Storia Ecclesiastica …

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PARTE PRIMA STORIA CIVILE
PARTE SECONDA STORIA ECCLESIASTICA
PARTE TERZA MISCELLANEA

 PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

287 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Gli Ordini Religiosi ed i loro Monasteri

I Frati Minori Conventuali ed il loro Convento di S. Francesco.

SECONDO i tre noti Codici Medioevali Gualdesi, anche qui in nota citati, Codici che meritano ogni nostra fede perché scritti appena un secolo dopo la morte di S. Francesco d’Assisi, costui giovane ancora ed in abito secolare, innanzi che istituisse il suo primo Ordine, durante le frequenti peregrinazioni nell’ Umbria, era pervenuto anche nell’antico ed oggi diruto Gualdo che allora sorgeva a Valdigorgo, il quale luogo è oggi chiamato Valle di S. Marzio ed è ben noto ai Gualdesi, ivi esistendo le abbondanti sorgenti che alimentano l’acquedotto dell’attuale città. Si aggiunge nelle Cronache su indicate, che gli abitanti del Gualdo di Valdigorgo, per la loro rozzezza incapaci di comprendere la nuova dottrina del grande riformatore, l’avevano accolto come un pazzo e clamorosamente scacciato tra le beffe e le risa, inseguito dai ragazzi schiamazzanti e che contro di lui lanciavano sassi, bastoni, sandali e fango. E che ritornando indietro, il grande Assisano, giunto al fiume Rasina, allora presso il confine del territorio Gualdese, si deterse con quelle acque del fango e delle immondezze che erano stati lanciati sulla sua persona e riprese pazientemente il cammino, per portare ad altri luoghi la sua parola rinnovatrice.

Ma istituito il suo primo Ordine e sparsasi nell’ Umbria la fama di lui, alcuni Frati Minori si stabilirono anche nel Gualdo di Valdigorgo, a quel che pare per opera di S. Rinaldo Vescovo di Nocera, ed ivi eressero circa il 1219, un piccolo Convento con Ora torio, intitolato ai S. S. Stefano e Lorenzo Martiri, che è oggi scomparso. Sono anzi fino a noi pervenuti i nomi di alcuni tra i primi abitatori di questo Chiostro e cioè un Frate Pietro, al secolo Conte Sasso di Branchefortis, già soldato a servizio dell’ Imperatore Fede rico II, un Fra Domenico, un Fra Ginepro o Giunipero, un Fra Giovanni Ernicola, un Frate Fava, quasi tutti Gualdesi, il quale ultimo, lasciati i compagni, si era in seguito recato anzi a vivere, tra aspre privazioni e dure penitenze, nell’orrida grotta che vedesi ancora oggi sotto le rupi di Campitella, da dove, prossimo a perire di stenti, venne poi ricondotto nel non lontano Convento di Valdigorgo.

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Un altro, tra questi primi discepoli del gran Santo Assisano, e cioè un Fra Pietro da Gualdo, con pochi compagni, intorno al 1223, si recò invece a fondare nella vicina Gubbio, il Convento Francescano della Vittorina, dove morì verso il 1230. È importante qui anche ricordare, che nel suddetto Convento Gualdese di Valdigorgo, circa il 1224, si recò ad abitare per breve tempo lo stesso S. Francesco, ricevendovi accoglienza ben diversa da quella che già abbiamo narrata e fu anzi egli che pietosamente ricondusse al Chiostro, come sopra si è detto, il suo troppo zelante discepolo Frate Fava.

Ed è notevole il fatto, che quell’angolo alpestre, nell’alto Medio-Evo, con speciale predilezione, fosse stato asilo di uomini venerati poi per santità e per dottrina. Basti citare il fondatore dell’Ordine Camaldolese S. Romualdo (1009-1011), S. Facondino Vescovo di Tadino, il suo Diacono Beato Gioventino, S. Pier Damiano, S. Giovanni da Lodi Vescovo di Gubbio, S. Rinaldo Vescovo di Nocera, S. Felicissimo, i quali già prima dei seguaci di S. Francesco, per più o meno lungo tempo, condussero vita eremitica sulla montagna sovrastante all’antico Gualdo di Valdigorgo, la quale appunto da essi prese l’attuale nome di Serra Santa e sul cui vertice sorge anzi anche oggi una vetusta chiesa dedicata alla S. S. Trinità.

Distrutto da un immane incendio, come già si disse, nel 1237, il Gualdo di Valdigorgo e rifabbricato sul Colle S. Angelo ove è attualmente, anche i Frati Minori vollero seguire le sorti della nuova città, dove andarono a stabilirsi circa il 1241, abbandonando il Convento di Valdigorgo. In quest’ultimo, rimasto deserto, presero stanza in varie epoche altri Frati Francescani ed anche dei Laici, per condurvi vita eremitica. Prima di ogni altro il Laico Beato Maio che, nato secondo Jacobilli l’anno 1220 nel Gualdo di Valdigorgo, dopo avere rinunciato a pubbliche cariche, tra l’altro a quella di membro del General Consiglio Gualdese, tanto che in seguito vari luoghi dell’ Umbria e delle Marche lo elessero persino a Patrono dei propri Consigli Comunali, dopo avere donato per beneficenza tutti i suoi beni al Comune, che li destinò poi all’antico Ospedale Gualdese della Carità, dopo avere dedicato tutta la sua vita ad opere pie, si rinchiuse nell’Eremo suddetto dove morì e fu sepolto nel 1260 secondo il Cronista Fra Paolo e nel 1270 secondo lo Jacobilli, venendo poi trasferite le sue spoglie, durante il XIV secolo nella nuova Chiesa di S. Francesco, entro una nicchia sotto il pulpito di destra, dove vedesi ancora una lapide di pietra rossa, che porta incise con lettere gotiche le parole : H. S. OSSA SCI MaII. Da tale sepolcro, in epoca imprecisata, queste ossa furono collocate sull’Altare Maggiore della stessa Chiesa di S. Francesco, dalla quale poi, il 10 Dicembre 1907, passarono nella Chiesa di S. Benedetto, nel primo Altare a sinistra di chi vi entra.

Intorno al 1243, nell’Eremo di Valdigorgo si recò anche l’altro eremita Gualdese Beato Marzio, poco più che trentenne, con i suoi compagni Fra Salvetto o Silvestre, che gli era fratello, Fra Leonardo, Fra Filippo Sacerdote ed altri insieme ai quali professava

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la regola del Terzo Ordine di S. Francesco, venendo in tale occasione da essi restaurato l’Eremo stesso. Questo Beato Marzio, era nato circa il 1210 nel villaggio Gualdese di Pieve di Compresseto e, prima di vestire l’abito Francescano, aveva esercitato in Gualdo con i fratelli il mestiere di muratore. La dimora di questo anacoreta e dei suoi compagni nell’Eremitorio suddetto, è ricordata in una nostra antica pergamena, avente la data 28 Luglio 1290 e contenente il testamento di tal Salvuzio Sarto, nella quale si legge che il testatore lasciava, tra l’altro, dieci solidos alla Chiesa dei Frati di Marzio (ecclesie fratrum Martij). Che questo primo Convento Francescano non fosse stato completamente abbandonato dai Religiosi, ma che per molto tempo ancora ad essi abbia servito quale dimora, indipendentemente dal nuovo Chiostro sorto entro Gualdo, è anche provato da altri documenti : Una pergamena di quell’epoca, contenente il testamento di tal Giovanni di Ventura di Acquittolo Notaio, in data 4 Aprile 1288, ci dice che costui, tra vari Legati, ne stabiliva uno di nove solidos Cortonesi al Convento di S. Francesco di Gualdo (. . . . operi loci fratrum minorum de Gualdo) e separatamente un altro di cinque solidos a favore dei Frati abitanti presso il vecchio Castello di Gualdo in Valdigorgo (. . . . fratribus moran tibus apud castrum vetus, pro opere ipsius loci). Persino nella fine del XV secolo, troviamo prove che quell’antico Eremo era ancora abitato da Religiosi. Basti ricordare il testamento del celebre Pittore Gualdese Matteo di Pietro, avente la data 2 Novembre 1492, con il quale lo stesso prescriveva di essere sepolto nella Chiesa di S. Benedetto, sino a cui la propria salma doveva essere trasportata, dai Frati Eremiti abitanti nell’Eremo di S. Francesco, fuori della città.

Il suddetto Beato Marzio, negli ultimi anni della sua vita, divenuto completamente cieco, si spense e fu sepolto nell’Eremo Francescano di Valdigorgo, l’anno 1301, seguendo nella morte il fratello Salvetto e precedendo i compagni Filippo e Leonardo. Lo Jacobilli, nelle sue « Vite dei Santi e Beati di Gualdo » pone la morte del Beato Marzio il giorno 8 Ottobre dell’anno suddetto. Ma in un prezioso Codice Liturgico del XIII secolo, che si conserva nell’Archivio Capitolare della Cattedrale di Gualdo Tadino, contenente tra l’altro un Kalendarium, di fianco alla data IX Kalendas novembris (24 Ottobre), trovasi annotata con caratteri coevi della morte del Beato, la notizia seguente : « Obitus fratris Martii venerabilis here mite ac sanctitate preclari sub anno domini MCCCI». Dobbiamo quindi ritenere come più sicuro, il giorno 24 Ottobre quale data della di lui morte.

Tra la fine del secolo XVI e il principio del XVII, essendo crollato il vetusto edificio Francescano di Valdigorgo, i Priori del Comune di Gualdo volevano trasportare processionalmente le ossa del Beato Marzio nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, ma il Vescovo di Nocera ordinò invece che le ossa suddette venissero trasferite e inumate in un’altra Chiesuola dedicata a S. Anna, che esisteva allora pochi passi lontano dall’Eremo del Beato Marzio e della quale diffusamente tratteremo nella parte riguardante la storia delle

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Chiese Gualdesi. L’ordine del Vescovo fu senz’altro eseguito ; ma anche la Chiesuola di S. Anna andò in rovina nel principio del secolo XVII e perciò nel 1608, le ossa del Beato Marzio, con il permesso del Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, vennero trasportate nella Chiesetta suburbana di S. Rocco ed ivi inumate. Il trasferimento fu anzi effettuato dalla Confraternita Gualdese di S. Giovanni Battista con il solenne intervento del Clero. Il 22 Giugno del 1766, rinnovando una domanda già inutilmente fatta anche nell’Agosto del 1735, i Minori Conventuali di Gualdo chiesero al Comune il permesso di trasferire quella venerata salma nella loro Chiesa di S. Francesco, per esporla al culto nel tumulo ove trovavansi anche le ossa del Beato Maio, e la Municipalità rispose che accordava il permesso, subordinandolo però alla definitiva approvazione dell’Abbate Commendatario di S. Donato, essendo l’Oratorio di S. Rocco soggetto a tale Commenda Abbaziale. Ma l’Abbate non solo dovette opporsi, ma pare anche che, qualche anno dopo, facesse pratiche per trasportare quelle sante ossa nella sua Chiesa di S. Donato, tanto che i Minori Conventuali, pensarono di prevenirlo e nascostamente, di notte tempo, le involarono da S. Rocco e le tumularono nel loro Tempio di S. Francesco, sotto l’Altare della famiglia Granella, nonostante le vive proteste dell’Abbate e del Comune. La località ove l’antico Eremita Gualdese visse e morì, cambiò poi a poco a poco il nome di Valdigorgo, in quello attuale di Valle di S. Marzio.

Ritornando ora alla principale residenza dei Frati Minori, come poco prima dicemmo, circa il 1241, gli stessi, abbandonato il Convento di Valdigorgo, andarono a stabilirsi in Gualdo, dove eressero un altro piccolo Convento con Chiesa dedicata a S. Francesco, su terreno ad essi donato da un patrizio Gualdese di nome Oddo. E a questa prima donazione, altre ne seguirono a favore dei nostri Frati Minori, fra le quali quella del Feudo di Collemincio, adessi concesso, assai più tardi, dal Perugino Teseo Rodulphius, con l’interposizione di un Fra Giovanni de partibus Galliae, come lo qualifica il Tossignano.

Il nuovo Convento, già si è detto eretto nel 1241, fu da alcuni Scrittori identificato con quello dell’Annunziata dei Minori Osservanti che anche oggi sorge nei dintorni della città, ma ciò è completamente errato, poiché quest’ultimo fu costruito, come a suo tempo vedremo, quasi due secoli dopo. Si può invece con ogni sicurezza asserire, che il nuovo e secondo Convento dei Frati Minori sorse entro Gualdo e precisamente nel luogo dove rimase sino ai tempi moderni. Ciò si deduce da un Istrumento redatto in Nocera dal Notaio Filippo Calmata l’8 Agosto 1293, «Apostolica Sede vacante», come leggesi nell’Istrumento stesso, mediante il quale i Frati Minori di Gualdo, con a capo il loro Guardiano Accursio, comperavano da Matteo di Bartolomeo, Priore della Cattedrale di Nocera, per tre centas libras bonorum denariorum Cortonensium, da pagarsi in tre anni nella festa di Tutti i Santi, un Oratorio intitolato a S. Maria della Misericordia, con orto e vari fabbricati annessi.

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Dalla Descrizione appunto di questi beni contenuta nell’ Istrumento, si apprende che gli stessi, confinavano da un lato con il Convento dei Frati Minori di Gualdo e dall’altro con il vicino Convento di S. Agostino, che sorgeva e sorge infatti tuttora entro la città, prossimo a quello di S. Francesco. E’ questa la prova migliore che il secondo Convento dei Francescani fu eretto entro Gualdo, nel luogo dove poi sempre rimase sino ai tempi moderni. Il documento contenente l’Atto di acquisto or ora descritto, mal conosciuto da alcuni antichi scrittori di cose Francescane, ha dato origine a varie inesattezze in proposito: Pietro Rodolfo da Tossignano, scrive infatti che l’8 Agosto 1283, in tempo di Sede Vacante, i Frati Minori si trasferirono in Gualdo. Il Wadding, riporta questa notizia ma intravvede un errore nella data poiché la stessa non corrisponde a tempo di Sede Vacante, ma bensì al Pontificato di Martino IV. Lo Jacobilli, mentre in una sua opera fissa anch’esso la venuta dei Francescani entro Gualdo agli 8 di Agosto del 1283, ha invece in altra opera la data 1288, la quale ultima è anche poi ripetuta dal Dorio. Gli storici suddetti errarono dunque, non solo citando l’anno dell’avvenimento, ma questo stesso falsarono dando come venuta dei Francescani entro Gualdo un Atto che consistette invece nell’ampliamento e nella rinnovazione della loro Chiesa e del loro Convento.

Con l’acquisto dei suddetti beni della Cattedrale di Nocera, cominciò il più florido periodo della loro esistenza per i nostri Frati Minori, che nel terreno acquistato eressero uno spazioso Convento e l’attuale bella Chiesa di S. Francesco. Subito vediamo interessarsi di essi, per cose riferentisi a pratiche religiose, il Pontefice Nicolo IV, con Bolla data il 5 Aprile 1291, Poco dopo troviamo ricordato nuovamente il Chiostro di Gualdo in un atto Papale: Infatti Papa Giovanni XXII, con Breve dato in Avignone il 20 Giugno 1328, aveva ordinato di pubblicare nei Conventi Francescani, il processo e la condanna emanata contro Michele da Cesena, già Ministro Generale dei Frati Minori e i due Frati di questo Ordine, Bonagrazia de Pergamo e Guglielmo Okam inglese, fuggitivi, scomunicati e colpevoli di eresia e del crimine di Scisma. La pubblicazione di questo storico processo, avvenne nel Convento dei Frati Minori di Gualdo il 28 Agosto di quello stesso anno, per opera di Fra Francesco di Bonapatria, alla presenza dei testimoni Fra Elemosina di Maestro Leonardo Vicario, Fra Pietro di Bartoluccio, Fra Galgano di Avolcrone, Fra Ceccolo di Mattia e Fra Angeluccio di Atto, tutti Religiosi del Convento.

Fu durante i fatti or ora narrati, cioè tra la fine del XIII e il principio del XIV secolo, che nel nostro Convento di S. Francesco visse quel Fra Paolo, che è ritenuto il Compilatore della Cronaca di Gualdo e di una raccolta di Vite di Santi già esistenti nel Convento suddetto. Altro Francescano Gualdese da ricordarsi in quell’epoca è il Beato Pietro Terziario che, nato nell’ultimo decennio del secolo XIII, trascorse gran parte della sua vita eremiticamente sulla montagna del nostro villaggio di Rigali, morendovi il 29 Giugno 1367. Sul suo eremo, dove fu sepolto, sorse una Chiesa intitolata a

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S. Pietro, la quale Chiesa essendo andata poi distrutta, venne ricostruita nel 1632 entro il villaggio suddetto. In tale occasione le spoglie di Frate Pietro, dalla diruta Chiesa di Rigali venivano trasportate in un Tempio dei Frati Minori del territorio di Gubbio da dove poi nel 1450, erano trasferite nella Chiesa di S. Francesco entro Gubbio; il quale fatto fece erroneamente scrivere ad alcuni che egli fosse morto nel Chiostro Eugubino di S. Francesco. Né possiamo qui tacere che questo Beato Pietro ebbe per ventiquatto anni, quale suo discepolo e suo compagno nell’Eremo della Montagna di Rigali, un altro Francescano e cioè quel Beato Tommasuccio che, scrittore di poetiche profezie, fu emulo del celebre Fra Jacopone da Todi. Inoltre Fra Tommasuccio, dopo la morte del Beato Pietro, avvenuta come si è detto nel 1367, si trasferì per tre anni nel su ricordato Eremo Francescano di Valdigorgo vicino a Gualdo. Probabilmente, è perché il Beato Tommasuccio visse lungamente nel territorio Gualdese che egli, in quasi tutti gli antichi Codici contenenti le sue Profezie, viene indicato come nativo di Gualdo, mentre invece sembra che nascesse a Valmacinaia, in territorio di Nocera Umbra, presso il confine del territorio Gualdese. Della vita e delle gesta di questo strano, originale e profetico rimatore, sarebbe qui superfluo occuparsi, avendone già trattato esaurientemente tanti illustri scrittori antichi e moderni. Ma io ho voluto almeno ricordarlo per i grandi e continui rapporti che, durante la sua vita, egli ebbe con la nostra città e con le istituzioni Francescane Gualdesi.

Ritornando al Convento di S. Francesco in Gualdo, diremo ora che quasi nessuna notizia di esso ci è pervenuta dal secolo XIV in poi, essendo andato disperso quell’Archivio Claustrale. Solo sappiamo che vari Padri Conventuali Gualdesi, furono elevati al grado di Ministri Provinciali. Così un Fra Paolo da Gualdo, designato a quest’officio nel 1425, un Fra Bonfilio da Gualdo eletto nel 1580 e un Fra Felice Mattioli pure da Gualdo, che ebbe la nomina il 18 Ottobre 1667, nel Capitolo tenuto in Amelia. Così pure un Fra Francesco da Gualdo, fu Maestro e Ministro Generale dei Padri Conventuali dal 1590 al 1593.

Da un decreto della Camera Apostolica, in data 6 Ottobre 1576, apprendiamo poi che ai nostri Frati di S. Francesco, il Distributore del Sale di Nocera, doveva ogni anno gratuitamente elargire, per loro uso, duecento libbre di sale e questa quantità ci fa supporre che, sin d’allora, fosse già di molto diminuito il numero di quei Religiosi. E la diminuzione dovette in seguito accentuarsi, poiché per effetto della Costituzione emanata da Innocenzo X il 15 Ottobre 1652, con la quale si sopprimevano tutti quei Conventi nei quali non risiedevano almeno sei Religiosi, riducendoli a stato Secolare, anche i Minori Conventuali di Gualdo dovettero partirsi de tale città ed abbandonare il loro Convento. In quest’ultimo, per effetto di un Decreto del Vescovo di Nocera emesso il 2 Ottobre dì quello stesso anno, presero perciò stanza cinque Preti Secolari, che avrebbero gestite altrettante Cappellanie Sacerdotali Perpetue, allora istituite nella Chiesa di S. Francesco, con le rendite di questa

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e del Convento e con i relativi oneri e cioè Messa quotidiana, più ogni altra funzione inerente al culto. Però in seguito a pratiche iniziate dal Comune di Gualdo sin dal Gennaio del 1674 presso la Santa Sede, nel Settembre del 1689 i Minori Conventuali ritornarono nel loro Chiostro di S. Francesco, dove furono ricevuti con grandi feste dalla popolazione e dal Comune, che ad essi diede incarico di fare scuola di Teologia e Filosofia. Ciò nonostante al Comune stesso, quei Frati mossero lite nel principio del secolo seguente, pretendendo di essere esentati dal pagamento dei Dazi Camerali, lite che provocò una decisione della Curia Pontificia in data 10 Marzo 1772.

Rimasero poi tra noi i Minori Conventuali sino alla Demaniazione del loro Chiostro, decretata dall’attuale Governo Italiano quando subentrò al Pontificio.

Questo Convento di S. Francesco oggi più non esiste, essendo stato trasformato parte in abitazioni private, parte in Officina Elettrica Municipale e in parte demolito, durante la seconda metà del XIX secolo, perché pericolante in seguito al terremoto del 1751. L’attuale Piazza Giordano Bruno, occupa oggi infatti l’area dove un tempo esisteva il Chiostro del Convento, Chiostro che era tutto ornato di belle colonne in pietra andate distrutte. (1)

(1) Fra Agostino da Stroncone M. O.: Umbria Serafica. Manoscritto del sec. XVII pubblicato in Miscellanea Francescana. Foligno. Vol. II, pag. 171; Vol. III , pag. 94 e 153; Vol. IV, pag. 28; Vol. X, pag. 114; Vol. XI, pag. 153; Vol. XII, pag. 92, 152, 153 – L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Foligno 1053. Pag. 30, 50, 69 e seg., 80, SI, 90 – L. WADDING: Annales Minorimi. Anni 1283,1520,1540 – padre venanzio da lagosanto: San Francesco d’Assisi e i suoi tre Ordini in Oualdo Tadino. Milano 1896. Pag. 19 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Oualdo e della Regione di Taino. Foligno 1638. Pag. 51, 52, 57, 61, 62, 63 – Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1593 al 1601, e. 1461; dal 1602 al 1607, e. 97 e 1021; dal 1607 al 1612, c. 50, 63, 71, 821; dal 1685 al 1698, c . 53; dal 1729 al 1740, e. 39t; dal 1765 al 1788, c . 28 a 32 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell’ Umbria. Tomo II. Foligno 1656. Pag. 122, 123, 148, 322, 324; Tomo III. Foligno 1661. Pag. 335, 434 – O. MORONI: Dizionario di Erudiziene Storico Ecclesiastica. Vol.XXXIlI, Pag. 78 e seg.; Vol. XLV1I1, Pag. 63 – O. Caiani: Raccolta Manoscritta di Memorie Storielle Gualdesi. Vol. 1 (Istrumento di acquisto dei Frati Minori di Gualdo, di alcuni beni della Cattedrale di Nocera. Anno 1293) – Biblioteca del Seminario di Foligno; Manoscritti di L. Jacobilli (Codice A. II. 16, e. 89t; Cod. A. VI. 6, c. 269; Cod. C. VIII. 11, c. 36; Cod. C. V. 5, anno 1219 e 1367) – D. Dono : Istoria della Famiglia Trinci. Foligno 1638. Pag. Ili – Petrus Rodulphus Tossinianensis : Historiarurn Seraphicae Religionis Libri tres etc. Venezia 1586. Pag. 254 – P. CENCI : Costituzioni Sinodali della Diocesi di Gubbio dei Secoli XIV e XV (\n Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Foligno 1913. Vol. I, Pag. 293) – C. Eubel: Bullarium Franciscanuin. Tomo V. Roma 1898. Pag. 351 – R. Guerrieri: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. Pag. 21 a 23 – O. SBARAGLIA : Bullarium Franciscanum Romanorum Pontificum. Roma 1765. Tomo III. Pag. 531 (in nota) – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Ercole di Gabriele dal 1470 al 1496. e. 41 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. Parte I, Perg. Num. 10.1 e Parte II, Perg. unica del 1281-1282; Sec. XVIII, Perg. A – R. CARNEVALI : Vita di S. Rinaldo. Foligno 1877. Pag. 115- Bollandisti: Nella Vita di S. Rinaldo – B. COLLINA : Vita di S. Romualdo. Bologna 1748. Parte I, Capo 32 e Parte li, Capo 52 – O. GRANDI: Dissertationes Camaldulenses. Lacca 1707. Dissert. li, Pag. 113, 133 – Biblioteca Vaticana:

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I Frati Minori Osservanti ed il loro Convento dì S. Maria Annunziata.

Nella seconda metà del Quattrocento, sulle prime pendici del monte sovrastante a Gualdo, nei dintorni del luogo dove più tardi, come tra poco vedremo, sorse l’attuale Convento dell’Annunziata dei Frati Zoccolanti, esistevano cinque antichissimi Eremitori, prossimi l’uno all’altro. Questo luogo chiamavasi in quel tempo «Le Pretaie» (Pietraie) forse perché dovunque cosparso di rupi e talvolta trovasi invece indicato come « Le Romite » certo per l’esistenza in esso degli Eremitori suddetti.

Uno di questi consisteva nel piccolo Chiostro che, come narrammo nel precedente Capitolo, intitolato ai S. S. Stefano e Lorenzo Martiri, aveva accolto anche l’eremita Gualdese Beato Marzio ; un secondo Eremitorio trovavasi attiguo alla piccola Chiesa di S. Anna, della quale in seguito tratteremo ; un terzo ci risulta dedicato a S. Giovanni ; un quarto, con Chiesuola, chiamavasi di S. Maria delle Grazie o di S. Girolamo, l’ultimo e più importante, era intitolato a S. Tommaso ed anche esso appare munito di Chiesa. Questi cinque Eremitori, i quali sorgevano tra loro vicini, in mezzo a rocce e tra la folta boscaglia che allora ricopriva quella località, erano tutti abitati da Anacoreti del Terzo Ordine di S. Francesco, ossia da Terziari Regolari, i quali, pur vivendo separati nei propri Eremi, si riunivano momentaneamente, quando era necessario, in uno di questi, per trattare qualche importante affare che a tutti riguardasse, ad esempio per l’elezione del loro comune Capo o Ministro. Rivestiva tale carica, nell’ultimo decennio di quel secolo, un Fra Bernardino di Cola da Toscanella, il quale viveva nel suddetto Eremo dei S. S. Stefano e Lorenzo anche dette di S. Marzio, dove avevano stanza altri due Anacoreti e cioè Fra Pellegrino di Angelo Gareggie e Fra Bernardino da Bergamo. Nell’Eremo di S. Anna trovavasi un tal Giacomo da Perugia ; in quello di S. Giovanni eravi un Fra Andrea di Giovanni Ayder da Villach (Carinzia); in quello di S. Maria delle Grazie o S. Girolamo,

Codice 7853 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) c. 10t, 33t, 34, 34t; Cod. Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) Pag. 53, 81, 82; Cod. Urbinate 48, c. 218t – Arch. Storico di Dubbio. Fondo Armanni : Codice II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) nella Leggenda di S. Francesco, da c. 68 a c. 74t; del Beato Maio, da c. 115 a c. 119t; del Beato Marzio, da c. 120 a c. 125t; nonché in altre Leggende del Codice a c. 110, 138, 138t, 139, 144t – Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Codice 341, c . 117a della Paginazione antica corrispondente a e. 121a di quella moderna (in nota) – M. FALOCl PULIGNANI : Le Arti e le Lettere alla Corte dei Trinci. Foligno 1888. Pag. 69 e seg. ; Le Profezie del Beato Tommasuccio. Foligno 1887 – Arch. Vaticano: Arch. XXIX. Tomo 244, e. 97t – Arch. Vescovile di Nocera Urnbra : Atti di Sacre Visite nella Chiesa di S. Francesco in Gualdo – R. F. marczìc : Apologia per l’Ordine dei Frati Minori. Lucca 1750. Tomo III, Pag. 141 – frate giusto DELLA ROSA : Leggenda del Beato Tommasuccio (In Bibliot. Ambrosiana di Milano. Cod. 1. 115; in Bibliot. del Seminario di Foligno. Cod. C, 1. 14; in Miscellanea Francescanavol. XXXI, da pag. 246 a 248).

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risiedevano un Fra Antonio di Giacomo da Siena ed un Fra Marino di Antolino de Curtis da Offida ; finalmente nell’Eremo di S. Tommaso, più frequentato di lutti gli altri, risiedevano Fra Francesco di Giglio di Nicolo, Fra Paolo di Nicolo, Fra Nicolo di Luca e Fra Andrea di Pietro, tutti quattro di nazionalità Albanese, più Fra Giorgio di Alegrino da Zara, Fra Luca di Giuliano di Biagio Massaroli da Cagli e Fra Bernardino di Giuliano anch’esso da Cagli. Ci sono pervenuti i nomi anche di altri Frati Anacoreti viventi allora negli Eremi suddetti, senza specificazione di luogo, ad esempio un Fra Domenico di Francesco da Offida, un Fra Lorenzo di Galeotto da Fossato, un Fra Sebastiano di Leonardo originario di Baviera e un Fra Benedetto di Simone da Ragusa de partibus Sclavonie. E qui noteremo per incidenza, a proposito di Frati Francescani stranieri nei nostri Conventi, che contemporaneamente ne esistevano anche nel Chiostro di S. Francesco dei Minori Conventuali entro Gualdo, ad esempio un Fra Matteo di Benedetto e un Fra Giorgio di Matteo ambedue de partibus Sclavonie, e un Fra Pietro di Maestro Giovanni de Alamania. La presenza di tutti questi Frati venuti dalla Germania, ma specialmente dall’altra sponda dell’Adriatico, è cosa invero assai strana, ed un tal fatto potrebbe forse spiegarsi con le invasioni poco prima avvenute della Slavonia e dell’Albania per opera dei Turchi, da dove gran parte della popolazione era fuggita davanti ai feroci invasori.

I cinque Eremitori di cui stiamo trattando, appartenevano tutti al Comune di Gualdo il quale, tra i suoi Magistrati, aveva infatti anche i cosi detti Sindaci degli Eremitori, i quali venivano periodicamente eletti in numero di due e si occupavano della dimora degli Anacoreti nei vari Eremi, nonché di provvedere alla buona conservazione di questi ultimi. Oltre a ciò, ogni anno, il 10 di Agosto, il Comune di Gualdo addiveniva ad una originale cerimonia per confermare i suoi diritti di proprietà su i Romitori, e questa cerimonia si svolgeva nel modo seguente : I Priori del Comune, si recavano nell’Eremo di S. Marzio e si ponevano a passeggiare, come in casa propria, nell’interno di esso, nonché nella Chiesa e nell’orto contiguo. Allora il Ministro degli Eremiti si presentava ad essi e dichiarava spontaneamente ad alta voce ed in pubblico, che l’Eremo apparteneva al Comune di Gualdo e che i Frati Anacoreti lo tenevano e l’avrebbero anche in avvenire tenuto per conto del Comune stesso, dopo di che i Priori si allontanavano.

Ma i Frati dei vari Eremi, dovettero un giorno sentire il bisogno di riunirsi in un unico, più grande e più comodo Convento, e di questo Progetto prese l’iniziativa il su ricordato Fra Marino di Antolino de Curtis da Offida. Costui infatti, mediante Atto Notarile del 30 Ottobre 1497, riuscì a farsi cedere dal Comune di Gualdo, una parte della vasta zona di terreno montano su cui sorgevano i cinque Eremitori, con la condizione che il Comune stesso avrebbe inoltre rimborsato a Fra Marino, tutte quelle spese che egli avrebbe dovuto sostenere per Eventuali costruzioni di nuovi edifici sul terreno come sopra ceduto.

296 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Fu così che nel principio del secolo seguente, ivi potè sorgere per i Frati Anacoreti del Terzo Ordine di S. Francesco, in mezzo ai vecchi Eremitori, un nuovo ed unico Convento, intitolato poi a S. Maria Annunziata, che è quello appunto tuttora esistente e il di cui antico sigillo portava infatti nel centro la scena dell’Annunciazione.

Intanto però, mentre accadevano i fatti or ora narrati, si incominciò a vagheggiare in Gualdo, l’idea di crearvi anche un Convento per i Frati Minori Osservanti, i cosi detti Zoccolanti, e si pensò anzi d’introdurli nel vecchio sopra ricordato Eremo di S. Tommaso, convenientemente restaurato e ingrandito. Alcuni documenti del nostro Archivio Notarile, ci permettono di stabilire con grande approssimazione, l’epoca in cui i Minori Osservanti andarono ad occupare l’antico Eremitorio di S. Tommaso e questi documenti consistono in quattro testamenti, successivamente fatti da una stessa persona e cioè da tal Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli da Gualdo, di professione Notaio e del quale molti volumi di rogiti esistono ancora nel nostro Archivio Notarile.

Nel primo testamento, in data 15 Agosto 1486, si legge infatti che Pietro di Mariano « reliquit loco sancti Thome in montibus Gualdi, prò aconcimine eiusdem laci, florenos tres, ad XL bol., casa quo ibi veniant ad commorandum et habitandum fratres Observan tini Ordinis sancti Francisci, aliter non ». Poi, prima di terminare l’Atto, il testatore specifica meglio il suddetto legato, così correggendolo : « reliquit loco sancti Thome in monti Gualdi flor. X prò aconcimine vel reparatione loci, casu quo fratres Observanti veniant et morarent in ipso loco et capiant ipsum locum ad abitandum et si dicti fratres non venerint, reliquit in dicto loco unum florenum, tantum pro adconcimine ». Nel secondo testamento, rogato il 1 Gennaio 1493, Io stesso testatore « reliquit florenos tres, ad 40 bol. prò flor expendendos prò aconcimine loci fratrum Observantie sancti Francisci, casu quo in territorio Gualdi predicti accipiant et edifi cent locum Observantie prefate et aliter non, et donec dicti fratres [non] venerint ad habitandum aut ad edificandum cum effectu, non possint cogi heredes ipsius testatoris ad solvendum neque ad depo nendum dictos tres florenos ». Nel terzo testamento, del 29 Luglio 1514, Pietro di Mariano costituisce di nuovo un Legato di dieci fiorini «pro fabrica loci Observantie S. Francisci, in territorio Gualdi fabricandi» ed aggiunge che, se entro dieci anni dalla sua morte non fosse edificato « dictus locus » né incominciato a edificare, allora i dieci fiorini sarebbero spettati al Monastero di S. Margherita di Gualdo. Però, a margine di questo Atto, nel Bastardello originale, trovasi una postilla notarile in data 20 Settembre 1519, dalla quale risulta che il testatore, ancora in vita, pagava la somma promessa « pro fabrica incepta per Observantinos, in montibus Gualdi ». E finalmente, nel quarto testamento redatto il 4 Agosto 1524, Pietro di Mariano dichiarava di non rinnovare il solito Legato a favore dei Minori Osservanti, poiché questo era stato già soddisfatto, pagando ratealmente i dieci fiorini prima a Fra Ginepro da Città di Castello, poi a Fra Matteo da Borgo S. Sepolcro ed infine il rimanente a Fra Bonifacio dello stesso Borgo S. Sepolcro,

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l’un dopo l’altro Guardiani del nuovo Convento di S. Tommaso dei Minori Osservanti. E’ quindi chiaro che la venuta di questi ultimi in Gualdo e l’adattamento a loro residenza del vecchio Eremitorio di S. Tommaso, che in tale occasione fu forse restaurato ed ampliato, si effettuò nel periodo di tempo interposto tra il 29 Luglio 1514, nel quale giorno fu rogato il terzo testamento e il 20 Settembre 1519, data della postilla secondariamente aggiunta allo stesso.

Lo scrittore Cappuccino Padre Venanzio da Lagosanto, trattando in un suo breve Opuscolo dei tre Ordini Francescani in Gualdo Tadino, dice che, a favore della suddetta fondazione del Convento dei Minori Osservanti, si adoperò in modo decisivo, un Vicario Provinciale di quest’Ordine e cioè il Beato Gabriele da Gualdo. Egli però cade in errore facendo avvenire tale fondazione nel 1490 ed assegnando al Convento il titolo di S. Girolamo, anziché quello di S. Tommaso.

Ma questa prima sede dei Minori Osservanti, in un antico Eremitorio che probabilmente in modo precario ed affrettato sarà stato predisposto per il nuovo uso, non dovette per certo soddisfare i Frati suddetti, poiché durante la Legazione del Card. Antonio Del Monte e con il favore di questo, i Minori Osservanti pensarono di migliorare la propria residenza. Già con Istrumento del 3 Gennaio 1520, il loro Sindaco o Procuratore Giovan Pietro Muscelli, riceveva in enfiteusi alcune vicine terre sulla montagna, dal Nocerino Giuliano Bonincampo, Priore della Chiesa di S. Donato di Gualdo, consenziente Tarusio de Tharusiis, Luogotenente del Card. Del Monte. L’anno seguente poi, i Minori Osservanti raggiungevano il loro scopo e per l’efficace interessamento del Cardinale suddetto, si recavano ad abitare nel vicinissimo Convento di S. Maria Annunziata che, come sopra abbiamo visto, per l’opera di Fra Marino da Offida, era stato poco prima costruito dal Comune di Gualdo per i Terziari Regolari e che veniva ora concesso dallo stesso Fra Marino, ai Minori Osservanti rappresentati da Fra Bernardino da Gualdo, il quale in seguito, nel Capitolo celebratesi alla Porziuncola l’anno 1530, essendo stato eletto Ministro Provinciale, apportò al Convento grandi restauri. Ma i Frati Terziari Regolari, insorsero a protestare contro la cessione fatta dal loro confratello Fra Marino da Offida, per cui questa venne annullata dallo stesso Card. Del Monte. Da tutto ciò nacque in Roma una Causa giudiziaria, che fu in breve vinta dai Minori Osservanti, tanto che nello stesso anno 1521, Papa Leone X, con apposita Bolla, riconfermava a questi la concessione, ordinando ai Vescovi di Nocera e di Assisi di farla eseguire.

Nessun altro documento storico ci resta di questo Convento, solo abbiamo un Decreto della Camera Apostolica, in data 28 Giugno 1567, con il quale si ordinava al Distributore del sale di concederne gratuitamente duecento libbre ogni anno ai Frati del Convento dell’Annunziata. In questo, i Minori Osservanti sono rimasti sino a che, subentrato al Pontificio il nuovo Governo Italiano, venne quel possesso devoluto al Demanio, ed essendo stato riscattato nel

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Settembre 1882, i Minori Osservanti vi ritornarono dopo averlo restaurato e vi dimorano ancora. (1)

I Frati Minori Cappuccini ed il loro Convento di S. Michele Arcangelo.

Intorno al 1562, si incominciò a trattare in seno al Consiglio Generale del Comune di Gualdo, circa l’opportunità di fondare nel territorio Gualdese un Convento Cappuccino e nei Libri Consigliari di quell’epoca, sino al 1566, si riscontrano frequenti proposte e discussioni sul modo migliore per procurare il danaro a tale scopo occorrente. Con il contributo del Comune e mediante private oblazioni, si raggiunse infine l’intento e si procedette subito all’acquisto del suolo su cui doveva sorgere il fabbricato, suolo che trovavasi nella Parrocchia di S. Benedetto, in località chiamata Sant’Angelo e che venne venduto al Comune dal Nobile Tommaso da Salmaregia.

In tal modo, durante l’anno 1566, si iniziò la costruzione del Convento e della Chiesa dei Cappuccini, nel luogo ove esiste attualmente, a due chilometri circa dalla città, in un’angusta e pittoresca valle e, compiuto che fu, venne dalla Comunità ceduto ai Frati dell’Ordine suddetto. Contemporaneamente il Comune acquistava anche alcune terre contigue, che circondavano a settentrione il Convento e le donava a questo. Ma, ciò nonostante, ai Minori Cappuccini mancava una comoda e breve via di accesso per venire in città, nonché un orto e un bosco per far legna e sembra che, per tali scopi, abbisognasse l’occupazione di altri confinanti terreni allora posseduti dall’Abbazia di S. Benedetto, che circondavano a mezzogiorno, verso Gualdo, i beni del Convento, precludendo a questo lo sbocco sulla più breve via pubblica per la città. In mezzo ad essi, per di più, sorgeva l’antica Cappella del Beato Angelo, oggi ancora esistente presso il Convento, la qual cosa faceva maggiormente desiderare ai Cappuccini un tale possedimento. Per soddisfare le nuove esigenze di questi, dietro

(1) L. WADDING: Annales Minorum. Anno 1520. N°. 37 – F. GONZAGA : De origine Seraphicae Religionìs Franciscanae. Roma 1587. Parte II, pag. 167 – Arch. Vaticano: Arch. XXIX. Tomo 234. c . 39t. – L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo 11. Foligno 1656. Pag. 269, 270 – Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1528 al 1533. c. 112, 134 – FRA Agostino da Stroncone : Op. cit. Vol. VI, pag. 142; Vol. VII, pag. 24 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. e. 89t, 91t, 95, 122, 168, 200; di Ercole di Gabriele dal 1501 ai 1504, Paginazione III, c. 305 e dal 1492 al 1498, Quaderno VII, e. 50; di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 495t ; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, Anni 1496 e 1480, c . 90t ; 1497, c . 121t ; 1498 e 1499, Pa­ ginazione I, c. 56, Paginazione II, c. 35t; dal 1491 al 1494, c. 161, 162, 186t, 31 lt; dal 1489 al 1490, c . 148t, 155; dal 1487 al 1489, c . 164t; del 1504 e 1505, e. 6, 43t, 108t; del 1478, 1487 e 1498, c . 4; dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, Paginazione I, c. 202, 202t, 204, 207t, Paginazione 11, c. 198 e 25H ; del 1494 e 1495, c. 19t, 113; dal 1473 al 1527,c. 19t, 46t, 95t, 135t. 197t, 231,

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preghiera del Comune di Gualdo, il Card. Serbelloni, allora Abbate Commendatario dell’Abbazia di S. Benedetto, mediante Istrumento del 30 Maggio 1569, cedeva in enfiteusi perpetua la Cappella del B. Angelo e i terreni circostanti, per una misura di circa dieci modioli ai Padri Cappuccini, rappresentati dal Guardiano Frate Angelo da Foligno e da Fra Giustino da Perugia, con l’imposizione dell’annuo canone di una candela del valore di un bolognino, da offrirsi alla suddetta Abbazia. D’altra parte, i Cappuccini si assumevano l’onere di ben conservare e mantenere i beni ricevuti in enfiteusi, di restaurare, ampliare e poi officiare la suddetta Cappella del B. Angelo, di intitolare a S. Michele Arcangelo il loro nuovo Convento e l’annessa Chiesa, di ridurre a coltivazione le terre avute, che trovavansi pressoché incolte e di aprire la desiderata via che doveva rendere più breve l’accesso da Gualdo alla loro dimora. Detta via, per certo, oggi consiste nel breve tratto che, passando a fianco della Cappella del B. Angelo, pone in comunicazione la strada di Capo d’Acqua con l’altra che dal Convento mena al villaggio di Casale. Il suddetto Istrumento di cessione, venne poi approvato da Papa Pio V con Breve del 19 Novembre 1569.

Il nostro Convento dei Cappuccini, fabbricato esattamente come prescrivono le regole di quell’Ordine, divenne in breve tempo prospero e fiorente per frequenti elargizioni ad esso fatte dal Comune nonché da privati cittadini e tra i molti Padri Guardiani che si successero al suo governo, ricorderemo nel 1633 Padre Carlo da Foligno, al secolo Annibale Gerardi, e nel 1752 Padre Ignazio pur da Foligno, al secolo Francesco Maria Scafali, ambedue ben noti come scrittori e letterati nell’Ordine Cappuccino. Ricorderemo anche l’altro Padre Guardiano Fra Tommaso da Terni, il quale, in occasione della gravissima pestilenza che desolò Gualdo ed il suo territorio dal 1656 al 1660, unitamente ai suoi Frati, accorse dovunque per portare aiuti e conforti agli appestati, ottenendone poi dal Comune di Gualdo un meritato premio per il suo Convento.

L’emblema di quei Religiosi, era S. Michele Arcangelo, titolare, come si è detto, del Chiostro e della Chiesa, ed anche il loro antico sigillo conventuale portava nel centro la sua effigie con intorno l’iscrizione : Sigil. Capuccinorum terrae Gualdi.

Occupato nel 1809 lo Stato Pontificio dall’Imperatore Napoleone I, i Frati Cappuccini furono espulsi anche dal loro Monastero, ma vi ritornarono poi nel 1815. Più tardi, questi Religiosi dovettero però di nuovo abbandonare la loro dimora e ciò in seguito alla Demaniazione dei beni ecclesiastici fatta dall’attuale Governo Italiano, con Decreto pubblicato il giorno II Decembre 1860 dal R°. Commissario Generale per l’Umbria Gioacchino Pepoli, con il quale decreto si addiveniva appunto alla soppressione dei vari Istituti Religiosi della Provincia. Riscattato quel Chiostro dal Demanio il 28 Settembre 1878, per opera di Mons. Roberto Calai, veniva notevolmente restaurato ed ampliato e nel 1880 vi ritornavano i Minori Cappuccini, ai quali era poi ceduto dallo stesso Mons. Calai, mediante regolare Istrumento del 14 Agosto 1894. Questi Religiosi

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vi permangono tuttora e sin dall’epoca del loro ritorno, vi istituirono anzi un Collegio Serafico, per giovanetti e per allievi Cappuccini, che assunse ben presto un fiorente sviluppo, tanto che si dovette addivenire a successivi ingrandimenti del Convento, con nuove importanti costruzioni effettuate nel 1884, 1894, 1920, 1923 e 1924. Ora viene a proposito l’accennare ad un illustre Cappuccino e cioè a Padre Tommaso da Gualdo. Quivi nacque nel 1556 e il suo nome di battesimo fu Gentile Roccitelli di Giovan Battista. Diciottenne vestì l’abito monastico nel Convento di S. Giuseppe in Città di Castello. Nel « Registro delle professioni dall’anno 1573 al 1591 » che si conserva manoscritto nell’Archivio Provinciale dell’Ordine in Foligno, a pag. 5, leggesi a tal proposito la nota seguente: Professione di Fra Tomaso da Gualdo, Chierico – Alli 18 Novembre 1573, fra Tomaso da Gualdo di Nocera, fece questo dì sopradetto, professione secondo la regola nelle mani del Padre Fra Bernardo da Spoleti nel nostro luogo di Castello e suo Maestro, come è solito, presenti l’infrascritti frati. . . ». Fu uomo di grande ingegno, scienziato e predicatore insigne e scrisse una « Vita e miracoli del P. S. Francesco » che dedicò a Ranuccio Farnese, Duca di Parma e Piacenza. Morì nel nuovo Convento di Perugia nel Luglio del 1620. Fu ricordato da tutti gli scrittori antichi e moderni che si occuparono dei più insigni Frati Cappuccini e fra gli altri da P. Dionisio da Genova (Bibliotecha scriptorum Capace. Genuae 1680. pag. 457), da P. Bernardo da Bologna (Bibl. script. Capucc. Venetiis 1748, pag. 237), dallo Sbaraglia (Supplementum et casticatio ad scriptores trium Ord. S. Franc. Roma 1806, pag. 676), dal Pagnozio (De Maria Triumphante. Lib. III , cor. 3, cap. 57, pag. 745), da Giovanni da S. Antonio (nel Tomo III della sua opera, a pag. 121), e recentemente da P. Francesco da Vicenza (Gli Scrittori Cappuccini della Provincia Serafica. Foligno 1922. pag. 74). I primi tre degli Autori su nominati, qualificano Tommaso da Gualdo «Provinciae Hetruriae Cap puccinorum alumnus» la quale asserzione è errata, bastando a dimostrarlo il su riferito documento dell’Archivio Provinciale dell’Ordine.

Altro Frate Cappuccino che va ricordato, è un Fra Benedetto da Gualdo, che fu assai venerato nella nostra regione, durante la prima metà del Seicento, come religioso che spinse sino al fanatismo l’osservanza delle regole Francescane, sia per povertà di vita, sia per mortificazione del proprio corpo. Morì, dopo infiniti e voluti stenti, nel Convento di Nocera Umbra l’anno 1640, come suoi dirsi, in odore di santità, e fu sepolto, con grande pompa e gran concorso di popolo, nella Chiesa del suo Chiostro, in una tomba espressamente fatta costruire per lui dal Comune di Nocera. (1)

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bongrazio Bongrazi.Vol. del 1569, c. 372 – Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1562 al 1565. c. 588t Ut 48 120t 167t 169t – MICHELE da Tiralo : Bullarium capuccinorum. Tomo II Roma 1743 Pag. 104, 105, 435 – O. O. SBARAGLI : Supplementum et casticatio ad scriptores Trium Ordinum S. Francis». Roma 1806. pag. 670 _ L. JACOB1LLI: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo III. Foligno 1661,

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Le Monache Clarisse ed i loro Conventi di S. Margherita e di S. Chiara.

Questi due Monasteri, appartenenti alle Clarisse, sono oggi e stinti, ma ciò nonostante è necessario parlarne, per illustrare le origini e le vicende di tale importantissimo Ordine Religioso in Gualdo Tadino. (1)

I

Convento di S. Margherita. – Diremo subito che negli Atti della Sacra Visita Diocesana, praticata in questo Convento dal Vescovo di Nocera Mons. Massaioli l’anno 1771, si legge che lo stesso fu edificato, esternamente alla Porta Civica di S. Donato, per le Monache del Terzo Ordine di S. Francesco, l’anno 1328 ad iniziativa del Vescovo Nocerino Alessandro Vincioli da Perugia. D’altra parte lo storico Folignate Ludovico Iacobilli, nel suo libro «Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi», a pag. 93, scrive che tal Cecco Mancia da Gualdo, con l’autorizzazione del suddetto Vescovo di Nocera Alessandro Vincioli, fece costruire fuori delle Mura cittadine, l’anno 1328, per le Monache del Secondo Ordine di S. Francesco, un Monastero dedicato a S. Pietro.

Ora è evidente che, a parte la sconcordanza dell’Ordine a cui avrebbero appartenuto le Monache, così il Cancelliere Vescovile che descrisse la S. Visita Diocesana del 1771, come lo storico Jacobilli, alludevano ad uno stesso Convento, cioè a quello di S. Margherita, il di cui vasto fabbricato sorge infatti anche oggi presso le Mura della Città, fuori e di fronte alla Porta Civica di S. Donato. Ma certamente lo Jacobilli errò dando come intitolato a S. Pietro questo Chiostro, poiché fu invece il Convento di S. Chiara, di cui tratteremo fra poco, quello che da principio venne dedicato a S. Pietro. Al contrario, il Chiostro di cui stiamo ora trattando, per certo sin dalla sua fondazione, ebbe a titolare S. Margherita e con tale nome è infatti sino a noi pervenuto.

(1) Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1574 al 1575, c. 52 e 52t; dal 1685 al1698, c. 162t e 163; Bandi e Lettere dal 1562 al 1569, c. 14; Raccolta dei Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo, Doc. N°. 87, 113,120 – L. Jacobilli: di Nocera nell’umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 93 – FRA AGOSTINO DA STRONCONE: Umbria Serafica. ms. già cit. vol. III, pag. 156; Vol. XII, pag. 92 – Biblioteca del Seminario di Foligno: M ss. di L. Jacobilli. Cod. A. II. 16, c. 99t; Cod. A. V. 11, c. 796; Cod. C. VIII. 11, c. 86 – wadding: Annales Minorum. Anno 1503. N°. 32 – Arch. Vaticano: Arm XXIX, tomo 234, c. 39t e tomo 240, c. 169t – R. GUERRIERI: Gli antichi istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. pag. 81 e 116 – Arch. vescovile di Nocera Umbra : Atti di Sacra Visita al Convento di S. Margherita in Gualdo dell’anno 1771; Atti di Sacra Visita al Convento di S. Chiara Gualdo dell’anno 1593, 14 Settembre, c. 79 e 79t e dell’anno 1597, 2 Luglio,c.62t e 63 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al1382 c.28 e 29t; di Ercole di Gabriele dal 1470 al 1496, c. 62 ; di Piersante di Andrea de Benadattis, Atti sparsi del primo trentennio del sec. XVI, c. 92 ; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535, c. 206.

302 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Intorno al 1453, dal Vescovo di Nocera Giovanni Marcolini da Fano, venne rinnovata l’omonima annessa Chiesa e ampliato il Convento, che subì poi un nuovo ingrandimento durante l’anno 1574. Di esso ben pochi documenti possediamo e di scarsa importanza essendone andato disperso l’Archivio. Resta, ad esempio, un Breve di Papa Alessando VI, emesso nell’anno 1503, con il quale si da incarico a Frate Iacobo da Porcaria, Vicario della Provincia di S. Francesco e ai suoi successori, di provvedere con i propri dipendenti all’officio di Confessore delle Monache di S. Margherita, officio sino allora tenuto dai Preti secolari. Il Pontefice trasmetteva quest’ordine con il tramite del Vicario Provinciale dei Francescani e non con quello del Vescovo, perché le Monache di S. Margherita, vivevano allora come Terziarie, sotto la giurisdizione comune a tutti i Frati Minori, senza alcuna clausura e perciò esse stesse andavano in giro nel territorio questuando per procacciarsi da vivere, essendo allora piuttosto scarse le rendite del Convento e numerose invece le Religiose, che ad un Capitolo, da esse tenuto il 5 Febbraio 1502, vediamo infatti intervenire in numero di ventidue. Ma allorché Pio V, nel 1566 emanò la nota Costituzione su la Clausura, anche per richiesta del Comune di Gualdo, fu tolto il Monastero di S. Margherita dalla dipendenza delle Autorità Francescane e sottoposto alla dipendenza dell’Ordinario cioè del Vescovo di Nocera. Allora quelle tra le Monache del nostro Convento che non vollero ritornare, come ad esse era lecito, alle proprie case, professarono i tre solenni voti religiosi prescritti dalle Leggi Ecclesiastiche e con Atto stipulato dal Notaro Troili Francesco, si obbligarono di sottostare al nuovo duro regime della clausura. Non potendo perciò esse più praticare personalmente la questua, questa venne affidata invece a cinque Converse, alle quali era lecito vagare in ogni tempo per il territorio Gualdese per raccogliervi elemosine, ma che non dovevano risiedere entro il Convento, bensì in una separata abitazione. A proposito della clausura a cui furono sottoposte le Monache di S. Margherita, ci resta anzi un Decreto pubblicato il 3 Luglio 1569 da Sebastiano da Ripatransone, Frate Minore, il quale come Commissario Pontificio, aveva in Gualdo condotto tutte le pratiche occorrenti all’istituzione della clausura nel Convento di S. Margherita. Da tale decreto, risulta che nessun uomo, sia laico sia religioso, esclusi i Medici, poteva presentarsi al Parlatorio del Monastero, senza permesso scritto del Guardiano dei Frati Minori o del Confessore delle Monache e quando fosse ammesso al Parlatorio doveva avere presente al colloquio il Confessore suddetto. Ai contravventori si minacciava, come pena, la confisca di tutti i loro beni o il carcere se possedevano meno di duecento scudi. Nessuna donna poi, pena la scomunica maggiore, per parlare ad una Religiosa poteva oltrepassare il primo Chiostro e la Religiosa stessa doveva presentarsi alla visitatrice sempre accompagnata da un’altra Monaca. Ma pare che tale rigorosa clausura non fosse di grande utilità alle monache di S. Margherita, che protestarono per essersi verificata, dopo tale provvedimento, una grande diminuzione dei

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proventi della questua ed anzi nel 1637, in unione agli altri due Monasteri Gualdesi di S. Maria Maddalena e di S. Chiara, ricorsero alla S. Sede per essere esentati dal pagare le tasse Camerali e Comunali, tanto che il Comune stesso, con Memoriale del 27 Maggio di quell’anno, dovette provare come tutte quelle Religiose possedevano invece beni stabili e rendite perenni, più che sufficienti per vivere comodamente. Ciò in gran parte era vero: Sappiamo infatti che la stessa Camera Apostolica, con Decreto del 28 Giugno 1567, aveva concesso alle Monache di S. Margherita, gratuitamente, ottocento libbre di sale ogni anno. Di più, il Monastero riceveva allora annualmente, a titolo di elemosina, otto salme di grano (ogni salma corrisponde in peso a Kg. 216 circa) dall’Ospedale Gualdese di S. Lazzaro, nonché due salme dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati ed a ciò deve aggiungersi il fruttato delle proprie terre, consistente principalmente in frumento, vino ed olio. D’altra parte, è certo che il numero delle abitatrici del Convento di S. Margherita era andato sempre più diminuendo dopo l’adozione della clausura. Senza tener conto delle Educande, tra Monache e Converse, trentaquattro Religiose vi erano nel 1573, venti nel 1605 e nel 1658, dieciassette nel 1663, sedici nel 1682, dodici nel 1691. Per di più, circa il 1681, alle Monache di S. Margherita era stata limitata anche l’opera delle Converse adibite alla questua, per cui le Monache suddette avevano fatto nuovamente ricorso al Pontefice ed al Vescovo di Nocera, il quale ultimo, nella Visita Pastorale del 17 Settembre 1682, ordinò che tutte le pie istituzioni Gualdesi e cioè Ospedali, Confraternite, Monti di Pietà, Monti Frumentari, etc., dovessero fornire alle Monache di S. Margherita, in modo permanente, un dato contributo in denaro o in derrate e dispose altresì che speciali Commissioni di autorevoli cittadini, andassero periodicamente questuando nella città e nel territorio per sovvenirle. Ma pochi anni dopo, le condizioni del Convento migliorarono notevolmente, poiché nel 1704, Mons. Marco Battaglini Vescovo di Nocera, rinnovando un tentativo già inutilmente fatto nel 1697, al Monastero di S. Margherita incorporava anche quello di S. Chiara presso Porta S. Martino, dove pure risiedevano le Clarisse e del quale tratteremo fra breve, sicché le Monache, dal Chiostro di S. Chiara, il 12 Marzo di quello stesso anno, con grande solennità si trasferirono nel Monastero di S. Margherita e ciò nonostante le proteste del Comune e della popolazione Gualdese, che malvolentieri sopportava la soppressione dell’antico Convento di S. Chiara.

Ma, come si è detto, quello di S. Margherita ritrasse dall’unione non pochi vantaggi, sopra tutto per le rendite pervenutegli dall’altro di S. Chiara e per una eredità in quel tempo lasciatagli da tal Carlo Antonio Puccinelli, con l’obbligo però di ricevere e mantenere gratuitamente in permanenza due giovanette, poiché le Educande del Monastero solevano dare a questo, per il loro mantenimento, ogni anno, una certa quantità di frumento, sei barili di vino e quattro scudi portati poi a sei nel 1721. Il numero delle religiose cominciò allora a risalire e se ne contano infatti diciotto nel 1704 e

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ventiquattro nel 1713; anche le rendite stabili del Convento aumentarono in proporzione, tanto che nell’anno in cui fu effettuata l’unione, queste salirono alla cifra di seicentonovantasette scudi, somma non indifferente in quei tempi.

Perdurò in tale stato il Chiostro per circa un secolo, sino a che cioè, per effetto dell’invasione Francese, il 15 Giugno 1810, le Religiose dovettero da esso dipartirsi e disperdersi nella regione. Erano in numero di ventinove, tra le quali undici Converse. Nel 1814, restaurato il Governo Pontificio, le Clarisse di S. Margherita, per opera del Vescovo di Nocera Mons. Piervissani, si riunirono provvisoriamente nel Chiostro Benedettino di S. Maria Maddalena, dove restarono due mesi, sino a che fu restaurato il loro vecchio Convento, nel quale fecero ritorno il 10 Ottobre 1814, in numero di quindici, sei delle quali Converse. Nell’Aprile del 1816, erano però già risalite a trenta.

Più tardi, con il succedere dell’attuale Governo Italiano a quello Pontificio, il Monastero di S. Margherita passò al Demanio e, dopo qualche anno, venne ceduto al nostro Comune, perché v’istituisse un’Opera di Beneficenza. In esso però rimasero ad abitare le Monache anche dopo la Demaniazione, fino al 1895, nel quale anno, essendo assai diminuite di numero, chiesero e ottennero di venire aggregate alle Monache residenti nel suddetto Monastero Benedettino di S. Maria Maddalena. Finalmente nel 1909, il Comune di Gualdo concesse il vasto edificio di questo Chiostro ad una Cooperativa di Operai Ceramisti, che vi esercita tuttora l’industria delle Maioliche comuni ed artistiche.

II

Convento di S. Chiara. – Anche di questo apprendiamo le prime origini dagli Atti di Sacre Visite Diocesane e propriamente da quelli della Visita eseguitavi dal Vescovo di Nocera Roberto Pierbenedetti il 2 Luglio 1597. In questi Atti si legge appunto, che nella prima metà del secolo XIV, a pochi passi dalla città, in località allora chiamata Col della Noce, fuori della Porta Civica di S. Facon dino, presso a poco nel luogo dove oggi trovasi l’ingresso agli orti del Collegio Salesiano di S. Roberto, un tal Bitto di Paride di Nanita, aveva fondato un Convento per le Monache Clarisse e che in seguito, con testamento rogato l’anno 1343, il suddetto Bitto aveva dotato il Monastero da lui istituito con molti beni. Donò infatti allo stesso un palazzo ed altre case, con due terreni, nella Parrocchia di Crocicchio, a condizione che tutto ciò non potesse essere venduto dal Monastero, a spese del quale si sarebbero dovuti inoltre mantenere due Frati Minori, sacerdoti, aventi l’incarico del servizio religioso e della celebrazione dei Divini Offici nel Monastero stesso. Lasciò inoltre a questo, una sua casetta che sorgeva attigua al Chiostro ed un terreno posto nel distretto di Fossato, a Palazzolo, con la condizione che il Monastero, ogni anno, mediante i frutti di detti beni, avrebbe dovuto receptare unum romipetam. Inoltre, avendo il suddetto Bitto eretto una cappella nella Chiesa di S. Benedetto, presso l’altare di S. Angelo,

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con l’onere di celebrarvi un certo numero di Messe, ed avendo assegnato alla Chiesa stessa per tale funzione un terreno posto nella Parrocchia di S. Lucia di Pe ritolo, così ora stabiliva, che questo terreno dovesse andare al Convento delle Clarisse, quante volte non si celebrassero regolarmente le Messe prescritte nella Cappella da lui fondata. Sostituì infine le Monache di S. Chiara a sua figlia, nel caso che questa morisse senza discendenti, per quanto si riferiva all’eredità di tre terreni posti nella Parrocchia di Crocicchio, rispettivamente nei vocaboli Felcane, Sasso, ed Aregne, nonché di una casa situata in Gualdo, fuori la Porta Civica di S. Facondino. Nel documento or ora descritto, non è detto qual nome portasse questo Monastero di Clarisse, ma che fosse originariamente intitolato a S. Pietro, ci risulta da altri molteplici documenti. Anzi tutto da una concessione di indulgenze, al Chiostro stesso fatta da Benedetto XII, con Breve dato ad Avignone il 6 Giugno 1335, nel quale il Convento è appunto indicato con il suo primitivo nome di S. Pietro in Col della Noce, Breve riportato anche negli Atti della Sacra Visita Diocesana, praticata al Chiostro in parola dal Vescovo di Nocera il 14 Settembre 1593. L’intitolazione suddetta, ci risulta poi anche meglio da un documento del 10 Aprile 1377, contenente il Verbale Notarile di un Capitolo Monastico che si dice tenuto dalle Clarisse abitanti nel Convento di S. Pietro in Col della Noce fuori Porta S. Facondino, « Capitulum monialium loci sancti Petri de Collenucis districtus Gualdi , qui dicitur sancta clara » come si legge nel documento. Anzi, in quest’ultimo, si specifica anche che le Monache suddette, tenevano tale Capitolo non già nel proprio Convento, ma bensì in una casa, appartenente a Ser Paolo di Vannuccio, situata entro la città, nel quartiere di Porta S. Facondino, dove avevano dovuto ritirarsi, abbandonando temporaneamente il Chiostro, perché, essendo questo posto fuor delle Mura, risultava poco sicuro, dato lo stato di guerra allora esistente tra le città di Gualdo e di Fabriano. Questa posizione del Convento fuor delle Mura civiche, è poi anche bene stabilita in un altro Istrumento del 13 Gennaio 1483, che si dice infatti come rogato : « in quadam strata publica ante Monasterium ecclesie sancte clare, situm extra terram Gualdi, in parocia sancti Benedicti, in vocabulo Collis Nucis».

Di questo Monastero, quasi nessuna notizia più abbiamo durante il XV secolo; ci risulta solo che, nella prima metà del Cinquecento, circa dieci Monache vivevano in esso, senza contare le così dette Converse, e che il 22 Giugno 1506, le stesse Monache tennero un Capitolo nel quale, dopo aver constatato che il loro Convento pericolava, decisero di provvedere agli opportuni restauri.

Verso la metà di quel secolo, pare che le Clarisse abitanti nel Convento di S. Pietro in Col della Noce, più non seguissero fedelmente le rigide regole Francescane, tanto è vero che esiste un decreto del 1 Maggio 1553, emanato nel Capitolo tenuto in Gualdo lo stesso giorno, con cui il Minore Conventuale Fra Giovan Battista Gualterio da Tagliacozzo, inviato dal Generale dell’Ordine quale

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Commissario con pieni poteri nella Provincia dell’Umbria, per evitare il ripetersi di alcuni fatti scandalosi, rigorosamente vietava ai Frati Minori di Gualdo, eccettuato il Cappellano, di accedere, per qualsiasi ragione, nel Convento delle Clarisse e comminava la pena del carcere ai disubbidienti.

Più tardi, Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, mandato in Gualdo quale Visitatore Apostolico tra l’Ottobre e il Novembre del 1573, constatava di nuovo nel Monastero gravi abusi ed irregolarità che duravano da gran tempo. Dagli Atti di quella Sacra Visita, risulta che il Convento era assai incomodo, oscuro e minacciante rovina in varie parti e che offriva poca sicurezza in quei tempi turbolenti, essendo situato fuori delle Mura cittadine e per di più con la Chiesa distaccata dal fabbricato del Convento. L’orto, prospiciente sulla pubblica via, dava modo ai passeggieri di conversare con le Monache, le quali, come già si è detto per quelle di S. Margherita, essendo anch’esse dopo il 1566 passate dal dominio dei Minori Conventuali a quello del Vescovo, con l’applicazione della clausura, si mostravano insofferenti di questa nuova gravosa disciplina, per quanto anche ad esse fosse stata concessa l’assistenza di tre Converse, che potevano uscire dal Monastero per esercitare la questua, poiché quanto rendevano le terre possedute dal Chiostro, non poteva bastare al mantenimento delle Religiose. Per eliminare gli inconvenienti suddetti, le superiori Autorità Ecclesiastiche, avrebbero voluto trasferire le Monache Clarisse dal Monastero di Col della Noce a quello di S. Margherita su ricordato, ma ad un tal progetto si opposero così le stesse Clarisse come il Comune di Gualdo, per cui il Visitatore Camagliani, dopo essersi consigliato con i principali cittadini Gualdesi, propose di trasferire le Monache di S Chiara entro la città e propriamente in quell’antico Ospedale di S. Giacomo che, come vedremo, fu fondato nel 1373 dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati e che era adiacente alla vetusta Chiesa di S. Maria di Tadino, la quale Chiesa, dopo il trasferimento suddetto, prese appunto il nome di S. Chiara ed è ancora oggi visibile presso la Porta Civica di S. Martino, ma deturpata e ridotta poi ad uso di calzaturificio. L’Ospedale di S. Giacomo, per la sua costruzione e per essere fornito della Chiesa suddetta e di un vasto orto, ben si prestava all’uso di Convento, ed alla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati che protestava per tale espropriazione, si offrì come compenso e per uso di Ospedale, il Monastero delle Clarisse a Col del Noce, con l’annessa Chiesa che abbandonavano le Clarisse, ove, diceva il Camagliani, anche più facilmente si sarebbe potuto praticare il servizio ospitaliero, sorgendo l’edificio sull’importante strada Flaminia, percorsa da tutti i pellegrini ed i viandanti che transitavano per Gualdo. La proposta del Vescovo di Ascoli non rimase inascoltata, e due anni dopo, con Decreto dato a Roma il 20 Marzo 1575, il trasferimento delle Monache veniva autorizzato dal Papa, stipulandosi poi l’Atto di permuta con la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati il 12 Luglio di quello stesso anno. Fu così che le Monache del Convento di Col della Noce, andarono a

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costituire il Convento di S. Chiara a Porta S. Martino, nell’edificio ove la Confraternita di S. Maria dei Racco mandati aveva anticamente eretto l’Ospedale di S. Giacomo, e che questo trasportò la propria sede e il proprio Titolo nel Monastero e nella Chiesa di Col della Noce.

Il nuovo Convento, che assunse definitivamente il nome di S. Chiara, fu favorito in ogni modo e sussidiato abbondantemente. Già sin da prima del trasferimento, con Decreto del 16 Giugno 1570, la Camera Apostolica aveva autorizzato il Distributore del sale del Comune di Gualdo, a concederne ogni anno, gratuitamente, trecento libbre alle Clarisse del Convento fuori Porta S. Facondino, ordinis mendicantium. Oltre al fruttato dei propri terreni, ad esso, ogni anno, l’Ospedale di S. Lazzaro (alias di Diotisalvi) elargiva due salme di grano; le Confraternite del Crocifisso e S. Sebastiano, tre quarti di grano ciascuna; un quarto la Confraternita di S. Caterina e così pure quella di S. Giovanni e l’altra della Trinità. Urbano VIII gli concesse infine speciali privilegi.

Ma ciò nonostante, come avvenne per tutti gli altri Conventi Gualdesi, nel XVII secolo, cominciò a declinare e a diminuire il numero delle Religiose. Tra Monache e Converse, senza le Educande, ve ne troviamo infatti venti nel 1570, diciannove nel 1658, quattordici nel 1673, tredici nel 1691, tanto che, proseguendo la diminuzione, nel 1697 il Vescovo di Nocera voleva fonderlo con l’altro di S. Margherita ed era a ciò stato autorizzato dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari. Ma le Monache di S. Chiara, con Atto del 13 Ottobre di quell’anno, protestarono per tale unione ed il provvedimento allora non ebbe effetto ; ma pochi anni dopo, si ottenne l’intento desiderato dal Vescovo di Nocera ed infatti, come già si è visto, nel 1704 quelle Religiose, furono trasferite nel Monastero di S. Margherita. L’abbandonato edificio di S. Chiara, nella prima metà del secolo XIX venne di nuovo adibito ad uso di Ospedale, sotto il titolo di S. Lazzaro, ed in tale stato rimase sino al 1909, cioè sino all’erezione del nuovo Ospedale Calai, venendo poi trasformato in abitazioni private.

I Monaci Benedettini.

Le loro Abbazie di S. Benedetto, di S. Donato e di S. Pietro di Val di Rasina.
I loro Eremi di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella e di S. Gervasio e S. Protasio a Capo d’Acqua.

I

Abbazia di S. Benedetto. – Nel principio del secolo X, un piccolo Cenobio Benedettino, con Chiesa dedicata ai Santi Nicolo e Vito, sorse presso la riva destra del Feo, a mezza strada tra la Porta civica Gualdese di S. Benedetto (Porta di Sotto) e l’attuale Strada Ferrata e propriamente su quel rialzo di terreno, che tuttavia osservasi tra il predio denominato Pomaiolo e la Chiesuola di

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S. Maria di Rote, rialzo dove, sino a pochi anni fa, erano ancora visìbili a fior di terra, le fondamenta di antichi edifici. A proposito di questa località, noteremo che, in un documento avente la data 1008 e di cui verrà trattato fra poco, tale Chiostro è indicato come « monasterium in honorem beati Benedica, intra ducatum Spoletinum, in comitatu Nucerino, infra fundo Guadi » vale a dire più sotto, più abbasso di un terreno chiamato Gualdo. In altri documenti aventi le date 1034 e 1070, anche dei quali in breve discorreremo, lo stesso Monastero è similmente posto nel Ducato Spoletino e Comitato di Nocera, ma in una località chiamata Campitelli o Capitelli. Assai più tardi, tale luogo fu talvolta indicato anche col nome di Cerreto. Questo primo Chiostro Benedettino, sorse per opera di quei Feudatari che, sotto il nome di Conti di Nocera, dominavano allora nella regione Nocerina e Tadinate, ad essi concessa in Vicariato dall’ Imperatore Franco Lotario ed agli stessi riconfermata dal Tedesco Ottone III, come già narrammo a proposito delle origini della nostra città. Quasi un secolo dopo, nel 1006, un altro di questi Feudatari della regione di Nocera e di Tadino e cioè il Conte Offredo, figlio di Monaldo II , unitamente ai propri fratelli, a quel che sembra dietro preghiera dell’eremita S. Romualdo, il fondatore dell’Ordine Camaldolese, che viveva allora eremiticamente nel vicino Monte di Serra Santa, dava nuova vita al Chiostro fondato dagli avi e che era andato quasi in rovina e vi chiamava ad abitarlo Placido, al secolo Rambaldo, Abbate dell’Abbazia di S. Benedetto di Magnano nel territorio di Perugia, che venne a stabilirvisi con la stessa qualifica di Abbate, unitamente a due suoi Monaci, Stefano e Giovanni. Indi a poco, lo stesso Offredo riccamente dotava la sua Abbazia, in occasione di alcuni avvenimenti che sono bene specificati nel corrispondente Atto di dotazione, Atto stipulato nel Marzo dell’anno 1008 e riportato per intero nella sua Storia dei Trinci, da Durante Dorio, che potè prenderne visione nell’Archivio della nostra Abbazia, prima che andasse disperso. Leggesi infatti in tale Instrumento, che il Conte Offredo, colpito da grave infermità, era entrato nell’Ordine Benedettino. Avendo poi riacquistato la perduta salute, lo stesso, per consiglio del su nominato Abbate Placido, dei Monaci del Monastero e dei suoi amici e famigliari era « per obedientiam » ritornato alla vita laica, prendendo in moglie Aselgarda ed assegnando al Monastero di S. Benedetto « pro redemptione et absolutione » dell’anima sua, un pingue patrimonio, consistente in duemila e cento modioli di terra, metà incolta e metà coltivata, nonché case, orti, vigneti, pascoli, campi, selve, molini, paludi, frutteti, bestiame in gran quantità, libri, paramenti, mobili e quant’altro poteva occorrere alla vita dei Monaci. L’Istrumento prosegue, stabilendo che i Monaci dell’Abbazia di S. Benedetto, avrebbero avuto il diritto di eleggere tra di loro il proprio Abbate, al quale spettava l’obbligo di mantenere nel Monastero le regole dell’Ordine Benedettino. Ogni anno, nella festa di S. Benedetto, l’Abbazia avrebbe dovuto dare al fondatore Offredo e dopo la sua morte ai di lui eredi, a titolo di canone, due candele lunghezza di un braccio e di uno spessore pari al dito medio della mano e d’altra

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parte Offredo, anche a nome dei suoi successori si obbligava di elargire annualmente ai Monaci, un orcio d’olio in occasione della festa suddetta, nonché mezzo porco e dodici pani, nella festa di Tutti i Santi. Se alcuno della famiglia di Offredo o dei suoi discendenti, volesse ridursi nel Monastero, vi doveva essere senz’altro accolto e mantenuto e nessuna alienazione di beni potrebbe mai, per qualsiasi ragione, effettuarsi a detrimento dell’Abbazia. Infine il Conte Offredo assicurava a questa la sua protezione, garantendone la più ampia libertà e indipendenza ed obbligandosi, per sé e per i suoi eredi, al pagamento di cento libbre d’oro, in caso di inadempienza dei patti. (1)

Cominciava in tal modo la prosperità e l’influenza dell’Abbazia di S. Benedetto e da allora in poi la di lei floridezza andò rapidamente e straordinariamente aumentando, e dai pochi documenti che ci rimangono di quell’epoca, possiamo subito farci un’idea della potenza che la stessa raggiunse nei secoli XI e XII. Del secolo XI esistono alcuni interessanti documenti, tramandatici dal Dorio in un Codice oggi conservato nella Biblioteca del Seminario di Foligno, i quali ci danno notizia di varie donazioni ed acquisti di beni immobili riguardanti la Badia, poco dopo sorta alla vita. Nel più antico documento, con la data 1034, alcune terre e chiese sino allora concesse a quei Monaci, vengono descritte nel modo seguente: Gualtiero e Giovanni figli di Vico, Opizo prete Nocerino, Atto e Bucco figli di Rodolfo, tutti insieme donano al Monastero di S. Benedetto, edificato nel Comitato Nocerino, nel vocabolo Capitelli, e per esso Monastero all’Abbate Alberto, un terreno che si dice situato nello stesso Comitato Nocerino, in vocabolo Piano, confinante, tra l’altro, con il fiume, la via pubblica ed i beni del Monastero medesimo. I sopra nominati Atto e Bucco figli, di Rodolfo, danno inoltre al suddetto Abbate Alberto, per il Monastero di S. Benedetto, nonché ai suoi successori, i terreni che possedevano nel Comitato Nocerino, nella località Campodonico ed altra terra in tale luogo da il prete Giovanni, terra confinante con

(1) Mittarelli : Annali Camaldolesi. Tomo I. Venezia 1755. Pag. 288 – L. JACOBlLLI: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo III Foligno 1661. Pag. 301 e seg. – D. DORIO : Istoria della famiglia Trinci. Foligno 1638. Pag. 39 e seg., 95, 96 – P. KEHR: Regesta Pontificum Romanorum. Berlino 1909. Da pag. 53 a 55 – L. JACOBILLI : Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 38 – A. L.UB1N : Abbatiarum Italiae Brevis Notitìa. Roma 1693. Pag. 166 – Arch. Vescovile di Nocera Umbra : Atti di Sacre Visite. Visita del 1771 “alla Chiesa di S. Benedetto in Gualdo – Archivio Storico di Gubbio (Fondo Armanni) : Codice II. C. 23, ossia Leggendario dei Santi del Convento di S. Francesco in Gualdo. e. 112t, 138 – Biblioteca Chigi in Roma : Codice G. VI. 157. e. 226, 226t – Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48. e. 219t; Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo). Pag. 51, 55, 67, 73, 76 – Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Codice 341. e. 91t. 92, della paginazione antica, corrispondente a e. 93t e 94 di quella moderna – B. Collina : Vita di S. Romualdo. Bologna 1718. Parte II, Gap. 52 – L. AMONI : Vita del Beato Angelo da Gualdo. Assisi 1878. pag. 32 – Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Dorio e Jacobilli) : Codice A. V. 11, e. 785; Cod. B. VI. 5, e. 21.

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alcuni beni quivi posseduti dal Monastero stesso. In Campottone, un tal Bonomo, dona ai Monaci di S. Benedetto una vigna ed un certo Uderico, in altra località, da la metà de Valle Moronto, pro redemptione anime sue. Pietro e Bonomo, di Lupo, donano in Ranco Ursali, otto modioli di terra, confinanti, tra l’altro, con i possessi della Chiesa di S. Savino.
I Conti Sifredo, Pietro e Morico, vendono all’Abbazia tredici modioli di terra esistenti nel Comitato Nocerino, nella località Campitelli e quindi presso la stessa Abbazia. I Conti Ruggero ed Atto, vendono al nostro Chiostro, quindici modioli di terra ; il Conte Alberto, figlio di Ruggero, dieci modioli ed i figli di Arnolfo di Atto danno tre modioli. I figli del Conte Atto, concedono il campo di Murra. Atto di Rodolfo vende al Monastero di S. Benedetto la metà della Chiesa di S. Lorenzo di Campottone e Bucco suo fratello gli dona l’altra metà, 1’uno e l’altro comprendendovi tutte le pertinenze, mobili e immobili della Chiesa stessa e ciò in suffragio dell’anima loro. Alberico, Uguccione ed Ugolino, figli del Conte Atto, danno la Chiesa di S. Giovanni di Salmaregia, con tutte le sue rendite, pertinenze, beni mobili e immobili, paramenti e arredi della Chiesa stessa, presenti e futuri. Un tal Gebizo, da, per amore di S. Benedetto, tre modioli di terra. Rainuccio ed Atto di Rodolfo, concedono al Monastero la metà dei diritti che avevano sulla Chiesa di S. Ilario de Colle, compresi tutti i suoi beni mobili e immobili, presenti e futuri. Guglielmo, figlio del Conte Manfredo, dona la Chiesa di S. Calisto, nel Comitato di Foligno, in loco qui dicitur Cerru, quod est in pede Collis Sambucarij. La donazione appare fatta all’Abbate del Monastero di S. Benedetto Giovanni. Il prete Atto, figlio di Maronto, elargisce alla Chiesa di S. Benedetto, que est in Capitelli, e per essa all’Abbate Giovanni, quanto possedeva nel Ducato Spoletano e Distretto di Foligno, in loco qui dicitur S. Calisto, terram et plebem de Pistia.

Da un secondo documento, avente la data 1060, apprendiamo che i figli del Conte Rodolfo, danno all’Abbazia Gualdese, Eccle siam Singualtarino quod dicitur S. Martino, con tutte le sue pertinenze.

Da un terzo Istrumento, appare che nell’anno 1070, Rodolfo, Guglielmo, Opizo e Sinibaldo, figli del Conte Manfredo, al Monastero di S. Benedetto, eretto nel Comitato di Nocera e Ducato Spoletano, in loco qui dicitur Capitelli, e per esso all’Abbate Alberto e suoi successori, donano in perpetuo, a suffragio dell’anima dei loro genitori e consanguinei, il mantium, de Amizo, il mantium de Pica, il mantium de Urso Joannis de Bianco e il campo di Carpineta, con un molino, cum introita et exitu et aquinolis e inoltre concedono il diritto di decima su tutti gli altri loro terreni, in occasione di alcune ricorrenze festive, tra le quali sono indicate quella di S. Stefano, della Resurrezione di Cristo, di S. Maria, etc. Promettono eziandio, a nome dei loro discendenti, la piena osservanza di detta donazione, invocano la divina maledizione su i trasgressori e si obbligano, anche per i loro eredi, alla pena di Cento bisintium (moneta Bizantina) di puro oro a favore del Monastero, per la quale somma offrono in garanzia cento modaioli di terra.

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Finalmente in un ultimo documento si legge che, regnando Federico Imperatore, nell’anno 1170, Rinaldo e Giovanni, figli di Berardo, cedono alla nostra Badia Benedettina, due parti dei diritti che avevano sulla Chiesa di S. Maria di Campodonico, nonché sulle sue pertinenze e su i suoi domini, sì spirituali che temporali. (1)

Oltre a ciò nei due primi secoli di esistenza dell’Abbazia di S. Benedetto, varie Bolle emanarono i Pontefici per concedere ad essa abbondanti privilegi e favori. Così fecero infatti Nicolo II (1058- 1061), Innocenzo II nel 1132, Celestino II (1143-1144), Eugenio III (1145-1153), Adriano IV nel 1156, Alessandro III il 4 Agosto 1169 e Clemente III il 6 Maggio del 1188. Di tutte queste Bolle, solo le due ultime sono sino a noi pervenute, importantissime però per la storia dell’Abbazia. La Bolla di Alessandro III, data a Benevento, è indirizzata all’Abbate Giovanni ed ai Monaci dell’Abbazia di S. Benedetto, che il Pontefice prendeva sotto la sua protezione e dichiarava indipendente e libera da ogni secolare autorità ed ingerenza, confermandone le decime, gli estesi possessi e le numerose dipendenze, consistenti in Chiese e terre sparse in gran parte dell’Umbria. Sarà anzi qui utile enumerare cotesti beni, che trovansi così elencati nel documento in parola:

«… Ecclesia Sancti Martini de Collibus (S. Martino in Colle nel contado Perugino, come viene meglio chiarito da una controversia sorta per il suo possesso circa un secolo dopo, per risolvere la quale intervenne un Delegato Apostolico, controversia che nel 1471 risorgeva ancora, tra tal Colino della famiglia Perugina dei Crispolti, la quale godeva il Priorato di detta Chiesa ed il nostro Monastero di S. Benedetto, che però nel 1488 troviamo ancora al possesso della Chiesa stessa); Eccl. S. Nicolai de Capuano; Eccl. S. Marie de Montemelino cum omnibus earum pertinentiis ; quicquid iuris in Eccl. S. Andree, in Eccl. S. Benedecti iuxta lacum et in Eccl. S. loannis de Castilione de Valle (Castiglion della Valle presso Marsciano) ; Eccl. S. Savini de Serra (già nel territorio Gualdese ed oggi Diruta) cum pertinentiis suis; Eccl. S. Petri eiusdem loci cum pertinentiis suis; Eccl. S. Salvatoris de Castello et in eodem loco quinquaginta modiola terre; quicquid est in Eccl. S. Angeli de Flea (che sorgeva presso la Rocca Flea, sul Colle S. Angelo ove oggi è fabbricato Gualdo) et in Eccl. S. Angeli de Fosciano; Capella S. loannis de Catiliano (oggi detta S. Giovanni di Morano) cum medietate carte Umbrane (Umbrano, vocabolo non lungi da Morano nei dintorni di Maccantone); quicquid est in Capello S. Andree de Tabìano ; Capella S. Laurentii de Xaxospertuli; Eccl. S. Marie de Freco (Frecco, castello a ponente di Gualdo, e Sassospertolo antico ed oggi perduto vocabolo, nelle

(1) Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Dorio e Jacobilli): Codice a. VI. 6, da c. 76 a c. 78t – Copia di scritture presso l’Archivio della chiesa di S. Benedetto in Gualdo – P. BERARDl: L’Abbazia di S. Benedetto in Gualdo Tadino. Foligno 1896. Pag. 14, 15, 16.

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pertinenze dello stesso Castello, dove ancora, nel 1503, esisteva la suddetta Chiesa di S. Lorenzo, anzi i beni abbaziali in S. Maria di Frecco, sono specificati da un Atto del nostro Archivio Notarile, in data 22 Marzo 1470, con il quale vengono ceduti in enfiteusi, e per questa ultima Chiesa, nel secolo XVII, i Conti Olivieri di Nocera, possessori di quelle terre, pagavano ancora all’Abbazia di S. Benedetto, un annuo canone in danaro, animali o derrate); Eccl. S. Angeli de Fabrica (Fabbrica presso il villaggio di Piagge nel Comune di Gualdo); Eccl. S. Laurentii de Cruciacla (San Lorenzo presso Crocicchio nel Comune di Gualdo, che nella seguente Bolla di Clemente III è invece indicata come S. Lorenzo de Collebassano, il che spiegasi, sorgendo la Chiesa a mezza via tra i due villaggi di Colbassano e Crocicchio); Eccl. S. Petri de Collebasiani (il suddetto villaggio di Colbassano nel Comune di Fossato di Vico, e per il possesso di questa Chiesa, come pure per il possesso della precedente, nacque una controversia nel 1374, risolta però a vantaggio della Badia di S. Benedetto); Eccl. S. Petri de Cruciacla (de Crucicle nella già ricordata Bolla di Clemente III, da identificarsi con il suddetto villaggio di Crocicchio); Eccl. S. Martini de Valleneregia (in altri documenti è detta S. Martino de Roveregia, oggi scomparsa, faceva parte del Comune di Fossato di Vico e da un Atto del 23 Novembre 1477 risulta come tuttavia dipendente, in quell’anno, dall’Abbazia di S. Benedetto); quicquid est in Eccl. S. Cassiani in Curie Fossati (questa Chiesa ancora le apparteneva al principio del XIV secolo, ed esiste un Atto dell’11 Luglio 1300, con il quale Armanno, Abbate del Monastero di S. Benedetto di Gualdo, nominava suo procuratore, Jacopo, Rettore della suddetta Chiesa di S. Martino di Rovaregia, nel distretto di Fossato di Vico, per accordarsi con il Monastero di S. Maria d’Apennino, circa le decime ed oblazioni della Chiesa di S. Paterniano o S. Cassiano di Palazzolo, similmente nel distretto di Fossato, la quale era di spettanza e condominio così dell’uno come dell’altro Monastero); quicquid est in Eccl. S. Salvatoris de Cometa, della quale tratteremo nella parte di quest’Opera dedicata alla storia delle Chiese Gualdesi); quicquid est in Eccl. de Vacaria; Eccl. S. Paterniani de Curruptinio (per certo S. Paterniano di Cacciano nel Comune di Fabriano, che nel 1489 ancora dipendeva dall’Abbazia); quicquid est in Eccl. S. Gregori (S. Gregorio di Serradica in Comune di Fabriano, come si deduce dalla seguente Bolla di Clemente III); Eccl. S. Joannis de Sarapino (Serrapila nell’Agro Sassoferratese la quale, nel 1526, ancora apparteneva alla nostra Abbazia); quicquid est in Eccl. S. Luce da Saxoferrato; Eccl. S. Vietarmi iuxta Nevolam (forse Nebbiano nel Comune di Fabriano, tenendo però presente che in un Rogito del 1507 si cita, come dipendente dalla Badia, una Chiesa di S. Vittorino de Colle Codino nel territorio di Rocca Contrada oggi Arcevia) ; Capella S. Petri de Roncora; Eccl. S. Stephani de Monte Hoddi; quicquid est in curte eiusdem laci cum omnibus pertinentiìs; quicquid est in curia de Branca (nel Comune di Gubbio) ; quicquid est in curte de

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Capraria (Caprara nel contado Gualdese); quiequid est in Campo de coli (forse Campodiegoli, nel territorio Fabrianese); quicquid est in curte Fabriani; tenimentum in Monte Frondoso, in Sancto Mariano et in Garzano ».

L’ultima Bolla, cioè quella di Clemente III, data dal Laterano, firmata da lui stesso, dal Vice-Cancelliere di S. Chiesa e da diciassette Cardinali secondo l’usanza del tempo, è indirizzata all’Abbate Senebaldo ed ai Monaci del Monastero, i quali vengono chiaramente indicati come appartenenti all’Istituzione Camaldolese. Il Pontefice, con tale Bolla, dopo avere ricordato quelle rilasciate dai suoi predecessori, ne confermava il contenuto e riconosceva la validità di tutti i diritti spirituali e dei moltissimi beni temporali della Badia, enumerandoli singolarmente. Trattasi però di luoghi i quali trovansi già indicati nella su descritta Bolla di Alessandro III ; solo in più vi si leggono i nomi di alcune Chiese che nella precedente Bolla non figurano tra le dipendenze dell’Abbazia Gualdese e cioè : « Ecclesia Sancti Cristophori de Bannara (Bagnara sulla montagna di Nocera Umbra); Eccl. S. Marie de Umbrana (Umbrano, come si è detto, antico vocabolo presso Maccantone in Comune di Nocera Umbra); Eccl. S. Nicholai de Vultule (Voltola nel territorio Gualdese); quicquid est in S. Maria de Nascano (Nasciano presso Gualdo, parrocchia ancora dipendente da S. Benedetto); Eccl. S. Angeli de Terrasicca; Eccl. S. Pauli de Cavalalp; Eccl. S. Petri de Roca Contrada (oggi Arcevia) ; Eccl. S. Stephani de Calcinala (la quale ultima dovette esistere nel territorio di Sefro, poiché abbiamo memoria di un’antica Chiesa detta di S. Maria de Calcinariis situata appunto presso il paese suddetto).

Dopo fatto l’elenco dei beni temporali, Papa Clemente III, ai Monaci dell’Abbazia di S. Benedetto ed alle loro proprietà, concedeva l’esenzione da qualunque peso e tributo nonché l’autorizzazione di accogliere nel proprio Monastero qualsiasi persona che desiderasse di condurvi vita monastica, aggiungendosi, che niuno poteva in ciò ostacolarla e che una volta accolta nell’Ordine, più non aveva la facoltà di partirsene senza consenso del Capitolo e dell’Abbate e che nessun altro Chiostro l’avrebbe potuta ricevere, a meno che la partenza non fosse motivata dal passaggio del Monaco ad un Ordine di più rigorosa penitenza. Permetteva poi il Pontefice, che nella Chiesa dell’Abbazia, anche in tempo di generale interdetto, a porte chiuse e senza il suono delle campane, esclusi dal tempio gli scomunicati, vi si potessero celebrare, a bassa voce e sommessamente, gli Offici Divini. Dava ai Monaci inoltre il diritto di richiedere regolarmente e senza compenso, al Vescovo della propria Diocesi, il suo intervento in occasione di cresime, consacrazioni di Chiese e Altari, nonché ordinazioni di Chierici e se costui non avesse voluto prestare gratuitamente il sacro suo ministero, sarebbero stati liberi i Monaci di rivolgersi a qualsiasi altro cattolico Vescovo. Si permetteva la sepoltura dei morti nella Chiesa Abbaziale, Purché non si fosse trattato di scomunicati o interdetti. Ai Monaci, o almeno ai più saggi tra essi, si dava autorità di eleggersi il proprio Abbate liberamente, senza alcuna estranea influenza e secondo le regole

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dell’Ordine Benedettino. Minacciava infine il Pontefice la scomunica contro chi, sì ecclesiastico che secolare, contravvenisse alle su esposte prescrizioni papali o in qualsiasi altro modo attentasse alla sicurezza ed alia prosperità dell’Abbazia di S. Benedetto ed invocava invece la benedizione celeste su coloro che la favorissero o difendessero.

Oltre a tutti i possessi abbaziali sopra elencati, ci risulta altresì che, in epoche più recenti, la nostra Abbazia di S. Benedetto, percepiva anche vari canoni. Ad esempio, uno dagli Olivetani di Monte Morcino di Perugia per la Chiesa di S. Nicolo di Bagnara; quello già ricordato che aveva dai Conti Olivieri di Nocera Umbra, per un predio enfiteutico a Frecco, ed altri ancora da Poggio Morico, nel territorio di Assisi, da Casacastalda, dal Convento dei Padri Cappuccini di Gualdo e da parecchi anche lontani paesi. Case e terreni in abbondanza, possedeva specialmente nel territorio di Gualdo, ricevuti come Legati da pie persone, senza parlare delle decime, che ancor più aumentavavo le sue rendite. (1)

I Religiosi, originariamente, pervennero al Monastero Gualdese dal primitivo e genuino Ordine di S. Benedetto, cioè dai così detti Monaci Neri. In seguito vi pervennero invece dai Camaldolesi, anzi questi nel 1188 già occupavano l’Abbazia, poiché, come vedemmo, è appunto ai Camaldolesi che viene indirizzata in tale anno la su descritta Bolla di Clemente III. Nel Liber Censuum della Chiesa Romana, iniziato l’anno 1192 dal Camerario Cencio Savelli, che fu poi Papa Onorio III, oggi conservato nell’Archivio Vaticano, troviamo ricordati due soli Monasteri nella Diocesi Nocerina, che allora pagavano un censo alla Santa Sede, uno di essi è Gualdese e viene indicato semplicemente con le parole Monasterium Waldi. Tale indicazione si riferisce, senza alcun dubbio, all’antica Abbazia di S. Benedetto. Come nel Liber Censuum, così anche nel Liber taxarum ecclesiarum et monasteriorum, del quale esiste una copia Quattrocentesca nel Codice Sessoriano 1471 (46) della Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, tratta dagli antichi esemplari esistenti nel Sacro Collegio e nella Camera Apostolica, si riscontra che, nella Diocesi di Nocera, erano tassati sette Monasteri tutti dell’Ordine di

(1) J. P. MIGNE: Patrologie cursus completus. Vol. CCIV. Pag. 1339 – Arch. Vaticano: Arch. XXXI, Tomo 53, c. 48 – D. DOR1O : Op. cit. Pag. 43 – P kehr: Op. cit. Pag. 54, 55 – MlTTARELLl: Op. cit. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV. Pag. 168 – JAFFÈ-LOWENFELD: Regesta Pontificum Romanorum. Lipsia 1886. Il Edizione. N°. 16224 (10072) – Archivio Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo in Fabriano : Pergamena N°. 315. – P. Kehr : Nachtràge zii den Ròmischen Berichten (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenschaften zii Gottingen. Anno 1903. Pag. 570- 572) – A. BUCARI: La Bastola. Milano 1902. Pag. 172, Nota 9 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 296; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499, Fase. Vili, c. 39; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, Voi. 1481-1484 e 1472-1478, Paginazione II, c. 249; dal 1489 al 1490, e. 44t e 46; dal 1484 al 1486, c. 75t ; dal 1472 al 1497, c. 175 ; del 1479 e 1480, c. 536 – Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. V. 11, e. 782t.

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S. Benedetto, e che tra questi, tassato per cinquanta fiorini d’oro, eravi anche un Monastero S. Benedicti de Galdo.

Nella parte riguardante la Storia Civile di Gualdo Tadino, già narrammo come nell’anno 1180, i dispersi Tadinati venissero a porsi sotto la protezione di questa potente Abbazia e intorno ad essa fondassero il primo Gualdo e come in seguito, circa il 1210, l’abbandonassero per cercare una località più sicura e più difesa e andassero a stabilirsi nella vicina Valdigorgo, o Valle Gorga, oggi invece chiamata Valle di S. Marzio. Ma anche i Monaci dell’Abbazia, nonostante la loro grande influenza, avevano di che temere dalle continue guerre e dalle prepotenze dei Feudatari vicini, se non altro per l’aiuto dato ai Gualdesi sottrattisi al dominio dei Feudatari stessi; a ciò si aggiunga che, dopo l’entrata dei Camaldolesi nel Monastero, questo era un poco decaduto nel suo potere temporale e dissoluto in quello spirituale, tanto che i Monaci si videro costretti a ricorrere al Pontefice Innocenzo III che, per provvedere alla sicurezza ed al buon andamento dell’Abbazia, emise due Brevi. Con il primo, dell’anno 1198, accondiscendeva alla domanda fatta dai Monaci per trasferirsi in luogo più comodo e più sicuro; con il secondo, del 4 Maggio 1199, commetteva ad Ugo Trinci, Vescovo di Nocera, l’incarico di visitare l’Abbazia e procurarne la riorganizzazione. Ecco anzi, per esteso, i relativi documenti:

« Innocentius episcopus servus servorum Dei, dilectis filiis . . . abbati et monachis de Gualdo, salutem et apostolicam benedictionem. Que prò religiosorum locorum necessitate petuntur a nobis, animo gratuito concedimus et honesta petentium desideriis favorem apostolicum gratius impertimur. Quia igitur in medio prave ac perverse nationis positi, graves a vicinis vestris molestias et gravamina non modica sustinetis, ac volentes eorum nequitiam fugiendo vttare, licentiam postulastis a nobis ad loca tuttora monasterium et habitationem circumpositam transferendi, vestris precibus inclinati liberam vobis super hoc concedimus auctoritate apostolica facultatem, ut in majori quiete monastice professionis officium exequi valeatis. Nulli ergo… etc. Datum Luterani… etc. ».

« Innocentius episcopus servus servorum Dei, venerabili fratri nostro Hugoni Nucerino Episcopo, salutem et apostolicam benedictionem. Sic nos de singularum ecclesiarum stato decet esse solicitos, ut et utilitatibus consulamus ipsarum et gravaminibus obviemus, ne creditam nobis solicitudinem postponere presumamur. Attendentes igitur qualiter Monasterium de Waldo, quod ad Romanam Ecclesiam nullo pertinet mediante, in spiritualibus dissolutum sit, et in temporalibus diminutum, qualiter etiam a vicinis undique molestetur, ipsum tipi personaliter de fratrum nostrorum consilio committimus, quantum Dominus tibi permiserit, restaurandum in temporalibus et spiritualibus reformandum ; facultatem tibi corrigendi que in ea corrigenda fuerit et statuendi “”” statuendo cognoveris, auctoritate presentium liberam indulgentes; tamen, quod ex hoc liberias ipsius monasterii non ledatur. Nulli ergo omino hominum liceat… etc. Datum Luterani IV monas Maij ».

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Esiste anche un altro Breve, dato a Signa da Onorio III il 5 Luglio del 1223, che può mettersi in relazione con lo stato di disordine in cui trovavasi allora l’Abbazia. Esso si riferisce ad una vertenza in quel tempo insorta tra i Monaci ed il Vescovo di Nocera. Costui, secondo le regole Diocesane, pretendeva che a lui spettasse di concedere l’approvazione e la benedizione dopo la nomina degli Abbati effettuata dai Monaci ; costoro invece riconoscevano tale diritto unicamente al Pontefice che, con il Breve in parola, affidò la risoluzione della vertenza a Oddo de Bove, Subdiacono e Cappellano Pontificio. (1)

Non passò molto tempo, che il su riferito Breve di Innocenzo III trovò la sua applicazione; infatti distrutto da un incendio anche il Gualdo di Valdigorgo e ricostruito per la terza volta sul Colle S. Angelo, ai Gualdesi ceduto dall’Abbazia in discorso, come già abbiamo narrato, anche i Monaci di S. Benedetto, poterono soddisfare il loro antico desiderio e nella metà di quel secolo, abbandonata la vecchia loro residenza, alla quale località rimase il nome di S. Benedetto Vecchio, andarono a stabilirsi entro le mura di Gualdo, in una nuova Abbazia che sorse attigua all’attuale Chiesa di S. Benedetto e che in seguito andò a poco a poco ingrandendosi.

Dopo di che, scarse e monche notizie ci restano intorno alla nostra Abbazia, essendo andato il suo ricco Archivio completamente disperso. Così sappiamo che nel 1260, come da pubblico Istrumento già ricordato, fondandosi l’Ospedale della Carità, veniva posto sotto la dipendenza e l’amministrazione dei Monaci dell’Abbazia di S. Benedetto. Ci è noto anche che nel 1280, durante una lunga e complicata vertenza tra il Rettore del Ducato di Spoleto ed il Comune di Gualdo, che era stato privato dal primo di alcuni suoi diritti tra i quali quello di potere eleggere il proprio Podestà e gli altri pubblici Ufficiali, Guglielmo di Peleto, Uditore della Camera Apostolica, si rivolgeva a Guglielmo, Abbate del nostro Monastero di S. Benedetto, perché invitasse Filippo da Napoli, Rettore del Ducato di Spoleto e della città di Perugia, a presentarsi entro otto giorni alla Curia Romana per rispondere in merito ad una Causa di appello iniziata dal Comune di Gualdo pel motivo suddetto. Così pure si ha notizia, che nel 1291, essendo insorta una grave lite fra l’Abbazia di S. Benedetto di Gualdo ed il celebre Monastero di S. Vittore di Chiusi nel territorio Fabrianese, a proposito di alcuni diritti sulla Chiesa di S. Stefano di Montagnano, Papa Nicolo IV dava incarico, per la composizione della vertenza, a Guarino Priore della Chiesa di S. Venanzo di Fabriano, al Priore di S. Medardo in Arcevia ed a Nicolo da Sassoferrato, Canonico della Cattedrale di Senigallia.

Dobbiamo anche supporre, che in quest’epoca, non molto tranquilla dovesse trascorrere la vita monastica nel nostro Chiostro.

(1) Mittarelli: Op. cit. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 169 e Appendice dello stesso Tomo IV, Pag. 216 e 218 – Arch. Vaticano : Reg. d’Innocenzo III. Anno I. 66, II, 52; Reg. di Onorio III. Anno VII. 201 -O. CAPPELLETTI: Le Chiese d’Italia. Venezia 1846. Vol. V, Pag. 16.

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Ciò sì deduce infatti da un Breve di Papa Benedetto XI, emesso a Roma il 15 Gennaio 1304 e indirizzato agli Abbati dei Monasteri di S. Paolo e di S. Maria di Val di Ponte, ambedue vetuste Abbazie della Diocesi di Perugia, nonché al Priore Perugino dei Frati Predicatori. Con il Breve in parola, il Pontefice innanzi tutto avvertiva i suddetti, che Ermando, Abbate della Badia di S. Benedetto in Gualdo, era stato accusato di commettere innumerevoli crimini e di disperdere in illecite pratiche i beni del Monastero, seguitando a celebrarvi i Divini Offici benché indegno di tale funzione, tanto che i Monaci, insorti, negavano a lui obbedienza e soggezione e per proprio conto, senza la necessaria autorità, governavano l’Abbazia, che così, priva di legittimo capo, andava in perdizione e rovina. Ciò premesso, lo stesso Papa, ordinava agli Abbati ed al Priore suddetti, di recarsi in Gualdo nell’Abbazia di S. Benedetto, per ricondurre nei Monaci la piena concordia, ripristinarvi l’abolita ma necessaria autorità Abbaziale e ricercare e porre in evidenza le singole responsabilità, per poi darne dettagliata relazione alla Santa Sede. E dopo questo provvedimento, l’ordine e la pace dovettero tornare nel nostro Monastero di S. Benedetto, tanto è vero che nel 1326, il nuovo Abbate Filippo, veniva eletto Giudice in una lite insorta tra il Convento di Monte Fano ed il Capitolo di S. Venanzo di Fabriano, a causa dell’erezione, in quest’ultima città, di una Parrocchia intitolata a S. Benedetto.

Nel 1333, troviamo il nostro Monastero Benedettino tra i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto tassati da Papa Giovanni XXII, sin dall’anno precedente, per restaurare l’esauste finanze dello Stato Papale. Il pagamento di questa tassa o decima, risulta da una nota del Tesoriere Pontificio del Ducato Giovanni Rigaldi, che porta la data del 21 Giugno ed è del seguente tenore : « Item [habui] a domino Loi, solvente pro monasterio S. Benedicti de Gualdo, et pro S. Laurentio de Corbassano et pro ecclesia S. Angeli de Fabrica, et pro ecclesia S. Martini Vallisrene, et pro ecclesia Sanctorum Johannis et Pauli districtus Vallis Serate, 93 lib. 12 sol. ».

Sappiamo anche che nel 1379, l’Abbate del Monastero di S. Benedetto Alessandro di Baldetto, ebbe l’alto onore di presiedere il Capitolo dei Monaci della celebre Abbazia Avellanese, a ciò delegato dalla stessa assemblea, e che un identico officio ebbero l’Abbate Nicola, che presiedette l’altro Capitolo tenuto nel 1384 in S. Donato di Gualdo, incaricato inoltre di riformare la stessa Abbazia dell’Avellana, e gli Abbati Morino e Giovanni negli ultimi di quel secolo. Anzi, a tal proposito ricorderemo, che l’antico Sigillo Capitolare della nostra Abbazia di S. Benedetto, fa oggi parte della grande Raccolta di Sigilli Corvisieri, depositata dallo Stato in Roma, nel Museo di Palazzo Venezia. Trattasi di un Sigillo ogivale di rame, di mm. 60 X 37. La leggenda onciale, circondata da un doppio filetto reca le parole: S. Capitali: Mon: Scci. Benedicti. D. Gualdo + . Vi si vede la figura di S. Benedetto con il saio dell’Ordine, sorreggente con la destra un libro chiuso e con la sinistra un bordone manico trasversale. Inferiormente sta l’Abbate, genuflesso

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ed a mani giunte, a destra del Santo la lettera S, ed a sinistra B N, ambedue le sigle in onciale. La prima figura è affrontata, la seconda rivolta. Aggiungeremo finalmente che, intorno alla metà del Quattrocento, Papa Niccolo V apportava grandi restauri ed abbellimenti all’intera Abbazia; che lo stesso Papa, con Bolla data il 3 Novembre 1449 a Fabriano e diretta all’Abbate Bartolomeo, confermava e approvava la già ricordata lettera del suo predecessore Alessandro III e che inoltre Papa Sisto IV, nel 1480, eleggeva arbitro l’Abbate di S. Benedetto, in una contesa sorta tra alcuni privati ed il nostro Convento di S. Maria Maddalena. (1)

Con il principiare del secolo XV, l’antica Abbazia Gualdese aveva però già cominciato a decadere e tale fenomeno andò sempre aumentando fino a che nel 1441, secondo quanto attestano Dorio e Jacobilli, Papa Eugenio IV vi sopprimeva i Monaci e la dava in Commenda Secolare, provocandone così l’ultima rovina. Il Chiostro, con i suoi beni e le sue rendite, passava perciò in possesso di Abbati Commendatari, che erano quasi sempre Cardinali o illustri Prelati forestieri, i quali vivendo lontani da Gualdo, mantenevano nell’Abbazia, per l’esercizio del culto e per l’amministrazione dei beni abbaziali, un proprio rappresentante o procuratore, costituente un Cappellano Curato, in sostituzione dell’Abbate Claustrale scomparso con i Monaci. Ma anche ammettendo l’esattezza della suddetta data 1441, certo è che l’effettiva conversione dell’Abbazia in Commenda, avvenne molto più tardi, per la resistenza opposta dai spodestati Monaci Benedettini. Da numerosi documenti Gualdesi dell’Archivio Comunale e di quello Notarile, ci risulta infatti che anche dopo il 1441, seguitarono quei Monaci a risiedere nell’Abbazia ed a tenervi i propri Capitoli sotto il governo di un Abbate Claustrale, ed è attraverso questi Capitoli che noi possiamo seguire, con precisione, la lenta agonia del vetusto Monastero Benedettino. Tra i molti, qui citeremo ad esempio, solamente il Capitolo del 30 Aprile 1472, al quale intervennero gli otto Monaci che ancora vi esistevano, compreso l’Abbate Claustrale Bartolomeo di Pietro da Gualdo, ed i Capitoli del 26 Febbraio 1477 e del 1 Luglio 1485, nei quali i Monaci vedonsi discesi a cinque e cioè: Ugolino di Raniero, Facondino di Nanni Palei, Battista di Evangelista dei Bencivenni da Gualdo, Benedetto di Meo di Pietruccio detto della Boya pure da Gualdo, con il nuovo Abbate Claustrale Giovan Matteo di Mariano Bongrazi. Interessante figura è quella di quest’ultimo.

(1) R. GUERRIERI: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. Pag. 12 – Arch. Vaticano: Arm. XXXI. Tomo 53. c. 48 ; Registro Vaticano N°. 57 (Benedetto XI. Anno I) Epist. N°. 423 – P. KEHR : Aeltere Papsturhunden in den. pàpstlichen Registern. (In Nachrichten già cit. Phil. Hist. Klasse. Anno 1902. Pag. 508) – P. KEHR : Nachtràge zii den Romischen Berichten (In Nachrichten già cit. Anno 1903. Pag. 570-572) – MlTTARELLI : Op. cit. Tomo V. Venezia 1760. Pag. 192-193 – Inventario dei Sigilli Corvisieri. Roma 1911. Sigillo no. 97 del Catalogo – Arch. Vaticano: Collettorie. Voi. 225, e. 32 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. N°. 83,

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Fu ascritto al clero assai giovane, ricevendo gli Ordini Minori il 22 Aprile 1476. Divenuto subito dopo Abbate del Chiostro di S. Benedetto, si rifiutò decisamente di riconoscerne la già decretata trasformazione in Commenda e ne difese persino con le armi l’autonomia ed il possesso per i suoi Monaci, provocando perciò un Breve di Sisto IV, in data 7 Giugno 1481, con il quale veniva scacciato quale ribelle dal Chiostro e sottoposto a severissime pene, delle quali dovette però poi ottenere il condono, poiché lo ritroviamo, poco dopo, nuovamente al governo della Badia. Ora, notisi bene, negli Atti del suddetto Capitolo del 1 Luglio 1485, come pure in quelli di tutti i Capitoli precedenti, giammai riscontrasi il minimo accenno alla presenza od esistenza di un Abbate Commendatario nel nostro Chiostro di S. Benedetto, che si dimostra allora invece, in ogni sua azione, completamente libero sotto il governo dell’Abbate Claustrale. Lo stesso dicasi per quanto si riferisce agli svariati e numerosi Istrumenti notarili, stipulati da quei Monaci Benedettini precedentemente al suddetto Capitolo del 1 Luglio 1485. Ma, a distanza di pochi giorni da quest’ultimo, essendosene tenuto un altro il giorno 30 di quello stesso mese, troviamo lo stato giuridico dell’Abbazia completamente cambiato. Dagli Atti di questo nuovo Capitolo, apprendiamo infatti che era nel frattempo morto l’Abbate Claustrale Giovan Matteo Bongrazi e che Papa Innocenzo VIII, avendo concesso la Commenda della nostra Abbazia di S. Benedetto al Card. Giovan Battista Savelli, già Legato di Perugia e dell’Umbria, lo stesso nominava un suo rappresentante e procuratore, che in Gualdo avrebbe gestito per suo conto l’amministrazione dell’Abbazia. Dopo quest’epoca, in ogni Atto stipulato dai Monaci dell’Abbazia, più non appare l’Abbate Claustrale, ma interviene sempre l’Abbate Commendatario, raramente in persona, ma quasi sempre con il tramite del suo rappresentante e procuratore, consistente come si è detto in un Ecclesiastico. E quest’ultimo presiede e dirige persino i soliti Capitoli che, direi quasi per abitudine, i superstiti Monaci seguitavano ancora a tenere nella loro Abbazia. Questi Monaci che, senza l’Abbate, nel 1485, come vedemmo, erano in numero di quattro, ora dopo dieci anni, li troviamo ridotti a due soltanto e cioè i su nominati Benedetto di Meo di Pietruccio della Boya e Battista di Evangelista dei Bencivenni, costituenti, con il Rappresentante del Commendatario « totum capitulum et conventum » del Monastero di S. Benedetto, come si legge in un Atto del 18 Ottobre 1498. Il primo di essi, nel 1491, risulta che era anche Rettore della Chiesa di S. Savino di Serra presso Gualdo ed il secondo, nel 1507, Rettore del Beneficio e Chiesa di S. Vittorino de colle Godino, nel territorio di Rocca Contrada, oggi Arcevia, Chiese ambedue dipendenti dall’Abbazia di S. Benedetto. Nel 13 Giugno 1495, questi due Monaci li vediamo figurare tra i testimoni di un testamento rogato nell’Abbazia suddetta, sottoscrivendolo ciascuno con una diffusa dichiarazione autografa e con l’apposizione del proprio sigillo. Del primo, ne abbiamo un altro ricordo il 25 Novembre 1503, con la quale data funge da testimonio nel

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testamento del celebre Pittore Gualdese Matteo dì Pietro e l’ultima sua notizia se ne ha il 20 Ottobre 1507. Del secondo Monaco, cioè di Battista di Evangelista dei Bencivenni, sappiamo invece che morì decrepito nel suo Chiostro, il 29 Marzo del 1518, ultimo Monaco della vetusta Abbazia di S. Benedetto.

Da tutto quanto sopra si è detto, appare dunque chiaro che la reale ed effettiva presa di possesso dell’Abbazia e dei suoi beni da parte degli Abbati Commendatari, avvenne soltanto nel mese di Luglio del 1485, per opera del Card. Savelli e cioè subito dopo la morte dell’ultimo Abbate Claustrale Giovan Matteo Bongrazi, pure essendosi effettuata anche molto prima la nomina dell’Abbate Commendatario. È quindi dal Savelli che s’inizia regolarmente la serie di questi ultimi. L’Alfieri, nelle sue note alla « Cronaca della Diocesi di Nocera » scritta nei primi del Settecento dal Vescovo Alessandro Borgia, in un elenco degli Abbati Commendatari della nostra Abbazia di S. Benedetto, prima del Savelli ne cita altri quattro e cioè: Bartolomeo di Pietro, Card. Giovanni Arcimboldi, Giovan Matteo Bongrazi e Card. Girolamo della Rovere. Ma di questi, il primo ed il terzo furono, come vedemmo, semplici Abbati Claustrali o Monastici, in lotta anzi con l’istituzione della Commenda Abbaziale, ed il secondo ed il quarto, cioè i due Cardinali, se anche furono investiti di questa Commenda, ne ebbero però il possesso solamente nominale, nessuna autorità esercitarono nell’Abbazia, né dei beni di questa ottennero il godimento, per la fiera opposizione dei superstiti Monaci. Altre inesattezze contiene il su ricordato elenco dei Commendatari redatto dall’Alfieri. Egli, ad esempio, nel 1494 cita come tale il Card. Alessandro Farnese, che era invece in quell’anno Commendatario dell’altra Abbazia Benedettina Gualdese di S. Donato, nomina un Vincenzo Grotto nel 1554, che egli probabilmente confuse con un tal Vincenzo Blasiotto, allora semplice affittuario delle terre Abbaziali e ricorda infine il celebre Cardinale di Augusta, Ottone Truchses, in un epoca (1555) in cui, da un Censuario dell’Abbazia, risulta invece in modo inoppugnabile che quest’ultima, come vedremo, era in possesso del Card. Spinola. Darò qui appresso la serie degli Abbati Commendatari della Badia di S. Benedetto, secondo quanto ho potuto dedurre da documenti il più possibile chiari e sicuri, tenendo presente che le date apposte ad ognuno di essi, non sempre rappresentano l’anno in cui fu a loro concessa la Commenda, ma stanno solo a significare che, in quell’anno almeno, erano al possesso della Commenda stessa.

Dopo il suddetto Card. Giovan Battista Savelli, che vediamo a capo della Badia sino all’Agosto del 1498, appare quale Commendatario, nell’Ottobre di quello stesso anno, il Protonotaro Apostolico Francesco Savelli. Era tuttavia in carica nel Dicembre 1500. Nel 1501, il Card. Giacomo Serra detto il Card. Arborense, Legato dell’Umbria, il quale, avendo in seguito volontariamente riconsegnato la Commenda, fu sostituito il 23 Marzo 1503 dal Prelato Giuliano Spinola. Nel 1505, nuovamente il Card. Giacomo Serra, ratione regressus; nel 1509 il Card. Fazio Cantorino, del

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titolo di S. Sabina, e nel 1510 di nuovo il su ricordato Giuliano Spinola. Cinque anni dopo, troviamo contemporaneamente il Romano Giovanni Evangelista Spinola, quale Usufruttuario perpetuo della Badia di S. Benedetto, e Giovanni Nicolo Scrignetti degli Onofri da Sassoferrato, quale Abbate Commendatario Perpetuo. La ragione di questa duplice investitura, l’una per quanto riguardava le rendite dell’Abbazia, l’altra per quanto si riferiva agli oneri inerenti al Titolo, si spiega forse per il fatto che, essendo lo Spinola in età minore all’epoca della sua investitura, non gli si era potuto assegnare, con i beni Abbaziali, anche l’effettivo esercizio dell’officio di Commendatario. Certo che in seguito, cresciuto lo Spinola di età, tale sdoppiamento della Commenda creò inconvenienti e vertenze giudiziarie, ognuno dei due Titolari volendo invadere l’altrui campo, sino a che, il 14 Marzo 1528, si addivenne tra i due contendenti alla stipulazione di un Atto transativo, per stabilire le rispettive mansioni nello sfruttamento e nel governo dell’Abbazia : Lo Spinola avrebbe percepito tutte le rendite Abbaziali, con il diritto di poterne disporre a suo piacimento, ma era però in obbligo di provvedere a qualsiasi spesa inerente al mantenimento dell’Abbazia e della Chiesa annessa; lo Scrignetti avrebbe avuto invece la direzione ed il governo dell’azienda, ad esempio avrebbe conferito i Benefici Abbaziali, concesse le Enfiteusi, nominato e licenziato i Preti secolari e gli inservienti addetti all’Abbazia. Quest’ultimo Prelato fu contemporaneamente anche Commendatario di un’altra Abbazia Gualdese e cioè di quella di S. Donato. Pochi anni prima, nel 1519, in seguito a Decreto del Card. Del Monte, l’antico Ospedale della Carità, fondato nel secolo XIII dal Notaio Diotisalvi, era stato tolto dalla dipendenza dell’Abbazia, certo per il mal governo che ne faceva e dato ad amministrare al Comune di Gualdo. Dopo il 1544, lo Spinola condivise la Commenda non più con lo Scrignetti, defunto, ma con il Card. Tiberio Crispi, finché, negli ultimi del 1559, subentrò il Card. Carlo Caraffa e dal 1562 al 1580 il Card. Giovanni Antonio Serbelloni Milanese, Legato di Perugia e Vescovo di Foligno. Costui ebbe anzi, quale suo Vicario nella Commenda, il Sacerdote Gualdese Angelo Moroni, morto l’anno 1579, che fu anche Vicario del Vescovo di Nocera in Gualdo e Pievano della Chiesa di S. Fa condino. Dopo il Card, Serbelloni, dal 1581 al 1590, fu Commendatario Mons. Dario Moroni da Gualdo; dal 1591 al 1597 Albani Vincenzo Milanese; nel 1598 Mons. Porfirio Féliciani da Gualdo, Vescovo di Foligno, che fece ricostruire vari altari nel Tempio; nel 1615 Mons. Angelo Feliciani, Protonotaro Apostolico e nepote del precedente; nel 1633 Mons. Domenico Salvetti da Gualdo, Prelato Palatino; dopo costui, nel 1665 Giacomo Filippo Nini, Cardinale e Arcivescovo titolare di Corinto; nel 1681 il Card. Stefano Agostini, morto nel mese di Marzo del 1683; nel 1687 il Card. Piermatteo Petrucci, che restaurò la Chiesa circa il 1700; nel 1703 il Card. Sperelio Sperelli; nel 1710 Mons. Marco Battaglini, Vescovo di Nocera e nel 1718 l’altro Vescovo Nocerino Mons. Alessandro Borgia. Costui, nel

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1743, fece ricostruire in legno di noce le tre maggiori porte del Tempio, al cui edificio arrecò poi notevoli restauri quattro anni dopo, avendo riportato gravi danni pel terremoto del 1747. Fu anzi il Borgia, che estrasse molti preziosi documenti dagli Archivi delle Chiese e dei Conventi nella nostra Città, della quale intendeva scrivere la storia, documenti che egli avrebbe voluto in seguito collocare nell’Archivio Vescovile di Nocera e che invece con nostro danno andarono smarriti, poiché il Borgia li portò con sé in Fermo, quando venne inviato come Arcivescovo in quella sede. Dopo costui, nel 1764, vediamo Abbate Commendatario l’Arcivescovo Mons. Giuseppe Vincentini ; nel 1779, il Card. Altieri Vincenzo ; nel 1801 il Card. Giulio Gabrielli e nel 1808 Giovan Battista Quarantotti, divenuto poi Cardinale. (6)

Ora è il momento di notare che, sino dal 1530, la Magistratura ed il Clero Gualdese, approfittando della fermata che fece in Gualdo Clemente VII reduce dall’incoronazione di Carlo V, avevano chiesto personalmente al Pontefice, di erigere in Collegiata l’Abbazia di S. Benedetto, erogando a tale scopo le rendite della Commenda che si sarebbe dovuta sopprimere. Il Papa annuì, però la promessa non ebbe poi effetto. Da quell’epoca, fu costante e sempre più intenso nel Clero Gualdese, il desiderio di istituire un Collegio di Canonici in S. Benedetto, come è dimostrato da numerosi documenti, dai continui progetti che vediamo escogitati, dalle molte richieste fatte a nome della Municipalità e della popolazione e come risulta persino da più Legati testamentari di cittadini a favore dell’erigenda Collegiata. Ma nulla si potè mai ottenere, per i continui ostacoli che a tale progetto opponevano gli Abbati Commendatari, interessati al mantenimento delle proprie prebende, in ciò sostenuti anche dai Vescovi della diocesi, riuscendo così a far naufragare molte altre successive pratiche allo stesso scopo iniziate in varie epoche presso la Santa Sede, ad esempio nel 1618, nel 1625, nel 1645, nel 1665, nel 1754 e quasi di continuo nell’ultimo ventennio del Settecento e nei primi anni dell’Ottocento. Però nel 1818, essendo Abbate Commendatario di S. Benedetto il Vescovo di Nocera Mons. Francesco Piervissani,

(1) D. DORIO: Op. cit. Pag. 42 e 43 – L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo III. Foligno 1661. Pag. 302 – P. Berardi: Op. cit. Pag. 34 – A. Alfieri: La Cronaca della Diocesi Nocerina nell’Umbria di Alessandro Borgia. Trad. ital. con note. Roma 1910. Pag. 30 e 31 – R. GUERRIERI : Op. cit. Pag, 34 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di documenti Storici Gualde si dal Xlll al XVIII secolo. Docum. n°. 19, 42, 43, 44, 45, 61 – L. JACOBILLI : Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. Pag. 107 – Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Visita del 1593 alla Chiesa di S. Benedetto in Gualdo – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1490, c. 104t ; dal 1472 al 1535, cc. 44t ; dal 1509 al 1516, c. 15 ; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Mascelli, Vol. dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, Paginazione II, c. 3 e 187 ; dal 1484 al 1486, c. 182t e 1911; dal 1498 al 1499, Paginazione I, e. 52t, 74, 83; dal 1473 al 1527, c. 121, 122; dal 1504 al 1505, c. 29; del 1479, 1510 e 1511, c. 91 – Arch. della Chiesa Abbaziale di S. Benedetto : Liber Censuum – Biblioteca del Seminario di Foligno (Manoscritti di Jacobilli) Cod. A. V. 11, c. 783.

