Vita del Beato Angelo

Vita del Beato Angelo di Gualdo Tadino per il Canonico L. AmoniA MONSIGNOR
D. ROBERTO CALAI-MARIONI
CANONICO
DELLA CHIESA COLLEGIATA
DI
GUALDO TADINO
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LEOPOLDO CANONICO AMONI
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Antico ed ardente, come l’amicizia che a Voi mi stringe, Monsignore pregiatissimo, era in me il desiderio d’offrirvi qualche pubblico segno dell’affezione mia singolare: ed ora finalmente son lieto di presentarvi tal cosa che senza dubbio alcuno vi tornerà carissima: devoto come siete del B. Angelo e bramoso di veder vie più sempre diffuso il culto di questo principalissimo lume ed ornamento della patria vostra. Il secolo arde i suoi incensi agli eroi della terra: noi consacriamo la lingua e la penna a magnificare le virtù dei discepoli della Croce. E se Voi avete saputo dare a questa età nostra sì ghiotta de’ materiali godimenti e delle fatue grandezze il nobile esempio dell’abbandono delle delizie del senso e delle dolcezze del potere è ben dritto che a Voi s’intitoli la vita del modesto monaco, il quale volontariamente si tolse al mondo per fare di tutto sé stesso olocausto ali’ Altissimo. E tanto più mi confido che sia per riuscirvi gradito il presente libretto, perché la piissima vostra Madre donna d’alti e gentili spiriti, si studiò d’istillarvi insieme col latte i sentimenti di religiosa pietà e la devozione verso questo mirabile dispregiatore delle vanità terrene. So bene che parecchi de’ cittadini vostri, e Voi ancora infra essi, avreste saputo assai meglio eh’ io m’abbia fatto, descrivere la santa vita di quest’angelica creatura. Nondimeno mi sarà sempre dolce il pensiero d’aver con questo opuscolo, offerto a cotesta illustre cittadinanza di Gualdo un pegno non dubbio di quella fraterna benevolenza la quale dee stringere non solo gli abitatori delle terre vicine, ma tutti eziandio coloro ( e sieno pur nati sott’altro cielo e in climi disparatissimi ) che sanno d’essere figliuoli del medesimo Padre celeste e ricomprati egualmente col sangue preziosissimo dell’uomo Dìo.
Aggradite intanto qualunque siasi, il mio dono, e continuatemi il vostro affetto che è per me uno dei maggiori beni eh’ io m’ abbia al mondo; mentre dal canto mio non cesserò dal far voti, perché il Cielo vi conservi lungamente al decoro della Religione, ad esempio de’ credenti ed alla consolazione de’ miseri.

Di Nocera il 15 Gennaio 1878.

PROEMIO

Fu da Marco Tullio definita l’Istoria maestra dell’umana vita: e questa è sentenza in tutto conforme a ragione. Perciocché essendo il corso del viver nostro quaggiù circoscritto in così angusti confini, che ci torna impossibile l’imparare per propria esperienza quanto è mestieri a ben governarci in ciascuno de’ tanti e sì varii casi della vita; ci troveremmo assai di frequente sprovveduti di consiglio ed incerti di quello s’avesse a fare, ove non ci soccorresse all’uopo l’esperienza altrui della quale appunto fa tesoro l’Istoria per ammaestramento universale. E se gran servizio ella ci fa insegnandoci a procurare 1’utilità privata e la pubblica, ed a giovare con lodate opere a noi medesimi, alla patria e a tutto l’uman genere, che è quanto costituisce gli uffizi del cittadino dabbene e le obligazioni che ci corrono nelle attinenze nostre temporali col civile consorzio; molto maggior prò ci fa l’istoria quando ci pone dinanzi agli occhi la gloriosa vita e le eroi-che operazioni de’ santi ed amici di Dio, i quali coll’esempio loro ci accendono in amore della virtù e in desiderio della perfezione cristiana. Ed invero, se vogliamo essere giusti estimatori delle cose, la presente vita è un nulla verso all’eterna, e tutta la dottrina de’ savi di questo mondo è stoltezza quando non ci conduca a quella beatitudine alla quale fummo dalla provvidenza del Creatore ordinati.
Vero è che chiunque nasce nel grembo di santa Chiesa, è sino dalla fanciullezza educato al ben fare e impara per tempo le norme che debbono governarne gli atti, gli affetti e i pensieri. Ciò nondimeno più che la nuda parola dei precetti, può negli animi umani l’esempio de’ buoni, perché se non di rado alla fiacchezza nostra pare incomportabile il carico delle obligazioni imposteci, veggendole noi fedelmente adempiute da altri , i quali furono della medesima nostra carne vestiti, più agevolmente ci persuadiamo che soave e leggiero è il peso della legge di Gesù Cristo.
Al che riguardando il benignissimo Iddio, affinchè non fosse al mondo condizione alcuna, per quanto si voglia, vile e spregevole, a cui mancasse questo conforto ed eccitamento efficacissimo a conseguire la finale beatitudine, volle sino da principio eleggere i banditori del suo Vangelo tra gente idiota e digiuna di quella coltura, che allora fioriva in Grecia e in Italia. Che se avesse egli chiamato all’alto ministero d’apostoli uomini somiglianti al Dottore delle genti avrebbero per avventura i semplici e i pusilli dubitato che la nuova dottrina non fosse cosa di troppo superiore alla corta levatura de’ loro intelletti e alla debolezza delle proprie facoltà. Così la divina luce della fede giunse ad illustrare egualmente i savi dell’ Areopago e del senato di Roma, come il povero e sprezzato artefice e l’umile femminella del volgo.
E questo fatto provvidenziale continua a manifestarcisi pur sempre in ogni periodo della lunga vita del cristianesimo: e più che mai si fece palese al mondo pel ridestarsi della civiltà nostra, iniziata e fecondata dello spirito di Gesù Cristo. Allora fu visto nell’ Umbria per opera d’un semplice figliuolo di mercatante popolano ristaurarsi in tutta la purezza, la sublime perfezione dell’eroismo evangelico: e uscire dagl’infimi gradi della cittadinanza i più valorosi campioni di quell’apostolato di penitenza e di pace, che S. Francesco esercitò in ogni contrada di Europa. Ed è bello il vedere in quella prima famiglia adunatasi intorno al Poverello d’ Assisi, accanto al venerabile Bernardo, nato di sangue illustre, e accanto ali’ operoso e destro Elia fiorire quello schietto ed arguto popolano di frate Egidio e quel nuovo e semplice uomo di frate Ginepro, nella cui fanciullesca e cara ingenuità tanto si compiacque il santo Istitutore de’ Minorili.
A questa specie di eletti appartenne il benedetto eremita gualdense del quale prendiamo a ritessere la maravigliosa vita. In lui meglio che in altri molti si parve 1’adempimento di quel consiglio evangelico: “se non vi farete somiglianti ai pargoli, non entrerete nel regno de’ cieli”. Egli figliuolo di poveri lavoratori: egli cresciuto senza notizia alcuna di lettere, e destinato a badare alla greggia paterna: egli sin da giovinetto tutto compassione e carità de’ prossimi: poscia esempio di rigida penitenza e di perfetta vita monastica; da ultimo per ardentissimo desiderio di congiungersi a Dio separatesi affatto dai viventi e chiusosi per più lustri insino alla morte in un angustissima cella; può ben dirsi una delle più care ed attrattive manifestazioni della santità che in tante e così svariate forme risplende nell’innumerabile esercito de’ soldati del Redentore.
Quello poi che ancor più mirabile rende agli occhi nostri quest’anima eletta, è il vederlo nella stessa sua solitudine esercitare un’ azione estesa e polente sugli uomini. Per lo più gli anacoreti vissero ignorati dal mondo, né giovarono all’umana famiglia altrimenti che con le preghiere e con le austerità, con cui chiamavano sulla terra il perdono di Dio. Non così il B. Angelo, che sebbene sepolto nell’eremo, è tuttodì visitato dalle genti bramose di consolarsi nel sereno aspetto dell’uomo santo, d’averne consigli di salute, d’udirne le ferventi esortazioni: onde può bene egli per questo rispetto paragonarsi col Battista, il quale tuttoché rifuggito al deserto, apparecchia tra le turbe ad esso accorrenti le vie del Signore. Ma quello che vie meglio ne rivela e prova la sublime Santità, sì è la copia de’ miracoli non interrotta sino ai dì nostri, e la continua protezione in che egli tiene la patria sua, la quale meritamente 1’onora d’affettuosissimo culto.
Due sono le biografìe antiche che a noi pervennero del B. Angelo, scritte a quanto pare, in Gualdo stessa e quando tuttavia fresche erano le memorie del santo anacoreta. A queste sorgenti abbiamo attinta la notizia dei fatti della sua vita seguitando la lezione che ne diedero i diligenti annalisti dell’ordine Camaldolese. Per quello poi che spetta ai prodigi dell’ età seguenti ci siamo rimessi alle deposizioni autentiche de’ processi compilati in Gualdo l’anno 1567 da Angelo Moroni e da Pantaleone Bongrazi, sindachi a ciò eletti dal Comune d’essa Città. Per le grazie più recenti ce ne siamo stati alle relazioni auteutiche a penna e a stampa.
Scrissero inoltre del nostro Beato, Lodovico Jacobilli nelle vite de’ Santi e Beati dell’Umbria e ultimamente il Sillani, allora rettore del seminario nocerino, e poi promosso al vescovado di Terracina, Sezze e Piperno.
Se questo libretto abbia raggiunto lo scopo prefisso di raccogliere in un corpo quanto finora era sparso in più luoghi, affine di vie meglio infervorare i fedeli nella devozione del B. Angelo, lo giudicherà di per sè stesso il benigno lettore.

CAPITOLO I

Della patria e dei natali del B. Angelo

Nel contado di Gualdo città riguardevole e fiorente della diocesi nucerina, edificata poco avanti gli anni MCC della salutifera incarnazione di Cristo, a cavaliere d’un agevol poggio che si spicca dalla giocaia degli Apennini umbri, nacque di poveri ed onesti lavoratori di campi il fedelissimo servo ed amico di Dio Angelo. E molto bene si conveniva tal nome a questa eletta creatura, perciocché nell’innocenza della vita e nella purezza de’ costumi suoi era egli ordinato dall’ Altissimo a rendere in terra immagine d’ angelica sostanza più tosto che d’ uomo vestito dell’indumento della corruzione e del peccato. Circa il tempo del felice suo nascimento v’ha qualche disparere tra gli storici; ma noi più volentieri ci accordiamo coi dotti annalisti Camaldolesi che lo fissano con molta verosimiglianza intorno ali’ anno 1270. Il luogo poi dov’egli venne alla luce, fu nella villa di Casale , situata in sulla costa detta a que’ tempi di S. Facondino. Il padre suo ebbe nome Ventura e la madre, secondo la cronaca benedettina, fu nominata Chiara o come lasciò scritto il biografo francescano, Origalistra: il che non rileva gran fatto.al proposito nostro. Quello che piuttosto è da notare, si è che i due buoni campagnuoli attendendo assiduamente al faticoso lavoro delle mani, e adempiendo così il comandamento divino, che tutti stringe i figliuoli d’Adamo a procacciarsi il pane col sudore della fronte, si diedero cura d’ allevare, il loro fanciulletto nei timor santo di Dio, e non furono men solleciti d’avvezzarlo per tempo al travaglio, dì’onde è necessitato il povero di trarre ciò che gli è mestieri al quotidiano sostentamento della propria vita. Nulla del resto in proposito del padre è giunto alla memoria dei posteri . Della madre questo è ben certo, che fosse studiosa della masserizia domestica, e che in tale sollecitudine, che ogni savio marito ricercherebbe nella donna sua perché prosperasse e s’avvantaggiasse la famigliuola, ella trascendesse i termini a segno da inchinare un cotal poco a sordidezza ed avarizia, come nel processo della narrazione si farà manifesto.

CAPITOLO II

Come il B. Angelo fosse deputalo alla guardia del gregge paterno
e come da’ primi anni si mostrasse misericordioso a’ poverelli.

Era appena il beato Angelo a tale età pervenuto da non aver più bisogno delle continue ed affettuose cure della madre sua, quando gli fu da Ventura commessa la custodia delle pecorelle che avevano in casa: esercizio onde sono usati i lavoratori d’iniziare i propri figliuoletti al travaglio rusticano, e che obligando i fanciulli fino dall’età più tenera di addomesticarsi al caldo, al freddo e al digiuno, conferisce mirabilmente a crescerne sane e robuste le membra e a disporle alle fatiche più gravi che gli attendono adulti. Né questo è il solo bene, onde il provvido Iddio rimerita la parca e laboriosa vita degli abitatori di contado; perocché assai di frequente avviene che in robusti e ben temperati corpi essi chiudono anime disposte a qualsivoglia più nobile esercizio. E senza allegarne a testimonio le favolose narrazioni dell’antichità basti per tutti quel David che dopo essersi misurato con le fiere de’ boschi, le quali gl’insidiavano la greggia paterna, ottenne vittoria del superbo gigante dinanzi al quale cadea sbaldanzito il coraggio di tatto quanto Israele e di pastore diventato re del suo popolo maravigliò poscia il mondo con la sapienza del suo governo e coli’ ispirata sublimità de’ suoi salmi. Se non a pari grandezza innanzi agli occhi degli uomini, certo a non min or grazia avanti a quelli di Dio fu chiamato il povero pastorello di Gualdo. Imperocché assai di buon ora incominciarono a scorgersi in lui i semi di quella bontà; bontà ‘che in processo di tempo gli conciliò la reverenza e la devozione dei popoli. Soleva ogni mattina la madre sua provvederlo di cibo, intantochè gli bastasse insino a sera dovendo egli starsene colla greggia fuori di casa fino al tramonto quando appunto le famiglie de’ lavoratori stanche si riducono a’ casolari, dove trovano imbandita la frugale e ben guadagnata loro cena. Angelo adunque che badando alle pecore avea contratta dimestichezza con altri pastori dell’età sua e di lui più poveri e disagiati, e che spesso abbattevasi in mendichi raminghi per le campagne in cerca di vitto, aveva ben presto incominciato ad aprir l’animo al sentimento soave della misericordia. Onde per amore di Gesù Cristo non gli sapea grave levarsi di bocca il poco pane dategli dalla madre per cederlo a chi languiva per lo digiuno. E egli era di quelle privazioni compenso dolcissimo il pensiero del premio centuplicato che il Redentore ha promesso a chi lo soccorra nella persona de’ suoi poverelli.

CAPITOLO III

Come andò che Angelo si partì dalla casa e dai parenti.

Ora avvenne una volta fra le altre, che essendo 1’ora di menar la greggia a’ campi, il B. Angelo consigliato dalla fervente sua carità verso i poveri di Gesù Cristo, non contento del poco cibo dategli dalla madre, andò alla madia ov’ella era usata di tenere il pane, con animo di pigliarne maggior quantità’acciò che potesse più famelici consolare. Or mentre non senza sospetto di venir colto in sul fatto, egli dava di piglio ai pani, ecco di subito sopraggiungere la madre, la quale accortasi di quel ch’era veramente, nè badando ad altro accecata com’era, dall’avarizia, corse al figliuolo con faccia turbata e strappandogli di mano quei pani, pigliò a garrirlo più aspramente che non comporta amorevolezza materna. E quasi uscita di se pel cruccio del vedersi dissipare da Angelo ciò ch’ella tanto s’affannava a raunare e tenere in serbo, si lasciò da ultimo fuggir di bocca queste troppo acerbe parole: Deh che io non ti vedessi tornarmi in casa mai più! Ferito da quegli aspri detti il giovanotto nel più vivo del cuore, sentì ribollirsi l’ira per le vene e senza por tempo in mezzo, ribattendo subitamente il tristo augurio della donna rispose: Ed io tornandoci potessi non trovarti mai più! E il dire e l’andarsene furono tutt’una cosa.
Ora mentre egli in sull’imbrunire riduceva al chiuso le pecore, ode sonare a morto la campana della sua pieve; lontano le mille miglia dall’immaginare quel ch’era seguito in effetto. E dimandando al primo in cui s’avvenne, chi mai della parrocchia era venuto al termine della vita, s’intese rispondere quel lugubre suono era per la povera madre sua, la quale colta da morte improvvisa, era già stata portata alla sepoltura. Non si potria dire a mezzo quale diventasse Angelo ad annunzio così fatto. Il dolore di tanto subita sventura il rimorso dell’esser egli stato forse cagione del tristissimo caso, l’avrebbero agevolmente condotto a disperarsi, se sovvenendolo in quel terribile punto la divina grazia, non gli avesse fatto sentire, che se grave era stato il suo fallo, infinita era altresì la misericordia di Dio.
A lui dunque deliberatesi di ricorrere sema indugio alcuno, abbandonò incontanente la casa, i congiunti e il paesello natio, fermo di darsi tutto a penitenza, e d’ espiare con una vita di macerazione e digiuni quel suo enorme peccato.
Tale è la narrazione del biografo benedettino, nella quale a dir vero, nulla ci si mostra inverosimile. Nondimeno non è da tacere che la vita del Beato compilata da scrittore francescano racconta la cosa con qualche notabile differenza. Dice egli adunque senza più che, essendo in quell’ anno gran penuria di viveri, Angelo obbedendo al comandamento fattoci dal Salvatore di soccorrere a chi vive in disagio, piuttosto che alla volontà della madre sollecita troppo delle cose temporali una mattina tolse alquanti più pani che non gli sarebbe stato mestieri, a fine di dispensarli a’ poveri. Niente aggiunge poi del corrucciarsi della donna, dell’ imprecare di lei e della poco riverente risposta del figliuolo.
Ora che s’avrà a pensare di questa varietà di racconti? Forse che l’ultimo degli storici del beato stimò più onesta cosa il tacere quelle particolarità del fatto, le quali sentiva bene come sarebbero tornate di poca edificazione a’ lettori suoi? Ovvero sarà da dire che la narrazione del biografo benedettino da noi riferita in sul principio di questo capitolo, contenga sopra un fondo di vero molta parte altresì di leggenda? Delle due supposizioni veramente non si saprebbe in sulle prime quale accogliere e qual( rifiutare, massime poi se si considera che ambedue le vite sono confortate dal peso di una quasi pari antichità. Nondimeno ove si ponga mente all’attestazione concorde di tutti gli storici, dal francescano in fuori, e dove si riguardi all’indole della scrittura di lui, la quale più di una biografìa dovrebbe giudicarsi sermone morale intorno alla vita del santo solitario gualdense, non dubitiamo punto d’affermare, che il costui silenzio non toglie per nulla fede al racconto degli altri.

