante, usufruendo delle immunità ed esenzioni suddette, vi rinunziarono a favore del Comune, nel Maggio del 1559. E si potrebbe proseguire ancora lungamente su tale soggetto. Ma ritornando al Legato Card. Pucci, ricorderemo che costui, il 27 Maggio 1538, emanò da Roma un Decreto, contenente le disposizioni che seguono:
– I. Si confermavano i privilegi, indulti, grazie e concessioni, elargiti dai precedenti Legati, dalla Camera Apostolica e dalla Santa Sede per qualsiasi motivo.
– II. I Luogotenenti, Podestà e Giudici, per l’esercizio del loro Officio, dovevano risiedere nella Cancelleria del Comune di Gualdo, anzi nel Tribunale ivi stabilito, ed in tale luogo esplicare le loro sentenze, ma non già, come essi usavano, nella Rocca Flea. Per i contravventori si prescriveva un fiorino di multa, da devolversi in parte al Monte di Pietà e in parte ad altri luoghi pii cittadini, ad arbitrio del Legato, più l’annullamento della sentenza data.
– III. I Luogotenenti, i Podestà, i Giudici, non potevano pubblicare alcun nuovo Decreto che fosse in contraddizione con quanto prescrivevano gli Statuti, sotto pena di nullità, salvo il caso in cui i Decreti portassero la firma e il sigillo del Cardinale Legato. – IV. I suddetti Magistrati, non dovevano partecipare al ricavato delle multe, ciò per evitare che l’avidità del danaro influisse sulla libera e imparziale emissione delle sentenze.
– V. Affinchè l’esazione delle imposte non subisse temporeggiamenti e lungaggini con grave danno dell’erario, ordinava che si ritornasse al vecchio sistema di esazione per cartutias (ut dicunt) et per decinas.
– VI. Coloro che abitavano lungo la via Flaminia, non potevano imporre gabelle di pedaggio o di altro genere ai passeggeri, sia pedestri che equestri e ciò allo scopo di impedire che i viaggiatori, per evitare dette gabelle, tenessero diverso cammino, con danno del Comune di Gualdo. Né, d’altra parte, si doveva permettere ad alcuno, anche se munito di speciali privilegi, di devastare il percorso di detta via, adibita specialmente, sin dall’antico, ai Corrieri Postali.
– VII. I Maggiori Ufficiali del Danno Dato e del Camerlengato, non potevano affidare alcun incarico dipendente da questi Offici, fatta eccezione pei Bajuli, ai loro famigliari e consanguinei, ma eventualmente dovevano dare detti incarichi a persone non parenti e forestiere. A ciò contravvenendosi, gli atti compiuti da tali incaricati erano nulli ed ineseguibili.
– VIII. Ad evitare la corruttela dei Pubblici Ufficiali destinati a rendere giustizia, si doveva impedire, a quelli tra essi che avessero dato motivo a sospetti, di essere riconfermati nel proprio officio, finito il semestre, e venendo ciò nonostante riconfermati, i loro atti fossero nulli.
– IX. I Luogotenenti, Podestà, Giudici e gli altri Ufficiali Pubblici, finito il proprio incarico, erano in obbligo di sottoporsi a Sindacato e le multe per effetto di questo eventualmente comminate, dovevano destinarsi in parte al Monte di Pietà e in parte ad altre Pie Istituzioni cittadine ad arbitrio del Legato.
– X. Si concedeva infine ai Gualdesi, nel Lunedì di ogni settimana, di radunarsi per fare, come suol dirsi, il Mercato, con il diritto pei forestieri, di intervenirvi insieme alle proprie merci, libere da ogni

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dazio e pedaggio sia d’entrata che d’uscita, purché il danno che da questa esenzione di balzelli poteva risentirne l’erario Comunale, non superasse annualmente la somma di dieci scudi d’oro.

Il 30 Agosto 1539, il Card. Pucci emetteva un nuovo Decreto, consistente in una ripetizione del Bando che già vedemmo emanato dal suo predecessore Card. Palmieri, il 6 Dicembre del 1534, con l’aggiunta però di vari articoli. In questo Decreto infatti, oltre a riconfermarsi tutte le disposizioni prese dar Card. Palmieri con il Bando suddetto, si fissavano in più le pene per l’offeso che si vendicasse sui parenti dell’offensore, per chi promovesse conventicole di gente armata, per chi, in qualsivoglia modo, menomasse gli altrui diritti di proprietà o abusivamente entrasse in possesso di beni dichiarati vacanti. Si prescriveva inoltre, che i Sindaci, Gualdari e Pubblici Ufficiali, destinati a denunziare malefici, dovessero a ciò ottemperare non più tardi di cinque giorni dal fatto; che tutti coloro i quali, essendo stati condannati a pene pecuniarie ed avendo queste pagate, pur tuttavia figuravano ancora inscritti nei libri del Magistrato, dovessero entro dieci giorni richiederne la cancellazione, sotto pena di pagare nuovamente la multa. Si ordinava che ogni sabato a sera, i cittadini dovessero procedere alla nettezza delle pubbliche vie, ciascuno nel tratto avanti alla propria abitazione; si vietava di cacciare con qualsiasi arma i colombi e facevasi obbligo ai medici e chirurgi, di denunziare tutti i casi in cui procedevano alla cura di qualche ferito, senza alcun riguardo al segreto professionale. Si minacciavano severe pene corporali a chi pubblicasse libelli infamanti, a chi danneggiasse terreni coltivati e a chi si mascherasse, anche in tempo di Carnevale, senza licenza. Si prescriveva che. tutti coloro i quali in passato, essendo stati in conflitto con altri cittadini, avevano fatto pace rilasciando dichiarazione di desistere per l’avvenire da ogni offesa contro l’avversario, dovessero entro otto giorni rinnovare una tale dichiarazione, e finalmente fissavansi le pene per chi avesse prodotto lesioni corporali a qualcuno con sassi o bastoni, in bizzarro modo variandosi la gravita della pena stessa, secondo che le lesioni fossero state inferte sul corpo, superiormente o inferiormente alle spalle, con o senza effusione di sangue. Le condanne pecuniarie risultanti da infrazioni ai suddetti Capitoli, per un terzo si destinavano alla Camera del Cardinale Legato, per un terzo all’Accusatore e per l’altro terzo all’Esecutore Giudiziario. Oltre alla pubblicazione dei su descritti Decreti, il Card. Pucci, come già aveva fatto il Card. Del Monte, apportò non poche aggiunte e modificazioni alla Statuto Comunale, aggiunte e modificazioni che in detto Statuto vanno appunto sotto il suo nome.

Nel 1539 il Legato si trovò ad accogliere in Gualdo Papa Paolo III diretto a Loreto, quel Paolo III che l’anno seguente, iniziava a Perugia l’erezione della celebre Fortezza Paolina, che venne appunto a indicare come la supremazia politica del Pontefice sui Perugini, si fosse alfine tramutata in assoluto dominio. Per la costruzione di quell’immane e massiccia mole, splendida opera del Sangallo, che i patriotti follemente cominciarono a demolire nel 1849, venne posto a contribuzione anche Gualdo e dalla nostra

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Rocca furono poi tolte persino le varie artiglierie che la munivano per essere trasportate e collocate nella nuova Fortezza Paolina. Né Gualdo trovavasi allora in istato da poter subire ulteriori spogliazioni: Basti dire che, a motivo della carestia, la quale infieriva in quel tempo nella città, tra il Settembre e il Novembre del 1539, per limitare il consumo dei generi di prima necessità, i Magistrati ricorsero all’espediente di ordinare la partenza, entro otto giorni, di tutti i forestieri precariamente residenti in Gualdo, proibendo inoltre agli osti di albergare i viaggiatori per più di una notte. Si giunse persino a vietare la macinazione del grano fuori del territorio Gualdese, pena la multa di dieci scudi d’oro, affinchè al Comune non venisse sottratta quella poca farina che sarebbe spettata al mugnaio forestiere, come compenso della macinazione. Si cercò anche di favorire con speciali disposizioni, l’affluenza delle merci e delle vettovaglie su la pubblica piazza, e infatti con Decreti del 23 e 30 Novembre di quell’anno, il Luogotenente ed i Priori, ordinarono nuovamente che si dovesse tenere in Gualdo un mercato ogni Lunedì, che in esso fosse lecito porre in vendita qualsiasi merce senza pagare gabella, che non potessero intervenirvi i ribelli di Santa Chiesa ed i banditi condannati a pena capitale e che ogni famiglia abitante nel territorio Gualdese, dovesse inviare ad ogni mercato, almeno un suo membro, pena un carlino di multa al Capofamiglia contravventore. Infine i Gualdesi si affrettarono a conchiudere una transazione con i Nocerini, per sistemare la solita questione delle messi che i sudditi di Nocera erano soliti asportare dalle terre che possedevano nel Comune di Gualdo, oltre i confini di Gaifana e Boschetto, e se ne redasse un pubblico Atto, che porta la data 14 Gennaio 1540.

Nell’ultimo anno della sua Legazione in Gualdo, il Card. Pucci emetteva due importanti Decreti. Il primo, rilasciato dietro domanda del Comune di Gualdo, conteneva le seguenti disposizioni, aventi la data 1 Aprile 1541: Al Luogotenente del Legato, si dava facoltà di poter graziare i condannati in cause civili e comunque di poca entità, esclusi gli omicidi ed i consimili gravi delitti, senza più bisogno di dovere indirizzare le domande di grazia alla Corte di Roma. Si vietava agli Ufficiali Giudiziari di arrestare alcuno per debiti, sia in materia civile che criminale, prima che fosse stata pronunziata la relativa sentenza, a meno che non esistesse uno speciale ordine scritto. Ai trasgressori si comminava la pena di venticinque ducati d’oro da destinarsi al Camerlengo del Legato. Sia nelle sentenze civili che in quelle criminali, il Luogotenente o chi per lui, non avrebbe potuto riscuotere alcuna pena pecuniaria, se prima non era stata soddisfatta la parte lesa, ed in ogni caso la riscossione doveva avvenire dopo trascorso un mese dalla sentenza, e ciò nella eventualità di un possibile successivo accordo tra le parti avversarie. Si fissava come pena, per i trasgressori, la multa di venticinque ducati d’oro a favore del Camerlengo del Legato, più la restituzione della somma indebitamente riscossa. Si riconfermava la disposizione Statutaria, che gli Ufficiali preposti ai giudizi sul Danno Dato, dovessero essere in ogni caso forestieri e giammai Gualdesi e che non

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potessero compiere alcuna operazione, se non accompagnati almeno dal Baiulo, pena la nullità dei loro atti e la multa di cinquanta ducati a pro del Camerlengo del Legato. Finalmente si ordinava di non dare corso alle denuncie sul Danno Dato, quando questo effettivamente non appariva là dove doveva essere stato apportato. E lo stesso si sarebbe fatto anche quando, pur esistendo il danno, questo non fosse stato valutato dagli esperti entro il termine di cinque giorni.

Con il secondo Decreto, in data 26 Maggio, il Card. Pucci e manava da Roma varie disposizioni sulla procedura giudiziaria e su altri affari d’ordine pubblico: Anzitutto, per evitare ai Gualdesi l’incomodo, la spesa ed i pericoli di un lungo viaggio, dovendosi essi recare, per le Cause in Appello, davanti al Giudice in Roma, stabiliva che gli stessi potessero invece sottoporre queste Cause, al Giudice di Appellazione in Foligno. Costui avrebbe dovuto definirle entro il termine di due mesi, con facoltà di prorogarle di un altro mese, quando ve ne fosse stato assoluto bisogno; avrebbe potuto inoltre multare a suo arbitrio, per gli appelli respinti, destinando la multa parte al Monte di Pietà, parte alla Camera Apostolica. Doveva poi impedire di procedere sommariamente nelle Cause criminali, evitando cioè che si svolgessero senza le opportune testimonianze e le più minute inquisizioni; ed infine, nelle Cause civili, era tenuto a giudicare secondo gli Statuti di Gualdo, salvo i diritti e la giurisdizione dei Priori di tale città. Prescriveva inoltre, che il Luogotenente del Legato, il Podestà, e gli altri Ufficiali i quali stavano alla direzione della vita pubblica, terminato il tempo del loro Officio, fossero tenuti a rendere ragione a chiunque degli atti compiuti, sottostando ad un Sindacato, da tenersi in Gualdo per la durata di dieci giorni, tre giorni per presentare le querele, tre giorni per discuterle, tre giorni per la difesa e il decimo per la sentenza; e trascorsi questi dieci giorni, i suddetti non sarebbero stati più sindacabili, a meno che non fossero sopravvenuti gravi impedimenti, nel qual caso si dovevano protrarre le operazioni sindacatorie, di tanti giorni, quanti fosse durato l’impedimento. Tale Sindacato, a seconda degli Statuti Gualdesi, doveva venir costituito dai pubblici Ufficiali, che avevano preso il posto di quelli da sindacarsi, nonché dai Sindacatori Comunali, essendo inoltre in facoltà di questi, eleggere a loro piacimento dei Consultorum expensis succumbentium e di costringere a presentarsi, per deporre, i testimoni di cui abbisognassero; non potendo inoltre, in nessun modo, venir costituito il Sindacato durante la residenza in carica dei giudicabili, sotto pena di nullità. Le multe risultanti dall’azione del Sindacato, quelle cioè da addossarsi ai pubblici Ufficiali che fossero stati ritenuti colpevoli, verrebbero devolute in parte al Monte di Pietà e in parte alla Camera Apostolica, ed in ogni altra cosa che riguardasse tale azione, si sarebbe dovuto agire a norma degli Statuti della città. Finalmente ordinava il Card. Pucci, che i pubblici Ufficiali, non potessero stare in carica più di un semestre o al massimo due e ciò in vista dei rapporti e delle relazione che facilmente avrebbero potuto procurarsi tra la popolazione, a tutto

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danno della loro indipendenza, fissando la multa di cento ducati d’oro, d’applicarsi come sopra, per quei Priori che ricevessero il giuramento da un Luogotenente o Podestà decaduto dalla carica e prescrivendo la nullità per gli atti da questo compiuti.

Il 5 Agosto di quello stesso anno 1541 Papa Paolo III, inviava da Roma ai Gualdesi un suo Breve, nel quale riportava e confermava il su descritto Decreto del 26 Maggio rilasciato dal Card. Pucci e ad esso aggiungeva le seguenti disposizioni: II Luogotenente e i Pubblici Ufficiali del Comune, dovevano abitare anziché nella Rocca Flea, situata fuor delle mura, nello stesso Palazzo del Podestà, sito nell’interno dell’abitato e propriamente nella Piazza Maggiore, e ciò affinchè più da vicino potessero attendere alla sorveglianza della vita pubblica, allora ogni giorno turbata da tumulti ed eccessi. I detenuti, eccettuati quelli per delitti gravissimi, dovevano risiedere anche essi nelle carceri annesse a detto Palazzo del Podestà, e non nella Rocca, per evitare il pericolo, più volte avveratesi, che venissero feriti, mutilati, ed anche uccisi per colpa delle persone preposte alla loro custodia, e le pene pecuniarie stabilite per coloro che contravvenissero a questi ordini, dovrebbero andare in parte a vantaggio del Monte di Pietà ed in parte per la riparazione delle Mura Castellane. Inoltre, come complemento alle su indicate disposizioni del Card. Pucci, il Papa stabiliva che, qualora mancasse in Foligno il Giudice preposto alle Cause in appello, i Gualdesi potevano rivolgersi a quel Giudice di appellazione che, pro tempore, funzionasse per Foligno in assenza del Titolare. Confermava poi alla popolazione di Gualdo, il diritto di far pascolare il proprio bestiame nelle praterie Comunali, sull’Appennino Gualdese, diritto, come vedemmo, ad essi concesso, sotto certe condizioni, dal Legato Card. Palmieri, con l’approvazione della Camera Apostolica, dovendosi escludere dal libero uso di dette praterie, gli armenti di persone non appartenenti alla popolazione suddetta; specificava poi il Pontefice, in quali casi ed in che modo potevano apportarsi modificazioni agli Statuti di Gualdo ed alle pene in essi sancite. Finalmente prescriveva la scomunica e la multa di cinquecento ducati d’oro, a quei Magistrati che non curassero l’osservanza delle prescrizioni su esposte e ne affidava la suprema tutela alle Superiori Autorità, che avrebbero perciò potuto ricorrere a qualsiasi mezzo punitivo, sia spirituale che corporale. (1)

(1) Biblioteca del Senato in Roma : 94, VI, Busta V, 70 (Capitula privile giorum Terrae Gualdi naviter concessa vel confirmata per Antonium Card.de Sancto Severino Gualdi perpetuum Gubernatorem. Romae die XXVIJ Maij MDXXXVIIJ) Perg. ms. – Arch. Comunale di Gualdo : Libro in pergamena coperto da tavole contenente Atti del 1559 e 1574. c. 1 e 2; Libro dei Consigli dal 1533 al 1538. Da c. 209t a c. 211t, 214, 224, 230; Libro dal 1538 al 1540. e. 54t, 66t; Raccolta delie Perdamene. Secolo XVÌ. no. 16, 24, 26, 27, 28; Editti e copie di Bandi dal 1534 al 1543. e. 8, 92t, 110; Bandirne/iti e lettere dal 1562 al 1569. e. 8; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. n°. 17, 62, 64, 68, 69, 70 – Biblioteca Comunale di Perngia : Codice Pergamenaceo contenente le correzioni ed aggiunte apportate agli Statati Gual­ desi dai Cardinali Legati di Gualdo. c. 41 – G. MORONI : Op. cit., Vol. XXXIII. pag. 78 e seg.

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Con la fine del 1541, essendo cessato nella nostra città il Governo del Card. Pucci, con Breve dato a Roma il 13 Marzo dell’anno seguente, il Pontefice Paolo III, dichiarava soppressa la Legazione autonoma di Gualdo, il quale per l’avvenire, come già un tempo erasi praticato, doveva ritornare a far parte della Legazione di Perugia ed essere governato da quel Legato. A Perugia poi, il 20 di quello stesso mese, andava come nuovo Legato il Card. Ascanio Parisani da Tolentino, già Vescovo di Rimini, e fu infatti costui, che assunse subito, anche il Governo di Gualdo.

Uno dei suoi primi atti, fu quello di intervenire in una spinosa vertenza, insorta tra il Vescovo di Nocera ed il Comune di Gualdo, che si rifiutava di pagare al primo una certa somma pretesa, a quel che pare, per effetto di oneri o benefici ecclesiastici. Ed il Legato, scriveva infatti il 14 Gennaio, il 15 Aprile e il 16 Luglio 1542, al Vescovo suddetto, assicurandolo della sua valida assistenza, anche a costo di gravi sanzioni, non esclusa la prigione, contro la recalcitrante Comunità Gualdese.

L’anno seguente, verso gli ultimi di Febbraio, pervenne nella nostra città, durante uno dei suoi frequenti viaggi nello Stato Ecclesiastico, il Pontefice Paolo III. Di questi viaggi ci resta un curiosissimo documento tramandateci per opera di un tal Sante Lancerio, Bottigliere del Papa, che seguendolo per ragioni del proprio Officio, ebbe cura di annotare gli itinerari Pontifici, esprimendo il proprio giudizio, simile per certo a quello del Santo Padre, sui vini prodotti nei luoghi attraversati dal Capo della Cristianità. Nel manoscritto del Lancerio, così è giudicata la nostra regione : «… Nocera non fa buoni vini, Gualdo fa buon vinetto, et qui si fa Zaffarano assai, Sigillo fa buon vinetto, Canziano (Cantiano) fa grassi vini, ma in questo luogo non ha pari bellezza di donne ……. Felici tempi erano quelli, in cui i Pontefici, tra le molteplici e gravi cure dello Stato Temporale, trovavano modo di discutere con i propri famigliari sulla bontà dei vini e sulle bellezze muliebri. Qui noteremo anche, per incidenza, che la coltivazione ed il commercio del Zafferano, a cui accenna il bottigliere di Paolo III, dovettero essere assai in voga nei secoli scorsi nel nostro territorio. Citerò infatti a tal proposito un Rescritto rilasciato, come vedremo, il 6 Ottobre 1551, dal Legato di Gualdo Card. Salviati, con il quale, mentre a causa della carestia, si proibiva l’esportazione dal Comune di Gualdo dei cereali, si permetteva invece per il Zafferano. Lo stesso Castore Durante da Gualdo, il celebre medico di Sisto V e di cui più innanzi tesseremo la biografia, nel suo Herbario Nuovo, stampato per la prima volta nel 1585, all’articolo Croco (Zafferano) così ne scrive: « Seminasi ne gli horti et ne i campi trasponendo le sue cipolline in terreni leggieri: tiene il principato in Italia l’Aquilano, trovasene nondimeno dell’ottimo et dell’elettissimo, nell’Umbria, nell’ameno territorio di Gualdo felicissimo Governo al presente dell’Illustrissimo et giustissimo Signor Cardinal Ramboglietta ». Nei nostri antichi Atti Consigliari, si riscontrano frequentemente donazioni di Zafferano ad alti personaggi, a cui il Comune di Gualdo voleva addimostrare riconoscenza o fare onore. Ad

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esempio quando, come si è visto, nel 1428 la nostra città venne dalla Santa Sede ritolta ai Fortebracci, i Gualdesi a testimoniare il loro gradimento per essere tornati sotto il dominio del Pontefice, inviarono in dono a quest’ultimo libbre ventuno e mezza di zafferano, portato in Roma da speciali ambasciatori. Cosi pure nel nostro Archivio Notarile, non è raro ritrovare contratti di vendita di tale droga, dai quali anzi risulta, che all’inizio del Cinquecento, la stessa vendevasi dai produttori da sei a sette fiorini ogni libbra. Troviamo persino una Gabella Zaffaraminis, che era stata imposta su tale droga dal Comune di Gualdo e la di cui riscossione si dava in appalto; ad esempio, nel 1556, tale appalto fu concesso per il prezzo di quattro fiorini Marchigiani. Oggi invece questa coltivazione è completamente scomparsa tra noi e di essa non resta più neppure la memoria tra il popolo.

Dicemmo poco prima, che il Card. Palmieri, appena ottenuta la Legazione di Gualdo, per ingraziarsi i Gualdesi, aveva loro concesso il reddito delle praterie Comunali sulla montagna, consistente in quaranta ducati annui, prima devoluti invece alla Camera Apostolica, alla quale sarebbe solo spettata la somma, che eventualmente, oltre i quaranta ducati, avessero fruttato le praterie suddette, somma che in pratica si vide poi risultare di dodici ducati circa. Il Luogotenente del Card. Palmieri , di propria iniziativa, aveva poi dato al Comune, anche questa rendita residuale togliendola alla Camera Apostolica. Ma il Card. Pucci, successo al Palmieri nella Legazione, impugnò ora la validità di questa seconda concessione, perché non ratificata, come di dovere, dal suo predecessore. Da ciò insorsero malumori e proteste nella cittadinanza, la quale, chiesta ed ottenuta l’autorizzazione del Papa, fece redigere dal Notaio Pacifico Ravalleno, Cancelliere e Vice-Camerlengo della città, un pubblico Istrumento, dal quale risultava che tutta intera la rendita delle praterie pascolive sulla montagna, delle quali esiste elenco in una pergamena dell’Archivio Comunale, spettasse alla Comunità di Gualdo. Tale Istrumento, redatto nella Rocca Flea il 7 Marzo 1543, venne poi riconfermato con Breve Pontificio dato a Roma il 19 Ottobre 1547.

Sempre nel 1543, ai 18 di Agosto, si addivenne poi ad un Concordato tra il Comune di Gualdo e la Camera Apostolica, circa la quota che il primo doveva pagare alla seconda, quale contributo per il balzello straordinario di trecentomila scudi d’oro, detto Sussidio Triennale, allora imposto da Papa Paolo III allo Stato Ecclesiastico. Con tale Concordato, si stabilì che i Gualdesi avrebbero dovuto pagare ogni anno cinquecentocinquanta scudi d’oro, in tante rate trimestrali.

In quest’epoca, più vivaci che mai, erano risorti i secolari contrasti tra il Comune di Gualdo e quello di Fabriano, per il possesso delle montagne che sorgevano sul confine dei rispettivi territori e cioè Monte Maggio, Monte Serra Santa e Monte Nero. I Gualdesi pretendevano di estendere il proprio dominio per intero sulle indicate montagne, vale a dire anche sul versante Marchigiano od orientale di esse, sino cioè in fondo alla vallata ove sorgono i

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villaggi di Cacciano, Serradica, Belvedere, Campodonico, Campottone e Salmaregia. I Fabrianesi affermavano invece i loro diritti su tutto il detto versante Marchigiano od orientale, sino alle cime delle montagne lasciando ai Gualdesi l’opposto versante Umbro od occidentale. Forse questi ultimi basavano le loro pretese, sul fatto che in epoca assai remota, avevano esteso, a quel che pare, il loro dominio territoriali sino a qualche paese situato al di là dell’Appennino, in territorio Marchigiano, ed infatti lo storico Folignate Jacobilli, i Cronisti Fabrianesi Scevolini da Bertinoro, Gili e Guerrieri, e più recentemente lo stesso Moroni ed altri ancora, affermano che, tra l’altro, anche il Castello di Belvedere, situato a pié del versante orientale del Monte Serra Santa, fu un tempo in potere del Comune di Gualdo, il quale però dovette poi cederlo a Camerino, essendo insorte liti tra le due città per tale possesso.

Dopo numerose lotte, i due Comuni di Gualdo e Fabriano, ricorsero all’arbitrato del Vice-Legato della Marca Anconetana Fabio Mignanelli, Vescovo di Lucera, che poi doveva in seguito assumere la Legazione di Gualdo. S’indisse anzi in proposito una specie di referendum tra le popolazioni abitanti sul versante orientale dell’Appennino, tra le quali specialmente quella di Salmaregia, villaggio sin da allora sottoposto ai Nocerini, si pronunziò in modo deciso a favore di Gualdo, dopo di che, nel 1544, il Vice-Legato suddetto emise la seguente sentenza: Per quanto riguardava Monte Nero, si tracciasse una linea che, passando per le località detto Sasso Barbano e Sasso Bianco, andasse alle due estremità della montagna e cioè sino al confine con Nocera da un lato e sino alla Selva del Faggeto dall’altra. Sasso Barbano, era allora chiamata una rupe, posta sul versante orientale di Monte Nero, tra la vetta di questo e il villaggio di Salmaregia, e su tale rupe era in quei tempi ancora scolpito un Grifo, forse per indicare che sin là s’era esteso il dominio dei Perugini. Per quanto si riferiva poi al Monte Serra Santa e al Monte Maggio, si stabilisse un’altra linea che, in proseguimento della prima, dal principio del Serra Santa, andasse in direzione retta alla Fonte detta delle Strocche o degli Elci e, passando per Valsorda, proseguisse poi sino all’avvallamento o Forchetta che è tra Monte Maggio e Monte Castiglione, s’incanalasse quindi nella strada che, dopo tale avvallamento, internasi tra i boschi verso Valmare e raggiunto il luogo ove la strada stessa si biforca scendendo in basso, proseguisse ancora tra la selva in direzione della Stercorata, sino alla sua uscita dal bosco. Tutto ciò che nel versante Marchigiano delle tre montagne, stava al di sotto di queste linee, sarebbe spettato al Comune di Fabriano, tutto ciò che stava al di sopra, sino ai vertici dei monti stessi e al di là dei vertici sul versante Umbro, sarebbe stato invece proprietà del Comune di Gualdo. Restava riservato il diritto alle superiori Autorità Ecclesiastiche, di modificare detti confini, quante volte, dalle Parti di comune accordo, o da appositi Commissari, se ne sentisse necessità e si concedeva piena amnistia per le pene applicate nelle precedenti contese in tale questione, minacciandosi però la multa di duemila ducati d’oro a chi in futuro contravvenisse

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alle condizioni dell’arbitrato in discorso.

Prima ancora che il Card. Parisani lasciasse la Legazione di Perugia, fu dal Papa restituito a Gualdo l’importante diritto, due anni primo perduto, di avere una Legazione autonoma, alla quale venne infatti destinato nel 1543, il Card. Giovanni Salviati. Costui, dopo il Card. Antonio Del Monte, fu quello che più si adoperò per la nostra città, al suo governo affidata. Uno dei primi atti del nuovo Legato, con la data 26 Marzo 1544, fu quello di stabilire, in unione con il Giudice Spirituale e con i Priori Gualdesi, quali giorni, dovessero ritenersi festivi nel Comune di Gualdo, ed il relativo elenco, sino a noi pervenuto, comprende ben ottanta feste annuali, le Domeniche comprese. In quello stesso anno, curò la riparazione dell’unico Orologio pubblico, che suonava le ore e che già sin da quella antica epoca era posseduto dal nostro Comune, non sappiamo però dove collocato, ed anzi, per tale scopo, si fecero venire da Fabriano degli speciali artefici e cioè tal Maestro Tebaldo e il di lui figlio. Fece poi restaurare grandemente la Rocca Flea, con l’annessa Cappella di S. Giovanni. Eliminò molti abusi, specialmente da parte degli Ufficiali del Danno dato, che pare commettessero in Gualdo, a scopo di lucro, ogni sorta di ingiustizie e di vessazioni, provocando spesso, come già si è visto, l’intervento legislativo dei Magistrati per porre un argine alla loro esosità. Anzi, il Card. Salviati, con la data 8 Ottobre 1544, pubblicò un Decreto su tale soggetto premettendo che non si doveva, per l’eccessiva applicazione delle pene sui danneggiamenti, specie se arrecati per opera di pecore e capre, ostacolare lo sviluppo della pastorizia, che per Gualdo rappresentava allora la principale risorsa. È insisteva il Legato nella rigorosa osservanza del suo Decreto moderatore, minacciando a chi contravvenisse, la multa di venticinque ducati. Le disposizioni in esso emanate dal Card. Salviati, possono riassumersi come appresso: Gli Ufficiali del Danno Dato, non debbano nello stesso tempo funzionare da accusatori e testi. Abbiano sempre bisogno di convalidare le loro asserzioni con due testimoni, e nell’esercizio del proprio Officio, vadano sempre accompagnati da un pubblico Bajulo, diversamente non saranno ritenuti degni di fede. Perché non si condannino degli innocenti senza possibilità di difesa, il termine di cinque giorni dal dì della citazione in giudizio, fissato dallo Statuto agli accusati di danneggiamento» per discolparsi, possa essere prorogato di altri tre giorni e per giusto motivo di altri due ancora, purché trattisi di persone d’affari e non già di pastori. Ma se dopo dieci giorni, l’accusato non avesse pensato alla propria difesa, provato il danno, si dovrà senz’altro emettere la sentenza.

Essendo invalso l’uso che i Maggiori Ufficiali del Danno Dato, abbiano ciascuno quali subalterni due Ufficiali Minori o Guardiani, e questi per gli scarsi onorari ad essi spettanti ommettano continue estorsioni, si vieti l’ illimitato numero di cotali Ufficiali Minori, che non potranno essere in tutto più di tre nello stesso tempo. Chi in qualsivoglia modo, danneggiasse dei possedimenti con l’acquiescenza del legittimo proprietario, non sia tenuto per ciò a pena alcuna. Chi danneggiasse terreni per i quali il danneggiamento

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era stato vietato con pubblico Bando, incorra nella stessa pena in cui sarebbe incorso danneggiando terre ghiffate. Se alcuno si ritenesse ingiustamente punito per opera degli Ufficiali del Danno Dato, possa appellarsi al Luogotenente del Legato, che avrà autorità di rendere piena giustizia. I Minori Ufficiali del Danno Dato, non possano stare in carica per più di un anno ed i Maggiori per più di due, dopo di che siano sottoposti a Sindacato e non possano rieleggersi se non con il consenso del Consiglio Generale. Finalmente, nei casi in cui lo Statuto ammetteva, per certi speciali danni, il raddoppiamento della pena, si abbia l’oculatezza che questa non risulti sproporzionalmente gravosa al colpevole.

Dopo tali provvedimenti, il 23 Decembre di quello stesso anno, Vittorio da Prato, Luogotenente del Legato Card. Salviati, riformava nello Statuto gli Articoli riguardanti l’elezione del Gonfaloniere e dei Priori. Stabilì infatti che i nomi dei cittadini suscettibili della carica di Gonfaloniere, dovevano essere imbussolati separatamente dai nomi dei Priori, cioè in un diverso Bussolo e così gli uni come gli altri, in numero sufficiente per bastare all’estrazione di un triennio, ed ogni due mesi dovevasi addivenire alla estrazione dal Bussolo, di un Gonfaloniere e di tre Priori. Se tra gli estratti, qualcuno rivestisse altra carica, o fosse nel frattempo morto, o risultasse debitore del Comune o del Monte di Pietà, si doveva distruggere la scheda portante il nome dell’estratto, annullandone l’elezione, e gli uomini del Quartiere a cui l’eletto apparteneva, avevano diritto di scegliere tra loro il successore, previo parere del Luogotenente del Legato. A tal proposito si indicavano anche i provvedimenti da prendere contro i suddetti debitori del Comune e Monte di Pietà, nonché contro i Pubblici Ufficiali che avrebbero dovuto curare l’esazione delle rendite Comunali. Similmente, se gli estratti dal Bussolo, fossero stati in quel giorno assenti dalla città e territorio, né prossimo dovesse essere il loro ritorno, si doveva annullare l’elezione e procedere, come sopra, ad una nuova designazione, non potendo gli stessi esercitare l’Officio a cui erano stati eletti, per mezzo di supplementi e sostituti. Inoltre, certo per suggerimento del Card. Salviati, il 12 Giugno del 1545, il Pontefice indirizzava da Roma un suo Breve ai Gualdesi, con il quale, dopo aver fatto notare che alcuni Ecclesiastici, per quanto riguarda beni patrimoniali, nonché alcuni Secolari, adducendo a pretesto privilegi ed esenzioni, si rifiutavano di pagagare il loro contributo al balzello detto Sussidio Triennale, di trecentomila scudi imposto ai Comuni dello Stato Ecclesiastico, ordinava che i suddetti fossero costretti a versare la loro quota individuale e affidava infine l’esecuzione di un tale ordine allo stesso Card. Salviati.

L’anno dopo, il 24 Giugno, un Luogotenente di quest’ultimo, tal Giovanni Tarusio, emetteva un Decreto, per regolare, in modo stabile e definitivo, le norme che davano all’uno o all’altro dei quattro Priori del Comune di Gualdo, la precedenza in occasione di cortei e cerimonie, per i quali diritti di precedenza, insorgevano

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spesso controversie e dissidi, tra i Priori stessi e stabiliva dieci scudi d’oro di multa, per chi a queste norme non si fosse attenuto nell’avvenire. Pochi mesi dopo, e cioè il 7 Settembre di quello stesso anno 1546, il Card. Salviati trovandosi in Gualdo, dalla Rocca Flea dove risiedeva, emanava alcune nuove disposizioni circa il Governo di Gualdo, le quali possonsi così riassumere: Anzi tutto il suo Luogotenente, che era solito tenere le udienze di Giustizia nella Rocca stessa, dovesse invece per maggiore speditezza e comodità del pubblico, tenerle nella Cancelleria del Palazzo del Comune. In secondo luogo, ad impedire che gli Ufficiali Giudiziari, per le esazioni forzose che dovevano praticare, esigessero compensi illeciti e a loro arbitrio, stabiliva per essi un’unica e giusta mercede, nella quantità fissata dagli Statuti e da ritirarsi solo dopo soddisfatto il creditore per il quale agivano. Finalmente ordinava che le pene aggiudicate per il Danno Dato, si ritenessero estinte, né più si potessero porre ad effetto, dopo trascorsi due mesi da dì del giudizio, fatta però eccezione per quelle comminate in tempo di guerra e di peste, quando cioè l’esazione poteva essere stata ritardata per assenza o mancanza dell’Esattore. II Legato prescriveva poi per i trasgressori, una multa di dieci ducati, da impiegarsi per riparazione alle Mura Castellane.

Era appena composta come poco sopra si è visto, la vertenza circa i confini territoriali tra Gualdo e Fabriano e già una nuova né era insorta tra il nostro Comune ed il Castello di Casacastalda, appartenente a Perugia, circa il pagamento scambievole dei diritti di pedaggio e gabella, per poter passare a Morano il confine dall’uno all’altro territorio. Volendosi porre termine a tali contrasti, con l’intervento del Legato di Gualdo Card. Salviati, si addivenne allora alla compilazione di un pubblico Istrumento, mediante il quale il Comune di Gualdo e il Castello di Casacastalda, dichiaravano che per l’avvenire, il passaggio dall’uno all’altro territorio, sarebbe stato completamente libero da pedaggio e gabella, così per gli uomini, come per gli animali e le merci. L’Atto è datato dalla Rocca di Gualdo, il 28 Marzo 1547. D’altra parte, nonostante l’arbitrato del 1544, erano ben presto risorti più vivi i contrasti con i Fabrianesi, tanto è ciò vero che sull’uso delle praterie pascolive in montagna, come già si è detto, rivendicate dal Salviati al nostro Comune, il Salviati stesso dovette imporre una gabella, detta appunto del pascolo, i di cui proventi avrebbero indennizzato il Comune delle spese alle quali era costretto di sottostare, per porre riparo ai continui conflitti che, a causa dei confini sull’Appennino, insorgevano con la popolazione Fabrianese. Questa mostravasi allora più che mai ostile verso la nostra gente, la quale di continuo pare sconfinasse sulla montagna, tanto che i Priori di Fabriano, il 27 Maggio e l’11 Giugno 1547, scrivevano ai nostri lamentandosi delle violazioni di confine perpetrate, senza alcun ritegno, dagli abitanti di Gualdo.

Durante il seguente anno 1548, nel quale Papa Paolo III di nuovo soffermossi in Gualdo ospite della nobile famiglia Bongrazi, erasi sempre più inasprita la vertenza tra Gualdesi e Fabrianesi per i confini territoriali. La stessa, divenuta infine gravissima e

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inconciliabile, dalle due città contendenti, desiderose di addivenire finalmente ad uno stabile accordo, fu portata davanti ai Giudici e ciò, per quanto si riferisce a Gualdo, con Deliberazioni prese il 9 e 21 Settembre 1549. In tale occasione, i Gualdesi elessero a propri patrocinatori e rappresentanti, i due noti giureconsulti e concittadini Giovan Diletto Durante e Niccolò Moroni, unitamente a Ser Prospero di Piero Muscelli Notaro Gualdese. A questo Collegio di difesa aggiunsero poi Durantino di Giovan Francesco e Ser Simone Scampa. La tesi che costoro dovevano difendere, era sempre quella antica, che appunto apparteneva al Comune di Gualdo non il solo versante occidentale dell’Appennino, ma bensì anche tutto il versante orientale, quello appunto che dalle vette delle montagne scende giù sino alle loro radici, verso Fabriano, reclamato invece da quest’ultimo Comune. L’intrigata Causa fu sottoposta alla Curia di Macerata, che ne affidò la trattazione, quale Commissario arbitrale, al Vice Legato della Marca Anconetana Fabio Mignanelli. Costui, che come vedemmo, cinque anni prima già si era dovuto occupare della stessa questione, dalla sua residenza di Macerata, emise subito un Decreto in data 6 Ottobre 1549, con il quale imponeva ai Gualdesi ed ai Fabrianesi una tregua della durata di quattro mesi, affinchè durante lo svolgimento di un sì lungo e complicato processo, non insorgesse qualche altro incidente di confine atto a complicare la lite. Inoltre, durante questa tregua, dovevano osservarsi le seguenti norme: Senza pregiudizio dei diritti dei due Comuni, su cui avrebbe intanto deciso la Curia, nella zona di confine disputata tra 1e due città, cosi i Gualdesi come i Fabrianesi, avrebbero potuto senza scambievoli impedimenti tagliar legna e far pascolare gli armenti riserbandosi il Vice-Legato di giudicare, quando se ne presentasse il caso, quale dovesse considerarsi zona di territorio in contestazione. In detta zona doveva essere vietato apportare danneggiamenti ai boschi non cedui, cioè destinati alla conservazione, sia accendendovi fuochi per fare calce e carbone, sia introducendovi mandrie di animali appartenenti a pastori estranei ai due Comuni suddetti, sia tagliandovi tronchi d’albero per fabbricarne, come allora era in grande uso, utensili e scodelle. Tali disposizioni non si dovevano però applicare alle praterie ed ai boschi appartenenti a privati cittadini, che eventualmente si trovassero inclusi nella zona di territorio Comunale in contestazione. Se uno dei due Comuni contravvenisse a quanto sopra, il Vice-Legato della Marca, si riservava di punirlo a suo arbitrio; se poi fossero dei singoli abitanti quelli che venissero meno ai patti della tregua, i rispettivi Magistrati Comunali avrebbero dovuto giudicarli e sottoporli a pena, secondo i propri Statuti. Qualsiasi altra pratica non trattata nel presente Decreto, dovevasi considerare come proibita e non si sarebbe potuta attuare, se non dopo averne chiesta ed ottenuta particolare licenza dal Vice-Legato suddetto. Intanto però si approntavano, da ambedue le parti, i documenti da presentarsi in Causa. Ad esempio, è di quest’epoca e propriamente del 18 Ottobre di quell’anno, un Atto procedurale che ho rintracciato nell’Archivio Comunale di Fabriano.

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Tale Atto appare interessante per la storia di questa più che secolare lotta, contenendo ben sessantasei rubriche o proposizioni, compilate dai Fabrianesi, per provare i loro diritti in confronto con le pretese Gualdesi, ed era stato presentato ad una Curia che non si specifica, per opera del Procuratore di Fabriano Silvio Gili. Come al solito, tendeva a provare che la giurisdizione Gualdese sulle montagne, non si estendeva verso Fabriano, al di là della linea che passa sui vertici, cioè al di là dello spartiacque. Per dimostrare ciò, il Procuratore Fabrianese, nelle sue sessantasei proposizioni, espone un’infinità di ragioni : Istrumenti d’acquisto di terre da parte dei Fabrianesi sul versante montano conteso, dati topografici, resoconti statistici, notizie storielle che rimontano per sino alla distruzione di Tadino. A provare che nessun diritto i Gualdesi avevano su quelle terre, cita tra l’altro il fatto, che dal 1459, essi pagavano al Comune di Fabriano un canone per potervi far pascolare i propri armenti; assicura che se gli stessi vi avevano in passato tagliati i boschi ed asportato il legname, ciò era accaduto non per averne il diritto, ma per tolleranza o negligenza dei Guardiani della montagna; avverte persino, che se gli antichi Statuti del Comune di Gualdo sancivano il possesso di terre sul versante Fabrianese dell’Appennino, a questi Statuti non dovevasi prestar fede, poiché «fuerunt et sunt edita per fraudem et dolose». Annesse a questo interessantissimo Atto, sono anche le risposte fatte poi, punto per punto, a tutte le proposizioni dei Fabrianesi, dai Rappresentanti di Gualdo sopra nominati.

Ciò nonostante nulla essendosi ancora concluso, allo scadere dei quattro mesi di tregua imposti dall’arbitro Mignanelli, costui aveva prorogata di altri quattro mesi la tregua stessa; ma ritenendosi poi imminente la risoluzione della Causa Giudiziaria tra i due Comuni, con un successivo Decreto del 25 Aprile 1550, dato a Roma dal Palazzo Apostolico, limitava a tutto il mese di Maggio di quell’anno la validità delle disposizioni emanate col suo primitivo Decreto. Ma invece nulla di concreto fu allora stabilito, come tra poco vedremo. E infatti l’opera del Vice Legato Marchigiano, non dovette apportare durevoli effetti, poiché nella seconda metà di quel secolo, troveremo anzi ad ogni passo memoria di ostinati e sanguinosi conflitti tra Fabrianesi e Gualdesi per i confini sull’Appennino; né ciò deve arrecare meraviglia, considerando che la montagna era in quell’epoca la principale sorgente di benessere e di ricchezza per la nostra popolazione, in gran parte composta da boscaiuoli e pastori. Quanto fossero allora necessari per la vita Gualdese i ricchi pascoli e le secolari boscaglie dell’alta montagna, risulta anche sfogliando i nostri Libri Consigliari dell’epoca, dove si riscontrano innumerevoli e svariate disposizioni atte a regolarne lo sfruttamento.