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costui otteneva da Papa Pio VII che venisse abolita quella Commenda Secolare, ma non già per destinarne le rendite all’istituzione di una Collegiata, bensì per devolverle alla Mensa Vescovile Nocerina, quale compenso dei beni dalla stessa perduti durante il periodo dell’invasione Francese. Ciò nonostante, assunto in seguito al Pontificato Papa Pio IX, i Gualdesi tornarono ad adoperarsi per la realizzazione del loro antico sogno, l’istituzione della Collegiata, e questa volta infatti, per opera specialmente dei concittadini Mons. Stella, Cameriere del Pontefice e Mons. Antonio Caiani, allora Avvocato Concistoriale e poi Uditore di Rota, la Santa Sede revocava l’unione dell’Abbazia di S. Benedetto alla Mensa Vescovile di Nocera, e l’Abbazia stessa erigeva a Collegiata con otto Canonici e la dignità di Arcidiacono, dovendosi inoltre nella elezione dei Canonici, preferire i Gualdesi agli estranei. Tutto ciò, con Decreto Concistoriale del 26 Maggio 1847, il quale però sarebbe dovuto andare in vigore soltanto alla morte del Piervissani, che avvenne infatti poco dopo, il 15 Gennaio 1848. Così finalmente, dopo tre secoli, restavano esauditi gli ardenti voti del Clero Gualdese però, subentrato a quello Papale il Governo Italiano, per effetto del Decreto del Commissario Pepoli, nel 1861 i beni della Collegiata, come quelli di tanti altri Enti Ecclesiastici, vennero confiscati e dati al Demanio. Ma anche senza prebende, il Capitolo dei Canonici continuò a funzionare e la Collegiata sussiste tuttora nella nostra Chiesa di S. Benedetto, che anzi, con Decreto Concistoriale del 2 Gennaio 1915, venne elevata all’onore di Cattedrale. (1)

Come tutte le Abbazie Benedettine, anche la nostra ospitò Monaci insigni per santità o per dottrina: Degno di menzione è il Beato Angelo da Gualdo, che fu uno dei più tipici rappresentanti di quegli eremiti ascetici, che nel mistico Medio-Evo andarono a rinchiudersi negli antri malsani e nelle selvagge solitudini dei boschi e dei deserti, per condurvi una vita puramente contemplativa, dedicata all’adorazione della Divinità, lungi dalle seduzioni mondane; uno di quegli Anacoreti che alcuni venerarono poi sugli Altari e che altri tennero in non cale od irrisero, quali esaltati ed isterici.

Nacque circa il 1270 nel villaggio di Casale presso Gualdo da poveri agricoltori ; il padre aveva nome Ventura, la madre Chiara, anche soprannominata Origalistra e nella sua adolescenza fu guardiano di pecore. Secondo la tradizione, appena trilustre, ebbe una disputa con la madre che lo rimproverava di elargire troppe elemosine ai miseri, per cui partendo da casa in preda all’ira, augurò alla madre stessa di non ritrovarvela viva. Pare che per una strana fatalità, il triste augurio si avverasse e ciò sull’animo del giovanetto, certo già predisposto all’ascetismo, facesse così profonda impressione da sospingerlo, in segno di penitenza, nel lungo e allora periglioso pellegrinaggio sino alla tomba di S. Giacomo di Compostella in Ispagna. Tornato in patria vestì l’abito monastico,

(1) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Docum. N°. 115 e 118. Libro dei Consigli dal 1642 al 1647, c. 193t, 196.t .

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come Converso, nel nostro Convento di S. Benedetto, da dove indi a poco si partì per raggiungere alcuni Cenobiti che vivevano nell’Eremo dei S.S. Gervasio e Protasio, allora esistente sulla montagna Gualdese nella località Capo d’Acqua. Ma non sembrandogli sufficientemente solitaria e dura la vita che ivi si conduceva, dopo qualche anno si fece costruire dai parenti un’angusta cella lungo il rivo Remore, precisamente nel luogo dove esiste anche attualmente una Chiesetta a lui dedicata, ed in tale cella, poco più che ventenne, si rinchiuse per tutta la vita e dopo oltre un trentennio vi si spense, come suoi dirsi in odore di santità, il 15 Gennaio 1324. Erroneamente da alcuni Agiografi, fu invece indicato l’anno 1325.

La sua salma fu subito dal popolo processionalmente portata in Gualdo ed esposta alla pubblica adorazione, nella Piazza Maggiore, innanzi la Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, entro la quale fu poi tumulata. Nel Gennaio del 1343, dopo un regolare Processo Canonico e con il beneplacito di Papa Clemente VI, dal Vescovo di Nocera Alessandro Vincioli e dall’Abbate Claustrale di S. Benedetto Ardenguccio Goncelli del Poggio furono esumate le sacre spoglie e rinchiuse in una grande urna di pietra rossa, collocata poi su uno degli Altari laterali della Chiesa di S. Benedetto, che era dedicato a S. Michele Arcangelo Patrono della città. Quivi il corpo del Beato subì una nuova ricognizione il 4 Maggio 1419, ed in seguito, l’altro Vescovo di Nocera Antonio Bolognini, fece porre le ossa del Beato Angelo in un’arca tutta di legno, recante dipinti alcuni miracoli al Beato attribuiti e l’espose poi all’adorazione del popolo sul medesimo Altare, ma ex novo ricostruito e dallo stesso Vescovo Bolognini riconsacrato nell’Aprile 1442. Quest’arca, nel 1533, dall’Abbate Commendatario di S. Benedetto Giovan Nicolo Scrignetti, venne sostituita con altra nuova, tutta intarsiata di madreperla e riccamente dipinta, munita di vetro anteriormente per la visione delle sacre spoglie. La suddetta data 1533, risultava da un’epigrafe apposta nel suo interno.

Nel nostro territorio, sin dagli antichi tempi, si tributò spontaneamente, un vero e proprio culto per l’Anacoreta Gualdese. Con Deliberazione del 22 Marzo 1567, il Comune di Gualdo presentò domanda alle Autorità Ecclesiastiche, perché si addivenisse senz’ altro alla sua canonizzazione, la qual cosa si rese però possibile solo molti anni più tardi. Infatti, dopo lungo ed accurato processo, il culto per il Beato Angelo fu definitivamente approvato dalla Sacra Congregazione dei Riti, con Atto del 17 Dicembre 1633. Nel 1643, il Governo Pontificio, ordinò che ogni Comune dovesse dichiarare quale era il proprio Santo Protettore. I Gualdesi, nel General Consiglio del 22 Marzo di quell’anno, non tenendo conto che il vero e antico Protettore della città era, come sopra si è detto, l’Arcangelo S. Michele, dessero a loro Patrono, il Beato Angelo e fissarono in suo onore, come festa annuale, il 15 Gennaio, giorno della di lui morte. Lo stesso Comune stanziò poi nel pubblico bilancio una somma per il culto del Beato Angelo ed ebbe particolare cura dell’ Altare che gli era stato dedicato, al quale ufficialmente e con gran pompa si recava la Magistratura in

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determinate solenni occasioni e dove affluirono sempre abbondantemente e cospicue, le elargizioni di numerosi fedeli.

Nel Settembre del 1824, furono indette in Gualdo grandiose feste per la ricorrenza.del V Centenario della morte del Beato Angelo. Il suo antico Altare del 1442 venne allora modificato, rinnovato e infarcito di marmi policromi, deturpandone però così le belle e severe linee Quattrocentesche. Il corpo del Beato, rivestito di seriche vesti, fu collocato in una nuova e ricca urna di legno intagliata e dorata, sostituendola sull’Altare a quella del 1533, che poi passò a far parte di un Museo di Firenze. Questa nuova sistemazione ebbe però una breve durata: Infatti, nella fine dell’Ottocento, quando la Chiesa di S. Benedetto subì nel suo interno, come a suo tempo vedremo, un radicale rifacimento, l’Altare suddetto andò disperso e l’urna, che per la stessa ragione era stata provvisoriamente trasportata sull’Altare Maggiore della vicina Chiesa di S. Francesco (dove rimase dal 1875 al 1896) il 21 Luglio del 1881, di notte tempo, fu grandemente danneggiata da un incendio, per cui nel 1883 si dovette tutta ricostruire in metallo con vetri come al presente si trova. Fu in occasione del suddetto V Centenario del decesso del Beato Angelo, che il culto a lui tributato si riconfermò, dalla Sacra Congregazione dei Riti, per la seconda volta, con Decreto emesso poco dopo e cioè durante l’anno 1825. Nuovi pomposi festeggiamenti furono tenuti in Gualdo nel VI Centenario della sua morte e cioè nell’Agosto del 1924. In tale occasione venne i naugurata un’artistica Cappella, a forma di cripta, annessa al Tempio di S. Benedetto, nella quale, su di un marmoreo Altare, fu definitivamente deposta l’urna metallica contenente le spoglie del Beato Angelo, la quale urna, dopo il ventennio trascorso, secondo quanto si disse, nella Chiesa di S. Francesco, era stata riportata il 27 Settembre 1896 nella restaurata Chiesa di S. Benedetto, e quivi collocata sull’Altare Maggiore, più non esistendovi quello antico e speciale del Beato Angelo, andato disperso, come si è visto, durante i restauri del tempio.

Prima di chiudere questo Capitolo, ricorderemo anche un altro insigne Monaco della nostra Abbazia di S. Benedetto, e cioè Bonfiglio Fancelli da Gualdo, che emerse nell’Ordine e fu XV Generale della Congregazione Benedettina-Silvestrina, pel triennio 1586-1589, dopo avere anche scritto una Vita di S. Silvestre rimasta inedita. (1)

(1) JACOBILLI : Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. Pag. 93 e 103 _ Arch. Storico di Gubbio – Fondo Armanni : Codice II. C. 23. Da c. 126 a c . 133t (Narratio gestorum et sanctae vitae et felicis obitus sancii viri Angeli solitarii) – Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1642 al 1647. c. 39-391 – Mittarelli : Op. cit. Tomo V. Venezia 1760 – L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo e della Regione di Taino. Foligno 1638 (Vita del B. Angelo) – Biblioteca Jacobilli nel Seminario di Foligno : Codice A. VI. 6, *. 7 4t; Cod. C. VIII 11, c. 37t – A. Bolzonetti : // Monte Fano e un Grande Anacoreta. Roma 1906. Pag. 176 – Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti Sacre Visite. Visita alla Chiesa di S. Benedetto in Gualdo. Cappella di S.

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II

Abbazìa di S. Donato. – I nostri più antichi manoscritti, ci parlano di una vetusta Abbazia di S. Donato, che nel secolo XI sarebbe stata fondata, secondo il Ciatti, dai Conti della Rocca Flea, a dir dello Jacobilli, dai più volte ricordati Conti di Nocera e, secondo il Dorio, dai progenitori della celebre famiglia Trinci, che ebbe poi la Signoria di Foligno; le quali opinioni, a prima vista contraddittorie, si spiegano facilmente e si accordano per il fatto che, così gli uni come gli altri di questi pretesi fondatori di S. Donato, come già si vide, facevano parte della medesima schiatta. (I)

Tale Abbazia, che oggi più non esiste, sorgeva lungo la riva del Feo, detto anticamente Fleo, nella località in cui attualmente trovasi il sobborgo della Città denominato volgarmente Valle disopra, e la sua ubicazione presso il fiume, ci spiega perché, in una pergamena del 27 Febbraio 1236, conservata nel nostro Archivio Comunale, l’Abbazia in discorso venga indicata con le parole « sanctus Donatus de Fleo ». Riccamente dotata, subito dopo la sua fondazione, venne destinata ai Monaci dell’Ordine di S. Benedetto, e fu appunto in quella Chiesa Abbaziale che nel 1237, come si disse, vennero sepolti i corpi combusti dei Gualdesi periti nell’immane incendio del Gualdo di Valdigorgo. (2)

Dipendette in origine dal Monastero di S. Andrea dell’Isola, ma dovette poi assumere non poca importanza, poiché nel 1254 vediamo il Rettore del Ducato di Spoleto, Card. Riccardo, dare incarico a Pietro, Abbate dell’Abbazia di S. Donato, di ammonire il Vescovo di Gubbio Jacopo, affinchè più non perseguitasse in futuro i Monaci della celebre Abbazia di S. Croce di Fonte Avellana, posta alle falde del Monte Catria, e nota, se non per altro, per la dimora che vuolsi vi facesse il sommo Alighieri, con i quali Religiosi pare che l’Episcopato Eugubino andasse poco di accordo. Così pure nel 1256, il Pontefice delegava con il Vescovo di Assisi anche l’Abbate di S. Donato di Gualdo, per la trattazione di un importante causa di appello, vertente tra la Cattedrale di Foligno e il Monastero

Angelo. Anno 1593 – Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Benedetto in Gualdo : Codice Liturgico del sec. XIII (Annotazioni in margine al Kalendarium) – A. Ribacchi: Il sesto Centenario dalla morte del Beato Angelo e la Chiesa Cattedrale di S. Benedetto. Gualdo Tadino 1924 – L. AMONI: Op. cit. – G. SILLANI: Vita del Beato Angelo da Gualdo. Assisi 1823 – A. RlBACCHt : Vita Popolare del B. Angelo. Gualdo Tadino 1928.

(1) Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) pag 52, 76 – D. dorio : Op. cit. pag. 67 e indice – L. Jacobilli : Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 38 – F. ClATTl : Delle Memorie Annali et Istoriche delle Cose di Perugia. Perugia 1638. Voi. Il, pag. 175 – G-MORONI: Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica. Vol. XXXIII, pag. 83 – L. JACOBILLl: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo III. Foligno 1661. pag. 304, 305.
(2) P. BERARDI: Op. cit. pag. 28 – Arch. Storico di Gubbio (Fondo Ar manni) : Codice II. C. 23 (Leggendario di Santi già del Convento di S. Francesco in Gualdo) c 121 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. N°. 25.

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Benedettino di S. Pietro di Landolina, nella Diocesi di Nocera, presso il Castello di Annifo, il quale Monastero, oggi diruto, non voleva essere soggetto alla Cattedrale suddetta. (1)

In quest’epoca i Monaci di S. Donato abbandonarono, forse a scopo di sicurezza, la loro antica ed indifesa dimora e si trasferirono entro le forti mura del nuovo Gualdo, costruendovi una seconda Abbazia. Non sappiamo esattamente quando avvenne un tale trasferimento, certo è che la Chiesa annessa al nuovo Monastero di S. Donato, reca scolpita su un capitello della porta d’ingresso laterale, la data della sua costruzione, 1255. Quasi certamente è quindi, presso a poco, questa l’epoca in cui quei Monaci abbandonarono la riva del Feo, per venirsi a stabilire entro la vicina città. Un altro ricordo, che probabilmente si riferisce invece alla costruzione di qualche parte dell’Abbazia, consiste in una lapide che un tempo era apposta sulla fronte dell’oggi distrutto edificio abbaziale e che ora trovasi murata in un angolo nell’interno della Chiesa. Tale lapide porta la seguente iscrizione a caratteri Gotici:

IN. NOIE. DNI. AMEN.
A. D. M. CC. LXXXXVI. IND.
VIIII. TPE. D. BONIFACII. PP.
VIII. D. XXV. M. AP. DON. RAINALD.
DE CARTICETO. FECIT
FIERI. HOC. OPUS.

la quale va letta così:
In nome di Dio Amen. Nell’anno del Signore 1296, indizione nona, a tempo di Papa Bonifacio VIII, nel giorno 25 del mese di aprile, domino Rinaldo da Carticeto fece erigere questa costruzione.
Certo è che la primitiva Abbazia con i terreni circostanti, seguitò per lungo tempo, anche dopo il trasferimento suddetto, ad appartenere all’Abbazia stessa, tanto è ciò vero che il 6 Ottobre del 1474, l’Abbate Commendatario di S. Donato, di quelle proprietà abbaziali, poteva ancora vendere un orto, che si descrive infatti come situato « in parochia S. Donati, in vocabulo Vallis Fei, juxta flumen Fei, res dicti monasteri et alia latera».

L’Archivio dell’Abbazia andò disperso e ben poco sappiamo delle sue trascorse vicende: Fu sottoposta in origine, come si è detto, a quella di S. Andrea dell’Isola, nel territorio di Nocera, e più tardi dipendette, con titolo di Priorato, dalla Badia di S. Croce di Fonte Avellana su nominata, la quale infatti, nel 1391, assunse la difesa di S. Donato, come suo membro, in una controversia giudiziaria.

Assai cospicui erano i beni del Monastero che possedeva in abbondanza campi, prati, boschi, orti, molini, fornaci per laterizi e case, delle quali ultime oltre venti entro il solo Gualdo. Nel 1332 “Giovanni XXII, per sopperire ai momentanei bisogni finanziari

(1) M. Faloci : I Priori della Cattedrale di Foligno (In Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Perugia 1914. Vol. XX, pag. – M. SARTI: De Episcopis Eugubinis. Pisa 1755. Cap. IX, pag. 150.

328 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

della Sede Apostolica, impose su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto, una tassa per la durata di due anni, da pagarsi in quattro rate semestrali e ci risulta, a tal proposito, che l’Abbazia di S. Donato per il pagamento della prima rata, il 21 Giugno 1333, versò al Tesoriere Pontificio Giovanni Rigaldi, a mezzo di Maestro Pietro Salmucci, la somma di quindici libbre, quattro soldi e sei denari cortonesi. Il 28 Giugno 1384, i Monaci Camaldolesi, dovendo riformare il Convento dell’Avellana, tennero il loro Capitolo Generale nella Badia di S. Donato in Gualdo. Questa venne in seguito trasformata in Commenda Abbaziale, ma ignoriamo però quando esattamente ciò avvenne. Fu certo nel XV secolo, l’epoca nefasta per le Abbazie Benedettine, che in gran numero furono trasformate in Abbazie Commendatarie o incorporate in altre Istituzioni Ecclesiastiche, i di cui Titolari ne dispersero i ricchissimi patrimoni. Solo possiamo dire, che ciò non accadde prima della metà di quel secolo, poiché vi troviamo ancora un Abbate Claustrale, e cioè il Monaco Avellanense Bartolomeo di Ser Filippo da Gualdo, nel 1445. Infatti, in tale anno, con Decreto del 19 Aprile, Pietro, Abbate Generale del Monastero di S. Croce di Fonte Avellana, lo destituiva dal suo officio, perché, contrariamente all’ordine ricevuto, aveva pagato al Vescovo di Nocera il Sussidio Caritativo, ma poi, quattro giorni dopo, lo stesso Abbate Generale dell’Avellana, revocava la destituzione dell’Abbate di S. Donato, avendo questi potuto provare che non aveva invece mai versato al Vescovo Nocerino il Sussidio suddetto. Un tale episodio è anche interessante poiché ci prova che, sino all’ istituzione della Commenda nel Monastero di S. Donato, questo rimase alla dipendenza della grande Abbazia di Fonte Avellana. Viceversa, dopo un ventennio appena, compare per la prima volta in S. Donato un Abbate Commendatario nella persona del Vescovo di Nocera Giovanni Marcolini da Fano il quale infatti, con Atto del 13 Decembre 1462, nella sua qualifica di Commendatario, Amministratore e Governatore dell’Abbazia di S. Donato, vendeva la quarta parte, con la metà di altra quarta parte, di una causa e beni annessi, posta in contado di Gualdo, Parrocchia di S. Felicita, Vocabolo Busche, alla Fraternità di Santa Maria della nostra città, per venticinque fiorini da spendersi in riparazione della Chiesa di S. Donato. E’ quindi lecito supporre che tra il 1445 e il 1462 dovette avvenire la trasformazione in Commenda dell’Abbazia in esame, dove però, per qualche tempo ancora, sino cioè alla loro morte (come vedemmo verificarsi anche per la Badia di S. Benedetto) nonostante l’esistenza di un Commendatario, rimasero a vivere i monaci con il loro ultimo Abbate Claustrale, il suddetto Bartolomeo di Ser Filippo da Gualdo, che ancora troviamo infatti ricordato, come tale, nel 1468. Per la mancanza di documenti, ho potuto con grande difficoltà redigere un incompleto elenco degli Abbati Commendatari che, dopo il Marcolini su ricordato, si successero nel nostro Chiostro di S. Donato. Così, nel 1473 vi troviamo Nicolo Perotti da Sassoferrato, Arcivescovo di Siponto (Manfredonia) e Legato dell’Umbria, che era ancora Commendatario nel 1480; nel 1485 Giovanni Cerretani da Terni,

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vescovo di Nocera; nel 1492 Bartolomeo della Rovere, nepote di Sisto IV, Vescovo di Ferrara, Patriarca di Gerusalemme, che tenne la Commenda sino al 1494, nel quale anno morì; nel 1495 il Card. Alessandro Farnese, che fu poi Papa Paolo III; nel 1498 Bartolomeo di Giacomo de Cenis, ancora in possesso nel 1503; nel 1505 il Card. Francesco Borgia, Arcivescovo di Cosenza e poi nello stesso anno Giovan Nicolo Leonardi alias Scrignetti, ancora in sede nel 1508. Nel 1524 Giovanni Del Monte, della famiglia del Card. Antonio Del Monte, allora Legato Pontificio in Gualdo ; nel 1533 Giovanni Nicolo Scrignetti degli Onofri da Sassoferrato che contemporaneamente fu anche Commendatario dell’altra Abbazia Gualdese di S. Benedetto e che certamente era un discendente dell’Abbate omonimo che abbiamo nominato nel 1508. Costui, ritrovasi ancora in carica il 17 Agosto 1539, mentre poco dopo, e cioè il 24 Settembre di quello stesso anno, vediamo Commendatario di S. Donato, Valentino Scrignetti anch’esso Chierico Sassoferratese, ancora al possesso dell’Abbazia nel Novembre 1544. Nel 1546 e tuttavia nel 1555, fu Abbate Nercolo Nercoli, Canonico Nocerino; nel 1562 Pietro Donato Cesi Romano, Vescovo di Narni; nel 1563 e ancora nel 1573, il Sacerdote Giovan Felice Meccoli di Nocera e dopo questi Don Mario Marcucci da Gualdo nel 1575 e nel 1577; nel 1580 Don Mario Mari da Trevi, che nel 1582, per permutationem, cedette la Commenda a Don Domizio Ranieri da Gualdo che ancora la teneva nel 1596. Nel 1611 era posseduta dal Gualdese Don Bernardino Giovannelli e nel 1615 sino al 1636 da Don Feliciano Berardi, pure di Gualdo. Per rinunzia di quest’ultimo, che si era riservata una pensione di centocinquanta scudi, subentrò Mons. Domenico Salvetti da Gualdo il quale, addetto alla Curia Romana, amministrava l’Abbazia per mezzo di suoi rappresentanti. Il Salvetti fu contemporaneamente Commendatario di altre due Abbazie Gualdesi, cioè di quelle di S Benedetto e di S. Pietro di Rasina e, poco prima del 1628 seguì anche, nella città di Colonia, il Card. Marzio Ginetti il quale vi era stato inviato dal Papa, quale Legato a latere, per procurare quella che fu poi chiamata la pace di Westfalia. Dopo il Salvetti, nel 1670, troviamo come titolare della Commenda di S. Donato l’altro Gualdese Mons. Costantino Balducci che, vivendo anch’egli a Roma, teneva in Gualdo un suo rappresentante. Morì nel 1681 e dopo una breve vacazione, prima però del 1685, gli subentrò Don Alessandro Vittori da Gualdo, cui successe un altro Vittori, Don Carlo Antonio, che era già Abbate nel 1691. Morto costui nel 1707, fu eletto Commendatario Don Fecondino Scaturzi che era ancora Abbate nel 1728. Godeva poi la Commenda, nel 1746, Don Francesco Salvatori che, morto nel 1751, ebbe subito a suo successore Don Grazio Mattioli, il quale, l’anno 1778, la consegnò al congiunto Don Pompeo Mattioli. Da un documento che porta la data 1779, ci risulta che in quell’epoca, l’Abbazia possedeva, tra l’altro, due molini lungo il fiume Feo e oltre cento terreni, i quali ultimi davano in media un fruttato di centonovanta scudi annui. Nel 1782 finalmente fu eletto Abbate il Gualdese Don Gioacchino Angelo Coppari.

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Durante il tempo in cui l’Abbazia rimase nello stato di Commenda, in essa si recavano ad abitare i Vescovi di Nocera quando, per visite Diocesane o per altri motivi, dovevano trattenersi in Gualdo, poiché il Vescovato Nocerino aveva diritto di possesso su di un intero appartamento dell’Abbazia. A tal proposito anzi noteremo, che il Vescovo di Nocera aveva sempre posseduto una sua abitazione in Gualdo. A prova di ciò ricorderò anche, che ho potuto consultare vari Istrumenti Notarili che si dicono stipulati « in castro Gualdi Nuc. dioc. in domibus episcopatus Nuc. que sunt in ipso castro», ovvero « Gualdi in curia palatii domini episcopi Nucerini», oppure « ante domum episcopatus Gualdi», ed il più antico di tali Atti, porta la data 11 Decembre 1316. Il Coppari suddetto fu l’ultimo Abbate Commendatario della Badia, i beni della quale, dopo la sua morte, furono devoluti da Pio VII al Seminario di Nocera. In tale occasione venne asportato dalla Badia anche l’antico e ricco archivio, che così andò disperso. (1)

Come si è detto, il fabbricato dell’Abbazia, che era stato completamente restaurato verso la metà del XVI secolo, oggi più non esiste, essendo caduto in rovina pel terremoto del 1751, e resta ancora in piedi la sola Chiesa, della quale tratteremo in seguito par ticolarmente.

III

Abbazia dì S. Pietro di Val di Rasina. – Questa Abbazia ebbe origini femminili, ma ne trattiamo qui tra i Monasteri Benedettini di sesso maschile, essendo stata poi in seguito e per la maggior durata di tempo, occupata dai Monaci.

Sorse per opera di un rampollo di quel Conte Monaldo II che, come più volte si è detto, dall’Imperatore Tedesco Ottone III ebbe la riconferma del Vicariato di Nocera e Tadino. Questo discendente di Monaldo II, circa l’anno 1006, faceva infatti costruire e dotava, per le Monache Benedettine, l’Abbazia di S. Pietro in Val di Rasina e la donava alla propria figlia Armengarda che ne fu la prima Abbadessa, e vi morì e vi fu sepolta. Altri Autori, fanno erroneamente risalire a circa cento anni prima, la fondazione di questo Monastero.

L’Abbazia di S. Pietro raggiunse in breve grande importanza e per oltre un secolo vi ebbero stanza le Benedettine, dopo le quali passò in mano ai Monaci di quello stesso Ordine. Non sappiamo esattamente in quale anno avvenisse il passaggio del Chiostro dalle Monache ai Monaci, certo è che il 1 Giugno 1291 erasi già effettuato, poiché in tale data ci resta una Bolla di Papa Nicolo IV,

(1) Annali Camaldolesi – Arch. di Stato in Roma : Gruppo di Pergamene provenienti dall’Archivio di Gualdo Tadino. Perg. N». 26 – A. LUBlN : Op. cit. pag. 167 – Arch. Vaticano : Collettorie. Vol. 225, c. 32 – G. MORONt : Op. cit.. Vol. XXXIII, pag. 79 e seg. – Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo di Fabriano : Pergamene provenienti dalla Badia di S. Maria d’Apennino. N°. 389, 466, 519 – Cancelleria Vescovile di Gubbio : Rogiti di Pietro di Bedo di Benedetto dal 1434 al 1461. c . 25 e 25t – Arch. Notarile di G ualdo : Rogiti di Antonio Le Ili dal 1376 al 1382, c. 38 ; di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499. c . 246 e 248; dal 1464 al 1469. Quaderno XIII, c. 46.

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con la quale egli scriveva da Orvieto all’Abbate e non già all’Abbadessa di S. Pietro di Rasina, affinchè insieme al Vescovo di Camerino ed al Priore di S. Vittoria, Diocesi di Fermo, giudicasse imparzialmente in una causa vertente tra alcuni cittadini Gualdesi da una parte, ed un nobile Signore di Fermo dall’altra.

Quando poi il Pontefice Giovanni XXII, nel 1332, impose su i beni ecclesiastici la tassa o censo di cui parlammo a proposito del l’Abbazia di S. Benedetto, tale tassa fu pagata anche dalla Badia di S. Pietro di Rasina e il pagamento trovasi infatti registrato nei libri delle Collettorie Pontificie, in data 24 Giugno 1333, con l’indicazione che da Sabatello Sindicus monasterii S. Petri de Rasina, era stata versata, per la tassa suddetta, la somma di venti libbre. Dopo ciò, durante un intero secolo, nessuna notizia più abbiamo dell’Abbazia di S. Pietro di Val di Rasina. Solo ci risulta che la stessa era andata, durante quel tempo, lentamente declinando, sino a ridursi senza alcun monaco, tanto che, essendo morto nella prima metà del Quattrocento, anche l’ultimo Abbate Monastico, Giacomo Altavalle, alla nostra Badia toccò la sorte di tante altre sue consorelle, fu cioè trasformata in Commenda Secolare e con tale qualifica, il 25 Ottobre del 1435, fu dal Pontefice concessa a quel Cristoforo di Berto Boscari, dei Conti del Poggio di Valtopina, Monaco del Monastero di Sassovivo, che tre anni dopo fu anche eletto Vescovo di Foligno, dove morì nel 1444.

Dopo costui, tra gli Abbati Commendatari che si succedettero nel possesso dell’Abbazia, vanno ricordati nel 1478 e ancora nel 1506 il Gualdese Anastasio di Costantino Feliziani ; quel Card. Antonio Del Monte che, come vedemmo, fu inviato nel 1513 in Gualdo quale Legato Pontificio; un Bernardino Ranieri da Perugia che troviamo in carica nel 1537 ed ancora nel 1560, un Orazio Ranieri, pur da Perugia, che poco prima del 1573 apportò al fabbricato dell’Abbazia non pochi restauri; un Don Girolamo di Fabrizio Signorelli, anch’esso Perugino, nel 1591 e ancora Abbate nel 1613; un Don Giulio Signorelli nel 1628 e un Don Angelo Signorelli nel 1633. Ebbe poi la Commenda di S. Pietro di Rasina il Card. Orazio Giustiniani, che la tenne sino all’epoca della sua morte avvenuta nel 1649, e in seguito troviamo in tale officio, nel 1661, Mons. Domenico Salvetti da Gualdo; nel 1717 ed anche assai più tardi nel 1743, epoca della sua morte, il Card. Ludovico Pico dei Duchi di Mirandola; nel 1746 il Card. Raniero Delci e nel 1772 il Conte Ercole Oddi Perugino.

Tutti costoro dissiparono a poco a poco i molti beni dell’Abbazia, che era assai ricca, possedendo all’intorno numerose terre, dalle quali, nel secolo XVI, di solo frumento ritraeva in media ogni anno oltre cento mine, quantità non indifferente se consideriamo che quella regione oggi ancora, ma specialmente in quei tempi, era coperta da folte boscaglie.

Di questa antica Badia oggi più nulla rimane. Sorgeva là dove confluiscono i due torrenti Arone e Rasina, attigua all’alta e

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massiccia torre quadrata, in pietra arenaria corrosa dai secoli, che in quel luogo, anche oggi, vedesi emergere su di un gruppo di moderni fabbricati colonici che ad essa si appoggiano. Ma nel piazzale circostante, specialmente in prossimità della Chiesa annessa, scavando il terreno, si ritrovano dovunque muraglie e, dicesi, anche ambienti sotterranei coperti da volte e più o meno interrati, i quali rappre sentano certo gli ultimi avanzi di antichi edilizi crollati e già dipendenti dalla medioevale Abbazia.

La torre su ricordata, era uno dei molti fortilizi di frontiera dell’antico Comune di Perugia, che ivi appunto aveva i suoi confini orientali. Sappiamo anzi, che nella prima metà del 1496, i Magistrati Perugini l’avevano data in custodia a tal Feliziano di Costantino da Gualdo, con obbligo di difenderla e di non cederla ad alcuno, senza ordine della città di Perugia e dell’Abbate di S. Pietro di Val di Rasina che, come sopra si è visto, era allora Anastasio di Costantino Feliziani. (1)

IV

Eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella in Monte Maggio. – L’Eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella è, possiamo dire, sconosciuto nella Storia Ecclesiastica della nostra regione. Trovasi primieramente indicato in una Bolla di Adriano IV, data il 16 Marzo 1156 e indirizzata a Rodolfo, Abbate del Monastero Benedettino di S. Maria d’Apennino, che un tempo soreva a pochi passi dal luogo dove oggi la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico sbocca in territorio Fabrianese. Con la Bolla suddetta, il Papa prendeva sotto la sua protezione il Monastero stesso ed i suoi possedimenti, tra i quali figura appunto quello di S. Salvatore e S. Pietro de heremo, e questa dipendenza ci fa anzi conoscere, che gli Eremiti che l’abitavano erano Benedettini.

Viene poi ricordato una seconda volta ed in maniera topograficamente più chiara, in un Atto esteso in Fabriano, nel Palazzo del Comune, il 6 Marzo 1302, dal Notaio Bartolo di Compagnuccio, con il quale Atto, Paolo di Jacobo, Monaco del suddetto Monastero di S. Maria d’Apennino, quale Sindaco e Procuratore dell’Abbate Andrea e del Capitolo del Monastero stesso, davanti al Podestà di Fabriano Guidarello di Oderisio ed al Giudice dei malefici Nicola da Castello, dichiarava che « heremita Sci Salvatoris et Sci Petri de aqua albella, que sunt posite in

(1) Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate N°. 48, e. 219t; Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) pag. 52, 67, 73, 76 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. N». 56 – Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 225, c. 32t – L. JACOBILLI : Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. G ià cit. pag. 37 – D. DORIO : Istoria della Famiglia Trinci. Foligno 1638. pag. 48 e 51 – Biblioteca Comunale di Assisi (Fondo Francescano): Codice ms. 341, c. 92 della paginazione antica, corrispondente a c. 94 di quella moderna – L. Jacobilli : Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo III. Foligno 1661. pag. 305 – Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli : Cod. B. VI. 6, c. 482 ; Cod. C. VI. 7, c. 95t – P. PELLINI : Dell’Historia di Perugia Tomo III. ms. Anno 1496.

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monte Madio cum terrislaborativis, montaneis, silvis et aliis possessionibus et pertinentiis suis » spettavano «pieno jure» al Monastero di S. Maria d’Apennino da tempo immemorabile e, ad ogni modo, sempre da oltre cent’anni e perciò intimava a chiunque di astenersi dal compiere, nei suddetti luoghi, ed in altri che si nominavano, in occasione di un processo allora in corso, qualsiasi azione e qualsiasi novità, capaci di pregiudicare i diritti e gli interessi dei Monastero da lui rappresentato.

Con un successivo Atto, similmente rogato in Fabriano nella Chiesa di S. Croce, il 20 Giugno 1307, dal Notaio Gentiluccio di Pietro, l’altro Monaco del Monastero di S. Maria d’ Apennino Bartolo di Jacobuccio, quale Procuratore del Monastero stesso, a proposito di alcune questioni « super renovatione libre et appassa tus Comunis Fabriani » ripeteva la dichiarazione e l’intimazione suddette, davanti al Giudice Fabrianese Jacobo da Città di Castello ed a Saveruccio di Consiglio, appassatore del Comune di Fabriano.

Un ultimo tenue accenno a quest’Eremo, l’abbiamo finalmente in un Bando del 21 Maggio 1308, con il quale Aczerrino di Mainardo, altro Giudice del Comune di Fabriano, ad istanza del Monastero di S. Maria d’Apennino, ordinava che tutti coloro i quali vantavano diritti su di una selva già appartenente ad Andrea da Cerreto e che era situata « in costa montis Madii », compaiano davanti a lui per la divisione della selva stessa e tra i confini di quest’ultima è infatti indicato anche un «fossatum romite» evidente allusione al luogo di cui trattiamo.

Quest’Eremo di Acqua Albella, di per sé stesso poco interessante, assume invece una notevole importanza per il fatto che ora esporremo. San Pier Damiani, nella biografia che ci lasciò del suo grande maestro e contemporaneo San Romualdo, il fondatore del l’Ordine Camaldolese, scrive che costui, dopo essere stato espulso dal Monastero di Val di Castro presso Albacina, prosegui sino ad un luogo chiamato Acqua Bella, dove ristette. Il Damiani infatti cosi si esprime: «Inde vero progrediens, non longe ab Appennino monte, in loco qui dicitur Aqua bella, manere constituit. Illic sane dum saeculares quidam cum discipulis eius habitationum tecta con struerent ». Dopo ciò asserisce che, lasciato quel luogo, S. Romualdo si recò a Sitria, che trovasi presso Sassoferrato «Postmodum vero Romualdus cum Appenninum desereret, montem Sitriae habita turus ascendit».

Lo storico Ottavio Turchi, scrivendo nel XVIII secolo la sua dotta Opera « Camerinum Sacrum» quivi, dopo lunga e chiara dissertazione, esprime il giudizio che quest’Eremo di Aqua Albella dove circa il 1013, si sarebbe trattenuto S. Romualdo, altro non sia che l ‘eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Aqua albella in Monte Maggio, ricordato nelle pergamene Fabrianesi sopra descritte. Egli spiega la lieve differenza ortografica dei due nomi, con la corruzione subita dalla loro pronunzia e dalla loro scrittura, come sempre avveniva attraverso i secoli e, dopo pazienti ed accurate indagini, anche per testimonianze avute, viene alla conclusione che il suddetto Eremo di .Aqua albella in Monte Maggio, trovavasi

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sulle pendici Gualdesi di detto monte, in un luogo in cui ai suoi tempi, ancora vedevansi i ruderi di varie celle monastiche, qua e là sparse lungo il declivio della montagna. Assai probabilmente tale luogo corrisponde all’attuale vocabolo Capo d’Acqua, dove nel XIII secolo, sorse quel Cenobio dei S.S. Gervasio e Protasio, oggi scomparso, di cui trattiamo nel Capitolo seguente, Cenobio che forse ebbe appunto origine dal primitivo Eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella. Ma contrariamente all’opinione del Turchi, altri storici più rerecenti, identificarono l’Aqua bella nominata da San Pier Damiani, con una ben nota località chiamata Acqua Bella, posta a Vallombrosa nel Casentino, dove appunto sorse, ai tempi di S. Romualdo, un celebre Eremo Benedettino per opera di S. Giovanni Gualberto. Il Turchi, contro una tale ipotesi, muove, tra molte altre, anche la seguente seria obbiezione: S. Pier Damiani, di cui non si può mettere in dubbio l’autorità su tale argomento, ci dice che S. Romualdo si trasferì da Val di Castro ad Acqua Bella e da qui a Sitria. Val dì Castro dista, in linea retta, ventitre chilometri circa da quel Monte Maggio, sulle cui pendici sorgeva l’Eremo di Acqua Albella nominato nelle sopra citate pergamene Fabrianesi e, sempre in linea retta, chilometri ventuno è lontana Sitria dal medesimo Monte Maggio. Se S. Romualdo, come attesta il Damiani, si fermò in un luogo chiamato Aqua bella nel percorso da Val di Castro a Sitria, perché escludere la quasi omonima località che noi incontriamo vicinissima a tale percorso, per andarla invece a cercare nel lontano Casentino, completamente fuori di via, a circa trecento chilometri di distanza? Ma io penso che potrebbe anche trattarsi di due luoghi ben distinti tra loro benché portanti lo stesso nome. Che cioè l’Aqua bella indicata da S. Pier Damiani quale luogo di rifugiò di S. Romualdo dopo la sua espulsione da Val di Castro sia, effettivamente, come è logico pensare, quella che con il nome di Aqua albella, le pergamene Fabrianesi collocano nel non lontano Monte Maggio e che, nell’ Aqua bella di Vallombrosa, S. Romualdo abbia invece soggiornato in altra epoca, durante le sue innumerevoli peregrinazioni. Disgraziatamente San Pier Damiani, come tutti gli scrittori storici dell’alto Medio-Evo, nessun conto tenne della Cronologia nei suoi scritti, in caso diverso il problema sarebbe stato di più facile soluzione. Del resto, è tradizione assai remota, che S. Romualdo abbia soggiornato nel territorio di Gualdo. Anche varie Cronache e Agiografie Gualdesi, che risalgono al XIV secolo, ripetutamente lo attestano. Lo stesso Collina, il ben noto settecentesco biografo di S. Romualdo, lo afferma con sicurezza. (1)

(1) Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo di Fabriano ; Pergamene provenienti dalla Badia di S. Maria d’Apennino. Copia cartacea di pergamena n°. 9, perg. N°. 332 e 354 – O. TURCHI : Camerinum Sacrum. Romae 1762. Da pag. 126 a pag. 137, nonché nell’Appendice a pag. CII e a pag. CX – A. pagnani: Vita di S. Romualdo. Fabriano 1927. pag. 303 e seg., 323 e «»<r -Pier Damiani : Vita Beati Ramualdi. Cap. XLV, XLVI, XL1X – B. COLLINA . Vita di S. Romualdo. BOLOGNA 1748. Parte I. Capo XXXII – Arch. Storico di Gubbio : fondo Armanni. Codice II. C. 23. fogl. 110 e 139.

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V

Eremo e Monastero dei S. S. Gervasio e Protasio a Capo d’Acqua. – Nel Capitolo precedente, abbiamo a lungo trattato del l’Eremo di S. Salvatore e S. Pietro di Acqua Albella in Monte Maggio. Assai probabilmente, da questo ebbe origine l’Eremo dei S.S. Gervasio e Protasio che, con annesso Oratorio, sorgeva in un’insenatura tra Monte Maggio e Monte Serra Santa, insenatura anche oggi chiamata Capo d’Acqua. Lo Jacobilli lo ricorda come primitivamente dipendente dalla celebre Abbazia di S. Croce di Fonte Avellana; vi abitavano dei Monaci anacoreti ed è fama vi soggiornasse anche il B. Angelo da Gualdo. II più antico documento che ci resta di tale Eremo, consiste in una pergamena Gualdese, contenente un testamento rogato il 4 Aprile 1288, con il quale, tal Giovanni di Ventura di Acquittolo, lasciava, tra l’altro, tre solidos agli Anacoreti di Capo d’Acqua :«….. fratribus morantibus apud Capodacquam pro ora­torio », come si legge nel documento.

Su tale Eremo sorse, intorno al 1328, un vero e proprio Monastero, con annessa Chiesa, che mantenne lo stesso nome dei S.S. Gervasio e Protasio e che nel 1345, passò alla dipendenza della Congregazione Monastica Cisterciense del Corpo di Cristo, qualche tempo prima sorta in Gualdo. Questo passaggio avvenne con Atto del 12 Settembre di quell’anno, Atto dal quale risulta che i Monaci Corrado di Bonarello e Bencio di Francuccio Benci da Gualdo dell’Ordine di S. Benedetto, Patroni e Governatori della Chiesa e Monastero dei S.S. Gervasio e Protasio, cedevano il giuspatronato che avevano su questo luogo, all’Abbate Generale della suddetta Congregazione del Corpo di Cristo, nonché ai suoi successori.

Oggi di questo Monastero non resta più traccia. Pochi ruderi delle sue fondamenta erano ancora visibili, parecchi anni or sono. Ignoriamo quando andò definitivamente in rovina e per quali cause; è certo però che l’annessa Chiesa ancora esisteva nella fine del XV secolo, poiché la troviamo citata in un Rogito del 4 Marzo 1499. (1)

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Prima di porre fine al Capitoto su i Monaci Benedettini in Gualdo Tadino, piacemi notare che lo Jacobilli, l’antico e ben noto storico Folignate, a pag, 305 del III Tomo delle sue « Vite dei Santi Beati dell’Umbria», scrive che: « Circa l’an. 1060 fu edificato appresso Gualdo nel monte di Serra Santa, il Monastero della B. Vergine per l’istessi monaci Benedettini». Di nessun Chiostro, con questo titolo e nella località da lui indicata, si ha né si è mai avuta memoria. Egli, a tal proposito, è certamente caduto in errore, a meno che non abbia inteso alludere agli antichi Eremiti, in gran

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1498 al 1499. Paginazione II, c. 18t. – L. Jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Già cit. Tomo III, pag. 282 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle pergamene. Secolo XIII. N°. 101.

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parte Benedettini, che ebbero stanza nel Monte di Serra Santa, è che già ricordammo nel Capitolo dedicato ai Frati Minori Conventuali ed al loro Convento di S. Francesco, su i quali Eremiti, specialmente per quanto si riferisce alla loro residenza, nessuna sicura notizia ci è pervenuta.

Le Monache Benedettine ed i loro Monasteri di S. Pietro di Val di Rasina, S. Agnese, S. Lucia, S. Maria Maddalena e S. Maria di Capezza.

Circa il 1006, si stabilirono per la prima volta le Monache Benedettine nel nostro territorio, andando a costituire il Monastero di S. Pietro di Val di Rasina, dove rimasero per oltre un secolo, dopo di che il Monastero passò ai Monaci dello stesso Ordine. Per tale motivo di questa Abbazia di S. Pietro, già trattammo nel precedente .Capitolo riguardante i Monasteri Benedettini Gualdesi di sesso maschile.

Una seconda venuta di Monache Benedettine in Gualdo, si ebbe poco dopo la metà del secolo XIII, per opera del Beato Filippo di Rodoldo Vescovo di Nocera, che per esse fece erigere presso la nostra città, esternamente alla Porta Civica di S. Martino, il Monastero di S. Agnese, nella Chiesa del quale fu poi sepolto, essendo egli morto mentre trovavasi in Gualdo. Ma sorgendo tal Monastero in una località assai bassa e quindi esposto alla vista di estranei, verso la fine del secolo XIV, le Monache vennero tolte da quel luogo e trasferite ad un altro Chiostro Benedettino, che sotto il titolo di S. Lucia, esisteva anch’esso fuor delle mura, all’opposto lato della città e del quale tratteremo qui appresso. Assai incerta è l’epoca precisa in cui si effettuò tale trasferimento, certo però nel 1381, il Monastero di S. Agnese ancora funzionava, poiché possediamo un Istrumento Notarile, rogato il 16 Settembre di quell’anno, nel quale interviene, tra altri, anche un tal Niccolo di Gentiluccio da Gualdo, con la qualifica di « syndicus et procurator abbatisse, monialium, capituli et conventus loci sancte Angnetis de Gualdo ». L’abbandonato Monastero di S. Agnese, divenuto in seguito Ospizio per pellegrini e viandanti, andò con il tempo in rovina e di esso, nel 1920, furono scoperte le fondamenta lungo la via che da Porta S. Martino conduce alla Chiesa di S. Rocco, poco dopo passato il Ponte sul Feo, proprio nel luogo dove la suddetta via che conduce a S. Rocco, è incrociata dalla strada di circonvallazione costruita appunto nel 1920. La Chiesa sussistette sino alla seconda metà del Seicento.

Contemporaneamente ai precedenti, altri due Monasteri Benedettini prosperavano in Gualdo, l’uno or ora ricordato con il titolo di S. Lucia, l’altro dedicato a S. Maria Maddalena.

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II Monastero di S. Lucia, sorgeva fuori delle mura cittadine ed a Nord della città stessa, in luogo che non possiamo indicare con precisione essendosene perduta memoria, ma per certo sulle pendici del colle, ai piedi del quale trovasi oggi l’Istituto Salesiano e che anticamente chiamavasi Col della Noce. Detto Monastero ebbe origine nel modo seguente : L’anno 1325, il Frate Minore Francesco di Tinolo da Fabriano, aveva costruito nel luogo suddetto, una Chiesa intitolata a S. Lucia ed il Legato Apostolico Card. Giovan Gaetano Orsini del titolo di S. Teodoro, con lettera emessa in Perugia il 18 Maggio 1327, aveva poi dato allo stesso frate Francesco il permesso di erigervi l’Altare per la celebrazione dei divini offici, autorizzandolo inoltre a richiedere e ricevere aiuti ed oblazioni per l’incremento della nuova Chiesa e concedendo indulgenze ai benefattori della stessa. Poco dopo, nel 1332 secondo Jacobilli, alcune pie persone Gualdesi, eressero su questa Chiesa un Monastero che mantenne il nome di S. Lucia ed il Vescovo di Nocera Alessandro Vincioli, con Atto del 4 Giugno di quello stesso anno, approvò l’erezione del nuovo Chiostro sotto la Regola di S. Benedetto.

Ma la sua esistenza fu assai breve e poche altre notizie ce ne sono infatti sino a noi pervenute. Lo troviamo per la seconda volta ricordato in una sentenza emessa dal Podestà di Gualdo contro tal Mastio d’Assisi, abitante in Serra S. Quirico, pubblico e famoso ladro, come nella sentenza stessa viene qualificato, che il 24 Luglio 1336, dal Podestà suddetto, fu condannato alla forca, per avere depredato, tra l’altro, anche alcune case del Monastero di S. Lucia presso Gualdo. È poi un’ultima volta nominato in una pergamena del 31 Luglio 1348, contenente un testamento con il quale tal Pietro di Groctolino da Gualdo, lasciava alla Chiesa Monastica di S. Lucia la somma di cinque soldi. Ma questo Monastero, essendo situato fuor delle mura, subiva spesso devastazioni in tempo di guerra, ed intorno al suddetto anno 1348, durante una mortifera pestilenza, era restato quasi deserto, tanto che, con Decreto del Vescovo di Nocera, fu in quel tempo unito, insieme a tutti i suoi beni temporali e diritti spirituali, all’altro Monastero Benedettino di S. Maria Maddalena, dove vennero trasferite le Monache di S. Lucia.

Del Monastero di S. Maria Maddalena ignoriamo le prime origini, certo però già esisteva nel 1258, poiché vediamo che Papa Alessandro IV, con Bolla data a Viterbo il 27 Giugno di quell’anno, confermava ad esso la Regola Monastica già data da Gregorio IX alle Monache di S. Damiano d’Assisi, e riconosceva altresì tutti i Possessi e beni del Monastero, cui elargiva per di più speciali grazie e privilegi. È a noi ignota anche la primitiva sede di tale Chiostro, che però in seguito, come ora vedremo, fu per certo trasferito ad altro luogo. Da una pergamena esistente nell’Archivio del Monastero, apprendiamo infatti che sin dal 18 Gennaio 1281, Filippo Vescovo di Nocera, per favorire il restauro e l’ingrandimento del Convento di S. Maria Maddalena, con Decreto emanato in Gualdo, dava intanto facoltà a chi possedeva indebitamente roba d’altri, di devolverne il valore al Convento

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stesso, per purgarsi così del peccato di furto e tale facoltà avrebbe avuto la durata di sei mesi, né si sarebbe potuta applicare ad una somma maggiore di quindici libbre di denari. Ma i restauri non dovettero forse aver luogo o furono insufficienti, poiché da altra pergamena dell’Archivio suddetto, ci risulta poi che il Rettore del Ducato di Spoleto e Cappellano del Papa, Rolando da Ferentino, con Atto emanato in Gualdo il 20 Agosto 1285, considerando l’angustia del Monastero di S. Maria Maddalena e risultando che, per essere adiacente ad abitazioni di secolari ne derivavano fastidi alle Religiose, dietro domanda di queste, concesse loro licenza di trasferirsi in un edificio già appartenente ai Frati Minori, che per certo sorgeva anch’esso fuori delle mura cittadine ed era stato allora acquistato dalle Religiose in parola. Lo stesso Rolando da Ferentino, con altro Atto dato in Gualdo contemporaneamente al primo, concedeva alle stesse di potersi procurare elemosine e sovvenzioni tra il popolo per i bisogni claustrali. Né questi sussidi dovettero mancare e possediamo infatti a tal proposito una pergamena contenente un testamento del 4 Aprile 1288, con il quale il testatore Giovanni di Ventura di Acquittolo Notaio, erogava tra l’altro dieci solidos, al Monastero di S. Maria Maddalena. Similmente ci restano due Decreti dei Vescovi di Nocera, Fidemondo e Giovanni, il primo con la data 23 Luglio 1286, l’altro 23 Marzo 1291, mediante i quali si autorizzavano le Monache a raccogliere offerte per opere murarie e per suppellettili di cui abbisognava la loro Chiesa ed il loro Convento e si concedevano indulgenze per i benefattori.

Nel secolo seguente, il Monastero di S. Maria Maddalena acquistò sempre più una maggiore importanza, tanto che le Monache ivi rinchiuse sentirono il bisogno di procurarsi una residenza più sicura, più vasta e più comoda. Da alcuni documenti tramandatici da Jacobilli, risulta che già sin dal 26 Aprile 1370, era stata ad esse concessa, pro riedificatione et constructione del Monastero, una vicina Cappella intitolata a S. Tommaso. In seguito, nel Gennaio del 1375, la Confraternita di S. Bernardo, anche per intercessione del Comune di Gualdo, offrì alle Monache la propria sede, con orto ed altri beni annessi, il tutto posto entro la città, nel quartiere volgarmente detto della Capezza. Risulta anche che quelle Religiose accettarono volentieri l’offerta e che nel 1381, con l’interessamento del Vescovo di Nocera, Luca di Gentile da Camerino, dopo eseguiti agli edifici della Confraternita i necessari adattamenti e restauri, vennero ad abitare definitivamente in questa nuova dimora che sus siste tuttora. Sembra anzi che alle spese di adattamento e restauro si supplisse mediante vendita a una famiglia Feliciani, del Monastero che la Congregazione del Corpo di Cristo aveva in Gualdo e dei quale in seguito parleremo, vendita effettuata per decreto di Urbano VI, dopo esservi stati soppressi i Monaci della Congregazione.

Nel secolo seguente, andò rapidamente aumentando la prosperità del monastero, che numerosi beni immobili, case e terreni, giunse a

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possedere nel comune di Gualdo e in quelli limitrofi di Nocera Umbra e di Fossato di Vico e tra le Pergamene del suo Archivio, come tra gli Atti di quello Notarile Comunale, restano anche oggi vari rogiti del XV secolo, riferentisi a donazioni, acquisti, vendite, permute e liti per questi beni. Di pari passo si accrebbe, di anno in anno, il numero di quelle Religiose. Ad un Capitolo tenuto nel Monastero il 22 Aprile 1487, intervengono dieci Monache, sono dodici nel Capitolo del 30 Ottobre 1493, quattordici in quello del 18 Novembre 1496, diciotto il 30 Aprile 1506, venticinque nel 1605 e via di seguito. In questi numeri non sono poi comprese le così dette Converse, sempre numerosissime, che non intervenivano ai Capitoli. Non mancò in seguito neppure l’interessamento di Vescovi, di Cardinali e di Pontefici per il Monastero di S. Maria Maddalena. In occasione dell’ ultimo dei Capitoli suddetti, il Vescovo di Nocera applicava infatti a questo Chiostro varie particolari disposizioni e riforme concernenti la vita Monastica di quelle Religiose. Similmente Papa Giulio III, con Bolla data a Roma nell’Agosto del 1551, confermava ad esso gli indulti e privilegi già concessi da Alessandro IV, da Paolo III e da altri Pontefici, nonché l’esenzione da qualsiasi imposta secolare, esenzione dal Monastero goduta da tempo immemorabile. Così Virgilio Rosario, Cardinale del Titolo di S. Simone, che il 31 Marzo 1559, emanava da Roma un Monitorio, minacciando la scomunica contro chi, in qualunque modo, occupasse i beni o violasse i diritti del Monastero. Così la Camera Apostolica, che con Decreto del 14 Febbraio 1569, concedeva ad esso gratuitamente, ogni anno, mille libbre di sale per uso delle Religiose, concessione che fu poi riconfermata da Papa Paolo V, con Breve del 28 Giugno 1673, nella misura di quindici libbre di sale per ogni persona abitante nel Monastero e per ogni anno. Così infine il Protonotaro Apostolico Urbano Sacchetti, che il 27 Settembre 1679, pubblicava un Decreto per garantire a quelle Benedettine il pieno e incontrastato dominio dei proprì beni contro possibili usurpateti.

Ma nonostante tanti favori, il Monastero durante la seconda metà del secolo XVII, era andato declinando e le Monache ivi sottoposte a clausura, dopo avere professato i tre voti religiosi, erano andate gradatamente diminuendo di numero ; con le Converse (senza contare le così dette Educande) ve ne troviamo 28 nel 1655, 23 nel 1670, 21 nel 1673, 20 nel 1679, 17 nel 1691.

Nel principio del secolo XVIII, al Monastero di S. Maria Maddalena venne unito, con tutti i suoi beni e diritti spirituali, anche , un altro Monastero Benedettino intitolato a S. Lucia, allora soppresso e che sorgeva nel Castello di Casacastalda dove era stato fondato il 26 Settembre 1305. La soppressione e consecutiva fusione, Per essersi ridotto questo Chiostro in miserevoli condizioni con solo sei Monache ed una Conversa, avvenne mediante due Decreti, l’uno emesso dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari il 5 Luglio J720, l’altro dal Vescovo di Nocera Alessandro Borgia il 28 Novembre di quello stesso anno. Rogò l’Istrumento di unione, il Notaro e Cancelliere Foraneo, Francesco Mattioli da Gualdo.

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Sempre in quel mese di Novembre, le Benedettine di S. Lucia, da Casacastalda vennero accompagnate, con gran solennità, nel loro nuovo asilo Gualdese, in mezzo ad una straordinaria folla di popolo, con il concorso del Clero e di numerose Confraternite che cantavano inni e laudi spirituali.

L’unione suddetta, rinsanguò il decadente Monastero di S. Maria Maddalena e nel 1721 troviamo le Monache e Converse risalite al numero di ventotto e con una rendita stabile superiore ai Cinquecento scudi ogni anno, somma non piccola per quei tempi. Similmente si accrebbe allora anche il suo prestigio e sono appunto di quest’epoca, speciale indulgenze concesse con Brevi Papali al Monastero ed all’annessa Chiesa, come ad esempio fecero Clemente XII il 29 Novembre 1730, Benedetto XIV il 28 Agosto 1748, Clemente XIII il 7 Luglio 1763 e Clemente XIV il 6 Luglio 1771. Ma in seguito cominciò nuovamente a declinare, per cui con Decreto del 27 Novembre 1816, anche nel Monastero di S. Maria Maddalena furono soppresse le Monache Benedettine e dal Vescovo di Nocera Mons. Francesco Piervissani, vi si fondò un Istituto Femminile di Istruzione Pubblica, affidato alle Suore del Bambin Gesù, il quale Istituto fu approvato dalla Sacra Congregazione della Riforma, con altro Decreto in data 17 Marzo 1817, entrando in possesso di tutti i beni già appartenenti alle Benedettine. Quando l’attuale Governo Italiano successe al Pontificio, in forza del Decreto Pepoli, s’impadronì anche di tal Monastero e di tutti i suoi beni, ma in considerazione dell’Istituto Scolastico che vi esisteva, anziché consegnarlo al Demanio lo cedette al Comune di Gualdo. In seguito le Monache dell’Istituto stesso, con Citazione del 6 Settembre 1894, chiamarono il Comune suddetto davanti al Tribunale Civile di Perugia, chiedendo la restituzione del loro patrimonio. E il Tribunale, con Sentenza in data 21 Novembre 1895, pubblicata il 3 Decembre successivo, condannò il Municipio di Gualdo a riconsegnare all’Istituto Bambin Gesù, il possesso del Monastero e di tutti i beni che ne dipendevano.

Dopo il Chiostro di S. Maria Maddalena, va poi ricordato, che con esso non deve confondersi l’altro antico Monastero di S. Maria, che pure aveva sede nel quartiere della Capezza e che è anche ricordato da Jacobilli con il nome di S. Maria Nova di Capitia. Di questo ben poco sappiamo, ma appartenne come i precedenti all’Ordine di S. Benedetto e per certo già esisteva tra la fine del secolo XIII e il principio del XIV, poiché si ha memoria che Giovanni, Vescovo di Nocera dal 1288 al 1327, favorì assai il suo incremento. Da un documento avente la data 30 Luglio 1321, apprendiamo che vi abitavano allora quindici Monache, e lo troviamo poi ricordato tra gli Enti ecclesiastici della Diocesi di Nocera, che nel 1333 pagarono la decima imposta da Papa Giovanni XXII nel ducato di Spoleto, per far fronte ai bisogni della Santa Sede. Il versamento della decima suddetta, fu effettuato il 24 Giugno in mano di Delayno de Mutina, Notaro del Vescovo di Nocera e Subcollettore papale nella Diocesi Nocerina, dove faceva

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le veci del Collettore Generale e Tesoriere del Ducato di Spoleto, Giovanni Rigaldi. Nei libri delle Collettorie Pontificie, il versamento trovasi anzi annotato con le seguenti parole: « [Habui] a dompno Berardo …. solvente pro moniali bus monasterii S. Marie de Gualdo, 3 lib. 13 sol. I dan. cort. ». Null’altro sappiamo di questo antico Monastero che si estinse certo precocemente, ma in epoca sconosciuta. Che lo stesso nulla avesse a che fare con l’altro vicino Monastero di S Maria Maddalena, è anche provato dal fatto, che nel già ricordato testamento di Pietro di Groctolino da Gualdo, esistente tra le pergamene Gualdesi dell’Archivio di Stato in Roma, i due Chiostri vengono nominati distintamente. Si legge infatti in tal documento, che il 31 Luglio 1348, lo stesso Pietro di Groctolino, tra l’altro, lasciava alcuni legati anche ai due Monasteri Benedettini di S. Maria Maddalena e di S. Maria de Capetia.

Noteremo infine che nel nostro Archivio Notarile, tra i Rogiti del Notaio Ser Antonio Lelli, con le date 14 Novembre 1379 e 12 Ottobre 1381, esistono gli Atti di due Capitoli indetti dalle Monache di un Monastero di S. Maria del Mercato, che si nomina come esistente in Gualdo, ma senza alcun’altra indicazione di luogo. Anzi, dal primo Atto, risulta che le Monache stesse, in numero di quattordici più la propria Abbadessa Caterina di Martino, si riunirono in Capitolo nella Chiesa del Convento, Chiesa intitolata come il Chiostro a S. Maria del Mercato, per la nomina di alcuni loro Sindaci o Procuratori, e dal secondo Atto si apprende che le stesse Monache, in egual numero adunate nella Chiesa suddetta, stante la morte dell’Abbadessa sopra nominata, ne eleggevano una nuova nella persona di Suor Margherita di Gagnolo. Tra i rogiti del suddetto Notaio, con la data 20 Settembre 1381, compare una terza ed ultima volta questo Monastero, in occasione di una quietanza rilasciata a tal Betto di Cola, dalla suddetta Suor Margherita in rappresentanza delle altre Monache. Dopo ciò, in nessun altro documento Gualdese troviamo ricordati questo Monastero e questa Chiesa di S. Maria del Mercato e non sappiamo perciò in alcun modo se tale denominazione si riferisca ad uno dei due sopra descritti Chiostri di S. Maria Maddalena e S. Maria de Capetia, oppure, il che è meno probabile, ad un terzo e distinto Convento Gualdese. (1)

(1) L. JACOBILLI : Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 87, 88, 91, 92, 93, 94 – G. CAPPELLETTI: Op. cit. Vol. V, pag. 18 e seg. – Bibliot. del Seminario di Foligno : Mss. di Dorio e Jacobilli: Cod. A. II. 16, c. 117; Cod. C. VIII. 11, c. 35t, 39t, 86; Cod. A. V. 5, c. 608t ; Cod. A. V. 11, c. 795; cod. C. V. 5, anno 1325 – G. MORONI: Op. cit. Vol. XLVIII pag. 63 – A. Alfieri : Op. cit. pag. 50 – Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. N°. 101 – Arch. del Monastero di S. Maria Maddalena in Gualdo (oggi Istituto del Bambin Gesù): Pergamene A°. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 12, 13, 16, 17, 19, 20, 24, 27, 29, 38, 39, 47,48, 49 – Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 225, c. 37t e Vol. 402, c. 135 a 139; nonché Arm. XXIX, Tomo , c. 35t – Arch. del Vescovato di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite

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La Congregazione Monastica Benedettina Cisterciense del Corpo di Cristo in Gualdo Tadino.

Nella vetusta Abbazia Gualdese di S. Benedetto, nei primordi del secolo XIV, ebbe stanza un Chierico Secolare, poi Monaco Benedettino, chiamato Andrea di Paolo e appartenente alla nobile famiglia dei Marchesi di Torre d’Andrea, Castello della pianura d’Assisi. Pare che costui risiedesse, per qualche tempo, anche nell’Abbazia Benedettina del Monte Subasio, ed è forse per questo, che qualcuno lo disse proveniente da quest’ultimo Chiostro. Di costui, nessun’altra notizia biografica è sino a noi pervenuta, ma pur tuttavia ben degno di ricordanza è il suo nome nella storia ecclesiastica della nostra regione, essendo egli stato il fondatore di un importante Congregazione Monastica che, per quasi tre secoli, ebbe vita prospera e godette di non poca autorità e rinomanza. Intendo parlare della Congregazione del Corpo di Cristo, che Andrea di Paolo istituì in Gualdo l’anno 1328, con le Costituzioni dei Cisterciensi e la Regola di S. Benedetto, più alcune speciali osservanze riguardanti il Sacramento dell’Eucaristia, previa approvazione del Vescovo di Nocera, Alessandro di Pietro Vincioli, Perugino, approvazione riconfermata più tardi da Papa Gregorio XI, con Breve dato in Anagni il 5 Luglio 1377.

I Monaci del Corpo di Cristo, anche detti Monaci Bianchi del Santo Sacramento e Fratelli dell’Officio del Santo Sacramento, vestivano un abito monastico bianco, con larghi e lunghi cappucci. Si differenziavano dai Cisterciensi, sol perché avevano per speciale istituzione, il culto dell’ Eucaristia e quindi celebravano con grande solennità quella festa e sua ottava, portavano il Sacramento nelle processioni ed avevano speciale cura degli Altari in cui lo stesso era conservato, stimolavano i fedeli a praticare l’atto della Comunione, pubblicavano le indulgenze che Urbano V e Martino V avevano concesso a chi assisteva ai divini offici e processioni nella festa del Corpus Domini e, a quel che sembra, in ogni Chiesa ad essi appartenente, ebbero un santuario specialmente destinato al culto dell’Eucaristia. Infatti la loro insegna consisteva in un calice sorretto da due Angeli in adorazione e sormontato da un’Ostia. Certo, sulla concezione del Frate Assisano, influì grandemente il rinnovellato fervore per il Sacramento dell’Eucaristia, che invase il mondo cattolico tra la fine del secolo XIII e il principio del XIV, cioè dopo l’istituzione della festa del Corpus Domini, avvenuta nel 1264 per opera di Urbano IV.

Diocesane nel Monastero di S. Maria Maddalena e nelle Chiese di S. Agnese e S. Chiara in Gaaldo, nonché Visita Massaioli del 1771 – Arch. di Stato in Roma : Collezione delle Pergamene : Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. N°. 22 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Letti dal 1376 al 1382, e. 44t, 45t, 47, 77t ; di Ercole di Gabriele dal 1504 al 1506, Quaderno VI, .e. 10 e 12; dal 1493 al 1496, Quaderno IV, c. 41 e Quaderno XII, c. 250t ; dal 1470 al 1496, c. 101. – L. Jacobilli: Vite dei Sabti e Beati dell’umbria. Tomo III, Foligno 1661, pag. 480.

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Andrea di Paolo, a buon diritto, fu il primo Abbate Generale della Congregazione in discorso e, dopo la sua morte, avvenuta tra il 1340 e il 1344, gli successe Fra Ercolano di Giovannello da Perugia deceduto nel 1355, poi Fra Benedetto da Camerino, dopo la di cui morte, nel 1364 incirca, venne eletto quarto Abbate Generale Fra Bernardo Lapi da Firenze, che visse fino all’anno 1385.

Sin dalla sua origine, la Congregazione istituita dal Monaco Assisano, ebbe la sede principale, con l’Abbate Generale, nell’Abbazia Gualdese del Corpo di Cristo, allora costruita a fianco di un’antica e preesistente Chiesa, e questo primo Chiostro, oggi completamente scomparso, sorgeva in Gualdo poco fuori di Porta S. Benedetto, in contrada allora detta Buona Madre, oggi Posta Vecchia, sulla riva destra del torrente Feo.

Dall’Abbate Generale ivi residente, dipendevano tutti i Monasteri della Congregazione, ed a lui spettava la visita e la riforma di questi ultimi, l’elezione dei Priori e degli altri Ufficiali Monastici, nonché la decisione su qualsiasi affare riferentesi al suo Ordine.

Numerosi furono i Monasteri appartenenti alla Congregazione del Corpo di Cristo, tutti però nella regione Umbro-Marchigiana. Oltre quello or ora nominato che ne fu la culla, ne esisteva presso Gualdo un secondo intitolato ai S.S. Gervasio e Protasio, che sorgeva a Capo d’Acqua, in un’insenatura tra il Monte Maggio e il Monte Serra Santa e che passò alla Congregazione stessa nel 1345, come già si disse nel Capitolo che dedicammo a tale Cenobio. Fu ceduto ai Monaci del Corpo di Cristo, e per essi al loro Abbate Generale Ercolano di Giovannello, dai Religiosi Benedettini Corrado di Bonarello.e Bencio di Francuccio Benci da Gualdo, che ne erano Patroni e Governatori e ciò con Atto del 12 Settembre di quell’anno.

Nel territorio di Camerino, la Congregazione stessa aveva tre Monasteri: Quello di S. Giovanni Evangelista dei Bussi o di Filillo, pochi passi fuori dalla Camerinese Porta Filillo, prima di arrivare nella località detta « Le Mosse », costruito dalla Congregazione con­ tiguo all’omonima Chiesa, ad essi donata nel 1380. Oggi l’edificio Monastico è diruto, ma nel 1572 ancora vi abitavano quattro Monaci.

Il secondo Monastero era quello di S. Angelo del Morrone, già appartenente alle Monache Benedettine, anch’esso oggi diruto, circa due miglia lontano da Camerino, nella contrada che poi fu detta S. Marcello e che fu dato nel 1345 ai Monaci del Corpo di Cristo, dal Vescovo Camerinese, Francesco Monaldo, il quale, nel seguente anno, concedeva altresì perpetue indulgenze ai benefattori di quel Chiostro. Terzo era un Monastero, in vecchi documenti chiamato S. Gerolamo, che per certo corrisponde al Chiostro di Monaci Fiesolani, detti appunto di S. Gerolamo, che sorgeva sulle mura della città di Camerino, nel Borgo S. Venanzo, e che la Congregazione ebbe nel 1390.

A Esanatolia, presso Matelica, i Monaci del Corpo di Cristo con a capo il loro Abbate Generale Benedetto da Camerino, ebbero la Chiesa di S. Caterina, fuori Porta S. Andrea, ad essi concessa dal

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suddetto Vescovo Francesco Monaldo il 29 Giugno 1355. Tale concessione fu fatta col consenso dei Canonici della Cattedrale Camerinese e del loro Arcidiacono Ciuccio da Camerino, ma a condizione che su tale Chiesa, fosse sorto un Monastero della Congregazione del Corpo di Cristo governato da un Abbate. A facilitare questa costruzione, il Vescovo suddetto elargì indulgenze perpetue ai benefattori dell’erigendo Chiostro. Ma per le continue guerre che si combattevano allora nella Marca, specie tra Fabriano, Esanatolia e Matelica, non era possibile esercitare i divini offici in questo nuovo Monastero, che per essere situato fuor delle mura della città, subiva frequentemente l’assalto delle soldatesche, tanto che lo stesso Abbate Claustrale nel 1389 era stato, come leggesi in un documento dell’epoca, captus et verberatus e tenuto prigioniero. Per tali motivi Benedetto Vescovo di Camerino, il 26 Aprile di quello stesso anno 1389, concedeva a quei Monaci di costruire un’altra Chiesa con Monastero, sotto il titolo del Corpo di Cristo, S. Caterina e S. Onofrio, entro le sicure mura di Esanatolia e propriamente là dove sorgeva in quel tempo la casa degli eredi di Pucciarello da Serravalle e ciò per potervi, con libertà e sicurezza, vivere e celebrare i divini offici. L’erigenda Chiesa e l’abitazione per i Monaci, avrebbero però dovuto sempre dipendere dal vecchio Monastero di S. Caterina fuor delle mura che, in attesa di tempi migliori, restava allora presso che abbandonato ed il Vescovo di Camerino, anche questa volta, concedeva abbondanti indulgenze a chi avesse favorito la costruzione dei nuovi edifici, che furono infatti ben presto condotti a termine.

In Perugia, la Chiesa Parrocchiale di S. Fiorenzo, già Priorato e Membro del Monastero di S. Salvatore di Monte Acuto, dell’Ordine Cisterciense, nonché la Chiesa di S. Ercolano, ambedue ottenute dai Monaci tra il 1393 e il 1394 e ad essi confermate nel 1428 da Martino V. La prima però, nel 1445, passò ai Servi di Maria insieme al Chiostro che vi era stato annesso.

A Ponte Felcino, presso Perugia, e propriamente nella località chiamata Bosco di Bacco, la Congregazione ebbe un Monastero intitolato al Corpo di Cristo, eretto dai Monaci circa la metà del Trecento, su di una Chiesa ad essi pervenuta in legato da tal Pietro di Uguccione di Cristillo della Fratta (oggi Umbertide) e distrutto intorno al 1394 in tempo di guerra.

A Umbertide, un Monastero parimenti intitolato al Corpo di Cristo, ottenuto dai Monaci circa il 1385 e che poi in seguito, con Decreto dell’I 1 Settembre 1393, fu da Papa Bonifacio IX unito con l’altro su ricordato Monastero del Bosco di Bacco, presso Ponte Felcino.

A Todi, fuor delle mura, ebbero un Monastero con Chiesa, sotto il titolo del Corpo di Cristo eretto, col consenso del Pontefice, nel 1359 in luogo di un’altro più lontano, ma pure nel territorio Tudertino, detto di S. Maria Annunziata del Monte S. Giacomo, edificato sotto lo stesso titolo alcuni anni prima e distrutto poi in una delle frequenti e vandaliche guerre di quei tempi bellicosi. Essendo andato in rovina anche questo secondo Chiostro, i Monaci

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del Corpo di Cristo ottennero un’altra residenza entro la città di Todi, sotto il titolo della Concezione di Maria Vergine ed a questo nuovo Monastero Papa Bonifacio IX, il 22 Novembre 1402, unì il Priorato e la Chiesa Parrocchiale di S. Silvestre, pur dentro Todi, che apparteneva prima ai Preti Secolari e sulla quale i Monaci del Corpo di Cristo edificarono un altro Monastero del loro Ordine, andandovi ad abitare nel 1406, sotto la dipendenza di un priore, che in seguito, dal 1483 in poi, fu sostituito invece da un Abbate.

In Foligno, la Congregazione del Corpo di Cristo ebbe finalmente la Chiesa di S. Maria in Campis, già Pieve con Collegio Canonicale, ottenuta in donazione con tutti i suoi beni, pertinenze e diritti, il 12 Ottobre 1373. L’Atto di cessione fu fatto con il consenso del Capitolo della Cattedrale di Foligno, rappresentato dai Canonici Corradino di Rinalduccio Trinci, Tommaso di Berardello, Bartolomeo di Cecco, Salvuccio di Sante da Foligno e Ser Angelo di maestro Giovanni, nonché con il consenso dei due Canonici della Chiesa di S. Maria in Campis, che erano il suddetto Ser Angelo di maestro Giovanni e Lorenzo di Taddeuccio da Foligno, intervenuti in sostituzione del Priore e Pievano di detta Chiesa da poco deceduto. Nel seguente 13 Ottobre, il Vescovo di Foligno Giovanni, diede la sua approvazione alla cessione suddetta, sotto certe condizioni, specialmente riferentisi all’esercizio del culto divino nella Chiesa di S. Maria in Campis. In questo stesso giorno avvenne la presa di possesso di tale Chiesa, da parte dei Monaci della Congregazione del Corpo di Cristo, alla presenza di Trincia e Corrado, figli di Ugolino Trinci, i potenti dominatori di Foligno e protettori del tempio di S. Maria in Campis, i quali avevano assai favorito una tale cessione. Nell’Istrumento relativo, sono anche ricordati i Monaci del Corpo di Cristo che prendevano possesso di quell’antico e storico edificio e cioè Bernardo Lapi da Firenze, Abbate della Congregazione, Francesco Minutij da Todi, Angelo Pellutis da Perugia, Benigno di Matteuccio da Todi, Bartolomeo di Cecco da Camerino, Giovanni di Mattiolo da Perugia, Servadio di Venturello da Gualdo e Giacomo di Rolfo da Todi.

Devesi anche notare che, per effetto di tale cessione, alla Chiesa di S. Maria in Campis, venne allora, per certo, aggiunto anche un nuovo edificio da servire per abitazione dei Monaci, benché oggi di esso non resti più traccia.

Alla Congregazione del Corpo di Cristo, appartenne anche una Chiesa intitolata a S. Croce, nel territorio di Nocera Umbra. Venne ricordata primieramente dal Lancellotti nelle sue « Historiae Olivetanae «, come Chiesa di S. Croce de Comitibus Chigiani Nuceririis. Poi lo Jacobilli la citò nelle « Vite dei Santi e Beati dell’Umbria » chiamandola Santa Croce dei Conti di Ghigiano Nocerini nella Diocesi di Nocera e la nominò nell’altra sua opera «Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi», dove è appunto indicata la Chiesa Monastica di S. Croce di Chiuggiano. Lo stesso Jacobilli ne fa menzione anche in un suo Codice, oggi conservato nella Biblioteca del Seminario di Foligno, dove infatti lasciò scritta la

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nota seguente: Chiuggiano castello ……. già dei Conti di Chiuggiano, hogi de Nocera, con le chiese di S. Croce e di S. Catarina. Certamente i due Autori alludono alla località presentemente chiamata Giuggiano, tra Poggio Sorifa e Casaluna, in territorio di Nocera Umbra e Parrocchia di Ville di S. Lucia, mentre in antico faceva invece parte della limitrofa Parrocchia di Poggio, Sorifa, della quale costituiva anzi un possesso. Oggi ivi trovasi un rustico casale e nessun sacro edificio, ma vi esistette un tempo la suddetta Chiesa di S Croce che, forse per essere quella località semideserta e lontana, fu trascurata e abbandonata, andando in rovina, tanto è vero che il titolo di S. Croce fu poi dato alla prossima Chiesa Parrocchiale di Poggio Sorifa, che infatti porta incise nel suo antico timbro le parole: Parrocchia di S. Croce di Giuggiano. Senza alcun dubbio, è questa scomparsa Chiesa che appartenne alla Congregazione del Corpo di Cristo.

Ricorderemo infine che, sotto la diretta dipendenza dell’Abbate Generale dei Monaci del Corpo di Cristo, viveva una Comunità Religiosa di clausura, fondata nel 1379, dalle Monache Lucia di Pietruccio da Collemancio, Andriola di Pietro da Gualdo Cattaneo e Morbida di Gennaro da Montecchio. Questa Comunità, nel seguente anno 1380, possedeva in Foligno un’abitazione con orto, su cui si costruì un Monastero, che più tardi, nel 1395, dal Sacerdote Secolare Marino di Pietruccio di Pietro, fu arricchito di una Chiesa intitolata a S. Maria di Betlem, nome questo che poi in seguito, servì anche a designare il Monastero e le stesse Monache. Questo Chiostro, per opera del Vescovo di Foligno Federico Prezzi, l’autore del Quadriregio, il 2 Marzo 1404, fu per l’appunto sottoposto alla giurisdizione della Congregazione del Corpo di Cristo, e in tale stato rimase sino al 1461, nella quale epoca l’Abbate Generale dei Monaci del Corpo di Cristo, rinunziò al suo dominio sul Monastero di S. Maria di Betlem, che perciò da Papa Pio II, fu allora sottoposto direttamente al Vescovato di Foligno.

Con lo scorrer degli anni, l’Abbazia del Corpo di Cristo in Gualdo che, come si è detto, era a capo della Congregazione, per guerre e calamità varie essendo assai malandata, Papa Bonifacio IX, mediante Breve emesso il 7 Luglio 1393, vi aboliva la dignità Abbaziale Generalizia e la trasferiva a S. Maria in Campis. Infatti, nel Breve suddetto, leggesi che il trasferimento avveniva « quia dictum monasterium Gualdi per guerras et calamitates ad magnam devenit inopiam, et paulominus est collapsum: et prioratus S. Mariae in Campis in monachorum numerositate, in divino cultu, ac in terrenis fa cultatibus multipliciter est adauctus». In tal modo il Monastero di S. Maria in Campis, pervenne a capo della Congregazione, con residenza dell’Abbate Generale, restando il Monastero di Gualdo allo stato di semplice Priorato Conventuale come, del resto, erano tutti gli altri Chiostri del Corpo di Cristo, fatta eccezione per quello ultimamente sorto in Todi e per l’altro di S. Caterina in Esanatolia, nei quali, come si disse, esisteva un Abbate.

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In occasione di questo trasporto della Sede Generalizia dei Monaci del Corpo di Cristo in S. Maria in Campis, Papa Bonifacio IX, riconfermava gli statuti della Congregazione e la faceva partecipe di tutti i privilegi, indulgenze e grazie goduti dall’Ordine Cisterciense, esonerandola altresì da ogni giurisdizione Vescovile, nonché da quella degli ordinari Giudici, come rilevasi anche da un secondo Breve di conferma, emanato dallo stesso Papa nel Luglio del 1401 e da altro Breve emesso a Roma da Pio IV il 9 Aprile del 1560.

Ma per molteplici circostanze, la Congregazione del Corpo di Cristo, nel secolo XVI, cominciò a perdere d’importanza e la sua vita ad affievolirsi, tanto che nel 1534 si fecero pratiche per unirla ad un Ordine Religioso meglio organizzato e più solido e si pensò infatti a quello Benedettino Olivetano; ma la progettata unione, essendo insorte difficoltà, non ebbe allora luogo. Più tardi però, trovandosi i suoi Monaci ancora diminuiti di numero e, come dice il Magnanensi «fors’anche di virtù », dietro domanda degli stessi, mentre ne era Abbate Generale il Folignate Giovan Battista Vallati, fu da Gregorio XIII fusa con l’Ordine Olivetano mediante Bolla data a Roma il 1 Marzo 1582. L’unione, per la quale erasi assai adoperato il Cardinal Protettore dei Monaci Antonio Caraffa, venne approvata dal Capitolo Generale di Monte Oliveto Maggiore, nel Maggio dello stesso anno, e la presa di possesso del Monastero di S. Maria in Campis, ultima sede Generalizia dei Monaci del Corpo di Cristo, ebbe luogo mediante Atto del 24 Aprile 1583, per opera del Padre Pio Nuti da Siena, Abbate Generale degli Olivetani, che da tale unione ritrassero non poco incremento. I Monaci del Corpo di Cristo, che in quell’epoca ancora risiedevano in S. Maria in Campis, ottennero di rimanervi, anzi si stabilì che alla dignità di Abbate in quel Monastero avessero costoro esclusivamente diritto finché uno di essi restasse in vita. L’ultimo membro della Congregazione, fu il Padre Tommaso di Bastiano di Bucillo da Sterpete, villaggio di Foligno che, quale Abbate, resse il Monastero di Todi e fu per lungo tempo Vicario di quello di S. Maria in Campis, ove morì nel 1643.

Oggi ben poche memorie restano dell’antica Congregazione Monastica Gualdese. Del suo stemma, precedentemente descritto, ne abbiamo un bell’esemplare scolpito in rilievo sull’architrave lapideo della porta della Sagrestia di S. Maria in Campis, con la data 14 – X – 1410. Entro la stessa Sagrestia, che in origine, come notò il Lugano, dovette invece consistere nella Cappella dai Monaci del Corpo di Cristo specialmente destinata al culto dell’Eucaristia, esisteva uno splendido ciborio intagliato su pietra di grandi dimensioni (metri 0.63 x 1.36) vera opera d’arte, avente anch’esso scolpito sulla sua fronte l’emblema della Congregazione. Tale ciborio, ridotto in frammenti, venne vari anni or sono collocato all’ingresso dell’adiacente abitazione parrocchiale. Un altro ricordo della Congregazione del Corpo di Cristo, l’abbiamo nel dipinto su tavola rappresentante l’incoronazione della Vergine, attribuito al Senese Sano di Pietro o a un suo seguace, che si conserva oggi nella Pinacoteca Comunale di Gualdo Tadino. Da un’antica inscrizione apposta sul rovescio della tavola, si apprende infatti che tale dipinto fu eseguito nel 1474 e che appartiene alla su

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ricordata Chiesa Monastica dei S.S. Gervasio e Protasio in Capo d’Acqua. Rappresenta il Redentore in atto di coronare la Vergine, avente a sinistra il Beato Angelo da Gualdo ed a destra Andrea di Paolo d’Assisi, il fondatore della Congregazione del Corpo di Cristo, vestito secondo il costume dell’Ordine. Ricorderemo anche, come curiosità storica, che innanzi a questo quadro, il 21 Settembre 1841, celebravava la Messa Papa Gregorio XVI, che aveva fatto sosta in Gualdo, ritornando da Loreto a Roma. Lo Jacobilli, ci ha tramandato memoria anche di un altro quadro, che, circa il suddetto anno 1474, sarebbe stato dipinto dal celebre pittore Folignate Nicolo Alunno per la Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio, dietro commissione dei Monaci del Corpo di Cristo. Egli scrive che questo bel quadro recava la figure della Vergine, di S. Benedetto Abbate e di vari altri Santi con il simbolo del Sacramento ed aggiunge che, dopo la distruzione della Chiesa suddetta, fu trasportato entro Gualdo in quella di S. Francesco e quivi collocato sull’Altare Maggiore. Ma di questo dipinto, che dovette essere per certo assai pregevole, considerando la mano che l’eseguì, non abbiamo più oggi la minima conoscenza.

Le ultime tracce della Congregazione le ritroviamo finalmente nella Chiesa dell’Abbazia di S. Benedetto in Gualdo Tadino, dove Frate Andrea di Paolo di Assisi dapprima meditò l’opera sua. In S. Benedetto, anche dopo la soppressione dell’Ordine, seguitò infatti ad esistere una Cappellata Corporis Christi, antiquitus traslata ex altero loco in maius altare, come si legge nella Visita Apostolica di Mons. Camagliani, Vescovo d’Ascoli, compiutavi il 31 Ottobre del 1573. Alla Cappellania era annesso l’obbligo di due Messe ogni mese e probabilmente le sue rendite provenivano dai soppressi Monasteri del Corpo di Cristo che già sorsero nella nostra Città. Ma la piccolezza di tali rendite (una mina di grano ogni anno), fece sì che questo antico Legato, sulla fine del secolo XVII, non venisse più soddisfatto, di maniera che un tal Francesco Antonio Bussolini, con Atto del 27 Febbraio 1748, ricostituiva e dotava la Cappellania del Corpo di Cristo nella Collegiata di S. Benedetto, dove ebbe vita sino alla Demaniazione di questa. (1)

(1) S. Lancellotti: Historiae Olivetanae. Venezia 1623. Lib. I, Pag. 109: Lib. II, pag. 355 e seg. – T. Locatelli Paolucci: Dell’antica Badia di S. Benedetto al Monte Subasio. Assisi 1880. pag. 21 – L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Già cit. Tomo III, pag. 279, 283, 316. – L. Jacobillì; Cronica della Chiesa e Monastero di Santa Maria in Campis. Foligno 1653 – P. LUGANO: L’Abazia Parrocchiale di S. Maria in Campis. Foligno 1904 – Biblioteca del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. B. VI-6, e. 114 e seg. ; Cod. A. li. 16, e. l0t ; Cod. C. V. 18., da c. 123 a c. 136t – P- Magnanensi: Della Congregazione Benedettina Cisterciense del Corpo di Cristo (In Rivista Storica Benedettina, Anno I, Fase. I) – G. MORONI : Op. cit. Vol. XVII, pag. 245 – BERGIER : Dizionario Enciclopedico della Teologia e Storia della Chiesa. Firenze 1820 (Alla parola « Corpo di Cristo ») – Arch. Vaticano : A. B. Bonif. IX, anno 1393. Tomo XI, c. 159 – M. Faloci PULIGNANI : Siena e Foligno (In Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Perugia 1918 Vol. XXIII. Pag. 196 e seg. – D. DORIO : op. cit. pag. 168 e 169 – L. JACOBILLI :

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I Monaci Silvestrini e la Congregazione degli Oblati di S. Carlo nel Monastero di S. Niccolo.

Questo Monastero fu fondato in un vecchio edificio contiguo ed annesso all’antica Chiesa di S. Niccolo, per uso dei Monaci della Congregazione Silvestrina, con Atto stipulato il 13 Ottobre 1614, tra il Vescovo di Nocera Virgilio Florenzi, in veste di Commissario Apostolico, ed il Generale della Congregazione Silvestrina Padre Remigio Dusnami, con il consenso del Rettore della suddetta Chiesa di S. Niccolo, che era allora Agostino di Natalino Vivardi e previa autorizzazione avutane con Breve di Papa Paolo V, dato a Frascati il 5 Giugno di quello stesso anno.

Il Monastero sorse per opera di Padre Giulio Rinaldi da Fabriano, già Generale della Congregazione stessa, nelle Cronache della quale infatti trovasi denominato « L’Apostolo di Gualdo » il quale poi, nel nuovo Monastero, sempre visse e si spense. Costui ne aveva ricevuto speciale incarico dal Comune di Gualdo, che favorì in ogni modo la costituzione di questo nuovo Chiostro, con l’obbligo però, da parte dei Silvestrini, di assumersi l’insegnamento della Dottrina Cristiana. Per ampliare il Monastero, nell’ultimo decennio del Settecento, il Comune concesse allo stesso persino l’adiacente Torre sovrastante anche oggi alla Porta Civica di S. Donato. I Silvestrini rimasero poi indisturbati nella loro residenza sino a che avvenne l’invasione dello Stato Pontificio per opera delle truppe di Napoleone I, per effetto della quale, con Decreto del 7 Maggio 1810, ne furono scacciati. Crollato l’Impero Napoleonico e restaurato nel 1814 il Governo Pontificio, poco dopo, con Decreto della S. Congregazione della Riforma, in data 17 Marzo 1817, i beni del Monastero di S. Niccolo si concedevano a vantaggio dell’opera pia Gualdese « Istituto del Bambin Gesù » avente sede nel Monastero di S. Maria Maddalena, con la clausola che, qualora tali rendite non fossero necessarie all’Istituto, servissero invece per introdurre la Congregazione degli Oblati di S. Carlo nel nostro Convento di S. Francesco, già un tempo abitato dai Minori Conventuali.

Però, essendo stati riammessi in quest’ultimo i Padri Conventuali con Decreto del 4 Decembre 1821, la Congregazione degli Oblati dovette rinunciarvi, salvo il diritto di richiederlo qualora cessassero nuovamente di esistervi i Padri Convenuali. Ma senza attendere una tale evenienza, il Vescovo di Nocera volle subito procurare un’altra sede agli Oblati e infatti, nel Sinodo tenuto dal 30 Agosto al I Settembre 1822, fu decretata la loro immissione nel nostro Monastero di S. Niccolo, il quale poco dopo, con Rescritto

Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Già cit. pag. 106 – E. FILIPPINI : L’Accademia dei Rinvigoriti di Foligno e l’ottava edizione del Quadrigerio (In Bollettino sopra citato, Voi. XVI, pag. 128) – A. Lubin : Op. cit. p. 167 – Dizionario Storico degli Ordini Religiosi e Militari. Venezia 1790. (Alla parola Corpo di Cristo »).

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Pontificio del 10 Giugno 1823, fu agli stessi Oblati ceduto in possesso, con tutti i suoi beni, fatta solo eccezione per una parte del l’edificio, che doveva invece servire come residenza del Vescovo di Nocera, quando si recava in Gualdo e come Cancelleria Vescovile. Questi Oblati di S. Carlo, avevano l’incarico di vigilare sull’esatta osservanza dei Decreti Sinodali e di Sacra Visita, nella circostante regione.

Sopravvenuto il nuovo Governo Italiano e pubblicatasi, il giorno 11 Decembre 1860, la nota Legge con cui si sopprimevano le Corporazioni Religiose, anche il Monastero di S. Niccolo passò al Demanio, ma fu poi dallo Stato, con R°. Decreto del 28 Gennaio 1864, ceduto alla Congregazione di Carità di Gualdo. Quest’ultima, nel 1912, adibì il Monastero ad Asilo Infantile, dopo avere riscattata dal Vescovo di Nocera quella parte dell’edificio che, come sopra è si detto, serviva di abitazione al Vescovo quando doveva risiedere in Gualdo. (1)

I Monaci Agostiniani ed il loro Convento di S. Agostino.

Scrive il Torelli che, per antica tradizione, si crede che il Convento, un tempo annesso all’attuale Chiesa di S. Agostino, fosse stato fondato sotto il titolo di S. Caterina, intorno al 1272, da Fra Matteo, Provinciale della Valle di Spoleto, creato poi Vescovo di Faenza nel 1301 e che ne ebbero il possesso i Monaci dell’Ordine Agostiniano. La memoria più antica che potei rintracciare a proposito di tale Chiostro, si ha nel già citato testamento di Giovanni di Ventura di Acquittolo notaio, che il 4 Aprile 1288, dopo aver lasciato vari legati a luoghi pii Gualdesi, lasciava anche due elemosine, una di venti solidos ed una di quattro libbre di denari Cortonesi, al Convento di S. Agostino in Gualdo. Anche in un altro testamento, fatto in data 28 Luglio 1290 da Salvuccio Sarto, questi, infirmus corpare,, sanus mente, lasciava tra l’altro, la somma di cinquanta solidos ai Monaci di S. Agostino in Gualdo. (2)

II Chiostro, bello e ricco fabbricato, fu albergo di parecchi Cardinali e Dignitari ecclesiastici ed essendosi con il tempo ridotto in cattive condizioni, fu fatto restaurare dal Legato di Gualdo Card. Antonio Del Monte, nella prima metà del XVI secolo. Anzi a tal proposito ricorderemo, che nei Libri Consigliari del Comune di Gualdo, esiste un Rescritto di questo Cardinale Legato, in data

(1) G. Caiani: Raccolta Manoscritta di Notizie e Documenti Storici Gualdesi. Vol. Il (Atto di fondazione del Monastero dì S. Niccolo) – FELIZIANI. : Manoscritto nell’Archivio del Monastero di S. Silvestro di Fabriano con notizie sulla fondazione del Monastero di S. Niccolo – Biblioteca del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. A. li. 16, c. 120; Cod. A. V. 6, c. 579. – Epitome dei Sinodi e Decreti di Sacra Visita nella Diocesi di Nocera. Assisi 1831. pag. 40, 43, 48 – Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1612 al 1617.c . 75t, 122, 135t, 142; Copia-Lettere dal 1764 al 1817. c. 137 e 138t – G. MORONI: Op. cit. Vol. LXVI, pag. 117.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII N°. 101.

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7 Agosto 1529, con il quale, dietro istanza di Fra Agostino da Perugia, dell’Ordine degli Eremiti di S. Agostino, si autorizzava il Comune di Gualdo, a provvedere i mezzi necessari per i restauri da apportarsi al Convento degli Agostiniani, che era prossimo a rovinare. Più tardi, durante il governo dell’ altro Legato Gualdese Giannantonio Capizucchi, quei Monaci, con Decreto della Camera Apostolica in data 18 Agosto 1567, ottennero la concessione gratuita, per loro uso, di cento settanta libbre di sale ogni anno, e ciò può indicarci approssimativamente il numero dei Religiosi allora dimoranti in quel Chiostro. (1)

Essendo poi questo andato in rovina per il terremoto del 1612, venne quasi dalle fondamenta ricostruito, ma fu una seconda volta abbattuto dall’altro terribile terremoto del 1751. Edificato di nuovo, ancora sussiste, ma può ben dirsi che, nell’attuale fabbricato, non rimane più oggi dall’antico una sola pietra.

Con Decreto della S. Congregazione della Riforma del 6 Maggio 1816, l’edificio dell’ex Convento di S. Agostino fu adibito a luogo di ritiro per prepararvi i giovanetti alla Prima Comunione o per compiervi consimili Esercizi Spirituali, con l’uso di tutti i beni del Convento stesso e sotto la custodia di un Sacerdote, dovendosi però pagare l’annuo canone di scudi dieci, in favore del Superiore Generale degli Agostiniani. Nel 1856, dal Vescovo di Nocera Mons. Francesco Agostini, il Convento fu destinato anche come asilo per gli orfani della Diocesi Nocerina, la quale istituzione visse però stentatamente e per poco, causa la scarsezza dei mezzi.

Sopravvenuto il nuovo Governo Italiano e pubblicatesi dal R°. Commissario Generale per l’Umbria Gioacchino Pepoli, il giorno 11 Decembre 1860, il noto Decreto con cui si sopprimevano le Corporazioni Religiose, anche il Convento di S. Agostino passò in proprietà del Demanio, ma poi lo Stato con R°. Decreto del 28 Gennaio 1864, lo cedette alla locale Congregazione di Carità, la quale a sua volta, in quello stesso anno, lo affittò al Comune di Gualdo che d’allora in poi lo ha sempre adibito a sede delle Scuole Elementari Maschili.

Istituto Salesiano San Roberto.

Il primo appello di Gualdo Tadino alla Società Salesiana, risale all’anno 1885, nel quale, il Gualdese Monsignor Roberto Calai-Marioni, si rivolgeva direttamente all’oggi Beato fondatore della Società suddetta, Don Giovanni Bosco, affinchè inviasse alcuni suoi Sacerdoti nella nostra città, per istituirvi un Oratorio destinato ai figli del popolo, come in tanti altri luoghi d’Italia; ma con lettera del 5 Giugno di quello stesso anno, Don Bosco rispondeva essergli

(1) Arch. Vaticano: Arm. XXIX. Tomo 234. c . 58t – Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Dall’anno 1528 al 1533. c. 45t.

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per allora impossibile accettare l’invito, a causa della scarsezza dei suoi sacerdoti.

Dopo un decennio, cioè nel 1895, Mons. Calai-Marioni, accompagnato dal concittadino Don Antonio Ribacchi, si recava personalmente a Torino per ripetere la sua domanda, che fu allora finalmente accolta dal successore di Don Bosco, il venerando Don Michele Rua.

In tal modo, il 25 Settembre di quello stesso anno, i primi Salesiani, guidati dal Sacerdote Don Luigi Perino, pervenivano in Gualdo, stabilendosi nell’antico e abbandonato Monastero di S. Margherita, il di cui uso, provvisoriamente e gratuitamente, era stato ad essi concesso dal comune di Gualdo, auspice il Sindaco di allora Ugo Guerrieri. Quivi istituirono il loro Oratorio, che Mons. Roberto Calai-Marioni, subito sussidiò con la somma di lire quattromila annue, assumendosi eziandio l’onere di ogni tassa od imposta. Insieme all’Oratorio, avente come scopo l’educazione morale, civile e religiosa dei giovanetti, togliendoli dalle insidie della strada, i Salesiani si accinsero contemporaneamente anche all’opera dell’istruzione pubblica e dell’insegnamento, aprendo scuole elementari, tecniche e ginnasiali.

Pochi anni dopo, lo stesso munifico Mons. Roberto Calai-Marioni, pensò di dare una più degna sede ai benemeriti Religiosi Salesiani, donando ad essi l’amena collina che trovasi fuori la Porta Civica di S. Facondino e facendovi costruire a proprie spese un grandioso Collegio, dove potessero meglio esplicare l’opera loro. Sorse così l’attuale Istituto Salesiano « San Roberto », nel quale i Religiosi si trasferirono dal Monastero di S. Margherita, il 26 Luglio del 1899.

Il nuovo Istituto crebbe rapidamente in floridezza, affluendovi giovani alunni da ogni parte d’Italia, tanto che nel 1925 si sentì il bisogno di ampliarlo, e sorse così, attiguo al precedente, un altro grande edificio che inaugurato l’anno dopo, venne adibito ad Oratorio Festivo, contenendo tra l’altro un Teatro, un Piazzale Sportivo ed una Cappella. Finalmente, nel 1928, i Salesiani eressero, presso il loro Istituto, una Casa Colonica per la coltivazione della collina su cui sorge il Collegio.

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LE CHIESE

I. – Chiesa di S. Benedetto in Gualdo Tadino.

La primitiva Chiesa di S. Benedetto non è quella attuale. Trattando dei Monaci Benedettini e delle loro Abbazie nella nostra regione, già dicemmo che la prima Chiesa di tal nome sorse nel 1006, con l’annesso Monastero, su gli avanzi di un vetusto Cenobio dedicato ai Santi Nicolo Vescovo e Viro Martire, per opera di un Conte Offredo e dei fratelli, figli di un Conte Monaldo che, trovandosi al seguito dell’Imperatore Ottone III, aveva da lui ricevuto in feudo la nostra regione. Indicammo anche, come sede di questa prima Chiesa e Monastero, la piccola altura che, sulla riva destra del Feo, trovasi interposta tra la Chiesuola di S. Maria di Rote e la casa colonica del vocabolo Pomaiolo. Null’altro sappiamo di quest’antico Chiostro Benedettino. Nel capitolo su citato, dicemmo altresì che, intorno alla metà del XIII secolo, i Monaci di S. Benedetto trasferirono entro le mura di Gualdo la loro dimora, ed attigua alla nuova Abbazia eressero la Chiesa attuale. Dell’avvenimento lasciarono anzi memoria su di una lapide apposta esternamente sul fianco sinistro della Chiesa stessa, dove tutt’ora si leggono le seguenti parole in lettere Gotiche:

A. D. MCCLVI. TPE
G. ABBATIS. H. CENO
BIU. E. TRASLATU. IN
GUALDO

vale a dire: Nell’anno del Signore 1256, a tempo di Guglielmo Abbate, questo cenobio fu trasferito in Gualdo. Il nome dell’Abbate, lo deduco da molteplici documenti di quell’epoca, tra gli altri da un Breve con cui il Papa Innocenze IV, il 30 Gennaio 1254, avvertiva il Rettore del Ducato di Spoleto che, essendo rimasto il Monastero di S. Benedetto di Gualdo senza Abbate, veniva con tale qualifica ivi trasferito Guglielmo, Abbate del Monastero di S. Stefano di Parano, dello stesso Ordine Monastico e della stessa Diocesi. (1)

(1) Arch. Vaticano: Reg. N°. 23 (Innocenzo IV. Anno XI) Breve N». 398.

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Pel nostro Tempio Benedettino, si verifica lo stesso fatto già notato per la massima parte delle Chiese Gualdesi e, potremmo anzi dire, di tutta la vasta Diocesi Nocerina, la mancanza cioè di documenti e di notizie storiche sino alla metà del Cinquecento, sino cioè all’istituzione delle Visite Pastorali, decretate dal Concilio di Trento. Sappiamo però che intorno alla metà del Quattrocento, subì importantissimi rifacimenti e restauri per opera di Papa Niccolo V, che certo aveva visitato quel sacro edificio quando sostò in Gualdo nel Novembre del 1449. Similmente possiamo con ogni sicurezza affermare, che verso la fine di quello stesso secolo, il Campanile della Chiesa dovette subire una quasi totale ricostruzione o almeno radicali modificazioni e restauri. Ciò deduco dal fatto, che in molti Atti notarili di quell’epoca, si riscontrano Legati di pie persone a favore di tale costruzione, nonché svariati provvedimenti presi per la stessa dai Monaci di S. Benedetto. Citerò anzi, ad esempio, alcuni di questi Atti: Nel più antico di essi, che risale a circa l’anno 1474, si legge che il prete Gennaro di Angelo da Gualdo, lasciava alla nostra Chiesa di S. Benedetto «florenos decem . . . pro fabricatione et in fabrica campanilis diete ecclesie, dum fabricabitur » dunque i lavori non erano stati ancora iniziati. In altro Atto del 23 Settembre 1475, la quarta parte di una multa si destinava «pro edifitio et adconcimine sive fabrica campanilis » e così pure apprendiamo, che nell’Agosto 1476, tal Caterina di Vannuccio di Andrea erogava quattro fiorini al « Monasterio S. Benedicti, pro fabrica campanilis in dieta ecclesia ». Il 25 Luglio 1477, un certo Andrea di Giovanni, con legato testamentario, rilasciava tre fiorini «pro actatione campanilis »; il 5 Novembre di quello stesso anno, Domenico di Nicolo da Treviso, dava un fiorino « pro adconcimine campanilis S. Benedicti »; il 10 Decembre, sempre del 1477, tal Rufinello offriva «pro adconcimine et utilitate campanilis » quattro fiorini, due dei quali dovevano essere spesi per pagare la calce, ed i restanti per mercede di uno dei costruttori e cioè del maestro lombardo Pietrone e ciò prova che il lavoro era già stato iniziato. Inoltre, l’11 Agosto 1479, i Monaci di S. Benedetto, riuniti in Capitolo, decidono di vendere alcune terre abbaziali, allo scopo di ottenere il denaro occorrente « adconcimini campanilis dicti monasteri » e in quello stesso giorno fanno il versamento di una certa somma di denaro a maestro Agostino, altro Lombardo, «conditor campanilis » somma che a lui spettava « pro manufactura et adconciminis» di questo edificio. Il 12 Settembre 1481, donna Caramanica, con legato testamentario, assegnava dieci fiorini «pro fabrica campanilis». Il 27 Maggio 1488, i maestri lombardi Giacomo e Francesco di maestro Frumento da Como, assumevano l’incarico di praticare vari lavori complementari al Campanile di S. Benedetto e cioè costruire una volta di mattoni doppia al disotto delle campane, innalzare di tre piedi i muri del campanile stesso e su questi muri, tutto intorno, collocare un cornicione in pietra, dovendosi compiere questi lavori per la ventura festa di S. Andrea Apostolo e per il prezzo di cinquanta fiorini, da pagarsi in tre rate e cioè a principio, a metà e a fine dell’opera.

355 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

In un Capitolo tenuto da quei monaci il 21 Decembre 1493, si allude poi ad un pagamento fatto al suddetto maestro Francesco di maestro Frumento, per lavori praticati alle finestre del Campanile e finalmente, il 18 Aprile 1496, lo stesso maestro Francesco, riceveva dai Monaci della Badia l’incarico di costruire il Civorium del Campanile di S. Benedetto (forse si allude alla loggia campanaria) dietro compenso di quattordici fiorini, dovendo il Monastero fornire i materiali occorrenti e dandosi tempo, per eseguire il lavoro, a tutto il venturo mese di Agosto. Dopo il Campanile, la pietà dei fedeli dovette rivolgersi a fornirlo di campane ed infatti, in un testamento dettato il 14 Luglio 1504 da Bernardo di Ludovico Accomanducci da Gualdo, trovasi, tra l’altro, anche il seguente legato: II testatore assegnava alle Monache Gualdesi di S. Margherita, due terreni nella parrocchia di S. Martino, vocabolo Grassano, con l’obbligo, per dette Monache, di pagare otto fiorini «pro refactione et fabrica campane S. Benedicti de Gualdo»; oltre a ciò, lasciava altri trenta fiorini per lo scopo suddetto. Ma se entro due anni queste campane non fossero state fatte, i trentotto fiorini dovevansi invece spendere per restauri ed ornamenti delle Chiese di S. Benedetto e di S. Francesco. (1)

La Chiesa di S. Benedetto, sin dalle sue origini, fu sede di una delle due parrocchie in cui era divisa la Città, essendo sede dell’altra la Chiesa Abbaziale di S. Donato. Il limite tra le due circoscrizioni parrocchiali, nella seconda metà del Cinquecento, era segnato dal percorso stradale, che da Porta S. Martino va a Porta S. Benedetto, passando per la Piazzetta di S. Donato. L’abitato compreso entro l’angolo tracciato da questo percorso, apparteneva alla Parrocchia di S. Donato, tutto quel che ne restava fuori, con in più il Borgo Valle, apparteneva alla Parrocchia di S. Benedetto.

Tale Chiesa fu, nei primi tempi, amministrata dagli Abbati Claustrali Mitrati del Monastero annesso, ma nel 1441, essendo stato questo trasformato in Commenda Secolare, passò anch’essa alla dipendenza dei vari Abbati Commendatari che si successero nel godimento dell’Abbazia. Fu appunto poco dopo l’istituzione della Commenda, cioè intorno alla metà di quel secolo, che Papa Niccolo V apportò alla Chiesa di S. Benedetto grandi restauri e notevoli ab bellimenti. (2)

Nella seconda metà del Seicento i suddetti Abbati Commendatari, nominavano e mantenevano nella Chiesa, ben sette Cappellani

(1) G. Moroni. Dizionario di erudizione etc. Vol. XLVIII. Pag. 19 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499, c . 85 e 245t; di_ Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535, e. 77 e 78 ; di Bernardino di Pietro de Benadattis dal 1476 al 1510, c. 5; di Pierantonio di Ser Giovanni Duranti dal 1472 al 1487, c . 150t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Mascelli del 1496 e 1480, c . 35t; dal 1472 al 1497, c . 33t, 125, 130t; dal 1487 al 1489, c . 184; dal 1491 al 1494, c . 349; dal 1473 al 1527, c . 196- R. GUERRIERI: / Maestri Lombardi in Gualdo Tadino nella seconda metà del Quattrocento (In Archivio Storico Lombardo. Anno LVII. Fase. II. Milano 1930).

(2) Domenico Giorgio: Vita Nicolai V. Roma 1742, Pag. 167.

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con le rendite Abbaziali. Tra queste rendite va ricordata anche la Decima, che il Comune di Gualdo pagava, ogni sei mesi, alla Chiesa di S. Benedetto, Decima che nel Cinquecento consisteva in due Bolognini, nove Soldi e un Denaro, per il Rettore, più due Bolognini, tredici Soldi e nove Denari, pro Canonica. (I)

Dei Cappellani suddetti, uno era investito dell’officio di Parroco e percepiva ogni anno quattro Rubbi di grano, tredici Barili di mosto e due Scudi, con l’obbligo di celebrar Messa ogni giorno festivo ed in tutti i giorni feriali, meno uno per settimana, più aveva cura d’anime nella Parrocchia. Due Cappellani funzionavano poi quali Coadiutori del Parroco, ed erano stipendiati con tre Rubbi e mezzo di grano e due Scudi per ciascuno. I quattro restanti, funzionavano come, semplici Cappellani, con la retribuzione di tre Rubbi di grano e due Scudi ognuno. Tanto questi ultimi, quanto i due Coadiutori, avevano come il Parroco, l’obbligo di celebrare sei Messe ogni settimana ed a tutti insieme, per effetto di particolari legati, nella prima metà del Settecento, spettava altresì l’onere di indire tre Offici all’anno, due in suffragio dei defunti della famiglia Gualdese Mannelli ed uno a pro dell’anima di Felice Premoli. I sette Cappellani nominavano infine, per servizio della Chiesa, un Sagrestano e due Chierici, che dovevano essere confermati dal Commendatario e che ricevevano, come compenso, un Rubbio e mezzo di grano per ciascuno. Nessuna ingerenza avevano i Cappellani nel servizio del Battesimo. Il Fonte Battesimale, nella Chiesa Parrocchiale di S. Benedetto, costituiva uno speciale Beneficio Ecclesiastico pervenutovi, come si dirà, dall’antica Chiesa di S. Maria di Tadino, divenuta poi S. Chiara. Questo Beneficio del Fonte Battesimale, aveva rendite proprie e stabili ed era conferito ad un particolare sacerdote. Manteneva il titolo di S. Maria di Tadino e non comportava altri oneri che quelli del Battesimo. Infine l’Abbate Commendatario nominava anche un Maestro di Cappella, ed il Predicatore, pel periodo quaresimale, era invece designato annualmente dal Comune di Gualdo e da questo pagato con la somma di trenta Scudi. La sua nomina doveva però, ogni volta, sottostare all’approvazione del Vescovo. Sin dall’antico, esistevano nella Chiesa di S. Benedetto numerosi altari, ognuno dei quali era sede di Confraternite, o godeva di legati, cappellanie, benefici ecclesiastici, etc. Qualche altare era anzi officiato da più Cappellani, avendo raccolto anche i titoli, benefici ed oneri di altri antichi altari già soppressi nella Chiesa stessa o in diverso luogo. Ma di questi altari, nella prima metà del Quattrocento, nulla sappiamo e solo nella seconda metà di quel secolo cominciano a comparire, intorno ad essi, notizie e documenti. Troviamo allora infatti nella Chiesa numerose Cappelle, con altari dedicati a S. Maria di Loreto (1461), a S. Vito (1470), a S. Giacomo (1471), a S. Salvatore (1475), al B. Angelo da Gualdo (1476), a S. Caterina (1476), a S. Bartolomeo (1476), a S. Giuliano (1478), a S. Nicolo

(1) Arch. Comunale di Gualdo Tadino: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.

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(1482), alla Santa Croce (1484), a S. Tommaso (1488), a S. Giovanni (1490), al Parto della Vergine (1497), a S. Lorenzo (1508), al Corpo di Cristo (1510), a S. Pietro (1542) ed a S. Antonio (1550). Abbiamo desunto i nomi di questi altari da testamenti dell’Archivio notarile Gualdese, con i quali si istituivano legati a favore degli altari stessi, legati che, data la fede religiosa di quell’epoca, sono tutt’altro che scarsi. Così, ad esempio, sappiamo che il primo di questi altari apparteneva alla famiglia Arfitelli, che a quello di S. Vito, poco prima del 1470, tal Venanzo di Corraduccio da Gualdo, aveva donato un terreno posto « in Parocia Serre Sicce, in Vocabulo Flamegne, juxta stradam Flamegne »; che all’Altare di S. Giacomo, il 14 Agosto 1471, tale Giovanna del fu Nicola di Rinaldo da Gualdo, lasciava 25 fiorini o in denaro o in terreni, a beneplacito del proprio marito Salvatore, con l’onere di due Messe settimanali in suffragio dell’anima sua e di quella dei suoi parenti defunti e che all’Altare di S. Bartolomeo, con testamento del 5 Giugno 1476, similmente veniva concesso un terreno. (1)

Dopo la chiusura del Concilio di Trento (1563), con l’inizio delle Visite Pastorali o Sacre Visite, come si è detto, ci restano nei relativi Atti abbondanti documenti anche circa gli altari della nostra Chiesa di S. Benedetto. Infatti sappiamo che, nella seconda metà del Cinquecento, esistevano in essa, oltre l’Altare Maggiore, altri otto altari dedicati a S. Girolamo, a S. Tommaso, a S. Lorenzo, a S. Bartolomeo, al Parto della Vergine, a S. Salvatore, a S. Antonio ed a S. Michele Arcangelo, più comunemente in quel secolo appellato S. Angelo. Nei documenti dell’epoca, quest’ultimo altare, per ragioni che tra poco vedremo, era anche intitolato a S. Niccolo, o al Croce fisso, o al Beato Angelo da Gualdo. Tutti gli altari sopra denomi­ nati stavano disposti nella Chiesa come nel quadro seguente:

Altare Maggiore

A. di S. Girolamo
A. di S. Michele Arcangelo
…..
o di S. Niccolo,
o del Crocifisso,
o del B. Angelo da Gualdo.
A. di S. Tommaso
A. di S. Lorenzo
A. di S. Antonio
A. di S. Bartolomeo
A. del Parto della Vergine
A. di S. Salvatore

o della Morte
o del Suffragio
L’Altare Maggiore era dedicato a S. Benedetto, ed in esso aveva sede la Confraternita del Sacramento la quale vi indiceva numerose

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal !472 al 1490, c. 41t, 46, 149; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499, Fasc. VIII, c. 33; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli. Anno 1497, c . 13 ; dal 1472 al 1497, c . 51t dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478. Paginazione II c. 146 e 265t; dal 1487 al 1489, c. 185; dal 1473 al 1527, c . 41, 42t, 48t, tot, 89t, 245, 246, 259t,

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sacre Funzioni, che indicheremo quando si tratterà della stessa. In epoca sconosciuta, ma certo assai antica, vi era stato altresì trasferito il Titolo e Beneficio del Corpo di Cristo, appartenente forse ad un antico altare demolito, non sappiamo se nella stessa Chiesa od altrove. Tale Beneficio consisteva nelle rendite di due terreni, uno in vocabolo Montarone, l’altro in vocabolo Valle Renaia ed imporava l’onere di due Messe ogni mese.

L’Altare di S. Girolamo, apparteneva alla famiglia Coppari, che vi aveva istituito una Cappellania con l’onere di una Messa settimanale. Questo altare possedeva anche il Titolo e Beneficio di due altri assai antichi altari della Chiesa, soppressi in epoca indeterminata e cioè S. Giovanni e S. Caterina. Il primo appartenne alla famiglia Rancieri, il secondo a quella dei Ranieri, ed avevano ambedue l’onere di una Messa settimanale. Ma per quanto si riferisce a S. Caterina, il numero di tali Messe, nel 1718, con decreto dell’Autorità Ecclesiastica fu ridotto a venti ogni anno. Nella metà del Seicento, l’Altare di S. Girolamo fu soppresso ed al suo posto fu trasferito un altro altare della Chiesa, di cui fra poco parleremo e cioè l’Altare del Crocefisso, che assunse altresì il su ricordato Titolo e Beneficio di S. Caterina, con il relativo onere.

L’Altare di S. Tommaso esistette nella Chiesa sino all’ultimo decennio del Seicento. In tale epoca fu soppresso ed il suo Titolo e Beneficio, riunito ad un Titolo e Beneficio di ignota provenienza ma dedicato a S. Savino, fu trasferito in altro altare della Chiesa e propriamente in quello del Crocefisso, con l’onere complessivo di una Messa per settimana.

L’Altare di S. Lorenzo ebbe sede nel Tempio in discorso sino alla prima metà del Seicento. Tra il 1617 ed il 1628, fu infatti soppresso ed al suo posto fu istituito un Altare del Rosario, per opera della omonima Confraternita Gualdese, che ne conservò poi sempre anche l’uso ed il possesso. Questo nuovo altare restò però depositario del Titolo e Beneficio di S. Lorenzo, con l’onere di sei Messe all’anno. Inoltre, con Atto del 5 Agosto 1676, a rogito del Notaio Gualdese Isidoro Mancia, tal Giacoma di Giovan Battista Leli, vi istituì una Cappellania che avrebbe dovuto, in perpetuo, essere sotto il giuspatronato della famiglia Amoni, con l’onere di quattro Messe per settimana, ridotte poi a settantasei Messe all’anno, con decreto ecclesiastico in data 1 Aprile 1728. Altra Cappellania, con l’onere di due Messe al mese, vi istituì la famiglia Scampa poco dopo la metà del Seicento. Finalmente, un giuspatronato laicale, con l’onere di dieci Messe annue, vi fondarono Maddalena di Martinangelo Neri e Caterina Spigarelli, come da rogito del Notaio Cherubino Mattioli, in data 21 Maggio 1703, con diritto di successione da parte della Confraternita del Rosario, in caso che rimanesse estinta la famiglia cui spettava il giuspatronato. Finalmente la stessa Confraternita vi disimpegnava moltissimi oneri di culto, che indicheremo nel Capitolo ad essa riferentesi. Su questo altare esisteva un quadro in tela, raffigurante la Madonna del Rosario circondata dai soliti Misteri.

L’Altare di S. Bartolomeo, possedeva anche il Titolo e Beneficio di

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S. Giuliano e S. Pietro, pervenutogli da un più antico altare soppresso e avente l’onere di una Messa settimanale. Alla sua volta, l’Altare di S. Bartolomeo, cessò di esistere, tra il 1610 ed il 1613, ed al suo posto, in quella stessa epoca, fu eretto un Altare di S. Carlo, che raccolse però il Titolo e Beneficio del soppresso Altare di S. Bartolomeo, con l’obbligo di due Messe al mese e, con questo, anche il su ricordato Titolo, Beneficio ed onere di S. Giuliano e S. Pietro. Sul nuovo Altare di S. Carlo, fu collocato un quadro in tela, raffigurante inferiormente questo Santo, ed in alto la Vergine con il Bambino, quadro che oggi è conservato nella Sagrestia della Chiesa. L’Altare del Parto della Vergine, apparteneva alle due Confraternite Gualdesi della Morte e del Suffragio, insieme fuse, che avevano in questo altare la propria sede e che lo mantenevano di quanto era necessario all’esercizio del culto. La Cappellania del Parto della Vergine era antichissima, possedeva cinque terreni, con le rendite dei quali si dovevano celebrare su quell’altare quattro Messe settimanali che poi in seguito, in forza di decreti emanati dalla S. Congregazione dei Concili, vennero ridotte di numero. Era poi abbondantemente officiato dalle Confraternite suddette nel modo che descriveremo quando si tratterà delle stesse Su questo altare, nel Cinquecento, esisteva una grottesca statua rappresentante la Madonna, distesa su di un giaciglio, nell’atto di partorire. Il Vescovo di Ascoli Mons. Camagliani, nella Visita Apostolica compiuta nella nostra Diocesi l’anno 1573, ordinò la remozione di tale statua, che era motivo di scandalo. Dal Settecento in poi, l’altare in discorso fu più spesso chiamato Altare della Morte o del Suffragio, dal nome delle Confraternite che, come si è detto, ne avevano il possesso.