CAPITOLO IV

Come il B. Angelo si recò pellegrinaggio in Galizia a S. Giacomo di Compostella

Non pago l’angelico giovine d’essersi incontanente chiamato in colpa di quel suo fallo al tribunale della salutar penitenza, ancorché le malaugurate parole, dirette alla madre, ei l’avesse profferite in un primo impeto di cieca ira, senza troppo badare al sentimento ch’elle chiudevano, propose nondimeno d’espiarle con un genere di penitenza molto usato a quei tempi, ossia con un lungo e faticoso pellegrinaggio.
Le visite degl’insigni santuari di cristianità non infrequenti sino dai primi secoli della Chiesa, salirono in vie maggior grido e diventarono pressoché universali in Europa dopo che la voce dei Romani pontefici ebbe invitato 1’Occidente a raccogliersi in arme per ritorre alle inani degl’infedeli i santi luoghi di Palestina, fatti venerabili dalle meraviglie, dai patimenti, e dalla morte del Figliuolo di Dio. Nel secolo XII e ne’ due seguenti pochi erano gl’italiani che vivendo in qualche agiatezza non si fossero condotti a Gerusalemme per venerarvi il santo Sepolcro. Chi poi per esser nato in povertà, non avrebbe potuto intraprendere la navigazione per l’Oriente sui legni di Venezia, d’Amalfi, di Pisa o di Genova, procurava almeno di soddisfare alla propria fede, visitando in Roma la tomba de’ Principi degli Apostoli, il santuario di S. Michele sul monte Gargano, ed altrettali luoghi, resi augusti nel concetto dei popoli dalla riverenza della religione, dalla fama de’miracoli e dai tesori del-l’indulgenze. Fra questi santuari più celebri pel concorso delle genti fu ed è tuttavia quello del sepolcro dell’apostolo S. Giacomo maggiore in Galizia nella Spagna. Colà propostosi d’andare il santo giovanetto, senza darsi pensiero alcuno della lunghezza del cammino, della difficoltà ed asprezza dei luoghi, o dei molti e frequenti rischi ed ostacoli d’ ogni maniera ai quali si faceva incontro, cintosi i lombi di cilizio, a pie scalzi si mise in via abbandonandosi in tutto nelle braccia della Provvidenza. A chi consideri per poco la malagevolezza de’ viaggi anco in età molto meno rimote di quella del nostro Beato, e ricordi ciò che anche nella sua fanciullezza può forse avere udito dalla bocca degli avi cioè come chiunque era per dilungarsi non più di cento miglia dalla patria, avesse per costume di dar prima sesto alle cose sue e di far testamento, antiveggendo mille casi di pericoli mortali, dovrà parere senza dubbio mirabile il coraggio di quegli antichi credenti che per impetrare da Dio perdono alle proprie colpe, affrontavano sicuramente difficoltà e rischi d’ogni genere, né dubitavano di superare monti aspri ed altissimi e di traversare ampi tratti di mare tra l’imperversar furioso de’venti e delle tempeste. Vero è che a scemare in parte le asprezze di quelle devote pellegrinazioni, erasi adoperata la carità dei buoni,/.fondando lungo le vie che menavano ai maggiori santuari, ospizi ed asili, dove il pellegrino colto dalle tenebre della notte trovava non pur sicuro alloggio, ma eziandio ristoro e riposo alle membra stanche. Ma non è da tacere altresì che le vie per lo più solitarie e perdute tra boschi e selve inospitali, erano assai spesso infestate da ladroni e tristo il viandante che dava lor nelle mani! Foss’egli ricco o mendico, aveva egualmente a temere o della rapacità insaziabile, o della micidiale crudeltà di quei masnadieri. A tanto esponevasi il buon giovinetto, pel santo desiderio di riguadagnare in tutto 1′ amicizia di Dio.
Niuno del resto ci lasciò descrizione particolareggiata di questo viaggio contentandosi gli storici di dire; eh’ egli giunse alla meta propostasi, e che dopo aver pianto e pregato sul sepolcro del Santo Apostolo delle Spagne, come piacque a Dio si ridusse finalmente sano e salvo nel paese natio. Basta però il sapere da una parte la povertà del santo pellegrino e dall’ altra il lungo tratto dì terre ch’egli ebbe a percorrere per poter di leggieri figurarsi, quanto numerose e gravi privazioni e che stenti e travagli avrà egli dovuto sostenere. Era allora il B. Angelo nel primo fiore dell’ età sua, nella quale se per un lato trovasi la complessione nel maggior rigoglio della giovinezza, non è però tuttavia così ben rassodata, che possa a lungo sicuramente durare a troppo aspre ed insolita fatiche. Dal che si scorge agevolmente, come nella pratica del ben vivere e nell’esercizio delle più rigide virtù niente sia difficile a chi si confida nella divina grazia.

CAPITOLO V

Notizie della Badia di S. Benedetto di Gualdo.

Arrivati oggimai con la nostra narrazione a quel punto in cui la storia del B. Angelo viene a connettersi con quella d’un illustre monastero della patria sua, sentiamo il dovere di far .qui luogo alle memorie che ci sono pervenute dell’antica badia di S. Benedetto di Gualdo. E tanto più volentieri adempiamo questo grato uffizio di storico, sì perché quel cenobio il quale fu primo ad accoglierlo penitente, fu quello altresì dove ebbe da ultimo il Beato onoratissima sepoltura, e sì ancora perché da questo famoso chiostro ebbe i suoi principii il forte castello ed indi la nobil terra di Gualdo.
Volgevano adunque gli anni della fruttifera incarnazione 1006 quando per la munificenza e pietà d’Offredo, Lupo, Arnolfo e Ridolfo, figliuoli di Monaldo conte di Nocera e della legione di Taino edificavasi sur un colle, detto a quei tempi di Cerreto, forse per essere il poggio di cerri copiosi, una chiesa dedicata ai SS. Vito martire e Niccolo Vescovo, ed allato alla chiesa un chiostro per abitazione de’ sacerdoti che v’ avevano a celebrare i divini misteri. Due anni appresso, nel mese di Marzo il conte Offredo volendo similmen-te provvedere all’agiato sostentamento degli abitatori di quel nuovo monistero, donavagli oltre ben cento poderi, un tratto di due mila modioli di terra all’intorno e assai case, vigne, prati, selve, molini, nonché libri, paramenti e mobili in gran copia; e così dotato splendidamente il cenobio, ne fe’ donazione solenne a Placido abate di S. Benedetto del Castello di Mugnano nel contado di Perugia, perché venisse a fermarvi stanza insieme co’ suoi monaci, ed ampliato il ricinto della badia la intitolasse in S. Benedetto e ne fosse egli primo Abate, aggiungendo questo agli altri capitoli della donazione, che avesse il chiostro ad essere governato da un abate ed abitato da monaci dell’ordine suo, che fossero di vita esemplare e timorati di Dio. L’ Abate Placido, che al secolo erasi fatto chiamare Rambaldo, tenne assai di buon grado l’invito del cortese e liberale signore, e quell’anno medesimo si trasferì nel nuovo monastero menando seco due Sacerdoti Giovanni e Stefano, similmente monaci. Né deve un si scarso numero recar meraviglia a chi non sia digiuno degl’ istituti antichi del monacato occidentale. Perciocché le badie fondate tanto da Cassiodoro, quanto dal Gran Patriarca di Norcia, erano più che aggregazioni d’ uomini iniziati al sacerdozio, famiglie accozzate per la più parte d’ artefici , intesi del pari alla pratica del ben vivere e ali’ esercizio di tutte quelle arti liberali e servili che sono ne-essane od utili all’umana convivenza. Così nel chiostro medesimo avresti trovato l’uomo di lettere dato ad illustrare di chiose gli aurei scrittori dell’antichità greca e latina e a dichiararne con eruditi commenti la Bibbia e gli Evangeli: il paziente amanuense che con lungo travaglio moltiplicava gli esemplari de’ libri santi, nonché dei poeti, degli oratori e degli storici: il miniatore: che i codici arricchiva di stupende iniziali: il pittore che di freschi e di tavole devotissime crescea decoro agli altari ed alle basiliche; mentre il numero maggiore della monastica, famiglia spandevasi pei colli e per le pianure all’intorno, dissodando valli inselvatichite, rasciugando paludi, inalveando fiumi, aprendo nuove vie e rimettendo in onore coli’ esempio la coltura del suolo che aveva a ridiventar ben presto precipua sorgente della nazional ricchezza d’Italia. Né si richiedea meno dell’opera sapiente e del lavoro assiduo di quei buoni claustrali per ridurne a comoda e lieta abitazione di viventi la povera nostra contrada, condotta per le incursioni delle genti barbare all’ultima squallidezza e rovina. Avevano essi distrutta l’antica città di Taino, prossima appunto al colle dove erasi fondata la novella badia: e il terrore de’ladroni e devastatori stranieri aveva cagionato lo sperpero di tutte cose e la fuga de’popoli indigeni e l’abbandono de’ campi; onde diradati gli abitanti e smessa in tutto ogni usanza e coltura civile la contrada rendeva imagine di vasta e spaventosa solitudine.
L’anno 1007, se dobbiam credere ad una cronaca gualdense citata dal Jacobilli, ci porge un bel documento dal quale saremmo indotti a credere che questa Badia non solo era abitata prima che vi si trasferisse il sopradetto Abate, ma era illustrata eziandio da singolari virtù ; perché da questo . chiostro era chiamato alla cattedra episcopale di Nocera il monaco Adalberto, nepote di Monaldo conte di quella città. La presenza di coti insigne personaggio ci mostra assai chiaramente, com’egli fosse per avventura il fondatore del monistero gualdense a similitudine d’altri non pochi re, duchi, e signori che fin dai tempi della dominazione longobardica in Italia, ora per essere stati percossi dall’ avversa fortuna, ora per aver conosciuto e provato la vanità delle grandezze umane erano corsi lietamente a serrarsi nella pace de’ chiostri. Levato pertanto Adalberto alla dignità del vescovado pontificò non solamente nella Città e nel contado nocerino ma anco nella regione Tadinate e in quella altresì di Sentino e d’altre terre state già disfatte dai saracini.
Non tardarono guari i romani Pontefici di prendere in protezione questo monastero, avendolo nel 1132 Innocenzo II, nel 1156 Adriano IV e nel 1169 il glorioso Alessandro III arrichito di concessioni e privilegi: ed è notabile vedere nella bolla dall’ultimo diretta all’Abate Giovanni, come le possessioni e giurisdizioni di questo monistero s’allargassero fino nei territori di Foligno, di Perugia e di Città di Castello.
Ma la più bella pagina della storia dell’abbadia gualdense ci si presenta ali’ anno 1180, mentre era essa governata dall’abate Jacopo, figliuolo di Rinaldo d’Albertino degli Alti, famiglia nobilissima ed assai potente di Todi. Nel predetto anno adunque mosso l’abate di S. Benedetto alle preghiere, alle lagrime degli abitanti della distrutta Taino, concesse loro di raccogliersi sul colle di Cerreto e gittate intorno al monistero le fondamenta d’un ragguardevole castello quivi tutti gii adunò a più commodo e sicuro domicilio. Così per la liberalità dell’illustre monaco sorse questa nuova terra, alla quale sì per la fortezza del sito e sì per le gagliarde mura onde fu cinta, diedesi a buon dritto il nome di Gualdo, che viene a dire valido e inespugnabile castello. Terra veramente felice, perché fondata ali’ ombra del santuario e favorita dall’ umano reggimento e dalla efficace protezione de’ monaci potè col benefìzio d’una operosa pace crescere in breve spazio di tempo per numero di popolo ed abbellirsi di miti e legri costumi, laddove le turrite castella de’ superbi feudatari, simili a piante malefiche, le quali tutto ali’ intorno aduggiano coli’ ombra funesta, non fecero che creare intorno a se uno spaventoso deserto
Ma perché sì 1’abbadia come il castello per essere dominati dall’ erta del colle, e posti lunghesso la corrente del fiume Feo cominciarono a parere ben presto ai nuovi abitatori né abbastanza salubre né troppo sicura sede; l’abate Epifanio concesse nel 1237 licenza agli uomini di Gualdo d’edificare in sul colle di S. Angelo un nuovo e più forte castello, al quale effetto cedeva loro quel sito dove infìno ad oggi vedesi un antica torre, ricordata dal Giacobini. Questo tramutarsi del popolo gualdense in miglior luogo, fu cagione che poco di poi, cioè nel 1256 Gerardo Abate costruisse entro la nuova Gualdo un monastero più riguardevole dedicato similmente a S. Benedetto e che abbandonato l’antico cenobio, vi si trasferisse con tutti i suoi monaci. La chiesa innalzata da Gerardo è quella appunto che vedesi tuttavia in sulla piazza maggiore della città: edilìzio improntato di quella severa e nobilissima architettura che i secoli svigoriti chiamarono barbara, ma che nata spontanea dalle condizioni della nuova civiltà italo-cristiana, non fu possibile mai a raggiungersi dalla posterità tralignata. Su questo chiostro continuarono i monaci a dimorare sino all’anno 1441 nel qual tempo essendosi attiepidito in essi il fervore della disciplina primitiva, fu esso finalmente dato in commenda ecclesiastica a prelati secolari, finché 1’anno 1848 vi fu istituito col miglior consiglio e con frutto maggiore delle anime un collegio di canonici, i quali zelando in questi ultimi tempi il decoro del culto divino, hanno posto mano ad ampliare e ridurre a miglor forma l’interno di quella venerabile chiesa sul disegno elegantissimo del celebre architetto romano Sig. Conte Commendator Virgilio Vespignani, il quale con nobile disinteresse e generosità presta gratuitamente l’opera sua nella direziono della nuova fabbrica di detto sacro edificio.

CAPITOLO VI

Come il B. Angelo si rese monaco in S. Benedetto.

Tornato, come è detto, dal devoto suo pellegrinaggio di Spagna il nostro Beato, fermo vie più sempre nel magnanimo suo proposito di volgere in tutto le spalle al mondo andossene all’abate di S. Benedetto è prostratosegli umilmente ai piedi il supplicò per l’amore di Gesù Cristo che degnasse lui poverello accettare in quel monastero e vestirlo dell’ abito di San Benedetto. Lieto oltre ogni dire l’abate del vedersi offerto un così ricco e desiderabile acquisto, come colui che ben conosceva la singolare bontà di Angelo, ne accolse, molto benignamente la dimanda, e perché era il giovinetto nato d’umil condizione e digiuno affatto di lettere, lo vestì subitamente dell’abito di converso. Del che rallegrossi Angelo fuor di modo nella sua schietta e profonda umiltà, parendogli che il venir deputato ai più bassi uffizi e ai servigi più faticosi del chiostro gli agevolerebbe la via alla pratica del consiglio evangelico, fii farsi minimo tra i suoi confratelli a fine di rendersi vie più accetto a quel Dio che venuto in terra volle parere ultimo tra i figli degli uomini.
Fioriva allora in quel monastero la rigida osservanza della regola, e nell’esempio vivo di quei buoni cenobiti potè ben trovare il santo giovane una scuola di moral perfezione. Ond’egli che a suo potere, a guisa d’ape industriosa la quale da ogni fiore tesoreggia il succo soave da empiere la propria cella, imitava il buono di cia-scun confratello, se ne trovò in poco d’ ora vantaggiato su tutti in istudio di sante operazioni. Ad un’ innocenza e semplicità veramente di colomba congiungeva egli uno spirito di mortificazione singolarissimo pel quale stava di continuo in sull’ avviso per domare la propria carne, affinche non si ribellasse mai alla ragione. In breve di discepolo diventato Angelo a tutti maestro di virtù ed oggetto d’edificazione anco ai più consumati nella via del signore, mosso dal divino Spirito, incominciò sentirsi nascere nell’ animo ardente desiderio di più austera e perfetta vita.
Pochi erano di quel tempo i monasteri di qualche importanza che oltre al chiostro, precipua dimora di lor congregazione, non avessero sparsi qua e colà nelle proprie dipendenze, specialmente nelle solitudini più riposte delle selve e dei monti, piccioli eremi a somiglianza di quelli dell’antica Tebaide. Quivi erano assai usati di riparare quei solitari che avendo da espiare una vita trascorsa nell’ oblio delle cose eterne ; e sentendosi da Dio chiamare alle ineffabili dolcezze della contemplazione, detto per sempre addio al mondo si seppellivano ancor vivi in quei luoghi deserti.
Anche la badia gualdense aveva il proprio eremo. In una stretta gola tra le alture degli appennini sorgeva non guari lontano dalla città di Gualdo un modesto oratorio, dedicato ai Santi martiri Gervàsio e Protasio presso alla solitària sorgente di un fiumicello, d’onde venne al luogo 1’appellazione di Capo d’acqua. Ivi attorno sorgevano a piccoli intervalli povere celluzze all’ombra di quercie antichissime abitacolo di penitenza.