Dopo Caprara, Casacastalda e Fabriano, anche Nocera volle offrire materia di contesa alla nostra città, accampando il diritto di potere imporre tasse di pedaggio su gli uomini, gli animali e le merci appartenenti al Comune di Gualdo, quando dovevano penetrare e transitare nel territorio Nocerino e ciò nonostante i precedenti

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accordi che, come vedemmo, disponevano in senso contrario. A troncare la lite, venne però in buon punto una sentenza rilasciata dall’Uditore del Legato di Perugia, innanzi al quale era stata portata la Causa, sentenza emessa il 17 Maggio 1550, con cui si riconobbe ai Gualdesi il diritto di essere esenti in Nocera da qualsiasi tributo, nell’evenienze suddette.

Ritornando al Card. Salviati, faremo notare che abbondantissima in questo periodo, fu l’opera sua legislativa in Gualdo. Assai egli si occupò per regolarizzare le molte e spesso contradittorie disposizioni allora esistenti, circa la giurisdizione del Danno Dato. Già il 10 Decembre 1548, si era avuto un Decreto della Curia del Legato di Perugia, contro la Magistratura Gualdese, la quale aveva modificato e diminuito le pene pecuniarie stabilite nello Statuto del Danno Dato, con evidente detrimento degli introiti della Camera Apostolica e del Camerlengo di Gualdo, che era allora Giovan Battista Spinola, Chierico Romano. Anzi in detto Decreto, si vietava al Comune di Gualdo l’applicazione delle nuove pene, diffidandolo altresì a non praticare rappresaglie contro il Camerlengo suddetto, che aveva denunziato l’inconveniente alla Camera Apostolica. Ora poi il Card. Salviati, con altro Decreto in data 5 Settembre 1549, ratificava le seguenti disposizioni circa la procedura nei giudizi sul Danno Dato : Gli Ufficiali preposti a tale Officio, ogni Lunedì, previo suono della campana del Comune, dovevano comparire alla presenza del Luogotenente del Legato, per discutere e sostenere i procedimenti giudiziari da essi iniziati. Il Luogotenente doveva fare stendere le sentenze interlocutorie nelle Cause del Danno Dato, non già dal Vice-Camerlengo o dall’Amministratore del suddetto Officio del Danno Dato, che dopo avere scritto gli Atti Giudiziari avrebbero potuto modificarli a loro volontà, ma bensì dal Cancelliere del Comune. Siccome alcuni giudicabili, per impedire che venissero espletate le Cause che li riguardavano, spesso ottenevano di non far presentare in giudizio, con qualche pretesto, i suddetti Ufficiali del Danno Dato, allorché il Lunedì erano chiamati dal Luogotenente, così si stabiliva che, anche senza il loro intervento, le stesse Cause dovessero avere esito, e che agli Ufficiali assenti, non sarebbe spettato più di un soldo in ogni Causa, per le operazioni in proposito da essi precedentemente compiute. Il Baiulo che si recava con gli Ufficiali a fare inquisizioni sul Danno Dato, servendo così ai secondi quasi come testimonio, non poteva condividere con gli stessi le propine risultanti da tali pratiche, poiché sarebbe stata incompatibile la sua funzione di teste con quella di parte interessata in uno stesso tempo. I contravventori a tutto quanto sopra, dovevano essere puniti dal Luogotenente a suo arbitrio, sia con pene pecuniarie che corporali, dovevano poi essere destituiti e le inquisizioni da essi fatte annullate.

Con un susseguente Rescritto, a noi pervenuto senza data, il Legato Card. Salviati, tornava a confermare quella disposizione del precedente Decreto, con la quale obbligavansi gli Ufficiali del Danno Dato a presentarsi ogni Lunedì al Luogotenente della Legazione.

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Aggiungeva in tale Rescritto che il Camerlengo del Comune, doveva perdurare nella vecchia consuetudine di indennizzare d’ogni spesa (vitto, etc.) le persone incaricate delle operazioni inerenti all’estrazione dal bussolo, nel giorno in cui questa aveva luogo. Stabiliva anche che dal balzello, il quale sotto il titolo di Sussidio Triennale, veniva versato annualmente dal Comune di Gualdo alla Camera Apostolica, il Camerlengo doveva detrarre le quote spettanti ad alcuni cittadini esentati da tale imposta, computandole tra le uscite o spese del bilancio Comunale.

Un’altra Ordinanza del Cardinal Salviati, porta la data 12 Settembre 1550 ed in essa furono rese pubbliche le seguenti disposizioni:
– I. Sia vietato ai forestieri acquistare beni immobili nel Comune di Gualdo.
– II. Il Luogotenente del Legato, scadendo dal suo Officio, sia sindacato per opera di due Sindacatori e del Luogotenente suo successore, assistiti da un Consiglio di Sapienti, nel caso che i Sindacatori non fossero Giureconsulti, e le decisioni siano valide anche in assenza del Luogotenente sindacatore.
– III. Essendo stata vietata la caccia e la pesca in tutto il territorio Gualdese, si restringa questo divieto ai soli casi e luoghi abitualmente e precedentemente designati.
– IV. Essendo stato già pubblicato un Bando, che al popolo è sembrato troppo rigoroso, circa il portare armi nell’interno della città, si attenuino le disposizioni di tale Bando.

Già dicemmo del Breve inviato dal Pontefice in Gualdo nel 1545 per costringere gli Ecclesiastici a pagare, come gli altri cittadini, i balzelli dovuti all’erario; ma sembra che costoro, lesi nei propri interessi, non tenessero in gran conto l’ordinanza Papale, poiché l’11 Novembre del 1550, dalla Camera Apostolica in Roma, ne venne inviata un’altra ai Gualdesi con la quale si intimava agli Ecclesiastici, per quanto riguardava il pagamento delle tasse, di assoggettarsi alla legge comune, minacciandosi altresì qualche pena ai contravventori. D’altra parte il Card. Salviati, con alcuni suoi nuovi Decreti, tentava di porre un freno alle usure degli Ebrei, che in qui tempi, come già dicemmo, erano numerosissimi anche in Gualdo e che percepivano normalmente un guadagno del trenta o quaranta per cento sui loro prestiti, e si stabiliva anzi come interesse massimo, la proporzione, pur tuttavia elevata, del venticinque per cento, per ciò applicando una disposizione già emessa in Macerata dal Legato della Marca il 25 Marzo del 1545. Ma con tutto ciò, le usure degli Ebrei non dovettero avere un termine, poiché cinque anni dopo, i nostri Magistrati ricorsero al Cardinale Legato domandando che « ne Gualdenses voragine usurarum in summam paupertatem devolvantur » si prendessero nuove e più rigorose disposizioni su tale questione, ed il Salviati infatti, con Rescritto del 6 Ottobre 1551, prescriveva in proposito quanto appresso: « Nessun Ebreo, così in Gualdo come nel suo territorio, dovrà dare denaro in prestito con interesse, e i contratti che gli stessi Ebrei facessero, sarebbero stati nulli e chiunque si sarebbe poi potuto rifiutare di sottostarvi. Saranno solo ammessi quei contratti stipulati secondo le norme statutarie tra il Comune e

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gli Ebrei. Tale disposizione avrà effetto solo dalla data della sua pubblicazione, non già per i contratti eseguiti ed in corso di estinzione, e ciò nonostante qualsiasi altra legge o qualsiasi altro privilegio in contrario. Sarà permesso però agli Ebrei, di poter prestare denaro su cessione di oggetti mobili dati in pegno ». In questo stesso Rescritto del 6 Ottobre, il Legato Card. Salviati accoglieva anche le seguenti deliberazioni : Per evitare la carestia nel territorio di Gualdo, sarà proibito esportare dal territorio stesso, grano, cereali, biade, fieno e qualsiasi altro prodotto agricolo, sotto pena di venticinque scudi d’oro di multa, più il sequestro della merce e dell’animale col quale si era effettuato il trasporto. Il prodotto di detta pena, sarebbe andato per un terzo a favore della Camera Apostolica, per un altro terzo a favore del Comune di Gualdo e per il restante quale compenso all’Accusatore e all’Esecutore giudiziario. I Priori Gualdesi, avranno però facoltà di rilasciare speciali permessi per l’esportazione delle noci, del zafferano, dei semi di canapa e del vino, oltre i confini Comunali. Ai due Ufficiali Minori del Danno Dato, abitualmente funzionanti nel Comune di Gualdo, se ne aggiungerà un terzo il quale, oltre la solita attribuzione di investigare sui danneggiamenti praticati dagli uomini e dagli animali, avrà specialmente l’incarico di agire per inventionem et inquisitionem, contro i cacciatori di colombi domestici. Le persone da lui citate per testimonianza od altro sa ranno tenute a comparire, pena la multa ai contravventori, di cento soldi da destinarsi come sopra. E per maggiormente stimolare questo nuovo Ufficiale a compiere il suo dovere, si stabilirà per i colpevoli di danneggiamento e per i cacciatori di colombi, oltre la pena prescritta dallo Statuto, una multa supplementare di tre scudi d’oro, se il fatto avvenne durante il giorno e di sei scudi se di notte, metà della quale multa andrà a beneficio dell’Ufficiale stesso e l’altra metà al Comune di Gualdo ed alla Camera Apostolica. Le denunzie di questo terzo Ufficiale Minore del Danno Dato, se fatte per viam inquisitionis, dovranno essere avvalorate da un testimonio, se fatte per viam inventionis, da un testimonio e da un baiulo. Lo stesso Ufficiale, per quanto si riferisce ai comuni danneggiamenti, sarà alla dipendenza degli Ufficiali Maggiori del Danno Dato; per quanto riguarda la caccia ai colombi domestici, sarà soggetto al Luogotenente del Legato di Gualdo. D’altra parte, ogni proprietario di Colombaia, dovrà pagare un Grosso di tassa e la somma così ricavata, sarà destinata a compensare delle speciali guardie incaricate di sorvegliare le canapine del territorio di Gualdo, durante l’epoca della semina, e di scacciarne i colombi che abitualmente vi si recano per mangiare i semi della canapa affidati alla terra e tutto ciò a modifica di quanto altro in proposito era decretato negli Statuti. Al Luogotenente ed ai Priori, spetterà l’obbligo di curare la fedele osservanza di queste disposizioni, ed avranno anche autorità di mitigare in qualche caso le relative pene, specie trattandosi di colpevoli d’età inferiore ai quattordici anni. Per mantenere in buono stato le selve sulla montagna ed impedire che

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in futuro venga a mancare la produzione del legname, sarà vietato ai proprietari di bestiame, non appartenenti al Comune di Gualdo, di mandare a pascolare gli animali capaci di danneggiare i giovani arbusti, nelle zone montuose tanto verso occidente, quanto verso oriente e verso settentrione, e ciò anche in osservanza di quanto fu prescritto in proposito col già citato Breve di Papa Paolo III, dato l’anno 1541. I contravventori saranno puniti con la multa di cento scudi d’oro, da dividersi in parti uguali tra la Camera Apostolica, il Comune di Gualdo e gli Esecutori Giudiziari. Le bestie appartenenti a Magistrati Gualdesi che fossero forestieri, compreso il Cardinale Legato, non potranno pascolare sulla montagna se non al di là delle vette alpestri verso settentrione ed oriente. Considerando la ristrettezza del territorio Gualdese, in gran parte caduto in mano di proprietari forestieri, e ciò essendo causa di carestia e di contrasti con gli abitanti delle città vicine, non potranno acquistare terre nel Comune di Gualdo coloro che non vi avessero stabile residenza ed abitazione e il divieto avrà effetto anche per chi già pagasse, per altro titolo, qualche tassa nel Comune stesso. I contratti di vendita che si facessero contrariamente a questa disposizione, saranno nulli ed i beni venduti verranno confiscati a favore della Camera Apostolica, del Comune e degli Esecutori Giudiziari, in parti eguali. La stessa sorte subiranno i beni già venduti a forestieri dal giorno in cui fu pubblicata un’identica proibizione, la quale, come si è visto, venne emessa dal Card. Del Monte il 5 Marzo 1516. E se la Camera Apostolica ed il Comune di Gualdo trascurassero la confisca dei beni indebitamente venduti ai forestieri, allora dopo un biennio, sarà lecito a qualsiasi cittadino Gualdese di entrarne in possesso, offrendo alla Camera Apostolica e Comune suddetti, almeno la metà del valore di questi beni, stabilito da due Periti eletti dai Priori e dal Camerlengo, né si potrà poi iniziare alcun’azione di nullità contro tali acquisti. Tutti gli introiti che percepirà il Comune di Gualdo con le multe sopra prescritte, dovranno conservarsi dal Tesoriere Camerale, per essere poi spese esclusivamente in riparazione delle Mura Castellane Gualdesi. Al Cardinale Legato spetterà però il diritto di grazia o di mitigazione della pena pecuniaria inflitta ai contravventori.

Dai Decreti ora esaminati, risulta chiaramente il timore e la preoccupazione dei Gualdesi di veder passare le loro terre ed i prodotti di queste, in mano agli abitanti dei Comuni limitrofi. Un tale sentimento non poteva non produrre, presto o tardi, dei contrasti con le popolazioni vicine e specialmente con gli abitanti del villaggio di Boschetto, i quali risiedendo in territorio Nocerino, possedevano tuttavia in gran parte beni stabili nel confinante territorio Gualdese. All’insorgenza della lite, diede nuovamente pretesto la già ricordata imposizione fatta dal Pontefice ai Comuni dello Stato Ecclesiastico, del balzello di trecentomila scudi detto Sussidio Triennale. Si rinnovò allora quanto vedemmo già avvenire nel 1537, che cioè gli abitanti di Boschetto e di altri vicini villaggi, rifiutarono al Comune di Gualdo la contribuzione a tale balzello,

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per i beni posseduti nel territorio Gualdese, accampando il pretesto che essi facevano parte del Comune di Nocera e nulla perciò dovevano a quello di Gualdo. Dopo molteplici vicende, quest’ultimo ricorse alla Curia Romana, che con Decreto emanato il giorno 11 Marzo 1552 dal Commissario Pontificio Ludovico de Torres, riconobbe ingiustificate le pretese degli abitanti di Boschetto e li minacciò di gravissime pene quante volte persistessero nel loro errore. Ma costoro erano già venuti a più miti consigli: Risulta infatti che, proprio in quello stesso giorno 11 Marzo 1552, nella Badia Gualdese di S. Benedetto, coll’intervento e l’assistenza del Vescovo Nocerino Girolamo Mannelli, si radunarono il Gonfaloniere, i Priori, i Regolatori e quattro speciali Delegati, tutti per conto del Comune di Gualdo, nonché i Rappresentanti del Comune di Nocera, agenti per conto della popolazione di Boschetto e che di pieno accordo stabilirono quanto appresso:
– I. Gli abitanti di Boschetto, per i beni che possedevano nel Comune di Gualdo, dovrebbero a questo pagare un carlino per ogni libbra di estimo segnato nei Registri Catastali Gualdesi, calcolando sei bolognini per carlino; pagherebbero cioè un grosso e mezzo per libbra ed ogni grosso del valore di venticinque quattrini, secondo le norme usate anche dagli Esattori della Santa Sede, nella riscossione del suddetto Sussidio Triennale in Perugia e sua provincia. Inoltre, nella verifica degli estimi catastali dei Bo schettani riscontrandosi delle libbre incomplete, risultando cioè l’estimo di soldi e denari, gli Esattori Comunali avrebbero dovuto calcolare la tassa nello stesso modo che usavano in proposito con i Gualdesi.
– II. Agli abitanti di Boschetto, spetterebbe l’obbligo di effettuare tale pagamento ogni anno, fino a che durasse la suddetta imposizione del Pontefice.
– III. Gli stessi dovrebbero avere in Gualdo un loro Depositario, incaricato di versare annualmente allo stesso Comune di Gualdo l’intero contributo del villaggio di Boschetto.
– IV. Rimanendo immutato il Sussidio Triennale, immutata eziandio resterebbe la contribuzione dei Boschettani ad esso ; aumentando invece o diminuendo detto Sussidio, doveva in proporzione aumentare o diminuire il contributo stesso e ciò anche nel caso in cui le modificazioni al Sussidio Triennale non fossero generali, ma riguardassero solo il Comune di Gualdo.
– V. Se al Depositario fosse stato impossibile esigere dai Boschettani le singole contribuzioni, per versarle poi tutte insieme al Comune di Gualdo, quest’ultimo sarebbe stato in diritto di far raccogliere dette contribuzioni dall’Esattore Generale.
– VI. Se fosse invece moroso il Depositario di fronte al Comune di Gualdo, quest’ultimo potrebbe richiedere agli abitanti di Boschetto una congrua indennità per gli eventuali danni, spese ed interessi.
– VII. Per i due anni in cui i Boschettani non avevano pagato la contribuzione al Comune di Gualdo, gli stessi avrebbero dovuto egualmente effettuare ora tale pagamento nella misura come sopra stabilita, più avrebbero dovuto versare la somma di dieci scudi, cioè fiorini venti e sottostare alle spese giudiziarie inerenti alla Causa già promossa in proposito dai Gualdesi. Il pagamento di dette somme, fatto in mano all’Esattore del Comune di Gualdo, dovrebbe

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andare a vantaggio esclusivo di quest’ultimo, effettuandosi per metà nel giorno susseguente alla prossima Pasqua e per l’altra metà il primo giorno del venturo mese di Luglio.
– VIII. Il presente Atto non doveva apportare alcun pregiudizio o modificazione tra le due parti contraenti, in qualsiasi altro rapporto che non fosse quello della partecipazione dei Boschettani al Sussidio Triennale, né poteva menomare alcun precedente acqui­ sito diritto.
– IX. Per deferenza al su nominato Vescovo di Nocera il Comune di Gualdo abbonava ai Boschettani cinquanta fiorini, sulla somma da questi dovuta al Comune suddetto, per i due anni di mancata contribuzione al .Sussidio Triennale.
– X. Affinchè in futuro non potessero insorgere dubbi sull’accordo ora concluso, le parti si obbligavano, entro l’entrante mese, a ratificare pubblicamente e legalmente tutti e singoli Capitoli dell’accordo stesso.
– XI. Finalmente, quella parte che venisse meno ai patti stabiliti, dovrebbe sottostare alla multa di cinquecento scudi d’oro, da devolversi a vantaggio dell’altra parte e della Camera Apostolica e a ciò obbligandosi rispettivamente coi propri averi. Nell’Antico Archivio del Tribunale di Perugia, esiste un grosso fascicolo di documenti, qui in nota citato, riferentesi ai fatti or ora descritti. Tra questi documenti, è specialmente interessante un Catasto di tutti i beni immobili che i Nocerini possedevano in quel tempo nel territorio di Gualdo. Nell’Archivio suddetto, esiste anche un successivo consimile Catasto, riferentesi alla fine del Cinquecento ed al principio del Seicento, allegato ad altri documenti riguardanti un nuovo processo indetto, come vedremo, l’anno 1618 per lo stesso motivo.

Stimolate dall’esempio, anche le restanti popolazioni Nocerine confinanti con Gualdo, che trovandosi nelle stesse condizioni degli uomini di Boschetto, avevano rifiutato ai Gualdesi ogni contributo al Sussìdio Triennale, si sottomisero completamente alla volontà del nostro Comune. Così fecero infatti i villaggi di Colle e di Carbonara, che otto giorni dopo inviarono i loro rappresentanti in Gualdo dove, con i nostri Magistrati, stipularono un pubblico Atto, in tutto simile a quello praticato con gli abitanti di Boschetto. Questi ultimi poi, il primo Aprile di quell’anno, nella loro Chiesa di S. Nicolo, in una solenne adunanza pubblica, approvarono e confermarono la transazione che li riguardava, come sopra si è visto, stipulata dai Rappresentanti di Gualdo e di Nocera.

Un’altra vertenza esisteva allora tra queste due rivali città e cioè pel possesso del Borgo di Gaifana, situato proprio a cavaliere sul confine tra i due Comuni. A risolverla si adoperarono il Vescovo Nocerino ed il Legato Gualdese, mercé i quali, qualche tempo dopo, si stabiliva che la porzione del Borgo di Gaifana posta a settentrione della via che mena a Boschetto avrebbe appartenuto a Gualdo e che la porzione a mezzogiorno di detta via sarebbe stata sottoposta a Nocera, la quale divisione è poi restata sino ad oggi immutata e in vigore.

In questo stesso anno 1552, il giorno 28 di Giugno, Papa Giulio III indirizzava al Legato di Gualdo Card. Salviati, un Breve col quale

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si prescriveva, che in qualsiasi processo pendente davanti a lui o davanti al suo Luogotenente, così nelle sentenze interlocutorie come nelle definitive, si dovesse appellare per gradi, e cioè contro il Luogotenente al Legato, contro il Legato alla Santa Sede, e fuori dei suddetti, non fosse lecito appellare a nessun’altra Autorità. Però nelle cause interessanti la Giustizia per una somma non superiore ai dieci scudi, in nessun caso sarebbe stato lecito interporre appello contro il giudizio del Legato. Queste disposizioni del Pontefice, provocarono gran malumore nella cittadinanza Gualdese, che richiese alla Santa Sede il mantenimento delle preesistenti norme Statutarie in materia di appello, per le quali i cittadini potevano, in certe Cause, appellarsi invece al Gonfaloniere e Priore di Gualdo e susseguentemente al Giudice di Appellazione della vicina città di Foligno. E il malumore dei Gualdesi dovette essere notevole poiché il Luogotenente del Legato Card. Salviati, che era allora Antonio Conventino da Gubbio, innanzi che finisse l’anno e cioè il primo Novembre, con un nuovo Decreto credette opportuno accondiscendere provvisoriamente alle loro richieste, in attesa che il Legato stesso decidesse definitivamente su tale importante questione.

Dopo la morte del Card. Salviati, la Legazione di Perugia tentò nuovamente di estendere la propria giurisdizione anche alla nostra città, ma i Gualdesi ricorsero al Pontefice Giulio III affinchè non cedesse a tali pretese e infatti il Papa, con Bolla data a Roma il 6 Decembre 1553, diretta ai Priori ed alla Comunità di Gualdo, accoglieva la loro protesta e inviava nella nostra città un nuovo Legato nella persona del proprio fratello Balduino Ciocchi Del Monte. Costui tenne quale suo Luogotenente in Gualdo, un Giovan Battista Valenti da Trevi, fratello di quel Benedetto Valenti che vedemmo similmente Luogotenente in Gualdo alla dipendenza del Legato Card. Antonio Del Monte. Balduino Del Monte fece restaurare le Mura Castellane e resse sino al 1556, nel quale anno fu assunto alla Legazione di Gualdo, lo stesso Fabio Mignanelli, già da noi più volte ricordato a proposito dei contrasti con i Fabrianesi, il quale quattro anni prima aveva ricevuto da Giulio III il titolo Cardinalizio. (8)

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Tiberio di Gaspare Ranieri dal 1550 al 1553, c. 600t e 609 – C. bontempI : Op. cit. pag. 390 – G. ferrarO: I vini d’Italia giudicati da papa Paolo III Farnese e dal suo Bottigliere Sante Lancerio. Firenze 1876. pag. 19 – Arch. Vaticano: Arni. 41, Libr. 23, N°. 123; Arra. 42, Libr. 64 N°. 436 – Bibliot. Vaticana : Codice Vat. Lat. 4105. e. 132, 134, 190 – Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal i553 al 1557. e. 3t; Libro dal 1546 al 1549. e. 47; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N». 18, 73, 74, 76, 77, 78, 80, 81, 82, 83, 84, 85, 86; Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. Perg. no. 3, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 39, 40, 51 ; Bandenti e Lettere dal 1562 al 1569. c . 8 ; Bollet­ tario dal 1543 al 1549. c. 13t, 19t, 37; Documenti riguardanti la Causa giu­ diziaria tra Gualdo e Fabriano circa i confini. 1543-1572. Doc. N”. 4 – fra G. D. SCEVOLINI da Bertinoro: Dell’Istorie di Fabriano. ms. nella Bibl. Comu­ nale di Fabriano. e. 14t. – Arch. Antico del Tribunale di Perugia: Anno 1550, Busta VII, Fase. 4 e Busta XXI, Fase. 8; Anno 1618, Busta VI, Fase. 5 bis – Arch. della Famiglia Valenti in Trevi: Memorie etc. ms. Tomo V. pag. 190

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Era stata appena sedata la sopra ricordata contesa con Nocera, quando assai più grave piega assunsero invece le solite ed inveterate discordie con Fabriano, per la delimitazione dei confini lungo le vette dell’interposto Appennino. Nel 1554, i Fabrianesi si erano infatti rivolti direttamente a Papa Giulio III, con una supplica nella quale esponevano che, da tempo immemorabile, godevano il diritto di pascolo e di far legna sul versante orientale della montagna, sino ad una linea che correndo sulla sommità della stessa, lungo lo spartiacque, si iniziava dalla cima di Monte Maggio e proseguendo per la Bocca di Valsorda e per i punti più elevati dei pianori di Serra Santa, della Chiavellara e del Piano delle Vescole, giungeva sino al vertice di Monte Nero. Aggiungevano i Fabrianesi che gli abitanti di Gualdo, anziché limitare i loro possessi e l’esercizio dei loro diritti sul versante Umbro od occidentale dell’Appennino, sino alla suddetta linea di displuvio delle acque, volevano invece estenderli anche sul versante Marchigiano od orientale e che in ciò avevano trovato consenziente il Card. Mignanelli quando era Vice-Legato della Marca, il quale aveva infatti ordinato di spostare il confine di circa settemila passi a danno dei Fabrianesi, arrecando a questi una perdita di oltre diecimila scudi. Il Papa affidò la risoluzione della lite all’Uditore della Curia Romana, nonché Cappellano Pontificio Giulio Oradino, che riconoscendo giusto il ricorso di questi ultimi, con Decreto del 1 Ottobre, li autorizzò a citare in Causa il Comune di Gualdo, al quale si concedevano dieci giorni di tempo per presentare le proprie ragioni. Ma mentre si discuteva in Roma, davanti ai giudici, l’intrigata vertenza, i Fabrianesi esasperati dalla viva opposizione del Comune di Gualdo, se ne vendicarono facendo irruzione sulla montagna, dove uccisero e mutilarono quanti Gualdesi vi poterono sorprendere. Per tale fatto il nuovo Papa Paolo IV, con Bolla data a Roma il 6 Giugno 1555, vivamente deplorando tali sanguinose discordie, incaricava il Legato della Marca, Moderno, di recarsi sul luogo per la punizione dei colpevoli, per comminare pene severe se i contrasti si rinnovassero e per procurare di spegnere ad ogni modo quei secolari dissidi, facendosene dare cauzione. E infatti il nostro Legato Card. Mignanelli e il Legato della Marca Moderno, dopo aver dato corso alla volontà del Pontefice, redigevano un accordo tra le due città contendenti e stabilivano le norme che dovevano regolare il diritto di pascolo, far legna, costruire carbonaie e calcinai, sui contrastati confini, che venivano in quell’occasione segnati lungo lo spartiacque, sulle estreme creste dell’Appennino,

(Breve dì Giulio III del 6 Settembre 1553) – Arch. Antico del Comune di Perugia: Codice pergamenaceo contenente le correzioni e aggiunte apportate agli Statuti di Gualdo dai Cardinali Legati, e. 53t – Arch. Storico di Fabriano: Sezione Cancelleria. Confini. Vol. I, Fasc. III (Doc. 1 e 2) e Fasc. IV; Vol. II (Intero); Credenza XVIIÌ. Vol. 1291. Lett. C. (Doc. 31) – G. MORONl: Op. cit. Vol. XXII, pag. 260 – L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 35 – C. GILI e S. GUERRIERI : Memorie storielle di Fabriano. ms. nella Bibl. Comunale di Fabriano. e. 48t – G. COLUCCI: Op.cit. Vol. XVII (al Cap. Belvedere) pag, 46.

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contrariamente al volere dei Gualdesi che, come si è detto, pretendevano invece esercitare i loro diritti di possesso anche su tutto il versante Marchigiano della montagna.

Se mal sicuri erano di questi tempi i confini, per nulla tranquilla e ordinata trascorreva la vita nel territorio del nostro Comune. In una delle lettere depositate nel già ricordato Cippo del Palazzo Priorale, oggi conservata nella Raccolta di Documenti Storici Gualdesi del nostro Archivio Comunale, diretta ai Magistrati di Gualdo il 16 Gennaio del 1555 e firmata con le parole: Chi di cuore ama il nostro et de la patria utile et honore, si invoca una buona volta la punitiva giustizia e si fa un triste quadro degli assassini, delle aggressioni e dei ladrocini che ogni giorno, specialmente nelle campagne ma ben anco nella città, tenevano in allarme la popolazione. Si giunse persino a scassinare la porta del Monte di Pietà, asportandone quanto vi si conteneva e a nulla giovava neppure il conoscere i rei, poiché la tracotanza e il numero dei malviventi e dei facinorosi, era tale che nessuno ardiva molestarli o punirli.

Il saccheggio del Monte di Pietà, danneggiò assai quell’Istituto, tanto che, andato si può dire in rovina e divenute quasi nulla le sue rendite, si sentì il bisogno di riordinarlo e di rinsanguarlo con i proventi di alcune terre Comunali sull’Appennino Gualdese, ricevendo in compenso il Comune varie concessioni da parte dello stesso Monte di Pietà. Di questo accordo resta anzi un pubblico Istrumento, con la data 4 Decembre 1565 e per la restaurazione del pio Istituto si era allora non poco adoperato anche il Vescovo di Nocera Mons. Girolamo Mannelli. Il nostro Monte di Pietà, sorse, nella seconda metà del XV secolo, per opera di tal Pierfrancesco di Pierpaolo Guardioli, che lo costituì mediante la pubblica beneficenza, cioè procurandogli donazioni di vivi, lasciti testamentari, etc. Il Guardioli in premio ne ottenne dal Comune l’amministrazione per tutta la vita e venne per di più esonerato dal pagamento di qualsiasi balzello sia Camerale che Comunale. Dopo la sua morte l’amministrazione passò alla Confraternita del Sacramento. Non conosciamo l’anno preciso in cui fu fondato, ma certo già esisteva nel 1473, poiché in tale anno lo vediamo contrarre un prestito di otto fiorini, con la Confraternita Gualdese di S. Maria dei Raccomandati. I suoi Statuti furono approvati il 13 Maggio 1477 dal Governatore di Perugia Nicolo Perotti da Sassoferrato, Arcivescovo Sipontino e poi in seguito più volte modificati da vari riformatori, tra i quali ricorderemo, nel Cinquecento, il Legato di Gualdo Card. Antonio Del Monte ed il Vescovo di Nocera Mons. Girolamo Mannelli. Furono anche approvati e confermati da Papa Paolo III, mediante Breve dell’8 Ap rile 1535, con il quale, oltre ad affermarsi la dipendenza del pio Istituto dalla Confraternita suddetta, si vietava ogni abusiva ingerenza dell’Autorità Comunale o di altri Enti, nell’amministrazione dell’Istituto stesso. Nei primi anni del XVII secolo, il Vescovo di Nocera voleva modificare tali Statuti al fine di erogare le rendite del Monte di Pietà, per usi non compatibili con lo scopo dell’Istituto, tanto che il Comune di Gualdo e la Confraternita del Sacramento, ricorsero alla Santa Sede.

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In seguito a ciò Marcello Lante, Protonotaro Apostolico, emise un Decreto dato a Roma il 14 Luglio 1606 con il quale, sotto pena di mille ducati d’oro di multa più la sospensione a divinis l’interdetto, si vietava al Vescovo di Nocera di apportare modificazioni allo Statuto del Monte di Pietà, di devolverne le rendite per altro uso e di molestarne in qualsiasi modo gli Amministratori a causa del loro ricorso. Ma probabilmente il Decreto non ebbe effetto, poiché il 12 Marzo dell’anno seguente, vediamo i Gualdesi avanzare un nuovo e particolareggiato reclamo alla Congregazione Cardinalizia per i Vescovi e Regolari, la quale, con Rescritto del Card. Anton Maria Galli, Vescovo di Frascati, annullò quasi tutte le disposizioni Vescovili suddette, mantenendo al Monte di Pietà l’antico Statuto. Il documento del Card. Galli è assai importante, poiché contiene numerose notizie sull’organizzazione del Monte stesso. Ho creduto indugiarmi alquanto su questo pio Istituto Gualdese, il quale non è privo di importanza. Ricordando che il primo Monte di Pietà comparso nel mondo fu quello che sorse in Perugia nel 1462 e che questo di Gualdo già esisteva nel 1473, chiaro appare quanto precocemente fiorisse anche tra noi una consimile istituzione, la quale, al contrario di quanto oggi talvolta accade, per quei tempi rappresentava un mezzo di pubblica beneficenza, avente lo scopo di frenare le usure degli Ebrei e di fissare e regolare la media dei frutti che si dovevano onestamente esigere sopra i prestiti.

Era stato frattanto assunto al pontificato Paolo IV che, quasi ottantenne, iniziò subito la ben nota lotta contro il partito imperiale in Italia. Nel Decembre del 1555 egli infatti aveva mosso guerra anche al Conte Giovan Francesco di Bagno, potente Feudatario ma suddito della Chiesa, che possedeva forti castelli e vasti domini in Romagna, tra Rimini e Cesena, sui confini settentrionali dello Stato Ecclesiastico. Paolo IV comandò la spedizione militare contro il Conte di Bagno, apparentemente per punirlo di un comune delitto che aveva commesso, ma in effetto per distruggere la potenza del Feudatario Romagnolo, il quale nascostamente se la intendeva coi fautori del partito imperiale. La nostra città, benché lontana dal campo di lotta, pur tuttavia risenti non lieti effetti da quell’impresa, poiché col nuovo anno 1556, aveva dovuto inviare un buon nerbo di soldati in aiuto delle milizie del Pontefice, operanti contro il Conte di Bagno e comandate da Don Antonio Caraffa, parente e Capitano Generale di Paolo IV. I nostri soldati erano già partiti in buon numero sotto la guida del Capitano Baglione da San Severino, che era al servizio del Caraffa, quando un altro condottiero del Pontefice, il Capitano Papirio Capizucchi, pare che richiedesse al Comune il concorso delle milizie Gualdesi. Ma avendo appreso l’avvenuta partenza di queste, il Capitano Papirio, accordatesi col Luogotenente, che rappresentava in Gualdo il Legato Card. Mignanelli, tal Remolo dei Valenti, impose una forte multa alla nostra Comunità e fece imprigionare le famiglie dei Gualdesi partite con il Baglione. La città ricorse per questo fatto al Legato suddetto, allora residente in Roma, che infatti consigliò il Capizzucchi a

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desistere dal molestare ingiustamente i Gualdesi, ma costui pur dimostrandosi a parole ossequiente verso il Cardinale, di fatto seguitò ad accampare diritti presso il Gonfaloniere ed i Priori di Gualdo, ai quali scrisse il 21 Gennaio 1556, avvertendoli che riduceva della metà la multa applicata, purché i denari fossero stati pagati al più tardi il 24 Gennaio, in mano del suo Depositario, Battaglia, riservandosi di procedere secondo la primitiva condanna in caso di inobbedienza. In quanto poi alla richiesta di armati, diminuiva di cinquanta il numero di questi e il suo Capitano Tommaso, avrebbe scelto i cinquanta esentati tra i meno atti alle armi; ma in compenso di tale concessione, esigeva che fossero pagati al suddetto suo Depositario, settanta scudi in oro da servire per l’acquisto di corsaletti. Però, mentre erano in corso tali pratiche, il Capitano Generale Don Antonio Caraffa, il 26 Gennaio di quell’anno, scriveva al Luogotenente che, come si è detto, rappresentava il Governatore o Legato nella nostra città, redarguendolo per essersi mostrato ossequiente ai soprusi del Capitano Papirio Capizucchi. Dava poi ordine di liberare immediatamente le famiglie dei soldati reclutati dal Baglione e che, come vedemmo, venivano tenute prigioniere, avvertendolo che le milizie Gualdesi e rano partite con regolare patente in servizio del Papa. Nessuna multa avrebbero dovuto pagare i cittadini di Gualdo e il Luogotenente doveva per l’avvenire evitare consimili fatti, se gli stava a cuore la grazia del Pontefice. E perché non nascessero equivoci, il Capitano Baglione, dal campo, in data 28 Gennaio, per ordine del Caraffa scriveva anch’esso al Luogotenente per indicargli i nomi dei soldati Gualdesi che combattevano nella sua Compagnia.

Come se ciò non bastasse, dopo tanti torbidi interni ed esterni, in questo stesso anno 1556, una grossa banda di soldati mercenari Svizzeri e Tedeschi, compariva improvvisamente nel nostro territorio, apportandovi notevoli danni, e di ciò non paga cominciò ad incendiare anche le abitazioni del sobborgo Valle, alle porte della città, tanto che i cittadini Gualdesi credettero prudente rinchiudere nella Rocca Flea le donne e i fanciulli, nel timore di un possibile assalto. Anche il Luogotenente del Legato dovette fuggirsene allora da Gualdo, e forse a questo episodio si riferisce una nota che si ritrova nel « Conto delle Poste » di Maestro Bino da Perugia, conservato nell’Archivio di Stato in Roma, tra le carte della Camera Apostolica, dove, con la data 17 Settembre 1556, risulta scritto: « Per andare a Gualdo quando se ne fugì il Luogotenente di detta terra, duc.I ».

Prima che finisse l’anno e propriamente il 9 Decembre, al Card. Mignanelli subentrava nel Governo di Gualdo il Card. Carlo Caraffa, allora elevato alla dignità Cardinalizia dal proprio zio Papa Paolo IV. Più sopra dicemmo dell’incarico dato dal Pontefice al suo Legato nella Marca ed al nostro Legato Card. Mignanelli, per la pacificazione di Fabriano con Gualdo, ma ben poco dovette giovare l’opera loro, poiché la lotta fratricida proseguì ancor più accanita di prima e spesso cruenti conflitti seguitavano a funestare le due vicine popolazioni. I Fabrianesi tornarono ad esporre alla Santa

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Sede i soprusi di cui si dicevano vittime per parte dei Gualdesi e la Curia Romana lanciò la scomunica contro questi ultimi imponendo loro, per di più, a multa di tremila ducati d’oro. In opposizione a questa sentenza ricorse al Pontefice anche il Comune di Gualdo, che dopo avere a sua volta accusato gli avversari di prepotenza e di iniquità, per giustificare le sue pretese, accampò il già ricordato lodo in suo favore emesso dal Card. Mignanelli ed il Papa nuovamente deferì la vertenza alla Curia Pontificia, la quale, dopo avere chiamato a sé davanti il Rappresentante dei Gualdesi, Girolamo Bongrazi ed il Procuratore dei Fabrianesi, Virgilio Boccali, e dopo avere discusso la causa, decise il 24 Agosto 1556 doversi dare incarico al Vescovo di Camerino, perché ingiungesse agli uomini di Fabriano di non fare intanto alcuna innovazione a danno di quei di Gualdo. Questa evasiva e sibillina sentenza, non dovette per certo soddisfare il Comune di Fabriano, gli abitanti del quale, specie quelli risiedenti nei villaggi lungo la via che va da Cancelli a Campodonico, ai piedi. cioè del versante orientale dell’Appennino, senza voler più oltre attendere, incendiarono per rappresaglia tutti i boschi della montagna posti sul confine Gualdese e gli incendi, favoriti dal torrido sole estivo, lesero talmente in allarme i nostri Magistrati, che prontamente si riunirono per decidere sul da farsi. Dopo interminabili e sterili discussioni, si addivenne ad una specie di tregua e il 6 Decembre di quello tesso anno 1556, si stabilì che i Fabrianesi eleggessero quattro cittadini di Gualdo, ed i Gualdesi quattro cittadini di Fabriano, che assistiti dai rispettivi Podestà, definissero ogni controversia tra le lue città contendenti, con il patto che se l’accordo non fosse stato aggiunto entro un mese, ogni cosa dovesse restare nelle primitive indizioni, come se i Delegati per l’accordo stesso non fossero stati mai eletti. Ma certo anche l’opera loro fu sterile e le contese dovettero risorgere più vive che mai, inasprendosi specialmente tra il 1559 : il 1560, con frequenti scambievoli catture e rapine del bestiame sorpreso a pascolare sulle contrastate vette della montagna, ognuno lei quali atti provocava poi nuove rappresaglie e nuovi conflitti. Per porre un argine a tutto ciò, il Governatore della Marca, Mons. Giovanni Campeggi, Vescovo di Bologna, il 19 Marzo 1560, pubblicava in lacerata i Capitoli di una nuova tregua tra Fabrianesi e Gualdesi, con i quali, in attesa del definitivo giudizio dei Magistrati, si regolava momentaneamente l’uso dei pascoli e dei boschi sui confini montani. I Capitoli di detta tregua sono per l’appunto i seguenti:
– I. Tutti gli animali scambievolmemte catturati dal principio dell’anno precedente in poi, vengano restituiti agli antichi proprietari nel termine di dieci giorni.
– II Nessuna delle due parti debba più molestare l’altra nei territori contrastati, siano di proprietà pubblica che privata, col pretesto di aver ricevuto danneggiamenti, sotto pena di duemila ducati di multa. Molestandosi all’infuori dei luoghi contrastati, si sarebbe incorso solo nelle pene comunemente sancite dallo Statuto cittadino.
– III. Nei pascoli di Monte Nero, se prima dell’insorgenza della lite era lecito ai Fabrianesi fare con siepi delle chiuse per intrattenervi e greggi ad essi affidate da forestieri, sia agli stessi lecito ciò fare

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anche al presente. Né da parte dei Gualdesi si procurino ad essi per ciò impedimenti; ma non per questo si intenda che le possessioni dei Gualdesi debbano risentirne danno.
– IV. Ad ambedue le parti, nei luoghi contrastati, sia vietato fare devastazioni alle selve, carbonaie, calcinai, dissodamenti e consimili lavori atti a modificare l’aspetto del terreno.
– V. Quando sarà sedata la controversia, gli utenti dei due Comuni eserciteranno con prudenza e moderazione i loro diritti sui territori contesi.
– VI. I Fabrianesi eleggano due Gualdesi ed i Gualdesi due Fabrianesi i quali, in pendenza della lite, dovranno risiedere nelle terre contrastate e riferire alle Autorità qualunque infrazione ai presenti patti.
– VII. Con lo stesso sistema dell’elezione scambievole, si designino due Gualdesi e due Fabrianesi incaricati di fare opera di concordia per facilitare la risoluzione della contesa tra i due Comuni.
– VIII. Tra le parti contendenti ritornino, ad ogni modo, i buoni rapporti anticamente esistenti.
– IX. Dai Capitoli suddetti, si intendevano eccettuati i beni dei singoli privati, ai quali non dovevano riferirsi le clausole negli stessi Capitoli contenute, e per ogni caso dubbio qui non previsto, si imponeva l’arbitrato del Governatore suddetto. Erano state appena pubblicate queste provvisorie disposizioni, che già il Governatore della Marca, Campeggi, preparava un più stabile accordo tra le due città, Dopo avere personalmente ispezionati i contesi confini, il 19 Maggio di quello stesso anno, egli convocava in Fabriano quattro arbitri, due Gualdesi e due Fabrianesi. Gualdo aveva designato per tale officio i Fabrianesi Giovambattista Cossio ed Angelo Guarino e Fabriano i Gualdesi Polluce Durante e Prospero di Piero Muscelli, tutti giureconsulti e con essi il Campeggi stipulava la seguente Transazione che doveva essere definitiva: Come pretendeva il Comune di Fabriano, il confine tra le due città, si intendeva tracciato sui vertici, cioè lungo lo spartiacque delle tre montagne disputate, ossia Monte Maggio, Monte Serra Santa con la Chiavellara e Monte Nero, e perciò tutto il versante o declivio occidentale, verso l’Umbria, avrebbe appartenuto in pieno dominio ai Gualdesi, quello opposto cioè orientale e verso la Marca ai Fabrianesi. Però « pro bono pacis et jure vicinitatis ac conservante amictie » sarebbe stato permesso ai primi far pascolare gli armenti, tagliare alberi, falciare fieno, produrre carbone e calce, esercitare insomma qualsiasi diritto lecito agli uomini di Fabriano ed in comunione con questi, su tutto il monte Serra Santa o Chiavellara e perciò anche sul suo versante Fabrianese. Per quanto riguardava Monte Maggio, tale condominio sul suo versante Fabrianese, veniva invece limitato solo ad una zona che dalla Via Lata, si estendava in alto sino alle vette del Monte stesso. Ma dalla Via Lata in giù, per quanto si riferisce al Monte Maggio, come pure su tutto il versante Fabrianese di Monte Nero, gli abitanti di Gualdo non avrebbero potuto esercitare nessuno dei diritti sopra indicati, dovendosi quest’ ultimo considerare come territorio esclusivamente in possesso e per uso degli uomini di Fabriano. La suddetta Via Lata, altro non era che l’attuale Strada dell’Aia Grande, come la chiamano oggi i nostri montanari, la quale, partendo da Valsorda, va verso Nord-Est, sulle

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pendici Fabrianesi di Monte Maggio, in direzione di Valmare. Ma i diritti, come ora si è detto, concessi ai Gualdesi in comunione coi Fabrianesi su determinati territori del versante orientale delle montagne, si sarebbero potuti esercitare solo con speciali limitazioni e cautele: Così si prescriveva, che in questi tenitori, sarebbe stato lecito solo ai Fabrianesi vendere «solummodo pascua nunc existentia ita ut quae de cetero fieri contingerit per incisionem silvarum affi dari seu vendi non possint ». Nei pascoli predetti, dalla metà di Marzo, sino alla festa di S. Michele Arcangelo nel mese di Settembre, non avrebbero potuto i Gualdesi far pascolare armenti di qualsiasi specie. Nei suddetti luoghi nessuno avrebbe avuto facoltà di accendere fuochi, se non per fabbricare carbone, né apportare devastazioni, né sconvolgere il terreno sino a cambiarne l’aspetto. In Monte Maggio, dalla suddetta Via Lata in sopra, né i Fabrianesi, né i Gualdesi, avrebbero potuto abbattere gli alberi dalle radici, ma solamente tagliarne i rami per uso dei focolari domestici. Si faceva soltanto eccezione per il taglio dei pali da vigna. Tutti i su indicati diritti, si sarebbero potuti esercitare solo in quanto non avessero apportato danni ai beni privati eventualmente esistenti nella zona di uso promiscuo e nel caso che questi danni avvenissero, si disponeva per il relativo indennizzo, in modo che i Comuni interessati, non ne risultassero responsabili come Enti collettivi. Insorgendo divergenze sulla interpretazione dei Capitoli della presente Transazione, sarebbe spettato allo stesso Governatore della Marca, Campeggi, di giudicare e decidere in merito. Per i trasgressori si prescriveva infine la multa di quattromila ducati d’oro. L’Atto suddetto veniva poi approvato e confermato da Giovan Pietro Ghislieri, Giudice Referendario in ambedue le segnature. Questa Transazione è assai importante perché con essa, per la prima volta, sul versante Fabrianese dell’Appennino, appena varcato lo spartiacque, riconosciuto come linea di confine, veniva costituita la su descritta zona di territorio, la quale, pure appartenendo come giurisdizione al Comune di Fabriano, pur tuttavia, per quanto si riferiva al suo sfruttamento, era di natura promiscua, in condominio cioè tanto dei Fabrianesi quanto dei Gualdesi. Questa zona neutra che esiste tuttora (ma di cui oggi si sta trattando l’abolizione conforme le nuove norme su gli usi civici) solo in seguito prese l’attuale nome di Abutinato, parola forse derivata dal Latino Abutor, nel senso di usare, usufruire, giovarsi di una cosa che, nel caso nostro, è rappresentata dalla zona di territorio suddetto. Ma i Gualdesi sconfessarono subito l’opera dei loro Rappresentanti e sempre fermi nelle primitive esigenze, ritenendosi lesi nei propri interessi, rifiutarono la Transazione elaborata dal Campeggi e si appellarono contro i Fabrianesi a Papa Pio IV, il quale affidò l’appello agli Uditori della Curia Apostolica. L’Uditore Prospero di Santa Croce, nel Giugno di quello stesso anno, chiamava infatti davanti a sé i Procuratori delle due città contendenti e cioè Corrado di Marino per Gualdo, e Virgilio Boccali per Fabriano; però essendosi presentato il solo rappresentante dei Gualdesi, ogni decisione restò sospesa. Questi ultimi intensificarono dopo ciò la loro agitazione, tanto che per sedarli, nel seguente mese di Luglio, il Vicario

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Generale del Papa, Card. Giacomo Savelli, ad istanza del Comune di Gualdo, inviava da Roma alle Autorità Ecclesiastiche della Diocesi di Nocera, perché ne curassero la pubblicazione, un Decreto contenente le seguenti disposizioni: Chiunque approfittando delle passate fazioni tra Gualdesi e Fabrianesi, si fosse indebitamente appropriato di beni mobili o immobili, appartenenti al Comune di Gualdo od ai suoi abitanti, dovrebbe farne piena e legale restituzione agli antichi legittimi proprietari. A proposito dell’accordo poco prima concluso tra le due popolazioni contendenti, se qualcuno dei Gualdesi intervenuti a redigere detto accordo quali rappresentanti del Comune di Gualdo, o per timore di rappresaglie da parte dei Fabrianesi, o per essersi fatto da essi corrompere, avesse favorito gli interessi di questi ultimi a danno dei Gualdesi, chiunque tenesse di ciò conoscenza, sarà in obbligo di denunziare il traditore. Coloro che entro trenta giorni dalla pubblicazione di questo Decreto, non avessero restituito i beni indebitamente detenuti o non avessero denunziato le persone di cui sopra, s’intenderanno scomunicati e, ciò nonostante persistendo nel mal fatto, verranno sottoposti ad ulteriori pene.