L’Altare di S. Salvatore, su cui in epoca remota era stato deposto anche il Titolo e Beneficio di S. Giacomo, quest’ultimo con le rendite di due terreni e con l’onere di due Messe mensili, ebbe fine nel 1619. In quello stesso anno, con Atto rogato il 25 Ottobre ; dal Notaio Nocerino Rinaldo Duranti, fu eretto al suo posto, per opera della famiglia Calisti, un nuovo altare dedicato a S. Antonio da Padova. In tale occasione, vi fu anzi collocato un quadro in tela, raffigurante il Santo Titolare con S. Francesco di Assisi e la Vergine. Il nuovo Altare di S. Antonio da Padova, raccolse però il Titolo e Beneficio del soppresso Altare di S. Salvatore con gli annessi oneri, consistenti in due Messe ogni mese e lo tenne sino al secondo decennio del Settecento, nella quale epoca, Titolo, Beneficio ed oneri della Cappellania di S. Salvatore, subirono un nuovo trasferimento nell’Altare Maggiore della Chiesa. Con quello di S. Salvatore, l’Altare di S. Antonio da Padova, raccolse anche il su ricordato Titolo e Beneficio di S. Giacomo con il relativo onere di due Messe mensili, che però nel 1729, furono ridotte a dodici ogni anno. Su questo Altare di S. Antonio da Padova, tal Mariotto di Loreto, con Atto rogato dal Notaio Rinaldo Duranti il 25 Ottobre 1619, fondò una Cappellania sotto lo stesso titolo di S. Antonio da Padova e la dotò con le rendite di un censo di cento Scudi, imponendo però l’onere al Cappellano, di una Messa ogni lunedì.

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Tale Cappellata fu poi ceduta alla famiglia Balducci, con Atto rogato il 19 Luglio 1653 da Andrea Manni Notaio di Cantiano residente a Fabriano. Dai Balducci passò in seguito alla famiglia Fabrianese dei Cristiani. Sempre su questo altare, il sacerdote Antonio Premoli istituì un’altra Cappellania, pure sotto il titolo di S. Antonio da Padova, mediante Atto esteso dal Notaio Mattia Florenzi il 31 Ottobre 1702. Tale Cappellania doveva restare in perpetuo sotto il giuspatronato della famiglia Premoli, godeva delle rendite di alcuni terreni e aveva l’onere di una Messa per settimana, di lunedì o martedì, venendo poi ridotto un tal numero, per diminuzione delle rendite, a Messe trentuno in tutto ogni anno, con decreto dell’ Autorità Ecclesiastica, in data 2 Ottobre 1762.

L’Altare di S. Antonio da Padova, or ora descritto, non va confuso con l’altro Altare di S. Antonio, già sin dal Cinquecento esistente nella Chiesa, come abbiamo visto nel su riportato elenco degli altari di S. Benedetto, nella seconda metà del XVI secolo. Questo antico Altare di S. Antonio, costituiva una Cappellania della famiglia Fregosi e per le tristi condizioni in cui era ridotto, il Vescovo di Nocera ne ordinò la demolizione successivamente nelle due Visite Pastorali del 1593 e del 1597. La demolizione avvenne infatti all’inizio del Seicento, ed il relativo Titolo e Beneficio, fu trasferito nell’Altare Maggiore, con l’onere di due Messe al mese. Circa quaranta anni dopo, al suo posto, per opera del Gualdese e letterato illustre Mons. Porfirio Feliciani, Vescovo di Foligno, fu eretto un altare dedicato a S. Giovanni Battista, con relativa Cappellania che doveva restare sotto il giuspatronato della famiglia Feliciani. Vi fu collocato un quadro in tela, consistente in una copia della Madonna del Sanzio in Foligno, copia attribuita al pittore Avanzino Nucci e che oggi .è conservata nella Sagrestia della Chiesa.

L’Altare di S. Michele Arcangelo o S. Angelo, come in antico più semplicemente si usava chiamar questo Santo, apparteneva alla Confraternita di S. Michele Arcangelo e conteneva la tomba venerata del Beato Angelo da Gualdo, compatrono della Città. È uno dei più antichi altari della Chiesa ed esiste un Breve di Papa Bonifacio IX, in data 1 Febbraio 1393, con il quale si concedevano speciali indulgenze a chi lo visitava, racchiudendo esso le spoglie del Beato eremita Gualdese. Nella seconda metà del Cinquecento, tale altare figura spesso come dedicato a S. Niccolo e, dal principio del Seicento in poi, è invece chiamato Altare del Crocefisso. Queste due diverse denominazioni avevano origine dal fatto, che sull’altare in discorso, erano stati trasferiti il titolo e Beneficio di due altri antichi soppressi altari, uno dedicato appunto a S. Niccolo e l’altro al Crocefisso, il primo con l’onere di due Messe nella festa del santo omonimo, l’altro con l’obbligo di una Messa settimanale. Sullo stesso altare era stato anche trasportato un Titolo e Beneficio di S. Croce, da non confondersi con quello suddetto del Crocefisso e avente l’onere di due Messe all’anno. Contenendo, come si è detto, il corpo del Beato Angelo, su di esso ardevano in permanenza due lampade, una mantenuta dal Comune di Gualdo,

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l’altra dall’Abbate Commendatario di S. Benedetto. Quest’ultimo pensava anche a fornire l’altare del necessario e vi faceva celebrare, a sue spese, dieci Messe nella festa del Beato Angelo il 15 Gennaio. Poco prima della metà del Seicento, il Gualdese Angelo Feliciani, Abbate Commendatario dell’Abbazia di S. Benedetto, vi istituì una Cappellania intitolata al Beato Angelo, Cappellania che il Comune di Gualdo sussidiava nel Settecento con la somma di dodici Scudi annui, somma portata poi a venticinque Scudi nei primi dell’Ottocento. Per effetto della creazione di tale Cappellania, l’altare prese definitivamente il nome di Altare del Beato Angelo, succedendo così all’Altare del Crocifisso, il quale ultimo, con i Titoli e Benefici annessi, si trasferì invece al posto del già descritto Altare di S. Girolamo, il quale ultimo scomparve infatti dalla Chiesa appunto in quell’epoca. Più tardi sull’Altare del Beato Angelo, il sacerdote Girolamo Balduini, con rogito del Notaio Gregorio Scaturzi, in data 30 Giugno 1689, istituiva una Cappellania intitolata a S. Girolamo, con l’onere di tre Messe settimanali, una delle quali da celebrarsi sull’altare in discorso, e le altre due ovunque a beneplacito del Cappellano, e con la disposizione che detta Cappellania dovesse restare in futuro quale giuspatronato della famiglia Salvatori, (1)

Sicché, riassumendo tutte le modificazioni avvenute negli Altari della Chiesa di S. Benedetto, durante il Seicento, troviamo che al l’inizio del XVIII secolo, esistevano in essa gli altari seguenti e così disposti:

Altare Maggiore
.
A. del Crocefisso
A. del Beato Angelo
A. del Rosario
A. di S. Giovanni Battista
A. di S. Carlo
A. di S. Antonio da Padova
A. del Parto della Vergine
….
o della Morte
o del Suffragio
Nella seconda metà del secolo scorso, come tra poco diremo, l’interno del nostroTempio Benedettino subì una completa trasfor mazione per cui i vecchi altari suddetti furono tutti demoliti com­ pletamente. Dopo ciò, nel 1896, la Chiesa fu riaperta al culto con nuovi altari intitolati e disposti come nello schema che segue:

Altare Maggiore
.
A. del Sacramento
A. della Sacra Famiglia
A. di S. Antonio da Padova
A. del Beato Angelo
A. di N. S. del S. Cuore di Gesù
A. di S. Pietro Apostolo
A. del Rosario
Fonte Battesimale.
A. della Deposizione dalla Croce

o della Pietà.
(1) Arch. Vaticano: A. B. Bon. IX, A. XIV, T. 8, p. 147.

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L’Altare Maggiore venne ricostruito con le magnifiche colonnine e con i fregi artistici, scolpiti in pietra nel XIV secolo, già appartenenti a quello demolito. Siccome tale materiale era insufficiente per la maggior mole del nuovo altare, fu, con poco gusto artistico, completato con un consimile ma moderno materiale in terracotta e, per nascondere la differenza, fu poi tutto insieme barbaramente ricoperto con dorature e vernici policrome. L’altare ha sul davanti, quale paliotto, una assai bella e grande scultura in marmo di Carrara, opera dello scultore Ciani di Perugia, rappresentante in alto rilievo il noto episodio dell’incontro di Re Totila con S. Benedetto. L’Altare fu ricostruito a spese del Gualdese Mons. Roberto Calai Marioni.

L’Altare del Sacramento, trovasi in una spaziosa Cappella artisticamente decorata dal pittore Perugino Ribustini, con il contributo dell’omonima Confraternita, che si procurò i mezzi necessari mediante la vendita della vecchia Chiesa di S. Sebastiano ad essa appartenente.

L’Altare della Sacra Famiglia, porta un gruppo di statue rappresentante la stessa, che è collocato nella soprastante nicchia. Fu eretto a spese del Gualdese Mons. Don Michele Tomassini e dei suoi fratelli. Contiene le ossa di un Santo Martire.

L’Altare del Beato Angelo, tutto formato in marmo scolpito, a due fronti, trovasi eretto nel centro di una grandiosa Cappella alla quale si discende dalla Chiesa per una gradinata marmorea. Su di esso sono esposte al culto le spoglie del Beato. La Cappella che lo contiene, a tre navate, sostenute da otto colonne di marmo e con due ceretti alle estremità, fu costruita mediante oblazioni di alcuni cittadini Gualdesi, i nomi dei quali si leggono su di una lapide murata entro la Cappella stessa. Questa fu decorata dal su nominato pittore Ribustini, con scene raffiguranti episodi della vita del Beato Angelo, a spese dei fratelli Don Michele e Giuseppe Maria Tomassini.

L’Altare di S. Pietro Apostolo, fu eretto dalla Compagnia dei Preti di Gualdo, in surrogazione dell’oggi soppressa Chiesa di S. Pietro che, come si dirà, la Compagnia stessa possedeva un tempo nella Piazza Vittorio Emanuele. Appartiene perciò a tale Compagnia, con tutti i diritti e doveri già spettanti alla Chiesa di S. Pietro. Sotto questo altare furono inumate le ossa del Beato Maio, trasportatevi dalla Chiesa di S. Francesco, dove sin dall’antico esistevano, come vedremo nel Capitolo riferentesi al nostro Tempio Francescano.

L’Altare della Deposizione dalla Croce o della Pietà, sorge nella vecchia Cappella della Confraternita della Morte o del Suffragio, che un tempo conteneva l’antico Altare del Parto della Vergine, di cui si è già trattato. Su questo altare, la Confraternita suddetta, mantiene ancora i diritti ed oneri che aveva già nel soppresso Altare del Parto.

L’Altare di S. Antonio da Padova, fu edificato e decorato a spese della famiglia Ribacchi di Gualdo, senza riserve di diritti e di oneri. Contiene le spoglie di S. Gioventino, trasportatevi nel 1907 dalla antica Chiesa rurale e parrocchiale di S. Facondino.

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L’Altare di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, fu istituito da Mons. Roberto Calai Marioni.

L’Altare del Rosario venne ricostruito dalla omonima Confraternita, in sostituzione dell’altro che, come si è visto, la stessa già possedeva nella Chiesa sin dal principio del XVII secolo e del quale questo nuovo conserva gli oneri ed i benefici. Contiene le ossa del Beato Marzio, trasportatevi dalla Chiesa di S. Francesco.

Presso questo altare è il Battistero, bel lavoro artistico in terracotta, donato alla Chiesa dal Vescovo di Nocera Mons. Anselmini e dal Vicario Vescovile in Gualdo Mons. Ribacchi.

Dopo ciò, a proposito della Chiesa di S. Benedetto, noteremo che, in occasione dell’Anno Santo, il 5 Settembre 1700, fu solenne mente riconsacrata dall’Abbate Commendatario della annessa Abbazia, che era allora il Card. Pier Matteo Petrucci.

La stessa Chiesa, attraverso i secoli, subì non pochi danneggiamenti per opera di avverse forze naturali: Già il 20 Luglio 1478 era stata colpita da un fulmine, mentre il Vescovo di Nocera, Giovanni Cerretani da Terni, vi praticava la Cresima, in mezzo ad una gran folla di devoti e di bambini. Il Vescovo suddetto, che era in Gualdo per la consueta Visita Pastorale Diocesana, investito anch’esso dalla tremenda scarica elettrica, cadde a terra insieme a molte altre persone, rimanendo per lungo tempo privo di sensi e poi solo a stento e quasi miracolosamente rinvenne. In seguito soffri la Chiesa gravissimi danni pel terremoto del 1751. Tra l’altro cadde il quarto superiore della facciata principale, con la massima parte del tetto, e l’alto campanile, a forma di torre quadrata con quattro campane, subì irreparabili e vaste lesioni, per cui, come tra poco vedremo, dovette in seguito essere demolito. Dopo il terremoto l’Abbate Commendatario dell’Abbazia, Alessandro Borgia, iniziò i necessari restauri, la data dei quali, 1752, fece incidere sul frontale della Chiesa e ne lasciò poi memoria in una iscrizione che oggi conservasi murata, con altre reliquie epigrafiche, in un corridoio adiacente alla Chiesa stessa, la quale iscrizione reca le seguenti parole:

Templum Hoc Santi Benedicti – Partim Vetustate Squallens -Partim Terraemotu Anno MDCCLI Disjectum – Alexander Borgia – Archiepiscopus Et Princeps Firmanus – Abbas Commendatarius – An tiqui Monasterij Aedibus Firmatis – Instauravit An. MDCCLII. (1)

Oggidì, dell’antico edificio, non rimangono intatte che la facciata principale e quella di sinistra, con le belle e arditissime arcate a sesto acuto, sorreggenti il soffitto, poiché l’interno del Tempio, nel l’ultimo decennio del secolo scorso, fu completamente modificato e rifatto, su disegno dell’architetto Virgilio Vespignani. I lavori cominciarono nel Novembre del 1875. Fu completamente abbattuto il vetusto campanile, pericolante dopo le lesioni riportate nel terremoto suddetto. Furono demolite anche la vecchia abside e la sagrestia e l’una e l’altra si ricostruirono di nuovo, più indietro, prolungando così di circa trenta metri la Chiesa. Internamente, nel soffitto, sotto le grandi arcate Gotiche formanti un’unica maestosa

(1) G. CAPPELLETTI: Le Chiese d’Italia. Venezia 1846. Vol. V, pag. 25.

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navata, si costruì una seconda volta a tre navate, sostenute da una doppia fila di cinque pilastri e al disopra di questi si aprirono le logge del Matroneo e delle Cantorie. Gli altari furono tutti demoliti e poi rinnovati e purtroppo anche l’Altare Maggiore, che rappresentava un vero gioiello d’arte medioevale, e che fu barbaramente ricostruito con i vecchi e con i nuovi materiali, come sopra si è detto. In occasione di tali lavori, disparve l’antico pavimento in laterizi, con le diciassette tombe che vi si aprivano, delle quali una era speciale per i sacerdoti ed un’altra per i bambini. Sul fianco destro della Chiesa, si costruirono infine l’attuale Cappella del Sacramento e quella suntuosa, a forma di cripta, del Beato Angelo. L’Ambiente occupato da quest’ultima, costituiva in antico il Cimitero dell’Abbazia. Ma questi restauri, le suddette ricostruzioni, specie quelle nell’interno del Tempio, benché opera di innegabile pregio, non corrispondono affatto allo stile esterno dell’edificio e possono paragonarsi ad un rattoppo di buon tessuto, ma di diverso colore, su di una stoffa di pregio.

La Chiesa di S. Benedetto, così a nuovo rimessa, dopo i restauri durati un ventennio, fu inaugurata solennemente, con l’intervento di tutto il clero della regione, di vari Vescovi e del Card. Vincenzo Vannutelli, il 27 Settembre del 1896.

Il Campanile, alto cinquantatre metri, fu ricostruito più tardi, venendo compiuto nel 1914, ma mentre in origine si ergeva sul fianco destro della Chiesa, su di una stessa linea con la facciata principale, la ricostruzione si effettuò invece posteriormente, sul lato sinistro della nuova abside.

Sostennero l’ingente spesa di tutti i lavori suddetti, il Capitolo, le Confraternite, il Gualdese Mons. Roberto Calai e qualche altro privato benefattore. Finalmente la Chiesa di S. Benedetto venne elevata alla dignità di Cattedrale, con Decreto Pontificio del 2 Gennaio 1915 e fu poi riconsacrata dal Card. Oreste Giorgi il 16 Agosto 1924, in occasione delle grandi feste indette nel VI Centenario della morte del Beato Angelo.

La facciata principale del Tempio, dichiarato edificio monumentale, per la sua architettura rappresenta il periodo di transizione, fra lo stile Romanico e il Gotico. E’ fatta di pietre bianche finamente levigate e squadrate, e termina a timpano, con una breve gronda, sorretta da piccole mensole. Ha tre porte a tutto sesto, di cui la centrale, che è la maggiore, è ornata con colonnine a spirale e con capitelli maestrevolmente intagliati ed alle tre porte sovrastano tre grandi finestroni circolari, dei quali il maggiore mediano, è tutto uno stupendo lavoro di scultura, essendo occupato da trenta bellissime colonnine variamente foggiate, disposte in doppio ordine concentrico e convergenti su di un rosone centrale. Trovandosi ridotto in cattive condizioni, subì un completo restauro durante l’anno 1918.

Nell’interno esistevano un tempo antichi, numerosi e pregevoli affreschi, ma per le molteplici modificazioni apportate all’edificio, l’un dopo l’altro, andarono completamente distrutti. Uno solo ne

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resta, in corrispondenza del Matroneo, sopra la seconda Cappella di destra. Di oggetti d’arte antica, la Chiesa conserva oggi nella Sagrestia, su di uno speciale Altare, un ricco e grandioso tabernacolo in legno, diligentemente scolpito e dorato, opera del XVI secolo. Ma ancor più pregevole è la splendida Croce Processionale, tutta cesellata e balzata in argento, ricca di dorature, con fondi ornati a smalti verdi, gialli, bianchi e violetti. In una delle due facce, nel centro della Croce, vi è il Crocefisso a tutto rilievo, con sopra il Pellicano, e nelle testate, ad alto rilievo, le mezze figure dei quattro Evangelisti con i loro simboli. Nella faccia opposta, nel centro sta il Redentore benedicente tra Serafini in smalto, e nelle testate, sopra il Padre Eterno, sotto S. Romualdo, ai lati S. Benedetto e S. Scolastica. Sul margine della Croce, gira un elegante fregio, con dei globi messi ad ornamento negli angoli. In una cartolina, a caratteri Gotici smaltati in nero, leggesi: + Hoc opus fecit fieri Dominus Iohannes de Saxo Ferrato Abbas Monasterii S. Benedicti de Gualdo Anno Domini MCCCLXXXI. Alcuni Autori, tra i quali Alessandro Alfieri, errarono leggendo in quest’ultima data, l’anno 1481. Questo ricchissimo e raro lavoro di oreficeria, è da alcuni attribuito alla scuola degli orafi Senesi, da altri a quella del Perugino Paolo Vanni. (1)

Le attuali pitture che adornano tutto l’interno del Tempio, come quelle della Cripta del Beato Angelo, furono compiute dal pittore Ribustini di Perugia nel 1924.

II. Chiesa di S. Donato in Gualdo Tadino.

Nel capitolo destinato ai Monaci dell’Ordine di S. Benedetto in Gualdo Tadino, narrammo come, primitivamente, l’Abbazia di S. Donato esistesse lungo la riva del Feo, nella località in cui attualmente trovasi il sobborgo cittadino denominato Valle di Sopra. Quivi appunto, annessa al Monastero, sorse in origine la prima Chiesa di S. Donato, della quale nulla assolutamente sappiamo, all’infuori della notizia, che vi furono cioè sepolti nel 1237 i corpi combusti dei Gualdesi periti nell’incendio e nella distruzione del primo Gualdo che sorgeva a Valdigorgo, come già diffusamente narrammo, quando si trattò delle origini della nostra città.

Intorno alla metà del XIII secolo, i Monaci Benedettini trasferirono entro le mura di Gualdo la loro sede e con la nuova Abbazia di S. Donato eressero l’attuale omonima Chiesa. L’anno di fondazione di quest’ultima, è indicato sul capitello destro della porta laterale della Chiesa stessa, dove è incisa la seguente gotica iscrizione, con lettere assai rozze e di difficile lettura :

ANO. DNI. MILLECCLV. tp. AL. IIII

(1) A. Peratè: l’ Exposition d’Art Religieux a Orvieto (In Gazette dex Beaux Arts. Paris 1896) – U.GNOLI: L’Arte Umbra alla Mostra dì Perugia. Bergamo 1908. pag. 64.

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vale a dire:
Nell’anno del Signore 1255, a tempo di Papa Alessandro IV.

Come per la primitiva Chiesa di S. Donato, così dei primi tre secoli di vita di questa seconda, poco o nulla sappiamo. Il documento più antico che ad essa si riferisce consiste in un testamento, con servato fra le pergamene dell’Archivio Comunale di Gualdo, mediante il quale tal Giovanni di Ventura di Acquittolo, il 4 Aprile 1288, lasciava tra l’altro un legato di venti Soldi Cortonesi, alla nostra Chiesa di S. Donato.

Cominciamo ad averne dettagliate notizie dopo la metà del Cinquecento, da quando cioè il Concilio di Trento, istituì le Visite Pastorali o Diocesane, i di cui Atti, negli Archivi Vescovili, sono oggi per noi preziose fonti di Storia Ecclesiastica. Sin dalle sue origini la Chiesa di S. Donato fu amministrata dall’Abbate Monastico della Badia annessa e, sin da quell’epoca, ebbe per certo funzioni Parrocchiali. Godette anche del titolo di Priorato ed estese la sua giurisdizione in modo da comprendervi il villaggio di Rigali con la locale Chiesa di S. Pietro. Nella prima metà del XV secolo, come già si disse trattando dell’Ordine dei Monaci Benedettini in Gualdo Tadino, la Badia di S. Donato fu ridotta a Commenda Abbaziale e la Chiesa omonima passò allora, dalla dipendenza degli Abbati Monastici, a quella degli Abbati Commendatari. Anche costoro provvedevano al mantenimento della Chiesa di S. Donato, alla quale il Comune di Gualdo, a titolo di decima, sin dai primi del Cinquecento, pagava ogni sei mesi, due Bolognini, nove Soldi, ed un Denaro. (1)

Gli Abbati Commendatari nominavano il Parroco, che doveva essere poi approvato dal Vescovo. La nomina di questo Parroco, nonostante l’esistenza dell’Abbate Commendatario, si effettuava perché la Badia o Priorato di San Donato, per Decreto della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari, in data 14 Gennaio 1634, confermato da Urbano VIII con Breve del 30 Decembre 1635, non figurava effettivamente come Beneficio Parrocchiale o Residenziale, ma quale Beneficio semplice.

Il Parroco suddetto, doveva celebrar Messa ogni giorno nella Chiesa di S. Donato, sull’Altare Maggiore e disimpegnare nella Parrocchia le ordinarie mansioni parrocchiali, ricevendo per suo stipendio quattro Rubbi di grano ed una percentuale su i diritti che spettavano all’Abbazia, per i defunti che si tumulavano nella Chiesa. L’Abbate Commendatario, nominava inoltre un Cappellano Coadiutore del Parroco, per la Chiesa di S. Pietro in Rigali, dove doveva andare a celebrare Messa ogni giorno festivo e compiere in quel villaggio tutte le altre funzioni spettanti al Curato, non essendo tenuta l’Abbazia a mantenervi un Cappellano di residenza, e ciò per Decreto della S. Congregazione del Concilio, in data 19 Gennaio 1641. Questo Cappellano Coadiutore, era stipendiato dall’Abbate

(1) Arch. Comunale di Gualdo : Libri dei Consigli, anno 1506. c. 54 – Raccolta delle pergamene. Secolo Xiii. N°. 101.

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con tre Rubbi e mezzo di grano ed un barile di mosto. Egli poi riceveva la cera residuata dai funerali pei defunti del villaggio di Rigali, detrattane una quarta parte che spettava alla Confraternita del Sacramento di detto villaggio. La cera che il Coadiutore percepiva, non rimaneva però di sua proprietà, ma doveva adoperarla durante le Messe che celebrava nella Chiesa di S. Pietro. Questo Cappellano Coadiutore, aveva inoltre l’obbligo di partecipare ai Vespri indetti nella Chiesa di S. Donato ed in questa dire Messa in tutti i dì feriali, ma restava esonerato da quest’ultimo obbligo in quei giorni feriali in cui, per speciali circostanze, avesse dovuto contemporaneamente celebrare anche nella Chiesa di S. Pietro in Rigali.

L’Abbate Commendatario, nominava poi anche un altro Cappellano Coadiutore del Parroco di S. Donato, il quale avrebbe dovuto compiere, in aiuto del Parroco stesso, le solite incombenze parrocchiali, insegnar la Dottrina Cristiana e celebrare anche esso la Messa ogni giorno nella Chiesa dell’Abbazia sull’Altare Maggiore. Questo secondo Coadiutore, percepiva come compenso, nel Seicento, sei Scudi e nel secolo seguente due Rubbi di grano.

Finalmente l’Abbate Commendatario nominava un Chierico ed un Organista, stipendiati rispettivamente con un rubbia e mezzo e con cinque Coppe di grano annue.

Quando, nella fine del Settecento, la Chiesa di S. Donato con la annessa. Abbazia e con tutti i suoi possessi, passò dalla dipendenza degli Abbati Commendatari a quella del Seminario di Nocera Umbra, quest’ ultimo ridusse il personale della Chiesa al solo Parroco assistito da un Chierico, la qual cosa suscitò numerose proteste da parte dei Parrocchiani, che vedevano così ridotta l’officiatura del loro Tempio. Tale agitazione si protrasse per moltissimi anni, tanto è vero che persino nel secolo seguente, ricorsero più volte i Parrocchiani a Papa Pio IX per ottenere giustizia.

Quasi nulla sappiamo degli altari di questa Chiesa prima della fine del Cinquecento; è soltanto a nostra conoscenza che, tra gli altri, nel 1474 vi era un altare de Bono Anno e nel 1485 un Altare del Crocefisso. Dalla Visita Apostolica praticata dal Vescovo di Ascoli Mons. Camagliani, il 1 Novembre 1573 nella Chiesa di S. Donato, nonché da altri documenti, risulta poi che trovavansi allora in essa, oltre l’Altare Maggiore, un Altare, di S. Lucia, uno di S. .Mattia, uno di S. Giovanni Battista ed uno di S. Biagio; e dalla Visita Pastorale del 1673 apprendiamo l’esistenza nella Chiesa anche di un Altare di S. Egidio e S. Francesco di Paola. (1)

Sull’Altare Maggiore, oltre la già indicata Messa che vi celebrava il Parroco ed il suo Coadiutore, vi s’indiceva un Officio generale, con distribuzione di torta e vino al popolo intervenuto, il 7 Agosto, festa

Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile, dal 1464 al 1499. Fasc. XII, c. 14; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, dal 1484

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di S. Donato Vescovo e Martire, la di cui immagine, dipinta su di una grande tela, nel Settecento ammiravasi ancora sopra lo stesso altare. Varie Messe vi si celebravano il 26 Agosto, anniversario della Consacrazione della Chiesa stessa, con dono di altra torta e di due boccali di vino ai preti celebranti, ed altre Messe, con la solita offerta di torte e vino ai Sacerdoti, nell’ultimo giorno dell’anno. Finalmente su questo Altare Maggiore, si doveva dire Messa nella terza feria dalle Rogazioni ed in occasione della festa di S. Gregorio, i quali oneri vi erano stati trasferiti con il titolo e con le rendite dalla diruta Chiesa di S. Gregorio della Cava, della quale più avanti tratteremo. Il Vescovo di Ascoli su nominato, durante la sua Visita Apostolica, trovò inumata ed esposta al culto nell’Altare Maggiore, la salma di un Beato Marco, ma non essendo stato costui regolarmente canonizzato, ordinò la soppressione di tale culto abusivo e la tumulazione di quella salma in una delle tombe comuni esistenti nel pavimento della Chiesa. Però tale ordine non venne certamente eseguito, poiché il Vescovo di Nocera Mons. Pier Benedetti, durante la Visita Pastorale del 1597, dovette emanarne uno consimile. L’attuale Altare Maggiore, altro non è che l’antico Altare della soppressa Chiesa di S. Agostino, opera monumentale che descriviamo nel Capitolo ad essa Chiesa riferentesi.

L’Altare di S. Lucia, ancora esistente, fu eretto nel XVI secolo da un tal Giovanni Rossi e poi seguitò ad appartenere a questa famiglia Gualdese che ancora ne era proprietaria nella seconda metà del Settecento, e che usava farvi celebrare annualmente due Offici di più messe, l’uno nella vigilia, l’altro nella festa di S. Lucia, cioè il 13 Decembre. Un membro di questa famiglia, tal Giambattista Rossi, lasciò un Legato, con strumento rogato dal Notaio Bonifacio Scampa nel 1644, per la celebrazione in detto altare di quattro Messe ogni anno. Altre quattro Messe annue vi si dovevano celebrare per Legato di un abitante del villaggio di S. Pellegrino, come da rogito del Notaio Girolamo de Magistris. Sull’altare in discorso, esiste ancora un grande quadro in tela raffigurante la Madonna con S. Elena Imperatrice e S. Lucia Vergine e Martire. L’altare suddetto, originariamente in Corna Evangeli, nel 1922 fu trasferito, con il quadro descritto, al posto di altro altare, come ora vedremo, sin dall’antico intitolato a S. Mattia che gli stava di fianco. In sua vece, nella stessa epoca, sorse l’attuale altare dedicato alla Madonna di Lourdes, con statua della Titolare.

L’Altare di S. Mattia qui sopra nominato, può dirsi fosse uno dei più vetusti, forse dei primitivi altari del Tempio. In esso era stata fondata una Cappellania, i beni della quale trovo nominati in un rogito del 20 Agosto 1467. Vi era stato trasferito anche il titolo di un altro vecchio altare della Chiesa di S. Donato demolito nel XVI secolo, cioè l’altare di S. Angelo. Ma alla sua volta, dell’Altare di S. Mattia fu ordinata la demolizione nel 1610, ed il suo titolo, con quello annesso di S. Angelo, fu portato in un altro altare del Tempio, cioè in quello di S. Giovanni Battista, insieme alle rendite dei rispettivi benefici, consistenti nel fruttato di sei terreni e con

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l’onere di una Messa al mese per ognuno dei due titoli, più un Officio di varie Messe nella festa di S. Mattia. (1)

Molti anni dopo, al suo posto, sorse l’Altare di S. Maddalena dei Pazzi, fornito di un grande quadro in tela rappresentante la Santa Titolare in atto di essere rapita in estasi. Questo altare viene ricordato per la prima volta negli Atti della Visita Pastorale eseguita in Gualdo l’anno 1670; nella precedente Visita del 1663 non se ne parla. Probabilmente fu quindi eretto nell’intervallo tra queste due date. Sin dal principio fu di proprietà della famiglia Balducci, che lo provvedeva e manteneva di tutto il necessario e vi faceva celebrare un Officio di cinque Messe, il 27 Maggio, festa della Santa Titolare, più due Messe nella festa di S. Maria Mad dalena. In seguito, per via ereditaria, passò dai Balducci alla famiglia Cristiani di Fabriano, con tutti i suoi oneri e diritti. Anzi, la famiglia Cristiani, per un periodo di tempo, aveva dato incarico della cura dell’altare alla famiglia Sillani di Gualdo. Su di esso, da una Patrizia Romana, era stata istituita una Cappellania, con l’obbligo per il Cappellano d’una Messa quotidiana, la quale poteva però esser celebrata anche in qualsiasi altra Chiesa al di fuori di quella ove aveva sede la Cappellania, le di cui rendite consistevano in quarantacinque scudi annui. Nell’Ottocento, questo altare era conosciuto col nome di Altare delle Reliquie, conservandosi su di esso i Reliquari della Chiesa. Nel 1914, in occasione di grandi restauri subiti, come vedremo, dalla Chiesa di S. Donato, fu sostituito dall’Altare di S. Luigi Gonzaga ed ornato con la statua di questo Santo. A sua volta nel 1919, scomparve anche l’altare dedicato a S. Luigi, per far posto, come si è detto, a quello di S. Lucia che vi esiste tuttora.

L’Altare di S. Giovanni Battista apparteneva all’omonima Con fraternità Gualdese che vi aveva stabilito la propria sede e lo manteneva di tutto il necessario. Su questo altare, l’Abbate di S. Donato, doveva durante l’anno celebrar Messa per conto della Confraternità, nel modo che indicheremo quando si tratterà di quest’ultima. Per tale Officiatura e per un Oratorio con casa di abitazione appartenente all’Abbazia e attiguo alla Chiesa, concesso in uso alla Confraternita di S. Giovanni, questa pagava ogni anno all’Abbate Commendatario di S. Donato un canone di una libbra e mezza di cera bianca. Su questo altare, che anche oggi funziona, in una nicchia scavata nel muro, esiste un buon affresco Cinquecentesco rappresentante S. Giovanni Battista in atto di battezzare Cristo, S. Giovanni Evangelista e sopra ad essi il Padre Eterno benedicente circondato da Angeli.

L’Altare di S. Biagio, sin dalla seconda metà del Cinquecento, figura come appartenente alla famiglia Gualdese Feliciani, anzi Mons. Porfido Feliciani, che fu anche Vescovo di Foligno, v’istituì nel 1619, una Cappellata avente, come fondo, un censo di trecento

(1) Arh. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile, dal 1466 al 1499. c. 200t.

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scudi, con la rendita dei quali si dovevano celebrare in detto altare quattro Messe ogni settimana, numero che fu in seguito diminuito dal Vescovo di Nocera Mons. Chiappe, con decreto del 17 Aprile 1728. Su di esso, nel Settecento, esisteva un quadro in tela che recava dipinti S. Biagio Vescovo, S. Pietro Apostolo e S. Carlo Borromeo. Vi si faceva festa, con la lettura di più Messe, il 3 Febbraio, giorno dedicato al Santo Titolare. In tale occasione, i fedeli usavano portare all’altare dell’olio, perché fosse benedetto dal Celebrante, olio che si riteneva divenisse dopo ciò miracoloso, se adoperato per unzioni in gola negli ammalati di Angina. Tra la fine del Seicento e il principio del Settecento, in questo altare furono trasferiti il titolo, beneficio ed oneri della diruta Chiesa di S. Agnese, della quale in seguito tratteremo, titolo già precedentemente trasferito nella Chiesa di S. Chiara. Gli oneri del beneficio di S. Agnese, consistevano in quattro Messe da celebrarsi il 21 Gennaio, festa della Santa. Il trasporto del titolo di S. Agnese nell’Altare di S. Biagio, apportò a questo alcune modificazioni: Anzi tutto, insieme al quadro su descritto, vi fu collocata un’antica icona con l’effigie di S. Agnese Vergine e che probabilmente altro non era che l’antico quadro già esistente sull’altare della omonima diruta Chiesa. Forse per questo, l’Altare di S. Biagio lo troviamo in seguito qualche volta ricordato col nome di Altare di S. Agnese. E oltre a ciò avvenne che, quando nell’Altare di S. Biagio fu trasferito il titolo e beneficio in discorso, l’onere di mantenere l’altare, onere sino allora sostenuto dalla famiglia Feliciani, fu assunto invece da chi riceveva l’investitura del titolo e beneficio di S. Agnese. Nel 1914, in occasione dei restauri suddetti, l’Altare di S. Biagio fu dedicato alla Vergine e ultimamente, nel Novembre 1927, a S. Rita da Cascia, adornandolo altresì con una statua della Santa Titolare.

L’Altare di S. Egidio e S. Francesco di Paola, compare negli Atti di Sacre Visite l’anno 1673, con l’indicazione noviter constructum. Era stato infatti eretto poco prima, dal Sacerdote Gualdese Giovanni Angelo Sillani e poi rimase quale proprietà della sua famiglia, che vi faceva celebrare un Officio di più Messe nella festa dei Santi suddetti e provvedeva l’altare di tutto l’occorrente. Su di esso trovavasi un quadro in tela rappresentante S. Antonio da Padova, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1718, ordinò che fosse sostituito con altro quadro recante le immagini dei due Santi Titolari. Questo altare scomparve poi dalla Chiesa in epoca imprecisata. Al suo posto, nel 1922, fu trasportato quello della soppressa Chiesa di S. Andrea, che esisteva in Gualdo nel Quartiere di Porta S. Benedetto, altare fornito di un grande dipinto su tela, che descriveremo nel Capitolo che in seguito verrà da noi dedicato alla stessa Chiesa di S. Andrea.

Dopo avere dettagliatamente descritto i diversi altari della Chiesa Benedettina di S. Donato, daremo qui appresso, in forma schematica, la disposizione che, nel Tempio medesimo, avevano tutti gli altari suddetti:

371 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Altare Maggiore
.
A. di S. Lucia
A. di S. Giovanni Battista

oggi della Madonna di Lourdes
A. di S. Mattia

A. di S. Biagio
….
poi di S. Maddalena dei Pazzi
…..
poi della Vergine
poi delle Reliquie
oggi di S. Rita da Cascia

poi di S. Luigi Gonzaga

oggi di S. Lucia Porta

Porta d’ingresso Laterale
A. di S. Egidio e S. Francesco di Paola

oggi di S. Andrea
Porta d’Ingresso Principale
La Chiesa di S. Donato, pare che originariamente fosse stata tutta coperta da volta; ma certo in uno dei frequenti terremoti che colpirono la nostra regione, la stessa volta dovette crollare, fatta eccezione per la parte sovrastante all’abside, venendo subito dopo il crollo sostituita da una rozza travatura, che vi rimase sino all’anno 1914. Infatti, in quest’anno, fu ricostruita l’attuale volta, vennero aperti sul fianco dell’edificio alcuni brutti finestroni circolari, e si modificò completamente l’interno del Tempio, sostituendo, tra l’altro, i pregevoli altari Seicenteschi di legno scolpito e dorato che vi si trovavano e che furono allora venduti, con dei volgari lavori di stucco, scomparsi alla loro volta nel 1922, quando cioè nella Chiesa di S. Donato furono trasportati gli attuali altari, anch’essi Seicenteschi, dalla soppressa Chiesa di S. Agostino. In occasione dei restauri suddetti, tornarono alla luce, ma per poco tempo, alcuni degli antichi affreschi, che nascosti dal bianco di calce, ricoprivano completamente le pareti della Chiesa sin dal XIV secolo, affreschi che nel 1746, erano ancora completamente conservati e ben visibili sulla volta dell’abside. Ma purtroppo, gli affreschi ritornati in luce, non furono potuti conservare per le esigenze dei lavori di restauro.

L’altissimo campanile, a forma di torre, che sin dalla sua origine possedeva la Chiesa, crollò pel terremoto del 1751 e la cella campanaria venne subito alla meglio ricostruita in mattoni come al presente si vede. Il campanile era fornito di cinque campane: Di queste, la più antica, portava l’iscrizione « Sancte Donate ora pro nobis. A. D. MCCCCXXXIII ». Questa campana più non esiste. Al suo posto ve n’è un’altra, che non mostra alcuna data o consimili indicazioni circa la sua origine. La seconda era stata fatta eseguire dall’Abbate Commendatario Costantino Balducci, esiste ancora e reca infatti le parole « Tep. Ab. Balduccii A. Jubilei MDCLXXV». Altre due campane erano state fatte rifondere dagli Abbati Commendatari Domenico Salvetti e Facondino Scaturzi, rispettivamente negli anni 1658 e 1719. Di queste due campane la prima esiste ancora, l’altra fu sostituita, non sappiamo perché, con una nuova che porta la data della sua fusione, 1858. La quinta infine consisteva in una piccola campana, che serviva ad accennare l’uscita del Sacerdote per la celebrazione della Messa; vi permane anche attualmente e vi si legge la data 1585.

L’attuale Sagrestia fu fatta costruire dal su ricordato Abbate Balducci intorno al 1675. In essa era conservato il ricco Archivio Abbaziale,

372 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

oggi andato completamente disperso. Sul pavimento del Tempio si aprivano cinque tombe, delle quali una apparteneva alla famiglia Feliciani ed un’altra alla famiglia Rossi. Ma dovette nel Cinquecento possedere anche, cosa non comune, un vero e proprio Camposanto, poiché esiste un rogito notarile dal quale risulta che, poco prima del 1508, Mariolo di maestro Francesco e Pietro di maestro Giacomo, muratori Lombardi, avevano assunto ad coptimum, la costruzione del Cimitero annesso alla Chiesa di S. Donato, per il prezzo di settanta fiorini. (1)

Di opere d’arte non contiene attualmente la Chiesa, che una pregevole Croce Abbaziale di argento e metallo dorato, la quale per certo appartiene alla seconda metà del secolo XV. Ha nel diritto il Crocifisso e nelle quattro formelle, in basso un Vescovo, in alto il Pellicano, a destra il Bue, ed a sinistra il Leone. Sul rovescio porta nel centro il Padre Eterno, nelle formelle laterali le mezze figure della Vergine e di S. Giovanni, in quelle superiore e inferiore, due altri dei soliti simboli degli Evangelisti. Come si vede da questa descrizione, le figure delle formelle laterali del diritto sono state per sbaglio portate sul rovescio e viceversa, ciò forse durante qualche restauro. Sotto il Padre Eterno leggesi:

OPVS. | FECI | T.VP | ZV | SF I DF

III. Chiesa di S. Francesco in Gualdo Tadino.

Nel Capitolo riguardante i Frati Minori Conventuali ed il loro Convento in Gualdo, si disse come la prima Chiesuola dei Francescani, intorno al 1219, sorgesse attigua al loro primitivo Convento, che esisteva nell’antico Gualdo di Valdigorgo distrutto l’anno 1237. Ma di questa Chiesuola od Oratorio che dir si voglia, effettivamente null’altro sappiamo oltre le poche notizie già datene. Si narrò anche che, circa il 1241, i Frati Minori trasferirono la loro sede in un secondo Convento entro la nuova città di Gualdo e fu appunto in tale occasione che eressero l’attuale Chiesa di S. Francesco. Anche di questa, come si è detto per le due precedenti Chiese, ben poche notizie ci restano prima della seconda metà del Cinquecento, sino a che cioè cominciarono ad effettuarsi le Visite Pastorali decretate dal Concilio di Trento. Così sappiamo che Papa Nicolo IV, con Breve dato ad Orvieto il 5 Aprile 1291, si degnava elargire speciali indulgenze, a favore della Chiesa dei Frati Minori di Gualdo. Ci è noto anche, che questa fu consacrata il 1 Maggio 1315, col concorso di vari Vescovi, tra i quali quelli di Cagli, Perugia, Jesi, Nocera, Assisi, Gubbio e Città di Castello, che concessero in perpetuo quaranta giorni d’indulgenza a chi avesse visitato la Chiesa nell’anniversario della Consacrazione e sua

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli. Anno 1508, c. 5.

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Ottava e nella festa dei S. S. Filippo e Giacomo Apostoli, (1)

Ignoriamo se, contemporaneamente alla Chiesa, fu eretto un campanile, ma se anche ciò avvenne, lo stesso o fu demolito in seguito perché insufficiente, o crollò per effetto di qualche terremoto. Ciò dico perché abbiamo sicuri documenti, che l’attuale campanile fu fabbricato nella seconda metà del Quattrocento. Anzi lo stesso si eresse allora sul fianco destro della Chiesa, proprio in corrispondenza di una grande finestra bifora, che si dovette perciò chiudere, ma che è ancora visibile dall’interno del campanile. Della costruzione di questo, come ho detto, possediamo vari documenti, specialmente consistenti in Legati testamentari fatti per tale opera: Ad esempio, tal Bartolomeo di Nicola del Castello di S. Pellegrino, il 26 Gennaio 1468, lasciava alla nostra Chiesa di S. Francesco « flo renos octo, ad XL, quos expendi debeant in fabrica campanilis diete ecclesie » e similmente tal Caterina del fu Jacopuccio di Luca, anch’essa da S. Pellegrino, il 20 Agosto 1476, assegnava «florenos tres, ad XL, distribuendos pro fabrica campanilis S. Francisci de Gualdo ». In un Atto Notarile del 21 Gennaio 1480, si accenna poi ad un Legato di otto fiorini, fatto da Antonia figlia di Restore di Angelo da Gualdo, « pro fabrica et opere campanilis laci et ecclesie S. Francisci ». In altro testamento, dettato il 3 Aprile 1490 dal Gualdese Lorenzo di Giacomo di Pietruccio di Lollo, costui lasciava un fiorino e dieci bolognini « pro evidenti aconcimine campanilis » della Chiesa di S. Francesco. Finalmente, il 6 Giugno di quello stesso anno, i Frati dell’annesso Convento, pagavano ai maestri Francesco e Giacomo di maestro Frumento, muratori Lombardi, una somma ad essi dovuta « causa et occasione fabricationis campanilis diete ecclesie ». Nel 1492, il campanile doveva già essere compiuto, poiché il 16 Novembre di tale anno, vediamo i Frati del Convento riunirsi in Capitolo, per discutere sul modo di procurarsi il metallo occorrente per la campana. Questa venne infatti fusa poco dopo nel Chiostro di S. Francesco dal maestro Piero da Carpi, ma i manici della campana non sembrarono bastantemente solidi ai Frati, che perciò il 15 Aprile 1493 sottoposero la stessa all’esame di alcuni esperti, tra i quali figura un maestro Sante di Lombardia. E la campana non dovette essere stata allora accettata, oppure poco dopo se ne sentì il bisogno di un’altra, poiché il 31 Luglio 1496, i Frati del Convento stipularono un nuovo contratto con Francesco di Giacomo di Marino da S. Angelo in Vado, per la fusione di un’altra campana Per la Chiesa di S. Francesco. Condizioni principali di questo contratto erano le seguenti: La campana si doveva fondere in Gualdo; il suddetto Giacomo, per il lavoro, avrebbe condotto seco un altro Maestro; ambedue, sino alla fine dell’opera, sarebbero stati alloggiati e nutriti
(1) U. PESCI: I Vescovi di Gubbio (In Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria). Foligno 1919. Vol. IV. Pag. 555 – I. O. Sbaraglia: Bullarìum franciscanum. Tomo IV. Roma 1768. Pag. 243 – L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 90-91,

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nel Convento; il bronzo occorrente sarebbe stato valutato in ragione di quattro bolognini per libbra; il prezzo del lavoro veniva fissato in undici fiorini Marchigiani e se il lavoro non fosse riuscito bene neppure questa volta, il Maestro avrebbe dovuto rifondere la campana a proprie spese. (1)

Per effetto della Costituzione di Papa Innocenzo X del 15 Ottobre 1652 sulla soppressione dei piccoli Conventi, essendo stato soppresso anche quello dei Frati Minori di Gualdo, il Vescovo di Nocera, con Decreto del 2 Ottobre 1653, eresse nella Chiesa di S. Francesco cinque Cappellanie Sacerdotali perpetue, per altrettanti preti secolari che avrebbero dovuto insieme abitare nell’annesso Convento e celebrare ogni giorno la messa nella Chiesa di S. Francesco e praticarvi tutte le altre solite funzioni inerenti al culto. In compenso venivano a questi stessi Sacerdoti assegnati tutti i beni, rendite, usi, e diritti già spettanti al soppresso Convento ed alla Chiesa, con i relativi oneri tra i quali quello di ventisette scudi all’anno da destinarsi per i restauri di quegli edifici, per l’acquisto di cera e per quant’altro poteva essere necessario all’esercizio del culto. Questo nuovo ordinamento del nostro Tempio Francescano ebbe però termine nel 1689, quando cioè i Frati Minori tornarono in Gualdo e ripresero possesso del loro Convento.

La Chiesa di S. Francesco ebbe, sin dall’origine, numerosi altari. Di questi nulla sappiamo prima della fine del Cinquecento. Ci è solamente nota l’esistenza, nella seconda metà del Quattrocento e nel principio del secolo seguente, di una Cappella domini Archiepiscopi de Bentiis, così detta perché già appartenente a questo illustre prelato, di cui narriamo la vita in altra parte della nostra Opera; come pure abbiamo le prove che vi era eretta in quel tempo un’altra Cappella dedicata a S. Paolo, alla quale, con testamento del 13 Giugno 1495, Diana vedova di Bartolomeo di Domenico di Anselmuccio, lasciava tre fiorini affinchè vi fossero dipinte le immagini della Vergine, del Crocefisso e di S. Paolo. (2)

Nei secoli seguenti, oltre l’Altare Maggiore, troviamo in essa l’Altare dell’Assunzione di M. V. anche detto della Trinità, quello di S. Antonio da Padova, quello della Madonna del Carmine, quello di S. Francesco Saverio precedentemente chiamato delle Reliquie, quello dell’Annunciazione di M. V. ed oltre a questi un secondo Altare di S. Antonio da Padova, uno del Crocefisso, uno della Concezione di M. V. ed uno di S. Vincenzo Ferreri. La disposizione di questi altari, nel principio del secolo scorso, era quella che risulta

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Pietro de Benadattis- Anno 1490, c. 26 e 41 ; di Èrcole di Gabriele dal 1470 al 1496, c. 45; dal 1493 al 1496, Fasc. II, c. 27, Fasc. XII, c. 214t; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1479 al 1480, c. 479; di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499, c. 171 e 245.

(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo MUSCELLI dal 1473 al 1527 c. 38 e 164: di Èrcole di Gabriele dal 1493 al 1496, fasc. IX, c. 24.

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dal quadro seguente:

Altare Maggiore
.
A. di S. Vincenzo Ferreri
A. dell’Assunzione di M. V.
…..
o della Trinità
A. della Concezione
A. di S. Antonio da Padova
A. del Crocefisso
A. della Madonna del Carmine
A. di S. Antonio da Padova
A. delle Reliquie
poi di S. Francesco Saverio
A. dell’Annunciazione di M. V.
L’Altare Maggiore, naturalmente era di pertinenza dei Frati del Convento, che lo mantenevano di tutto il necessario e l’officiavano ogni giorno. Per questo altare, nel 1471, il sommo Pittore Folignate Nicolo Alunno dipinse a tempera il grande polittico che oggi si conserva nella Pinacoteca Comunale Gualdese e che il Passavant, il Cavalcaselle, il Frenfanelli e tanti altri insigni cultori di storia critica dell’arte, negli accurati studi che vi fecero, giudicarono essere il capolavoro di quel grande Maestro. Consiste esso in un pentastico con fondo d’oro, suddiviso in quindici quadri senza contare la predella, con circa sessanta figure, largo metri 3.10 e con la massima altezza di metri 5.50, avente le cornici ripiene di ricchi intagli dorati. Nel compartimento mediano ammirasi la Vergine assisa in trono, con il Bambino nudo e in piedi sulle ginocchia, in atto di ricevere da un Angelo un paniere di ciliege, ed il Divino Infante, mentre con la destra ne prende, con la sinistra già ne ha appressate alcune alle labbra, rivolgendo però i brillanti e giulivi occhi alla madre come per interrogarne con lo sguardo la volontà. Il volto della Vergine è divinamente bello nelle sue linee delicate e soavi. Quindici angioletti in gruppo, con la figura più o meno completa e visibile e alcuni dei quali con istrumenti musicali, fanno corona al bel gruppo. Questa raffigurazione della Vergine, fu dall’Alunno ripetuta nel pannello centrale del suo trittico esistente nel Fogg Museum di Cambridge. Nel gradino del trono sta scritto: Nicolaus Fulginas pinxit MCCCCLXXI e al disopra della Vergine, in uno spazio separato, vi è un altro quadro bellissimo rappresentante Gesù deposto dalla Croce, avente da un lato la Madonna che lo abbraccia e dall’altro S. Giovanni che pietosamente gli bacia la mano sinistra. L’espressione del dolore e della pietà, non poteva essere qui più maestrevolmente ritratta. Sopra questo secondo quadro, nell’ovale sagomato che termina in alto lo scompartimento mediano, è effigiato Gesù benedicente. Negli scompartimenti laterali, in basso ed ai fianchi del quadro principale, ammiransi, alla sinistra di chi riguarda, le figure intere degli Apostoli S. Paolo e S. Pietro, in due attigui quadri separati da una colonnina a spirale, ed alla destra quelle di S. Francesco e di S. Bernardino da Siena, disposte come le precedenti. Queste quattro figure sono sormontate da altrettanti semibusti, Pure separati, e cioè: A sinistra prima un Santo munito di arco e freccia (o S. Sebastiano, o S. Eustacchio, o S. Uberto, o S. Secondo) e poi S. Antonio da Padova. A destra S. Ludovico Vescovo e S. Michele Arcangelo. Superiormente, nelle quattro cuspidi, due per lato, che terminano in alto gli scompartimenti laterali, sono dipinti altri

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semibusti più piccoli, rappresentanti, quei di sinistra, S. Cristoforo e S. Chiara e quei di destra S. Stefano con la simbolica pietra, e un santo con la spada, certo S. Giuliano, da alcuni identificato anche con S. Venanzio Martire. Su i due pilastri della cornice, agli estremi laterali del polittico, sono ritratti in piccole proporzioni i dodici Apostoli, sei per lato. Nella predella, al di sotto dello scompartimento centrale, sonvi sei Angeli divisi in due gruppi, tra i quali è teso un festone di fiori, sostenuto agli estremi, in ognuno dei due gruppi da un Angelo, mentre gli altri restano in adorazione, e tra i due gruppi di Angeli ha posto il Ciborio. Sempre nella predella, ai fianchi del Ciborio e al di sotto dei scompartimenti laterali, ammiransi le figure, quasi intere, di dodici illustri Francescani, rappresentati papi, cardinali, imperatori, dottori, sei per lato; ed agli estremi della predella, su i due piedistalli dei pilastri della cornice, è effigiato un putto per parte, in atto di sostenere uno stemma gentilizio che mostra il solo campo rosso. Lungo il bordo inferiore della predella stessa, sono scritti i nomi delle sovrapposte figure di illustri Francescani, nonché la leggenda relativa al Ciborio, e cioè:

PETRUS UREOLI. M. NICOLAUS DELLIRA. B. BONAVENTURA. DNS BELTRANDUS. REX ROBERTUS. ALEXANDER PP. IIIII HI C RECONDITUM EST CORPUS DOMINI NOSTRI IESU CRISTI. INPERATOR COSTATINOPULIT. NICOLAUS PP. IIII D. MACTEUS DAQUAS. M. LANDULFUS. M. ALEXANDER DE ALES. M. ….

(Pietro Aureoli, Nicolò da Lira, Beato Bonaventura, Messer Beltrando, Re Roberto, Alessandro V Papa. Qui è conservato il sacro corpo del Signor Nostro Gesù Cristo. Imperatore di Costantinopoli, Nicolò IV Papa, Messer Matteo d’Acquasparta, Messer Landolfo, Messer Alessandro di Ales, Messer . . . ). Quest’ultimo nome è com pletamente cancellato ed è assai male, poiché il soprapposto quadretto a cui si riferisce, è molto interessante per il fatto che rappresenta un vecchio frate seduto, il quale, per mezzo di occhiali legge un libro che un suo confratello, stando in piedi, gli sostiene aperto davanti agli occhi. E’ questa forse la terza rappresentazione pittorica degli occhiali che sia stata fatta e che esista attualmente, poiché in epoche anteriori, almeno per quanto a me consta, solo il pittore Tommaso da Modena, nel 1352 muniva di occhiali Ugo di Provenza nell’affresco esistente in S. Nicolo a Treviso, ed un ignoto artista Romagnolo, in S. Agostino a Rimini, li poneva ad un portatore del cataletto di Drusiana, nel grande affresco dell’abside, affresco che non arriva al Quattrocento. Pur non possedendosene alcuna prova, pur tuttavia, per l’abbondanza in questo Polittico di figure che rivestono l’abito Francescano, si era sempre creduto anche in passato, che Nicolo Alunno avesse eseguito una così mirabile opera appositamente per la nostra Chiesa di S. Francesco. Ora, in seguito a pazienti ricerche fatte nei nostri Archivi, ho potuto rintracciare un interessantissimo documento in proposito. Trattasi di un Atto notarile rogato nella Sagrestia del nostro Convento di S. Francesco in Gualdo il 17 Ottobre 1471. Con tale Atto, Ser Cipriano di Maestro Antonio da Gualdo, quale Procuratore dei frati del suddetto Convento di

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S. Francesco e Maestro Cristoforo di Benedetto da Gualdo, rilasciavano finale quietanza a Ser Gaspare di Ser Raniero, stipulante per sé e per conto di Corrado di Ser Battista di Ser Francesco di Ser Raniero, tutti da Gualdo, per la somma di dieci Fiorini, in ragione di quaranta Bolognini per Fiorino, somma che era stata lasciata mediante Legato testamentario, da Fiordalisa, vedova di Ser Raniero di Ser Corradino, allo scopo di far dipingere una tavola per l’Altare Maggiore della Chiesa di S. Francesco in Gualdo. Ed i suddetti Cipriano e Cristoforo, facevano ora tale quietanza, dopo essersi assicurati che la somma lasciata da Fiordalisa, era stata versata dagli eredi or ora nominati, a Maestro Nicolo di Liberatore da Foligno « fabricatoris tabule predicte » il quale appariva presente all’Atto confermando personalmente di aver ricevuto, per sua mercede, i dieci Fiorini. Come curiosità storica, ricorderò anche, che esiste il contratto mediante il quale, in data 13 Settembre 1470, Magister Nicolaus pictor egregius de Fulgineo, commetteva al falegname la fattura di quella grande tavola e propriamente a magistro Ioanni Stephani de Montelparo (non Montelupo come in passato si interpretò) «provincia Marchie anconitane », che si obbligava di condurre a termine tale lavoro, secondo il disegno dategli dallo stesso pittore, entro il termine di tre mesi e per il prezzo di ventisei Fiorini. Questo maestro intagliatore, è ben noto nell’arte, poiché nel 1456 eseguiva, con Paolino d’Ascoli, il Coro di S. Maria Nuova in Perugia. (1)

II grandioso quadro ora descritto, restò esposto per lungo tempo all’ammirazione dei fedeli sopra l’Altare Maggiore, sino a che, nel Settecento, per cause ignote, fu trasportato su di un altro altare della Chiesa e propriamente nel secondo altare a sinistra di chi entra nel Tempio.

L’Altare dell’Assunzione di M. V., apparteneva alla Confraternita della SS. Trinità e ne era sede, ed è per questo che spesso è anche ricordato come Altare della Trinità. Su di esso, sin dal Seicento, troviamo collocata una tela del XVI secolo, dipinta ad olio dal Gualdese Bernardo di Geroiamo, rappresentante Maria coronata da Angeli e, prona ai suoi piedi, una folla di Confratelli della Trinità, vestiti dell’abito rosso confraternitale. L’anno 1927, al posto di questa tela, trasferita nei locali della Confraternita, fu collocato un grande quadro in terracotta, con smalti policromi, trasportatevi dalla Chiesa della SS. Trinità esistente sul monte Serra Santa, del quale quadro tratteremo a proposito della Chiesa stessa. In questo altare, si effettuavano numerose Funzioni religiose, che dettagliatamente descriveremo nel Capitolo riservato alla Confraternita suddetta.

(1) Arch. Notarile di Foligno; Rogiti di Jacopo di Luca dal 1465 al 1474, c. 92 – G. B. Cavalcaselle e J. A. Crowe : Storia della Pittura in Italia. Firenze 1902. Vol. IX – S. Frenfanellicibo: Niccolo Alunno e la Scuola Umbra. Pag. 138 e 157 – Le Gallerie Nazionali Italiane. Anno II. Roma 1896. Pag. 191 e seg. – passavant: Tomo I – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Fasc. VIII, c . 37 – R. GUERRIERI: II Polittico di Niccolò Alunno in Gualdo Tadino ed il suo recente restauro. (In Bollettino d’Arte del Ministero dell’Educazione Nazionale. Settembre 1930).

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L’Altare di S. Antonio da Padova, sin dal Seicento, apparteneva alla famiglia Gualdese dei Granella, che lo manteneva di tutto l’occorrente e vi faceva celebrare un Officio di circa quindici Messe nella festa del Santo omonimo ed un altro Officio di cinque Messe in quella di S. Michele Arcangelo, patrono della Città. Sopra di esso, esiste ancora un quadro in tela dipinto ad olio, rappresentante S. Antonio da Padova, S. Michele Arcangelo, il Bambin Gesù ed alcuni Angeli. Il quadro, fatto sullo stile del Guercino, è del XVII secolo e porta lo stemma della famiglia Granella.

L’Altare di S. Maria del Carmine, fu istituito nel principio del secolo XVII. Infatti nella Visita Pastorale del 1607, è indicato come noviter erectum. Su di esso, entro una bella ed assai ricca cornice, fu collocato un grande quadro in tela, dipinto ad olio intorno al 1635, e rappresentante la Vergine di Monte Carmelo, avente ai suoi piedi S. Teresa e S. Simone Stock, Generale dei Carmelitani, nell’atto in cui riceve dalla Vergine stessa lo Scapolare Mariano, emblema dell’Ordine. Questo altare apparteneva alla Confraternita di S. Maria del Carmine, che lo aveva eretto, avendovi la propria sede. La stessa vi faceva celebrare i divini Offici, nel modo che indicheremo quando si tratterà di questa Fraternità.

L’Altare di S. Francesco Saverio, fu eretto nella seconda metà del Seicento dall’Abbate Alessandro Vittori, al posto di un altro più antico, chiamato Altare delle Reliquie, perché su di esso erano conservati ed esposti al culto, i Reliquiari della Chiesa. Era ornato da una grande statua del Santo Titolare. Appartenne, anche in seguito, costantemente alla famiglia Vittori, che lo manteneva di tutto l’occorrente e vi faceva celebrare cinque Messe in ciascuna festa dedicata ai seguenti Santi e cioè S. Francesco Saverio, S. Francesco d’Assisi, S. Francesco di Paola e S. Stefano Martire. Lo stesso Abbate Alessandro Vittori, mediante testamento del 20 Maggio 1713 redatto a Spello, vi istituì inoltre una Cappellania laicale, con Messa settimanale in suffragio dell’anima sua. Tale Cappellania funzionava con la rendita di cinque censi, che complessivamente ammontavano a cinquecentocinquanta scudi. Il Cappellano era nominato dalla famiglia Vittori.

L’Altare dell’Annunciazione di M. V. portava, entro una grande e ricca cornice, un piccolo quadro in tela con la solita rappresentazione della Vergine e dell’Angelo. Su di esso si celebravano cinque Messe all’anno in occasione della relativa festa, per legato fatto nella seconda metà del Seicento, dal sacerdote Paolo Granella. L’onere di queste Messe, che erano celebrate dai frati dell’annesso Convento, nella prima metà del Settecento passò, per via ereditaria, alla famiglia Balducci. Più tardi vi ebbe sede anche una Cappellania della famiglia Amoni.

Un altro Altare dedicato a S. Antonio da Padova esisteva nella Chiesa, da non confondersi però con quello omonimo della famiglia Granella già descritto, mentre invece, quest’ultimo, apparteneva ai frati del Convento. Su di esso era stata eretta una statua del Santo Titolare.

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L’Altare del Crocifisso fu creato e dotato nella prima metà del XVII secolo dal Sacerdote Pietro Ovidi ed aveva l’onere di due Offici all’anno, di quindici Messe ognuno, da indirsi il 15 Marzo e il 16 Settembre, come da Istrumento del Notaio Gualdese Piergiacomo Berardi. Dagli Ovidi, l’altare passò poi alla famiglia Ribacchi.

L’Altare della Concezione di M. V., apparteneva alla omonima Confraternita Gualdese, che vi aveva posto la propria sede. Lo trovo citato per la prima volta l’anno 1509 come collocato presso una porta che dalla Chiesa immetteva nell’antico Chiostro. In quest’epoca era anzi talvolta indicato anche quale Altare di S. Onofrio. Sopra di esso eravi una vecchia tela su tavola, recante l’immagine della Madonna col Bambino. Su questo altare si celebravano numerose Messe ed altre cerimonie religiose, come indicheremo nel Capitolo riservato alla suddetta Confraternita della Concezione.

Finalmente l’ultimo Altare, dedicato a S. Vincenzo Ferreri, non risulta che esistesse prima della metà del Settecento. E’ stato sempre ornato dalla statua del Santo Titolare. Appartenne alla famiglia Caiani, che lo manteneva del necessario e provvedeva alla sua officiatura.

I su descritti Altari della Concezione, della Madonna del Carmine e di S. Francesco Saverio, costituivano delle massicce e barocche costruzioni in gesso, che si ergevano al disopra degli archi delle Cappelle che li contenevano, archi che erano stati perciò barbaramente tagliati per far posto agli altari stessi. Questi ultimi furono però tutti e tre demoliti tra il 1921 e il 1922 e ricostruiti gli archi soprastanti, riportando così le relative Cappelle, alle pure e primitive linee Trecentesche.

La Chiesa di S. Francesco, severo edificio del più puro stile Gotico, subì pel terremoto del 1751, moltissimi danni. Parte dell’altissimo campanile con l’ardita testa piramidale, cadde sopra il Tempio, atterrandone la terza crociera della superba volta Gotica, al posto della quale venne poi ricostruita l’attuale cupola, che non corrisponde affatto allo stile dell’edificio, il disegno del quale è attribuito dal Guardabassi, al celebre architetto Francescano Fra Filippo da Campello, e lo stesso culmine del campanile, venne alla meglio rifatto in mattoni, come è al presente. Per effetto del terremoto, cadde pure la parte superiore della facciata principale, sino all’altezza del gran finestrone circolare mediano, nonché gran parte della facciata sinistra della Chiesa, prospettante la Piazza Vittorio Emanuele, questa seconda facciata ricostruita poi con una rozza muraglia ad intonaco, al posto dei bellissimi muri in pietra bianca, finemente ritagliata, e squadrata, come si usava nel secolo XIV e come si vedono ancora nelle altre parti del fabbricato rimaste intatte. L’ingresso principale del Tempio, con arco acuto trilobato, è tutto un bel lavoro di scultura, che subì radicali restauri nel 1919, essendosi ridotto in pessime condizioni. Nella Cappella che sta a fianco della Sagrestia, esiste un grande lavabo in terracotta, sullo stile di Luca della Robbia, opera Gualdese del XVII secolo in buono stato di conservazione, lavabo quivi

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trasportato dalla Sagrestia stessa, nel 1926. L’interno del Tempio, meno la nuova cupola su citata, è un tipico modello di Chiesa Francescana del Trecento. La volta, ad una sola navata, è divisa in tre crociere sorrette da pilastri, ciascuno dei quali è formato da un fascio di tre colonne unite insieme e corrispondenti ai sovrapposti costoloni delle crociere, che ne sono quasi la continuazione nella volta. Però la terza crociera, con i relativi pilastri, oggi più non esiste, essendo stata sostituita, come si è detto, da una grande cupola dopo il terremoto del 1751. La volta dell’abside è di forma ottagonale, con costoloni divisori superiormente convergenti su di un sol centro, mentre si continuano in basso con altrettante colonnette le quali terminano alla metà della parete, invece di proseguire fino a terra, quasi per lasciar posto agli stalli del sottoposto primitivo Coro Trecentesco. Tutto intorno alla Chiesa gira in alto un ballatoio, a cui si accede mediante due originali scale a chiocciola e sotto il quale si aprono, su i due fianchi del Tempio, le arcate ove sono collocati gli altari.

La luce penetra, oltre che dal finestrone circolare sulla facciata principale, anche da quattro grandi finestre bifore. Queste finestre, delle quali tre trovansi sull’abside ed una sulla facciata laterale destra, erano state chiuse con muratura, alcune totalmente ed altre solo in parte, nei secoli scorsi. Furono riaperte, restaurate e ridotte al pristino stato l’anno 1920. A proposito di queste finestre, piacemi ricordare la seguente annotazione, che trovasi in un vecchio libro di contabilità del Convento di S. Francesco in Perugia, con la data 1456: «Recordo che a dì 24 de agosto, io fratte Urbano, recevè da maestro Xristofano da Gualdo, presente el guardiano del convento, fiorini seie e s. 20 de moneta nova per finesstre de vitrio per lo convento de Gualdo ». Alla quale nota segue l’elenco delle spese fatte da Frate Urbano, per l’acquisto di varie centinaia di occhi di vetro, nonché delle verghette di piombo e dello stagno che occorsero per la costruzione delle vetrate stesse. 11 suddetto fra Cristoforo, ebbe anche frequenti rapporti con il Convento di S. Francesco in Assisi, dove figura in una perizia fatta il 20 Ottobre 1494 per restauri arrecati alle vetrate del massimo Tempio Francescano, come pure lo ritroviamo altra volta in quello stesso Convento, dove era andato a portare dei vasi ed alcuni stemmi di Papa Sisto. Con l’aiuto di documenti del nostro Archivio Notarile, ho potuto conoscere chi fosse costui. Egli fu un frate e custode del nostro Convento di S. Francesco e cioè Fra Cristoforo di Binotto da Gualdo, maestro di teologia e artista nello stesso tempo. Non sarei alieno dall’identificarlo con quel Fra Cristoforo da Gualdo, che nel 1462 vedemmo insegnare Dialettica nell’Universalità Perugina. (1)

(1) Arch. Comunale d’Assisi (Fondo Francescano): Libro delle spese dal 1391 al 1495 e Miscellanea dal 1472 al 1525 – Arch. Comunale di Perugia: Scartafaccio esistente nel Fondo del Convento di S. Francesco, e. 22, 23, 25 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Piero di Mar/ano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1479 al 1480, c. 479; dal 1491 al 1494, ce. 34.

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II pulpito a sinistra di chi entra, del XIII secolo, in pietra e sostenuto da colonne ottagone, con ricchi capitelli e ornato da buone sculture, porta incisa nell’architrave, con caratteri Gotici, la seguente inscrizione :

Nobiles Viri lacobutius Et Dominus Simon De Finaguerre Fecerunt Fieri Istud Altare Ad Honorem XII Apostolorum Qui Orna veruni Ipsum Optimis Paramentis Calice Et Missali Quicunque Hic Celebraverit Oret Pro Eis. Questo Simone di Finaguerra, era ancora in vita nel 1307, come risulta da un documento di quell’epoca. La stessa epigrafe, fa supporre che il pulpito fosse costruito, almeno in parte, con il materiale proveniente da qualche antico altare demolito, a meno che l’altare cui si allude nell’Iscrizione, non fosse esistito invece sotto il pulpito stesso, fra le due colonne che lo sorreggono. (1)

II pulpito di destra, di forma diversa dal precedente, ha le due colonne addossate al muro e sostenenti un architrave che porta incisa quest’altra epigrafe, anch’essa in lettere gotiche e coeva della precedente: Hoc Opus Et Altare Factum Est Ad Honorem Sancti Stephani Pro Quo Domina Marutia Et Filli Eius Dederunt Sexaginta Libras Pro Anima Bartoli Venture Cuius Corpus Hic Inferius Requiescit. Al di sotto di questo architrave e tra le due colonne, vi è una nicchia in cui trovasi la vecchia tomba del Beato Maio. Anche a proposito di questo secondo pulpito, può farsi la supposizione già esposta per il primo.

Altra cosa notevole nel Tempio di S. Francesco è l’Altare Maggiore, costituito da una grande mensa in pietra rossa, poggiante sopra dodici colonnine una diversa dall’altra e di squisita fattura. Già ridotto in pessime condizioni, subì un completo restauro nel 1922.

Nel pavimento, sul lato sinistro, esiste inoltre la lapide del sepolcro commemorativo dell’Arcivescovo Andrea di Pietro dei Benzi, di cui parleremo nella biografia di questo illustre prelato.

Sopra la porta d’ingresso, internamente, ammirasi un affresco attribuito a Matteo da Gualdo, rappresentante S. Giuliano che uccide i genitori, ed ai lati di questa scena principale, due tabernacoli con l’effigi dei S.S. Giovanni Battista e Bernardino da Siena e sotto l’iscrizione seguente: Hoc opus fecit fieri Fiordaliso uxor S. …. i. 1469 die 9 Augusti.

Nello spessore dell’arco della terza Cappella di sinistra vi è un affresco, opera di Matteo da Gualdo, raffigurante Maria con Gesù e S. Francesco. Un S. Bernardino, anch’esso opera di Matteo, vedesi a destra della porta d’ingresso, una sua Crocifissione nell’abside, ed altri affreschi Trecenteschi, riproducenti scene della nascita di Gesù, esistono nella già ricordata nicchia sotto il pulpito di destra.

Un tempo, anche le restanti pareti del Tempio erano tutte coperte di

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII, Num. 129 – Bibl. del Seminario di Foligno : Mss. di DORIO JACOBILLI. Cod. B. VI. 5,c e. 570t.

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antichi e pregevoli dipinti, che barbaramente furono fatti scomparire, nei secoli trascorsi dal pennello dell’ imbianchino e che oggi sarebbe assai ben fatto rimettere in luce.

IV. Chiesa di S. Maria dei Raccomandati in Gualdo Tadino.

Questa Chiesa che nella vecchia suddivisione della Città, veniva compresa nel Quartiere di Porta S. Martino, appartenne, sin dalla sua fondazione, alla Confraternita laicale Gualdese di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone, Confraternita antichissima che, possiamo dire, avesse origine contemporaneamente a Gualdo nel XIII secolo. Noi però troviamo ricordata la Chiesa, per la prima volta, in un istrumento notarile del 1315, con il quale tal Pietruccio di Morico di Compagnolo, vendeva « la casa dove è la chiesa della Fraternità di S. Maria dei Raccomandati». Si nomina poi una seconda volta, in un Atto avente la data 14 Aprile 1326, con il quale il Vescovo di Nocera, concedeva l’erezione di un altare nella Chiesa stessa e dava il permesso di dirvi messa, e finalmente riappare tra i Benefici Ecclesiastici che pagarono alla S. Sede la decima imposta nel 1332 su tali Benefici nel Ducato di Spoleto, da Papa Giovanni XXII per rimpinguare l’esausto tesoro Pontificio. La Chiesa di S. Maria dei Raccomandati, versò la prima rata semestrale di detta decima, il 24 Giugno 1333, in mano a Delayno de Mutina, Notaro del Vescovo di Nocera e Subcollettore del Tesoriere Generale del Ducato di Spoleto, Giovanni Rigaldi. Nei libri delle Collettorie Pontificie, trovasi anzi così indicato cotal pagamento : « Item [habui] ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis …… solvente prò eclesia S. Marie de Gualdo, 9 solidos, 3 denarios cortonenses ». (1)

Verso la fine del secolo seguente, il 29 Gennaio 1494, Diana, vedova di Bartolomeo di Anselmuccio, dettava il suo testamento disponendo fra l’altro affinchè, dopo la di lei morte, là dove sorgeva la propria abitazione, nel quartiere di Porta S. Benedetto, fosse costruita una Chiesa dedicata a S. Nicolo da Tolentino. A tale scopo lasciava anzi la somma occorrente ai suoi fiduciarì Ser Giacomo di Gioacchino, Frate Silvestre di Meo di Pietruccio e Don Marco di Arcangelo, i quali due ultimi avrebbero dovuto celebrar Messa nell’erigenda Chiesa due volte ogni settimana, e tutti e tre avrebbero dovuto anche provvedere affinchè quest’onere di culto, con i beni ereditati dalla testatrice, a vesse effetto anche dopo la loro morte. Disponeva infine che, se tale Chiesa non fosse stata costruita, l’eredità per questo scopo da lei lasciata, sarebbe dovuta andare alla Chiesa di S. Maria dei Raccomandati ed all’Ospedale di S. Giacomo esistente in Gualdo. Non ci consta che la Chiesa di S. Nicolo da Tolentino fosse però costruita, ed è quindi lecito supporre che i beni della testatrice passassero alla Chiesa di S. Maria ed all’Ospedale suddetto.

(1) Biblioteca del Seminario di Foligno: Manoscritti di Dorio e Jacobilli. Cod. A. C. 11, c . 796t – Archivio Vaticano: Collettorie. Vol 225, c. 37 e 3/t.

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A proposito di quanto abbiamo ora narrato, noteremo anche che, in quest’epoca, cioè tra la fine del Quattrocento, ed il principio del Cinquecento, negli Atti del nostro Archivio Notarile, s’incontrano, con grande e straordinaria frequenza, notevoli legati istituiti a favore della Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, e la massima parte di essi si dicono fatti pro acconcimine et fabrica della omonima Chiesa. Tutto ciò fa pensare, che in quell’epoca, la Chiesa stessa abbia subito qualche importante trasformazione o restauro. (1)

Nel Cinquecento, in questa esistevano quattro altari: Quello Maggiore dedicato all’Annunciazione di M. V., l’Altare degli Innocenti, anche detto di S. Giacomo, l’Altare della Concezione, qualche volta chiamato anche di S. Maria, e finalmente l’Altare di S. Giuseppe. Nel Seicento, gli altari si ridussero a tre e cioè l’Altare Maggiore o dell’Annunciazione, l’Altare della Concezione in corna Evangeli e l’Altare di S. Giuseppe in cornu Epistole. Nel Settecento, quest’ ultimo, lo troviamo invece dedicato a S. Antonio da Padova.

L’altare Maggiore, era mantenuto dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati e nel Cinquecento veniva officiato dai Monaci del vicino Chiostro di S. Agostino, tra i quali si sceglieva il Cappellano, stipendiato dalla Confraternita, nel XVI secolo, con dodici scudi ed in seguito con ventidue scudi all’anno e con l’obbligo di celebrarvi Messa quotidianamente all’aurora, salvo un giorno ogni mese. In questo altare si indiceva inoltre un Officio di più Messe nella festa dell’Annunciazione il 25 Marzo, un altro in quella di S. Bonaventura il 14 Luglio, ed altri Offici nella festa dell’Assunzione, in quella di S. Carlo ed in quella di Tutti i Santi. Sullo stesso altare, era collocato un quadro in tela rappresentante l’Annunciazione di M. V., quadro che oggi vedesi invece sulla parete retrostante. Poco dopo la metà del Seicento, alcune pie persone Gualdesi, si riunirono in una Congregazione religiosa avente per scopo l’esercizio di pratiche di pietà e di culto, e per ciò fare istituirono, sull’Altare Maggiore di questa Chiesa, un Oratorio sotto il titolo del Buon Gesù e Maria e sotto la protezione di S. Filippo Neri, gli Statuti del quale furono approvati dal Vescovo di Nocera Mario Montani, con decreto del 24 Marzo 1662. Poco dopo, con Atto rogato dal Notaio Mattia Florenzi, tra l’Agosto e l’Ottobre del 1664, un sacerdote Gualdese, tal Francesco Maria Fabbri, per rendere più prospero questo Oratorio, donò allo stesso una buona quantità di sacri arredi, di paramenti e di mobili e le assegnò la somma di trecento scudi, collocati in più censi, con il fruttato dei quali si doveva provvedere alle spese di culto, dovendosi poi distribuire il residuo agli infermi poveri di Gualdo e sobborghi. Dotava altresì l’Oratorio, di un altro fondo di trecentocinquanta scudi, anche questi collocati in vari censi, con le rendite dei quali l’Oratorio stesso doveva mantenere e stipendiare un proprio Cappellano, avente l’onere di celebrare Messa nel

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1492 al 1498. Fasc. V, c. 3t; di Bernardino di Pietro de Benadattis dal 1476 al 1510. c. 14, 20, 23, 47.

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suddetto Altare Maggiore, tre ore dopo levato il sole, ogni domenica ed ogni altro giorno di precetto, più nelle feste dedicate a Maria Vergine, come pure in quelle di S. Filippo Neri, di S. Michele Arcangelo, di S. Francesco d’Assisi, di S. Maria Maddalena e del Nome di Gesù. Questo sacerdote doveva essere eletto ogni tre anni dal fondatore della Cappellania, e dopo la sua morte, dai di lui eredi. Nella fine del Settecento, l’Oratorio del Buon Gesù e Maria, oltre il fruttato dei censi suddetti, possedeva anche cinque terreni. Un’altra Cappellania fu istituita sull’Altare Maggiore della Chiesa, dal Gualdese Angelo Tera di Francesco, con Atto rogato dal Notaio Cherubino Mattioli il 15 Ottobre 1708, Costui infatti, aveva nominato eredi usufruttuari di tutti i suoi beni. la moglie Margherita Marchetti e la sorella Vittoria Tera, però, dopo la morte di queste, i beni suddetti dovevano servire per la istituzione di una Cappellania laicale senza titolo, avente l’onere di due Messe per settimana, in suffragio dei defunti della famiglia Tera. La nomina del Cappellano, spettava alla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati. Infatti, la moglie del testatore, Margherita Marchetti, mediante Atto del 10 Aprile 1721, rogato dal notaio Guaidese Francesco Grazio Mattioli, istituì la Cappellania suddetta, con l’onere, pel Cappellano, di settanta Messe ogni anno, delle quali una per Pasqua, una per Natale, una il 20 Luglio festa di S. Margherita, una il 15 Gennaio, festa del compatrono Gualdese Beato Angelo.

L’Altare della Concezione, che per la prima volta trovo ricordato in un documento del 16 Giugno 1498, era mantenuto dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, la quale vi faceva celebrare, il giorno 8 Decembre, un Officio di sei Messe, nella festa della Concezione ed un Officio pei defunti nel giorno seguente. Questi Offici dovevano essere disimpegnati da sacerdoti membri di quel sodalizio. Altri due Offici, ciascuno di cinque Messe, la Confraternita stessa vi faceva celebrare nella festa di S. Matteo ed in quella di S. Giacomo Vi si diceva poi spesso la Messa, ex devotione, per volontà dei Confratelli. Su questo altare era collocato il pregevole dipinto su tavola rappresentante la genealogia della Vergine, che oggi si ammira nella Pinacoteca Comunale Gualdese. Al suo posto è collocata presentemente una statua della Madonna della Concezione.

Il terzo Altare, dedicato a S. Giuseppe, era anch’esso mantenuto dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, che vi indiceva, ogni anno, due Offici di cinque Messe ciascuno, uno il 19 Marzo nella festa di S. Giuseppe, l’altro il 20 Maggio, in quella di S. Bernardino e con lo stipendio di un giullo per ogni Messa del primo Officio, e di mezzo giullo per ogni Messa del secondo. Altro Officio di cinque Messe, i Confratelli, vi facevano celebrare il 28 Decembre, nella festa degli Innocenti. Gli stessi Confratelli, vi indicevano poi delle Messe di tanto in tanto, per proprio conto, ad libitum et ex devotione. Su questo Altare, con Decreto di approvazione vescovile del 24 gennaio 1885, fu eretta una Società

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di S. Giuseppe avente lo scopo di praticare e diffondere il culto di questo Patriarca. Persone d’ambo i sessi appartengono a tale Sodalizio, che fa festa nella terza Domenica dopo Pasqua, celebrando anche Messa, per i soci vivi e defunti, il primo Mercoledì di ogni mese. Su questo Altare trovasi al presente una statua di S. Giuseppe.

Il Presbiterio era anticamente chiuso con un cancellata di legno e, sin dai primi del Settecento, il Tempio appare munito di Organo; inoltre, in quel tempo, entrando in esso, presso l’angolo destro sulla parete, trovavasi una Madonna con al disotto una cassetta nella quale si depositavano elemosine destinate a riscattare i prigionieri.

Della primitiva Chiesa, a causa di numerosi restauri e modificazioni, oggi ben poco rimane, fatta eccezione, all’esterno, per una porta con arcata Gotica ed una nicchia dipinta sulla facciata che guarda il Corso ed altra nicchia, pure dipinta sulla facciata principale. Di queste due nicchie, la prima reca la figura della Madonna della Misericordia, oggi ridotta in pessime condizioni; la seconda è tutta ricoperta di buoni affreschi rappresentanti nel fondo la Madonna seduta in trono con il Putto in grembo, ed ai lati S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista, ciascuno avente una pergamena aperta in mano e recante scritto il primo, la solita frase: Ecce Agnus Dei etc. e l’altro le parole iniziali del suo Vangelo. Nello spessore dell’arco formante la nicchia, entro piccoli tondi, tutti circondati da graziosissimi fregi, stanno, in alto, il busto del Padre Eterno, con una mano che benedice e sorreggente il Globo con l’altra; da un lato, il busto di S. Antonio da Padova portante in mano un ramoscello di rose fiorito e dall’altro lato quello di un giovane Santo, con capigliatura liscia e bionda e recante un libro. Sotto quest’ultima figura si legge ancora, una mutila e breve iscrizione: ….. dente ….. ulio II, residuo delle parole SedenteIulio II, apposte a ricordo dell’epoca in cui fu eseguito il dipinto e cioè dal 1503 al 1513. Ad una di queste due pitture, ma più probabilmente alla prima, si riferisce per certo il legato di un fiorino che, con testamento del 16 Giugno 1504, tal Donna Giovanna, figlia del fu Pietro Antonio Fancelli da Gualdo, fece alla Chiesa di S. Maria dei Raccomandati, allo scopo seguente e cioè «pro ornatu et aconcimine cuiusdam Maestatis diete ecclesie versus domum in qua habitat psa testatrix ».(1)

Sempre sulla facciata principale della Chiesa, qua e là sotto l’intonaco appare l’antica cortina in pietra, ma il primitivo portale è scomparso essendo stato più volte rifatto, tra l’altro nel 1617. L’interno dell’edificio poi, nessuna traccia più reca dell’antico stile. L’ambiente, poco tempo prima dell’anno 1731, fu rialzato e munito di una nuova volta sorretta da colonne ed arcate, con una spesa di circa mille e duecento scudi, per opera della Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, che ne aveva dato incarico al Camerlengo
(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1504 al 1506. Fasc. III, c. 123t.

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Don Girolamo Mannelli, che era anche Cappellano della Chiesa. La nuova costruzione fu però completamente devastata dal terremoto del 1751 ed il Vescovo di Nocera diede incarico di restaurarla al Sacerdote Francesco Cellini. Fu allora ricostruita la volta attuale e tutte le pareti interne ridotte architettonicamente come al presente si trovano.

Nel 1906, la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, proprietaria della Chiesa, essendo stata concentrata con R°. Decreto, nella Congregazione di Carità di Gualdo Tadino, la Chiesa stessa passò in potere della Congregazione, che ne assunse di conseguenza anche la manutenzione. Alla Confraternita restò solo il diritto di usare, come pel passato, della Chiesa per le consuete pratiche religiose ed infatti al presente i Confratelli, con i fondi che per spese di culto ad essi rilascia la Congregazione di Carità, vi nominano e stipendiano un Cappellano, con l’obbligo di una Messa nei giorni festivi.

V. – Chiesa di S. Maria Maddalena in Gualdo Tadino.

La Chiesa di S. Maria Maddalena, fu la Chiesa Claustrale del l’omonimo Monastero Benedettino, del quale trattammo a lungo nel Capitolo riguardante quest’Ordine Religioso in Gualdo. Sorse certamente nella prima metà del Duecento con il Monastero stesso, del quale seguì poi quei trasferimenti a cui già accennammo nel Capitolo suddetto, sino a che, l’anno 1375, pose stabile sede nel luogo dove oggi sussiste. Non potremmo però assicurare se, sin da allora, le Monache di S. Maria Maddalena avessero adibito ad uso di Chiesa Claustrale proprio l’ambiente attuale o se, per tale scopo, avessero scelto qualche altra parte del Chiostro. Certo che se, sin da quell’epoca, la Chiesa fu collocata nell’ambiente dove oggi si trova, dovette poi subire, con l’andare del tempo, molteplici modificazioni edilizie, che ne trasformarono completamente il primitivo carattere Trecentesco.

Della Chiesa Claustrale di S. Maria Maddalena, nessuna notizia è sino a noi pervenuta prima della fine del Cinquecento, ed in quest’epoca cominciamo ad averne notizie esclusivamente per mezzo de gli Atti di Sacre Visite praticatevi dai Vescovi che si successero nella Diocesi di Nocera. Da questi Atti risulta che, sin dalla fine del Cinquecento, esistevano nella Chiesa tre altari e cioè l’Altare Maggiore o di S. Maria Maddalena, l’Altare della Concezione di Maria Vergine in Cornu Epistolae e l’Altare della Madonna del Rosario in Cornu Evangeli. In quest’ ultimo, aveva sede l’omonima Confraternita Gualdese, passata in seguito nella Chiesa di S. Benedetto.

Nel principio del Settecento, troviamo l’Altare Maggiore sempre dedicato a S. Maria Maddalena e l’altro in Cornu Evangeli alla Madonna del Rosario, ma quello in Cornu Epistolae, appare invece intitolato a S. Antonio da Padova. Nella fine di quello stesso secolo, l’Altare Maggiore è al contrario consacrato a S. Antonio da Padova,

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quello in Cornu Epistolae a S. Maria Maddalena ed il terzo, in Cornu Evangeli, alla Concezione di Maria Vergine.

L’Altare di S. Maria Maddalena, nel Seicento, era ornato da un quadro in tela raffigurante la Vergine con il Bambino, S. Maria Maddalena, S. Giovanni Evangelista, S. Anna e S. Cecilia.

L’Altare del Rosario, aveva anch’esso un quadro in tela con l’immagine della Madonna del Rosario e l’Altare della Concezione un altro quadro su tela, con la rappresentazione di questo Mistero. Ma quando l’Altare in Corna Epistolae e poi quello Maggiore, come si è visto, furono successivamente dedicati a S. Antonio da Padova, comparve su di essi un nuovo quadro in tela con la figura di questo Santo.

Nella Chiesa di S. Maria Maddalena, sull’Altare Maggiore, le Monache del Monastero, da un apposito Cappellano, normalmente facevano celebrare la Messa tutti i giorni, meno un giorno per ogni settimana, in cui il Cappellano stesso aveva vacanza. Costui, per tale servizio, era retribuito con venti scudi annui ed altri sei ne percepiva quale Cappellano delle Monache. Quest’ultime facevano inoltre dire Messa ogni settimana su uno dei tre altari della Chiesa, in suffragio delle Religiose defunte nel Monastero e con lo stipendio di tre scudi all’anno pel Celebrante. Di più, nel giorno dedicato a S. Maria Maddalena, v’indicevano un Officio di più Messe con il compenso di un giulio per Messa. Nel Settecento, altri Offici di più Messe ciascuno, le stesse Monache, vi facevano celebrare nelle feste della Concezione, dell’Annunciazione, di S. Benedetto, di S. Anna, di S. Scolastica, di S. Francesco da Paola, di S. Giovanni Evangelista; un Officio nella seconda feria delle Pentecoste ed altri il 25 Marzo, nella prima Domenica di Ottobre sull’altare del Rosario, nel mese di Novembre per l’anima di tal Sebastiano Vannini, per le Religiose del Monastero pure di Novembre, e di Luglio in suffragio del fu Giovan Battista Balduini. Oltre a ciò, nella Chiesa si dovevano celebrare durante l’anno, molte altre Messe per effetto di Legati alla stessa fatti da pie persone: Così ad esempio, Mons. Porfirio Feliciani da Gualdo, che morì Vescovo di Foligno, mediante Atto del 20 Febbraio 1618, concesse la somma di trecentoventi scudi in due censi, col fruttato dei quali si sarebbero dovute celebrare, nell’Altare Maggiore, due Messe per settimana in suffragio dell’anima sua e dei suoi congiunti e quest’onere era disimpegnato dal Cappellano della Chiesa. La Monaca Ippolita Vannini, nel XVII secolo, dispose, con un Legato, che si dovessero indire sull’Altare Maggiore, due Offici dei Morti ogni anno e alquanto dopo, nello stesso secolo, l’altra Monaca Maria Arcangela Fregosi, fece un nuovo Legato Per la celebrazione, ogni mese, di due Messe sull’Altare del Rosario in onore della Passione di Gesù Cristo. Inoltre, tale Isidoro Mancia e la moglie Bartolomea, costituirono a favore della famiglia Confidati, un Giuspatronato per la celebrazione di una Messa, ogni mercoledì, sull’Altare della Concezione. Ricorderemo infine che Papa Clemente XII, con Breve dato a Roma il 29 Novembre 1730, concede va ampie indulgenze alla Chiesa in esame. Anche oggi,

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questa viene officiata giornalmente da un Cappellano nominato e stipendiato dalle Monache dell’annesso Monastero, le quali provvedono inoltre a qualsiasi cosa necessaria per la loro Chiesa.

La stessa è munita di un campanile che, a quel che pare, fu eretto nel XVII secolo. Ha una porta esterna per il pubblico ed una interna per uso del Monastero. Sulle sue pareti interne, si aprono delle grate attraverso le quali le Monache possono assistere, non viste, alle funzioni religiose. Sul pavimento, vedesi ancora un antico sepolcro, già destinato alle Benedettine che morivano nel Chiostro. L’annessa Sagrestia fu costruita nel principio del Settecento. La Chiesa è attualmente dotata di due pregevolissime, opere d’arte, consistenti in un Calice ed in una Croce Processionale. Il Calice, opera dell’orafo Duccio di Donato da Siena (primo quarto del Trecento) è di argento dorato, con sei formelle smaltate sul piede, sei scudetti sul nodo, ed altri smalti. Vi si legge l’iscrizione: DUCIUS. DONATI. E SOTI FECIEROT ME: La Croce Processionale, pure in argento e con le solite figure in rilievo, porta le parole: VINCENTIUS. ALBANUS. PRAEP. BRI PP II 1577. Oltre a ciò, tre quadri in tela del XVII secolo, abbelliscono oggi i tre altari della Chiesa. Quello dell’Altare Maggiore, rappresenta il Crocefisso con ai piedi la Madonna Addolorata, S. Giovanni Evangelista e S. Maria Maddalena. In quello di sinistra, cioè in Corna Evangeli, vedesi raffigurato lo Sposalizio di Maria Vergine. Su quello di destra trovasi invece il vecchio quadro che nel Seicento, vedemmo collocato sull’Altare Maggiore e che più sopra abbiamo descritto. Un altro grande quadro in tela, della stessa epoca, esiste nella Sagrestia.

Noteremo infine che, indipendentemente dalla Chiesa ora illustrata, un’ampia Cappella possedevano sin dall’antico le Monache nell’interno del Monastero per loro esclusivo uso privato. Questa Cappella riscontrasi ancora oggi in un ambiente interno del Chiostro e va ricordata, se non per altro, perché contiene un bel Coro in noce, composto di ventidue stalli, tra i quali notevolissimo quello riservato all’Abbadessa, che è ornato da molteplici intagli e da una grande figura di S. Benedetto scolpita nel legno. Su tale stallo, leggasi la seguente iscrizione:
1598. A. T. S. C. L. E. R. A. B. F. F.

VI. – Chiesa di S. Margherita in Gualdo Tadino.

La Chiesa di S. Margherita, rappresentò un tempo la Chiesa Claustrale dell’omonimo Monastero di Monache Clarisse, oggi estinto, e del quale già diffusamente trattammo nel Capitolo riferentesi a quest’Ordine religioso in Gualdo Tadino. Diremo però, sin da ora, che l’attuale Chiesa non è certo la primitiva, quella cioè che dovette esistere annessa al Chiostro sin dalla fondazione di questo, avvenuta intorno al 1328. Tale primitiva Chiesa Claustrale, quasi per certo esistette in quell’ambiente a pianterreno compreso nell’angolo del Monastero prospettante la Porta civica di S. Donato,

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ambiente, sulle pareti del quale, oggi ancora vedonsi vari affreschi del XIV secolo, rappresentanti figure di Santi. L’attuale Chiesa non sappiamo esattamente quando fu costruita. Si potrebbe supporre che venisse eretta intorno al 1453, quando cioè il Vescovo di Nocera Giovanni Marcolini da Fano, ampliò e restaurò il Monastero di S. Margherita, ma accettando tale ipotesi, bisognerebbe anche ammettere, che nel XVII secolo subisse poi radicali modificazioni, e ciò a giudicare dal suo attuale aspetto Seicentesco. E’ certo, ad ogni modo, che notevoli restauri subì nella fine del Quattrocento, poiché possediamo un documento in data 25 Marzo 1493, dal quale si apprende che in quel giorno, il muratore maestro Francesco di maestro Frumento, Lombardo, aveva stipulato con le Monache di S. Margherita un contratto per l’innalzamento della Chiesa omonima e conseguente rifacimento del tetto. (1)

Nessuna notizia ci rimane di questa Chiesa, dopo ciò, sino alla fine del Cinquecento, sino a quando cioè cominciò ad essere ricordata e descritta negli Atti di Sacre Visite, praticatevi dai Vescovi della Diocesi Nocerina. Da questi apprendiamo che già, fin dal XVI secolo, vi esistevano tre altari, e cioè l’Altare Maggiore, dedicato a S. Margherita, e due altari laterali uno dei quali appare dedicato a S. Antonio. Con il principiare del secolo XVII, troviamo che i due altari laterali vanno sotto il titolo l’uno della Concezione, l’altro del Rosario, e tali rimasero sino ai nostri giorni. Sull’Altare Maggiore, sin dal Seicento, esiste un grande quadro in tela rappresentante in alto, su delle nubi, la Vergine tra S. Francesco d’Assisi e S. Antonio da Padova, ed in basso S. Margherita, S. Orsola e S. Maria Maddalena. In questo altare aveva sede una Cappellama o Beneficio, sotto il giuspatronato delle Monache del Monastero, Beneficio fondatevi nei primi del Seicento dal Vescovo di Nocera, Mons. Florenzi, che per tale scopo aveva elargito quattrocento scudi in censi ; altri settantacinque scudi circa, pure in censi, essendo stati dati, per tale scopo, dalle Monache suddette.

II Cappellano, nominato da queste, era pagato con le rendite di tali somme ed aveva l’onere di dire Messa sull’Altare Maggiore tutti i giorni meno uno per settimana. Il suo stipendio nel 1647 era di trentasei scudi all’anno, nel 1682 di trentadue scudi, nel 1704 di ventidue, nel 1718 di diciotto. Oltre a ciò, sull’Altare Maggiore, nel principio del Settecento, venivano annualmente celebrati i seguenti divini Offici : Due Messe settimanali, e cioè il lunedì e sabato, per legato del suddetto Vescovo Florenzi, l’una in suffragio dell’anima sua, l’altra in suffragio delle Monache defunte nel Monastero, un Officio di dieci Messe nella festa degli Apostoli Pietro e Paolo con altro Officio di più Messe nel giorno seguente, un Officio nella festa di S. Margherita il 20 Luglio, otto Messe l’anima di tal

(1) Arch. Notarile di Gualdo Tadino: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1491 al 1494. c. 261.

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Caterina Morroni, come da suo Legato, un Officio di sei Messe il 9 Decembre, per l’anima di Emilio Confidati, un Officio di cinque Messe il 27 Decembre per l’anima di Felice Tera, venti Messe all’anno, in giorni .determinati, per l’anima del Sacerdote Carlo Antonio Puccinelli, che per tale scopo aveva lasciato una certa somma alle Monache, più altre quattro Messe per settimana in forza di altro legato fatto dallo stesso Sacerdote.

L’Altare della Concezione è situato a sinistra della porta d’ingresso. Vi era anticamente una tavola dipinta, raffigurante il Mistero della Concezione; oggi vi esiste un quadro in tela, rappresentante in alto la Vergine con il Bambino in grembo, che poggia sulle nubi ed è incoronata da due Angeli ed in basso una Monaca in atto di preghiera, forse la committente del dipinto, e S. Francesco d’Assisi. A pie del quadro, sotto uno stemma gentilizio, leggesi: D. Belardina Ulivieri ex voto. In questo altare fu eretta una Cappellania, dalla monaca Margherita Frumenti, l’anno 1614 e con la somma di centoventi scudi in tanti censi. Il relativo Atto fu rogato dal Notaio Bonifacio Scampa, molti anni dopo e cioè il 5 Ottobre 1641. Con le rendite della somma suddetta, si doveva celebrare Messa sull’Altare della Concezione, quattro volte al mese e cioè una Messa di lunedì in suffragio dei morti, una di venerdì in onore della Passione di Gesù Cristo, una di sabato in onore della Concezione di M. V. e la quarta in un giorno a volontà del Cappellano, ma in onore di S. Francesco. Susseguentemente quest’onere, per decreto del Vescovo di Nocera Mons. Chiappe, fu ridotto a due sole Messe mensili. Lo stipendio, pel Sacerdote celebrante, era originariamente di cinque scudi e mezzo. Su detto altare si faceva inoltre festa nel giorno della Concezione, cioè l’8 Decembre. Sull’Altare del Rosario, a destra del l’ingresso, esiste sin dall’antico, un quadro in tela raffigurante la Madonna del Rosario con i suoi Misteri. Fu eretto dalla Monaca Girolama Balducci e dalla stessa dotato con una somma di circa ottantasette scudi costituiti in censi, con l’onere pel Celebrante, di una Messa domenicale e con lo stipendio originariamente di otto scudi all’anno, ridotti poi a sei nel principio del Settecento.

La Chiesa di S. Margherita si mantiene anche oggi internamente assai ben conservata nelle sue linee e nei suoi ornamenti puramente Seicenteschi. Così le pareti come la volta, a navata unica, erano un tempo dipinte. A destra dell’entrata, una porta immette nella Sagrestia. Sulle pareti si aprono quattro grandi e ricche grate in legno scolpito e dorato, attraverso le quali le Monache assistevano ai divini Offici.

Ha sul pavimento una sepoltura destinata alle Religiose che decedevano nel Chiostro annesso. L’attuale torretta campanaria, fu eretta sulla Chiesa l’anno 1824 ed ignoriamo se fosse preesistito un più antico campanile.

Nell’interno del Convento le Monache possedevano inoltre un Oratorio per loro uso privato, che .probabilmente è quello stesso ricordato a proposito della Chiesa di S. Paterniano, della quale qui appresso trattiamo.

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VII. – Chiesa di S. Paterniano in Gualdo Tadino.

Ho potuto conoscere l’esistenza di questa Chiesa, solo per averne trovato menzione in un Rogito del nostro Archivio Notarile, dal quale risulta che il 20 Giugno 1492, Padre Francesco de Carnovalibus da Fossombrone, quale Vicario Generale del Vescovo di Nocera, dava licenza alle Monache di S. Margherita in Gualdo, di costruire una camera, ad uso di Oratorio per le stesse Monache, sopra la Chiesa di S. Paterniano, la quale sorgeva fuori delle mura urbane di Gualdo, nel Borgo di Porta S. Donato, oggi chiamato Borgo Valle, e adiacente al suddetto Monastero di S. Margherita. (1)

Nessun’altra notizia abbiamo a proposito di questa Chiesa, della quale sono parimenti ignote le origini e la fine, la quale ultima però dovette avvenire non più tardi della metà del Cinquecento, poiché la Chiesa da S. Paterniano, negli Atti di Sacre Visite conservati nell’Archivio Vescovile di Nocera e che hanno appunto inizio nella seconda metà di quel secolo, mai appare, non dico visitata, ma neppure ricordata dai Vescovi Nocerini.

VIII. – Chiesa di S. Agostino in Gualdo Tadino.

Del Monastero di S. Agostino in Gualdo, già trattammo nel Capitolo riferentesi ai Monaci di quest’Ordine nella nostra città e vedemmo come, sin dal 1288, esistesse il Chiostro suddetto. Possiamo quindi affermare quasi con certezza che, contemporaneamente a questo e tra le sue mura, ebbe origine anche l’omonima Chiesa. Ad ogni modo la Chiesa di S. Agostino sicuramente era già eretta nel 1297, poiché il Torelli nei suoi Secoli Agostiniani, accennando ad un tale Tempio, ricorda una tavola per lo stesso dipinta e propriamente per l’Altare di S. Caterina, da uno sconosciuto artista, dietro commissione di Frate Ambrogio da Gubbio, allora Priore del Convento. Il Pittore avrebbe apposto infatti al quadro la seguente inscrizione: « Hoc opus facilini fuit sub A. D. MCCXCVII tempore prioris F. Ambrosij de Eugubio » più la figura del committente Frate Ambrogio, genuflesso davanti alla Santa Martire. Di tale tavola però non si ha oggi la minima traccia, essendo andata smarrita o perduta. (2)

Sappiamo che, sin dall’antico, in questa Chiesa sorsero, fra gli altri, anche un Altare detto del Crocefisso ed il già ricordato Altare di S. Caterina, su cui, ai nostri tempi, esisteva un quadro in tela raffigurante il Crocifisso tra la Santa Titolare e S. Andrea. Questi due altari appartenevano alle omonime Confraternite Gualdesi, che appunto in essi avevano stabilito le proprie sedi. Anzi, tra i Monaci

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1492 al 1498. Fasc. II, c. 28.
(2) L. TORELLI: Secoli Agostiniani, Bologna 1675. Tomo IV, pag. 772.

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di S. Agostino e le Confraternite suddette, esistevano delle regolari convenzioni per la spartizione delle oblazioni che i fedeli facevano agli altari in discorso. Le due Confraternite possedevano poi, attiguo alla Chiesa e nella cerchia del Monastero, anche un loro privato Oratorio. Nei primi del Seicento, troviamo nella Chiesa di S. Agostino un terzo Altare Confraternitale e cioè quello di S. Monica, qualche volta detto altresì della Beata Vergine, appartenente alla Confraternita femminile delle Cinturate. Era ornato da un quadro su tela rappresentante la Madonna della Cintura con il Bambino, tra S. Agostino e S. Monica e al disotto una folla di fedeli. Su questi tre Altari Confraternitali, si eseguivano svariate Sacre Funzioni, che indicheremo quando si tratterà delle relative Confraternite. Altro Altare era quello di S. Raffaele, avente una bella tela con la figura di questo Arcangelo conducente per mano il piccolo Tobia e all’intorno S. Sebastiano, S. Rocco, S. Giuseppe, S. Nicolo da Tolentino e per sfondo un suggestivo paesaggio. Notevolissimo era poi l’Altare Maggiore, consistente in una grandiosa scultura in legno dorato, avente su di un fianco l’iscrizione che segue: « Hoc Opus Piae Devotionis Ergo Faciendum Curavit R. P. F. loannes Bonfilius Gualdensis Augustinianus A. Iubilei MDCXXX ».

Infine noteremo che, tra gli ultimi dell’Ottocento e il principio del Novecento, ben undici altari eranvi nella Chiesa, disposti ed intitolati nel modo seguente:

Altare Maggiore o di S. Agostino
.
Cappella Ranieri con Altare dedicato a S. Maria di Czestochowa in Polonia

Cappella Confraternitale con Altare dedicato a S. Caterina

Altare del S. Cuore di Maria
A. della Madonna Addolorata
Altare anonimo
Altare dello Spirito Santo
A. Confraternitale del Crocefisso

A. di S. Domenico e S.Tommaso
Altare Confraternitale di S. Maria delle Cinturate
Altare di S. Raffaele
Questa Chiesa, andata in rovina pel terremoto del 1612 e poi ricostruita, venne successivamente assai danneggiata dall’altro violentissimo terremoto del 1751 ed in quest’ultimo disastro, crollò anche il vertice dell’alto Campanile, che non fu più integralmente ricostruito, rimanendo, come è tuttora, tronco a metà. Fu di nuovo restaurata, ma dopo tante manomissioni, la Chiesa, ridotta a tre navate sostenute da sei colonne, perdette completamente le sue primitive e belle linee architettoniche Gotiche, ancora visibili solo in una parte della volta dell’abside. Demaniata, con l’annesso Convento nel 1860, per effetto del Decreto Pepoli, passò al nuovo Governo Italiano, il quale poi nel 1864 con il Convento stesso, la cedette alla Congregazione di Carità di Gualdo, seguitando durante questi passaggi di proprietà, a funzionare regolarmente, e ciò sino al 1922 nel quale anno però, dalla Congregazione suddetta, vi fu

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soppresso il culto divino per potere adibire quell’edificio ad usi profani. In tale occasione, i suoi numerosi sacri arredi, vennero distribuiti qua e là, in altre Chiese del Comune di Gualdo, come pure gli altari, i quali passarono in gran parte, compreso il monumentale Altare Maggiore, nella prossima Chiesa di S. Donato.

IX. – Chiesa di S. Niccolo in Gualdo Tadino.

Non si conosce né da chi né in quale anno venne fondata, ma certo già esisteva nei primi del Trecento, poiché in un antichissimo Codice Liturgico che si conserva nell’Archivio Capitolare della Cattedrale di Gualdo Tadino, tra le orazioni proprie ai Santi le di cui Chiese esistevano in Gualdo nel 1325, trovasi anche un Oratio Sancti Nicolay . Del resto, la stessa architettura della facciata della Chiesa, basterebbe per riferirla a quest’epoca. In pubblici documenti io la trovo però ricordata, per la prima volta, come esistente presso la Porta Civica di S. Donato, in un Istrumento notarile avente la data 30 Gennaio 1468. (1)

Dagli Atti delle Visite Diocesane del 1571 e 1573, sappiamo che la Chiesa costituiva allora un semplice Beneficio Ecclesiastico, avente di rendita in media otto Mine di frumento ogni anno. Dalla Visita del 1605 apprendiamo poi che era sotto il giuspatronato della famiglia Ranieri di Gualdo, la quale vi faceva celebrare Messa nella festa di S. Niccolo.

Nel 1614 sorse, contiguo alla Chiesa e sotto lo stesso titolo, un Monastero di Monaci della Congregazione Silvestrina e così la Chiesa di S. Niccolo divenne la Chiesa Claustrale di tale Monastero.

Oltre l’Altare Maggiore, intitolato a S. Niccolo, ebbe allora anche quattro altari laterali, di tre dei quali conosciamo l’intitolazione e cioè a S. Antonio Abbate, a S. Ugo e a S. Silvestro.

Il sacerdote Gualdese Antonio Coppari, con Atto del 1 Decembre 1617, costituì un censo di trecento Scudi, destinati alla erezione e mantenimento di una Cappellania in uno di questi altari e propriamente in quello di S. Antonio Abbate, appunto spettante ai Coppari, al quale Santo sarebbe stata intitolata, anche la Cappellania. Il relativo Cappellano, doveva essere nominato dall’Abbate del Monastero di S. Niccolo, con preferenza pei sacerdoti membri della famiglia Coppari ed avrebbe avuto l’onere di celebrare in detto altare quattro volte per settimana, di lunedì, mercoledì, venerdì e sabato, più in ogni giorno festivo, ma questi oneri di culto subirono m seguito molteplici cambiamenti. Sull’altare stesso si indiceva altresì un Officio di più Messe nella ricorrenza della festa di S. Antonio Abbate. La Cappellania Coppari, nella prima metà dell’Ottocento, possedeva otto terreni. Nell’Altare di S. Ugo, similmente esisteva una Cappellania, e cioè quella della famiglia Zuccari. La Chiesa di S. Niccolo, seguì poi nelle sue varie

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Gaspare di Raniero 1455-1485. c. 215.

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vicende il Monastero Silvestrino a cui era annessa e del quale già abbiamo parlato. Fu cioè demaniata nel 1860 dal nuovo Governo Italiano insieme al Monastero stesso e l’una e l’altro furono poi dallo Stato ceduti, nel 1864, alla Congregazione di Carità di Gualdo. Questa, nel 1912, trasferì l’Asilo Infantile dall’ex Monastero di S. Agostino, nel Chiostro di S. Niccolo ed in tale occasione l’annessa omonima Chiesa fu definitivamente chiusa al culto, i suoi altari vennero demoliti ed il vasto ambiente fu trasformato in sala di ricreazione per i bambini accolti nell’Asilo.

Nonostante la sua vetustà, nessun’opera d’arte esisteva nella Chiesa. Abbiamo solo memoria che in essa trovavasi un dipinto su tela, del XVII secolo, rappresentante in alto il trasporto della Santa Casa di Loreto ed in basso S. Niccolo di Bari e S. Carlo Borromeo.

X. – Chiesa di S. Maria di Tadino, poi S. Chiara in Gualdo Tadino.

È necessario risalire all’alto Medio Evo, per rintracciare le prime origini di questa Chiesa che, storicamente, è con quella di S. Benedetto, tra le più importanti del nostro Comune. Nel 999, dall’Imperatore Ottone III, venne distrutta Tadino, la città Romana che sorgeva nella pianura a tre chilometri circa da Gualdo. Era sede Vescovile e poco dopo la sua distruzione, nel 1007, il Vescovato venne trasferito nella vicina Nocera. Però il Clero e i Tadinati superstiti, ritornati in seguito nella loro patria desolata, in luogo dell’antica Chiesa Episcopale distrutta, eressero sul suolo dove già sorgeva Tadino, una Chiesa Plebana che dedicarono a Maria Vergine. Vi posero a capo un Arciprete, con tutte le vaste prerogative inerenti in quel tempo ad un simile titolo, e vi istituirono un Fonte Battesimale divenendo così tale Pievania il centro ecclesiastico di tutta la circostante regione. Nelle nostre vetuste cronache medioevali, ad esempio nell’Historia antiquae civitatis Tadini e nel così detto Lezionario della Chiesa di S. Facondino, come pure in una Cronaca Umbra del Convento di S. Francesco di Assisi, tutte scritte nel XIV secolo, si accenna frequentemente alla Pieve di S. Maria di Tadino e qui non sarà inutile riportare le rozzi frasi con cui gli ignoti cronisti di quei tempi remoti, davano notizia della sua erezione. Nella prima Cronaca leggesi infatti che, distrutta la città di Tadino « processu vero temporis boni viri fideles, inspirati a Deo, ex ruinis Tadinati et ecclesiarum eius, ex lapidibus in ipso Tadinato everso parvam ecclesiam in honorem gloriasae semper virginis Mariae struxerunt, ut reliqui populi circummorantes ab archi presbitero plebano et eius clericis sacrum baptisma et alia sacramenta sanctae ecclesiae reciperent et instruerentur ab eis in lege Domini». Più avanti, nella stessa Cronaca, si ripete ancora che, per lungo tempo, ogni culto, ogni manifestazione religiosa, era cessata nella regione della derelitta Tadino, ma che poi in seguito

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« a fidelibus ex rainis ecclesiarum et Tadinati aedificata ibi fuit plebs ecclesiae in honorem gloriosae virginis Mariae et idem archipresbiter plebanus cum clericis constitutus, qui clericos regeret et sacramenta populis ministrar et», e finalmente, ricordata ancora una volta la desolazione di Tadino, si aggiunge che « postea paucis redeuntibus civibus in paupercalis tabernaculis habitaverunt et ibi fideles christiani et clerici de ecclesiis destructis et ruinis civitatis eversae plebem ecclesiam in honorem gloriosae virginis Mariae construxerunt ubi et archipresbiter plebanus cum clericis constitutus est, qui reliquiis populorum ibidem residentibus et per ipsam regionem in circuitu verbum Dei praedicarent et docerent eos secundum mandata Dei et sacramenta ecclesiae eis adiministrarent…. ». Dalla seconda delle suddette cronache, similmente si apprende che «ex ruinis canoniche et ecclesiarum et desolati Tadinati lapidibus in ipsa Tadinato fideles Cristi Ecclesiam plebem construerent in honorem gloriose virginis .Marie mùtris Dey, ut reliquie papali ibidem morantes ab archipresbiteris plebanis instruerentur in lege domini et sacrum batisma et alia sacramenta ecclesie ab eis reciperent… ». Dice infine la terza cronaca che «ibi fideles christiani et prelati et clerici plebem ecclesiam in nomine et honore gloriose virginis Marie et Beati lohannis Batiste et Evangeliste construxerunt de lapidibus destructe antique ecclesie et ruinis civitatis Tadinati…. ». E in altra parte di questo codice «In eadem vero ecclesia plebe Tadinati constitutus fuit archipresbiter plebanus cum clericis, ut reliquiis populorum, qui ex Tadinensibus nati fuerant, sacramenta sancte ecclesie ministraret et in fide Christi eos instrueret ».(1)

Il primo documento in cui questa Chiesa trovasi nominata è una Bolla di Innocenzo II, data dal Laterano nel Maggio del 1139. In detta Bolla si conferma al Monastero di S. Croce di Fonte Avellana il possesso di tutti i suoi beni ed ogni diritto sì spirituale che temporale, tra cui «jus quod habetis in plebe sancte Marie de Gualdo».

Appare poi una seconda volta, in un Atto del 3 Maggio 1295, dal quale risulta, che Benvenuto, Pievano Plebis Taini e il Monastero di S. Maria d’Appennino un dì esistente proprio nel luogo dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico, erano in lite davanti la Curia del Ducato di Spoleto, per motivi che non risultano, contro il Capitolo della Cattedrale di Nocera e contro Giovanni Pievano Plebis S. Facundini. (2)

Divenuto il terzo Gualdo, cioè quello attuale, il più importante centro della regione, sia per l’affluenza degli abitanti che per l’estendersi delle abitazioni, era naturale che in esso si accentrasse ogni ecclesiastica mansione, specie quella del battesimo, e fu così che, in epoca imprecisata, la Chiesa Plebana di S. Maria di Tadino

(1) Biblioteca Vaticana: Fondo Ottoboniano. Codice 2666. Pagg. 47, 48. 57, 73, 74 – Biblioteca Vaticana: Fondo Vaticano. Codice 7853. c. 32t – Biblioteca Comunale di Assisi : Fondo Francescano. Codice 341. c. 92 della paginazione antica, corrispondente a c. 94 di quella moderna.

(2) MlTTARELLI: Annali Camaldolesi. Tomo III. Venezia 1758. Pag. 269 e Appendice dello stesso Tomo, pag. 383 – Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo in Fabriano : Pergamena N°, 293.

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fu trasferita nella nuova città e sorse infatti, adiacente alla Porta Civica di S. Martino, mantenendo l’antico titolo di S. Maria di Tadino, sebbene qualche rara volta, specialmente nel Quattrocento, si trovi anche denominata come La Pieve di Gualdo. Del resto la qualifica di Pievania restò a lungo alla Chiesa. Possediamo infatti un Atto Notarile del 25 Aprile 1463, che si indica come redatto in Gualdo « in quadam spiazetta ante ecclesiam plebis sancte Marie in Porta sancti Martini; e in altro Rogito del 18 Ottobre 1466 si ricorda il « plebanus ecclesie sante Marie de Taino, vulgariter dicta La Pieve ». (1)

Quando avvenisse il trasferimento di questa Chiesa entro Gualdo, come sopra abbiamo accennato, noi non sappiamo con precisione, certo è che ciò accadde nel principio del XIII secolo, come pure è certo che la nuova Chiesa ebbe giurisdizione parrocchiale sulla nascente città, almeno sino a che non sorsero e si affermarono in Gualdo i due maggiori templi di S. Donato e S. Benedetto, che furono poi sempre sede delle due parrocchie cittadine, rimanendo però ancora per lungo tempo, come diremo, il Fonte Battesimale in S. Maria di Tadino.

Dopo la Bolla papale su ricordata, il secondo autentico documento che possediamo di questa Chiesa risale al 1291, nel quale anno vediamo il suo Pievano, figurare quale testimonio in una inchiesta ordinata dal Vescovo di Nocera e riguardante l’Ospedale di Gualdo. Sappiamo poi, che il 23 Luglio 1324, nella Chiesa di S. Maria di Tadino, fu solennemente pubblicata la celebre scomunica lanciata dal Papa Giovanni XXII contro l’Imperatore Tedesco Ludovico il Bavaro. (2)

Troviamo inoltre che il 24 Giugno 1333, il Pievano di S. Maria di Tadino pagò il primo semestre della tassa o decima, imposta nel 1332, per un determinato numero di anni, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto dal Papa suddetto. Il Tesoriere e Collettore generale del Ducato, Giovanni Rigaldi, incaricò della riscossione di detta tassa nella diocesi Nocerina Delayno de Mutina, Cancelliere e Notaro del Vescovo di Nocera. Il De Mutina volle ricordare il su riferito trasferimento in Gualdo della Chiesa in esame, cosi annotando nei suoi registri il versamento di quindici Soldi e otto Denari Cortonesi che la stessa fece a titolo di decima: « Ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis …… solvente pro ecclesia plebe olim Tayni et nunc de Gualdo prò parte domini Bartholini. 15 sol. 8 den. cort. ». (3)

La nuova Chiesa di S. Maria di Tadino, assunse subito importanza notevole, poiché conteneva, come l’antica, il Fonte Battesimale per

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c . 142t. ; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1469. Fasc. IV, e. 10t.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII, N°-133 – Arch. Vaticano: Arch. Arcis. Instrum.
(3) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225. c. 37 e 37t,

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tutta la città e per la massima parte del territorio circostante. Anzi, una volta all’anno, nel giorno del Sabato Santo, si indiceva nella Chiesa una solenne funzione religiosa per la benedizione e consacrazione di questo Fonte Battesimale, ed il Comune di Gualdo, sin dai primi del Cinquecento, pagava ogni sei mesi alla Chiesa stessa, a titolo di decima, la somma di quattordici Bolognini, diciannove Soldi e sette Denari. In quest’epoca, era al Vescovo di Nocera che spettava di conferire ai sacerdoti il Beneficio della Chiesa in esame. (1)

Nel secolo XVI, adiacente alla Chiesa di S. Maria di Tadino, esisteva un Ospedale detto di S. Giacomo e, fuori la Porta Civica di S. Facondino, trovavasi un Convento di Monache di S. Chiara. L’anno 1575, le Monache Clarisse furono trasferite nell’Ospedale suddetto che divenne così Convento di S. Chiara, e l’Ospedale fu portato nell’edificio lasciato libero dalle Monache. Era quindi naturale che la Chiesa di S. Maria di Tadino, venendo a trovarsi contigua al nuovo Convento di S. Chiara, fosse aggregata, quale Chiesa Claustrale, al Convento stesso. Un tal fatto portò due notevoli cambiamenti nell’esistenza della Chiesa: Questa infatti, da quell’epoca non fu più chiamata Pieve di S. Maria di Tadino, ma assunse invece il nome di S. Chiara e così infatti anche noi la chiameremo da ora innanzi. Inoltre, venendovi a cessare lo stato di Pievania, il Pievano di quel tempo, Don Mario Marcucci, che era nello stesso tempo Abbate Commendatario dell’Abbazia di S. Donato, trasferì il Fonte Battesimale nella Chiesa di S. Donato, dove però rimase soltanto per pochi anni, poiché, sopravvenuto nel 1582 nella Commenda di S. Donato l’Abbate Domizio Ranieri, questi, più non volendo il Fonte Battesimale nella propria Chiesa, lo stesso fu trasportato nell’altro Tempio abbaziale e parrocchiale di S. Benedetto. Quivi poi sempre rimase, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, conservando l’antico titolo di S. Maria di Tadino e venendo conferito ad un apposito Sacerdote, il quale non aveva altri oneri dipendenti dal Beneficio, fuorché l’applicazione del Battesimo a tutti gli abitanti di Gualdo e territorio, meno quelli delle Parrocchie di S. Facondino e S. Pellegrino, che possedevano un Fonte Battesimale proprio.

Scomparsa la Pievania nella Chiesa di S. Chiara, le Monache Clarisse s’incaricarono della sua officiatura e incominciarono infatti col farvi celebrar Messa tutti i giorni, meno uno per settimana, da un Cappellano stipendiato con diciotto Scudi all’anno, più altri quattro Scudi quale confessore delle Religiose rinchiuse nel Monastero. Le stesse Monache, vollero inoltre aumentare nel Tempio il numero degli altari, esistendovi originariamente il solo Altare Maggiore dedicato alla Vergine ed a S. Pietro. Su di esso ammiravasi un’antica icona raffigurante la Madonna con il Bambino in braccio ed ai lati S. Pietro e S. Paolo ed i due Santi Assisani S. Francesco e S. Chiara. Nel 1607 troviamo infatti un secondo altare dedicato a S. Giovanni Battista sulla parete a sinistra

(1) Arch. Comunale di Gualdo : Libri dei Consigli. Anno 1506, c. 54.