 CAPITOLO VII

Come il B. Angelo si parti dal monastero per ritirarsi nell’eremo.

Acceso il devotissimo servo di Cristo dalla brama della solitudine, pregò istantemente il suo Abate, che volesse dargli licenza di ridursi nell’eremo sopraddetto. Onde il savio prelato conoscendolo ben provveduto di tutte quelle buone parti che si ricercano a poter sostenere con forte animo le privazioni e i disagi della solitudine ed a resistere agli assalti del nemico dell’ umana salute, non seppe negargliela, ancorché molto gl’increscesse 1’avere a perdere un monaco di sì rara bontà. Col beneplacito adunque e con la benedizione dell’ Abate partitesi Angelo dal monistero di Gualdo, se n’andò pieno d’indicibile allegrezza nella sua cara solitudine, dove giunto trovò alquanti vecchi soli tari che appartati dai viventi, attendevano quivi alla propria santificazione. Suo primo pensiero fu quello di visitare e conoscere que’ suoi nuovi compagni per desiderio d’imparare da ciascuno di loro qualche novella virtù: e come aveva già fatto dimorando nel monistero, così ora qui facevasi a tutti discepolo, studiandosi di ritrarre in se ora l’astinenza dell’uno, ora la mansuetudine dell’altro, e quando 1′ umiltà di questo, quando le contemplazioni di quello proponevasi d’imitare. Per tal maniera adoperando, avanzavasi l’un dì più che l’altro a gran passi nel sentiero del bene, né mai si rimaneva di render grazie al pietoso Iddio che l’avesse liberato dagl’ inganni e dai pericoli mondani. E se standosene tuttavia nel monastero, era stato sempre sollecito ali’ orazione, al digiuno e a fare aspro governo del corpo suo adesso che sbarazzato d’ ogni altra cura poteva a suo piacere dispensar le ore del giorno, spendevane la più parte in pregare per la salute dei prossimi, in meditare le verità eterne e in contemplare gli attributi divini, massime la giustizia e la misericordia, ritegno potentissimo l’una dal cadere in peccato, sprone efficacissimo l’altra a ravvedimento. E non il giorno solamente, ma buono spazio ancora della notte spendeva Angelo in somiglianti esercizi. Perché, preso ch’egli avea brevissimo riposo su misero e disagiato lettuccio, tornava incontanente alla veglia, all’orare, al meditare, in ciò trovando, come i giusti sogliono, il pieno contentamento e la più cara delizia del cuor suo. Del digiuno poi non accade qui diffondersi in molte parole, essendo a ciascuno facile l’intendere, come uomini privi d’ ogni avere e separati dall’ umano consorzio, a fatica potessero tanto raccogliere dai prodotti spontanei della terra e dalla carità de’fedeli, che bastasse appena a tenerli in vita. Secondo il computo accuratissimo degli annalisti Camaldolesi accadde questo ritirarsi del nostro beato nella solitudine 1’anno 1286, correndo l’anno 16 dell’ età sua, cosa veramente mirabile e non più udita, che un giovinetto poco più che trilustre fosse già pervenuto a sì eminente grado di santità da emulare la perfezione de’ più provetti solitari d’Oriente.

CAPITOLO VIII

Come il B. Angelo per desiderio di maggior perfezione deliberò d’abbandonare l’eremo dei SS. Gervasio e Protasio.

Dimorò il B. Angelo nella santa conversazione degli eremiti di Capo d’ acqua per ispazio di anni quattro, nel qual tempo ebbe ad accorgersi con suo non lieve rammarico, che non gli era an-cor consentito d’adempiere in tutto quel suo fermo proposito di staccarsi interamente dalle cose e dai pensieri del mondo. Era l’uomo di Dio spesso obbligato per le necessità proprie e per quelle de’ compagni dell’eremo di tornare tra gli uomini a fine di rifornirsi di legna e di viveri. Ora ogni qualvolta gli accadeva d’ avere a conversare con secolari, provava egli in sé quest’ effetto, che la mente così distratta dalle cure temporali, penava non poco prima di ripigliare l’abito della contemplazione. Indi seguiva che a volersi guardare da quelle moleste distrazioni, gli sarebbe stato mestiere ricusarsi a quei servigi verso i propri compagni, che la carità gli suggeriva pur come buoni e lodevoli. Che, se anteponendo a tutto il raccoglimento e la pace dello spirito, si fosse mai deliberato di più non uscire dell’eremo, sentiva bene come avrebbe egli dato ai compagni cagione dì scandalo e di giusto lamento, non parendogli onesta cosa l’avere a vivere a carico altrui. Combattuto da tali pensieri il Beato ebbe ricorso all’orazione, pregando Dio che per sua pietà gli mostrasse il partito migliore. Né fu stalo guari in questa preghiera, che illustrato dallo Spirito Santo ebbe a se i propri congiunti e loro parlò in questa forma: Voi vedete, o carissimi, come Cristo benedetto mi abbia chiamato nella solitudine perché faccia ivi penitenza de’ miei molti e gravi peccati. Piacciavi dunque di aiutarmi in tanto bisogno, e perché io sono veramente servo inutile e per la pochezza ed ignoranza mia inetto a dar gloria al Signore e a procurare la salute dei prossimi vi supplico ad apparecchiarmi in qualche luogo solitario una cella che non ecceda la larghezza cinque piedi e la lunghezza nove. In essa io sono risoluto di dimorare per insino che a Dio piacerà di tenermi in questo mondo: e là racchiuso non cesserò mai né dì, né notte di pregare per voi, per questa terra che ci fu patria e per tutti gli uomini che ci sono fratelli. E quel pò di vitto che la carità vostra mi verrà di tempo in tempo somministrando, sappiate che vi-sarà scritta nel libro di vita eterna. Così parlò Angelo a’ suoi accompagnando le parole con tanta dimostrazione di fervore e di umiltà, che inteneriti coloro sino alle lagrime s’accinsero subitamente a compiacerne il pio desiderio, e in un luogo del monte, rimoto da ogni pratica di gente, detto La Serra Santa, gli costrussero un angusto romitorio, secondo che Angelo medesimo l’avea loro designato, lungo il corso di quello stesso fiumicello che scaturisce in Capo d’aqua promettendo altresì di tenerlo sempre fornito di quanto gli sarebbe necessario alla vita.

 CAPITOLO IX

Come il B. Angelo si rinchiuse per sempre nell’eremo e del suo tenor di vita.

Non appena la carità de’congiunti ebbe soddisfatto alla divota brama dell’ uomo di Dio, costruendogli un tugurio angustissimo in certo loro terreno s’affrettò Angelo a prendere benignamente commiato dai buoni abitatori dell’ eremo de’ SS. Gervasio e Protasio. E benché non fosse egli obbligato verso di loro da voto alcuno pure standogli a cuore grandemente di non porgere ad essi materia di mala contentezza e d’ammirazione, li supplicò, l’avessero per iscusato, se mosso da sola vaghezza di meglio attendere alle cose dell’anima si partiva della loro conversazione. Continuassero a pregare per lui, che egli dal canto suo terrebbe sempre nella memoria il tempo con esso loro passato, né mancherebbe al debito che credea fermamente d’avere di pregare per tutti loro, dai quali tanti salutiferi esempi avea ricevuti e tante dimostrazioni di veramente fraterna benevolenza. Lasciatili così tutti edificati dalla sua buona elezione corse con festa e gaudio grandissimo al luogo destinato al suo riposo.
E come v’ebbe fina volta posto piede, così non ne fu veduto uscir mai più, finché visse; che fu sino all’anno 1324. Correvano allora gli anni di Cristo 1288, secondo che scrivono gli annalisti più sopra citati, o piuttosto il 1290, se egli è vero che quattro anni ‘dimorasse Angelo nel primo romitaggio. Toccava egli dunque gli anni venti di sua età quando separatesi affatto dalla vanità delle cose di questo mondo, si rinchiuse per sempre nel tugurio di Serra santa a fine di non conversare con :a) tei che con Dio.
Quale poi fosse veramente là entro il vivere di quest’angelo incarnato, nessuno il potè conoscere se non colui che tutto vede anco le cose più occulte. A noi solo quel tanto n’ è dato sapere che ne traluceva al di fuori, e che è senza dubbio alcuno la minima parte. Quello però che non ci fu tramandalo da niuno scrittore, possiamo assai agevolmente congetturarlo da noi stessi, purché poniamo mente alla ragione che consigliò l’uomo di Dio a seppellirsi là dentro nel più bel fiore degli anni suoi. Che se tutto quel tempo che gli avanzava alle facende, era egli solito di darlo alla meditazione e alla preghiera, fino a che dimorò nel monastero e nel primo eremo, bene dovremo credere che tutt’ intero’il giorno e parie grandissima anco della notte desse egli ora a questi suoi prediletti esercizi, poiché niun ostacolo veniva più a frastornarlo. Della qualità de’ cibi questo è fuor d’ogni dubbio, che nient’altro gustò ne’ molti anni di perfetta solitudine, dal pane infuori, né altro bevve mai se non acqua, ch’egli con una secchiolina di legno soleva per una finestrella attingere al fiume sottoposto. E del pane e dell’acqua soltanto prendeva che gli bastasse a non venir meno per lo soverchio digiuno, ben sapendo, quanto importi non accarezzare questa misera carne, che nutricata con troppo studio è a molti cristiani causa d’ eterna perdizione.

CAPITOLO X

Come Dio fece manifesta la santità del beato suo servo.

Chi si umilia sarà esaltato, disse il divin Redentore. E questa promessa infallibile che il inondo ha veduto perpetuamente avverarsi nei santi, s’adempì ancora .nel nostro heato. E, se la più parte degli amici di Dio incominciarono a salire in riputazione e fama solamente dopo la morte, quest’umile solitario incominciò, mentre era tuttavia fra vivi, a diventare oggetto di devozione alle genti. Cosi volle Colui che tutto ordina e dispone con perfetta giustizia e che però fa che il premio sia proporzionato alla virtù. Aveva Angelo abbandonato il mondo, perche, riputandosi vilissimo fra gli uomini, credea di non potere per niente contribuire alla salvazione de’ prossimi. Era dunque giusto che una così profonda umiltà fosse anco sulla terra rimeritata d’insoliti onori. Difatto non andò guari che il nome del giovane eremita di Serra Santa prese a divulgarsi per lungo tratto all’intorno di modo che tutti ne ragionavano con un senso di venerazione, tutti lo predicavano quale esempio di nuova austerità. Il pio desiderio di conoscere questo gran servo dell’Altissimo a corto andare diventò universale.
Molti pertanto erano coloro che traevano ali’ eremo allettati dalla santa curiosità di vederlo e di udirlo ma vie più numerosi erano quelli che essendo in qualche tribolazione, correvano a raccomandarglisi e 1’invocavano intercessore innanzi alla misericordia divina, e che travagliati da qualche dubbio circa le cose spirituali a lui si volgevano per. consiglio ed aiuto. E tutti il beato accoglieva con pronta e benigna carità, e facendosi alla finestrella del povero tugurio dispensava a tutti parole di verace consolazione. I suoi ragionamenti, che all’orecchio degli uomini educati alla scienza vana del secolo avrebbero sonato disadorni e rozzi, penetravano potentemente ne’ cuori e accesi della carità di Cristo ed aggraziati dell’ingenua semplicità di quell’anima angelica, inducevano gli ascoltatori a compungimento mirabile; tanto che niuno era che da quei divoti parlamenti si fosse partito con occhi asciutti e non ne tornasse tutto mutato nel cuore. Delle offerte e limosino poi che i pii visitatori gli offerivano, Angelo ebbe sempre in costume di non accettare se non pane, alieno com’era da qualsiasi brama di cose temporali , onde anche di questo suo dispregio de’ beni terreni, pigliavano coloro buon esempio e singolare edificazione.

 CAPITOLO XI

Come il B. Angelo frequentava i SS. Sacramenti della penitenza e dell’Eucarestia.

Era la vita di questo mirabile anacoreta di tanta innocenza, che ben potea dirsi di creatura più celeste che terrena. Perciocché essendosi così di buon ora segregato dal consorzio de’ peccatori e macerando e castigando colle veglie e co’ digiuni la carne ed oltre a ciò tenendosi coll’assidua orazione strettissimamente congiunto con Dio, non solo gli veniva fatto di guardarsi da ogni benché leggiera colpa, ma avanzavasi di giorno in giorno nella via della più ardua perfezione. Niuno però si dia a credere, ch’egli fosse per questo men sollecito in accostarsi a quei Sacramenti che pel seguace di Gesù Cristo sono l’arme più poderosa a difendersi dalle insidie e a ributtare gli assalti de’ nemici spirituali. E ben sei sapeva, il fervente solitario che se in essi trova il peccatore una tavola di salute dopo aver rotto agli scogli di questo mare tempestoso del mondo ad essi attinge altresì il giusto la forza e il coraggio per giungere sano e salvo tra tanti pericoli al porto di vita eterna. Menava non guari lontano vita eremitica un buon sacerdote (v’è chi lo dice Pietro e chi Filippo) il quale a petizione del beato era solito d’andar sovente a visitarlo, segnatamente nelle solennità maggiori, per ascoltare la confessione e per ministrargli il sacratissimo corpo di Cristo.
E non è da dire con che contrizione ed umiltà profondissima egli si accusava de’ propri falli e con che fervore, partecipava alla mensa eucaristica. Ne di ciò contento, ogni qualvolta fosse a lui venuto alcun sacerdote, il che assai frequente avveniva, Angelo mai noi lasciava da se partire, se prima non avesse udita la sua confessione. Ne mai si recava egli a quell’atto solenne che non sentisse nell’anima estremo dolore de’ propri mancamenti e difetti: e tanto soprabbondava in lui il rammarico d’avere offeso l’infinita bontà di Dio che non gli era possibile temperarsi dal dare in amaro pianto e dirotto.

 CAPITOLO XII

Come il Papa Bonifacio VIII comandò che si facesse inquisizione degli eremiti.

Fra i fervori della vita apostolica risuscitata in Occidente per 1’esempio mirabile del gran Patriarca de’ frati minori, serpeggiava qua e colà fin nelle provincie dell’Italia inedia qualche strascico dell’antico Manicheismo orientale venutoci di Francia dove era tornato tristamente a vigoreggiare per opera de’ seguaci di Pietro Valdo e degli Albigesi. Per quella sorte inevitabile quaggiù che fa pullulare il male allato al bene, come negli ordini naturali presso alle piante salubri vediamo vegetar le malefiche, così accanto agli esempi del più alto eroismo ci è forza d’abbatterci nelle nequizie più atroci e codarde. Dio che vuole e comanda il bene, permette altresì il disordine morale, perché nell’economia dell’arcana sua provvidenza, anco dal male, ch’è in tutto opera nostra, la sua bontà e sapienza infinita sa derivare quel bene che da lui solo procede. Ecco perché, mentre la cieca filosofia della nuda ragione finisce coli’ imprecare ad un’ esistenza che le dee parere infelicissima, e si fa ad invocare il nulla oltre la tomba; lo schietto credente non pur si rassegna ai mali, nella cui sofferenza egli sa es-sergli offerta materia d’ espiazione e di merito, ma ne trae eziandio cagione a bene sperare del-l’avvenire dell’ umanità travagliata, essendo egli certo che, come alla tempesta succede la calma, così alla guerra dell’ errore e dell’ iniquità avrà prima o poi a seguitare il trionfo della verità e della giustizia.
Ma per tornare all’istoria è da sapere che tra gli anni 1294 e 1303 occupati dal pontificato di Bonifacio VIII, s’era notabilmente accresciuto il numero di certi ipocriti e falsi cristiani, che sotto il vello di pecore nascondevano animo e costume di lupo. Gente di bassa mano, schifa del lavoro e vaga solamente d’ingrassare alle spalle del volgo credulo, indossato un logoro saio da romito, andava attorno qua e colà con barba incolta, cinta di fune, con cera in vista compunta e mansueta, senz’aver mai domicilio fermo e senza essere soggetta a giurisdizione o vigilanza di prelato alcuno. Era una pretta reviviscenza dell’ odioso fariseismo giudaico, alla quale eziandio calzava mirabilmente il titolo affibbiato già a que’ suoi perpetui nemici dall’ uomo Dio: sepolcri imbiancati. Fino a qua! segno fosse capace di trascorrere questa nuova e perfida razza ben si vide agli effetti 1’anno 1310 nei tumulti che scompigliarono in Francia e in Italia l’ordine minoritico, e più chiaramente ancora nel 1360 quando raccoltisi quei tristi pigliando nome di Fraticelli, in comunanza di vita, in parecchi conventi dell’ Umbria, sotto il governo del priore o papa (com’essi il chiamavano) Francesco di Niccolo da Perugia, furono alla fine da frate Angelo d’Assisi inquisitore generale d’essa provincia chiariti di dottrine ereticali, e pieni delle più ree magagne.
Ora volendo papa Bonifacio antivenire tanto disordine, comandò per i suoi brevi a tutti i vescovi che, fatta nelle proprie diocesi diligente investigazione di tutti gli eremiti massime di quelli noti allora col nome di beghini e girovaghi, istituissero un rigido esame della loro maniera di vivere, e qualunque fosse trovato seguir regole non approvate dai canoni o decreti pontificii, il condannassero a mutar tenore e a starsene sottoposto alla giurisdizione del proprio vescovo.