Due mesi appresso, con lettera del 14 Settembre, il Vice-Legato di Perugia, Grassi, notificava ai Gualdesi che la loro città era stata sottratta al Governo del Card. Caraffa e che invece d’essere nuovamente affidata ad un Legato autonomo, sarebbe stata unita alla Legazione di Perugia. Il relativo Decreto, emanato da Mons. Carlo Borromeo, Vicario del Pontefice in Perugia, fu infatti presentato subito dopo ai Magistrati Gualdesi da Messer Polidoro Ralli, Commissario del Vice-Legato Perugino suddetto. La ragione di questo improvviso cambiamento di governo, va per certo ricercata in alcuni avvenimenti che allora si svolsero nella Corte Pontificia e di cui fu protagonista il Card. Caraffa. E’ infatti noto che costui, per ragioni che sarebbe qui inutile ricordare, esiliato da Roma nel 1559 dallo zio Paolo IV, era stato poi fatto arrestare dal nuovo Papa Pio IV il 7 Giugno 1560 e rinchiuso in Castel S. Angelo, dove morì strangolato la notte del 6 Marzo 1561, come reo di lesa maestà. Il passaggio di Gualdo alla Legazione di Perugia, deve perciò porsi in rapporto con la prigionia del Caraffa; ma un tale stato di cose ebbe un’assai breve durata, poiché in quello stesso anno 1561 e cioè appena giustiziato il ribelle Cardinale, venne restituita a Gualdo la Legazione autonoma di cui fu investito Serbelloni Gabriele, più spesso anzi chiamato Gabrio nei documenti dell’epoca. Poche notizie si hanno di costui, che non rivestì mai la porpora cardinalizia e che non va confuso, come in passato si fece, con il Cardinale Giannantonio Serbelloni, che nel 1565 fu Legato di Perugia e dell’Umbria. Per certo invece, va identificato con quel Gabriele Serbelloni, appartenente all’Ordine Gerosolimitano e Priore d’Ungheria che, già celebre nell’arte militare, fu da Pio IV nominato nel 1560 comandante supremo delle truppe Pontificie. La sua Legazione corrisponde infatti al periodo in cui egli fu a servizio del Papa. Del tempo che costui fu Legato in Gualdo, ci resta una

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abbondante raccolta di Decreti e di Bandi pubblicati dal Consiglio Generale in varie occasioni, Decreti e Bandi, che se assai poca importanza hanno presi singolarmente, interessano invece considerati nei loro insieme, per lo studio della Legislazione Comunale di quell’epoca: Cominciò col prendere severi provvedimenti contro gli Ebrei, basti dire che uno di essi, tal Giuseppe dell’Orso, per avere avuto rapporti carnali in Gualdo con donne Cristiane, venne processato e condannato alla multa di mille e cento scudi che poi, con Motu-proprio di Papa Pio III del 17 Giugno 1562, vennero destinati ai lavori di restauro dei Palazzi del Laterano. Stabilì inoltre che ogni paolo, speso al minuto, doveva valere quattrini cinquan tuno, pena la confisca della moneta (1 Gennaio 1562); che non si poteva vendere pane al pubblico senza licenza del Comune, pena un fiorino di multa e la perdita del pane (3 Gennaio); che senza licenza non fosse lecito asportare fuori del territorio panni vecchi, sia di lana sia di lino, pena tre scudi di multa; che nessun forestiero dovesse pernottare nei Conventi di Gualdo, sotto la pena suddetta; che gli utenti dei prati Comunali sulla montagna, dovessero pagare un dato canone al Comune e che nelle selve di questo non si potessero tagliare alberi o compiere altri danneggiamenti (22 Gennaio). Si prescriveva poi che chiunque, per qualsiasi causa, avesse mosso lite al Comune, doveva in perpetuo venire privato degli incarichi, benefici ed emolumenti che si fosse trovato a godere per concessione del Comune stesso (15 Febbraio); si ordinava di consegnare ai Magistrati Gualdesi le armi e gli utensili che i nostri avevano tolti ai Fabrianesi durante i precedenti conflitti avve nuti tra le due popolazioni sui confini nella montagna (5 Marzo) e che non si potesse portare l’ archibugio, senza licenza, pena cinque scudi di multa (12 Marzo). Si vietava nei giorni di Domenica, tenere aperte le botteghe, fatta eccezione per i forni e le farmacie, come pure vendere qualsiasi oggetto sulla pubblica via, pena in ambedue i casi, di tre giuli di multa; similmente, di Domenica, era proibito qualsiasi giuoco nelle strade suburbane fuori Porta S. Martino, specialmente in quelle di San Rocco e della Cava pena un fiorino (16 Marzo). Ogni possessore di Colombaia, doveva pagare un carlino e due quattrini, da destinarsi alla guardia delle canepine danneggiate dai colombi (25 Marzo); chi nei Libri del Catasto doveva segnare o cancellare dei terreni, era tenuto a far ciò entro un determinato tempo dal dì del cambiamento di proprietà (4 Aprile); si vietava asportare dal territorio Comunale, qualsiasi sorta di bestiame minuto, pena la perdita del bestiame e la multa di cinque scudi, come pure era proibita l’esportazione del grano senza licenza, pena la confisca di questo cereale ed uno scudo di multa tanto pel venditore come per il compratore (8 Maggio). Un altro scudo di multa, oltre la rifazione dei danni, si minacciavano a chi suscitava incendi nei boschi della montagna (23 Agosto), ed ai Guardiani delle vigne, si faceva obbligo di presentare al Cancelliere Priorale i loro rapporti sui danneggiamenti, in caso diverso detti rapporti sarebbero stati nulli (25 Agosto). Proibivasi ai mugnai

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prelevare sul grano da macinarsi, più di mezza moltura ed ai fornai più di un pane per ogni quaranta pani da essi cotti, pena la multa di venti bolognini per i primi e di un giulio per i secondi (5 Decembre 1563); il pane poi non si doveva vendere al pubblico per più di un bolognino ogni venti once, pena la perdita del pane e quattro bolognini di multa per ogni oncia (17 Febbraio 1564). Finalmente si doveva vendere l’olio secondo le misure prescritte dal Comune, sotto pena di uno scudo di multa (9 Aprile); non si potevano uccidere colombi domestici, pena venticinque scudi oltre quelle comminate dallo Statuto (14 Maggio) e si vietava asportare vino fuori del territorio, diversamente si sarebbe sequestrata la mercé e si sarebbero multati venditore e compratore, con due scudi d’oro ciascuno.

Dicemmo poco prima, come la popolazione Gualdese avesse rifiutato di accettare la Transazione con i Fabrianesi stipulata nel 1560 dal Legato della Marca Giovanni Campeggi, ed in conseguenza di ciò si riaccesero poi le ostilità tra le due popolazioni rivali. Nel Gennaio del 1562, i Fabrianesi catturarono infatti molto bestiame bovino ed equino, dei Gualdesi, sorpreso a pascolare in quelle regioni della montagna che Fabriano considerava come proprio dominio. Questo bestiame fu poi in parte restituito ed in parte ritenuto come pegno, sino a che non fosse stata pagata l’indennità dovuta per il danno arrecato dai Gualdesi, i quali, oltre all’abuso di pascolo, avevano anche fatto legna sulle terre in contrasto. Subito dopo gli uomini di Gualdo, per rappresaglia, corsero in gran numero armati sulla montagna nel territorio di Fabriano, s’impadronirono alla loro volta del bestiame che vi trovarono e ne malmenarono e ferirono i custodi. Ciò nonostante, per l’interessamento del Legato di Gualdo Gabriele Serbelloni e del di lui figlio, i Fabrianesi restituirono volontariamente ai Gualdesi anche quei restanti animali che, come sopra si è detto, detenevano ancora come pegno. Ma i Gualdesi neppure di ciò furono paghi e nel giorno di Carnevale di quello stesso anno 1562, oltre un centinaio di armati mosse da Gualdo verso le montagne, dove rapì ai Fabrianesi altre mandrie di cavalli e di buoi. Per tutti questi fatti, il 1 Maggio, Papa Pio IV inviava da Roma un suo Breve al Giureconsulto Lancellotto dei Lancellotti, Cittadino Romano, Referendario e Commissario Pontificio, con il quale Breve, dopo avere ricordato tutte le numerose pratiche, transazioni, tregue, etc., inutilmente fatte in passato per la pacificazione dei due Comuni, gli dava ordine di portarsi sui contrastati confini, constatarne giuridicamente e topograficamente il vero stato, fare un’inchiesta presso le popolazioni interessate e riferirne alla Santa Sede, proponendo in pari tempo gli opportuni rimedi. Il Lancellotti infatti, nel seguente mese di Giugno, accompagnato dai Rappresentanti dei due Comuni contendenti, si recò ripetutamente ad ispezionare gli alpestri confini, interrogò gli utenti della montagna e dell’opera sua inviò al Pontefice uria dettagliata Relazione. Ma anche questa fu vana e nel 1564 ancora, du ravano le ostilità, tanto è vero che nel principio di tale anno, i Gualdesi si scontrarono nuovamente coi

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Fabrianesi sull’Appennino, rimanendo feriti parecchi dei primi, tanto che la Comunità di Gualdo , il 14 Maggio di quell’anno, inviava per questo fatto violente proteste al Pontefice ed al Legato della Marca.

Al Serbelloni succedeva il 9 Febbraio 1566, quale Legato, il Card. Tiberio Crispi di Roma, già precedentemente Legato in Perugia, che nonostante l’attiva opposizione del Consiglio Segreto e Generale, fece togliere dal Palazzo Priorale quel Cippo o Trombone di cui abbiamo a lungo poco addietro parlato, decretando così la fine di tale origine istituzione. Ma nel Novembre di quel medesimo anno, al Card. Crispi, deceduto a Sutri ove era Vescovo, succedeva l’altro Romano Card. Giannantonio Capizucchi nel Governo di Guàldo e la nostra Magistratura approfittava del cambiamento del Legato per rimettere a posto il Cippo tanto desiderato, però il Card. Capizucchi, credette opportuno imitare il suo predecessore e nel Gennaio del 1567, il Cippo venne per suo ordine definitivamente soppresso. Ecco anzi quanto egli scrisse in proposito:

Molto Mag. Signore,

Havemo visto quanto scrivete e conseguentemente sopra il fatto del Trombone, di che ho parlato questa mattina con la Santità di N. S. abastanza. S. Santità vuole che detto Trombone prima si tolga via dal Palazzo et poi si parli di averlo arimettere riprendendo molto quelli Superiori. Tanto vi faccio intendere per espressa commissione di Sua Santità che due volte me la replicato questa mattina. Non mancarete di venir subito all’esecutione, come ne scriviamo anche al mio Luogotenente. Sono poi di parere fare una nuova petitione, n’offriamo il mio zelo, ma non però ne promettiamo di ottenere quanto desiderate sopra ciò . . . et Dio vi guardi.

Di Roma XVIIJ di Gennaio 1567. – Jo. Card. Capisucius Gu bernator.

Intanto proseguivano i conflitti coi Fabrianesi e nei Consigli del I Maggio e del 15 Giugno di quello stesso anno 1566, si lamentava che i nostri abitanti, sui confini dell’Appennino, venissero aggrediti e fatti prigionieri dai Fabrianesi, che di ciò non paghi, loro rubavano o distruggevano sulla montagna messi e foraggi, alberi e armenti, tanto che il Consiglio Generale di Gualdo, nuovamente decise di ricorrere al proprio Legato, nonché al Pontefice ed al Legato della Marca; ma l’Ambasciatore che recava a quest’ultimo le proteste dei Gualdesi venne aggredito dalla popolazione Fabrianese quando traversava i valichi dell’Appennino, minacciato di morte e rimandato malconcio a Gualdo. Fu così che, per tutto quanto sopra si è narrato, nel seguente anno 1567 insorse una nuova vertenza giudiziaria tra i due Comuni, vertenza che dal Pontefice fu affidata al già ricordato Referendario e Commissario Apostolico Giovan Pietro Ghislieri. Avendo i Gualdesi ricorso alla Santa Sede contro la suddetta Transazione conclusa dal Legato della Marca Mons. Campeggi, perché la ritenevano lesiva per i propri diritti ed interessi, il Ghislieri avrebbe dovuto giudicare se tale lesione

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esisteva e se si dovesse in conseguenza annullare o confermare la Transazione stessa e mantenere o no la linea di confine nello stato in cui allora trovavasi, linea che si indicava come principiante a Nord dal Piano della Stercorata, per finire verso Sud al così detto Vadum Piri, che in altri documenti e in antiche Mappe catastali è invéce volgarmente indicato come Valle del Pero. Il 30 Agosto 1567, il Ghislieri emanava la sua sentenza con la quale, negando l’esistenza della suddetta lesione di diritti e di interessi proclamata dal Comune di Gualdo, riconfermava la Transazione in esame, riservandosi però di procedere poi alla revisione e verifica dei confini. Solo, pro bono pacis, fece la seguente concessione ai Gualdesi: A questi era stato sequestrato poco prima, tutto il grano ed orzo che avevano seminato sui terreni montani in discussione, dietro richiesta ed a favore del Comune di Fabriano e queste messi erano state date in consegna ad un apposito Sequestratario. Ora il Ghislieri concedeva che ai Gualdesi fossero restituite le derrate sequestrate, meno un quinto delle stesse che doveva andare al suddetto Comune, però a condizione che i Gualdesi rimborsassero ai Fabrianesi le spese sostenute per il raccolto e trasporto di dette derrate. Ma contrariamente a queste ultime disposizioni della Sentenza, gli abitanti di Gualdo, di sorpresa si impadronirono invece di tutte le messi sequestrate che si trovavano in consegna presso il Sequestratario, rifiutandosi di dare a quelli di Fabriano la quinta parte di queste messi ed il rimborso delle spese. Perciò il Ghislieri, con altra sentenza del 14 Decembre di quello stesso anno, impose al Comune di Gualdo la consegna ai Fabrianesi di questa quinta parte delle messi, più il pagamento di sessanta scudi per le spese dagli stessi sostenute e di altri quattro scudi per altre spese inerenti a quest’ultima sentenza. Dai documenti a questa annessa, ci risulta che i Gualdesi i quali avevano seminato in quell’anno frumento ed orzo sulle montagne nella zona contrastata, erano circa centoventi, raccogliendovi ben duecentoquarantacinque some e centoventidue quartucci di cereali. Ciò è interessante di riferire, perché ci fa conoscere come in quell’epoca, le alte vallate e le pendici del nostro Appennino, contrariamente a quel che oggi avviene, fossero coltivate a cereali in modo notevole. Nel frattempo, come già aveva preannunziato nella sua Sentenza, il Ghislieri si era recato sulle contese montagne per la verifica dei confini e per l’apposizione dei termini. L’accesso avvenne il 4 Settembre, unitamente ai rappresen tanti del Comune di Fabriano, mancando quelli di Gualdo. Anche ad essi era stata inviata una regolare citazione a comparire, ma l’ave vano respinta e furono perciò dichiarati contumaci, procedendosi egualmente senza di essi alle operazioni prestabilite. I termini vennero collocati cominciando dalla parte di Monte Nero, lungo una linea attraversante le seguenti località, Valle del Pero, vetta di Monte Nero, displuvio del Piano delle Vescole nel punto chiamato Uomo Morto, displuvio delle Pezzole, cima delle Pezzole, displuvio del Monte Serra Santa o Chiavellara, displuvio del Piano di Valsorda, cime di Monte Maggio, displuvio del Piano della Stercorata sino al territorio di

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Fossato. In sostanza questa linea di confine, come esigevano i Fabrianesi, corrispondeva, alla linea divisoria del deflusso delle acque sulla montagna ed era conforme alla Transazione di Mons. Campeggi. Per chi avesse violato questi confini, il Ghislieri comminava mille ducati di multa.

Dopo ciò il Card. Alessandro Riario, Camerlengo e Uditore Generale della Curia Romana, per ordine del Pontefice, con lettera del 26 Novembre di quello stesso anno 1567, diede incarico al Governatore della Marca ed a quello dell’Umbria, di richiedere ai due Comuni di Gualdo e Fabriano, la cauzione di diecimila scudi d’oro ciascuno, per l’osservanza della Transazione del Governatore Campeggi e per il rispetto dei confini come sopra tracciati dal Ghislieri. Il Comune di Fabriano diede la propria cauzione il 15 De cembre 1567, quello di Gualdo, a malincuore, il 24 Febbraio 1568. Nonostante tutto ciò, nell’Autunno di quest’anno, i Gualdesi tornarono a seminare sulle terre della montagna situate nel Comune di Fabriano, i di cui abitanti però, armata mano, tagliarono e distrussero in seguito quelle messi già germogliate, anzi, per questo fatto, molti di essi vennero condannati, ottenendo però poi la grazia dal Papa con lettera trasmessa dal Card. Riario il 5 Gennaio 1569. I Gualdesi, per rappresaglia, subito dopo varcarono il confine e penetrati nel territorio dei Fabrianesi, vi predarono numerosi oggetti domestici ed animali che trasportarono alle loro case. Come se ciò non bastasse, l’anno seguente, vi praticarono una nuova incursione, abbattendo e spostando a proprio vantaggio i termini sui confini, come sopra si è detto, apposti dal Ghislieri e commettendo altri consimili violenze a danno dei Fabrianesi, tanto che il Card. Riario, dovette intervenire con una nuova sentenza, data a Roma il 29 Gennaio 1571, con la quale si ordinava di rimettere al primitivo luogo i termini abbattuti e si disponeva per la punizione dei colpevoli. Era necessario ubbidire e non appena a Primavera la montagna ritornò praticabile, il 12 Maggio, il Podestà di Fabriano e quello di Gualdo si diedero convegno sull’Appennino per il ripristino dei termini. Ad evitare sanguinosi incidenti, specie da parte dei Gualdesi esasperati, si dispose che i due Podestà non potessero avere in quel giorno al proprio seguito più di sei uomini ciascuno e disarmati e che nessun abitante dei due Comuni potesse nello stesso tempo salire sulle montagne.

In quest’epoca il Clero Gualdese, come già aveva fatto nel 1545 e nel 1550, accampò nuovi pretesti per non pagare alla Camera Apostolica alcuna tassa sui propri beni patrimoniali, ma alla persistente e strana pretesa, si oppose anche questa volta il Cardinal Camerlengo di S. Chiesa, che pur tuttavia fu costretto ad emettere da Roma vari Decreti e cioè il 27 Agosto e il 28 Settembre nel 1568, il 16 Ottobre nel 1570, il 14 Marzo nel 1571, il 28 Decembre nel 1633, e più volte nel 1636, per costringere gli Ecclesiastici Gualdesi a pagare regolarmente, come gli altri cittadini, le tasse Camerali.

Nel Gennaio del 1569, essendo morto il Legato Card. Capizucchi, la Legazione di Gualdo veniva momentaneamente di nuovo

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soppressa ed il Governo della nostra città restava affidato al Cardinale Legato di Perugia, il quale anzi, con la data 13 Febbraio, vi emanava un Bando per vietare ai cittadini di portare armi così di offesa come di difesa. Ma prima che finisse l’anno, non sappiamo se spontaneamente o in seguito alle proteste dei Gualdesi menomati nei loro diritti, il Governo Pontificio ripristinava in Gualdo la Legazione autonoma, indipendente da quella di Perugia e vi inviava come Legato perpetuo il Card. Cristoforo Madruzzi, detto il Cardinal di Trento, perché nativo di questa città. Sotto il suo governo risorse un’antica questione con il Comune di Nocera e andò sempre più inasprendosi il dissidio tra Fabrianesi e Gualdesi: Gli abitanti del villaggio Nocerino di Boschetto, i quali possedevano terre nel limitrofo territorio Gualdese, accamparono nuovamente il diritto di potere trasportare, senza impedimenti, i prodotti agricoli di queste terre, specie il frumento, alle loro case in territorio di Nocera, mentre invece i Gualdesi pretendevano che detti prodotti, almeno in parte, dovessero essere venduti nel Comune di produzione, ossia in quello di Gualdo. Tale annosa questione, la quale come già vedemmo fu causa di gravi contrasti nel 1479 e nel 1528, anche ora nel 1571, dovette essere portata, dopo varie vicende, davanti ai Tribunali Pontifici, suscitando rancori senza fine tra i Nocerini soccombenti. Assai più grave si presentò il nuovo conflitto con il Comune di Fabriano: I Gualdesi verso la fine del 1571, organizzata un’altra spedizione di armati sulle montagne disputate al Comune di Fabriano, ivi catturarono ai Fabrianesi ben centoquarantadue capi di bestiame bovino ed equino e ne ferirono e ne fecero prigionieri i guardiani, conducendo dopo ciò in Gualdo il ricco bottino. Per tali avvenimenti il Card. Riario, con Atto del giorno 8 Decembre di quell’anno, procedette rigorosamente contro i Gualdesi ribelli. Allora costoro si rivolsero di nuovo a Papa Pio V, perché mandasse un altro Commissario per constatare la lesione dei loro diritti derivante dall’ormai famosa Transazione di Mons. Campeggi, lesione di diritti che, come vedemmo, era stata invece negata dal Commissario Ghislieri e perché si riesaminassero e si correggessero i confini con Fabriano. Benevolmente il Papa mandò sul luogo il suo prelato domestico e Referendario in ambedue le segnature, Mons. Alessandro Frumenti, affinchè alla sua volta prendesse esatta cognizione della controversia, riferendone alla Santa Sede e contemporaneamente si faceva dare, come cauzione, una forte somma dai due Comuni, per essere sicuro che nel frattempo se ne stessero quieti. Il Frumenti, compiuta la sua missione, confermò anch’esso l’opera dei suoi predecessori, cioè dei Commissari Papali Campeggi e Ghislieri, ma ciò nonostante, per la pacificazione delle due ostili città, propose a Pio V di modificare la Transazione ripudiata dagli uomini di Gualdo, nel modo seguente: In quella zona di territorio Fabrianese, che il Governatore Campeggi aveva decretato essere di uso comune per le due popolazioni, cioè nel così detto Abutinato, anziché in determinati mesi come era stato stabilito, i Gualdesi avrebbero potuto invece far pascolare durante tutto l’anno i loro armenti, fatta eccezione per le capre, pagando però al Comune di Fabriano, in

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ogni ricorrenza della festa di Pasqua, un canone di venticinque scudi. Ma negli stessi luoghi anche i Fabrianesi avrebbero potuto far sempre pascolare le loro mandrie, ed il Comune di Gualdo, ogni anno, come riconoscimento del dominio che su quelle terre spettava al comune di Fabriano, avrebbe dovuto donare a quest’ultimo una coppa d’argento del valore di dodici scudi. In tutto il resto la Transazione suddetta sarebbe rimasta valida ed invariata. Queste condizioni accettate dai Fabrianesi, furono però respinte dai Gualdesi, ed allora il Papa, al quale il Commissario Frumenti pare avesse di suo arbitrio dichiarato che era possibile anche un’ulteriore condiscendenza da parte del Comune di Fabriano, ridusse gli obblighi dei Gualdesi al solo pagamento di dodici scudi di canone in occasione della Pasqua, fermo restando a loro favore il diritto di potere esercitare in qualsiasi epoca dell’anno la funzione di far legna, pascere, far fieno, etc. nelle terre dell’Abutinato. Questa volta furono invece i Fabrianesi a non accettare le nuove concessioni fatte al Comune di Gualdo, delle quali chiesero la revoca allo stesso Pontefice, il quale però non tenne conto di tante proteste e con una lunga Bolla data a Roma il 29 Gennaio 1572, dopo avere ricordato le precedenti pratiche, confermò pienamente i confini e le disposizioni stabiliti con la Transazione redatta dal Legato della Marca Mons. Campeggi, aggiungendovi però i seguenti Capitoli.
– I. Il Comune di Gualdo, quale compenso per il diritto concessogli di usufruire del suddetto territorio neutro situato oltre i suoi confini sul versante Marchigiano delle montagne, doveva pagare al Comune di Fabriano, nel giorno di Pasqua, l’annuo canone di dodici scudi, in ragione di dieci giuli per ogni scudo.
– II. I cittadini Gualdesi che possedevano beni privati in detto territorio neutro, non potevano in alcun modo venire ostacolati dai Fabrianesi nei diritti di proprietà, specie in quello di riportare alle proprie case il prodotto delle loro terre, né potevano essere gravati di balzelli in misura maggiore di quel che si usava per i cittadini di Fabriano.
– III. Dal territorio in condominio dovevano essere esclusi, per quanto ne riguardava l’uso, gli estranei alle due popolazioni interessate ed anche a queste ultime era vietato condurvi al pascolo le capre, perché troppo danneggianti gli arbusti, nonché abbattere le selve e fare consimili modificazioni al suolo.
– IV. Sui vertici delle contrastate montagne, lungo lo spartiacque, si dovevano porre i termini tra i due Comuni, come era stato già prescritto con la Transazione del su ricordato Legato della Marca. – V. Non esistendo sorgenti di acqua nei terreni condominali, affinchè i Gualdesi per abbeverare gli armenti non fossero costretti di condurli lontano sino al fiume scorrente in fondo alla valle, danneggiando così gli interposti campi seminativi dei Fabrianesi, si concedeva ai primi di poter condurre ad abbeverare le mandrie nel Monte Serra Santa o Chiavellara alla Fonte delle Strocche, altrimenti detta degli Elci, e nel Monte Maggio ad una sorgente che ivi scaturisce dalla parte di Valmare, e in ambedue questi luoghi, per potere abbeverare il bestiame, sarebbe lecito ai Gualdesi scavare apposite vasche e sino a queste tracciare una via che parta

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dalla strada limitante in basso il territorio d’uso comune con i Fabrianesi, strada che già dicemmo chiamarsi allora Via Lata oggi Strada dell’Aja Grande. Ma se gli armenti suddetti fossero stati trovati a vagare oltre i limiti del territorio in condominio, cioè nei possessi esclusivamente dei Fabrianesi, questi avrebbero potuto far punire i Gualdesi per i danni arrecati. Per quanto poi si riferiva alle modalità di costruzione dei suddetti abbeveratoi e delle relative strade di accesso nonché alla su nominata fissazione di termini lungo lo spartiacque, si doveva darne incarico al Governatore di Camerino o ad uno dei suoi Uditori.
– VI. Dai Comuni e dalle popolazioni di Gualdo e Fabriano, si sarebbero dovute osservare le prescrizioni suddette, sotto pena di diecimila ducati d’oro, da devolversi alla Camera Apostolica, più l’accusa di ribellione con tutte le sue conseguenze.

Ottemperando al suddetto ordine di Papa Pio V, il Governatore di Camerino Mons. Erulo Eruli, si recò sui luoghi disputati per collocarvi i termini di confine. Ma l’apposizione di questi termini come fu effettuata in Valsorda, sembrò ai Fabrianesi non conforme alle prescrizioni della Bolla sopra descritta e perciò se ne appellarono alla Santa Sede. D’altra parte neppure i Gualdesi si trovarono d’accordo con i Fabrianesi, circa l’interpretazione di detta Bolla, di modo che ne derivò una nuova Causa Giudiziaria che fu portata davanti al Card. Filippo Boncompagni ed alla Sacra Consulta. Ma il nuovo Papa Gregorio XIII, non volle che avesse seguito tale lite, e per dare esecuzione alla Bolla di Pio V, avocò a sé la lite stessa e diede incarico a Mons. Muzio Passamonti, Referendario Apostolico, affinchè con piene facoltà si recasse sul luogo del contrasto, prendesse personalmente visione dei termini, ascoltasse le ragioni di ambo le parti, e ne riferisse in proposito. Eseguito dal Passamonti l’incarico avuto, ne rimise per iscritto ed a voce relazione al Pontefice, ma contro questa relazione il Comune di Fabriano, con Atto del 29 Agosto 1573 avendo nuovamente interposto appello alla Sacra Consulta, il suddetto Card. Boncompagni, per volontà del Pontefice, con lettera data a Roma il 16 Ottobre 1574, rimise la finale decisione della vertenza al Vescovo di Gubbio, Mariano Savelli ed al Governatore di Perugia e dell’Umbria, Monte Valenti da Trevi, i quali si rivolsero subito ai Comuni di Fabriano e Gualdo, perché mostrassero buona volontà nella trattazione della lite, favorendone la risoluzione, e i due Comuni, per eliminare le cause della discordia, ricorsero al radicale espediente di cedere addirittura la proprietà dei territori disputati, al Vescovo di Gubbio ed al Governatore di Perugia, perché ne disponessero a loro piacimento. L’Atto di cessione fatto dal Comune di Gualdo, porta la data 10 Decembre 1574, quello del Comune di Fabriano è di quattro giorni posteriore al primo. Subito dopo, alla loro volta, con Rogito stipulato in Gualdo nella Badia di S. Donato, il 22 di quello stesso mese, il Vescovo Savelli e il Governatore Valenti, fecero restituzione e retrodonazione ai Magistrati di Fabriano e di Gualdo, delle terre che questi ultimi avevano ceduto pochi dì prima. Tale atto contiene i seguenti Capitoli :
– I. Che nel Plano della Stercorata, il termine sia quello che fu

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messo da Mons. Passamonti.
– II. Che i termini posti sulle vette di Monte Maggio, di Monte Serra Santa o Chiavellara e di Monte Nero, restino come sono e cioè come furono collocati l’ultima volta dai Commissari inviati dal Papa.
– III. Che in Valsorda il termine sia quello messo da Mons. Passamonti e cioè il Sasso della Volta.
– IV. Per quanto si riferiva al pascolo di Monte Serra Santa o Chiavellara, riservato promiscuamente alle due Comunità nella Bolla di Pio V del 1572, si definivano ora con precisione i limiti del pascolo stesso.
– V. Ogni anno, detto pascolo comune di Monte Serrasanta o Chiavellara, come pure quello di Monte Maggio, dalla Via Lata in su, si debba porre all’incanto in affitto, fermo però restando il diritto di pascolo gratuito per i Fabrianesi e per i Gualdesi. I denari ricavati da tale affitto, per metà vadano al Comune di Fabriano come riconoscimento del dominio che lo stesso aveva su questi pascoli, ed anche per quel tanto (dodici scudi) che i Gualdesi dovevano dare ogni anno ai Fabrianesi in forza della Bolla suddetta, e l’altra metà si divida in parti uguali fra i due Comuni, per la promiscuità che hanno nel pascere, in modo che Gualdo venga a percepire un quarto della somma totale ricavata dall’affitto. – VI. Per l’avvenire la Comunità di Gualdo non sia più tenuta a pagare a quella di Fabriano i dodici scudi predetti.
– VII. Non tro­ vandosi ad affittare detto pascolo promiscuo, non sia lecito ai Gualdesi abbeverare il proprio bestiame alle Fontanelle di Valmare e delle Strocche, ovvero dell’Elce.
– VIII. Il Vescovo di Gubbio ed il Governatore di Perugia, si riservavano, a scopo di pacificazione, di poter moderare le pene che negli Statuti dei due Comuni erano prescritte pel danno procurato con animali fuori dei limiti del pascolo comune.
– IX. I possessori di terreni privati esistenti in questa zona di pascolo comune, debbano registrarli nel Catasto del Comune di cui i terreni stessi fanno parte, senza che siano obbligati a dimostrare altrimenti i titoli delle loro possessioni acquistate da trenta anni in poi.
– X. Per tutto quanto non fosse contenuto nel presente Atto, resti valida la già ricordata Bolla di Papa Pio V, ed al Vescovo di Gubbio ed al Governatore di Perugia, spetti il diritto di decidere, se necessario, su eventuali controversie che in proposito fossero insorte, ed anche la facoltà di apporre più numerosi termini su i confini.

In conseguenza ed in conformità dell’Atto di retrodonazione or ora descritto, il Vescovo di Gubbio ed il Governatore di Perugia, con i rappresentanti dei Comuni di Fabriano e Gualdo, che per quest’ultimo erano Nicolò Moroni, Romolo Vittori ed il Capitano Cornelio Muscelli, nei giorni 16, 17 e 18 Luglio del 1575, si recarono sulla montagna per tracciarvi la linea di confine, lungo la quale dovevansi apporre i termini. Di quest’operazione fu redatto un pubblico Istrumento, per mano del notaio Luca Testoni di Roma, dal quale apprendiamo che la suddetta linea di confine, conformemente alle già indicate norme statuite dal vescovo di Gubbio e dal Governatore dell’Umbria, era stata tracciata, da Nord a Sud, nel modo seguente: Ripa del Piano della Stercorata, dove in

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passato fu messo il termine da Mons. Passamonti; sommità della collina posta tra il Suddetto Piano della Stercorata e la Codalina ; cime di Monte Maggio; poggetto che, in linea retta con il precedente, trovasi sopra la Via Lata, ma sempre nella zona di Monte Maggio ; altro termine in questa zona, però al disotto della Via Lata ; Sasso della Volta in Valsorda, vertici del Monte di Serrasanta o Chiavellara, sino al Fosso delle Rose ; sommità delle Pezzole e di Montenero, da dove la linea avrebbe poi seguito i vecchi termini, sino a quello finale di Valle del Pero. Nei punti ora nominati, l’apposizione effettiva di tutti i vari termini, doveva essere completata entro il susseguente mese di Settembre, pena trecento scudi di multa per gli inadempienti, a favore della Camera Apostolica. Contemporaneamente, si stabilivano anche i limiti di quella zona per pascolare e legnare, chiamata Abutinato, che nel Monte di Serra Santa, o Chiavellara, doveva essere d’uso comune per Fabrianesi e Gualdesi, secondo quanto era stato prescritto con il già ricordato Motu-Proprio di Papa Pio V; e per gli eventuali danneggiamenti che in futuro gli utenti avessero arrecato in questa zona d’uso promiscuo, si stabilivano le seguenti pene: Per danno dato alle selve con bestie grandi (bovini ed equini) e capre, cinque grossi per bestia. Per danno ai seminati, mezzo grosso per qualsiasi bestia, siano cioè bovini, equini, ovini indifferentemente. Per danno provocato con taglio d’alberi nelle selve, dieci scudi per accetta e non pagando, tre tratti di corda in pubblico. La retrodonazione, con le condizioni suddette, venne accettata e ratificata dalla Rappresentanza del Comune di Gualdo nello stesso giorno 18 Luglio, mediante Atto rogato nella Rocca Flea, con l’intervento del Governatore dell’Umbria Monte Valenti; e dalla Rappresentanza del Comune di Fabriano, venne similmente accettata e ratificata con rogito stipulato il giorno seguente, nel Palazzo dei Priori in Fabriano, davanti al Vescovo di Gubbio Savelli. L’opera del Valenti e del Savelli, fu poi subito approvata da Papa Gregorio XIII con apposita Bolla, dove vengono riportate tutte le condizioni ed i patti su riferiti. Per ricordo di questo avvenimento, col quale si sperava avesse termine una lotta che da più secoli ferveva tra Gualdesi e Fabrianesi per i loro confini territoriali, nel Palazzo del Comune dì Gualdo, nella grande sala dove si adunava il Consiglio Generale, sopra lo, scanno ove sedevano il Commissario ed i Magistrati, venne allora apposta la seguente iscrizione:
Dei Op. Max. Favore Atque Illustrissimi Domini Mariani Sabelli Episcopi Eugubii Dignissimi Atque Reverendissimi Domini Montis De Valentibus Pe rusiae Umbriaeque Gubernatoris Dignissimi Opera Montaneae Causa Inter Validi Atque Fabriani Communitates Definita Fuit A. D. MCCCCCLXXIIII Tempore Domini Pollucis D. Confalonerii Jo. Pauli Jo. Antonii Et Felicis Priorum.
L’inscrizione era sormontata dagli stemmi del Savelli e del Valenti. Ma nonostante tutto ciò, il Comune di Gualdo non doveva avere molta fiducia nel mantenimento della pace per l’avvenire, né s’ingannava come vedremo, tanto che, seguendo l’antico precetto Romano «Si vis pacem para bellum» acquistava contemporaneamente in Ancona abbondanti armi per rifornirne

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la Milizia Comunale, allora comandata dal Capitano Federico Malizia. Intanto, mentre si svolgevano gli eventi su riferiti per concludere uno stabile accordo tra i Comuni di Fabriano e di Gualdo, in quest’ultima città il Legato Card. Madruzzi, da parte sua si era attivamente adoperato per rendersi quanto più era possibile utile alla popolazione Gualdese di cui deteneva il governo. Aveva infatti primieramente concesso a questa piena amnistia per tutti i reati commessi durante la Legazione del suo predecessore. Più tardi, con la data 1 Gennaio 1574, aveva preso le seguenti disposizioni:
– I. Essendo le Mura Castellane di Gualdo ridotte in pessimo stato, né permettendone le finanze Comunali il restauro, si dovrà a tale scopo destinare la quarta parte degli introiti ricavati dalle multe sui malefici e dalle confische dei beni.
– II. Si dovrà sottoporre al Consiglio Generale il progetto di diminuire il numero dei Priori e di assottigliare le indennità ad essi spettanti, procurando così al Comune il risparmio di una somma di denaro da destinarsi ai restauri su ricordati.
– III. Non potranno carcerarsi i cittadini se non nei casi prescritti dalla Legge e si dovranno ridurre le mercedi pei carcerieri a mezzo giulio al giorno per ogni detenuto.
– IV. Gli Esecutori Giu diziari non potranno percepire, quale loro compenso per ogni operazione, più di un bolognino per fiorino. Detto compenso sarà ad essi consegnato solo dopo che, per opera loro, fosse stato costretto il debitore al pagamento del debito o al rilascio di un pegno, né potranno percepire più di un compenso per ogni operazione compiuta.
– V. Il Cancelliere criminale, che nelle Cause per maleficio aveva una mercede per la pubblicazione degli inventari dei beni apparte­ nenti ai condannati, non potrà esigere tali mercedi, se il processo non avesse dato luogo alla pubblicazione suddetta. Così pure, quando i beni da pubblicarsi appartenevano in comune a più rei, l’inventario non dovrà essere plurimo ma unico ed unica la mercede.
– VI. Gli Ufficiali addetti all’amministrazione della Giustizia, terminato il loro Officio, dovranno sottostare a pubblico Sindacato.
– VII. Finalmente il Legato si riservava di applicare, a suo arbitrio, le varie pene ai contravventori di queste disposizioni.

Un altro Decreto del Card. Madruzzi, porta la data 7 Ottobre 1574: Con questo, dopo aver premesso un cenno di relazione sul cattivo stato delle strade sia dentro che fuori della città, tanto sotto l’aspetto edilizio, quanto sotto quello della nettezza, il Cardinale aboliva tutti quei pubblici Ufficiali sino allora preposti al servizio di viabilità, e nominava quale Ministro delle strade, il Capitano Cornelio Muscelli, dando a questo i più vasti poteri esecutivi. Stabiliva poi l’uso che si sarebbe dovuto fare delle somme raccolte per le contravvenzioni stradali, e cioè un quarto all’Accusatore, un quarto all’Esecutore Giudiziario ed il restante per riparazioni alle strade. Voleva anche che coloro i quali avevano case od altri beni lungo le vie da restaurarsi, dovessero concorrere, per un terzo, nelle spese di restauro. Il Legato concedeva infine al Muscelli la medesima autorità di cui sopra, per quanto si riferiva alla conservazione delle Mura Castellane e dell’Acquedotto Pubblico. Anzi stabiliva che nelle spese di manutenzione di quest’ultimo,

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dovevano concorrere tutti quei cittadini che dell’acqua usufruivano con fontane private. A proposito del Muscelli suddetto, ricorderemo anche, che nel seguente anno 1575, un Curzio Muscelli da Gualdo, veniva chiamato quale Podestà nella città di Foligno.