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dell’ingresso, il quale fu fatto costruire dalle Monache suddette e questo ci spiega perché, in qualche antico documento, la Chiesa sia stata ricordata anche sotto il titolo di S. Giovanni Battista. Tale altare fu certo eretto per ricordo del Fonte Battesimale che, per vari secoli, aveva funzionato nella Chiesa, tanto è vero che su di esso venne collocato un quadro in tela raffigurante S. Giovanni Battista in atto di battezzare Cristo e che sin da prima esisteva nella Chiesa stessa come simbolo del Fonte Battesimale.

Nel 1647 troviamo un terzo Altare dedicato a S. Teresa e collocato sulla parete destra cioè di fronte a| precedente. Era stato questo eretto da una Monaca del Convento, tal Maria Teresa Bonfigli, che su di esso aveva fatto collocare un quadro in tela, rappresentante la Madonna col Divino Infante in braccio, tra S. Teresa e S. Giacinto Confessore. Perciò negli Atti di Sacra Visita del 1750, tale altare anziché a S. Teresa, figura invece dedicato alla Vergine e S. Giacinto. Nell’altare stesso, l’anno 1685, fu trasferito il Titolo e Beneficio della diruta prossima Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, con l’onere di un Officio di più Messe nella festa di S. Agnese. Però dopo pochi anni, il Titolo e Beneficio suddetti, vennero di nuovo trasportati dalla Chiesa di S. Chiara in quella di S. Donato, dove già li troviamo l’anno 1707.

Questi due altari laterali giammai ebbero oneri per celebrazione di Messe. Però un’altra Monaca del Convento di S. Chiara, tal Maria Maddalena Benadatti, l’anno 1668, lasciò alla Chiesa un legato costituito da alcuni censi fruttanti da cinque a sei Scudi all’anno, affinchè in essa venisse istituita una Cappellania sotto il titolo della Passione, avente l’onere di una Messa ogni venerdì, da celebrarsi nell’Altare Maggiore. In questo, pochi anni dopo, veniva istituita anche un’altra Cappellania, per opera delle Monache Lavinia Mercanti e Maria Anna Salvetti, con il Beneficio di venticinque Scudi all’anno, frutto di un censo costituito a favore della Cappellania, dalle suddette Monache e con l’onere di sei Messe ogni settimana.

Quando, come sopra si è detto, la Chiesa Plebana di S. Maria di Tadino passò a far parte dell’attiguo Convento di S. Chiara, fu stabilito che, scomparendo quest’ultimo, dovesse la Chiesa ritornare al primitivo stato di Pievania. Ora appunto avvenne che nel 1704, il Convento di S. Chiara cessò di esistere, essendo stato fuso con l’altro Chiostro Gualdese di S. Margherita, appartenente allo stesso Ordine, dove si trasferirono altresì le Monache del soppresso Convento. In tale occasione la Chiesa di S. Chiara ritornò infatti allo stato di Pievania, con a capo un Pievano, ma il Fonte Battesimale non vi fu ripristinato e non riacquistò neppure l’antico nome di S. Maria di Tadino, ma seguitò ad essere comunemente indicata con quello improprio di S. Chiara; però al Pievano spettava l’esercizio ed il Beneficio del Fonte Battesimale restato in S. Benedetto.

Inoltre, la Cappellania istituita dalla Monaca Benadatti, essendo questa sepolta nella Chiesa di S. Chiara, restò nella Chiesa stessa. Invece la Cappellania fondata dalle Monache Mercanti e Salvetti,

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seguì le Clarisse nella loro nuova dimora, venne cioè trasferita nella Chiesa di S. Margherita, ma però nel suddetto anno 1704, fu soppressa dal Vescovo di Nocera e le rendite devolute a vantaggio delle Monache residenti nell’annesso Convento di S. Margherita.

Pochi anni dopo, nel 1721, il Vescovo di Nocera, ricordando che l’antico e vero titolo della Chiesa era quello di S. Maria di Tadino ed avendo constatato che mài era stato prescritto un giorno fisso durante l’anno per solennizzare detto titolo, ordinò che tale festa si effettuasse, con la celebrazione di due o tre Messe, nel giorno della Presentazione di Maria Vergine.

Dagli Atti di Sacre Visite, apprendiamo poi che la Chiesa in esame, alla fine del Cinquecento, aveva di rendita venti mine di frumento e venticinque barili di vino circa ogni anno, che ritraeva dalle proprie terre, le quali, nella fine del Settecento, consistevano in un podere nel vocabolo Tadino, più altri sedici terreni in varie località. Questi beni fruttavano allora in tutto circa ventotto Scudi ogni anno. Altri tre Scudi e ottanta Baiocchi, il Comune di Gualdo, a titolo di Decima, sin dall’antico, versava annualmente alla Chiesa.

Questa era munita di un piccolo campanile con due campane e conteneva una sola tomba sul suo pavimento. Tutta coperta da ampia volta, possiede ancora una facciata in pietra finamente squadrata, che è un vero modello di arte medioevale. Ma purtroppo, come a tante altre belle Chiese monumentali d’Italia, anche ad essa non furono risparmiate barbare deturpazioni. Passata in proprietà del Seminario di Nocera fu chiusa al culto e, destinata ad uso di magazzino, si cominciò a cederla in affitto a particolari persone. I due Altari laterali vennero allora trasferiti nella Chiesa parrocchiale di S. Pietro di Rigali e l’Altare Maggiore fu poi smontato e venduto dal Vescovo di Nocera nel 1899. Della Chiesa di S. Chiara si impadronì però il Demanio dello Stato nel 1900 e dal Demanio stesso fu ceduta, nel 1902, alla Congregazione di Carità di Gualdo, che contemporaneamente la rivendette alla famiglia Pennoni, la quale seguitò ad adibirla per uso di magazzino, finché, nel 1914, vi istituì un Calzaturificio Meccanico che trasformò completamente l’interno del Tempio. Strane vicende dei tempi! Dove per molti secoli vagirono tante generazioni di Gualdesi, condotti al Fonte Battesimale e olezzarono sugli altari i fiori variopinti offerti dalle Clarisse, rombarono poi con moto incessante le macchine dell’industria moderna e si diffuse sotto l’ampia volta l’impuro e volgare odore del cuoio. E’ la fervida vita dell’ora che volge, la quale passa cosciente della sua irresistibile forza, tutte travolgendo le fatue ma pur care idealità del passato.

XI. – Chiesa dei S. S. Agnese e Filippo in Gualdo Tadino.

Fu originariamente Chiesa Monastica, perché facente parte del Monastero Benedettino di S. Agnese, e fu costruita poco dopo la metà del XIII secolo, cioè contemporaneamente al Chiostro suddetto, insieme al quale sorgeva sulla via che, dalla Porta Civica di S. Martino, conduce a S. Rocco, dopo oltrepassato il ponte sul

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fiume Feo, proprio nel luogo dove la suddetta via per S. Rocco incrocia la strada di circonvallazione. Anzi, quando nel 1920, fu costruita quest’ultima via, tornarono alla luce, con i lavori di sterro, numerosi ruderi di quell’antico edificio. La sua ubicazione è bene indicata in un Atto Notarile del 17 Agosto 1488, dove appunto si nomina la Ecclesia Sancte Agnetis sive Sancti Philippi de Gualdo, extra muros et prope Portam. ( 1 )

La stessa, seguitò a rimanere in tale luogo, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, anche dopo il trasferimento del Monastero di S. Agnese ad altro Chiostro entro la città, trasferimento che avvenne nella prima metà del secolo XIV, come si disse nel Capitolo sulle Monache Benedettine ed i loro Monasteri in Gualdo Tadino.

La Chiesa di S. Agnese, come l’attiguo Monastero, era stata fondata e dotata dal Vescovo di Nocera, Filippo di Rodolfo da Foligno, già monaco del Monastero di S. Croce di Fonte Avellana che, morto in Gualdo tra il 1265 e il 1285, fu sepolto nella Chiesa stessa e venne più tardi beatificato. Per tale motivo, la Chiesa in esame fu poi intitolata ai S.S. Agnese e Filippo Apostolo, ma spesse volte, negli antichi documenti, trovasi anche indicata, o con il solo nome di S. Agnese o soltanto con quello di S. Filippo. Anche un altro Beato Vescovo di Nocera, Giovanni di Monaldo, essendo morto in Gualdo il 31 Gennaio 1327, fu sepolto nella stessa Chiesa come il suo predecessore. In questa si celebrarono sempre due Offici di più Messe ogni anno, uno nella festa di S. Agnese, l’altro in quella di S. Filippo Apostolo, e sull’altare eravi un’antica icona in legno, raffigurante nel mezzo la Vergine con il Bambino in braccio, avente ai suoi piedi S. Filippo Apostolo, S. Lucia e S. Agnese. Molti altri dipinti ornavano inoltre le pareti della Chiesa. Su quella dietro l’altare era effigiata una Madonna con il Divino Infante tra il Beato Marzio da Gualdo e il Beato Filippo Vescovo di Nocera. Sulla parete di sinistra, eravi invece l’altro Beato Vescovo Nocerino Giovanni.

Nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, era aggregata al Monastero Silvestrino di S. Niccolo in Gualdo. Trovavasi però in quel tempo, già ridotta in pessime condizioni, tanto che il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, l’8 Novembre 1573, vietò di celebrarvi i Divini Offici ed intanto ordinò il sequestro delle rendite del Beneficio (dodici mine di frumento in media ogni anno) da devolversi per l’esecuzione delle necessarie riparazioni. Nel 1617, il Vescovo di Nocera, prescrisse nuovamente di restaurare la Chiesa, dovendosi, in caso diverso, trasferire in altro sacro luogo il relativo Titolo e Beneficio. La minaccia riuscì proficua ed infatti nel 1628 ritroviamo la Chiesa già restaurata. Però in seguito, forse per l’azione dei terremoti che furono assai frequenti in quel secolo nella

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1487 al 1489, c. 2011.

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nostra regione, l’edificio cominciò nuovamente a deperire, tanto che, essendone prossimo il crollo e non bastando le rendite del Beneficio alla sua ricostruzione, fu nella seconda metà di quel secolo, completamente demolito.

Il Titolo e Beneficio dei S.S. Agnese e Filippo, nel 1685 venne trasferito nella vicina Chiesa di S. Chiara o S. Maria di Tadino che dir si voglia, sull’Altare di S. Teresa, con l’onere di un Officio nella festa di S. Agnese, per il quale Officio fornivano gratuitamente i ceri il Comune di Gualdo e le Monache di S. Chiara. Però nel 1707, troviamo che il Beneficio e gli oneri del Titolo dei S.S. Agnese e Filippo avevano subito una nuova peregrinazione, trasferendosi nella Chiesa Abbaziale di S. Donato, sull’Altare di S. Biagio. (1)

Anche le venerate spoglie dei due Beati Vescovi Nocerini, non riposarono in pace nelle loro antiche tombe: Alcune ossa del Beato Filippo, in epoca imprecisata, erano state infatti già trasportate dalla Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, in quella Parrocchiale di Crocicchio, andata poi in rovina, tra le cui macerie, essendo state rinvenute in una teca alla fine del secondo decennio del secolo XVII, vennero inviate nella Cattedrale di Nocera. Poco dopo l’anno 1623, nella Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, erano state riaperte anche le tombe dei due Beati Vescovi ed esumate le loro ossa, che in parte si trasportarono in Nocera nella Cattedrale suddetta, e le restanti, insieme riunite, rimasero esposte al culto nella Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, in una cassa di legno che portava sopra scritto : Hic requiescunt capita et ossa B.B. Philippi et lohannis Episcoporum Nucerinorum. Demolita la Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo, queste reliquie passarono poi, con l’annesso Titolo, nel Tempio di S. Chiara in Gualdo e finalmente in quello di S. Donato, dove ancora si trovano sotto l’Altare Maggiore. (2)

XII. – Chiesa di S. Sebastiano in Gualdo Tadino.

Il Vescovo di Nocera Ludovico Clodio, con Atto del 17 Marzo 1511, concesse la necessaria licenza per la costruzione della Chiesa, che, nella seconda metà di quel secolo, troviamo sempre intitolata a S. Sebastiano, S. Bernardo e S. Michele Arcangelo. Questi tre titoli, corrispondevano a tre omonime Confraternite Gualdesi, le quali si erano insieme fuse, insediandosi nella Chiesa in discorso che divenne un loro possesso. Anche un’altra Confraternita detta del Nome di Gesù, alquanto più tardi, ma sempre prima della fine del Cinquecento, prese sede nel Tempio.

(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite in Gualdo Tadino. Visite alla Chiesa di S. Chiara o S. Maria di Tadino negli anni 1685, 1691, 1704, ed alla Chiesa di S. Donato nel 1704.

(2) L. JACOBILLI : Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 29, 87, 83, 91 – Arch. Vescovile di Nocera : Atti di Sacre Visite in. Gualdo Tadino. Visita alla Chiesa dei S.S. Agnese e Filippo. Anno 1625 – G. cappelletti : Le Chiese d’Italia. Venezia 1846. Vol. V, pag. 18 e seg. – G. MORONI : Dizionario di Erudizione etc. Vol. XLVIII. Pag. 63 – L. Jacobilli : Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo I, pag. 113 e 177.

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Questo divenne così un Vero e proprio ostello di Confraternite e vi sorsero due altari, uno Maggiore o di S. Sebastiano, ed uno laterale, a sinistra della porta d’ingresso, detto di S. Bernardo. Quest’ultimo però fu ceduto alla Confraternita del Nome di Gesù, quando la stessa si insediò nella Chiesa; ed in seguito lo vediamo infatti a varie riprese anche intitolato al Nome di Gesù, a S. Antonio Abbate ed alla Circoncisione di Gesù Cristo.

Sull’Altare Maggiore o di S. Sebastiano, sin dagli antichi tempi, esisteva la statua in legno del Titolare, la quale trovasi oggi conservata nella Chiesa di S. Benedetto. Su quello laterale, in corrispondenza della parete, una pittura rappresentava la Madonna tra S. Michele Arcangelo ed il Beato Angelo da Gualdo. Nella prima metà del Seicento, su questo secondo altare fu eziandio collocata un’icona con l’effigie del Crocefisso, avente da un lato S. Bernardo e S. Michele Arcangelo e dall’altro S. Sebastiano ed il Beato Angelo. Dalla prima metà del Settecento in poi, troviamo l’altare ornato invece con un quadro in tela raffigurante la Circoncisione di Gesù Cristo, quadro che oggi conservasi nella Sagrestia della Chiesa di S. Benedetto in Gualdo.

Sull’Altare di S. Sebastiano, si celebrava Messa tutti i giorni all’alba, con una vacanza ogni mese, per mezzo di un Cappellano nominato e stipendiato dalle tre Confraternite che avevano sede in detto altare. Il suo stipendio, che nella fine del Cinquecento era di dodici scudi, salì nei secoli seguenti a venti scudi ogni anno. Nella prima metà del Seicento, i preti secolari Gualdesi, si rifiutarono di prestar l’opera loro con tale mercede e l’incarico fu allora affidato ai frati del Convento Gualdese dell’Annunziata. In questo altare si celebrava altresì un Officio di più Messe nel giorno di S. Sebastiano ed ogni Messa era pagata dieci bajocchi; nel giorno seguente si celebrava un secondo Officio per i Confratelli defunti a cinque bajocchi per Messa. Un altro Officio vi si indiceva il primo Gennaio, seguito da un nuovo Officio pei Confratelli defunti il giorno dopo. Finalmente vi si celebravano venti Messe all’anno, per legato del sacerdote Gualdese Giovan Battista Balducci, come da testamento rogato per mano del Notaio Francesco Antonio Fancelli il 20 Giugno 1711. Invece, nell’altare laterale appartenente come si è detto alla Confraternita del Nome di Gesù, questa faceva dire una Messa, seguita da processione, la seconda domenica di ogni mese per legato di un membro della famiglia Moroni, ed in occasione della festa di S. Bernardo, vi indiceva un Officio di più Messe, ogni Messa venendo pagata in ragione di un giullo, mentre nel giorno seguente vi effettuava un altro Officio per l’anima dei Confratelli defunti con la paga di cinque bajocchi per Messa. Inoltre solenni Offici la Confraternita del Nome di Gesù vi eseguiva il prima e secondo giorno dell’anno e vi faceva poi celebrare nella festa di S. Pietro, in quella di S. Antonio Abbate ed in quella della Circoncisione. Un certo numero di Messe annue, usavano infine di farvi celebrare le tre Confraternite unite di S. Sebastiano, S. Bernardo e S. Michele Arcangelo.

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Sopra la Chiesa e con questa comunicanti, esistevano alcune Stanze nelle quali le Confraternite suddette e quella del Gesù, con servavano i propri arredi e tenevano le abituali adunanze. Questi ambienti erano stati donati alla Chiesa stessa da tal Terenzio Bini, con Rogito del notaio Bonifacio Scampa nel XVII secolo. La volta e le pareti della Chiesa, erano un tempo coperte da pitture, la sagrestia mancava e vi esistevano due campane.

Durante l’Ottocento, le tre suddette Confraternite, essendosi fuse con quella del Sacramento, a quest’ultima passò anche la Chiesa di S. Sebastiano, che nel 1895 fu chiusa al culto e venduta alla famiglia Vetturini. Con il ricavato della vendita, i Confratelli del Sacramento contribuirono all’ornamento della artistica Cappella che oggi posseggono nella Chiesa di S. Benedetto. In seguito, la famiglia Vetturini, ridusse la Chiesa a bottega e su di essa fece costruire una più vasta abitazione. Consiste quest’ultima nel terzo fabbricato che s’incontra sul fianco sinistro, da chi, partendo dalla Piazza Vittorio Emanuele, imbocca la via che conduce a Porta S. Facondino. L’ambiente a pianterreno di questo fabbricato, altro non è che l’antica Chiesa di S. Sebastiano.

XIII. – Chiesa di S. Maria del Purgo oggi volgarmente detta « La Madonnuccia » in Gualdo Tadino.

Nella prima metà del XVII secolo, nel luogo dove attualmente sorge la Chiesa in esame, addossata alla casa di tal Ludovico detto Il Tordo, esisteva, circondata da una palizzata in legno, una Maestà che recava dipinta un’antica Madonna ritenuta miracolosa e che era chiamata la « Maestà di Maria Vergine del Purgo ». Quest’ultimo attributo, corruzione della parola spurgo, ebbe origine pel fatto che lì presso esisteva una cloaca proveniente da un lanificio. Secondo la tradizione, nei piccolo piazzale antistante alla Maestà, usavano spesso i cittadini di intrattenersi nel popolare giuoco delle bocce, ed un giocatore sfortunato, colto dall’ira, lanciò un giorno la boccia sul volto della Madonna. In segno di espiazione per l’offesa arrecata alla Sacra Immagine miracolosa, gli abitanti circonvicini pensarono di proteggerla da nuove future profanazioni ed infatti circa l’anno 1647, tal Valeriane figlio ed erede di Alessandro Sebastiani, per adempimento di un legato paterno, diede quindici fiorini per erigere al posto della palizzata suddetta, una piccola Chiesa in muratura, che fu infatti poco dopo costruita mantenendo il nome di S. Maria del Purgo.

Nei primi tempi, non vi si celebrava Messa e la relativa concessione si ebbe dal Vescovo di Nocera, ad istanza dei fedeli, l’anno 1663; anzi, in quel tempo, per supplire alle spese di culto, certo Vincenzo Scipioni e tale Angela di Sebastiano Spigarelli, lasciarono ciascuno un legato di venticinque fiorini investiti in due censi, ed il Sacerdote Francesco Rinalducci, con Atto rogato dal Notaio Isidoro Mancia, assunse l’obbligo della manutenzione della Chiesa, con

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l’onere altresì di provvederla di tutto il necessario e di celebrarvi o farvi celebrare una Messa all’anno. Vi si indiceva inoltre festa, con la lettura di numerose Messe, nel giorno dedicato a S. Maria ad Nives, il 5 di Agosto. Per tale motivo la Chiesuola fu talvolta anche chiamata di S. Maria ad Nives, invero microscopica consorella del grande omonimo Tempio Romano.

Sin dalla sua origine venne aggregata alla Chiesa Abbaziale di S. Benedetto in Gualdo, il di cui Rettore aveva così anche cura che vi fossero soddisfatti i suddetti oneri di Messe. Tale Chiesa è piccolissima, con un unico altare che ha ancora sul muro dipinta l’antica immagine della Vergine con il Bambino in braccio, opera Cinquecentesca, però in seguito malamente restaurata. Vi esisteva un tempo anche una vetusta Madonna dipinta su tavola da ignoto artista Bizantino, la quale aveva fama di accrescere il latte alle nutrici a cui questo faceva difetto e che spesso a lei accorrevano per tale grazia. Fu perciò in passato assai frequentata dai fedeli e tenuta in molta considerazione, tanto che anche le sue rendite aumentarono, sino a possedere tre terreni nella seconda metà del Settecento. Recentemente subì importanti restauri a spese della famiglia Tomassini. Vi si celebra oggi la Messa a richiesta dei fedeli. Con Decreto Vescovile del 27 Aprile 1882, la Chiesuola fu scelta a sede di una associazione di mutuo soccorso e di culto, detta la Società Mariana.

XIV. – Chiesa di S. Angelo di Flea in Gualdo Tadino.

Era dedicata a S. Michele Arcangelo, ossia al primo e principale degli Angeli, che negli antichi tempi, per antonomasia, veniva infatti comunemente e in modo più semplice, chiamato S. Angelo. Esisteva nel Medio Evo, presso la vetusta Rocca Flea, sul culmine del colle dove più tardi sorse l’attuale città di Gualdo Tadino. Da tale ubicazione ebbe anzi origine l’appellativo di Flea che accompagnava il nome della Chiesa, ed inoltre, per la presenza di questa, anche il colle suddetto fu, nell’alto Medio Evo, chiamato Colle S. Angelo. Sin da quell’epoca remota, era grande e diffuso nella nostra regione il culto per l’Arcangelo S. Michele, che poi divenne il Patrono della Città. Gli antichi sigilli del Comune di Gualdo rappresentavano infatti S. Michele Arcangelo, che con una mano regge la spada e con l’altra si appoggia su di uno scudo recante le tre Bande che sono anche oggi i segni araldici dello Stemma cittadino. Sino al Cinquecento, nel giuramento d’essere fedeli, che il Podestà e gli altri Magistrati Gualdesi facevano assumendo il proprio officio, era nominato, quale protettore e difensore del Comune, S. Michele Arcangelo, insieme ai comprotettori S. Benedetto, S. Donato, S. Facondino e S. Pellegrino.

Di questa Chiesa, che vide i natali della nostra città, poco o nulla sappiamo; solo si trova ricordata in due Bolle Pontificie, una di Papa Alessandro III data a Benevento il 4 Agosto 1169 e l’altra di Clemente III data dal Laterano il 6 Maggio 1188. In queste Bolle, i due Pontefici, confermavano all’antica Abbazia di S. Benedetto,

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che allora sorgeva come si disse nel piano sotto Gualdo, tutte le terre che possedeva e le chiese che ne dipendevano, e tra quest’ultime si trova appunto nominata una Ecclesia sancti Angeli de Flea. Di questa, null’altro sappiamo e ci è persino sconosciuta l’epoca della sua scomparsa. (1)

XV. – Chiesa di S. Maria di Loreto in Gualdo Tadino.

Esisteva un tempo entro le mura di Gualdo, presso la Porta Civica di S. Benedetto, dalla quale era divisa solo mediante la strada pubblica. Ciò si deduce da un antico documento, dove infatti è scritto, che la Chiesa di S. Maria di Loreto trovavasi « in terra Gualdi, prope Portam S. Benedicti, mediante viam publicam ». Non sappiamo però in quale degli edifici che ancora oggi fronteggiano la Porta di S. Benedetto, nel suo lato interno, avesse sede la Chiesa.

Non conosciamo l’epoca della sua erezione e se ne ha conoscenza la prima volta solo in un Istrumento Notarile che si dice rogato il 23 Maggio 1474, in Gualdo, nel quartiere di Porta S. Benedetto « in ecclesia S. Marie de Laureto». La ritrovo poi nominata in un testamento del 5 Maggio 1508, con il quale, tal Buzzio di Mariano di Pellegrino Sordelli da Gualdo, lasciava alla Chiesa in esame, due fiorini «pro acconcimine tecti». (2)

Dopo un lungo periodo di tempo, come tutte le altre Chiese Gualdesi, anche questa di S. Maria di Loreto riappare negli Atti della Visita Apostolica di Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, compiuta in Gualdo l’anno 1573. Appunto da questi Atti, apprendiamo che la Chiesa era allora assai piccola ma molto frequentata e venerata, specie dalla popolazione femminile, perché conteneva una statua in cera della Madonna che era ritenuta miracolosa, celebrandovisi perciò spessissimo ex voto, i divini Offici. Il Vescovo Camagliani, durante la visita suddetta, considerando che la piccolezza della Chiesa e del suo altare non corrispondevano alla grande affluenza dei devoti ed alla notevole frequenza delle funzioni religiose, prescrisse che le pie persone alle quali stava a cuore la Chiesa stessa e che erano solite fornirla del necessario e farla officiare a proprie spese, dovessero addivenire anche all’ampliamento, non solo dell’unico altare dedicato a S. Maria di Loreto, ma altresì di tutto l’edificio. Intanto proibì a qualsiasi sacerdote di celebrarvi, fatta eccezione per una sola Messa ogni settimana, in giorno non festivo, e, dopo trascorso un anno, se edificio ed altare non avessero subito il prescritto ingrandimento, la Chiesa si sarebbe dovuta chiudere del tutto al culto, pena la sospensione a divinis per i sacerdoti che a ciò

(1) MlTTARELLI : Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168 – P. KEHR : Nachtràge zu den Komischen Berichten, in Nachrichten voti der Konigl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Gottingen (Phil. hist. Klasse). Anno 1903, pag. 570 a 572.

(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Andrea di Angelo Benadatti dal 1469 al 1477, c. 111; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527, c. 237t

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contravvenissero. Dalle susseguenti Sacre Visite, risulta che fu effettuato l’ampliamento richiesto, né poteva essere di versamente, dato il culto che si professava verso la miracolosa im magine, alla quale affluivano numerose offerte. Abbiamo infatti notizia che, appunto in quel tempo, tal Nicolosa, moglie di Marchetto Marchetti, lasciò in eredità al sacro luogo dieci fiorini, altri dieci fiorini, tal Grazia di Angelo Molinari, e cinquanta fiorini un Giovanni Francesco Binotti. Altro legato fece anche tal Fulgenzia Binotti, con l’onere di sei Messe ogni anno. La Chiesuola, fu inoltre presa sotto la sua protezione dall’illustre Vescovo di Foligno, Mons. Porfìrio Feliciani da Gualdo, ben noto tra i letterati Umbri del suo tempo e di cui altrove trattiamo. Costui, con Atto rogato il 25 Novembre 1619 dal Notare della Camera Apostolica in Roma, costituì a favore della nostra Chiesa di S. Maria di Loreto, un censo di quattrocento scudi, delle cui rendite avrebbero dovuto annualmente usufruire la Chiesa stessa, nel modo seguente: Otto scudi si sarebbero spesi ogni anno per il mantenimento e rifornimento dell’Altare e della Chiesa, ossia per ceri, paramenti, sacri arredi etc.; ventiquattro scudi per lo stipendio del cappellano, nominato dalla famiglia Feliciani, il quale avrebbe avuto l’obbligo di celebrarvi cinque Messe ogni settimana, dedicandone due alla Vergine Titolare, una in suffragio dei defunti, una alla SS. Trinità ed una de Cruce.

Dal giorno in cui il Vescovo Feliciani istituì tale Cappellania nella Chiesa di S. Maria di Loreto, si può dire che quest’ultima passasse in sua proprietà e venne poi in seguito trasmessa anche ai di lui eredi e consanguinei, che sempre ne curarono l’officiatura secondo le norme suddette. La troviamo infatti ancora sotto il giuspatronato della famiglia Feliciani, intorno alla metà del Settecento. Ignoriamo quando la Chiesa ebbe fine: Negli Atti di Sacre Visite, compare per l’ultima volta l’anno 1758, ma è certo che seguitò ancora per un più lungo tempo a sussistere.

XVI. – Cappella di S. Giovanni Battista nella Rocca Flea.

Venne istituita in epoca imprecisata nell’interno della Rocca suddetta. Il suo unico altare, sin dalla prima metà del Seicento, era ornato da un pregevole dipinto su tavola rappresentante S. Giovanni battezzante Cristo. Questa tavola nel 1638 più non vi esisteva, essendo stata asportata abusivamente, poco prima, dai Minori Osservanti del vicino Convento dell’Annunziata, i quali però, dovettero in seguito ricollocarla al suo posto.

Nel XVII secolo, il Comune concorreva al mantenimento della Cappella di S. Giovanni Battista con due scudi e cinquanta bajocchi ogni anno. La Camera Apostolica, da parte sua, destinava annualmente diciotto giuli per farvi celebrare un officio di sedici Messe nel giorno in cui ricorreva la festa del Santo Titolare, e quest’ultima somma era presa in consegna dai Commissari Apostolici che, preposti al Governo di Gualdo, risiedevano nella Rocca, i quali dovevano appunto curare che si effettuasse tale celebrazione. In tutto il resto dell’anno la Cappella restava chiusa e

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la chiave era presa in consegna dai Commissari suddetti. Più tardi, il Comune di Gualdo, vi faceva anche celebrare, a sue spese, la Messa in tutte le feste di precetto, dai Minori Osservanti sopra ricordati, e ciò fino al 1866, nel quale anno, non sappiamo per quale causa, l’Amministrazione Comunale cessò di provvedere all’officiatura della Cappella. Fu allora che il custode delle carceri, sin dall’antico istituite nella Rocca Flea, cominciò a farvi celebrare a sue spese qualche funzione religiosa durante l’anno, ad esempio nel mese Mariano e nella notte di Capodanno, nella quale usanza si persevera tutt’ora. Quando se ne presenta l’occasione, la Cappella serve oggi altresì per compiervi le pratiche religiose (confessione, comunione, etc.) richieste dai carcerati. Nel 1880, per ordine Governativo, fu spogliata dei sacri arredi, i quali furono recati a Roma per servire all’arredamento di altra Cappella esistente nelle Carceri di Regina Coeli. In tale evenienza, si potè sottrarre alla spogliazione la tavola dipinta suddetta, che fu poi collocata nella Pinacoteca Comunale Gualdese, dove ancora si trova.

XVII. – Chiesa di S. Andrea nel Quartiere di Porta S. Benedetto in Gualdo Tadino.

Il sacerdote Giovanni Andrea di Giovan Lorenzo Marfolli da Gualdo, con testamento rogato dal Notaro Gualdese Vittorio Vittori, il giorno 11 Aprile 1628, lasciò erede universale la Confraternita del Crocefisso e S. Caterina, che aveva sede nella Chiesa di S. Agostino, con l’obbligo però di costruire una Chiesa dedicata a S. Andrea Apostolo, nella quale avrebbe dovuto trasportare la sua sede la Confraternita suddetta. Oggi la famiglia Marfolli è estinta, ma esiste ancora nel territorio Gualdese una località chiamata Marfollo, dove probabilmente visse un tempo la famiglia suddetta.

Fu così che ebbe origine la Chiesa di S. Andrea, la quale, coperta di volta e fornita di campana, ma mancante di Sagrestia, venne costruita contigua ad una abitazione facente parte dei beni stabili, come si è detto, lasciati in eredità dal Marfolli. Sull’unico Altare, dedicato a S. Andrea, fu allora collocato un grande quadro in tela, raffigurante il Crocifisso, con S. Andrea Apostolo e S. Caterina, circondati da Angeli.

La Confraternita, per effetto del legato Marfolli, vi doveva far celebrare cinque Messe per settimana, ed il Cappellano, eletto dai Confratelli, percepiva un compenso di ventidue scudi all’anno, che poi, nella seconda metà del Settecento, si ridusse a sedici scudi. Vi doveva anche indire un Officio annuo di quattro Messe nel giorno di S. Andrea, in suffragio dell’anima del Marfolli.

Tanto la Chiesa quanto l’attigua abitazione, rimasero sempre in proprietà dei Confratelli, sino a che, il 27 Decembre 1906, con R°. Decreto essendo stata concentrata la Confraternita del Crocefisso e S. Caterina nella Congregazione di Carità di Gualdo, la Chiesa in

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esame e l’attigua casa, passarono in proprietà della Congregazione stessa. L’una e l’altra, nel 1922, furono vendute da quest’ultima per esser ridotte ad abitazione privata, cessando in tal modo la Chiesa di esistere. L’Altare Maggiore, con il relativo su descritto quadro, bel lavoro del XVII secolo, fu trasportato nella vicina Chiesa di S. Donato, dove ancora si trova.

XVIII. – Chiesa di S. Maria dei Ceccarelli in Gualdo Tadino.

Tale Chiesa è ricordata la prima volta in occasione di una Visita Diocesana, praticatavi dal Vescovo di Nocera il 16 Giugno 1691, col nome di Santa Maria de Ceccarellis . Volgarmente la troviamo chiamata invece in quell’epoca Santa Maria di Ceccarella , e dal principio del Settecento in poi Santa Maria di Cicarella. Questo attributo ci fa pensare che in origine, avesse avuto qualche rapporto con la famiglia Gualdese dei Ceccarelli.

Esisteva entro Gualdo presso la Porta Civica di S. Benedetto, non conosciamo però in quale edificio; solo si sa che era assai piccola ed a volta e che sopra di essa trovavasi un altro ambiente spettante alla Chiesa, al quale si accedeva da una porta separata, la quale aprivasi sulla pubblica via.

Era munita di campana e possedeva un unico Altare, tutto circondato da una cancellata in legno e sul quale era collocata la statua della Vergine in legno dorato. Appartenne sempre alla famiglia Feliciani di Gualdo, che la manteneva di tutto il necessario e vi faceva celebrare nella ricorrenza delle varie feste dedicate a Maria Vergine; anzi, nella vigilia della festa della Natività della Madonna, vi si dicevano cinque Messe, in seguito a legato testamentario di tale Stefano Binotti. Nel 1772 era ancora aperta al culto, tanto è vero che in quest’anno, il Vescovo di Nocera la dichiarò sospesa e interdetta, perché tenuta in cattivo stato; in tale epoca trovasi talvolta indicata anche con il nome di Santa Mariuccia . Nel 1814, già più non era adibita a Chiesa, ma ad usi profani e pare appartenesse a tal Pietro Pennoni.

XIX. – Chiesa di S. Andrea Apostolo nel Quartiere di Porta S. Donato in Gualdo Tadino.

Dovette per certo sorgere quasi contemporaneamente alla città nostra, ma è però ricordata per la prima volta, in modo determinato, solo un secolo più tardi, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333 pagarono la prima quota semestrale della tassa o decima imposta, per la durata di alcuni anni, nel 1332 da Papa Giovanni XXII, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per sopperire ai bisogni della Santa Sede. Detta decima fu versata in mano di Delayno de Mutina, Notare del Vescovo di Nocera e Subcollettore di Giovanni Rigaldi, Tesoriere Pontificio nel Ducato Spoletino, nonché Collettore Generale della tassa suddetta.

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Il versamento fu anzi annotato dal De Mutina, con le seguenti parole: Item habui a Sier Francisco Macarelli . . . pro ecclesia S. Andree de Gualdo, 15 s. cort .(1)

La trovo poi ricordata in una pergamena dell’anno 1377, contenente un istrumento notarile nel quale si tratta di alcune case, che vengono descritte come poste in Gualdo, nel quartiere di Porta S. Donato e propriamente presso certi stabili del Comune e presso la Chiesa di S. Andrea. Una terza volta compare in un altro Atto Notarile del 19 Agosto 1381, Atto che si indica come rogato in Gualdo « ante ecclesiam S. Andree sitam in Porta S. Donati », ed è finalmente citata una quarta, quinta e sesta volta, in altri tre Atti rispettivamente del 13 Gennaio 1459, 22 Novembre 1468 e 12 Gennaio 1469, sempre come esistente nel quartiere Gualdese di Porta S. Donato. Anzi, in quest’ultimo Atto è indicata una piazzola, allora ed anche oggi esistente davanti la Chiesa «… in quadam platea parva iuxta et ante ecclesiam S. Andree ». (2)

Entrando nel XVI secolo, troviamo che il 28 Settembre 1524, il Rettore della Chiesa di S. Andrea, previo consenso dei Card. Del Monte, Legato di Gualdo, concedeva in enfiteusi, fino a terza generazione, un oliveto che la Chiesa possedeva a Petroia. Poi, sino alla fine di quello stesso secolo, non se ne ha più notizia, sino all’epoca cioè in cui la Chiesa comincia a comparire negli Atti di Sacre Visite praticatevi dal Vescovo di Nocera. Da questi Atti, apprendiamo che la Chiesa di S. Andrea, costituiva allora un Beneficio semplice appartenente al Seminario Nocerino, il di cui conferimento ai vari sacerdoti, spettava al Vescovo di Nocera; che aveva di rendita annua « ultra quinque eminas frumenti ac parum farri »; che vi si celebrava solo nella festa di S. Andrea, la di cui immagine era dipinta sulla parete dell’altare e che vi aveva sede la Confraternita del Nome di Gesù, trasferita in seguito nella Chiesa di S. Sebastiano. (3)

Durante il susseguente XVII secolo, la Chiesa andò sempre più declinando tanto che nel 1691, priva dei sacri arredi, con le mura minaccianti rovina, rassomigliava più a fienile che a luogo destinato al culto. Il Vescovo di Nocera ordinò allora di restaurarla ed a ciò avrebbe dovuto provvedere il Seminario Nocerino che ne godeva le rendite ma, stante l’esiguità di queste, il Vescovo stesso pensò bene di obbligare invece alle spese di restauro gli abitanti delle case vicine alla Chiesa, minacciando, in caso diverso, la chiusura di quest ‘ultima ed il trasporto del relativo Titolo e Beneficio nell’altra; Chiesa Gualdese di S. Andrea, che sorgeva nel quartiere di Porta

(1) Arch. Vaticano : Collettorie. Tomo 225, c. 35.

(2) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Sec. XIV. Num. 30 – Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 32, 248t, 260; di Antonio Lelli dal 1376 al 1382, c. 41. (3) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c. 175 – Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Anni 1571, 1573, 1597.

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S. Benedetto. Ma né l’ordine, né la minaccia, ebbero alcun effetto e nel 1718 le condizioni dell’edificio erano divenute ancora peggiori; parte del tetto era crollato, l’altare era stato demolito, gli oneri del culto più non adempiuti. Il Vescovo di Nocera, che aveva già esperimentato essere vane le minacce, ricorse invece in quell’anno ad un pratico espediente per addivenire alla restaurazione della Chiesa di S. Andrea. Al disotto di questa esisteva un ampio vano, tutto a volta, appartenente, con la Chiesa, al Seminario di Nocera, vano che si usava dare in affitto per la somma di cinque giuli ogni anno. Il Vescovo propose di cercare qualche persona che, fino alla terza generazione, avesse voluto godere gratuitamente l’uso di quell’ambiente, pagando al Seminario Nocerino solo due o tre quattrini all’anno, in segno di riconoscimento dell’altrui proprietà. In compenso, la persona a cui sarebbe stato consegnato l’ambiente stesso, doveva obbligarsi a compiere a proprie spese tutti i restauri di cui abbisognava la Chiesa ed a mantenerla in buono stato sino alla fine del contratto, sino cioè a terza generazione. Questi patti dovettero essere da qualcuno accettati, poiché in seguito, troviamo la Chiesa completamente restaurata, di nulla mancante e di nuovo riaperta al culto, con la celebrazione di due Messe fisse nel giorno di S. Andrea per conto del Seminario di Nocera; ed in tale stato rimase almeno sino al 1771, essendo questa l’ultima data con la quale troviamo ricordata la Chiesa. Ma in seguito, tornò di nuovo a deperire; nel 1801 era già sottratta al culto e l’ambiente destinato ad altro uso.

Corrisponde oggi a quell’ampio stanzone, che verso Nord, forma angolo fra l’attuale Via del Teatro e la Via dei Duranti. Questo ambiente, fino al 1915, era infatti coperto dal nudo tetto e solo in tale anno vi fu costruito il piano sovrastante; sotto di esso ancora esiste il fondo a volta su nominato, e l’edificio, nell’antica divisione in quartieri della città, faceva appunto parte di quello di Porta S. Donato. Negli Atti della Visita Diocesana del 1718, si legge infatti, che la Chiesa di S. Andrea era situata « in via publica Romana, in quarterio S. Donati, prope fontem ». Anche quest’ultima indicazione è esatta, poiché la fonte esisteva nel piccolo largo stradale, come si è detto, antistante alla Chiesa. A somiglianza di tutte le antiche fontane Gualdesi, anche questa era munita dello stemma del Card. Antonio Del Monte, Legato di Gualdo, che costruì l’acquedotto pubblico nella prima metà del Cinquecento. La fontana fu demolita da tempo immemorabile, ma lo stemma rimase a posto sulla muraglia di fianco alla Chiesa, sino ai tempi nostri e ne fu tolto circa tren t’anni or sono. Oggi, l’antica Chiesa di S. Andrea Apostolo, è adibita all’umile uso di stalla pubblica per cavalli. Lungo la greppia, da sotto le scrostrature dell’intonaco, ricompaiono qua e là, le rozze figure dei Santi un dì tracciatevi da ingenui pittori Trecenteschi e poi coperte dal pennello dell’imbianchino. Nel lezzo della stalla, tra il nitrire e lo scalpitare dei cavalli, la mente non può fare a meno di riandare ai tempi lontani, quando, nella mite penombra della Chiesa, i fedeli inginocchiati volgevano l’animo al Santo Apostolo di Betsaida.

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XX. – Chiesa di S. Lucia e S. Giuseppe presso la Porta Civica di S Facondino in Gualdo Tadino.

Chi, venendo dalla Stazione Ferroviaria, penetra in Gualdo per correndo la Via Provinciale, trova sulla sua sinistra, subito dopo le prime case della città, un vicolo trasverso e, proseguendo ancora per pochi altri passi, incontra dallo stesso lato, un secondo vicolo che, dopo breve tratto, par quasi termini a fondo cieco. Nell’angolo formato dall’incontro della Via Provinciale con quest’ultimo vicolo, esiste un antico fondaco munito di volta. Tale fondaco, fu appunto un tempo la Chiesa di S. Lucia e S. Giuseppe. Venne questa eretta con Atto del 26 Gennaio 1543, dal Sacerdote Gualdese Bernardino Moroni, il quale, mediante suo testamento, la dotò con alcuni beni stabili, che dovevano servire altresì per la fondazione di un Ospizio nelle stanze situate superiormente alla Chiesa.

Quest’ultima, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, rimase per oltre due secoli sotto il giuspatronato della famiglia Moroni. Le rendite del Beneficio, ammontavano ogni anno ad una somma variabile dai sette ai dieci scudi, provenienti dall’affitto dei beni suddetti, che nella prima metà del Settecento, erano rappresentati da quattro piccoli terreni e da un molino per olio. Gli oneri consistevano nella celebrazione di alcune Messe nella festa di S. Lucia ed in quella di S. Giuseppe. Spesso poi vi si celebrava per volontà e devozione degli abitanti vicini. Gli altari, che erano due nella fine del Cinquecento, forse perché due erano i Santi Titolari, si ridussero poi ad uno solo, nel quale vennero uniti i due Titoli e su cui fu collocato un quadro in tela, raffigurante la Madonna con S. Lucia e S. Giuseppe. Anche le circostanti pareti erano in gran parte coperte da pitture. La campana trovavasi appesa sulla facciata anteriore.

In alcune stanze, superiormente alla Chiesa, eravi l’Ospizio su ricordato, al quale facevano capo i Frati Cappuccini quando, dal loro Convento lontano dalla Città, accedevano in Gualdo per questuare. Spesso però anche banditi e malviventi, si rifugiavano in questo Ospizio, perché, essendo una dipendenza della Chiesa, godeva come questa, il diritto all’immunità Ecclesiastica. Per eliminare un tale scandalo, nel 1731, il Vescovo di Nocera, con un suo decreto, tolse all’Ospizio il privilegio dell’immunità.

La Chiesa di S. Lucia e di S. Giuseppe, venne chiusa al culto nel 1867, fu in seguito ridotta a fienile, poi ad osteria ed in ultimo a macello. Strano destino di un luogo dedicato alla santa martire Siracusana, la di cui leggenda, è tutto un dolce poema celebrante il simbolo delle verginità e del pudore. L’ambiente soprastante, dove aveva sede l’Ospizio, nel 1914 fu demolito per potere addivenire all’innalzamento dell’edificio.

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XXI. – Oratorio di S. Giovanni Battista in Gualdo Tadino.

Apparteneva alla Confraternita di S. Giovanni Battista, la quale aveva sede nella Chiesa Abbaziale di S. Donato in Gualdo. Adiacente a quest’ultima, e propriamente in fondo alla piccola piazzola quadrata che oggi ancora esiste davanti al suo ingresso principale, sorgeva infatti l’Oratorio di S. Giovanni Battista.

Non sappiamo quando questo Oratorio fu istituito, ma lo troviamo ricordato per la prima volta in un Atto Notarile del 14 Marzo 1459, dove si legge che l’Atto stesso veniva stipulato « ante ecclesiam sancti Johannis de Gualdo, in quadam spiaza posita in Porta Sancti Martini»; dopo di che ricompare una seconda volta solo negli Atti di una Sacra Visita praticatavi dal Vescovo di Nocera l’anno 1593. (1)

In questo Oratorio si radunavano i membri della Confraternita suddetta, per indossare i propri sacchi, quando dovevano prendere parte alle processioni. Generalmente non vi si celebrava Messa, compiendo i Confratelli le loro funzioni religiose, sull’Altare che possedevano nella Chiesa di S. Donato.

Non sappiamo quando l’Oratorio stesso cessò di funzionare, lo troviamo per l’ultima volta negli Atti di Sacre Visite l’anno 1638, ma è probabile che la sua esistenza si protraesse ancora più a lungo. L’edificio dell’Oratorio esiste ancora, e sulla sua facciata vedonsi tuttavia due rozze sculture in pietra arenaria, rappresentanti l’una S. Giovanni, l’altra S. Pietro.

XXII. – Chiesa di S. Pietro Apostolo in Gualdo Tadino.

Tal Bartolomeo Nisij alias Cancer, sacerdote Gualdese, lasciò erede universale dei propri beni, la Confraternita o Compagnia dei Preti della nostra città, con testamento rogato dal notaio Maurizio di Bartolomeo Vittori, il 18 Agosto 1545. Con codicillo in data 11 Luglio 1546, il testatore stabiliva inoltre che i beni lasciati alla Compagnia dei Preti, dovessero specialmente servire all’assistenza, cura e nutrimento dei Sacerdoti poveri e infermi. (2)

Fu così che, poco dopo la metà di quel secolo, sorse in Gualdo l’Ospedale dei Chierici, e la Compagnia dei Preti in tale occasione, nel pian terreno di quello stesso edificio, istituì anche una Chiesa dedicata a S. Pietro Apostolo. Chi da Piazza V. Emanuele si reca in Piazza del Sopramuro, attraversando l’omonimo arco, trova oggi, sulla sua sinistra, adiacente all’arco stesso, un fondaco ridotto ad uso di Osteria. E’ appunto in quest’ambiente che fu istituita la

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485. c . 50.

(2) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti Vittori. Anni 1545-1546 – R. GUERRIERI : Gli Antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino Perugia 1909. pag. 104, 105.

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Chiesa di cui stiamo trattando. Negli Atti di Sacre Visite della Diocesi Nocerina, la Chiesa di S. Pietro compare per la prima volta nel 1597; nelle precedenti Visite, neppure in quella del 1593, è mai nominata. Dobbiamo quindi ritenere che fosse aperta al culto, appunto tra il 1593 e il 1597.

La stessa rimase poi sempre di spettanza della Compagnia dei Preti, che vi stabilì anzi la propria sede. Di fianco alla Chiesa, era un altro ambiente ove aveva sede il Monte Frumentario Florenzi, amministrato dalla Compagnia stessa; al di sopra esistevano le stanze ove i Sacerdoti Confratelli tenevano le loro riunioni e venivano accolti allorché infermi; al di dietro trovavasi la Sagrestia.

Tale Chiesa ebbe sempre un solo Altare dedicato a S. Pietro Apostolo e su di esso esisteva un quadro in tela, rappresentante Cristo in mezzo a vari Santi, nell’atto di consegnare le chiavi del Paradiso a S. Pietro. Questo quadro è oggi conservato nella Sagrestia della Chiesa di S. Benedetto in Gualdo. Su detto Altare, durante l’anno, si celebravano gran numero di Messe per effetto di pii legati, dei quali si tratterà a proposito della Compagnia dei Preti.

Data la piccolezza della Chiesa di S. Pietro, il Vescovo di Nocera, l’anno 1617, consigliò alla Compagnia suddetta di trasferire la propria sede in luogo più degno e ripetè il consiglio nel 1628, offrendo anzi per tale scopo l’altra Chiesa Gualdese di S. Andrea, allora esistente nel quartiere di Porta S. Donato. Ma tale trasferimento non ebbe mai effetto, e la Chiesa di S. Pietro seguitò a rimanere sede della Compagnia dei Preti sino ai nostri tempi. Fu soltanto nel 1896 che la stessa, chiusa al culto, venne venduta per essere adibita ad usi profani. Oggi, come sopra si è detto, è sede di un’Osteria.

XXIII. – Chiesa di Bernardo della Capezza in Gualdo Tadino.

Già sin dal XIV secolo, esisteva entro Gualdo, in quella parte del quartiere di Porta S. Facondino che anche attualmente è chiamata «La Capezza», come derivato forse da Capo, essendo questa parte situata proprio all’estremo superiore della città. Anzi, molto probabilmente, sorgeva dove al presente trovasi l’Istituto del Bambin Gesù, già Monastero Benedettino di S. Maria Maddalena.

Apparteneva ad una Confraternita pure intitolata a S. Bernardo, che aveva la propria sede in un attiguo edificio e di tal Chiesa ci è pervenuta la prima memoria con la data 1381, mediante un Atto notarile che appare rogato l’11 Luglio di quell’anno, nel quartiere di Porta S. Facondino, « ante ecclesiam sancti Bernardi ». Poi, per quasi un secolo, scompare dai nostri documenti d’archivio, per riapparire tra la fine del Quattrocento ed il principio del Cinquecento, in quattro diversi testamenti. Infatti, nel primo di questi, con la data 22 Giugno 1478, tal Vascanio di Baldo Sacchi da Gualdo, lasciava venti soldi alla Chiesa di S. Bernardo «pro utilitaie diete Ecclesie et opere evidenti»; con il secondo, in data 6 Gennaio 1479, tal Tommaso di Antonio di Elemosina da Gualdo,

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donava alla Chiesa stessa un fiorino « pro concimine et evidenti opere et utilitate »; con il terzo, rogato il 7 Novembre 1490, Domenico di Giovanni Paccie, elargiva tra l’altro «ecclesie sancti Bernardi seu Fraternitati dicte ecclesie, unum duplerium seu cereum ponderis duarum librarum », e con il quarto finalmente, l’anno 1514, il testatore Guerriero di Bernardino di Andrea di Tommaso, da Gualdo, dava un fiorino « pro aconcimine ».

Nei nostri antichi Statuti Comunali (Liber Extraordinariorum, Rubrica 37) era vietato il deposito di cose immonde e di materiali di rifiuto, in vicinanza delle Chiese in generale e della Chiesa di S. Bernardo in particolare. Così infatti si legge nello Statuto suddetto : « Statuimus, quod nulla persona cujuscumque conditionis existat, audeat vel praesumat aliquam immunditiam seu turpitudinem facere, nec projicere aliquod ingomburimen juxta et prope Ecclesiam S. Bernardi et alias Ecclesias et Palatium Kectorum Populi Terrae Gualdi, per sex perticas … ». Ignoriamo il motivo di questa speciale menzione fatta, in proposito, per la Chiesa di S. Bernardo.

Null’altro sappiamo di questo sacro edificio, che però dovette per certo cessare di esistere, durante il XVI secolo. (1)

XXIV. – Chiesa di S. Antonio in Gualdo Tadino.

Avremmo oggi ignorato completamente l’esistenza di quest’antica Chiesa, se non fosse stata ricordata dal Vescovo di Nocera, Pierbenedetti, negli Atti della Visita Pastorale da lui praticata in Gualdo Tadino nel Luglio 1597. Trascriveremo qui integralmente il brano relativo, tanto più che di questa Chiesa oggi nessun’altra notizia noi possediamo : « Notandum quod in hac terra Gualdi fuit ecclesia sub titulo S. Antonii in quadam platia ante Palatium Communis Gualdi, ubi erat solita residentia domini Potestatis ut habetur in pro tocollo ser Perlaurentii Baltasaris de Nuceria anni 1456 fol. 2; quae ecclesia hodie non extat nec aliqua habetur memoria ».

Nell’Archivio Notarile di Nocera Umbra, in un elenco di antichi Notai di quella città, esiste infatti anche il nome di Pier Lorenzo di Baldassarre, ma disgraziatamente più non vi esistono i suoi Rogiti e quindi neppure l’Atto sopra indicato, che avrebbe potuto forse fornirci maggiori notizie.

A proposito di questa Chiesa, solo possiamo aggiungere che, in un vetusto Codice Liturgico Gualdese, scritto in parte nel XIII ed in parte nel XIV secolo, oggi conservato nell’Archivio Capitolare della Cattedrale di S. Benedetto in Gualdo, trovansi fra l’altro alcune orazioni di Santi, aventi tutti una corrispondente omonima Chiesa nella nostra città l’anno 1325. Per l’appunto, tra queste orazioni ve

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527. c. 15, 18t, 86t.; di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c . 38; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c . 120t.

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ne è una dedicata a S. Antonio (Oratio Sancti Antonii). La prece in discorso, si riferisce assai probabilmente alla Chiesa di S. Antonio sopra citata, che sorgeva proprio entro la Città nella Piazza del Comune, anziché all’altra Chiesa Gualdese dello stesso nome, situata fuori delle mura cittadine ed a qualche distanza da queste, della quale tra poco noi tratteremo. (1)

XXV. – Chiesa di S. Maria Nuova in Gualdo Tadino.

Possiamo dare notizia di questa Chiesa, oggi scomparsa, come già si è notato per quella precedente, solo perché la troviamo anch’essa citata da Mons. Pierbenedetti, Vescovo di Nocera, nella relazione che ci lasciò della sua Visita Pastorale compiuta in Gualdo durante l’anno 1597. In tale relazione, cosi è ricordata la Chiesa suddetta: «Notandum quod in hac terra [Gualdi] fuit quaedam ecclesia sub titulo S. Mariae Novae, quae erat monasterii S. Mariae de Civetellis monialium, ut in protocollo Ser Perlaurentii Baltasaris de Nuceria, anno 1456, f. 4 ».

XXVI. – Chiese di S. Lorenzo e di S. Biagio in Gualdo Tadino.

Poco prima abbiamo ricordato, che nell’Archivio Capitolare della Cattedrale di S. Benedetto in Gualdo, esiste un importante Codice Liturgico, scritto in parte nel XIII ed in parte nel XIV secolo, contenente, tra l’altro, un gruppo di speciali e diverse orazioni, ognuna delle quali è dedicata ad un Santo, la di cui Chiesa esisteva, nel 1325, entro lo stesso Gualdo. Per l’appunto tra queste preci, troviamo anche una « Oratio Sancti Blasii» ed un altra «Pro Sancto Laurentio ». (2)

È assolutamente da escludersi che le stesse si riferiscono ad altre omonime Chiese che, come vedremo, esistono nel territorio Gualdese, poiché, lo ripetiamo, queste orazioni riguardano tutte, senza eccezione, alcune Chiese della Città o delle sue immediate vicinanze. Dobbiamo quindi credere che, entro Gualdo, già sin dal 1325, esistevano una Chiesa dedicata a S. Biagio ed un’altra a S. Lorenzo e che le medesime siano scomparse in epoca assai remota, al più tardi nel Quattrocento, poiché non ne troviamo poi traccia neppure negli Atti di Sacre Visite, i più antichi dei quali, redatti nel principio del Cinquecento, pur tuttavia portano spesso notizie di Chiese allora dirute, ma di cui si conservava ancora memoria. Delle due suddette perciò, noi non possiamo oggi citare che il semplice nome.

(1) R. CASlMIRI: Un Codice Liturgico Gualdese del secolo XIII. (In Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Vol. V. 1921. Fasc. I, da pag. 27 a 29).
(2) R. CASIMIRI : Op. e pag. cit.

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XXVII. – Chiesa di S. Maria del Mercato in Gualdo Tadino .

Era la Chiesa dell’omonimo Monastero. Ne diamo notizia nel Capitolo riferentesi alle Monache Benedettine ed ai loro Monasteri in Gualdo Tadino, là dove appunto si tratta del Chiostro di S. Maria del Mercato.

XXVIII. – Chiesa di S. Antonio Abbate fuori la Porta Civica di S. Facondino in Gualdo Tadino.

E’ Chiesa assai antica, al più tardi costruita all’inizio del XIV secolo. Poco sappiamo di essa nei primissimi anni della sua esistenza. Si trova nominata, per la prima volta, con la data 31 Luglio 1348, in un testamento di tal Pietro di Groctolino da Gualdo, che alla Chiesa di S. Antonio faceva un legato di dieci soldi. Ci risulta poi aggregata all’Abbazia Gualdese di S. Donato ed in seguito figura quale membro del Priorato Silvestrino di S. Lorenzo di Laureto o Lavareto, in Esanatolia. Tra il 1381 ed il 1382, un Priore di questa Chiesa di S. Lorenzo e cioè Fra Giovanni di Bartolomeo da Fabriano, avendo fondato la Chiesa di S. Caterina di Castelvecchio, ottenne dal Vescovo di Camerino che in essa fosse trasferito il Priorato suddetto, con le sue dipendenze, tra le quali figurava anche la nostra Chiesa di S. Antonio. Quest’ultima, insieme al Priorato di cui faceva parte, tra il 1396 ed il 1397, passò poi alla dipendenza dei Monaci Olivetani, rimanendovi per lunghissimo tempo. Infatti, dai documenti della Visita Apostolica, praticata in Gualdo dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, nel Novembre del 1573, risulta che, in quest’epoca, la Chiesa di S. Antonio Abbate apparteneva ancora al Monastero di Monaci Olivetani di S. Caterina in Fabriano, il quale, con alcune terre annesse e circostanti, l’aveva ceduta in enfiteusi, sino a terza generazione, alla famiglia di Fabio Leli, Dottore Gualdese, per il prezzo di tre fiorini ogni anno. Il Camagliani, trovò la Chiesa già ridotta in cattivo stato, ed ordinò che le sue rendite si adibissero per i necessari restauri, vietandovi intanto, la celebrazione dei divini Offici, che consistevano in una Messa nella festa di S. Antonio, più un’altra Messa durante l’anno, devotionis causa. Né queste rendite dovevano essere di poco conto, poiché ci risulta che il suddetto Monastero di S. Caterina di Fabriano, insieme al Beneficio della Chiesa di S. Antonio, che era fornita all’intorno di case di abitazione con cisterna, orto, vigna, olivete e selva, possedeva nel territorio di Gualdo, parrocchia di Caiano, « in la contrada dell’Isola, Padule, Castellecta » anche un vasto podere, con palazzo voltato, ottenuto mediante elargizioni di Angelo Cini da Bevagna, Vescovo di Recanati, morto poi Cardinale nel 1412; più un oliveto, fuori di Gualdo nei pressi della Rocca Flea, acquistato nel 1406; due case nell’interno della nostra città, lasciate per testamento da tale Antonio di Bonanno con vincolo d’inalienabilità, pena il passaggio del loro possesso alle Chiese Gualdesi di S. Francesco e di S. Agnese; tre terreni nella parrocchia di S.

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Pellegrino, in contrada Cannelle e Poltro, comprate nel 1396 ed altri beni. (1)

Ma nonostante tutto ciò, i restauri alla Chiesa di S. Antonio, ordinati dal suddetto Visitatore Apostolico, non dovettero mai essere stati effettuati, tanto è vero che il Vescovo di Nocera, Mons. Mannelli, il 31 Decembre 1583, minacciò una multa di dieci scudi al Monastero di S. Caterina ed alla famiglia Leli, se più oltre tardassero a farli eseguire.

Nel principio del Settecento, la Chiesa, una casa colonica attigua, e le terre annesse, sempre possedute dal suddetto Monastero Fabrianese, erano affittate, sino a terza generazione, alla famiglia Balducci di Gualdo, per il prezzo di cinque scudi ogni anno e con l’onere di mantenere in buono stato, così la Chiesa come la casa colonica, nonché di far celebrare cinque Messe, nella festa di S. Antonio ed una Messa nel primo giorno delle Rogazioni, sull’unico altare della Chiesa, allora ornato con una statua del Santo titolare. Ma nel 1742, per il pessimo stato in cui si trovava quell’ambiente, il Vescovo di Nocera di nuovo vi proibì la celebrazione di queste Messe.

Nella seconda metà di quello stesso secolo, la Chiesa ed i beni annessi, dal Monastero di S. Caterina di Fabriano, erano stati dati in affitto alla famiglia Cristiani, la quale non solo aveva spogliato la Chiesa dei sacri arredi, della campana e persino della statua del Santo, ma non si curava affatto di mantenerla in buono stato; tanto che il Vescovo di Nocera, con decreto del 22 Agosto 1771, impose la restituzione degli oggetti suddetti ed ordinò di sequestrare le rendite del predio di S. Antonio così al Monastero di S. Caterina, come all’affittuario Giovan Battista Cristiani, dovendosi dette rendite adibire invece per i restauri di cui abbisognava la Chiesa. Ma, nonostante la tutela Vescovile, i vari affittuari dei beni della Chiesa di S. Antonio, specialmente se vincolati da contratti enfiteutici, a poco a poco subentrarono nei diritti del Monastero Fabrianese, impadronendosi così, più o meno illegalmente, di questi beni. Della Chiesa stessa più nessuno ebbe cura ed il vetusto edificio andò continuamente peggiorando sino al punto che nel 1841, crollò tutta la volta Gotica della Chiesa, che venne allora trasformata in fienile e, dovendosi poi ingrandire l’attigua casa colonica, si costruirono anche alcune stanze sopra di esso.

Internamente, sulle sue pareti, eranvi vari pregevoli affreschi eseguiti nella seconda metà del Quattrocento, dal pittore Matteo da Gualdo, i quali andarono perduti quando crollò la volta dell’edificio,

(1) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Perg. provenienti dall’Arch. di Gualdo Tadino. Perg. N°. 22 – A. BUCARI : La Bastola. Milano 1902. pag. 145, 146. Nota 5 – Manoscritto cartaceo del principio del sec. XV, in volgare. Già dell’Archivio del Monastero di S. Caterina in Fabriano, poi passato al Comm. Ernesto Moscatelli – MlTTARELLl : Annali Camaldolesi. Tomo VI, pag. 143 – Rivista Storica Benedettina. Anno XVII. N. 69-70, pag. 192 e 193.

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affreschi che descriveremo nel Capitolo dedicato alla vita ed alle opere del Pittore suddetto.

Anche oggi l’ambiente che già fu Chiesa di S. Antonio Abbate, incorporato nella contigua casa colonica, viene adibito all’umile uso di fienile o di stalla e dell’antica costruzione, solo resta la parte inferiore della facciata, tutta costruita in pietra finamente tagliata e con in mezzo la porta d’ingresso sotto l’antico arco Gotico. La suddetta casa colonica, sorge attualmente fuori la Porta civica di S. Facondino, proprio entro l’angolo che la strada scorciatoia proveniente dalla Stazione Ferroviaria, forma incontrandosi con la Via Provinciale che da Gualdo va a Fossato di Vico.

XXIX. – Chiesa di S. Giacomo Apostolo fuori la Porta Civica di S. Facondino in Gualdo Tadino.

Nella prima metà del secolo XIV, fuori la Porta Civica di S. Facondino, presso a poco nel luogo dove oggi trovasi l’ingresso agli orti che circondano l’Istituto Salesiano di S. Roberto, sorse un Convento per le Monache di S. Chiara. Annessa al Convento, ma di pochi passi separata da esso, eravi una Chiesa, che non sappiamo se fosse preesistente o se costruita insieme al Chiostro, e della quale ignoriamo persino a chi fosse dedicata in quel tempo; solo per certo ci è noto che la stessa funzionava da Chiesa Monastica per il Convento suddetto.

Nel 1573, Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, mandato in Gualdo quale Visitatore Apostolico, avendo appreso che le Monache Clarisse non seguivano troppo fedelmente la pia Regola Francescana e per essere il loro Convento pericolante e fuori delle mura cittadine e la Chiesa distaccata dal Chiostro, stabilì che quelle religiose, venissero trasferite entro Gualdo, in un edificio ove la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone, manteneva sin dall’antico un suo Ospedale intitolato a S. Giacomo. Nello stesso tempo, il Vescovo Camagliani ordinò, che in compenso, alla Confraternita di S. Maria, venisse ceduto il Convento lasciato libero dalle Clarisse per essere adibito a scopo ospitaliero. La permuta in discorso si effettuò nel 1575 e fu così che, con il detto Convento, anche l’annessa Chiesa passò in proprietà della Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, assumendo da quell’epoca il titolo di S. Giacomo, cioè quello dell’Ospedale di cui andava a far parte.

Funzionò poi come Chiesa del nuovo Istituto Ospedaliere sino alla metà del Settecento, nel qual tempo avvenne infatti la soppressione dell’Ospedale di S. Giacomo. Durante quest’epoca, sull’unico Altare del Tempio, la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, faceva celebrare Messa a proprie spese ogni giorno festivo, più in occasione della festa di S. Giacomo e nel primo giorno delle Rogazioni. Negli Atti di Sacre Visite, qualche volta la Chiesa viene indicata col titolo dei S. S. Filippo e Giacomo; in quelli riferentisi alla Visita del 1731, non sappiamo perché, ma forse per un errore

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del Cancelliere Vescovile, viene detta Chiesa del Crocifisso. Da questi stessi Atti apprendiamo inoltre che il suo fabbricato, sin dalla fine del Cinquecento, trovavasi in pessime condizioni e minacciava di rovinare. Anzi, negli Atti della Visita Pastorale compiutavi dal Vescovo di Nocera l’anno 1613, risulta che costui, dopo aver fatto notare la probabilità di una non lontana rovina del Tempio, malinconicamente riconosceva la difficoltà di apportarvi un rimedio poiché « cum sit vasta moles et satis magnum aedificium » sarebbe occorso molto denaro per il restauro. Risulta però, che nel principio del Settecento, si praticò in essa qualche bonifica, ma dovette trattarsi di poca cosa e che non valse ed impedire la distruzione a cui era condannato il vetusto edificio.

Quando questa avvenissse è a noi ignoto, ma probabilmente la finale rovina sarà stata provocata dal grande terremoto del 1751. Ciò è convalidato anche dal fatto, che la stessa trovasi citata negli Atti di Sacre Visite per l’ultima volta l’anno 1750. Dopo tale data, nessuna notizia si ha più della Chiesa di S. Giacomo, della quale non restano oggi neppure le fondamenta.

XXX. – Chiesa di S. Maria Annunziata nel Convento dei Minori Osservanti presso Gualdo Tadino.

E’ la Chiesa Claustrale dei Minori Osservanti e fu costruita dal Comune di Gualdo, insieme all’attiguo Chiostro, nel principio del XVI secolo, per i Terziari Regolari, passando poi col Chiostro stesso, come si è visto, ai Minori Osservanti nel 1521. L’interno della Chiesa, ad una sola navata, fu però certamente rifatto nella prima metà del Seicento.

L’Altare Maggiore, grandioso e fiancheggiato da due porte che immettono nel retrostante Coro, ha un quadro in tela con la scena dell’Annunciazione e, sulla cornice, la data 1629. Ai lati del quadro, e sopra le due porte suddette, trovansi due grandi statue delle quali, quella a destra di chi riguarda l’Altare stesso, rappresenta S. Luigi IX (S. Lodovico IX) Re di Francia, e quella a sinistra, S. Bernardino. Sul di dietro dell’Altare, osservansi ancora tre nicchie incorniciate di stucchi, oggi vuote ma che un tempo contenevano tre pregevolissimi dipinti a tempera su tavola, costituenti un trittico che al presente ammirasi nella Pinacoteca Comunale di Gualdo, dove fu trasportato quando, dopo il 1860, la Chiesa fu demaniata dal nuovo Governo Italiano. Questo dipinto del XV secolo, attribuito ad Antonio da Fabriano, rappresenta nel centro S. Anna con in grembo Maria Bambina avente un libro in mano, da un lato S. Gioachino e dall’altro S. Giuseppe. Una quarta nicchia, al di sotto delle precedenti, e come questa oggi vuota, racchiudeva una volta un’altra bella tavola Quattrocentesca, attribuita a Matteo da Gualdo, dipinta a tempera, rappresentante l’Annunciazione di M. V., la quale trovasi anch’essa attualmente conservata nella nostra Pinacoteca Comunale.

Sulle pareti laterali del Tempio esistono altri quattro Altari, due per

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lato: II primo di essi, a destra di chi entra nella Chiesa, è dedicato a S. Antonio da Padova e porta un quadro in tela con l’effigie del Santo titolare, avente il Bambino in braccio e superiormente due Angeli. Fu eretto da un antica famiglia Gualdese, quella dei Balducci che ne curava l’officiatura ed il mantenimento. Sempre a destra, il secondo Altare è dedicato alla Concezione, e vi è collocata una statua della Vergine di tal nome. Il primo Altare a sinistra, è intitolato a S. Anna ed ha un quadro in tela raffigurante la Madonna che mostra Gesù Bambino a S. Francesco, presente S. Anna, mentre uno stuolo di Cherubini appare in alto tra le nubi. Questo quadro è stato attribuito a Giacomo Giorgetti di Assisi. L’Altare in discorso, apparteneva alla famiglia Vittori di Gualdo, che l’aveva eretto assegnandogli altresì un pio legato con oneri di Messe, ed a questa famiglia forse si riferisce lo stemma gentilizio che vi si vede, cioè due mani sorreggenti un ramoscello d’olivo ed una foglia di palma, il tutto sormontato da una cometa. Nello spessore dell’arco sotto cui trovasi l’Altare e lateralmente a questo, entro due cornici di stucco, esistono due piccole tele Secentesche rappresentanti due Evangelisti. Sempre a sinistra, l’ultimo Altare era un tempo ornato da un antico dipinto Bizantino su tavola, rappresentante la Vergine con il Bambino e in alto, entro due tondi, due Angeli. Questo pregevole quadro, all’epoca della Demaniazione, fu trasportato nella Pinacoteca Comunale, dove ancora si trova, restando vuota sull’Altare, solo la ricchissima cornice Seicentesca che lo conteneva, la quale, dopo molti anni, nel 1923, fu inviata nel Convento di S. Maria degli Angeli. Tale dipinto ha una piccola storia, come risulta da una vecchia pergamena conservata tuttora nella Sagrestia della Chiesa, pergamena che qui appresso integralmente trascrivo:
«Questa imagine della gloriosissima Vergine Maria, Regina del cielo e della terra, la quale si crede e tiene fosse dipinta per mano di S. Luca Evangelista, con gran difficultà e spesa fu portata da Costantinopoli in questo luogo, dal molto reverendo padre Fra Gerollamo da Fossato, dell’orde Minori Osservanti di San Francesco, confessore della Felice Memoria di papa Pio V, l’anno di nostro Signore 1570 e fu riposta in questa stessa chiesa, nella quale essendo longamente stata, ma in luogo più humile, finalmente fu translatata e collocata in questa honorevole Capella, ornata mediante l’elemosine delle persone devote, per industria e diligenza del molto venerando padre Frate Ignatio d’Assisi, dello stesso ordine, l’anno 1624». In un manoscritto di Padre Agostino da Stroncone, conservato nella Biblioteca di S. Maria degli Angeli, con il titolo « Umbria Serafica ossia Cronologia della Provincia di S. Francesco» trovasi in proposito la seguente nota: « Anno 1570. Fr. Girolamo da Fossato religioso dotto et esemplare, è confessore di Papa Pio V e quest’anno porta nella chiesa del nostro convento di Gualdo un immagine della B.ma Vergine che si stima dipinta da San Luca». Così pure in «Annales Minorum» continuati dal P. Gaetano Michelexio Ascolano M. O. Roma 1794. Tom. XX, p. 295, si legge: «Hieronymus de Fossato dioecesis Nucerinae, vir doctus et exemplaris a Pontifice, cui erat confessarius, dono accepit

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imaginem B. Virginis, ut dicitur, a S. Luca depictam, quam ad conventum S. Annuntiationis Gualdi mittit, ubi religiose osservatur ».
Il 18 Aprile 1613, i Frati del Convento dell’Annunziata, fecero istanza al Comune di Gualdo, perché contribuisse a costruire, nella Chiesa del loro Convento, una Cappella ove si potesse esporre al culto il quadro in discorso. La domanda fu in seguito accolta ed alla spesa per l’erezione dell’Altare, su cui nel 1624 fu esposta alla venerazione dei fedeli l’antica Immagine, concorse pure il Comune di Fossato di Vico, il quale, certo per onorare la memoria del suo cittadino Fra Girolamo, che dall’Oriente aveva portato in Gualdo quel quadro, stabilì « che alli P. P. Zoccolanti della Nuntiata di Gualdo, li si debbia fare la carità di diece scudi, se però il camerlengo se li troverà in mano, et in evento che non havesse detti danari, in quel caso li si debbiano dare cinque mine di grano acciò possi tirare a fine detta capella ». Altro ricordo di questo dipinto, trovavasi finalmente in un libretto manoscritto, un dì esistente nella sagrestia della Chiesa in esame, nel quale leggevasi appunto l’annotazione che segue: « Il dì 20 Maggio 1692, fu rogato istromento da Cherubino Mattioli di Gualdo, pubblico notaro e cancelliere vescovile, sulla estrazione dalla chiesa della SS.rna Annunziata di Gualdo, convento dei Minori Osservanti, del quatro nel quale è dipinta l’immagine della Beatissima Vergine, come si dice, dipinta da S. Luca, per portarsi processionalmente onde impetrare la serenità, e fu tradotta nei monasterii di Santa Maria Maddalena, Santa Chiara e Santa Margherita di Gualdo, e per tale estrazione, si obligarono solennemente il Sig. Vincenzo Fregasi di Gualdo, ed Angelo Brunorio di detto luogo ad ogni semplice richiesta del rev. Padre Io. Antonio guardiano reggente, di riportarla onorificamente nel detto convento della SS.ma Annunziata di Gualdo dei Minori Osservanti ». Presentemente, su questo Altare, è collocata una statua di S. Francesco d’Assisi. (1)

Tutto intorno tra un Altare e l’altro, ma in alto, sulle pareti interne della Chiesa, entro fastose cornici di stucco bene armonizzanti con l’architettura Seicentesca dell’edificio, trovansi nove grandi quadri in tela di soggetto Francescano, che qui appresso descriverò, incominciando da quello posto a destra di chi riguarda l’Altare Maggiore: Il primo quadro rappresenta infatti S. Bonaventura; il secondo S. Francesco in deliquio e con le stimmate, sorretto da un Angelo, la qual tela è firmata dal pittore Cesare Sermei; il terzo S. Elisabetta Regina di Portogallo; il quarto S. Rosa da Viterbo; il quinto, collocato proprio sopra la porta d’ingresso, S. Pietro d’Alcantara, e la cornice reca la data 1708; il sesto raffigura S. Coletta Boilet, la riformatrice dell’Ordine di S. Chiara; il settimo S. Elisabetta Regina d’Ungheria, l’ottavo S. Pasquale Baylon, tra due

(1)Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 106. – Arch. Comunale di Fossato di Vico : Atti Consigliari dal 1617 al 1636. Pag. 106 e 107 – A. ALFIERI: Fossato di Vico. Memorie Stanche. Roma 1900. Pag. 86-87.

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altri Santi dell’Ordine oranti il Sacramento; l’ultimo S. Ludovico d’Angiò, vescovo di Tolosa.

La volta è stata dipinta nel 1926 da Elpidio Petrignani di Amelia, che vi rappresentò, in due grandi scene, la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di M. V. per opera di Pio IX, nonché una delle storiche dispute avvenute in passato tra Domenicani e Francescani su tale controversa questione.

Dietro l’Altare Maggiore, vi è un bel Coro, opera della fine del Cinquecento o dei primi del Seicento, e in mezzo al pavimento della Chiesa, la tomba riservata ai Frati del Convento.

All’esterno, sopra la porta d’ingresso, in una nicchia vi è un affresco del XVI secolo, recentemente in modo eccessivo ritoccato a scopo di restauro, rappresentante la scena dell’Annunciazione e sotto questa vedesi scolpito in pietra lo stemma del Card. Antonio Del Monte, Legato Papale in Gualdo, che assai cooperò all’erezione della Chiesa e dell’attiguo Convento. Lateralmente a tale ingresso, altre due porte minori immettono in due Cappelle: Quella a destra di chi entra, già dedicata al Crocefisso, apparteneva in giuspatronato alla famiglia Caiani che, sin dal secolo scorso, l’adibisce ad uso di sepolcreto privato per i propri membri; l’altra a sinistra, già dedicata a S. Pasquale, fu comperata dalla famiglia Pennoni, che nel 1922 la ridusse anch’essa a sepolcreto per proprio uso, facendone poi partecipe la famiglia Donati. Nel pavimento di questa Cappella, esistevano due antiche tombe, che erano riservate ai Terziari Secolari, una per i maschi, l’altra per le femmine.

XXXI. – Chiese del Beato Marzio e della Beata Anna presso Gualdo Tadino.

Nel Capitolo riferentesi ai Conventi dell’Ordine Francescano in Gualdo, vedemmo, come il nostro primo Chiostro sorgesse intorno al 1219 nell’alpestre valletta dove sgorgano le abbondanti e fresche acque che oggi alimentano l’acquedotto Gualdese, la quale valletta chiamavasi allora Val di Gorgo ed è oggi invece conosciuta con il nome di Santo Marzio per la dimora che in quel luogo fece in seguito l’omonimo Anacoreta.

La Chiesa del B. Marzio, originariamente dedicata ai Santi Stefano e Lorenzo martiri, rappresentava appunto l’Oratorio del suddetto Convento Francescano, Oratorio che era sopravvissuto alla rovina del Convento stesso e che conteneva anche le venerate spoglie del Beato.

Invece la Chiesa della B. Anna, esisteva pochi passi lontano dalla precedente e così chiamavasi perché ivi aveva vissuto ed era stata sepolta una B.Anna, coeva del B. Marzio e venuta nei nostri luoghi a far vita eremitica da lontane regioni. L’ubicazione di questa seconda Chiesa, è bene indicata nei nostri Statuti Comunali del XVI secolo ( De officibus, rubrica 23 ) dove appunto è sancito, che la manutenzione dell’acquedotto pubblico fosse a carico dei mugnai Gualdesi, dalla Rocca sino all’Oratorio della B. Anna.

423 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Nel 1583, le due misere Chiese furono ispezionate dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, in occasione di una sua Visita Pastorale compiuta in Gualdo. Egli trovò che le tre porte della Chiesa del B. Marzio e l’unica porta di quella della B. Anna, erano prive di imposte per cui sovente, specie durante le intemperie, vi penetravano e vi cercavano ricovero gli armenti soliti a pascolare nella folta boscaglia che allora esisteva in quel luogo. Per tale motivo, lo stesso Vescovo, vietò al Cappellano di celebrarvi Messa sino a che non fosse stato eliminato un sì grave sconcio. Ma nonostante le proibizioni Vescovili, nessun miglioramento si dovette apportare ai due fabbricati, poiché nel 1593, l’altro Vescovo di Nocera Mons. Pierbenedetti, nuovamente proibì di celebrarvi, per il pessimo stato in cui si trovavano. Anzi, a tal proposito noteremo, che con maggiore solennità vi si diceva Messa durante le Rogazioni, poiché in tale evenienza, muovendo da Gualdo, sin lassù giungeva la relativa processione. Il Cappellano, spesso unico per ambedue le Chiese, era nominato e mantenuto dal Comune di Gualdo al quale le stesse appartenevano. Così fu appunto che, dietro preghiera della Magistratura Gualdese, il Beneficio inerente alla Chiesa della B. Anna, fu dal Card. Antonio Del Monte, Legato Pontificio in Gualdo, concessa vita natural durante, al Chierico Pietro di Broncolo il 15 Settembre del 1533. Come pure ci resta notizia che, dal Comune, ne fu poi data la custodia e l’officiatura ai Monaci del nostro Convento di S. Agostino, con deliberazione del 29 Novembre 1579. In seguito, circa il 1590, il Comune stesso concesse le due Chiese, sino a terza generazione, con il terreno circostante, al Gualdese Ottavio Ranieri.

Nel primo decennio del secolo XVII, i due fabbricati andarono completamente in rovina. Crollò anzi tutto la Chiesuola di S. Marzio, che di costui conteneva le spoglie, le quali vennero allora disotterrate e trasportate in quella della B. Anna. Seguì poco dopo la rovina di quest’ultima, e le stesse spoglie, unitamente a quelle della B. Anna ed alla campana dell’Oratorio, nel 1608 vennero trasferite nella Chiesa di S. Rocco presso Gualdo, che ereditò altresì tutti i benefici, diritti ed oneri già spettanti alle due scomparse Chiesuole, delle quali non resta più oggi la minima traccia. (1)

XXXII. – Chiesa della SS. Trinità sul Monte Serra Santa.

Questa Chiesa, che in antico figura qualche volta anche intitolata a S. Maria, trovasi sull’estrema vetta del Monte Serra Santa, a 1348 metri sul livello del mare. E’ coperta da volta e quasi sotterranea, in maniera da non venire danneggiata dai violenti uragani che spesso infuriano su quelle alte cime dell’Appennino. Per tale ragione è sprovvista anche di fenestre e riceve la luce solo dalla porta

(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite in Gualdo, nelle Chiese del B. Marzio e della B. Anna . An. 1583, 1597, 1605, 1607 – Arch. Comunale di Gualdo : Libro dei Consigli dal 1579 al 1581. c. 68t; Raccolta delle Pergamene . Perg. del sec. XVI. N°. 23.

424 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

d’ingresso. Viene preceduta da un atrio ed ha lateralmente due ambienti, anch’essi sotterranei in gran parte, che negli antichi tempi servirono spesso di abitazione a degli Eremiti.

Ignoriamo quando fu costruita, ma è certo antichissima. Il più vecchio documento che di essa ho potuto rintracciare, è un testamento del 20 Agosto 1476, con il quale, tal Caterina del fu Iacopuccio di Luca, del Castello di S. Pellegrino, lasciava tra l’altro « pro salute anime sue, florenos duos, ad XL, prò reparatione et fabricatione Cappelle Serre Sancte ». Un altro legato di venti Bolognini, faceva, in data 29 Luglio 1514, anche il Notaio Gualdese Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli « prò aconcimine ecclesie sancte Marie Serre Sancte montis Gualdi», e dieci bolognini le donava Fiordalisa, figlia del fu Andrea di Angelo Benadatti e vedova di Luca di Cecco Pacciarelli da Gualdo, con testamento del 7 Maggio 1525. Similmente tal Francesca di Arcangelo Ambrosi, moglie di Gioventino di Senso di Antonio de Uncinellis da Gualdo, il 18 Gennaio 1526, lasciava un fiorino alla Chiesa stessa «pro aconcimine». (I)

Oltre a ciò, nell’Ottobre del 1524, Antonio Del Mente, Cardinale Legato di Gualdo, accordava importanti privilegi ecclesiastici a questa alpestre Chiesuola ed alla Confraternita Gualdese della SS. Trinità, che ne aveva, come anche al presente, il possesso e che in ogni tempo ha sempre provveduto alla conservazione ed all’arredamento di questo sacro edificio, il quale, situato come è in luogo deserto, veniva però in passato assai spesso svaligiato dai ladri, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1633, vietò di lasciare in esso e negli ambienti contigui, suppellettili e mobili.

La Confraternita suddetta, sino al secolo scorso, vi fece inoltre sempre celebrare una Messa nella prima domenica di Maggio, Giugno, Luglio, Agosto e Settembre, cioè nei mesi in cui la montagna è accessibile. La mercede consisteva, nel Seicento, in tre Giuli ogni Messa, percepiti dal celebrante, che durante il Settecento, era per solito un frate del nostro Convento di S. Francesco. Inoltre, sin dall’antico, la Confraternita indiceva nella Chiesa due Offici di più Messe durante l’anno e cioè nel giorno dell’Ascensione di Gesù Cristo ed in quello della SS. Trinità. In occasione di queste due feste, le varie Confraternite Gualdesi, seguite da migliaia di cittadini, ascendevano la montagna, per assistere alle funzioni religiose nella Chiesa, e poi trascorrere la giornata, sparsi in allegre comitive, sulle praterie e fra le boscaglie circostanti dove si imbandivano rustici desinari. La Confraternita della Trinità, ai propri membri convenuti nella Chiesa, faceva anche distribuzione di pane. Una tale usanza si è mantenuta immutata attraverso i secoli, ed oggi ancora, nella festa dell’Ascensione ed in quella della Trinità, ma specialmente nella prima, una enorme folla sale sino alla Chiesa su per i fianchi dirupati del Serra Santa, non solo dal territorio di Gualdo, ma anche

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499. c. 245; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535, c. 122, 178, 179; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527, e, 454.

425 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

dai paesi posti lungo il versante Marchigiano della montagna, e su quell’alta vetta trascorre tutto il giorno in feste e merende. Questa antichissima costumanza, sta forse a simboleggiare l’Ascensione che, insieme agli Apostoli, fece Cristo da Gerusalemme fin sulla cima del monte Oliveto, da dove sarebbe salito poi in Cielo.

In passato, la Chiesa era munita di un Altare Maggiore e di un Altare laterale. Quest’ultimo fu fatto demolire, forse perché indecente, dal Vescovo di Nocera nel 1772 e solo sappiamo che era ornato da un quadro rappresentante l’Assunzione di Maria Vergine. L’Altare Maggiore, dedicato alla SS. Trinità, consisteva un tempo in una splendida opera d’arte, tutto in terra cotta, con figure di grandi dimensioni e ricchi fregi a basso e ad alto rilievo, completamente ricoperto di smalti policromi, sullo stile di Luca della Robbia e di esso daremo anzi una dettagliata descrizione nel Capitolo dedicato all’Arte delle Maioliche in Gualdo. Nell’Ottobre del 1925, ignoti e vandalici ladri, rubarono nell’Altare la figura di S. Facondino e affinchè il resto non subisse in seguito la stessa sorte, fu trasportato, previo restauro, in luogo più sicuro e cioè nella Chiesa di S. Francesco entro Gualdo, dove ancora oggi si ammira. In occasione del distacco di questo Altare, si scoprirono le tracce di un antico affresco sulla retrostante parete, la quale poi, nel 1928, accolse una bella copia moderna, pure in terracotta policroma, dell’Altare suddetto.

Attigua alla Chiesa della SS. Trinità, trovasi una piccola cisterna, la quale è perennemente fornita di acqua sorgiva, cosa invero poco comune, data l’ubicazione dell’edificio sul vertice di una montagna. Questa cisterna dovette essere costruita, dopo una lunga preparazione, nei primi del Cinquecento e ciò desumo da due testamenti fatti il 16 Giugno 1498 e il 10 Giugno 1507 da Graziosa, figlia di Giovanni di Antonio di Luca e vedova di Ser Andrea di Francesco Ciotta da Gualdo. Nel primo di questi due Atti, la testatrice lasciava infatti, tra l’altro, anche dieci fiorini alla Chiesa di Serra Santa «pro una citerna ibi fienda » e nel secondo si riconfermava lo stesso legato «pro citerna Serre Sancte». (1)

XXXIII. – Chiesa del Crocefisso presso Gualdo Tadino.

Fu fondata dalla nobile famiglia Gualdese dei Coppari oggi estinta, a circa un chilometro da Gualdo, sulla via che conduce a Nocera, nella località allora chiamata Montarone. Costituiva un semplice Beneficio Ecclesiastico, ed il primo Atto che troviamo riferentesi a tale Chiesa è un Decreto del Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, rilasciato intorno al 1580, con il quale si concedeva al sacerdote Don Pietro Coppari, il permesso di erigere la Chiesa del Crosso. Segue a quest’Atto un testamento rogato il 4 Luglio 1584, notaio Nocerino Clemente Carnevali, con cui il suddetto sacerdote Pietro

(1) Arci,. Notarile di Gualdo; Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527, c. 132t. ; di Bernardino Moroni dal 1502 al 1542, c. 23t.

426 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Coppari, assegnava alla Chiesa stessa un censo perché vi fosse istituita una Cappellania, che doveva poi sempre restare sotto il giuspatronato della famiglia Coppari. L’Atto di fondazione di questo nuovo Tempio, fu infine redatto in Nocera il 26 Settembre 1585. Gli stessi Cappellani furono infatti per lungo tempo, come vedremo, membri della famiglia suddetta. Primo Cappellano, appena costruita, fu un Don Grazio e poi un Don Andrea nel 1633. In quest’epoca e propriamente con testamento del 28 Ottobre 1635, un altro Don Grazio Coppari, lasciò alla Chiesa due terreni, uno in vocabolo La Pietra, l’altro in vocabolo Melci, con l’obbligo, per il Cappellano, di indirvi ogni anno un Officio di quattro Messe per l’anima del donatore. Altro Cappellano fu nuovamente un Don Orazio nel 1670, poi un Don Lorenzo Antonio nel 1704, poi un Don Giuseppe, Cameriere Segreto di Papa Pio VI, che con Atto del 7 Novembre 1791, accrebbe la dotazione della Chiesa, con l’onere di due Messe settimanali. Tutti i sette su nominati sacerdoti, appartennero alla famiglia Coppari, come era stato infatti stabilito dal fondatore Don Pietro.

La Chiesa, coperta da una volta, preceduta da un elegante portico, e munita di campana, possedeva un unico Altare circondato da una cancellata di legno. Oltre l’ingresso principale, ne aveva in origine uno laterale, che fu poi rinchiuso in epoca remota. Sulla parete sopra l’Altare, era dipinto il Crocefisso, avente ai lati due Santi ed ai piedi la figura del committente del quadro Don Pietro Coppari.

Alla Cappellania spettava l’onere di una Messa ogni venerdì per l’anima del fondatore. Vi si celebrava inoltre la Messa ogni giorno festivo. Ma i suddetti Cappellani della famiglia Coppari, non sempre l’officiarono personalmente, anzi più spesso ne davano incarico ad altri sacerdoti. Ad esempio, nel 1633, erano incaricati di dirvi Messa i Monaci Silvestrini del nostro Monastero di S. Nicolo, con lo stipendio di dieci scudi all’anno, la qual somma corrispondeva al reddito del Beneficio. Inoltre la famiglia Coppari, vi faceva celebrare a sue spese, un Officio di cinque Messe il 14 Settembre, festa dell’Esaltazione della S. Croce.

La Chiesa cessò di essere aperta al culto nel 1914; dopo di allora fu abidita ad usi profani riducendosi in pessime condizioni. Nel 1926 fu finalmente trasformata in tutte le sue parti, per adibirla ad uso di abitazione privata per opera della famiglia Brambilla che la possedeva. In questa occasione, l’unico ambiente venne diviso in due parti e fu rinchiuso il grazioso portico antistante alla Chiesa, aprendosi su tutto l’edificio, nuove porte e fenestre. Scomparve in tal modo il nome del fondatore della Chiesa, così inciso nell’archi­ trave di una fenestrella: D . P . C O P 1 . I . P A T s . (Domini Pe tri Coppari Juspatronatus), mentre sull’architrave di altra fenestra leggevasi: D. P. C. 1580 (Dominus Petrus Coppari 1580), Similmente andò distrutto il dipinto in affresco dell’Altare, che però nessun pregio artistico aveva. Inscrizione e dipinto furono, per ricordo, riprodotti in un quadro di maiolica smaltata policroma, sulle pareti esterne del rinnovato edificio.

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XXXIV. – Chiesa di S. Rocco presso Gualdo Tadino.

Negli Atti di una Sacra Visita, praticata in questa Chiesa il 4 Ottobre 1652, dallo storico Folignate Ludovico Jacobilli, quale rappresentante e per incarico del Vescovo di Nocera, leggesi che la Chiesa stessa, in segno di espiazione, era stata costruita e dedicata a S. Rocco, il protettore degli appestati, nell’anno 1448, mentre una pestilenza decimava la popolazione Gualdese. Esatta è la notizia, ma errato è l’anno a cui questa va riferita; né ciò del resto deve far meraviglia, poiché i suddetti Atti di Sacre Visite, contengono frequenti errori per quanto si riferisce a nomi ed a date. Nessuna pestilenza ci risulta essere stata in Gualdo nel 1448, ma, anche senza tener conto di ciò, sulla scorta di due documenti del nostro Archivio Notarile, dobbiamo invece posporre di circa trent’anni l’erezione della Chiesa in esame. Trattasi di due testamenti dettati il 9 Settembre e il 28 Decembre 1476. Nel primo si legge che la testatrice, Margherita del fu Ermanuccio da Belvedere (Fabriano), moglie di Nicolo da Rigali, ritiratasi per sfuggire la pestilenza in una capanna a Sasso Cupo presso Rigali, lasciava dieci bolognini «cappelle gloriosissimi Martiris (sic) sancti Rocci, pro fabricatione dicte capelle ». Similmente dal secondo testamento, si apprende che Pietro di Rinalduccio da Gualdo, donava « pro fabricatione capelle Sancti Rochi solidos XXV denariorum ». L’erezione della Chiesa dovette quindi avvenire o nel suddetto anno 1476 o, al più tardi, entro il decennio seguente, durante il quale, quando più, quando meno intensa, la pestilenza serpeggiò nella nostra regione, facendovi moltissime vittime. Certo, che nel 1486 la Chiesa era già costruita, poiché in tale anno, il 15 di Agosto, Bernardino di Gaspare De Humiolìs da Gualdo, con legato testamentario, lasciava due fiorini Marchigiani, per fornire di un calice, entro sei anni, la Chiesa di S. Rocco. Cinquanta bolognini elargiva anche alla stessa « pro acconcimine et ornamento» il 26 Luglio 1507, tal Francesco di Cinzio Fidatti da Gualdo. (1)

Dalla sua fondazione, la Chiesa di S. Rocco, è rimasta poi sempre sino ad oggi in possesso del Comune, il quale, dopo che nel 1519 assunse l’amministrazione dell’antico Ospedale di Dioti salvi, altrimenti detto di S. Lazzaro, l’aggregò all’Ospedale stesso, certo in relazione con le sue prime origini. (2)

La Chiesuola è piccola, di forma semicircolare, a volta, ed era inoltre munita di campana. Appena costruita, il suo interno fu in breve ricoperto da bellissimi affreschi, dovuti all’abile mano di un ben noto pittore, Matteo da Gualdo. Particolare notevole si è che

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Andrea di Angelo de Benadattis, dal 1469 al 1477, c. 136 e 140t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, dal 1473 al 1527, c. 57 e 227.

(2) R. GUERRIERI: G li antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909, p. 57, 58, 59.

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gli affreschi in parola, consistevano in tanti quadri, l’un presso l’altro disposti e che talvolta ripetevano anche lo stesso soggetto. Questo ci fa pensare che ognuno di quei quadri, come allora si usava, fosse stato dipinto per commissione di un particolare individuo e che stesse a ricordare qualche pio voto, cioè o il ringraziamento a S. Rocco per essere sfuggiti al contagio, oppure un offerta propiziatoria per esserne immuni nell’avvenire. Di quest’opera, che fu forse tra le più belle del pittore Gualdese, oggi ben poco rimane, essendo gli affreschi andati perduti nella massima parte, per l’umidità, per lo scrostamento dell’intonaco e più che altro per l’incuria degli uomini, ed anche le poche figure che restano sono destinate ad una sicura e non lontana scomparsa. Di questi dipinti, diamo una dettagliata descrizione nel Capitolo in cui si tratta della vita e delle opere dell’artista Matteo da Gualdo. Oltre a ciò, sopra l’unico Altare, recinto da una cancellata in legno, esisteva un antico quadro in tela d’ignoto autore, raffigurante la Vergine con S. Rocco, S. Lazzaro, S. Domenico ed il Beato Angelo da Gualdo.

Nel primo decennio del XVII secolo, nella Chiesa di S. Rocco, come già si disse, vennero trasferite le ossa del Beato Marzio che prima riposavano in un Eremitorio o Chiesuola, la quale sorgeva presso le sorgenti che oggi alimentano l’acquedotto pubblico Gualdese. Il trasferimento si effettuò perché questa era quasi del tutto crollata e fu compiuto solennemente dalla Confraternita di S. Giovanni Battista, con l’intervento del Clero. Alla Chiesa di S. Rocco passarono così anche la campana, il titolo e il Beneficio della scomparsa Chiesuola del B. Marzio, e sul nuovo sepolcro, situato sulla parete sinistra, fu collocata una lapide con questa epigrafe « Hic requiescit corpus B. Martii eremitae Gualdensis. Anno 1608. » In seguito, nel 1766, i Minori Conventuali del Convento di S. Francesco, chiesero al Comune di Gualdo, il permesso di trasportare nel proprio Tempio, le ossa venerate del Beato Marzio, ma l’Abbate di S. Donato, entro la di cui giurisdizione sorgeva la Chiesa di S. Rocco, si oppose a ciò, anche perché desiderava effettuare invece detto trasferimento nella sua Chiesa di S. Donato. Ma i Minori Conventuali, memori del proverbio: Cosa fatta capo ha, seppero prevenirlo e nel Settembre di quello stesso anno, di notte tempo, nascostamente involarono da S. Rocco le bramate spoglie e le tumularono nella loro Chiesa di S. Francesco, dove rimasero nonostante le proteste dell’Abbate di S. Donato e del Comune di Gualdo.

Quest’ultimo godette sempre il diritto di nominare il Cappellano di S. Rocco, che poi stipendiava con i fondi del suddetto Ospedale di S. Lazzaro. Sin dai primi tempi, vi si indiceva un Officio di più Messe nella festa del Santo Titolare e vi si celebrava spesso per incarico di pie persone; ad esempio le Monache del Monastero di S. Maria Maddalena, vi facevano dire Messa ogni anno nel mese di Agosto. Durante un certo periodo di tempo, si usò anche di officiarla nel secondo giorno delle Rogazioni e nella festa di S. Lorenzo. Più tardi si cominciò a celebrarvi le Messe regolarmente in tutte le feste di precetto, ed il Comune di Gualdo, con Deliberazione del 4 Aprile 1666, dispose che dette Messe dovevano

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essere, senza eccezione, applicate in suffragio di tutti i defunti per peste nelle varie epidemie che in passato avevano colpito la nostra Città e che al Celebrante sarebbero stati dati, in compenso, sei scudi annui. Fu allora che i Minori Osservanti del Convento dell’Annunziata, fecero domanda per ottenere detta officiatura, e l’ottennero dal Comune stesso, con Deliberazione Consigliare del 9 Gennaio 1667, e ad essi furono così affidate anche le chiavi e la custodia della Chiesa. Però in seguito, questi frati trascurarono detta officiatura sino a lasciarla quasi cadere in disuso per cui, con Decreto del 1 Luglio 1840, il Comune ridusse a venti il numero di Messe annue, da celebrarsi in S. Rocco nei mesi di Giugno, Luglio, Agosto e Settembre, col com­penso di venti baiocchi per Messa. Ma siccome, per la sua posizione fuori la Città, poca gente vi accorreva per assistere ai divini Offici, così la Giunta Comunale, il 9 Giugno 1871, stabilì che, per maggior comodo della popolazione, dette Messe di suffragio, come anche quelle per la festa di S. Rocco, si sarebbero celebrate invece in un’altra Chiesa entro Gualdo e tale disposizione fu poi regolarmente approvata dal Vescovo di Nocera. (1)

II Beneficio Ecclesiastico inerente alla Chiesa di S. Rocco, che possedeva qualche piccolo terreno, essendo stato demaniato quando al Pontificio successe l’attuale Governo Italiano, venne poi riscattato nel principio di questo secolo, dal Sindaco di allora, Ugo Guerrieri.

XXXV. – Chiesa di S. Maria e S. Gregorio della Cava o di S. Spirito presso Gualdo Tadino.

Chi, partendo dal quadrivio oggi chiamato La Posta Vecchia, fuori Porta S. Benedetto, risale la strada che va poi ad incontrare quella Provinciale Gualdo-Nocera, trova, dopo pochissimo cammino, un piccolo tratto di via in forte salita, profondamente scavata nel terreno e fiancheggiata da due alte ripe brecciose. Tale località è anche attualmente denominata La Cava, certo a motivo di alcune vecchie cave di ghiaia che esistono lì presso, ed ivi appunto sorse la Chiesa di cui stiamo trattando. Quando questa avesse origine ci è del tutto ignoto. La prima volta che io la trovo nominata, è in un rogito dell’Archivio Notarile Gualdese, rogito che, il 5 Decembre 1478, si dice esteso « in territorio Gualdi, in parochia S. Donati, ante ecclesiam Sancte Marie della Cava, iuxta viam a duobus et alia latera ». Ricompare poi in due Atti aventi le date 10 e 30 Ottobre 1487. Dal primo di essi risulta, che Fra Giovanni Hendrici di Fiandra, dell’Ordine dell’Ospedale di S. Spirito in Saxia di Roma, nonché Priore, Rettore e Governatore delle Chiese di S. Spirito di Gualdo Diocesi Nocerina, di S. Spirito di Camerino, di S. Spirito di Tolentino, di S. Spirito fuor di Nocera e di S.Maria Maddalena fuori

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Atti Consigliari, con le date su esposte.

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di Fabriano, tutte dipendenti dal suddetto Ospedale Romano di S. Spirito in Saxia, eleggeva a suo procuratore Generale Ser Ercole di Gabriele Rubeis da Gualdo. Dal secondo Atto si apprende che quest’ultimo, nella sua qualifica di procuratore di fra Giovanni Hendrici suddetto, trattava la risoluzione di alcune vertenze, insorte tra un tal Scaramuccia del villaggio Gualdese di Piagge e la Chiesa di S. Spirito « extra Gualdum » a proposito di alcuni beni da quest’ultima posseduti. Tre anni dopo, il 29 Giugno 1490, la stessa si ritrova in un testamento col quale Marina di Baldo di Antonio Lippe detto Maltento, moglie di Francesco di Giacomo di Nicolo dei Coppari da Gualdo, disponeva affinchè, dopo la sua morte, fosse venduta « quadam clamis panni lane colaris bruschini cum alzata » e con la somma ricavata fossero fatte dipingere le immagini della Vergine col Figlio in braccio, di S. Michele Arcangelo, di S. Caterina e di S. Lucia, nella Chiesa di S. Maria della Cava e propriamente sopra l’Altare di S. Gregorio esistente a destra dell’ingresso. Con altro Istrumento del 16 Giugno 1498, Graziosa, figlia di Giovanni di Antonio di Luca e vedova di Ser Andrea di Francesco Ciotta da Gualdo, lasciava dieci fiorini per opere murarie e restauri alla Chiesa di S. Maria della Cava. E similmente il 24 Giugno 1500, tal Manetta del fu Giacomo Morroni, vedova di Francesco di Antonio Pacciarelli da Gualdo, dettando le sue ultime volontà, tra l’altro disponeva affinchè il di lui figlio Giovanni, avesse fatto dipingere la figura della Vergine Maria sopra la porta d’ingresso della Chiesa in esame. (1)

Dopo un silenzio di più di mezzo secolo, questa ricompare in un documento dell’Archivio Vaticano, dal quale apprendiamo che il 5 Gennaio 1565, Vitellozzo, Camerlengo del Vescovo di Nocera, autorizzava la vendita di alcuni terreni infruttiferi posti a Pastina e appartenenti alla Chiesa di S. Maria della Cava e S. Gregorio esistente fuori le Mura di Gualdo, dovendosi però il ricavato investire in altri terreni più utili e più comodi per la Chiesa stessa. Tale autorizzazione veniva rilasciata dietro istanza del Marchese Orsini, Priore e perpetuo amministratore del Priorato e dell’Ospedale di S. Spirito di Foligno, nonché notisi bene, della Chiesa di S. Maria della Cava e S. Gregorio, aggregata all’Ospedale suddetto. In altro documento e cioè negli Atti di una Visita Apostolica compiuta in questa Chiesa dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani il giorno 8 Novembre 1573, si legge invece che la medesima era aggregata all’Arciospedale di S. Spirito in Saxia di Roma. Quest’apparente contraddizione è però subito chiarita, ricordando che l’Ospedale Folignate di S. Spirito, era a sua volta membro del precedente. Tale dipendenza della nostra Chiesa dal celebre e vetusto Ospedale Romano, dipendenza che ancora vediamo sussistere nella metà del XVIII secolo, ci spiega inoltre

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XVII, c. 10; di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527. c. 84t, 132t, 147; di Vincenzo di Piero dal 1482 al 1488. Quaderno V, c. 21 e 25t.

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perché la Chiesa di S. Maria e S. Gregorio della Cava, sia stata spesso anche chiamata di S. Spirito. (1)

La stessa poteva dirsi duplice, era cioè costituita da una Chiesa maggiore abbastanza vasta e da una minore, specie di Cappella, adiacente alla prima, ma che non aveva con questa alcuna comunicazione interna. Ambedue erano fornite di un Altare, ed in ambedue si celebrava la Messa. La Chiesa grande inoltre, munita di campana e tutta a volta, nel 1652 aveva sul proprio Altare un quadro raffigurante la Madonna con il Bambino in braccio ed ai lati S. Facondino vescovo e S. Giovanni Battista; nel 1718 vi era invece una tela con le figure della Vergine e S. Gregorio, ai quali era appunto dedicato l’Altare. Questa Chiesa maggiore trovavasi poi divisa in due scompartimenti da una cancellata di legno ed aveva infine una parte sotterranea, una specie di cripta, alla quale si accedeva mediante otto gradini. Il suddetto Vescovo Camagliani, in occasione della sua Visita, ordinò che nella Chiesa minore o Cappella, venisse demolito l’Altare, che si murasse la porta d’ingresso, se ne aprisse una nuova di comunicazione con la Chiesa maggiore e, così modificata, si adibisse all’uso di Sagrestia. Il Camagliani inoltre ordinò il sequestro delle rendite della Chiesa, da destinarsi ai molti restauri di cui abbisognava, specie nella parte sotterranea devastata dall’umidità. Ma le prescrizioni del Visitatore Apostolico non vennero certo eseguite, poiché il Vescovo di Nocera, nel 1707, ordinò nuovamente di ridurre a Sagrestia la Cappella e di restaurare la Chiesa, che intanto sarebbe rimasta sospesa sino all’effettuazione dei lavori.

Le rendite di questa, erano devolute al suddetto Ospedale di S. Spirito, che poi in parte le rilasciava pel mantenimento, per l’officiatura e per la custodia della Chiesa. Preposto a tali funzioni, nella metà del Cinquecento, era un Monaco Agostiniano, ed in seguito troviamo affidata la Chiesa ad un così detto Eremita, il quale viveva lì presso, in una casa circondata da un orto, l’una e l’altro proprietà della Chiesa stessa. In un Registro dei morti della Parrocchia di S. Donato, con la data 10 Marzo 1649, troviamo indicata la morte di uno di questi Eremiti, che viene designato come « Frater Gerardus Lalemandus heremita incola Sanctae Mariae de la Cava (de Lorena) Gallicae nationis ».

Nella Chiesa si indicevano tre Offici di più Messe ogni anno, uno nella festa di S. Gregorio Magno, l’altro in un giorno delle Kogazioni ed il terzo nella ricorrenza della Presentazione di Maria Vergine. Vi si diceva poi Messa qualche volta, per devozione di pie Persone.

Non sappiamo con certezza quando la Chiesa, con la vicina abitazione per l’Eremita, andarono in rovina e per quale causa; sebbene sia da supporre che ciò fosse avvenuto per effetto del violento terremoto che nel 1751 devastò la nostra Città. L’ultima

(1) Arch. Vaticano: Arm. 29, Tomo 222, c. 27.

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volta che io la trovo ricordata, è infatti nel 1750, e poco più tardi, nel 1779, già più non doveva esistere, poiché in tale anno, in un elenco dei beni allora appartenenti alla Badia di S. Donato, entro la di cui giurisdizione parrocchiale sorgeva, figurano anche otto terreni, con l’annotazione che gli stessi spettarono un tempo alla Chiesa di S. Maria e S. Gregorio della Cava, unita alla suddetta Badia di S. Donato. Abbiamo inoltre memoria che, persino il quadro di S. Maria e S. Gregorio, andò in quel tempo ad abbellire la stessa Chiesa Abbaziale.

XXXVI. – Chiesa del Corpo di Cristo fuori la Porta Civica di S. Benedetto in Gualdo Tadino.

Questa Chiesa, oggi completamente scomparsa, ha avuto in passato non poca importanza. Un Monaco dell’Abbazia Gualdese di S. Benedetto, tale Andrea di Paolo di Assisi, istituì in Gualdo l’anno 1328, sotto l’Ordine Cisterciense e con la regola dei Monaci Benedettini, la Congregazione Monastica del Corpo di Cristo che, per quasi tre secoli, ebbe vita prospera e godette di non poca autorità e rinomanza, possedendo molti fiorenti Monasteri, sparsi nella regione Umbro-Marchigiana. Andrea di Paolo, fondò il suo primo Monastero fuori le Mura di Gualdo, nella pianura immediatamente sottoposta alla Porta Civica di S. Benedetto, sulla riva destra del fiume Feo e presso il ponte che lo attraversa anche oggi, nel luogo allora chiamato Buona Madre, a pochi passi dall’attuale vocabolo Posta Vecchia.

In un rogito notarile dell’11 Settembre 1462, la nostra Chiesa così infatti viene indicata: «Ecclesia Corporis Christi, sita extra terram Gualdi, juxta flumen Fey ». In altro rogito del 2 Decembre 1479, si trova inoltre, come facente parte della Parrocchia di S. Benedetto, il vocabolo «Bonematris sive Corde» e questo secondo appellativo, ci spiega il nome di Fiume delle Corde, oggi volgarmente dato al Feo, nel tratto che corre tra il Ponte suddetto e la sua confluenza con il fiume Rasina. (1)

II Monastero fondato da Andrea di Paolo, sino al 1393 fu la Casa Madre e Generalizia della Congregazione del Corpo di Cristo, ed ebbe, quale annessa Chiesa Abbaziale, quella appunto di cui stiamo per occuparci. S’ignora se la Chiesa stessa preesistesse alla costruzione del Chiostro, o se sorse contemporaneamente a questo, ma, per alcuni indizi, è piuttosto da supporre che preesistesse sotto un titolo diverso da quello del Corpo di Cristo e che assumesse invece quest’ultimo, quando al suo fianco sorse l’omonima Abbazia. Ciò spiegherebbe alcune differenze che riscontransi nella sua intitolazione. Infatti, in tre rogiti del 4 Febbraio 1480, 26 Maggio

(1) Arch. Notarile di Oualdo: Rogiti di Gaspare di Renderò dei 1455 al 1485, e. 125 ; di Andrea di Angelo de Benadattis dal 1477 al e. 54t.

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1481, e 6 decembre 1496, la Chiesa del Corpo di Cristo trovasi nominata con a fianco l’indicazioni « alias La Chigiola » oppure «dicta La Chigioia» oppure ancora « alias ecclesiola». Così pure, negli Atti di Sacre Visite conservate nell’Archivio Vescovile di Nocera Umbra, la Chiesa è talvolta chiamata « S. Michele Arcangelo o La Chiesola (1691), S. Maria della Chiesola (1704), S. Maria de Chigiuola (1713). Similmente nei nostri Libri Consigliari, in data 3 Decembre 1673, leggiamo che si delibera di ricostruire « il Ponte della Chiesola » cioè il su ricordato Ponte sul Feo. (1)

La Congregazione fondata da Andrea di Paolo avendo con il tempo perduto gran parte della sua importanza, fu da Papa Gregorio XIII, fusa con l’Ordine Olivetano mediante Breve del I Marzo 1582, ed infatti, dopo tale epoca, la Chiesa del Corpo di Cristo, il fabbricato ed i terreni annessi, li troviamo allo stato di Grangia in possesso del Monastero Fabrianese di S. Caterina, appartenente all’Ordine Olivetano. Questo Monastero anzi, nel 1593, dalla superiore Autorità Ecclesiastica di Roma, fece inviare un Monitorio al Comune di Gualdo, con il quale si imponeva allo stesso, di non applicare alcuna tassa sulle terre dipendenti dalla Chiesa del Corpo di Cristo. Più tardi il Monastero Fabrianese vendette quest’ultima con i relativi beni, al Gualdese Mons. Porfido Feliciani, fatto Vescovo di Foligno nel 1612, il quale a sua volta trasmise la Chiesa ai discendenti della propria famiglia che la possedettero per lungo tempo. Non è possibile precisare quando cessasse tale possesso, ma la data ultima che di esso mi è stato possibile rintracciare corrisponde all’anno 1746. I Feliciani, sinché l’ebbero alla loro dipendenza, subirono l’onere di mantenerla in buono stato e di provvederla di tutto il necessario e vi fecero ogni anno celebrare un Officio di più Messe nella festa del Corpus Domini. Inoltre, in tale giorno, una solenne processione partendo da Gualdo, si recava sino alla Chiesa del Corpo di Cristo, e sfilava davanti al suo unico Altare, su cui eravi un’antica tavola dipinta, rappresentante il Mistero del Sacramento con l’Annunciazione di Maria Vergine. (2)

Poche altre notizie ci sono pervenute a proposito di questa Chiesa: Così sappiamo che, dopo essere stata acquistata dal Feliciani, cioè dopo essere stato effettuato il passaggio da Chiesa Claustrale a Chiesa Secolare, le antiche tombe dei Monaci esistenti nel pavimento, vennero distrutte e le ossa altrove inumate. Ci è altresì noto che nel 1712, fu sospesa dal Vescovo di Nocera, ed in tale stato rimase per qualche tempo, sino a che cioè i Feliciani non ottemperarono ad alcune prescrizioni fatte dal Vescovo Nocerino, circa il miglioramento dei sacri arredi. Altro motivo di scandalo vi

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1479 al 1480,c e. 485 ; dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, Pa ginazione I, c. 761; dell’anno 1496 e 1480, e. 80t – Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1670 al 1679,c. 72t.

(2) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli. Consiglio del 26 Decembre 1593.

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trovò lo stesso Vescovo pel fatto seguente: Contiguo alla Chiesa, esisteva ancora, ma disabitato, e forse cadente, l’antico edificio Abbaziale già abitato dai Monaci del Corpo di Cristo, edificio che comunicava con la Chiesa mediante una porta. Tale abitazione era divenuta un pericoloso ospizio di malviventi e banditi che, valendosi dell’immunità Ecclesiastica del luogo, vi accorrevano come a sicuro rifugio, dopo esservi penetrati attraverso la Chiesa. Perciò il Vescovo Nocerino, nel 1731, ordinò che la porta tra questa e l’abitazione contigua fosse murata e quest’ultima cessasse così di godere il diritto all’immunità Ecclesiastica. (1)

Sulle ultime vicende della Chiesa del Corpo di Cristo, che dovrebbero essere le più note, incombe invece il più profondo silenzio, e di essa, come dell’annesso fabbricato Abbaziale, oggi anche il più piccolo vestigio è scomparso dalla superficie del suolo.

XXXVII. – Chiesa di S. Maria di Rote presso Gualdo Tadino.

Dove attualmente sorge questa piccola Chiesa, in Parrocchia di S. Benedetto, nella seconda metà del Cinquecento, esisteva invece una Maestà detta di S. Maria di Rote, assai venerata ed alla quale accorrevano i Gualdesi, lasciandovi elemosine, che venivano raccolte dal colono del terreno su cui sorgeva la Maestà suddetta. Nel 1647 Pietro Feliciani, Cavaliere Gualdese, quello stesso che, come vedremo, dieci anni prima, aveva fondato l’Oratorio di S. Pietro nel Castello di Grello, eresse a sue spese, al posto della suddetta Maestà, una piccola Chiesa a cui rimase il nome di S. Maria di Rote.

Da che abbia avuto origine il vocabolo Rote, già in uso nella seconda metà del Quattrocento, noi non sappiamo, sebbene alcuni abbiano arguito, veramente in maniera molto fantastica, che lo stesso sia una corruzione della parola Rotte, il quale nome sarebbe restato a quel luogo per ricordo della celebre rotta che l’esercito di Totila, in quei dintorni, ricevette da Narsete l’anno 552, dopo una tremenda battaglia che, con la morte del Re Goto, terminò infatti nella pianura Tadinate. Pietro Feliciani non assegnò alla nuova Chiesa da lui fondata alcun bene stabile, ma si assunse l’onere di mantenerla e provvederla di tutto il necessario e, con il possesso della stessa, trasmise quest’onere ai suoi discendenti, in mano ai quali, più che cento anni dopo, ancora troviamo la Chiesa di S. Maria di Rote. Ma la famiglia Feliciani, non sempre rispettò l’obbligo di mantenerla in buone condizioni, anzi nel 1694, la Chiesa era ridotta in così pessimo stato, che il Vescovo di Nocera ordinò che o si restaurasse o si demolisse del tutto, ed i restauri dovettero essere stati infatti probabilmente praticati dai Feliciani.

L’ unico altare della Chiesuola, era dedicato alla Vergine del l’Assunzione, ma sulla parete ad esso sovrastante, sin dall’origine era dipinta una Madonna della Concezione, che presso il popolo

(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Anni 1712, 1718, 1731.

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aveva fama di essere miracolosa, ed i Feliciani usavano farvi celebrare un Officio di più Messe nella festa della Presentazione di Maria Vergine, il 21 Novembre. Così, tutte le maggiori manifestazioni del culto della Madonna vi erano rappresentate. Di più, con Decreto del 20 Decembre 1846, la Chiesa fu sottomessa ed aggregata alla Basilica Romana di S. Maria Maggiore, affinchè potesse partecipare a tutti i benefici e privilegi da questa goduti.

Nel 1855, durante una violenta epidemia colerica, quando ancora era in uso seppellire i cadaveri nell’interno delle Chiese, fu costruito, contiguo a S. Maria di Rote, il primo Camposanto Gualdese, che cominciò a funzionare nel Luglio di quello stesso anno. Fu così che l’antica Chiesuola dei Feliciani, assunse una maggiore importanza, divenendo la Cappella del Cimitero Cittadino. Passò allora in proprietà del Comune di Gualdo e, sin che vi durò il Cimitero, fu frequentemente officiata per conto ed a spese di coloro che ivi avevano qualche parente sepolto.

Intorno al 1890, il Cimitero annesso alla Chiesa di S. Maria di Rote fu chiuso, essendosene aperto uno nuovo e più vasto presso la Chiesa di S. Facondino. In conseguenza di ciò, le salme delle molte migliaia di Gualdesi ivi sepolte, furono tutte esumate nel 1923 e risepolte in un unica grande tomba comune, scavata nel pavimento della Chiesa stessa, la quale poco dopo, nel 1927, a cura del Municipio di Gualdo Tadino, fu quasi completamente ricostruita per renderla più degna sede del grande Ossario in essa racchiuso. Sul suolo adiacente, che costituiva il vecchio Cimitero, l’anno prima era sorta una importante Cabina di trasformazione Elettrica.

Oggi nella Chiesa si celebra talvolta la Messa a richiesta di pie persone e, durante la Pasqua, per iniziativa di una privata Società, vi si fa per tre giorni l’esposizione del SS. Sacramento ed in tale evenienza molta folla vi accorre, anche per diporto, dalla vicina Città.

XXXVIII. – Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Convento dei Frati Minori Cappuccini .

Quando nel 1566, per iniziativa e con il contributo del Comune di Gualdo, si principiò la costruzione del Convento dei Frati Minori Cappuccini, si pose mano contemporaneamente anche all’erezione dell’annessa Chiesa Claustrale, che poco dopo venne dedicata a S. Michele Arcangelo, patrono della nostra Città. Era questo edificio formato, posteriormente, da un abside o presbiterio a volta e, anteriormente, dalla Chiesa propriamente detta, coperta da travatura. Per il modo come era costrutta e per vari altri indizi, si poteva Pensare che l’abside suddetta, fosse preesistita alla parte anteriore, fosse cioè stata una piccola antica Cappella di cui avevano poi usufruito i Cappuccini, prolungandola convenientemente con un fabbricato anteriore, per formarne la nuova Chiesa di cui abbisognavano, opinione, è anche convalidata

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dal fatto, che il luogo ove sorsero il Convento e la Chiesa dei Cappuccini, chiamavasi già precedentemente S. Angelo, e questo nome ci fa appunto pensare alla esistenza in quel luogo, di qualche Cappella dedicata all’Arcangelo S. Michele, che poi diede il nome alla nuova Chiesa. Era, del resto, abitudine dei Padri Cappuccini, di scegliere, per la costruzione dei loro Conventi, dei luoghi ove già sorgeva qualche Chiesina o Cappelletta, presso la quale fabbricavano poi le umili celle del Chiostro.

Nella Chiesa allora costrutta, si eressero cinque Altari: l’Altare Maggiore era dedicato a S. Michele Arcangelo e su di esso esisteva un quadro in tela raffigurante il Titolare con la bilancia in mano, S. Francesco d’Assisi, il Beato Angelo da Gualdo e S. Antonio da Padova; sopra questi la Madonna incoronata da due Angeli; sotto, la firma « Octavius Pretelli a civitate Plebis pingebat 1624 ». Il secondo Altare era dedicato alla Madonna del Divino Amore, rappresentata in un quadro di piccole dimensioni recante, posteriormente, la data 1787. Il terzo Altare, era intitolato a S. Francesco di Assisi, con una statua di questo Santo. Il quarto e quinto Altare, erano collocati in due Cappelle laterali: Di queste, una, dedicata a S. Felice da Cantalice, laico Cappuccino, aveva una tela raffigurante il Titolare in atto di ricevere il Divino Infante dalle mani della Vergine; l’altra, intitolata a S. Antonio Abbate, recava una statua del Santo ed un quadro in tela avente le effigi di vari Santi dell’Ordine Cappuccino. La Chiesa fu consacrata da Mons. Virgilio Florenzi, che fu Vescovo di Nocera dal 1605 al 1644.