 CAPITOLO XIII

Del B. Giovanni de’ conati d’Antignano Vescovo di Nocera.

Mentre queste provvisioni facea papa Bonìfacio al bene della Chiesa universale, era vescovo di Nocera nell’Umbria il B. Giovanni uscito della medesima illustre famiglia dei conti di Postignano e d’Antignano, d’onde vennero altri due lumi splendidissimi della medesima sede episcopale, ciò sono S. Rinaldo e il B. Filippo. Il Jacobilli lo fa figliuolo d’ un conte Monaldo, e aggiunge che quella casa indigena di Foligno fu la stessa che poi venne cognominata “de Comitibus”, onorata sotto i pontefici Giulio II e Leone X da quel Sigismondo che le cose memorabili dell’età sua ci lasciò registrate in un prezioso commentario latino, e le cui sembianze fatte immortali dal pennello del sommo Urbinate ammiriamo tuttavia in quella stupenda tavola della Madonna di Foligno, commessa da Sigismondo al Sanzio per la chiesa del monistero di S. Anna della patria sua. Checché debba credersi di tutto ciò, certo si è che il B. Giovanni se non nacque in Nocera, vi dimorava già prima di venirne eletto vescovo, essendo egli stato ivi de’ canonici della chiesa cattedrale. Quivi fiorendo non meno per luce di dottrina che per santità di costumi fu nel 1288 dal concorde suffragio del clero dato successore al vescovo Fidemondo passato di fresco a miglior vita. Erede egli della bontà e dello zelo de’santi suoi predecessori e congiunti fin dal primo anno del suo episcopato introdusse in Gualdo nell’oratorio di S. Maria della misericordia i Frati minori che prima staziavano fuori di quella terra, e che nel luogo predetto cominciarono tosto ad innalzare una nuova e molto maggior chiesa. Nel medesimo tempo Teseo de’ Ridolfi, liberale e dabbene cittadino di Perugia donava loro Colle Mincio nelle vicinanze di Gualdo per edificarvi un nuovo convento. L’anno 1303 il B. Giovanni concesse all’abbadessa ed alle monache clarisse di Sassoferrato nella diocesi nocerina licenza di costruire presso la porta di detta terra un oratorio in onore di S. Niccolo e di S. Agnese. Poscia nel 1305 concedea facoltà a certe divote vergini di Casa Castalda, nella stessa diocesi di fabbricare per loro uso un monistero benedettino allato all’oratorio di S. Lucia in detto castello; e così nel 1309 consentì a due pie femmine di Fossato di fondare un nuovo chiostro dello stesso ordine, presso la torre della loro patria in onore della B. Vergine. L’anno poi 1315 insieme coi Vescovi di Perugia, di Gubbio, d’Assisi, di Città di Castello, di Jesi e di Cagli assistè alla sagra della nuova chiesa di S. Francesco di Gualdo, ove quei prelati concessero in perpetuo 40 giorni d’indulgenza a quanti fedeli la visitassero nel dì anniversario d’essa consacrazione e nella sua ottava e il giorno de’ SS. Apostoli Filippo e Giacomo.
Finalmente nel 1326 consentì alla fraternità de’ raccomandati di nostra Donna di Nocera d’ergere nel proprio oratorio un altare, per celebrare i divini misteri. Troppo lungo sarebbe il qui riferire tutte le opere commendevoli di questo zelantissimo pastore, ordinate in vari tempi a promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime. Chi ne avesse vaghezza non ha che a consultare gli scritti di Lodovico Jacobilli il quale dei santi e beati dell’Umbria raccolse con tanta sollecitudine ed amore le sparse memorie e dove potè, non mancò mai d’attingerne le notizie a fonti autorevoli e sincere. Qui basti l’aver fatto un breve cènno del B. Giovanni, perché come l’Umbria nostra fosse, anco a quel tempo la terra de’ Santi, e come mentre Gualdo onoravasi nel suo B. Angelo, anco la cattedra illustrata da S. Rinaldo fosse decorata dalle virtù d’un degno successore.

CAPITOLO XIV

Come il B. Giovanni approvò la maniera del vivere del B. Angelo.

Non appena il santo pastore della chiesa nocerina ebbe dal romano pontefice ricevuto comandamento di ricercare tutti gli eremiti dimoranti nella sua Diocesi, si mise in compagnia dell’inquisitore dell’eretica pravità alla visita degli eremi che in gran numero si trovavono nei dintorni non solo della città ma eziandio delle minori terre e castella della vasta sua giurisdizione spirituale. Non è poco,a dolersi che i,documenti e gli atti di tal visita ci sieno stati da più secoli invidiati dal tempo: che per essi avvremmo di leggeri potuto viemeglio conoscere lo spirito religioso di quell’età. Certo è però a ogni modo che recatisi i due venerabili visitatori nella solitudine di Serra Santa da ciò che coi propri occhi videro e dalle risposte del B. Angelo furono subitamente fatti certi aniendue, che non solo nella vita di quel solitario niente v’era che s’opponesse ai canoni di santa Chiesa e alle regole già sancite dai sommi Pontefici, ma che queir eremita era da paragonarsi veramente coi Paoli, cogl’Ilarioni, coi Macarii e con quant’altri più insigni soli tari erano dimorati n’edeserti del Libano e di Tebaide: e che ciò che la fama predicava della prodigiosa penitenza e santità di lui, era assai inferiore alla verità dei fatti da loro veduti. Onde lieto soprattutto il B, Giovanni di possedere nella sua greggia un così mirabil servo ed amico di Dio confortollo con paterna tenerezza alla santa perseveranza: e raccomandato sé e tutto il suo popolo alle orazioni di lui, se ne partì edificato di tanto esempio d’eminente perfezione.

CAPITOLO XV

Come il demonio s’ingegnò di cacciare Angelo dalla solitudine.

Veggendo il nemico dell’umana salute come per l’esempio e per le parole di questo benedetto servo dell’Altissimo molte anime tornavano a Dio e con la penitenza s’ingegnavano di riconciliarsi con l’eterna giustizia, mosso ad ira venne cercando modo, perché il B. Angelo fosse necessitato d’abbandonare la solitudine: il che se gli venisse mai fatto, si persuadeva il malvagio ch’egli perderebbe in tutto o almeno in molta parte quella reputazione che gli dava tanta autorità nel popolo. Avuto dunque ricorso alle solite sue arti, sì consigliò di prendere la forma d’ un serpente molto grande e terribile: e quando il santo si fece alla finestrella del tugurio per attingere dal rivo sottoposto, il nemico sotto quella paurosa sembianza gli si mostrò giù nell’ acqua diguazzandovi e fieramente sferzandola con la coda, mentre dagli occhi meltea faville e dalle fauci parea vomitasse fumo e fiamme. Se non che Angelo come valente soldato di Cristo, non ismarrito punto a quel nuovo spettacolo, subitamente avvisò quello ch’era in effetto, ed avuto ricorso all’arma potentissima della santa croce, mise tosto in fuga l’insidioso avversario.

CAPITOLO XVI

Come il B. Angelo miracolosamente campò dalla morte un uomo di Gualdo.

Un uomo di Gualdo aveva inimicizia mortale con uno della sua terra. Avvenne un giorno che abbattendosi insieme per la via, messo senza più mano alle coltella, si corsero addosso molto furiosamente, e l’un d’essi ferì sì crudelmente il compagno che costui poco appresso ne morì. I parenti ed amici del morto inteso il fatto, subito trassero al podestà della terra facendo istanza grandissima perché l’ucciditore fosse preso e condannato senza indugio alle forche: e il podestà incontanente il fece prendere e chiudere dal bargello nella torre. Avea costui un carissimo fratello e s’erano amati sempre quanti altri mai, di che udendo la presura e come il giudice era deliberato di farlo morire, sa ne andò tutto sottosopra al luogo ove il B. Angelo faceva penitenza e chiamatelo e gittatoglisi innanzi ginochione con la faccia a terra cominciò a pregarlo con molte lagrime che per amore di Cristo trovasse modo onde il fratel suo fosse campato dall’ultimo supplizio. Intenerito Angelo a costui prieghi, gli fece cuore e dandogli buona speranza disse: Vattene al giudice e digli da mia parte che sia contento di restituirti il prigione per arnor mio. Levasi quegli e pieno di fede vassene al podestà, e gli fa preghiera com’eragli stato detto dal beato. Ma il giudice che non era della terra e poco si conosceva da B. Angelo, facendosi quasi beffe del parlare di lui rispose: Tanto è possibile che tu riabbia il fratello, quanto può darsi che tu mi rechi ora un cestello di ciliege. Era allora di verno e correva il Gennaio. L’altro tutto sconsolato se ne tornò alla cella del santo e contogli la risposta avuta. Allora Angelo con gran fede è fervore posesi in orazione e stato così alquanto s’affacciò di nuovo alla finestra e sporse al divoto un cestello pieno di ciliegie fresche e belle come se fossero state colte allora, e gli disse: Torna ora al giudice, al quale dirai che attenda la sua promessa restituendoti il prigioniero. Il che mirando colui, corse com’ebbro d’allegrezza al palagio del podestà, contandogli il miracolo e lodando Dio e il devoto suo servo. A fatica il giudice credeva ai propri occhi suoi, tanto questa gli parea nuova cosa a vedere. Vinto da prodigio si mirabile fece tosto trarre dal carcere il prigione, e lo restituì al fratello. E non è a dire con che festa e con quante lagrime costui il raccolse fra le braccia, che ben poco più sarebbe stato se l’avesse ricuperato dal sepolcro. Avendogli poi narrato per ordine il modo della liberazione e come tutto era seguitò per li meriti del B. Angelo il reo trattosi le vesti di dosso corse incontanente in camicia con una fune al collo ai piedi del santo eremita, rendendo a lui dopo Dio le maggiori grazie che seppe di tanto beneficio. Prese allora il B, Angelo a confortarlo per dolce modo che avesse a mutar vita, perciocché Dio a-veva in tal guisa voluto, liberarlo dalla morte corporale acciò che avesse egli agio di far penitenza e così fuggire la seconda e peggior morte dell’anima. E furono le parole sue di tanta virtù, che colui conoscente del gran bene ottenuto, non volle altrimenti tornare tra i pericoli del mondo, e ridottosi in solitudine diventò buono e fedel servo di Cristo. Così il B. Angelo dopo averlo salvato dalla morte del corpo, fu eziandio cagione che colui campasse altresì dalla morte eterna. (1)

(1)Per esattezza storica facciamo notare come dalle lezioni del Breviario risulta che il miracolo sarebbe stato fatto per attestare l’innocenza del condannato per una falsa imputazione. Cosi però non dicono gli annali camaldolesi, e l’autore della seconda yita, ai quali abbiamo creduto attenerci.

CAPITOLO XVII

Come il B. Angelo mutò talvolta l’acqua in vino.

Intervenne più volte cosa non meno mirabile, la quale non è per modo alcuno da passar sotto silenzio. Molti erano, siccome è già detto, i devoti i quali ne’ bisogni loro andavono a ritrovare nell’eremo l’uomo di Dio, e ne tornavano consolati dalla santa conversazione di lui. Pertanto alcuni di costoro sapendo che il beato era solito con la sua secchia di cavar l’acqua dal fiume vicino, mossi non tanto da sete corporale, quanto da quella dello spirito, il pregavano e gli chiedevano in nome di grazia singolarissima che dasse loro a bere di quell’acqua che bevea egli stesso, supplicandolo eziandio di farvi su prima il segno di santa croce. Ed Angelo che benigno fu sempre e caritatevole a tutti, non lo facea dire due volte, e presa e benedetta quell’acqua, lietissimamente la dispensava ai devoti. E quelli accostandola con fede alle labbra più volte la trovarono miracolosamente mutata in vino.

CAPITOLO XVIII

Come il B. Angelo ebbe semplicità ed innocenza quasi di fanciullo.

Fu questo verace seguitatore dell’Evangelio d’un’innocenza e semplicità che mai la maggiore: e veramente sì parve essere in lui avverato quel detto di Cristo: In verità vi dico, se voi non vi renderete somiglianti ai pargoli non entrerete nel reame de’cieli. Di questa rarissima virtù che agli occhi del mondo vano pare stoltezza , molti esempi egli porse per testimonianza dell’ antico biografo, de’ quali nondimeno uno solamente ci tramandò che è il seguente.
Aveva la celluzza dell’ eremo bisogno di venir tosto riparata, e il B. Angelo mandò per due de’ romiti che gli erano stati già compagni perché l’aiutassero in quell’opera: e quegli per l’amore e la referenza che gli portavano furono incontanente a lui, e molto volentieri gli si proffersero. Misesi adunque Angelo in loro compagnia a racconciare il povero tugurio: e venuta il primo dì 1’ora del parco desinare, va tutto sollecito al deschetto, desideroso di far onore agli ospiti: vi pone su due piattelli; poi preso un pane, comincia a ridurlo co’ denti in minuzzoli, e sminuzzato a quel modo il mette nei detti piattelli de’ compagni tanto a lui cari. La qual cosa vedendo coloro, tra maravigliali e ridenti gli addimandarono: che fai tu costì frate! Ed egli: Lasciate, rispose, o carissimi, ch’io con esso voi faccia come mi detta nel cuore la carità di Cristo. Non avete voi veduto, come la madre apparecchia mangiare al suo figliuolo, che prima se lo reca ella in bocca, e masticato che 1′ ha il porge al bambino acciò che questi men fatica duri a nutrirsi ? Udendo una colai risposta i romiti soggiunsero: Deh, frate Angelo, non fare, che noi siamo, come tu vedi, assai ben provveduti di denti né abbiam punto mestieri che tu ti dia cotesto travaglio. Ma poiche fai segno di volerci tutto il tuo bene, prega più tosto Iddio per noi, ed abbine per ricordati nelle tue orazioni. E così dicendo ben dimostrarono d’ essere edificati e consolati della mirabile semplicità dell’ uomo di Dio.

CAPITOLO XIX

Come il B. Angelo confuse la vana scienza d’un dottore.

All’intendere cotanta semplicità di questo fedelissimo imitatore di Cristo, altri per avventura s’immaginerà, che non fosse egli capace di levarsi ad alti e sottili pensamenti tanto più ch’egli non frequentò giammai scuola veruna, dove le nobili arti e le discipline libere insegnano. Ma quello che Angelo non aveva nella gioventù sua imparato dalla voce de’ maestri mondani, e che è assai sovente vanità che gonfia i cuori di molta superbia, ben 1’imparò egli da colui dal quale ogni scienza procede e che è per essenza la verità prima. E ben ne fece esperienza un dottore molto erudito e gran loico, una fiata che fu a visitarlo. Era costui versato in ragion civile ed avea fama d’ uomo valente nella scienza, tanto che pochi erano che osassero stargli a petto, e chiunque veniva a disputa seco ben presto egli costringeva al silenzio. Recatosi adunque costui un dì con alquanti suoi compagni al Beato, cominciò ad entrar seco in ragionamenti e come vago di far mostra di sua dottrina, più questioni propose all’uomo santo molto ardue in fatto di divinità, avvisando che egli semplice fraticello non avrebbe saputo che si rispondere. Ma intervenne appunto il contrario perciocché Angelo spirato da Dio espose e dichiarò le questioni a lui fatte con tanto lume di celestiale sapienza,, che il dottore da ultimo ebbe a tacersi tutto pieno di confusione e vergogna,, non senza infinita maraviglia di coloro che furono presenti. E così fu manifesto per mezzo del discepolo del Redentore che chi cerca Dio ed è illuminato dalla grazia sua, non.ha punto da invidiare ai più gran sapienti della terra.

CAPITOLO XX

Come il B. Angelo ebbe profondissima umiltà.