In quest’epoca i Gualdesi erano in disaccordo con Gubbio per motivi di confine, tra l’altro si disputavano anche una località che oggi ancora chiamasi Corraduccio, posta sul limite dei due territori. Ora avvenne che un tal Carlo Gabrielli, membro di quella potente famiglia che già aveva tenuto la Signoria di Gubbio, uccise un Gualdese al Molino di Corraduccio, per cui fu fatto prigioniero dai soldati di Gualdo e rinchiuso nella Rocca, giudicandosi dai nostri che il misfatto fosse avvenuto entro il territorio Gualdese. Gli Eugubini però protestarono per l’arresto dell’ uccisore, rivendicando a loro stessi il diritto di fare giustizia nel villaggio di Corrodacelo, e il Capitano Baldantonio Gabrielli, fratello dell’omicida fu mandato in Gualdo per domandare ragione di tale abuso. Il giorno 8 Maggio 1576, fu ricevuto dal Gonfaloniere e dai Priori nella Residenza Municipale e dopo avere giustificato il misfatto del proprio congiunto, pare convincesse i Gualdesi di avere essi commesso una violazione territoriale, poiché, di comune accordo, si convenne allora nel ritenere il villaggio di Corraduccio e sue dipendenze come luogo facente parte del territorio Eugubino, soggetto al Duca d’Urbino e quindi fuori dello Stato Ecclesiastico. Nonostante tante gravi ed intricate questioni e mentre una grave pestilenza batteva alle porte della città, i Membri del nostro Consiglio, trovavano però il tempo per abbandonarsi a malumori e rivalità sterili e fatue: Di tale Consesso facevano infatti parte Cavalieri e Dottori e sì gli uni che gli altri esigevano la precedenza per le iscrizioni nell’Albo e per le molteplici pubbliche cerimonie, alle quali allora usavano intervenire in corpo, i rappresentanti della Comunità. La frivola questione si protrasse a lungo durante il Governo del Card. Madruzzi e cessò solo quando, fattone a Roma speciale quesito, per mezzo del Luogotenente del Legato, si rispose che « nei Consigli i Dottori precedesse­ro alii Cavalieri ».

Nel suddetto anno 1576, il 25 Settembre, il Cardinale Legato trovandosi in Gualdo, decretava che la terza parte degli introiti Camerali, provenienti dalle pene pecuniarie sui malefici, come altra volta era stato fatto, fosse destinata per l’avvenire ai restauri della Rocca, delle Mura Civiche, del Palazzo del Comune e del Torrione di Piazza; stabiliva anche nello stesso tempo, che fosse sempre soddisfatto il pagamento delle tasse dovute alla Cancellarla Criminale e che gli inventari si dovessero fare solo nei casi in cui la condanna portava di conseguenza la confisca di tutti i beni. Durante il Governo del Card. Madruzzi, si evitò anche un grave danno economico alla nostra città: Il Corriere Postale, cosa importantissima nei secoli andati, recandosi da Foligno a Fano transitava lungo la via Flaminia per Gualdo, ed i Perugini tentarono appunto in quel tempo, con ogni mezzo, ma inutilmente, di farlo passare invece per Perugia, Gubbio e Scheggia, allungando così di

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molto, senza alcun motivo e per comodo loro, il percorso. Però le aspirazioni dei Perugini, se vennero allora deluse, furono poi soddisfatte al principio del secolo XVIII e il Corriere Postale passò infatti per Perugia, durante tutto quel secolo, ritornando però in seguito a transitare per Gualdo nei primi anni del XIX, sino alla costruzione della Strada Ferrata nel 1864. (1)

Negli ultimi anni di Legazione del Card. Madruzzi e propriamente nel 1576, comparve una fiera pestilenza nelle regioni finitime al territorio Gualdese. Nei Libri Consigliari di quell’epoca, si parla assai spesso di provvedimenti presi per impedire che un tal flagello penetrasse nella città. Si ordinarono a tale scopo processioni, pubbliche preghiere e messe nella Chiesa suburbana di S. Rocco; si elesse una Commissione Sanitaria di ventiquattro uomini, sei per quartiere, con pieni poteri ed autorità esecutiva; si fece provvista di grano, sale ed olio; si posero guardie armate alle Porte della città e dei castelli del contado, per impedire l’entrata ai forestieri provenienti dai territori infetti ed ai vagabondi da qualsiasi luogo partiti; si ripulirono le vie e si cacciarono dall’abitato capre, pecore e porci; si stabilirono fondi pecunjari per far fronte alle inevitabili spese straordinarie. E il pericolo e la minaccia della pestilenza dovette durare assai a lungo, poiché ancora dopo qualche anno, tra il 1579 e il 1581, vediamo che il Generale Consiglio seguitava a provvedere per il mantenimento delle guardie armate alle Porte, per impedire l’invasione della peste in città. (2)

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Fascicolo contenente i Documenti riguardanti la Causa Giudiziaria tra Gualdo e Fabriano circa i confini. 1543-1572. Doc. n°. 17, 19, 20, 21 ; Bandimenti e Lettere. 1562-1569. Da c. 2 a c. 15 e da c. 82 a c. 83; Libro in pergamena ricoperto da tavole contenente Atti del 1559 e 1574. Da c. 3 a c. 24; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XI11 al XVIII-Secolo. Doc. no. 85, 90, 93, 94, 95, 96, 97, 99, 100, 101, 105; Statuti Comunali. De Officibus, Rubrica 10; Raccolta delle Pergamene. Sec. XVI. N°. 25, 38, 41, 42, 43, 45, 49, 52 e Sec. XVII. n°. I; Libro dei Consigli dal 7553 al 1557, da e. 90t a e. 98t, 120, 136t, 147, Libro dal 1562 al 1565, e. 139t, Libro dal 1566 al 1571, e. 3t, 20, 2H, 22 – Arch. Storico di Fabriano: Credenza XVIII. Vol. 1298. Lett. C. Doc. 75; Collezione delle Pergamene, Busta XV, n°. 648; Statuti, Vol. V, e. 108, 117; Registri, Vol. Il, (Liber Viridis) c . 20, da 23t a 27t, da 38 a 41, 411, 43t, 45t, 46 e Vol. XXX, Fasc. 181 ; Sezione Cancelleria, Confini, Voi. I, Fase. Ili, Doc. 3 e 4, Fasc. V, Doc. 1 e 2, Fasc. VI, Doc. 20, 33, 40. 42, 45, Vol. III (intero) – Arch. di Stato in Roma: Fabbriche ed Edifici. S. Giovanni Laterano. (Computa restaurationis sacrosanctae Lat. Ecclesiae. pag. 35, 77) – Biblioteca Comunale di Perugia: Cod. Pergam. contenente le correzioni ed aggiunte fatte dai Card. Legati agli Statuti Gualdesi. e. 54t – Arch. Vaticano: Arch. XXIX, Tomo 240, e. 22t; Arni. XLII, Tomo 41, e. 357 e Tomo 25, e. 45; Arch. L1I, Tomo III, e. 54 – Causa Civile Rossetti-Fiammengo al Tribunale di Appello di Macerata. Difesa Fiammengo stampata in Macerata il 26 Marzo 1858 – L. JACOBILLl: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Già cit. pag. 23 – L. AMONI: Op. cit. pag. 151 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Maurizio Vittori. Vol. dal 1557 al 1564. e. 440t e seg. – G. Cocciola: Ascanio della Cornia e la sua condotta negli avvenimenti del 1555-1556 (In Bollettino già cit. Voi. X, pag. 120 e seg.).

(2) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1576 al 1578. Da c. 18 a c. 25t, 74; Libro dal 1579 al 1581. c . 67, 74t, 87.

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Era intanto morto nella prima metà del 1578, il Legato di Gualdo Card. Madruzzi, ed i nostri Reggitori, che pare non fossero assai Soddisfatti del governo dei Cardinali – Legati a vita, stabilirono di inviare al Papa un’ambasceria per chiedere che, da allora in poi, i Governatori che la Santa Sede mandava al Governo di Gualdo, avessero una giurisdizione temporanea e non vitalizia, e che potesse il Comune ricorrere ai Magistrati di Foligno, Perugia ed anche direttamente alla Santa Sede, contro gli aggravi operati dai suddetti Legati di Gualdo. Si decise inoltre di dare notizia a Sua Santità delle imposizioni subite. Quale ambasciatore al Papa per tale affare venne eletto un illustre Giureconsulto Gualdese e cioè Nicolò Moroni, con l’autorizzazione di scegliersi un compagno di suo gradimento nell’ambasceria. Ma mentre così discutevasi in Gualdo, il Pontefice, o ignaro o noncurante di tali pratiche, eleggeva invece, come nuovo Legato perpetuo, il Card. Carlo d’Angennes dei Signori di Rambouillet, con Breve dato a Roma il 9 Luglio 1578, ed allora il Comune di Gualdo credette cosa prudente non inimicarsi il novello Governatore e accettando, sia pure di malavoglia, il fatto compiuto, scrisse agli Ambasciatori già partiti per Roma, di recedere da ogni istanza e protesta presso il Pontefice e di recarsi invece a baciar le mani al D’Angennes, esprimendo a questo l’aggradimento della cittadinanza per la sua nomina e poi subito tornarsene in Gualdo, per risparmio di spese, come si legge nel relativo documento del nostro Archivio. (1)

II nuovo Legato, venne tra noi preceduto dalla fama di uomo severo e inflessibile e non tardò a dar segno dei suoi sentimenti. Cominciò infatti col porre una regola e un freno alla rilasciatezza dei pubblici poteri e il 4 Settembre 1580, col tramite del suo Luogotenente, trasmise al General Consiglio un Decreto per il buon funzionamento di quel Consesso, documento che merita di essere riferito per la sua originalità e che qui riassumeremo per sommi capi:
– I. In ogni adunanza del Consiglio Generale, i Priori redigeranno un elenco dei Consiglieri e dei Regolatori assenti da trasmettersi al Luogotenente. I primi saranno multati con tre giuli per ciascuno, i secondi con un fiorino. Pure con un fiorino saranno multati i Priori se trascurassero di redigere la lista dei membri assenti. Si intendano però esentati dalla multa quei Consiglieri e Regolatori, che potranno dimostrare di essere stati infermi o di aver dovuto allontanarsi dalla città prima che fosse stata bandita la riunione del Consiglio.
– II. I Priori non potranno far dare lettura in adunanza di scritti anonimi, pena una multa minima di cento scudi, oltre all’essere ritenuti responsabili di quanto fosse stato scritto nel foglio, a meno che non ne palesino essi stessi l’autore.
– III. Durante il Consiglio, i membri di questo non dovranno andar vagando qua e là per l’aula, né potranno arengare dal proprio banco, e per ciò fare saliranno all’apposita tribuna ed a seconda del proprio turno.

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1576 al 1578, c. 181, 182t, 184t, 186.

223 – PARTE PRIMA – Storia Civile

In caso contrario si applicherà loro la multa di tre giuli.
– IV. Du­ rante la votazione delle proposte presentate dai Priori e Regolatori, non sia permesso ad alcuno di far parola, pena come sopra.
– V. I Membri del General Consiglio debbano presentarsi nell’aula, « con cappa nigra et con berretta o capello, purché non sia de paglia o de stecco » diversamente saranno multati con uno scudo. Dalla multa saranno però esentati quei Consiglieri che, per voto fatto, vestissero di colore.
– VI. Niuno possa intervenire al Consiglio armato, sia pure con un semplice coltello, sotto pena di cento scudi.
– VII. Gli Esattori del Comune, un mese dopo usciti di carica, dovranno avere riscosso dal pubblico tutto ciò che è dovuto all’Erario Comunale, diversamente dovranno pagare del proprio la differenza, con la cauzione data, e non essendo questa sufficiente, il Comune dovrà essere rimborsato dai Priori che elessero l’Esattore insolvibile.
– VIII. Andando l’Esattore alle case dei Consiglieri per fare il pegno per conto de! Consiglio, ognuno debba darlo, senz’altro ricorso che al Luogotenente, il quale, intese le ragioni dei querelanti, o farà restituire il pegno o lo farà vendere secondo giustizia. Si prescrivevano dieci scudi di multa per chi ricuserà dare il pegno suddetto.
– IX. Sia infine vietato di fare scandalo coli’ ingiuriare, alcuno che sieda in Consiglio. La pena verrà prescritta ai contravventori a seconda della qualità delle persone interessate ed in proporzione alla gravita del fatto.

Del Legato Card. D’Angennes, ci è pervenuto anche, mancante di data, un Rescritto contenente le disposizioni che seguono :
– I. A parziale modifica di quanto aveva già stabilito il suo predecessore, nel già citato Decreto del 1 Gennaio 1574, la terza parte degli introiti ricavati dalle multe sui malefici, dovrà essere destinata ogni anno, per metà alla riparazione delle Mura Castellane e dell’Acquedotto e per l’altra metà ai restauri della Rocca Flea.
– II. Per le mercedi spettanti al Notaro dei Malefici, si dovranno usare le tariffe applicate dalla città di Perugia.
– III. Dovranno limitarsi i luoghi del territorio Gualdese ove si possa esercitare la caccia e la pesca.
– IV. Sarà vietato derogare, in qualsiasi caso, da quanto prescrivono gli Statuti Gualdesi.
– V. Per impedire la caccia ai colombi domestici e favorire così il loro allevamento, sarà proibito di portare per la campagna l’archibugio a ruota, anche a chi accampasse il motivo di appartenere alla milizia; si dovranno annullare le licenze a portar l’arma, precedentemente concesse e non emetterne di nuove, se non dietro formale promessa di non servirsi dell’archibugio contro i colombi e previo pagamento di una cauzione di cinquanta scudi a garanzia della parola data, ferme restando anche le altre apposite pene prescritte in proposito dai precedenti Bandi e dagli Statuti. Come faceva il Legato nel governo temporale così il Vescovo di Nocera, Mons. Girolamo Mannelli, mostrava ogni rigore nel governo spirituale. Basti dire che durante una sua Visita Pastorale nella Diocesi, il 15 Decembre del 1583, decretò che in Gualdo e suo distretto, i fidanzati non potessero tra loro avvicinarsi e parlare e molto meno scambiarsi dei doni, sino a che non fosse avvenuto

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il matrimonio, pena la scomunica e cento scudi di multa (1) Intanto, il 7 Settembre 1580, i Banditori Comunali, a suon di tromba, avevano pubblicato in Gualdo la notizia delle Rappresaglie intimate al Comune Gualdese « ad instantia Commissarii taxarum Stratae primae portae de Urbe, ob retardatione solutionis » con l’avvertenza ai cittadini di non uscire perciò fuori dei confini del territorio di Gualdo, per evitare il rischio di essere catturati ; e la pubblicazione era stata ripetuta il giorno 11 dello stesso mese. Sotto l’anno 1278, già dicemmo in che consistesse il diritto di Rappresaglia, e qui spiegheremo perché venisse ora esercitato contro i Gualdesi: Nel 1552 il Governo Pontificio aveva decretato l’imposizione di un balzello per il risarcimento della Strada di Prima Porta et Quinto (Prima Porta e Tor di Quinto presso Roma) e il Comune di Gualdo fu allora esentato dal pagamento di detta tassa, per la sua grande distanza dalla Capitale e perché, situato proprio sul confine con lo Stato d’Urbino, era sottoposto ad altre speciali gravezze. Nel 1572 s’impose nuovamente la tassa di Prima Porta, ma non essendone stati esentati, i Gualdesi ricorsero a Roma sino a che ottennero l’esenzione. Ciò nonostante i Commissari delegati alle riscossioni di questo balzello, in seguito cominciarono a pretenderne il pagamento anche dal Comune di Gualdo, che giustamente si rifiutò, rivolgendosi al Cardinale Legato, perché intercedesse presso il Papa, con il fine di ottenere che il Comune, secondo quanto era stato stabilito, venisse esentato dal pagamento dell’abborrito balzello. Ma a nulla approdarono le raccomandazioni del Legato, per cui, il 29 Novembre, la Magistratura Gualdese, mentre in attesa di nuove pratiche stabiliva di soprassedere per un’altra settimana sul pagamento della tassa, pubblicava un Bando con il quale si raccomandava ai cittadini di non allontanarsi dal territorio di Gualdo essendo state a questo minacciate le Rappresaglie. E tale odioso provvedimento venne infatti promulgato, come sopra si è detto, ed ebbe subito effetto tanto che alcuni cittadini Gualdesi, sorpresi in Foligno e in Assisi, furono catturati e sottoposti a taglia, dovendo poi il Comune di Gualdo dare cauzione per il loro rilascio. Ciò nonostante, quest’ultimo non volle cedere e le Rappresaglie per lungo tempo seguitarono a gravare sopra di esso. Il 22 Settembre 1585, si fecero però pratiche perché venisse tolta tale pena, che gravi danni economici arrecava ai Gualdesi bloccati nei limiti del proprio territorio, ed essendo anche queste pratiche rimaste senza effetto, la cittadinanza inviò a Roma, quale Procuratore, Messer Tito Scampa, mercé l’opera del quale, nel Febbraio dell’anno seguente, si addivenne ad un concordato che stabiliva la revoca delle Rappresaglie e il diritto dei Gualdesi di rifiutarsi al pagamento della tassa di Prima Porta.

(I) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1579 al 1581, c . 112 e segg,; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 98 – Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti delle Visite Diocesane, Visita del 15 Decembre 1583.

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Ma i Commissari incaricati delle riscossioni di quel balzello, non tennero conto di coteste disposizioni e seguitando ad esercitare il diritto di Rappresaglia, fecero nuovamente imprigionare parecchi Gualdesi trovati in Foligno, dove si erano recati per loro affari, tanto che il 18 Maggio del 1589, la Congregazione dei Cardinali preposta alle Strade, dovette emettere un secondo Decreto col quale si riconfermava l’esenzione concessa ai Gualdesi circa il pagamento della tassa in discorso e si vietava rigorosamente ai Commissari suddetti, di molestare per tale motivo i cittadini di Gualdo. (1)

Dicemmo più sopra che le Rappresaglie, a questo intimate nel 1580, furono causa di gravi danni economici, ma ben altri pericoli incombevano sopra la città nostra in quel tempo, per effetto di molteplici e gravi rivolgimenti politici nella regione. II territorio di Gualdo, era allora infestato da Numerose e violente bande di Fuorusciti delle vicine città, tanto che il Luogotenente Generale di Santa Chiesa, Latino Orsini, il 4 Giugno del 1581 inviò da Perugia un Bando per porre un argine alle scorrerie ad agli assalti di quei forsennati e per incitare il Comune alla loro persecuzione. I nostri Magistrati infatti, comandarono agli Ufficiali della Guardia di porre due armigeri in permanenza, sia di notte che di giorno, presso la così detta Campana dell’Arme, per suonar subito a gran distesa l’allarme quando ve ne fosse stato il bisogno. Anche nelle ville e nei castelli del territorio, i Massari dovevano porre consimili Guardie alle campane e si elessero anzi degli Ispettori incaricati di sorvegliare l’effettua­ zione e il mantenimento di tale ordine. I suddetti Massari delle ville, non appena avvistassero qualche banda di Fuorusciti, dovevano prendere seco tutti gli uomini atti alle armi ed assaltare i banditi unendosi per ciò fare agli abitanti dei castelli e delle ville più prossime e nello stesso tempo dovevano dare a Gualdo il segnale del passaggio dei Fuorusciti, di giorno mediante fumate, di notte con fuochi accesi sulle alture, in ogni tempo poi col suono delle camSpane. Così pure, udendo e vedendo tali segnali fatti da altri, dovevano alla loro volta ripeterli per avvertire i paesi più lontani. Non ottemperando a queste prescrizioni, i Massari delle ville sarebbero stati puniti con le pene prescritte nel Bando suddetto, venendo anche tenuti responsabili dei danni che alla città potessero derivarne, e furono specialmente messi in guardia i Massari dei castelli di Crocicchio, Grello e S. Pellegrino, nonché quelli della villa di Palazzo Mancinelli. Ma tali precauzioni dovettero sembrare esagerate anche ai Magistrati Gualdesi, che un mese dopo, il 9 Luglio, col tramite del Luogotenente del nostro Legato, fecero chiedere per iscritto a Latino Orsini, il permesso di abolire le Guardie suddette, per il grande scomodo e per il dispendio che ne veniva al Comune. E che le condizioni economiche della cittadinanza, per effetto di tante lotte, fossero

(1) Arch. Comunale di G ualdo: Libro dei Consigli dal 1579 al 1581, c. 61, 67, 149t; Libro dal 1583 al 1586, c. 144; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 103; Raccolta delle Pergamene. Secolo XVI. n°. 48.

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tutt’altro che floride, ce lo dimostra il fatto che in questo stesso anno, i Gualdesi si rifiutarono di pagare una tassa imposta dal Comune di Perugia e che doveva servire a mantenere un maggior numero di cavalli aggiunti alla Corte di quel Governatore, giustificandosi il rifiuto col fatto che il Comune di Gualdo non dipendeva da quello di Perugia. Come pure, prima che terminasse l’anno, si decretò che nei Conventi e nei Monasteri della nostra città, non potessero essere ammessi frati e monache forestieri e ciò affinchè non venissero sottratti tanti posti che potrebbero invece andare a beneficio di altrettanti cittadini Gualdesi.

Nel Maggio del 1584, insorge una grave lite tra il Comune di Gualdo e il Villaggio di Boschetto a causa del pagamento dei tributi, specialmente perché i Boschettani si rifiutavano di versare la loro quota, per una tassa imposta a favore del Porto d’Ancona, nonché il contributo per il Capitano della Milizia. Altra causa di dissidio era il fatto, che già vedemmo altre volte verificarsi, per cui molti abitanti di Boschetto, sudditi di Nocera ma che possedevano i propri beni nel territorio Gualdese, asportavano i prodotti delle loro terre a Nocera, anziché venderli in Gualdo. La lite si protrasse per lungo tempo, sino ai primi anni del secolo seguente ed anzi nel Settembre del 1584, per rappresaglia contro i Boschettani, il nostro Comune decretò che nessun abitante di Boschetto, se suddito di Nocera, potesse essere accettato come colono nel contado di Gualdo, che quelli già ingaggiati come tali venissero licenziati e che non si dovessero vendere, affittare o in qualsiasi altro modo cedere terre ai Boschettani.

Con il principiare del nuovo anno 1585, si riaccese l’annosa lotta tra Gualdesi e Fabrianesi per i confini sulla montagna, lotta che invano avevano creduto di soffocare per sempre i due Commis sari di Gregorio XIII, Savelli e Valenti, con il già descritto accordo del 1574. Ci consta infatti, che il 18 Febbraio 1585, gran numero di Gualdesi armati, aiutati anche da uomini di Fossato, avevano invaso le pendici Fabrianesi di Monte Maggio, devastandole, abbattendovi moltissimi alberi e producendo numerosi altri danni non solo alle proprietà Comunali, ma anche a quelle di privati cittadini. Il Comune di Fabriano iniziò perciò nuovamente uno dei soliti processi contro i Gualdesi, ed il Luogotenente del nostro Legato, da parte sua, pubblicò in Gualdo un rigoroso Bando, con il quale si minacciavano tre tratti di corda e venticinque scudi di multa, per coloro che si fossero recati sulle montagne, specie in Monte Maggio, per devastarvi le terre e le selve appartenenti ai Fabrianesi.

Nel 1587, il Card. Legato Carlo D’Angennes di Rambouillet, era sorpreso dalla morte in Corneto. Il Legato di Perugia e dell’Umbria, approfittò di ciò per potere estendere la sua giurisdizione su Gualdo, e nel mese di Ottobre, ottenne infatti dal Pontefice che il nostro Comune più non dipendesse, in modo autonomo, da un proprio speciale Legato, ma passasse alla dipendenza di quello di Perugia. I Gualdesi protestarono violentemente per tale menomazione di autorità e fecero grandi ed attive pratiche presso la

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Santa Sede ed altrove per riavere la loro autonomia, adducendo motivi storici, strategici ed economici. Nei Libri Consigliari, con la data 28 Ottobre 1587, si legge persìno, che i Gualdesi, volevano ancora essere governati da un proprio Legato, « acciò questa povera Terra non sia tutto il giorno albergo de quanti sbirri ha Perugia». Ma nulla valsero le proteste ed ebbe corso la volontà dei Perugini e del Pontefice. (1)

Al dolore per la perduta Legazione, portò forse qualche compenso un aumento della giurisdizione territoriale Gualdese che si verificò poco dopo. In quest’epoca tornava infatti sotto il dominio di Gualdo il Castello di Caprara che, pur avendo appartenuto un tempo ai Gualdesi, ne era stato poi in seguito distaccato; e già dicemmo anzi, che nel 1442, i Magistrati di Qualdo ne avevano invano richiesta la restituzione. Per narrare come ciò avvenisse, fa però duopo risalire alquanto indietro nelle vicende storiche della nostra regione: Caprara, posta sui confini del Comune di Gualdo, verso Gubbio, ha antichissime origini e da molteplici indizi possiamo anzi asserire, che il suo territorio era già intensamente abitato nell’epoca Romana. Il Castello attuale, secondo alcune memorie manoscritte esistenti nell’Archivio storico Eugubino, memorie che non mi è stato possibile controllare su documenti, sarebbe stato costruito, circa l’anno 1300, da Manno di Corrado, Feudatario e Signore del vicino Castello di Branca. Costui lo avrebbe edificato per meglio difendersi dai Conti di Coccorano, i quali, avendo eretto dei fortilizi a Compresseto ed a Poggio S. Ercolano, minacciavano anche da questo lato, con frequenti incursioni, il territorio di Branca. Verso la metà del Trecento, i Conti della Branca, lo avrebbero ceduto ai Conti del prossimo Castello di Serra e propriamente al Conte Niccolo di Ranuccio, da questi passando poi alla dipendenza del Comune di Gualdo. In seguito, sottratto al dominio dei Gualdesi, con l’annessa Parrocchia di S. Cristoforo, era divenuto un possesso, non solo spirituale ma anche temporale, della celebre Abbazia di Santa Maria di Valdiponte o Montelabate, presso Perugia. L’Abbazia in discorso, trovavasi però costituita in Commenda Abbaziale, Commenda che, durante il secolo XVI, divenne ereditaria nei membri di una storica famiglia Romana, la famiglia Cesi. Di maniera che, era quest’ultima la quale percepiva i censi o canoni, che gravavano su gli abitanti di Caprara soggetti alla giurisdizione dell’Abbazia. Sembra però che costoro, oltremodo turbolenti e battaglieri, mal sopportassero la loro dipendenza dalla Badia e da molti anni infatti si rifiutavano di pagare questi censi o canoni, sino a che, nella prima metà del secolo XVI, l’Abbate Commendatario di Valdiponte, Pietro Donato Cesi, che fu poi anche Vescovo di Narni e Cardinale, stanco della resistenza

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1581 al 1583, c . 13, 17, 18, 18t, 19, 19t, 22t, 23t, 25, 48; Libro dal 1583 al 1586, c. 56t, 66, 66t, 67, 73t, 78t, 79, 92, etc.; Libro dal 1586 al 1590, e. 23t, 45t, 56, 57, 58 – Arch. Storico di Fabriano: Sezione Cancelleria. Confini. Vol. I, Fasc. VII.

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opposta dai Capraresi, inviò nel loro castello un Esattore accompagnato dai suoi soldati. Ma un tale provvedimento ottenne anzi l’effetto contrario, poiché quei rudi montanari insorsero contro le genti dell’Abbate, derivandone così una violenta zuffa con vittime d’ambo le parti. Si ritornò allora alle trattative, che furono lunghe e difficili, sino a che finalmente venne raggiunto l’accordo, per cui il 2 Ottobre del 1545, quattro uomini di Caprara, quali rappresentanti degli abitanti del Castello, recatisi alla Badia di Valdiponte, redassero un nuovo e solenne Atto di sottomissione, obbligandosi di recare ogni anno al Commendatario, il 25 di Marzo, festa di S. Maria, due libbre di cera non lavorata, in segno della loro sudditanza. D’altra parte l’Abbate Pietro Donato Cesi, assolveva i ribelli dalle pene in cui erano incorsi a causa della ribellione, con l’avvertenza però, che se per due anni di seguito avessero mancato al pagamento dei censi e canoni prescritti, allora il Castello di Caprara, con i suoi beni e dipendenze, sarebbe divenuto proprietà piena ed effettiva dell’Abbazia e per essa del Commendatario. Tutti questi patti furono giurati sul Vangelo e si stabilì la pena di cento scudi ai contravventori, da erogarsi a vantaggio della parte lesa. Non trascorsero però molti anni, che gli abitanti di Caprara diedero origine ad una più grave e lunga vertenza nella quale travolsero anche il Comune di Gualdo: Nonostante l’accordo or ora descritto, essi ben presto di nuovo avevano rifiutato al Commendatario di Valdiponte i tributi che a lui dovevano, per cui questi approfittò subito di un tale rifiuto e nel Novembre del 1567, si rivolse alla Camera Apostolica per prendere effettivamente pieno e incondizionato possesso del Castello di Caprara con tutte le sue dipendenze, come era stato stabilito nell’accordo del 2 Ottobre 1545. Tale azione mise però in orgasmo i Gualdesi, i quali mal potevano adattarsi a vedere cancellate anche le ultime parvenze dei loro diritti su di un luogo che consideravano, almeno nominalmente, come facente parte del territorio di Gualdo e decisero perciò di opporsi, anche con le armi, alle pretese dell’Abbate Commendatario di Valdiponte, in ciò favoriti e sostenuti eziandio dal proprio Legato. I Priori del Comune, cominciarono infatti ad adoperarsi, affinchè quei di Caprara, pagassero all’Abbazia i censi e canoni alla stessa dovuti, sperando così che l’Abbate recedesse dai suoi propositi di confisca. Fecero poi attive ed innumerevoli pratiche presso la Santa Sede, perché ne impedisse l’espropriazione, iniziando a tale scopo in Roma, un regolare procedimento giudiziario a cui si interessarono anche i nostri Giureconsulti Giovanni Battista Spinola e Nicolò Moroni e finalmente, per meglio raggiungere l’intento e ostacolare i disegni dell’Abbate di Valdiponte, nell’Agosto del 1568, fecero occupare il Castello di Caprara da un drappello di uomini armati, scelti nei quattro quartieri della nostra città. Di ciò non paghi, i Gualdesi accamparono inoltre anche nuove pretese per provare i loro diritti sul conteso paese. Dipendendo infatti questo, come si è detto, dall’Abbazia di Valdiponte, era naturale che al Comune di Gualdo più non spettasse di pagare alla Camera Apostolica quella porzione delle tasse Camerali che si riferivano al Castello di Caprara, ma

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siccome d’altra parte a detti oneri i Capraresi si erano sempre rifiutati di sottostare, così era avvenuto che gli Esattori Camerali, per non perdere dette tasse, avevano ogni volta costretto al pagamento il Comune di Gualdo. Ora questo, non solo contrastava all’Abbazia il dominio di Caprara, ma esigeva da quegli abitanti il rimborso di tutte le tasse Camerali che per essi, durante molti anni, aveva indebitamente versato. La grave ed intrigata vertenza si protrasse, con varie vicende, per oltre venti anni, tra il Commendatario dell’Abbazia di Valdiponte e il Comune di Gualdo per quanto si riferiva al possesso di Caprara, e tra il Comune di Gualdo e quest’ultima circa il rimborso dei tributi pagati alla Camera Apostolica. Infatti i nostri Libri Consigliari, dal 1566 al 1589, portano, possiam dire in ogni foglio, le tracce della grande lite. A proposito del rimborso suddetto, dalla Santa Sede, il 12 Ottobre 1573, si minacciò persino la scomunica e la multa di mille ducati d’oro ai Capraresi, se entro il termine di sei giorni non avessero soddisfatto il loro debito verso i Gualdesi e la stessa imposizione fu ripetuta, sempre inutilmente, il 31 Marzo 1581. Ma il ribelle Castello tenne in non cale anche le minacce Pontificie e solo nel 1588 quegli abitanti credettero giunto il momento di cedere e infatti con pubblico Istrumento del 1 Novembre, redatto in Caprara dal Notaro Rinaldo Falagrassa di Fossato, riconobbero di dovere al Comune di Gualdo la somma di ottocento scudi, che quest’ultimo, durante venti anni, cioè dal 1569, aveva pagato alla Camera Apostolica per conto dei Capraresi. Costoro domandavano però inoltre, che di tale somma, in parte si facesse a loro grazia e per la restante si concedesse il pagamento rateale a scadenze fisse, sino ad esaurire il debito nell’Agosto del 1590. Il Comune di Gualdo accettò questi patti e così ebbe termine il lungo dissidio. L’anno seguente, i Gualdesi sistemavano anche l’altra questione con l’Abbate Commendatario dell’Abbazia di Santa Maria di Valdiponte, che era allora Angelo Cesi, Vescovo di Todi, circa l’effettivo possesso di Caprara. Infatti questo Castello inviava in Gualdo alcuni suoi rappresentanti che presentarono al General Consiglio, solennemente adunato, un Atto pubblico, rogato il 27 Settembre 1589, dal Notaro Tarquinio Calai, col quale Atto, consenziente il Vescovo di Todi, si sanciva il ritorno del Castello di Caprara sotto la completa giurisdizione e nei confini territoriali del Comune di Gualdo. A questo i Capraresi dichiaravano inoltre di sottomettersi pienamente, alle stesse condizioni vigenti prima del loro distacco, cioè con i diritti ed oneri che ad essi spettavano nella loro qualità di « homines rusticos Gualdenses ». All’abbazia di Valdiponte solo rimase la spirituale giurisdizione della Parrocchia di S. Cristoforo di Caprara, giurisdizione che alla fine del XVIII secolo tuttavia perdurava. Dai documenti dell’epoca, risulta poi che fu il Conte del Castello di Baccaresca, Francesco dei Gabrielli da Gubbio, quegli che negoziò l’accordo tra il Vescovo di Todi ed i Magistrati di Gualdo, i quali, in ricompensa, concedettero in quello stesso anno al Conte di Baccaresca e alla di lui famiglia la cittadinanza Gualdese. Oggi, come lontano ed unico ricordo di tutti

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questi avvenimenti, non resta nel Castello di Caprara, che un piccolo stemma dipinto a smalto policromo su terracotta e murato sotto l’arco per cui si entra nel Castello stesso. Lo stemma porta diagonalmente una banda ed è sormontato dall’aquila bicipite; al di sotto vi si leggono le parole: LA B. D. M. L’ABBATE, ossia «La Badia di Monte l’Abbate». (1)

Dicemmo già che con il Card. d’Angennes di Rambouillet, ebbe termine in Gualdo la serie dei Cardinali Legati con nomina a vita, dopo i quali la nostra città passò a far parte della Circoscrizione Governativa di Perugia ed ebbe a capo i così detti Commissari Apostolici, che vi inviava direttamente la Sacra Congregazione di Consulta, i quali Commissari, specialmente nei primi tempi, venivano rinnovati quasi ogni anno e disponevano di pieni poteri, potendo giudicare qualsiasi misfatto, fatta eccezione per l’omicidio.

Il nuovo stato di cose dovette apportare qualche rilasciamento al buon ordine cittadino. Difatti in quest’epoca, nonostante il già citato Decreto di Paolo III dell’I 1 Giugno 1545, gli Ecclesiastici della nostra città, si rifiutarono nuovamente di pagare tasse e balzelli e la Magistratura dovette assegnare ai Ministri del culto, un termine massimo di tre giorni per ottemperare alla legge comune e pagare le imposte, a proposito delle quali, secondo gli Statuti Municipali, non vi erano riserve che per il Cardinale Legato, per il suo Luogotenente e per il Commissario. Anche le poche soldatesche che la città teneva assoldate a sua difesa e per il mantenimento dell’ordine interno, e che in quel tempo erano comandate dal già ricordato Capitano Gualdese Cornelio Muscelli, dovevano trovarsi in uno stato di completa disorganizzazione e di ciò fanno fede non pochi curiosi documenti d’Archivio, i quali pongono in rilievo l’armamento grottesco e la ridicola istruzione guerresca di quelle nostre milizie, più atte a parate che a combattimenti cruenti.

Come dicemmo, nel 1587 ai Cardinali Legati vennero sostituiti i Commissari Apostolici, e questi si succedettero sino al 1798 nell’ordine che segue: Nell’anno 1587 Forestieri Galeotto da Fano, nel 1588 Ozzeri Giuseppe da Tolentino, nel 1589 Gamberelli Tolomeo da Fano. A proposito di quest’ultimo, ci risulta che durante il suo governo, il 17 Aprile, Paolo Falconieri, Generale Appaltatore Archivista dello Stato Ecclesiastico, subappaltò l’Archivio di Gualdo a Guazzino dei Guazzini da Città di Castello, per tre anni, in ragione di trecento scudi all’anno. Ci risulta anche, che il 1 Ottobre, si vietò agli abitanti delle ville e castelli del territorio Gualdese di convocare Adunanze o Consigli, senza permesso del Commissario, del Gonfaloniere o dei Priori e che,

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 79; Raccolta delle Pergamene. Sec. XVI. Perg. N». 44, 46; Libro dei Consigli dal 1566 al 1571, e. 57, 57t, 59, 75, 75t, 76t, 77, 78, 80, 80t 81, 86, 116, 125, 125t, dal 1572 al 1574, e. 30, 71t, 91, 140, 166, dal 1574 al 1575, e. 9t, 22, 23, 29t, 45, 52t, 69t, dal 1586 al 1590, c . 110 e seg., 145, 146t, 147, 151, 153t e seg., 157 – R. Zampa : Illustrazione Storico-Artistica del Monastero di Montelabate. S. Maria degli Angeli 1908. pag. 12, 13, 22.

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pure essendo autorizzate, a dette riunioni dovesse sempre assistere un Notaio od un suo sostituto, incaricato dai Magistrati suddetti. Agli stessi uomini del contado si vietava persino di indirizzare lettere o petizioni alle Autorità del Comune.

Seguì al Gamberelli nel 1590, Masetti Fabio di Modena, il di cui avvento coincise con una violenta carestia nella nostra regione, le di cui conseguenze dovettero sentirsi per lungo tempo, poiché due anni dopo, il Capitolo della Cattedrale di S. Venanzo di Fabriano, per potere trasportare in quest’ultima città il frumento raccolto nelle terre che possedeva nel territorio di Gualdo e di Fossato, ebbe bisogno del nulla osta di Papa Clemente VIII, rilasciato infatti con Lettera Apostolica data a Roma il 5 Giugno del 1592. Nel 1591 fu eletto Pastrovicchi Giovanni da San Costanzo (Urbino) ed in quest’anno, nel Consiglio Generale del 21 Aprile, si stabilì che il Comune dovesse prestare la somma di tre gìuli a tutti coloro che si fossero recati per motivi di lavoro nella Campagna Romana, e il 10 Novembre si decise anche di rilasciare gratuitamente a costoro, il Bollettino portante la dichiarazione che il lavoratore non era stato condannato né bandito da Gualdo. Questa notizia è per noi abbastanza importante poiché ci prova che sin dal secolo XVI, nonostante i pencoli e le difficoltà del lungo e spesso pedestre viaggio, si verificava attivamente il fenomeno oggi tanto diffuso tra noi, dell’emigrazione temporanea nella Maremma in certe stagioni dell’anno e cioè per la falciatura dei foraggi durante la primavera, per la mietitura dei grani in estate e per il taglio dei boschi in autunno. Al Pastrovicchi successe nel 1592, quale Commissario, Uberti Giovan Battista da Città di Castello, ed in tale anno, il 21 Febbraio, morì in Gualdo il Vescovo di Nocera Girolamo Mannelli da Rocca Contrada. Oltre a ciò, i Commissariati del Pastrovicchi e dell’Uberti, non dovettero per certo trascorrere molto tranquilli a giudicare dai documenti che di quell’epoca ci rimangono. Giova qui infatti ricordare che alla fine del XVI secolo, il dominio Pontificio si era fermanente stabilito negli Stati della Chiesa spazzando via dalle città i patenti Signori che ne avevano sino allora tenuto il governo, e dal contado gli antichi innumerevoli Feudatari più o meno indipendenti. Ma tutti questi nobili spodestati, disperando di poter riacquistare i perduti domini, anziché sottomettersi e accordarsi con il Pontefice, si posero in gran parte a capo di banditi e di facinorosi che sparsi in tutto lo Stato Pontificio e in numero di circa ventisettemila, portavano dovunque desolazione e terrore. Il territorio Gualdese, perché posto sul confine dei domini Ecclesiastici di fronte a quelli del Duca d’Urbino, dove in caso di pericolo potevano rifugiarsi i Banditi perseguitati dalla Chiesa, fu terreno prediletto delle gesta di quei forsennati, contro i quali dovettero escogitare numerosi provvedimenti i Magistrati Cittadini e le Autorità Pontificia a difesa dei pacifici abitanti. Già infatti nel 1591, il Pastrovicchi, a capo del General Consiglio Gualdese, temendo che i Banditi entrassero in città attraverso le numerose brecce aperte nelle Mura castellane ridotte in cattivo stato, stabilì di restaurarle e fortificarle imponendosi perciò a tutti i cittadini

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delle prestazioni gratuite d’opera e di materiali. Ma aumentando la baldanza dei ribelli, nel principio dell’anno seguente, durante il Commissariato dell’Uberti, giunsero in proposito anche da Roma istruzioni rigorose e precise, che meritano di essere in succinto qui riferite: Si dovevano far ritirare entro Gualdo o nei vicini castelli atti a difesa, gli abitanti della campagna insieme alle loro provviste e suppellettili ed agli stessi dovevasi gratuitamente procurare un nuovo asilo. Solo era lecito di restare nel contado a coloro i quali, per causa di urgenti lavori agricoli, non potevano allontanarsene, ma anche a costoro si faceva obbligo di non custodire nelle proprie case provviste alimentari che potessero attirare i Banditi, dovendo per proprio uso fornirsi del vitto, giorno per giorno, in città. Nelle abitazioni rurali abbandonate da coloro che si erano ritirati in Gualdo, dovevansi far murare tutte le porte affinchè i Banditi non potessero penetrarvi e stabilirvi il loro asilo, specialmente si era in obbligo di ciò fare trattandosi di torri o consimili luoghi forti. Per facilitare poi la difesa di Gualdo, delle quattro Porte cittadine, solo una o due al massimo potevansene tenere in uso, le altre dovevano senz’altro murarsi e così pure si faceva obbligo di otturare con muratura qualsiasi ingresso, fenestra o consimile apertura, esistente nelle case private prospicienti sulle Mura castellane. Le Guardie armate, abitualmente poste a difesa di tali Porte, dovevano ora essere aumentate di numero, e le Porte stesse, benché guardate dai soldati, venendo chiuse la sera di buon’ora, non si sarebbero potute riaprire, al mattino, prima della levata del sole. Di notte tempo, sotto qualsiasi pretesto, non era lecito aprirle e perché non fossero possibili infrazioni a tale ordine, durante la chiusura, le chiavi di esse dovevano restare in custodia presso i Magistrati cittadini. Si imponeva inoltre la soppressione di qualsiasi osteria o bottega esistente nel contado; si prescriveva che i molini situati fuori delle Mura cittadine dovessero essere guardati da drappelli d’uomini in arme, potessero macinare solo di giorno, ed ogni sera, prima della chiusura, le farine ed i cereali che vi si trovavano, si sarebbero dovuti trasportare in luogo più sicuro. Si vietava poi, senza speciale permesso scritto, di portare fuori di Gualdo, nel contado, indumenti di qualsiasi genere, oggetti per cavalcare, nonché vettovaglie. Solo era permesso portare il cibo agli uomini occupati nei lavori campestri, a condizione che non fosse in quantità superiore ai bisogni di un lavoratore e per una sola giornata. Persino ai medici, speziali e barbieri, si proibiva di inviare nel contado medicamenti e droghe senza speciale licenza. In quanto agli armieri e venditori di munizioni per armi da fuoco, si dava ordine di ridurre al puro necessario il numero delle loro botteghe sopprimendosi le superflue. I Conventi e gli Eremitori, esistenti fuori della città, dovevano chiudersi, murarsi le loro porte ed i Religiosi accogliersi entro Gualdo e gratuitamente quivi fornirli di vitto ed alloggio. Così avvenne infatti per il Convento dell’Annunziata, abitato dai Frati Zoccolanti; quello dei Cappuccini andò esente da tale provvedimento, poiché le istruzioni del Governo Pontificio, permettevano che questi Padri potessero restare nei loro Conventi

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fuori della città, in considerazione che vivendo essi di elemosine, non avrebbero attratto i Banditi solo desiderosi di bottino e di preda. Ad ogni modo però, quei Monasteri che non fossero stati abbandonati dai Religiosi, si dovevano far presidiare da soldati ed ai Religiosi stessi si doveva mandare il cibo ogni giorno non potendo essi far provvista di vettovaglie. Finalmente si ordinava, che se qualche Bandito avesse in città dei parenti, questi erano tenuti a dare garanzia che non avrebbero offerto asilo ai consanguinei perseguitati dalla Giustizia, sotto pena di venire anch’essi sfrattati da Gualdo. Qualsiasi contravventore alle ordinanze suddette, sarebbe stato considerato quale fautore dei Banditi e come tale punito.