Quando nel 1860, l’annesso Convento fu demaniato dal nuovo Governo Italiano e ne partirono i Frati, la Chiesa, quasi abbandonata, si ridusse ben presto in pessime condizioni, per cui fu fatta restaurare a proprie spese dal Gualdese Mons. Roberto Calai Marioni, tra il 1866 ed il 1867. Ma ritornati i Frati nel 1880 al loro antico Convento, ed essendo questo cresciuto d’importanza, si sentì il bisogno di una Chiesa più ampia e più decorosa. Si trasformò infatti e si adibì ad usi profani la vecchia Chiesa su descritta, ed adiacente alla stessa, il 14 Maggio 1897, si collocò la prima pietra di quella nuova, che fu terminata di fabbricare nel Febbraio del 1898, venendo poi consacrata dal Vescovo di Nocera, Mons. Rocco Anselmini ed aperta al culto nell’anno 1907.

Come in quella soppressa, l’Altare Maggiore è dedicato a S. Michele Arcangelo, e su di esso fu collocato il già descritto quadro della vecchia Chiesa. Il secondo Altare, a destra, è intitolato a S. Felice da Cantalice, ed è anch’esso ornato con il vecchio quadro. Il terzo Altare, a sinistra, è sacro a S. Francesco d’Assisi, e reca una statua del Santo. Come nella soppressa Chiesa, vi sono due Cappelle laterali : Quella a destra è dedicata alla Madonna del Divino amore, con Altare recante una statua della Titolare, postavi nel 1925, in sostituzione del suddetto piccolo quadro che esisteva nella vecchia Chiesa; l’altra, a sinistra, è intitolata a S. Antonio da Padova con sull’altare una statua di questo Santo.

La Chiesa, così oggi come in passato, è officiata tutti i giorni, secondo le norme dell’Ordine Cappuccino.

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XXXIX. – Cappella del Beato Angelo presso il Convento dei Frati Minori Cappuccini.

Là dove oggi, sulla riva del Rio Remore, sorge la Chiesuola di cui ci accingiamo a trattare, nel principio del XIV secolo, esisteva uno speco nel quale visse in solitudine e penitenza l’eremita Beato Angelo da Gualdo, che ivi morì poi tra il 1324 e il 1325. Quest’umile grotta, sin da quel tempo, fu luogo venerato dai fedeli del nostro territorio, e subito dopo la morte del Beato Anacoreta, dovette in essa rinchiudersi anche qualche altro suo imitatore o discepolo, poiché infatti, in una pergamena Gualdese, conservata nell’Archivio di Stato di Roma, leggiamo un testamento con il quale il testatore Pietro di Groctolino da Gualdo, il 31 Luglio 1348, faceva tra l’altro, anche un legato a certo Fra Guidone, « recluso in cella olim sancti Angeli». (I)

Nella prima metà del Quattrocento, sul vetusto e squallido Eremo dell’Anacoreta Gualdese, si costruì una Cappella che fu consacrata l’anno 1450 dal Vescovo Nocerino Giovanni Marcolini da Fano. Lo Jacobilli, narra poi che il Vescovo di Nocera succeduto al precedente, con Decreto del 22 Luglio 1468, diede licenza a Fra Bartolomeo di Pietro, Abbate del Monastero di S. Pietro di Gualdo, (certo S. Pietro di Val di Rasina) di edificare un Oratorio, sotto il titolo del Beato Angelo, nel luogo detto Val di Romore, concedendo altresì quaranta giorni d’indulgenza ai suoi futuri visitatori. Di questo Oratorio noi non abbiamo però oggi alcuna conoscenza, e la notizia come sopra datacene da Jacobilli, tenendo conto specialmente della precisa corrispondenza dell’indicazioni topografiche, si riferisce certamente alla Cappella su ricordata, che dall’Abbate di S. Pietro, sarà stata ampliata o ricostruita in miglior forma. Sappiamo infatti, che nella fine di quel secolo, il sacro luogo aveva già assunto l’aspetto di una piccola Chiesa, coperta di volta e ricca di pitture. Questa Chiesuola, che fu appunto intitolata al Beato Angelo, è quella sino a noi pervenuta, ma attraverso svariate e molteplici successive modificazioni. (2)

Nella stessa, sino al principio del Cinquecento, seguitò ancora a vivere qualche anacoreta e abbiamo infatti memoria di un Fra Benedetto, « ordinis heremitarum » che vi risiedeva nel 1477, e di un Fra Nicola di Giovanni da Matelica, che nel 1507, conduceva anch’esso vita eremitica nella cella « et loco sancti Angeli de Gualdo ».

Questo sacro edificio, con alcune terre circostanti, ed una casa d’abitazione oggi scomparsa, era anticamente proprietà dell’Abbazia di S. Benedetto, ma ne aveva il giuspatronato il Comune di Gualdo,

(1) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. n°. 22.

(2) L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. Pag. 104 e 105 – Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite alla Chiesa del B. Angelo. Anni 1670, 1673, 1771.

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che sopportò poi sempre anche l’onere di mantenerlo e provvederlo del necessario. La sua dipendenza dalla suddetta Abbazia Gualdese, ci risulta anche da un Atto Notarile del 10 Luglio 1490, con il quale il Card. Giovan Battista Savelli, Abbate Commendatario della nostra Badia di S. Benedetto, concedeva ai sacerdoti Gualdesi Cristoforo di Giacomo e Andreano di Giovanni, l’Eremitorio del Beato Angelo « vulgariter nuncupatum La Cella » con abitazione, terre attigue e dipendenti, nonché le masserizie, e ciò per la durata di tre anni con divieìo di vendere. Similmente, con Atto del 18 Settembre 1555, l’altro Commendatario di S. Benedetto Giovanni Evangelista Spinola, lo cedeva per tre anni con i beni annessi, cioè una casa, una vigna, una selva ed un oliveto, a Fra Sebastiano di Bernardino da Perugia ed a Fra Agostino Calabrese, ambedue dell’Ordine Domenicano, con obbligo di celebrarvi messa ogni Giovedì e ogni Domenica. (1)

Poco dopo la metà del secolo XVI, essendo stato edificato presso questa Chiesuola l’attuale Convento dei Minori Cappuccini, l’Abbate Commendatario delia Badia di S. Benedetto Card. Giovanni Antonio Serbelloni, con Atto del 30 Maggio 1569, la concesse in enfiteusi perpetua ai Cappuccini suddetti insieme alle terre ad essa circostanti. Questi Frati, ebbero allora l’incarico di officiare la Chiesuola, nella quale si celebravano altresì alcune Messe nel giorno in cui ricorreva la festa del Beato Angelo e cioè il 15 Gennaio. Quest’ultima usanza si mantiene tutt’ora. (2)

Sull’unico altare, esisteva un’antica statua del Beato Titolare, sostituita con una nuova nel 1888. Un tempo, sul muro retrostante, era dipinta l’effigie della Vergine ed anche le altre pareti erano tutte coperte da pregevoli affreschi votivi. Di questi affreschi, opera pregevole dovuta al pennello di Matteo da Gualdo, restano ancora molti notevoli avanzi sulle pareti laterali: In quella 3 destra di chi entra, scorgonsi infatti un’Annunciazione, un Beato Angelo, un S. Facondino ed un S. Rocco; nell’altra a sinistra un Crocefisso con la caratteristica scena della Pietà, un altro Beato Angelo, ed un’altra Annunciazione.

Proprio davanti alla Chiesuola, scorre, come sopra si è detto, un torrentello chiamato Rio Romore; oggi le sue acque, in quel punto, passano racchiuse in un canale sotterraneo, ma un tempo scendevano giù libere e senza argini regolatori, apportando ad ogni piena, ingenti danni all’edificio sorgente sulla sua sponda. Già dei gravi danneggiamenti queste alluvioni avevano arrecato alla Chiesuola del Beato Angelo nell’Agosto del 1653 e nell’Ottobre del 1765. In epoca più recente e cioè nell’Ottobre del 1827, una grande

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478. Paginazione II, c. 201t.; dal 1489 al 1490, c. 157; dell’anno 1507, c. 70; Rog. Di Bongrazio di Aurelio Bongrazi dal 1555 al 1557. c. 254.
(2) FRA MICHELE DA TUGIO : Bullarium Capucunorum . Roma 1743. Tomo II, p. 105.

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inondazione desolò il nostro territorio, facendovi molti danni ed anche vittime umane. Il Rio Romore, come tutti gli altri corsi d’acqua della regione, straripando, asportò completamente la parte anteriore del fabbricato, che però fu subito ricostruita e ricoperta da un semplice tetto e non da volta, la quale ultima esiste invece ancora posteriormente nella parte antica della Chiesa sfuggita all’alluvione. Nuovi restauri subì nel 1888, per opera dei Frati del vicino Convento, e finalmente, nel 1926, questa vetusta Chiesuola, dopo notevoli lavori di adattamento e restauro, che ne trasformarono in ogni sua parte l’aspetto esterno, venne adibita a sepolcreto privato per i Frati del vicino Convento dei Cappuccini, nonché per la famiglia Vetturini di Gualdo, a spese della quale furono compiuti i restauri. (1)

XL. – Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio a Capo d’Acqua .

Sorgeva in una romita, silvestre e scoscesa valletta dell’Appennino Gualdese, tra Monte Maggio e Monte Serra Santa, sopra l’attuale Convento dei Cappuccini, in località denominata Capo d’Acqua. (2)

Era Chiesa Monastica, faceva cioè parte di un Monastero, che nel 1345 passò alla Congregazione del Corpo di Cristo, del qual Monastero si è già trattato in un apposito Capitolo. La sua qualifica di Chiesa Monastica ci risulta anche da un testamento recante la data 28 Luglio 1290, ove infatti si legge che il testatore, tal Salvuzio sarto, erogava, tra l’altro, cinquanta solidos alla Chiesa dei Frati di Capo d’Acqua ( . . . ecclesie fratrum de Capa d’acqua). (3)

E’ nel 1333 che la Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio compare per la seconda volta in un documento d’archivio: Infatti in tale anno, il 21 di Giugno, la vediamo versare la prima quota semestrale della tassa o decima che, per la durata di alcuni anni, Papa Giovanni XXII impose nel 1332, su i beni Ecclesiastici del Ducato di Spoleto. Il versamento fu anzi effettuato in mano di Delayno de Mutina il quale, oltre ad essere Cancelliere e Notaro del Vescovo di Nocera, funzionava anche quale Subcollettore di detta tassa, nella Diocesi Nocerina, per incarico del Collettore Generale e Tesoriere del Ducato di Spoleto Giovanni Rigaldi. Il ricevimento della quota suddetta, ventiquattro soldi Cortonesi, così è registrato nei Libri delle Collettorie Pontificie : « A fratre Juncta, solvente pro ecclesia S. Gervasi et S. Prptaxi de Capodacqua [habui] 24 s, cort. ».

Null’altro si conosce di questa Chiesa, e ignota è anche l’epoca della sua scomparsa, a proposito della quale possiamo solo dire che, alla fine del Quattrocento, ancora esisteva, poiché la troviamo citata, come membro della nostra Abbazia del Corpo di Cristo, in un Atto

(1) A. Loreti: Sul Restauro della Cappella del B, Angelo. Perugia 1828. – Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1647 al 1658. c . 231t.; dal 1765 al 1788. c . 9t.
(2) Arch. Storico di G ubbio: Fondo Armanni. Codice II. C. 23, e. 127.
(3) R. Guerrieri: Gli Antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino, Perugia 1909. pag. 22, 23,

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notarile del 4 Marzo 1499. Il Dorio, nei primi del Seicento, nomina la Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio, insieme a molte altre che allora pagavano un contributo alla Mensa Vescovile di Nocera e bisognerebbe quindi dedurne che la stessa ancora esisteva e funzionava. Ma ciò è assai dubbio e il contributo suddetto probabilmente sarà stato offerto da chi, in quel tempo, godeva il superstite e omonimo Beneficio Ecclesiastico della Chiesa distrutta. Nei Manoscritti di Dorio e Jacobilli, qualche Beneficio Ecclesiastico appartenente a Chiese allora scomparse, si trova infatti assai spesso citato in modo tale, da far supporre che il sacro edificio a cui già apparteneva il Beneficio, fosse ancora esistente. (1)

Ma oggi della Chiesa in esame, come pure del Chiostro annesso, resta appena qualche vestigio nella località su indicata. A proposito della stessa, possiamo però notare, che nella Pinacoteca Comunale di Gualdo, esiste un vetusto quadro su tavola, a forma di lunetta, rappresentante il Redentore in atto di coronare la Vergine, contornati da nove Angeli che pregano e fanno musica. A fianco della Vergine sta inginocchiato Andrea di Paolo d’Assisi, fondatore della Congregazione del Corpo di Cristo, ed a lato del Redentore, l’eremita Beato Angelo da Gualdo. Sul rovescio di questa tavola, attribuita al Senese Sano di Pietro, leggesi la seguente antica inscrizione: « Quadro spettante un dì ai monaci del Corpo di Cristo, di San Gervasio e Protasio in Capo d’Acqua, dipinto nel 1474, contenente l’effige del B. Angelo da Gualdo che ivi visse prima dei detti monaci e del B. Andrea di Paolo di Assisi, che fondò in Gualdo detto ordine nel 1328 e fu primo Abbate Generale nel 1340».

Ricorderemo infine un altro dipinto della Chiesa in esame, di cui ci lasciò memoria lo Jacobilli (Di Nocera nell’Umbria e sua diocesi, (pag. 106), con le seguenti parole : «… Circa l’istesso tempo (1474) i Monaci della Congregazione del Corpo di Cristo di Gualdo, fecero fare un altro simile quadro da detto Alunno, con l’immagine di S. Benedetto Abbate e di diversi altri santi e figure del SS. Sagramento e della B. Vergine, e lo posero nella loro chiesa dei Santi Gervasio e Protasio nella valle di S. Facondino di Gualdo … Ma derelitta questa Chiesa col Monastero contiguo, fu quel bel quadro posto nell’Altare Maggiore della Chiesa di S. Francesco di Gualdo ». Di questo quadro, che sarebbe stato dipinto dal celebre pittore Folignate Nicolo Alunno, non si ha però oggi più alcuna notizia.

XLI. – Chiesa di S. Facondino nel villaggio omonimo.

La Chiesa di S. Facondino è la più antica delle Chiese Gualdesi oggi esistenti, ed è sempre stata a capo di una Parrocchia, che negli antichi documenti, sino al XVI secolo, trovasi indicata, non sappiamo perché, come « Parocia Serre Sicce » oppure « Parocia

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1498 al 1499. Paginazione II, c. 18t. – Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss, di Dorio e Iacobilli, Cod, C, VIII. 11, c, 102t-108t,

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S. Facundini sive Serresicce » la quale ultima parola spesso riscontrasi scritta anche sotto altre forme, ad esempio: Serresiche, Serresicche e simili.

A questa Chiesa, diede origine il santo Vescovo Tadinate di cui porta il nome e del quale già abbiamo parlato a proposito dell’Episcopato Tadinate. Secondo una vecchia leggenda, riportata in tutte le nostre Cronache e Agiografie medioevali, subito dopo la morte di S. Facondino, avvenuta il 28 Agosto 607, ad un abitante di Tadino, la vetusta città Romana che poi diede origine a Gualdo, apparve in sogno un messaggiero celeste, per annunciargli che nel suo eremo, fra il Rio Moro, presentemente per corruzione chiamato Romore, ed il fiumicello Castriano, oggi detto Rio Vaccara per la vicinanza del villaggio omonimo, era morto il santo Vescovo Facondino e gli ordinava di condurre colà due giovenchi indomiti aggiogati ad un carro, di collocare su questo il corpo del defunto e di spronare poscia i giovenchi e là dove questi si sarebbero arrestati dopo la corsa, ivi doversi costruire una Chiesa destinata ad accogliere la salma del Vescovo Tadinate. La leggenda prosegue narrando come tutto ciò venisse infatti eseguito e come sorgesse così, circa l’anno 607, la prima Chiesa di S. Facondino, non lungi da quella attuale, in una località che più esattamente indicheremo tra poco. (1)

Anche senza tener conto di questa ingenua leggenda medioevale, che molto rassomiglia, per la presenza dei giovenchi, ad altre leggende agiografiche di quell’epoca, ad esempio a quella riferentesi al celebre simulacro del Volto Santo di Lucca, certo è che tra i due rivi suddetti, subito dopo la morte del Santo, sorse una Chiesa a lui dedicata, che divenne meta di devoti pellegrinaggi da tutta la regione Tadinate e dalle terre limitrofe, dove rapidamente si era diffuso il culto del pio Vescovo di Tadino. Essendo poi andata distrutta questa prima Chiesa, durante le frequenti incursioni barbariche di quei torbidi tempi, fu ricostruita pochi passi lontano, nel primo ventennio del secolo XI, e riccamente dotata, a quanto sembra per opera di Rodolfo, figlio di Monaldo III dei Conti di Nocera, e fratello di quell’Offredo che vedemmo dotare invece la nostra Abbazia di S. Benedetto. Da alcune antiche memorie, risulterebbe inoltre che alla costruzione e dotazione della Chiesa, concorse persino l’Imperatore Tedesco Enrico II, detto lo Zoppo o il Santo, trovatosi in quell’epoca a transitare con il suo seguito per la Via Flaminia.

Le ossa del Santo, vennero trasferite nel nuovo Tempio e sul suolo dove sorgeva la primitiva diruta Chiesa, fu eretto allora, per ricordo, un grande frammento di colonna rotonda sormontato da una croce di pietra, e da quei tempi remoti, per lungo volgere d’anni, il clero e la popolazione usarono recarsi in processione sino

(1) Arch. Storico di Gubbio. Fondo Armanni: Codice IL C. 23, e. 95t a 97t – Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48, c. 219t; Codice 8753 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo)c. 19, 19t, 29 a 30 – Biblioteca Comunale di Assisi. Fondo Francescano: Codice 341, c. 86t della paginazione antica, corrispondente a c. 88t di quella moderna.

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a quel luogo, ogni anno, nel giorno della festa di S. Facondino e nella terza domenica di ogni mese. La colonna con la croce posta a ricordo del sito ove sorse la primitiva Chiesa, esisteva ancora nella prima metà del secolo scorso e trovavasi esattamente nel punto in cui, dalla strada che porta all’attuale Chiesa di S. Facondino, si distacca l’altra breve strada che porta al Cimitero di Gualdo, la prosecuzione della quale era anticamente chiamata la Via dei Santi. Nel piccolo campo compreso tra questo bivio e la Strada Ferrata, in mezzo a numerose tombe furono infatti ai nostri tempi scoperti i ruderi sotterranei dell’antica Chiesa, tra i quali il caratteristico pilastrino Romanico, che sorreggeva la grande mensa lapidea dell’Altare. (1)

Del culto tributato, sin dagli antichi tempi al Vescovo Tadinate, della sua santa vita, dell’opera sua benefica a pro della patria desolata dalle incursioni barbariche, trattano a lungo le Cronache e le Agiografie medioevali della nostra regione. Certo questo culto ebbe origine subito dopo la morte di Facondino e si diffuse ben presto anche in regioni lontane, insieme a quello del suo diacono Gioventino. Particene delle sue ossa dovettero persino essere trasportate altrove a scopo di venerazione. Nella Cattedrale di Rimini, entro la Cappella delle Reliquie, esiste un’urna di pietra che porta scolpita sulla sua facciata anteriore, la seguente iscrizione:
« Hec Sunt Nomina Sanctorum: Felicitas Peregrinus Faccondinus Iuventi nus. Hego Natalis Peccator Episcopus Ancone Corpora Sanctorum Condidit (sic) ». L’urna, che quasi certamente è opera del VII od VIII secolo, è stata dettagliatamente descritta dal dotto Lanzoni, che nei due santi Faccondinus e Juventinus, indicati dall’iscrizione, riconosce anch’esso il santo Vescovo Tadinate e il suo Diacono. Il Lanzoni ignorava però che anche gli altri due nomi indicati nell’iscrizione, e cioè Felicitas e Peregrinus, trovano riscontro in Santi, sin da antichissimi tempi venerati nel territorio Gualdese e cioè Santa Felicita e San Pellegrino, le di cui rispettive Chiese esistono tuttavia e delle quali tra poco discorreremo. Così pure alcune reliquie « Sancti Facundini martyris» registrate nel secolo XVI dalia città di Verona, il Lanzoni attribuisce al nostro Facondino, che sarebbe stato inesattamente onorato col titolo di martire, come spesso si è usato in quel tempo, anche con altri Vescovi coevi. (2)

(1) jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo II, pag. 189 e 191. Foligno 1656 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati di Gualdo. Foligno 1638. pag. 33 a 36 – D. DORIO : Istoria della Famiglia Trinci. Foligno 1638, pag, 50 – L. JACOBILLI: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 38 e 68 – Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano 2666 (Cronaca di Gualdo) c . 79 – Biblioteca del Seminario di Foligno (Mss. di Dorio e Jacobilli): Cod. A. V. 11 , c. 785.

(2) Arch. Storico di Gubbio. Fondo Armanni: Codice II, C. 23, pag. 98t, 99, 102t a 104t. – Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48,c e. 218t, 219; Co­dice 7853 (Lezionario già appartenente alla Chiesa di S. Facondino in Gualdo) c . 14, 16, 21 – F. LANZONI: Le origini delle Diocesi antiche d’Italia. Roma 1923. pag. 286.

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Per questo culto, ebbe certo allora la Chiesa di S. Facondino non poca importanza, tanto è vero che, quando nel Decembre del 1248, i Ghibellini unitamente alle truppe dell’Imperatore Federico II, presero d’assalto e distrussero la vicina Nocera che si era ribellata all’Imperatore e ne cacciarono i Guelfi, il Vescovo Nocerino si trasferì col suo clero nella Chiesa di S. Facondino che, per qualche anno, rimase così a capo della Diocesi. Persino una delle Porte Civiche di Gualdo, quella cioè da cui si usciva per intraprendere il cammino verso la Chiesa, sin dalla sua costruzione assunse il nome di Porta S. Facondino, e con tale appellativo la troviamo infatti già ricordata in una pergamena del 23 Aprile 1272. Anzi, da questa Porta, nei tempi andati, ogni terza domenica del mese, usciva il clero Gualdese, seguito da uno stuolo di fedeli per recarsi pro cessionalmente alla Chiesa del Santo Vescovo. Né mancarono a questa, sin da quel remoto secolo XIII, donazioni di pie persone, tra le quali notevole quella di un feudatario dei dintorni, tal Alberico di Rinalduccio, che volle anch’esso generosamente dotarla. Oltre a ciò, qui ricorderemo che Facondino, il pio presule Tapinate, non soltanto ebbe templi e culto nella Terra nativa. Anche altrove sorsero allora Chiese a lui dedicate: Una nel Borgo di Sassoferrato, un’altra (S. Facondino di Serra) a Scorzano, nello stesso territorio Sassoferratese, una terza a Morano, contado di Gualdo, una quarta, presso Nocera Umbra, ed infine una quinta nell’antico distretto di Spello. Anzi, quest’ultima, è nominata con il titolo di Ecclesia S. Facundini, in una Bolla di Papa Alessandro III data dal Laterano il 22 Marzo 1178, come soggetta alla Badia di S. Silvestre del Monte Subasio. (1)

Ma ritornando, dopo questa non breve ma non inutile digressione, alla nostra Chiesa di S. Facondino, ricorderemo che la stessa trovasi citata anche tra i Benefici Ecclesiastici della Diocesi di Nocera che, nel 1333, pagarono alla Santa Sede la prima rata semestrale della tassa o Decima, imposta l’anno precedente da Papa Giovanni XXII, per un determinato numero d’anni, su i beni Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per rimpinguare l’esausto erario Ponticio. Il pagamento fu fatto a Delayno de Mutina, notare del Vescovo di Nocera e Subcollettore del Tesoriere del Ducato di Spoleto Giovanni Rigaldi. Il De Mutina, così annotò nei suoi Registri, il pagamento in discorso: «… a dompno Iacopo plebano Tayni … solvente pro dompno Angelo vicario ecclesie S. Facundini, 39 sol.». (2)

Altra notizia interessante la nostra Chiesa, si è che il 14 Marzo 1461, si soffermò in essa, con i Vescovi di Perugia e di Nocera e

(1) L. Jacobilli: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi Foligno 1653. pag 82,83,84 – G. CAPPELLETTI- Le Chiese d’Italia. Venezia 1846. Vol. V , pag. 18 e seg. – Arch. Comunale di Gualdo : raccolta delle pergamene. Secolo XIII. N°. 59 – Biblioteca Vaticana : Codice Ottoboniano 2666 (cronaca di Gualdo) c. 79 – L. Jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo II. Foligno 1656. Pag. 191.
(2) Arch. Vaticano : Collettorie , Tomo 225, c. 36t.

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con molti altri dignitari ecclesiastici, il Card. Alessandro Oliva, Legato Apostolico. Costui, diretto a Roma, portava seco una celebre reliquia e cioè la testa dell’Apostolo S. Andrea che, per incarico di Papa Pio II, era andata a prendere in Ancona dove era stata recata per mare da Patrasso, poco prima caduta in potere dei Turchi. L’arrivo della testa del primo discepolo di Cristo, costituì in quell’epoca un grande avvenimento per la Santa Sede, e sono ben note le grandiose feste fatte in Roma, quando la preziosa reliquia, dopo avere sostato lungamente a Narni, finalmente vi giunse l’anno seguente, feste a cui intervennero pellegrini da ogni parte del mondo cattolico e delle quali numerosi storici ci hanno trasmesso relazioni fedeli e diffuse. La memoria del soggiorno della testa di S. Andrea nella Chiesa di S. Facondino, si volle tramandare ai posteri dal Card. Oliva, con la concessione di cento giorni d’indulgenza in perpetuo, a chi avesse visitato questa Chiesa nella festa del Santo Titolare ed in quella dell’Apostolo S. Andrea, e di ciò faceva fede un’iscrizione di quell’epoca, in caratteri Gotici, che esistette nell’interno della Chiesa stessa, sulla parete di fondo, sopra la porta della Sagrestia, in corna Evangelii, sino a quando questa parete scomparve per l’avvenuto prolungamento dell’edificio. In detta epigrafe leggevansi le seguenti parole : « Notus sit omnibus, quod Reverendus Pater Dominus Alexander tituli S. Susanne Presbyter Cardinalis Apostolice Sedis Legatus, transiens per istas partes, deferens sacrosanctum et venerabile caput b. Andree apostoli, ex speciali autoctoritate sue legationis, concessit omnibus vere penitentibus et devote istam ecclesiam visitantibus et eidem manus adiutrices porri gentibus indulgentiam centum dierum in perpetuum duraturum sub annos domini 1461 14 martij, P. P. (presentibus o procurantibus) reverendo patre Fr. Jacobo episcopo Perusino, Joanne episcopo No cerino, et aliis prelatis et hoc in festa S. Andree et S. Facundini, quolibet anno ». (1)

La Chiesa di S. Facondino dipendeva, sin dall’antico, non si sa perché, dalla Cattedrale di Nocera, al Priore della quale doveva annualmente cedere la metà delle sue rendite. Anzi, a tal proposito, lo Jacobilli, scrivendo del Capitolo di Nocera quale era ai suoi tempi (1653), così si esprime: « In questa Cattedrale sono due dignità, una con titolo di Priore, ch’è antica e fino al tempo di. S. Ranaldo, et ha per prebenda la Chiesa di S. Facondino fuori di Gualdo; la seconda dignità è col titolo di Preposto, istituita l’anno 1526 ». Sempre a tale proposito abbiamo, ad esempio, memoria che, nel 1428, un Attolino di Mazolo da Gualdo, mentre era Priore della Canonica di Nocera, teneva altresì l’officio di Rettore della Chiesa di S. Facondino. Ma intorno al 1450 questa Chiesa divenne di libera collazione ed il suo contributo alla Cattedrale Nocerina fu

(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite (Visite Borgia dal 1717 al 1719. Tomo II e Visita Massaioli del 1771) alla Chiesa di S. Facondino – G. Cajani: Memorie Gualdesi. Manoscritto nell’Archivio della Chiesa di S. Benedetto. Vol. IlI, pag. 840.

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allora deciso dover essere di quindici fiorini annui, la qual somma, nella seconda metà del Settecento, era invece rappresentata da scudi 7.20. Tale canone, è pagato anche attualmente nella somma di lire quaranta annue. In questo stesso anno 1450, da Papa Nicolo V, fu emessa una Bolla con la quale, agli abitatatori della Parrocchia di S. Facondino, si concedeva il giuspatronato di nomina del proprio Parroco. Non risulta perché e quando i Parrocchiani abbiano poi perduto questo diritto, ma ad ogni modo la Bolla su indicata ci prova come, sin dalla metà del XV secolo, la Chiesa di S. Facondino fosse sede di Parrocchia. Fu anche sin dall’antico, fornita di Fonte Battesimale. (1)

Le rendite della Chiesa, dal XVI al XVIII secolo, oscillarono tra i settanta e gli ottanta scudi ogni anno. I beni immobili da cui provenivano tali rendite, nella seconda metà del Settecento, erano costituiti da trentatrè terreni e da altri otto dati in enfiteusi, più una casa con orto. Anche il Comune di Gualdo pagava alla Chiesa di S. Facondino, a titolo di decima, una certa somma che, nei primi del Cinquecento, consisteva in ventinove bolognini, undici soldi e otto denari ogni sei mesi e, dalla seconda metà del Seicento in poi, vediamo rappresentata da sei scudi e venti baiocchi ogni anno. Nonostante tutti questi beni, una secolare vertenza si agitava tra il Pievano e gli abitanti della Pievania, ciascuna delle parti pretendendo che all’altra spettassero unicamente le spese per il mantenimento della Chiesa. La lunga vertenza venne finalmente risolta dal Vescovo Nocerino, Mons. Alessandro Borgia, che durante il suo Episcopato (1716-1725), decretò spettare detto mantenimento in parti eguali ad entrambi. Ci risulta eziandio, che in quest’epoca, la Pievania amministrava un Monte Frumentario, per comodità dei suoi Parrocchiani.

Nella Chiesa, sin dall’antico esistettero tre Altari, e cioè l’Altare Maggiore e due laterali. Nella seconda metà del Cinquecento, un quarto Altare esisteva esternamente alla porta d’ingresso della Chiesa, e se ne ordinò anzi la demolizione da parte delle Autorità Ecclesiastiche nel 1573 e nel 1593. L’Altare Maggiore e i due laterali, non sono però quelli originari; hanno invece subito molteplici ricostruzioni; il primo, ad esempio, fu ultimamente rinnovato nel 1907.

L’Altare Maggiore è dedicato a S. Facondino e racchiude le ossa di questo Santo e del suo Diacono S. Gioventino. Nella Visita Diocesana del 1583-1584, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, diede ordine di fare eseguire nella Chiesa vari restauri, tra i quali la ricostruzione dell’Altare Maggiore. In tale occasione, dall’urna lapidea, dove giacevano da quasi un millennio, vennero esumate quelle sacre spoglie, e ricollocate poi, con grande solennità, nel nuovo Altare, racchiuse in un arca di legno, il 9 Novembre 1584.

(1) L. JACOBILLI: DI Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 21 – Arch. Vaticano: Schede Garampi. A B, Nic. V, IV, 7,p.32;A.B, Pii II, III, 8, p. 184 – Arch. Vescovile di Nocera Umbra : Atti di Sacre Visite degli anni 1583, 1584 e 1771, nella Chiesa di S. Facondino.

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Più tardi nel 1610, il Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, ordinò una nuova esumazione delle ossa dei due Santi, e ridusse la loro urna in modo che potessero essere viste dai fedeli attraverso una grata di ferro. In quell’epoca egli fece anche trasferire parte di quei resti mortali nella Cattedrale Nocerina. Altra parte di quelle ossa, furono persino trasportate in Aquila. 11 27 Agosto 1695, si addivenne ad una terza esumazione, per racchiudere gli ultimi avanzi di S. Facondino e S. Gioventino, in una nuova arca di legno, che fu poi ricollocata sull’Altare Maggiore. E finalmente una quarta esumazione si ebbe il 27 Agosto 1907, cioè nel tredicesimo centenario della morte di S. Facondino, nel qual giorno le ossa dell’antico Vescovo di Tadino, furono tolte dalla Seicentesca arca di legno e racchiuse nel torace di una statua rappresentante il Santo che, vestita degli abiti ponteficali, oggi giace sdraiata entro una grande urna di vetro, sopra lo stesso Altare Maggiore. (1)

Sopra questo esisteva un tempo, un pregevole pentastico su tavola, della prima metà del XV secolo, uscito dalla Scuola Eugubina di Ottaviano Nelli, rappresentante nei cinque scompartimenti, andando da sinistra a destra: S. Facondino Vescovo, S. Giovanni Evangelista con S. Giovanni Battista, la Madonna in trono avente il Bambino in grembo ed a fianco due Angeli oranti, S. Pietro con S. Paolo, ed infine S. Gioventino. Nella predella, Cristo fiancheggiato dagli Apostoli, sei per lato. Presentemente questo quadro conservasi nella Pinacoteca Comunale di Gualdo. Sull’Altare Maggiore, oltre la Messa dei giorni festivi, e quelle in occasione della festa di S. Facondino, che ricorre il 28 Agosto, il Pievano celebrava ogni anno, con obbligo perpetuo, una Messa di suffragio pel defunto Antonio di Vincenzo Bernabei, come da legato; più due Messe annue, pure per legato di tal Diambra di Paolo Balducci del villaggio di Vaccara, che per tale scopo aveva concesso cinque stadi di terra alla Chiesa, le quali Messe furono poi ridotte ad una sola per Decreto de Vescovo Mons. Pettinari; sei Messe in suffragio dell’anima di Domenico di Biagio Bellori, che appositamente lasciò in legato una casa con orto, come da testamento del notaio Ludovico Angeli rogato l’anno 1677, avendo avuto effetto, per la prima volta, detto legato, nel 1685, nel quale anno il Bellori morì ed essendo poi ridotto a quattro il numero di dette Messe, per Decreto del suddetto Vescovo Mons Pettinari. Oltre a ciò, tal Marcelliano Vergari, lasciò alla Chiesa un prato, con l’onere di due Messe annuali, che il Pievano di S. Facondino, doveva però celebrare, anziché nell’Altare Maggiore della sua Chiesa, su quello della Chiesa del prossimo villaggio di Palazzo

(1) L. Jacobilli: Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Foligno 1653. pag. 119 – G. Cappelletti: Le Chiese d’Italia. Venezia 1846. Voi. V, pag. 31 – L. Jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo II, pag. 187 e seg. – Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite degli anni 1583, 1584e 1718, nella Chiesa di S. Facondino – Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.

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Mancinelli, come da rogito del notaio Matteo Fanucci, dell’anno 1744, e finalmente, nei primi del secolo scorso, tal Giuseppe Vergari lasciò alla Chiesa un altro legato con l’onere di due Messe ogni anno ed un Officio di più Messe nella festa della Visitazione di Maria Vergine. Così per il legato di Marcelliano, come per quello di Giuseppe Vergari, il numero delle Messe fu in seguito ridotto ad una soltanto, per Decreto del Vescovo sopra nominato. Nell’Altare Maggiore, aveva sede altresì una Confraternita, detta del Sacramento, ed i ceri per le funzioni religiose che vi si indicevano, erano forniti dai Parrocchiani.

Dei due Altari laterali, posti di fronte nella navata mediana, quello in cornu Epistolae, sino al principio del Seicento, fu intitolato al Crocefisso. Dopo tale epoca figura invece sempre dedicato a S. Carlo Borromeo. Ciò forse perché su di esso era stato posto un quadro in tela, rappresentante questo Santo, con la Madonna di Loreto ed alcuni Angeli. Nel Settecento, vi fu aggiunta anche un’altra tela che raffigurava S. Antonio Abbate. Questo Altare, dalla fine del Cinquecento sino alla seconda metà del Settecento, risulta avere appartenuto ad una famiglia Benzi, del prossimo villaggio di Vaccara, ma era mantenuto in così pessime condizioni, che il Vescovo di Nocera, nel 1691 e nel 1750, comandò o di riordinarlo o di demolirlo. Nella seconda metà del Settecento, con i Benzi era comproprietaria di questo Altare, una famiglia Garretti, pur di Vaccara. I patroni dell’Altare, per effetto di un Legato fatto nella prima metà del Seicento da tal Ruggero di Domenico anch’esso di Vaccara, avevano l’onere di farvi celebrare due Messe ogni anno, ed altre Messe vi si dicevano, con il ricavato di pie elargizioni, nella ricorrenza delle feste di S. Antonio Abbate e di S. Antonio da Padova. Su questo Altare di S. Carlo, vennero trasferiti il Titolo ed il Beneficio di due prossime Chiese dirute, e cioè di quella di S. Egidio di Categge nei primi del Seicento con l’onere di due Messe, e di quella di S. Biagio di Vaccara verso la fine di quello stesso secolo con l’onere di una Messa, nel giorno in cui ricorreva la festa dei suddetti Santi. Oggi l’Altare è dedicato alla Madonna della Concezione, una statua della quale vi fu collocata nel 1927, in sostitu­zione della vecchia tela su descritta.

L’Altare del Rosario, che esiste anche oggi in coru Evangeli, fu eretto l’anno 1658, per effetto di un voto fatto da alcuni pii Parrocchiani, l’anno precedente, in occasione di una pestilenza. Ebbe subito un legato di cento scudi, per opera di un tal Ludovico del castello di Grello, che a causa dell’epidemia, aveva perduto un figlio di nome Sabatino. Un altro devoto, tal Andrea del villaggio di Palazzo Mancinelli, dotò l’Altare con una canepina. L’anno seguente alla sua erezione, il 19 Marzo, vi fu istituita una Confraternita del Rosario e vi fu perciò collocato il quadro in tela, che ancora vi esiste, raffigurante la Madonna del Rosario con il Bambino, S. Domenico, S. Caterina, S. Agostino, S. Monica, due Serafini sorreggenti la corona della Vergine e, tutto intorno, i quindici Misteri. Su questo Altare, la Confraternita suddetta faceva

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celebrare numerosi divini Offici, dei quali daremo dettagliatamente notizia nel Capitolo ad essa riferentesi.

La Chiesa di S. Facondino, esternamente nulla più conserva dell’originale architettura. Internamente consta di un’unica navata, e di un’abside. La navata appare divisa in tre parti, le prime due con volta a crociera, l’ultima con volta comune a botte. Ognuna di queste parti, risulta costruita in epoca differente, per successivi in grandimenti della Chiesa. Più recente di tutte è l’abside, come poco prima si è detto. Sul suo pavimento, esistevano sei sepolcri che accoglievano se paratamente i bambini sotto i sette anni, gli adulti di sesso maschile, e quelli di sesso femminile. Oggi di queste sei tombe, soltanto due sono visibili ancora. Sino al principio dell’Ottocento, la Chiesa fu sempre priva di Sagrestia. Questa fu formata in tale epoca prolungando posteriormente il vecchio edificio con un nuovo fabbricato. Però nel 1907, per ampliare la Chiesa, fu abbattuto il muro divisorio tra quest’ultima e la Sagrestia, la quale venne così nuovamente a mancare, restando assorbita in qualità di abside, nella Chiesa stessa divenuta più grande. Sul muro posteriore dell’ex Sagrestia, esternamente vedesi oggi murata una rozza lapide, con inscrizione in lettere Cotiche e con la data 1250, che per certo ricorda qualche importante lavoro eseguito nel tempio. Questa lapide, forse esisteva originariamente sul muro posteriore della vecchia Chiesa, e quando a questo muro, nei primi dell’Ottocento, come si è detto, fu addossato il nuovo fabbricato della Sagrestia, la pietra fu tolta dalla sua sede perché non restasse coperta e fu rimurata nel nuovo fabbricato dove attualmente si trova. Qui piacemi trascrivere tale inscrizione, la quale è di assai scabrosa lettura e presenta la curiosa particolarità di portare per due volte ripetuta la stessa frase e cioè: Donnus Acto fecit fieri hoc opus. Forse lo scalpellino, non soddisfatto della prima incisione, invero poco leggibile, volle, al di sotto, ripeterla con più chiari caratteri.

A fianco della Chiesa, si eleva un alto campanile medioevale, somigliante ad una torre, sin dall’antico fornito di tre campane. La più grande di queste, che portava la data 1255, si ruppe nella fine del Settecento, il 28 Agosto, cioè proprio nel giorno in cui ricorreva la festa di S. Facondino e, senza nessun riguardo alla sua eccezionale vetustà, venne in seguito barbaramente rifusa. Sul nuovo bronzo leggesi infatti: Campanarum fusum A. D. MCCLV, refusum A. D. MDCCXCVI. Felicianus et Francus F. Iustiniani Fulginatenses Funderunt. Le altre due campane sono antichissime, della fine del Duecento o del principio del Trecento: La piccola,

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porta in lettere Gotiche semplicemente la parola: + ave. Sull’altra, più grande, con gli stessi caratteri, difficilmente leggibili, trovasi invece, la seguente comune Jscrizione: + MÉTE SCA. SPOT. HONORE. DO. ET. PATRIE. LIBERATE. FIIDESMIDUS. FECIT. FIEI. HOC. OPUS, vale a dire: Santamente e spontaneamente ad onore di Dio e per la libertà della Patria, Fidesmido fece fare questa campana. Un Fidemido, anche detto Fidemondo, fu Vescovo di Nocera, secondo Jacobilli, dal 1285 al 1288. Se costui, come è probabile, è il Fidesmidus ricordato nell’iscrizione della campana, facile è conoscere l’epoca precisa, in cui questo antichissimo bronzo fu fuso. Le parole « Patriae liberationem » si riferiscono poi all’usanza medioevale di suonare le campane a martello, per chiamare i cittadini a raccolta nei pericoli della patria. Basta ricordare in proposito l’episodio di Pier Capponi e Carlo VIII. Presso al Tempio è la Casa Parrocchiale, ricostruita, quasi dalle fondamenta, l’anno 1880. Per quanto si riferisce ad opere d’arte, va ricordato che la Chiesa di S. Facondino, era un tempo ricca di affreschi, dovunque sparsi sulle sue pareti interne ma disgraziatamente, nella quasi totalità, andati perduti. Oggi solo vi si vedono gli avanzi di tre dipinti, due dei quali, contigui, sono certamente opera di Matteo da Gualdo. Possiede poi, oltre il su ricordato Pentastico che si conserva nella Pinacoteca Comunale, anche una Croce Processionale in rame dorato, col Crocifisso, i simboli degli Evangelisti, il Redentore e Santi, tutti lavorati a sbalzo. Misura Cm. 50 x 30, ed è opera pregevole del XIV secolo. Alla stessa Chiesa, apparteneva anche un interessante Codice pergamenaceo, pure del secolo XIV, contenente la vita di S. Facondino, che oggi fa parte della Biblioteca Vaticana (Cod. Vat. Lat. 7853). Grandi restauri subì questo sacro edificio durante l’anno 1932.

XLII. – Chiesa del Cimitero Comunale Principale.

Sorge nel centro del Cimitero Principale del Comune di Gualdo Tadino, nella Parrocchia di S. Facondino. Ebbe origine, con il Cimitero stesso, nel modo seguente: In Genga, minuscolo villaggio esistente nella Parrocchia suddetta, nacque da poveri contadini, un Giuseppe Stella che, dopo aver percorso una brillante carriera Ecclesiastica, divenne Cameriere Segreto Partecipante di Papa Pio IX, e morì in Roma il 12 Luglio 1870, lasciando erede di tutti i suoi beni, il Sacerdote Gualdese Don Michele Tomassini. Però Mons. Stella, con i suoi beni, trasmise al Tomassini l’obbligo di costruire, presso la vetusta Chiesa Parrocchiale di S. Facondino, una nuova Chiesa, la quale avrebbe dovuto costituire un Ossario, destinato ad accogliere i resti mortali di tutti gli antichi defunti della Parrocchia suddetta, già tumulati entro la Chiesa di S. Facondino.

Certo lo Stella intendeva con ciò di dare decente sepoltura anche alle ossa dei suoi antenati che, per essere stati poveri contadini, giacevano alla rinfusa, con quelle degli altri defunti, nelle tombe e nell’antico Ossario della Chiesa Parrocchiale.

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Essendo, in quell’epoca, il vecchio Cimitero Comunale di S. Maria di Rote divenuto insufficiente, il Tomassini, prima di iniziare i lavori della Chiesa Ossario, si rivolse al Municipio di Gualdo Tadino, invitandolo a costruire intorno ad essa il nuovo Cimitero Comunale di cui si aveva bisogno. La proposta fu accettata e si stipulò infatti una convenzione, per cui il Tomassini avrebbe costruito, a sue spese, la Chiesa con entro l’Ossario per gli antichi defunti della Parrocchia di S. Facondino, secondo il legato di Mons. Stella, e il Municipio invece tutto il circostante Cimitero Comunale.

In tal modo, intorno all’anno 1875, furono iniziati i lavori della Chiesa e del recinto del Cimitero, ma, poco prima che fossero condotti a termine, insorsero delle gravi divergenze tra il Tomassini ed il Comune di Gualdo Tadino, per cui i lavori stessi restarono poi sospesi per molti anni e cioè sino al 1890, nel quale anno, il Municipio, trovandosi nella necessità di far funzionare il nuovo Cimitero, compì i lavori che a lui spettavano, divise con un muro provvisorio la sua area da quella del Tomassini e vi iniziò le tumulazioni rimanendo la Chiesa isolata ed incompiuta. Nel Luglio 1905, essendo venuto a morte il Don Michele Tomassini, costui trasmise al fratello ed erede Don Bonaventura, pure Sacerdote, l’obbligo di proseguire i lavori della Chiesa, la quale, ben presto completata, fu benedetta ed aperta al culto nel Novembre del 1906, venendo nello stesso tempo riunita al Cimitero annesso.

L’edificio, costruito su disegno dell’architetto Poletti di Roma, consta anteriormente di un porticato, sotto cui trovansi delle tombe private e, posteriormente, della Chiesa propriamente detta, a tre navate divise da archi poggianti, da ciascun lato, su due robusti pilastri. La Chiesa stessa è fornita di Sagrestia e, sopra di essa, esistono due piccoli ambienti abitabili, per uso del Custode o del Cappellano.

L’altare, unico, è dedicato a Maria Vergine Addolorata, su di esso trovasi una statua della Titolare, e vi si dice Messa nei giorni festivi, per legato del suddetto Sacerdote, Don Michele Tomassini.

XLIII. – Chiesa di S. Biagio presso il villaggio di Vaccara.

È un’antica Chiesa, della quale ignoriamo però completamente le prime origini. Sorgeva sulle alture sovrastanti il villaggio di Vaccara, e propriamente presso la sorgente del fiumicello omonimo, che poi scende a valle costeggiando il villaggio stesso. La località è ancora oggi chiamata S. Biagio, ed in passato, lavorandovisi il terreno, vi furono anche trovati dei ruderi.

La prima volta che se ne ha memoria è nel 1584, nel quale anno, il 4 Gennaio, fu visitata dal Vescovo di Nocera, che stava effettuando nella Diocesi una Visita Pastorale. Il Vescovo la trovò in pessimo stato, senza altre rendite che un piccolo terreno sodivo, con alcune querele, le quali, quando facevano il frutto, potevano rendere due giuli circa. Rivisitata dal Vescovo il 13 Ottobre 1605, si riscontrò che minacciava rovina ed era mancante persino della porta.

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Nel 1610 poi, lo stesso Vescovo, avendola trovata del tutto ridotta in macerie, ordinò che al suo posto, si erigesse una croce, per ricordo della scomparsa Chiesa di S. Biagio, il Titolo e Beneficio della quale, dovevano essere trasferiti nell’altare di qualche Chiesa vicina, con l’onere di una Messa ogni anno nel giorno dedicato a S. Biagio. Il trasferimento si effettuò infatti nella Chiesa Parrocchiale di S. Facondino, primieramente nel suo Altare Maggiore e poi, più tardi, nell’Altare di S. Carlo, con l’onere su indicato. Cosa strana, le rendite del Beneficio di S. Biagio che, come vedemmo, nel 1584 erano quasi nulla, aumentarono invece con il declinare della Chiesa omonima, tanto che, nel 1771 il Beneficio stesso era rappresentato dalle rendite di ben sei terreni, indipendentemente dalle rendite che poteva avere il Beneficio di S. Carlo, della Chiesa di S. Facondino, nel di cui altare, come si è detto, era stato trasferito quello di S. Biagio.

XLIV. – Chiesa della Visitazione di Maria Vergine nel villaggio di Palazzo Mancinelli.

Le origini della Chiesa sono le seguenti : Nel XVI secolo, tra i villaggi di Palazzo Mancinelli e di Genga, sulla riva dell’interposto torrentello, esisteva una Maestà detta la Madonna di Laentro, che portava un dipinto assai venerato, rappresentante la Madonna con S. Francesco e S. Antonio da Padova. Alla Maestà affluivano doni e offerte votive. Ma le frequenti piene del torrentello che la lambiva, le apportavano continui danneggiamenti e nel primo decennio del XVII secolo, l’avevano ridotta in pessime condizioni, tanto che gli abitanti dei circostanti villaggi di Palazzo e Vaccara, decisero in quel tempo, di ricostruirla nel primo dei due villaggi, su terreno che, per tale scopo, era stato gratuitamente ceduto. Il Vescovo di Nocera diede a ciò l’approvazione e, per far fronte alle relative spese, concesse di poter vendere i doni e le offerte votive, che durante molti anni, si erano accumulati nella Maestà di Laentro e di raccogliere inoltre tra i fedeli apposite elemosine.

Così la costruzione si iniziò e proseguì lentamente, a mano a mano che se ne avevano i mezzi. Nel 1628 era in parte eseguita e nel 1633 si aveva già una specie di Cappelletta, qualche cosa di mezzo tra la Maestà e la Chiesa, con un altare ed un dipinto sulla parete, rappresentante la Vergine con il Bambino in braccio incoronata da due Angeli e avente, da un lato, S. Antonio Abbate e S. Carlo Borromeo e dall’altro, S. Facondino e S. Giuseppe. Ma l’edificio era incompleto, mancavano le porte e la campana, l’ambiente risultava troppo ristretto, né si poteva far meglio, perché il Pievano di S. Facondino, da cui dipendeva la Maestà di Laentro, avendo in mano le offerte e le elemosine per quest’ultima elargite dai fedeli, pretendeva invece di destinarle alla propria Chiesa di S. Facondino. Ciò nonostante, gli abitanti del luogo, chiesero al Vescovo di poter far celebrare la Messa nella Cappelletta allora edificata, ma il

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Vescovo si oppose sino a che non si fosse data a questa l’aspetto di una vera e propria Chiesuola, e ordinò, d’altra parte, che i fondi detenuti dal Pievano di S. Facondino, fossero spesi per tale scopo. Fu così, che il 21 Giugno di quello stesso anno 1638, gli abitanti di Palazzo e Vaccara, stipularono con il Pievano di S. Facondino, per mano del notaio Bonifacio Scampa, un Istrumento che ho potuto rintracciare nell’Archivio Notarile Gualdese. Per effetto di tale Atto, si stabiliva di ridurre la Cappelletta allo stato di comoda e decente Chiesa, in considerazione anche che quella Parrocchiale di S. Facondino, era troppo distante per potere essere con facilità frequentata e, ad evitare futuri contrasti con il Pievano di S. Facondino, si fissavano con questo gli accordi che seguono: La nuova Chiesa, come già la Maestà della Madonna di Laentro, avrebbe dovuto dipendere dalla Chiesa Parrocchiale di S. Facondino, e gli abitanti dei villaggi che ne avevano richiesto la costruzione, anche in futuro sarebbero tenuti a mantenerla in buono stato e provvederla del necessario. La Chiesa si intitolerebbe alla Visitazione di Maria Vergine, che si festeggia il 2 Luglio, ed in tale giorno vi si dovrebbero celebrare cinque Messe almeno, a spese dei su citati abitanti. Nelle feste di precetto, non vi si doveva indire alcuna Messa, senza licenza del Pievano di S. Facondino. Nei giorni feriali poi, vi si poteva celebrare una sola Messa senza la licenza suddetta, ma quest’ultima era necessaria se le Messe fossero state più d’una e, ad ogni modo, nella designazione del Celebrante, per quanto si riferiva a queste Messe feriali, si sarebbe dovuto dare la preferenza al Pievano. Così della porta della Chiesa, come pure dell’armadio contenente i sacri arredi, si faranno due chiavi, l’una tenuta dal Pievano, l’altra da un abitante del luogo, nominato dal suddetto o dal Vescovo. Nella nuova Chiesa non si potrà né confessare, né comunicare, né fare alcun atto di giurisdizione Parrocchiale, senza espressa licenza del Pievano, e tutto ciò per non diminuire le prerogative della Chiesa Parrocchiale. Sopra la porta del nuovo edificio, dal lato interno, si doveva murare una lapide ricordante la sua fondazione. Per la fabbrica della Chiesa, come pure per le future riparazioni, i villici del luogo, saranno sempre tenuti a prestare gratuitamente l’opera loro pel trasporto dei materiali occorrenti, non dovendosi per ciò attingere nei capitali posseduti dalla Chiesa. Si delegavano infine due abitanti di Palazzo, e cioè Marcelliano di Marcangelo e Angelo Salvi, a presiedere ai lavori edilizi ed a tenere la contabilità e l’amministrazione dei fondi raccolti per detta costruzione, e dei quali dovevasi rendere poi conto al Vescovo di Nocera od al Pievano.

Così, in quello stesso anno, rapidamente sorse la Chiesa della Visitazione di Maria Vergine in Palazzo Mancinelli, ed i villici del luogo, come avevano promesso, non fecero mancare alla stessa i necessari sussidi; anzi tal Virgilio Poliseni di Vaccara, le lasciò, poco dopo la sua fondazione, tutti i propri beni e, più tardi, certo Giovanni di Antonio da Palazzo, le donò tre stadi di terra arativa in vocabolo Chiavaro. Altri legati fecero Marcelliano Vergari ed

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Antonio Bernabei, il primo con l’onere di due Messe, l’altro di una Messa ogni anno, per suffragio dell’anima loro.

In tal modo, con elemosine e legati, i beni immobili di questa Chiesa andarono sempre aumentando, tanto che nel 1784, la stessa possedeva ben sedici terreni e godeva il fruttato di parecchi censi. Anzi, gli amministratori della Chiesa, con il grano che raccoglievano in detti terreni, o in altro modo procurato, costituirono un Monte Frumentario, il quale, come altri consimili, aveva lo scopo di dare in prestito ai poveri, il frumento necessario, per impedire che, in tempo di carestia, subissero angherie da parte di commercianti ingordi e inumani.

Nella Chiesa di S. Maria, sin dai primi tempi, si celebrava Messa a beneplacito ed ex devotione degli abitanti del luogo, oltre il suddetto Officio di cinque Messe nella festa della Visitazione di Maria Vergine, il 2 di Luglio. Un’altra Messa, a data fissa, era quella del 28 Gennaio.

La Chiesa ebbe un primo piccolo ingrandimento l’anno 1874, con il fabbricarvi un altro ambiente dietro il muro ove era l’Altare. In seguito, nel 1904, subì un notevole ampliamento, meglio sarebbe dire una ricostruzione, con l’aggiunta altresì di una nuova Sagrestia. Il muro dietro l’altare, su cui era il dipinto già descritto, dovette essere allora demolito, ma del dipinto stesso si volle conservare almeno il semibusto della Madonna, che trasportato in blocco con il muro corrispondente, venne adattato nella nuova parete. In tale occasione si completò la pittura, rifacendo i due già descritti Angeli in atto di incoronare la Vergine, ma i quattro Santi laterali, furono ridotti a due soli ed indigeni, e cioè S. Facondino ed il B. Angelo. Si rimandò ad altra epoca la costruzione del Campanile, il quale fu poi infatti compiuto nel 1928.

I beni stabili della Chiesa, furono convertiti dal Demanio con la Legge del 1860, ed ora la stessa percepisce una rendita dello Stato di Lire 115 ogni anno, amministrata dal Pievano di S. Facondino. Questa rendita, deve servire esclusivamente per il mantenimento della Chiesa, dei sacri arredi e della casa parrocchiale, per la festa della Visitazione di Maria Vergine il 2 Luglio, per la celebrazione del Mese Mariano e per la soddisfazione di un pio Legato Vergari, di cui trattammo a proposito della Chiesa di S. Facondino. E’ oggi officiata ogni giorno festivo, con Messe per la popolazione ed a spese della stessa.

Finalmente, non sarà qui inutile notare, che in qualche documento dei più antichi, la Chiesa è indicata come esistente nella località Palagium de Uncinellis. Ciò perché è questo appunto il nome antico del villaggio oggi chiamato Palazzo Mancinelli, il quale ebbe origine da una cospicua famiglia detta « de Uncinellis» che ivi risiedeva e dominava e di cui troviamo tracce nei nostri Archivi, specialmente durante il XV e XVI secolo. Fu dopo quest’epoca che, a poco a poco, come spesso accade, il vocabolo « de Uncinellis » si trasformò, sulla bocca del popolo, in quello attuale di «Mancinelli».

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XLV. – Chiesa di S. Giuseppe nel Piano di Gualdo.

Lungo la Via Flaminia, nella località detta Pian di Gualdo, in Parrocchia di S. Facondino, abitava nel principio del Seicento, la famiglia Fregosi, che ivi teneva aperta pel pubblico un’Osteria. Dietro la propria abitazione, questa famiglia possedeva inoltre una piccola Cappella che, a proprie spese, manteneva aperta al culto. Anzi, tal Giulio Fregosi, con testamento dell’anno 1628, fece obbligo ai propri eredi, di conservarla e di farvi celebrare ogni anno una Messa in suffragio dell’anima sua. Ma, con il tempo, detta Cappella essendo in parte crollata, un membro della famiglia, tale Angelo Fregosi, unitamente ai propri nepoti, chiese al Vescovo di Nocera, il permesso di demolirla completamente e di adoperare il materiale edilizio ancora servibile, per costruire lì presso una piccola Chiesa, obbligandosi a mantenerla e fornirla di tutto il necessario, anche per l’avvenire. Tale permesso fu concesso dal Vescovo con Decreto del 18 Novembre 1659, e l’Atto di fondazione della nuova Chiesa, fu rogato il 5 Febbraio 1660 dal notaio Isidoro Mancia.

Così sorse l’attuale Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, la quale, piuttosto angusta e munita di volta, per lungo tempo rimase sotto il giuspatronato della famiglia Fregosi, che, con gli oneri suddetti, ne godeva ancora il possesso verso la fine del XVIII secolo, ed usava tenere esposta la cassetta delle elemosine a pro della Chiesa, proprio dentro la vicina Osteria, gestita, come si è detto, da tale famiglia.

Nei primi tempi della sua erezione, si celebravano nella Chiesa, a carico dei Fregosi, due Offici di più Messe ogni anno, uno nella festa del titolare S. Giuseppe, l’altra in quella di S. Egidio, nonché altre venti Messe annue, ridotte in seguito ad una Messa ogni mese. Il suddetto Officio, nella festa di S. Egidio, stava a ricordare il culto già professato a tale Santo, in un’antica Chiesa appunto dedicata a S. Egidio, che esistette in quei d’intorni sino alla seconda metà del Seicento. Anzi, sull’unico altare della Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, fu posto un quadro in tela che vi esiste tuttora, rappresentante, in alto, la Madonna con S. Giuseppe, e in basso S. Egidio con S. Antonio Abbate. La presenza di questi due ultimi Santi, ci spiega perché, qualche volta, negli Atti di Sacre Visite, la Chiesa di S. Giuseppe al Pian di Gualdo, figuri invece intitolata a S. Antonio da Padova (1704), o a S. Egidio (1742, 1764, 1771).

La Chiesa di S. Giuseppe, con i beni della famiglia Fregosi, passò poi alla famiglia Alimenti; ma in quell’epoca era ridotta in pessimo stato e, per molti anni, non si potè più nemmeno officiare. Una delle ragioni per cui l’Autorità Ecclesiastica ne aveva vietata l’apertura al culto, era la seguente: Intorno alla Chiesa di S. Giuseppe, ogni anno, il 1 di Settembre, era indetta una grande fiera detta del Pian di Gualdo, della quale narreremo tra poco le origini nel Capitolo dedicato alla su ricordata Chiesa di S. Egidio che esisteva a Categge.

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Ora in tale fiera, gli Agenti che il Comune di Gualdo vi mandava per il mantenimento dell’ordine, occupavano la Chiesa di S. Giuseppe, e vi dormivano e banchettavano contrariamente alle leggi Ecclesiastiche. Un altro motivo della sospensione del culto consisteva nel fatto, che la Chiesa in parola era sprovvista dei sacri arredi. Gli Alimenti però la restaurarono e la riaprirono al culto nel 1914 tanto più che gli stessi, con la Chiesa, avevano anche ricevuto in legato dai Fregosi, l’onere della sua officiata. Quest’onere è però attualmente assai mitigato. Esso infatti consiste in sole sette Messe ogni anno, di cui una nella festa di S. Giuseppe e ciò per riduzione ottenuta con Decreto del 3 Novembre 1881. Vi si dice in oltre Messa, qualche volta, per devozione di pie persone.

XLVI. – Chiesa di S. Egidio presso il villaggio di Categge.

È ignota l’epoca della sua erezione. Noi la troviamo ricordata, per la prima volta, l’anno 1473, in un Atto Notarile nel quale si tratta di alcuni terreni che si dicono situati «in parochia Categij, in vocabolo sancti Gilij (S. Egidio) ». Similmente appare una seconda volta in altro Rogito Notarile, avente la data 7 Gennaio 1499 dove si parla di un campo che era situato « iuxta res sancti Egidij, res Santis Iohannis Morroni de Categgio, ete.» Riappare poi, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, negli Atti della Visita Apostolca praticatavi il giorno 8 Novembre 1573, dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, il quale ordinò che le scarse rendite del Beneficio (circa una salma di frumento ogni anno), fossero destinate a restaurare la Chiesa la quale conteneva un unico Altare munito di un quadro in tela che rappresentava Gesù orante nell’Orto di Getsemam, con tre suoi Discepoli dormienti. (1)

Vi si diceva Messa, talvolta, per volontà di pie persone dei villaggi circonvicini e vi si faceva festa, con la celebrazione di un Officio, nel giorno dedicato a S. Egidio

La Chiesa, che aveva già subito gravissimi danni pel terremoto del 1612, cominciò a declinare durante quel secolo e fini con il Cadere ben presto in completa rovina.
Per conseguenza, il Vescovo di Nocera, l’anno 1694, ordinò che il Titolo ed il Beneficio della Chiesa di S. Egidio di Categge , fossero trasferiti nella Chiesa Parrocchiale di S. Facondino all’Altare di S. Carlo, e che il materiale edilizio, ancora utilizzabile che poteva trarsi dalla diruta Chiesa di S. Egidio, fosse venduto destinandosene il ricavato per ornare e rifornire il suddetto Altare di S. Carlo. Più tardi, circa il 1718, con Decreto Vescovile, si tentò di erigere nella stessa Chiesa di S. Facondino, un nuovo e distinto altare dedicato a S. Egidio, ma il tentativo non ebbe effetto e questo Beneficio seguitò a risiedere nell’Altare di S. Carlo, sino a che, nel 1771, il

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luce di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XI, c. 3t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1498 al 1499. Paginazione II, c. 5t.

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Vescovo di Nocera non ne ordinò il trasferimento nell’Altare Maggiore. Tale Beneficio Ecclesiastico importava l’onere di due Messe all’anno nella festa di S. Egidio.

Questa ricorreva il 1 Settembre, egli abitanti del luogo, seguitarono a celebrarla anche dopo crollata la Chiesa, e fu appunto da questa festa che ebbe origine la maggior Fiera Gualdese, un tempo detta infatti di S. Egidio, poi del Pian di Gualdo, che si effettuò sino al 1926, nel giorno suddetto, nella località omonima, non lungi dal luogo ove sorgeva la Chiesa. Tale Fiera, che nell’anno sopra indicato fu trasferita entro la città di Gualdo, venne istituita con Breve di Papa Innocenze XII, dato a Roma il 10 Ottobre 1693, ad istanza degli abitanti dei villaggi prossimi a quella Chiesa, i quali, con l’istituzione di un grande mercato, volevano accrescere solennità alla festa di S. Egidio, ed attrarvi più folla, (1)

La Chiesa sorgeva sul margine destro della via che da Genga conduce a Categge, circa duecento metri prima di giungere a quest’ultimo villaggio. In tale luogo, non molto tempo fa, erano ancora visibili i ruderi dell’edificio.

XLVII. – Chiesa di S. Pellegrino nel villaggio omonimo.

Sono molti i Santi venerati in Italia con il nome di Pellegrino. Trattasi generalmente di fanatici asceti che, nel fosco Medioevo, partivano da lontane regioni e pedestremente, elemosinando, tra mille difficoltà e pericoli, si dirigevano in pellegrinaggio a Roma, sede della Cristianità e loro meta agognata. Spesso accadeva che, durante il lungo e periglioso viaggio, per gli stenti e gli strapazzi fisici, soccombessero in qualche remota campagna, in qualche villaggio sperduto fra i monti. E quando gli abitanti del luogo, ritrovavano le misere spoglie di quell’ ignoto romeo, vestito il più delle volte alla strana foggia oltramontana, nella loro mente ingenua e primitiva, l’avvenimento assumeva parvenze romanzesche e la sovra eccitata fantasia popolare, non tardava a riscontrarvi qualche cosa di straordinario, di miracoloso. Perciò il corpo del pellegrino, che nella immaginazione di quelle umili genti doveva sembrare per certo essere quello di un santo uomo, veniva pietosamente raccolto e trasportato in processione, con il concorso del Clero, sino al luogo della sepoltura. Poniamo il caso, per nulla raro, che, suggestionata dal non comune avvenimento, una donna del popolo nevropatica o isterica, subisse in tale evenienza qualche allucinazione, qualche strana visione che a quello stesso avvenimento si riferisse; si gridava allora senz’altro al miracolo e la notizia, ingrandendosi di bocca in bocca, diffondevasi con incredibile rapidità tra le ingenue e religiose popolazioni medioevali. Altri esaltati credevano poi di notare in quel luogo nuovi avvenimenti straordinari, cominciavano i

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti storiciGualdesi dal XIII al XVI II secolo. Documento N°. 121.

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pellegrinaggi alla tomba del romeo e, attraverso gli anni, restava sempre più assicurata la fama di santo uomo, all’ignoto e misterioso viandante. Il suo nome era sconosciuto e venne quindi da principio genericamente chiamato « Il santo pellegrino » inteso nel senso di nome comune, che però, con l’andare del tempo e con l’abitudine, assunse la forma di nome proprio e ne venne così « San Pellegrino». Anche il nostro Santo, ebbe probabilmente una consimile origine: Un’antica leggenda, ripetuta pure nelle Cronache Medioevali della nostra regione, narra infatti che, circa l’anno 1004, il primo di Maggio, un ignoto viandante, stanco e affamato, pervenne nel territorio Gualdese ai piedi di Montecamera, accompagnato da un giovanetto e si diresse verso alcune abitazioni, che ivi allora sorgevano con il nome di Borgo Contranense, il quale altro non era che l’attuale villaggio di S. Pellegrino. Stava per calare la notte ed incombeva l’ora in cui veniva chiusa la porta esistente nelle mura che da ogni lato cingevano il Borgo; s’erano ritirati gli abitanti nelle loro case ed uno solo di essi, certo Ono, ristava su quella porta. A costui, per amor di Dio, il viandante chiese ospitalità anche in una stalla, poiché il cielo torbido e nuvoloso minacciava tempesta. Ma Ono lo respinse brutalmente con parole aspre e villane e gli chiuse in faccia la porta, lasciando il pellegrino fuor delle mura del Borgo.

Costui si sdraiò allora paziente, con il compagno, sulla nuda terra, dove, vinto dalla stanchezza e dal sonno, si addormentò. Prosegue la leggenda narrando come, durante la notte, scoppiò violenta la tempesta con diluvi di acqua e con grandine così folta e grossa, che in breve tempo ricoprì di bianco la campagna siccome neve, ed i miseri viandanti, colti nel sonno profondo, per la fame, per il freddo e per le mille percosse dei grossi chicchi di grandine, resero l’anima a Dio. E l’esanimi spoglie, travolte dalla fiumana, che straordinariamente ingrossata per lo sciogliersi della grandine, precipitosa scendeva a valle dai colli, furono trasportate sino ad un fosso dove rimasero semisepolte nel fango e tra le erbe strappate dalla corrente. Durante la stessa notte, ad una giovanetta, figlia di Ermanno, Signore di quel Castello, apparve la visione d’un pellegrino giacente esanime tra le acque limacciose d’un fossato a lei noto. Ne parlò subito meravigliata ai famigliari ed ai vicini e tutti insieme, corsero sul luogo dove trovarono infatti le misere spoglie quasi sommerse nel fango, da cui sporgeva altresì il bastone o bordone del romeo, il quale, cosa ancor più meravigliosa della visione, aveva germogliato miracolosamente, rivestendosi di foglie e di fiori. Colpiti da questi segni celesti, quei villici estrassero dal limo le salme, le lavarono, le rivestirono con ogni cura e le collocarono su di un carro tirato da buoi, per condurle processionalmente a Montecamera ed ivi inumarle. Ma giunti in un bosco, che allora esisteva dove oggi sorge la Chiesa di S. Pellegrino, buoi e carro restarono come fissi sul suolo, né poterono più proseguire ed ivi perciò furono sepolte le salme tra le preghiere del Clero e la venerazione del popolo. Così si sparse in breve tempo, nella circostante regione, la notizia dello straordinario

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avvenimento, altri fatti miracolosi, secondo la leggenda, sopravvennero in seguito; anche da lontano le genti cominciarono ad accorrere sulla tomba del santo uomo per implorare qualche grazia divina, si sentì il bisogno di erigere sul suo sepolcro una Chiesa, e lo stesso villaggio, con l’andare del tempo, cambiò a poco a poco l’antico nome di Borgo Contranense, in quello attuale di S. Pellegrino. Anzi, da antichi documenti d’Archivio, apprendiamo che alla fine del Duecento, già si designava tale località con questo nuovo nome e che l’antico era caduto in disuso. (1)

Quando la prima Chiesa sorgesse sulla tomba del santo pellegrino è a noi ignoto. Certo che nella fine del XIII secolo già esisteva, poiché ci resta una pergamena contenente un testamento, con il quale tal Giovanni di Ventura di Acquittolo, Notaio, in data 4 Aprile 1288, lasciava tra l’altro, quattro libbre di denari Cortonesi alla nostra Chiesa di S. Pellegrino. E non a caso, ho nominato qui sopra una « prima Chiesa » poiché sicuramente, quella oggi esistente, la di cui costruzione risale al XIV secolo al più presto, non è la primitiva. Sul fianco sinistro dell’attuale Chiesa, ed a questa addossato, trovasi infatti un piccolo edificio che contiene anteriormente la sagrestia su cui sorge il campanile ed è costituito posteriormente da una cripta semisotterranea, dove è conservata l’urna marmorea con le ossa di S. Pellegrino. Ora è da notare, come risulta da numerosi antichi documenti, che la primitiva Chiesa consisteva appunto nella cripta e nell’ambiente antistante, quello cioè che, come sopra si è detto, è adibito oggi in parte ad uso di sagrestia ed in parte è occupato dal campanile. (2)

Nel XIV secolo, aumentata la popolazione del luogo e riconosciuta come insufficiente per i bisogni del culto quella prima Chiesuola, si dovette costruire sul suo fianco destro, l’attuale vasta Chiesa, venendo poi in seguito adibita la prima ad uso di sagrestia. L’esistenza nel secolo seguente di queste due contigue Chiese, ci appare anche in un testamento dettato il 20 Ottobre 1474 da un abitante del luogo, tal Pellegrino di Paoluccio. Costui infatti lasciava, tra l’altro, una certa somma, affinchè l’erede « implanellet sive implanel lari faciat tectum ecclesie veteris S. Pelegrini . . . in qua collocatum est corpus S. Pelegrini », la qual vecchia Chiesa si descrive nell’Atto stesso come adiacente alla Chiesa nuova. (3)

Ben poche altre notizie ci restano del Tempio di S. Pellegrino durante il XIV e il XV secolo. In questo lungo periodo di tempo, la trovo solo citata tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333, pagarono la decima imposta l’anno prima da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per

(1) Arch. Storico di Gubbio (Fondo Armanni): Codice IL C. 23, c. 109t – Biblioteca Vaticana: Codice Urbinate 48, c. 220 a 221.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Perg, del secolo XIII. N”. 101.
(3) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XIII, c. 51.

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rimpinguare l’esausto tesoro Papale. Nei libri delle Collettorie Pontificie, il versamento della prima rata, appare fatto il 24 Giugno di quell’anno, in mano di Delayno de Mutina, Notare del Vescovo Nocerino e Subcollettore nella Diocesi di Nocera, per conto del Collettore e Tesoriere Generale del Ducato, Giovanni Rigaldi. Trovasi anzi indicato nei Registri Pontifici, con le seguenti parole: «a domino Phi lippa solvente pro ecclesia S. Peregrini de Gualdo. 4 lib., 17 soli dos, 6 denarios cortonenses ».(1)

Fu certo durante questi due secoli, che la Chiesa di S. Pellegrino fu posta a capo di una Parrocchia, ma non ci resta nessun documento in proposito. Certo, che tra la fine del Duecento e il principio del secolo seguente, non dovette ancora avere ottenuto il titolo di Chiesa Parrocchiale. Infatti possediamo una pergamena, contenente una lettera data dal Laterano il 22 Novembre 1299, con la quale Giovanni da Palestrina, Vice-Camerlengo Pontificio, si rivolgeva a Giacomo, Cappellano della Chiesa di S. Pellegrino, per incaricarlo di disbrigare una certa pratica curialesca. Ora il fatto che il suddetto Giacomo viene nella lettera indicato semplicemente come Cappellano, ci fa supporre che il Rettore della Chiesa non rivestisse ancora la qualifica di Parroco, qualifica che diversamente sarebbe stata in qualche modo indicata. Viceversa la Chiesa era già a capo di una Parrocchia nel principio del Cinquecento, poiché da un documento del 1506, la vediamo compresa tra le Chiese Parrocchiali Gualdesi alle quali il Comune di Gualdo pagava una decima, consistente nella somma di quattro bolognini, dodici soldi ed un denaro ogni sei mesi. Anzi il Parroco, sin da quell’epoca, era nominato e stipendiato dall’Abbate di S. Maria di Sitria, dalla quale Abbazia, notisi bene, dipendeva ab antiquo la nostra Chiesa di S. Pellegrino e seguitò anzi a dipenderne sino a che la stessa Abbazia non fu annessa a quella celebre dell’Avellana. Alla dipendenza di quest’ultima, passò allora anche la Chiesa di S. Pellegrino restandovi sino alla Demaniazione ecclesiastica, fatta col noto Decreto Pepoli, dal nuovo Governo Italiano. Il suddetto Parroco, era amovibile ad nutum dall’Abbazia di Sitria e la di lui nomina doveva essere approvata dall’Ordinario. Nel Seicento, il suo stipendio consisteva in nove scudi, tre salme di grano e dodici barili di mosto, più due carlini, e mezza libbra di cera per ogni defunto, nonché l’uso della Casa Parrocchiale. Aveva l’onere di celebrare Messa in tutte le feste di precetto. Essendo sconosciuto il giorno della consacrazione della Chiesa, l’Abbate di S. Maria di Sitria, si rivolse alla Sacra Congregazione dei Riti, perché stabilisse in che giorno se ne dovesse celebrare l’anniversario e la stessa, con lettera del 23 Novembre 1687, rispose che tale data doveva essere stabilita dal Vescovo di Nocera, che scelse infatti il giorno 4 Febbraio. (2)

(1) Arch. Vaticano: Collettorie . Tomo 225, c. 38t.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Perg. del secolo – n°. 51 ; Libri dei Consigli . Anno 1506. c. 54.

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Nel secolo XVI, cinque Altari esistevano nella Chiesa e cioè l’Altare Maggiore, l’Altare del Crocefisso in cornu Evangeli, l’Altare di S. Martino in cornu Epistolae, poi un Altare di S. Michele Arcangelo, nell’ambiente costituito dall’antica Chiesa, oggi come si è detto, adibita ad uso di Sagrestia, e finalmente l’Altare di S. Pellegrino, nella già ricordata cripta semisotterranea. Anzi, in quest’ultima, su di una parete, si leggeva sino al secolo scorso la seguente inscrizione oggi scomparsa: Ad perpetuarti rei memoriam. Hic jacet corpus S. Peregrini confessoris et patroni huius loci, cuius sacra lypsana kalendis maii anni MDCCCXXXVII Franciscus Aloysius Piervissani, episcopus Nucerinus, solemniter reposuit.

Durante il secolo XVII, tre nuovi Altari compaiono nella Chiesa: Primo l’Altare del Rosario, secondo l’Altare di S. Antonio Abbate, ambedue a sinistra, l’uno presso quello del Crocefisso su nominato, l’altro presso la porta d’ingresso. Il terzo Altare sorse invece sul lato destro, presso quello di S. Martino e fu chiamato con i vari nomi dei Santi che figuravano nel quadro dell’Altare stesso. Venne infatti indicato come Altare di S. Giovanni Battista, di S. Antonio da Padova e di S. Carlo Borromeo. Non sarà superfluo dare qualche notizia singolarmente per ciascuno degli Altari citati:

Sopra l’Altare Maggiore, era in origine collocato il grande Polittico su tavola che oggi si ammira su di una parete della stessa Chiesa. Rappresenta nello scompartimento centrale la Madonna in trono con il Bambino adorata da Angeli. Lateralmente, a sinistra di chi riguarda, sonvi le figure di S. Michele Arcangelo e S. Filippo ed a destra quelle di S. Giacomo e S. Pellegrino. Nelle cuspidi, la centrale è occupata dal Padre Eterno, quelle di sinistra da S. Giovanni Battista e da un Santo Papa e quelle di destra da S. Paolo e S. Bartolomeo. Sotto il trono della Madonna leggesi: Tempore Domini Agneli Francisci de Gualdo MCCCCLXV. Die X Decembris. Questo pregevolissimo dipinto fu attribuito al pittore Matteo da Gualdo, ma con maggiore probabilità, va forse riferito a Gerolamo di Giovanni da Camerino. Oggi, sopra l’Altare Maggiore, trovasi invece un’altra notevolissima opera d’arte e cioè un assai grande Ciborio o Tabernacolo in pietra, che porta scolpite a bassorilievo, molte scene del Vecchio e Nuovo Testamento; originariamente era in gran parte coperto da dorature e vi si legge la data 1521. Il Parroco di S. Pellegrino, Feliciano Aleandri da Sigillo, lo fece restaurare dal proprio fratello Gervasio nel 1790.

L’Altare del Crocefisso, nel 1573, apparteneva alla famiglia di tal Maestro Michelangelo orefice; nel 1597 spettava invece alla Confraternita del Sacramento del villaggio di S. Pellegrino, la quale vi aveva stabilito la sua sede e lo manteneva di tutto l’occorrente, facendovi altresì celebrare Messa, a proprie spese, la seconda Domenica d’ogni mese. Anzi il Cappellano, per queste Messe, veniva retribuito con sedici giuli. Vi si dovevano anche celebrare tre Messe all’anno, come da legato testamentario di tal Ciano da S. Pellegrino. Altre sei Messe annue, vi si celebravano per legato di Donna Francesca di Camillo Scampa. Sulla parete di questo Altare,

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era effigiato il Crocefisso, con S. Bartolomeo Apostolo e S. Pellegrino, e questo antico dipinto, vi esiste ancora.

L’Altare del Rosario, apparteneva alla Confraternita omonima del villaggio di S. Pellegrino, la quale per conto proprio e per effetto di legati testamentari, vi faceva celebrare numerose Messe ed altre sacre Funzioni, che dettagliatamente si descriveranno quando ci occuperemo di questa Confraternita. Era ornato da un quadro con l’immagine della Madonna del Rosario circondata dai soliti Misteri. Questo Altare esiste anche al presente, ma il suo antico quadro ha subito delle modificazioni. La parte centrale di esso è scomparsa e le parti periferiche, con i quadretti dei Misteri, servono di cornice all’apertura di una nicchia sovrastante all’Altare stesso, ove trovasi collocata una moderna statua della Madonna del Rosario.

L’Altare di S. Antonio Abbate, era stato eretto intorno alla metà del Seicento, dal suddetto Camillo Scampa, la di cui famiglia lo manteneva e lo faceva officiare nella festa del Santo. In favore di questo Altare vennero elargiti due censi, uno di scudi quindici da tal Don Pascuccio Lispi da S. Pellegrino e l’altro di scudi dodici e mezzo, con l’onere di dirvi Messa una volta al mese. Vi si celebrava spesso anche per devozione di pie persone. Il giuspatronato della famiglia Scampa su questo Altare, dovette in una certa epoca venir meno, poiché nel 1728, troviamo che la manutenzione dello stesso, spettava invece alla popolazione di S. Pellegrino, che vi provvedeva con apposite elemosine e che vi faceva celebrare sei Messe all’anno, nonché altre Messe in occasione della festa di S. Antonio e della festa di S. Emidio. Su tale Altare, ancora esistente, sin dagli antichi tempi trovasi un quadro in tela, raffigurante la Madonna di Monte Carmelo, S. Emidio e S. Antonio Abbate.

L’Altare di S. Giovanni Battista, anche detto di S. Antonio da Padova e di S. Carlo Borromeo, fu eretto l’anno 1675 da Giovanni ed Ercolano Brencoli. Però, nel 1685 lo troviamo sotto il giuspatronato delle Monache di S. Maria della Fonte di Fossato di Vico, le quali l’avevano ricevuto in eredità dal suddetto Giovanni Brencoli, che trovo indicato anche con il nome di Giovanni di Goro. Ma rifiutandosi le Monache di provvedere al mantenimento di questo Altare, il Vescovo di Nocera, nel 1705, ordinò che lo stesso fosse ad esse tolto e venisse invece concesso a qualche famiglia la quale si assumesse cotesto obbligo. La Confraternita del Sacramento di S. Pellegrino aveva l’onere di farvi celebrare ogni anno alcune Messe nella festa della Natività di S. Giovanni Battista, per effetto di un legato di tal Giovanni Gregori, che a tale scopo aveva lasciato in eredità alla Confraternita il fruttato di un censo di venticinque scudi. L’Abbate di S. Maria di Sitria, dal quale come si è detto dipendeva la Chiesa di S. Pellegrino, usava far celebrare sul detto Altare, a sue spese, una Messa ogni anno. Vi si dicevano poi cinquanta Messe annue, per effetto di una Cappellania istituitavi da tal Maria Chiara Cascianelli, che riservò alla sua famiglia il diritto di nominare il relativo Cappellano e finalmente due Messe annuali vi si celebravano in suffragio dell’anima del suddetto fondatore

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Giovanni Brancoli. Sull’Altare esisteva un quadro in tela rappresentante, come si è detto, oltre la Vergine, S. Giovanni Battista, S. Antonio da Padova e S. Carlo Borromeo. Questo Altare fu demolito nel 1893, in occasione di notevoli restauri apportati alla Chiesa, dal Parroco di quel tempo Don Giuseppe Angeletti ed il relativo quadro fu appeso su di una parete della Chiesa stessa, dove tuttora si trova.

Il sesto ed ultimo Altare della Chiesa propriamente detta, ossia l’Altare di S. Martino, qualche volta chiamato anche di S. Barnaba, spettava alla Università del Castello di S. Pellegrino che, a proprie spese, vi faceva celebrare dal Parroco una Messa al mese per il popolo, in giorno di mercoledì e con lo stipendio per il Celebrante di dodici giuli. La stessa Università, vi indiceva anche, sempre per proprio conto, due Offici di cinque Messe ognuno e cioè nella festa di S. Martino e nella festa di S. Barnaba, di più pagava ogni anno cinque scudi per far venire nella Chiesa un Predicatore durante la Quaresima. Su questo Altare esisteva un quadro in tela, rappresentante il Crocefisso, S. Giovanni Evangelista, S. Martino e S. Antonio da Padova. Anch’esso fu demolito nel 1893, nelle stesse condizioni già descritte pel precedente ed il suo quadro fu similmente collocato su di una parete nell’ interno del Tempio.

Nella Chiesa vecchia, oggi adibita, come si è detto, ad uso di Sagrestia ed in parte occupata da un moderno Campanile, completato e inaugurato nel 1901, esisteva anticamente un Altare dedicato a S. Michele Arcangelo, che qualche volta troviamo anche intitolato a S. Raffaele e più raramente a S. Lucia. Nei primi del Seicento, questo Altare apparteneva alla famiglia Lucesole, la quale risiedeva in quel Castello ed aveva l’onere di farvi celebrare sei Messe all’anno. Nella seconda metà di quello stesso secolo, era invece sotto il giuspatronato della famiglia Mascelli di S. Pellegrino, che vi faceva dire Messa nella festa di S. Lucia, e da ciò forse l’omonima suddetta intitolazione. Vi si celebrava spesso anche per volontà di particolari devoti. Essendo questo Altare ridotto in pessime condizioni e presso che spogliato dei sacri arredi, ed anche pel fatto che trovavasi in un ambiente fuori della Chiesa vera e propria, fu fatto demolire dal Vescovo di Nocera l’anno 1694.

Finalmente l’ultimo ed ottavo Altare, è quello dedicato a S. Pellegrino. Trovasi collocato, come si è detto, in una cripta semisotterranea, costruita in fondo alla Chiesa antica, con la quale comunica per mezzo di una porta; mediante un’altra porta comunica con la Chiesa attuale. Tale cripta è coperta da una volta sostenuta da quattro pilastri. L’Altare è nel mezzo e su di esso è collocata una bell’urna marmorea, contenente le spoglie di S. Pellegrino. L’Abbate di S. Maria di Sitria, pensava al mantenimento di questo altare. Per disposizione di tal Maurizio di Palliano Bosi, vi si celebrava dal Parroco la Messa una volta al mese ed una lampada perennemente ardeva davanti all’urna del Santo. Per le spese inerenti all’adempimento di questi oneri, eranvi gli interessi di due censi più il fruttato di due campi, uno di circa mezzo modiolo,

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in vocabolo « La Passerina » l’altro di circa quattro stadi, in vocabolo «Bosco del Piano», In questo Altare, si diceva altresì la Messa ; spesse volte durante l’anno a spese dei devoti del Santo, specialmente il primo di Maggio, nel qual giorno ricorre la festa di S. Pellegrino. In tale occasione, anche il Parroco vi faceva celebrare i varie Messe per proprio conto.

La Chiesa, ampia e ad una sola navata, ha il tetto sorretto da tre grandi archi Gotici. E’ fornita di Fonte Battesimale ed aveva sette sepolcri, dei quali uno era particolarmente adibito per i Sacerdoti, un altro per i bambini ed un terzo per i membri della Confraternita del Sacramento e del Rosario. Le pareti così dell’attuale Chiesa come pure quelle della primitiva, sono completamente coperte di pregevoli affreschi che, per la massima parte, risalgono al XIV e XV secolo. Queste pitture trovansi oggi quasi tutte ricoperte da uno strato di calce, barbaramente applicato su di esse nei secoli posteriori, e tra quelle rimaste scoperte o recentemente tornate alla luce, meritano speciale menzione alcune esistenti nella Chiesa antica, sulla parete che la divide dalla cripta, le quali riproducono tre scene della vita del Santo. La prima scena rappresenta: il villico Ono davanti la Porta del Castello e a lui dappresso sta S. Pellegrino accompagnato da un giovanetto. La seconda raffigura il rinvenimento dei cadaveri di questo Santo e del suo compagno sommersi dall’alluvione. Vi assistono, tutti in un gruppo, Ermanno Signore di Montecamera, la di lui figlia e sei altri suoi famigliari. Un uomo, con la zappa, scava il fango che ricopre la salma ed altri tre si accingono a sollevarla. Presso il defunto, infisso a terra, rivedasi il bordone fiorito. Nel centro della terza scena sta il carro tirato da due buoi, sul quale giacciono i corpi di S. Pellegrino e del suo compagno. Dietro il carro vedesi una folla di gente, parte in piedi, parte inginocchiata ed orante; di fianco, incedono processionalmente dieci sacerdoti più il Vescovo o Abbate mitrato, nonché un chierico recante il bordone fiorito; avanti, prima due bifolchi che stimolano i buoi recalcitranti e poi, in un sol gruppo, Ermanno, la figlia e cinque altri famigliari. Sullo sfondo del quadro appare Montecamera con il Castello.

Sotto il dipinto, scritte con caratteri Gotici, in tabelle corrispondenti alle scene su descritte, trovansi le seguenti quattro leggende esplicative:
Beatus vero Peregrinus venit, advessperescente iam die, et nocte in choante, ad pedes monticulorum Montis Camere, quum vicus, domuncolis congregatus, portula claudebatur; cum iam homines illius vici intra suas domunculas cum suis familiis et animalibus repausarent , hostiis clausis; solus quidam homo, Honus nomine vocabatur aduc ante fores vici vagabat, quem Dei servus Peregrinus rogravit, , ut de nocte in hospitiis suscipere dignaretur amore Dei dare de stabulo sive in pavimento; ille autem animalis homo crudelis assperam ressponsionem fecit claudens hostium vici et sue domus. I ste peregrinus illa nocte migravit ad Dominum – Hic inventum fuit C orpus beati Peregrini per vigionem filie domini Ermanni Montis Camere – Postea positum fuit in quodam

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carro, cum processione cl ericorum et hominum sequentium – Et dominus Hermannus, cum processione et corpare beati Peregrini, volebat ferre ….. ad Montem Cameris et non valebat, quia boves et currus fixerunt se ibi in aliqua bussca, ubi hodie est castrum Sancti Peregrini et hic relique runt eius corpus.

Queste ultime frasi, divenute oggi quasi indecifrabili, sono state ricostruite con la scorta di un’antica memoria scritta, sino a noi pervenuta.

Più in basso di queste leggende, vedonsi i resti di altra iscrizione, tracciata con caratteri più antichi, ma che conteneva identiche parole. Ciò, anche per una evidente sovrapposizione degli intonachi, ci fa supporre che, al posto delle tre scene della vita di S. Pellegrino oggi esistenti, vi fosse stato precedentemente un più vetusto dipinto dello stesso soggetto e del quale non restano oggi che poche tracce della leggenda da cui anch’esso era accompagnato, la quale fu poi riprodotta integralmente ai piedi del secondo dipinto. La struttura di questa leggenda, mi aveva fatto supporre che la stessa, dovesse essere copia più o meno fedele di qualche Agiografia medioevale, né la mia supposizione era errata, poiché infatti, dopo pazienti ricerche, riuscii a rintracciare quest’ultima, in un Codice Pergamenaceo del XIV-XV secolo, nella Biblioteca Vaticana, Fondo Urbinate, N°. 48, foglio 220. Questa Agiografia di S. Pellegrino, certo assai più antica del Codice su cui fu trascritta, contiene infatti in maniera presso che identica, anche la prima parte della leggenda apposta al dipinto di cui ci siamo qui sopra occupati.

Sempre sulle pareti della Chiesa Vecchia, ammiransi poi varie pitture votive, alcune delle quali sono per certo dovute alla mano di Matteo da Gualdo. Di queste pitture votive, molte andarono distrutte quando fu costruito l’attuale campanile della Chiesa, il quale, architettonicamente, nessun rapporto ha con il severo stile di quest’ultima, che ne resta anzi, nella sua estetica, assai deturpata. Altro oggetto d’arte, conservato tra gli arredi della Chiesa, è un calice di rame dorato, con il nodo adorno di sei scudetti di argento un tempo smaltati, in uno dei quali, vedesi lo stemma del Cardinale Cesi e, nei restanti, le immagini di alcuni Santi. Intorno al collo si leggono le parole: labate demont. Questo Calice è opera pregevolissima del secolo XV.

XLVIII. – Chiesa di S. Maria delle Grazie nel villaggio di S. Pellegrino.

Il villaggio di S. Pellegrino si divide in due parti: In alto, sul versante della collina, il così detto Castello, più in basso il Borgo che rappresenta la parte moderna del villaggio. Sin dall’antico, Prima cioè che vi fossero costruite le attuali abitazioni, quest’ultima località chiamavasi Campagnole, denominazione che, del resto, mantiene presentemente, ed ivi sorgeva, e sorge anche oggi, la Chiesa di S. Maria delle Grazie.

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Le prime origini di questa Chiesuola, le ho rintracciate in due testamenti del nostro Archivio Notarile, aventi le date 5 Aprile e 3 Giugno 1503. Nel primo si legge che Angelo Mascelli, del Castello di S. Pellegrino, tra l’altro lasciava due fiorini Marchegiani, per la fabbricazione e l’ornamento di una Maestà o Cappella, che doveva sorgere « in quodam tribio Campignoli, videlicet in quadam possessione domine Valerie Bartolomee Paulutij». Nel secondo testamento, tal Giovanni Antonio di Pellegrino di Nicolo Farrate, dello stesso Castello, similmente lasciava dieci fiorini Marchegiani, all’Ospedale e Fraternità di S. Pellegrino, da spendersi per la costruzione della erigenda Maestà « in tribio Campignoli». (1)

La Chiesuola, dovette essere costruita subito dopo, poiché, come tra poco vedremo, la stessa possiede sulle sue pareti alcuni affreschi, uno dei quali porta la data 1516. Però, per lungo tempo, di essa nessuna notizia più abbiamo e cioè sino al 13 Aprile 1573, nel qual giorno, per la prima volta, vi fu praticata una Visita Diocesana dal Vescovo di Nocera. Dagli Atti di tale Visita, apprendiamo che la Chiesa apparteneva alla su nominata Confraternita di S. Pellegrino, la quale aveva sede nel villaggio omonimo, e negli Atti stessi, si legge anche che, mediante una porta esistente nella parete destra della Chiesa, si accedeva ad alcuni ambienti contigui, anch’essi spettanti alla Confraternita, nei quali i Confratelli tenevano le loro riunioni e conservavano gli arredi, gli oggetti sacri, le vesti processionali, e quant’altro apparteneva al loro Sodalizio. Questa Confraternita vi faceva dire la Messa, come di regola, una volta ogni settimana, ma vi si celebrava sovente anche ex devotione. Nel 1605, troviamo invece la Chiesa in proprietà della Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento, anch’essa avente sede nello stesso villaggio. Ciò, perché la Confraternita di S. Pellegrino, era stata poco prima unita a quella del Corpo di Cristo, ed in tal modo, a quest’ultima era pervenuto anche il possesso della Chiesa in esame. La Confraternita del Corpo di Cristo, oltre la suddetta Messa settimanale, che il Sacerdote vi celebrava di venerdì e con la mercede di uno scudo, aveva la consuetudine di indire nella Chiesa tre Offici di più Messe ciascuno e cioè nel secondo giorno di Maggio, nel terzo giorno di Pasqua e nella festa dell’Assunzione. Oltre a ciò, tal Pascuccio Lispi di S. Pellegrino, con testamento del 14 Novembre 1656 e codicillo del 27 Febbraio 1659, rogati dal notaio Gualdese Bonifacio Scampa, istituì nella Chiesa di S. Maria delle Grazie una Cappellania, la quale doveva restare sotto il giuspatronato della famiglia Lispi, con obbligo per il Cappellano, di celebrarvi Messa tre volte ogni settimana e di fare scuola ai giovanetti del villaggio. Né mancavano alla Chiesa altri mezzi per l’esercizio di culto: Nel Seicento, ad esempio, la stessa possedeva un capitale di Quattrocentodue scudi dati a censo e dei quali godeva gl’interessi.

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1501 al 1504. paginazione III, c. 40t., 115t.

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Questa Chiesuola, assai angusta, coperta da un’antica volta, possedette sempre un unico Altare, che un tempo era circondato da una balaustrata in legno. Su di esso, sin dal XVI secolo, esiste una pregevole pittura in tavola, opera di Matteo da Gualdo, della quale si darà la descrizione nel Capitolo comprendente la vita e le opere di questo artista Gualdese.

Le pareti erano in antico ornate da pregevoli e numerosissimi affreschi votivi, andati col tempo in gran parte perduti e alcuni dei quali, più o meno mutilati, furono nel 1919, detersi dalla calce che li ricopriva e rimessi in luce. Di questi affreschi, due specialmente sono interessanti, perché datati e con l’indicazione del Committente. Al di sotto di uno di essi leggesi infatti: « Queste figure fecce fare Jovanne de Reii per commissione de suo patre. M° CCCCCL VIIII » e l’effigie di un S. Francesco porta la scritta «Fece fare Aluistro de Giapeco de Mascelle. 1516 ».

L’attuale annesso Campanile, fu inaugurato nel 1880, dopo una costruzione durata a lungo, essendo stata fatta con pubbliche elargizioni a cura della Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento, alla quale anche oggi appartiene la Chiesa. Al presente, in questa si celebra la Messa solo a richiesta di pie persone.

XLIX. – Chiesa di S. Bartolomeo nel villaggio di S. Pellegrino.

Fu eretta tra il 1655 ed il 1658 entro il Castello di S. Pellegrino, dal Sacerdote Francesco Bartoni, che poi in seguito, nel 1664, con testamento rogato dal Notaio Pietro Lorenzo Draghetti di Pieve Compresseto, lasciava alla Chiesa due modioli circa di terra, in vocabolo La Torre, nella parrocchia di S. Facondino.

Il fondatore se ne riservava però il giuspatronato, da trasmettersi ai propri eredi, con l’onere di mantenere la Chiesa e di farvi celebrare una Messa al mese, nonché un Officio di quattro Messe nella festa di S. Bartolomeo e ciò per la durata di cinquant’anni. Infatti, trascorso questo tempo, il Vescovo di Nocera, ordinò agii eredi del Bartoni o di rinnovare l’obbligazione all’onere suddetto o di dotare la Chiesa, la quale si sarebbe dovuta demolire quante volte non fosse stata accettata una di queste due condizioni. Costoro ritennero però opportuno di seguitare a mantenere la Chiesa, la quale anzi, minacciando di rovinare, fu completamente restaurata nei primi anni del Settecento, mediante le elemosine dei fedeli, che concorrevano nella Chiesa per il culto di S. Bartolomeo, l’effigie del quale ammiravasi su di una tavola, collocata sopra l’unico Altare. Nella seconda metà di quel medesimo secolo, subì altri restauri per opera del Sacerdote Luca Calai, la di cui famiglia aveva acquisito alcuni diritti su tale Chiesa, pur appartenendo la stessa, in quell’epoca, ancora alla famiglia Bartoni. Cessò di essere officiata nel principio dell’Ottocento, andando poi in seguito tutta in rovina, circa l’anno 1846. I resti delle sue mura crollate, si scorgono anche oggi adiacenti ad alcune antiche case, che sorgono ai piedi del

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Torrione del Castello sul fianco esposto a nord-est, e tali ruderi servono a circoscrivere un orto, che era occupato un tempo dal pavimento della Chiesa.

L. – Chiesa del Crocifisso nel villaggio di S. Pellegrino.

Abbiamo notizia di questa Chiesa, sol perché citata negli Atti di Sacre Visite conservati nell’Archivio Vescovile di Nocera Umbra. Esisteva entro il Castello di S. Pellegrino, ma non ne conosciamo l’ubicazione precisa. Solo possiamo dire che, secondo un’incerta tradizione locale, sarebbe sorta quasi di fronte all’attuale Chiesa Parrocchiale del Castello, e cioè dall’altra parte della Strada Comunale, a circa cento metri di distanza dal margine di quest’ultima.

Doveva essere assai antica, poiché il 29 Aprile 1610, visitata dal Vescovo della Diocesi Mons. Florenzi, fu da costui trovata in pessimo stato e persino mancante dei sacri arredi. Ordinò perciò agli abitanti del suddetto Castello, di restaurare subito la Chiesa, nella quale non si sarebbero dovuti intanto celebrare i divini Offici, sotto pena di scomunica. Aggiunse anche che, dopo trascorsi quattro mesi, se la stessa non fosse stata restaurata, si sarebbe dovuta demolire.

Di tutto ciò, nulla venne però eseguito, poiché nel 1628, il Vescovo, in una sua nuova Visita, ritrovò la Chiesa in sempre peggiori condizioni, per cui decretò la demolizione almeno del suo unico Altare ed il trasporto dei relativi paramenti nel tempio Parrocchiale di S. Pellegrino. Così, l’indecente fabbricato avrebbe perduto ogni parvenza di luogo sacro e sarebbe stata eliminata una ragione di scandalo per chi, con decoro, voleva effettuare le pratiche religiose.

Un’ultima Visita vi fu compiuta l’anno 1633 ed in tale occasione, il Vescovo di Nocera potè constatare che, secondo quanto era stato ordinato, si era finalmente eseguita la demolizione dell’Altare. Dopo di allora non si ha infatti più alcuna notizia della Chiesa del Crocifisso, e per certo, il relativo fabbricato o andò con il tempo in completa rovina o fu adibito ad altro uso.

LI. – Chiesa di S. Maria di Monte Camera nella Parrocchia di S. Pellegrino.

Nella prima metà del XVII secolo, nella Parrocchia di S. Pellegrino, sulla collina oggi chiamata Monte Camera, corruzione del suo antico nome Mons Camore, che così, invariabilmente, riscontrasi scritto sin dal 1257 nei nostri vecchi documenti d’archivio, e sisteva una Cappelleria denominata Maestà dei Morelli, che aveva sulla sua parete un dipinto raffigurante la Madonna e il Divino Infante B, con a fianco, da un lato S. Rocco e dall’altro S. Antonio.

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L’anno 1638, la Confraternita del Sacramento, esistente nel prossimo Castello di S. Pellegrino, al posto della Maestà dei Morelli, iniziò la costruzione di una nuova Chiesa, dopo avere gratuitamente ottenuto dai proprietari, la Maestà ed il suolo circostante. Così ebbe origine la Chiesa di S. Maria di Monte Camera, che poi sempre rimase in possesso della Confraternita suddetta, la quale si assunse altresì l’onere di mantenerla di tutto il necessario e vi nominava un Cappellano che, sino a tutto il Settecento, fu stipendiato con dieci scudi annui, ed era tenuto a dirvi Messa ogni giorno festivo. Inoltre la Confraternita del Sacramento, vi indiceva ogni anno un Officio di quattro o cinque Messe, in una delle feste dedicate alla Vergine, generalmente in quella della sua Natività. Spesso poi, vi si celebrava per devozione di privati cittadini, poiché, essendosi in breve sparsa la fama di miracoli in essa avvenuti, la Chiesa divenne ben presto oggetto di grande venerazione e mèta di pellegrinaggi tra i villici di quel contado.

Nella Chiesa, cui si aggiunse una Sagrestia posteriore ed un atrio anteriormente, esistette sempre un solo Altare dedicato alla Vergine ed era questo ornato di un dipinto tracciato sulla soprastante parete e raffigurante la Madonna con S. Pellegrino e S. Antonio Abbate. Questo dipinto è oggi scomparso ed al suo posto vi è una nicchia con una statua della Madonna.

Anche al presente, l’officiatura della Chiesa di S. Maria di Montecamera, è fatta a cura della Confraternita del Sacramento. Abitualmente vi si dice Messa il martedì di Pasqua, per voto della popolazione del villaggio di Pieve di Compresseto, che in tale occasione si reca in pellegrinaggio sino alla Chiesa. Si officia inoltre il giorno 8 Settembre, festa della Natività della Vergine. Nel giorno dell’Ascensione vi accede, processionalmente, la popolazione del villaggio di S. Pellegrino.

LII – Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Borgonuovo.

Fu eretta dalle fondamenta, per iniziativa ed a spese di tal Giuseppe Lispi da Borgonuovo, in tale villaggio, l’anno 1670.
Costui assegnò inoltre alla Chiesa, un piccolo terreno situato in vocabolo Campo dei Frati, le di cui rendite dovevano servire al mantenimento della Chiesa stessa, che venne aggregata a quella vicina e parrocchiale di S. Pellegrino.
Passò in seguito, agli eredi del suddetto Giuseppe Lispi, che dovevano mantenerla di tutto il necessario.

Sull’unico Altare, dedicato a S. Giuseppe e avente un quadro in tela con l’effigie del Titolare e d’altri Santi in compagnia della Vergine, la famiglia Lispi faceva celebrare, ogni anno, cinque o sei Messe per suffragio dell’anima del Fondatore, altre Messe nelle feste di S. Antonio da Padova, di S. Francesco d’Assisi, dell’Annunciazione e della Natività di Maria Vergine, nonché un Officio di più Messe nel giorno di S. Giuseppe.

469 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Essendosi col tempo la Chiesa ridotta in pessime condizioni e minacciando di crollare, fu dalla suddetta famiglia Lispi fatta demolire l’anno 1900. Il suolo su cui sorgeva, venne tramutato in orto, i sacri arredi furono trasportati nella Chiesa Parrocchiale di S. Pellegrino, il quadro dell’Altare, restò presso la famiglia Lispi.

Qui noteremo, per incidenza, che in un Rogito del nostro Archivio Notarile, con la data 1459, è nominato un: Reverendus Pater Franciscus Ranaldi, plebanus plebis Sancti Johannis de Burgo novo terre Gualdi …… Nulla sappiamo di questa Chiesa di S. Giovanni in Borgo Nuovo, che mai riscontrasi in altri precedenti o posteriori Atti di Archivio e di cui non si ha neppure la minima tradizione. Trattandosi di una Pievania, la cosa è invero assai strana e tale da far pensare persino ad un errore del Notaio rogante. (1)

LIII. – Chiesa di S. Maria del Gambaro.

Nella prima metà del Cinquecento, nella Parrocchia di S. Facondino, sull’antica Via Flaminia, viveva una famiglia Gambaro, che vi possedeva un Albergo o meglio un Ospizio, come allora dice vasi. Questa famiglia oggi estinta, diede anzi il suo nome alla località che abitava, la quale è infatti anche attualmente chiamata Gambaro o Gambero. Un membro di tale famiglia, cioè Domenico Gambaro, l’anno 1530, fece costruire presso il suo Ospizio, una piccola Chiesa dedicata alla Vergine, con pareti ed Altare di legname. Ispezionata il 30 Ottobre 1573, dal Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, questi la trovò così indecente, che vi proibì ogni celebrazione di Messa, pena la sospensione a divinis per il celebrante e ciò sino a che l’edificio non venisse ampliato e costruito in muratura. Nel frattempo si sarebbero dovute i celebrare le Messe obbligatorie nella corrispondente Chiesa Parrocchiale, cioè in quella di S. Facondino. I restauri ordinati dal Visitatore Apostolico vennero eseguiti, ma la Chiesuola seguitò ad essere mantenuta in pessimo stato, tanto che i Vescovi di Nocera, nel 1593, nel 1605 e nel 1608, tornarono a proibirne l’officiatura.

Questa piccola Chiesa fu in passato designata con vari nomi: Siccome, poco lontano dalla stessa, si ergeva, come anche al presente, una vetusta torre feudale, nelle Visite Pastorali del 1593 e 1597, la Chiesuola è detta Santa Maria della Torre del Gambaro. Nelle Visite del 1584, 1652 e 1728, è ricordata col nome di Santa Maria di Loreto valgariter del Gambaro; in quelle del 1670, 1673, 1 679, 1682, è appellata Chiesa della Natività di Maria Vergine; nell ‘ altre Visite del 1718, 1721, 1746, 1771, è chiamata Santa Maria della Pietà. Quest’ultimo nome, certo le venne dato, perché sulla Parete dell’Altare era dipinta una Pietà, cioè la Madonna Addolorata con il figlio defunto tra le braccia.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogito di Gaspare dei Ranieri dal 1455 al 1485. c. 50.

470 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

II fondatore della Chiesa, morendo, l’aveva lasciata ai propri eredi, con l’obbligo di farvi celebrare un Officio di più Messe nella festa della Natività di Maria Vergine, e questo ci spiega, perché, come sopra si è detto, venisse anche chiamata con tal nome. Vi si indiceva altresì un Officio nel giorno della Traslazione della Santa Casa di Loreto e da ciò l’altro su nominato appellativo di S. Maria di Loreto, dato alla Chiesa. Spesso poi vi si celebrava Messa, durante l’anno, per volere di pie persone.

La Chiesa, era costruita a cavaliere di un fiumicello che in quel luogo costeggia la Via Flaminia, di maniera che le acque scorrevano in un cunicolo a volta, proprio sotto l’Altare. Da ciò era insorta nel popolo una speciale devozione per bagnarsi in quelle acque e particolarmente per lavarsi con le stesse gli occhi ammalati a scopo di cura.

Tra il 1670 ed il 1673, Feliziano Gambaro, discendente dal fondatore della Chiesa cedette la proprietà di questa al Sacerdote Bernardino Guerrini, che la trasmise poi, quale giuspatronato, ai propri eredi con l’obbligo dell’officiatura e della manutenzione. Uno di questi eredi e cioè Angela Dorotea Guerrini, moglie di Pietro di Martino Attoni, con testamento rogato dal Notaio Gaspare Gennari il 17 Aprile 1711, dotò la Chiesa con cinque modioli di terra, posti in vocabolo Rotella, v’istituì una Cappellania Laicale e ne cedette il giuspatronato alla famiglia Gualdese Fabbri, che vi doveva nominare i Cappellani, aventi l’onere di due Messe al mese oltre gli Offici suddetti. In caso di estinzione della famiglia Fabbri, doveva succedere nel giuspatronato la famiglia Rossi, ed in sostituzione di questa gli Agostiniani del Monastero di Gualdo.

Nel 1860, demaniata ed affrancata la Cappellania, la Chiesuola, che era in parte costruita a volta, in parte sotto nudo tetto, con piccolo Campanile e antiche pitture sulle pareti, cominciò a deperire sino al punto che, circa l’anno 1875, fu dovuta completamente demolire dal proprietario di quell’epoca, il Gualdese Michele Sergiacomi. Ma vari anni più tardi, una figlia di costui, si maritava con un figlio di Ribacchi Onorato, residente in quella località ed i due genitori, per ricordo dei propri figli, ricostruirono in quell’occasione dalle fondamenta la diruta Chiesuola, dedicandola alla Madonna di Lourdes e la inaugurarono il 21 Febbraio 1892. Appartiene anche oggi alla famiglia Ribacchi, che per proprio conto vi fa celebrare qualche volta i divini Offici sull’unico Altare, bizzarramente costruito con rozzi scogli, in modo da simulare la celebre Grotta di Lourdes, e recante una statua della Titolare. Spesso vi si dice Messa anche per devozione e per incarico degli abitanti dei dintorni.

LIV. – Chiesa di S. Maria di Frate Luca sulla Via Flaminia.

Il più antico documento, che ho potuto rintracciare di questo sacro edificio, trovasi in un Bastardella dell’Archivio Notarile di Gualdo, in un rogito avente la data 9 Ottobre 1486. Questo rogito, appare infatti allora esteso nella Chiesuola detta « La Maestà di Frate

471 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Luca, in parocia Serre Sicce » (oggi Parrocchia di S. Facondino) ed in esso si legge, che Giovanni Rosa da Terracina, Vescovo di Rimini, quale Luogotenente Generale del Card. Giovanni Arcimboldi da Milano, Legato Pontificio di Perugia e dell’Umbria, avendo constatato che la suddetta Chiesuola era priva di Rettore e che la nomina di quest’ultimo spettava per diritto al Luogotenente del Legato Perugino, concedeva la Chiesuola stessa, con i beni annessi, all’Ecclesiastico e Dottore in legge, Antonio de Humiolis da Gualdo, conferendogli altresì piena autorità di governo, amministrazione ed officiatura del sacro luogo. A completamento dell’Atto su descritto, potei poi rintracciarne un secondo in data 6 Agosto 1491, dal quale si apprende che, essendo il prete Antonio da Gualdo Rettore della Cappella o Maestà di Frate Luca, come risultava da alcune Bolle, nonché da istrumento del Notaio Ser Pietro di Mariano (cioè dall’Atto suddetto) e volendo lo stesso Rettore mostrare riconoscenza per i benefici ricevuti dalla Vergine effigiata nella stessa Cappella, offriva in dono a quest’ultima una Bolla di Innocenze VIII, con cui si concedevano varie indulgenze alla Cappella di Frate Luca, più un’altra Bolla emessa a favore di questa dalla Curia Romana, più un Calice ornato con l’arme di detto prete Antonio, cioè una branca d’orso e con cinque rose scolpite nel piede e infine un Messale fornito di rilegatura, insieme ad un Paramento con il quale era stata allora ivi celebrata la Messa dal sacerdote Marco di Maltello.

Per l’ubicazione di tale Chiesa, notiamo subito che questo secondo Atto risulta rogato « in vocabulo Fontigoli in loco ubi dicitur: La Maestà de frate Luca », che nello stesso Bastardello Notarile, con la data 26 Giugno 1504, esiste un altro Istrumento estraneo alla Chiesa, ma che si dice però rogato, come il precedente, « in Capella Sancte Marie, alias dicta fratris Luce, posita in strada Flaminia », e che infine, in altri Atti di esso Bastardello, spesso ricorre il vocabolo Fontigoli, sito « in parocia S. Facondini, juxta stradam romeriam (Via Flaminia), flumen Vacharie, etc ».(l)

Con queste indicazioni, diviene perciò facile riconoscere oggi dove sorgeva la Cappella di Frate Luca. Infatti, nel territorio Gualdese, sul fiumicello della Vaccara, esiste un ponte sopra il quale passano, incrociandosi, due frequentatissime vie e cioè la Strada Provinciale che da Gualdo va a Gubbio e l’antica Via Flaminia la quale, dopo aver attraversato il ponte suddetto, si disperde e cessa nei campi vicini, per riprendere poi il suo corso più avanti. Entro l’angolo che, aperto verso Settentrione, le due vie formano divergendo dopo di essersi incrociate, e a meno di cento metri dal suo vertice, esiste ancora oggi un terreno chiamato Fontigoli o Fontioli . Quivi, senza alcun dubbio, sorse la Chiesa di S. Maria di Frate Luca.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal I490 al 1509. c. 14, 63, 116t, 128, 129t, 173, 194t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Musceili dal 1484 al 1486. c. 337t.

472 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

II Prete Antonio de Humiolis da Gualdo, sopra ricordato, altri non è che quell’Antonio Umeoli, illustre Giureconsulto Pontificio, di cui narriamo la vita in altra parte di quest’Opera. Questo ci risulta anche meglio da un testamento lasciateci dal di lui fratello Bernardino, in data 13 Novembre 1508, nel quale appunto si legge, che il già defunto Antonio Umeoli, con disposizione testamentaria, aveva provveduto per l’officiatura periodica e costante, dopo la di lui morte, della Cappella di Santa Maria delle Grazie, alias La Maestà di Frate Luca, situata prope hospitium, ed a questa officiatura si sarebbe dovuto provvedere con il fruttato di alcuni suoi beni. Oltre a ciò, ogni anno, nella festa di Santa Maria che ricorre in Settembre, si sarebbe dovuto distribuire ai poveri, in elemosina, mezza salma di grano ed un barile di vino nella suddetta Cappella e tutto ciò in suffragio dell’anima sua. (1)

Dopo queste notizie, per lungo volgere d’anni, incombe un completo oblio sulla Chiesa in esame, che solo ricompare negli Atti di una Visita Pastorale, compiutavi il 4 Gennaio 1584 dal Vescovo di Nocera e dalla quale si apprende, che il Tempietto, assai piccolo, sorgeva nella Parrocchia di S. Facondino, sulla Via Flaminia, presso l’Ospizio o Albergo della famiglia Massicci, la quale godeva anche il possesso della Chiesa. Tale Ospizio, corrisponde all’ampio fabbricato ancora oggi esistente di fianco al suddetto ponte sul fiumi cello della Vaccara. Da documenti della prima metà del Seicento, la Chiesetta figura invece « prope hospitium Colae Bortoni », il quale ultimo, per certo, era succeduto ai Massicci nella gestione dell’Albergo, ma non nel possesso della Chiesuola. Di questa, i Massicci, nel XVI secolo avevano infatti costantemente curato l’incremento e la prosperità. Anzi, uno di essi, l’aveva dotata con un terreno, il fruttato del quale, doveva servire per farvi celebrare tre Messe ogni mese, dietro compenso, pel Celebrante, di tre fiorini. Un altro membro questa famiglia, con Legato testamentario, aveva in seguito provveduto per restaurare e mantenere in buone condizioni il sacro e dificio, che però, ciò nonostante, vari anni dopo, nel 1621, minacciava di rovinare. Il suddetto onere di tre Messe mensili, con decreto emanato dalla competente Sacra Congregazione, il 2 Giugno 1629, venne ridotto ad una Messa ogni mese. Vi s’indiceva allora anche un Officio di tre Messe il giorno 8 Settembre, festa della Natività di Maria Vergine. Era inoltre antica usanza, che nella Chiesuola di Frate Luca, celebrassero Messa, i Sacerdoti forestieri che, trovandosi in viaggio, transitavano per la Via Flaminia, la quale era allora la grande strada di comunicazione tra l’Italia Centrale e le Provincie Settentrionali. Tale pratica venne poi proibita dal Vescovo di Nocera, il quale però concesse che vi potessero dir Messa soltanto quelli, tra i Sacerdoti forestieri di passaggio, che fossero conosciuti o avessero almeno uno speciale permesso da qualche Autorità Ecclesiastica.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527 . c. 245, 246.

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Più tardi, intorno al 1683, si usava celebrarvi un Officio di varie Messe, anche nella festa di S. Bartolomeo. Infatti, sulla parete a cui era addossato l’unico Altare, esisteva un dipinto rappresentante la Vergine con il Bambino in grembo, avente ai piedi S. Bartolomeo Apostolo e S. Francesco d’Assisi, ed ai lati quattro Santi e Beati Gualdesi e cioè S. Facondino, S. Pellegrino, il B. Marzio ed il B. Maio. Questo dipinto portava la data 1496. (1)

E’ ignoto perché la Chiesuola fosse detta di Frate Luca. Forse si riferiva questo nome alla persona del fondatore, e del resto questo sacro luogo fu sovente, in seguito, anche diversamente intitolato; infatti, dopo la metà del Seicento, venne più comunemente detto S. Maria delle Grazie, oppure S. Maria di Loreto, ed anche Maestà della Torre, a causa di un torrione medioevale ancora esistente, presso cui sorgeva la Chiesa.

Intorno al 1673, troviamo questa in possesso della famiglia Scampa, che l’aveva ricevuta in eredità dai Massicci; era però allora ridotta in cattive condizioni, tanto che, circa sei anni dopo, il suo tetto minacciava di crollare. La troviamo citata, per l’ultima volta, nella Visita Pastorale del 1683, e dovette andare poco dopo in completa rovina, perché nelle susseguenti Sacre Visite, non viene mai più ricordata, né di essa alcun’altra notizia ci è dato di ritrovare.

LV. – Chiesa di S. Lazzaro sulla Via Flaminia.

Non è possibile distinguere la sua storia da quella dei nostri antichi Istituti Ospedalieri. Sin dal XIII secolo, nel tratto della Via Flaminia interposto tra l’attuale Chiesa di S. Lazzaro ed il Ponte sul Rio Vaccara, esistette un Ospedale, od Ospizio, come allora dicevasi, intitolato a S. Lazzaro, destinato ai Lebbrosi, che appartenne al Comune di Gualdo, dalle origini sino al tempo della sua estinzione, la quale dovette avvenire tra il 1556 e il 1571. (2)

La chiesa di S. Lazzaro di cui ci accingiamo a trattare, costituiva appunto un semplice Beneficio Ecclesiastico annesso al suddetto o spedale e sorgeva infatti da questo poco lontano, entro la giurisdizione della Parrocchia di S. Facondino. A sé dintorno, in comunione con l’Istituto Ospedaliere, la Chiesa possedeva un vasto e ricco podere e molti altri terreni sparsi qua e là, terreni che, da un documento della seconda metà del Settecento, si sa che raggiungevano allora il numero di trentuno. In relazione con le origini ospitaliere della Chiesa, accenneremo anche al fatto, che in quei dintorni, durante il Cinquecento, si credeva fossero esistite in antico delle importanti terme, tanto è vero che tal Gentile Sassolo da Gualdo, aveva fatto domanda alle Autorità Pontificie per ricercarle (Licentia querendi bal nea deperdita), la qual cosa gli era stata concessa il 28 Agosto 1541, con certe condizioni, tra cui il

(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Visita del 1652.
(2) R. GUERRIERI: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Documenti e Memorie Storiche. Perugia 1909. Pag. 22 a 25.

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pagamento del canone annuo di una libbra di cera. (1)

Abbiamo scritto più sopra, che l’Ospedale di S. Lazzaro, funzionava per i Lebbrosi sin dal XIII secolo, ma non possiamo però assicurare, che sin da quell’epoca remotissima, esistesse anche l’omonima Chiesa, di cui infatti s’ignora l’anno di fondazione, ma che vediamo però sussistere anche dopo scomparso l’Istituto Ospedaliere. Anzi, dopo la soppressione di quest’ultimo, avvenuta, come si è detto, nella seconda metà del XVI secolo, con i beni suddetti, la Chiesa fu dal Comune di Gualdo, annessa ad un altro Ospedale chiamato di Diotisalvi, l’amministrazione del quale, spettante un tempo ai Monaci dell’Abbazia di S. Benedetto, era passata, nel 1519, al Comune stesso. Anzi, quest’Ospedale di Diotisalvi, prese in seguito anch’esso il nome di Ospedale di S. Lazzaro, certo per effetto della Chiesa e dei beni ereditati dall’estinto Ospizio dei Lebbrosi sulla Via Flaminia. (2)

II Cappellano della Chiesa di S. Lazzaro, che per solito si sceglieva tra i Frati del nostro Convento di S. Francesco, era nominato dal Comune di Gualdo, e riceveva da questo, quale stipendio, mezza salma (circa Kgr. 108) di grano ogni anno. Nella fine del Settecento, lo stipendio annuo era invece di scudi 2.50. Detto Cappellano, nella metà del XVIII secolo, doveva celebrarvi Messa ogni domenica, ma più tardi, tale onere fu ridotto ad una Messa nella terza domenica di ogni mese. In questa Chiesa, il Comune di Gualdo, indiceva altresì, a proprie spese, un Officio di venti Messe nella festa del Santo Titolare, cioè nella Domenica di Passione, ed in tale giorno, una grande folla accorreva sul luogo dalla Città e dal Contado e sui campi circostanti alla Chiesa, imbandiva pranzi e merende e si abbandonava a sollazzi, quasi a festeggiare il prossimo inizio della Primavera. Una tale usanza, si mantiene ancora oggi in pieno vigore. Altro Officio, vi si celebrava per conto del Comune di Gualdo nel giorno di S. Rocco. Anzi, in occasione di questi Offici, come pure per Natale e per Pasqua, il Comune stesso faceva distribuire numerose elemosine ai fedeli poveri convenuti nella Chiesa; questa pratica fu vietata, ma inutilmente, dal Vescovo di Nocera nel 1682.

Subentrato al Pontificio il nuovo Governo Italiano, in forza di Decreto emanato il 29 Ottobre 1860 dal R°. Commissario Generale per la Provincia dell’Umbria, la Congregazione di Carità di Gualdo prendeva possesso dell’Ospedale e dei relativi beni, tra i quali era anche la Chiesa di S. Lazzaro, che infatti dipende tuttora dalla Congregazione suddetta. Da quell’epoca, la Chiesa cessò dall’essere officiata nel modo su descritto; Comune e dei Congregazione di Carità, a poco a poco si disinteressarono di ogni onere di culto, ed oggi, a spese dei villici circostanti, solo vi si celebra ancora un

(1) Arch. Vaticano: Arm. XXIX, To. 99, f. 287.
(2) R. GUERRIERI: Op. cit. Pag. 34, 53, 54.