Fu questo verace servo di Dio di tanta perfezione che né fu veduto mai levarsi in orgoglio, né crucciarsi per invidia o per ira, né condiscendere ali’ appetito della gola, né dar mai luogo a pensiero che n’ appannasse menomamente 1’angelica purità, né mai stancarsi delle austerezze e degli esercizi della vita penitente. E sebbene la coscienza di niuno benché lieve fallo potesse ragionevolmente rimorderlo, egli niente di meno si reputava grandissimo peccatore, e indegno al tutto della grazia ed amicizia di Dio. E questo santo e salutar timore accompagnavalo di continuo in ogni atto e pensiero suo, di modo che, avendo sempre dinanzi agli occhi la fine e considerando quanto pochi sieno coloro che perseverando in ben fare arrivino a porto d’eterna salvazione, sentivasi tutto comprendere di fervore e confusione né giammai si rimaneva dal piangere i pochi suoi difetti giovanili.
Avvenne una volta fra le altre che egli si confessava ad uno zelante frate minore, che giunto alla fine della confessione, mentre il sacerdote s’ apparecchiava d’ assolverlo, Angelo gli disse: attendi, padre, che ho un altro peccato assai grave, che io temo e mi vergogno di dire. Temo anzi che per potermi assolvere di colpa tanto e-norme, ti sarà mestieri d’andare al vescovo e da lui ottenere la facoltà. Maravigliossi l’altro a così fatte parole sembrandogli strano fuor di modo, che un uomo di tanta santità fosse potuto cadere in colpa mortale. Pure adempiendo caritativamente le parti di buon confessore, pigliò amorevolmente a fargli cuore dicendo: Dì; dì pur sicuramente, fratello cotesto peccato, e ricordati che la misericordia divina ha sì larghe braccia, che raccoglie chiunque a lei abbia ricorso.
Accusati adunque, e non far che il tuo silenzio ti sia cagione di perdere il merito di quanto hai fatto di buono, e d’ avere a dannare eternamente F anima tua. Ed acciò che io possa di questa materia avere il consiglio de’ savi e dimandar dal vescovo la licenza d’assolverti, dimmi, di grazia, fuori di confessione il tuo peccato. Allora 1’ umilissimo Angelo, dando in un pianto dirotto, prese a dire: Pochi dì fa, sì levò per queste solitudini un vento sì gagliardo che gli alberi delle selve qui attorno n’erano fieramente scossi e travagliati. Onde io riguardando dalla finestrella dell’ eremo, e veggendo come si piegavano e gemevano alla furia della tempesta, posimi in orazione e dissi al Signore: O padre onnipotente, io ti prego per la tua grande misericordia che tu raffreni questo vento così disonesto ed impetuoso, acciò che i poveri alberi non ne rimangano svelti e schiantati. Ma non così tosto ebbi fatta questa preghiera e si fu chetato il vento incominciai a sentirmi fieramente rimordere da un pensiero che mi diceva: Ecco, tu dimandi da Dio cosa che forse è contraria alla volontà sua. Egli è che scatenò quel vento. Ora sai tu, creatura sciocca, per qual cagione ed a qual fine Ei sei faccia? chi ti da tanta baldanza, che abbia tu da opporti a quello che egli sapientissimo ed amorevolissimo dispone? Ecco, padre, il peccato di che mi accuso, ed umilmente da Dio e da te imploro il perdono. Ammirato il confessore dell’ eroica severità, con cui quell’ anima eletta giudicava sé stessa, pigliò a consolarlo studiandosi di persuaderlo il meglio che seppe, che in quell’atto non solo non v’era la malizia che Angelo sospettava, ma neppur quasi materia alcuna di colpa. Nondimeno ci bisognarono assai ragioni per rendergli la pace e serenità dello spirito.

CAPITOLO XXI

D’una molto savia risposta che fece il B. Angelo ad un eremita.

Un dì fu a visitare il nostro beato un eremita falso e superbo, il quale guardando con gli occhi della carne, e considerando col giudicio mondano, l’umile contegno e la semplicità evangelica d’Angelo, uscì in queste parole: Frate Angelo, tu uomo troppo ignorante, inetto persino ali’ orare; e chiuso come sei in cotesto tugurio, mi rendi similitudine quasi di bestia chiusa in una stalla: tanto mi pari disadatto a levarti coll’intelletto alla contemplazione delle cose celestiali. A proposta così villana e superba non turbossi punto l’umile fraticello, ma pieno di mansuetudine rispose incontanente con quella semplicità sua veramente di colomba: Non credere, fratello, che io dimori qua entro a guisa d’ un animale privo di senso e di ragione, perciocché Dio misericordioso mi da grazia d’ orare e di ben meditare, se io voglio riceverla, e di starmene da mattina a sera in orazione senza gustar cibo o bevanda di sorta alcuna, se non fosse che la negligenza mia spesso me ne distorna.
Considera, lettore, quanta sapienza in questa risposta dell’ uomo santo! Egli di tutto il suo bene riferiva il merito alla divina grazia, mentre d’ogni difetto recava la cagione a se stesso. Che bello e salutifero esempio per noi così facili a gloriarci dei doni della natura e della fortuna.

CAPITOLO XXII

Come il B. Angelo portò in pace la beffa fattagli da un ladroncello.

Un tristo ladroncello, se ne venne un giorno all’eremo del B. Angelo con intenzione di furargli la tonica, che di fresco s’era egli fatta e che non aveva ancor pagata al mercatante. Accostatesi adunque il mariuolo alla finestra dell’eremo, tutto umile ed atteggiato di fìnta divozione, incominciò a dire: O devotissimo servo di Cristo, ecco io son venuto insino a te da lontana contrada, tirato alla fama di tua santa vita: e perché io sapeva che tu eri in grande necessità delle cose temporali, t’ho recata questa borsa piena di monete d’argento, le quali ti prego che voglia accettare. Il Beato che tenarissimo era della sua cara povertà rifiutò il presente. Ma colui con molto maggiore istanza riprese a dire: Deh non voler rigettare, o santo eremita, questo povero dono; perciocché sappi che non sei tu il primo al quale io abbia usato carità; e n’ebbi comandamento espresso da coloro che mi hanno qui mandato a bella posta a te e che alle tue orazioni umilmente si raccomandono. E standosi Angelo tuttavia saldo in ricusar l’offerta, il tristo gittogli per la finestra la detta borsa dentro all’eremo, soggiungendo; se tu non la vuoi per te ricevila almeno per farne, dispensagione ai poverelli. Vinto il Beato dall’importunità di colui, ripose per allora il denaro in un canto della celluzza, e volto a chi gli aveva usato carità gli disse: Se in cosa veruna potessi io mai aiutarti, dimanda pure, che io sono apparecchiato di compiacerti a mio potere, perocché tu mi hai aria d’ uomo caritativo e dabbene. Allora lo scaltro ladrone soggiunse: Per sovvenire ai poverelli ed ai servi di Cristo io sono come tu vedi, rimasto quasi che ignudo. Non volle udir altro il pietoso Angelo, che preso di viva compassione per colui, trattosi di dosso la veste nuova, la sporse al ladrone, il quale sensa farsene molto pregare le diede avidamente di piglio, e tutto lieto se ne andò tosto a suo viaggio. Allora il B. Angelo, raccolta la borsai l’aperse, con animo di cavarne il danaio da mandare in pagamento a chi gli avea venduta la veste. Erano tuttavia presenti alcuni devoti, stati quivi testimoni di quanto era pur dinanzi seguito. Aperta pertanto la detta borsa, in luogo delle monete d’argento, vi furono trovati denari di vil piombo. Di che non è a dire lo stupore e lo sdegno che gli astanti ne presero. Fuvvi eziandio chi ne rise; ma i più non sapendo darsi pace che si fosse trovato uomo tanto temerario e di così perduti costumi il quale non si fosse fatto coscienza di gabbare l’uomo di Dio, erano al tutto deliberati di mettersi in sulle tracce del ladroncello e di dargli la caccia per tradurlo dinanzi al podestà della terra. E così avrebbero essi fatto senza dubbio alcuno, se il mansuetissimo eremita non gli avesse distolti da questo proposito, insegnando così a tutti coli’ esempio suo di perdonare volentieri i torti e le offese senza di che non ci sarebbe lecito sperare che Dio ci usi misericordia e ci perdoni le colpe delle quali niuno è che sappia in tutto guadarsi.

CAPITOLO XXIII

Come il B. Angelo passò di questa vita.

Era già oltre agli anni 28 che il B. Angelo dimorava rinchiuso nell’eremo, esercitandosi in tutte quelle buone opere che alla propria e all’altrui santificazione potevano conferire. Somigliante a Paolo d’Egitto erasi egli di buon’ora ora partito dal mondo e dalla compagnia degli uomini, privandosi volontariamente di tutti gli agi dell’umana convivenza per fare acquisto de’ tesori immarcescibili, da Dio promessi a chi veramente lo ama. Aveva per così lungo spazio di tempo atteso dì e notte alla preghiera, alla meditazione e alla contemplazione: avea macerato il corpo suo innocentissimo co’ digiuni, colle vigilie e con ogni altra maniera di penitenze. Né pago di adoperarsi alla propria salvazione, erasi dato con zelo d’apostolo ad evangelizzare, qual nuovo Battista nel deserto, i popoli che per ampio tratto all’intorno invitati dal buon odore di sue sante opere, traevano a lui di continuo, pregando e confortando quanti gli si paravano dinanzi, a vivere in grazia con Dio ed in pace co’ prossimi loro, porgendo savi consigli ai dubbiosi, consolazione agli sventurati, e privandosi eziandio dello scarso pane ond’egli sostentava la vita sua per dispensarlo pietosamente a’poveri. Perciocché ebbene tutte le virtù cristiane si ritrovassero in eminente grado raccolte in questo devotissimo discepolo della croce, nientedimeno la carità che di tutte è regina, in lui fu veduta risplendere per infino dalla prima età. Perciocché uno de’ suoi antichi biografi ci fa a sapere com’egli, dimorando tuttavia nella casa paterna, avesse in delizie, segnatamente nei dì festivi, di soccorrere largamente alle necessità dei prossimi, satollando i famelici, assistendo ai malati e visitando i prigionieri. Così purificato dalle assidue penitenze, e reso vie più accetto a Dio dall’ardente sua carità, era egli pervenuto all’anno cinquantesimo quinto dell’età sua, quando piacque al benignissimo Signore di chiamarlo da quest’esilio alla patria degli eletti. Della morte sua, che fu veramente un chiudere gli occhi corporei a questa vita di tentazione e di lagrime per aprire quelli dello spirito alla perpètua luce della vita celestiale, ninno fu testimonio quaggiù. Addormentassi Angelo nel bacio del suo Dio, tutto solo quale altro Mosè alla vista della terra di promissione e 1′ ultima sua agonia fa consolata dal riso degli angeli, che l’anima sua benedetta raccolsero e menarono fra cantici di giubilo al paradiso, dove egli col Padre, col Figliuolo e con lo Spirito santo vive e regna beato ne’ secoli de’ secoli.

CAPITOLO XXIV

Come Iddio fè palese la morte del B. Angelo.

Privilegio de’ servi ed amici di Dio una gloriosa immortalità non solamente nei cieli, dove essi colgono il frutto delle sante opere compiute sulla terra, ma tra gli uomini eziandio, tra i quali la memoria loro dura perpetuamente onorata e benedetta. Anzi può bene con tutta ragione affermarsi che la vita de’santi comincia appunto dopo la loro morte, come si vide nel nostro beato.
Conciosiachè mentre il dì 15 di gennaio dell’anno 1325 in sull’ora della compieta seguiva il suo felice transito, incontanente le campane della Badia di S. Benedetto di Gualdo senza esser tocche da mano terrena, incominciarono a sonare a distesa, come si costuma nelle occasioni di allegrezza, e così continuarono per non breve spazio di tempo. Al qual suono trasse in folla alla piazza il popolo e il clero tutto addimandandosi l’uno all’altro la cagione di queir insolita ed improvvisa festa. E standosi così ciascuno attonito e dubbioso di quel che mai fosse intervenuto nella terra, cadde per divina volontà a più d’uno in pensiero che forse con quel segno miracoloso intendesse il cielo far manifesto il passaggio del loro Beato Angelo di questa a miglior vita. La quale congettura essendosi rapidamente divulgata tra la moltitudine; piacque ali’ universale che subitamente fossero mandati all’eremo due nunzi. I quali incontanente recatisi al luogo, guardando studiosamente per la finestra nella celluzza, videro il santo eremita starsene ginocchioni a mani giunte in atto di orare. Se non che avendolo più e più volte chiamato, né riportandone cenno o risposta alcuna furono certificati eh’ egli non era più tra vivi. Onde tornati frettolosamente là dove era tuttavia adunato il popolo bandirono, come il B. Angelo era oggimai salito ai gaudii sempiterni.

CAPITOLO XXV

Come il corpo del B. Angelo fu solennemente esposto in sulla piazza grande di Gualdo.

Intesa ch’ebbe il popolo la novella della morte di questo benedetto servo di Cristo, fu cosà veramente mirabile a vedere come tutti se ne rattristassero insieme e gioissero, considerando che un sì grande amico dell’Altissimo avevano perduto in terra, il quale per essoloro sarebbe stato indi innanzi potentissimo intercessore nei cieli. Sicché, posto per allora da parte ogni altro pensiero, incontanente a croci levate e clero e popolo si uscirono della terra e vennero devotamente al luogo dellì’eremo per venerare quel corpo santo; e levatoio dalla celluzza ch’egli erasi eletta a perpetaa carcere, riverentemente il composero sur una bara coperta d’un assai riguardevole panno e toltolo su con inni e con cantici, quali si convenivano meglio a festa di trionfo, che a lutto di funerali, ripresero via alla volta di Gualdo. Era allora nel cuore del verno, e i campi e le vie biancheggiavano per neve. Ed ecco, mirabile a dirsi le siepi e gli alberi circostanti si videro a un tratto per divina virtù non solo verdeggiare di nuove frondi, ma vestirsi eziandio di fiori, come sogliono a’ più bei giorni d’aprile, volendo per questo modo il Signore vie più far manifesta al mondo la santità del suo servo. Di che pigliando il divoto popolo allegrezza e piacere inestimabile e dandone tutti gloria a Dio con reverenza coglievano di quei fiori, e chi, fattone ghirlande se le metteva in testa, chi ne facea mazzolini da serbare per memoria di così grande miracolo, e chi ne adornava il feretro. Giunti che furono in sulla piazza maggiore, quivi nel mezzo il deposero affinchè tutti potessero mirare e toccare quel santo corpo. Né mancò il cielo di glorificarlo fin da quei primi istanti, perciocché più d’uno fra coloro che l’aveano portato si trovò di subito sanato dell’ernia con quella meraviglia ed allegrezza che ognuno agevolmente può pensare.

CAPITOLO XXVI

D’una mirabile apparizione seguita in sulla piazza di Gualdo.

Or mentre le turbe accorrendo intorno alla bara del B. Angelo faceano pressa tale che felice reputavasi chi potesse esser de’ primi a toccare e baciare il benedetto corpo, accadde cosa che empì i riguardanti di straordinaria maraviglia. Uno dei detti devoti che per mezzo alla affollata moltitudine erasi aperta una via insino alla bara standosene quivi divotamente con molta sua consolazione mirando quella faccia, nella quale era dipinta la pace e la serenità de’ giusti si sentì leggermente picchiare sur una spalla: onde voltosi a riguardare chi mai fosse che così facea cenno di chiamarlo, vide dopo se ritto un cavaliere molto principale della città di Cingoli, a lui ben noto, ma che da alquanto tempo era passato di questa vita. Era colui vestito onorevolmente secondo suo grado, né appariva punto mutato o diverso dall’ usato aspetto. E facendo 1’altro le maraviglie grandi del vederselo allora così dinanzi come se fosse tuttavia stato tra’ viventi, cotalchè a mala pena credeva a’ propri occhi suoi, quegli prese a dire in tal forma.- Sono io veramente quel desso che tu hai molto ben conosciuto a’ tuoi dì. Or sappi che alla morte mia fui condannato al fuoco del purgatorio dove per li miei difetti sarei dovuto rimanere troppo più tempo che non ci fui. Se non che per mia buona ventura cotesto vostro B. Angelo nel passar che fece a miglior vita, chiese ed impetrò da Dio, che molte anime, nell’ora stessa del suo transito fossero dal purgatorio liberate; ed io sono appunto un di loro. E perché ciò si rendesse palese a voi tutti a gloria di Dio e del santo suo servo ebbi comandamento di qua venirmene e di farmi a te vedere ed a quanti sono in questa piazza. E così’ detto disparve.

CAPITOLO XXVII

Dei prodigi avvenuti nei funerali del beato Angelo.