Per maggior danno della città, ai malviventi esterni si aggiun­gevano quelli interni, assai più pericolosi perché non solo non erano perseguitati e banditi, ma spadroneggiavano nelle pubbliche amministrazioni, rubando il denaro del popolo. Nel Regio Archivio di Stato in Firenze, esiste infatti un documento di quest’epoca contenente una « Instructione per il Governatore di Perugia data dal Papa » riguirdante lo stato politico, amministrativo ed economico di varie città Umbre. Per quanto si riferisce a Gualdo, leggesi infatti in tale documento la seguente nota assai significante: « Et perché in Gualdo si ha qualche sentore che da alcuni della Terra siano male administrati i danari che quella Comunità hebbe in grossa somma dalla Camera per bisogno dell’Annona, doverà il Governatore di Perugia ordinare che siano riveduti li conti esattissimamente a tali ad ministratori acciocché il male non vada crescendo ».

Dopo l’Uberti, nel 1593, fu eletto Commissario Benigni Annibale da Camerino, e dal 1594 al 1595 Bonaccorsi Giacomo. In quest’epoca si verificò una vera invasione di lupi nei boschi che ricoprivano l’Appennino, boschi allora foltissimi e quasi impenetrabili. Dalle montagne, specialmente in inverno, le voraci belve scendevano continuamente al piano, minacciandone gli abitanti e facendo strage di armenti e di altri animali domestici. Contro una tale calamità dovette prendere provvedimenti anche il General Consiglio, che il 6 Marzo del 1594, decretò che gli abitanti più vicini al luogo ove fosse stato ucciso un lupo, avrebbero dovuto pagare tre scudi in premio all’ uccisore. L’anno seguente, lo stesso Consiglio Gene rale, fu persino costretto ad organizzare anche delle grandi spedizioni di cittadini armati sulla montagna, per tentare di distruggere, più che fosse stato possibile, le dannosissime bestie; le quali però dovettero ciò nonostante seguitare a moltiplicarsi, poiché troviamo memoria di altre grandi cacciate bandite dal General Consiglio, ad esempio nelle Adunanze del 14 Aprile 1626 e del 19 Novembre 1628.

Fu poi Commissario nel 1596, Conti Angelo, nel 1597 Bonaccogli Gentile, dal 1598 al 1599 Lucangeli Galeotto da Montalto, nel 1600 Paglioni Urbano, dal 1601 al 1602 Severi Federico da Sasso ferrato, ed in quest’epoca vi furono malumori nella cittadinanza, per essere stata costretta dal Governo Pontificio al pagamento di una nuova tassa in favore del Porto di Civitavecchia. Venne poi eletto nel

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1603, Pallioni Silverio, sotto il governo del quale fu emesso dal General Consiglio Gualdese un rigorosissimo Bando, con cui si vietava ai cittadini aventi una propria casa, di entrare nelle osterie per bevere e mangiare, pena dieci scudi di multa ed altrettanti per l’oste che si fosse mostrato ospitale. Tale Bando fu anzi rinnovato nel Novembre del 1605.

Nel 1604 funzionò, come Vice-Commissario, Moroni Damaso da Gualdo, e in tale tempo venne imposta al nostro Comune una contribuzione per la fabbrica di Ponte Centesimo sul fiume Topino, lungo la Via Flaminla. Nel 1605 fu Commissario Franceschini Tito da Cingoli, durante il governo del quale i Gualdesi inutilmente chiesero al Pontefice che venisse ripristinata nella loro città la Legazione autonoma, abolita, come vedemmo, sul finire del secolo precedente, dopo la morte del Cardinale d’Angennes. Al Franceschini successe nel 1606 Oliveti Valerio, Pisano, e nel 1607 Carbonari Massenzio. Alquanto agitato fu il governo di costui per discordie e rivalità insorte fra gli abitanti del Comune. Sin dal principio di quel secolo, la popolazione Gualdese si era infatti divisa in due opposte fazioni, una delle quali era costituita dai villici, l’altra dai cittadini, e ciascuna di esse voleva avere il predominio nell’amministrazione del Comune. Ad evitare contrasti, nel Consiglio Generale del 4 Novembre 1607, si stabilì quanto appresso: Fosse ritenuto come Gualdese solo chi risiedeva nel territorio da almeno dieci anni. Dei quattro Priori del Comune, tre fossero scelti tra i cittadini, uno tra i villici. Dei Membri del Consiglio, cinquantasei spettavano alla città, cioè quattordici per quartiere, e diciotto al contado. Di questi ultimi, quattro dovevano essere eletti dai castelli e villaggi dipendenti dal quartiere di Porta S. Benedetto, quattro da quelli dipendenti dal quartiere di Porta S. Donato, cinque da quelli dipendenti dal quartiere di Porta S. Facondino, e cinque dai castelli e villaggi di­pendenti dal quartiere di Porta S. Martino. Gli aggruppamenti di abitazioni rurali nel territorio Gualdese, erano allora appunto divisi in villaggi e castelli. Solo portavano quest’ultimo titolo S. Pellegrino, Crocicchio, Caprara e Grello. In questo stesso Consiglio, si stabilirono anche delle pene per chi, rubando, arrecava danno anche minimo, all’altrui proprietà. Quali fossero i sistemi penali di quei tempi si può comprendere dalle seguenti disposizioni: Per gli uomini adulti si prescrivevano tre tratti di corda in pubblico con ai piedi l’oggetto rubato, mentre le donne e i minorenni si dovevano esporre alla berlina legati a catena. Nel 1608 fu Commissario Apostolico, Baschetti Pietro da Rimini e tenne poi il Vice-Commissariato, Ranieri Raniero, Gualdese. In quest’epoca e propriamente l’8 Marzo 1609, il Consiglio decretò che il Macellaio del Comune, durante la Quaresima, dovesse porre in vendita almeno un Castrato per settimana da servire esclusivamente ad uso degli infermi, poiché per troppo zelo nell’adempimento delle prescrizioni Ecclesiastiche, gli stessi macellai avevano creduto opportuno sospendere senz’altro la vendita delle carni nel periodo quaresimale. L’anno 1611 fu inviato quale Commissario, Montesperelli Duilio e durante il

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Governo di costui, dai Gualdesi si rinnovarono invano le pratiche per il ripristino della Legazione autonoma in Gualdo. In questo stesso anno poi, risorsero le antichissime contese col Comune di Fabriano a causa dei mal definiti confini lungo l’Appennino, contese di cui già tante volte abbiamo trattato, tanto che nel mese di Maggio, i Magistrati Gualdesi si rivolsero a quelli di Fabriano, perché addivenissero alla revisione di tali confini e intanto impedissero agli abitanti di Campodonico, di Serradica e di altri vicini villaggi, di varcare i propri confini sull’Appennino e andare a danneggiare le praterie e i boschi nel territorio di Gualdo, minacciando diversamente i Gualdesi di fare altrettanto per rappresaglia sulle terre dei Fabrianesi. Altra grave contesa ferveva poi in quest’epoca col Comune di Nocera per la solita causa dell’asportazione dei grani dal territorio di Gualdo, per opera degli abitanti di Boschetto e Gaifana sudditi Nocerini, ma che possedevano terreni al di là del confine in territorio di Gualdo. Come vedemmo, tale annosa questione era stata composta nel 1528 con un accordo tra le due città, ma i patti allora solennemente giurati nella Rocca di Gualdo, vennero ben presto posti in non cale e si iniziò una ostinata lite giudiziaria tra i due Comuni che per lunghi anni si trascinò innanzi ai giudici con varia fortuna. E fu forse per rappresaglia, che nel Decembre del 1613, il Comune di Gualdo decretò che mai in avvenire si dovessero eleggere in tale città i Nocerini all’officio di Sbirro, col quale nome si chiamavano allora gli Agenti di polizia. Né doveva essere in quel tempo piacevol cosa esercitare tra i Gualdesi un simile officio. A tal proposito, tra i documenti dell’epoca, esiste nel nostro Archivio Comunale una lettera inviata il giorno 8 Decembre 1612, dal Governatore di Perugia ai Priori di Gualdo, lettera che vai la pena di riportare: « Li huomeni di cotesta Terra, scrive il Governatore, sono per il più inimici di Sbirri et della Giustizia et io voglio che ce stiano, che siano rispettati e che si paghino, et ogni minima cosa che si ha fatta contro di loro intendo di castìgarla severissimamente, e, come già vi ho scritto, mandar o ogni giorno Commissarii e farò in modo che vedremo chi ha la testa più dura. Voglio che cotesto Barigello sia pagato ancora per quelli pochi giorni che andò a cercare per provedersi di sbirri; poiché l’andarsene di essi procede per il più dalli mali portamenti e minacce che se lì fanno … ; essortate dunque cotesta gioventù a rispettare e temere la giustizia, altrimenti verrò io in persona e mi pianterò in cotesta Terra per un pezzo alle spese di essa e farò in modo che si pentiranno d’havermene data occasione e farò che ogni peccato veniale sia mortale, giachè, da che sono a questo Governo, che si avvicinano li quattro anni, in nessun luogo di esso, si è risicato nessuno di metter mano alla Corte e a chi governa si non costì e se li soldati et li altri non crederanno alle mie parole, farò che con molto loro disgusto provino li fatti. .. ».

Nel 1612 fu Commissario Giuliano Petroni da Foligno, che per le sue benemerenze, il 19 Agosto di quello stesso anno, ottenne la cittadinanza Gualdese. Nel 1613, gli successe Melli Giovanni e in quest’epoca il Consiglio Comunale, considerando che già i Francescani avevano nella città l’insegnamento della Morale,

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chiamava in Gualdo e propriamente nel Convento di S. Nicolo, anche i Monaci Silvestrini con l’obbligo di insegnare la Dottrina. Si ha poi memoria che appunto in questo torno di tempo, dalla Comunità fu decretata l’apposizione, nella Torre Campanaria, di un nuovo Orologio Pubblico, il quale venne commesso a Vincenzo di Giulio da Fabria no per il prezzo di scudi settanta. Nel 1614 fu Commissario Apostolico in Gualdo, Fontano Giuseppe da Spoleto e nel 1618 l’altro Spoletino Palloni Baccio, che troviamo ancora in carica nel 1620. Durante il suo governo, nel 1619, si acuirono di nuovo i dissidi pei confini territoriali con i Fabrianesi. A costoro il nostro Comune, mediante deliberazione del 13 Gennaio 1619, vietava di andare a cacciare sul territorio di Gualdo e quelli, forse per rappresaglia, si recavano poco dopo a falciare tutte le praterie che i Gualdesi possedevano sulla montagna detta la Chiavellara. Altri dissensi in quest’anno insorsero con il limitrofo Comune di Fossato di Vico, che smoderatamente imponeva pedaggi e gabelle ai Gualdesi quando, con merci o bestiame, erano costretti a transitare nel territorio di Fossato per recarsi a Fabriano e nella Marca di Ancona. I Gualdesi esasperati, tentarono persino di accordarsi con i Fabrianesi per costruire una nuova e comoda via carrozzabile direttamente tra Gualdo e Fabriano, fuori del territorio di Fossato, per evitare le angherie di questo Comune, ma riconosciuta forse la difficoltà materiale dell’ impresa, vennero a più pratiche disposizioni e infatti nel Consiglio del 22 Settembre 1619, si decise di stipulare coi Fossatani una transazione, base della quale doveva essere la piena libertà, così per i Gualdesi come per quei di Fossato, di transitare scambievolmente nell’altrui territorio e di addivenire a scambi ed operazioni commerciali senza pagare né pedaggi né dazi.

In questa prima metà del secolo XVII, come se non fossero bastate le querele con Fabriano e Fossato, erano risorti violentissimi i contrasti con i finitimi abitanti del Comune di Nocera, sempre per causa dei balzelli che i Nocerini dovevano pagare al Comune di Gualdo, sui beni stabili che in questo Comune possedevano, nonché per il divieto opposto dai Gualdesi all’esportazione, fuori del loro territorio, del frutto di detti beni. Un Atto procedurale, senza data, ma certo di quest’epoca, esiste nel nostro Archivio Comunale, da cui chiaramente appare tutto lo svolgimento di quella secolare vertenza. Detto documento, reca anche non poche notizie sul sistema tributario allora in vigore nel nostro Comune e non credo perciò superfluo qui riportare in succinto quanto in esso si contiene: Nell’Atto veniva anzitutto premesso che gli abitanti del Comune di Nocera, specialmente quelli residenti nei villaggi di Boschetto, Colle, Carbonara e Gaifana, erano in possesso di molti beni stabili, nel limitrofo territorio del Comune di Gualdo, i quali nell’Estimo Catastale di tale Comune, rappresentavano quasi l’undicesima parte e che a causa di tali beni, tra la popolazione dei due Comuni, in diversi tempi, erano insorte numerose liti e controversie giudiziarie nonché conflitti sanguinosi e mortali. Si aggiungeva che i Nocerini

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lamentavansi, ma ingiustamente, di essere troppo gravati di balzelli dal Comune di Gualdo, pei beni di cui sopra e che in questo loro atteggiamento, venivano istigati da tal Francesco di Giovanni da Boschetto, uomo intrigante che viveva speculando appunto su tali discrepanze e vertenze giudiziarie per sostenere le quali, anche allora erasi recato quale Procuratore dei Nocerini a Roma, dove aveva a lungo tentato di influire sulla Sacra Congregazione del Buon Governo a danno del Comune di Gualdo, contro questo adducendo prove insussistenti. A dimostrare la malafede dei Nocerini, i Gualdesi nell’Atto in esame, ricordavano che tra il loro Comune e quello di Nocera, vennero in passato stipulate quattro Transazioni le quali però non furono mai osservate dai Nocerini ed è appunto a tale osservanza che ora il Comune di Gualdo voleva richiamare quello di Nocera, anche a norma di un Decreto poco innanzi a favore dei Gualdesi rilasciato dalla suddetta Sacra Congregazione del Buon Governo. Asserivano poi che la prima di dette Transazioni, a rogito di Onofrio di Brunaccio da Foligno, era scomparsa, forse studiatamente, dall’Archivio di Gualdo e che ne aveva copia il su nominato Procuratore Francesco di Giovanni, il quale però si rifiutava di esibirla, come formalmente chiedevano i Gualdesi, poiché dalla stessa risultava infatti che i Nocerini, per i beni da essi posseduti nel Comune di Gualdo, dovevano a questo pagare ogni anno, quale contributo alle decime dei Preti, al Sussidio triennale e ad altri balzelli, ventidue buoni denari papali per ogni libbra di estimo, la quale somma invece non era stata mai da essi sborsata. Attestavano altresì che nella seconda Transazione, dell’anno 1480, si leggeva che i Nocerini dovevano versare al Comune suddetto cento ducati d’oro e dovevano eleggere un Esattore incaricato di riscuotere presso di essi le singole tasse imposte sui loro beni situati nel territorio Gual dese, tasse che poi ogni quattro mesi si sarebbero dovute versare al Comune di Gualdo, al quale Io stesso Esattore avrebbe dovuto dare inoltre una garanzia per cotali pagamenti. Ma su questo proposito ricordavano i Gualdesi che, nonostante la Transazione, i Nocerini non avevano mai versato i cento ducati d’oro e che non solo si erano rifiutati di pagare le suddette tasse dovute pei beni che possedevano nel territorio Gualdese, ma che avevano opposto un rifiuto anche per quelle altre tasse, le quali, sotto diverso titolo, sempre pagarono da tempo immemorabile senza alcuna opposizione e che per di più il loro Esattore, anche se eletto, giammai aveva offerto la prescritta garanzia. Citavano poi i Gualdesi la terza Transazione, che era dell’anno 1528, con la quale si prescriveva che i Nocerini dovevano annualmente vendere sui mercati del Comune di Gualdo la terza parte del frumento raccolto nelle terre da essi possedute in detto Comune e dichiaravano che, ciò nonostante, i Nocerini stessi con cavilli e pretesti avevano sempre seguitato ad asportare dalle terre suddette, tutto il grano raccoltovi, vendendolo poi invece sui mercati di Nocera, benché a ciò si opponesse anche una recente sentenza, in proposito emanata dal giudice Mons. Marini. Aggiungevano che, per di più, gli stessi Nocerini mai presentarono

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al Comune di Gualdo, neppure la prescritta nota della quantità di frumento raccolto nelle proprie terre, così come praticavano, ogni anno, gli agricoltori Gualdesi. Finalmente quei di Gualdo assicuravano che con la quarta Transazione, compilata nel 1552, per opera del Vescovo di Nocera Mannelli, si era stabilito che i Nocerini avrebbero dovuto pagare al Comune di Gualdo, quale contributo al balzello Pontificio detto Sussidio Triennale, la somma di un carlino per ogni libbra di estimo catastale sui beni da essi posseduti nel Comune suddetto e che gli stessi avrebbero anche dovuto eleggere un Esattore disposto a dare garanzia circa il pagamento in oggetto. Ma dichiaravano altresì che quest’ultima clausola, non era mai stata osservata dai Nocerini e ciò con grave danno e molte spese del Comune di Gualdo, il quale, essendo venuti meno i versamenti della tassa, fu più volte costretto ad ordinare Rappresaglie contro quello di Nocera, nonché ad adoperarsi per ottenere il pagamento direttamente dai singoli debitori, mancando la persona garante contro cui poter agire. Dopo avere esposto tutto ciò nell’Atto in esame, i Gualdesi rendevano noto che i Nocerini e per essi il loro Procuratore Francesco di Giovanni, giustificavano le su esposte infrazioni ai patti, asserendo anzi tutto, che per le terre da essi possedute nel Comune di Gualdo, erano stati da questo gravati in maniera più onerosa di quel che non fosse stato fatto per i Gualdesi, e ciò perché questi infatti pagavano per ogni libbra di estimo quindici bajocchi (ossia un carlino) e sedici bajocchi invece i Nocerini, che erano inoltre, per di più, onerati da altra speciale tassa ammontante a bolognini cinque e mezzo per libbra, come risultava dalla così detta Cartuccia di Gaifana, tassa che non gravava sopra ai Gualdesi. A coteste asserzioni, che avrebbero potuto giustificare le pretese dei Nocerini, i Gualdesi obbiettavano quanto appresso:
– I . Non tutta la popolazione del Comune di Gualdo era esente da quest’ultima speciale tassa di bolognini cinque e mezzo per libbra, essendo stata invece imposta anche agli abitanti di Morano, facente parte di detto Comune.

– II. Gli altri abitanti che non versavano una tale tassa, pagavano però annualmente cinque baiocchi per ogni libbra di estimo, in forza d’altra imposizione su i terreni, detta Le Colte.
– III. I Gualdesi dovevano dare, per ogni bestia grossa, quattordici quattrini e sette per quelle piccole, mentre invece da detta tassa erano esenti i Nocerini proprietari di terre in Gualdo. Se queste terre fossero state tutte in mano ai Gualdesi, le bestie adibite alla loro lavora zione avrebbero pagato invece l’imposta suddetta, a maggiore utile del Comune di Gualdo.
– IV. I Gualdesi per la tassa così detta di macinazione, davano al loro Comune trecentosette scudi e ne erano viceversa esenti i Nocerini. Se al contrario le terre da costoro possedute in Gualdo, fossero state tutte in mano agli abitanti di questo, il grano prodotto da dette terre, restando in macinazione nel Comune di Gualdo, avrebbe apportato ad esso un maggior introito nella tassa in esame.
– V. La popolazione di Gualdo pagava quindici bajocchi, ossia un carlino per ogni fuoco (pro quolibet fumigante) più un altro carlino per ogni famiglia (pro qualibet familia), di maniera che il

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più povero dei Gualdesi, purché avesse posseduto una casa, avrebbe pagato al minimo sempre un carlino ogni anno. Dopo avere così provato che essi sopportavano complessivamente maggiori oneri che non i forestieri possessori di beni stabili nel territorio di Gualdo, i Gualdesi notavano inoltre, che il Procuratore dei Nocerini, voleva giustificare il mancato pagamento del su ricordato speciale balzello di cinque bolognini e mezzo per libbra (Cartuccia di Gaifana) col dire che lo stesso non era stato imposto dal Pontefice ed era cosa recente. Al che i Gualdesi obbiettavano che tale balzello risultava persino dai loro antichi Statuti Comunali, Statuti approvati da Adriano VI e da Clemente VII, in due rubriche compilate dal Card. Del Monte, già Legato di Gualdo e che risultava anche da molti documenti di contabilità posseduti da tale Comune, riferentisi appunto alla riscossione di detta tassa, durante un lunghissimo periodo di tempo. Aggiungevano che, anche ammessa come vera l’asserzione dei Nocerini, questi avrebbero ugualmente dovuto pagare il balzello in discorso, in forza della su citata Transazione del 1480, la quale faceva ad essi obbligo di sottostare a qualsiasi tassa che il Comune di Gualdo volesse loro imporre, pei beni che possedevano nel Comune stesso. Dopo avere cosi riassunto questa lunga e complicata vertenza, il Comune di Gualdo chiedeva che i Magistrati facessero ai Nocerini, pei beni che possedevano nel territorio Gualdese, le seguenti imposizioni:
– I. Si attengano essi in tutto a quanto trovasi prescritto nelle quattro Transazioni sopra enunciate.
– II. Paghino in futuro al Comune di Gualdo, ogni anno, per ciascuna libbra di estimo sui beni suddetti, quale contributo alle Decime dei Preti, al Sussidio Triennale etc., ventidue buoni denari papali, rimborsando eziandio tutte le somme arretrate non pagate.
– III. Versino allo stesso Comune i cento Ducati d’oro, a norma di quanto fu stabilito con la Transazione del 1480.
– IV. Procedano, ogni anno, all’elezione di un Esattore che riscuota le tasse ad essi imposte, le versi al Comune di Gualdo e sia presso questo garante e responsabile per detto versamento, come è prescritto nella stessa Transazione del 1480.
– V. Debbano vendere ai Gualdesi, ad ogni raccolto, la terza parte del frumento prodotto dai terreni da essi posseduti nel territorio di Gualdo.
– VI. Siano tenuti a indenniz zare tale Comune, dei danni subiti durante il tempo in cui non ot temperarono a quest’ultima disposizione.
– VII. Abbiano l’obbligo di denunziare ogni anno, al Cancelliere del Comune di Gualdo, la quantità di frumento e degli altri frutti raccolti nelle terre possedute in territorio Gualdese, così come facevano tutti gli agricoltori del Comune suddetto.
– VIII. Non possano asportare, fuori dei confini territoriali Gualdesi, qualsiasi quantità di frumento, senza speciale licenza dei Magistrati.
– IX. A norma dello Statuto, Libro II, Rubrica 114, in futuro sia vietato ad essi, come a qualsiasi altro fo­restiero, di acquistare terreni nel Comune di Gualdo e siano sottoposti alla prescritta pena coloro che in passato, contravvenendo a questa disposizione, praticarono cotali acquisti.
– X. Debbano sottostare al pagamento di tutti gli oneri Comunali, sì ordinari che straordinari, così come vi sottostanno i Gualdesi.

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– XI. Vengano infine condannati al pagamento di ogni spesa fatta e da farsi per la presente lite, da essi intentata al Comune di Gualdo col patrocinio del suddetto Procuratore, Francesco di Giovanni da Boschetto.

La Causa giudiziaria tra i Comuni di Gualdo e di Nocera, a cui si riferiva l’Atto Procedurale ora esposto, iniziatasi circa l’anno 1618, si trascinò innanzi per vario tempo, sino a che il Governatore Generale di Perugia e dell’Umbria, quale Giudice delegato dalla Sacra Congregazione del Buon Governo, riconobbe giuste le ragioni dei Gualdesi e con sentenza emessa il 24 Agosto 1626, impose ai Nocerini di attenersi pienamente a quanto era stato stabilito con le varie Transazioni precedentemente intervenute tra i due Comuni. Ed è qui opportuno notare che, ciò nonostante, nel 1638, sempre più viva risorse l’annosa questione e che persino nel seguente secolo, i Nocerini protestarono presso la Santa Sede, per il fatto che i balzelli da essi dovuti al Comune di Gualdo, pei beni stabili che possedevano in questo, erano maggiori di quelli che pagavano i proprietari di terre abitanti nel territorio Gualdese. Ma anche questa volta le loro cerimonie non sortirono alcun effetto, poiché la Sacra Congregazione del Buon Governo, con altre due sentenze, una del 29 Aprile 1709, l’altra dell’8 Luglio 1755, approvò che i Nocerini, possessori di terre nel Comune di Gualdo, avessero dovuto pagare a questo, per ogni libbra di estimo catastale, una tassa anche maggiore di quella imposta ai Gualdesi.

Dopo il Palloni già ricordato, furono Commissari Apostolici in Gualdo, nel 1621 Fedeli Giovambattista da Ripatransone, nel 1622 Arciti Paolo da Todi, nel 1623 Petrucci Antonio e nel 1624 Bartoli Girolamo di Ancona. Costui pose un freno ai continui soprusi che gli Esecutori Giudiziari, allora commettevano in Gualdo nell’esercizio delle proprie mansioni, pubblicando in proposito un Bando con il quale prescriveva che, dovendosi fare Esecuzioni, non potesse eseguirsi l’Atto Giudiziario, se non contro quei beni dei debitori che erano specificati nel Mandato Esecutivo e non contro altri; che facendosi Esecuzioni sopra beni mobili o semoventi, si debbano gli stessi poi dare in consegna a chi tiene l’Officio di Depositario; che facendosi Esecuzioni personali, i prigionieri debbano restare nel carcere di Gualdo; che trovando l’Esecutore chiuse le porte delle case, non possa forzarle senza un regolare permesso, e finalmente che non si debbano eseguire Mandati Giudiziari nei giorni riconosciuti festivi per i Gualdesi. Inoltre lo stesso Commissario Apostolico di Gualdo Bartoli ed il Governatore di Fabriano, il 16 Settembre di quell’anno 1624, ordinavano ai Consigli Generali delle due città, di subito riunirsi per imporre la risoluzione di alcune differenze rìferentisi alla solita questione dei confini montani, di nuovo insorte. Tra queste differenze vi era il mancato adempimento di un articolo della già ricordata Transazione, e cioè che i Gualdesi, che possedevano beni sulla montagna in territorio di Fabriano, dovessero segnarli sul catasto di questa città e viceversa per i Fabrianesi. Né si creda che i beni dagli abitanti di Gualdo posseduti nella montagna, al di là dei confini,

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cioè in territorio Fabrianese, fossero di poca entità; basti dire che, da un documento catastale del 1637, risulta che detti beni, figurano intestati a centotrentuno Gualdesi e che esistevano in massima parte nella zona del così detto Abutinato. Questo ci spiega perché di tale zona, anziché il semplice condominio sancito dai trattati di cui precedentemente parlammo, il Comune di Gualdo pretendesse invece, da secoli, l’illimitato possesso. Altra differenza era data dalla non eseguita apposizione dei termini lungo il confine nei punti stabiliti, apposizione che doveva farsi a spese dei due Comuni.

Sempre nel 1624, con Rescritto del 7 Settembre, il Cardinal Barberini esentava i soldati che trovavansi a servizio e difesa della nostra città, dal contribuire con l’opera loro, ai grandi lavori di restauro che, in quell’epoca, si praticavano all’antica Strada Flaminia e per i quali la Comunità, senza eccettuare alcuno, aveva imposto un balzello speciale, sul genere delle attuali tasse per la costruzione ed il mantenimento delle così dette Strade Comunali obbligatorie. Con la stessa data, il Cardinal Barberini decretava, che tutti coloro i quali facevano pascolare le mandrie sulla nostra montagna, avessero anche l’obbligo di seminarvi un modiolo di terra, pagandone il cor rispettivo al Comune in una data misura.

Dal 1625 al 1626 troviamo Commissario il Gualdese Ottoni Ludovico e fu nel principio del suo governo, che fu emesso un Decreto per cui nessuno avrebbe potuto far macinare il grano fuori del territorio di Gualdo. In quest’epoca i nostri Governanti si erano inoltre accinti alla difficile opera di ricuperare per il Comune i molti beni che, durante i passati rivolgimenti politici, erano in maniera clandestina andati in mano a privati e tale opera trovò efficace sanzione in una Bolla di Urbano VIII, data a Roma il 1 Febbraio 1626, con la quale il Pontefice scomunicava tutti coloro che illegittimamente, erano detentori di beni sia mobili che immobili, come pure di pubbliche scritture, appartenenti al Comune di Gualdo.

Fu eletto Commissario Apostolico nel 1627, Francesco Olmi da Bergamo e in tale anno i vari Conventi femminili della città, concordemente domandarono al Papa di essere esonerati dal pagamento dei Dazi Camerali e Comunali, ma la loro domanda, come pure il su ricordato Decreto del Comune sulla macinazione dei grani, furono respinti dalle Autorità Ecclesiastiche. Nel 1629, venne come Commissario in Gualdo, Tenaglia Giovambattista e dal 1630 al 1631, Nelli Giovanni. In quest’ultimo anno si sentì il bisogno di migliorare la viabilità del territorio Gualdese, mediante un Bando con il quale si prescrivevano prestazioni d’opera gratuite, ai proprietari viciniori e interessati, nel caso di riparazioni a strade o alvei di fiumi e per consimili lavori di pubblica utilità. Al Nelli, ai 16 di Novembre del 1631, il Cardinal Barberini indirizzava da Roma un Decreto nel quale, dopo aver fatto notare che il Commissario suo predecessore, troppo facilmente faceva procedere, per futili motivi, all’arresto anche di donne honorate, gli ordinava per l’avvenire di non fare imprigionare le donne, se non per cause gravi, giustificanti tale rigorosa misura. Successe al Nelli, nei restanti giorni di quell’anno, il Commissario Giovan Pietro

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Olevani, sostituito poi subito, nell’entrante anno 1632, sino a tutto il 1633, dall’altro Commissario Apostolico, Carlo Bianchini da Fossombrone. Durante il governo del Nelli, dell’Olevani e del Bianchini, grave timore di sopravvenienti pestilenze, turbarono assai la popolazione Gualdese. Nei nostri Libri Consigliari, troviamo anzi che nell’Agosto del 1630, nel Marzo del 1632 e nello stesso mese del 1633, si decise di chiudere al transito dei forestieri la Strada Flaminia e per meglio ottenere l’intento, si stabilì persino di sbarrare con bastioni detta via e di tagliarne i ponti in tutto il tratto compreso nel territorio Gualdese. Ciò per certo si dovette al timore che i forestieri, percorrendo la Flaminia, potessero importare l’epidemia anche nella nostra regione. In tale evenienza ai Gualdesi, come ad altre vicine popolazioni dell’Umbria, fu anzi dal Governo Pontificio imposta una nuova speciale tassa per far fronte alle mag­ giori spese rese necessario dalla difesa contro il contagio.

Nello stesso tempo risorsero le secolari contese tra Gualdo e Fabriano circa 1′ uso delle praterie comprese in quella zona neutra di confine che, come dicemmo, istituita nel XVI secolo, si chiamò Abutinato, e infatti durante il mese di Luglio del 1634, essendo Commissario Ricucci Nicola da Camerino, i Fabrianesi fecero prigionieri tutti i Gualdesi sorpresi a falciare i prati dell’ Abutinato sull’alto Appennino, derivando poi da ciò una lunga lite tra i due Comuni. Successe al Ricucci, negli ultimi del 1634 sino all’Ottobre del 1637, il Commissario Avi Giovambattista e in tale epoca, precisamente il 2 Febbraio 1636, si stabilì di ripristinare quel famoso Cippo, Tam­ buro o Trombone, che vedemmo istituito una prima volta nel 1538 dal Legato Card. Pucci e di cui a lungo parlammo. Durante il suo governo, il 2 Novembre 1636, si decretò anche dal Generale Consiglio, che fosse lecito a chiunque uccidere impunemente porci e pollame, trovati a far danno nei terreni coltivati e tale Ordinanza fu anzi confermata dal Governatore di Perugia Gaspare Mattei, il 15 Luglio dell’anno seguente. Lo stesso General Consiglio, nella riunione del 25 Ottobre 1637, bandì una caccia generale contro i lupi che infestavano la nostra regione, specie la montagna, con la pena di uno scudo, per quei cittadini che si fossero rifiutati di intervenirvi. Di cotali inezie si discuteva allora quasi unicamente nei Consigli di Gualdo e delle altre piccole città dello Stato Pontificio, dal Governo Centrale private di ogni altra autorità. Come dovevano sembrare lontani i tempi in cui i bellicosi Comuni Umbri, fieri della loro autonomia, nelle pubbliche assemblee dettavano invece i proprì Statuti, stringevano alleanze, combinavano trattati e dichiaravano persino la guerra.

Poco prima che l’Avi lasciasse il Commissariato di Gualdo fu definita, ma solo momentaneamente, come in seguito vedremo, la vertenza con i Fabrianesi alla quale poco sopra accennammo. Infatti il 30 Giugno del 1637, i rappresentanti del Comune di Gualdo e di quello di Fabriano, addivennero alla revisione dei confini sulla montagna ed all’apposizione dei relativi termini. Presero anche disposizioni per l’uso dei pascoli, limitando a determinate stagioni la facoltà di far pascolare gli armenti e falciare

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i fieni nel territorio dell ‘Abutinato e cioè non prima del 14 Agosto. Successe all’Avi nell’Ottobre del 1637, il Commissario Venanzo Oliveri da Camerino, che volle anch’esso provvedere alla tutela della proprietà rurale privata, emanando un pubblico Bando ai 24 di Gennaio del 1638, con il quale prescrisse la multa di uno scudo, per ciascuna bestia, a coloro che mandassero animali domestici a pascolare nelle vigne ed oliveti altrui ; due scudi se il danneggiamento fosse avvenuto di notte, più, in ogni caso, la rifazione dei danni al proprietario del fondo. La multa sarebbe andata per un quarto alla Camera Apostolica, per un quarto al proprietario del terreno invaso, per un quarto all’ac cusatore, per un quarto all’Esecutore Giudiziario. Tutto ciò in adem pimento a deliberazione del Consiglio, del 10 Gennaio di quell’anno, approvata dal Governatore di Perugia il 17 dello stesso mese. All’Oliveri subentrò, come Commissario, nei primi mesi del 1638, Francesco Maria Galeotti e in quest’epoca tutte risorsero le molteplici vertenze che in passato già vedemmo agitarsi tra il Comune di Gualdo e quello di Nocera, specialmente negli annni 1480, 1528 e 1550. I Gualdesi anche questa volta ricorsero alle Autorità Ecclesiastiche, dalle quali ottennero il pieno riconoscimento dei loro diritti. Risulta infatti che il già ricordato Gaspare Mattei, Governatore di Perugia, dalla Sacra Congregazione del Buon Governo eletto Giudice nella Causa, come sopra si è detto, promossa dal Comune di Gualdo, emise in proposito, il 12 Agosto 1638, la seguente sentenza:
– I. I Gualdesi avranno diritto di transitare nel territorio Nocerino anche con merci ed animali senza pagare alcun pedaggio o gabella, come da Atto Inibitorio contro il Comune di Nocera, rilasciato il 15 Marzo di quello stesso anno.
– II. Quest’ultimo Comune dovrà rimborsare ai Gualdesi, le gabelle e i pedaggi indebitamente riscossi in passato dai Gabellieri Nocerini e ciò in adempimento a quanto venne stabilito nella Transazione intervenuta l’anno 1480 tra i due Comuni ed a quanto venne ordinato con sentenza del 1550.
– III. Avrà obbligo di vendere ogni anno al Comune di Gualdo, per servizio di annona, al prezzo corrente e secondo le misure Gualdesi, la terza parte del frumento che gli abitanti del Comune di Nocera raccoglievano nei terreni da essi posseduti nel limitrofo territorio Gualdese (la quale terza parte veniva allora stabilita nella quantità di quaranta salme, salvo successivi ingrandimenti o diminuzioni di detti terreni) e ciò a norma di quanto era stato pattuito, con una precedente Transazione intervenuta tra i due Comuni l’anno 1528; dovendo per di più i Nocerini, vendere ai Gualdesi anche le quaranta salme di grano non cedute loro nel precedente anno ed in quello corrente.
– IV. Il Comune di Nocera sarà tenuto infine al pagamento delle spese giudiziarie inerenti alla presente sentenza.

Nel maggio di quello stesso anno 1638, fu eletto Commissario Apostolico Domenico Fida da Tolentino, che tenne il governo di Gualdo anche nell’anno seguente; avemmo dopo di lui, verso la fine del 1639, Saginati Giovambattista e poi nel 1640 e nel 1641

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Bernardino Santi. Fu nel 1640, dopo appena un triennio di calma, che risorse l’eterna questione dei confini fra i Comuni di Gualdo e di Fabriano. Nell’Archivio Storico di quest’ultima città, esistono ancora gli Atti di un processo svoltosi a tal proposito, tra il Luglio e l’Agosto di quell’anno, davanti al Conte Alfonso Litta, Governatore di Camerino, quale Giudice a tale scopo delegato dalla Sacra Congregazione dei Confini. Infatti il Litta, nel giorno 3 Agosto, si recò personalmente anche sulle nostre montagne per la determinazione della contrastata linea di confine.

Degli Atti suddetti, fanno parte due Mappe colorate di tutta la zona di frontiera, assai interessanti poiché sono le uniche che ci restano nella più volte secolare vertenza tra Gualdesi e Fabrianesi e perché portano chiaramente segnati i confini territoriali, i termini su questi apposti secondo le norme date dal Motu-proprio di Papa Pio V, di cui a suo tempo trattammo, nonché le distanze tra l’uno e l’altro termine.

Dopo il Santi, fu Commissario Apostolico dal 1642 al 1644, Pietro Securanzia da Sant’Oreste, che tenne il Governo della nostra città in tempi turbolenti e calamitosi. Per le guerre che Papa Urbano VIII, dal 1641 al 1643 aveva sostenuto contro Odoardo Farnese Duca di Parma, appoggiato quest’ultimo dalla Repubblica di Venezia, dal Granduca di Toscana e dal Duca di Modena, l’Erario Pontificio era rimasto presso che esaurito. Gualdo già in quell’epoca, specie quando il Duca di Parma fu sul punto di invadere lo Stato della Chiesa, aveva dovuto fare grandi preparativi militari, per ostacolare anch’esso un’eventuale invasione degli alleati. Oltre a ciò il Papa, per fare fronte alle ingenti spese, aveva imposto nei suoi domini uno speciale contributo di guerra da ripartirsi fra i vari Comuni. I Gualdesi furono tassati con la somma di settemila e cinquecento scudi annui finché fosse durata la guerra, da pagarsi in rate trimestrali, a cominciare col 1 Gennaio 1644. Una così grave contribuzione non poteva certo essere sostenuta dalle stremate finanze della nostra popolazione, che il 17 Luglio di quell’anno, chiese al Pontefice di esserne esentata. Alla guerra esterna, si aggiungeva nella nostra città il peso della guerra civile; fiere fazioni cittadine ne travagliavano infatti allora la popolazione. Tra le più potenti famiglie, quella dei Durante era in lotta con i Bongrazi, quella dei Morroni con i Ranieri; intorno ad esse si raggruppavano poi numerosi partigiani. Vi furono vari omicidi con le inevitabili rappresaglie ed i colpevoli in gran numero si dettero alla latinanza infestando il territorio Gualdese, tanto che nel Comune fu persino necessario raddoppiare il numero degli Sbirri.

Troviamo dopo il Securanzia, nel 1645, come Commissario il Conte Carlo Falcucci da Gubbio, del di cui governo ci restano due Decreti. Con il primo, dato il 27 Agosto, allo scopo di favorire i piccoli possidenti rurali che non avevano bestiame per lavorare i propri terreni e dovevano quindi prenderlo a nolo da altri, si stabilì che le opere fatte mediante buoi, opere che nel territorio di Gualdo, con prezzo per allora eccessivo, erano pagate quattro paoli, venissero invece ridotti a tre, come si usava nelle confinanti

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regioni, pena dieci scudi di multa ai contravventori e cioè tanto a chi riceveva, quanto a chi dava la vietata mercede. Con il secondo Decreto, del 12 Novembre, si rimise in vigore un vecchio Bando, prescrivente che entro Gualdo i Capi di Famiglia, per nessun motivo potessero entrare nelle osterie per bevere o mangiare, pena dieci scudi di multa per il contravventore ed altri dieci per l’oste. Seguì al Falcucci, nel 1646, Rocchi Ferdinando da Soriano e nel 1647 Montioni Carlo da Montesanto. Essendo costui Commissario, si effettuò un notevole mutamento nella pubblica Amministrazione. Prima di allora i nostri Consigli si tenevano senza alcuna ingerenza dell’Autorità Ecclesiastica, solo vi interveniva il Commissario Apostolico, a cui spettava anzi il nulla osta per la convocazione del Consiglio. Ma nel 1647, dalla Sacra Consulta fu ordinato che entrasse a far parte del Consiglio anche un Deputato Ecclesiastico, ed il primo di essi fu un’Abbate, certo Vittori. Così l’influenza della Chiesa si manifestò subito nelle cose Municipali, tanto è vero che la prima Deliberazione presa dal Consiglio dopo l’insediamento del Deputato Ecclesiastico, fu quella di commettere ad un Maestro Francese una statua del Beato Angelo, per la quale spesa si usarono i fondi che, sino dal Medio Evo, figuravano nei nostri Bilanci Comunali per inviare, come vedemmo, il Pallio annuale a Perugia, la quale costumanza del secolo XVII era già andata in disuso. E neppure tali fondi furono sufficienti ; infatti avendo poi stabilito il Consiglio di fare indorare la statua del Beato, per addivenire a ciò si dovettero vendere i vasi sacri di metallo prezioso, resi inservibili, che erano di proprietà Comunale. L’ingerenza Ecclesiastica nelle cose Comunali, causò anche ben presto una grave e lunga lite tra il Comune di Gualdo e la Curia Nocerina, a causa della amministrazione del Monte Frumentario Mannelli. Questa Pia Istituzione G ualdese, era stata creata il 29 Maggio 1612 dal General Consiglio, allo scopo di far prestiti di grano ai poveri, ed era sorta con il fondo iniziale di cinquanta mine di frumento, a tale scopo lasciate per disposizione testamentaria della fu Ginevra Mannelli da Rocca Contrada, nepote del Vescovo di Nocera Girolamo Mannelli, come da Istrumento del Notaio Gualdese Giovan Battista Granella. Dal giorno che venne fondato detto Istituto, il Comune di Gualdo ne tenne sempre l’amministrazione per mezzo di due suoi Delegati ; ciò nonostante il Vescovo di Nocera tentava ora di ingerirsi in tale azienda e tra l’altro, per farvi atto di autorità e giurisdizione, pretendeva sotto porla alle Visite Diocesane, come faceva per gli Enti Ecclesiastici veri e propri. Ma i Gualdesi si opposero a ciò ed il Vescovo li punì con l’interdetto e la censura. Il Comune di Gualdo ricorse allora alla Santa Sede, come risulta da un Atto dell’8 Febbraio 1648 e ottenne alfine soddisfazione, ma la lite dovette prima svolgersi per parecchi anni, poiché il Vescovo di Nocera, insisteva nelle sue pretese nonostante gli ordini e le minaccie di punizione della Santa Sede che tra l’altro, con due Decreti, uno dell’11 Agosto 1649, l’altro del 3 Aprile 1656, riconobbe i diritti del Comune di Gualdo nell’amministrazione del

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Monte Frumentario Mannelli. A proposito del Monte Frumentario Mannelli, noteremo che esistevano allora in Gualdo altre due di queste provvide Istituzioni e cioè il Monte Frumentario Florenzi ed il Monte Frumentario Coppari, l’uno e l’altro amministrati dalla Compagnia dei Preti, che era una Confraternita costituita da Sacerdoti. Il primo di essi era stato istituito col fondo iniziale di dieci salme di frumento, elargite l’anno 1606 dal Vescovo di Nocera Mons. Virgilio Florenzi, come da Istrumento del Notaro Nocerino Francesco Troili; il secondo era stato fondato con dodici rubbia di grano, donate dal Sacerdote Gualdese Grazio Coppari, mediante Atto rogato dal suddetto Notaio Granella il 2 Aprile 1633. E giova in proposito ricordare, che lo stesso Monte di Pietà di Gualdo, oltre il suo caratteristico e principale scopo, aveva anche quello di far prestiti di grano ai poveri, specie in tempo di carestia. Anche nel territorio Gualdese si diffuse in breve questa provvida Istituzione e infatti, tra la fine del Seicento e il principio del Settecento, troviamo Monti Frumentari nei villaggi di S. Pellegrino, Pa lazzo Mancinelli, Nasciano (dove era annesso alla Chiesa Parrocchiale), Rigali (nel quale villaggio era amministrato dalla Confraternita del Rosario), Poggio S. Ercolano (istituitevi dal Parroco Vincenzo Olivieri), Caprara (dove dipendeva da quella Comunità che lo aveva anche fondato) e finalmente Pieve di Compresseto, dove era sorto per opera del su nominato Grazio Coppari. Al Montioni, l’anno 1648, successe nel Commissariato l’Abbate Ripa Vittorio, poi dal 1649 al 1651, Monaldi Ludovico Maria, Perugino, e fu appunto nel suo primo anno di governo, il 22 Luglio, che duecento soldati Corsi, condotti da un tal Capitano Buttafuoco, diretti a Bologna, ristettero in Gualdo sottoponendo la città ad esibizioni forzose e ad altri innumerevoli soprusi durante il loro poco gradito soggiorno.