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Officio di tre o quattro Messe nel giorno di S. Lazzaro, con la consueta festa campestre.

La Chiesa, quale oggi appare, è piccola e squallida, e l’antico edificio è stato certo completamente modificato dai numerosi restauri che avrà dovuto subire attraverso i secoli. Sopra l’unico Altare, dedicato a S. Lazzaro, sin dalla prima metà del Seicento, esiste un quadro in tela raffigurante Cristo in Croce, avente da un lato S. Lazzaro povero, a cui un cagnolino lambisce le piaghe d’una gamba, e dall’altro lato S. Lazzaro Vescovo e Martire o, come alcuni stimano invece, S. Facondino Vescovo. La Chiesa è stata i noltre sempre munita di Campana e sprovvista di Sagrestia.

LVI. – Chiesa di S. Bartolomeo nella Parrocchia di S. Facondino.

È ricordata la prima volta negli Atti di una Visita Pastorale dell’8 Luglio 1691, dove si legge che la Chiesa sorgeva « prope hospitium S. Pellegrini Comitatus Gualdi». Nell’altra Visita del 1721, il Vescovo Visitatore, l’incontra sul percorso da Gualdo al villaggio di S. Pellegrino « in plano Gualdi infra limitis parochiae S. Facondini ». Fu edificata, non sappiamo con precisione in quale anno, da un membro della famiglia Gualdese Scampa, e rimase poi sempre costituita in Beneficio semplice di questa famiglia che, con le rendite del Beneficio stesso, la doveva mantenere e vi doveva far celebrare due Messe all’anno.

Dai su citati Atti di Sacre Visite, risulta inoltre, che nel 1691, la Chiesa era in istato indecente e di tutto mancante e che il suddetto onere di due Messe, non veniva soddisfatto da molti anni, tanto che il Vescovo di Nocera, ordinò il sequestro delle rendite al Titolare del Beneficio. Nel 1701, lo stesso Vescovo la riscontrò in così pessimo stato, da doverne decretare la demolizione nonché la vendita del materiale edilizio che se ne sarebbe ricavato, a vantaggio della Chiesa di S. Benedetto in Gualdo. Ma la demolizione non ebbe luogo e più tardi, nel 1721, stando la Chiesa per rovinare, il Vescovo ordinò alla famiglia Scampa di restaurarla, minacciandola, in caso diverso, di privarla di ogni diritto che potesse vantare su di essa e di cederne il giuspatronato a qualsiasi altra persona che volesse assumersi, con le rendite, anche gli oneri del Beneficio.

Da allora in poi, più non abbiamo notizie di questa Chiesa che, probabimente non restaurata, dovette andare, dopo pochi anni, in completa rovina. S’ignora oggi anche il luogo preciso ove sorgeva, luogo che però, seguendo le indicazioni su riportate, doveva trovarsi presso la Via Flaminia, tra il vocabolo Magione e il fiume Sciola, che segna il confine tra la Parrocchia di S. Facondino e quella di S. Pellegrino.

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LVII. – Chiesa di S. Salvatore di Corneto o di Sciola.

È Chiesa antichissima, la di cui esistenza ho potuto conoscere soltanto dopo lo studio di alcuni vetusti documenti che la ricordano. Nel secolo XII ne avevano il condominio due potenti Abbazie, e cioè quella di S. Benedetto di Gualdo e l’altra di S. Maria d’Apennino, oggi diruta e che sorgeva proprio nel luogo dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico. Esistono infatti due Bolle, una di Papa Adriano IV data dal Laterano il 16 Marzo 1156 e l’altra di Alessandro III del 4 Agosto 1169, che ce ne fanno fede. Con la prima Bolla, il Pontefice poneva sotto la diretta protezione della Sede Apostolica, la su ricordata Badia di S. Maria d’Apennino e riconfermava ad essa il possesso delle terre, e Chiese che ne di pendevano; con la seconda il successore di Adriano IV concedeva ugualmente la sua protezione e faceva una consimile riconferma di beni e di possessi, all’altra Abbazia di S. Benedetto di Gualdo. Ora appunto, tra le Chiese riconfermate in dominio alla Badia di S. Maria d’Apennino, troviamo elencata una « Ecclesia sancti Salvatoris de Corneto », e tra i possessi di cui si riconosceva e si ribadiva il godimento all’Abbazia Gualdese di S. Benedetto, vediamo similmente indicato « quicquid est in Ecclesia S. Salvatoris de Corneto ». Anzi in una susseguente Bolla indirizzata da Papa Clemente III, il 6, Maggio 1188, ai Monaci dell’Abbazia Gualdese, si riconfermavano ad essi i su indicati diritti e cioè «jus in ecclesia S. Salvatoris de Corneto ».

Poi, per oltre un secolo, le più fitte tenebre avvolgono la Chiesa di S. Salvatore, alcuni beni della quale, vengono però rivendicati dalla Badia di S. Maria d’Apennino, con un Atto del 6 Marzo 1302. Ma nel 1441, la Badia suddetta, con tutte le sue dipendenze, venne incorporata nel Capitolo della Cattedrale di S. Venanzio di Fabriano, al quale perciò, con questi possessi, fu devoluta anche la nostra Chiesa di S. Salvatore, almeno per quanto si riferiva ai diritti che su di essa avevano i Monaci di S. Maria d’Apennino. Infatti da quell’epoca in poi, il Capitolo della Cattedrale Fabrianese, incominciò a pagare un censo di ventiquattro bolognini (tre corbe di spelta) al Vescovo di Nocera per conto della Chiesa di S. Salvatore e di poche altre, com’essa sorgenti nel territorio della diocesi Nocerina, ed al Capitolo similmente pervenute con i beni della Badia di S. Maria d’Apennino. Alcune quietanze riferentisi al pagamento di questo censo, ci restano infatti, tra l’altro, con le date 19 Febbraio 1444, 10 Decembre 1448 e 29 Agosto 1449.

Questi tre documenti sono per noi importantissimi perché, sia pure molto approssimativamente, ci danno un’idea del luogo dove sorgeva la Chiesa in esame. In essi infatti si dichiara, che il censo veniva pagato anche per conto della Chiesa di S. Salvatore «de Sciola districtus Gualdi». Trovavasi dunque questa presso la riva del noto fiumicello Gualdese, anche oggi denominato Sciola, che

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scorre verso il confine del territorio di Gualdo con quello di Gubbio, ma in quale tratto del suo percorso non è oggi più possibile di precisare.

Così pure non ci è dato stabilire, per quali vicissitudini, la Chiesa di S. Salvatore, che nel XII secolo portava l’attributo « de Corneto », nel XV portasse invece quello « de Sciola ». Nessuna meraviglia però che, attraverso i secoli, il primo nome possa essere andato gradatamente in disuso cedendo il posto al secondo; ma non è neppure da escludersi che, sin dalle origini, la Chiesa possa avere avuto contemporaneamente i due attributi suddetti, venendo indicata quando con l’uno quando con l’altro, come vediamo anche accadere per molte altre Chiese della nostra regione.

Ignoriamo in che epoca questo sacro edificio scomparve. Il Dorio, nel principio del Seicento, tra le Chiese che allora davano un contributo alla Mensa Vescovile di Nocera, nomina quella di S. Salvatore «districtus Gualdi, iuxta flumen » (lo Sciola). Ma io dubito assai che la stessa, in quel tempo, ancora esistesse e spiego l’asserzione del Dorio, con le ragioni già addotte a proposito della Chiesa dei S. S. Gervasio e Protasio. (1)

LVIII. – Chiesa di S. Michele Arcangelo nel Castello di Crocicchio.

Primieramente sorgeva sul margine destro della strada che conduce a questo Castello, su di un piccolo ripiano, che trovasi circa trecento metri prima di giungere al Castello stesso. È assai antica, come del resto la massima parte delle Chiese dedicate a S. Michele Arcangelo, in passato più semplicemente chiamato S. Angelo. La trovo ricordata, per la prima volta, in un documento dell’anno 1156, dal quale apprendiamo altresì, che la Chiesa apparteneva allora all’Abbazia di S. Maria d’Apennino, Abbazia oggi diruta, ma che esisteva nel luogo dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico. Tale documento consiste in una Bolla di Papa Adriano IV, data dal Laterano il 16 Marzo dell’anno suddetto, con la quale il Pontefice poneva sotto la sua diretta protezione l’Abbazia suddetta, e riconfermava ad essa il possesso delle terre e delle Chiese che ne dipendevano, tra le quali, quella di cui trattiamo, vedesi appunto indicata con le parole « Ecclesia S. Angeli de Crucicula et que habetis in curte ipsius castri».

Questa « curte Crucicule o Crucicli» viene in seguito, durante i secoli XIII e XIV, più volte ricordata anche in Atti di donazioni e vendite stipulati dagli Abbati del Monastero di S. Maria d’Apennino. Ad esempio, con Istrumento del 21 Settembre 1233, l’Abbate Amato, concedeva in enfiteusi una vigna « in curia Gualdi, in villa que dicitur Crociclii» e con altro rogito del 26 Maggio 1270, l ‘altro Abbate Jacopo, dava parimenti in enfiteusi un

(1) Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzio in Fabriano: Copia cartacea di pergamena, N°. 9; Introitus ed exìtus, in Fascicoli cartacei del secolo XV – Bibliot. del Seminario di Foligno : Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. VIII. 11, c. 102t-108t.

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terreno posto « in curte Crucicli, in clasura Ugolini Aliocti », confinante con gli altri beni della stessa Chiesa di S. Angelo. (1)

Dopo ciò, troviamo citata quest’ultima l’anno 1333, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che allora pagarono alla Santa Sede il primo semestre di una tassa o decima imposta nel 1332, da Papa Giovanni XXII su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoieto per un determinato numero di anni. La decima, fu riscossa da Delayno de Mutina, Cancelliere e Notare del Vescovo di Nocera, nonché Subcollettore alla dipendenza del Collettore Generale e Tesoriere nel Ducato suddetto, Giovanni Rigaldi, e nei Libri delle Collettorie, il versamento trovasi annotato con le seguenti parole : « [Habui] a rectore ecclesie S. Angeli de Crucicchio 19 sol. 6 den. cort. ». (2)

Quasi mai appare più ricordata, da quell’epoca sino al Cinquecento, nei documenti dei nostri Archivi, nonostante che fosse Chiesa Parrocchiale e quindi di non trascurabile importanza, tanto è vero che, appunto per questa sua qualifica di Parrocchia, riceveva dai Comune di Gualdo una somma a titolo di decima, la quale, nei primi del Cinquecento, era rappresentata da un Bolognino, dieci soldi e sette denari ogni sei mesi. (3)

Nella seconda metà del XVI secolo, trovavasi ridotta in deplorevoli condizioni e minacciava di rovinare tanto che, durante l’anno 1573, il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, addivenne alla fusione della Parrocchia dipendente dalla Chiesa di S. Michele Arcangelo, coll’altra Chiesa Parrocchiale di Crocicchio intitolata a S. Maria, della quale tratteremo qui appresso e il di cui Rettore, ebbe così riunite sotto di sé, ambedue le Parrocchie.

Nel 1608, la Chiesa di S. Michele Arcangelo, era già in parte rovinata, per cui il Vescovo di Nocera, fece pratiche presso gli abitanti del Castello di Crocicchio, affinchè volessero restaurarla e riaprirla al culto; ma questi ultimi, proposero invece di ricostruire la Chiesa Parrocchiale di S. Angelo in altro luogo più vicino, e propriamente su di un Chiesuola chiamata la Cappella della Maestà, che sorgeva attigua alle mura del loro Castello e della quale daremo tra poco notizia. Così, sempre discutendosi sull’opportunità di riedificare la Chiesa nell’uno o nell’altro luogo, nonché sui mezzi finanziari occorrenti e che i Parrocchiani non possedevano, si giunse sino al 1622, nel quale anno la Chiesa stessa era già del tutto crollata. Ma nel 1638, troviamo che la Chiesa di S. Michele Arcangelo era stata finalmente ricostruita, « prope et extra muros castri Crocicchii » e cioè sulla Cappella della Maestà che abbiamo ricordato qui sopra, come appunto volevano i Parrocchiani. Il ripristino delia Chiesa di S. Michele Arcangelo, si era del resto reso necessario, essendo andata in quel tempo completamente in rovina anche la suddetta Chiesa Parrocchiale di

(1) Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzio in Fabriano: Perga mene. N°. 9 (in copia cartacea), N°. 44 e N°. 232.
(2) Arch. Vaticano: Collettorie Tom. 225, c. 38t.
(3) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli . Anno 1506, c. 54.

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S. Maria di Crocicchio, di maniera che la nuova Chiesa di S. Michele Arcangelo, appena compiuta, assunse le funzioni di unico Tempio Parrocchiale, a capo delle due Parrocchie riunite.

In essa dovette inoltre essere trasferito anche il titolo della cessata Chiesa di S. Maria, e questo ci spiega perché negli Atti di Sacre Visite del 1694, 1701 e 1705, la Chiesa di S. Michele Arcangelo venga invece chiamata di S. Maria. Quest’ultima denominazione, potrebbe però anche dipendere dal fatto, che nella Chiesa stessa, oltre l’Altare Maggiore dedicato all’Arcangelo S. Michele, esisteva un Altare intitolato appunto a S. Maria, nel quale poi, stabilì la sua sede una Confraternita del Rosario, per cui fu in seguito chiamato invece Altare del Rosario.

Nel primo Altare eravi infatti una tela raffigurante la Madonna con il Bambino, tra S. Rocco e S. Michele Arcangelo, quest’ultimo in atto di schiacciare con il piede il Demonio. Tale quadro è ancora visibile sulla parete dietro l’Altare Maggiore.

II secondo Altare, posto lateralmente in corna Evangeli, recava invece dipinta a fresco sul muro, l’immagine della Madonna del Rosario, immagine che fu più tardi sostituita con un rozzo dipinto su tavola, raffigurante la Vergine circondata dai soliti quadretti dei Misteri, e recentemente da una statua della Madonna. Assai più tardi, in corna Epistolae, fu poi eretto un terzo Altare dedicato a S. Giuseppe.

Nella Chiesa, appena ricostruita, si cominciò subito a celebrare in tutte le feste di precetto, e gli abitanti del luogo, pensavano a fornire di ogni cosa necessaria, l’Altare Maggiore, salvo i ceri, che si dovevano dare dal Parroco. Al mantenimento dell’Altare del Rosario, si provvedeva con questue, fatte periodicamente da donne. Oltre a ciò, dopo la sua ricostruzione, affluirono alla Chiesa di S. Michele Arcangelo, legati ed offerte. Tal Francesco Grifoni lasciò ad essa trenta fiorini, con l’onere perpetuo di sei Messe all’anno nell’Altare Maggiore, come risulta da un Istrumento rogato il 23 Febbraio 1646, ed altro legato di venticinque fiorini, pure con l’onere di sei Messe, fece anche un suo parente tal Giovan Battista Grifoni. In seguito, venne ridotto il numero di Messe annue relative a questi Legati. (1)

Assai più tardi, il 27 Febbraio 1852, tal Chiara Mariani, lasciò alla Chiesa sei scudi, i di cui frutti dovevano servire per l’acquisto di candele; ed il 6 Agosto 1854, il Parroco Don Francesco Corneli, le donò una casa, con l’onere di quattro Messe annue per l’anima sua. I beni della Chiesa andarono così sempre aumentando, e si ha memoria che nel 1771, la stessa possedeva ventuno terreni, che però, in media, rendevano tra tutti scudi ventuno soltanto.

In quello stesso secolo, già un’angusta e rozza Casa parrocchiale

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro Giacomo Berardi. Anno 1646. c. 38.

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sorgeva contigua alla Chiesa. Quest’ultima poi mancava invece di Sagrestia, conteneva due sepolcri, ed era munita di un Campanile a forma di piccola torre con due campane. Nel 1828, la Casa Parrocchiale fu ampliata e resa decente e nel 1860 si sentì il bisogno di ampliare e rinnovare anche la Chiesa, la quale infatti, sullo stesso posto, fu quasi ricostruita dalle fondamenta. Nel 1922, si aggiunse ad essa anche la Sagrestia che mancava.

LIX. – Chiesa di S. Maria presso il Castello di Crocicchio.

Come è stato detto per la precedente Chiesa di S. Michele Arcangelo di Crocicchio, anche questa si ritrova primieramente citata, tra le Chiese che nel 1333, pagarono uno speciale balzello imposto da Papa Giovanni XXII su i beni ecclesiastici, per sopperire ai bisogni della Santa Sede, in quel travagliato e battagliero periodo della sua esistenza. Il pagamento si trova infatti annotato nei modi e nei Registri già indicati per la suddetta Chiesa di S. Michele Arcangelo, con le seguenti parole : « a dompno Berardo solvente pro sua parte ecclesie S. Marie de Crucicchio 28 sol. 3 den. cort.». (1)

In tre Atti del nostro Archivio Notarile, rogati il 22 Novembre 1477, il 25 Luglio 1489 ed il 2 Gennaio 1495, leggiamo poi che questa Chiesa dipendeva, in quel secolo, dall’Abbazia Gualdese di S. Benedetto, alla quale perciò spettava anche il diritto di collazione del corrispondente Beneficio Ecclesiastico. Anzi, con il secondo degli Atti su indicati, l’Abbate Commendatario dell’Abbazia, eleggeva a Rettore della Chiesa di S. Maria il prete Andriano di Maestro Gio vanni, « de partibus Borgognie ». La ritroviamo poco dopo anche in un testamento del 5 Marzo 1497, perché in esso il testatore Andrea di Giovanni di Elemosina, del Castello di Crocicchio, dichiarava di voler essere ivi seppellito, nella Chiesa di S. Maria. Costui, qui noteremo per incidenza, era il suocero del celebre Pittore Gualdese Matteo di Pietro. (2)

Dagli Atti di una Sacra Visita, praticata nella suddetta Chiesa di S. Maria di Crocicchio, l’anno 1573, apprendiamo infine che la stessa era sede di Parrocchia e che in tale anno fu ad essa unita l’altra Chiesa Parrocchiale di Crocicchio intitolata a S. Michele Arcangelo, la quale era completamente diruta, così che le due Parrocchie di quel Castello rimasero allora unificate sotto il Rettore o Parroco di S. Maria. Di tutto ciò, del resto, parlammo anche a proposito della suddetta Chiesa di S. Michele Arcangelo. Ma, come quest’ultima, anche la Chiesa di S. Maria trovavasi in pessime condizioni, anzi, intorno al 1615 già accennava a rovinare. Né doveva essere facile trovare i mezzi per ripararla, poiché abbiamo

(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tom. 225, c. 37t.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1499, c. 261 ; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1489 al1490, c . 44t, dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478, paginazione II, c. 249, dal al 1495, c . 71.

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notizia che in quell’epoca, le rendite stabili della Chiesa, consistevano soltanto in due salme di frumento e trenta barili di vino in media ogni anno, più la decima che, sin dai primi anni del Cinquecento, ad essa pagava il Comune di Gualdo, consistente in tre bolognini, un soldo e tre denari ogni sei mesi. (1)

Nel 1641, la Chiesa era presso che abbandonata e mentre un tempo vi si celebrava ogni giorno festivo, vi si diceva invece allora Messa solo qualche volta nelle feste dedicate alla Vergine, e nel giorno dei Morti, per suffragio dei defunti in essa sepolti. Era stata anche spogliata dei sacri arredi, trasportati nella Chiesa di S. Michele Arcangelo che, ricostruita pochi anni innanzi, aveva ripreso le sue funzioni parrocchiali, assorbendo alla sua volta così la Chiesa come la Parrocchia di S. Maria. Infatti, nel 1670, troviamo quale unico Tempio Parrocchiale di Crocicchio quello suddetto di S. Michele Arcangelo, ex nova ricostruito. In quell’anno, la Chiesa di S. Maria di Crocicchio, era talmente rovinata, che gli abitanti del Castello, chiesero al Vescovo di Nocera il permesso di demolirla completamente. E’ però da supporsi, che costui consigliasse invece il restauro della Chiesa, poiché negli Atti della Visita Diocesana dell’anno 1673, si legge che il Vescovo, dopo avere ispezionato in Crocicchio la Chiesa di S. Michele Arcangelo, visitò la cadente e devastata Chiesa di S. Maria, a proposito della quale « mandavit ser vari rescriptum Ill.mi et Rev.mi D. Episcopi, et completa fabricatione, per homines reddi rationem administrationis ». Certo è che non si addivenne ad alcun restauro, e infatti dopo di quell’epoca, né dagli Atti di Sacre Visite, né da altri documenti, più si ha notizia della Chiesa di S. Maria di Crocicchio, la quale dovette restare in breve tempo completamente distrutta, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1772, ordinò che, dove la stessa sorgeva, si erigesse, per ricordo, una Croce.

Oggi, di essa restano appena pochi ruderi sotterranei, a circa trecento metri dalla suddetta Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo, verso ponente. Il luogo viene ancora chiamato Santa Maria. (2)

LX. – Cappella della Maestà presso il Castello di Crocicchio.

Sono sconosciute le sue origini. E’ ricordata, per la prima volta, col nome suddetto, negli Atti di una Visita Pastorale compiutavi dal Vescovo di Nocera il 14 Aprile 1573. In questi Atti si afferma che nella Cappella « celebrantur missae tempore pluviarum ». Ispezionata in quello stesso anno, il 29 Ottobre, dal Visitatore Apostolico Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Àscoli, costui trovò la Cappella in pessimo stato, con un cancello di legno in luogo della porta e con un Altare indecente. Vietò perciò di celebrarvi in futuro la Messa, pena la sospensione a divinis per il sacerdote celebrante; ed a garanzia di tale proibizione, ordinò che

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506, e. 54.
(2) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite in Gualdo Tadino dal 1571 al 1673.

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fosse subito demolito l’indecente Altare, dovendosi invece compiere nella Chiesa Parrocchiale di Crocicchio le suddette funzioni religiose, per invocare la pioggia in tempo di siccità o per arrestarla quando troppo a lungo si prolungasse. Il Camagliani vietò inoltre, in quell’occasione, di spendere denari per restaurare la Cappella, poco adatta al culto. Ciò nonostante, nel 1608, essendo la Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo di Crocicchio ridotta quasi in macerie, quei Parrocchiani pensarono di restaurare ed ampliare la Cappella della Maestà, per sostituirla alla Chiesa Parrocchiale suddetta. Dopo quell’anno più non viene ricordata, né dagli Atti di Sacre Visite, né da altri documenti, la Cappella della Maestà. Solo nella relazione di una Visita Pastorale, compiuta nel Castello di Crocicchio, dal Vescovo di Nocera Mons. Florenzi il 18 Maggio 1633, si legge che costui, visitata quivi la Chiesa di S. Maria « perrexit deinde ad Maie statem positatn prope et extra dictum castrum Crucicchi, quae ad praesens construitur, hortatus fuit ad illam quam primum perficien dam ». Questa notizia ci fa pensare, che effettivamente in quell’anno, come volevano i Parrocchiani, dove sorgeva la Cappella della Maestà, venisse ricostruita la scomparsa Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo, della quale già abbiamo trattato. Così si spiegherebbe anche perché, dopo quell’anno, mai più si abbia notizia della Cappella in esame.

LXI. – Chiesa di S. Lorenzo presso il Castello di Crocicchio .

Se ne ha notizia primieramente ìl 4 Agosto 1169 e poi il 6 Maggio 1188, in due Bolle, rispettivamente inviate da Alessandro III e da Clemente III, all’Abbate e Monaci dell’Abbazia di S. Benedetto in Gualdo. A quest’ultima, con tali Bolle, i due Pontefici confermavano il possesso di molti beni e Chiese e tra queste anche il possesso della Chiesa in esame che, nella prima Bolla è indicata come S. Lorenzo de Cruciacla (Crocicchio) e nella seconda come S. Lorenzo de Collebassano (Colbassano), né queste due discordanze topografiche debbono meravigliarci, poiché la Chiesa, come anche al presente, sorgeva intermedia tra le due su nominate località. Anche nei Registri delle Collettorie Pontificie, con la data 21 Giugno 1333, questa Chiesa figura, con il nome di S. Lorenzo di Colbassano, tra i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, che pagarono alla Santa Sede, la Decima imposta dal Papa Giovanni XXII. Il Pagamento, effettuato con le modalità già indicate per la Chiesa di S. Maria dei Raccomandati, così è infatti indicato nei Registri suddetti : Item [habui] a domino Loi solvente pro Monasterio S. Benedicti de Gualdo et pro S. Laurentii de Corbassano et pro …. 93 lib. 12 solid. Finalmente, in una terza Bolla di Papa Nicolo V, data a Fabriano il 3 Novembre 1449, la nostra Chiesa di S. Lorenzo appare nuovamente riconfermata in

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possesso ai Monaci della stessa Abbazia Gualdese di S. Benedetto. (1)

Poi di questo sacro luogo, più non abbiamo notizie sino al 16 Marzo 1494, con la quale data esiste nel nostro Archivio Notarile, un pubblico istrumento, nel quale si legge, che essendo allora i fratelli Giovan Francesco e Giovan Pietro de Collescipio, Commendatari Perpetui della Chiesa di S. Lorenzo, situata in territorio di Gualdo, nel vocabolo Colbassano, davano in affitto per tre anni la Chiesa stessa, con i terreni e beni ad essa annessi, a tal Bartolomeo di Jacopo, accettante anche a nome di altri suoi fratelli, e ciò per il prezzo annuo di dieci ducati di carlini, equivalenti a quindici fiorini Marchigiani. In un altro Rogito del 2 Decembre 1532, sono nuovamente ricordati i beni di questa Chiesa (res ecclesie S. Laureatij in parochia Crucichij) e finalmente, nel 1571, vi accede per la prima Visita Pastorale, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, il quale, qui noteremo per incidenza, morì poi in Gualdo il 21 Febbraio del 1592. (2)

Dagli Atti della suddetta e di altre susseguenti Visite Diocesane, apprendiamo che la Chiesa di S. Lorenzo, costituiva allora un semplice Beneficio Ecclesiastico nella Parrocchia di Crocicchio e che sorgeva presso il confine del territorio di Gualdo con quello di Gubbio. Come in antico abbiamo visto indicata la Chiesa sia con il nome di S. Lorenzo di Crocicchio, sia con quello di S. Lorenzo di Colbassano, cosi ora, nei suddetti Atti di Sacre Visite, viene in distintamente chiamata quando S. Lorenzo di Sciola, quando S. Lorenzo di Cavallara. Il primo di questi due vocaboli si deve all’omonimo fiumicello che scorre in quei dintorni, non sappiamo invece a che riferire il vocabolo Cavallara, che oggi più non si riscontra in quella regione. Le terre presso la Chiesa, con la relativa casa colonica, appartenevano al Beneficio Ecclesiastico di S. Lorenzo, ed anzi, da un documento del 1593, risulta che queste terre, concesse allora in enfiteusi, rendevano al Beneficiato, quindici scudi all’anno. In un altro documento del 1613, si specifica poi che il loro fruttato, era in media annualmente di trentacinque mine di frumento e venti barili di vino, e da un terzo documento del 1721, apprendiamo infine che i detti terreni erano in quel tempo affittati alla nobile famiglia dei Conti Gabrielli di Gubbio, per diciotto scudi e mezzo all’anno. Con queste rendite si provvedeva ai bisogni della Chiesa ed a mantenervi un Cappellano, che aveva l’onere di celebrarvi Messa ogni mese e di indirvi un Officio di cinque Messe, il 10 Agosto, nel giorno di S. Lorenzo, a cui era dedicato l’unico Altare, su cui esi steva altresì, come al presente, un quadro in tela recante l’immagine di questo Santo. L’Altare stesso, nel principio del corrente secolo, fu ornato da una bella statua in

(1) Arch. Vaticano: Arm. XXXI, Tom. 53, f . 48 – MITTARELLI: Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168 – Arch. Vaticano: Collettorie. Vol, 225. c. 32.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1493 al1496. Quaderno IV, c. 10t ; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c. 220.

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pietra del Santo Titolare, donata dalla famiglia Stangolini, che possedeva il vicino Castello di Baccaresca.

Con Decreto Vescovile del 6 Novembre 1815, il Beneficio della Chiesa di S. Lorenzo, fu incorporato, con tutte le sue rendite, nel patrimonio della Parrocchia di S. Michele Arcangelo di Crocicchio, patrimonio che era assai esiguo ed insufficiente. Tale fusione fu possibile, per essere allora la Chiesa di S. Lorenzo priva di Rettore, poco prima deceduto. Il Parroco di Crocicchio, con le rendite del Beneficio, doveva però assumersi anche gli oneri di culto nella Chiesa di S. Lorenzo e destinare metà di queste rendite alla bonifica delle terre Parrocchiali.

Della Chiesa di S. Lorenzo, null’altro possiamo dire se non che era anticamente coperta di volta e munita di campana, e che le sue chiavi venivano tenute una dal Cappellano, l’altra dal colono del l’annesso predio. Attualmente vi si celebra Messa nella festa del Santo titolare ed in occasione della morte di qualche abitante dei dintorni, il di cui cadavere viene trasportato, per i funerali, nella Chiesa stessa.

LXII. – Chiesa di S. Pietro di Crocicchio .

E’ Chiesa antichissima oggi scomparsa, che dovette sorgere nei dintorni del Castello di Crocicchio. Ma nulla sappiamo di essa e ce ne è pervenuta la memoria sol perché trovasi menzionata in una Bolla di Papa Alessandro III (4 Agosto 1169) ed in altra di Clemente III (6 Maggio 1188), Bolle già da noi ricordate a proposito della precedente Chiesa, e con le quali veniva confermato il possesso di molte Chiese, di altri beni e di alcuni privilegi, all’Abbazia di S. Benedetto di Gualdo. Tra queste Chiese, nella prima Bolla, trovasi appunto nominata, con altre vicine, una «Ecclesia S. Petri de Cruciacla », e nella seconda una « Ecclesia S. Petri de Crucicle », corrispondenti appunto a quella di cui ci occupiamo. (1)

LXIII. – Chiesa di S. Antonio da Padova in Branca.

Sorge dentro i confini della Parrocchia di Caprara, in vocabolo Branca, lungo la strada che da Gualdo porta a Gubbio. Fu fabbricata l’anno 1800 da Antonio Sforzolini, nobile signore Eugubino, in mezzo ad un suo podere e presso una sua villa e fu dichiarata Chiesa pubblica con Atto del 29 Dicembre 1800, a rogito di Placido Simonetti, Cancelliere e Notare in Nocera, venendo aperta al culto il 1 Febbraio 1801.

Con la costituzione suddetta, la famiglia Sforzolini si obbligava al mantenimento di tutto l’occorrente per tale Chiesa ed alla celebrazione di una Messa nel giorno della festa di S. Antonio da

(1) Arch. Vaticano: Arm. XXXI, Tom. 53, f . 48 – MlTTARELLI: Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168.

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Padova (13 Giugno). Il podere di Branca, con la villa e l’annessa Chiesa di S. Antonio, per via ereditaria, passò poi ad una Monaca della famiglia Sforzolini, vivente nel Monastero di S. Spirito in Gubbio, con l’obbligo di vari oneri e specialmente che fosse conservata, mantenuta ed officiata detta Chiesa che, per di più, gli Sforzolini avevano eletto quale luogo del loro ultimo riposo.

In seguito, nel 1882, il podere e la villa di Branca, furono venduti dalla Monaca suddetta alla famiglia Caiani di Gualdo, ed il 14 Febbraio 1922, anche l’annessa Chiesa di S. Antonio, con istrumento del Notaio Marchetti di Gubbio, fu ceduta in giuspatronato ai Caiani, insieme a tutti gli obblighi ai quali si erano sottomessi i fondatori e restando eziandio Chiesa pubblica.

Questa consiste in un piccolo ma grazioso edificio, fatto a volta e munito al di dietro di Sagrestia, alla quale si accede per una porta a sinistra dell’unico Altare, che è di pietra lavorata, con una croce nel mezzo. Su di esso vi è un quadro rappresentante la Madonna delle Grazie con il Bambino, avente ai lati S. Antonio da Padova, S. Antonio Abbate e.S. Ubaldo Vescovo di Gubbio; è opera dipinta dal suddetto Domenico Sforzolini, che era anche un esimio artista. Sul pavimento della Chiesa, vedesi ancora la tomba dove riposano i resti mortali degli Sforzolini, con una lapide che vi fece apporre un loro parente, Enrico Calai Marioni di Gualdo. Sulla facciata dell’edificio, sopra la porta d’ingresso, trovasi murata un’effigie di S. Ubaldo, in terracotta smaltata, ed una grande lapide che reca incise le seguenti parole: « Sacellum Hoc D. O. M. In Honorem Divi Antonii Patavini Ab Antonio Sforzolini Erectum An. MDCCC I oseph Canonicus Ex Voto In Meliorem Formam Restituit An. MDCCCLXII ».

LXIV. – Chiesa di S. Cristoforo nel villaggio di Caprara.

È Chiesa assai antica, ma non la trovo citata negli antichi documenti, prima del 21 Aprile 1486. Infatti, con tale data, esistono due testamenti, dettati da Giovanna di Jacopuccio da Caprara e da Antonia di Marino alias el sarto, del Castello di Branca, le quali volevano appunto essere sepolte nella suddetta Chiesa di S. Cristoforo, a cui lasciavano altresì rispettivamente due bolognini ed un fiorino pro adconcimine . Del resto nella Chiesa vedonsi ancora alcuni antichi affreschi, che risalgono per certo alla fine del Trecento o al principio del Quattrocento, prova evidente che, almeno in quell’epoca, già esisteva la Chiesa di S. Cristoforo. (1)

Poco dopo, nel 1506, questa riappare tra le Chiese Parrocchiali, alle quali, il Comune di Gualdo, pagava la decima. Risulta infatti che in tale anno, la Chiesa in discorso, ricevette dal Comune sotto questo titolo, per un semestre, la somma di quattro bolognini e nove soldi. (2)

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli. Vol. dal 1473 al 1527, c. 51t e 52.
(2) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506, c. 54.

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Dagli Atti di una Sacra Visita, compiutavi dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli il 1 Agosto del 1571, apprendiamo che la stessa, possedeva in quel tempo due Altari, uno intitolato alla Vergine, l’altro a S. Antonio e che dipendeva dalla celebre Abbazia di S. Maria di Val di Ponte o Montelabate, presso Perugia, non solo spiritualmente ma eziandio in temporalibus. Anzi, la nomina del Parroco, spettava all’Abbate di Val di Ponte, dovendo però tale nomina essere poi convalidata dal Vescovo di Nocera. Tale dipendenza della Chiesa dall’Abbazia, si mantenne immutata sino al secolo scorso. Anzi, a tal proposito, ricorderemo che negli ultimi mesi del 1717, si verificò un curioso contrasto di poteri, tra il Vescovo di Nocera Alessandro Borgia e l’Abbate della Badia di Val di Ponte, a causa della Chiesa di S. Cristoforo di Caprara. Il Parroco di questa, Francesco Sillani da Gualdo, temendo le conseguenze di un delitto del quale era accusato dalla Curia Vescovile Nocerina, se ne era fuggito, né voleva riconsegnare le chiavi della sua Chiesa al Sacerdote che, inviato dal Vescovo, era andato a sostituirlo, per cui fu necessario forzare le porte della Chiesa stessa e della Canonica. S’infuriò per tale fatto l’Abbate Commendatario dell’Abbazia suddetta, che era allora il Card. Pietro Ottoboni, Vice-Cancelliere della Romana Chiesa, il quale, con il pretesto di privilegi conferitigli dall’Ordine Gerosolimitano cui era ascritto, inviò nel Castello di Caprara i suoi satelliti, i quali, non contenti di infierire contro l’accusatore del Parroco Sillani, minacciarono anche il Supplente mandato dal Vescovo, che dovette fuggire per evitare maggiori guai, tanto che in quell’anno, forse per l’unica volta durante l’esistenza della Chiesa di S. Cristoforo, non vi si celebrò neppure una Messa. Più tardi, il Sacerdote inviato dal Vescovo a supplire il Sillani ritornò in Caprara, ma i Ministri dell’Abbazia di Val di Ponte, non si diedero vinti per questo e portarono davanti al Governatore della Provincia di Perugia il processo del Sillani, che invece sarebbe spettato unicamente alla Curia Nocerina secondo il parere del Vescovo. Quest’ultimo perciò, nel principio dell’anno seguente, ricorse al Sommo Pontefice, che comandò infatti dovesse essere deferita la Causa alla Curia suddetta, a salvaguardia degli Episcopali diritti. (1)

Poche notizie ci restano di questa antica Chiesa, che pur dovette avere un tempo una certa importanza, sia per la sua qualifica Parrocchiale, sia per il luogo ove sorgeva, cioè il Castello di Caprara, uno dei più forti e popolosi tra gli antichi Castelli Gualdesi. Da queste notizie, tutte riferentisi al Seicento, apprendiamo che in quel secolo, la Chiesa di S. Cristoforo non aveva Fonte Battesimale e che gli infanti, per tale sacramento, erano condotti o nella Chiesa Parrocchiale di S. Pellegrino o in quella di Pieve di Compresseto. Dalle stesse, apprendiamo anche che vi erano sempre due Altari, ma con titoli diversi da quelli che trovammo nel precedente secolo, essendo invece l’Altare Maggiore

(1) A. ALFIERI: La Cronaca della Diocesi Nocerina scritta dal suo Vescovo Alessandro Borgia. Roma 1910. Pag. 27 e 29,

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intitolato a S. Cristoforo e l’altro alla Madonna del Rosario, mantenendosi tali denominazioni anche al presente. Nel primo, si celebrava la Messa ogni giorno festivo e vi s’indiceva un Officio di più Messe nella festa di S. Cristoforo, nel secondo Altare si celebrava invece ogni Sabato.

L’Altare Maggiore, era mantenuto a spese della Confraternita del Sacramento, che vi aveva sede. Vi esisteva, come al presente, un quadro in tela rappresentante la Vergine con S. Cristoforo e S. Giovanni.

L’Altare del Rosario, era mantenuto dalla Confraternita omonima, possedeva un censo di venticinque fiorini e vi affluivano numerose elemosine di fedeli. Su di esso era un quadro in tela, rappresentante la Madonna del Rosario con intorno i quindici Misteri. Questo quadro, vedesi oggi mutilato su di una parete della Chiesa, essendo stato sostituito sull’Altare del Rosario, con una statua della Vergine.

Sappiamo inoltre che, sempre in quel secolo, esisteva una Casa Parrocchiale attigua alla Chiesa e che il Parroco riceveva ogni anno, per suo stipendio, dall’Abbate dell’Abbazia di Val di Ponte, ventiquattro scudi ed il fruttato di un terreno appartenente alla Chiesa, il quale rendeva annualmente circa cinque mine di frumento e trenta barili di vino. Ci è finalmente noto che un Sacerdote, tal Girolamo Nucci, lasciò in quel secolo un legato, in forza del quale i suoi eredi, durante venticinque anni, avrebbero dovuto dare al Parroco una coppa di grano ed un barile di mosto con l’onere, per il Parroco stesso, di alcune Messe da celebrarsi ogni anno nella Chiesa di S. Cristoforo.

Questa, mantiene ancora il suo aspetto antico ed è tutta coperta da volta. Vi esistevano un tempo quattro sepolcri, uno destinato ai sacerdoti, uno per i bambini d’ambo i sessi, uno per gli adulti maschi, uno per le femmine, ed è stata sempre fornita di Sagrestia. Dalla Visita Diocesana del 1718, parrebbe che vi fosse stato ancora, in quel tempo, un Campanile a forma di torre con due campane, certo che oggi non se ne ha più traccia e le due campane vedonsi ora collocate sopra la facciata della Chiesa, entro due piccole arcate.

Questo Tempio, originariamente era tutto coperto da affreschi. Ne restano ancora alcuni sulla sua parete a sinistra di chi entra, i quali rappresentano S. Cristoforo, S. Margherita Regina di Scozia con il Drago, una Madonna con il Bambino e con due Angeli lateralmente al capo, un Santo Vescovo (o S. Facondino, o S. Ubaldo, o S. Rinaldo), ed infine un S. Sebastiano ed un S. Rocco. Il primo e, gli ultimi due Santi, sono quasi certamente opera di Matteo da Gualdo i restanti appartengono ad un ignoto artista della Scuola Eugubina.

LXV. – Chiesa di S. Giovanni nel vocabolo «La Foresta» presso il villaggio di Caprara.

Scarse ed incerte notizie abbiamo di questa Chiesa. Sono infatti e le sue origini e la sua storia; ne conosciamo solo la fine. Esistette un tempo, a circa un chilometro dal Castello di Caprara, sulla via che da questo luogo conduce a S Pellegrino, in una località allora

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chiamata La Foresta, oggi Il Boschetto , dove sono ancora visibili i ruderi dell’edificio. Certamente assai antico è questo vocabolo La Foresta presso Caprara. Noi infatti già lo ritroviamo in due sentenze emanate dalla Curia Gualdese, il giorno 8 Luglio 1307 e il 29 Giugno 1325. (1)

La Chiesa in discorso consisteva in un semplice Beneficio Ecclesiastico e, da una Visita Pastorale compiuta in Caprara il 14 Aprile 1573, dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, apprendiamo che in quell’epoca la stessa era già andata completamente in rovina. In conseguenza di ciò, il Vescovo suddetto, ordinò allora all’Abbate della Badia di S. Pietro di Val di Rasina, a cui apparteneva il Beneficio della diruta Chiesa, di erigere sulle sue macerie una Maestà o almeno una Croce, ed istituire nel Tempio Parrocchiale di S. Cristoforo di Caprara, o in altro vicino, un’altare dedicato al Santo Titolare della Chiesa scomparsa. Un tale ordine non venne però mai eseguito, tanto che in seguito, i Vescovi di Nocera, in occasione di altre Sacre Visite compiute in Caprara il 29 Ottobre 1573, il 3 Settembre 1593, l’8 Ottobre 1605 e l’il Luglio 1608, tornarono ad insistere presso i vari Abbati susseguitisi nella Badia di S. Pietro di Val di Rasina, perché ottemperassero alle suddette prescrizioni Vescovili.

LXVI. – Chiesa dell’Assunzione di Maria Vergine nel villaggio di Pieve di Compresseto .

E’ Chiesa antichissima, già esistente nell’anno 1130, era anzi in quell’epoca soggetta al Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano, che in seguito, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, il quale Monastero sorgeva sulla collina che, a levante della città di Gubbio, sovrasta il villaggio di Padule, collina dove è tuttora una Chiesa dedicata appunto a S. Bartolomeo di Petrorio. Tre vetuste pergamene, una Vescovile, una Imperiale e la terza Pontificia, ce ne fanno fede. Infatti leggiamo nella prima, datata nell’Ottobre 1130, che Lorenzo Vescovo di Nocera, confermava tra l’altro, a Bonatto, Abbate di S. Donato di Pulpiano, il possesso della Chiesa di S. Maria di Compresseto e cioè « medietatem de plebe sancte Marie Compreseto et alìis vocabulis qui ibidem nuncupantur cum dotis et decimis et primitiis etc. ». Erroneamente, lo Jacobilli, assegna a quest’Atto la data 1131. Troviamo nella seconda pergamena, emanata da Lodi il 13 Novembre 1163, che l’Imperatore Federico I, prendendo sotto la sua protezione il suddetto Monastero di S. Donato, gli confermava altresì il possesso dei suoi beni, tra i quali «medietatem plebis Compresseti», e finalmente apprendiamo dalla terza, data a Roma dal Laterano il 12 Novembre 1191, che Papa Celestino III riceveva sotto la protezione della Sede Apostolica, lo stesso Monastero di S. Donato di Pulpiano, confermandogli il godimento di tutti i suoi

Arch, Vaticano : Collettorie , Vol. 402, c. 37t e seg, 92t e seg.

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diritti sì spirituali che temporali, tra i quali « jus quod habetis in plebe de Compreseto ». Questi documenti, sono inoltre interessanti perché ci dimostrano che, anche in quell’epoca remota, la Chiesa di cui trattiamo trovavasi allo stato di Pievania, esercitava cioè funzioni Parrocchiali. Ci risulta eziandio, che fin dalle sue origini, fu fornita di Fonte Battesimale.

Ai documenti sopra ricordati, segue un lungo periodo di oscu­rità, sino al 27 Marzo 1309. Con tale data, la Pievania ricompare in una lettera che il Duca di Spoleto inviava, a nome del Pontefice, ad alcuni Rettori di Chiese circostanti al Castello di Poggio S. Ercolano, e tra essi infatti anche a Temuto, Rettore della Pieve di Compresseto. Costui, unitamente ai suoi colleghi, avrebbe dovuto ordinare a tutti i sudditi del Pontefice che abitavano nel Castello suddetto, di abbandonarlo immediatamente, essendo stato lo stesso costruito e detenuto abusivamente dai Perugini nel territorio della S. Sede. (1)

Una nuova notizia l’abbiamo con l’anno 1333. In tale anno, a favore della Chiesa di S. Maria di Compresseto, si rilasciò quietanza per il pagamento che aveva fatto della prima rata della decima imposta l’anno precedente da Papa Giovanni XXII, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto per i bisogni della Santa Sede. Come già abbiamo notato per altre Chiese Gualdesi che effettuarono tale pagamento, anche per questa lo stesso fu eseguito in mano del Sub collettore Pontificio Delayno de Mutina, Notaio del Vescovo di Nocera e rappresentante del Collettore Generale del Ducato Spoletino Giovanni Rigaldi, il 24 Giugno 1333. Così infatti trovasi annotato nei suoi Registri l’avvenuto pagamento: «…ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis . . . solvente pro plebe S. Marie de Compresseto et pro parte domini Juliani, 29 solidos », e più innanzi, con la stessa data, «… a domino Criscio solvente pro sua parte plebis de Compreseto, 28 solidos ». (2)

Dopo ciò, sopravviene di nuovo un lungo periodo di silenzio e di oblio a proposito della Pieve di Compresseto, che ricompare nei nostri documenti d’Archivio in un testamento del 29 Giugno 1506, con il quale il testatore Antonio di Tommaso di Maselo da Pieve di Compresseto, lasciava, tra l’altro, un fiorino per far dipingere una Madonna con il Bambino in grembo, nella Chiesa di cui trattiamo. (3)

In seguito, il 10 Novembre 1573, vi pervenne il Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, inviato dal Pontefice per compiere una Visita Apostolica nella Diocesi di Nocera. Anzi, dagli Atti di questa

(1) Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali dal 1308 al 1309. c. I52t e seg. – P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200 (In Archìvio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Foligno 1915. Vol. II , Fasc. I e III , Pag. 251, 347, 452 – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo III , Pag. 312; Di Nocera nell’Umbria e sua Diocesi. Pag. 73.

(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 37t e 38t.

(3) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1505 al 1506. Paginazione I, c. 327.

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Sacra Visita, apprendiamo che la Parrocchia fruttava al Pievano, in quell’epoca, circa dodici salme di frumento ogni anno; nel 1655, le rendite Parrocchiali annue, erano invece in media di trenta mine di grano e quattordici barili di vino, senza contare la porzione che percepiva il colono, e nel 1717, dette rendite sommavano, presso a poco, a quaranta scudi incluse le decime.

Sino a tutto il Cinquecento, esistettero nella Chiesa tre Altari compreso quello Maggiore e quattro Altari dal principio del Seicento in poi, intitolati e disposti come nei due quadri seguenti:

Sino alla fine del XVI secolo
Dall’inizio del XVII alla fine del XIX secolo –

Altare Maggiore
Altare Maggiore

A. di S. M. delle Grazie poi denominato di S.Lucia
A. di S. Antonio Abbate
A. del Rosario A. di S. Antonio Abbate
A. del Crocifisso A. di S. Macario
L’Altare Maggiore, nel Settecento, era ornato da un dipinto raffigurante l’Assunzione di Maria Vergine. Il Pievano vi celebrava Messa tutti i giorni festivi, però nel XVII secolo, per la ricorrenza di alcune feste e cioè la Natività della Vergine, S. Pietro, S. Lorenzo, S. Giovanni, era tenuto a dire invece la Messa in una delle altre Chiese esistenti nella Parrocchia. Oltre a ciò lo stesso Pievano, per effetto di antichi Legati, aveva numerosi oneri di Messe sull’Altare Maggiore.

Doveva infatti celebrarvi ogni anno, ventiquattro Messe in giorni feriali, per l’anima di Francesca di Giorgio da Compresseto, che per tale scopo aveva lasciato alla Chiesa alcune terre in vocabolo Campo di Borecchie, con le rendite delle quali il Pievano doveva altresì provvedere l’olio per la lampada che ardeva in permanenza davanti al Sacramento; tre Messe in suffragio di Tommasa di Giuseppe Olivieri, che lasciò un censo di venticinque fiorini; dieci Messe per l’anima di Domenico di Ambrogio; cinque per quella della di lui cognata Piera e cinque per quella della sua fantesca Marina; trentasei per tal Giuseppe Venarucci; sei Messe infine a pro d’ignota benefattrice defunta, le quali ultime però, il Parroco poteva celebrare anche in altri altari della Chiesa a suo piacimento. Sull’Altare Maggiore inoltre aveva sede la Confraternita del Sacramento di Pieve di Compresseto, che lo provvedeva del necessario e vi esplicava numerosi divini Offici, dei quali tratteremo nel Capitolo riferentesi alla stessa Confraternita.

L’Altare di S. Maria delle Grazie, sorgeva in cornu Evangelio nel 1583 figura come appartenente a tal Filippo d’Eusepio. In quel l’anno, era ridotto in cosi indecente stato, che il Vescovo di Nocera minacciò una multa di dieci scudi al suo proprietario, se entro sei mesi non provvedeva al necessario, a meno che, prima di quest’epoca, non avesse voluto rinunciare a tale proprietà, nel qual caso il Parroco avrebbe potuto o demolirlo o concederlo ad altra famiglia.

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Forse dovette avverarsi quest’ultimo caso, poiché nel 1597 lo troviamo dedicato non più alla Madonna delle Grazie, ma bensì a S. Lucia. L’anno 1609, l’Altare in discorso passò poi in proprietà della Confraternita del Rosario di Pieve di Compresseto, che le diede il proprio nome, vi stabili la propria sede, vi collocò un quadro in tela rappresentante la Madonna del Rosario con i quindici Misteri e se ne assunse l’onere del mantenimento. Su questo Altare del Rosario, la Confraternita omonima faceva celebrare, durante l’anno, numerose Messe e funzioni religiose che indicheremo quando si tratterà della Confraternita stessa.

L’Altare del Crocefisso, fu eretto circa l’anno 1605, mediante elargizioni fatte da pie persone del Castello di Pieve di Compresseto. Era fornito di un quadro su tela raffigurante il Salvatore in atto di esibire il Sacro Cuore e circondato da Angeli. Nel 1641, lo vediamo mantenuto dal Capitano Amadino Raspanti, nel 1658 dai suoi eredi, nel 1691 appare come spettante alla Pievania, dal principio del Settecento in poi appartenne invece alla Confraternita del Sacramento, che ne curava la manutenzione, ne nominava il Cappellano e vi faceva celebrare tre Messe per settimana. La famiglia Raspanti, vi aveva istituito una Cappellania, con l’onere di alcune Messe ogni anno, da esplicarsi dal Pievano della Chiesa e con la mercede di uno scudo. Una seconda Cappellania perpetua era stata fondata in questo Altare, da tal Sante di Ercolano, dotandola con un Podere in vocabolo Micciano e ciò mediante testamento rogato il 6 Gennaio 1615 dal Notaio di Casacastalda Ettore Marini. Il relativo Cappellano, da nominarsi dalla Confraternita del Sacramento, aveva l’onere di mantenere l’Altare, di celebrarvi tre Messe ogni settimana, nonché d’insegnare i rudimenti della Grammatica e della Dottrina Cristiana, ai giovanetti del luogo. Inoltre, questo stesso Cappellano, per Legato testamentario di venticinque scudi, fatto dal Sacerdote Vincenzo Olivieri, come, da rogito del Notaio Pietro Lorenzo Draghetti, avrebbe dovuto celebrare altre tre Messe ogni anno, ma non nell’Altare del Crocefisso bensì in quello Maggiore. Successivamente, una terza Cappellania si istituì nell’Altare del Crocifisso, per volontà di tal Camilla di Sante di Ercolano, quasi certamente figlia del precedente omonimo. Costei lasciò infatti venti scudi all’Altare con l’onere di dieci Messe ogni anno. Una quarta Cappellania, eresse sullo stesso Altare, Andrea Mattioli di Pieve di Compresseto, con testamento rogato in Roma dal Notare Remolo Saraceni nel Settembre del 1709 e con la dotazione, tra l’altro, di venti Luoghi di Monte. Il Mattioli, volle inoltre che di questa Cappellania dovesse avere il giuspatronato, la famiglia Mattioli di Gualdo, la quale avrebbe nominato il Cappellano, con l’onere di una Messa ogni giorno festivo all’aurora, nonché l’obbligo dell’insegnamento dei primi elementi della Grammatica e della Dottrina Cristiana ai ragazzi di Pieve di Compresseto. Finalmente ricorderemo, che sull’Altare del Crocefisso si dicevano ogni anno dieci Messe, per Legato di tal Peria di Lorenzo, con la mercede di due scudi, frutto di censi; sei Messe per Legato di certo Tommaso

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ed altre Messe per l’anima di tal Gervasia, questi due ultimi non meglio qualificati.

L’Altare di S. Antonio Abbate, nel 1583 figura come appartenente alla famiglia di un Sante di Ercolano, che forse va identificato con l’omonimo più volte ricordato nella descrizione del precedente Altare. L’Altare di S. Antonio trovavasi allora in assai tristi condizioni e per esso il Vescovo di Nocera emise ordini identici a quelli che, nello stesso anno 1583, vedemmo emanati per il su citato Altare di S. Maria delle Grazie. Lo troviamo poi in seguito come spettante alla Pievania, che pensava a mantenerlo e provvederlo del necessario, né vi erano allora oneri per celebrazione di divini Offici e solo vi si diceva Messa talvolta, a spese e per incarico di qualche abitante del luogo. Però, l’anno 1638, mediante rogito del Notaio Gualdese Pier Giacomo Berardi, in data 27 Settembre 1642, il su ricordato Sacerdote Don Vincenzo Olivieri, istituì in questo Altare una Cappellania con ventiquattro scudi di rendita, con l’onere del l’insegnamento scolastico ai ragazzi del Castello, del mantenimento dell’altare e della celebrazione su di esso di due Messe ogni settimana, le quali, con Decreto della Sacra Congregazione dei Concili del 18 Novembre 1747 e del Vescovo di Nocera del 27 Aprile 1748, furono ridotte a cinquantotto in tutto ogni anno. Tale Cappellania importava anche l’obbligo di un Officio nella festa di S. Martino ed altro in quella di S. Giuseppe. Lo stesso Sacerdote Olivieri, l’anno 1643, fece dipingere per questo Altare un grande quadro in tela rappresentante la Madonna, la SS. Trinità, S. Michele Arcangelo, l’Angelo Custode conducente per mano un Bambino, S. Giuseppe, S. Martino Vescovo, S. Antonio Abbate, S. Antonio da Padova, più la figura del Committente in atto di preghiera. Vi fu posta anche un’urna che conteneva una piccola parte delle ossa del Beato Marzio, nativo del Castello di Pieve di Compresseto, trasportatevi dalla Chiesa Gualdese dove quel Beato era allora sepolto. Oggi, quest’urna, trovasi invece collocata sotto la mensa dell’Altare Maggiore. Il giuspatronato della Cappellania Olivieri nell’Altare di S. Antonio, dopo la morte del Fondatore passò ai suoi eredi, cioè alla famiglia Alessandri ed alla famiglia Bentivogli, quest’ultima di Fossato di Vico, le quali lo possedevano nel 1670 e ancora nel 1691, ma poi nel 1718, come pure nel 1746, lo troviamo di spettanza della famiglia Sensi e nel 1772 della famiglia Draghetti.

L’Altare di S. Macario, fu eretto ex voto tra il 1610 e il 1633, dalla Comunità di Pieve di Compresseto, che ha per patrono appunto questo Santo. Rimase poi sempre sotto il giuspatronato della Comunità stessa, che vi fece collocare un quadro in tela raffigurante la Madonna delle Cinturate, con il Santo titolare ed il Comprotettore di Pieve di Compresseto, cioè S. Carlo Borromeo. La Comunità aveva poi cura dell’Altare stesso, provvedendolo di tutto il necessario. Vi faceva inoltre celebrare un Officio di più Messe il giorno 2 di Maggio festa di S. Macario, e queste Messe, nel Seicento, erano compensate con la mercede di due carlini, per ogni Sacerdote celebrante. Vi faceva anche dire una Messa il I Gennaio, festa della Circoncisione di Gesù Cristo, incaricandone il

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Pievano, per ciò pagato con un giulio. Vi si celebrava altresì nella festa di S. Attanasio. Un abitante del luogo, tale Ubaldo di Bartolomeo, con codicillo testamentario, rogato il 26 Dicembre 1656 da Pietro Angelo Thiani, allora Pievano di Compresseto, lasciò un Legato di sette scudi e mezzo, incaricando la Comunità di Pieve di far celebrare nell’Altare di S. Macario una Messa annua e ciò per trenta anni. A proposito della Comunità di Pieve di Compresseto, ricorderemo anche che la stessa pagava ogni anno alla Chiesa, un Canone di dieci scudi per far venire il Predicatore Quaresimale, più due scudi, per fornirla di legna da ardere ed olio.

La vecchia Chiesa, abbastanza ampia, divisa in due navate, sostenute da pilastri e coperta con travatura, era sfornita di Sagrestia ed aveva una piccola Loggia campanaria con due campane. Adiacente era la Casa Parrocchiale ed il Cimitero ricinto da mura. Però anche nella Chiesa, come si usava in passato, si seppellivano i morti del Castello, e la stessa, nella seconda metà del Settecento, era infatti fornita di dodici sepolcri, tra i quali uno speciale per i Sacerdoti, uno per i bambini, ed uno per i Confratelli della Compagnia del Sacramento; dei restanti, parte servivano per gli adulti di sesso maschile e parte per quelli di sesso femminile. Oggi, di questi Sepolcri, tre soltanto mostrano la loro apertura sul nuovo pavimento della Chiesa. Nel 1877 la vecchia Chiesa fu quasi completamente ricostruita con un Campanile ed una Sagrestia, e nel 1914, contigua ad essa, sorse anche una bella Casa Parrocchiale. L’interno del tempio, fu tutto dipinto dal 1910 al 1919, per opera del Pittore Alessandro Bianchini di Perugia.

La Chiesa, così rinnovata, fu fornita di tre soli Altari : Quello Maggiore, l’Altare del Rosario in cornu Evangeli, e quello del Sacro Cuore di Gesù in cornu Epistolae. Quest’ultimo è di nuova intitolazione e sono perciò scomparsi i su ricordati Altari del Crocifisso, di S. Antonio Abbate e di S. Macario.

L’Altare Maggiore, possiede oggi le spoglie del soppresso Altare di S. Antonio Abbate, e cioè il grande quadro che per questo aveva fatto dipingere il Sacerdote Olivieri, nonché l’urna contenente alcune ossa del Beato Marzio ed altre reliquie di Santi aggiuntevi nel 1915. L’Altare del Sacro Cuore di Gesù, ha ereditato il quadro che vedemmo già esistere nel demolito Altare del Crocefisso, anzi, dal soggetto di questo quadro, ha assunto l’attuale suo nome. Il vecchio Altare del Rosario, rimasto nella Chiesa, ha mantenuto il suo primitivo quadro. E finalmente, il dipinto che ornava l’Altare di S. Macario, restato senza sede, trovasi al presente appeso su di una Parete nell’interno della Chiesa.

Questa non possiede oggi di opere d’arte che una pregevole e bella Croce Processionale Quattrocentesca, in rame dorato, tutta lavorata a sbalzo e a cesello, la quale porta nel centro e nelle testate, sulle due facce, le solite figure e cioè il Crocifisso, gli Evangelisti, i Simboli Evangelici, etc. La vecchia Chiesa, era però in gran parte ricoperta di antichi e pregevoli affreschi, che

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disgraziatamente andarono perduti per effetto della su ricordata ricostruzione. Uno di questi dipinti è ancora visibile a traverso un piccolo spiraglio appositamente praticato su di una moderna parete, che nella nuova costruzione si è dovuta sovrapporre a quella vecchia su cui esisteva il dipinto stesso. Specialmente vandalica e deplorevole, fu la distruzione di un grande affresco di Matteo da Gualdo, che ammiravasi sulla demolita parete absidale, affresco che da noi viene descritto nel Capitolo dedicato alla vita ed alle opere di questo geniale pittore e del quale fortunatamente ci è rimasta la riproduzione fotografica.

L’officiatura della Chiesa dell’Annunciazione di Maria Vergine in Pieve di Compresseto è più complessa di quella abitualmente spettante alle ordinarie Chiese Parrocchiali, è anzi presso che simile all’officiatura delle Collegiate, tanto che un tempo vi esisteva anche un Parroco coadiutore.

LXVII. – Chiesa di S. Maria delle Cinturate presso il villaggio di Pieve di Compresseto.

E’ ricordata, per la prima volta, in occasione di una Visita Diocesana eseguitavi dal Vescovo di Nocera il 29 Aprile 1728 e dovette sorgere appunto in quel tempo o poco prima, poiché mai trovasi della stessa alcun accenno negli Atti delle precedenti Sacre Visite.

Assai angusta, è munita di Campana, sorge ancora presso il Castello di Pieve di Compresseto, con un unico Altare che sulla retrostante parete recava originariamente un dipinto rappresentante la Vergine con S. Rocco e S. Nicolo da Tolentino, poi sostituito da alcune brutte e rozze figure e cioè la Vergine con il Putto, tra S. Agostino e S. Monica, che vi sono tuttora.

In essa aveva la propria sede la Confraternità di S. Maria delle Cinturate, istituita in Pieve di Compresseto, la quale vi esercitava i suoi oneri di culto, come indicheremo nel Capitolo in cui si darà notizia della Confraternita stessa.

La Chiesa è officiata durante il Mese Mariano ed in qualsiasi epoca a richiesta ed a spese di qualche devoto e vi si fa festa in un giorno Domenicale, tra il Settembre e l’Ottobre, ogni anno. Ma attualmente questo sacro edificio è pericolante.

LXVIII. – Chiesa della Concezione di Maria Vergine presso il villaggio di Pieve di Compresseto.

Fu fabbricata nel 1555, mediante elargizioni di pie persone del luogo, per iniziativa della Confraternita della Concezione di Pieve di Compresseto e restò poi sempre proprietà di quest’ultima e, in seguito, anche della Confraternita del Sacramento, che con la consorella si fuse poco dopo il 1583. Per la sua origine, questa Chiesa fu comunemente anche chiamata Oratorio oppure Madonna

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della Confraternita. Sul suo Altare, era venerata una statuetta rappresentante la Madonna della Concezione, oggi conservata nella sede Parrocchiale.

Sin dai primi tempi della sua esistenza, non dovette essere mai tenuta in maniera decorosa, tanto è vero che nel 1573, nel 1605, nel 1679 e nel 1683, il Vescovo di Nocera proibì di celebrarvi la Messa, sino a che non fosse stato provveduto a molteplici inconvenienti e minacciò di multe le Confraternite che erano obbligate al mantenimento della Chiesa, quante volte tardassero a provvedere. Basti dire che, per la celebrazione dei divini Offici, vi si dovevano trasportare dalla Chiesa Parrocchiale gli arredi a ciò necessari. Ma finalmente, nel 1721, la troviamo restaurata e fornita del necessario.

Era officiata, qualche volta, durante l’anno, per devozione di singoli abitanti di Pieve di Compresseto ed oltre a ciò le Confraternite su indicate, vi facevano, per conto proprio, regolarmente dire Messa in occasione della festa della Concezione e nel Venerdì seguente alla festa del Corpus Domini. La prima Domenica d’ogni mese, a questa Chiesa accedeva processionalmente la Confraternita del Rosario esistente in Pieve di Compresseto e, per solito, muovendo da questo Castello, vi si dirigevano anche, come a mèta finale, anche tutte le altre processioni che durante l’anno erano indette in tale luogo.

Questa Chiesa oggi più non esiste, né recente deve essere la sua scomparsa, poiché neppure i più vecchi del luogo sanno indicare, con precisione, la località ove sorgeva.

LXIX. – Chiesa di S. Lucia in Pieve di Compresseto.

Di questa Chiesa ci restano solo due brevi notizie: Ho rinvenuto la prima nei Registri del Ducato di Spoleto, conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fra le Carte della Camera Apostolica, dove con la data 10 Luglio 1324, veniva annotato un pagamento di novanta fiorini d’oro, effettuato da Pietro di Bartoluccio da Cannara, per conto di Giovanni di Cola Boniscagni, mercante di Perugia e dei suoi soci, il quale pagamento si effettuava in forza di un compromesso che costoro avevano già stipulato con l’Abbate e Monaci del Monastero di S. Pietro di Val di Rasina, con il Rettore della Chiesa di S. Maria di Frecco, e con il prete Ciono, indicato appunto come Rettore della Chiesa di S. Lucia di Compresseto.

La seconda notizia l’ho trovata in un pubblico Istrumento del nostro Archivio Notarile. In tale Istrumento, con la data 20 Ottobre 1503, leggesi che Anastasio di Costantino da Gualdo, Abbate del su ricordato Monastero di S. Pietro di Val di Rasina, concedeva per tre anni, a Benedetto di Domenico del Castello di Pieve di Compresseto, la lavorazione ad coptimum, di quattro campi appartenenti alla Chiesa di S. Lucia del suddetto Castello, la quale era a sua volta membro del Monastero di S. Pietro di Val di Rasina. Dallo stesso Atto si apprende inoltre, che i quattro terreni si trovavano nei dintorni di Pieve Compresseto, in vocabolo Paglie e

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che per essi l’affittuario Benedetto di Domenico, avrebbe dovuto dare ogni anno al Monastero di S. Pietro, tre mine di grano, una mina di spelta, più una cesta di carni suine salate, negli anni in cui, per l’abbondanza delle ghiande, i maiali si sarebbero potuti bene ed abbondantemente nutrire.

Null’altro sappiamo, cosa invero assai strana, di questa Chiesa, la quale dovette andare in rovina al più tardi poco dopo la metà del Cinquecento, poiché di essa non trovasi traccia neppure negli Atti di Sacre Visite della Diocesi di Nocera, i quali hanno appunto regolarmente inizio con l’anno 1571. (1)

LXX. – Chiesa della Visitazione di Maria Vergine a S. Elisabetta in Coldorto.

Nella seconda metà del Cinquecento, annesso al Castello di Coldorto, nel territorio di Pieve di Compresseto, esisteva un’Oratorio, diruto, senza Titolo e senza rendite. Di esso solo sappiamo che, sopra la porta d’ingresso, si vedeva ancora in quell’epoca, scolpita su pietra, una Croce con la data 1448 ed una sacra immagine dipinta nell’interno, su una delle muraglie restate in piedi.

1 fratelli Giulio e Polidoro Gradini di Perugia, che possedevano dei beni in Coldorto, avevano divisato di ricostruire e dotare a proprie spese quel diruto Oratorio, ma essendo poi morto il primo di essi, che era Uditore di Rota, la ricostruzione non ebbe più luogo. Il 12 Novembre 1573, essendosi recato in Coldorto il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, gli abitanti del luogo si lamentarono con lui di doversi recare, per assistere ai Divini Offici, sino alla lontana Chiesa Parrocchiale di Pieve di Compresseto ed allora il Camagliani invitò il superstite Polidoro Gradini, a porre mano alla progettata ricostruzione. Anzi, siccome attiguo al crollato Oratorio esisteva un piccolo fabbricato, anch’esso semidiruto, appartenente al Perugino Ermanno di Nicolo, lo stesso Visitatore Apostolico, impose a quest’ultimo di venderlo all’Oradini per un prezzo fissato da due arbitri, dovendo tale fabbricato servire per l’ampliamento del ricostruendo Oratorio. Ma poco dopo, moriva anche il Polidoro Gradini, che però, nel suo testamento, lasciava una somma da destinarsi alla riedificazione della Chiesuola in esame e nominava altresì il Vescovo di Perugia, quale suo esecutore testamentario, per quanto si riferiva a tale affare. Ma nonostante le vive e ripetute sollecitazioni dell’Autorità Ecclesiastica, gli eredi dei fratelli Gradini, non ottemperarono mai al suddetto Legato testamentario e la ricostruzione dell’Oratorio, potè avere effetto solo assai più tardi, quando il Castello di Coldorto, con le terre circostanti, passò in proprietà della nobile famiglia Armanni pure di Perugia. Infatti, nel 1618, i fratelli

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1501 al 1504. Paginazione III, c. 227 – L. FUMI: I Registri del Ducato di Spoleto in « Bollettino della R 3 -. Deputazione di Storia Patria per l’Umbria » Perugia 1899- Vol. V, pag. 160.

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Giovan Maria, Nicolo e Francesco Armanni, chiesero al Vescovo di Nocera il permesso di riedificare, a proprie spese, l’antica e diruta Chiesuola venuta in loro possesso ed il Vescovo diede subito il suo assentimento, con la condizione che il sacro luogo fosse sotto il titolo della Natività di Maria Vergine, che gli Armanni dovessero anche fornirlo di tutto il necessario per il culto e fossero tenuti in futuro a mantenerlo in buono stato, trasmettendo agli eredi quest’obbligo.

Risorse così finalmente, in breve tempo, l’antico Oratorio di Coldorto e sul suo Altare fu collocato un quadro in tela rappresentante la Visita di Maria Vergine a S. Elisabetta ed è per questo che la Chiesuola, fu più spesso intitolata alla Visitazione che non alla Natività di Maria Vergine, come aveva disposto il Vescovo Nocerino. Del resto, tanto nell’una come nell’altra di queste due feste dedicate alla Madonna, vi si celebrava un Officio di più Messe per conto dei Patroni del luogo. Le famiglie circostanti vi facevano inoltre dir Messa, per proprio conto, nella festa di S. Ubaldo e spesso durante l’anno, ex devotione.

Nel Settecento, la Chiesa fu ordinariamente intitolata a S. Elisabetta, cioè alla Santa Sposa di Zaccaria visitata dalla Vergine. Sino al 1670 rimase proprietà degli Armanni e nel 1679 vediamo che, con il Castello in cui trovavasi incorporata e con le terre circostanti, era passata alla famiglia Fabiani di Gubbio la quale, assumendone gli oneri su descritti, la tenne fino a quando, dai Fabiani, per via dotale, con i beni annessi, pervenne alla famiglia dei Marchesi Benveduti anch’essi di Gubbio. Andò poi finalmente in possesso del Principe Carlo Torlonia l’anno 1926.

La Chieserta, oggi tutta racchiusa nel fabbricato del Castello di Coldorto e situata in fondo al grande cortile interno, subì importanti restauri nel 1919. L’antico quadro più non vi esiste e sta al suo posto una tela Seicentesca rappresentante la Madonna con il Bambino ed alcuni Angeli. È officiata una volta all’anno, senza data fissa, ma per solito all’inizio dell’estate.

LXXI. – Chiesa di S. Lorenzo del Vigneto presso Coldorto.

Era già eretta nel XVI secolo, essendo stata visitata il 14 Aprile 1573 dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, durante una sua Visita Diocesana. Sorgeva nel vocabolo Vigneto, luogo aspro e deserto presso il Castello di Coldorto, nel territorio di Pieve di Compresseto e costituiva un semplice Beneficio Ecclesiastico, libero da collazione, con l’onere di un Officio di più Messe nel giorno di S. Lorenzo. Queste Messe erano pagate dal Rettore della Chiesa con le rendite del Beneficio, le quali ascendevano a circa venti scudi all’anno e provenivano da alcuni circostanti terreni con casa colonica, appar tenenti alla Chiesa e che si davano in affitto. In occasione della festa di S. Lorenzo, lo stesso Rettore offriva ai Sacerdoti intervenuti un pranzo nella suddetta casa colonica e distribuiva elemosine ai poveri.

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La Chiesa, già sin dalla seconda metà del Cinquecento, trovavasi in pessime condizioni, tanto che le Autorità Ecclesiastiche, nel 1573, nel 1583 e nel 1589, ne imposero il restauro, minacciando diversamente il sequestro delle rendite del Beneficio e forti multe al Rettore Beneficiano. Sull’unico Altare, dedicato a S. Lorenzo, esisteva allora una statua della Vergine così grottesca, che il Visitatore Apostolico Mons. Camagliani, nel 1573, ne proibiva l’esposizione al culto. Nel 1593, durante il mese di Aprile, un terremoto apportò a quell’edificio più vasti e notevoli danneggiamenti, ed allora, dietro nuove insistenze e minacce del Vescovo Nocerino, si pensò finalmente ai restauri, che ci consta essere già stati compiuti nel 1596. Ma restò per poco tempo in buono stato, poiché poco dopo, nel 1605, vediamo rinnovarsi gli ordini Vescovili, per fornire la Chiesa del necessario, essendo di tutto mancante e per apportarle ancora nuovi restauri perché cadente, ordini che si ripeterono nel 1610, 1638, 1670, 1683, con le solite e a quel che pare inutili minacce di sequestro di rendite e multe a carico del Beneficiario. Anzi nel 1691, il Vescovo di Nocera ordinò addirittura di demolire la Chiesa, perché divenuta indecente, e di trasferire il Titolo, Beneficio ed oneri, in quella Parrocchiale di Casacastalda, ma neppure questo radicale provvedimento ebbe attuazione.

In seguito, a poco a poco, la Chiesa andò da sé completamente in rovina ed oggi non si vedono della stessa che pochi ruderi e non si ha altra memoria, fuorché il nome di S. Lorenzo restato a quella località.

LXXII. – Chiesa di S. Paolo Apostolo in Patrignone.

Troviamo ricordato per la prima volta, il vocabolo « Patrignone » in un Atto del 16 Decembre 1286, con il quale Jacopo, Abbate dell’oggi diruto Monastero di S. Maria di Apennino (un tempo sorgente là dove, in territorio Fabrianese, sbocca la Galleria Ferroviaria di Fossato di Vico) concedeva in enfiteusi alcune terre, dal Monastero stesso possedute nel distretto di Gualdo « in villa Patrignoni». Però in tale Atto, non si fa cenno della Chiesa di S. Paolo di Patrignone, che vediamo invece primieramente ricordata nel 1309. In quest’anno infatti, il 27 di Marzo, il Duca di Spoleto, per una grave vertenza che aveva con il Comune di Perugia circa il possesso del Castello di Poggio S. Ercolano, inviava per conto della S. Sede, una lettera ai Rettori delle Chiese circostanti al Castello suddetto, affinchè trasmettessero un ordine ad alcuni abitanti di Poggio S. Ercolano dichiarati ribelli dal Papa, e detta lettera infatti appare anche diretta, tra gli altri, a Jacopo, Rettore della nostra Chiesa di S. Paolo di Patrignone.

La troviamo poi una seconda volta annotata tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333 versarono alla S. Sede la prima rata della decima imposta l’anno precedente da Papa Giovanni XXII, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per rimpinguare l’esausto tesoro Pontificio. Come è stato già detto anche per varie altre Chiese del territorio Gualdese, tale decima fu

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riscossa dal più volte citato Cancelliere e Vescovo di Nocera Delayno de Mutina, che funzionava quale Subcollettore nella Diocesi Nocerina, per conto del Tesoriere Generale del Ducato suddetto Giovanni Rigaldi. Nei Registri del De Mutina, così trovasi anzi annotato il pagamento in discorso: « …. die 24 mensis Junii [habui] a dompno Angelo solvente pro ecclesia S. Pauli de Patregnano, 4 sol. 10 den. cort.».(1)

Sin dall’antico consisteva in un semplice Beneficio Ecclesiastico, ricco di terre e membro dell’Abbazia di S. Pietro di Val di Rasina, ma ben presto la Chiesa, ignoriamo per quali cause, dovette andare in rovina, tanto è vero che il 10 Novembre 1573, il Vescovo di Ascoli Mons. Camagliani, inviato nella nostra Diocesi quale Visitatore Apostolico, non fece altro che constatare essersi la Chiesa ridotta un cumulo di macerie, ed ordinare che su queste fosse eretta una Croce per ricordo del sacro luogo e che il relativo Titolo, con i benefici ed oneri dipendenti, venisse trasferito in un Altare della suddetta Chiesa Abbaziale di S. Pietro di Val di Rasina. Ma, nella fine del Seicento, certo poco prima del 1691, la Chiesa di S. Paolo fu ricostruita dal Sacerdote Giuseppe Bocchini, nativo di Pieve di Compressero, e che fu Pievano di Fossato di Vico dal 1654 al 1694. Costui ne assunse il giuspatronato, trasmissibile ai suoi eredi e, dopo averla fornita di tutto il necessario, vi istituì una Cappellata, dotando quest’ ultima con un predio e casa colonica posta in vocabolo Giugiano, nello stesso territorio di Pieve di Compresseto. Il Bocchini stabilì inoltre, che tale Cappellania doveva essere esercitata da preti appartenenti alla famiglia Bruschi di Fossato di Vico e che in mancanza di questi, il Cappellano doveva essere eletto, in via interinale, dalla Compagnia dei Preti esistente nel paese suddetto.

Vi si celebravano due Messe nel giorno della Conversione di S. Paolo ed un Officio di più Messe nella festa dello stesso Santo. Nel 1772 la Chiesa trovavasi ancora aperta al culto, anzi, in tale anno, si era in procinto di costruirvi un piccolo Campanile, non avendo sino allora posseduto alcuna campana, la qual cosa fu infatti effettuata non molto dopo. Nel 1873, apparteneva ad una famiglia Garofoli, ma appariva di nuovo in pessime condizioni, adibita quasi sempre ad usi profani, tanto che il Vescovo di Nocera, il 15 Maggio di quell’anno, ordinò che fosse restaurata e che non vi si dovessero celebrare i Divini Offici, sino a che non si fossero effettuati i restauri. Però questi ultimi probabilmente non vennero mai seguiti e il sacro edificio seguitò sempre più a deperire e rovinare. Di notte tempo fu rubata persino la campana, ed il quadro che era sull’Altare, fu posto in salvo nella Chiesa di Caprara. Oggi, completamente abbandonata e quasi cadente, è adibita all’umile uso di fienile.

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Èrcole di Gabriele dal 1493 al 1496. Quaderno IV, c. 13 – Arch. Vaticano : Collettorie. Tomo 225, c. 38 – Arch. Decemvirale di Perugia : Annali dal 1308 al 1309. c . 152t e seg. – Arch. Capitolare della Cattedrale di S. Venanzo in Fabriano : Pergamena N°. 278.

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LXXIII. – Chiesa di S. Ercolano nel villaggio di Poggio S. Ercolano.

Non a caso il Santo Titolare di questa Chiesa è lo stesso Santo Patrono della città di Perugia, essendo appunto Poggio S. Ercolano, uno degli antichi Castelli di frontiera medioevale del Comune Perugino. E’ Chiesa assai antica, ma io non ho potuto trovare negli Archivi, documenti anteriori al 1 Settembre 1483, con la quale data esiste un testamento, mediante cui tal Giovanni di Agostino di Cola da Poggio S. Ercolano, lasciò quattro bolognini Marchigiani alla Chiesa suddetta, ove voleva essere seppellito. (1)

Negli Atti di Sacre Visite della Diocesi di Nocera, viene ricordata per la prima volta il 10 Novembre 1573. Il Vescovo Visitatore, Mons. Massaioli, la trovò assai piccola, lamentò che proprio al di sopra di essa esistesse la camera da letto del Parroco, cosa poco decente per il culto, ordinò la chiusura di una porta laterale che poneva in comunicazione il Sacro Luogo con una cantina, pena dieci ducati di multa a favore del Convento di Monache esistente nel villaggio di Casacastalda, è impose la demolizione del brutto Altare che era situato in fondo alla Chiesa. Questo quadro basta a dimostrare in che consisteva la Chiesa di S. Ercolano nella seconda metà del XVI secolo. Era in quel tempo unita, quale Chiesa Comparrocchiale, a quella Parrocchiale di S. Apollinare pure esistente in quel luogo e dipendeva dall’Abbazia di S. Pietro in Val di Rasina. Anzi, l’Abbate Commendatario di quest’ultima, nominava il Rettore della Chiesa di S. Ercolano ad sui nu.tu.rn amovibilem, dovendo però tale nomina essere approvata dal Vescovo. Più tardi, cessata la Commenda nel Monastero di Val di Rasina e passati forse i beni della stessa al Seminario Vescovile di Nocera, era quest’ultimo che nominava il Parroco, sempre però con l’approvazione Vescovile. Per di più, quasi in segno di sudditanza, il Parroco di S. Ercolano, in occasione della festa di S. Pietro, era tenuto, come lo è anche al presente, a celebrar Messa, anziché nella propria Chiesa, in quella Abbaziale di S. Pietro in Val di Rasina.

Come sopra si è detto, la vera sede Parrocchiale del Castello di Poggio, era la Chiesa di S. Apollinare, ma per il fatto che questa sorgeva fuori dell’abitato, le funzioni della Parrocchia effettivamente si esplicavano nella Chiesa Comparrocchiale di S. Ercolano che, per essere nell’interno del Castello, offriva maggiore comodità di accesso a quegli abitanti.

Intorno al 1640, la Chiesa di S. Apollinare andò completamente in rovina ed allora quella di S. Ercolano divenne la vera ed unica sede della Parrocchia. Si sentì perciò la necessità di ridurla in migliori condizioni ed infatti, in quello stesso anno 1640, per opera del Parroco di quel tempo Vincenzo Olivieri, la Chiesa di S. Ercolano

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscellì dal 1473 al 1527. c . 36.

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venne dalle fondamenta ricostruita, ampliata, coperta da un’ampia volta e fornita di Campanile, che si eresse sopra una delle antiche torri del Castello, la quale sorgeva proprio contigua alla Chiesa. Dovettero per conseguenza aumentare anche le sue rendite ed infatti troviamo che le stesse, mentre nel 1573 erano rappresentate da circa due salme di frumento soltanto ogni anno, nel 1772, il Parroco percepiva invece il fruttato di un predio in vocabolo Casa Fontana, fruttato consistente in dodici mine di grano, tre barili di mosto, due mine di biade minute, trenta libbre di canapa, e ghianda sufficiente per mantenere venti porci. Più riceveva, a titolo di decima, altre due mine di frumento, godeva i frutti di un censo di diciassette scudi e aveva dall’Abbate di S. Pietro in Val di Rasina, dodici scudi ogni anno. Quest’ ultima elargizione, cessata la Commenda Abbaziale, passò, certo per i motivi già esposti, a carico del Seminario Vescovile di Nocera, sotto forma di cento lire annuali. La Comunità di Poggio S. Ercolano, elargiva infine annualmente otto scudi per il Predicatore quaresimale.

Durante la suddetta ricostruzione dell’anno 1640, all’Altare Maggiore, prima unico, vennero aggiunti altri due Altari, uno in cornu Epistolae dedicato al Crocifisso, ed uno in cornu Evangeli, intitolato a S. Apollinare, per ricordo dell’omonima su nominata diruta Chiesa. Fu anzi disposto, che il nuovo Tempio, assumesse il nome misto di S. Ercolano e S. Apollinare, ma effettivamente solo il primo seguitò a restare nell’uso comune.

L’Altare Maggiore, dedicato a S. Ercolano, è ornato, sin dal Settecento, con un grande quadro in tela raffigurante S. Ercolano, S. Apollinare, S. Michele Arcangelo, S. Pietro e la scena dell’Incoronazione della Vergine. Sul muro retrostante, era prima dipinta una Madonna con il Bambino in braccio, oggi però scomparsa. So pra questo Altare, oltre le prescritte Messe nei giorni festivi, se ne celebravano ogni anno molte altre per effetto di antica consuetu dine o di particolari legati. Vi s’indiceva infatti un Officio di più Messe nella festa di S. Ercolano, il 1 di Marzo ed altro Officio in quella di S. Urbano, l’ultimo dei quali oggi più non si effettua. Tre Messe nella festa di S. Sebastiano, per legato di una donna del Castello, due per l’anima di certa Paola, altre due in suffragio della fu Margherita di Giovannangelo, tre per legato fatto da tal Giombini, dodici a pro dell’anima di certo Santino e tre a pro di quella di Girolamo di Bernardino. Un abitante del Castello, chiamato Ubaldo di Bartolomeo, lasciò alla Chiesa cinque scudi, con, l’onere di una Messa annua durante trent’anni, come da codicillo testamentario del 26 Dicembre 1656.

Un altro villico di quel luogo, tal Teodoro d’Antonio, costituì a favore della Chiesa un censo perpetuo di sei giuli, imposto su alcuni suoi beni, con l’onere però di tre Messe annuali, come da Istrumento del Notaio di Pieve Compresseto Lorenzo Draghetti, rogato l’anno 1632. Finalmente gli eredi di Ascanio di Giovanni, detto Ferro, erano obbligati a farvi celebrare un Officio di più Presse nel giorno di S. Antonio, offrendo contemporaneamente al

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Parroco una libbra di cera bianca lavorata ed ai poveri un barile di vino ed una mina di grano panificato, come da rogito del Notaio Gualdese, Matteo Clarissi.

L’Altare di S. Apollinare, era in origine mantenuto dal Parroco, che vi doveva altresì celebrar Messa nella festa del Santo Titolare. Tra il 1670 e il 1690, questo Altare cessò di esistere ed al suo posto ne vediamo sorgere un altro dedicato a S. Antonio da Padova, su cui si celebrava un Officio di più Messe nella festa dei Santo omonimo per legato di tal Bernardino di Ercolano. Alla sua volta, nel secolo seguente, tra il 1764 e il 1772, per opera del Sacerdote Gualdese Donato Berardi, l’Altare cambiò nuovamente il suo Titolare e apparve infatti dedicato alla Vergine Addolorata. Vi fu allora collocato l’attuale rozzo quadro su tela, rappresentante la Madonna con S. Egidio, S. Antonio e le Anime del Purgatorio.

Finalmente ricorderemo che il terzo ed ultimo Altare, cioè quello del Crocifisso, era mantenuto dalla popolazione di Poggio S. Ercolano, celebrandovisi Messa talvolta ex devotione. Esiste anche attualmente e su di esso vedesi un Crocifisso in legno del XVIII secolo.

La Chiesa di S. Ercolano, pur essendo Parrocchiale, non possedeva sepolcri sul suo pavimento, poiché, come tra poco vedremo, funzionava, quale Chiesa Cimiteriale, l’altra prossima di S. Maria di Loreto. Non aveva in passato, come ha invece oggi, neppure il Fonte Battesimale ed i neonati, per tale funzione, venivano portati nella Chiesa Parrocchiale del finitimo villaggio di Pieve di Compresseto. Sebbene ricostruita dalle fondamenta, come si è detto, nel 1640, nondimeno nel principio del Settecento, già trovavasi in cattivissimo stato, con il Campanile e la Casa Parrocchiale prossimi a rovinare. Anzi il Vescovo di Nocera, nel 1705, minacciò l’Abbate Commendatario di S. Pietro in Val di Rasina, di privarlo di tutti i suoi diritti sulla dipendente Chiesa di S. Ercolano se, entro un anno, non avesse eseguito i necessari restauri. Ma la minaccia non ebbe effetto e nel 1718 il Vescovo pensò di rivolgersi direttamente ai Parrocchiani ed intimò ad essi di porre mano a loro spese ai lavori, pena una multa per ognuno di essi, da destinarsi a pro dei restauri, i quali, o non furono eseguiti o lo furono in modo incompleto, poiché nel 1742, il Vescovo Nocerino, tornò ad invocare le solite riparazioni. Queste furono finalmente eseguite nel 1890 ed in tale occasione fu anche costruita, dietro la Chiesa, la Sagrestia attuale.

Di opere d’arte, la stessa non possiede che un’antica Croce Processionale metallica.

LXXIV. – Chiesa di S. Apollinare presso il villaggio di Poggio S. Ercolano.

Sorgeva fuori delle mura del Castello di Poggio S. Ercolano. Ignote, però certo assai vetuste, sono le sue origini, ma si trova ricordata per la prima volta, in una lettera che il Rettore del Ducato di Spoleto, Roberto De Ryomo, nel principio del 1309, indirizzava a Bolgarello, Monaco dell’Abbazia di S. Pietro di Val di Rasine che

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viene appunto indicato come Rettore della Chiesa di S. Apollinare, la quale sin d’allora, dipendeva dall’Abbazia suddetta. Anzi, a costui, il Duca Spoletino, dava incarico d’intimare agli abitanti del vicino Castello di Poggio S. Ercolano, di abbandonare il Castello stesso, essendo stato questo abusivamente costruito dai Perugini, pochi anni prima, in territorio che la Santa Sede giudicava come propria dipendenza. (1)

Poi, per quasi due secoli, questa Chiesa scompare dai nostri documenti d’Archivio, per ricomparire una seconda volta in un Rogito del 15 Novembre 1489, con cui l’Abbate della stessa Badia di S. Pietro in Val di Rasina, dalla quale la Chiesa di S. Apollinare ancora dipendeva, essendo quest’ultima rimasta priva di Rettore e di culto, provvedeva alla nomina di un nuovo Sacerdote. Si rinviene in seguito, una terza volta, in occasione di una Visita Pastorale praticatavi dal Vescovo di Nocera il 10 Novembre 1573. Dagli Atti di questa Sacra Visita e di altre susseguenti, apprendiamo che la Chiesa di S . Apollinare, era l’antica Chiesa Parrocchiale del Castello di Poggio S. Ercolano, ma che effettivamente le funzioni della Parrocchia si esplicavano nell’altra Chiesa del Castello, cioè in quella dedicata a S. Ercolano, perché più comoda e più accessibile alla popolazione, essendo situata entro l’abitato. Di modo che in questa Parrocchia, esistevano due Chiese Parrocchiali, che funzionavano come insieme unite. (2)

Dalle notizie riportate nei suddetti Atti di Sacre Visite, apprendiamo che già nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa di S. Apollinare era ridotta in pessimo stato, bisognevole di restauri e sprovvista anche del necessario. Sulla parete dietro l’Altare, che era dedicato al Santo Titolare, esisteva un antico affresco, rappresentante il Crocifisso, la Vergine, S. Maria Maddalena e S. Apollinare. Sull’Altare stesso era inoltre un pallio di cuoio con la figura di S. Ercolano.

Il Parroco v’indiceva un Officio di tre Messe in occasione della festa di S. Apollinare, nel mese di Luglio, e vi celebrava altresì più volte all’anno ex devotione. Nel 1638, troviamo la Chiesa di S. Apollinare pericolante e poco dopo, nel 1641, era già diruta ed il suo Titolo era stato trasferito in un Altare eretto nell’altra Chiesa Parrocchiale di S. Ercolano, Altare che doveva essere provvisto di tutto il necessario dal Parroco, al quale spettava altresì l’onere di celebrarvi Messa nella festa di S. Apollinare. Oggi però, né del Titolo, né dell’Altare, né dei relativi oneri, resta più traccia nella Chiesa di S. Ercolano; come pure, della Chiesa di S. Apollinare, più non si scorge attualmente che un cumulo di macerie nei dintorni del Castello di Poggio S. Ercolano.

(1) Arch. Comunale di Perugia: Annali Decemvirali. dal 1308 al 1309. c. 152t, 153.

(2) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Andrea di Angelo Benadatti dal 1466 al 1489. c. 54t,

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LXXV. – Chiesa di S. Maria di Loreto presso il villaggio di Poggio S. Ercolano.

Sorgeva fuori del Castello di Poggio S. Ercolano, dì fronte al l’ingresso del Castello stesso. Dovette essere costruita nella seconda metà del Cinquecento, poiché negli Atti delle Sacre Visite eseguitevi nel 1573 e 1583, dal Vescovo di Nocera, si legge che costui proibì di celebrarvi la Messa, essendo quel fabbricato ancora incompleto, mancante persino di un tetto qualsiasi e sprovvisto di ogni cosa necessaria all’esercizio del culto. La popolazione di Poggio S. Ercolano, che a proprie spese l’aveva eretta, dovette però subito dopo terminarne la costruzione, poiché nel 1593, il Vescovo Visitatore, trovò finalmente in ordine e di nulla mancante la Chiesa in discorso.

Questa restò poi sempre quale possesso della Comunità di Poggio S. Ercolano, che la manteneva di tutto il necessario. Ma, come dipendenza ecclesiastica, fu annessa alla Chiesa Parrocchiale di S. Ercolano e S. Apollinare e funzionò anzi, invece di questa, quale Cimitero del Castello, venendovi perciò costruite tre tombe, una per i maschi, una per le femmine, una per i bambini, le quali accoglievano indistintamente tutti i defunti di quella località.

In origine, la Chiesa di S. Maria di Loreto non possedette alcun bene stabile, e solo nella seconda metà del Seicento, la troviamo proprietaria di un campo. Il Parroco di S. Ercolano, celebrava la Messa nelle feste di precetto non sempre nella Chiesa Parrocchiale, ma assai spesso anche in questa di S. Maria di Loreto. Per un certo tempo, detta celebrazione, avvenne anzi in modo regolare alternativamente nelle due Chiese e ciò non per obbligo ecclesiastico, ma perché la Chiesa di S. Maria di Loreto, che era più vasta di quella di S. Ercolano prima che quest’ultima venisse ricostruita come si è detto nel 1640, meglio si prestava ad accogliere la folla dei fedeli. Lo stesso Parroco ne deteneva le chiavi e dalla sede parrocchiale vi trasportava, ogni volta, i sacri arredi necessari alla celebrazione della Messa. Oltre ai sacri arredi mancava la campana, ed anche per questa suppliva la vicina Chiesa Parrocchiale. La Comunità di Poggio S. Ercolano, vi faceva dire Messa, a sue spese, nella festa della Concezione e v’indiceva altresì un Officio di più Messe nella festa della Natività di Maria Vergine, ed è per questo che qualche volta la Chiesa appare anche intitolata a S. Maria della Natività. Vi s’indiceva altresì un Officio in Settembre, nella festa di S. Maria di Loreto. Un abitante del luogo, tal Girolamo Bernardini, con testamento rogato in Gualdo dal Notaio Fabio Moroni il 23 Luglio 1585, lasciò un legato per la celebrazione nella Chiesa in discorso di tre Messe ogni anno, per opera del Parroco ed in occasione della festa di S. Sebastiano, disponendo altresì, che se gli eredi non avessero ottemperato a tale onere, dovevano venir privati dell’eredità. Altro obbligo, per gli stessi, era d’intervenire a dette Messe, finalmente nella Chiesa si

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celebrava la prima Domenica d’ogni mese, per Legato di tal Santino, ed assai spesso, per conto di privati cit tadini, ex devotione.

Sopra l’unico Altare, dedicato alla Vergine, vi era un dipinto rappresentante la Madonna di Loreto, S. Francesco d’Assisi, S. Niccolò da Tolentino, S. Antonio da Padova, S. Francesco di Paola, S. Caterina, S. Sebastiano e Tobia fanciullo nelle mani di un Angelo. Nella Chiesa esistevano anche due quadri, uno rappresentante S. Macario, l’altro l’Arcangelo Raffaele.

Nella seconda metà del Seicento, questa era ridotta in cattive condizioni, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1679, diede ai Massari della Comunità di Poggio S. Ercolano, tre mesi di tempo per compiere i necessari restauri già precedentemente ordinati, trascorso il qual termine, sarebbero stati multati, per ogni giorno di ritardo, con un giulio, da erogarsi a pro dei carcerati. Una consimile imposizione fece nel 1721. Ma, ciò nonostante, in seguito la Chiesa andò in completa rovina e le ultime Messe vi furono celebrate verso la metà dell’Ottocento. Oggi, presso l’ingresso del Castello di Poggio S. Ercolano, esistono ancora, cadenti e smantellate, le quattro muraglie di questo sacro edificio.

LXXVI. – Chiesa di S. Martino presso il villaggio di Poggio S. Ercolano.

Trattasi di una piccola Chiesa che esisteva presso Poggio S. Ercolano. Nessuna notizia ci resta a proposito della sua origine. Noi la troviamo ricordata per la prima volta nel 1573, in occasione della Visita Diocesana praticatavi il 14 Aprile dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli e della Visita Apostolica compiutavi il 10 Novembre, da Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli. Sin da quell’epoca, la Chiesuola era ridotta in assai cattivo stato e il Visitatore Apostolico proibì di celebrarvi Messa, pena la sospensione a divinis per il Sacerdote che contravvenisse al suo ordine. Non aveva allora neppure un proprio Cappellano. Dieci anni dopo, la Chiesa era già diruta, fuit, come si legge negli Atti della Visita Diocesana del 3 Settembre 1593. In questi Atti trovasi infatti la nota seguente : « In districtu castri Podij S. Ercalani, fuit una ecclesia sub titulo S. Martini, quorum bona possidentur ab Abbati S. Petri de Rasina ». Oggi, presso Poggio S. Ercolano, trovasi un predio denominato S. Martino e quivi certamente sorse la Chiesa in discorso.

LXXVII. – Chiesa di S. Donato presso il villaggio di S. Ercolano.

Poco o nulla conosciamo di questa antica Chiesa. Negli Atti della Visita Apostolica, eseguita nella Diocesi Nocerina dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, si legge che il 10 Novembre 1573, lo stesso prese cognizione del luogo ove era esistita la Chiesa di S.

506 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Donato de turre Aggiani, nel distretto di Poggio S. Ercolano, e che, dopo aver constatato che la Chiesa stessa già da molto tempo era ridotta in macerie, e che il relativo Beneficio Ecclesiastico non aveva più rendite, decretò doversi erigere una Croce su i ruderi rimasti e doversi celebrare, per ricordo, ogni anno, una Messa nella vicina Chiesa Parrochiale di S. Ercolano, per la ricorrenza della festa di S. Donato. Nella precedente Visita Diocesana del 14 Aprile 1573, la Chiesa era stata invece indicata come S. Donato de turre Gaggiani, ed in quella susseguente del 3 Settembre 1593 è detta S. Donato de turre Gaggioni e si fa altresì notare che al posto della Chiesa era sorto un casale.

Oggi riesce difficile indicare la località ove trovavasi questa Chiesa di S. Donato, mancando nel territorio di Poggio S. Ercolano e in quello finitimo di Pieve di Compresseto, qualche tradizione popolare in proposito e non esistendovi neppure vocaboli rurali che in qualche modo ripetano o richiamino quello sopra indicato, il quale, ciò nonostante, doveva essere antichissimo, poiché anche in una pergamena del nostro Archivio Comunale, avente la data 10 Aprile 1299 troviamo nominate una Torre di Cazzano ( … in turre de Gazano) ed un Corte di Cazzano ( … in corte Gazani pleberij Compresseti) sin d’allora esistenti nel territorio della Pievania di Compresseto. Anche in una sentenza, emanata dal Podestà di Gualdo il 15 Decembre 1307, è ricordato un vocabolo Gaiano, come facente parte del territorio Gualdese, vocabolo che va per certo identificato con il precedente. Ricorderò però, che attualmente, a destra della strada che conduce da Gualdo Tadino a Pieve di Compresseto, circa un chilometro e mezzo prima di giungere a questo Castello, trovasi un predio, già appartenente alla famiglia Calai, poi degli Anastasi, denominato Guggiano e dove sorge appunto un rustico casale. Potrebbe forse essere in quei dintorni il luogo nel quale esistette la Chiesa in discorso. (1)

LXXVIII. – Chiesa di S. Maria Assunta in Nasciano.

Papa Clemente III, il 6 Maggio 1188, emanava dal Laterano una Bolla e l’indirizzava a Senebaldo, Abbate dell’Abbazia di S. Benedetto in Gualdo. Con tale Bolla, il Pontefice confermava all’Abbazia tutti i suoi diritti e privilegi, nonché le sue terre ed il possesso di numerose Chiese. Ora appunto, da questa Bolla apprendiamo che l’Abbazia suddetta, possedeva allora, tra molti altri beni, « quicquid est in sancta Maria de Nascano ». In una consimile Bolla, rilasciata a favore della stessa Badia di S. Benedetto da Papa Alessandro III, il 4 Agosto 1169, tra i possessi Abbaziali non si nominava affatto la Chiesa di Nasciano, quindi

(1) Arch. Vescovile di Nocera : Atti di Sacre Visite del 14 Aprile e 10 Novembre 1573 e del 3 Settembre 1593 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII, N°. 153 – Arch. Vaticano : Collettorie. Vol. 402, c. 38t-40.

507 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

dobbiamo dedurne che fu tra il 1169 e il 1188, che questa Chiesa venne in potere dell’Abbazia. (1)

Ma se la fondazione di S. Maria di Nasciano coincise con la sua sottomissione ai Monaci di S. Benedetto, o se invece la Chiesa già da prima esisteva, ciò non è possibile precisare. Certo è che il suo nome compare, la prima volta, nella suddetta Bolla di Papa Clemente III. E’ qui anzi il caso di notare, che da quell’epoca remotissima, la Chiesa di S. Maria di Nasciano, ha poi sempre dipeso dall’Abbazia Gualdese di S. Benedetto, rimanendo in questa soggezione anche quando divenne Chiesa Parrocchiale. Io credo che la sua trasformazione in Parrocchia, si verificò in maniera spontanea, perché, essendo cresciuti di numero gli abitanti, in quel lontano lembo del territorio Parrocchiale di S. Benedetto, per maggior comodità degli stessi, al Cappellano incaricato di officiare la Chiesa di Nasciano, si affidò forse anche qualche altra funzione, che sarebbe stata invece di spettanza del Parroco, assegnandogli per compenso le rendite dei beni annessi alla Chiesa ed appartenenti all’Abbazia. Queste funzioni, con il crescere del numero e dell’esigenze degli abitanti, andarono sempre aumentando ed il Cappellano di S. Maria di Nasciano, finì con il trasformarsi in un Parroco vero e proprio. Tale trasformazione, non sappiamo con esattezza, quando si verificò, certo è che intorno alla metà del Cinquecento, già era completa. Ma il suo funzionamento, anche in seguito, non fu mai autonomo, e quel Parroco fu considerato sempre quale proprio Vicario, dagli Abbati Monastici prima e Commendatari poi, che furono a capo del l’Abbazia di S. Benedetto ed ai quali spettava altresì la nomina del Curato suddetto. E quando, per qualche motivo, nella nomina di quest’ultimo non fosse potuto intervenire l’Abbate della Badia di S. Benedetto di Gualdo, era sempre un Abbate Benedettino dei dintorni che lo sostituiva. Possediamo, ad esempio, un Atto del 24 Febbraio 1511, con il quale, Fra David di Ambrogio da Siena, del Monastero di S. Benedetto di Gubbio, prendeva possesso, quale Rettore, della Chiesa di S. Maria di Nasciano, per effetto di nomina (collazione) fatta da Frate Leonardo da Gubbio, Abbate del suddetto Monastero Eugubino di S. Benedetto. Anche dopo il 1848, dopo che cioè successe alla Commenda Abbaziale Benedettina Gualdese una Collegiata, quest’ultima seguitò, come fa anche presentemente, a nominare il Curato di Nasciano. E’ però da notare, che nel 1860, nell’epoca della demaniazione, il nuovo Governo Italiano, elencò S. Maria di Nasciano tra le comuni Parrocchie, assegnandole il supplemento di congrua, di modo che oggi la stessa, di fronte allo Stato, rappresenta una Parrocchia libera e autonoma, mentre invece

(1) J. P. MIGNE : Patrologiae cursus completus. Vol. CCIV, pag 1339 – MITTARELLI : Annali Camaldolesi . Tomo IV. Venezia 1759. pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168 – Arch. Vaticano: Arm. XXXI. Tomo 53. fogl 48 – P. KEHR : Nachtrage zu den Romischen berichten. (In Nachrichten von der Konigl. Gesellchaft der Wissenschaften zu Gottingen, Anno 1903. Pag 570-572)

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per l’Autorità Ecclesiastica, figura sempre quale dipendenza Parrocchiale della Collegiata di S. Benedetto. (1)

Anche per ciò che si riferisce al mantenimento della Chiesa di Nasciano, è a supporsi che, originariamente, ad esso provvedessero i Monaci Benedettini dell’Abbazia Gualdese. Quando questa fu tramutata in Commenda, i vari Abbati Commendatari, solo desiderosi di accrescere le proprie rendite, dovettero disinteressarsi di tale mantenimento, tanto che i Parrocchiani, con Istrumento redatto nel 1786, si obbligarono a mantenere di tutto il necessario, così la Chiesa come la Casa Parrocchiale. Sappiamo oltre a ciò, che anche il Comune di Gualdo, contribuiva al mantenimento della Chiesa, mediante il pagamento di una decima, la quale, nei primi del Cinquecento, consisteva in sedici soldi e quattro denari ogni semestre. Attualmente poi si provvede a tale mantenimento secondo le leggi vigenti per ogni ordinaria Parrocchia. La Chiesa possiede oggi inoltre, anche un piccolo podere composto di vari campi. (2)

La stessa fu sempre munita di Casa Parrocchiale, che venne anzi completamente ricostruita dal Parroco Andrea Anderlini circa l’anno 1860. Però solo raramente vi risiedettero i Parroci, che preferirono abitare in Gualdo o nelle vicinanze, accampando a pretesto l’insufficienza della casa stessa. Questo fatto suscitò, anche in antico, spesse volte le proteste dei Parrocchiani e consecutivi Decreti del Vescovo di Nocera, per imporre ai Curati l’obbligo della residenza. D’altra parte ai Parrocchiani suddetti, spettava l’onere di coltivare gratuitamente le terre della Chiesa che, come risulta da un documento del 1721, possedeva allora cinque terreni; ma quelli venivano assai spesso meno ad un tale obbligo e lasciavano incolti i campi della Parrocchia, provocando così, anche a loro carico, le rimostranze del Vescovo.

Sin dall’antico, nella Chiesa di S. Maria di Nasciano, si doveva celebrare Messa, in tutte le feste di precetto, però i vari Parroci non sempre adempirono regolarmente un tale mandato, tanto è vero che nel XVI e XVII secolo, vediamo contribuire i Parrocchiani allo stipendio del Parroco, con un nibbio di frumento ogni anno, purché regolarmente egli celebrasse nella loro Chiesa tutti i giorni festivi. Al Parroco, nella prima metà del Settecento, era anche affidata l’amministrazione di un Monte Frumentario, per uso dei suoi dipendenti.

Abbiamo notizia di vari legati fatti a favore di questa Chiesa: Nella prima metà del Seicento, tal Caterina Anderlini, mediante Atto rogato dal Notaio Luca Feliciani, effettuò una donazione alla Chiesa, con l’onere di due Messe di suffragio ogni anno. Così pure tal Gaspare Gaudenzi, con rogito di Bonifacio Scampa, le lasciò in quel tempo un campo, con l’obbligo di tre Messe annue per l’anima sua, in epoca determinata e cioè in occasione delle Pentecoste, del

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Prospero di Pietro Muscelli dal 1506 al 1511, c . 22.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.

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Natale e dell’Assunzione di Maria Vergine. Oggi, oltre le solite funzioni religiose prescritte per tutte le Chiese Parrocchiali, vi si celebra un Officio di più Messe nella festa dell’Assunzione, cioè il 15 Agosto ed un altro Officio in quella del Rosario, nella seconda Domenica di Ottobre.

Fino al 1713, nella Chiesa esisteva il solo Altare Maggiore, dedicato a S. Maria Assunta, ma in quell’anno, dal Parroco del tempo, ve ne furono aggiunti altri due, uno laterale in cornu Evangeli, dedicato alla Madonna del Carmine, ed un altro di fronte, cioè in cornu Epistolae, sacro alla Madonna del Rosario. Ognuno di questi Altari aveva il suo quadro: Su quello Maggiore ammiravasi infatti una pregevole tavola a tempera dipinta e firmata da Matteo da Gualdo, l’anno 1480. La stessa, a forma di trittico, porta inferiormente la Madonna in trono con il Bambino in grembo, avente ai Lati S. Sebastiano e S. Rocco; superiormente reca, nel mezzo, la Presentazione di Gesù al Tempio, fiancheggiata dalle due figure dell’Annunciazione, e cioè la Vergine e l’Angelo. Questo bel dipinto è stato recentemente rimosso dalla sua sede sull’Altare Maggiore, e collocato sulla retrostante parete, per evitare che venga danneggiato, come altra volta si verificò, dalla fiamma delle candele. Sopra l’Altare di sinistra, eravi un quadro in tela raffigurante la Madonna di Monte Carmelo in compagnia di vari Santi, e in quello di destra, un’altra tela con la Madonna del Rosario, anch’essa accompagnata da Santi. Queste due tele sono oggi scomparse, come pure più non esistono i relativi Altari, demoliti l’anno 1907 perché antiestetici ed ingombranti. Oltre gli Altari, esistevano nella Chiesa due tombe, aperte nel pavimento, per seppellirvi i Parrocchiani defunti, la prima per gli adulti, la seconda per i bambini, anch’esse oggi scomparse. L’attuale Chiesa, fornita di Sagrestia, consta di due parti ben distinte, una anteriore ed una posteriore. Quest’ultima, coperta da una volta sorretta da quattro pilastri, sta oggi a rappresentare quasi il Presbiterio, ed altro non è se non la primitiva piccola Chiesa medioevale. La parte anteriore, coperta da travatura, è effetto di due successivi ingrandimenti, uno verificatosi nel Settecento, l’altro nel 1927, per la lunghezza di cinque metri circa. Da quest’ultima data ad oggi, si praticarono poi altri restauri ed aggiunte e, tra l’altro, si ricostruì completamente il pavimento e, nella parete a destra di chi entra, fu aperta una Cappella con altare anch’esso dedicato all’Assunta. Finalmente ricorderemo, che la parte più antica della Chiesa, aveva originariamente le pareti ricoperte da numerosi pregevoli dipinti, di cui però nulla rimane.

LXXIX. – Chiesa di S. Maria del Carmine nel villaggio di Piagge.

Sorse in Piagge, Parrocchia di S. Maria di Nasciano, per volontà degli abitanti di quel villaggio, capitanati da tal Giuseppe Viadotti, i quali, con Atto rogato il 6 Aprile 1772, dal Notaro Stefano Binotti, si obbligarono, anche pel futuro, al mantenimento ed all’officiatura della Chiesa. In quello stesso anno, con Rescritto del 31 Maggio, il

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Vescovo di Nocera concesse il necessario permesso per poterne iniziare la costruzione. Questa importò una spesa di circa trecento scudi, che per la maggior parte, furono elargiti dal promotore Giuseppe Vinciotti, non avendo poi gli altri villici totalmente versato le proprie quote. Sopra l’unico Altare della Chiesa, venne trasportata un’immagine della Madonna del Carmine, che si venerava prima in una Maestà semidiruta, sorgente poco lontano, sulla strada che conduce al villaggio di Piagge e fu appunto tale immagine che diede il nome alla Chiesa. Fu questa benedetta dal Pievano di S. Facondino, che in quell’epoca era anche Vicario Foraneo, il 19 Marzo 1776, nel qual giorno vi fu celebrata Messa per la prima volta. Ai fondatori e loro eredi, rimase poi l’onere di farvi celebrare almeno una volta all’anno, nel giorno sacro alla Madonna del Carmine.

Nel 1853, rovinò quasi tutto il tetto della Chiesa, ed anche questa volta fu un nepote del fondatore e cioè Domenico di Pietro di Giuseppe Vinciotti, quello che, nella massima parte, si assunse le spese dei necessari restauri, dopo i quali l’edificio fu ribenedetto e riaperto al culto il 31 Maggio 1854. Probabilmente, con la rovina del tetto, andò distrutta l’immagine su ricordata, poiché al suo posto subentrò una brutta e deforme Madonna col Bambino, dipinta sul muro dietro l’altare, dove restò sino al 1928. In tale anno questo sacro edificio fu ancora completamente restaurato; si rinnovò l’altare, si rifece il tetto e si ricostruì la parete prospettante sulla pubblica via, per l’ampliamento della via stessa.

La Chiesa è senza dote e senza rendite, ed anche presentemente vi si fa festa, con celebrazione di Messe, nel giorno dedicato a S. Maria del Carmine.

LXXX. – Chiesa di S. Leopardo di Piagge.

È tra le più vetuste Chiese del Comune di Gualdo Tadino, ed esisteva a Piagge, nell’attuale Parrocchia di S. Maria di Nasciano. Assai rara, è una tale intitolazione di Chiesa. Un Leopardo, ricordato nel Martirologio con la data 30 Settembre, fu martire a Roma e familiare di Giuliano l’Apostata; un altro Leopardo fu martire in Otricoli; vi è poi il S. Leopardo primo Vescovo di Osimo, venerato in quella città ed in vari altri luoghi della Marca. A quest’ultimo, probabilmente, fu dedicata questa Chiesa Gualdese, la di cui prima memoria che abbiamo, consiste nella già citata Bolla di Papa Celestino III, data a Roma dal Laterano il 12 Novembre 1191, con la quale il Pontefice prendeva sotto la protezione della Sede Apostolica, il Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano, che in seguito, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, il quale Monastero sorgeva su di una collina a levante della città di Gubbio, dove è tuttora una Chiesa dedicata appunto a S. Bartolomeo di Petrorio. In tale Bolla, il Pontefice, riconfermava inoltre ai Monaci di S. Donato di Pulpiano,

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il possesso di tutti i loro beni e dipendenze, tra le quali annoveravasi anche la nostra Chiesa di S. Leopardo. Il Monastero di S. Donato di Pulpiano, o S. Bartolomeo di Petrorio che dir si voglia, fu unito nel 1419, al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio, dell’ordine dei Canonici Regolari, e questo infine, insieme al precedente, venne poi fuso con quello di S. Secondo, del medesimo Ordine e della stessa Città. La Chiesa di S. Leopardo, seguì sempre le sorti dei Monasteri suddetti, ed è per questo che, negli Atti di una Sacra Visita praticatavi dal Vescovo di Nocera nel 1583, si dichiara che il possesso di S. Leopardo, spettava al Monastero Eugubino di S. Secondo. (1) Dopo la Bolla di Papa Celestino III, si trova nominata una seconda volta, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333, pagarono alla S. Sede, la tassa o decima imposta nel 1332, per alcuni anni, su i beni Ecclesiastici del Ducato di Spoleto da Papa Giovanni XXII. La Chiesa di S. Leopardo, il 24 Giugno, versò infatti per il primo semestre, venticinque soldi e tre denari Cortonesi, a Delayno de Mutina, Cancelliere del Vescovo di Nocera, nonché Subcollettore del Tesoriere e Collettore Generale del Ducato, Giovanni Rigaldi, e il Cancelliere suddetto, così annotò il versamento nei suoi Registri: «Item [habui] ab Armano prebendato plebis San cte Felicitatis . . . solvente pro ecclesia S. Mariae de Pastina, et Sancti Leopardi, et S. Serbice 25 sol. 3 den. cort. ». (2)

Una terza memoria, si ha da una pergamena dell’Archivio di Stato Romano, recante un testamento fatto il 31 Luglio 1348, dal Gualdese Pietro di Groctolino, nel quale testamento, cosa notevole, la Chiesa di S. Leopardo si trova nominata con la qualifica di Chiesa Parrocchiale, in occasione di un legato a pro della stessa fatto dal testatore.(3) Sappiamo infine, che appunto intorno a tale epoca, la Cappellania di S. Leopardo, fu ottenuta da Andrea di Pietro di Gionta dei Benzi, l’illustre Arcivescovo Gualdese, di cui diffusamente narreremo la vita in altra parte di quest’Opera. Un secondo Rettore della Chiesa di S, Leopardo, e cioè un Andrea di Pietro di Ser Ventura, lo troviamo in seguito nominato in un Atto Notarile del 10 Settembre 1381. Possedeva certamente in antico, questo sacro luogo, dei beni immobili, poiché, in un altro Atto del 15 Novembre 1479, si nomina un campo situato « presso le terre di S. Leopardo ». (4)

Dopo ciò, della Chiesa in esame, nessuna notizia più ho potuto rintracciare sino alla fine del XVI secolo, quando cioè, nel giorno 8 Novembre 1573, fu visitata dal Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli. Costui, trovò la Chiesa quale Beneficio sine cura, ma in così pessimo stato che le sue mura minacciavano di crollare, tanto che ne ordinò il sequestro delle rendite, da destinarsi ai necessari restauri. Questi però, non furono

(1) P. CENCI : Codice diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200 (In Archivio Per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Vol. II. Foligno 1915. Pag. 452).

(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 37.

(3) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. N°. 22.

(4) Arch. Notarile di G ualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382,c. 43; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1479 al 1480. c . 451t.

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certo eseguiti, poiché dieci anni dopo, nella su ricordata Visita Pastorale del 28 Dicembre 1583, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, trovò la Chiesa in istato ancora peggiore. Egli perciò dispose che, non potendo il Cappellano restaurarla, stante le scarse rendite del Beneficio di S. Leopardo, allora consistenti in un quarto di frumento, e quante volte la popolazione circostante non avesse voluto, per proprio conto, provvedere ai restauri, si dovesse trasportare il Titolo e Beneficio di S. Leopardo in un Altare della vicina Chiesa Parrocchiale di S. Maria di Nasciano e si sarebbero dovuti vendere quei materiali edilizi ancora servibili, che potevano trarsi dal diruto fabbricato e con il loro prodotto erigere una Croce nel luogo ove la Chiesa sorgeva. Ma, per la terza volta, il Decreto Vescovile rimase, come suol dirsi, lettera morta, poiché più di venti anni dopo, nella Visita dell’11 Luglio 1608, il Vescovo ordinò nuovamente il sequestro delle rendite del Beneficio di S. Leopardo, e questa volta pel solo scopo di restaurare la Chiesa. Considerando però la suddetta scarsezza di queste rendite, certamente nessun restauro fu possibile e la Chiesa finì con l’andare in completa e definitiva rovina, tanto è vero che di essa, dopo di allora, non si fa più cenno in alcun documento. Solo assai più tardi, in data 16 Novembre 1670, apprendiamo che il Titolo e Beneficio di S. Leopardo, era stato già da tempo trasferito nella Chiesa di S. Croce di Rasina e non in quella di S. Maria di Nasciano, come era stato proposto nel 1583. Che si fosse preferita la Chiesa di S. Croce a quella, assai più vicina, di S. Maria di Nasciano, si spiega facilmente per il fatto che la prima stava aggregata alla Chiesa di S. Maria di Pastina, alla sua volta dipendente, come S. Leopardo, dal Monastero di S. Secondo di Gubbio. Era quindi naturale che i Canonici Regolari di S. Secondo, avessero voluto trasferire il Beneficio di S. Leopardo in una loro Chiesa, anziché in luogo estraneo, come era per essi S. Maria di Nasciano.

LXXXI. – Chiesa di S. Angelo di Fabrica.

Di questa Chiesa, oggi scomparsa, ma che fu tra le più vetuste del territorio Gualdese, ben possiamo dire di conoscere oggi soltanto ed appena, il principio e la fine. Che sia antichissima lo prova il fatto che trovasi annoverata nelle due già citate Bolle di Alessandro III (4 Agosto 1169) e di Clemente III (6 Maggio 1188), Bolle dirette da questi Pontefici, agli Abbati dell’Abbazia di S. Benedetto in Gualdo, alla quale venivano riconfermati tutti i suoi diritti spirituali e possessi temporali, tra i quali ultimi era anche annoverata la Chiesa di S. Angelo di Fabrica. (1)

(1) Mittarelli: Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice allo stesso Tomo IV. Pag. 163 – Arch. Vaticano: Arm. XXXI, Tomo 53, fogl. 48 – P. Kehr: Nachtrage zii den Romischen Berichten (In Nacnrt chten von der K.onigl. Gesellschajt der Wissenschaften zu.GSitingen. Anno Pag. 570-572).

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Dopo ciò, null’altro di lei sappiamo, e solo si può constatare che, nella seconda metà del XVI secolo la stessa era già diruta, tanto è vero che il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, il 7 Novembre 1573, ordinò che sulle sue macerie fosse eretta per ricordo una Croce, e che il Titolo di S. Angelo con il relativo Beneficio Ecclesiastico, le di cui rendite ammontavano in media a tre mine di frumento annue, venisse trasferito in altra Chiesa, con l’onere, per il Beneficiato, di due Messe ogni anno. Un consimile ordine ripetette il 28 Dicembre 1583, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, il quale aggiunse che detti Titolo e Beneficio di S. Angelo, si sarebbero dovuti trasferire nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, alla quale, come già si è detto, aveva appartenuto la Chiesa di S. Angelo di Fabrica, ma il trasferimento si effettuò poi invece in quella più vicina di S. Croce di Rasina. Anzi il Vescovo di Nocera Pierbenedetti, nella Visita Pastorale Che il 3 Luglio 1597 eseguì in quest’ultima Chiesa, deplorò che, in conseguenza dell’avvenuto trasferimento, non vi si fosse altresì eretto un Altare dedicato a S. Angelo.

Il Dorio cita inesattamente la Chiesa di S. Angelo di Fabrica, tra quelle che, ai suoi tempi, cioè nel principio del Seicento, davano un tributo alla Mensa Vescovile di Nocera, quando invece quel sacro edificio già più non esisteva. Come debbasi interpretare l’asserzione del Dorio, già è stato spiegato a proposito della Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio.

Non è ben sicura la precisa ubicazione del Tempio in esame: Va però notato che nella Parrocchia di Nasciano, esiste oggi un luogo denominato Fabrica, nei dintorni del quale, certamente sorse un tempo, la Chiesa di S. Angelo di Fabrica. Prossimo a questo luogo, trovasi al presente un vocabolo che ha nome Le Pezze e noi, in un rogito del 1 Dicembre 1479, leggiamo appunto che il vocabolo Pezze, era nel territorio della Chiesa di Fabrica. Finalmente, a tale proposito, ricorderemo anche che, in occasione di due Visite Diocesane praticate in Gualdo il 18 Ottobre 1607 e il 19 Settembre 1610, il Visitatore Vescovo di Nocera scrive che, proprio sul percorso da lui effettuato dalla Chiesa di S. Croce di Rasina a quella di S. Maria di Rote « erat hic visitanda ecclesia diruta S. Angeli de Fabrica ». Ora il suddetto luogo della Parrocchia di Nasciano, che oggi è indicato col nome di Fabrica, trovasi appunto quasi a mezza strada e un po’ lateralmente verso Nord, tra le due Chiese su nominate dal Vescovo. (1)

LXXXII. – Chiesa di S. Bartolomeo degli Accarelli.

La trovo indirettamente nominata, anzi tutto, in un rogito notarile del 1 Luglio 1380, nel quale si legge che Ser Pietro di Paolo da Gualdo, affidava, per tre anni, a Santuzzo di Meccolo di Bartolino, la colti vazione di un oliveto nella Parrocchia di Nasciano « in vocabulo sancti Bartolj », e lo stesso vocabolo, è poi indicato in

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Andrea di Angelo Benadatti dal 1477 al 1485. c . 54 Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Ja cobilli. Cod. C. VIII. 11 , c . 102t-108t.