Mentre le predette cose intervenivano nella piazza, stavano i monaci apparecchiando nella Chiesa contigua di S. Benedetto quanto era mestieri ai funerali del santo eremita. E come fu tutto in acconcio, portatevi entro quel benedetto corpo, si diede in quella notte medesima cominciamento all’esequie. Le quali se non furono riguardevoli per magnificenza d’apparato; vennero onorate dalla frequenza di tutto un popolo e, quel ch’è più, da insoliti segni e prodigii. Perciocché, siccome giusta cosa era che quell’avventurata cittadinanza avesse singolare devozione a così gran servo di Gesù Cristo, e lui sino da quel giorno s’eleggesse a speciale intercessore presso Dio: così il benignissimo Angelo che in tutta la vita sua aveva dimostrato d’aver sommamente cara la propria terra natale, volle incontanente far palese al popolo gualdense com’egli salito a gloria eterna erasi costituito lor patrono e potentissimo avvocato in ciclo. E in effetto molti della terra , ch’erano travagliati da varie infermità, essendosi fatti portale nella chiesa predetta, e quivi raccomandandosi con fede al Beato, ricuperarono subitamente la smarrita sanità. Infra i quali due sono degni di particolar menzione. Il primo si fu un cieco il quale toccato appena il glorioso corpo, riebbe sano il vedere. L’altro fu un misero posseduto dallo spirito maligno, che in guisa veramente crudele ed orribile lo affliggeva e che trascinato con indicibil fatica dai parenti dell’ infermo alla chiesa incontanente s’uscì di quel corpo, confessando essere la potenza del B. Angelo, che il costringeva suo malgrado a partirsene. Per li quali prodigi gli abitatori di Gualdo posero tanta devozione e fede in questo benedetto servo dell’Altissimo, che a lui in ogni loro necessita, come a special protettore ebbero sempre ricorso, portandone quelle grazie che nel processo della presente narrazione si racconteranno.

CAPITOLO XXVIII

D’una femmina liberata per grazia del B. Angelo dai pericoli del parto.

Intorno agli anni della salutifera incarnazione di Cristo 1328 una buona femmina nel contado di Città di Castello, ritrovandosi in termine di parlo, era afflitta da sì fiere doglie e pressure che forte si dubitava non solamente della vita di lei, ma di quella eziandio della prole, temendo ragionevolmente i medici che questa avesse a rimaner soffocata. E tra gli altri pessimi segni, mandava ella di bocca un alito sì corrotto che niuno poteva starle da presso. Ora mentre per le cagioni predette il marito e i parenti stavano in travaglio e sospetto grandissimo, picchiò all’uscio della casa un mendico; e fallasi alla finestra la fante tutta dolorosa in vista per lo pericolo della donna, fu da quel mendico interrogata, perché stesse così malinconiosa: e colei glie ne manifestò la cagione. Allora quegli la confortò che andasse tosto alla donna e da parte sua le dicesse esservi un tal B. Angelo da Gualdo, molto potente appresso Dio e pronto a sovvenire quanti con fede il pregavano: a lui dunque si raccomandasse e ne sarebbe senza fallo consolata. La fante tutta lieta corse alla donna e al marito di lei, narrando loro quanto dallo sconosciuto erale stato imposto, ed esortolli ambedue a sperare nell’aiuto del cielo. Subitamente la donna con molta fede si raccomandò al B. Angelo e fe’ voto di recarsi a visitarne devotamente il sepolcro, se per lui avesse impetrato da Dio che il parto le succedesse felicemente. Ora non appena fu fatto quel voto, che la donna agevolmente si sgravò d’un figliuolo maschio con infinita allegrezza di tutto il parentado. E come prima ella potè, insieme col marito e col suo figliuoletto venne al sepolcro del nostro Beato, e quivi, rendute a Dio ed al suo santo servo le debite grazie offerse un ricco presente, e fece manifesto a tutti il miracolo.

CAPITOLO XXIX

Della liberazione d’un prigioniero per grazia del B. Angelo.

Circa il medesimo tempo, essendo nimicizia tra gli uomini del comune di Fabriano e quelli di S. Severino nella Marca anconitana, avvenne che certo Nastagio del Noce, nativo dell’ ultimo dei detti luoghi, trovandosi per sue bisogne in Fabriano , furono ivi ordinate da quel comune rappressaglie sugli uomini di S. Severino, onde Nastagio riconosciuto fu preso e tradotto nelle carceri, dove sarebbe rimasto per insino a tanto che non avesse pagato una enorme taglia che di troppo eccedeva la sua facoltà, Standosene egli adunque nella prigione coi ceppi ai piedi e quasi al tutto disperato di mai più rivedere la casa e i parenti, gli cadde per divina volontà in pensiero di raccomandarsi al B. Angelo, la cui fama era di già largamente divulgata. A lui pertanto si volse in quello stremo, supplicandolo con molto affetto, che volesse da Dio impetrargli la liberazione dì quel carcere facendo voto di visitarne il sepolcro. Sopraggiunta la notte, il prigionero s’addormentò: ed ecco tra il sonno apparirgli il B. Angelo, e dirgli: Levati e parti, che tu sei libero. Destatosi incontanente si leva Nastagio e va all’uscio del carcere e posto mano ai serrami di .ferro, questi senza una fatica al mondo cedettero e l’uscio s’aprì. Di che lietissimo egli, il meglio che seppe co’ piedi tuttavia impacciati dai ceppi, s’uscì di prigione, e arrivato tutto solo alle mura del castello, spiccò arditamente un salto nella fossa senza riportarne verun nocumento nella persona e di là si trascinò per ispazio di tre miglia sino alla casa di certi amaci suoi, che l’aiutarono a sciorsi i ceppi: e così riebbe la libertà. Onde egli grato di .tanto benefizio venne incontanente a Gualdo a sciorne il voto e quivi rendute al Signore e al santo-suo servo le maggiori grazie che potè, appèse al sepolcro del B. Angelo i ceppi, che l’autore della seconda vita attesta d’avervi co’ propri occhi veduti.

CAPITOLO XXX

Come il corpo del B. Angelo fu riposto in più onorato sepolcro.

L’anno del Signore 1343, sedendo nella cattedra di S. Pietro papa Clemente VI, e governando la Chiesa nocerina il B. Alessandro Vincioli, nobile cittadino di Perugia, crebbe a segno tale la venerazione de’ popoli verso il B. Angelo a cagione de’molti prodigi coi quali Iddio ne illustrava il sepolcro, che si il detto prelato, come l’abate del monastero gualdense, che era di quel tempo Ardengusio del Poggio, vollero collocare quel glorioso corpo in luogo più dicevole ed onorato. Pertanto addì 15 di Gennaro dell’ anno predetto ne fu per loro fatta la solenne traslazione dell’antica sepoltura in un’ arca di pietra rossa, fatta a bella posta intagliare dal menzionato abate in una cappella di quella medesima chiesa.

CAPITOLO XXXI

D’un fanciullo sanato d’una grave infermità.

Narra l’autore della seconda vita latina, d’avere egli stesso udito raccontare da un uomo di Gualdo per nome Angelo, allora in età di 60 anni, com’egli essendo tuttavia fanciulletto d’anni 10 infermò d’una malattia epidemica la quale infestava allora il paese. E facendosi il male cia-scun più dì grave ne fu ben presto condotto a termine di morte. Stavano pertanto i genitori suoi dolenti del tristo caso e d’ora in ora aspettavano di vederlo morire sotto i propri occhi. Se non che perduta ogni speranza de’ rimedi umani si ricordarono essi in buon punto che era da ricorrere piuttosto all’aiuto celeste: e considerando che il caro lor figliuoletto portava appunto il nome di un santo così possente presso Dio; al B. Angelo di cui erano devoti, la vita di lui con molte lagrime e con fede viva raccomandarono. Né il pregare fu indarno ; poiché non appena ebbero finito d’ orare s’udirono chiamare dal fanciullo, il quale subitamente riscosso dal letargo mortale in cui era caduto disse loro tutto pieno di stupore e d’allegrezza: Babbo, mamma, fate onore al B. Angelo: egli è qui: io lo vedo; egli mi ha risanato. E il dire e il levarsi di letto libero e sano furono una cosa sola. Lieti oltre ogni dire i buoni parenti di così grande miracolo, domandarono al fanciulletto in che forma gli fosse apparso il Beato. Ed egli rispose d’ averlo testé veduto in abito di monaco, cinto il capo d’un aureola risplendentissima e con un teschio in mano. Aggiunge lo storico, che quell’uomo attestava d’ essere poi arrivato ai 60, senza mai più cadere in infermità, e che così prossimo alla vecchiaia, era tuttavia sano e prosperoso.

CAPITOLO XXXII

Di due bambini liberati da’ lupi per grazia del B. Angelo.

In quegli anni 1412 abitava in una villa del contado di Gualdo una buona femmina, donna a quei che pare, d’un lavoratore di terre e madre di mi fìgliuolino in tenerissima età. A costei una notte fra il sonno parve di vedere uria bestia ispida e paurosa che ghermitele il putto, via se lo portava. Alla qual vista la povera madre, come se le fosse dato d? un coltello nel cuore, non avea pur voce per gridare aiuto. Se non che apparsole di subito il B. Angelo confortolla con assai benigne parole a farsi animo, che egli le guarderebbe il fanciullo.
Questo sogno medesimo si rinnovò più volte le notti appresso, senza che la buona femmina sapesse deliberarsi a crederlo, un avviso del Cielo, ovvero fallace immaginazione. Corsi pochi dì, standosene il bambinello nella cuna ed essendo la madre ita fuori di casa per non so che faccenda, entrò per 1’uscio rimaso aperto, un grosso lupo, il quale tratto all’odore, accostossi alla cuna ed acciuffò il meschinello colle zanne e prestamente se ne uscì per alla volta dei boschi per quivi divorarlo. Ma la donna ch’era poco di lungi, accertasi del tristo caso, tutta fuor di sé per lo spavento, e per la pietà del suo figliuoletto, si die a correr dietro al lupo, più pensosa dell’innocente creatura che di se stessa: e tornatele in quel tumulto di affetti e di pensieri a mente la visione poch’anzi avuta, raccomandò al B. Angelo la vita del suo carissimo figliuolo. E fu così pronto 1′ aiuto di questo benedetto santo, che il lupo incontanente, posta a terra la preda, subitamente come inseguito si rinselvò. Giunta la dolorosa madre al luogo ove giaceva il fanciullo, non bastandole il cuore di guardarlo, perché già lo credeva morto e strangolato, lo raccolse e con esso in grembo riprese il camino verso la casa. Pur poi sentendolo muovere e dare alcun segno di vita, il raccomandò di cuore al Beato per la cui pietosa intercessione il fanciullo tornò a corto andare sano ed illeso.
Un altro caso in tutto somigliante al già narrato, intervenne a Stefano di campaguuccio, il cui figliuolo involato prima da un lupo, e poi lasciatene, appena la madre ebbe invocato il B. Angelo, oltre alle ferite apertegli nelle tenere carni dai denti della ingorda fiera, fu anche trovato lutto lacero e sanguinoso per esser stato lunga pezza trascinato tra i sassi e i tronchi. E nondimeno per grazia del medesimo Beato a’ prieghi de’ genitori, in breve tempo guarì quando non era persona, che vedendolo, non ne avesse prognosticala inevitabile ed imminente la fine.

CAPITOLO XXXIII

Della grazia fatta dal B. Angelo a Giovanni di Baldo.

Tra il declinare del XIV secolo e il sorgere del XV rincrudirono peggio che mai le nefande ire cittadine nelle nostre città. In Perugia segnatamente era il popolo diviso nelle due parti fieramente avverse de’Nobili e de’ Raspanti. Questi ultimi, capitanati da un potente popolano, di nome Biordo Michelotti, giunsero a cacciare gli odiati avversar! dalla città. Le discordie del popolo perugino furono poi seme che fruttò messe infinita di sangue e di lagrime alle minori terre dell’ Umbria, costrette dalla debolezza loro a seguitare or una or altra di quelle fazioni. Né per la tragica fine di Biordo si mitigò punto la fierezza de’ Raspanti, ancorché gli esuli condotti da quel sommo capitano che fu Braccio1 Fortebracci signore di Montone, tenessero in contìnuo travaglio Perugia, dove Giocolino Michelotti., fratello dì Biordo, era sebbene inferiore d’animo e d’ingegno preceduto al governo dì parte popolare. Tra molti fatti di arme seguiti in quél tempo tra i fuorusciti e il popolo perugino memorabile è l’assalto dato nella primavera del 1408 da Coccolino e dal Rosso dell’aquila condotto agli stipendi del comune di Perugia, al campo di Braccio tra Colle di mezzo e la terra di Deruta. Erano le soldatesche perugine piombate improvvisamente sull’esercito braccesco, e l’avevano in sul primo così fattamente atterrito, che già si credevano aver sicura una piena vittoria, se non che Braccio, intrèpido co,’era ai pericoli e prontissimo a trovarvi un riparo, rannodato intorno a se’ un centinaio di cavalieri armati alla leggera, s’avventò furiósamente sui nemici e rettili in fuga, die’ loro la caccia fin sulle porte di Deruta dove a fatica Coccolino pervenne a salvamento, ma non già il Rosso che insieme con tutti i suoi rimase prigione. In questo scompigliato combattimento si trovò fra gli altri un cittadino di Gualdo, chiamato Giovanni di Baldo, trombetta nell’esercito del comune di Perugia, il quale accortosi che la fortuna volgeva le spalle a suoi dubitando, d’esser fatto prigione dai nemici ridottosi in un casale abbandonato ch’era quivi presso nascosevi in fretta sotto una pietra la borsa de’ danari e un anello d’oro ch’avea seco poi con la fuga destramente si sottrasse al pericolo. I Bracceschi vittoriosi irruppero furiosamente nel campo de’ perugini, allettati com’erano da avidità di preda e di tutto il posero a sacco: indi si diedero a frugare anco nelle ville e ne’ casamenti del contado all’intorno, pigliandone quanto v’avea di qualche pregio, il resto guastando e corrompendo. Per lo che, Giovanni tornatevi pochi dì appresso per la borsa e l’anello suo, trovò tutto così fattamente tramutato e sconvolto, che non gli fu possibile raccapezzare né anco il luogo del nascondiglio. Di che forte rammaricandosi, come colui che ad un’ora aveva ogni suo bene perduto ebbe ricorso al B. Angelo e a lui con molto affetto si raccomandò; facendo voto d’un’ offerta al sepolcro di lui se avesse mai potuto ricuperare il suo. Mirabile a dirsi!
Non aveva egli finito quasi di pregare, che volgendo gli occhi intorno, gli venne veduta in cima ad un arboscello la borsa sua e aperta che l’ebbe vi ritrovò dentro tutto il danaro ed insieme 1’anello. Di che lietissimo e grato Giovanni, come prima potei fu sollecito di dare compimentò al suo voto.

CAPITOLO XXXIV

Come il B. Angelo liberò un Gualdese dalle milizie di Nicolo Fortebracci.

Campeggiavano l’anno 1432 nei dintorni di Gualdo le genti di Nicolo Fortebracci. Triste le terre dove fosse capitata quella peste di milizie mercenarie, condotti da venturieri senza fede ed umanità, ed avvezze a manomettere amici e nemici. Tra i condottieri poi che furono in quel secolo in Italia, chi men si curò della buona disciplina de’soldati e più lasciò loro libero il freno ad ogni maniera di licenza e d’insolenzà, fu veramente Nicolo Fortebracci che dal nome materno i più dei cronachisti ed istorici chiamarono Nicolo della Stella. E quando altri fatti mancassero potria bastar quest’uno che siamo per narrare, a dimostrazione del vero.
Una banda di quéste sfrenate soldatesche scorazzando per lo predetto contado, s’accorse d’un lavoratore che tutto inteso alla coltura dei campi se ne stava colla marra tra mano.
Costui alla sua volta avvedutosi di quei ribaldi e dal vederli fermi a guardarlo dalla via entrato in sospetto che disegnassero fargli qualche brutto tiro,,pigliò subitamente partito di provvedere a casi suoi; e considerando che non gli rimaneva alcuna via di scampo nella fuga, perocché i soldati l’avevano colto in mezzo gittossi per disperato in un fosso che traversava quei campi e colà dentro rannicchiatesi, procurò di coprirsi il meglio che seppe, di stoppie e di fieno, raccomandando intanto la vita sua al B. Angelo. Aveva egli appena finito d’appiattarsi, quando quei ladroni, che già aveauo fatto disegno d’averlo nelle mani, per cavarne quella maggior taglia che avessero potuto, entrati nel campo s’ eran dati a frugare qua e colà come fanno i veltri sulle orme della selvaggina, E non veggendolo più incominciarono a cercarlo per ogni nascondiglio, certi com’erano eh’ egli non fosse potuto scampare. Arrivati pertanto alcuni di loro al fosso dov’ era il misero lavoratore presero con le punte delle spade, e delle lance a tentare se mai sotto le paglie vi fosse colui nascosto. E fu davvero miracolo espresso di Dio e del B. Angelo, se il poveretto non ne rimase mortalmente ferito e trapassato. Da ultimo tornando loro inutile ogni ricerca disperati di più trovarlo, confusi e scornati se ne partirono. Attese il lavoratore pel buono spazio di tempo nel suo nascondiglio.- poi quando gli parve di poterlo fare sicuramente, uscì del fosso con la sua persona affatto illesa: onde conoscente al suo glorioso liberatore di tanta grazia, corse incontanente al sepolcro di lui a rendergliene affettuosissime grazie.

CAPITOLO XXXV

Come Bartolomeo da Gualdo fu per grazia del B. Angelo salvato dalle mani degli sforzeschi.