L’anno seguente, le entrate di Gualdo e di Nocera vennero concesse in appalto, per sette anni, ad Antonio Magnali e Guido Maselli, Tesorieri di Spoleto, mediante il canone annuo di scudi cinquemilacento. In quello stesso anno 1650, dal Governo Pontificio, veniva poi imposta al nostro Comune una nuova tassa per provvedere ai restauri del Ponte Felice, sul Tevere, presso Otricoli lungo la Via Flaminia. Il Comune, alla sua volta, addossò la tassa suddetta agli osti ed agli albergatori della città, considerandoli come coloro i quali maggiormente traevano profitto dai viaggiatori che, percorrendo la Via Flaminia, sostavano in Gualdo.

Nel 1652 fu Commissario Dominici Giulio, da Poggio S. Lorenzo, Abbate Farfense, nel 1653 Benedetto Giapessi di Assisi, dalla fine del 1653 al 1654 Pellei Mariano, nel 1655 prima Fedelelli Ostilio e poi Bonci Dionisio, che nel Settembre del 1656, scoppiata la grande pestilenza di cui parleremo più avanti, credette prudente abbandonare il suo Officio e fuggirsene dalla città. Al Bonci successe sino al 1661, Miraldi Giovan Battista e nei primi anni del suo Commissariato, la peste seguitò a travagliare il territorio Gualdese tanto che si addivenne, per misura igienica, anche alla sospensione delle antiche fiere solite a tenersi in Gualdo nel Maggio e nel Settembre.

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Tali fiere vennero poi ripristinate con Decreto del Card. Flavio Chigi, diretto al Governatore di Perugia Mons. Visconti e dato a Roma, a nome della Sacra Congregazione di Sanità, il 27 Aprile 1658. Dal 1662 al 1663, ebbe il governo di Gualdo Peresio Fulvio di Roma ed in quest’ultimo anno, per la terza volta, venne risolta la questione dei pedaggi e gabelle tra i Comuni di Gualdo e di Nocera. I Nocerini, nonostante la già ricordata sentenza del 1550, avevano ricominciato a percepire speciali tasse di pedaggio e gabella su gli uomini, gli animali e le merci, che da Gualdo entravano e poi transitavano nel territorio di Nocera. Anche in questo caso i Gualdesi ricorsero alla Santa Sede che, con Decreto dato a Roma il 6 Aprile 1663, per opera del su ricordato Cardinale Flavio Chigi, impose ai Gabellieri del Comune di Nocera, di non più esigere pedaggi e gabelle dai Gualdesi, pena la multa di cinquecento ducati d’oro e nello stesso tempo condannò quel Comune a restituire ai Gualdesi l’importo delle somme abusivamente percepite in passato per l’imposizione suddetta.

Dopo il Peresio, troviamo quale Commissario Apostolico, nel 1664, Filippini Orazio e dal 1665 al 1667 Gonfalonieri Alfonso. Durante il suo governo insorsero vivaci vertenze tra il Comune di Gualdo e la Camera Apostolica, essendo il primo debitore verso la seconda di varie annualità arretrate che, sotto il titolo di Sussidio, e nella misura di quarantasei scudi annui avrebbe già dovuto pagare. Il Comune di Gualdo si era appellato contro i Tesorieri Camerali dell’Umbria i quali insistevano pel pagamento, ma in pendenza della Causa di Appello, i Tesorieri stessi avevano intempestivamente pro­ mulgate le Rappresaglie contro il nostro Comune. Questo ingiusto e barbaro sistema di giustizia medioevale, di cui già più volte trattammo, aveva avuto subito pratico effetto, essendosi proceduto alla cattura di numeroso bestiame appartenente a privati e irresponsabili cittadini Gualdesi. Il Comune di Gualdo ricorse perciò alla Santa Sede ed ottenne dal Card. Antonio Barberini, Camerlengo Generale di Santa Chiesa, un Decreto dato a Roma il 26 Marzo 1667, con cui si ordinava ai Tesorieri dell’Umbria, pena la multa di mille ducati d’oro, l’immediata restituzione ai legittimi proprietari del bestiame catturato o del suo prezzo, se quello più non esistesse, prezzo da sborsarsi del proprio dai Tesorieri suddetti.

Dal 1668 al 1670, tenne il Commissariato l’Abate Mattei Ludo vico, dopo il quale, nel 1671, passò nuovamente in mano del su ricordato Alfonso Gonfalonieri, cui successero Giri Giovanni nel 1672, Morelli Pietro nel 1673, Antici Gelso di Bevagna dal 1674 al 1676, Modesti Alessandro e poi Benedetti Francesco Nicolo nel 1677, Vari Fulvio e quindi Bentivoglio Eleonoro di Sassoferrato nel 1678. Se­guì poi nel 1679 Sabellico Bartolo, nel 1680 Cesarini Bonifacio, nel 1681 Venanzi Francesco Maria e nel 1682 Grazia Vincenzo. Nell’Agosto di quest’anno, « perché non cessano i sospetti del contagio » come leggesi nei Libri Consigliari dell’epoca, si chiusero in Gualdo gli Ospedali. Tale disposizione, apparentemente insensata, non deve far meraviglia, ricordando che gli Ospedali di allora, più che veri e propri luoghi di cura, erano Ospizi per i poveri

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viandanti che, stanchi e malandati, transitavano nel territorio e potevano quindi divenire facilmente fomiti d’infezione. Dal 1683 al 1688, fu Commissario Pucciatti Giovan Filippo di Bevagna. Sotto il suo governo e propriamente il 28 Agosto 1684, il Gonfaloniere e i Priori di Fabriano si riunirono con il Gonfaloniere ed i Priori di Gualdo, sulle più alte vette dell’Appennino dividente i due Comuni, per la revisione dei confini territoriali che, come già vedemmo, erano stati causa di secolari conflitti tra le due vicine città. Dalla relazione che sino a noi è pervenuta di tale avvenimento, risulta dettagliatamente quale fosse allora la linea di confine del nostro Comune lungo l’Appennino ed io qui credo utile riferirla, sebbene molti dei nomi topografici allora in uso, oggi più non si riscontrino nelle località. Tale linea di confine cominciava adunque verso Fossato di Vico alla Stercorata, traversava successivamente il Colle della Codalina, il Tanco di Ceccone, la Collina di Monte Maggio, la Torre della Pulce, il Capo delle Valcelle tra Monte Maggio e la Bastia, i prati a destra dell’aia di Monte Maggio, il Piano dell’Orzala, Valsorda, la Valle dei Lupi, la Chiavellara, Borgazzolo o Schiena della Chiavellara, la sommità della Chiavellara, il Fosso o Valle delle Rose, le Pezzole, le Vescole e terminava infine verso Nocera alla Valle dell’Uomo Morto.

Dal 1689 al 1690 fu Commissario Ceccarelli Crispolto e nel 1691 il su nominato Grazia Vincenzo. Anche in quest’anno tornò ad incombere sulle nostre popolazioni il temuto pericolo della peste, tanto che il Comune, ai 18 di Marzo, stabilì di riparare le Mura Castellane, per impedire che vi penetrassero furtivamente dei forestieri, ordinò di chiudere le Porte della Città ad un’ora di notte consegnandosene poi le chiavi ai Magistrati, ed alle Porte stesse pose degli uomini armati di età tra i venti ed i sessanta anni, presi a turno nelle varie famiglie Gualdesi. Al Grazia, durante l’anno 1692, successe nel Commissariato Apostolico, il Conte Carlo Filippo Luzi e dal 1693 al 1597 Lenzi Caterino Angelo da Spello. In questo tempo gli abitanti di Palazzo Mancinelli, grossa borgata del nostro territorio, fecero istanza perché nei giorni 1, 2, e 3 Settembre, in occasione della festa di S. Egidio, che erano soliti di celebrare nell’omonima Chiesa esistente nel vocabolo Pian di Gualdo, potesse tenersi in questa località e propriamente presso l’Osteria del Giglio, anche una pubblica fiera. Il permesso fu concesso con Breve Pontificio del 10 Ottobre 1693 e così ebbe origine quella che è attualmente la più importante fiera del nostro Comune, fiera che nel 1927 dalla località Pian di Gualdo fu trasportata nel Capoluogo. Dopo il Lenzi, dal 1697 al 1699, tornò Commissario Cesarini Bonifacio, già nominato, e dal 1700 al 1701 Cavalieri Giuseppe Antonio da Comacchio. In quel principio di secolo, ininterrotto era divenuto il passaggio di milizie per la nostra città, attraversata com’era dalla Strada Flaminia, importantissima allora per l’assenza di Ferrovie. Il mantenimento di tali milizie durante il loro soggiorno tra le nostre mura, spettava alla Comunità di Gualdo che solamente

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con il principiare dell’anno 1701 aveva dovuto pagare duemilanovanta scudi per le truppe di passaggio; ciò immiseriva talmente l’erario Comunale, che il 17 Aprile di quell’anno si sentì il bisogno d’inviare un memoriale al Governo Pontificio, perché concedesse l’esenzione da tale tributo o facesse passare i suoi soldati per altra via.

Seguì poi come Commissario, dal 1702 al 1703, Agostini Domenico Bernardino. Nei primi mesi di quest’ultimo anno, special­mente il 14 Gennaio e il 2 Febbraio, forti scosse di terremoto spaventarono la popolazione Gualdese. Non si ebbero gravi danni a differenza di parecchi altri paesi Umbri, che in tale occasione restarono completamente distrutti; ma dal nostro Comune, come ringraziamento a Dio per lo scampato pericolo, si decretò la proibizione del Carnevale durante dieci anni, dovendosi invece sostituire in quel decennio le feste carnevalesche, con speciali funzioni religiose e offerte votive in alcune Chiese. Dopo l’Agostini venne di nuovo tra noi, quale Commissario, dalla fine del 1704 al 1706, il Conte Carlo Filippo Luzi e poi dal 1707 al 1709, Bruni Giacomo Francesco da Urbino.

In quest’epoca, i Perugini finalmente ottennero che il Corriere Postale, il quale da Roma andava a Bologna, anziché transitare per Gualdo seguendo la Via Flaminia, deviasse invece a Foligno e passando per Perugia e Gubbio, riprendesse a Scheggia il solito itinerario, allungando così il percorso di trenta chilometri circa. Era questo sempre stato un antico desiderio dei Perugini, che anche da Papa Sisto V, nel 1585, ottennero un Breve contenente la stessa concessione, la quale però per varie ragioni, specialmente pel cattivo stato delle strade nel territorio di Gubbio, non ebbe allora effetto, come pure rimasero sterili altri tentativi fatti nel 1675. Nonostante la viva opposizione del Comune di Gualdo, sostenuto anche dai Comuni di Nocera, di Fossato, di Sigillo e di Costacciaro, tutti tagliati fuori da quell’importante mezzo di comunicazione, questa volta i Perugini ottennero il loro intento e la disposizione rimase in vigore sino ai primordi del secolo XIX, in cui il Corriere Postale fu fatto di nuovo transitare per Gualdo. Il suddetto cambiamento di itinerario, danneggiava non poco i Gualdesi, che l’8 Novembre del seguente anno 1708, tornarono a protestare presso il Governo Pontificio, per le enormi contribuzioni alle quali veniva sempre sottoposta la loro città in occasione dei frequenti passaggi di truppe, le quali la lasciavano ogni volta impoverita e danneggiata, per la tracotanza degli ufficiali e l’ ingordigia dei soldati.

Dal 1710 al 1712 avemmo come Commissario Angelini Domenico e dal 1713 al 1714 Conti Antonio Alfonso da Spello. Il 4 Maggio del 1713 costui pubblicò un Bando con cui si comminavano gravi pene pecuniarie e corporali, contro coloro che avessero danneggiato le Mura Castellane e resa così possibile la penetrazione clandestina di estranei in città, cosa pericolosissima specie in tempo di pestilenza, e che questa minacciasse il nostro territorio, lo si desume anche dal fatto che poco dopo, il 15 Settembre, fu posto nuovamente in vigore il Bando contro la peste che già vedemmo

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promulgato nel 1691. Ma i Gualdesi ebbero nell’anno seguente una non meno sgradevole visita e cioè il passaggio di diecimila soldati Tedeschi diretti su Napoli, i quali attraversarono la nostra città, con quanto suo danno è facile immaginare, e nonostante le precauzioni prese, dopo non molti mesi si ebbe infatti la carestia e poi la peste. Al Conti successero i Commissari Valeriani Ludovico (1715- 1717), Onofri Giuseppe (1718-1724), Amici Ippolito (1725-1727) e Liberati Tommaso (1728-1730). In quest’epoca insorsero varie questioni interessanti il nostro Comune: I Frati del Convento di S. Agostino si rifiutarono di pagare le Imposte Camerali dichiarando di esserne esenti e per appianare la vertenza dovette intervenire l’Autorità Ecclesiastica con un Decreto del 10 Maggio 1729. Ad un’altra lunga controversia diede poi origine il Castello di S. Pellegrino nel territorio Gualdese. Possedeva tale Castello un proprio Statuto, consistente in una raccolta di concessioni e privilegi che aveva ottenuti, in varie epoche, dai Cardinali Legati di Gualdo, Antonio del Monte, Palmieri, Madruzzi, e Rambouillet, nonché da altre Autorità Eccle siastiche. Di detto Statuto esiste anzi una edizione a stampa, che dai Massari di quel Castello fu dedicata al Card. Orsini «protettore della Terra di Gualdo e del Castello di San Pellegrino » e che ha per titolo : « Statuta et ordinationes castri Sancti Peregrini Terrae Gualdi. (Romae. Ex Typographia Rev. Camerae Apost. 1647)». Tra i vari Capitoli degli Statuti in parola, uno di essi, avente la data 1530, prescriveva quanto appresso: « Liceat Universitati dicti Castri habere proprium macellum et posse ad libitum aliquem ad vendendum carnes ad minutum in eodem districtu libere deputare taxando Gabellam carnis in bononenis viginti, ita ut singulis annis conductori d. gabellae d. homines ultra bononenos viginti nil solvere compellantur ». Ma il Comune di Gualdo non voleva riconoscere al Castello di S. Pellegrino questo diritto di potere liberamente praticare la macellazione degli animali e la vendita delle carni nel Castello stesso e rivendicava a sé la privativa di esercizio di qualsiasi pubblico macello nel territorio Gualdese, sia tenendone la gestione per proprio conto, sia mediante appalto. Già una prima volta nel 1594 ed una seconda volta nel 1606, l’ Appaltatore del quattrino della carne in Gualdo, aveva agito contro gli abitanti di S. Pellegrino per annullare il diritto suddetto, ma gli stessi avevano ricorso alla Santa Sede ottenendone soddisfazione. Assai più tardi, tra il 1729 e il 1730, lo stesso Comune di Gualdo prese l’iniziativa per far valere definitivamente le proprie ragioni. Ne insorse un procedimento giuridico che si trascinò in lungo per molto tempo, tanto è vero che solo dieci anni dopo, con un Decreto Pontificio del 30 Marzo 1740 si riconobbero validi i diritti di Gualdo nella controversa questione. Al Commissario Liberati, subentrò dal 1731 al 1734, l’abbate Cartoni Pasquale. Durante la sua reggenza, tra il 1732 e il 1733, si ebbe un crudissimo inverno nella nostra regione. Molti furono i danni ed il 13 Decembre, quattro cittadini Gualdesi, e cioè Carlo e Gaetano Amoni, Cecilia di Simone, Orsola di Saverio Gramaccia, sorpresi da una violenta bufera di neve in Valsorda vi lasciaron la vita.

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All’abbate Cartoni seguì poi, nel 1735, Vespasiani Martino e fu in quest’anno, mediante Atto del 30 Agosto, che Gualdo definì con Nocera l’antichissima divergenza dei confini territoriali fissandoli come sono attualmente.

Dal 1735 al 1738, tenne il Commissariato Nuti Filippo di Assisi; dalla fine del 1738 ai primi del 1741, Nuti Lelio e poi sino al 1746 Corradini Giovan Battista. Durante il governo di costui, il Comune di Nocera, per la terza volta, tentò imporre ai Gualdesi tasse di pedaggio, per poter transitare nel territorio Nocerino. Ma il Comune di Gualdo fece nuova opposizione a questa ingiusta pretesa e il 20 Gennaio del 1742 ottenne in Roma un Decreto che, confermandone altri consimili del 1550 e del 1663, riconosceva ai Gualdesi il diritto di poter transitare liberamente nel territorio di Nocera, anche con bestie e merci, senza pagare pedaggio o gabella alcuna. Due anni dopo, nel 1744, ben altro transito si verificò nella nostra regione; intendo parlare di numerose truppe Spagnole che passando invasero e saccheggiarono le campagne Gualdesi. A tal proposito noteremo, che appunto in quest’epoca e specialmente du­ rante il Commissariato del Corradini, nei nostri Libri dei Consigli, ad ogni pagina s’incontrano proteste e lagnanze dei Magistrati di Gualdo, costretti ad imporre tasse esorbitanti per far fronte alle grandi e continue spese per il mantenimento e l’alloggio delle truppe mercenarie Pontificie, che di continuo transitavano nel nostro territorio impoverendolo e desolandolo sempre più. Inoltre il Governo Papale, che aveva dovuto sottostare alle ingenti spese inerenti a questi movimenti di truppe, se ne rifaceva ora nel 1748, tassando i Comuni dello Stato per due milioni di scudi, dei quali ben quattromilacentottantadue spettarono a Gualdo come sua quota.

Avemmo quale Commissario in quell’anno, Nanni Sebastiano di Città della Pieve e appena succeduto al Nanni l’altro Commissario Francesco Vittorio Rosa (1748-1752), riarsero le secolari questioni circa i diritti di pubblico pascolo lungo la zona di confine sulla montagna, diritti ai Gualdesi sempre contrastati dalle popolazioni confinanti. Questa volta la questione era insorta, perché i Nocerini negavano al Comune di Gualdo il diritto di poter affittare a pastori forestieri, quelle praterie poste lungo la linea di confine sull’Appennino, le quali infatti, per effetto della già citata Transazione del 21 Gennaio 1480, dovevano essere sfruttate in comune da Gualdesi e Nocerini, ma non potevano essere cedute ad estranei. I Gualdesi si difendevano asserendo che le praterie solite ad essere affittate ai pastori forestieri, non erano comprese nella zona pascoliva d’uso comune stabilita con la Transazione suddetta. Da ciò insorse una complicata lite giuridica, che fu portata innanzi alla Congregazione del Buon Governo per il definitivo giudizio e della quale ignoriamo l’esito, solo restandoci le testimonianze degli uomini di Boschetto, che il 10 Gennaio 1749 rendettero ragione al Comune di Gualdo.

Dopo il Rosa fu eletto Commissario Apostolico, dal 1753 al 1757, Flaviani Vito Antonio. Nel primo anno del suo governo, una nuova questione venne a turbare i rapporti, già non molto cordiali, tra i

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Comuni di Gualdo e Nocera, a causa del villaggio di Gaifana che, posto a cavaliere sul confine, apparteneva, come anche oggi, in parte all’uno e in parte all’altro Comune. Quello di Nocera aveva concesso in appalto la manifattura e la vendita del pane venale, per la porzione Nocerina di Gaifana, a persona del luogo e dipendente da quel Comune. Invece la parte di Gaifana che era sottoposta a Gualdo, veniva fornita di pane dall’Appaltatore che funzionava per la stessa città di Gualdo. Ora accadde che, avendo un carico di pane Gualdese destinato a Gaifana varcato a caso la strada del paese che serviva di confine, l’Appaltatore Nocerino ne fece arrestare il conducente e sequestrare il carico e gli animali che lo tra sportavano, sotto l’accusa di contrabbando. Riconosciuta l’inesistenza della frode, l’Appaltatore suddetto, portò su di un altro campo la questione, asserendo che a lui solo spettava il diritto di fornire di pane anche la porzione Gualdese del villaggio di Gaifana, per cui ne insorse una seria lite, che dovette infine essere sottoposta alla Sacra Consulta la quale, dopo un lungo giudizio, riconobbe del tutto infondate le pretese dell’Appaltatore Nocerino, condannandolo inoltre alla rifazione dei danni. Durante il Commissariato del Flaviani, la Camera Apostolica cedette al Comune di Gualdo il Torrione sovrastante l’attuale Piazza Vittorio Emanuele per collocarvi la Campana Comunale e il pubblico Orologio, che sin dal XV secolo esistevano nell’antico Palazzo del Comune, crollato pel terremoto del 1751. Il nuovo Orologio era già a posto nel Maggio del 1756 e pochi anni dopo, sopra il Torrione suddetto anch’esso dimezzato dal terremoto, fu costruita la loggia in mattoni che ivi tuttora si vede e venne in essa collocata la Campana Comunale. Il vecchio Orologio del Palazzo del Comune, in quello stesso anno 1756, fu trasportato sul campanile della Chiesa di S. Donato dove tuttavia esiste. Similmente, durante il Commissariato del Flaviani nel 1756, iniziaronsi le pratiche per la erezione dell’attuale Palazzo del Comune, essendo stata distrutta l’antica residenza, come si è detto, dal terremoto del 1751. Tali pratiche si protrassero a lungo, specialmente per difficoltà finanziarie e il nuovo Palazzo Comunale (che può ritenersi un vero modello del genere) per opera di una Ditta Lombarda assuntrice dei lavori, fu finalmente compiuto tra il 1768 e il 1769.

Seguì al Flaviani sino ai primi mesi del 1766, Del Bene Filippo, patrizio Romano, che il 29 Giugno 1762 emanò un Bando per disciplinare l’uso delle praterie situate sulla montagna nella zona in condominio coi Fabrianesi, che come fu detto era designata con il nome di Abutinato. Principalmente si vietava, nelle praterie suddette, di far pascolare armenti dal 1 di Aprile al 15 di Agosto, cioè durante il periodo di crescenza delle erbe e si prescriveva di falciarne i fieni soltanto dopo quest’ultima data. Quasi contemporaneamente e cioè il 9 Luglio, il Governatore di Fabriano pubblicava un identico Bando e ordinava altresì ai Fabrianesi di astenersi da qualsiasi atto ostile verso i Gualdesi che si recavano ad eser citare i loro diritti nell’Abutinato. Al Del Bene seguì, sino al

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1767, Torti Domenico e poi sino al 1772 Centi Giovan Battista. Costui, appena assunto al Commissariato, dovette occuparsi della inevitabile vertenza per. i confini tra Gualdo e Fabriano, avendo il primo di questi due Comuni nuovamente iniziato una Causa giudiziaria contro il secondo. A dire il vero, è però questo 1′ ultimo atto di ostilità tra le due popolazioni di cui ci resta memoria nei nostri Archivi, dopo quasi cinquecento anni dacché la vertenza era insorta e durava. Al Centi successe Meschini Flavio dal 1773 al 1777 e in quest’epoca si verificarono forti dissidi tra il Comune di Gualdo e la Curia Perugina : Un Breve di Papa Urbano V del 1369, poi riconfermato da Calisto III, da Paolo II, da Sisto IV, dalle Lettere del Conclave del 1552 e in ultimo da Pio VI con Breve del 25 Giugno 1776, stabiliva che alla Magistratura Gualdese fosse devoluta l’amministrazione della Giustizia nel territorio Comunale, salvo che per le Cause di eresia, lesa maestà, fabbrica di monete false, grassazioni stradali, violazioni di vergini ed omicidio, nei quali sei casi il processo si doveva invece svolgere davanti ai Magistrati di Perugia. Ma ciò nono stante la Curia Perugina, spalleggiata da quel Legato, sovente a sé devolveva anche le minori Cause spettanti alla Magistratura Gualdese, allora rappresentata dal Commissario Apostolico. Nel 1731, per queste discrepanze, il Comune di Gualdo sostenne una lunga lite contro la Curia di Perugia, davanti la Sacra Consulta, che con Decreto del 10 Agosto di quell’anno, confermò le prescrizioni emanate in proposito col su nominato Breve di Urbano V. Ma in seguito la Curia Perugina, tornò a violare la Lettera Papale, per cui nell’adunanza Consigliare del 4 Settembre 1774, si decise di ricorrere nuovamente alla Sacra Consulta e si chiese al Pontefice, ma inutilmente, che il Governo di Gualdo e suo contado, fosse dichiarato Governo di Breve, affinchè mai più in futuro potessero verifi carsi questioni consimili. Da tale pratica risulta inoltre che i Commissari Apostolici preposti al Governo di Gualdo, ricevevano in quell’epoca dalla Camera Apostolica, quale stipendio, la somma di dieci scudi ogni mese. Dopo il Meschini si ebbe come Commissario, dalla fine del 1777 al 1786, l’abbate Fratini Giovan Battista, seguì Arduini Pietro dal 1787 alla prima metà del 1790, poi Pisoni Giovan Battista sino agli ultimi mesi del 1791 e finalmente Biacchi Ludovico, che cessò dal suo officio nel 1798, col sopravvenire della Repubblica Romana. (1)

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Docum. N°. 100, 101, 102, 112, 1 21, 122, 123, 124, 126, 127, 128,129; Raccolta delle Pergamene. Sec. XVII. n°. 3, 5, 6, 7, 9, 10, 11 e Sec. XVIII, Iniziali A, B, C, D, E; Lettere originali dal 1595 al 1646, c . 18, 28 e dal 1595 al 1646, c . 36; Copia Lettere dall’anno 1671 al 1764, c. 125 sino a c. 130; Atti vari specialmente relativi all’Ospedale di S. Lazzaro ed alla Causa tra Gualdo e Nocera per i balzelli. N°. 2, 4, 49, 50, 53, 54, 56, 57, 59, 60, 62 ; Libro dei Consigli dal 1586 al 1590, c. 151t, dal 1590 al 1593, c. 54, 89t, 91t, 105t, 118t, 139t, dal 1593 al 1601, c . 14, 62t, 63, dal 1602 al 1607, c . 40, 108t, 111 t, dal 1607 al 1612, c. 21, 22, 23, 62, 97, 107, 103, dal 1612 al 1617, c. 32, dal 1617 al 1623, c . 22t, 31t, 36, 361, 38t, 39, dal 1630 al 1635, c . Ut, 19t, 21t,

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Durante i due secoli in cui Gualdo fu governato dai Commissari Apostolici, come abbiamo visto, cessò ogni vestigio di vita politica nella nostra città, tanto è vero che nessun avvenimento storico di qualche importanza ci fu dato di riferire. II Seicento ed il Settecento, furono infatti i due secoli più miseri per la nostra Terra. Il popolo snervato e sfiduciato, senza più idealità politiche, veniva distratto dai Governanti con feste, processioni, elemosine e sollazzi. Tra questi ultimi fu presso di noi in gran voga la così detta Caccia del Toro, vera parodia della Corrida Spagnola e barbaro tormento a cui si sottoponevano i buoi prima di condurli al macello, quando a questo erano destinati. La Caccia aveva luogo nella Piazza del Comune o Piazza Grande e molti anni or sono, ai suoi sbocchi stradali, vedevansi ancora i resti delle catene con cui si sbarrava il passo alla folla, per impedire disgrazie durante lo spettacolo; anzi una di queste catene ancora esiste sull’angolo della Cattedrale presso la fontana. I nostri Libri Consigliari, sono uno specchio fedele della grama vita cittadina di quei tempi : In essi non si tratta d’altro che di provvedimenti contro le carestie e le pestilenze, flagelli che con i terremoti, come tra poco vedremo, desolarono a lungo in quell’e poca la nostra regione. I Priori del Comune si affaticavano ad emanare Bandi sulle quarantene sanitarie e sull’annona e qui piacerai ricordare un calmiere del 1646, con il quale si prescriveva che l’olio dovesse essere venduto baiocchi 8 1 / 2 la foglietta (mezzo litro), deter minazione di misura che, sia qui detto per incidenza, troviamo usata in Gualdo sin dal XV secolo, la carne di castrato 16 quattrini la libbra (il quattrino corrisponde a poco più del nostro centesimo), quella di agnello 15 quattrini, di vacca 13, di vitello 14, di porco 15, di capra e pecora 10. Per il grano si stabiliva il valore di scudi 6,40 la soma (misura che presso a poco equivale ad un peso di Kg. 216); il pesce del Trasimeno, se grosso 9 baiocchi la libbra, se piccolo da 2 a 3, ed 8 baiocchi l’anguilla. Per ogni giullo (pari a circa centesimi 54 di nostra moneta) si dovevano dare di pane bianco 8 libbre e quattro once e di pane bruno libbre 10 ed once 4. Altra grave preoccupazione per il Comune era quella di pagare i non lievi balzelli dovuti alla Camera Apostolica, balzelli che a dire il vero, il più delle volte restavano insoluti, come ce ne fanno fede le molte suppliche che ogni tanto venivano rivolte dai Priori Comunali alla Santa Sede, perché alla città venisse condonato il pagamento dei tributi arretrati
107, 109, 150t, 194, dal 1635 al 1638, c. 19, 117, dal 1642 al 1647, c. 113, 124t, 187t, dal 1647 al 1658, e. 134t, 184t, 274t, dal 1679 al 1685, c. 105t, 159t, dal 1685 al 1698, c . 76, dal 1698 al /707,’c.49t, 84t, 86, dal 1708 al 1718, c . 8, 74t, 75, dal 1752 al 1762, c. 131, 132, 133, dal 1762 al 1765, c. 13, dal 1765 al 1788, c . 77, 145. – R°. Arch. di Stato di Firenze: Miscellanea Strozziana. Prima Serie, Filza 238, da c. 25 a e. 32 – Arch. Storico di Fabriano : Sezione Cancelleria. Confini. Vol. 1, Fasc. V (doc. 3, 4, 5, 6, 7) e FasC. VIII, IX, X, XI; Vol. 347 (Catasto di Gualdo); Liber Viridis. c . 47 (Allegato) – R°. Arch. di Stato in Roma: Statuto di Gualdo. N°. 216. Da c. 156t a c. 159 – Arch. Antico del Tribunale di Perugia: Anno 1618, Busta VI, Fasc. 5 bis; Anno 1638, Busta IV, Fasc. 7 e Busta VI, Fasc. 18.

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e insoddisfatti. Le guerre prima, poi le carestie, le pestilenze, i terremoti ed altre calamità naturali, ebbero anche una notevole ripercussione sullo sviluppo della nostra popolazione, che invece di aumentare andò gradatamente diminuendo dal XVI al XVII secolo. Nessun dato ci è pervenuto circa il numero degli abitanti nella nostra regione prima del Seicento, ma da vari indizi dobbiamo ritenere che esso, in precedenza, fosse stato notevolmente maggiore. Né ciò deve meravigliarci essendo stato questo un fenomeno che, per effetto di identiche circostanze, si verificò in molti altri luoghi dell’ Umbria e basti citare il suo maggiore centro, Pe rugia, dove dal 1591 al 1680, gli abitanti della città da 35.000 scesero sino a 15.000 «terribile conclusione di quei tempi esiziali» come scrisse il Bonazzi. A quale numero fosse ridotta la popolazione Gualdese nella prima metà del Seicento, noi possiamo apprenderlo da Ludovico Jacobilli, il paziente e instancabile Storico Folignate, che ci tramandò nei suoi manoscritti una dettagliata statistica del Comune di Gualdo nell’epoca in cui egli visse, cioè nella prima metà del Seicento e tale statistica va considerata come il primo rudimentale censimento compiuto nella nostra regione. Completandola con qualche altro dato sino a noi pervenuto riferentesi ai territori di Pieve Compresseto e Poggio S. Ercolano, non considerati da Jacobilli perché località allora appartenenti al Comune di Perugia e quindi fuori della giurisdizione di quello Gualdese, possiamo ritenere, con assai grande approssimazione, che in quella prima metà del Seicento così fosse distribuita la popolazione nel territorio di Gualdo: Tutto il Comune, nei suoi attuali confini, comprendeva 3815 abitanti, raggruppati in 825 famiglie; di queste 517 erano nel territorio e 308 nella città; degli abitanti 1404 in quest’ultima e 2411 nel territorio. In questo la popolazione era distribuita come appresso; Casale famiglie 17, abitanti 85; Vaccara f. 13, a. 65; Palazzo Mancinelli f. 34, a. 158; S. Pellegrino f. 70, a. 259; Nasciano con Piagge e Palazzetto f. 20, a. 117; Crocicchio f. 25, a. 100; Caprara f. 25, a. 116; Pastina 10, a. 43; Voltole f. 8, a. 47; Grello f. 21, a. 118 ; Monte rampone f. 13, a. 77; S. Giovanni di Morano (allora chiamato S. Giovanni di Catigliano) f. 14, a. 122; Morano propriamente detto f. 12, a. 127; Rigali f. 54; a. 250 ; Corcia f. 3, a. 24; Roveto f. 14, a. 69; Gaifana f. 10, a. 47; Busche f. 14, a. 73; Pieve di Compresseto f. 111 , a. 488; Poggio S. Ercolano f. 29, a. 126. Nei suddetti 1404 abitanti della città, erano compresi 44 Preti, 34 Frati e 64 Monache. Un sì gran numero di Ecclesiastici non deve far meraviglia, considerando lo spirito religioso dei tempi e l’accentramento nelle loro mani della direzione di qualsiasi manifestazione della vita pubblica, non esclusa l’educazione della gioventù. Anzi, a proposito d’istruzione pubblica durante quell’epoca, va subito notato che nessun indizio noi abbiamo, per arguire che agli abitanti rurali, fosse impartito pubblicamente il benché minimo insegnamento. Solo nella città il Comune manteneva a sue spese pubblici maestri che, quasi senza eccezione, appartenevano al Clero. Preti e Frati insegnavano infatti Grammatica, Rettorica, Teologia, Filosofia, ed altre Scienze e nei

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primordi del Settecento, ogni maestro di scuola percepiva dal Comune settantacinque scudi all’anno ed impartiva le lezioni in un ambiente dell’antico Palazzo Priorale. Eccettuati i giorni festivi, la scuola durava tre ore prima del mezzogiorno e tre ore nel pomeriggio post vesperas. Gli alunni erano condotti alla Messa ogni mattina, e tutti i sabati, dopo la scuola, recitavano le Litanie della Madonna. S’impartiva loro, con la massima cura, anche l’insegnamento della Dottrina Cristiana e dovevano frequentare i Sacramenti almeno due volte al mese. (1)

Come sopra abbiamo accennato, la miseria morale e materiale della popolazione Gualdese nei secoli XVII e XVIII, fu favorita da una lunga sequela di calamità naturali, che non mancarono di avere anch’esse una funesta influenza sullo sviluppo e sulla prosperità della vita cittadina. Sembra quasi, che l’eterne leggi compensatrici dell’Universo, cessate fra noi le grandi rivoluzioni politiche, volessero a queste supplire con gli sconvolgimenti della Natura. Già intorno al 1590, una forte carestia aveva affamato la nostra regione, tanto che con gravi sacrifici di danaro, si dovettero far venire da fuori i cereali di prima necessità ed alla carestia era seguita, come sempre avveniva, una pestilenza che non si potè tenere lontana neppure isolando completamente la città, le Porte della quale vennero rigorosamente chiuse ai viandanti forestieri. Nell’Aprile del 1593 un terremoto arrecò qualche rovina nella regione, nel 1611 caldi tropicali e poi freddi intensissimi, seccarono la maggior parte delle piante coltivate nel territorio, con quanto danno per l’agricoltura è facile immaginare, e nel 1612 un nuovo violento terremoto danneggiò moltissime abitazioni Gualdesi, tra l’altro il Palazzo dei Priori e la Torre sovrastante alla Porta Civica di S. Martino.

In conseguenza di tali fatti, oh ingenuità dei tempi, il Comune di Gualdo si rivolse al Pontefice, per dichiarare che i Gualdesi ritenevano tutto ciò quale una punizione divina, per essere forse incorsi, senza volerlo, in qualche scomunica e ne impetravano perciò una generale assoluzione dal Santo Padre il quale, con Breve del 23 Novembre 1612 dato a Roma e diretto al Vescovo di Nocera, concedeva infatti la richiesta assoluzione, facendo però obbligo agli abitanti di Gualdo, di sottostare ad alcune pratiche pie, digiuni, e lemosine, etc. in segno di espiazione. Ma certo o non fu valida l’assoluzione, o non fu espiata la pena, poiché invece nel seguente anno 1613, piogge torrenziali e insistenti, fecero straripare i piccoli ma numerosi torrentelli che scendono dall’Appennino, allagando e devastando tutta la fertile sottostante pianura. Poi nel 1654, vi fu una nuova carestia, alla quale subentrò, dal 1656 al 1660, una spaventevole peste, che si diffuse tra la popolazione con incredibile rapidità e sì gran numero di vite umane giornalmente mieteva, che il Commissario Apostolico, il quale governava Gualdo

(1) Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. II. 16, e. 120 e seg. – Arch. del Vescovato di Nocera: Atti di Sacre Visite in Gualdo – L. Jacobilli : Di Nocera iteli’ Umbria e sua Diocesi. Già cit. Gap. XI.

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in quel tempo, dovette ricorrere al Papa invocando energici e solleciti provvedimenti per impedire che la città rimanesse affatto privata dei suoi abitanti. Dal Governo Pontificio fu infatti mandato, appositamente, Mons. Claudio Marazzani, Commissario per la Sanità nella Provincia dell’Umbria con pieni poteri, e pare che costui non se ne stesse con le mani alla cintola, poiché le memorie di quel tempo abbondano di numerosi e talvolta anche atroci particolari, intorno ai mezzi che furono posti in opera per vincere l’epidemia. Basti dire che il quartiere più colpito dal morbo, cioè quello nei dintorni della Rocca Flea, venne dato in preda alle fiamme e poi raso al suolo e moschettati, come sta scritto nei documenti contemporanei, cioè fucilati, non pochi cittadini che a viva forza si erano opposti alla distruzione delle loro dimore o ne avevano sottratte le masserizie infette destinate alle fiamme o che fuori uscivano dalle proprie abitazioni, nelle quali venivano, senza pietà e senza aiuto, rinchiuse quelle famiglie che avevano qualche loro membro colpito da peste. Nella tradizione paesana, è anzi restato tristamente famoso un tale Binosse, temibile malvivente e masnadiere, a cui venne concessa la libertà durante il contagio purché si assumesse l’incarico di carnefice. Pare anzi che Papa Alessandro VII, avesse comandato di devastare completamente la nostra città, per distruggere il fomite dell’infezione, ordine che sarebbe stato poi revocato, solo in seguito alle preghiere ed alle rimostranze del Gualdese Mons. Salvetti, allora Abbate Commendatario della nostra Abbazia di S. Benedetto. Il Commissario Mons. Marazzani, chiamò persino a sé un Padre Predicatore, il Francescano Tommaso da Terni, affinchè dal pulpito diffondesse nel popolo le nozioni che allora si ritenevano più adatte per vincere la terribile epidemia, e costui dell’opera sua lasciò così buona memoria, che i Gualdesi, finito il flagello, lo richiesero quale Padre Guardiano nel loro Convento di S. Francesco.

Non è difficile rintracciare qualche memoria di questa fiera pestilenza nei documenti dell’epoca. In un Registro dei Defunti della Parrocchia di S. Donato, leggonsi, ad esempio, le parole seguenti : «Nota detti morti dì contagio l’anno 1656 e l’anno 1657 che Iddio ci libberi noi et tutto il Christianesimo ». Seguono poi molti nomi alla rinfusa, senza neppure le solite notizie con le quali si registrava il decesso di un individuo e tali nomi portano a margine l’annotazione: « Seppelliti tutti al fosso » e qualcuno anche « Moschettato ».

Un altro documento contemporaneo della pestilenza in discorso, trovasi in una Vacchetta posseduta dalla famiglia Albrigi di Gaifana. Da esso si apprende come la pestilenza, soltanto nei primi mesi della sua comparsa, avesse già mietuto nel territorio Gualdese cinquecento vittime circa e piacemi qui trascrivere integralmente il documento in discorso, assai interessante nella sua ingenuità. Esso dice esattamente così: «A dì 14 di Luglio 1656. Memoria del tempo che cominciò la peste nel castello di Colle, che la portò Giapechetto di Virgilio dalle Maremme per via d’un Napolitano per essersi accompagnato con lui il giorno, e la notte morì il detto

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Napolitano ; e lui lo circò e gli levò alcune robbe e dinari, e di qui venne la peste a lui, et appestò tutto il detto castello di Colle, e poi alla Costa, il Poggio di Parrano, e a Santa Croce del Poggio di Sorifa, e il Ponte pure di Parrano, e l’Isola, le Molina, e la Gaifana, che fu tra due vuolte che era cessata, poi ritornò de nova e durò da sei mesi incirca; a Boschetto e Gualdo, che là vennoro a robbare a Colle nella Cupa, che si faceva lazzaretto; et in tutto questo di Nocera ne morirno da cinquicento incirca, et altri tanto ne morirno a Gualdo, da cinquicento altri incirca. Per preservarsi da detto male non bisongnava toccare niente di quello che avevano toccato quelli che erano infetti, perché subbitamente s’ infettavano gli altri per toccare quelle robbe che havevano maneggiate gli infermi, ma bisongnava di stare di scosto che fu necessario di facete li cappa nelli per li campi. E così poi si comenciò a cessare. Non si poteva dare aiodo l’uno con l’altro: il patre era necessario di abandonare il figlolo, così la matre le figlie e fratelli e parenti e amici. Al’hora non vi era riguardo alcuno, perché beato quello che si poteva salvare, e quando erano morti si mettevano per li campi, come le bestie si spaginavano e poi si faceva il foco di sopra. E per salvare alcune robbe di casa bisongnava di spurgarle, e farle stare alle serenate ; e le case dove erano morte le persone bisongnava pure con foco spurgarle, e poi bisongnava di farle imbiancare con la calcina e con zolfano e pece navale pure si adoprava. Ma se Iddio ne guardi, che mai più vi ritornase, bisongna subbito farli fare la quaranta, solo di non toccare niente di quello che havesse manegiato quello infetto, ma bisongna di abrugiare ogni cosa, e così si viene a preservare dal male contagioso. Io ho fatto questo perché mi san trovato presente a questo spettacolo, che il Signore Dio ne guardi, che vi ritorni mai più. Io D. Simone di Giovanni Mancia ho scritta questa memoria».

Sempre a proposito di questa pestilenza, ci resta notizia che la Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, l’anno 1658, per timore del contagio, dispensava il Guardiano del Convento Francescano di Gualdo, dal venire al Capitolo che doveva tenersi il 22 Gennaio alla Porziuncola e disponeva che esso potesse dare per procura il suo voto.

Cessava alfine la terribile epidemia, ma in quale stato di desolazione e squallore lasciasse Gualdo è più facile immaginare che descrivere, e certo non adeguato sollievo avrà portato alla città, la dilazione di nove anni che il Pontefice le concedeva pel pagamento dei balzelli dovuti all’erario. Basti dire che i soli provvedimenti presi per soffocare il contagio, costarono al Comune tremila scudi, somma enorme in quell’epoca.