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altro rogito del 15 Maggio 1475. Similmente in un Istrumento del 31 Dicembre 1493, troviamo ricordata una « Parocia Sancti Bartoli », e in un secondo rogito del 20 Gennaio 1497, un «vocabulum S. Bartoli» nonché un «fossum S. Bartoli». (1)

In quanto alla suddetta espressione «Parocia Sancti Bartoli», che potrebbe far pensare ad un territorio parrocchiale da questa Chiesa dipendente, vedasi quanto, a proposito del significato di Parrocchia negli antichi tempi, noi scriviamo nel Capitolo dedicato alla Chiesa di S. Cristoforo di Corcia.

Dopo un lungo periodo di silenzio, la Chiesa di S. Bartolomeo, ricompare negli Atti delle Visite Pastorali effettuate dal Vescovo di Nocera in Gualdo Tadino nel Gennaio 1584 e nel Settembre 1593. Dalla prima Visita, si apprende che sorgeva « inter vineas Accarellorum », cioè in mezzo alle vigne della famiglia Accarelli, dalla seconda che trovavasi « prope Ecclesiam S. Mariae de Nasciano ». Anzi, in occasione della Visita effettuatavi nel 1584, il Vescovo proibì di celebrarvi Messa, perché priva di pavimento e ciò sotto pena di sospensione del Celebrante e sino a che non si fosse provveduto a tale mancanza.

Questa Chiesa di S. Bartolomeo, dovette costituire, in origine, un semplice Beneficio Ecclesiastico, che però, in occasione della suddetta Visita del 1593, risulta essere privo persino del Rettore, non avendo altre rendite che il fruttato di alcune quercie cresciute presso le sue mura; al suo mantenimento pensavano perciò gli abitanti circonvicini, che vi facevano celebrare qualche volta i Divini Offici a proprie spese.

Null’altro sappiamo di tale Chiesa, ma il non vederla mai più ricordata nelle susseguenti Sacre Visite, ci fa pensare che cessasse ben presto di esistere, ed infatti, il Titolo e Beneficio di S. Bartolomeo, lo troviamo in seguito trasferito nella Chiesa Parrocchiale di S. Pellegrino.

Oggi, tra Nasciano e Borgonuovo, esiste un piccolo gruppo di abitazioni denominato Jaccarelli, per fusione delle due parole originarie Gli Accarelli. Seguendo la strada che da queste abitazioni risale la collina verso il vocabolo Case dell’Acqua, dopo circa quattrocento metri, si trova a destra un ripiano di terreno coltivato, posto tra la strada stessa e un burrone. Su questo terreno, già demaniale, segnato nella Mappa Catastale di S. Pellegrino col N°. 434 e con il vocabolo S. Bartolo, in Parrocchia di Nasciano, sorse certamente la Chiesa di S. Bartolomeo e non molti anni or sono, furono infatti rinvenute e demolite le fondamenta dell’edificio, presso le quali si trovarono anche numerose ossa umane, provenienti dalle antiche tombe della Chiesa stessa.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c . 99t; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c. 36t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Mastelli. Anno 1497. c . 15; e dal 1491 al 1494, c . 358.

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LXXXIII. – Chiesa di S. Orbica.

E’ per certo una delle primitive Chiese Cristiane del territorio Gualdese ed assai strana ne è l’intitolazione, non trovando la stessa alcun riscontro nell’Agiografia. Viene ricordata primieramente nella più volte citata Bolla di Celestino III, data a Roma dal Laterano, il 12 Novembre 1191, con la quale il Pontefice, riceveva sotto la protezione della Sede Apostolica, il Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano, che in seguito, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, il quale Monastero, come si è detto, sorgeva su di una collina, a levante della città di Gubbio, dove è tuttora una Chiesa dedicata appunto a S. Bartolomeo di Petorio. Nella stessa Bolla, Celestino III confermava inoltre, al Monastero di S. Donato di Pulpiano, il possesso di tutti i suoi beni e dipendenze, tra le quali trovasi la nostra « Ecclesia sancte Orbice ». A pochi anni di distanza, ricompare il nome di questa Chiesa in due Atti Notarili, rogati in Gualdo l’uno il 5 Ottobre 1227, l’altro il 5 Febbraio 1228. In detti Istrumenti, si tratta fra l’altro della proprietà di alcuni terreni, dei quali uno si dice situato « in carte sancte Orbice » l’altro « in curia sancte Orbice».

Oltre a ciò, da un documento dell’Archivio Vaticano, si apprende che l’anno 1333, Armano, prebendato della Pieve di Santa Felicita, pagò alla S. Sede, la decima imposta da Papa Giovanni XXII, su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per far fronte alle necessità dello Stato Pontificio. Il suddetto Armano, fece il pagamento, non solo per conto della propria Pievania, ma anche per incarico avuto da molte altre Chiese del territorio Gualdese, ed appunto tra queste antiche Chiese, tutte a noi ben note, troviamo nominata eziandio una « Ecclesia S. Serbice » che mai altra volta compare nelle pergamene dell’epoca. Ora è certo, che detto nome fu, per errore, scritto ortograficamente come sopra nel documento Pontificio, invece di « Ecclesia S. Orbice ». Del resto, consimili corruzioni di parole, ricorrono sovente nei manoscritti Medioevali in genere, ed in particolare nei documenti della Curia Papale del XIV secolo, avendo fatto parte di essa molti funzionari ed amanuensi stranieri, specie Francesi, non certo molto pratici della nostra ortografia.

Dopo ciò, la Chiesa di S. Orbica, ricompare in una Pergamena dell’Archivio di Stato Romano, contenente un testamento, fatto il 31 Luglio 1348, da tal Pietro di Groctolino da Gualdo che lasciava, tra l’altro, alla propria moglie Compita, un terreno che si dice situato nella Parrocchia di S. Orbica. Ma a proposito della qualifica Parrocchiale attribuita a questa Chiesa, io penso che anche per essa, Possano farsi le osservazioni enunciate nel Capitolo dedicato alla Chiesa di S. Cristoforo di Corcia.

In seguito, sempre più spesso in quello stesso secolo, e più ancora nel seguente Quattrocento, noi troviamo incidentalmente ricordata la Chiesa di S. Orbica, in pubblici Istrumenti del nostro Archivio

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Notarile. Questi rogiti sono per noi interessanti, non perché contengano notizie di questa antichissima Chiesa, ma perché, con sufficiente approssimazione, possiamo da essi dedurre che la stessa sorgeva entro i confini territoriali dell’attuale Parrocchia di Nasciano, e più esattamente ai piedi della collina su cui è edificato il villaggio di Piagge. Anzi, in due di questi Istrumenti, aventi le date 31 Dicembre 1469 e 6 Luglio 1497, la Chiesa è addirittura indicata come S. Orbica di Nasciano (S. Orbice Nassiani). (1)

Null’altro di essa sappiamo. Il vetusto edificio dovette però andare in rovina, al più tardi nella prima metà del XVI secolo, non trovandosi mai, neppure un semplice accenno ad esso, negli Atti delle Visite Pastorali conservati nell’Archivio della Diocesi, Atti che s’iniziano con l’anno 1571.

LXXXIV. – Chiesa di S. Giuseppe al Palazzaccio.

Risalendo la breve, ma erta Via Comunale, che dipartendosi dalla Strada Provinciale Perugina, conduce al villaggio di Palazzetto, incontrasi sulla destra, a metà percorso, un predio con abitazione colonica denominato Il Palazzaccio, che fa parte della Parrocchia di Nasciano. La Chiesa di S. Giuseppe, oggi scomparsa, sorgeva appunto a circa venti passi da questa abitazione, verso Nord, proprio nel punto in cui ha principio un viottolo che conduce ad un’altra casa colonica esistente poco lontano. Quasi a fior di terra, ancora esistono le fondamenta dell’edificio.

Fu costruita l’anno 1640 dal Capitano Cesare Bonfigli di Gualdo, in un suo predio denominato, come sopra si è detto, Il Palazzaccio, e rimase poi in proprietà dei di lui eredi. Aveva un unico Altare dedicato a S. Giuseppe, su cui era collocato un quadro in tela rappresentante la Sacra Famiglia. Nella Chiesa, sin dalle origini, si celebravano Messe nella ricorrenza della festa del Santo Titolare a spese della famiglia Benfigli. In seguito, da quest’ultima, passò alla famiglia Spinosi, in possesso della quale la ritroviamo sin dall’anno 1721. Nel 1742, era ridotta in assai cattivo stato, ma dovette essere poi restaurata, poiché nel 1746 e nel 1758, la vediamo aperta al culto regolarmente e senza inconvenienti. Nel 1772, con il predio annesso, apparteneva alla famiglia Laurenti di Gualdo. Era ridotta nuovamente in pessimo stato, tanto che il Vescovo di Nocera, diede

(1) Bolla di Celestino III, del 12 Novembre 1191, nell’Arch. di S. Pietro in Vincoli, Fondo S. Ambrogio di Gubbio pubblicata dal Cenci in « Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. « Vol. II. Pag. 451 – Arch. Vaticano: collettorie. Tomo 225, e. 36 – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Sec. XIII. Perg. Num. 4 e 9 – Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. N°. 22 – Arch. not arile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c . 66 e 99t; di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485. c . 205 e 511 ; di Andrea Angelo Benadatti dal 1477 al 1485. c. 24t; di Luca di Ser Gentile dal al 1499. c . 121, 167t.

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allora ordine di restaurarla. Dopo quest’ultimo anno, non mi è stato più possibile rintracciarne altre notizie e s’ignora altresì quando andò in completa rovina.

LXXXV. – Chiesa di S. Pietro Apostolo in Val di Rasina.

Rappresentava la Chiesa Claustrale o Monastica dell’omonima Abbazia Benedettina, fondata circa l’anno 1006 e della quale abbiamo trattato a proposito dell’Ordine di S. Benedetto in Gualdo Tadino. Di questa antichissima Chiesa però ben poche notizie si hanno. Sappiamo che era un tempo munita di Campanile, che aveva un solo Altare su cui, nel Seicento trovavasi un quadro in tela, rappresentante il Martirio di S. Pietro, che vi si faceva festa nel giorno dedicato a questo Santo e che nella prima metà del secolo suddetto, vi si celebrava regolarmente ogni sabato. La Chiesa di S. Pietro, cessò di essere Monastica e passò in possesso di Abbati Commendatari, quando l’Abbazia di cui faceva parte, fu concessa in Commenda, restando sempre compresa nella giurisdizione della Chiesa Plebana di Casacastalda. Nella seconda metà dell’Ottocento, essendo divenuta proprietà dei Conti Olivieri di Fabriano, insieme alle terre circostanti, la Chiesa di S. Pietro fu ridotta ad uso di stalla. Acquistata nel 1882, con le terre suddette, dalla famiglia Bucci di Ancona, venne da questa ricostruita completamente sulle vecchie fondamenta e riaperta al culto nel 1897. Anzi, la famiglia Bucci, da quell’epoca, vi fece sempre celebrare la Messa, a proprie spese, ogni giorno festivo.

Anche attualmente, la Chiesa ha un solo Altare, e nella parete, posteriormente a questo, esiste un grande quadro in tela, rappresentante la Crocifissione di Cristo. Questo quadro fu per certo fatto eseguire e poi donato, da uno dei tre Abbati Commendatari della famiglia Signorelli di Perugia, che godettero la Commenda dell’annessa Abbazia, dalla fine del Cinquecento sino a quasi la metà del Seicento. Infatti il quadro porta lo stemma di quella nobile famiglia con le parole: Abbas Signorellus. Nella Chiesa esiste anche un altro quadro in tela, della fine del XVI o del principio del XVII secolo, rappresentante S. Anna che presenta un libro aperto alla Vergine adolescente. Questi due quadri, precedentemente trovavansi nella prossima Chiesa di S. Anna in Frecco, dipendente anch’essa dall’Abbazia di S. Pietro di Val di Rasina.

LXXXVI. – Chiesa di Santa Croce in Val di Rasina.

Quest’antichissima Chiesa, è ricordata per la prima volta in un Diploma dell’Imperatore Federico I dato a Lodi il 13 Novembre 1163, con il quale l’Imperatore stesso, riceveva sotto la sua protezione l’Abbazia Benedettina di S. Donato di Pulpiano, la quale, dopo la pietà del XIII secolo, come già più volte abbiamo ricordato, prese il nome di S. Bartolomeo di Petrorio e che sorgeva su di un colle a levante della città di Gubbio, dove è attualmente

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una Chiesa, a cui è restato infatti il nome di S. Bartolomeo di Petrorio. Nel Diploma suddetto, l’Imperatore riconfermava inoltre al Monastero di S. Donato di Pulpiano, il possesso di tutti i suoi beni e delle Chiese dallo stesso dipendenti, tra le quali è appunto nominata la nostra Chiesa di S. Croce, insieme a quella di S. Cristoforo di Coltaccone ed alla Pievania di Compresseto, che ad essa sorgevano vicine.

Non molti anni dopo, e propriamente il 12 Novembre 1191, Papa Celestino III, con Bolla data dal Laterano, riconfermava al Monastero di S. Donato, tutti i suoi possedimenti, tra i quali è di nuovo indicata la Chiesa di S. Croce « Ecclesiam sancte Crucis de Rosciola » come si legge nel documento. L’appellativo Rosciola, che qui troviamo per la prima volta, si riscontra poi quasi sempre, sino a circa la metà del Seicento, unito alla Chiesa, alla quale fu applicato poiché non lungi da essa esiste un profondo ed assai lungo fossato, specie di angusta valle che portava e porta anche oggi il nome di Rosciola. Questo avvallamento, in fondo al quale scorre un minuscolo rivo, quasi asciutto d’estate, è quello appunto che, dipartendosi dal Colle di Grello, scende giù tra Pastina e Cova di Allocco, sino ad incontrarsi con il fiume Rasina. (1)

La suddetta Abbazia di S. Donato di Pulpiano o S. Bartolomeo di Petrorio, nel 1419, come già dicemmo, fu unita al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio, dell’Ordine dei Canonici Regolari e questo Monastero venne poi fuso con quello di S. Secondo del medesimo Ordine e della stessa Città. Il possesso della Chiesa di S. Croce, passò così successivamente dall’uno all’altro dei Monasteri su nominati ed infatti, alla dipendenza dei Canonici Regolari di S. Secondo in Gubbio, la ritroviamo ancora verso la fine del Settecento.

Inoltre, siccome la Chiesa di S. Croce sorgeva nella Parrocchia di S. Maria di Pastina, così la prima restò sempre aggregata a questa seconda Chiesa, e ciò tanto più facilmente in quanto che anche S. Maria di Pastina era un antico possesso dell’abbazia di S. Donato di Pulpiano dalla quale, insieme a S. Croce, passò poi al Monastero di S. Ambrogio ed infine a quello di S. Secondo. E’ per questo motivo, che negli Atti di Sacre Visite, la Chiesa in esame, dopo la metà del Seicento, è sovente chiamata S. Croce di Pastina, anziché S. Croce di Rosciola.

Dopo la suddetta Bolla di Papa Celestino III, troviamo ricordata la nostra Chiesa tra quelle che pagarono la decima imposta nel 1332 da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per far fronte agli impellenti bisogni della Santa Sede. Come abbiamo già notato per molte altre Chiese Gualdesi, nei Libri delle Collettorie Pontificie, il pagamento fu registrato da Delayno de Mutina, Notare del Vescovo di Nocera e funzionante quale Subcollettore nella stessa Diocesi per conto del Collettore Generale

(1) P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200. Documenti n°. CCLXXV e CCCCXII, in Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Vol. II, Foligno 1915. Pag. 347 e 452.

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del Ducato di Spoleto, che era il Tesoriere Giovanni Rigaldi. La registrazione, in data 24 Giugno 1333, è redatta con le seguenti parole : « Item [habui] ad Armano prebendato plebis Sancte Felicita tis . . . solvente pro ecclesia S. Crucis de Rossola, 26 solidos, 6 de narios cortonenses ».(1)

Certamente l’edificio dell’antica Chiesa di S. Croce, a cui si riferiscono i documenti su descritti, nulla ha a che fare con l’edificio attuale, anzi è da credere che diverso sia anche il suolo su cui la prima esistette. La moderna Chiesuola di S. Croce, sorge contigua ad un’abitazione colonica appartenente alla Parrocchia di S. Maria di Pastina, tra la Via Provinciale che mena da Gualdo a Perugia e il fiume Rasina. Al di là del fiume, si eleva una collina, sul fianco della quale trovasi un piccolo villaggio che, come la Chiesa, porta il nome di Santa Croce. Ora io credo che l’antico omonimo Tempio, sorgesse appunto in tale villaggio, il quale, dalla Chiesa stessa avrebbe anzi avuto il nome e le origini. Questa ipotesi è confermata da una pergamena del nostro Archivio Comunale, portante la data 8 Marzo 1310, e che contiene un Istrumento con il quale l’Abbazia di S. Donato di Pulpiano, concedeva in enfiteusi alcuni beni posti presso il villaggio di Colbassano. Ora appunto, in tale pergamena si legge, che il Procuratore dell’Abbazia, tal Pace di Monarcheo, per mezzo del Notaio Giglio di Pietro, stipulò l’Istrumento suddetto « in villa sancte Crucis de Rossiola, in claustro ipsius ecclesie ». (2)

Del resto, il villaggio di Santa Croce, dovette avere in antico assai maggiore importanza dell’attuale e pare che ivi avesse anche sede una Giudicatura, specie di Tribunale, di cui è stato descritto persino il sigillo, trovato in quelle vicinanze, rappresentante tre torri merlate, con la mediana più grande e più alta, le quali si ergono su di una muraglia poggiante sopra una base di sbarre serpeggianti, il tutto racchiuso in due cerchi concentrici tracciati a puntini, tra i quali trovasi scritto: « S. Tantobene Jud. de S. Cruce + » vale a dire: Sigillo di Tantobene Giudice di S. Croce. (3)

Nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa già più non doveva esistere nel villaggio, poiché negli Atti della Visita Apostolica praticatavi dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, il 7 Novembre del 1573, si legge che il Tempio di S. Croce è «in deserto positum ». Anzi il Visitatore, nota che lo stesso appare in pessimo stato, addirittura sordidum ed ordina il sequestro delle sue rendite (tre salme di grano ed altrettante di spelta) da destinarsi per i necessari restauri, ed aggiunge che, se dopo un anno questi non fossero stati effettuati, il Rettore della Chiesa sarebbe stato sospeso dal suo Officio. Anche nella Visita Pastorale del 1633, il Vescovo

(1) Arch. Vaticano: Collettorie, Tomo 225, e. 37.
(2) Arch. Comunale di Gualdo : Raccolta delle Pergamene. Secolo XIV. Perg. n°. 15.
(3) A. bucarI battistelli: La Bastala. Racconto Popolare del secolo XIII. Note al Cap. III Pag. 78. Milano 1902.

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Visitatore nota che la Chiesa sorgeva isolata, lontano poco più di mezzo miglio da quella di S. Pietro di Val di Rasina, presso la Via Provinciale che da Gualdo conduce a Perugia.

In quest’epoca, la Chiesa di S. Croce era in procinto di rovinare, tanto che l’anno seguente, lo stesso Vescovo di Nocera stabilì che, dovendosi abbattere la crollante Chiesa di S. Nicolo di Voltole, i materiali edilizi ancora utilizzabili, dovevano adibirsi a restaurare la Chiesa di S. Croce. Nella Sacra Visita del 1746, il Visitatore, trova quest’ultima in discreto stato, solo nota che il tetto era prossimo a cadere, e crollò infatti con tutto il restante dell’edificio, per effetto del violento terremoto che desolò la nostra regione nel Luglio del 1751. La Chiesa di S. Croce, fu però subito dopo fatta riedificare, sebbene in più piccole proporzioni, dal Vescovo di Nocera Mons. Chiappe, mediante elemosine per tale scopo appositamente raccolte; ma non sappiamo se la riedificazione avvenne proprio sull’area dell’edificio abbattuto dal terremoto o alquanto distante da essa.

In quest’epoca, la Chiesa possedeva un predio che si usava dare in affitto, dovendo ogni anno l’affittuario corrispondere scudi 10 al Parroco di Pastina e scudi 1.30 ai suddetti Canonici Regolari di S. Secondo in Gubbio.

Sull’unico Altare di S. Croce, sin dagli antichi tempi, si celebrava un Officio di tre Messe per la ricorrenza della festa dell’Invenzione della Croce, il 3 di Maggio. Vi si diceva poi spesso la Messa, ex devotione. Inoltre, essendo stati in detto Altare trasferiti i Titoli e Benefici di tre prossime dirute Chiese e cioè S. Angelo di Fabrica, S. Leopardo di Piagge e S. Cristoforo di Coltaccone, il Rettore della Chiesa di S. Croce, aveva anche l’obbligo di disimpegnare gli oneri di Messe inerenti ai Benefici Ecclesiastici di quelle tre antichissime Chiese. Sull’Altare esisteva un quadro in tela raffigurante il Crocefisso con S. Ubaldo Patrono della città di Gubbio e S. Antonio da Padova.

Oggi la Chiesa in esame è comunemente chiamata S. Croce di Rasina, dal nome del fiume che ad essa scorre vicino.

LXXXVII. – Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone.

Esisteva un tempo nella località anche oggi chiamata Coltaccone. Il suo nome compare, per la prima volta, in una pergamena contenente un Atto stipulato nell’Ottobre dell’anno 1130, con il quale Lorenzo, Vescovo di Nocera, confermava a Monatto, Abbate del Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano nel territorio di Gubbio, già più volte ricordato nelle precedenti Chiese, il possesso di alcuni beni tra i quali si annovera « totani ipsam ecclesiam sancti Xristofori». Che si tratti della Chiesa di cui stiamo scrivendo, lo prova un’annotazione apposta, da mano coeva, sul rovescio della pergamena, dove infatti leggesi : « Iura ecclesie sancti Christofani de Coltacone ». Erroneamente lo Jacobilli,

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assegna quest’Atto all’anno 1131.(1)

Alla distanza di pochi anni, la Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone, ricompare in un Diploma di Federico I, dato a Lodi il 13 Novembre 1163, con il quale l’Imperatore, ricevendo sotto la sua protezione il suddetto Monastero di S. Donato di Pulpiano, gli confermava altresì il possesso dei suoi beni e dipendenze, tra cui appunto anche la Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone che, nel documento in esame, è però indicata col nome « E. sancti Christophori collis Turonis ». Quest’ultima differenza ortografica, non infirma l’identificazione della Chiesa, ben conoscendosi quante varianti, la toponomastica medioevale subì attraverso i secoli, per effetto dell’uso e delle sgrammaticature apportatevi dagli amanuensi. Del resto, basta notare il fatto, che nel Diploma di Federico I, la Chiesa di S. Cristoforo è nominata proprio insieme con le due Chiese di S. Croce di Rasina e S. Maria di Compresseto che esistono anche oggi vicinissime a Coltaccone, mentre è assolutamente sconosciuta, anche in passato, nei nostri luoghi, una località chiamata Colle Turone. E poi, anche dal precedente documento, sappiamo che la Chiesa di S. Cristoforo dipendente dal Monastero di S. Donato di Pulpiano, era proprio quella di Coltaccone. (2)

I diritti di possesso del Monastero di S. Donato sulla nostra Chiesa di S. Cristoforo, li vediamo per la terza volta riconfermati, in una Bolla che il Pontefice Celestino III indirizzava al Monastero suddetto, datandola dal Laterano il 12 Novembre 1191. In tale Bolla, la Chiesa in esame, è chiamata «E. sancti Xristofori de Serra» certo perché prossima ad una località anche oggi chiamata Serrone. (3)

Finalmente, in un altro documento e cioè nel più volte da noi ricordato elenco di Chiese della Diocesi di Nocera che nell’anno 1333 pagarono alla Santa Sede il primo semestre della tassa o decima imposta per la durata di alcuni anni da Papa Giovanni XXII su i beni Ecclesiastici del Ducato Spoletino, in gruppo con le suddette Chiese di S. Croce di Rasina e S. Maria di Compresseto, trovasi indicata l’altra vicina Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone con la nota seguente : « Item habui ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis . . . solvente pro ecclesia S. Cristofori de Colle Tayano, 18 sol, 6 den. cort. ». (4)

La Chiesa in esame, a cui era annesso un semplice Beneficio

(1) Pergamene dell’Archivio di S. Secondo in Gubbio. N°. 132. (Il documento fu pubblicato da Pio Cenci nel « Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200 ». Vedi Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’ Umbria. Foligno 1915. Voi. II, pag. 251) – L. JACOBILLI: Vite dei Santi e Beati dell’Umbria. Tomo III, pag. 312; Di Nocera nell’ Umbria e sua Diocesi. Pag. 73.

(2) Documento pubblicato dal Cenci come sopra. (Vedi Archivio suddetto. Vol. II , pag.. 347.

(3) Pergamene dell’Archivio di S. Pietro in Vincoli. Fondo S. Ambrogio di Gubbio. (La Bolla fu pubblicata dal Cenci nell’Archivio suddetto. Vol. II, Pag. 451).

(4) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 37.

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Ecclesiastico, nella prima metà del Cinquecento era ancora in piedi e funzionava regolarmente, come risulta da un Atto, con il quale, il Vicario del Vescovo di Nocera, Don Giacomo de Servolis da Gualdo, ne eleggeva il Rettore, in persona del Sacerdote Troilo di Bartolomeo di Nicolo di ser Lancellotto. Invece, nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa era già andata completamente in rovina, tanto che il Vicario del Vescovo di Nocera, con Decreto del 17 Aprile 1573, al Sacerdote che ancora seguitava a godere le rendite del Beneficio, ordinò che nel luogo, ove già sorgeva la diruta Chiesa di Coltaccone, facesse erigere una Croce di pietra, e che trasferisse il Titolo di S. Cristoforo, nell’Altare di altra Chiesa vicina, con l’onere di due Messe ogni anno. Ci consta altresì che, in quell’epoca, le rendite del suddetto Beneficio Ecclesiastico consistevano annualmente in tre mine di frumento all’incirca. Come era stato prescritto, il Titolo e Beneficio di S. Cristoforo di Coltaccone, con l’onere suddetto, vennero trasferiti in un Altare della Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni di Grello e poi in seguito, nella Chiesa di S. Croce di Rasina, dove ancora esistevano intorno al 1670.(1)

La causa per cui fu effettuato quest’ultimo trasferimento, si deve forse ricercare nel fatto seguente: Il Monastero di S. Donato di Pulpiano, poi chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, a cui apparteneva la Chiesa di S. Cristoforo di Coltaccone, nel 1419, come altrove fu detto, venne unito al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio, dell’Ordine dei Canonici Regolari, il quale, alla sua volta, si fuse poi con l’altro di S. Secondo, del medesimo Ordine e nella stessa Città. La Chiesa di S. Cristoforo, passò perciò successivamente in proprietà dei Monasteri suddetti e, quando rimase distrutta, il relativo Beneficio Ecclesiastico seguitò a rimanere alla dipendenza dei Monaci di S. Secondo. E’ quindi naturale che questi ultimi, non tollerando che il Beneficio andasse ad impinguare una Chiesa ad essi estranea, quale era quella Parrocchiale di Grello, avessero voluto perciò trasferirlo in quella di S. Croce di Rasina, la quale, come già vedemmo, era invece una Chiesa da essi dipendente.

Oggi le fondamenta di questo sacro edificio, sono reperibili nel punto più elevato di un terreno segnato col N. ro 268, nella Mappa Catastale di Pieve di Compresseto.

LXXXVIII. – Chiese di S. Savino e di S. Pietro di Serra.

Queste due Chiese, oggi scomparse, sono ricordate per la prima volta nell’anno 1169. In tale anno, come già precedentemente abbiamo ricordato, il 4 Agosto, Papa Alessandro III, emanava da Benevento una Bolla diretta all’Abbate Giovanni ed ai Monaci della Badia di S. Benedetto in Gualdo, con la quale riconfermava loro gli estesi possessi e le numerose pertinenze Abbaziali consistenti in

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Ercole di Gabriele dal 1505 al 1506. Paginazione I, da c. 92t a 94 – Arch. Vescovile di Nocera: Atti di Sacre Visite Anni 1573, 1605, 1670.

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terre e Chiese. Ora appunto, tra le Chiese indicate nella Bolla suddetta come dipendenti dal Monastero Gualdese di S. Benedetto, figurano anche una « ecclesia sancti Savini de Serra cum pertinentiis suis » ed una « ecclesia sancti Petri, eiusdem loci, cum pertinentiis suis ». (1)

II 6 Maggio 1188, Papa Clemente III pubblicava una nuova Bolla, per riconfermare ai nostri Monaci Benedettini i loro possessi, nella quale Bolla più non troviamo nominata la suddetta Chiesa di S. Pietro, mentre vi si trova invece ancora quella di S. Savino di Serra. (2) Quest’ultima ricompare poi una terza volta, nei Libri già più volte ricordati delle Collettorie Pontifice, insieme ad altre Chiese che il 24 Giugno 1333 pagarono la decima imposta da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto per i bisogni della Santa Sede. Il pagamento, effettuato, come si è visto per altre Chiese, in mano di Delayno de Mutina, Notaro del Vescovo Nocerino e Subcollettore del Tesoriere Generale del Ducato Giovanni Rigaldi, trovasi annotato nei suddetti Registri delle Collettorie, con queste parole: « A dompno Jacobo plebano Tayni…… pro ecclesia S. Savini de Sera [habui] 18 solidos, 6 denarios cortonenses ». (3)

La Chiesa di S. Pietro di Serra, dopo l’accenno fattone nella Bolla di Alessandro III, mai più trovasi nominata nei documenti d’Archivio. Dovette perciò scomparire in epoca assai remota e cioè assai prima di quella di S. Savino, della quale, verso la metà del Cinquecento, esisteva ancora qualche traccia delle sue macerie. In fatti negli Atti della Visita Diocesana praticata in Gualdo dal Vicario del Vescovo di Nocera, il 17 Aprile 1573, leggesi che lo stesso, avendo ispezionato il luogo ove già era esistita la Chiesa di S. Savino di Serra, ordinò al Sacerdote che tuttavia seguitava a godere le rendite di quel Beneficio Ecclesiastico, di fare erigere una Croce di pietra, su i ruderi della Chiesa e di trasferire il Titolo di S. Savino, nell’Altare di qualche Tempio vicino. Ed il trasferimento fu poi infatti effettuato nella Chiesa plebana di S. Facondino, con l’onere, pel Beneficiato, di due Messe ogni anno.

Di quest’epoca, ci resta anche un altro documento, interessante la fine della Chiesa in esame. Trattasi di un Atto Notarile, avente la data 21 Giugno 1474, dal quale risulta che la Chiesa di S. Savino di Serra, era già andata in rovina; che il Titolare del corrispondente Beneficio Ecclesiastico e cioè il prete Battista di Evangelista da Gualdo, aveva proposto ai Monaci del Monastero di S. Benedetto, da cui, come si è detto, la Chiesa stessa dipendeva, di permutare due terreni a questa appartenenti e situati nella sua circoscrizione Parrocchiale, con altri due terreni spettanti a tal Benedetto di Antonio di Pacciarello, posti nella Parrocchia di S. Pietro; e che

(1) P. Kehr: Nachtràge zu den Rotnischen Berichten (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenscliaften zii Gottingen. Anno 1903. Pag. 570-572) – Arch. Vaticano: Arni. XXXI. Tomo 53, fogl. 48.

(2) MlTTARELLI: Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice allo stesso Tomo IV, pag. 168.

(3) Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 225, c. 37.

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finalmente i Monaci di S. Benedetto, con a capo l’Abbate Bartolomeo di Pietro, davano il loro consenso, con questa clausola da inserirsi nell’Atto e cioè, che se in futuro la Chiesa di S. Savino fosse stata ricostruita e posta in grado di funzionare, la permuta suddetta, si sarebbe potuta rescindere e i due terreni, come sopra scambiati, sarebbero dovuti allora ritornare ai primitivi proprietari, previo rimborso delle spese fatte, per miglioramenti eventualmente apportati ai terreni stessi. Ma la Chiesa di S. Savino di Serra, più non risorse; sussistette invece l’omonimo Beneficio, che trovo poi ricordato in un rogito del 25 Gennaio 1491, come ancora dipendente dall’Abbazia Gualdese di S. Benedetto, e che il Dorio ancora cita nei primi del Seicento. (1)

Dopo di allora, negli Atti di Sacre Visite, più di una volta si accenna alla località ove un tempo questa Chiesa era sorta, e questi accenni ci sono utili per potere riconoscere, ma con non molta approssimazione, quale fosse questa località, nelle di cui vicinanze doveva essere stata anche la Chiesa di S. Pietro. Infatti, nella Visita Diocesana del 4 Gennaio 1584, si legge che i ruderi del sacro edificio, indicati da una Croce, erano allora ancora visibili « in vocabulo Caiani, penes domum Bini Paccie». Nella Visita del 1593 è detto che questi ruderi erano compresi nella Parrocchia di S. Facondino. In quella del 12 Ottobre 1605, il Vescovo, dopo avere ispezionato la Chiesa di S. Croce di Rasina aggiunge che, nelle vicinanze, « erant visitandae ecclesiae S. Angeli [de Fabrica] et S. Sabini de Serra, in maceriem reductae » e la stessa osservazione si ripete nelle susseguenti Visite del 18 Ottobre 1607 e del 19 Settembre 1610. Nella Visita Diocesana del 1613, i ruderi di S. Savino di Serra, come pure quelli di S. Angelo di Fabrica, sono visitati dal Vescovo, nel percorso dalla Chiesa di S. Croce di Rasina a quella di S. Maria di Rote. Come si vede, questi accenni sono abbastanza vaghi e, confrontati con l’attuale topografia e toponomastica della nostra regione, possono apparire talvolta anche discordanti tra loro. Né ciò deve farci meraviglia, considerando che i Cancellieri Vescovili incaricati di redigere gli Atti delle Sacre Visite, spesso forestieri, non sempre erano a perfetta conoscenza del territorio della vastissima Diocesi Nocerina e facilmente potevano perciò errare nella denominazione e nell’ubicazione delle varie località di cui dovevano occuparsi. Certo però, dalle suddette notizie, come pure dai frequenti accenni a noti Vocaboli, che nei Rogiti del nostro Archivio Notarile, spesso si indicano come allora esistenti nelle pertinenze della Chiesa di S. Savino, noi possiamo con sicurezza ritenere, che la stessa sorgeva nel territorio circostante alla strada che da Gualdo conduce a Perugia, più o meno distante dalla strada stessa, ma però nel tratto interposto tra la Chiesa di S. Maria di Rote e quella di S. Croce di Rasina.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XIII, c. 44; dì Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1491 al 1494. c . 6 – Bibliot. del Seminario di Foligno. Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. VIII. 11, c. 102-108.

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Aggiungeremo anche, che nessuna importanza ha il fatto di non più ritrovare oggi in questo territorio il vocabolo Serra, potendo quest’ultimo, attraverso i secoli, essere scomparso dall’uso. La Chiesa di S. Savino, di cui ci siamo ora occupati, non va confusa con altra omonima antica Chiesa, esistente tra Morano e Casacastalda, ma nel territorio Comunale di Valfabbrica, la quale anch’essa sovente trovasi nominata nei documenti dei nostri Archivi. Quest’ultima era Chiesa Abbaziale e venne talvolta indicata anche con il nome di S. Savino in Larone, perché situata presso il torrente Larone, affluente del Rasina.

LXXXIX. – Chiesa di S. Antonio da Padova nel villaggio di Cerqueto.

Fu costruita l’anno 1641, presso le proprie case, nella Parrocchia di S. Benedetto, dalle cinque famiglie che formavano allora il villaggio di Cerqueto, le quali si erano inoltre in precedenza obbligate, con pubblico Atto, non solo di costruirla, ma bensì di provvederla, anche nell’avvenire, di tutto il necessario e di farvi celebrar Messa. L’obbligazione fu mantenuta, tanto più perché la Chiesa mai possedette in passato beni stabili, e gli abitanti del villaggio, per moltissimo tempo, vi fecero infatti celebrare, a proprie spese, varie Messe ed Offici ogni anno e tra questi ultimi uno più solenne nel giorno dedicato a S. Antonio da Padova. Il Sacerdote Don Felice Meccoli, con suo testamento dell’8 Maggio 1817, lasciò alla Chiesa di S. Antonio un terreno ed un orto, il di cui fruttato doveva servire per farvi celebrare alcune Messe in giorni feriali, a scelta della popolazione; lasciò poi tutti i suoi beni alla Confraternita Gualdese del Rosario, con l’obbligo però di far celebrare la Messa in ogni giorno festivo nella detta Chiesa di Cerqueto. Tutte queste Messe, dovevano essere indette per suffragio dell’anima sua e nello stesso tempo per comodo degli abitanti del villaggio. Il Celebrante doveva contemporaneamente soddisfare ai vari obblighi festivi spettanti ad ogni Parroco.

Quando poi, dopo una lunga vertenza, durata dal 1906 al 1908, le Confraternite Gualdesi e fra esse anche quella del Rosario, furono concentrate con tutti i loro beni nella Congregazione di Carità di Gualdo Tadino, quest’ultima convenne, con la Confraternita suddetta, di rilasciare alla Chiesa di S. Antonio, un emolumento fisso ogni anno, soltanto per la sua Officiatura festiva.

Questa piccola Chiesa, sin dalla sua origine, possedeva sopra l’unico Altare, un’icona raffigurante la Madonna avente il Bambino in braccio ed a fianco il Santo Titolare ed il Beato Angelo da Gualdo.

Il fabbricato subì un primo, ma lieve ingrandimento, in senso longitudunale, circa mezzo secolo fa, per opera del Cappellano di allora Don Paolo Gherardi. Più tardi, nel 1905, fu ad essa apportato un nuovo ampliamento con l’aggiunta dell’abside e delle due

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Cappellette laterali. Quest’ultimo ampliamento, fu fatto a spese della Confraternita del Rosario, la quale però non ne aveva l’obbligo, poiché il suddetto Legato del Prete Meccoli, come vedemmo, si riferiva soltanto all’Officiatura della Chiesa.

Con Decreto Vescovile del 10 Settembre 1918, approvato con Decreto Luogotenenziale del 22 Giugno 1919, la Chiesa di S. Antonio da Padova, fu destinata quale sede di una nuova Parrocchia, costituita in parte con una porzione del territorio della Parrocchia di S. Maria di Pastina contemporaneamente soppressa ed in parte con una zona di territorio sottratta alle Parrocchie di S. Benedetto, di Nasciano, di Poggio S. Ercolano e di Pieve di Compresseto. In tale occasione, nel villaggio di Cerqueto, non lungi dalla Chiesa, fu eretta anche la nuova Casa Parrocchiale.

Oggi la Chiesa stessa possiede un’Altare Maggiore, ed un Altare laterale nella Cappella che trovasi in cornu Evangeli. Sulla parete dietro l’Altare Maggiore, in una nicchia, è collocata la statua del Santo Titolare. Sull’Altare laterale, vi è un quadro in tela del XVII secolo, brutto e malandato, rappresentante in alto la Madonna col Bambino tra due Cherubini, ed in basso due Santi che l’adorano. L’attuale Officiatura è quella solita di tutte le Chiese Parrocchiali.

XC. – Chiesa di Maria Vergine della Mercede nel villaggio di Palazzo Ceccoli.

Esiste nella Parrocchia di S. Benedetto, nel villaggio su nominato, villaggio che ha avuto origine, in antico, da una famiglia Ceccoli, che ivi aveva stabilito la propria dimora, e presso la quale erano sorte poi in seguito altre abitazioni di parenti ed estranei, sino a costituirvi un piccolo Borgo.

Fu allora che il Sacerdote Gualdese Don Giovanni Battista Travaglia, volle, a proprie spese, costruirvi anche una Chiesa, dopo averne ottenuto il permesso con Rescritto Vescovile del 23 Novembre 1727 e averla dotata con un fondo di venticinque scudi. Fu benedetta e vi fu celebrata la prima Messa il 14 Settembre del 1728, dal Pievano di S. Facondino. Restò poi anche in seguito, un giuspatronato della famiglia Travaglia, alla quale anche oggi appartiene e che ebbe sempre l’onere di mantenere la Chiesa in buono stato e provvederla del necessario. E’ ancora officiata qualche volta, durante l’anno, a richiesta dei fedeli e vi si fa festa il 24 Settembre, giorno dedicato a S. Maria della Mercede. Sull’unico Altare, sin dalla sua erezione, esisteva un quadro in tela rappresentante la Vergine, S. Giovanni Battista, S. Giuseppe, S. Antonio Abbate e S. Nicolo da Tolentino. Sull’architrave in pietra della porta d’ingresso, leggonsi scolpite le seguenti parole: In te sola confido. 1768 Die XXIV Septembris. Ave Maria.

Negli Atti di una Sacra Visita, praticatavi il 14 Maggio 1750 dal Vescovo di Nocera, questa Chiesa, certo per errore, appare intitolata a Maria Vergine dell’Assunzione. Fu restaurata nel 1930.

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XCI. – Chiesa di S. Ippolito Martire.

Negli Atti di una Visita Pastorale, compiuta in Gualdo nel Novembre del 1670, si legge che la Chiesa di S. Ippolito, era stata poco prima costruita, per iniziativa ed a proprie spese, dai Sacerdoti Girolamo e Carlo Mannelli e dal fratello loro Giacomo. In altra Visita del Giugno 1718, tra i fondatori della Chiesa stessa, si annovera anche un Giovanni Maria Mannelli. Costoro si erano assunti altresì l’onere di fornirla d’ogni cosa necessaria, anche per l’avvenire.

Spesso però, in Rogiti Notarili della seconda metà del Quattrocento e del principio del Cinquecento, ad esempio in uno del 19 Aprile 1479, in un secondo del 12 Giugno 1480, in un terzo del 30 Ottobre 1485, in un altro del 26 Ottobre 1492 e in un ultimo del 30 Dicembre 1506, trovo ricordata nella Parrocchia di Pastina, una località col nome di S. Ippolito (… in parocia Pastine, in vocabulo Sancti Appoliti… ), anzi, in quello del 1485, si specifica che detta località, trovavasi presso la strada che allora conduceva a Grello. (1)

Ciò dimostra senza alcun dubbio, che in tale luogo sorgeva allora, o almeno era sorto in passato, un sacro edificio dedicato al Martire S. Ippolito. Quindi la Chiesuola eretta nella fine del Seicento dalla famiglia Mannelli, dovette essere piuttosto una ricostruzione della primitiva omonima Chiesa, ricostruzione fatta o su i suoi antichi ruderi o nei dintorni, tanto è vero che anche questo secondo edificio, sorge di fianco alla via che porta al villaggio di Grello.

La piccola Chiesa fondata dai Mannelli, rimase per lungo tempo proprietà di questa famiglia Gualdese, in possesso della quale la troviamo ancora nella seconda metà del Settecento. La stessa vi faceva celebrare ogni anno, a proprie spese, un Officio di più Messe nella festa del Santo Titolare, il 13 Agosto; anzi, per uno speciale privilegio, in tale occasione vi si potevano celebrare dette Messe, sino a due ore dopo il Mezzogiorno.

Questa piccola Chiesa fa oggi parte della Parrocchia di S. Benedetto, ma un tempo apparteneva alla Parrocchia di Pastina, ed ha un solo Altare ornato da un quadro in tela, raffigurante in alto la Madonna incoronata da due Angeli e avente il Bambino in braccio; in basso S. Giuseppe e S. Ippolito martire. La campana è collocata sul tetto di una vicinissima villa rustica, la quale altro non è che il residuo di un più vasto fabbricato, il quale, secondo un antica tradizione, avrebbe servito originariamente ad uso di Convento e seguì poi come proprietà, le varie vicende della Chiesuola di S. Ippolito. Questa infatti, dopo i Mannelli, appartenne alla famiglia Mattioli e poi a quella Coppari, da cui passò, per diritto ereditario, ai Sinibaldi.

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1490, c . 113 e dal 1490 al 1509. c . 180; di Èrcole di Gabriele dal 1470 al 1496, c. 31; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1484 al I486, c . 229t.

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Nella seconda metà dell’Ottocento, ridotta a sepolcreto privato, furono in essa tumulati, ragguardevoli membri delle famiglie Coppari, Calai e Sinibaldi, i quali ultimi, anche al presente, l’adibiscono a sepolcreto privato della loro famiglia e qualche rara volta vi fanno celebrare la Messa.

XCII. – Chiesa di S. Maria nel villaggio di Pastina.

Troviamo ricordata primieramente questa Chiesa, nella già più volte da noi citata Bolla di Papa Celestino III, data a Roma dal Laterano il 12 Novembre 1191. Già dicemmo, che tale Bolla era diretta al Monastero Benedettino di S. Donato di Pulpiano, che più tardi, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrolio e che sorgeva su di una collina a levante della città di Gubbio, dove è tuttora una Chiesa dedicata appunto a S. Bartolomeo di Petrorio. Il Pontefice, con la Bolla suddetta, prendendo sotto la sua protezione il Monastero di S. Donato di Pulpiano, riconfermava allo stesso il possesso di tutti i suoi beni e dipendenze, tra le quali è appunto annoverata la « Ecdesiam sancte Marie de Pastene». Si disse anche, che il Monastero di S. Donato di Pulpiano, poi S. Bartolomeo di Petrorio, fu unito nel 1419 al Monastero di S. Ambrogio in Gubbio, dell’Ordine dei Canonici Regolari, e che questo infine, insieme al precedente, venne poi fuso con quello di S. Secondo, del medesimo Ordine e della stessa Città. La Chiesa di S. Maria di Pastina, seguì sempre le sorti dei Monasteri suddetti e infatti, sino alla demaniazione del 1860, la troviamo ancora alla dipendenza dei Canonici Regolari del Monastero Eugubino di S. Secondo. (1)

La stessa, dopo la bolla di Papa Celestino III, si ritrova nominata una seconda volta, tra le Chiese che pagarono alla Santa Sede la tassa o decima imposta nel 1332, per alcuni anni, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto da Papa Giovanni XXII. Dai Libri delle Collettorie Pontificie, con la data 24 Giugno 1333, si apprende infatti, che la Chiesa di S. Maria di Pastina, versò, per il primo semestre, venticinque soldi e tre denari Cortonesi, a Delayno de Mutina, Cancelliere del Vescovo di Nocera, funzionante quale Subcollettore del Tesoriere e Collettore Generale del Ducato Spoletino Giovanni Rigaldi. L’annotazione del versamento, risulta nei Registri delle Collettorie con le seguenti parole: « Item [habui] ab Armano prebendato plebis sancte Felicitatis … solvente pro ecclesia S. Marie de Pastina et Sancti Leopardi et S. Serbice, 25 sol. 3 dea. cort. ». (2)

(1) P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200. (In Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Vol. II. Foligno 1915. pag. 452).

(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225. c. 37.

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Poi, per un lungo periodo di tempo, più non abbiamo notizie della Chiesa in esame e solo nel 1506, la troviamo nuovamente ricordata in un elenco di Chiese Gualdesi a cui il Comune di Gualdo pagava una decima. La Chiesa di S. Maria di Pastina, figura in quest’elenco, come ricevente, per ogni semestre, la somma di due bolognini, quindici soldi ed un denaro. Ora siccome salvo rarissime eccezioni, il Comune di Gualdo pagava questo contributo soltanto a Chiese Parrocchiali, così dobbiamo ritenere che la Chiesa di S. Maria di Pastina, sin da quell’epoca, fosse a capo di una Parrocchia. (1)

La qualifica di Chiesa Parrocchiale, è poi chiaramente indicata nella Visita Diocesana del 1571, anzi in tale occasione, il Visitatore, Vicario del Vescovo di Nocera, considerando la piccolezza della Parrocchia di Pastina e la sua vicinanza con la Chiesa di S. Giovanni di Grello, fuse la Parrocchia di Pastina, con quella finitima di Grello. Però poco dopo, e propriamente il 7 Novembre 1573, in occasione della Visita Apostolica praticata nella Diocesi di Nocera dal Vescovo di Ascoli Mons. Pietro Camagliani, costui dichiarò abusivo il suddetto cambiamento di un Beneficio Curato in Beneficio Semplice ed annullò perciò la fusione su ricordata e ciò anche in rapporto ai diritti che, come sopra si è detto, sulla Parrocchia di S. Maria, avevano i Monaci del Monastero Eugubino di S. Secondo. Solo concesse, sempre però riservandosi l’approvazione di questi Monaci, che le due Parrocchie, pur restando amministrativamente divise, potessero essere governate da un unico Rettore, che avrebbe dovuto celebrare alternativamente nelle due Chiese. Inoltre, siccome la nomina del Parroco di S. Giovanni di Grello, spettava al Vescovo di Nocera, e quella del Parroco di S. Maria di Pastina al Priore del Monastero di S. Secondo, così il Visitatore Camagliani, consigliò di redigere un regolare accordo tra Vescovato e Monastero, affinchè pel futuro non nascessero contrasti tra i due Enti, per la nomina del Parroco suddetto. Ma è da credere che le Parrocchie in discorso, seguitassero invece a funzionare completamente separate e ciascuna con un proprio Rettore o almeno che le disposizioni del Visitatore Apostolico avessero breve durata, certo è che nel 1583, tanto l’una come l’altra Chiesa si reggevano di nuovo in modo autonomo e con un proprio Parroco e che in tale stato rimasero anche in seguito sino al 1919. Ma con Decreto Vescovile del 10 Settembre 1918, approvato con Decreto Luogotenenziale del 22 Giugno 1919, la Parrocchia di Pastina fu soppressa e con le sue rendite ne venne istituita una nuova, con sede nella Chiesa di S. Antonio di Padova, nel villaggio di Cerqueto.

Il territorio della vecchia Parrocchia di Pastina fu smembrato: In parte, con l’antica Chiesa Parrocchiale, venne attribuito a quella di Grello, in parte andò a costituire la nuova circoscrizione Parrocchiale, insieme ad una zona di territorio sottratto alla finitima

(1) Arch. Comunale di Gualdo Tadino: Libri dei Consigli. Anno 1506, c. 54.

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Parrocchia di S. Benedetto. In tal modo la Chiesa di S. Maria di Pastina, da Parrocchiale diventò filiale di quella di Grello.

Nella fine del Cinquecento, il Curato di S. Maria di Pastina, oltre ad essere stipendiato dal suddetto Monastero di S. Secondo, ritraeva dai beni Parrocchiali una rendita media annua di otto mine di frumento (circa Kg. 432) e quattro barili di vino. Questi beni andarono per certo in seguito sempre aumentando, e troviamo in fatti che nel 1784, il Parroco godeva il fruttato di ben trentanove terreni. Inoltre, dalla Parrocchia di S. Maria di Pastina, dipende vano allora anche le due vicine Chiese di S. Angelo di Pierle e S. Croce di Rasina. Ciò nonostante, il Curato non risiedeva nella Parrocchia, essendo questa mancante della Casa Presbiteriale.

La Chiesa di S. Maria di Pastina, possedette originariamente un solo Altare dedicato alla Vergine ed ornato dal bel trittico in legno che, per la Chiesa stessa, dipinse Matteo da Qualdo nel 1477, rappresentante nel mezzo la Madonna con il Bambino in braccio, da un lato S. Sebastiano e un Santo Vescovo, certo o S. Facondino o S. Rinaldo o S. Ubaldo, e dall’altro lato S. Antonio Abbate ed un Santo guerriero, da alcuni ritenuto S. Secondo. Oggi, tale trittico, conservasi nella Pinacoteca Comunale di Gualdo Tadino.

La Chiesa, sin dall’antico, ha avuto un solo sepolcro, ed è stata sempre priva di Fonte Battesimale, trasportandosi gli infanti, per il battesimo, in Gualdo. Il Parroco, oltre l’abituale celebrazione della Messa festiva, v’indiceva speciali funzioni religiose il giorno 8 Settembre, Natività della Madonna, ed altre tre Messe vi celebrava nella festa dell’Assunzione di Maria Vergine. Oltre la suddetta solennità dell’8 Settembre, vi si festeggiava il Rosario nella prima Domenica d’Ottobre.

L’attuale edificio della Chiesa di S. Maria di Pastina, nulla ha a che fare con l’edificio originario, quello cioè a cui si riferiva la su ricordata Bolla di Papa Celestino III. Dove questo esistesse noi non sappiamo, certo però sorse poco lontano, forse nel luogo dove recentemente si rinvennero dei ruduri con numerose ossa umane. Per vetustà, o per altro motivo, nella seconda metà del Quattrocento quell’edificio dovette andare in rovina, poiché in quell’epoca si costruì una nuova Chiesa, consistente oggi in quel fabbricato che vediamo attiguo ed annesso al Cimitero di Pastina e che funziona anzi da Cappella Cimiteriale, per il deposito delle salme, in attesa di essere inumate. Questa seconda Chiesa, porta sull’architrave, sopra l’ingresso, la data 1483, che sta certo ad indicare l’anno della sua erezione. Nel 1877, anche tale Chiesa fu abbandonata e occupata nel 1883 dal Comune, il quale l’adibì per l’uso mortuario suddetto. Però, nello stesso anno 1877, se ne costruì una terza più a valle, all’ingresso del villaggio di Pastina, la quale Chiesa è appunto quella attuale. Possiede, oltre l’Altare Maggiore, dedicato sempre alla Vergine, altri due Altari laterali; uno a sinistra dell’ingresso, ornato da una moderna statua della Madonna con il Bambino in braccio, l’altro a destra, recante un grande quadro Seicentesco che raffigura la Presentazione di Maria Vergine al Tempio.

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XCIII. – Chiesa di S. Giovanni Battista nel villaggio di Grello.

La troviamo nominata, primieramente, come Chiesa Parrocchiale, in documenti della seconda metà del XV secolo, ma è senza dubbio di gran lunga più antica ed ebbe forse origini coeve o di poco posteriori, al medioevale Castello di Grello entro cui sorge. Anzi, nel secolo suddetto, lo stesso Castello fu talvolta senz’altro indicato con il nome del Santo Titolare della Chiesa, come, ad esempio, in un documento avente la data 18 Settembre 1475, nel quale appare un tal Luca di Gregorio, che s’indica infatti come nativo « de Castro Sancti Joannis alias Grilli» ed in un altro del Novembre 1492, dove è nominato un Galeotto di Daniele anch’esso « de Castro sancti Johannis sive Grilli ».

La Chiesa, nei primi tempi della sua esistenza, fino a tutto il Cinquecento, ci risulta essere stata poverissima e priva di stabili rendite, tanto che non poteva neppure mantenere regolarmente un proprio Rettore. Questo ci spiega il notevole numero di elargizioni che alla stessa venivano allora fatte da pie persone con disposizioni testamentarie: Così, ad esempio, troviamo che il 5 Maggio 1481, tal Marcazio di Mencuccio alias Morelli, lasciava due fiorini per un calice da offrirsi alla Chiesa di S. Giovanni di Grello dove voleva essere seppellito; un fiorino e mezzo, a titolo di restituzione, dava Sante di Angelo There da Gualdo il 24 Luglio 1485; Giovan Battista di Buscano, del prossimo villaggio di Pierle, il 26 Ottobre 1494, destinava «pro suo ultimo juditio » cinque soldi all’Altare Maggiore della Chiesa in esame, più un fiorino, «pro ornamento et aconcimine » della Chiesa stessa, e così via di seguito. (1)

Similmente, per alleviare l’indigenza della Chiesa di S. Giovanni di Grello, il Visitatore Apostolico Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, il 4 Novembre 1573, ordinò che tutte le famiglie costituenti la Parrocchia, le quali erano allora in numero di venti, dovessero quotarsi e per il futuro assicurare al Parroco, sui propri beni, una rendita annua di dieci mine di grano e più che altrettanti barili di vino. Ma in seguito, le rendite della Chiesa aumentarono notevolmente, e infatti troviamo che, due secoli dopo, la stessa, oltre a percepire dai Parrocchiani le suddette dieci mine di frumento, più un boccale di vino per persona ed una soma di legna per famiglia, possedeva altresì dodici terreni. Di più, i Parrocchiani, avevano l’obbligo di coltivare le terre della Chiesa e provvedere quest’ultima di tutto quanto potesse occorrerle, compresi i ceri nelle feste solenni, come Pasqua, Pentecoste e Natale, i quali ceri, erano invece forniti dal Parroco, per le altre comuni funzioni religiose.

(1) Arch. Notarile di G ualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1472 al 1497, c. 32 ; dal 1473 al 1527, c. 29t e 44t; di Èrcole di Gabriele dal 1493 al 1496, Quaderno VI, c. 170; dal 1470 al 1496, c . 43t.

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Oltre a ciò, la Chiesa di S. Giovanni godeva allora del fruttato di alcuni censi e percepiva dal Comune di Gualdo, una decima, che nel principio del Cinquecento, consisteva in due bolognini ogni semestre e nel principio del Settecento in quattro paoli ogni anno. (1)

La Chiesa, sin dal XVI secolo, era munita di tre Altari, dei quali quello Maggiore, addossato alla parete di fondo, era dedicato a S. Giovanni Battista e su di esso esisteva anzi, in passato, un’icona oggi scomparsa, rappresentante il Santo Titolare con il Beato Angelo da Gualdo.

Nel principio del XVIII secolo, i due Altari laterali erano stati già demoliti e solo vi restava l’Altare Maggiore, sul quale il Parroco doveva celebrare tutti i giorni festivi. Spesso però, vi si diceva anche Messa, ex devotione, per conto di qualche pia persona. Oltre a ciò, nella Chiesa di S. Giovanni di Grello, era stato trasferito il Titolo e Beneficio Ecclesiastico della prossima, diruta Chiesa di S. Donato di Agello, della quale tra poco tratteremo, con l’obbligo di alcune Messe ogni anno. Nell’attuale Tempio, la parte antica e primitiva, è quella che ancora vedesi coperta da una rozza volta a botte, sopra la quale esisteva una porzione della Casa Parrocchiale, trovandosi l’altra porzione sul suo fianco sinistro. Tale Chiesa era assai angusta, e perciò tra la fine del Cinquecento e il principio del Seicento, fu prolungata in avanti per renderla più vasta. Nel 1703, per effetto di un terremoto, gravi danni riportarono così la Casa Parrocchiale come la Chiesa, alla quale, nel 1855 fu aggiunta posteriormente l’attuale Sagrestia. Tra il 1928 e il 1929, fu abbattuto il su ricordato prolungamento anteriore del sacro edificio e si ricostruì ancora più vasto, ricoperto da volta e con facciata di stile Romanico. In tale occasione, l’Altare Maggiore che, già si disse, era addossato alla parete di fondo, fu demolito e ricostruito isolato più avanti, venendo altresì ripristinati i due Altari laterali come in passato.

L’interno della Chiesa antica era ricco di affreschi, in gran parte eseguiti nella seconda metà del Quattrocento da Matteo da Gualdo e di queste pitture, quattro ne esistono ancora, delle quali diamo una dettagliata descrizione nel Capitolo destinato alla vita ed alle opere di questo geniale Pittore Gualdese. La Chiesa infine possedeva una tomba per i defunti maschi ed una per le femmine, e fu sempre munita di campana. Era sede di una Confraternita laicale detta di S. Giovanni o del Corpo di Cristo.

Prossima alla Chiesa e in dipendenza di questa, proprio sul quadrivio esistente a Nord Ovest della stessa, sorge anche oggi una piccola Maestà dedicata a S. Anna. E’ assai antica, appariva un tempo ornata da dipinti di Matteo da Gualdo, oggi andati perduti e trovasi ricordata nei nostri documenti d’Archivio in un rogito del 16

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.

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Giugno 1504, che appunto s’indica come esteso « in loco ubi dicitur sancta Anna, juxta maistatem sancte Anne». (1)

XCIV. – Oratorio di S. Pietro Apostolo nel villaggio di Grello.

Fu fondato a proprie spese da Pietro Feliciani, Cavaliere Gualdese, mediante Breve Apostolico dato a Roma il 27 Febbraio 1636, riconosciuto e pubblicato dal Vescovo di Nocera nel susseguente 23 Settembre, per mezzo del Cancelliere Vescovile Durante Dorio, il noto storico dei Trinci di Foligno.

Sorse nel Castello di Creilo, contiguo ad un’abitazione del Feliciani, che vi faceva dire Messa per conto ed a piacimento proprio. Fu anche chiamato S. Pietro del Colle del Cavaliere. Ignoriamo quando cessò di esistere, certo che nel 1673 funzionava ancora ed apparteneva tuttavia alla famiglia Feliciani, come si apprende dalla relazione di una Visita Pastorale, praticatavi in quell’anno dal Vescovo di Nocera, che ordinò in tale occasione di apportare alcuni restauri alla Chiesuola. Ignoriamo oggi, in quale edificio del Castello di Grello esistette quest’Oratorio.

XCV. – Chiesa di S. Donato di Agello presso Grello.

Un’antica Chiesa, denominata S. Donato di Agello, sorgeva un tempo nella Parrocchia di Creilo tra Maggiano e Monte Derfene, in un terreno che anche oggi si designa con il vocabolo S. Donato. A circa cinquecento metri di distanza, verso ponente, un’altra località è chiamata al presente Nagello, ed è certo questa che diede alla Chiesa il suo attributo topografico. L’attuale denominazione di Nagello, è corruzione dell’antico vocabolo Agello, latinamente Agellus, che significa poderetto, piccolo campo, e la designazione di questo luogo deve essere sicuramente assai antica, poiché il vocabolo Agello, appare persino in una sentenza emanata dal Podestà di Gualdo l’8 Decembre 1306. Ma la prima traccia di una Chiesa in tale località, ho potuto trovarla in un rogito del nostro Archivio, solo il 30 Dicembre 1473, rogito nel quale si nomina infatti un campo situato «in parocia Agelli».

Dopo questo primo accenno, nei nostri antichi Atti Notarili, ricompare spesso qualche ricordo di questa Chiesa e in modo talvolta anche più dettagliato. Così, in altro rogito del 3 Maggio 1474, si accenna ad un terreno posto anch’esso, « in parochia Agelli, In vocabulo montis Erfani», in altro Atto del 15 Novembre 1490 è citato un nuovo campo facente parte della Parrocchia di Agello, « in vocabulo montis Delfeni sive Derfeni » e finalmente,

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piersante di Andrea Benadatti dal 1502 al 1511, c. 25t.

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in un Istrumento del 6 Febbraio 1497, si tratta di alcune terre « in parochia Agelli, in vocabulo sancti Donati ».(1)

La Chiesa di S. Donato, nella seconda metà del XVI secolo già più non esisteva, tanto è vero che il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, il 4 Novembre 1573, ordinò che su i pochi ruderi allora rimasti, si erigesse una Croce di pietra e che il Titolo e Beneficio di S. Donato di Agello, si dovessero trasferire nella vicina Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni di Grello, con l’obbligo di due Messe almeno ogni anno, una nel giorno di S. Donato, l’altra in una Domenica di Quaresima. Godeva in quel tempo il Beneficio di S. Donato, il Sacerdote Don Angelo Fantucci da Roccacontrada.

Negli Atti della Visita Diocesana che il Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, fece alla Chiesa di S. Giovanni di Grello il 18 Ottobre 1607, si conferma infatti l’avvenuta unione con quest’ultima, del Titolo e Beneficio di una vicina, diruta Chiesa, intitolata a S. Donato de Maranis. Si aggiunge, che le rendite di questo Beneficio, (cinque coppe circa di grano ogni anno), dovevano essere perciò devolute alla suddetta Chiesa di S. Giovanni di Grello, dove si sarebbero celebrate in compenso tre Messe annualmente, due delle quali nel giorno di S. Donato. Ora questa Chiesa di S. Donato de Maranis, è appunto S. Donato di Agello, tanto è vero che nei suddetti Atti della Visita Diocesana in esame, si legge che l’ultimo Titolare del Beneficio, era stato il già ricordato Don Angelo Fantucci da Roccacontrada, morto l’anno 1605. Anche nella susseguente Visita Diocesana, praticata da Mons. Florenzi alla Chiesa di S. Giovanni di Grello, il 19 Settembre 1610, si ripete, che a quest’ultima Chiesa era stato unito il Titolo e Beneficio di S. Donato de Maranis, con l’onere di tre Messe ogni anno. L’appellativo de Maranis, potrebbe spiegarsi con il fatto che una famiglia Marani, abitava forse allora o possedeva, il luogo ove era sorta la Chiesa. Anche oggi infatti esiste un tale cognome tra la popolazione Gualdese.

Noteremo infine che la Chiesa in esame, non va confusa con quella omonima di S. Donato de Maranis, che esisteva invece nel territorio di Sassoferrato.

XCVI. – Chiesa di S. Angelo di Pierle presso Grello.

S’ignora l’epoca della sua fondazione, ma è certo Chiesa antichissima, poiché in una Bolla di Papa Celestino III, data dal Laterano il 12 Novembre 1191 trovasi ricordata, con il norne di S. Angelo di Prelo insieme ad altre Chiese Gualdesi soggette al

(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 402, c. 36-371. – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Piero di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1472 a 1497, c . 21 ; dal 1489 al 1490, c . 191t; del 1497, c . 33; di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XIII, c. 20t,

535 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

Monastero di S. Donato di Pulpiano, che in seguito, dopo la metà del Duecento, fu invece chiamato S. Bartolomeo di Petrorio, il quale Monastero come già si disse, sorgeva su di una collina a levante della città di Gubbio, dove è tuttora una Chiesa dedicata a S. Bartolomeo di Petrorio. (1)

Più tardi la troviamo tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333, pagarono alla S. Sede, il primo semestre della tassa o decima imposta nel 1332, per alcuni anni, su i Beni Ecclesiastici del Ducato di Spoleto da Papa Giovanni XXII. Come si è ricordato per altre Chiese Gualdesi, il Tesoriere e Collettore Generale del Ducato, Giovanni Rigaldi, aveva delegato quale Subcollettore nella Diocesi suddetta, il Cancelliere Vescovile di Nocera, Delayno de Mutina il quale prese nota, nei suoi Registri, del pagamento suddetto, con le seguenti parole: « Item habui a dompno Petro pro ecclesia S. Angeli de Perlis, 9 s., 7 den. cort. ». (2)

Quando nel 1419, il Monastero di S. Donato di Pulpiano, alias di S. Bartolomeo di Petrorio, fu con i suoi beni unito all’altro di S. Ambrogio in Gubbio, dell’Ordine dei Canonici Regolari, la Chiesa di S. Angelo andò in proprietà di questi ultimi. Finalmente, aggregato il Monastero di S. Ambrogio a quello di S. Secondo dello stesso ordine e della stessa città di Gubbio, la nostra Chiesa fu devoluta ai Canonici Regolari di S. Secondo, che la provvedevano di tutto l’occorrente, ne nominavano il Cappellano, il quale vi celebrava Messa ogni mese, e che la tennero in dipendenza finché esistette.

Nel secolo XIV, la Chiesa di S. Angelo di Pierle era sede di Parrocchia e come tale viene ricordata in molti documenti di quell’epoca, ad esempio in un Atto Notarile del 22 Gennaio 1377, dove appunto si nomina il Castello di Grello, come facente parte della Parrocchia di Pierle. Anzi, il Comune di Gualdo, era tenuto a fornire a questa Chiesa semestralmente ed a titolo di decima, la somma di tre Bolognini e dieci soldi, persistendo ancora tale usanza nella prima metà del Cinquecento. (3)

Ma in seguito, la sede Parrocchiale, fu trasportata nella vicina Chiesa di S. Giovanni di Grello. Infatti, ispezionata quella di S. Angelo di Pierle il 7 Novembre 1573, dal Visitatore Apostolico Pietro Camagiiani, Vescovo di Ascoli, questi la trovò allo stato di Beneficio semplice sine cura, e ridotta in cosi pessime condizioni, che proibì di celebrarvi i divini Offici, pena la sospensione a divinis per il Sacerdote che avesse osato di dirvi Messa, e nello stesso tempo ordinò il sequestro delle rendite della Chiesa al Benificiato, dovendosi invece devolvere per i necessari restauri. Dieci anni dopo il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, negli Atti di una sua Visita Pastorale, con la data del 28 Dicembre 1583, lasciò scritto

(1) P. CENCI: Codice Diplomatico di Gubbio dal 900 al 1200. (In Archivio Per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria. Foligno 1915. Vol. II, pag. 452).

(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 36t.

(3) Arch. Comunale di Gualdo : Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio LeIli dal 1376 al 1382. c . 8.

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che il fabbricato della Chiesa era crollato (solo equatum) ed ordinò perciò che in loco macerine, fosse eretta a ricordo una Croce, ed il Titolo e Beneficio di S. Angelo di Pierle, venisse trasferito nella Chiesa di S. Croce di Rasina. (1)

Però in seguito, dagli Atti di altre Sacre Visite praticatevi dai Vescovi di Nocera il 7 Settembre 1593, il 3 Luglio 1597 e il 19 Settembre 1610, apprendiamo con meraviglia che la Chiesa seguitava ad esistere ed era regolarmente officiata, benché ridotta in pessime condizioni. Dobbiamo quindi formulare due ipotesi: o il Vescovo Mannelli esagerò la rovina della Chiesa, dandone notizia senza averla neppure visitata, ma sulla fede e secondo la relazione errata, a lui fornita da un altra persona, come spesso facevano i Vescovi Visitatori per risparmio di tempo o difficoltà di accesso, specie quando trattavasi di Chiese poco importanti, oppure l’edificio, effettivamente crollato, era poi stato ricostruito alla meglio. Ma è da preferirsi la prima ipotesi, poiché, se la Chiesa fosse stata restaurata, non si comprenderebbe perché, pochi anni dopo, nella Visita del 23 Maggio 1613, il Visitatore ordinò che venisse definivamente chiusa al culto, avendo constatato che era in pessimo stato, con l’Altare demolito, sprovvisto dei sacri arredi, con rendite irrisorie (circa quattro coppe di frumento all’anno che ritraeva dal possesso di poca terra) e che non vi si celebrava più Messa. Un tale ordine dovette avere esecuzione, poiché dalla Sacra Visita del 1628, apprendiamo che i Monaci del Monastero di S. Secondo di Gubbio, considerando il triste stato in cui era ridotta la Chiesa di S. Angelo di Pierle, avevano riunito il relativo Beneficio Ecclesiastico, alla Chiesa Parrocchiale di S. Maria di Pastina, anziché alla Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni di Grello, entro la di cui giurisdizione sorgeva. Non deve fare meraviglia questa fusione con una Chiesa Parrocchialmente estranea, riflettendo che, come S. Angelo di Pierle, così anche S. Maria di Pastina dipendeva dal Monastero Eugubino dì S. Secondo, ed è naturale che questi Monaci avessero preferito di riunire il Beneficio in parola ad una Chiesa di loro proprietà. Approfittando di tale aggregazione, il Parroco di S. Maria di Pastina, nel 1633, domandò licenza al Vescovo di demolire del tutto la cadente Chiesa di S. Angelo di Pierle, e servirsi dei materiali edilizi, ancora utilizzabili, per edificare la Casa Parrocchiale di Pastina, aggiungendo di avere, per ciò fare, ottenuto anche la necessaria autorizzazione dai Canonici Regolari del Monastero di S. Secondo. Ma, o la licenza non venne concessa, o il Parroco cambiò poi proposito, poiché, per tutto quel secolo, vediamo ancora sussistere l’edificio di S. Angelo di Pierle, e soltanto nei primi anni del Settecento, il Parroco di Pastina, Don Pietro Cecchini, rinnovando la richiesta del suo predecessore, potè demolirlo e venderne i materiali utilizzabili, impiegando poi una parte del ricavato per acquistare alcuni sacri arredi mancanti nella

(1) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite negli anni su indicati.

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sua Chiesa Parrocchiale. Andò allora distrutto anche un dipinto che ornava la Chiesa di S. Angelo, rappresentante la Vergine con S. Sebastiano ed il Beato Angelo da Gualdo.

La Chiesa suddetta, sorgeva su di un terreno che, nella Mappa Catastale di Grello, Vocabolo Pierle, porta il N.° 484 e che appartenne, sino al 1912, al Beneficio Parrocchiale di Pastina. Acquistato in tale anno dalla famiglia Ribacchi di Gualdo Tadino, in seguito ad alcuni lavori agricoli, si ritrovarono casualmente le fondamenta e le tombe di questa vetusta Chiesa Gualdese, la di cui precisa ubicazione, era stata sino allora ignorata. Per ricordo, su quei ruderi i Ribacchi eressero una Maestà l’anno 1927.

XCVII. – Chiesa di S. Maria di Monte Rampone in Morano.

Come abbiamo visto accadere per molte altre antiche Chiese Gualdesi, anche questa di S. Maria di Monte Rampone, trovasi nominata per la prima volta, tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che nel 1333 pagarono la decima che Papa Giovanni XXII, impose, per la durata di alcuni anni, nel 1332, su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto. Riscosse tale decima, nella Diocesi di Nocera, il Cancelliere e Notare del Vescovo, Delayno de Mutina, il quale funzionava quale Subcollettore di Giovanni Rigaldi, Collettore generale e Tesoriere Pontificio nel Ducato Spoletino. Nel Registro in cui vennero annotate le singole riscossioni della decima, la Chiesa di S. Maria di Monte Rampone, avendo versato la sua prima quota semestrale, il 24 Giugno dell’anno suddetto, trovasi ricordata con le seguenti parole: «a dompno Jacobo plebano Tayni solvente pro Riccomanno pre bendato in ecclesia S. Marie de Monti Rampano [habui] 19 s., 2 den. cort. ». Più innanzi, nello stesso Registro, leggesi inoltre : « a Petro plebano montis Ramponis [habui] 25 sold.».(1)

Conosciamo anche un Breve di Sisto IV, dato a Roma il 29 Gennaio 1477, diretto a Gennaro e ad Angelo, rispettivamente Rettori delle Chiese Parrocchiali di Monte Rampone e di Casacastalda, con il quale li delegava arbitri in una richiesta fatta dall’Abbate del Monastero di S. Pietro di Val di Rasina, di permutare o vendere alcuni beni stabili dell’Abbazia, per il valore di venticinque ducati circa. (2)

Queste due notizie ci dimostrono altresì che la Chiesa costituiva in quell’epoca una Pievania ed aveva, sin d’allora, funzioni Parrocchiali. Anzi, nel 1573, il Visitatore Apostolico e Vescovo di Ascoli Pietro Camagliani, propose di unire la Parrocchia di S. Maria di Monte Rampone, con quella finitima di S. Giovanni di Catigliano, o Morano, di cui tratteremo tra poco. Dagli Atti di tale

(1 ) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 36t e 39.
(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1490, c. 84.

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Visita Apostolica, risulta inoltre, che la prima di queste due Chiese Parrocchiali, possedeva in quel tempo una rendita media annuale equivalente a dieci mine di frumento, due mine di spelta, sei barili di vino, ed un fiorino e mezzo in moneta. Oltre a ciò, il Comune di Gualdo, sin dai primi di quel secolo, pagava semestralmente alla Chiesa, a titolo di decima, la somma di diciassette bolognini, otto soldi e un denaro. (1)

D’altra parte, questa Parrocchia aveva allora giurisdizione soltanto su ventiquattro famiglie, con circa cento abitanti, e fu forse il piccolo numero dei Parrocchiani, che determinò il Visitatore Apostolico ad ordinare la fusione suddetta, che fu infatti subito effettuata, dovendo però risiedere il Parroco nella Casa Parrocchiale annessa alla Chiesa di S. Giovanni, e non in quella dipendente da S. Maria di Monte Rampone.

In quest’ultima sempre esistette un unico Altare, dedicato alla Vergine e che era un tempo ornato da un’icona in legno dorato assai antica e pregevole, raffigurante la Madonna con il Bambino in braccio ed a fianco S. Pietro. L’anno 1694, questo Altare, con la soprastante icona, fu quasi distrutto da un incendio, ed il dipinto perduto fu sostituito poi da un quadro in tela, con l’effige della Madonna, con Gesù Infante che consegna le chiavi a S. Pietro, con S. Anna ed inferiormente con un Sacerdote, certo il Committente del quadro. Anche quest’ultimo è scomparso e nella parete sopra l’Altare, vedesi oggi un’ altra tela rappresentante la Madonna tra S. Domenico e S. Caterina.

Quando la Chiesa era a capo di una singola Parrocchia, vi si celebrò Messa in tutti i giorni di precetto, ma dopo che fu unita a quella di S. Giovanni di Catigliano, la Messa festiva s’indisse sempre alternativamente nelle due Chiese, come anche attualmente si pratica. Nel Settecento, vi si celebrava inoltre Messa nel giorno della Circoncisione di Gesù Cristo, per legato di una famiglia del luogo soprannominata Pierotto.

La Chiesa munita di campana, era in antico mancante di Sagrestia. Aveva nel pavimento due tombe, una per gli uomini, un’altra per le donne; si usava però seppellirvi promiscuamente le salme, senza riguardo al sesso, per cui il Vescovo di Nocera, nel 1705, ordinò che si osservasse tale distinzione e che si costruisse altresì una terza tomba per i bambini. Questo sacro edificio, subì notevoli restauri nel 1922, nel quale anno fu anche costruita la Sagrestia che mancava.

XCVIII. – Chiesa di S. Giovanni Evangelista in Morano.

11 4 Agosto 1169, Papa Alessandro III, con Bolla data a Benevento, riconfermava all’Abbazia di S. Benedetto in Gualdo, tutte le sue numerose dipendenze, consistenti in terre e Chiese sparse in gran parte dell’Umbria. Nella Bolla suddetta, tra le Chiese

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.

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allora soggette all’Abbazia Gualdese, trovasi indicata una «Capelao S. Ioannis de Catigliano » la quale sta a rappresentare il primo nucleo di quella che fu poi la Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni Evangelista di Catigliano, indicata con questo attributo topografico, sino alla seconda metà del Settecento, nella quale epoca, il vocabolo Catigliano, andò gradatamente scomparendo e s’incominciò a chiamare invece la Chiesa con l’attuale denominazione di S. Giovanni Evangelista di Morano. Aggiungeremo anzi che, negli antichi Atti di Sacre Visite, figura spesso come dedicata a S. Giovanni ante Portam Latinam, in ricordo dell’omonima Chiesa, eretta in Roma dai primi Imperatori Cristiani. (1)

Dopo la Bolla di Papa Alessandro III, la nostra Chiesa di S. Giovanni, riappare in altra Bolla di Clemente III, data dal Laterano il 6 Maggio 1188, in un elenco di Chiese e beni che, similmente, venivano riconfermati in possesso dell’Abbazia Gualdese. (2)

In seguito, durante quasi un secolo e mezzo, nessun documento più accenna alla Chiesa di S. Giovanni di Catigliano sino al 1333, nel quale anno la ritroviamo tra le Chiese che allora pagarono alla Santa Sede, la decima imposta da Papa Giovanni XXII, su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto per rifornire l’esausto tesoro Pontificio. Delayno de Mutina, come già abbiamo visto fare per altre Chiese Gualdesi, nella sua qualità di Notaro del Vescovo di Nocera e di Subcollettore alla dipendenza del Collettore Generale del Ducato Giovanni Rigaldi, con la data 24 Giugno 1333, cosi infatti annotò i versamenti della decima suddetta, fatti dalla Chiesa in esame: « A dompno Jacobo plebano Tayni . . . pro ecclesia S. Iohannis de Catiglano et pro parte [domini] Iohannis, 22 solidos, 3 denarios cor tonenses. Ab eodem pro ecclesia S. Iohannis de Catiglano pro parte domini Nicole, 13 solidos, 7 denarios cortonenses ». (3)

Da tutti i documenti su descritti, non risulta però la qualifica Parrocchiale della Chiesa di S. Giovanni Evangelista di Catigliano, o Morano che dir si voglia, ma come tale, ci appare invece per la prima volta, negli Atti della Visita Pastorale del 17 Aprile e di quella Apostolica del 4 Novembre 1573. Anzi, da tali Atti, risulta che alla Parrocchia di S. Giovanni, già da tempo era stato unito il Beneficio semplice e sine cura, della vicina Chiesa di S. Nicolo di Voltole di cui tratteremo tra poco, e che il Visitatore Apostolico proponeva ora di riunire alla stessa, anche le due confinanti Parrocchie di S. Lucia di Peritolo e S. Maria di Monte Rampone. Detta unione, era giustificata dal fatto che le tre Parrocchie, separatamente, vivevano di una vita grama e potevano a stento funzionare, tanto che la Chiesa di S. Giovanni era ridotta in pessime

(1) Arch. Vaticano: Arm. XXXI. Tomo 53, fogl. 48 – P. KEHR: Nachtrage zii den Romischen BitricMen (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenchaften z« G’òttingen. Anno 1903. Pag. 570-572) – Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Visite Pastorali Chiesa S. Giovanni di Catigliano o Morano. Anno 1772.

(2) MlTTARELLI : Annali Camaldolesi. Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice allo stesso Tomo IV, pag. 168.

(3) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225. c. 37.

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condizioni, ed abitando il suo Parroco lontano dalla Parrocchia, solo assai raramente vi si celebrava la Messa, celebrazione che prima, di regola, vi si faceva invece due volte al mese. Certo è che la proposta fusione venne subito effettuata ed infatti dal 1573 in poi, oltre al suddetto Beneficio Ecclesiastico della Chiesa di S. Nicolo di Voltole, anche le Parrocchie di S. Lucia di Peritolo e S. Maria di Monte Rampone, trovansi sempre unite e dipendenti dalla Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni. Anche le rispettive rendite, vennero per conseguenza unite. Nel principio del Seicento, tali rendite erano costituite, per la Chiesa di S. Giovanni, da due salme di frumento, per quella di S. Lucia di Peritolo, da cinque quarti e per l’altra di S. Maria di Monte Rampone da quattordici quarti di frumento ed otto barili di vino in media ogni anno. Non molto in verità, tenendo presente che una salma corrisponderebbe oggi in peso a Kg. 216 ed un quarto a Kg. 27. Oltre a ciò il Comune di Gualdo, a titolo di decima, pagava alla Chiesa, una somma che nei primi del Cinquecento consisteva in due bolognini e due denari ogni semestre e nella fine del Seicento in cinque scudi ogni anno. (1)

Negli ultimi anni del Settecento, i beni immobili Parrocchiali erano in complesso rappresentanti da diciotto terreni che, unitamente alla decima Comunale, rendevano in media; cinquantotto scudi ogni anno. Nell’occasione in cui si riunirono le Parrocchie su nominate, venne inoltre decretato che il Parroco avrebbe dovuto risiedere nella Casa Presbiteriale annessa alla Chiesa di S. Giovanni, della quale fu poi ordinato l’ampliamento dal Vescovo di Nocera nel 1621. Fu inoltre stabilito che avrebbe dovuto dire Messa una Domenica nella Chiesa di S. Giovanni, e la Domenica seguente in quella di S. Maria di Monte Rampone. Inoltre, per quanto si riferiva alla Chiesa di S. Lucia di Pentolo, due volte al mese, in Domeniche alterne, vi avrebbe dovuto far celebrare, a sue spese, da altro Sacerdote, ed infine sarebbe stato tenuto ad officiare la Chiesa di S. Nicolo di Voltole, almeno in occasione della festa del Santo Titolare.

Nel principio del Settecento, la Chiesa, oltre l’Altare Maggiore dedicato a S. Giovanni Evangelista, ne possedeva anche un altro intitolato alla Madonna del Rosario. Sul primo Altare eravi un quadro in tela raffigurante il Santo Titolare. I Parrocchiani vi facevano celebrare, a proprie spese, alcune Messe nella festa di S. Giovanni. Altre cinque Messe ogni anno, vi si celebravano per legato di tale Agostino di Patrignano da Villanova, come da testamento in data 17 Luglio 1623. Sull’Altare del Rosario, esisteva invece un quadro in tela rappresentante la Madonna omonima. La presenza di questo secondo Altare, farebbe pensare che nella Chiesa avesse allora sede una Confraternita del Rosario, la quale però mai vi fu istituita, nonostante che lo stesso Vescovo di Nocera

(1) Arch. Comunale di Gualdo i Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54 – Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite. Anno 1688. Chiesa di S. Giovanni di Catigliano.

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ne raccomandasse la creazione nel 1718 e più tardi nel 1728. Questo Altare del Rosario, spettava del resto alla famiglia Genni, che risiedeva in quelle vicinanze ed era stato dotato da tale Andrea di Eliseo, con dodici scudi che, dal suo erede Francesco Antonio Matteucci, furono consegnati sotto forma di un campo. Però, nel 1772, l’Altare del Rosario già più non esisteva nella Chiesa.

Per antichissima abitudine, nella Parrocchia di S. Giovanni si usava che i parenti di un defunto, all’uscita di quest’ultimo dalla propria casa, distribuissero del pane a coloro che l’accompagnavano sino alla Chiesa di S. Giovanni, ove doveva essere tumulato. Il Vescovo di Nocera, nel 1718, ordinò che in tali occasioni, la distribuzione del pane, si dovesse effettuare non nella dimora del morto, ma alla porta della Chiesa. In questa esistevano due sepolcri, uno per i maschi, l’altro per le femmine e le sue pareti dovettero un tempo essere coperte di affreschi, poiché nel 1742 il Vescovo di Nocera ordinò « dealbari picturas antiquas et indecentes omnesque parietes ». Nei secoli passati, il mantenimento della Casa Presbiteriale e della Chiesa spettava ai Parrocchiani, ma ciò nonostante, quest’ultima, con gli anni, era andata continuamente deperendo, di modo che, essendo quasi cadente, nel 1871 fu demolita e ricostruita di nuovo e più grande sullo stesso luogo. Anche l’annessa Casa Parrocchiale, subì in tale occasione notevoli restauri ed a tutto ciò si provvide abbattendo e vendendo i folti boschi delle terre della Parrocchia. Altri importanti restauri subì nel 1891, e queste due date veggonsi oggi infatti scolpite sopra la porta d’ingresso. Nella Chiesa così rinnovellata, furono eretti tre Altari: Quello Maggiore, originariamente dedicato a S. Giovanni Evangelista, che prese il Titolo del SS. Sacramento, quello in cornu Epistolae che fu intestato a S. Maria Addolorata ed il terzo in cornu Evangeli, che fu consacrato a S. Vincenzo Ferreri. Nel 1922 furono apportati all’edificio nuovi restauri.

XCIX. – Chiesa di S. Giuseppe in Morano.

Questa Chiesa sorse nella prima metà del secolo XVIII, per cura ed a spese di tal Domenico Matteucci, presso la di lui abitazione, in vocabolo Casanoro, nella Parrocchia di S. Giovanni a Morano. Non se ne fa cenno negli Atti della Visita Diocesana del 1731, ma risulta invece ispezionata, per la prima volta, dal Vescovo di Nocera, nella Visita del 1742. Fu quindi, per certo, costruita in quell’intervallo di tempo.

Sull’unico Altare, fu collocato un quadro in tela, raffigurante in alto la SS. Trinità, in basso S. Giuseppe, S. Domenico e l’effigie del Committente nonché Fondatore della Chiesa. Questo quadro, di assai rozzo disegno, vi esiste ancora e porta la data 1733, la quale possiamo ritenere sicuramente che corrisponda all’anno in cui fu eretta la Chiesa stessa.

Anticamente vi s’indiceva un Officio di più Messe nella festa del

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Santo Titolare e vi si celebrava qualche volta durante l’anno, per volere ed a spese degli eredi del Fondatore che, quali Patroni della Chiesa, erano in obbligo di mantenerla in buono stato e di fornirla del necessario. Però nel 1772, il Vescovo di Nocera ordinò che non vi dovessero celebrare i Divini Offici, Sacerdoti sconosciuti e non muniti di speciale autorizzazione del Parroco di S. Giovanni, entro la di cui giurisdizione era compresa la Chiesa.

Questa andò in seguito a poco a poco deperendo, riducendosi allo stato di fienile e in tale stato passò in proprietà della famiglia Tini, che abita pochi passi lontano. Questa famiglia, nel 1911, restaurò completamente la Chiesa e la riaprì al culto ed anche attualmente ne cura il mantenimento e l’officiatura, consistente in una Messa nel giorno di S. Giuseppe, recitatavi dal Titolare della Parrocchia.

C. – Chiesa di S. Maria Vergine del Rosario in Morano.

Fu fondata l’anno 1702, da tal Sante di Domenico Matteucci, nella località anche oggi chiamata Osteria di Morano, presso la propria casa, dalla quale era divisa mediante la pubblica via. Proprio sul suolo ove la Chiesa sorgeva, trovasi oggi una rivendita di sali, tabacchi e privative dello Stato. Il Matteucci suddetto, non soltanto la fondò a proprie spese, ma si obbligò, anche a nome dei suoi successori ed eredi, al mantenimento della Chiesa, la quale perciò, qualche volta, venne appunto chiamata « Chiesa di Maria Vergine de Matteuccio ».

In quel tempo, la Chiesa di S. Leonardo di Pozzuolo, presso il villaggio di Rigali e della quale in seguito tratteremo, da un Cavaliere dell’Ordine Gerosolimitano che l’aveva in Commenda, era stata concessa in affitto, con i terreni annessi, al suddetto Sante di Domenico Matteucci, e trovandosi per di più detta Chiesa, per ordine del Vescovo di Nocera, in istato di sospensione, il Matteucci ne approfittò per trasportare in quella da lui fondata in Morano, tutti i sacri arredi della sospesa Chiesa di S. Leonardo.

La Chiesa di cui stiamo trattando, non aveva oneri di Messe, era assai piccola e con un solo Altare, su cui ammiravasi l’immagine della Madonna. La famiglia del Matteucci suddetto, vi faceva celebrare qualche volta a suo piacimento nei giorni festivi, ma mancava una data fissa per festeggiarne la Vergine Titolare, per cui il Vescovo di Nocera, nel 1721, ordinò che tale festa, con almeno una Messa, vi si indicesse «infra octavam solemnitatis SS. Rosarii», in un giorno che sarebbe stato scelto dal Parroco. Probabilmente, è da quel momento che assunse il titolo della Madonna del Rosario. Negli Atti di una Sacra Visita, praticatavi il 14 Maggio del 1750 dal Vescovo di Nocera, è però intitolata, forse per errore, alla Vergine del Carmelo.

La Chiesa in discorso, oggi più non esiste ed ignoriamo anche quando cessò di funzionare, certo che nel 1772 ancora era aperta al

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culto, essendo stata ispezionata, in quell’anno, dal Vescovo di Nocera, in occasione di una sua Visita Diocesana. Negli Atti di questa Visita, risulta che apparteneva tuttavia agli eredi del suddetto Domenico Matteucci.

CI. – Chiesa di $. Maria Vergine dell’Assunzione in Morano.

Sorse l’anno 1707, nella Parrocchia di Morano, sulla via che va da Gualdo ad Assisi, presso il confine occidentale della Parrocchia stessa, appunto per comodità di quegli abitanti, che non facilmente potevano accedere alle due lontane Chiese Parrocchiali di S. Maria di Monte Rampone e di S. Giovanni di Catigliano. La località ove fu eretta chiamavasi e chiamasi ancora Casa Tino, perché vi abitava una famiglia Tini tuttavia esistente in quella regione, ed è per tale motivo che la Chiesa fu qualche volta, in passato, chiamata S. Maria di Casa Tino. La data di fondazione vedesi anche al presente scolpita nell’architrave in pietra della porta d’ingresso.

Tale fondazione, avvenne per opera di un abitante del luogo, tal Francesco Moretti, coadiuvato dal Parroco di Morano Don Giuseppe Bianchi, il quale ultimo, per tale scopo, durante quindici anni, aveva pazientemente raccolto offerte ed elemosine tra i Parrocchiani, che anche in seguito, mantennero a loro spese la Chiesa di tutto il necessario. Una Sagrestia vi fu costruita assai più tardi, nel 1783, con la spesa di scudi quarantuno, ma la stessa tornò poi a scomparire ed oggi non se ne ha più traccia.

Sin dalla sua fondazione, sull’unico Altare, è sempre stato l’attuale rozzo dipinto su tela, raffigurante la Madonna con il Bambino in braccio ed ai lati due Angeli, S. Francesco di Assisi e S. Chiara. Tale Madonna aveva fama di essere miracolosa.

In questa Chiesa, si celebrava in passato nelle feste dedicate alla Vergine, a spese degli abitanti circostanti. Attualmente, si mantiene la stessa usanza, ma è la Parrocchia che pensa a ciò; infatti il Parroco di Morano, che deve indire la Messa festiva alternativamente nelle due Chiese Parrocchiali di S. Maria di Monte Rampone e di S. Giovanni, è obbligato a celebrarla invece nella Chiesa di Maria Vergine dell’Assunzione, in tutti i giorni festivi dedicati alla Madonna. Vi si celebra poi talvolta, anche a richiesta e per conto di particolari persone. Oggi la Chiesa è comumente chiamata La Madonnuccia di Morano.

CII. – Chiesa di S. Facondino in Morano.

Trovasi incidentemente nominata, per la prima volta, nel già ricordato elenco di Chiese della Diocesi Nocerina, che pagarono nel 1333, la prima rata semestrale della tassa o decima, imposta da Papa Giovanni XXII, durante un certo numero d’anni, su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per sopperire alle necessità

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dello Stato Pontificio. Nella Diocesi Nocerina, fu incaricato della riscossione il Cancelliere e Notare Vescovile Delayno de Mutina, quale Subcollettore del Collettore Generale e Tesoriere del Ducato Spoletino, Giovanni Rigaldi, ed è appunto nei Registri del De Mutina, che trovasi indicata la Chiesa in esame con le seguenti parole: « 24 mens. iunii a rectore ecclesie S. Facondini de Morano solvente pro monialibus monasterii S. Pauli de Tiratulo, 5 sol., 2 den. cort. ». (1)

Non se ne ha poi più memoria, sino al 18 Gennaio 1471, con la quale data figura in un Istrumento notarile Gualdese, e ricompare poi in un Rogito del 31 Dicembre 1488, in un altro del 24 Luglio 1495 ed in una Pergamena del 5 Dicembre 1544. In quest’ultima si legge infatti, che Angelo degli Ubaldi, Arciprete Perugino, avendo rinunciato, innanzi al Legato di Perugia, Antonio Cardinale del Titolo di S. Prassede, al Beneficio Semplice di S. Facondino in Morano, Beneficio non eccedente il valore di cinque Ducati di Camera, lo stesso Legato, con Decreto emesso in Foligno nel suddetto giorno, unisce il Beneficio in parola, al Monastero Gualdese di S. Maria Maddalena. (2)

La troviamo poi ricordata un’ultima volta, il 9 Settembre 1593, dal Vescovo di Nocera, negli Atti di una sua Visita Diocesana, come Chiesa che in quell’epoca, già più non esisteva. Leggesi infatti negli Atti suddetti, che in Morano « olim erat ecclesia sub invocatione S. Facundini, ut in protocollo Ser Raynaldi di Nuceria fol. 448 », e poco dopo, negli Atti di questa stessa Visita aggiunge, come già del resto si è detto, che il Beneficio della diruta Chiesa di S. Facondino di Morano, era stato da tempo annesso al Monastero di S. Maria Maddalena in Gualdo Tadino.

Nessun’altra notizia ho potuto rintracciare su questa antica Chiesa, e di essa ignoriamo persino la precisa ubicazione nel territorio di Morano. Ad ogni modo, la sua esistenza, le sue origini certo di poco posteriori alla vetusta Chiesa Parrocchiale di S. Facondino presso Gualdo, la presenza di un’altra omonima Chiesa nella lontana Sassoferrato, ci sono prova dell’antichità e della diffusione che, sin dai primi tempi, ebbe il culto del Santo Vescovo Tadinate.

CIII. – Chiesa di S. Paolo in Morano.

È anch’essa ricordata, per la prima volta, tra le Chiese della Diocesi di Nocera che nel 1333 pagarono alla S. Sede la tassa o decima, imposta dal Pontefice Giovanni XXII, nel 1332, su i beni ecclesiastici del Ducato di Spoleto, per i gravi bisogni dello Stato Pontificio. Tale pagamento si riferisce alla prima quota semestrale

(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225 c. 39.

(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c . 332; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dai1487 al 1489. c . 249; dal 1494 al 1495. c . 150 – Arch. del Monastero di S. Maria Maddalena in Gualdo: Gruppo delle Pergamene. Perg. Num. 18.

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della suddetta decima, riscossa, come si è visto per le altre Chiese, da Delayno de Mutina, Cancelliere e Notaro del Vescovo di Nocera, che dal Tesoriese e Collettore Generale del Ducato di Spoleto Giovanni Rigaldi, era stato nominato quale Subcollettore nella Diocesi Nocerina. La Chiesa in esame, pagò allora dodici denari cortonesi, e così venne annotata nei Registri del De Mutina « a dompno Jacobo plebano Tayni pro ecclesia S. Pauli de Morano [habui] 12 den. cort. ». (1)

Dopo ciò, di questa Chiesa, nessun’altra notizia noi possediamo sino al principio del XVI secolo. A tale epoca infatti si riferisce un Atto, mediante il quale, il 20 Agosto 1510, Marco di Arcangelo, Rector Ecclesie sancti Pauli Castellarij de Morano, dava in affitto a Matteo da Valle Sant’Angelo, abitante in Gualdo, tutte le terre che la Chiesa stessa possedeva nella Parrocchia di Morano e ciò per il prezzo o canone annuo, di un paio di pollastri e di quattro bolognini, da pagarsi nella festa di S. Giuseppe, nel mese di Maggio (sic). Giova notare, che questo Atto è assai interessante per l’ubicazione della Chiesa, poiché, come sopra si è visto, da esso risulta chiaramente che la stessa sorgeva in o presso quel minuscolo gruppo di abitazioni, che trovasi quasi a mezzo cammino tra Grello e Morano, a destra e vicino alla strada Comunale, gruppo di abitazioni che, anche oggi, porta infatti il nome di Castellaro. Similmente, in una transazione intervenuta il 6 Settembre 1525, tra il Comune di Perugia e quello di Gualdo, per fissare i rispettivi confini territoriali nella regione di Morano, si nomina, su questi confini, il Castellaro con la Chiesa di S. Paolo. (2)

Poi di nuovo, un lungo silenzio incombe su quest’ultima, che ritroviamo citata negli Atti di una Visita Pastorale, compiuta in Gualdo il 10 Settembre 1593. Ma la Chiesa di S. Paolo era in quel tempo, già da vari anni, completamente diroccata e il Vescovo Visitatore, si limitò a verificare i beni e le rendite del relativo Beneficio Ecclesiastico, il quale ultimo, sopravvissuto alla Chiesa, seguitava ad essere ancora goduto da un apposito Rettore, che avrà certo soddisfatto gli oneri di culto dipendenti dal Beneficio stesso, nell’Altare di qualche altra Chiesa vicina, che noi non conosciamo, ma dove, come era prescritto, doveva essere stato trasportato il Titolo della scom parsa Chiesa di S. Paolo di Morano. Secondo il Dorio, questo Beneficio ancora esisteva nel principio del secolo XVII. (3)

CIV. – Chiesa di S. Lucia in Peritolo, già nel villaggio di Voltole.

L’anno 1332, Papa Giovanni XXII, impose su i Benefici Ecclesiastichi del Ducato di Spoleto, una speciale decima, con il

(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, c. 37.

(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Prospero di Pietro Muscelli dal 1506 al 1511. c . 30t. – Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. Num. 54.

(3) Bibl. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli, Cod. C. VIII. 11 , c . 102-108.

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ricavato della quale si potesse rimpinguare l’esausto Tesoro della S. Sede. Già, per le precedenti Chiese, abbiamo detto che Giovanni Rigaldi, Tesoriere Papale per il Ducato Spoletino, nominò quale Subcollettore nella Diocesi di Nocera, per la riscossione della decima suddetta, tal Delayno de Mutina, Notaro del Vescovo Nocerino. Nei Registri di riscossione del De Mutina, tra le varie Chiese che pagarono la prima rata semestrale della decima, con la data 24 Giugno 1333, leggesi la nota seguente: « Item [habni] ab Armano prebendato pie bis Sancte Felicitatis… solvente pro Ecclesia S. Lucie de Peritulo, 4 solidos, 8 denarios cortonenses». (1)

È questo il primo documento, da cui risulti l’esistenza di S. Lucia di Peritolo, che poi riappare in una Pergamena Fabrianese (Raccolta Bargagnati), con la data 28 Maggio 1367, a proposito della vendita di un terreno che s’indica come esistente in vocabolo Pezze Longhe, nella Parrocchia di S. Lucia, in territorio di Gualdo.

Dopo questo accenno, notevole per la qualifica Parrocchiale data alla Chiesa, più nulla di questa sappiamo sino al 1505, nel quale anno, il 15 di Aprile, in un Istrumento Notarile, è nominata appunto la « parocia sancte Lucie sive Manderis ». Ignoriamo il perché del l’appellativo Manderis, certo che nelle antiche carte Gualdesi, appare assai spesso questo vocabolo, applicato, come si è visto per la Chiesa di S Lucia, anche ad altre Chiese a quest’ultima circostanti, ad esempio a S. Pietro di Margnano ed a S. Felicita, delle quali parleremo tra poco, e persino a S. Biagio, oggi al di là del confine Comunale Gualdese. Anzi talvolta, vediamo indicata senz’altro, con l’espressione Parocia Manderis, quella parte del territorio comprendente le tre Chiese suddette.

In quest’epoca e più esattamente nel 1506, in un elenco di Chiese alle quali il Comune di Gualdo pagava una decima, si trova compresa anche quella di S. Lucia che, per tale titolo, percepiva un bolognino e dieci soldi ogni sei mesi. (2)

Poi, di questa Chiesa, più nulla sappiamo sino alla fine del XVI secolo, sino a quando cioè, il 18 Aprile 1573, fu visitata dal Vescovo di Nocera Mons. Mannelli. Dagli Atti di questa Sacra Visita, apprendiamo che in quell’epoca, pure essendo sede Parrocchiale, tuttavia, per la sua povertà e piccolezza (aveva solo giurisdizione su otto famiglie) non potendo mantenere un proprio Rettore, era stata già da qualche tempo annessa all’altra Chiesa Parrocchiale di S. Facondino presso Gualdo. Ma pochi mesi dopo, il 7 Settembre di quello stesso anno, essendo stata rivisitata la Chiesa di S. Lucia dal Visitatore Apostolico Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, questi osservò che la suddetta unione, non solo erasi effettuata in modo abusivo e senza alcuna superiore autorizzazione, ma era per di più illogica, poiché la Chiesa di S.

(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Tomo 225, e. 37.

(2) Arch. Comunale di G ualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Maricino di Ser Lorenzo Muscelli dal 1504 al 2505, c . 96; dal 1484 al 1486, c . 55t; dal 1501 al 1503, c . 38t.

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Lucia sorgeva assai distante da quella di S. Facondino, né alcun rapporto correva tra le due località. Ordinò perciò, che il Parroco di S. Facondino, non potesse per l’avvenire più ingerirsi della Parrocchia di S. Lucia, pena la sospensione a divinis e che quest’ultima dovesse invece venire aggregata alla prossima e confinante Parrocchia di S. Giovanni di Morano. L’ordine del Visitatore Apostolico venne prontamente eseguito e la Parrocchia di S. Lucia si fuse con quella di S. Giovanni, dalla quale però, pochi anni dopo, si tentò distaccarla. Infatti, nel 1583, il Vicario Generale del Vescovo di Nocera, visitando la Chiesa di S. Lucia di Peritolo, notò che le otto famiglie già da questa dipendenti, erano più vicine all’altra Chiesa di S. Antonio di Rasina che non a quella di S. Giovanni, e propose perciò di separare nuovamente da quest’ultima Chiesa, l’antica Parrocchia di S. Lucia, di unirla con il territorio circostante alla Chiesa di S. Antonio di Rasina, che era anche allora un semplice Beneficio Ecclesiastico, e quivi istituire la sede di una nuova e più vasta Parrocchia. Ma la proposta non si effettuò, ed il territorio Parrocchiale di S. Lucia di Peritolo, seguitò sempre a restare unito alla Chiesa di S. Giovanni in Morano, il di cui Parroco, già aveva avuto l’obbligo di provvedere all’officiatura della Chiesa di S. Lucia, due volte al mese, in Domeniche alterne.

Dagli Atti della suddetta Sacra Visita del 1583, apprendiamo inoltre che la Chiesa di S. Lucia di Peritelo, sorgeva allora su di un’altura, la quale avendo tendenza a franare, minacciava di continuo la distruzione della Chiesa stessa. Nel 1605 furono ordinati dal Vescovo di Nocera i necessari restauri ma, anche se eseguiti, la rovina dell’edificio dovette egualmente avvenire tra il 1633 e il 1638. Nella Visita Diocesana del 1633, troviamo infatti ricordata, per l’ultima volta, la Chiesa di S. Lucia di Peritolo, con la solita avvertenza che era prossima a rovinare. Dalla susseguente Sacra Visita del 1638, apprendiamo invece che era stata ricostruita nel prossimo villaggio di Voltole, ed è indicata infatti, in tale occasione, con il nome di « S. Lucia villae Voltularum aliter de Peritulo ». Il vocabolo Peritulo riscontrasi oggi nel piano tra i villaggi di Voltole, Busche e S.Antonio di Rasina. Costituisce anzi un predio, con casa colonica, appartenente alla Congregazione di Carità di Gualdo Tadino. Ma non è quivi che esisteva la crollata Chiesa di S. Lucia. Questa sorgeva poco lontano, sulla collina sovrastante, e precisamente nel luogo dove ora trovasi un altro predio con abitazione colonica, a cui è appunto rimasto l’antico nome di Santa Lucia, e che con tale denominazione, figura anche oggi nelle Carte Topografiche di quella regione. Anzi, l’aja dell’attuale casa colonica nel predio Santa Lucia, altro non è che il suolo su cui sorgeva l’antica Chiesa, ed infatti, in epoca recente, vi furono rinvenute in gran quantità le ossa dei defunti, un tempo sepolti in quel sacro luogo.

La nuova Chiesa di S. Lucia, nel villaggio di Voltole, fu costruita a spese, degli abitanti di quella località e, come l’altra diruta, rimase annessa alla Parrocchia di S. Giovanni a Morano, con gli oneri di

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officiatura sopra indicati. Ma in seguito il numero di Messe che il Parroco di S. Giovanni vi faceva celebrare, dovette subire una riduzione, poiché troviamo, che nel Settecento, veniva officiata solo poche volte durante l’anno e cioè nella festa di S. Lucia, in un giorno delle feste Pasquali, in un altro giorno durante quelle delle Pentecoste ed in occasione del Natale.

Come nella vecchia Chiesa di S. Lucia di Peritolo, così nella nuova di Voltole, venne eretto un solo Altare dedicato alla Santa omonima e su di esso fu collocato un quadro in tela, che ancora vi esiste, rappresentante in alto la Madonna col Bambino circonfusi di nuvole ed in basso, da un lato S. Lucia e S. Nicolo di Bari e dall’altro S. Antonio da Padova e S. Biagio. Certo, le figure di S. Nicolo e S. Biagio, stanno a ricordare altre due Chiese intitolate a questi Santi che, in una più antica epoca, sorsero in quella località, e delle quali tratteremo qui appresso.

Sul pavimento del nuovo Tempio, si aprì una sola sepoltura, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1705, diede ordine di costruirne altre due, adibendone una per accogliere i maschi, l’altra le femmine e la terza i bambini, ma tale disposizione non fu mai eseguita. Invece, in quell’epoca, si dovette restaurare l’edificio che era stato danneggiato da un terremoto nel 1703. La campana della vecchia Chiesa di S. Lucia di Peritolo, fu anch’essa trasportata in questa nuova dì Voltole. Era un pregevole bronzo e portava la seguente inscrizione: + MCCCCLXXXX. Mentem Sanctam Spontaneam Honorem Deo Et Patrie Liberationem. Miriottus Fecit. Questa campana fu rubata nella seconda metà dell’Ottocento e venne poi sostituita con altra comune.

La Chiesa, è attualmente officiata nella festa di S. Lucia, nel Lunedì dopo Pasqua e dopo Natale, e qualche volta durante l’anno, in giorni festivi, ma a suo piacimento, dal Parroco di S. Giovanni di Catigliano, che nel 1923, unitamente ai Parrocchiani, le donò una grande statua della Santa Titolare.

CV. – Chiesa di S. Nicolo presso il villaggio di Voltole.

Papa Clemente III, come già abbiamo visto per altre Chiese Gualdesi, il 6 Maggio 1188, dal Laterano indirizzava una Bolla al l’Abbate Senebaldo ed ai Monaci dell’Abbazia di S, Benedetto in Gualdo. Con tale Bolla, il Pontefice riconfermava a quest’ultima tutti i suoi diritti spirituali ed il possesso di vari beni temporali e di numerose Chiese, tra le quali anche questa di cui ci accingiamo a trattare e che nel documento Pontificio suddetto, è indicata con il nome di «Ecclesia S. Nicholai de Vultule ». (1)

(1) J. P. MIGNE: Patrologiae cursus completus . Vol. CCIV, pag. 1339 – MITTARELLI: Annali Camaldolesi . Tomo IV. Venezia 1759. Pag. 125 e Appendice dello stesso Tomo IV, pag. 168.

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Pochi anni prima, il 4 Agosto 1169, Papa Alessandro III, da Benevento, aveva inviato all’Abbate Giovanni ed ai Monaci della Badia di S. Benedetto, un’altra Bolla di conferma dei beni e delle Chiese possedute dall’Abbazia, tra le quali ultime però, non figurava affatto la Chiesa di Voltole, che perciò fu tra il 1169 ed il 1188, che dovette passare alla dipendenza dell’Abbazia Gualdese. (1)

Poi, per quasi un secolo e mezzo, non si ha più notizia della Chiesa di S. Nicolo, il cui nome ricompare l’anno 1333, nel più volte ricordato documento Pontificio, contenente un elenco di Chiese della Diocesi di Nocera, che allora pagarono alla Santa Sede la prima rata semestrale della tassa o decima imposta nel 1332 da Papa Giovanni XXII, su i beni ecclesiastici del Ducato Spoletino. Il più volte ricordato Delayno de Mutina, Notare Vescovile di Nocera, e Subcollettore del Collettore Generale del Ducato Spoletino, Giovanni Rigaldi, così annotò nei suoi Registri, il pagamento della Chiesa di Voltole: « A dompno Berardo…… solvente pro ecclesia S. Nicolai de Volthulis [habui] 19 sol .». Alla sua volta, sin dall’inizio del Cinquecento, la Chiesa di S. Nicolo riceveva ogni semestre, dal Comune di Gualdo, quale decima, un bolognino, sedici soldi e sei denari. (2)

Nella seconda metà del XVI secolo, la Chiesa in discorso figura sempre unita, quale semplice Beneficio Ecclesiastico, a quella Parrocchiale di S. Giovanni di Catigliano, nel territorio di Morano, e ciò si spiega facilmente, perché anche quest’ultima era un possesso dell’Abbazia Gualdese di S. Benedetto. La suddetta unione, si mantenne poi sempre, sino a che esistette la Chiesa di S. Nicolo di Voltole. Ma per questa, si avvicinava rapidamente la fine. Dagli Atti delle Visite Diocesane eseguitevi dai Vescovi di Nocera negli anni 1605, 1610, 1615, 1621 e 1628, risulta che le mura ed il tetto dell’edificio minacciavano di cadere, che mancava la porta e facevano difetto i sacri arredi e che non vi si celebravano più affatto i divini Offici. I Visitatori Diocesani, ordinarono perciò il sequestro delle misere rendite del Beneficio (una mina circa di frumento ogni anno) per addivenire a qualche urgente restauro, imposero di celebrarvi Messa almeno nella festa del Santo Titolare e intanto si sarebbe dovuto decidere sul da fare a proposito di questa decrepita Chiesa. La decisione venne ben presto e fu sentenza di morte, poiché il Vescovo di Nocera, nel 1634, decretò doversi demolire del tutto il cadente edificio ed applicare il materiale edilizio ancora utilizzabile, per alcuni restauri di cui abbisognava la lontana Chiesa di S. Croce di Rasina. E la sentenza fu per certo eseguita, poiché infatti, dopo quell’anno, più non ricompare negli Atti di Sacre Visite la Chiesa di S. Nicolo.

(1) P. Kehr: Nachtràge zii den Romischen Berichten (In Nachrichten von der Konigl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Gòttingen . Anno 1903. Pag. 570-572).

– (2) Arch. Vaticano: Collettorie . Tomo 225. c. 37t. – Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.

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Oggi s’ignora persino il punto preciso ove essa sorgeva. Solo sappiamo che trovavasi in luogo remoto, presso il villaggio di Voltole.

CVI. – Chiesa di S. Biagio presso il villaggio di Voltole.

Tra il villaggio di Voltole e quello di Case Genni, poco dopo oltrepassato il primo, la via si divide in tre rami. Entro l’angolo formato dalla divergenza del ramo mediano che va a Case Cenni, con quello di sinistra che porta alla Chiesa di S. Giovanni di Morano, a circa centocinquanta passi dal vertice e nel punto medio tra i due lati dell’angolo suddetto, sorgeva un tempo la Chiesa di S. Biagio, le di cui fondamenta, molti anni or sono a caso rinvenute, furono poi nel 1921 scavate e demolite, per utilizzarne il materiale consistente in grossissimi blocchi di pietra squadrata, a somiglianza delle antiche costruzioni Romane, e forse da qualcuna di queste provenienti.

Di tale Chiesa non conosciamo le origini, per certo assai remote, e null’altro sappiamo se non che dipendeva dall’altra Chiesa Gualdese di S. Pellegrino, a sua volta soggetta all’Abbazia di S. Maria di Sitria. Effettivamente la Chiesa di S. Biagio costituiva perciò un possesso di questa celebre Abbazia. Verso la fine del Cinquecento, la Chiesa in esame era già diruta, ma se ne scorgevano ancora pochi ruderi sopra il suolo, per cui il Vescovo di Nocera Mons. Florenzi, visitando quel luogo il giorno 8 Ottobre 1605, ordinò che, dove era sorta la Chiesa, si erigesse a ricordo una Croce. Più tardi, durante un’altra sua Visita Diocesana, compiutavi il 26 Aprile 1610, lo stesso Vescovo propose di far pratiche presso l’Abbate della suddetta Abbazia di Sitria, per la ricostruzione della Chiesa o almeno per il trasferimento del relativo Titolo e Beneficio in altro Tempio. La prima proposta non ebbe effetto ed il Titolo e Beneficio di S. Biagio, furono probabilmente trasferiti nella Chiesa di S. Nicolo di Voltole, che sorgeva, come al presente, pochi passi lontano e sull’Altare della quale, esiste infatti tuttora un antico quadro, dove, insieme all’effigie del Santo Titolare, ammirasi anche quella di S. Biagio.

Inesattamente il Dorio ricorda questa Chiesa insieme a molte altre che, nei primi del Seicento, pagavano un contributo alla Mensa Vescovile di Nocera e su tal proposito rimandiamo il Lettore a quanto fu scritto nel Capitolo riguardante la Chiesa dei S.S. Gervasio e Protasio. Noteremo infine che la stessa, in antichi documenti, fu talvolta chiamata S. Biagio de Manderis e circa questo attributo vedasi l’osservazione già da noi fatta per la Chiesa di S. Lucia in Peritolo. (1)

(1) Bibliot. del Seminario di Foligno: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. C. VIII. 11, c. 102t-108t – Arch, Vescovile di Nocera Umbra; Atti di sacre Visite.

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CVII. – Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara.

Sorge isolata da tempo immemorabile, presso il luogo dove poi si formò l’attuale villaggio di S. Lorenzo, il quale, dalla Chiesa ebbe appunto le origini e il nome. Ne troviamo notizia, per la prima volta, nei Registri del Ducato di Spoleto, oggi conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, tra le carte della Camera Apostolica. In questi Registri, sono annotati due pagamenti, fatti in conseguenza di un processo per concubinato, svoltosi contro tal Guido, Monaco e Rettore della Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara. Infatti la Camera Apostolica, il 14 Febbraio 1321, riceveva otto libbre cortonesi «a Ciccho Petrioli et quibusdam aliis testibas de Gualdo Nucerii vocatis et con tumacibus super quadam inquisitione facta contra dom. Guidonem rectorem Ecc. Sancti Laurentii de Carbonaria pro compositione facta cum eis dicta occasione, super eo quod dicebatur conmisisse concubinatum cum Jacoba Jacobicti; » ed il 18 di quello stesso mese, percepiva dieci fiorini d’oro « a domp. Guidone monacho et rectore Ecc. Sancti Laurentii de Carbonaria districtus Gualdi Nucerii pro quadam generali compositione facta cum eo super excessibus suis». E’ certo però, che la Chiesa in esame, già esisteva da qualche secolo, prima di tale epoca. (1)

Poco dopo, nel 1333, la vediamo figurare tra le Chiese della Diocesi di Nocera, che allora pagarono alla Santa Sede, la prima rata della decima imposta da Papa Giovanni XXII su i Benefici Ecclesiastici del Ducato di Spoleto. Il pagamento venne fatto il 24 Giugno, nel modo già indicato per altre Chiese Gualdesi che lo effettuarono, e trovasi così annotato nei Libri delle Collettorie Pontificie: « Ab eodem [dompno Berardo] solvente pro ecclesia S. Laureci de Caubano [habui] 10 sol. 6 den. cort». E’ evidente l’errore dell’amanuense, che scrisse Caubano invece di Carbonara, tanto è vero, che la Chiesa di S. Lorenzo, viene nell’elenco, subito dopo l’altra Chiesa Gualdese di S. Nicolo di Voltole, che alla prima sorgeva vicinissima. Del resto, in altra parte dei Libri delle Collettorie, la stessa Chiesa trovasi più esattamente indicata come S. Lorenzo de Carbonaria. (2)

II 20 Gennaio 1382, ricompare in un testamento con il quale tal Puzio di Massiolo da Gualdo, lasciava tra l’altro un fiorino alla Chiesa di S. Lorenzo pro melioramento. Né può trattarsi di altra omonima Chiesa del territorio Gualdese, poiché, contemporaneamente, il testatore istituiva un altro legato di venti solidi, a favore della Chiesa di S. Felicita, che alla prima era vicinissima, coma vedremo nel seguente Capitolo. (3)

(1) L. FUMI: I Registri del Ducato di Spoleto. (In Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Voi. V, pag. 132-133. Perugia 1899).

(2) Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 225, c. 37t.

(3) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c. 54t.

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Durante il XV secolo, con le date 27 Febbraio ed 11 Aprile 1469, la ritrovo ricordata in due pubblici Istrumenti, nei quali questa volta è bene specificata l’ubicazione della Chiesa di S. Lorenzo che, nel primo, si dice infatti sorgente nel territorio di Margnano, e nel secondo, è indicata con la qualifica de Carbonarie. Anche in altro rogito del 30 Dicembre 1497, si nomina un podere situato «in parocia Carbonaie sive Sancii Laurentii ».(1)

Dopo tali notizie, nulla ho più potuto sapere di questa Chiesa sino al 1573, nel quale anno vi accedette il Vescovo di Ascoli Mons. Camagliani, qua pervenuto quale Visitatore Apostolico per incarico di Papa Gregorio XIII. Dagli Atti di tale Visita, apprendiamo che, sin d’allora, era Chiesa Parrocchiale, unita però con le vicine Chiese Parrocchiali di S. Andrea di Maccantone e di S. Romano di Colle, sotto 1’unico Parroco residente in quest’ultima località, il quale, per la troppa ampiezza del territorio sottoposto alla sua giurisdizione, oltre l’Officio di più Messe per la festa del Santo Titolare, il 10 di Agosto, al massimo una volta al mese poteva dire Messa nella nostra Chiesa di S. Lorenzo. Del resto, assai misere erano anche le rendite di quest’ultima in tale epoca, basti dire che i suoi beni rendevano in tutto circa due salme di grano ogni anno. Né, a suo vantaggio, esistevano i soliti legati con i relativi oneri; solo il Comune di Gualdo, sin dal principio del Cinquecento, versava alla Chiesa, ogni sei mesi, a titolo di decima, la tenue somma di un bolognino, nove soldi e quattro denari. (2)

Le tre Chiese Parrocchiali suddette, e cioè S. Lorenzo, S. Andrea e S. Romano, erano tutte insieme dipendenti dall’altra Chiesa Parrocchiale di S. Croce di Ficarella, già Priorato Claustrale del l’Ordine Benedettino, dalla quale distavano tre miglia circa ciascuno. Però così S. Andrea, come S. Romano, come S. Croce, sorgevano nel territorio Comunale di Nocera Umbra. Ma consecutivamente, in forza di Decreto Apostolico emanato il 31 Agosto 1610, la Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara e quella di S. Andrea di Maccantone, vennero disunite dalla Chiesa di S. Romano di Colle e nello stesso tempo furono ambedue tolte dalla dipendenza di S. Croce di Ficarella, restando così indipendenti, ma unite in un unico corpo Parrocchiale, con obbligo per il Parroco di celebrare nei giorni festivi alternativamente ora nell’una ora nell’altra Chiesa. Inoltre, delle tre principali feste dell’anno, Pasqua, Pentecoste, Natale, una doveva effettuarsi in S. Lorenzo e le altre due in S. Andrea.

La Chiesa di S. Lorenzo di Carbonara, con il piccolo Campanile, con un unico Altare dedicato a questo Santo, era un misero edificio sempre bisognevole di restauri. Nel 1592, il Vescovo di Nocera impose l’esecuzione di questi all’Abbate Commendatario di S.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti dì Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1488. e. 15H e 158t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli. Anno 1497. c . 162.

(2) Arch, Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506, c. 54.

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Croce di Ficarella, da cui, come si è detto, dipendeva allora la nostra Chiesa. Il lavoro doveva essere eseguito entro due mesi, pena dieci scudi di multa. Dopo che fu sottratta alla dipendenza Abbaziale di S. Croce, essendo passato l’onere del mantenimento della Chiesa di S. Lorenzo ai Parrocchiani, fu a questi che si rivolse il Vescovo Nocerino nel 1617, perché effettuassero le necessarie riparazioni al deperito edificio e ciò entro un mese di tempo, sotto pena della multa di un aureo per famiglia; poi, nel 1691, minacciò addirittura di fare abbattere la Chiesa, divenuta indecente e pericolosa, se non si provvedeva. Durante la Visita Diocesana del 1722, vista l’inutilità delle precedenti sollecitazioni, il Vescovo Visitatore, certo rassegnato all’inevitabile, rammentando forse la minaccia del suo predecessore, lasciò scritto nella relativa relazione, queste testuali parole: « La Chiesa di S. Lorenzo ha bisogno di tutto, non ha bisogno di esser demolita perché la natura farà da sé». Infatti la distruzione dell’edificio avvenne circa il 1870 e nel principio del nostro secolo, di esso restavano solo le quattro mura annerite dal tempo e cadenti. Sul suo pavimento, invaso dalle erbe, eranvi in antico tre tombe, una per gli uomini, una per le donne, una per i bambini. Di opere d’arte, nella prima metà del Seicento, esisteva ancora sull’Altare un assai antico e certo pregevole dipinto su tavola, rappresentante la Madonna con il Bambino in braccio, tra S. Lorenzo, S. Sebastiano, S. Caterina e S. Lucia. Nella seconda metà del Settecento, questa Tavola era stata invece sostituita da un quadro in tela, raffigurante la Madonna, S. Lorenzo e S. Emidio. Così dell’uno, come dell’altro dipinto, non si ha più oggi notizia.