L’anno 1446 quando le genti del conte Francesco Sforza, già signore di Milano, perduto og-gimai tutte le terre, state da quel venturiere usurpate allo stato ecclesiastico, si venivano ritirando dall’ Umbria e dalle Marche per alla volta di Lombardia, commettevano elle sul loro passaggio ogni specie d’ atrocità e di violenza. Neppure Gualdo andò immune dalla crudele rapacità di quei disumani, e ben sel seppe Bartolomeo d’ Antonio, suo cittadino, che caduto nelle loro mani, ne fu menato prigione a S. Beverino nella Marca. Colà giunti gli sforzeschi il chiusero in un oscurissimo e tetro carcere con grossi ceppi ai piedi: e v’era egli dimorato già ben tredici giorni insieme con un altro suo compagno di sventura; quando, sopraggiunta la notte, Bartolomeo tornò col pensiero alla patria, alla casa, a’suoi cari parenti; e paragonando gli agi e le dolcezze ch’era solito godere in seno alla famiglia con la solitudine, con lo squallore e co’ patimenti della prigionia, era in sua abbandonarsi a un pianto sconsolato e dirotto. Se non che balenatagli in niente l’idea eh’ egli nel B. Angelo aveva presso Dio un potentissimo intercessore, ne pigliò subitamente conforto a bene sperare, e conferita la cosa col compagno, cominciarono entrambi a pregare con grandissima divozione e fede il Beato, per la propria libertà. Finita questa preghiera, apparve a Bartolomeo in un lato del carcere un nembo di luce risplendentissima a guisa d’iride e ivi nel mezzo un monaco genuflesso in atto di orare. Credette il prigioniero fermamente che quegli fosse il B. Angelo da loro invocato, onde viepiù crebbe in lui la fiducia d’impetrarne la tanto sospirata libertà. E in effetto quella notte medesima i soldati vennero a trovarli dal carcere con intenzione di menarli seco in altra terra. Ma come furono essi usciti di S. Severino, s’ abbatterono contro ogni loro previsione in una squadra delle milizie papali, che avendo all’improvviso assaltati e messi in fuga gli sforzeschi, posero in libertà Bartolomeo e il suo compagno. Costoro poi conoscendo meritamente la propria liberazione più da celeste che da umano aiuto, s’affrettarono di venire a visitar devotamente in Gualdo il sepolcro del glorioso Beato.

CAPITOLO XXXVI

Come per grazia del B. Angelo cessò un tumulto destatesi in Gualdo.

Chi non sia digiuno delle vicende delle nostre repubbliche, non ignora come appena compiuta la grande rivoluzione del volgo italiano, che forte de’ suoi prischi diritti, giunse con mirabile valore e costanza a scuotere dal collo l’ignominioso e grave giogo del feudalismo germanico, gli avi nostri stoltamente si divisero in parti nazionale e straniera, ecclesiastica cioè ed imperiale, detta poi guelfa e ghibellina. Questa funestissima divisione fu causa della rovina d’Italia; perocché dove per la interna concordia avrebbe ella senza dubbio alcuno ricuperata la grandezza e prosperità antica ed avrebbe agevolmente assicurato l’indipendenza sua da qualsiasi violenza di stranieri, traviata in quella vece dalle cieche ed inique ire di parte a guerreggiarsi e indebolirsi in se stessa, venne ella finalmente a tale di fiacchezza che fu poi agevole a chiunque ne bramò la signoria, il recarla in suo potere. Né le dette parti si sfogarono solamente nelle principali città, ma nelle piccole terre eziandio e nelle castella; ed era anco in questo frequente quello spettacolo deplorabilissimo de’tumulti, degl’incendi, delle uccisioni, degli esilii e delle confische che decimavano l’un dì più che 1′ altro gli abitatori e rendevano deserti e squallidi i luoghi un dì popolosi e fiorenti.
Anco la nostra Gualdo fu campo alle ire furiose di guelfi, e de’ ghibellini e convien credere che assai di buon ora avessero in lei principio e che fossero oltremodo accanite e feroci, dappoiché fin nell’anno 1447 si legge che le due contrarie fazioni, dato subitamente di piglio alle armi, si erano adunate in piazza, e stavano per venire alle mani e al sangue. Ignota del resto è la cagione, che aizzava gli animi de’ cittadini ad impugnare i coltelli fratricidi. Questo solo ci dice il cronista contemporaneo, che mentre stavano guelfi e ghibellini sul punto di avventarsi gli uni sugli altri al cominciar della notte del dì 11 Marzo fu disubito veduto apparire nel mezzo della piazza un monaco d’aspetto venerabile, a tutti sconosciuto. La cui apparizione, tenuta cosa affatto prodigiosa dal popolo, fu di tanta virtù, che credendo fermamente ciascuno, essere quel monaco il B. Angelo venuto di cielo ad impedire lo strazio dei cittadini suoi, se ne tornarono tosto i Gualdesi alle case loro, narrando ai propri, congiunti in che modo il lor santo tutelare gli avea campati dalla morte e dal rimorso d’aversi contaminato le mani nel sangue de’ propri fratelli.

CAPITOLO XXXVII

D’una fanciulla inferma, guarita per grazia del B. Angelo.

Fu già intorno al 1448 in Gualdo un gentiluomo assai devoto al B. Angelo, il quale chiama-vasi messer Rinaldo de’ Santucci. Tenevasi costui in casa una fanciulletta nata d’un suo figliuolo, alla quale, come gli avi sogliono, voleva egli tutto il suo bene. Ora, come a Dio piacque, la fanciulla fu assalita da così grave infermità che a corto andare ella ne rimase attratta di tutte le membra, onde per niente potendo più muoversi, di null’altro potea più valersi che della lingua. La qual cosa quanto a messer Rinaldo fosse dura a portare, e per che modo se ne rammaricasse è più facile assai pensarlo, che esprimerlo a parole. Il parentado e gli amici gli erano di continuo intorno pressandolo, perché vedesse d’averne il consiglio de’medici più valenti; e bene il poteva egli che in fatto di beni temporali era de’ più agiati della terra. Ma Rinaldo dando a tutti parole, si consigliò seco medesimo di valersi dell’ opera di troppo miglior medico, che non erano quelli mes-sigli innanzi da’ suoi famigliari e consorti. Fallosi pertanto al letto della nipote, lei che dell’acerbità del suo male forte dolevasi, confortò pietosamente a raccomandarsi al B. Angelo, ,che presto sempre ad ascoltare le dimande de’suoi devoti non mancherebbe d’impetrarle da Dio la guarigione. E la fanciulletta che savia .e. costumata era sopra 1′ età, intese molto bene il consiglio dell’: avolo, e insieme con lui al B. Angelo cominciò subitamente a raccomandarsi. Il che fatto ella incontanente sentì che il malore avea già rimesso alquanto di sua fierezza; e .così non andò molto che l’inferma, fuor della comune opinione ebbe in tutto ricuperato la smarrita sanità.

CAPITOLO XXXVIII

Come per grazia del B. Angelo fu Gualdo liberata dalla peste.

Negli anni del Signore 1449 era la terra di Gualdo travagliata da una fiera pestilenza la quale ciascun dì metea numero grande di vite. Ricorse in quello stremo il popolo all’amorevolissimo suo avvocato, che non fu pur questa volta sordo ai devoti prieghi. Perciocché standosene fuori delle mura della terra- intento a’ suoi lavori cèrto giovane cremasco, per nome Pietro di Bartolomeo, videsi a un tratto apparire dinanzi un venerabile eremita eh’ egli avvisò tosto essere il B. Angelo, perocché aveva intorno al capo un luminoso diadema. Era del mese di Marzo in sull’ora del mezzodì e standosi Piero tutto pien di maraviglia, con molta sospensione aspettando che mai dir volesse quell’insolita apparizione, il Beato così gli prese a dire: Smetti, figliuolo il travaglio, e va per le vie di Gualdo infino alla chiesa di S. Benedetto flagellandoti le spalle ignude con cotesta cintura di cuoio, e chiamando in alte grida misericordia, ed aggiungi che, dove gli abitatori facciano il somigliante, saranno scampati dal flagello. Si dispose Piero tostamente ad obbedire; ma quando fu in sull’entrata della terra, ecco pararglisi innanzi un giumento più nero che pece, il quale imperversando e traendo alla volta del giovane con molta furia s’ingegnava di chiudergli il passo. E dubitando Piero per questo se avesse o no a proseguire il cammino gli si fece da capo udire la voce del monaco, che confortandolo dicea: Attendi, attendi, figliuolo, a dare effetto al comandamento, e non lasciarti ritenere dal maligno spirito che sotto quelle forme bugiarde si sforza d’impedire il tuo e l’altrui bene. Allora fatto il giovane vie più volenteroso ed ardito, entrò senza por tempo in mezzo nella terra, e cominciò a levar la voce chiamando i Gualdesi a penitenza. I quali accorrendo a popolo in sulla piazza, armati di discipline, si fecero ad implorare con devote lagrime da Dio misericordia; né andò guari che la terra fu in tutto libera da pestilenza.

CAPITOLO XXXIX

D’un miracolo del B. Angelo seguito nella città di Pesaro.

Nel seguente anno 1450 non era ancor libera l’Italia dal detto flagello, il quale d’una in altra parte propagandosi si manifestò anco in Pesaro con infinito spavento di quel popolo, che vedeva ogni dì scemare il numero de’ vivi. In ottobre s’apprese lo spaventoso morbo alla donna dì certo messer Brizio, cittadino assai principale di quella terra, la qual donna era da sette mesi incinta; e non profittando punto le sollecitudini del marito e de’ famigliari, la misera in brevissimo spazio di tempo ne fu a tal termine condotta, che perduto aveva interamente l’uso degli occhi, delle orecchie, e persino della favella. Né è da dimandare quanto ne increscesse al marito, che 1’avea soprammodo cara, considerando egli come fosse in sul perdere ad un’ ora non solamente la consorte dilettissima, ma la prole eziandio ch’ella recava in grembo, alla quale per colmo di sciagura, doppia morte soprastava, se Dio non l’avesse sovvenuta, la temporale cioè e 1′ eterna. In così dolente stato si ricordò Brizio d’ aver più d’ una volta udito magnifìcare la potenza del B. Angelo da Gualdo in restituire la sanità agl’infermi anco più sfidati da’ medici; per lo che tutta ponendo nel Santo quella speranza che più non avea ne’ rimedi umani, fé voto di recarsi a visitarne il sepolcro o di farvi un offerta, se avesse mai potuto riaver sana la donna sua. Il dì seguente si risentì la donna da quel suo letargo mortale, e sgravossi felicemente d’ un fìgliuol maschio; e svanito subitamente ogni malore, ella fu veduta con indicibile consolazione del marito ritornar libera e sana. Onde Brizio memore della promessa non mancò d’adempiere il suo voto.

CAPITOLO XL

D’altre due grazie che fece il B. Angelo nella stessa città.

D’altre due grazie singolarissime ottenute da questo medesimo gentiluomo pesarese per l’intercessione del B. Angelo ci è stata conservata la memoria e noi non vogliamo lasciare di ricordarle a maggior gloria di Dìo è del santo suo servo. Aveva Brizio un suo figliuolino di tre mesi, forte travagliato dal male dell’ epilessia. Raccomandollo egli con fede al Beato, e il bambinello ne guarì per sempre, onde mosso da affettuosa gratitudine si recò Brizio a Gualdo nel Luglio dell’anno 1457 e quivi devotamente venerò il sacro corpo e in testimonio del miracolo appese al sepolcro una tavoletta, dentrovi l’imagine d’esso beato con la seguente scritta che vi si leggeva insino all’anno 1567:
“Britio da Pesaro ha fatto fare questa figura del Beato Santo Angelo da Gualdo per una gratia che ricevette il detto Britio da Domenedio mediante li prieghi del detto Beato Santo Angelo; la quale gratia fu che avendo il detto Britio un mammoletto di tre mesi nato con il malcaduto, subito fatto il voto, il mammoletto fu liberato.” In Ottobre poi dell’anno medesimo il detto Brizio votò al nostro Beato una sua picciola ne potè presa da una gravissima infermità e già ridotta agli estremi, e ne ottenne slmilmente la pronta guarigione. Aggiunge il cronista che per così manifesto miracolo gli amici e vicini del buon pesarese impararono ad avere il santo eremita gualdense in onore e riverenza più che fatto non avevano per lo passato.

CAPITOLO XLI

Come per grazia del B. Angelo si ritrovarono i denari e i pegni rubati al monte della pietà in Gualdo.

Correa 1′ anno 1585 quando la vigilia appunto della festa del B. Angelo, intorno alla mezza notte le imposte all’uscio dèi sacro Monte della pietà in Gualdo, ove si custodiscono i denari e i pegni del povero popolo furono sforzate da certi ribaldi, che giovandosi dell’ oscurità e della solitudine, penetrarono nel predetto luogo e ne involarono quanto poteva allettarne la scellerata avidità; di che era per seguire infinito danno a non poche famiglie d’essa terra. Corsa di buon mattino per ogni contrada la novella di così empio furto, i cittadini corsero dolenti al sepolcro del loro potente avvocato, pregandolo ad una voce che volesse impetrare loro da Dio la grazia che la patria non avesse a sostenere un così grave disastro. Non erano corse intere due ore che furono non solamente ritrovati tutti i denari e i pegni, ma scoperti altresì gli autori del sacrilego attentato i quali, come ben si meritavano, finirono la vita sulle forche. E da quell’anno in poi per deliberazione del consiglio generale sono stati sempre soliti gli officiali del monte di far celebrare il dì della festa del B. Angelo al suo altare quindici o almeno dodici messe in riconoscenza di tanto insigne benefizio.

CAPITOLO XLII

D’un soldato del Valentino che entrò per rubare nella cappella del B. Angelo.

Nei primi anni del millecinquecento durante il pontificato d’Alessandro VI nel quale tempo le città dello stato ecclesiastico ebbero molto a patire dalla sfrenata ambizione e licenza di Cesare Borgia, più noto col nome di duca Valentino, accadde che passando da Gualdo una compagnia delle milizie di esso duca, uno di questi soldati più degli altri temerario e sacrilego, entrato nella chiesa di S. Benedetto, senza aver rispetto alcuno al luogo santo, accortosi che nella cappella del B. Angelo, era una cassetta per le oblazioni de’ fedeli, l’aperse a viva forza e misevi dentro la mano per rubarne i denari. Eran quivi presenti alcuni divoti della terra, che se ne stavano orando intorno all’altare del predetto Beato senza però che niuno di loro ardisse opporsi per paura, all’empia rapina del soldato. Ma quel che non fecero gli uomini, seppe ben farlo Iddio, il quale volendo insegnare al ribaldo la reverenza dovuta al luogo santo, fece sì che il soldato non potè per modo alcuno ritirar la mano dalla cassetta, ne’par-tirsi, né muoversi punto. Del quale stupendo prodigio sbalordito più che altri il soldato medesimo, pentendosi del proprio ardire, ne dimandò perdono a Dio e al B. Angelo: e così potè ritirar finalmente la mano e andarsene a suo cammino. Questo miracolo attestato l’anno 1567 da un cittadino di Gualdo, chiamato Betto del Paraninfo, il quale affermò d’averlo appreso dalla propria madre statane insieme con altri testimonio di veduta, l’abbiamo noi desunto dal manoscritto originale del secolo XVI.

CAPITOLO XLIII

Come Gualdo fu liberata per grazia del B. Angelo dal sacco delle genti tedesche e spagnuole.

Nei primi decenni del XVI secolo; e propriamente intorno agli anni 1527, quando il Borbone conducea le sue orde al sacco di Roma, avvenne il caso seguente che a noi piace di riferire con le parole medesime dell’ antico manoscritto del 1567 che abbiamo fra mano.
«Venendo alla volta di Gualdo un grande esercito di cappelletti (che così si chiamavano) per saccheggiare detta terra, raccontarono alcuni di quelli soldati, che un fraticello andò loro incontro là a Remori, e il detto fraticello mostrò loro la via verso Perugia. E di là andarono, né vennero altrimenti a Gualdo. E quando veniano alla volta di Gualdo, non potevano sonar tamburi, né parlare né camminare quelli soldati. Alcuni delli quali, cioè certi capitani, vennero a Gualdo e dissero: Qualche corpo santo ci avete voi qua nella vostra terra. E fu loro mostrato il corpo del B. Angelo. E loro dissero: Questo è quel fraticello che ci ha deviato da Gualdo e che vi ha campati….. E questo miracolo fu fatto dipingere in una tavola, la quale ancora è in S. Benedetto.»
Con queste parole è narrato il prodigio dallo stesso Betto del Paraninfo, il quale affermava eziandio d’ averne distinta e ben sicura la ricordanza. La tavola nella quale fu dipinto il prodigio, tuttora si conserva.

CAPITOLO XLIV

Dì due grazie dal B. Angelo fatte a Betto del Paraninfo da Gualdo.