II timore della peste dovette poi rimanere a lungo nella popolazione, come è dimostrato da numerose disposizioni sanitarie prese in seguito dai nostri Magistrati, e dalla pestilenza su descritta, si era appena risollevato il nostro paese, quando tornarono a travagliarlo nuove calamità: Un terremoto nel 1703, una carestia nel 1715, una lieve peste nel 1716, ancora un terremoto nel 1729, ed un altro tortissimo il 17 Aprile del 1747, vi apportarono successivamente gravissimi danni. E fu appunto in occasione

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dell’ ultimo disastro, che Papa Benedetto XIV, per offrire qualche sollievo all’esausta città, con Breve del 30 Settembre 1747, stabilì infatti che le imposte già pagate o da pagarsi per quell’anno alla Camera Apostolica, sarebbero state tutte destinate a restaurare gli edifici danneggiati ed a ricostruire quelli distrutti e che per i susseguenti anni 1748 e 1749, nessun balzello avrebbero dovuto versare i Gualdesi alla Camera suddetta, fatta eccezione per l’imposta sul macinato e per altre due tasse minori. Ma non erano ancora del tutto riparate le cadenti abitazioni, quando la notte del 26 Luglio 1751, data memoranda per noi, un altro spaventevole terremoto, che si ripetè ad intervalli per tutta la notte e nei giorni successivi, distruggeva quasi completamente la città apportandole così il colpo finale, come dice una iscrizione dell’ epoca dove infatti leggesi la frase:
« Terram Gualcii ingentibus terrete motibus disiectam, ac pene in saxorum aggerem redactam ……. Il Catalani, continuatore degli Annali d’Italia del Muratori e gli altri Storici dell’epoca che scrissero su tale immane disastro, rilevano con meraviglia, il piccolo numero di cittadini Gualdesi che trovarono la morte tra le macerie, e ciò si deve al fatto che alcune più lievi scosse di terremoto, avvertite sul far della notte, avevano messo in guardia la popolazione, la quale si era perciò rifugiata all’aperto. Fu appunto in quel frangente, che restava quasi completamente distrutto il Palazzo del Podestà, e la sua al tissima e massiccia Torre crollava in parte, venendo poi barocca mente riparata nella sua sommità, con la Loggia in mattoni che vi si vede al presente. Questo antico e bel Palazzo, dove appunto risiedevano i Podestà, sorgeva infatti sul fianco settentrionate della suddetta Torre, anche oggi sovrastante la Piazza Vittorio Emanuele, allora chiamata Piazza del Comune o Piazza Grande e sul suo fianco si osservano ancora distintamente le tracce dei vari piani del crollato edificio che, come si è detto, era addossato alla Torre. Più che un Palazzo nel significato ordinario della parola, esso consisteva invece, come del resto allora si usava, in una piccola fortezza, che veniva anzi indicata assai spesso con il nome di Cassero. Trovo infatti nel nostro Archivio Notarile due Istrumenti, uno del 1376, e l’altro del 1467, il primo dei quali si dice rogato «in cassaro Comunis, ante portam turris platee Comunis Gualdi, in claustro sive anteporto dicti cassari » ed il secondo « in terra Gualdi, ante portam cassari, residentie domini Potestatis, in Porta Sancti Benedicti, juxta plateam ». Da un altro Istrurnento del 12 Settembre 1490, apprendiamo poi che questo edificio era persino difeso da un fossato, «foveum cassari Potestatis» e finalmente da un Atto del 26 Settembre 1491, ci risulta che nella sua Loggia (più sopra chiamata claustrum o anteportus) si giudicavano pubblicamente gli accusati e che, attiguo all’edificio stesso, erano anche le Carceri Comunali. Il Terremoto abbatteva nello stesso tempo il Palazzo del Comune, anche chiamato Palazzo dei Rettori delle Arti e dei Priori, contenente tra l’altro la Cancelleria e gli Archivi, questi ultimi, nei primi del Cinquecento, assai danneggiati da un grave incendio, tanto è vero che, fatta eccezione per le Pergamene, i nostri Atti Municipali, non vanno più

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indietro dei primi anni di quel secolo. Il Palazzo del Comune, esisteva di fronte a quello del Podestà, dall’altro lato della Piazza omonima, presso a poco nel luogo dove sorge quello attuale. Era stato costruito nei primi anni del Trecento, tanto è vero che in un documento dell’Archivio Vaticano, avente la data 5 Luglio 1315, il Palazzo stesso trovasi nominato con l’appellativo di nuovo. Questo edificio, benché sorgesse a pochi passi da quello del Podestà che faceva parte del Quartiere di Porta S. Benedetto, apparteneva invece al Quartiere di Porta S. Martino, e nei documenti del XIV e XV secolo, è infatti sempre indicato come esistente « In Porta S Martini, juxta plateam Comunis». Anche gli altri principali edifici cittadini, qual più qual meno crollarono; per lo sconvolgimento del suolo, persino le fontane della città cessarono di dare acqua, essendosi improvvisamente prosciugate le sorgenti sulla montagna, e solo dopo qualche tempo, tornarono man mano a fluire, presentandosi però, per vari mesi, torbide e limacciose. Basti dire che nel 1754, ancora perdurava la grande scarsezza d’acqua nelle nostre sorgenti, dalle quali forse mai più sarà sgorgata con l’abbondanza di un tempo. Neppure il territorio Gualdese sfuggì alla grande rovina; sopra la porta di una casa nel Villaggio di Busche, vedesi anche oggi murata una lapide di pietra arenaria, con un’iscrizione corrosa dagli anni, ma dove ancora si leggono le seguenti parole: Gesù Maria Misericor. A caosa del trevuoto seguito lì 26 Luglio 1751 fu fabricata di nuovo il presente A. D. 1752.

Efficace aiuto alla disgraziata città, arrecò allora il Pontefice Benedetto XIV, che unitamente al Corpo Cardinalizio, inviò abbondanti sussidi in denaro. Il suo Vicario Card. Guadagni, fu specialmente incaricato di raccogliere offerte nelle Chiese di Roma, e in tutto lo Stato Pontificio si domandarono e ottennero moltissime e largizioni per volere del Papa, che mandò anche sul luogo, con pieni poteri, Mons. Pietro Paolo Conti, Segretario della Congregazione del Buon Governo, perché personalmente prendesse visione del disastro e riferisse sul da farsi. Anche il Vescovo di Nocera Mons. Chiappe e il suo predecessore Mons. Borgia, che era andato Arcivescovo nella città di Fermo, si adoperarono attivamente a pro della derelitta popolazione Gualdese. Il Chiappe si recò anzi in Gualdo, tra le pericolose rovine, quando ancora non era del tutto cessato il movimento tellurico, e vi distribuì abbondanti elemosine, provvedendo alle più urgenti incombenze, tanto che in seguito il nostro Consiglio Comunale, con Atto del 20 Luglio 1755, per gratitudine esonerò la Mensa Vescovile di Nocera, durante il suo Vescovato, dal pagamento delle tasse che gravavano su i molti beni posseduti dal Vescovato stesso nel Comune di Gualdo. Il Borgia poi, dalla lontana Diocesi di Fermo, inviò il suo Architetto Domenico Fontana, perché dirigesse i restauri, rilasciò ai Gualdesi le pingui rendite dell’Abbazia di S. Benedetto che aveva in Commenda e fece anch’esso pervenire, copiosi sussidi, raccolti nel territorio Fermano. Il Consiglio Comunale, in segno di espiazione, nell’adunanza del 22 Agosto 1751, come già aveva fatto in occasione del terremoto del 1703, proibiva per dieci anni le feste

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carnevalesche e lo Steccato o Caccia del Bue, il barbaro giuoco popolare allora in gran voga tra noi, del quale già abbiamo parlato e prendeva inoltre a comprotettori della città S. Anna e S. Emidio, ai quali decretava un culto speciale. La festa di S. Anna ricorre infatti il 26 Luglio, giorno in cui avvenne il disastro e S. Emidio è protettore contro i terremoti. Dalla suddetta adunanza del Consiglio, risulta altresì, che il movimento tellurico, benché già trascorso un mese di tempo dal dì del suo inizio, pur tuttavia non era ancora completamente cessato. L’anno seguente poi, con Chirografo del 22 Marzo, il Pontefice esentava i Gualdesi, per tre anni, dal pagamento della maggior parte dei Dazi Camerali e stabiliva che, per altri tre anni, detti dazi dovevano esigersi ma però erogarsi per i pubblici bisogni del Comune di Gualdo. (1)

Anche oggi, dopo quasi due secoli, la città conserva abbondantissime tracce della distruzione allora subita e basta osservarne le abitazioni umili, irregolarissime e basse, con le muraglie in massima parte rafforzate e sorrette da contrafforti e speroni ; i numerosi orti nell’interno dell’abitato, sorti sull’area di case non più ricostruite, che da lungi risaltano, come gaie chiazze di verde, sul grigio ammasso dei fabbricati, e gli antichi campanili, le cui cime allora cadute, vennero tutte sostituite da più moderne costruzioni in mattoni.

A proposito del terremoto Gualdese, è capitato tra le mie mani un rarissimo foglietto a stampa dal titolo «Distinta Relazione dei danni cagionati dal Terremoto nella Terra ragguardevole di Gualdo di Nocera, seguito la notte del 26 Luglio 1751». Il foglio appare edito « In Foligno presso Feliciano e Filippo Campitelli Stampatori Vescovili 1751 » e fu per certo scritto subito dopo il disastro, da persona che si trovò ad esso presente. Questa genuina e dettagliata narrazione, meglio di qualsiasi studiato racconto, ci riporta a quel luttuoso momento ed a me piace qui riprodurla, con tutta fedeltà, per intero:

« Suole il nostro misericordiosissimo Iddio per farci ravvediti di volta in volta farsi vedere adirato col flagello alla mano, che scaricato sopra di noi ad altro non mira, che lasciato il peccato, ad una vera penitenza ci disponiamo. Si fece però sentire con voce sensibilissima in tutta quasi l’Italia con spaventevoli scosse di Terremoto li 26 di Luglio, giorno memorabile di Sant’Anna della

• Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XVII. Perg. n°. 8; Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XI11 al XVIII secolo. Decimi. 123, 126, 127, 128 ; Copia-Lettere dall’anno 1671 al 1764, c. 138 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382, c. 5t, 99 ; di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499, c. 158, 178, 203, 207t – A. Borgia : Omelie. Fermo 1757. Omelia XXX, pag. 417 e seg. – A. Alfieri : La Cronaca della Diocesi Nocerina nell’Umbria di Alessandro Borgia. Trad. Ital. con Note. Roma 1910. pag. 76 e seg. -F. FERRI: Relazione dei danni cagionati dal ter­remoto nella Terra di Gualdo di Nocera la notte del 26 Luglio 1751. Foligno e Macerata 1751 – O. MATTIOLI: Relazione del Terremoto di Gualdo (Ms.) – Fra Agostino da Stroncone M. O.: Umbria Serafica (Ms. del sec. XVII pub­ blicato in Miscellanea Francescana. Foligno. Vol. XII, pag. 87) – G. CATALANI: Prefazioni critiche agli Annali d’Italia del Muratori con la giunta della Storia d’Italia dall’anno 1750 al 1754. Roma 1754. Tomo II, pag. 825 – Arch. Va­ticano : Arm. IV. 87. Miscellanea.

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notte seguente, e non vi è stato Luogo, Città, Terra, Castello, e Villaggio, che non abbia udita una tal voce, ed in alcuni Luoghi sperimentato altresì sicuro il castigo. Ma frattanti, che l’hanno sperimentato con tanto lor danno, più d’ogni altro Luogo ha dovuto soffrirlo l’antica ed illustre Terra di Gualdo uno dei Luoghi più ragguardevoli soggetti alla Diocesi di Nocera, il di cui funesto successo senza lagrime agli occhi non puole rammentarsi, non che raccontarsi da chi Spettatore, presente in detto Luogo trovossi. Seguì dunque in tal guisa: Verso le ore due in circa della notte suddetta furono sentite tre scosse di Terremoto, una successiva all’altra, che se non arrecarono gran terrore, perché non molto spaventevoli, almeno diedero qualche fondato timore, ed indizio di qualche terribilissima scossa, che avesse ad accadere in quella medesima notte, mentre da taluni osservato il Ciclo sulle ore quattro e mezza, fu veduto ottenebrato ed oscuro nella parte occidentale, quantunque non fosse da verun nuvolo offuscato; che però su tal timore alcuni risolvettero di non porsi a letto, e vegliare fin’al giorno, ed altri, ma pochi, di uscire fuori del Luogo per sicurezza. Ed infatti alle ore cinque e tre quarti si fece sentire la voce del Signore con una scossa così terribile di Terremoto, che non solo destò tutta la Terra, ma fece sì, che lasciate per fino le proprie vestimenta sì dall’uno, che dall’altro sesso, tutti in confuso uscirono fuori di Casa chi colla sola Camicia, chi mezzo ignudo, e chi ignudo affatto, cercando ognuno non tanto coprire loro stessi, quanto la propria salvezza ; ed in vero lagrimevole cosa era vedere gemere le famiglie, piangere chi il Padre in ordine ai Figli, chi li Figli in ordine ai Padri e Madri, chi i Mariti e le Moglie in ordine ai Coniugati, mentre dispersi non si ravvisavano tra di loro, perché fuggitivi chi in questa parte, chi in quella, non sapevano ove andare dal buio della notte ottenebrata. La maggior parte rifugiata si era però nella Piazza di essa Terra, non solo perché capace di ricevere un buon numero di gente quanto altresì per ricorrere alla miracolosa Immagine di Maria Santissima del Soccorso lasciata dalli P.P. Missionari Cappuccini nella Chiesa di S. Benedetto, sulla fiducia, mercé la di lei valevolissima intercessione presso il di suo Divinissimo Figlio di dover restare immuni da sì gran flagello che vedeasi volere Iddio scaricare sopra detto Popolo di G ualdo; ma quantunque le voci, li pianti, e le suppliche fossero così forti, così accese, non però si scorgea volersi placare il giusto sdegno del nostro supremo Signore, mentre seguitando a scuotersi la Terra con nuove scosse in guisa tale, che appena cessata una succedeva l’altra non davano speranza alcuna di scampare un simil flagello. Onde il gran Popolo adunato in essa Piazza, dopo un’ora, vedendo sempre più sovrastare il gran pericolo se si fosse più lungamente temporeggiato lo stare in Piazza, a persuasione di un Sacerdote e di altri più Sensati della medesima Terra, fu pensato ovviare il pericolo, con uscire fuori a campagna aperta, e fattosi ognuno d’animo generoso, benché con gran pericolo di loro vita, a causa d’una Strada bene stretta, per dove doveasi passare, e che non dovesse scaricarsi con una gran tempesta di tegole, che si dubitava potessero in quell’istante cadere dall’alto, fu arrivato felicemente in un Piano sicuro di dover restare soprafatto dalle macerie; ma non per questo cessò il timore e lo spavento, che si accrebbe ad ognuno, poiché non cessando ad ogni poco di tempo le scosse vieppiù sensibili di Terremoto, fu giudicato, che avesse a terminare con una scossa così terribile, che avesse ad aprirsi la Terra e tutti restar vittima del Divin furore, ingoiati e sepolti; e ciò lo dimostrava non solo la Terra, che mai fermossi, ma altresì il cielo che in rimirandosi

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oscuro e tetro con apparato sì orribile che pareva volesse scaricar fuoco e vibrar fulmini per incenerire. Si vedea altresì una Stella, che osservata da molti, ora pallida, ora negra, ora rossa faceasi vedere in modo tale, che in ogni variazione, che succedeva, entro poco spazio di tempo la Terra più orribilmente veniva scossa, e così seguitando fino alle ore sette e mezza incirca della notte, quasi tutti stavano aspettando la morte, non già perché avesse a cadergli sopra qualche macigno, ma per il timore che avesse ad aprirsi sotto dei piedi la Terra. Alle ore 7 e tre quarti venne la terribilissima e spaventosissima seconda scossa, che sollevando la terra, già pareva che in quell’istante, tutti dovessero restare ingoiati; e che sia il vero un Sacerdote della Missione, che ritrovavasi presso questo sfortunato Popolo, fece a tutti in generale domandar perdono dei loro peccati al Signore, e a tutti diede l’Assoluzione generale ed egli si fece assolvere da un Sacerdote, benché non Confessore, perché ognuno credette che avesse a sortire la morte in quel punto di tutti; e che ciò non sortisse fu attribuito a miracolo della Beatissima Vergine, che intercedette la grazia di scampare dalle mani di un Dio giustamente adirato. Non perdonolla però al Luogo e se alcuno trovato si fosse al gran flagello, come trovoronsi li poveri Gualdesi, ed avesse data un’occhiata alle Fabbriche, avrebbe in un medesimo tempo veduto cadere a terra la Torre di S. Francesco con due Campane, unitamente con parte della Chiesa intitolata Santa Maria, il Convento e Chiesa di S. Agostino, e la Torre con buona parte della Chiesa di S. Donato ed il più lagrimevole il vedere restare sotto le rovine la Sagra Pisside piena di Particole e ciò in due Chiese, di S. Donato e di S. Francesco, senza nominare le gran Case, e Fabbriche di considerazione cadute a terra, e tra queste il Palazzo Priorale, Torre con Campana del Pubblico, Segreteria, Archivio, e Scuole, e di esse formati tanti mucchi di sassi ed altre appena ravvisarsi ove fossero fondate, mentre assorbite dalla terra non più si scorgevano le vestigia di esse. Si lascia considerare a chi con matura e savia riflessione vorrà ponderare un simil fatto, in qual modo restasse il povero Popolo di Gualdo in vedersi privo delle sue abitazioni e sotto di queste le loro robbe e sostanze, ed in sentire l’orribile rumore che formava la caduta di tante Case, oltre il pericolo della propria vita: Pallido ognuno in volto, semivivo e quasi spirante vedeasi: Chi sveniva: chi morto per qualche spazio di tempo restava e niuno più voce avendo per chieder perdono a Dio e misericordia, perché inaridite le fauci non poteano articolar parola, tutti gettati per terra aspettando di momento in momento la morte. Sedata alquanto la seconda terribilissima scossa, la maggior parte volle riconciliarsi credendosi fermamente che si avesse a pagare l’estremo fio alla morte. Intanto fra questo gran tumulto non cessava la terra di farsi sentire con nuovi scuotimenti. Erano già scorse tre ore e mezzo da che il povero Popolo gemeva tra l’oscurità della notte e sospirava che il cielo mostrasse il suo volto chiaro e sereno. Fattosi finalmente giorno e non cessando per questo il timore nel Popolo e lo scuotimento della terra, si stabilì di far portare processionalmente dal Convento de’ P.P. Osservanti il Venerabile per benedire il Popolo ed il Luogo solennemente, e con pianto universale fu portato nel Piano de’ Padri suddetti non potendosi collocare in Chiesa perché minacciava pericolo e portata altresì nello stesso Piano una miracolosa Immagine di Maria Santissima conservata nella Chiesa di essi Padri fu esposta alla pubblica venerazione. Al comparire di essa Immagine in faccia di tutto il Popolo, apparve con volto sì severo, che atterrito ognuno

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ravvisava, non meno sdegnato il Figlio di quello fosse la Madre, che poi rasserenandosi di giorno in giorno si è veduta quasi affatto tornata nell’esser primiero, con ammirazione di chi l’aveva attentamente prima osservata. Per tal pressantissimo bisogno non si è mancato giornalmente di porgere suppliche all’Altissimo e stabilitesi due Processioni di penitenza, tutti con somma compunzione ed esterne dimostrazioni si fecero vedere e con incessanti gemiti inalzando le mani al Cielo per implorare il divino soccorso; essendosi osservato che nel mentre o si predicava o si domandava la benedizione alla Beatissima Vergine, si scuoteva più che mai la terra ed il popolo vieppiù atterrito muoversi ad atti di più intensa compunzione. Si sono portate in Processione primieramente la miracolosa Immagine della Santissima Vergine de’ Minori Osservanti, le Statue di S. Pasquale, del Beato Angelo Protettore del Luogo, di S. Nicola di To lentino, il miracoloso Crocefisso de’ P.P. di S. Agostino, la Reliquia della S.S. Croce, ed altresì la miracolosissima Immagine della Beatissima Vergine del Soccorso, col miracoloso Crocefisso de’ Padri Missionari. E pure dopo tante preghiere, dopo tanti efficacissimi atti di penitenza per lo spazio di otto giorni, ancora si vede che Iddio non è placato, sentendosi di volta in volta scosse sensibili di Terremoto e quantunque siano rimaste misero avanzo del divino furore alcune poche Case in piedi, nessuno si assicura di abitarle essendo tutte scompaginate e bisognose di essere ristabilite e fortificate con chiavi di ferro e con nuove sode muraglie ; onde dispersa la povera gente deve necessariamente soffrire lo stare allo scoperto al calore eccessivo della stagione, sotto alcune trabacche formate di tavole e altre di lenzuola; ed è cosa lagrimevole vedere tante povere Famiglie, anche civili, bisognose non solo di vitto, che di tutt’altro bisognevole per il loro necessario sostentamento, e molto meno per non potersi ridurre al coperto essendo cadute a terra le loro case. Li due Monasteri di Santa Margarita e di Santa Maria Maddalena hanno patito di molto, ma assai più quello di Santa Margarita, che resosi affatto inabitabile, per ogni parte, conviene alle povere Religiose stare in mezzo all’Orto, non avendo sicuro alcun luogo, e la Chiesa stando per cadere a terra, non è più capace di potervisi celebrare la S. Messa. Ciò che poi fa intenerire ogni cuore in cui sianvi sensi d’umanità si è che la Raccolta de’ Grani e Biade ed altri generi essendosi fatta nelle settimane addietro (perché tal’è la condizione di questo clima) è rimasta ne’ Campi, né si sa ove collocarla, come che rimaste egualmente pregiudicate le Case rurali e quelle de’ Castelli e Ville e di non minor pregiudizio a suo tempo riuscirà il trovarsi sotto de’ sassi le Botti per riporvi il vino. Il mirabile poi si è, che tra tante rovine e tra tante cadute di Case non sono restate morte se non tre sole Persone, una perché accidentalmente passando nella Contrada di S. Donato, in quell’istante gli cadde addosso parte della Torre di essa Chiesa; e l’altre due che erano Marito e Moglie, per non essere voluti uscite di Casa, dicendo che se Dio voleva castigarli, tanto in Casa, che fuori li avrebbe castigati. In ordine poi a’ danni de’ particolari, essendo immensi, non è possibile darne un diffuso dettaglio, basterà solo il dire non potersi alcun gloriare di essere restato immune, sì rispetto alle Case cadute affatto a terra che alle poche restate puntellate con travi; oltre li tanti commestibili, mobili, ed altre robbe restate sepolte sotto le rovine di tante Case. Preghiamo intanto Iddio, che si degni preservare ogni Città e luogo da un simile spaventevole castigo, come pure il poco restante della Terra di Gualdo, mentre seguitando ancora le scosse di Terremoto a farsi sentire in esso Luogo e sentendosi subbolire con segni, come di

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moschettate il vicino Monte, di dove dicesi possa avere avuta l’origine il detto Terremoto, si teme che non vadi a cessare con una totale rovina e distruzione di tutta la Terra, il che Iddio non voglia per sua infinita misericordia, per consolazione di quella povera Gente, che ancora geme sotto un sì orribile e lagrimevole flagello.

Ultima infine, in questa lunga sequela di naturali calamità, va ricordata una forte carestia che affamò il nostro territorio dal 1795 al 1796, provocata da straordinaria siccità, che nel precedente anno 1794, aveva distrutto tutte le messi.

Chiudiamo ora questa non breve digressione sulle condizioni sociali e naturali a cui dovette sottostare la nostra città dal Seicento al Settecento, e riprendiamo l’interrotta narrazione della sua vita politica: Si erano andati intanto svolgendo nella Penisola e specialmente nelle Provincie Centrali, quegli importanti avvenimenti che tutti noi conosciamo e che ben possono chiamarsi il punto di partenza del Risorgimento politico nelle terre dell’Umbria. In Francia la grande rivoluzione trionfava ed il Governo Pontificio si adoperava in ogni modo per impedire che nello Stato della Chiesa penetrassero dal di fuori uomini o scritti apportatori dell’idee nuove bandite dalla Rivoluzione. Persino in Gualdo, benché lontanissima dalla linea di confine, Mons. Angelo Altieri, Governatore di Perugia e Preside dell’Umbria, nel 1792 impartiva ordini rigorosissimi perché venisse usata la più grande vigilanza sugli stranieri in generale ed i Francesi in particolare. Un diverso trattamento riservava invece il Governo Pontificio agli Ecclesiastici Francesi che, fuggendo dinnanzi alla terribile tempesta rivoluzionaria, erano calati in Italia rifugiandosi in gran parte negli Stati della Chiesa. Ebbero essi ospitalità piena ed affettuosa ed anche in Gualdo, entusiasticamente accolti nei Conventi, il 16 Novembre dell’anno suddetto vennero inviati cinque di quei Preti Francesi che erano stati espulsi dalla loro patria, per essersi rifiutati al giuramento costituzionale. Si chiamavano : Gian. Batt. Francesco Maria Roux, Vincenzo Giuseppe Sau rin, Antonio Morand, Pietro Stefano Garnier, Giovan Pietro Lagier.

Ma gli avvenimenti che resero celebre lo scorcio di quel secolo, incalzavano sempre più e sul finire del 1796, il Governo Pontificio inviava anche al Comune di Gualdo dettagliate istruzioni per organizzare la difesa armata del territorio nell’eventualità di un’invasione delle truppe Francesi, che discese infatti in Italia per disputarne il possesso agli Austriaci, dopo una lunga serie di vittorie, nel Febbraio del 1798, entravano finalmente in Roma, dichiaravano decaduto il potere temporale del Papa, e col vecchio Stato Pontificio formavano la Repubblica Romana, alla quale imponevano una Costituzione simile alla Francese, dividendone il territorio in Dipartimenti e questi in Cantoni. Anche Gualdo era in tal modo sottratto al Governo Papale e alla giurisdizione dei Commissari Apostolici e nell’ordinamento su descritto dello Stato Romano, veniva dichiarato Cantone, con un Prefetto ed una Municipalità sua propria e fece parte del Dipartimento del Trasimeno con a capo Perugia.

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Il Cantone di Gualdo, oltre che sul territorio oggi costituente il nostro Comune, estendeva la propria giurisdizione anche su i Comuni di Fossato, Sigillo e Costacciaro, nonché su i villaggi di Casacastalda e Branca ora appartenenti ai Comuni di Valfabbrica e Gubbio.

Uno dei primi ordini emanati in Gualdo dal Governo Centrale Repubblicano, fu quello di organizzare la Guardia Nazionale nel Cantone (18 Ventoso, Anno VI della Repubblica Francese, I della Romana) ordine mitigato in seguito da altro Decreto con il quale si esentavano gli agricoltori da tale servizio militare. Il 10 Fiorile, Annibale Mariotti, Prefetto Consolare di Perugia, annunziava che il cittadino Gualdese Stefano Coppari, era stato eletto Presidente del Cantone di Gualdo. In quello stesso mese aveva luogo la prima adunanza della Municipalità Cantonale, con a Presidente il Coppari suddetto, Aggiunti Angelo Ceccoli, Francesco Mattioli, Alessio Bruschi, Giuseppe Pifferi e Baldassarre Ranaldi, Edili Mattioli Andrea, Salvatori Francesco, Zuccari Duranti Girolamo pel Comune di Gualdo, Coletti Orfeo pel Comune di Fossato, Colini Ubaldo pel Comune di Sigillo, Bernabei Vincenzo pel Comune di Costacciaro, Giapechini Francesco per Casacastalda e Berardi Francesco Maria per Pieve di Compresseto, che in quell’epoca si reggeva come Comune autonomo, non essendo stato ancora fuso con quello di Gualdo. Fungeva da Segretario Damaso Premoli. Non so con quanto entusiasmo le nostre popolazioni cambiassero governo, basti accennare che in questa prima adunanza, l’Edile Ubaldo Colini, con mordace ironia dichiarava che «per la felicità del popolo e sicurezza della Repubblica si doveva in primo luogo provvedere alla conservazione della Cattolica Religione » e gli altri Consiglieri condividevano così bene la sua opinione, che si deliberava senz’altro di chiamare in Gualdo un bravo Predicatore. Del resto quali sentimenti animassero la Municipalità e la popolazione del Cantone di Gualdo, è dimostrato dall’ostilità, quando larvata, quando palese, con cui erano accolti i Decreti Governativi. Un’Ordinanza che prescriveva ai cittadini la consegna delle armi provocò, tra questi, malumori vivissimi ; all’imposizione di espellere dal Cantone i preti e frati forestieri, la Municipalità rispose domandando, ma con esito negativo, la revoca di tale disposizione ; un Proclama invitante i cittadini dai 25 ai 40 anni ad arruolarsi volontariamente per la difesa della Repubblica, trovò ben pochi aderenti, benché nel Proclama stesso si avvertisse che, quante volte i cittadini «fossero insensibili alle voci d’onore » verrebbero forzatamente requisiti (5 Termidoro Anno VI), e la requisizione dovette infatti avvenire, poiché il 22 Brumale dell’anno seguente, si richiese al Cantone di Gualdo la nota dei giovani dai 18 ai 25 anni, per sottoporli a conscrizione. E finalmente quando, più tardi, un Decreto del Governo Repubblicano prescrisse che chi impartiva l’istruzione alla gioventù dovesse prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica, i Maestri pubblici di Gualdo, che erano allora Morroni Don Lorenzo, Angeletti Marcantonio e Berardi Francesco, si rifiutarono al giuramento e furono perciò destituiti

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nell’Adunanza Consigliare del 24 Glaciale 1799. Anzi, quando le truppe Napoletane entrarono a Roma e furono sul punto di schiacciare la Repubblica, si nutrirono timori di sollevazione da parte dei Papalini nel Cantone di Gualdo, tanto più che anche nei finitimi Cantoni di Nocera e Sassoferrato eransi verificati tumulti. Ma la Municipalità di Gualdo assicurò le Autorità Dipartimentali, che la più grande quiete regnava invece nel territorio Gualdese e allora quest’ultime scrissero alla nostra Magistratura, compiacendosi di ciò ed invitandola a sorvegliare i due suddetti vicini Cantoni e riferirne. Ripresa Roma dai Repubblicani Francesi alle truppe Napoletane, l’Amministrazione Dipartimentale del Trasimeno, inviava anche a Gualdo un Proclama contenente la lieta novella, accompagnandolo con una lettera data a Perugia il 28 Glaciale, anno VII, indirizzata alla nostra Municipalità, lettera che in poche parole e sprimeva tutta la grande gioia della vittoria :
« Roma è libbera, diceva solamente la lettera, la Repubblica è assicurata per sempre dal valore delle Armi Francesi. Pubblicate l’annesso Proclama ai vostri abitanti e diteli che una Repubblica non può giammai perire perché fondata nelle basi immortali della virtù. Salute e fratellanza» . Ma, senza affatto giustificare lo spirito settario con cui i Papalini combattevano la Repubblica, certo non era tutto ottimo quello che essa ci aveva apportato. Durante i diciotto mesi di governo repubblicano, insieme a delle provvide leggi, quale la soppressione delle nostre numerosissime Congregazioni Religiose e l’incameramento dei loro beni, della qual cosa fu incaricato Ignazio Giorenghi, Prefetto Consolare del Cantone di Gualdo, di non poche vessazioni i Francesi ci furono prodighi. Ininterrotto fu il passaggio delle loro truppe e continue le requisizioni di vettovaglie e denaro, tanto che si dovette eleggere una Commissione di tre cittadini, Angelo Ceccoli, Francesco Lispi e Luigi Paoletti, perché provvedessero a tale im portante servizio. Ciò impoverì in modo notevole la popolazione, basti dire che un solo passaggio di soldati, il 29 Brumale dell’anno VII della Repubblica, costò complessivamente alla Comunità, la bella somma e per quei tempi non indifferente, di duecentocinquanta scudi. Come se ciò non bastasse, anche il Governatore Rossetti della vicina Nocera si rivolgeva, ma inutilmente, a Gualdo, domandando aiuti per rifornire di vettovaglie le milizie del Governo Repubblicano che, imponendo allora un Prestito Forzoso alla Nazione, assegnava a Gualdo, per sua contribuzione, la somma di cinquemila scudi e per di più gli ordinava di fornire cento paia di scarpe per i soldati. A causa dell’ incertezza del commercio, per il poco valore reale che rappresentavano le Cedole e gli Assegnati, cioè la carta monetata di quel tempo, i proprietari si rifiutavano di vendere le loro derrate e si dovette ricorrere alla quotizzazione forzosa del grano fra i possidenti. Con il commercio languivano le industrie, Municipio e privati cittadini si dibattevano nelle strettezze econo miche. Anche le libertà Repubblicane, le autonomie Municipali, nei primi tempi tanto facilmente concesse, vennero a poco a poco ristrette, basti citare il Decreto emanato dal

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Ministero dell’Interno e comunicato a Gualdo con lettera del 23 Germile, anno VII, col quale, in forza della Legge 13 Ventoso di quell’anno, le Assemblee Elettorali venivano sospese e ritornava in vigore l’Art. 368 della Costituzione Romana, mediante il quale spettava al Generale Francese la facoltà provvisoria di nominare quei pubblici Ufficiali la cui elezione era stata fatta sino allora dal popolo. In tale occasione a Stefano Coppari, succedeva Francesco Salvatori, quale Presidente della Municipalità Cantonale. Il 16 Fiorile, giungeva poi l’ordine di riordinare la Guardia Nazionale, in previsione di tumulti da parte dei Papalini che pescavano, come suoi dirsi, nel torbido e un’altra odiosa misura stava per esser presa, cioè la vendita a beneficio della Repubblica, bisognosa di danaro, degli oggetti d’arte appartenenti alle soppresse Corporazioni religiose. Per tale scopo si nominò anzi Commissario Giovan Battista Arcangeli e avendo costui rifiutato, fu sostituito da Filippo Paoletti.(l)

Ma prima che quest’ultimo Decreto avesse effetto, nell’Agosto del 1799, cadeva la Repubblica Romana, principalmente per opera degli Austriaci che, discacciati dall’Italia i Francesi, si sostituivano ad essi nel predominio della Penisola. Il 7 Agosto e cioè appena abolito il regime Repubblicano, di propria iniziativa si riunirono in Gualdo, nel Palazzo del Comune, quei Membri del Consiglio che erano in carica prima della proclamazione della Repubblica e in tale riunione decisero d’inviare tre di essi e cioè Mattioli Luigi, Mattioli Francesco Ignazio, e Zuccari Duranti Girolamo, al Comandante Generale delle truppe Austriache, che si trovava allora in Perugia, ed allo stesso chiedere le necessarie istruzioni per organizzare in Gualdo il nuovo Governo, poiché, come si legge nella Relazione di questa prima adunanza « libbero finalmente nella sua massima parte dalle devastatrici Orde Repubblicane, mercé il valore dell’Armate invincibili dell’ Immortal Francesco II Imperatore e Re lo Stato Romano, ogni ragion vuole che da tutti i Corpi pubblici si torni all’esercizio di quelle pubbliche funzioni, che esercitar si solevano prima di tale invasione ». Reduci da Perugia i tre Delegati, si riunirono nuovamente il 10 Agosto tutti i Membri del vecchio Consiglio Comunale per addivenire alla costituzione di un Governo che si chiamò allora la Cesarea Regia Reggenza Provvisoria di Gualdo, nonché all’elezione dei pubblici Ufficiali, secondo le norme emanate dal Comandante Generale delle truppe Austriache. La Reggenza ri sultò composta dai cittadini Giuseppe Loreto Coppari, Francesco Laurenti, Francesco Salvatori Ceccarelli, Bernardino Cajani e Domenico Ottoni. Segretario fu l’ex Segretario della Repubblica, Da maso Premoli. Fu poi eletto Giudice Civile e Criminale di I Istanza, il Dottor Pietro Arduini ; Giudici di II Istanza, il Dottor Angelo Domenico Sinibaldi, il Dottor Gerolamo

(1) L. BONAZZI : Op. cit. Vol. Il, pag. 483 – Arch. Comunale di Gualdo: Copia-Lettere dall’anno 1764 al 1818, c . 142; Copia-Lettere della Repubblica. Tomo I, c. 4, 6t, 14, 26t, 27, 28t, 34t, 44, 60, Tomo II, c. 20t, 56 a 59; Libro dei Consigli dal 1798 al 1799, c. 2, 36.

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Calai e Giovan Battista Arcangeli; Vice-Giudice, Antonio Ovidi; Giudice delle Appellazioni, Francesco Salvatori; Cancelliere, Simone Navarra ; Comandante della Piazza, Gerolamo Zuccari Duranti; Tesoriere Angeletti Andrea; Archivista e Notaro dei Danni Dati, Vincenzo Arcangeli. Alla Pubblica Istruzione furono preposti i Sacerdoti Don Lorenzo Morroni per l’insegnamento della Retorica, Don Angelo Scassellati per la Grammatica ed il Minore Osservante Giuseppe Giacoboni per la Filosofia. Vennero anche riconfermati i Consiglieri già in carica al sopravvenire della Repubblica e tutte queste nomine furono subito regolarmente approvate dal Conte Carlo Scheneider, Generale Comandante delle truppe Austriache. Il 31 Agosto, per la prima volta, tornò a funzionare il Consiglio Comunale, convocato e presieduto dalla Cesarea Regia Reggenza Provvisoria di Gualdo, come sopra eletta, che dipendeva a sua volta, dalla Cesarea Regia Reggenza Provvisoria di Stato, residente in Ancona. Non si risparmiarono certo, le più fiere invettive contro il passato regime in questa prima seduta, della quale piacemi qui riportare almeno il discorso inaugurale : « Dopo il lasso di mesi diciannove, esclamava il relatore, abbiamo il piacere di riunirci in questa sala o Signori. Sconvolto l’ordine generale delle cose, non ci era permesso di trattare uniti il Bene della Patria. Il Dispotismo il più fiero, la Tirannia la più assoluta, si vedevan dominar da per tutto. Il Buono, l’Onesto, eran costretti riconcentrarsi, starsene in silenzio e se non applaudire guardare almeno con occhio d’indifferenza il guasto e il disordine. Il Governo poggiava su Leggi che non conoscevano giustizia e che avevano per unico oggetto l’aggravio di tutti e la distruzione di quanto eravi di Buono. In fine però tutto è svanito ed è incominciato a risorgere la calma e il buon ordine. Migliore però dobbiamo sperarla in appresso ». La caduta della Repubblica e l’insediamento del nuovo Regime, fu poi celebrato nella nostra città con grandi feste, illumina zioni, fuochi e Te Deum; come abbiamo visto fu allontanato dalle pubbliche cariche chiunque si fosse dimostrato favorevole allo Stato Democratico e sostituito con uomini di provata fedeltà verso il Governo Papale e tutti coloro che avevano acquistato i beni già appartenuti alle Corporazioni Religiose soppresse dai Francesi, videro annullati i loro contratti di acquisto e spogliati così di ciò che possedevano regolarmente, dando luogo, come è facile immaginare, ad innumerevoli liti. La reazione Papalina infuriava talmente, che ognuno faceva a gara nel mostrarsi ligio al ripristinato stato di cose, né credo inutile riportare qui sotto l’orazione che in pubblico Consiglio il Segretario Damaso Premoli dedicava ai Reggenti, perché nella sua forma è un fedele documento dello spirito popolare in quell’importantissimo momento storico: « Ecco finalmente svanite le machine tutte ed i raggiri dei filosofi innovatori. Il giro di diecinove lune fu bastante a sconvolgere quanto vi era fra noi di più sacro, di meglio ordinato. Un momento solo però è stato sufficiente a porre argine alla generale eversione. Le sempre vittoriose armate dell’augusto ed immortale Francesco II, imperatore e re, sono state quelle che facendo fronte alle

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micidiali orde repubblicane, non solo hanno arrestato li loro progressi, ma battendole su tutti li punti, han liberato la maggiore e miglior parte d’Italia da quelli ulteriori danni e disastri che una più lunga durata di un sedicente governo repubblicano avrebbe certamente prodotto. Il cambiamento felice di cose ha recato anche a Gualdo delle considerevoli variazioni. Private di ogni autorità le potestà costituite dai sedicenti repubblicani, altre se ne sono dovute sostituire autorizzate a presiedere alla pubblica tranquillità, alla polizia, all’ordine sociale. Le previdenze prese dai rappresentanti provvisori del nuovo governo sono quelle qui sotto descritte. Esse sono animate da quel vero at taccamento che hanno alla buona causa. Se l’effetto non ha corrisposto e non corrisponde alli desideri ed alle premure dei medesimi, ciò è accaduto per mancanza di mezzi, per insubordinazione del popolo e per l’impossibilità di risorgere al momento di quel caos di confusione in cui ci aveva lasciato l’invasione francese e l’empia democratica costituzione ».

Forse Damaso Premoli, con questa sua violenta concione, voleva farsi perdonare la grave colpa di essere restato al servizio della Repubblica nel suo officio di Segretario della Comunità, certo è che il ravvedimento gli fu utile, poiché poco dopo lo vediamo insediato, prima quale Uditore del Governo e poi quale Podestà, nella vicina città di Foligno. Né la sua prudenza poteva dirsi eccessiva: Le vendette politiche si susseguivano senza tregua e ad esse non potevano sottrarsi neppure gli stessi rappresentanti del nuovo Governo di Gualdo. Basti dire che vari membri di esso, nel Novembre di quello stesso anno 1799, furono denunziati dal già ricordato Filippo Paoletti, come simpatizzanti pel cessato regime Repubblicano. Vennero perciò arrestati da un distaccamento di truppe Austriache qui appositamente inviato sotto il comando del Capitano De Salomon e rinchiusi in carcere, sino a che, riconosciuta immacolata la loro fede papale, vennero liberati, restando in loro vece arrestato il denunziante Paoletti che fu poi tradotto in Foligno. Ma che effettivamente vi fosse nella città qualche stimolo a reagire contro la rinnovata invadenza del Clero, lo prova una lettera che il giorno 11 Aprile 1800, il Commissario Civile Regio Imperiale, Antonio De Cavallar, inviava da Ancona alla Reggenza di Gualdo, della, quale lettera basta riportare i brani che seguono per immaginarne il tenore : «Arrossisco, scriveva infatti tra l’altro il De Cavallar, di dover ricordare a delle Superiorità Cattoliche i loro doveri verso il Santuario e verso i Venerabili Ministri della Chiesa Santa. Io non ho potuto intendere senza ribrezzo che taluna delle Autorità vigenti si sia spinta all’eccesso di far carcerare un qualche ecclesiastico di proprio arbitrio e per motivo che la disonora. Il presente governo tutto all’opposto dell’abolito, protegge l’ecclesiastica immunità e non la deprime . …. Io dichiaro pertanto alle SS: VV: ed al Mondo intero ch’esiggo rispetto alla Chiesa, ai suoi diritti ripristinati, ai ministri suoi risorti dall’ultima abiezione infamis sima ….. che non soffrirò, che punirò con rigore inesorabile ed esemplare nelle Autorità laiche, qualunque attentato che si opponesse a questi miei

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sentimenti ancor lievemente ……. Oltre che delle Autorità, si sospettava anche del popolo, e per timore che da soverchio agglomeramento di persone potessero nascer trambusti, si proibiva in quell’anno persino la tradizionale grande fiera che doveva tenersi il giorno 8 del venturo mese di Maggio. Il 25 Aprile poi, il Commissario De Cavallar, nuovamente scriveva da Ancona alla Cesarea Regia Reggenza Provvisoria di Gualdo, per avvertire che la Reggenza stessa cessava dalle sue funzioni per effetto della Legge Organica del 31 Gennaio passato, la ringraziava per l’opera prestata e l’avvertiva di trasmettere la pubblica Amministrazione in mano di Francesco Angeletti, Giuseppe Loreto Coppari e Girolamo Zuccari Duranti, costituenti il nuovo Cesareo Regio Governo Provvisorio di Gualdo, succeduto, per la Legge suddetta, alla Cesarea Regia Reggenza Provvisoria. Ma indi a poco, nel mese di Giugno di quello stesso anno 1800, l’Imperatore d’Austria Francesco II restituiva al Pontefice le Provincie dello Stato Pontificio che aveva tolto ai Francesi e con esse anche Gualdo tornava sotto il diretto dominio papale. Si ricostituì così anche nella nostra città la stessa organizzazione politico-amministrativa esistente prima della proclamazione della Repubblica e tornarono a capo del Comune i Commissari Apostolici. Del resto, la nostra Municipalità aveva già prevenuto un tale avvenimento e infatti nel periodo di tempo che va dalla caduta della Repubblica alla restaurazione papale, mentre gli Atti Ufficiali dal Governo Centrale venivano indirizzati alla Cesarea Regia Reggenza Provvisoria di Gualdo, questa emanava invece le proprie deliberazioni sotto il nome di Governo Provvisorio Pontificio di Gualdo.