La Chiesa, è stata ricostruita sulle vecchie fondamenta e riaperta al culto nel 1920, per opera ed a spese del Parroco Don Luigi Perticaroli.

CVIII. – Chiesa di S. Felicita nel villaggio di Busche.

E’ questa una delle prime Chiese sorte nel territorio di Gualdo, dopo la distruzione dell’antica città di Tadino. Nella vita di S. Rinaldo, che mori Vescovo di Nocera l’anno 1222, vita esistente in un Codice della Biblioteca Vaticana, si legge che alcuni malviventi, avendo saccheggiato una Chiesa intitolata a S. Pietro, nel Distretto di Gualdo e avendo altresì incendiato le circostanti abitazioni, il Vescovo suddetto si recò nella Pieve di S. Felicita, da dove, attorniato dal Clero e dai laici, lanciò solennemente la maledizione contro i malfattori. (1)

E’ questa la prima notizia che abbiamo della Chiesa in discorso. Ma anche senza tener conto di ciò, il suo nome ricorre spesso nei documenti del XIII secolo, ad esempio in alcune pergamene Gualdesi, recanti le date 10 Settembre 1232, 11 Giugno 1235, 27

(1) Biblioteca Vaticana: Codice 3921. c . 26t-27.

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Febbraio 1236, 5 Novembre 1263, dove trattasi della vendita di terreni, che si dicono posti nella Pievania o Parrocchia di S. Felicita. (1)

Una tale Chiesa, ebbe dunque sin da quell’epoca remota funzioni Parrocchiali e, come Pievania, viene ancora indicata nel secolo seguente, quando nel 1332, Papa Giovanni XXII, impose una speciale decima su i Benefici Ecclesiastici nel Ducato di Spoleto. Dai Registri delle Collettorie dì quell’epoca, con la data 21 Giugno 1333, risulta infatti che, per la decima suddetta, Deìayno de Mulina, Notaro del Vescovo di Nocera e Subcollettore del Tesoriere e Collettore Generale del Ducato Giovanni Rigaldi, ricevette « ab Armano, prebendato plebis sancte Felicitatis, solvente pro tota plebe, 19 solidos ». (2)

La Chiesa di S. Felicita, per la sua vetustà, nella fine del Cinquecento, già era in procinto di andare in rovina, ed infatti, come tra poco vedremo, fu poi dovuta demolire e trasferire in altro luogo. Quale fosse esattamente la sua primitiva sede, era però a noi ignoto. Negli Atti di una Visita Pastorale, compiutavi dal Vescovo di Nocera il 30 Luglio 1571, si legge che la Pieve di S. Felicita esisteva « in plano Gualdi, apud Gaifanam, ad unum milliarem circa ». Dall’altra Visita del Gennaio 1584, risulta che la stessa era ugualmente distante un miglio dal villaggio di Busche. Finalmente da una Deliberazione del General Consiglio del Comune di Gualdo, in data 20 Maggio 1590, si apprende che esisteva lungo la vecchia strada Flaminia. Da ricerche che io ho praticato, mi risulta che la primitiva Chiesa di S. Felicita sorgeva appunto lungo tale strada, presso il punto in cui la Linea Ferroviaria Roma-Ancona, è attraversata dal viottolo che va dal villaggio chiamato Casone a quello di S. Lorenzo, ossia presso la Casa Cantoniera Ferroviaria, che sorge al Km. 195/645. (3)

Per la sua posizione in luogo deserto e per essere fornita di una casupola Parrocchiale presso che inabitabile, sin dall’antico i Parroci si rifiutarono di risiedere sul luogo e preferirono abitare in Gualdo, da dove, irregolarmente, si recavano nel territorio Parrocchiale per compiervi le funzioni del loro Ministero. Ciò dava spesso occasione a severi, per quanto vani, richiami da parte dell’Autorità Ecclesiastica Diocesana, che voleva imporre ai Parroci l’obbligo dì abitare nella Parrocchia, minacciando ad essi persino la sospensione a divinis, in caso di disubbidienza, nonché la perdita delle rendite della Pievania, che nella fine del Cinquecento, erano in media di ventotto mine di frumento e dodici fiorini circa ogni anno, più la decima che, sin dai primi di quel secolo, semestralmente ad essa dava il Comune di Gualdo, nella misura di diciassette bolognini, nove soldi e sette denari. (4)

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene. Secolo XIII. Perg. N°. 3, 23, 25, 46.

(2) Arch. Vaticano : Collettorie. Tomo 225, c. 37.

(3) Arch. Vescovile di Nocera Umbra: Atti di Sacre Visite alla Chiesa di S. Felicita. Anni 1571 e 1584 – Arch. Comunale di G ualdo: Libro dei Con­ sigli dal 1586 al 1590. c . 190.

(4) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli: Anno 1506. c. 54.

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Infatti, in occasione della Visita Apostolica praticata alla Chiesa di S. Felicita il 4 Novembre 1573, dal Vescovo di Ascoli Pietro Camagliani, questi ordinò che il Parroco, residente a Gualdo, almeno due volte al mese si dovesse recare nella Chiesa suddetta, per celebrarvi la Messa a vantaggio delle ventitré famiglie, allora costituenti la Parrocchia, e raccomandava altresì che, qualche volta, eziandio vi pernottasse. Il 12 Dicembre dell’anno seguente, il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, stabilì invece che ogni mattina, il Parroco dovesse accedere nel territorio Parrocchiale di sua giurisdizione ed in esso trattenersi fino a sera; ed infine, durante la Visita Diocesana del 1605, il giorno 8 Ottobre, il Vescovo Visitatore Mons. Florenzi, impose al Parroco di risiedere giorno e notte nella Parrocchia e di officiarvi la Chiesa di S. Felicita tutti i giorni festivi, nonché il 23 Novembre, festa della Santa Titolare. Vi avrebbbe altresì dovuto compiere tutte le funzioni inerenti al suo officio, eccettuato il Battesimo, poiché in mancanza di un Fonte Battesimale nella Chiesa, i neonati si recavano a battezzare o in Gualdo o nella Chiesa Parrocchiale di Boschetto. Ma essendo sempre riusciti inutili esortazioni e minacce da parte dell’Autorità Ecclesiastica Diocesana, ed anche in considerazione che l’antica Chiesa di S. Felicita era prossima a rovinare, nella prima metà del Seicento, s’incominciò a trattare della sua ricostruzione in più opportuna località. Fu forse per favorire un tale scopo, che il 21 Luglio 1621, Don Rinaldo Tempesta da Nocera, allora Pievano della Chiesa stessa, lasciava a quest’ultima, in eredità, una sua vigna. (1)

Certo è che, tra il 1633 e il 1634, a spese dei Parrocchiani, sorse entro il villaggio di Busche, la nuova Chiesa di S. Felicita, per la di cui costruzione furono in gran parte adoperati i materiali edilizi ottenuti dalla demolizione della vecchia cadente Chiesa. Anche i sacri arredi vennero trasportati nel novello Tempio e tra essi un antico e pregevole trittico in legno che ne ornava l’Altare, dipinto che anche oggi ammirasi nella nuova Chiesa di S. Felicita. Rappresenta, nello scompartimento mediano, il Crocifisso con a fianco la Madonna ed ai piedi della Croce il Committente inginocchiato. Il Crocifisso, che era quasi cancellato, venne in antico barbaramente ridipinto. Il Santo che trovavasi sull’altro fianco della Croce, è oggi del tutto scomparso. Nello scompartimento a sinistra S. Pietro e S. Felicita; in quello di destra due Santi Vescovi, certo S. Facondino e S. Rinaldo. Tale trittico è della Scuola Eugubina di Ottaviano Nelli e risale alla prima metà del XV secolo.

La Chiesa nuova di S. Felicita, non fu mai fornita né di Sagrestia né di casa Parrocchiale, fu bensì munita di campana e vi si costruì un solo Altare ed una sola tomba, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1705, ordinò l’apertura di altri due sepolcri, dovendo uno servire

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. Doc. N°. 107 e 108.

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per i bambini e gli altri due per gli adulti, maschi e femmine separatamente. Inoltre, essendo la Parrocchia formata dai due villaggi di Busche e Roveto, contemporaneamente alla nuova Chiesa di S. Felicita in Busche, un’altra Chiesa Comparrocchiale, dedicata a S. Carlo, costruirono in Roveto gli abitanti di questo villaggio. Il Parroco doveva perciò celebrare, nei giorni festivi, al ternativamente nelle due Chiese e siccome in Roveto sorse in seguito anche una Casa Parrocchiale, fu in questo villaggio che il Curato pose la sua stabile residenza, come voleva l’Autorità Ecclesiastica Diocesana.

CIX. – Chiesa di S. Pietro presso il villaggio di Margnano.

Sembra fosse sorta sulla via che da Margnano conduce a S. Lorenzo, a circa duecentocinquanta passi dal primo di questi due villaggi. In questo luogo appunto, che oggi è chiamato con il vocabolo Casalino, la pietà dei fedeli aveva eretto per ricordo forse della Chiesa, una piccola Maestà in legno, esistitavi sino ai nostri tempi, e quivi infatti, anche recentemente, furono trovati sotto terra ruderi ed ossa umane.

Nel precedente Capitolo, si è detto, che in un assai antico Codice Vaticano, contenente la vita di S. Rinaldo, che morì Vescovo di Nocera l’anno 1222, leggesi tra l’altro che il Santo Vescovo, erasi recato insieme ad Ecclesiastici ed a Laici, nella Pieve di Santa Felicita nel Distretto di Gualdo, per lanciare solennemente la maledizione contro alcuni masnadieri, che avevano saccheggiato la prossima Chiesa di S. Pietro incendiando altresì le circostanti abitazioni. Vicinissima alla Pieve di S. Felicita, sorgeva appunto la Chiesa di S. Pietro di Margnano, e certamente, è a quest’ ultima che si riferisce la notizia dell’antico Codice Vaticano, tanto più che nessun’altra Chiesa di S. Pietro, ci consta essere sorta in passato presso la Pieve suddetta. (1)

Dopo questa notizia, durante due secoli, incombono sulla Chiesa di S. Pietro le più dense tenebre ed un accenno ad essa ricompare in un Istrumento Notarile, del 25 Settembre 1501, dove infatti trovansi indicati alcuni terreni, che si dicono esistenti presso il villaggio di Busche « in parocia Mergnani», Da un secondo Istrumento, del Maggio 1505, apprendiamo poi che il Beneficio di S. Pietro di Margnano, era stato allora concesso, dal Vescovo di Nocera, al Sacerdote Troilo di Bartolomeo di Nicolo di Ser Lancellotto, che ne aveva preso possesso il 20 del suddetto mese. (2)

In quello stesso secolo, la Chiesa dovette però andare in rovina: Infatti Mons. Pietro Camagliani Vescovo di Ascoli, mandato quale Visitatore Apostolico in Gualdo, il 4 Novembre 1573, trovò

(1) Biblioteca Vaticana: Codice 3921, c . 26t-27.

(2) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1501 al 1503. c . 38t e 43; di Ercole di Gabriele dal 1505 al 1506. Paginazione I, c. 92t a 94.

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soltanto pochi avanzi della Chiesa, in eminentiori colle, e perciò stabilì che le sue rendite (una salma di frumento circa ogni anno) venissero devolute a qualche vicina Chiesa Parrocchiale, da indicarsi dal Vescovo di Nocera. In un Altare di questa Chiesa Parrocchiale, si sarebbe dovuto però accogliere il Titolo e Beneficio di S. Pietro di Margnano, con l’onere di qualche Messa ogni anno, e sulle rovine della diruta Chiesa, si doveva innalzare una Croce di pietra, secondo le prescrizioni dei Sacri Canoni. Tutto ciò nel caso che gli abitanti di Margnano e delle vicinanze, non avessero voluto, a proprie spese, ricostruire la loro Chiesa. Le suddette prescrizioni del Visitatore Apostolico non furono certo per allora eseguite, perché le vediamo ripetute di nuovo il 10 Settembre 1593, dal Vescovo di Nocera, il quale minacciò altresì una multa di dieci scudi, in caso di ulteriore disobbedienza.

La Chiesa, aveva fatto parte della Parrocchia di S. Felicita di Busche, ed era naturale che quivi si effettuasse il trasferimento; ma però nessuna notizia ci è pervenuta in proposito. Solo sappiamo che, più di un secolo dopo, nel 1718, il Vescovo di Nocera, in occasione di una Sacra Visita alla suddetta Chiesa di S. Felicita, decretò che il Titolo e Beneficio di S. Pietro di Margnano, allora posseduto dal Sacerdote Don Domenico Fabbri, fosse trasferito all’Altare Maggiore della Chiesa Parrocchiale di S. Pietro in Fossato di Vico, con l’onere di una Messa ogni anno nella festa del Santo Titolare. Questo trasferimento in una Chiesa lontana, e che nessun rapporto mai ebbe né poteva avere con S. Pietro di Margnano, all’infuori dell’omonimia, ci fa pensare, che il Beneficiato, abitando in Fossato di Vico, in quello stesso luogo avesse voluto avere anche la sede del Beneficio da lui posseduto. Questa ipotesi è più che probabile, considerando che esisteva allora, ed esiste anche oggi, in Fossato di Vico, una famiglia Fabbri. (1)

CX. – Chiesa di S. Antonio da Padova nel villaggio di Rasina.

Fu eretta l’anno 1512 da un abitante del prossimo villaggio di Rasina, chiamato Tiberio di messer Gaspare. Costui ne assunse il patronato insieme ad altri tre abitanti del villaggio stesso, e cioè Mariotto di Melchiorre, Luzio di Luca e Colcino di Melchiorre, che avevano anch’essi cooperato a tale erezione. (2)

La troviamo poi ricordata nella Visita Pastorale, che il Vescovo di Nocera Mons. Mannelli, praticò in Gualdo verso la fine del 1583. Anzi, in occasione di tale Visita, il Vescovo propose di istituire nella Chiesa di S. Antonio di Rasina, la sede di una nuova Parrocchia, che avrebbe intorno a sé raccolto, non solo le

(1) Arch. Vescovile di Nocera: Atti di Sacre Visite del 1573, 1593 e 1718 in Gualdo Tadino.

(2) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Ludovico di Mariotto Lori. Anno 1517. c . 66.

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circostanti abitazioni, ma alla quale si sarebbe dovuta altresì aggregare anche la Parrocchia di S. Lucia di Peritolo che, come si disse a proposito di questa Chiesa, era stata invece già unita con la Parrocchia di S. Giovanni di Catigliano. Tale progetto non fu però effettuato e la Chiesa di S. Antonio, seguitò a rimanere nello stato di semplice Beneficio Ecclesiastico, entro la circoscrizione Parrocchiale della Chiesa Gualdese di S. Benedetto.

Del resto, la Chiesa di S. Antonio, non avrebbe potuto sussistere come Parrocchia, non possedendo allora alcuna stabile rendita, tanto che era mantenuta ed officiata a spese dei vicini abitanti. Solo nella seconda metà del Seicento, cominciò a godere il fruttato di qualche censo, e tal Maria Cecilia di Luca Monaldi, donò ad essa venticinque fiorini, con i quali nel 1686 si acquistò un olivete in vocabolo Fossa di Barone, presso Gualdo, con l’onere di cinque Messe all’anno in suffragio dell’anima sua. Così pure, tal Giovanni Valentini, le cedette alcuni beni stabili, con l’onere di due Messe annue, in giorni festivi. Susseguentemente i suoi beni aumentarono, così che nel 1771, possedeva vari censi e cinque piccoli terreni.

Durante il XVI secolo, vi si celebrava Messa di Domenica due volte al mese, e dal XVII in poi tutti i giorni festivi. Anzi, nel Seicento, lo stipendio del Cappellano era di un giulio per Messa. I noltre vi fu sempre indetto un Officio di più Messe tutti gli anni, nella ricorrenza della festa del Santo Titolare.

La Chiesa è piccola, con l’abside a volta e la parte anteriore coperta da travatura. Il fabbricato attuale non è per certo quello primitivo, o almeno, attraverso i secoli, ha subito una completa trasformazione. Notevoli restauri ricevette infatti anche nel 1926. E’ munita di campana, ma non ha Sagrestia. Sull’unico Altare, dedicato a S. Antonio da Padova, esisteva un tempo un quadro in tela con l’immagine del Titolare. Al posto del quadro, vedesi oggi una comune statua del Santo.

CXI. – Chiesa di S. Nicolo nel villaggio di Boschetto.

La primitiva Chiesa di S. Nicolo, non è quella attuale, ma esisteva invece a monte del villaggio di Boschetto, nei dintorni dell’oggi diruto antico Castello, e precisamente nel luogo al quale rimane tuttora il nome di S. Nicolo Vecchio. Quivi assai spesso, il vomere dell’agricoltore s’arresta contro le fondamenta del crollato edificio o riporta alla luce le ossa dei defunti che vi furono un tempo sepolti. La Chiesa attuale, a giudicare da qualche resto architettonico e dagli affreschi che ancora vi esistono, non può essere posteriore al XV secolo, ma della stessa non abbiamo notizie, prima della metà del Cinquecento.

In tale epoca, era già sede di Parrocchia, unita però alla prossima Chiesa Parrocchiale di S. Angelo nel territorio di Nocera. Le due Chiese avevano un unico Rettore, che abitava nella Casa Presbiteriale, anche oggi esistente presso quella di S. Nicolo, e

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celebrava di Domenica alternativamente nelle due Chiese; negli altri giorni festivi, o nell’una o nell’altra, a suo beneplacito.

In quel tempo, assai scarse erano le rendite della Chiesa. Insieme a quella di S. Angelo, riceveva in media ogni anno sette salme di frumento e dieci barili di vino. Ma, per quel che mancava, suppliva la Comunità del villaggio di Boschetto. Inoltre alla Chiesa di S. Nicolo, sin dai primordi del XVI secolo, il Comune di Gualdo, dava semestralmente un bolognino, dieci soldi e sei denari sotto forma di decima. (1)

Nella seconda metà del Cinquecento, troviamo nella Chiesa due Altari, e cioè l’Altare Maggiore e l’Altare del Rosario. Nella prima metà del Seicento, vi appare un terzo Altare detto di Maria Vergine delle Grazie. L’Altare Maggiore, dedicato a S. Nicolo, fin dal Seicento, era ornato da un quadro in tela raffigurante questo Santo, quadro che oggi trovasi appeso sulla parete di fondo dell’abside. Su questo Altare il Parroco, oltre alle suddette Messe Domenicali, doveva disimpegnare vari oneri di culto per effetto di antichi legati fatti alla Chiesa. Così, tre Messe all’anno per venti anni consecutivi a cominciare dal 1666, vi doveva celebrare per disposizione di tal Girolama di Vincenzo, come da rogito Notarile in data 19 Marzo 1665. Altre Messe annue, per quindici anni dal 1671, in suffragio dell’anima di tal Maddalena di Mario, come da Legato testamentario rogato dal Notaio Giuseppe Fabbri di Nocera, il 19 Maggio 1670. Tal Sabbatino di Francesco, mediante rogito del Notaio Gualdese Ludovico Angeli, lasciò alla Chiesa i suoi beni, con l’onere per il Parroco, di tre Messe ogni anno in perpetuo. Sempre sull’Altare Maggiore, dieci Messe annuali vi si dovevano celebrare per l’anima di Dionora Ovidi. In questo Altare aveva sede la Confraternita del Sacramento del villaggio di Boschetto, e quindi su di esso il Parroco disimpegnava quasi tutte le funzioni religiose inerenti a questo sodalizio e che verranno indicate, quando del medesimo tratteremo. Nel 1677, due altre Confraternite di questo villaggio e cioè quelle di S. Anna e di S. Giovanni, ottennero dal Vescovo di Nocera il permesso di trasferire la loro sede nella Chiesa di S. Nicolo. Prima di allora, risiedevano in una Chiesuola vicina, ma in territorio Nocerino, intitolata a S. Anna, che veniva dopo ciò abbandonata, perché prossima alla rovina.

L’Altare del Rosario, apparteneva all’omonima Confraternita; era dalla stessa fornito del necessario e sorgeva, come al presente, in una Cappella a destra dell’ingresso principale. Su di esso ammirasi ancora un grande dipinto in tela, così firmato: MDLXXII. Opera di Camillo Bagazzotti da Camerino, e che rappresenta la Madonna del Rosario con il Bambino, adorata da S. Domenico e S. Monica, circondata da quattro Angeli che spargono fiori, e incorniciata dai soliti quadretti dei Misteri. Quest’Altare del Rosario, era officiato nel modo che dettagliatamente indicheremo quando si tratterà dell’omonima Confraternita.

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli. Anno 1506. c. 54.

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L’Altare di S. Maria delle Grazie, fu eretto dal Vescovo di Nocera, Virgilio Florenzi, nella prima metà del Seicento, e trovasi oggi a sinistra di chi entra dall’ingresso principale della Chiesa, nella terza Cappella. Su di esso, era un’immagine della Madonna con il Bambino, in passato assai venerata, perché ritenuta miracolosa. Tale dipinto esiste ancora in tale Altare. Su quest’ultimo si celebrava Messa, non per effetto di speciali obblighi, ma mediante pie elemosine per devozione di private persone. Con le oblazioni del popolo, l’Altare si riforniva anche del necessario. Durante la prima metà del Settecento, nell’Altare in discorso stabilì la sua sede una Confraternita del villaggio di Boschetto, intitolata a S. Maria del Carmine e da allora in poi, anche l’Altare assunse un tal nome. Su di esso si celebrava Messa ogni anno, nella festa di S. Francesco di Paola, cioè il 2 Aprile, in quella di S. Bibiana il 2 Dicembre, e in quella di S. Francesco d’Assisi il 4 Ottobre.

Finalmente, dalla Visita Pastorale eseguita nella Chiesa di S. Nicolo il 22 Giugno 1766, apprendiamo l’esistenza di un quarto Altare, poco prima eretto, intitolato a S. Anna e nel quale aveva sede la su ricordata omonima Confraternita. Questo Altare era originariamente ornato da un quadro in tela, rappresentante, tra due Santi, S. Anna che insegna a leggere alla piccola Maria e questo dipinto vedesi ora appeso su di una parete della Chiesa. Sull’Altare stesso, sorgente nella terza Cappella a destra di chi entra dall’ingresso principale, al posto del suddetto dipinto sta oggi una moderna statua della Madonna.

La Chiesa di S. Nicolo di Boschetto, sin dall’antico fu fornita di Sagrestia, possedeva nove Sepolcri sui pavimento ed aveva al suo fianco un Campanile a forma di torre, ancora in piedi nella prima metà del Settecento, poi scomparso per effetto forse di qualche terremoto e allora provvisoriamente sostituito da una piccola loggia campanaria sopra la porta d’ingresso. Ha due entrate, una antica sulla parete frontale, ed una più recente su di una parete laterale. La Chiesa in discorso, dal 1915 al 1923, subì notevoli modificazioni e restauri, a spese dell’Ente Parrocchiale e delle Confraternite del luogo, che vi hanno sede, modificazioni e restauri che, in gran parte, le tolsero l’antico e suggestivo aspetto delle nostre Chiese Medioevali. L’edificio fu infatti, tra l’altro, prolungato di tutta la parte costituente l’attuale abside, a fianco della quale, nell’ultimo anno dei restauri, fu dalle fondamenta ricostruito anche l’alto Campanile, tal quale al presente si vede.

Come in tutte le vecchie Chiese Umbre, anche in questa di S. Nicolo, non fanno difetto pregevoli opere d’arte. Le sue pareti erano un tempo completamente coperte di affreschi. Di questi restano visibili due figure di Santi, e cioè un S. Antonio da Padova e un S. Antonio Abbate, sullo spessore delle grandi arcate che fiancheggiano l’Altare laterale in cornu evangeli e sono opera del XV secolo. Nella Cappella del Rosario, oltre il su citato quadro del Bagazzotti, trovansi vari affreschi sulle pareti: A destra, una Madonna con il Bambino; a sinistra, un S. Giovanni Battista e un S.

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Nicolò; in alto lo Spirito Santo; in fondo, lateralmente all’Altare, S. Lucia e S. Agata. Sono opere da attribuirsi alla scuola di Matteo da Gualdo, del XV-XVI secolo; però il S. Giovanni Battista, il S. Nicolo, ed il Padre Eterno, appaiono deturpati, perché malamente ridipinti durante il Seicento. La Chiesa possiede inoltre, una tavola Quattrocentesca a tempera, in forma di trittico, ma assai malandata, rappresentante nel centro la Madonna con il Bambino, a destra un Santo mitrato, a sinistra le tracce di un S. Sebastiano, Possiede poi, un’altra tavola a tempera del XV-XVI secolo, avente in mezzo la Madonna con il Putto, da un lato S. Michele Arcangelo, dall’altro S. Rocco; con una predella, formata da cinque arcate, tagliate nel legno a tutto spessore e con figure d’Angeli nei triangoli dell’arcate. Tra gli arredi della Chiesa, è notevole anche un bel Ciborio Cinquecentesco, tutto dorato e recante dipinte quattro graziose figure, e finalmente un’artistica Croce Processionale in metallo cesellato e dorato, con le solite figure lavorate a sbalzo, la quale risale per certo al secolo XIV.

CXII. – Chiesa di S. Egidio nel villaggio di Gaifana.

È questa una delle più antiche Chiese del territorio Gualdese. Anteriore al Mille, è certo il culto di S. Egidio nel villaggio di Gaifana, e basti a tal proposito citare il brano di una Cronaca Trecentesca, esistente nella Biblioteca Vaticana, dove, parlandosi delle condizioni della nostra regione durante le invasioni barbariche, leggonsi appunto le seguenti parole : … a nobilibus et populis ipsius patriae institutum fuit concorditer ut ad flumina perspicua oppidi Gaifanae nundinae fierent annuatim circa festum sancti Egidii con fessoris ubi incolae ipsius patriae et accollae convenientes emerent et venderent humano usui opportuna ….».(1)

Dopo ciò troviamo ricordata la Chiesa di S. Egidio, in una Pergamena dell’Archivio Comunale di Gualdo, recante un pubblico Istrumento in data 10 Marzo 1231, con il quale tal Pietro di Egidio di Pietro, vendeva a Beninteso Notaio, figlio del fu Guidone di Mazzo, insieme ad alcune terre, anche la terza parte di un molino, sito sul fiume di Gaifana, presso il borgo omonimo, il quale molino s’indicava come confinante, tra l’altro, con l’Ospizio e la Chiesa di S. Egidio. (2)

Questo documento ci dimostra anche che, annesso a quest’ultima, e certo dalla stessa dipendente, funzionava in quell’epoca remota, uno di quei Medioevali Ospizi, in parte Alberghi in parte Ospedali, i quali servivano ad accogliere i pellegrini, i viandanti stanchi o ammalati che, provenienti da lontane regioni, transitavano Per le vie malsicure della Penisola. Ed era il borgo di Gaifana, luogo più

(1) Biblioteca Vaticana: Codice Ottoboniano latino 2666. Pag. 44-45 (Hi storia antiquae civitatis Tadini).

(2) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta delle Pergamene: Sec. XIII. Perg N°. 17.

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di ogni altro adatto a simile scopo, trovandosi appunto ai due lati della allora importantissima Strada Flaminia, a mezza via tra Gualdo e Nocera. Similmente in un Istrumento notarile del 26 Dicembre 1381, trovasi nominato, nel territorio di Gaifana, il vocabolo Sant’Egidio, ed in altro del 24 Giugno 1505, si accenna ad un terreno posto «in vocabulo Gayfane seu sancti Gilij ».(l)

Anche oggi la Chiesetta di S. Egidio, sorge all’ingresso settentrionale del borgo di Gaifana, su i margini della Flaminia; l’edificio attuale non è certo quello Duecentesco a cui si riferiscono i documenti suddetti, ma l’ubicazione è quasi certamente la stessa.

Sin dal Cinquecento, costituì un semplice Beneficio Ecclesiastico, che funzionava con le rendite di alcune terre che la Chiesa possedeva nel vicino villaggio di Boschetto, insieme alla casa che anche oggi le sta di fronte, dall’altra parte della via. Nella seconda metà di quel secolo, pare che la Chiesa fosse assai trascurata, infatti nel 1573, il Visitatore Apostolico Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, dopo avervi ordinato la costruzione di una tomba per seppellirvi i viaggiatori che, transitando per la Via Flaminia, ammalavano e morivano in quella località, fece notare che il Rettore della Chiesa di S. Egidio, usava percepire le rendite del Beneficio, senza adempierne gli oneri, consistenti nel mantenimento della Chiesa stessa e nella celebrazione di un Officio di più Messe, nella festa del Santo Titolare, il I Settembre. Anzi, a tal proposito, noteremo che nel 1593, il Vescovo di Nocera ordinò al Rettore che, per l’avvenire, si dovesse dirvi Messa anche nel terzo giorno di Pasqua, nel terzo giorno delle Pentecoste e nel terzo giorno del Natale. Spesso poi vi si celebrava, per privato incarico dei Gaifanesi, specie per conto di una famiglia Fabi, che nei primi del Seicento, dava di ciò incarico al Parroco della prossima Parrocchia di S. Felicita, anziché al Rettore della Chiesa di S. Egidio. Ma i Rettori di quest’ ultima, seguitarono sempre a tenerla in stato indecente e provocarono così, nel 1589, nel 1634, nel 1691 e nel 1743, energici richiami da parte dei Vescovi Nocerini, con le solite inefficaci minacce di multe e sequestro delle rendite al Beneficiario, se non apportasse i necessari restauri alla Chiesa.

Questa non contiene opere d’arte. Nei primi del Settecento, sul muro retrostante all’Altare, era dipinto il Santo Titolare insieme alla
Vergine; oggi sullo stesso Altare esiste un brutto e malandato quadro Seicentesco su tela. In passato la Chiesa mancò sempre di campana, l’attuale loggetta campanaria, vi fu eretta nel 1911, dopo notevoli restauri apportati al piccolo edificio, che si era ridotto in pessime condizioni.

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382. c. 52; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1504 al 1505. c . 106t.

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CXIII. – Chiesa di S. Croce nel villaggio di Gaifana.

Ci è nota l’esistenza di questa Chiesa, unicamente per un episodio del lungo e grave dissidio insorto verso la fine del Duecento, tra la S. Sede e il Ducato di Spoleto da una parte ed il Comune di Perugia dall’altra, per la giurisdizione da esercitarsi sul Castello di Poggio S. Ercolano, dissidio di cui già demmo diffuse notizie trattando della Storia Civile della nostra Città. Ci risulta infatti, che durante le molteplici vicende di tale vertenza, il 28 Aprile del 1289, il Vescovo di Nocera, Giovanni da Foligno dei Conti d’Antignano, dovendo far pubblicare un Breve del Pontefice nel Castello suddetto, v’inviava due suoi rappresentanti, tra i quali eravi il prete Junito, indicato appunto come Rettore della Chiesa di S. Croce in Gaifana. Questo solo sappiamo di tale sacro edificio, che in nessun altro documento, sia precedente che posteriore, trovasi mai più ricordato.

CXIV. – Chiesa di S. Martino nel villaggio di Gaifana.

Conosciamo questa Chiesa, soltanto perché trovasi nominata in una sentenza, emessa il 31 Marzo 1305, e con la quale il Podestà di Gualdo, Bartolello di Lello, condannava alla forca un tal Martuccio, detto Ferramosca da Morano, Distretto di Gualdo, per aver commesso vari delitti, tra i quali si indica anche il furto di una campana, effettuato, quattro anni prima, di notte tempo, insieme a certo Grecolo, nel campanile della Chiesa di S. Martino di Gaifana. (1)

CXV. – Chiesa di S. Carlo nel villaggio di Roveto.

Come già si disse, nel 1633, l’antica Chiesa di S. Felicita, che era a capo della omonima Parrocchia, essendo pericolante e sorgendo, per di più, assai distante dai due villaggi costituenti la Parrocchia stessa, cioè Busche e Roveto, fu chiusa al culto e demolita. Subito dopo, in sua vece, furono ricostruite due Chiese, una Parrocchiale che con il medesimo Titolo di S. Felicita sorse entro il suddetto villaggio di Busche ed una Comparrocchiale che, dedicata a S. Carlo, fu eretta nel villaggio di Roveto. In tale occasione, si stabilì che il Parroco, avrebbe dovuto celebrare, nei dì festivi, alternativamente nelle due Chiese, la quale usanza resta ancora in vigore.

Originariamente, la Chiesa di S. Carlo, ebbe un solo Altare, ornato da un quadro in tela raffigurante la Flagellazione di Gesù Cristo; lateralmente al quadro, era dipinto sul muro, a destra S. Carlo e a sinistra la Vergine di Monte Carmelo. L’anno 1723, si eresse nella Chiesa un secondo Altare dedicato alla Madonna del Rosario, per

(1) Arch. Vaticano: Collettorie. Vol. 402, c. 31-33.

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opera di tal Bonaventura di Girolamo Ginocchietti da Roveto, e su di esso fu collocato un quadro in tela, rappresentante la Vergine con i Misteri del Rosario. Il Ginocchietti dotò il suo Altare con tre piccoli terreni, le di cui rendite avrebbero dovuto servire per far celebrare sei Messe all’anno, sull’Altare stesso, in quei giorni festivi, nei quali, come sopra si è detto, il Parroco, anziché la Chiesa di S. Carlo, era tenuto ad officiare quella di S. Felicita in Busche. Ai propri eredi, trasmise poi l’onere di mantenere e provvedere detto Altare di tutto il necessario. Il relativo Istrumento fu rogato dal Notaio Tommaso Romanelli, il 31 Ottobre 1723. Altri Legati erano stati fatti alla Chiesa di S. Carlo, sin dal secolo precedente: Così, tal Venanzo di Pasquino di Sabbatello, le lasciò un oliveto in vocabolo Piantonacci, con l’onere di sei Messe all’anno a pro dell’anima sua; Giovanni Angelo di Francesco Fazi, legò alla stessa una canapina, con obbligo di cinque Messe annue, per la durata di un lustro, e Giovagnoli Angela, donò alla Parrocchia una casa in Roveto, con l’obbligo di cinque Messe ogni anno, in perpetuo, per suffragio della di lei anima, come da rogito del Notaio Girolamo Giacobuzzi di Nocera dell’anno 1630. Nuovi legati fecero alla Chiesa certa Virginia Benedetti, a condizione che vi si celebrassero quattro Messe ogni anno, ed un Pietro di Giovanni Andrea, con l’onere di dieci Messe annue durante tre lustri, a cominciare dal 1721. Finalmente, con Atto rogato dal Notaio Cherubino Mattioli, il 27 Gennaio 1757, Girolamo, Vincenzo, Francesco, Felice e Giuseppe Ginocchietti, con altri abitanti di Roveto e Corcia, imitando quanto aveva già fatto il su nominato Bonaventura di Girolamo Ginocchietti per l’Altare del Rosario, donarono vari terreni e costituirono alcuni censi, per istituire nella Chiesa di S. Carlo, una Cappellata avente lo scopo di officiarla in quei giorni festivi, nei quali il Parroco era tenuto a dire Messa nella Chiesa Parrocchiale di S. Felicita. Le rendite di questa Cappellata, oscillavano in media tra i dieci e gli undici scudi ogni anno, ed il Cappellano doveva essere nominato dalle famiglie Ginocchietti. Fu così, che la Chiesa di S. Carlo, a poco a poco, divenne proprietaria di parecchi beni stabili (nel 1784 possedeva sedici terreni ed una Casa Parrocchiale con orto) ma queste terre restavano per solito incolte, tanto che il Vescovo di Nocera, nel 1691, ordinò agli abitanti di Roveto, di coltivarle a vantaggio della Parrocchia.

Nel principio del Settecento, esisteva nella Chiesa una sola sepoltura, verso la fine di quello stesso secolo ve ne erano due, una per gli adulti, l’altra per i bambini. Era allora munita anche di campana, ma mancava di Sagrestia. Nel 1901, per opera del Parroco Don Cesare Giuseppetti, la Chiesa, che era assai angusta, venne quasi completamente abbattuta e poi ricostruita più grande, nella forma attuale e con un piccolo Campanile. Vi si eressero un Altare Maggiore dedicato a S. Carlo, e lateralmente due Altari provvisori e trasportabili in legno, ornati da due brutti quadri Secenteschi.

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CXVI. – Chiesa di S. Giuseppe nel villaggio di Corcia.

Questa Chiesa, Beneficio semplice, fu fatta costruire tra il 1630 e il 1631, da tal Maurino Mataloni di Corcia, in forza di un legato testamentario, poco prima istituito da un suo defunto fratello, e cioè da Don Guglielmo Mataloni, Sacerdote residente in Nocera. La Chiesa era stata dotata con la somma di cento scudi, primieramente investiti in un censo, ed in seguito impiegati nell’acquisto di un terreno in vocabolo Campogrande. Don Francesco Mataloni, figlio di Maurino, fu il primo Cappellano della Chiesa, che rimase poi a lungo sotto il giuspatronato della famiglia Mataloni, la quale, non solo provvedeva al mantenimento della Chiesa stessa, ma vi faceva anche celebrare in origine due Messe al mese in giorno festivo, oltre ad altre Messe, in numero indeterminato, durante l’anno, a proprio beneplacito. Un Officio vi s’indiceva altresì nella festa del Santo Titolare. Le due Messe fisse mensili, nei primi del Settecento, le vediamo ridotte ad una sola e quest’onere permane ancora a carico della famiglia Mataloni. Oggi però, vi si celebra di tanto in tanto, anche per devozione ed a volontà degli abitanti del luogo, oltre l’Officio suddetto. Nel giorno della festa di S. Giuseppe, per antica abitudine, una gran folla si reca a diporto dalla città e dai paesi circostanti, nel villaggio di Corcia.

Sorgendo la Chiesa sul confine tra le Parrocchie di Roveto e Rigali, i rispettivi Parroci, durante quasi tutto il XVIII secolo, se ne disputarono la giurisdizione. Nel 1721, il Vescovo di Nocera giudicò spettare a quello di Roveto; nel 1746, in una Visita Pastorale, la vediamo invece indicata come facente parte della Parrocchia di Rigali. Infine, nella seconda metà di quel secolo, ad eliminare ogni contrasto, si addivenne ad una transazione, in forza della quale riconoscevasi sorgere la Chiesa di S. Giuseppe, entro i confini Parrocchiali di Roveto, ma essere però di giurisdizione mista, potendovi cioè tanto il Parroco di S. Pietro di Rigali, quanto quello di S. Carlo di Roveto, esercitarvi indipendentemente le funzioni Parrocchiali.

La Chiesa, piccola e senza Sagrestia, ha un unico Altare dedicato a S. Giuseppe; subito dopo la sua erezione, sul muro retrostante a questo Altare, era stato collocato un quadro in tela rappresentante la Vergine seduta, con il Bambino in braccio e con S. Giuseppe, avente ai lati S. Antonio Abbate e S. Francesco di Paola. In seguito questo quadro scomparve ed al suo posto, nella stessa parete, si scavò una nicchia dove fu collocata la statua di S. Giuseppe. Recentemente una seconda e moderna statua di questo Santo, è stata invece eretta sopra l’Altare. L’attuale piccolo campanile, fu costruito l’anno 1879.

Nel Vescovato di Nocera Umbra, esiste un interessante dipinto topografico del territorio della Diocesi Nocerina, dipinto che, primie ramente fatto eseguire dal Vescovo Battaglini su di una parete del l’Episcopio, fu poi dal Vescovo Massaioli fatto ricopiare su tela nel 1784, essendosi il primo ridotto in pessime condizioni. In

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questa tela, la Chiesa di Corda, certo per errore di chi la dipinse, appare intitolata a S. Filippo anziché a S. Giuseppe.

CXVII. – Chiesa di S. Cristoforo presso il villaggio di Corcia.

Esisteva sulle alture sovrastanti gli attigui villaggi di Petroia e di Corcia. Da questi, si dipartono oggi in direzione del monte, due viottoli che, convergendo, dopo non molto percorso, s’incontrano l’uno con l’altro. Presso il punto del loro incontro, trovasi presentemente una località, chiamata S. Cristoforo dagli abitanti circonvicini. Avanzi di fondamenta di un edificio sono ancora visibili sul terreno, e quivi, senza alcun dubbio, sorse un tempo la Chiesa di cui ci occupiamo.

Nulla sappiamo di essa, che solo trovo nominata per incidenza, in nove diversi rogiti del nostro Archivio Notarile, aventi le date 28 Gennaio 1382, 21 Settembre 1463, 31 Decembre 1468, 25 Maggio 1474, 17 Gennaio 1476, 20 Aprile 1483, 19 Maggio 1487, 8 Dicembre 1488 e 26 Ottobre 1492. L’esame di alcuni di questi rogiti, ci conferma che la Chiesa di S. Cristoforo, in essi nominata, sorgeva appunto nella località la quale, come sopra ho detto, a monte dei villaggi di Petroia e Corcia, porta attualmente il nome di S. Cristoforo. Basta infatti accennare, che nel primo di questi rogiti, si cita, come compreso nella giurisdizione della Chiesa di S. Cristoforo, un vocabolo Letanelle, con l’indicazione che lo stesso trovavasi « iuxta … fossum vallis Cursie et viam montanariam», nel quarto si allude ad un terreno posto « in districtu Gualdi, in parocia sancti Cristofori, in vocabulo Corsie», nel settimo e nell’ottavo, similmente, nella giurisdizione della Chiesa suddetta, si indica il vocabolo Corcia, e nell’ultimo rogito, come facente parte della stessa giurisdizione, si nomina il vocabolo Petroia. Il Dorio, la chiama S. Cristoforo de Costa, forse perché situata sulla costa della sovrastante montagna.

In quanto alla suddetta qualifica parrocchiale della Chiesa di S. Cristoforo, ciò potrà forse far meraviglia a chi, pratico della località, rifletta alla sua poca importanza e, più che altro alla sua ubicazione montana, completamente deserta e tutt’altro che adatta come sede per cura d’anime. Ma la stessa qualifica cessa dal meravigliare, quando si pensa che in antico il concetto ed il significato di Parrocchia, era alquanto diverso dall’attuale e non ben definito come lo fu dopo il Concilio di Trento. A questo si aggiunga, che spesso gli antichi Notari, senza andare, come suoi dirsi, tanto per il sottile, denominavano una Parrocchia indifferentemente con il titolo di una qualsiasi delle varie Chiese esistenti nella sua circoscrizione e preferibilmente con quello della Chiesa più vicina al luogo cui si riferiva l’Atto notarile che redigevano. Un esempio di quest’ultima usanza, l’abbiamo appunto in un Istrumento del nostro Archivio Notarile, avente la data 20 Febbraio 1480, dove il suddetto villaggio di Corcia, viene in un punto indicato come facente parte della Parrocchia di S. Cristoforo

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ed in un altro punto come appartenente alla Parrocchia di S. Felicita, la quale ultima Chiesa, secondo quanto già scrivemmo, esisteva allora non lontano da Corcia, presso il villaggio di Busche.

La Chiesa in esame, dovette scomparire, per cause a noi ignote, al più tardi verso la metà del Cinquecento, poiché di essa neppure un accenno troviamo negli Atti delle Sacre Visite Diocesane, dove immancabilmente sono ricordate anche le ultime vestigia delle Chiese che furono. E’ ben vero, che in un elenco di Chiese Gualdesi, redatto nei primi del Seicento dallo Storico Folignate Jacobilli e sino a noi pervenuto, si nomina tra queste Chiese anche quella di S. Cristoforo di Corcia, come dipendente dall’Abbazia e Priorato di S. Donato di Gualdo, ma per certo, o egli alludeva al superstite Beneficio Ecclesiastico di S. Cristoforo o ignorava che la Chiesa stessa aveva già cessato di esistere. Né questa ultima ipotesi deve farci meraviglia, considerando che nell’elenco suddetto, lo Jacobilli cita, tra le Chiese del territorio Gualdese ai suoi tempi, anche quelle di S. Angelo di Fabrica, S. Cristoforo di Coltaccone, S. Savino di Serra, S. Donato di Agello, S. Facondino di Morano, S. Paolo dello stesso luogo e S. Pietro di Margnano, le quali, come già dimostrammo con inoppugnabili documenti, erano invece tutte scomparse prima che sopravvenisse il Seicento. (1)

CXVIII. – Chiesa di S. Pietro Apostolo nel villaggio di Rigali.

La primitiva Chiesa di S. Pietro in Rigali, non è quella omonima che attualmente vi esiste, ma sorgeva invece sul fianco della montagna sovrastante il villaggio, quasi certamente presso l’antico Castello, di cui oggi sono appena visibili le fondamenta. Tale Chiesa, ebbe origine nel modo seguente: Nella prima metà del Trecento, un pio uomo, denominato Pietro da Gualdo, dopo avere vestito l’abito del Terz’Ordine di S. Francesco, si ridusse a vita anacoretica sulle pendici del Monte suddetto, rinchiudendosi in un piccolo Eremo con Oratorio, forse dipendenza del vecchio Castello, dove rimase fino alla morte, avvenuta l’anno 1367. Sepolto nell’Oratorio stesso e sparsasi nel territorio la fama di santità di Fra Pietro da Gualdo, che fu poi in seguito anche Beatificato, la sua tomba divenne meta di adorazione per gli abitanti circonvicini che, ampliato l’Oratorio suddetto, lo ridussero ad una vera e propria Chiesa, intitolata a S. Pietro Apostolo.

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Antonio Lelli dal 1376 al 1382, c. 56t; di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c. 146, 254, 418, 497; di Andrea di Angelo Benadatti dal 1466 al 1489. c. 311; di Ercole di Gabriele dal 1470 al 1496. c. 30t; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1487 al 1489 c. 240; dal 1481 al 1484 e dal 1472 al 1478 Paginanazione II, c. 35t; dal 1479 al 1480, c. 492 – Biblioteca del Seminario di Follino: Mss. di Dorio e Jacobilli. Cod. A. II. 16. c. 54tj Cod. C. VIII, 11, c. 102t-108t.

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Da principio la stessa funzionò a spese della Comunità di Rigali che pensava a provvederla dell’occorrente ed a pagarne i Sacerdoti ad essa addetti, né in quell’epoca, mancarono alla Chiesa donazioni e legati anche da pie persone abitanti lungi da quel luogo. Ad esempio, abbiamo memoria di un Baldo di Mattiolo da Gualdo che, con testamento del 3 Luglio 1473, lasciava un fiorino alla Chiesa di S. Pietro di Rigali, « pro evidenti acconcimine diete ecclesie ». Similmente, il 23 Agosto 1483, una nepote di costui, tal Pellegrina del fu Matteo, di Baldo suddetto e moglie di Cristoforo di Giacomo Mecis, residente a Corcia, « pro ornamento sive acconci mine» lasciava venti bolognini alla Chiesa di S. Pietro che, cosa notevole, in quest’Atto porta l’appellativo « de costa » forse per la sua posizione elevata, sul fianco o costa della montagna sovrastante Rigali. Così pure tal Benedetto di Filippo Baldelli da Rigali, il 4 Maggio 1486, lasciava cinque soldi, da erogarsi in altare illius ecclesie , e quest’ultima frase è interessante, poiché ci prova che la Chiesa di S. Pietro aveva allora un unico altare. Dieci bolognini, le donava anche Gabriela di Galeo di Cagno, vedova di Antonio di Francesco di Giolo da Gualdo, con testamento del 31 Marzo 1497 e, volendo, molte altre consimili elargizioni potremmo citare.

Poi, cresciuta d’importanza, la Chiesa assunse funzioni Parrocchiali, però alla dipendenza completa dell’Abbazia di S. Donato di Gualdo, poiché sorgeva entro i limiti della giurisdizione Abbaziale di quest’ultima, che cominciò allora a nominare il Rettore della Chiesa stessa ed a stipendiarlo. Divenne in altre parole una succursale della Badia, ma questa dipendenza, per quanto assoluta, non impediva che la Chiesa di S. Pietro venisse considerata come Chiesa Titolare a capo di un’omonima Parrocchia anziché parte subalterna di quella di S. Donato, tanto è vero che, sin dalla metà del Quattrocento, in molti documenti Notarili, trovasi nominata come: « paroecia Sancti Petri in terra Gualdi ».(1)

II suddetto Rettore della Chiesa, che risiedeva in Gualdo, ebbe così l’obbligo, sino al principio del Seicento, di celebrare due volte al mese, in Domeniche alterne, nella Chiesa stessa, alla quale, sin dal principio del XVI secolo, il Comune di Gualdo pagava, come decima, un bolognino, sei soldi e due denari ogni semestre. (2)

Nella Visita Diocesana del 2 Luglio 1629, il Vescovo di Nocera, considerando che questa Chiesa sorgeva in località alpestre, in mezzo ad un bosco lontano dalle abitazioni dei Parrocchiani e che trova vasi in cattive condizioni, diede facoltà all’Abbate Commendatario di S. Donato, di trasferirla in un nuovo edificio, da erigersi sotto lo stesso Titolo e con gli stessi oneri e diritti, in luogo

(1) L. jacobilli: Vite dei Santi e Beati dell’ Umbria . Tomo II. Foligno 1656. Pag. 147 – L. JACOBILLI : Vite dei Santi e Beati di Gualdo . Foligno 1638. Pag. 69 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1466 al 1488 . c. 236; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527 . c . 35t, 52t, 128t.

(2) Arch. Comunale di Gualdo: Libri dei Consigli . Anno 1506. c. 54.

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già designato entro il villaggio di Rigali e ciò per maggiore comodità del Parroco e dei Parrocchiani. Nel 1632, la nuova Chiesa di S. Pietro, che è quella attuale, era già stata costruita a spese dei Parrocchiani suddetti e la prima Messa vi fu celebrata il 12 Dicembre di quello stesso anno. La Chiesa abbandonata, fu contemporaneamente demolita, ed alla località rimasero sino ai nostri tempi i nomi di San Pietro Vecchio , oppure Il Castello . Il novello Tempio, seguitò ad essere annesso all’Abbazia di S. Donato e a dipendere da questa, essendo privo di beni e rendite proprie. All’Abbate di S. Donato, spettavano infatti gli oneri della manutenzione dell’edificio. I Parrocchiani però, si erano obbligati a procurare nel villaggio di Rigali, un’abitazione per il Parroco, la mercede del quale, che prima era data completamente dall’Abbate Commendatario di S. Donato, doveva invece ora essere fornita, per un terzo, dai Parrocchiani stessi. Questo contributo, nella prima metà del Seicento, veniva dato in prodotti della terra e consisteva in sei mine di grano (Kg. 324 circa) e quattro barili di mosto. Al Parroco però, si fece obbligo di celebrarvi non già, come nel passato, in Domeniche alterne, ma in tutti i giorni festivi. Più tardi, sino al Settecento, l’assegno suddetto aumentò ed il Curato infatti, oltre il mosto, percepiva invece, per suo compenso, tre rubbi e mezzo di grano (Kg. 756 circa). La su ricordata obbigazione dei Parrocchiani di procurare nel villaggio di Rigali un’abitazione per il Parroco, non ebbe poi effetto, per cui quest’ultimo, sino ai nostri tempi, seguitò a risiedere in Gualdo, nonostante che l’Autorità Ecclesiastica Diocesana, più volte ed in varie epoche, intimasse al Parroco di abitare in Rigali.

La nuova Chiesa, originariamente possedette il solo Altare Maggiore dedicato a S. Pietro Apostolo. Su di esso venne trasportata l’antica icona in legno già esistente nella vecchia Chiesa, rappresentante nel centro la Vergine con il Bambino in braccio, ed ai lati S. Pietro, S. Sebastiano e due altri Santi. Quest’icona, già allora assai malandata, venne in seguito sostituita e nel 1772 troviamo al suo posto un quadro in tela raffigurante S. Pietro Apostolo in Cattedra, avente da un lato S. Carlo Borromeo e dall’altro lato un Santo Vescovo, da alcuni identificato come S. Donato, da altri come S. Martino. Oggi vi si ammira invece un quadro processionale con la Madonna. Nell’Altare Maggiore aveva poi sede la Confraternita del Sacramento del villaggio di Rigali.

Intorno al 1647 fu eretto nella Chiesa, in cornu Epistolae , un secondo Altare dedicato a S. Antonio da Padova. L’istituzione di cotesto Altare si deve agli eredi di tal Gaspare Giovagnoli da Ri gali, e sino alla fine del Settecento, lo troviamo sempre in proprietà dei discendenti del suddetto Gaspare, che ne curavano il mantenimento. Questa famiglia, durante l’anno, vi faceva celebrare Messe per sua devozione, specie nella festa di S. Antonio da Padova, ma senza obbligo alcuno. Sin dalla sua erezione vi fu collocato un quadro rappresentante la Madonna con il Bambino in grembo ed avente ai lati S. Giovanni Battista e S. Antonio.

Il 22 Aprile 1663, con rogito del Notaio Gualdese Severino Vittori,

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gli abitanti di Rigali si obbligarono ad erigere nella loro Chiesa un terzo Altare intitolato alla Madonna del Rosario. L’Altare sorse infatti in cornu Evangeli e vi fu collocato un quadro rappresentante la Vergine del Rosario, S. Domenico, S. Caterina da Siena e S. Pio V, con intorno i quindici Misteri. In quest’Altare fu istituita e prese sede la Confraternita del Rosario di Rigali, la quale l’officiava nel modo che descriveremo quando si tratterà di questo sodalizio.

Nel 1882, la Chiesa di S. Pietro subì vari restauri, venendo, tra l’altro, abbassato di un metro e mezzo l’antico livello del pavimento. Nel 1917 fu compiuto l’attuale Campanile. Nel 1931 l’edificio fu reso più spazioso innalzando i muri perimetrali e, nello stesso tempo, al comune tetto fu sostituita una volta e la facciata fu completamente rinnovata. Finalmente, nel 1932, l’interno fu decorato e dipinto dal pittore Elpidio Petrignani di Amelia.

CXIX. – Chiesa di S. Maria del Soccorso presso il villaggio di Rigali.

Le prime origini di questa Chiesa, ho potuto rintracciarle in un testamento del nostro Archivio Notarile, avente la data 8 Settembre 1480. In esso si legge infatti che Frate Antonio da Montefalco, Priore del Convento di S. Agostino in Qualdo, quivi imperversando una terribile peste, aveva fatto voto di edificare una Chiesa, sotto il Titolo di S. Maria del Soccorso se cessasse la pestilenza. E che, essendo finalmente il morbo scomparso e ricercando il suddetto Monaco i mezzi occorrenti per ottemperare al suo voto, Donna Flora, moglie del fu Marchette di Giovanni, insieme ai figli Luca, Marietto ed Angelo, donò un terreno nella Parrocchia di S. Benedetto in vocabolo Colle, quale contributo per l’erezione della nuova Chiesa. (1)

Ma forse l’esempio di costei non dovette essere imitato, certo è che, per la mancanza di idonei mezzi, il progetto non ebbe allora attuazione. Tanto è ciò vero, che lo vediamo ripreso in esame, dopo quasi mezzo secolo, da un altro Monaco del nostro Convento di S. Agostino. Da un documento dell’Archivio Comunale,. risulta infatti che nel Consiglio tenuto dalla Magistratura Gualdese il 25 Maggio 1529, venne notificata una supplica di Fra Ludovico di Angelo di Costanze de Felicibus da Gualdo, altrove chiamato anche Fra Ludovico Bonanno, dell’Ordine Agostiniano, con la quale si chiedeva il permesso al Card. Antonio Del Monte, Legato a latere in Gualdo, di costruire una Chiesa sotto il Titolo di S. Maria del Soccorso, nella località denominata allora Le Pantane , presso la strada pubblica, su terreno già concesso per pia elargizione, e ciò come adempimento di un vecchio voto fatto dalla popolazione Gualdese, per essere stata liberata da una fierissima pestilenza. Si domandava inoltre che detta Chiesa, fosse sempre restata in futuro sotto il giuspatronato della di lui famiglia e che fosse beneficiata da

(1) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Luca dì Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno XX, c. 8.

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speciali in dulgenze. La supplica portava anche un Rescritto del Cardinale suddetto, dato dalla Rocca di Gualdo, il giorno 11 Maggio di quell’anno, con il quale si accordava quanto aveva chiesto Fra Ludovico. (1)

Fu così che, poco dopo, sorse la Chiesa di S. Maria del Soccorso per opera di questo Religioso, che stabilì la propria dimora nel prossimo villaggio di Rigali, ed officiava la Chiesa, la quale era allora assai più piccola dell’attuale e consisteva forse solo in quella porzione dell’edificio che, con un più stretto perimetro, ne costituisce oggi l’abside. Il Fondatore cedette poi la Chiesa ai Frati del Convento di S. Agostino in Gualdo i quali, nel principio del Settecento, l’ampliarono di molto, prolungandola anteriormente, erigendovi tre Altari, e celebrandovi poi Messa dieci volte ogni anno. Agli stessi Agostiniani si deve, con probabilità, anche la costruzione della casa attigua alla Chiesa nella quale in passato, soleva abitare un Frate Agostiniano, che era perciò detto l’Eremita, che funzionava quale custode del Tempio e sorvegliava il lavoro dei campi a questo circostanti, i quali erano anch’essi proprietà del Convento di S. Agostino.

Dei tre Altari suddetti, il Maggiore fu dedicato a S. Maria del Soccorso ed al disopra di esso trovasi una finta e brutta statua della Madonna; quello a sinistra dell’ingresso a S. Antonio Abbate, e vi si venera perciò la statua del Titolare; l’altro a destra appare successivamente intitolato prima a S. Giuseppe, poi a S. Lucia ed infine alla Vergine delle Cinturate e su questo Altare vedesi infatti anche oggi un quadro in tela raffigurante quest’ultima con alcuni devoti.

Nel 1860, il Convento di S. Agostino fu demaniato dal nuovo Governo Italiano il quale, poco dopo, nel 1864, lo cedeva alla Congregazione di Carità di Gualdo. La Chiesa di S. Maria del Soccorso, che come sopra si è detto, era un possesso dello stesso Convento di S. Agostino, seguì le vicende di quest’ultimo e fu così che pervenne anch’essa, con i circostanti terreni alla Congregazione di Carità di Gualdo, che la possiede ancora ed ha cura del mantenimento dell’edificio.

Al presente non vi è alcun onere circa l’officiatura della Chiesa, ma vi si celebra ogni anno nella festa della Vergine Titolare e nel giorno di S. Antonio Abbate, con il ricavato di questue indette dagli abitanti dei vicini villaggi.

CXX. – Chiesa di S. Leonardo Eremita in Pozzuolo.

Sorge oggi contigua ad una casa colonica non lungi dal villaggio di Rigali. Ignoriamo come e quando abbia avuto origine questa Chiesa che, negli antichi documenti, non potei ritrovare prima dell’11 Dicembre 1464 e cioè nell’Istrumento di vendita di un terreno che

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Libro dei Consigli dal 1528 al 1533 , c. 30.

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si descrive come confinante con i beni « ecclesie Puzoli ». Poco dopo ricompare in un rogito avente la data 10 Luglio 1474 e che tratta della vendita di un oliveto, che s’indica appunto come situato « iuxta res ecclesie sancti Leonardi alias Puzolo ». Similmente, in un Atto del 10 Dicembre 1487, è citata una « ecclesia sancti Leonardi alias vulgariter Puzuolo » ; in altro del 27 Dicembre dello stesso anno, una « ecclesia Puzoli alias dicta sancti Leonardi de Gualdo » ed in un terzo, del 1 Maggio 1489, si ricorda un campo «iuxta res ecclesie Puzoli sive sancti Leonardi ». Anche in due altri documenti del 20 Novembre 1480 e del 30 Giugno 1493, sono citate alcune terre «in vocabulo Puzolo» come spettanti « ecclesie Puzoli». Nello stesso anno 1493, quest’ultima si ritrova in un rogito dell’Archivio Notarile Gualdese con la data del 1 Ottobre. Tale rogito è interessante, perché ci fa conoscere che la Chiesa, con i terreni attigui e da essa dipendenti, era allora posseduta dall’Ordine Gerosolimitano di Malta, che l’aveva aggregata alla Commenda o Precettoria di S. Giustino di Val di Ponte o della Colomella (oggi Colombella), antichissimo tempio Romanico che ancora sussiste nel contado Perugino. Nel rogito suddetto leggiamo infatti, che la nostra Chiesuola di S. Leonardo, apparteneva allora a tal Berardino preceptor Sancti Iustini ordinis Sancti Johannis Hyerosolomitani et rector sancti Leonardi de Puzolo. Costui, quale Commendatario dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, l’amministrava per mezzo di un suo procuratore, tal Don Frasante di Antonio, Rettore della Chiesa di S. Lorenzo in Civitella, nel Comune di Perugia, il quale alla sua volta, l’aveva concessa in affitto con tutti i suoi beni, al Gualdese Angelo di Berardo, per il prezzo annuale di otto fiorini Marchigiani. (1)

Quasi un secolo dopo la vediamo descritta negli Atti della Visita Apostolica, praticata nel nostro territorio dal Vescovo Ascolano Pietro Camagliani, nell’Autunno del 1573. In questi Atti, è indicata come Chiesa sine cura, sempre posseduta dall’Ordine Gerosolimitano di Malta, dal quale era stata allora concessa in Commenda ad un Cavaliere dell’Ordine, tal Francesco da Napoli, che con tutti i beni annessi, l’aveva data in affitto ad alcuni abitanti del vicino villaggio di Petroia, per il prezzo di trentatrè scudi ogni anno. Non sappiamo quando e per effetto di quali vicende, la Chiesa ed i beni che ne dipendevano, erano primitivamente venuti in possesso del suddetto Ordine Equestre, che poi sempre seguitò ad esserne proprietario ed a concederli in Commenda ai Cavalieri Gerosolimitani, i quali, come si è visto, li davano poi in affitto agli abitanti dei circostanti villaggi; ed un tale stato di cose esisteva ancora alla fine del Settecento, tanto è vero che negli Atti della Visita Diocesana eseguitavi dal Vescovo di Nocera il 2 Luglio

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Luca di Ser Gentile dal 1464 al 1499. Quaderno II, c. 14t; dal 1466 al 1499. c. 276t; Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli di 1490 al 1509. c . 49t; di Ercole di Gabriele dal 1493 al 1496. Quaderno IV, c. 22 e 22t; di Pietro di Maritino di Ser Lorenzo Muscelli del 1496 e 1480, c . 551; del 1489 e 1490, c . 20t; dal 1487 al 1489, c . 104t e 107.

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1772, la Chiesa di S. Leonardo di Pozzuolo, è sempre citata come «membrum Comendae Gerosolimitanae Sancti Justini de Perusia».

Il Commendatario che godeva le rendite di questo Beneficio Ecclesiastico, aveva però l’obbligo di far celebrare la Messa, una o due volte al mese, sull’unico Altare della Chiesa, dedicato a S. Leonardo ed ornato con un’immagine del Crocifisso dipinta sul muro retrostante.

Attiguo alla Chiesa stessa, per certo nell’edificio oggi adibito a casa colonica, sin dagli antichi tempi, esisteva una specie di Ospedale od Ospizio per gli attratti, come allora chiamavansi coloro che, per artrite o per altre cause, avessero le membra dolenti, rattrappite o storpiate. Quest’Ospedale, che dovette essere anch’esso un’emanazione dell’Ordine Gerosolimitano, lo troviamo ricordato la prima volta in un Istrumento notarile dell’anno 1461, con il quale si concede in dote un terreno posto « in terra Gualdi in paroecia sancti petri, in vocabulo Pantane, iuxta viam publicam, res hospitalis Puzoli, fossatum et alia latera ». Lo stesso Ospedale ancora funzionava ai tempi dello storico Folignate Ludovico I acobilli il quale, in una specie di prospetto statistico della nostra città al principio del XVII secolo, tra i vari Istituti Ospedalieri Gualdesi, cita appunto anche quello di S. Leonardo di Pozzuolo. (1)

Esso dovette aver origine dal fatto che alla Chiesa, sin dagli antichi tempi, accorrevano da lontani paesi gli attratti, per essere quel sacro luogo ritenuto miracoloso per tale genere di ammalati. Trovandosi la stessa in località isolata, e i fedeli ivi convenuti non potendo per le loro infermità riprendere subito il viaggio di ritorno alle proprie case, si era resa necessaria l’istituzione, presso la Chiesa, di una specie di Ospizio, ove gli infermi potessero pernottare, riposarsi e magari attendere nella preghiera, che si compisse l’agognato miracolo. Oggi, di questa funzione ospitaliera, non vi è più traccia, ma gli ammalati di artritismo seguitano ancora ad accorrere numerosi, anche da luoghi lontani, nell’umile Chiesuola, per impetrare dal Santo qualche difficile guarigione ai medici invano richiesta; e vi portano contemporaneamente doni ed offerte, che costituiscono anzi l’unica, ma non trascurabile rendita della Chiesa, poiché i beni stabili della stessa, furono venduti circa la metà del secolo scorso, ad alcuni abitanti di Rigali, da un Commendatario Gerosolimitano della suddetta Commenda di S. Giustino.

Con queste oblazioni dei fedeli, nel 1904 la Chiesa fu ampliata, abbattendo e poi ricostruendo più avanti, la parete anteriore ove è la porta d’ingresso e fu allora anche innalzato il tetto. Quest’ampliamento rese possibile di adibire l’estremità posteriore della Chiesa ad uso di Sagrestia, ed in quest’ultima, sulla parete di

(1) Biblioteca del Seminario di Foligno: Raccolta dei Manoscritti di L. Jacobilli. Cod. A. II. 16, da c. 54t a c. 56 – R. GUERRIERI: Gli antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Documenti e memorie storiche. Perugia 1909. Pag. 104, 105, 106 – Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485, c . 105t.

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fondo, vedesi infatti ancora il su ricordato dipinto del Crocefisso, in corrispondenza del posto ove, prima dell’ampliamento, esisteva l’antico Altare. Nel 1932, contiguo a questo sacro edificio, fu infine costruito uno stanzone, ad uso di momentaneo ricovero per gli infermi che ivi si recano ad impetrare dal Santo la guarigione, nonché per i loro veicoli. Oggi nella Chiesa, con le oblazioni dei fedeli, si dice Messa due o tre volte al mese in giorno festivo e vi si celebra un Officio di più Messe nel giorno di S. Leonardo.

CXXI. – Chiesa di S. Martino presso Gualdo Tadino.

L’anno 1242, per opera dell’Imperatore Federico II, Gualdo si circondò di valide mura, ed in esse si aprirono quattro Porte, ognuna delle quali assunse il nome della più vicina Chiesa esistente fuor delle mura stesse. Si ebbe così a Settentrione una Porta di S. Facondino, una di S. Benedetto a Ponente, una di S. Donato ed un’ultima Porta detta di S. Martino, ambedue a Levante. Di queste Chiese, che dettero il nome non solo alle quattro Porte, ma anche ai quattro corrispondenti Quartieri in cui era divisa la Città, oggi restano solo la prima e l’ultima, poiché le due antiche Chiese di S. Benedetto e di S. Donato scomparvero da secoli, essendo state poi trasferite entro le mura cittadine dove ancora sussistono.

A tutto ciò si è dovuto accennare, come prova che sin dal principio del XIII secolo, esisteva la Chiesa di S. Martino di cui stiamo trattando. Ma anzi, da alcune recenti scoperte, di cui ora dirò, dobbiamo dedurre che detta Chiesa risalga ad un’epoca assai anteriore al Duecento. Di fronte alla stessa, esiste oggi una casa colonica e tra i due fabbricati è interposto un breve tratto di terreno adibito quale aja per i bisogni agricoli del colono. Nel 1913, si dovette sterrare un tale spazio per renderlo pianeggiante ed il piccone portò alla luce centinaia di tombe, sovrapposte in più strati e costruite con lastre di pietra disposte verticalmente ai lati ed orizzontalmente sopra e sotto il cadavere, quasi a formare intorno a questo come una cassa lapidea. Un tal fatto non avrebbe grande importanza, essendosi sempre prescelto in passato l’interno delle Chiese e le immediate loro vicinanze, per il seppellimento dei defunti, ma nel caso in esame, si notò che le tombe conservavano tracce di rito pagano, ad esempio contenevano per la maggior parte, insieme allo scheletro, un piccolo vaso di terracotta. Non è quindi fantasia l’affermare, che nel luogo ove oggi sorge la piccola Chiesa di S. Martino, dovette esistere un sacro edificio, destinato al culto sin dall’alto Medio-Evo, quando non erano ancora del tutto scomparse le tracce di riti funerari pagani tra le nuove genti cristiane. La Chiesa di S. Martino, viene primieramente nominata in un pubblico Istrumento (donazione di terre ed altri beni immobili) a vente la data 9 Novembre 1315. Quivi infatti si leggono i vocaboli Cretano e Grassano come facenti parte della Parrocchia di S. Martino.

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Anche in altri Istrumenti del nostro Archivio Notarile, in epoca assai più tarda, ad esempio in uno avente la data 1468, sono ricordati i vocaboli Grassano, Calcinaro e Rote , che si dicono inclusi nella Parrocchia di S. Martino, Distretto di Gualdo. (1)

A proposito della qualifica parrocchiale di questa Chiesa, potrebbero farsi le osservazioni già esposte per quella di S. Cristoforo di Corcia. Ma anche volendola ritenere come sede di una Parrocchia, s’ignora quali fossero i suoi confini e quali i suoi rapporti di dipendenza con l’Abbazia di S. Donato, entro la giurisdizione territoriale della quale la Chiesa di S. Martino sorgeva. Non sarebbe però cosa assurda il supporre, che questi rapporti fossero simili a quelli che vedemmo essere esistiti tra la limitrofa Chiesa Parrocchiale di S. Pietro di Rigali e la Badia di S. Donato. Certo, che con il finire del XV secolo, dovette avvenire il decadimento della Chiesa di S. Martino e la perdita di ogni suo privilegio ed autorità, tanto è vero che nella seconda metà del Cinquecento, la troviamo ridotta allo stato di semplice Beneficio Ecclesiastico, sine cura, e annesso all’Abbazia di S. Donato di Gualdo, da cui dipendeva insieme ai terreni circostanti che rappresentavano il patrimonio della Chiesa e dai quali si ritraevano allora in media otto salme di grano ogni anno.

L’adiacente casa colonica, trovasi ricordata per la prima volta nel 1704, ma certo esisteva innanzi a tale epoca. L’abbate di S. Donato, con le rendite della Chiesa di S. Martino, pensava a mantenerla in buono stato, nonché a provvederla di tutto il necessario e dagli antichi tempi, sino al secolo scorso, usò sempre di farvi celebrare Messa nel secondo giorno delle Rogazioni , ed indirvi un Officio di più Messe l’11 Novembre, festa di S. Martino. Anzi, in quest’ultima occorrenza, per vecchia consuetudine, faceva distribuire una coppa di grano panificato, ai poveri convenuti nella Chiesa. In seguito questa, con tutte le sue terre, fu dal Vescovo sottratta all’Abbazia di S. Donato e data al Seminario di Nocera, ma subentrato poi nell’Umbria, l’anno 1860, a quello Pontificio il nuovo Governo italiano e pubblicata la nota Legge sulla Demaniazione dei Beni Ecclesiastici, anche la Chiesa con il predio annesso, passò in proprietà dello Stato e fu chiusa al culto. Poco dopo, il Gualdese Marco Gherardi, ben noto nella nostra città quale fedele seguace di Garibaldi, acquistò dal Demanio il predio suddetto insieme alla Chiesa, che divenne una specie di magazzino, in cui il colono conservava il prodotto delle sue terre e riponeva gli arnesi del lavoro; ma intorno al 1870, il Gherardi rivendette Chiesa e predio al nonno di chi scrive le presenti memorie cioè a Guerrieri Vincenzo. Nel 1913, il padre dello scrivente, Ugo Guerrieri, fece inumare nel pavimento della Chiesa le moltissime ossa estratte allora dalle tombe dell’antico Cimitero ricordato più sopra e per

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Gaspare di Raniero dei Ranieri dal 1455 al 1485 . c. 219t e 222.

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rispetto a quelle misere spoglie, restaurò contemporaneamente l’edificio, lo tolse all’uso profano e lo riaprì al culto, tornandovisi, da quell’anno, a celebrare nella festa di S. Martino.

Del fabbricato della Chiesa, quale dovette essere nel Medio-Evo, non esiste oggi più traccia, crollato forse per effetto di terremoti o per altro ignoto motivo. Sappiamo ad esempio che nel 1718 la Chiesa era ancora tutta munita di volta, mentre al presente è coperta da travatura. Sulla parete dell’unico altare, esiste un grande affresco rappresentante in mezzo S. Martino Vescovo, seduto in cattedra e avente ai lati il Vescovo Tadinate S. Facondino e S. Francesco d’Assisi. Questo dipinto fu fatto eseguire dal Vescovo di Nocera, in occasione di una Visita Pastorale che lo stesso praticò nella Chiesa in esame il 17 Ottobre 1605. Una tale pittura, presenta qua e là varie scrostature dell’ intonaco, attraverso le quali riappare oggi un più antico dipinto del XIV o XV secolo, esistente sotto di esso e che fu coperto per dar posto a quello or ora descritto. Quindi, per lo meno a tale epoca, rimonta il fabbricato attuale.

CXXII – Chiesa di S. Maria di Loreto volgarmente detta La Madonna del Piano.

Ad un chilometro e mezzo circa da Gualdo, sulla via che conduce a Nocera, dove ora sorge la Chiesa di S. Maria di Loreto, come sopra si è detto più comunemente chiamata La Madonna del Piano, esisteva nella prima metà del Seicento, una di quelle piccole Cappelle, dette anche Maestà , che il fervore religioso dei nostri avi disseminò, nei passati tempi, lungo le solitarie e silenziose strade delle campagne Umbre. Da questa Cappella o Maestà , ebbe origine la Chiesa in esame, per un avvenimento che un antico ed ingenuo Cronista Gualdese, ci ha tramandato con le seguenti parole:

« Nella metà del Secolo XVII, la terra di Gualdo ebbe a soffrire pestilenziale contagio, che mietè innumerevoli vittime, quel flagello, per divina misericordia, cessò nell’anno 1658. E piacque al clementissimo Signore dare a quegli abitanti un chiaro segnale o quasi caparra del suo placato sdegno, permettendo che due anni appresso, il dì 10 decembre 1660, passasse per la pubblica via, che a Roma conduce, un povero ed ignoto pellegrino, il quale stanco del lungo viaggio, entrò per riposarsi alquanto in una Cappelletta o Maestà che si trovava verso oriente, al lato della strada, presso quel punto ove ora sorge la Chiesa della Madonna del Piano. Egli portava seco, dentro custodia, un quadro con una Immagine, a foggia di statuetta, di Maria SS. di Loreto, quale riverentemente depose in un angolo della predetta Cappelluccia. Refocillatosi un poco e ricuperate le forze, volle rimettersi in cammino con la sua cara e preziosa Immagine. Se non che all’improvviso, si elevò spargendosi in ogni lato, una densa e foltissima nebbia, a guisa di tenebre, che al devoto pellegrino impedivano di scorgere più il sentiero da battere, ovvero come altri racconta, da ignota forza costretto, per quanto egli si studiasse e vi si adoperasse a tutt’uomo, non gli venne fatto ripigliar la Sacra Immagine ed intraprendere di

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nuovo con quella il suo viaggio. Si addolorava il meschinello e piangeva a dirotto, quando transitando di lì un cotale di Gualdo, informato da lui della cosa, lo esortò a non tentare di avvantaggio Iddio, che per mezzo di quello strano evento manifestava chiaramente il suo volere, che cioè la Sacra Immagine rimanesse in quel luogo, siccome, ispirandolo così il Signore, il pellegrino puntualmente eseguì.

Sparsasi in breve nella circostante regione la notizia del fantastico avvenimento, che sembrò a tutti prodigio, diffusasi la voce che altri miracoli si erano poi verificati in quel luogo, un grande fervore religioso invase la popolazione, che cominciò ad affluire alla Cappelletta, per appendervi doni e tavolette votive. La stessa fu inoltre subito alquanto ampliata e vi si eresse un piccolo altare, su cui si collocò l’Immagine miracolosa, celebrandovisi Messa, per la prima volta, il 28 Agosto 1662. Ma tale Cappella, per la sua piccolezza, sembrò luogo poco adatto e poco decoroso per tanto culto e si cominciò quindi immediatamente a raccogliere offerte per costruire al suo posto una nuova e più vasta Chiesa, dedicata a S. Maria di Loreto, ove si sarebbe dovuta poi venerare l’Immagine miracolosa, e si raccolse così un primo fondo di millecinquecento scudi, cui si aggiunse largamente anche il contributo del Comune di Gualdo. Si stipulò una transazione, approvata dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari in Roma il 7 Luglio 1662, in forza della quale il Comune stesso, sotto il controllo del Vescovo, avrebbe avuto in avvenire piena giurisdizione sulla futura Chiesa e l’avrebbe dovuta mantenere in buono stato e rifornirla del necessario. Sarebbe stato anche suo diritto eleggere il Cappellano, ma l’elezione doveva poi essere ratificata dall’Abbate della Badia di S. Donato, entro la di cui Parrocchia sorgeva la Chiesa, nonché dal Vescovo di Nocera. Il suolo fu ceduto gratuitamente dai proprietari, i fratelli Bernardino e Vincenzo Cajani, la qual donazione venne poi in seguito legalizzata con Atto rogato dal Notaio Giuseppe Passarini, il 12 Febbraio 1666. Si era già posta la prima pietra della nuova Chiesa il 22 Maggio 1663, dal Vescovo di Nocera Mario Montani; l’intera costruzione fu terminata nel 1666 ed in questo stesso anno, il giorno 8 Settembre, fu collocata sull’Altare Maggiore, racchiusa in una ricca cornice, l’Immagine della Madonna di Loreto, giunta in Gualdo con l’ignoto viandante, Immagine che vi esiste tuttora.

Anche dopo la sua edificazione, seguitarono ad affluire numerose offerte alla Chiesa, dove erano raccolte in un’apposita cassetta munita di tre diverse chiavi, una delle quali veniva conservata dal Vicario del Vescovo, una dai Priori del Comune di Gualdo e l’altra dall’Abbate della Badia di S. Donato. Il denaro raccolto, veniva poi depositato presso il Monte di Pietà Gualdese, che aveva allora anche una funzione presso a poco simile ai moderni Istituti di Credito. Un membro della famiglia Granella di Gualdo, lasciò poi alla Chiesa un terreno con l’onere di otto Messe all’anno per l’anima sua; tal Ludovica Sergentile, anch’essa di Gualdo, donò al Tempio, l’anno 1676, quattro stadi circa di terra, pure con l’onere di otto

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Messe di suffragio ogni anno; un altro Gualdese, Mancia Isidoro, con testamento rogato il 24 Maggio 1703 dal Notaio Gregorio Scaturzi, lasciò un terreno con l’obbligo di una Messa per settimana a pro dell’anima sua, ma quest’obbligo fu poi ridotto a venti Messe all’anno, con Decreto del Vescovo di Nocera del 22 Aprile 1728. Un legato con l’onere di cinque Messe annue, fece anche una certa Porzia Olivieri Spinola da Fiuminata, ed un altro, con l’onere di sei Messe, tal Cristoforo Cristofanelli, che lasciò per questo scopo un fondo di venticinque scudi. E così, prima della fine del Settecento, la Chiesa giunse a godere il frutto di vari censi ed a possedere ben sedici terreni, dei quali uno solo oggi le resta, quasi contiguo.

In essa furono eretti tre altari, cioè quello Maggiore, dedicato a S. Maria di Loreto e due laterali. Di questi, quello in cornu Epistolae, fu dedicato a S. Filippo Neri e S. Andrea Apostolo e porta, anche al presente, un quadro in tela raffigurante la Vergine con il Bambino insieme ai due Santi Titolari, a S. Michele Arcangelo ed a S. Francesco d’Assisi. Il terzo altare, in cornu Evangeli, venne dedicato al Crocifisso ed è ornato infatti da una tela dove è dipinto il Crocifisso tra S. Liborio Vescovo e S. Rita da Cascia. Forse per ciò tale altare, in qualche antico documento, appare anche dedicato a S. Liborio.

La Chiesa fu infine, con gran solennità, consacrata il 16 Maggio 1730 dal Vescovo di Nocera Mons. Chiappè ed il 17 Maggio 1767 fu aggregata alla Basilica di S. Giovanni Laterano in Roma. Il Cappellano percepiva dal Comune di Gualdo uno stipendio che fu, nei primi tempi, di trenta scudi ogni anno e che discese poi a venti ed infine a sedici scudi nel XVIII secolo. Tale somma si prelevava sulle offerte che continuamente pervenivano alla Chiesa e sulle rendite dei suoi terreni. D’altra parte, anche gli oneri del Cappellano, con il tempo, erano andati diminuendo: Appena sorta la Chiesa, vi si doveva celebrare tutti i giorni meno uno per settimana; in seguito, nel Settecento, vi si celebrava unicamente nei giorni festivi. Vi s’indicevano inoltre Offici di più Messe nella festa della Natività ed in quella della Visitazione di Maria Vergine, nella ricorrenza della Traslazione della Santa Casa di Loreto, ed il 16 Maggio, anniversario della Consacrazione della Chiesa.

Con Rogiti del 29 Aprile 1920 e del 29 Gennaio 1921, il Comune di Gualdo cedette la Chiesa alla Confraternita Gualdese detta « La Compagnia dei Preti » con tutti i suoi beni, diritti ed o neri, tra i quali ultimi anche quelli di culto. La Compagnia dei Preti, si assunse così l’obbligo dell’officiatura della Chiesa stessa per mezzo di un Cappellano, non più stipendiato dal Comune di Gualdo ma dalla Compagnia stessa, con l’onere di dirvi Messa periodicamente. Vi si celebrano infatti tuttavia alcuni Offici nella festa della Madonna di Loreto il 10 Dicembre, nella Natività della Vergine il giorno 8 Settembre, nella festa di S. Gioacchino, cioè la Domenica dopo l’Avvento, ed in quella di S. Anna il 26 Luglio. Assai spesso poi vi si dice Messa per incarico e per devozione di particolari persone, desiderose di rendersi propizia la miracolosa Immagine di

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S. Maria dì Loreto. Per una antica usanza, si usa ancora portare processionalmente in Gualdo questa Immagine, per impetrare dalla Vergine la pioggia in tempo di siccità o per farla cessare quando è prolungata eccessivamente. Anzi, nel 1779, insorse una lite tra la Chiesa Abbaziale di S. Donato e quella di S. Benedetto, perché ambedue si disputavano l’onore di accogliere la venerata Immagine, quando nelle suddette occasioni, si trasportava in Gualdo. Certo il diritto spettava alla prima, perché nella propria circoscrizione parrocchiale, comprendeva anche la Chiesa di S. Maria di Loreto o Madonna del Piano, ma ciò nonostante, la controversia fu data a risolvere ai Tribunali.

Una comoda abitazione per il Custode, comunemente chiamato L’Eremita, sorge contigua alla Chiesa. Quest’ ultima è abbastanza ampia, coperta da una volta divisa in tre navate e sorretta da quattro colonne. Tale volta fu ricostruita dopo il 1751, nel quale anno era stata tutta abbattuta dal terremoto, meno quella dell’abside e cioè la parte sovrastante l’Altare Maggiore, dove infatti sono ancora visibili le pitture originali della Chiesa. Ricorderemo infine che la stessa è munita di una comoda Sagrestia, di tre campane e di un organo.

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LE CONFRATERNITE

I. – Confraternita di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone in Gualdo Tadino.

Non si ha memoria della fondazione di questa Confraternita che è, quasi certamente, la più antica della Città, poiché nel XIII secolo già esisteva. Il Bucari, non sappiamo sulla scorta di quali documenti, la dice istituita dal Pontefice Clemente IV l’anno 1267. Io la trovo primieramente ricordata in un Istrumento del 9 Marzo 1274, con il quale la Confraternita di S. Maria dei Raccomandati acquistava due terreni, ed in una Pergamena da cui risulta che il 12 Settembre 1280 comperava anche, per centosessantasei libbre di denari, una casa in Gualdo, nel quartiere di Porta S. Martino. (1)

Risulta aggregata all’Arciconfraternita del Gonfalone di Roma, come da Atti del 9 Marzo 1581 e 4 Luglio 1607. I suoi membri, nelle cerimonie indossavano sacchi bianchi. Vi appartenevano persone d’ambo i sessi, e aveva sede entro la Città, in una Chiesa propria, intitolata appunto a S. Maria dei Raccomandati, della quale già abbiamo trattato.

Sin dalle sue origini, questo Sodalizio fu sempre tenuto in grande estimazione ed in ogni tempo ad esso affluirono cospicue elargizioni ed offerte, specialmente sotto forma di legati testamentari, ma altrettanto numerose erano le sue mansioni. Tra l’altro, per antica consuetudine, ogni anno distribuiva cinque o sei salme di grano, parte in natura, parte panificato, ai poveri della città, nel, giorno dell’Ascensione, in quello della Concezione ed in quello dell’Annunciazione, nonché nell’evenienza di altre feste religiose. Altre due salme di frumento donava annualmente alle Monache del Monastero di Santa Margherita. Elargiva poi elemosine in denaro o in alimenti, ai carcerati, agli infermi ed ai poveri, specie durante l’inverno, facendo accompagnare altresì dai propri membri, sino all’ultima dimora, le salme dei defunti. Pane e

(1) Arch. di Stato in Roma: Collezione delle Pergamene. Gruppo proveniente da Gualdo Tadino. Perg. N. 3 – Bibl. del Seminario di Foligno ; Mss. di Dorio e lacobilli. Cod. A. C. 11, c. 796t.

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grano usava persino distribuire ai Confratelli, che intervenivano alle adunanze sociali, nonché, a titolo di salario, al Sagrestano della propria Chiesa. Ma questo eccessivo sperpero di cibarie, spesso anche per i non bisognosi, le frequenti refezioni che in occasione di feste i Confratelli si procuravano con le rendite sociali, innumerevoli altri abusi nell’amministrazione del Sodalizio, provocarono sul finire del 1573, un severo Decreto repressivo da parte del Visitatore Apostolico, Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, Decreto che diffusamente illustreremo nel Capitolo dedicato alla Confraternita della SS. Trinità. Oltre a tutto quanto sopra, la Fraternità di S. Maria dei Raccomandati indiceva solenni processioni la vigilia della festa dell’Annunciazione di M. V., nel giorno di Pasqua e in quello dell’Ascensione del Signore. Era infine obbligatoria per i Confratelli, due o tre volte l’anno, la funzione delle quarant’ore, nella loro Chiesa. Ma la principale mansione della Confraternita era l’assistenza ospitaliera per la quale possedeva ed amministrava speciali beni. In un testamento tramandateci da tal Salvuzio Sarto, rogato dal Notaio Bonaventura di Atto, con la data 28 Luglio 1290, tra parecchie Opere Pie Gualdesi alle quali Salvuzio faceva delle donazioni, è citato anche l’Ospedale Fratrum Congregationis, che ereditava la somma di cinquanta solidos. E’ questo il primo accenno che abbiamo circa l’Ospedale dei Confratelli di S. Maria dei Raccomandati. Da un altro documento in data 15 Febbraio 1373, apprendiamo poi che Luca, di Gentile Ridolfucci, Vescovo di Nocera, accordava licenza alla Confraternita di alienare il suo vecchio Ospedale che aveva nel quartiere di Porta S. Donato, con tutti gli annessi, perché quasi in rovina e inservibile ed erigerne uno nuovo nella così detta Casa di S. Giacomo, appartenente alla stessa Fraternità, dovendosi impiegare per detta erezione, la somma ricavata dalla vendita del vecchio Ospedale, nonché trecento quaranta libbre di denari, alla Confraternita suddetta dovute da tal Bartolomeo di Ceccolo da Gualdo, quale esecutore testamentario del fu Marcuccio Albrici, domine Christianelle Petri, et Angele, moglie di detto Albrico. (1)

Questo nuovo Ospedale, sorse infatti presso la Porta civica di S. Martino, nell’edificio attiguo all’antica Chiesa di S. Maria di Tadino, poi S. Chiara, e prese il nome di S. Giacomo Apostolo, permanendovi sino al 1575. Ma in tale anno, per opera del su nominato Visitatore Apostolico, Mons. Camagliani, nell’edificio di quest’ultimo Ospedale, fu trasferito quel Convento di Monache Clarisse, di cui già trattammo, che esisteva allora fuori Porta S. Facondino, presso a poco nel luogo dove oggi trovasi l’ingresso al Collegio Salesiano S. Roberto, e nell’abbandonato Convento venne invece portato l’Ospedale della Confraternita di S. Maria dei Raccomandati. In proprietà di quest’ultima, passò anche l’annessa Chiesa Conventuale delle Clarisse, che in tale occasione assunse anch’essa il titolo di S. Giacomo. In quest’ultima località, l’Ospedale

(1) Archivio di Stato in Roma. Pergamene già cit., Perg. N°. 23.

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Confraternitale rimase ancora per quasi due secoli, sino a che cioè, prossimo a rovinare e ridotto in miserrime condizioni, non ne venne decretata la soppressione dal Vescovo di Nocera Mons. Borgia, con Atto del 17 Giugno 1718. Ma nonostante il Decreto Vescovile, per la resistenza e le proteste della Confraternita, l’effettiva scomparsa di questo antico Istituto Ospitaliero, avvenne assai più tardi, cioè tra il 1746 e il 1772, nella quale epoca, l’Ospedale di S. Giacomo cessò infatti definitivamente di funzionare venendo unito con i suoi beni ad un altro antico Ospedale Gualdese intitolato a S. Lazzaro. Così ebbe termine la pratica ospitaliera, sin dal XIII secolo esercitata dalla Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, alla quale rimase solo l’onere di concorrere ad eventuali trasporti di poveri viandanti ammalati, da Gualdo agli Ospedali delle città limitrofe. Del resto, chi avesse desiderio di più diffuse notizie sugli Ospedali di questa Confraternita potrà apprenderle dall’altro nostro libro qui in nota citato. (1)

Ritornando alle varie mansioni della Fraternità di S. Maria dei Raccomandati, ricorderemo che alla stessa spettava inoltre la celebrazione di numerose Messe e di consimili funzioni religiose, per le quali manteneva uno speciale Cappellano. Anzi, Papa Clemente VII, con Breve del 3 Maggio 1525, sancì a quei Confratelli il diritto di nominare questo Cappellano, di mantenerlo, di rimuoverlo, etc. Per la massima parte, queste Messe si eseguivano nella Chiesa Confra ternitale, cioè in quella di S. Maria dei Raccomandati, e vennero già dettagliatamente indicate per ogni singolo Altare, quando si trattò di detta Chiesa. Ma varie altre sacre funzioni, la Fraternità indiceva nelle principali Chiese della Città. Così in quella di S. Benedetto, faceva recitare un Officio di sei Messe il 9 Giugno di ogni anno a pro dell’anima di tale Smeralda Fabbri, ed altro Officio di sei Messe, il 29 Decembre, in suffragio di Battista e di Giovannangelo Megni. In quella di S. Francesco, faceva celebrare due Offici all’anno sull’Altare della Concezione, un altro Officio di suffragio il 22 Settembre e 5 Messe il 21 dello stesso mese, festa di S. Matteo, per l’anima di tal Matteo Mattioli, come da speciale legato. Inoltre, siccome in S. Francesco la Confraternita aveva un proprio sepolcro, cioè per esclusivo uso dei suoi membri, quivi faceva perciò celebrare due Anniversari all’anno per i Confratelli defunti, indipendentemente dalla singola Messa che si recitava, una volta tanto, per ogni Confratello, subito dopo il suo decesso. Finalmente nella Chiesa di S. Giacomo, come si è detto annessa al l’Ospedale ed appartenente alla Confraternita, questa curava che si dicesse Messa nella festa del Santo Titolare e nel primo giorno delle Rogazioni.

Assai numerosi erano i possedimenti di questo importante Sodalizio. Da un documento dell’Archivio Vescovile, apprendiamo

(1) R. GUERRIERI: Gli antichi Istituti Ospitalieri in Gualdo Tadino. Perugia. Donnini 1909. Pag. 22, 27, 81, 108.

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che alla fine del Settecento, possedeva un ricco podere nel vocabolo Tadino e ventinove altri terreni in diverse parti del territorio Gualdese, nonché numerosi censi. Dai terreni ritraeva allora in media annualmente quarantatre scudi, dai censi diciassette, in tutto dunque sessanta scudi, somma non indifferente in quei tempi. Aveva in proprietà anche una casa di abitazione contigua alla sua Chiesa di S. Maria dei Raccomandati, nella quale casa i Confratelli si radunavano per tenervi Consiglio e conservavano le suppellettili sociali nonché l’Archivio Confraternitale. Era questo un tempo assai importante, basti dire che nel 1771, possedeva ancora ben trentadue antichissime pergamene. Oggi tale Archivio è andato quasi completamente disperso, ma pur tuttavia, fra le sue reliquie, mi fu dato rintracciare uno sconosciuto Laudario della fine del Trecento, assai importante per lo studio critico e per la storia della nostra letteratura, che venne già da me integralmente pubblicato e illustrato. (1) La Confraternita di S. Maria dei Raccomandati, con R°. Decreto del 27 Decembre 1906, fu concentrata, con tutti i suoi beni, nella Congregazione di Carità di Gualdo Tadino, restando rispettati però gli oneri e legati di culto che aveva, per i quali la Congregazione suddetta, rilascia oggi alla Confraternita una somma annua di Lire 431.

II. – Compagnia dei Preti in Gualdo Tadino.

Fu creata con speciali statuti l’anno 1537 da Giovanni Nicolo Scrignetti da Sassoferrato, Abbate Commendatario dell’Abbazia di S. Benedetto in Gualdo. I Confratelli non portavano nelle loro cerimonie, i soliti Sacchi Confraternitali, ma mantenevano sempre la veste sacerdotale ed ogni anno, nel mese di Gennaio, eleggevano i propri Ufficiali. Questa Compagnia godeva di numerosi legati, tra i quali uno lasciatele da tal Battista Pellegrini da Gualdo. Inoltre possedeva, nella maggiore piazza della Città una piccola Chiesa dedicata a S. Pietro Apostolo, con alcune stanze superiori, ad uso di Ospedale per ammalati che fossero Sacerdoti e poveri, e ciò per effetto di un Legato testamentario a rogito del Notaio Maurizio di Bartolomeo Vittori del 18 Agosto 1545 e susseguente Codicillo del l’11 Luglio 1546, fatti da tal Bartolomeo Nisi da Gualdo, che per lo scopo suddetto, aveva lasciato i suoi beni alla Compagnia.

Il testatore inoltre disponeva che le rendite di questi beni, oltre che per servizio dell’Ospedale sopra nominato, dovessero anche servire per l’acquisto delle vesti che i Sacerdoti indossavano durante le Funzioni religiose, per concorrere alla spesa che importava la celebrazione dei divini Offici che, ogni primo lunedì del mese, la Compagnia indiceva nella Chiesa di S. Benedetto in suffragio dei

(1) R. GUERRIERI: Il Laudario Lirico della Confraternita di S. Maria dei Raccomandati. In Bollettino della R a . Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Vol. XXVI, pag. 201. Perugia. Unione Tipografica Cooperativa. 1923.

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Confratelli defunti, nonché per provvedere ai funerali dei Sacerdoti poveri. (1)

Oltre al Nisi, un tal Rutilio di Giovanni di Ser Battista Ranieri da Gualdo, l’anno 1551, lasciò alla Compagnia una casa posta nel quartiere di Porta S. Facondino e dotò di un letto, con tutti i suoi accessori, l’Ospedale suddetto, e ciò mediante testamento rogato dal notaio Gualdese Simone Scampa, con l’obbligo, da parte della Compagnia, di far recitare delle speciali orazioni per la salvezza del l’anima sua, durante i divini Offici che, come sopra si è detto, ogni primo lunedì del mese, si celebravano nella Chiesa di S. Benedetto, in suffragio dei Sacerdoti Confratelli defunti.

Possedeva anche la Compagnia, un’altra casa in Gualdo, vicino alla Piazza Maggiore, come da permuta fatta con tal Feliziano Feliziani e fratelli. Aveva finalmente avuto in elargizione, anche un predio nella Parrocchia di Grello.

Questo sodalizio teneva inoltre l’amministrazione di due Monti Frumentari e cioè il Monte Frumentario Florenzi ed il Monte Frumentario Coppari, il primo istituito il 27 Settembre 1608 dall’omonimo Vescovo Nocerino che lo fondò e dotò con dieci salme di grano, ad justam mensuram novam Romanam, mediante Atto del notaio di Nocera Francesco Troili, il secondo creato dal Sacerdote Grazio Coppari da Gualdo, con il fondo iniziale di dodici rubbi e mezzo di grano, il 2 Aprile 1633, con Atto del notaio Gualdese Giovan Battista Granella. È per questo che la Compagnia annoverava, tra i suoi dipendenti anche un Misuratore del grano, stipendiato ogni anno con una mina di questo cereale. Questi Monti Frumentari, allora tanto in voga nella nostra regione, furono istituiti per la prima volta, circa il 1570, da un umile Francescano e cioè da Fra Bernardino da Colpetrazzo, nel suo paese natìo presso Massa Martana, per frenare le troppo ingorde speculazioni dei trafficanti di cereali, così come un altro suo confratello, Frate Barnaba da Terni, aveva creato in Perugia nel 1462 i Monti di Pietà, per opporre una diga al dilagare dell’usura, per vincere la voracità dei trafficanti del danaro. I Monti Frumentari, specie durante le frequenti carestie di quei tempi, fornivano agli agricoltori ed operai poveri, sotto forma di prestito, il grano di cui abbisognavano per semenza od alimento, previa garanzia e con l’obbligo di restituirlo entro un tempo stabilito e con un determinato, equo aumento a titolo di interesse.

Il suddetto Orazio Coppari, era stato uno dei più grandi bene fattori della Compagnia, avendola creata erede universale dì tutti i suoi beni, con testamento del 28 Ottobre 1635. D’altra parte, obbligo della Compagnia dei Preti, doveva essere quello di far celebrare, per dieci anni, quattro Messe la settimana per l’anima del testatore e di Donna Armellina, già sua serva, nonché un Officio di venti Messe nell’anniversario della di lui morte, e per un trimestre, dopo il suo decesso, tre Messe ogni primo lunedì del mese, il tutto nella

(1) R. guerrieri: G li antichi Istituti Ospedalieri in Gualdo Tadino. Perugia 1909. Tip. Donnini. Pag, 104 e seg.

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Chiesa di S. Benedetto. Tra gli altri oneri, per effetto di questa eredità, dal Coppari imposti alla Compagnia, vi era quello di distribuire ogni anno una dote di cento fiorini, ad una zitella povera, onesta, di età tra i quattordici e i trentacinque anni e che avrebbe però dovuto restituire la dote, morendo senza figli. Queste zitelle erano ammesse a concorrere a tale premio, dietro votazione segreta dei membri della Compagnia.

Dopo il Coppari, con testamento del 12 Maggio 1797, il Sacerdote Gualdese Angelo Felici, nominava anch’esso sua erede universale la Compagnia dei Preti, con vari oneri di pubblica beneficenza, tra i quali la distribuzione annuale di doti a zitelle povere ed il mantenimento permanente di un giovane, a scopo di studio, in qualche collegio. Se però in Gualdo si fosse avverato l’antico desiderio di una Collegiata nella Chiesa di S. Benedetto, allora questa, con gli stessi oneri, sarebbe dovuta subentrare nel godimento dell’eredità suddetta. Tale clausola, nel 1854, dopo avveratasi l’istituzione della Collegiata, diede origine ad una lunga e grave vertenza tra la Collegiata stessa e la Compagnia dei Preti, vertenza che venne sotto posta al giudizio della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari. Così, alla fine del Seicento, la Compagnia dei Preti, solo in censi attivi possedeva un capitale di millequattrocentosettanta scudi, che ne fruttavano in media annualmente settantacinque; altri tredici scudi circa ricavava dai suoi terreni. Nel 1718, da questi censi e da questi terreni, ritraeva un totale di circa scudi ventuno.

Sarebbe qui troppo lungo specificare dettagliatamente tutti gli oneri di Messe ai quali doveva sottostare la Compagnia. Nei primi tempi della sua istituzione, faceva celebrare nella Chiesetta di S. Pietro una Messa per settimana, un Officio di più Messe nel giorno di S. Pietro ed altro consimile Officio nella festa della Cattedra di questo Santo. Nel 1658, il compenso per detti Offici, era di un giulio e mezzo per Messa; in seguito consimili oneri andarono rapidamente aumentando, sia per l’usanza intervenuta di far celebrare nella Chiesa Abbaziale di S. Benedetto, Messe di suffragio nell’anniversario della morte dei membri della Compagnia, sia per legati di pie persone che, morendo, avevano lasciato alla stessa qualche loro bene, perché si recitassero periodicamente delle Messe di suffragio a pro dell’anima loro. Basti dire, che nella metà del Settecento, la Compagnia dei Preti aveva l’onere di oltre cinquecento Messe ogni anno in giorni speciali e per designate persone defunte. A ciò si aggiungano altri divini Offici per svariati scopi: Come, ad esempio, l’onere di una Messa ogni domenica per legato del Sacerdote Antonio Premoli; altra Messa, riservata ai preti della famiglia Travaglia, nel giorno dedicato agli Apostoli e ciò per effetto di un legato del prete Sabatino Antonelli; altra Messa nella Chiesa di S. Benedetto la seconda festa d’ogni mese; un Officio di più Messe nel giorno dell’Assunzione di Maria Vergine nella Chiesa di S. Benedetto e nell’Altare di S. Giovanni Battista, come da legato di un tal Bonifacio e finalmente quindici Messe nella festa di S. Francesco di Paola, per disposizione di tal Francesco Bernabei.

586 – PARTE SECONDA – Storia Ecclesiastica

La Compagnia dei Preti, nel 1906, sfuggì all’avvenuta concentrazione di tutte le Confraternite Gualdesi nella locale Congregazione di Carità, perché in seguito a suo ricorso, fu considerata non come Confraternita vera e propria, ma come privata Associazione di Sacerdoti, a scopo di mutua assistenza, e ottenne il riconoscimento giuridico dalla V Sezione del Consiglio di Stato, in data 17 Febbraio 1908.

III. – Confraternita della SS. Trinità in Gualdo Tadino.

Ignorasi quando, come e da chi fu fondata, ma è certo antichissima e possedeva numerose Bolle e Lettere di concessioni d’indulgenze da parte di Papi e Legati Apostolici, i quali documenti sono oggi andati quasi totalmente dispersi. I suoi Statuti, furono riconfermati dal Vescovo di Nocera il 14 Novembre 1615, ed i membri del Sodalizio, avevano tra l’altro l’obbligo di compiere, almeno due o tre volte l’anno, nella loro Cappella, la funzione delle Quarant’ore. Le vesti che indossavano durante le cerimonie religiose, erano e sono ancora di colore rosso. Risultava composta generalmente di laici. Fu aggregata all’omonima Arciconfraternita di Roma, ed aveva sede nell’Altare dell’Assunzione di M. V., situato nella Cappella detta appunto della Trinità, entro la monumentale Chiesa Gualdese di S. Francesco, facente parte dell’attiguo Convento dei Frati Minori. Da questa Cappella, mediante una porta, si passava direttamente ad alcune stanze appartenenti ai Confratelli, dove questi avevano istituito un loro Oratorio, dove conservavano gli oggetti appartenenti al Sodalizio, ed altresì si riunivano per formare le processioni e per qualsiasi altra pratica Confraternitale. Per mezzo di una seconda porta, da queste stanze si poteva inoltre accedere sull’adiacente, attuale Piazza del Sopramuro. Apparteneva, ed appartiene ancora oggi alla Confraternita, anche la Chiesa della SS. Trinità, sull’estrema vetta del Monte Serra Santa, della quale già abbiamo trattato. Per tale motivo, nella seconda metà del Cinquecento, questo sodalizio fu anche chiamato Confraternita di Serra Santa.

Nel 1583, la Confraternita, quali rendite fisse, ritraeva ogni anno dalle sue terre, circa una mina di frumento e dodici barili di vino. Queste rendite non erano neppure sufficienti pel compenso di coloro i quali, con flagelli, si percuotevano pubblicamente nella processione della Settimana Santa, in quella dell’Ascensione ed in quella del giorno della SS. Trinità, nelle quali due ultime il corteo processionale, accompagnato da gran folla di popolo, ascendeva il Monte Serra Santa sino alla Chiesa suddetta. In tale occasione, entro quest’ultima, si distribuivano ai Confratelli due mine e mezza di grano panificato, nonostante che le Autorità Ecclesiastiche proibissero ripetute volte tale distribuzione, nonché numerose altre mangerie e refezioni che si facevano durante l’anno in occasione d’altre feste, con i denari della Confraternita, e che si riducevano poi a vere baldorie. Primo a deplorare ed a proibire simili abusi, fu

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il Visitatore Apostolico Mons. Pietro Camagliani, Vescovo di Ascoli, inviato dal Pontefice in Gualdo sul finire del 1573. Costui, dopo aver constatato che la Confraternita della Trinità e, come questa, tutte le altre consorelle Gualdesi, non si attenevano alle prescrizioni dei loro Statuti, trascuravano le opere di pietà e commettevano abusi, specialmente per quanto si riferiva a frequenti banchetti con il denaro del Sodalizio, ordinò che entro sei giorni, si demolissero i focolari e le cucine nei locali delle Confraternite, si alienassero a vantaggio dei Conventi le suppellettili culiniarie, si abolissero le distribuzioni di pane e vino ai Confratelli in occasioni di feste, e tutto ciò pena la multa di venticinque scudi da destinarsi alle Monache povere della città.

Numerose altre norme si davano per il regolare e onesto funzionamento degli Istituti Confraternitali Gualdesi, e per l’abolizione dei loro molti abusi e delle loro frequenti irregolarità. Ma queste savie disposizioni non dovettero per certo raggiungere lo scopo, poiché in seguito, dai Vescovi di Nocera, le vediamo imporre di nuovo, ad esempio nel 1607, nel 1637, nel 1704 e nel 1780, per quanto attenuate, tanto è vero che si permetteva anche la distribuzione di un po’ di pane ai Confratelli poveri, ma unicamente in occasione dell’ascesa processionale sul Serra Santa. Per dimostrare quanta ragione avessero i Vescovi della Diocesi di vietare qualsiasi refezione tra i Confratelli della Trinità, basti dire che nel 1691, mentre figurano in bilancio scudi 57. 47 per spese di culto, ne appaiono invece 85.83 per pranzi e distribuzioni di pane e vino nelle solennità !

Vari terreni possedeva la Confraternita: Ad esempio, già sin dal 1593, erano di sua pertinenza una vigna nel vocabolo Le Piagge, misurante circa un modiolo, un podere in vocabolo Fontanelle, un prato sul Monte Serra Santa, della misura di circa due modioli, un oliveto di quasi tre stadi, in vocabolo Lentiere e infine altri beni avuti in eredità da tal Laudomedonte Thiani, come da testamento rogato dal Notaio Dardano Venturelli l’anno 1580. Altro notevole cespite d’entrata per la Confraternita, era costituito dai censi, che possedeva per una notevole somma, nonché dalle pie elemosine dei benefattori, tanto è vero, che a tale scopo, teneva permanentemente esposta al pubblico una cassetta dove queste venivano versate e avente due differenti chiavi, una affidata ad un Priore, l’altra, al Massaro, tale cioè da non potersi aprire senza l’intervento di entrambi.

La Cappella della Confraternita, era da quest’ultima fatta officiare per mezzo dei Frati dell’attiguo Convento di S. Francesco. Questi infatti, sull’Altare della Trinità, recitavano Messa la seconda domenica di ogni mese, con uno stipendio annuale che nel 1628 era di sei fiorini, di sette nel 1647, di trenta giuli nel 1663, di tre scudi e sessanta bajocchi nel 1679, e di quarantasei giuli nel 1704. Si era soliti dirvi anche un’unica Messa di suffragio, per l’anima di ogni Confratello che decedeva. Oltre a ciò la Confraternita, faceva celebrare sullo stesso suo altare, durante l’anno, numerosi Offici

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con l’intervento di più sacerdoti: Undici Offici si contavano nella prima metà del Seicento, tra i quali uno di dieci Messe nella festa dell’Assunzione di M. V., una in suffragio di tutti i Confratelli defunti ed uno nella festa della SS. Trinità. Finalmente, dal proprio Cappellano, la Confraternita faceva recitare dieci Messe all’anno, per effetto di un pio legato di quattrocento scudi, parte in beni stabiliti, parte in censi, alla stessa fatto con l’onere suddetto, dal Sacerdote Francesco Melino. Una consimile Cappellania, con l’obbligo di quattro Messe settimanali e con la mercede di venticinque scudi ogni anno, come da rogito del Notaio Piergiacomo Berardi, era stata istituita sull’Altare della Trinità, anche dal Sacerdote Vincenzo di Scipione Martini, che per tale scopo aveva lasciato un legato di scudi millecentouno, investiti in tanti censi, che .fruttavano scudi sessantasette e ottanta annuali. In ultimo ricorderemo, che ai Confratelli spettava anche l’officiatura della Chiesa della SS. Trinità, nel modo che già indicammo nel Capitolo dedicato a tale Chiesa.

Questa Confraternita funziona ancora in modo del tutto autonomo, essendo sfuggita, nel 1906, alla concentrazione fatta nella locale Congregazione di Carità, di tutte le altre Confraternite Gualdesi, e ciò perché, pur di conservare la sua autonomia, concesse spontaneamente e gratuitamente alla Congregazione stessa una parte dei suoi beni.

IV. – Confraternita della Concezione di M. V. in Gualdo Tadino

Aveva sede nella Chiesa di S. Francesco, su di un altare in titolato appunto alla Concezione di Maria Vergine. Negli Atti della Sacra Visita eseguita in Gualdo dal Vescovo di Nocera l’anno 1633, leggiamo che la Confraternita fu istituita il 14 Marzo 1512, come risultava da un’iscrizione apposta in fondo all’icona allora esistente su detto altare. Era aggregata all’Arciconfraternita di S. Maria della Concezione nella Chiesa di S. Lorenzo in Damaso a Roma, mediante Atto del 18 Marzo 1613. I suoi Statuti furono nuovamente approvati dal Vescovo della Diocesi il 4 Decembre 1615. Vi appartenevano uomini e donne, che rispettivamente eleggevano Ufficiali del proprio sesso e cioè Priori e Prioresse. Nelle cerimonie, i Confratelli, sino al Settecento, non usavano indossare i soliti speciali sacchi.

La Confraternita era tenuta a provvedere di tutto il necessario il proprio altare che generalmente, faceva officiare dai Frati dell’attiguo Convento di S. Francesco. Vi si recitava, fra l’altro, un Officio di più Messe nel giorno della Concezione, a spese dei Comune di Gualdo, che forniva i ceri per ciò occorrenti e pagava ai Celebrante quindici baiocchi per Messa, in adempimento di un voto emesso in tempo di peste. Un Officio di più Messe, pure in occasione della festa suddetta, vi indiceva la Confraternita della Concezione, a titolo di suffragio, per tal Girolamo Gaudenzi, come

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da pio legato. La stessa, ogni anno, vi effettuava altri Offici, ad esempio due per l’anima dei Confratelli defunti e due, di cinque Messe ognuno, per legato di tal Francesco Adriani. Anche alcune Fraternite Gualdesi usavano, in determinate occasioni, di far celebrare, a proprie spese, in detto altare: Così quella del Sacramento, che aveva sede nella Chiesa di S. Benedetto, vi faceva dire ogni sabato, una Messa dedicata alla Vergine; così quella di S. Maria dei Raccomandati o del Gonfalone, che vi indiceva due Offici all’anno, uno di Settembre ed uno di Ottobre, da eseguirsi per mezzo dei Francescani.

Con R°. Decreto del 27 Decembre 1906, questa Confraternita venne concentrata nella Congregazione di Carità di Gualdo Tadino, con l’onere, per quest’ultima, di versare ogni anno alla prima, la somma di lire settantotto, per il mantenimento del culto e per provvedere a pii legati.

V. – Confraternita di S. Maria del Carmine in Gualdo Tadino.

Negli Atti della Sacra Visita, dal Vescovo di Nocera compiuta in Gualdo l’anno 1607, leggiamo che questa Confraternita aveva sede nella Chiesa di S. Francesco, in un altare sotto il Titolo di S. Maria del Carmine, altare « noviter erectum. Quest’ultime parole ci fanno appunto pensare che, a poco prima di quell’anno, dovesse risalire la creazione della Confraternita. I suoi Statuti furono approvati dal Vescovo di Nocera il 12 Settembre 1616. Era composta di persone d’ambo i sessi, con Priori e Prioresse per Ufficiali. Venne anche aggregata all’omonima Arciconfraternita di Roma. I Confratelli non usavano, nelle cerimonie, vesti speciali.

In origine il Sodalizio nulla possedeva, e si suppliva alla mancanza di beni stabiliti, con questue periodiche. Nel Seicento la vediamo godere i frutti di vari censi, e nel Settecento possedere anche dei beni immobili. L’altare confraternitale era generalmente officiato dai Cappellani di detta Chiesa, i quali, a spese dei Confratelli, vi celebravano Messa una volta al mese in giorno di domenica. Inoltre vi si indiceva annualmente un Officio di più Messe il 16 Luglio, festa della Madonna del Carmine, ed altro Officio di suffragio per i Confratelli defunti, una volta ogni anno. Altri due Offici di dodici Messe ognuno, vi si recitavano annualmente, per volontà di tal Teodoro Salvetti, che a tale scopo lasciò un legato di cinquanta scudi, come da rogito del notaio Gualdese Pietro Binotti, in data 12 Luglio 1644. Finalmente dieci Messe ogni anno, vi si celebravano per legato di tal Francesco Arcangeli. La Confraternita, con R°. Decreto del 27 Decembre 1906, venne concentrata nella Congregazione di Carità di Gualdo, la quale avrebbe però dovuto fornire alla Confraternita, ogni anno, per spese di culto e per ottemperare alle prescrizioni di pii legati, una somma fissata in lire ventisette e cent. cinquanta.

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VI. – Confraternita di Maria Vergine in Gualdo Tadino.

Esisteva nella Chiesa Claustrale di S. Francesco e la trovano minata in sette testamenti del principio del secolo XVI, in occasione di legati ad essa fatti da pie persone. Nel primo si legge infatti che l’anno 1514, Guerriero di Bernardino di Andrea di Tommaso da Gualdo, lasciava tra l’altro, un fiorino alla « Società della Gloriosa Vergine Maria, che è anche chiamata la Madonna, nella Chiesa di S. Francesco»; con il secondo, avente la data 29 Luglio 1514, il notaio Gualdese Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli, i stituiva un legato di venti bolognini a favore della stessa Fraternità; con il terzo, Ser Girolamo, figlio del celebre pittore Gualdese Matteo di Pietro, elargiva venti bolognini; con il quarto, un cavaliere Perugino, Teseo di Rodolfo Petre, del quartiere di Porta S. Pietro, le donava un fiorino il 10 Decembre 1516; con il quinto testamento, Giovambattista di Guerriero Arfitelli le faceva un altro legato il 23 Novembre 1519; con il sesto Caterina, moglie del notaio suddetto, il 15 Luglio 1520, elargiva alla Fraternità cinquanta bolognini, e finalmente, altri dieci bolognini, si davano alla stessa, l’11 Agosto 1527, dall’ultimo testatore Andriano di Vico. (1)

Null’altro sappiamo di questo Sodalizio, che dovette sciogliersi prima del 1571, poiché mai trovasi nominato negli atti di Sacre Visite della Diocesi di Nocera, i quali appunto da quest’epoca hanno inizio regolarmente.

VII. – Confraternita del Corpo di Cristo o del Sacramento in Gualdo Tadino.

Aveva sede nell’Altare Maggiore della Chiesa Abbaziale di S. Benedetto. I più antichi documenti che di essa ci restano, risalgono al principio del XVI secolo e portano le date 1514, 29 Luglio dello stesso anno, 20 Maggio 1515, 10 Decembre 1516, 15 Luglio 1520, 18 Gennaio 1526, 20 Agosto 1531 e consistono in testamenti con i quali, tra l’altro, si costituivano dei legati a favore della Confraternita del Corpo di Cristo di Gualdo. Il primo testatore le lasciava infatti due fiorini Marchigiani « pro luminibus », il secondo un fiorino, il terzo, fatto da Girolamo, figlio del noto pittore Gualdese Matteo di Pietro, dieci bolognini, cinque fiorini il quarto, il quinto cinquanta bolognini, il sesto venti bolognini «pro cera et lumine», l’ultimo infine due fiorini, anch’esso «pro cera» . (2)

(1) Arch. Notarile di Gualdo: Rogiti di Prospero di Pietro Muscelli dal 1514 al 1516. c . 8; di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535. c . 120t, 122, 141, 181; di Pietro di Mariano di Ser Lorenzo Muscelli dal 1473 al 1527. c. 314t e 375.

(2) Arch. Notarile di Gualdo : Rogiti di Bernardino di Gaspare Umeoli dal 1472 al 1535, c . 120t, 122, 141, 178, 179, 201t; di Prospero di Pietro di Ma­riano Muscelli dal 1514 al 1516, c. 8; dal 1473 al 1527. c . 314t.

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La Fraternità aveva l’amministrazione del Monte di Pietà di Gualdo, amministrazione che fu riconfermata da Papa Paolo III, con Breve dato a Roma il giorno 8 Aprile 1535, con divieto di qualsiasi abusiva ingerenza dell’Autorità Comunale su detto Monte e con la minaccia di pene corporali e spirituali verso i contravventori. Il Monte di Pietà, era anzi tenuto a fornire venticinque scudi ogni anno alla Confraternita, per acquistare i ceri destinati ad accompagnare il Sacramento quando si portava processionalmente agli infermi. Ci risulta poi che nel principio del XVII secolo, i Confratelli conservavano ancora l’amministrazione del Monte di Pietà. (1)

La Fraternità del Sacramento era aggregata all’Arciconfraternita omonima esistente nel tempio di S. Maria sopra Minerva in Roma. Sin dai primi anni del Seicento possedeva dei beni stabili, tra i quali due terreni nella Parrocchia di S. Pellegrino; godeva inoltre il fruttato di alcuni censi e percepiva un’abbondante rendita da numerose questue, fatte specialmente nell’estate, durante i raccolti campestri.

Nella fine del Settecento, i suoi possessi erano ancora aumentati, specie i terreni saliti al numero di otto. Alla Confraternita spettava, tra l’altro, di fornire l’olio per la lampada, ardente ognora davanti al Sacramento nella Chiesa di S. Benedetto, nonché di provvedere al mantenimento del Tabernacolo che lo conteneva. Quest’obbligo si estendeva altresì, per quanto si riferiva al SS. Sacramento, anche all’Altare Maggiore della Chiesa di S. Donato. Sempre per l’Altare Maggiore della Chiesa di S. Benedetto, provvedevano i ceri necessari alle funzioni religiose, nonché quelli con cui si accompagnava il Sacramento durante le processioni, oppure quando veniva portato ai membri della Confraternita infermi.

In quest’ultimo caso, almeno due Confratelli, indossanti i loro sacchi di color celeste, dovevano accompagnare il Sacerdote che portava il Viatico. Alla Confraternita spettavano numerosi oneri di Messe, da celebrarsi sul proprio altare: Principalmente vi indiceva un Officio, seguito da solenne processione, nella festa del Corpo di Cristo, un’altra processione nell’Ottava di detta festa, nonché nella terza domenica d’ogni mese, fornendo in ogni caso, i ceri necessari ai Confratelli che v’intervenivano. Due Offici faceva celebrare, ogni anno, per i defunti membri del Sodalizio, uno dopo la festa del Corpus Domini, l’altro dopo la commemorazione dei Morti, nonché una Messa di suffragio entro gli otto giorni seguenti alla morte di ciascun Confratello. Finalmente spettava alla Fraternità, l’adempimento di numerosi oneri di culto, risultanti da pii legati testamentari e cioè: Un anniversario di sei Messe il 23 Agosto d’ogni anno, per l’anima di Bernardino Gaudenzi, che a tale scopo aveva lasciato alla Confraternita cinquanta fiorini, come da testamento rogato dal Notaio Gualdese Giambattista Granella;

(1) Arch. Comunale di Gualdo: Raccolta di Documenti Storici Gualdesi dal XIII al XVIII secolo. N°. 60 e 105; Raccolta delle Pergamene. Secolo XVII. N°. I.

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tre Offici ogni anno per l’anima di Teo di Martino; tre per quella di Grisea moglie di Teo, ed un Officio per ciascuno dei seguenti defunti e cioè Pietro Pepi, Ottavio Falagrassa, Bartolomeo Beltrammi, Sante d’Angelo Miche letti, e finalmente due Messe annuali per Nardo di Pellegrino.

Durante l’Ottocento, con la Confraternita del Sacramento si fuse quella di S. Sebastiano, che apportò alla prima i molti suoi beni, fra i quali l’omonima Chiesa, e le due Confraternite così unite, con Regio Decreto del 27 Decembre 1906, furono infine concentrate con tutti i loro possessi, nella Congregazione di Carità di Gualdo Tadino, con l’onere, per quest’ultima, di rilasciare ogni anno ai Confratelli la somma di Lire 255, per provvedere a spese di culto ed ottemperare a pii legati.

VIII. – Confraternita della Morte o della Misericordia in Gualdo Tadino.

La troviamo ricordata, per la prima volta, negli Atti della Visita Pastorale del 1583 e da tali Atti appare che la Confraternita della Morte, allora anche detta della Misericordia e dell’Orazione, era stata istituita non molto tempo prima, nella Chiesa di S. Benedetto, su di un vecchio altare intitolalo al Parto di Maria Vergine, altare che in tale occasione era stato restaurato e provveduto del necessario dalla Confraternita stessa. Ma io suppongo che quest’ultima non consistesse in un nuovo Sodalizio, come sembrerebbe risultare dai suddetti Atti di Visite Pastorali, ma bensì altro non fosse che la trasformazione ed il rinnovamento di una preesistente Fraternità. Infatti, con scopi che si suppongono identici, già era esistita in Gualdo, nella Chiesa di S. Benedetto, una Confraternita della Pietà (Societas Pietatis) a favore della quale troviamo anzi alcuni legati testamentari. Infatti Giovambattista di Guerriero Arfitelli, il 23 Novembre 1519 le aveva elargito una face del valore di quattro bolognini, il 15 Luglio 1520, Caterina, moglie del Notaio Gualdese Pietro di Mariano Muscelli, la somma di cinquanta bolognini, e tal Fiordalisa, figlia del fu Ser Andrea di Angelo Benadatti e vedova di Luca di Cecco Pacciarelli da Gualdo, aveva anch’essa dato cinque bolognini, con altro legato testamentario del 7 Maggio 1525. (1)

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