Dopo schiacciata la Repubblica, erano scomparse le truppe Francesi dal nostro territorio, che però non per questo ebbe pace, poiché le vessazioni si ripetevano anche in modo peggiore per opera dei soldati Austriaci che, nei loro frequenti passaggi, infestavano e immiserivano la città, sottoponendo i proprietari a requisizioni forzate di vettovaglie e foraggi, che inadeguatamente pagavano, imprigionando spesso chi si rifiutava di sottostare a tali imposizioni, rese maggiormente gravose dalla carestia che infieriva nel territorio, tanto che i rappresentanti della Comunità, varie volte dovettero anch’essi escogitare più o meno ingegnosi espedienti, per provvedere gli abitanti di cereali, di pane e di vino. Basti dire che nel 1801, la cittadinanza Gualdese chiese al Vescovo di Nocera di essere dispensata dal praticare la Quaresima, in considerazione della scarsezza dei generi alimentari che non consentiva la scelta dei cibi, e nel Giugno di quello stesso anno, chiese al Pontefice di essere esentata dal pagamento delle tasse. Per tanta miseria, vivissimo malumore serpeggiava tra il popolo, e la Rocca Flea era costantemente ripiena di cittadini condannati per debiti o per ragioni politiche. Durante l’anno seguente, nacquero inoltre vivi contrasti tra il Comune di Gualdo e il Governatore di Perugia, per gravi questioni di giurisdizione politico-amministrativa. Il Comune di Gualdo, in conseguenza di antichi privilegi ottenuti da vari Pontefici, pretendeva tuttora di avere diritto ad una completa

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autonomia amministrativa, voleva cioè dipendere direttamente ed esclusivamente dal Governo Centrale di Roma e insisteva quindi affinchè il proprio Commissario Apostolico, come sempre era stato praticato, dovesse trattare ogni affare politico e amministrativo con lo stesso Governo Centrale, senza il tramite del Governatore di Perugia, capoluogo della Provincia. Naturalmente, il Commissario Apostolico mandato al Governo di Gualdo, sosteneva i Gualdesi nelle loro pretese, contrastate invece dal Governatore di Perugia e dell’Umbria, che non intendeva rinunciare alla propria giurisdizione sulla nostra città. Verso la fine del 1802, l’uno e l’altro ricorsero alla Sacra Consulta e la lite si protrasse a lungo con esito incerto, poiché risulta che nel Luglio e nel Settembre del 1803, come pure nell’Aprile del 1804, il Comune di Gualdo, non avendo ancora ottenuto soddisfazione, rinnovava al Papa la domanda già fatta nel 1774, di essere cioè dichiarato Governo dì Breve, per potersi così emancipare dalla dipendenza del Governatore di Perugia. Tanta confusione politica e amministrativa, si ripercuoteva naturalmente anche sul funzionamento del nostro Comune, che sembra fosse allora caduto quasi in piena anarchia. Basti dire che i membri del Consiglio, i quali, benché convocati, più non intervenivano alle adunanze, furono per la loro negligenza denunziati dal Giudice alla Sacra Consulta e minacciati di carcerazione, se più oltre avessero trascurati i propri doveri. Il Consiglio, alla sua volta, ricorse anch’esso all’alto consesso suddetto, contro il Giudice, che il 12 Marzo del 1803 si trovò costretto a far venire da Perugia in Gualdo un Commissario con dodici Dragoni, per ridurre a dovere i recalcitranti Consiglieri. (1)

Ma nonostante le molteplici difficoltà, proprio in tale epoca portavasi a conclusione una pratica iniziata sin dal 28 Febbraio 1796 e cioè la costruzione di un pubblico Teatro. Infatti nel 1805 costituivasi una Società tra i più cospicui cittadini che decretava l’erezione dell’attuale Teatro Talìa, il quale veniva compiuto dopo tre anni. Fu decorato e dipinto dal pittore Perugino Monotti e dal Bottacci, costò complessivamente scudi 2881 e le prime rappresentazioni vi furono date in occasione delle feste per l’Imperatore Napoleone I, quando le sue truppe occuparono lo Stato Ecclesiastico. A proposito del Teatro, noteremo che non fu questo il primo che sorgesse nella città. Sappiamo infatti che nel 1676, approfittando del fatto che nel Convento di S. Francesco già da vari anni più non risiedevano i Frati, un Comitato Teatrale trasformò in Teatro un grande ambiente a pianterreno del Convento stesso, sotto il dormitorio dei Francescani, verso la Piazza del Sopramuro, ambiente che, da molti indizi, si può con certezza riteneresi a quello stesso dove oggi, sotto un’ampia e bella volta Gotica, esiste l’Officina elettrica. L’istituzione di questo primo Teatro diede anzi

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1788 al 1805; Copie di Lettere dal 1799 al 1801; Minutario di Lettere dal 180

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origine ad una lunga vertenza tra il Comitato Teatrale ed il Vescovo di Nocera, il quale ultimo, non tollerando che entro le sacre mura del Chiostro, dove nel 1689 erano tornati a risiedere i Francescani, avessero ingresso le donne e si rappresentassero spettacoli profani, ordinò nel 1691 che il Teatro fosse demolito ed il locale riconsegnato ai Frati. Ma essendo restata inadempiuta questa imposizione, venne poi col tempo a più miti consigli e nel 1718 decretò che le chiavi del Teatro fossero tenute dal Guardiano del Convento, il quale avrebbe dovuto consegnarle solo per rappresentazioni sacre e spirituali, previo però il permesso vescovile anche in tal caso. Sotto pena di scomunica, vi era perciò vietata qualsiasi rappresentazione profana ed il Comitato Teatrale avrebbe dovuto ogni anno pagare alla Chiesa di S. Francesco, quale canone, una libbra e mezza di cera bianca. Non sappiamo se il Teatro di S. Francesco permanesse sino all’erezione del Teatro Talìa, certo è che nella metà del Settecento funzionava ancora liberamente, nonostante le restrizioni del Vescovo, che anche nel 1721 e nel 1746, durante le sue Visite Pastorali in Gualdo, dovette minacciare nuove pene ai trasgressori del suddetto Decreto.

Già dicemmo che il Teatro Talìa fu inaugurato in occasione dei festeggiamenti per l’Imperatore dei Francesi. Erano infatti scorsi appena due lustri dalla loro cacciata, quando questi ultimi calarono di nuovo in Italia e non più in nome della Repubblica, ma in nome dell’Impero Francese, incarnato nell’invitto Napoleone I, rioccupavano lo Stato Romano e con questo anche Gualdo era ritolto alla Chiesa nel Maggio del 1809; ma non otteneva questa volta la qualifica di Capoluogo di Cantone come nel periodo Repubblicano, restando invece annesso al vicino Cantone di Nocera.

Il primo Atto Comunale Gualdese sotto il nuovo Governo, porta la data 21 Luglio, nel quale giorno si riunirono nel Palazzo del Comune alcuni dei Consiglieri Municipali già in carica sotto il cessato regime Pontificio, unitamente ad altri eminenti cittadini Gualdesi. Scopo della riunione era quello di accogliere il Curiale Folignate Filippo Senesi, che dal Conte Baldassarre Miollis, Comandante Superiore dell’Umbria e Sabina, era stato incaricato di redigere in Gualdo una lista di persone capaci di assumere le varie cariche dell’Amministrazione Comunale. Ecco anzi il testo della lettera credenziale presentata dal Senesi : « Il Sig. Filippo Senesi, Curiale in Foligno, si porterà nelle Comuni di Gualdo, Trevi, Spello, Bevagna, Cannara e Montefalco dove si procurerà la Lista degl’individui capaci di adempiere le cariche di Maire, Aggiunti, etc., conformemente all’istruzzioni che si sono date. Di tutto mi renderà conto nonché delle disposizioni degl’abitanti, di quelle del Clero e dello spirito pubblico dei nominati Luoghi. Mi farà passare le Liste unitamente alle sue osservazioni annotate a ciascun individuo. Ogni Comune lo fornirà di mezzi di trasporto e cibarie – Foligno 16 Luglio 1809 – II Commandante Superiore dell’Umbria e Sabina B. Miollis. »

I coadunati redassero infatti una lista di cittadini che credevano idonei all’officio di Maire e a quello di Aggiunto e quindi una lista degli idonei a quello di Consigliere, scegliendo questi ultimi parte

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nel Primo Ceto e parte nel Secondo Ceto, sia della città, sia del contado e calcolandoli per una popolazione Comunale che si dichiarava ammontare a circa quattromilacinquecento anime in tutto. Nel seguente mese di Agosto seguitò a funzionare, in via provvisoria, la vecchia Amministrazione Comunale che era in carica quando decadde il Governo Pontificio, ma nell’adunanza del giorno 11 Settembre, si addivenne alla costituzione regolare del nuovo Consiglio, risultando eletto all’Officio di Maire, Francesco Salvatori Ceccarelli.

Grandi malumori erano però contemporaneamente insorti tra noi, pel fatto già ricordato che Gualdo era stato annesso al Cantone di Nocera e nell’adunanza suddetta, la Municipalità si fece eco dei sentimenti del popolo e protestando per il sopruso, diede incarico ad un ragguardevole cittadino, Francesco Calai Marioni, di fare pratiche affinchè la nostra città fosse dichiarata, come nel 1798, Capo luogo di Cantone. Il Calai si adoperò infatti attivamente per tale scopo e ottenne che fosse revocato il Decreto di annessione a Nocera e che se ne emettesse uno nuovo, col quale era restituita a Gualdo la qualifica di Capoluogo di Cantone di Giustizia e Pace, alla frontiera, con Dogana, facente parte del Distretto di Foligno, nel Dipartimento del Trasimeno, con residenza di un Giudice di Pace. Il posto di Dogana Francese, fu anzi collocato lungo la via Flaminia verso Fossato, nell’antica Osteria del Gatto. In segno di gratitudine, il Consiglio Comunale, nella solenne seduta dei 14 Dicembre, in cui per la prima volta si adunarono i nuovi eletti, decretò al Calai, il Titolo di Benemerito della Patria, (i)

I Consigli Comunali venivano convocati : In nome di Sua Maestà Napoleone I, Imperatore dei Francesi, Re d’Italia e Protettore della Confederazione del Reno, e i primi Atti Comunali erano firmati con la qualifica: il Maire del Cantone di Gualdo. Quest’ultima espressione provocò però un severo richiamo dal Governo centrale, il quale spiegò alla nostra Municipalità che, avendo tutti i Maires del Cantone uguali diritti e doveri, quello Guaidese doveva firmarsi solo come Maire del Comune di Gualdo. Vivi malumori, ribellioni e tumulti sorsero anche tra noi in quest’epoca per l’istituzione della conscrizione militare e per l’imposizione fatta al Clero di prestare giuramento di fedeltà all’Imperatore. Per non andare soldati, i nostri giovani conscritti, abbandonavano il paese nativo, si nascondevano per lungo tempo e alcuni giunsero persino ad amputarsi le dita, con lo scopo di essere dichiarati inabili ad un servizio certo non lieve ed innocuo, in quei tempi di continue guerre e sconvolgimenti politici. Cosi pure, per non prestare giuramento di fedeltà al Monarca usurpatore, i Sacerdoti rinunciavano alle loro ricche prebende, come fece tra gli altri il Vescovo della nostra Diocesi Mons. Francesco Luigi Piervissani, che veniva perciò deportato a Roma,

(1) G. PASSERI: Dizionario di Giurisprudenza per gli Stati Romani, Tomo IV, pag. 97 (In nota) – Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1809 al 1814 (Impero Francese e Governo Provvisorio) c. 1 e seg., 7, 8t, 11 e seg., 71.

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mentre il territorio diocesano da lui dipendente era aggregato a quello di Spoleto. Lo stesso Consiglio Comunale, dimostrava con una straordinaria indolenza, il suo scarso entusiasmo per il regime Imperiale, basti dire che i due terzi dei Consiglieri eletti, non si presentarono mai alle sedute rinunciando al mandato ad essi conferito, tanto che, intorno al 1812, dovette intervenire l’Autorità Superiore, minacciando al Comune severi provvedimenti, se più oltre si fosse prolungato un tale stato di cose e la minaccia fece l’effetto voluto. II Consiglio Comunale tornò infatti a ripopolarsi e, tanto per dimostrare al popolo la sua esistenza, cominciò subito con l’imporre novelle tasse. Per di più, quando nel 1813 l’Imperatore pose mano a riorganizzare l’esercito, il nostro Municipio, con deliberazione del 20 Febbraio, in segno di omaggio offriva all’Armata Imperiale un cavaliere e un cavallo completamente equipaggiati ed armati a spese della città e delegava pure anche quattro esimi cittadini, Pietro Calai, Giuseppe Ribacchi, Benedetto Felizianetti, e Giuseppe Zuccari Duranti, ad unirsi alla Guardia d’Onore dell’Imperatore.

Crollava però nella primavera del 1814 l’Impero Napoleonico e la Santa Sede si accingeva a restaurare anche nell’Umbria il proprio dominio. Nell’incredibile confusione politica di quei giorni, anche in Gualdo dovettero subito venir meno le Autorità già costituite dai Francesi, poiché gli Atti Comunali, che sin dal 1809 s’intestavano col motto: Impero Francese. Dipartimento del Trasimeno. Circondario di Foligno, dal 5 Marzo 1814 in poi appaiono invece emanati col titolo: Dipartimento del Trasimeno. Circondario di Foligno. Governo Provvisorio. Certo che poco dopo, il 15 Maggio di quello stesso anno 1814, si presentava in Gualdo il Dottor Giuseppe Sesti, che da Mons. Cesare Nembrini Pironi, Delegato Apostolico dell’Umbria, aveva avuto incarico di porre sotto l’egida Pontificia il Governo Provvisorio già organizzato nella nostra città ed a tale scopo esibiva anche la relativa Lettera Credenziale, data a Perugia il giorno 11 di quello stesso mese. Il Sesti fece subito innalzare lo stemma Pontificio, ordinò solenni funzioni religiose per festeggiare la cacciata dei Francesi e nominò come membri del Governo Pontificio Provvisorio, Orazio Coppari (Presidente), Antonio Ottoni e Cappelletti Giuseppe; quale Segretario designò il Notaio Lorenzo Caiani, ed a Giudice, Girolamo Zuccari Duranti. Per breve tempo funzionò il Governo Provvisorio suddetto, poiché il 12 Giugno 1814, per la prima volta tornava ad adunarsi il Consiglio Comunale, regolarmente convocato in nome del risorto Governo Papale. Ci risulta che, senza addivenire ad una nuova elezione, erano state installate nel Consiglio le stesse fidate persone che si trovavano in carica cinque anni prima al sopravvenire dell’Impero Napoleonico; sostituiti furono solo i morti, gli emigrati, un tal Luigi Sensi che rifiutò il mandato, e il probo cittadino Francesco Calai, che il Delegato della Provincia Mons. Nembrini, volle escluso da ogni pubblico officio perché aveva fama di liberale. Ben presto i nostri numerosi Conventi, già invasi dalle truppe Francesi, con tutte le loro rendite vennero dal Papa riaffidati al Vescovo di Nocera, che in parte li ripristinò e in parte li destinò

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ad altri scopi. In tale occasione anche molti Benefici Ecclesiastici, furono da Gualdo trasferiti in Nocera ed uniti a quel Seminario. I Sacerdoti che avevano prestato giuramento di fedeltà all’Imperatore, fecero solenne ammenda di sì grave peccato ed il Vescovo Piervissani ritornò trionfante nella sua Diocesi. In seguito, l’anno 1816, per effetto della nuova organizzazione politico amministrativa col Motu Proprio del 6 Luglio data da Pio VII allo Stato Ecclesiastico, anche la nostra città veniva sottratta dalla dipendenza della Sacra Consulta e come Capoluogo di Governo, sotto la giurisdizione di un Governatore, era assegnata al Distretto di Foligno, nella Delegazione Apostolica di Perugia. (1)

Arriviamo così all’anno 1831, in cui, per le maturate ire politiche, la rivoluzione scoppiava in gran parte d’Italia. Perugia iniziava la sua ribellione al Pontefice il 14 Febbraio ed il 23 Gualdo ne seguiva l’esempio proclamando anch’essa decaduto il Regime Papale ed eleggendo un Comitato Provvisorio Municipale di Governo a cui appartennero il Marchese Giuseppe Mattioli, Andrea Mattioli e il Conte Benedetto Valenti. Si organizzò la Guardia Nazionale ed Urbana, composta di un Capitano (Felice Coppari), di un Tenente (Luigi Sensi), di un Sottotenente (Angelo Ottoni), di un Sergente Maggiore (Giuseppe Viventi), di un Furiere, di due Sergenti, dieci Caporali, dieci Vice-Caporali e centoventi soldati. Mancavano però armi e denaro e il Comitato Provvisorio Municipale di Governo, che forse intravedeva non lontana la restaurazione del Governo-Papale, indugiava a provvederli, poco fidandosi di armare le milizie del popolo. Solo dopo lunghissimi accordi, il Comitato dava al Capitano Coppari il denaro per equipaggiare i soldati e il 20 Febbraio emanava un proclama ai cittadini che possedevano armi, invitandoli a prestarle alla Guardia Nazionale per il servizio della Patria. E per certo i membri del Comitato Provvisorio Municipale, non dovevano in cuor loro portare un soverchio amore alle istituzioni che rappresentavano, se il Comitato Provinciale, sentì il bisogno di mandare a Gualdo, in via straordinaria, buon numero di gendarmi, il che provocò risentimenti e proteste da parte dei nostri. Ma gli avvenimenti incalzavano da ogni parte e si prevedeva prossimo il ritorno del Governo Papale. Ciò nonostante Gualdo mandava otto soldati volontari perché si unissero alle milizie liberali e a ciascuno di essi donò venti scudi spendendosi in tutto per questo invio scudi 230.50. Andarono volontari Arcangelo Depretis, Renzetti Angelo, Premoli Giuseppe, Segolanti Giuseppe, Ronca Francesco, Guidi Antonio, Staccioni Francesco e Leonardi Virgilio. Però inutili riuscirono gli sforzi dei liberali, poiché nel prossimo 13 Aprile ritornò il potere nelle mani di Papa Gregorio XVI, ed a coprire la carica di Priore nel nostro Municipio, vediamo restare quell’Andrea Mattioli che aveva già fatto parte del disciolto Comitato Municipale di Governo, mentre, come Governatore,

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Copia-Lettere dall’anno 1764 al 1818, c . 215t.

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veniva Tommaso Sfagioli che attivamente si adoperò affinchè Gualdo fornisse numerosi volontari all’esercito Pontificio che stava ricostituendosi. Per tale merito anzi la Municipalità, con seduta del 4 Agosto 1831, conferiva al Governatore la cittadinanza Gualdese. Alla pubblica istruzione venivano subito di nuovo preposti quattro Sacerdoti.

Speciali circostanze, consistenti in favori che la nostra città ricevette in quel tempo dal Pontefice, contribuirono non poco a raffreddare in Gualdo l’entusiasmo per le nuove idee ed a favorire invece l’influenza dei Conservatori d’allora. Infatti, con Breve dato a Roma il 5 Marzo 1833, Gregorio XVI concedeva a Gualdo il titolo di Città, con gli onori e privilegi goduti dalle altre città dello Stato Pontificio, tra i quali la sostituzione del Gonfaloniere al Priore e la divisione della popolazione in tre classi, cioè dei Nobili, dei Cittadini, e dei Plebei. In seguito, mediante Rescritto del 2 Settembre all’antica denominazione Gualdo di Nocera, sostituivate l’attuale nome di Gualdo Tadino, per distinguerlo da altri luoghi aventi lo stesso nome di Gualdo ed a ricordo dell’antichissima città Umbra (Tadinum) che alla nostra diede origine un tempo.

Come già facemmo pel secolo XVII, non sarà superfluo anche qui riportare una statistica della popolazione nel territorio Gualdese, quale risulta da una pubblicazione ufficiale del Governo Pontificio dell’anno 1833, potendo servire di norma per eventuali confronti. Ecco perciò i dati occorrenti : Gualdo e annessi, abitanti 2340 – Boschetto (porzione dipendente da Gualdo) 47 – Caprara 129 – Crocicchio 82 – Gaifana (porzione dipendente da Gualdo) 36 – Grello 190 – Morano 289 – Nasciano 222 – Pastina 96 – Rigali con Petroia 432 – Roveto con Busche e Corcia 182 – S. Facondino con Palazzo e Vaccara 572 – S. Pellegrino 408 – Margnano con S. Lorenzo 43 – S. Croce 22 – Pieve di Compresseto (appodiata allora al nostro Comune) 332 – Poggio S. Ercolano (anch’esso appodiato a Gualdo) 119 – Totale degli abitanti N. 5541.

Non molto dopo l’erezione di Gualdo in città e propriamente il 20 Settembre 1841, lo stesso Pontefice Gregorio XVI, ritornando da Loreto a Roma, si fermava a Gualdo accoltovi con grandi feste. Da narrazioni dell’epoca, sappiamo che arrivò circa il mezzogiorno innanzi la Porta Urbana di S. Facondino, dove l’attendeva un’immensa moltitudine di popolo e dove la Corporazione dei Ceramisti aveva eretto degli archi trionfali. Il Comune aveva persino acquistato in precendenza una casa privata presso la suddetta Porta di S. Facondino e l’aveva fatta demolire per ampliare la via e rendere così più facile il transito del Corteo Pontificio in mezzo alla folla. La carrozza del Pontefice, staccati i cavalli, venne dai cittadini tirata a mano sino avanti la Chiesa di S. Benedetto, sul limitare della quale Gregorio XVI fu ricevuto dal Vescovo di Nocera Mons. Francesco Piervissani, dal Vescovo di Gubbio Mons. Giuseppe Pecci, dal Vescovo di Urbania Mons. Lorenzo Parigini, dal Vicario A postolico di Cagli e Pergola e dal Delegato Apostolico di Perugia Mons. Gioacchino Pecci, che doveva poi divenire Papa Leone XIII.

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Entrò subito nel Tempio a pregare e poi passò nell’alloggio appositamente preparategli nel Palazzo Comunale, dalla cui loggia benedì il popolo plaudente. Recatesi quindi nella Sala del Trono, ricevette le Autorità, il Clero e la Magistratura. Nel pomeriggio uscì per visitare il Monastero di S. Margherita, dove per la circostanza erano convenute anche le Suore del Monastero di S. Maria Maddalena e molte signore della città, ammettendo tutte al bacio del piede. Nella serata fuvvi gran luminaria e ricevimento da parte del Papa, di quelle persone che avevangli chiesto udienza. Il giorno seguente (martedì 21) Gregorio XVI, celebrò la Messa, ricevette di nuovo Autorità, Magistratura e Clero e poi partì diretto a Nocera. Per ricordo dell’avvenimento, in quell’occasione s’inaugurò anche il bei busto marmoreo del Pontefice con iscrizione, opera del celebre scultore bolognese Adamo Tadolini, che tuttora si ammira nella residenza Municipale. Al solo erario Comunale, la visita del Pontefice costò la non lieve somma di scudi 2332. (1)

In questo periodo notiamo anche un attivo risveglio per quanto riguarda il miglioramento edilizio e l’abbellimento della città. Intorno al 1840 s’iniziava il sistema di pavimentare le vie principali. Nel 1844, per la prima volta, i cittadini usufruivano della pubblica illuminazione, consistente in dodici lampade ad olio comperate per ventiquattro scudi dal Comune di Macerata, le quali lampade, cresciute poi continuamente di numero, venivano sostituite nel 1870 con lampioni a petrolio, nel 1897 con il gas acetilene e nel 1909 con la luce elettrica. Tre anni dopo, nel 1847, superati molti e difficili ostacoli che duravano da quasi un decennio, si terminava la costruzione e s’inaugurava l’attuale Via dei Duranti, che dal centro della .città, cioè da Piazza Garibaldi, conduce alla Porta del Mercato, anche questa proprio allora aperta nelle mura cittadine. La sistemazione di detta via, fu fatta per facilitare il transito dei veicoli, specialmente della Posta e dei Corrieri, che prima invece attraversavano la città entrandovi da Porta S. Donato, assai disagevole e angusta. Finalmente va ricordato, che nel Luglio di quello stesso anno, il nuovo Papa Pio IX istituiva anche in Gualdo la Guardia Civica, formandosene due Compagnie, delle quali quella Urbana era completamente montata nella sua pittoresca divisa.

Ma se la munificenza e le pompe dei Governanti, come sopra si è detto, avevano distratto le cure dei più dai problemi politici che tenevano allora agitata l’Italia, nondimeno i Patrioti Gualdesi custodivano sempre vivo sotto le ceneri il fuoco della rivolta e della libertà. Nei primi mesi del 1848, circa trenta di essi volontariamente partirono in gruppo da Gualdo e si recarono a Foligno per unirsi alle Milizie Nazionali, ma a causa di divergenze colà sorte circa l’arruolamento, in breve tempo se ne ritornarono a Gualdo da dove, nel seguente mese di Maggio, proseguirono in parte per Ancona,

(1) F. SABBATUCCI: Del viaggio fatto da Papa Gregorio XVI per la vi­sita del Santuario di Loreto. Roma 1843. pag. 163 – G. MORONl: Op, cit. Voi XXII, pag. 276; Vol. XLVIII, pag. 61 5 Vol. XCVII, pag. 226,

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nella quale città, dal Generale Ferrari vennero compresi nel secondo Reggimento Volontari, I Battaglione, Comandato dal Colonnello Bartolucci di Cantiano ed inviati ad ingrossare le file dell’Esercito Nazionale che combatteva nel Veneto. Tra questi volontari è doveroso ricordare i nomi di Giorenghi Giuseppe e Gherardi Andrea che rispettivamente a Chioggia e a Venezia lasciarono la vita, di Megni Gerolamo, Discepoli Luigi, Segolanti Raffaele, Morosini Antonio, Sillani Serafino, Vecchietti Antonio e Felizianetti Serafino.

L’anno seguente, il 9 Febbraio 1849, era proclamata la nuova Repubblica Romana, di cui fu braccio Garibaldi e mente Mazzini, per la quale ancora una volta Gualdo veniva sottratto al Governo Papale, e quello stesso popolo che pochi anni prima aveva acclamato festante Gregorio XVI, giuntone appena l’annunzio, si abbandonava ora al più clamoroso entusiasmo e allegramente festeggiava, intorno al simbolico Albero della Libertà, piantato innanzi alla Residenza Municipale, la grata novella. Il I Marzo, ufficialmente da noi si inaugurava il nuovo regime. Si formò una Commissione Municipale composta da Caiani Giovanni, Gaetano Boccali, Emiliano Giorenghi, Dolfi Lorenzo, i quali provvidero subito all’elezione dei ventitré Consiglieri Comunali. Nello stesso mese si elessero i Magistrati. A Gonfaloniere fu sorteggiato prima Emiliano Giorenghi e poi il Notaio Angelo Sinibaldi, ma l’uno dopo l’altro rifiutarono l’onorifico incarico che fu allora assunto da Angelo Ottoni. Ad Anziani, Giacomo Scassellati, Nicola Panunzi e lo stesso Angelo Sinibaldi, che di mala voglia accettò. Si riorganizzarono le due Compagnie della Guardia Civica, divenuta Guardia Nazionale, che avevano come Capitani Giuseppe Sinibaldi e Luigi Loreti ; Tenenti Andrea Venturi, Angelo Sergiacomi, Travaglia Giuseppe Maria e il nonno dello scrivente, Guerrieri Vincenzo ; Furiere, Vincenzo Sergiacomi ; Istruttore Cantoni Giovanni e Segretario della Commissione di Arruolamento Eugenio Pignani. Dirigeva il servizio di Polizia il suddetto Vincenzo Sergiacomi, con il Sergente Remigi Vincenzo, i quali tenevano otto guardie a loro disposizione. Il concittadino Enrico Calai, andava a comandare, quale Colonnello, il Reggimento della Guardia Nazionale in Foligno. Piacemi anche narrare qualche significante e curioso episodio delle popolari dimostrazioni di cui Gualdo fu teatro in quel tempo. Così, dai nostri vecchi, sentii raccontare che i Patriotti, appena proclamata la Repubblica Romana, abbatterono il grande stemma Pontificio nella Piazza Maggiore, lo infransero, lo incendiarono tra gli applausi della folla e sui roventi carboni arrostirono delle appetitose salsiccie. Dal Convento di San France­sco, ove risiedeva, e dalla città, venne a forza espulso il Padre Guardiano, rappresentante del Santo Uffizio e manomesso l’Archi­ vio relativo. A furia di popolo, si demolirono di notte tempo le alte muraglie di un grande orto ed una tettoia appartenenti all’Ab­bazia di S. Benedetto, poste nel centro della città e se ne formava una vasta e bella piazza col nome di Piazza del Popolo, oggi Piazza Garibaldi. Nell’ interno della stessa Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, in senso longitudinale, esisteva allora sin dall’antico,

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un lungo ed alto diaframma in legname, che durante le funzioni religiose divideva gli uomini dalle donne, ed anche tale inutile baluardo della morale, fu in quel tempo abbattuto. Ricorderò infine come il Card. Marini, fuggito da Roma, si fosse rifugiato a Montecchio, sui confini del nostro territorio, presso la famiglia di certo Nicola Mancini. Saputolo alcuni della città, ne avvertirono il Corpo di Volontari mantenuto dal Conte Luigi Pianciani di Spoleto ed i Piancianisti, come presso di noi erano allora chiamati, si mossero da Cantiano e recatisi in Gualdo si unirono ad alcuni cittadini guidati da Renzini Vincenzo, partendo poi per Montecchio con lo scopo di catturare il Card. Marini, che avvertito da tal Pagliarini, Gualdese, potè però mettersi in salvo, non restando ai Volontari del Pianciani, altra soddisfazione che quella d’impadronirsi di coloro che l’avevano ospitato e nascosto.

Ma intanto le truppe Francesi, sotto il Comando del Generale Oudinot, nel mese di Aprile, sbarcavano a Civitavecchia e si preparavano a marciare su Roma, per ristabilirvi l’abbattuto regime. La nostra città, insieme alle consorelle dell’Umbria, protestava fieramente contro la proditoria spedizione Francese, con due proclami che qui piacemi riportare nella loro integrità: All’Assemblea Costituente i Soci del Gabinetto Letterario di Gualdo Tadino – La nostra Repubblica, sorta ed inaugurata dal voto di tutti i Popoli Romani, ha dichiarato che la Francia, con un improvviso intervento armato, non richiesto né provocato dalla nostra condotta, ha violato nel nostro territorio della Repubblica Romana, il diritto delle Genti, rinegando ai suoi principii di voler per sé l’indipendenza e tentare intanto di abbatter quella di un Popolo pacifico. Ha dichiarato inoltre di esser fermamente pronta alla difesa, ed infine ha protestato di voler respingere la forza con la forza, contro l’operato dei Governanti la Francia, in offesa alla dignità di un Popolo libero. Ond’è che noi, in adesione unanime all’Assemblea medesima ed al Triumvirato, protestiamo contro la illegale ed ingiusta invasione, dichiarando lo stabile proposito di resistere con tutti i mezzi di cui siamo in potere, rendendo mallevadrice la Francia di tutte le conseguenze, essendo nostra decisa volontà di non sottostare più mai all’abborrito Governo, che il popolo ha rovesciato, e con quest’atto smentire la bugiarda calunnia di anarchia. Chi anela alla libertà saprà superare ogni ostacolo, il tentativo di pochi, il tradimento di molti. Alle parole corrisponderanno i fatti, ed i reazionarii assolutisti impareranno quanto è la patema di un popolo che volle e vuole la propria libertà, che ha proclamato solennemente la propria indipendenza e che, abbandonato a sé stesso, ha conservato mirabilmente l’ordine e la tranquillità. Dio e popolo è la nostra divisa. In Lui fiducia, in questo la forza – Gualdo Tadino 29 Aprile 1849. Ore 7 pomeridiane. Leopoldo Avv. Quadri, Pietro Ferrari, Tommaso Tini, Angelo Ottoni, Angelo Fe lizianetti, Angelo Sergiacomi, Michele Granella, Grazio Pericoli, Muzio Sinibaldi, Enrico Ottoni, Emiliano Giorenghi, Liborio Pericoli, Fabio Bartolomei, Giuseppe Minelli, Ciriaco Angeli, Vincenzo Sergiacomi, Luigi Amoni, Vincenzo

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Guerrieri, Marco Gherardi, Raffaele Scatena, Giovan Battista Angeli, Valeriano Ronca, Pietro Anioni, Giuseppe Angeletti, Giuseppe Lucantoni, Luigi Petrozzi, Achille Ottoni, Angelo Moretti, Giuseppe Scatena, Luigi Angeli, Antonio Morosini, Girolamo Righi, Pietro Teodori, Giuseppe Maria Travaglia, Vincenzo Renzini, Gaetano Coppari, Andrea Venturi, Eugenio Pignoni, Alessandro Colbassani, Alessandro Sergiacomi, Pasquale Bassetti, Agostino Pierotti, Giuseppe Stinchi, Giuseppe Barnaba Panunzi, Raffaele Pericoli, Giuseppe Angeletti di Angelo, Vincenzo Loreti, Giovanni Dolfi, Domenico Arduini, Lorenzo Scaccia, Paolo Premoli, Giuseppe Mancinelli, Francesco Premoli, Venanzio Silvani, Giovanni Angelo Pantalei, Francesco Donnini, Nicola Felizianetti, Luigi Loreti, Vincenzo Ribacchi.

Il secondo proclama è del seguente tenore: All’Assemblea Costituente ed ai Cittadini Triunviri della Repubblica Romana il Municipio di Gualdo Tadino – Fremito e stupore ci assalse alla notizia della Francese invasione. Frememmo perché nel mentre tra la pace e l’ordine noi cominciavamo a gustare i dolci frutti della conquistata libertà, mentre stretti in nodo di fratellevole concordia ci davamo alacramente a consolidare tutti i più sacri diritti che emanano dal Regime del popolo, la bifronte diplomazia di un governo straniero osa alzare imperiosa la voce con un nucleo di armati, onde farci tornare alle catene del dispotismo. Stupimmo perché l’insulto e la sfida ci venne da quella Nazione che unita a noi nei sentimenti, nelle speranze, fra le barricate, ed il sangue, proclamò quella libertà che pura ed illibata surse tra noi e che fu invocata dal libero ed unanime consentimento di tre millioni di schiavi. Voi protestaste e coraggiosi decideste di respingere la forza colla forza. Sia lode alla vostra protesta, al vostro coraggio. Dio è con noi. Se cadremo, cadremo onorati. Noi pure adunque, noi pure protestiamo. Protestiamo contro la violazione del territorio della Repubblica : protestiamo contro l’insulto dello straniero che ci crede e ci da il titolo di anarchici: protestiamo contro qualunque intendimento di restaurazione. Intatte vogliamo le conquistate libertà, intatte le leggi nostre, i sacrosanti diritti del popolo. L’arbitrio e il dispotismo debbono esser caduti per sempre. Viva la Repubblica. Viva l’indipendenza d’Italia – Votato ad unanimità il presente indirizzo dalla Pubblica Rappresentanza di Gualdo Tadino il giorno 3 maggio 1849. Angelo Ottoni f. f. di Gonfaloniere, Nicola Panunzi Anziano, Emiliano Giorenghi Anziano, Giuseppe Mattioli Segretario Municipale. (1)

Ma nonostante la più fiera resistenza, si prevedevano ancora pochi giorni di vita per la Romana Repubblica e si temevano future rappresaglie e vendette da parte dei Papalini, tanto che il nostro Consiglio Comunale, a scanso di responsabilità, sin dal giorno 11 Maggio, aveva nominato pel disbrigo degli affari urgenti, una

(1) Protocollo della Repubblica Romana (Collezione degli Atti, indirizzi e Proteste trasmesse all’Assemblea ed al Governo dopo l’invasione Francese) Roma 1849. pag. 490 e 508,

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commissione permanente composta di Francesco Calai, Caiani Giovanni, Sensi Luigi, Lucantoni Nicola, Premoli Paolo, Ribacchi Vincenzo, Loreti Luigi e Granella Luigi. E non erano quelle vane paure, poiché infatti solo cinque mesi dopo la sua costituzione, la Repubblica Romana veniva prepotentemente schiacciata non già da truppe monarchiche o pontificie, ma dalle stesse milizie repubblicane Francesi, sbarcate a Civitavecchia ed entrate a Roma il 2 Luglio 1849. I troppo brevi tripudi dei Liberali, furono allora scontati dai Patriota Gualdesi con le persecuzioni, l’esilio e la prigione, per opera della reazione trionfante. Vennero fra l’altro arrestati Pericoli Enrico, Sergiacomi Vincenzo, Scatena Giuseppe, Ottoni Achille, Storelli Vincenzo, Angeli Giosuè, Lacchi Luigi, Renzini Vincenzo e tutti furono condannati da diciotto mesi a tre anni di carcere, meno l’ultimo, che per il già ricordato episodio di Montecchio, si guadagnò venticinque anni di galera.

Anche in quei frangenti, nuovi volontàri erano partiti da Gualdo per la difesa di Roma e tra i primi Renzini Giovanni, Morroni Vincenzo di Anacleto, Vecchietti Gaetano, Felizianetti Serafino, Carletti Domenico, Mattioli Giovanni, Pennacchioli Raffaele, Micheletti Geremia, Angeli Antonio, Gherardi Giovanni, Sillani Gaetano, Discepoli Luigi, Pericoli Vincenzo, Angeli Giovati Battista, Megni Girolamo, Segolanti Raffaele, Scatena Giuseppe, Lucantoni Giuseppe che perdeva la vita sulle barricate di S. Pancrazio e infine Gherardi Marco, allora giovanissimo, che fu poi sempre fido e valoroso compagno di Garibaldi.

Caduta la Repubblica, ritornava Gualdo alla Chiesa e la Municipalità veniva alla meglio ricostituita con Felice Coppari a Gonfaloniere, Carlo Giovagnoli, Luigi Vecchiarelli, Gaetano Boccali e Lucantoni Nicola. 11 giorno 8 Agosto, per la prima volta, tornava a riunirsi il Consiglio Comunale di parte papalina. Col nuovo stato di cose, ricominciò l’inevitabile continuo passaggio di truppe Austriache, che con dure esigenze depauperavano sempre più l’esausto erario Comunale, e dopo qualche tempo, visitatore ancor meno gra­ dito, comparve il colera nel nostro territorio. In un breve documento manoscritto appartenente alla famiglia Ribacchi, leggonsi, a tal proposito, le parole seguenti : « Anno 1855, in Gualdo Tadino, 15 Agosto, cominciò il morbo detto Collera e morsero molte, per fino a dieci al giorno tra compagnia e città, il più nella contrada detta Pisciarella e durò circa un mese. Questo male passò tutto lo Stato Ponteficio come anche gli altri Stati furono soggetti a detto malore». Con il ripristino del Governo Papale risorsero altresì le agitazioni e le congiure dei Liberali che sentivano prossima l’alba radiosa della libertà Italica. Fu allora che i medici Ermenegildo Valcemigli e Giuseppe Cecchini, con l’Ispettore del Macinato Luigi Mazzanti, ordirono in Gualdo una trama per farvi scoppiare la rivolta il 15 Giugno del 1859 e così cambiare governo, però il tentativo abortì, perché non secondato da aiuti che dovevano giungere dal di fuori.

Ma i tempi erano maturi, fatalmente si approssimava il giorno della liberazione e il 14 Settembre del 1860 il Generale Cadorna, alla
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testa delle truppe Italiane, XIII Divisione Sarda, provenendo da Gubbio, entrava vittorioso anche in Gualdo, affermandone così definitivamente l’unione al Regno d’Italia. Fra l’entusiasmo popolare, si costituì subito una Giunta Municipale Provvisoria, con a capo Domenico Onofri e composta da Francesco Farabi, Liborio Pericoli, Andrea Venturi e mentre si abolivano le Corporazioni Religiose, si diede nuovamente mano alla riorganizzazione della Guardia Nazionale, con trecentoquaranta militi dei quali duecentosessantasette in servizio attivo e settantatrè di riserva; più centocinquantasei militi che rappresentavano la forza mobilizzabile. La comandavano il Capitano Francesco Farabi, i Tenenti Antonio Scassellati e Sinibaldi Alessandro, il Sottotenente Vincenzo Sergiacomi. Anche il territorio Comunale veniva allora ingrandito, con l’aggiunta delle attuali Frazioni di Pieve di Compresseto e Poggio S. Ercolano, che prima costituivano un unico e autonomo Comune.

Dieci anni dopo l’entrata in Gualdo del Generale Cadorna, anche Roma ritornava all’Italia e il 2 Luglio 1871, Vittorio Emanuele li faceva finalmente il suo ingresso trionfale nella Città Eterna. Di quella data memoranda, dell’entusiasmo di quei giorni, un ricordo visibile ci è restato nella muraglia a sinistra della Chiesa di S. Francesco, prospiciente la Piazza Vittorio Emanuele. E’ la grande epigrafe dettata dal Maestro Elementare Giovanni Grilli, che i patriotti dipinsero in nero sulla nuda e rozza parete, epigrafe da quel tempo sempre accuratamente mantenuta e più volte ridipinta, che alla generazione attuale, in faccia all’oriente scintillante nel sole mattutino, così ricorda il compimento di una brama secolare e la soddisfazione di un popolo:
Il voto – Di Dante di Galileo di Macchiavelli – Custodito alimentato – Dal genio impareggiabile di Cavour – Che – La sacrosanta favilla – Della Italica redenzione – Ravvivò nel MDCCCLIX Oggi – II Luglio MDCCCLXXI – Si compie solennemente – Per Vittorio Emanuele II – II quale – Fedele al giuramento deposto – Sulla tomba del magnanimo genitore – Realizza il concetto dei secoli – Tornando a capitale della Penisola – Roma.

Parmi anche esser cosa non priva d’interesse, ricordare ora quale fosse lo stato della popolazione Gualdese quando venne unita al Regno d’Italia. Tale Statistica, effettuata per Parrocchie, venne pubblicata nel 1853, fu l’ultima indetta dal Governo Pontificio e portava i dati seguenti :

Parrocchie Case Famiglie Popolazione
S. Benedetto 420 426 2254
S. Donato 132 134 658
S. Facondino … 121 107 710
S. Pellegrino …. 101  76 523
Crocicchio …. 19  15 133

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Parrocchie Case Famiglie Popolazione
 Caprara …..  28  23  155
 Nasciano …..  63  55  309
 Grello e Pastina  85  64  361
 Morano …..  83  68  416
S. Lorenzo …. 11 12 76
Boschetto (nella porzione dipendente dal Comune di Gualdo) 13 12 90
Roveto ….. 54 44 253
Rigali ….. 93 75 453
Rigali ….. 8 6 31
Pieve di Compresseto 60 64 415
Poggio S. Ercolano 20 23 456
Totale 1311 1204 6993

Dei 6993 abitanti, 2479 risiedevano nella città e 4514 nella campagna.

La prima Statistica Ufficiale del nuovo Governo Italiano, fu invece pubblicata del 1861 e confermava presso a poco le cifre suddette, assegnava cioè al Comune di Gualdo una popolazione di diritto di 7427 individui ed una popolazione effettiva di 7192 (maschi 3547, femmine 3645). Con tutto ciò i nostri elettori politici inscritti nelle liste elettorali del Collegio di Foligno, erano nel 1863, solamente 99. (1)

Finalmente ricorderemo che, ultimo avvenimento notevole per la popolazione Gualdese, fu la costruzione della Strada Ferrata da Roma ad Ancona. Il primo treno, tra l’entusiasmo popolare, transitò per la nostra Stazione il 29 Aprile 1866. Da quel giorno, può dirsi, cominciò la rapida ascesa della nostra città verso una meta ideale di benessere e di progresso, che rapidamente raggiunta, ha fatto oggi di Gualdo Tadino uno dei centri più floridi e più industriali dell’Umbria.

(1) Statistica della Popolazione dello Stato Pontificio dell’anno 1853, compilata nel Ministero del Commercio e Lavori Pubblici. Roma 1857. pag. 103 e 208 – A. AMATI: Dizionario Corografico d’Italia. Milano 1878. (Alla parola G ualdo Tadino).

SEGUE → PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

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