Ancora depose l’anno 1567 il predetto cittadino di Gualdo, com’egli per ben due volte avea dal B. Angelo impetrato la grazia della guarigione. Ma udiamo le sue stesse parole trascritte dal processo compilato per cura di Messer Angelo Morroni e di Pantaleone Bongrazi, sindachi e procuratori eletti dalla comunità di Gualdo a fine di raccogliere quanto riferivasi al culto del nostro Beato.
«Intese egli dire a suo padre e a sua madre che esso testimonio mentre era picciolino, ebbe una grande infermità e che lo votorno al detto Beato Angelo e lo messere nella cassa d’ esso Beato, e subito tornò in sanità. E lo votorno che si saria fatto fraternese della fraternità di S. Angelo, e così y’ entrò ed ancora è fraternese di quella.»
« Esso testimonio poi dopo la morte di suo padre e di sua madre ebbe un’ infermità colla febre, della quale stava in punto di morte: e fece voto al detto Beato Angelo che pregasse nostro Signore Dio, gii volesse rendere la pristina sanità, e che li faria dire certe messe alla Cappella di S. Angelo; e, così fatto il voto fu da detta infermità liberato.»
Tale è la deposizione giurata dal buon Gualdese. E poiché siamo in sul ragionare di lui non è da pretermettere un altra particolarità delle cose da lui attestate, affinchè si vegga che mentre gli avi nostri si mostravano pur tanto lodevolmente solleciti in tramandare alla posterità la memoria de’prodigi di questo glorioso Beato, non si facevono punto coscienza di cancellare le più antiche ed autorevoli testimonianze di simili fatti. Ma odasi, di grazia, la deposizione di Betto.
Nell’anni passati, essendo detto testimonio priore della fraternità di S. Angelo e facendo imbiancare la cappella dove giace il corpo del B. Angelo, eravi dipinto fra gli altri miracoli questo; che una donna di Città di Castello contadina, avendo portato fuori da mangiare al suo marito, ed avendo lasciato un suo figliuolino nella cuna quando tornò a casa, vide che un lupo si portava il suo figliuolo. E perché pochi giorni prima era morto il B. Angelo, fece voto a detto Beato per detta causa e così subito il lupo lasciò quel suo figliuolo, e la madre lo pigliò sano e salvo. E detta donna fé depingere questo miracolo di grazia ricevuta in detta Cappella. »
Né è già da far le meraviglie di simili cancellamenti. Era quello appunto il secolo, che Giorgio Vasari scrivendo le vite e lodando le opere di Gioito e de’primi discepoli di Lui, faceva dar di Manco in S. Croce di Firenze agli affreschi che Gìotto e i suoi scolari più valenti v’avevano condotti.

CAPITOLO XLIV

D’un Vescovo che negò il debito culto al Beato

Narra il Jacobilli fondandosi nella testimonianza de’ predetti processi, che passando da Gualdo col seguito di sua famiglia certo vescovo, entrò nella Chiesa di S. Benedetto, dove alquanti divoti della terra stavano orando innanzi all’altare del Beato. Dal quale, esempio invitati i servitori d’esso vescovo dirizzandosi alla cappella, ov’era il corpo santo, facevano atto d’inginocchiarsi anch’essi ad orare. Ma il padrone il vietò loro recisamente, allegando non doversi a quel modo onorare chi non fosse, come il B. Angelo, stato dalla Chiesa dichiarato degno di culto. E così senza prestargli né permettere che altri gli prestasse vermi segno di riverenza, se ne partì di Gualdo continuando il suo cammino. Se non che la mattina seguente quando fu per levarsi, sentì sopraggiungere una tal malattia che non che consentirgli di continuare il viaggio, l’obligò a rimanersene in letto non senza grave sua molestia e non senza timore della vita. Il perché entrato egli in sospetto che quel male non fosse un avviso e un castigo del cielo per ciò che avea fatto nella badia gualdense, pentitesi dell’error suo, fé voto al B. Angelo se per grazia di lui avesse ricuperata la sanità di tornar subito indietro e d’ ammendare il. proprio fallo. Fatta appena questa promessa, si trovò a un. tratto sanato, onde pieno d’ affettuosa riconoscenza fu incontanente al sepolcro del Beato, dove rendute le debite grazie, depose al sacerdote, custode della basilica il prodigioso avvenimento.

CAPITOLO XLV

Di tre fanciulli sanati per grazia del B. Angelo.

Abbiamo dalle deposizioni dei medesimi processi, che del marzo dell’anno 1567 certa Geronima di ser Bonagrazia de’ Bonagrazi, gentil donna di Gualdo aveva un suo figliuolino che giunto oggimai ai cinque anni di età non sapea per vermi modo articolar le parole, ond’era una pietà a sentirlo favellare. Ora detto da alcuno al padre, che il putto guarirebbe ponendogli e girandogli in bocca le chiavi dell’arca ov’era guardato il corpo del B. Angelo; egli pieno di fede menò quel suo figliuolo alla chiesa e pregò il sagrestano che volesse contentarlo di quel desiderio. Il che fatto, il fanciullo acquistò subitamente perfetta e spedita loquela.
Lo stesso miracolo intorno al tempo medesimo ottennero altri due cittadini medesimi guai-densi nella persona di due loro figliuoli. L’uno fu ser Andrea di Timoteo, che riebbe così guarito il figliuolo Cintio d’anni tre; l’altro fu un Bernardino Baroni, che insieme con Cornelia sua moglie ebbe la consolazione di vedere il suo figliuolo Gismondo sanato di quel difetto del tartagliare tanto che da indi in poi non gliene rimase traccia di sorte alcuna.

CAPITOLO XLVI

Come Gualdo per grazia del B. Angelo fu liberata dagli svizzeri.

Un altra grazia singolarissima impetrò Gualdo l’anno 1556 dal suo amorevolissimo e potente avvocato, la quale ci piace di riferire con le parole medesime con cui la troviamo narrata nei processi del 1567.
« Al tempo che vennero in Gualdo gli svizzeri molte femmine della terra si ritirarono nella rocca sul maschio, e di lassù videro quando i nemici misero fuoco in certe case là nella valle, le quali ardevano grandemente. E cosi dette donne che erano ivi s’inginocchiarono in terra e fecero voto al B. Angelo perché volesse intercedere presso 1’onnipotente Iddio che questo .fuoco si smorzasse, e che, gli svizzeri andassero via senza far più male a Gualdo: che volevano far fare una corona d’argento per questo voto. E così fatto il vóto, subito cessò il fuoco e gli svizzeri andarono via pel loro viaggio. E per la grazia ricevuta, Catterina Gori e Lucia di Feliciano, due di quelle donne, andarono accattando tanto, che fecero fare una corona d’argento, e la posero lì a S. Angelo, la quale anco ci è.
Seguì questo memorabile avvenimento nell’anno 1556. Troppo lungo sarebbe il trascrivere tutte le grazie che il glorioso nostro Beato fece a suoi devoti nel secolo XVI e che leggonsi registrate nei più volte citati processi. Sicché basti quel tanto che se n’è fin qui narrato.

CAPITOLO XLVII

Come un gualdese cadendo dal campanile di S. Benedetto,
non si fé’ male alcuno per grazia del B. Angelo.

Nell’anno 1824 volle il popolo di Gualdo festeggiare con istraordinaria pompa solenne, il quinto centenario della morte del B. Angelo. Era a .quel tempo vescovo di Nocera monsignor Francesco Luigi Piervissani d’Assisi, prelato insigne per dottrina, e per zelo veramente apostolico, non che per santità di vita esemplarissima. Aveva egli allora congregato pel VII sinodo tutto il clero diocesano; e devotissimo com’era del B. Angelo, volle che tutti gli ecclesiastici soggetti alla spirituale sua giurisdizione concorressero a rendere più splendida quella solennità; nella quale il sacro corpo novellamente rivestito e collocato in una nuova arca fu portato processionalmente per le vie principali della città.
Ora piacque all’onnipotente Iddio in occasione di tali feste viemeglio dimostrare la santità del suo fedel servo col prodigio seguente. Era il dì 24 di settembre del detto anno, quando essendo già l’ora de’primi vespri, erano i campanai saliti sulla torre dell’ antica badia di S. Benedetto per dare col festivo suono de’ sacri bronzi al popolo il segno de’ divini uffizi. Accadde pertanto che uno tratto dalla curiosità, per nome Francesco Tomassini, volle salire pur egli, e nel tirar che facea la fune della campana maggiore, scioltasi quella improvvisamente, il misero perdendo a un tratto l’equilibrio, andò a cadere all’indietro fuori del fìnestrone d’essa torre. Appunto in quei giorni e-rasi aperto ivi sotto il tetto della chiesa per tirare sul campanile una nuova campana: sicché il Tomassini cadendo da quel lato, sarebbe dovuto stramazzare per quel apertura dalla cima della torre sul pavimento della chiesa. Ma come volle Iddio e il B, Angelo, il cui nome egli invocò nel momento di tanto pericolo, si trovò invece sbalzato, senza saper come, sul tetto della badia per un altezza di ben 36 piedi romani, senza a-verne rilevato nocumento alcuno nella persona con istupore indicibile de’compagni, e del numerosissimo popolo, che vedutolo precipitare da luogo così eminente, il credeva morto sul fatto. B non è a dire quanto questo caso valesse a rinfiammare la fede e la devozione delle genti verso il glorioso nostro Beato.

CAPITOLO XLVIII

D’una prodigiosa guarigione ottenuta per grazia del B. Angelo.

Mentre, come è detto nel passato capitolo, Gualdo festeggiava il centenario del suo gran cittadino, viveva quivi nel monastero di S. Maria Maddalena donna Scolastica Giannantoni, la quale da più di cinque anni era continuamente tribolata dalla dolorosa malattia de’ calcoli. E soverchio il dire che molti furono i farmachi ad essa apprestati dai medici, e che questi nonché guarirla, non potevano punto impedire che col procedere del tempo l’infermità si venisse facendo vie più grave. Così del continuo malata ed afflitta da spasimi indicibili, si trascinò sino all’anno che celebrandosi la detta festa, e portandosi processionalmente. per la città il corpo del glorioso Beato, ella cominciò a raccomandarglisi caldamente. La notte dopo il giovedì, ultimo delle feste del B. Angelo parve il male farsi più che mai insoffribile. Ma fu quello 1′ ultimo travaglio per la buona religiosa, la quale sanata interamente contro l’opinione di quanti medici l’avevano visitata, deponeva a gloria di Dio e del fedele suo servo, che ella dal giorno 27 settembre dal 1824 sino al dì 26. Gennaro 1834, giorno in cui attestò solennemente la grazia ricevuta non avea mai più sofferto di simile infermità.

CAPITOLO XLIX

Altra guarigione ottenuta per grazia dello stesso Beato.

Un pover uomo di Città della Pieve chiamato Giuseppe Carlini lavoratore di campi a Castiglion del Lago Trasimeno, fu nel Maggio del 1831 preso da una violenta malattia, che a quanto ne dissero i medici aveva carattere di putrido maligno, ora resistendo lungamente il male alla forza dei rimedi invano adoperati, l’infermo uscito quasi di speranza veniva ingannando in letto le lunghe ore del giorno leggendo la vita del B. Angelo che era stata pubblicata nell’ occasione del predetto Centenario. E trovandovi i grandi miracoli adopèrati da Dio per l’intercessione del S. Eremita di Gualdo, sentì accendersi nel cuore, una viva fiducia di potere col mezzo medesimo ricuperare an-ch’egli la sanità smarrita. Finalmente la notte del dì 30 ottobre fu assalito da Serissimi dolori e i medici giudicandola una collica gli apprestarono quanti rimedi suggeriva loro all’uopo la scienza; che non profittando essi punto, l’infermo poco di poi sfidato al lutto, perde la favella e gli era al fianco il sacerdote per dargli i conforti estremi dulia religione. Che non per questo il malato perde punto la confidenza nel suo Beato Angelo. Né fu vana la fiducia, perché intorno alle ore 11 della notte, cessati a un tratto i spasimi, egli cadde in un sonno tranquillo e profondo, durante il quale parvegli udire una voce sconosciuta che gli disse: Sta di buona voglia, che tra breve sarai guarito. E in effetto svegliatesi la mattina si trovò affatto libero da qualsiasi incomodo, tantoché potè il giorno stesso levarsi, e riprendere gli antichi esercizi. Onde grato al potente suo liberatore volle recarsi pellegrinando a visitarne il sepolcro, dove attestò solennemente la grazia ricevuta.
Or questi tre prodigi da noi per ultimo raccontati valgano a confermare i cristiani nella fede dei loro padri e dimostrino a chi mai dubitasse che non è punto abbreviata la mano dell’ Onnipotente, il quale a prieghi e per li meriti de’suoi santi si degna anco a dì nostri soccorrerci nelle continue necessità della presente vita.

CAPITOLO L

Del culto onde fu sempre onorato il beato Angelo.

Vedemmo già nel corso di questa storia come, passato appena a miglior vita il fedele servo di Cristo, si piacesse V onnipotente Iddio di farne manifesta la gloria col mezzo di miracoli. Il perché e clero e popolo si mossero a fargli gli ultimi onori; e fu detto altresì come l’esequie di lui somigliassero meglio che a funebre rito, a festa di trionfo. Non è però maravìglia se leggiamo nell’ antico biografo, che il culto di lui si diffuse incontanente dal giorno della sepoltura nel popolo non solamente di Gualdo, ma eziandio di Gubbio, di Nocera, di Foligno, d’Assisi, di S. Severino, di Pesaro e di Città di Castello, sicché fin da quel tempo sì cominciò a chiamarlo co’ titoli di beato e di santo e ad onorarlo di prieghi, di voti e di offerte, E n’ è luculentissimo testimonio un legato che trovasi nel testamento di Ser Paolo di Benvenuto da Sassoferrato, il quale addì 26 Luglio dell’anno 1367, cioè sol 38 anni dopo il transito del B., Angelo raccomandava ai suoi eredi di presentare un fregiò d’ argento ali’ altare della cappella del B. Angelo, il cui sacro corpo riposa nella chiesa di S, Benedetto di Gualdo. Dell’ antichità poi delle sue immagini dipinte o scolpite che da tempi immemorabili si veneravano ne’ luoghi sacri della sua patria troviamo in assai scritture autentica testimonianza.
Ma quello che in materia somigliante è degno di molto maggior considerazione, si è il vedere, come i monaci della badia gualdense avessero in costume di celebrare sino dal XIV secolo la festa del B. Angelo con inni ed orazione proprii. Fu certo grande sventura che andasse perduto l’antico innario in carta pergamena di quella chiesa nel quale si leggevano gl’inni predetti: nondimeno il sapore della latinità in che sono dettati, li chiarisce indubitatamente anteriori al secolo XV. Di questi due inni uno solamente fu’ insino ad ora pubblicato dagli agìografi del B. Angelo. Noi però siamo lieti di dare la prima volta alla luce anco il secondo, esemplato diligentemente da un bel codicetto cartaceo della leggenda d’esso Beato scritto nei primi anni del 1500: e lo diamo alla fine del presente capitolo. Forse non va errato chi fissa l’epoca di queste audi ritmiche a’ tempi dell’episcopato del B. Alessandro Vincioli, il quale governò la Chiesa nocerina tra gli anni 1326 e 1368 e che nell’occasione del primo sinodo diocesano da lui celebrato in Gualdo, trasse dalla primitiva sepoltura le spoglie del santo eremita per esporle alla venerazione de’ popoli in sull’altare d’una cappella dedicatarii in S. Benedetto.
L’anno 1443 addì 16 aprile il vescovo di Nocera Antonio Bologniui da Foligno dedicò un nuovo altare in S. Benedetto, e su vi collocò in un arca di légno il sacro corpo estratto dall’ avello di pietra; ed altomo allo stesso tempo furono dipinte ai lati di detto altare parecchie istorie de’ miracoli del B. Angelo e vi furono appese non poche tavolette votive.
Pochi anni appresso il successore di quel prelato Giovanni Marcolini da Fano dell’ordine de’ frati minori trasmutò in chiesa la cella ove per tanti anni il B. Angelo avea menato vita eremitica e penitente, fu eziandio la chiesetta ornata di pitture , e venne poco di poi consacrata nel 1450 dal medesimo Vescovo, e sì nel giorno di detta sagra, come nell’anniversario della morte del Beato furono i PP. Cappuccini soliti di celebrarvi sino ai nostri giorni i divini uffizi, essendo stata loro conceduta essa cappella con le terre che le sono intorno l’anno 1564 dal cardinal Serbellini allora commendatario della badia di Gualdo. Questa concessione fu eziandio approvata con brevi apostolici da S. Pio V: e siccome in essi brevi si prescrive ai detti padri d’offìziare la cappella del B. Angelo, così non v’ha dubbio alcuno che la Chiesa fin d’allora ne approvasse il culto.
Non è qui da tacere che avendo nel 1829 il torrente, rigonfio per insolite pioggie, distrutto la parte anteriore di questo devoto oratorio, il Comune di Gualdo si die’ cura di farla riedificare a pubbliche spese : e che in questi anni ultimi per la liberalità della piissima gentildonna Adelaide Calai nata Colini esso oratorio è stato novellamente ristaurato. E tanta è la devozione di lei al B. Angelo che ella ha voluto qui eleggere il luogo della sua sepoltura.
Ma per tornare al proposito, dico che il culto del glorioso anacoreta ebbe nuova sanzione per istanza di Mons. Florenzi dalla Sacra Congregazione de’ riti per un rescritto dì Monsig. Giulio Rospigliosi dato addì 17 decembre dell’anno 1633. Altro argomento del culto, onde fu da tempo immemorabile onorato il B. Angelo, è l’essere e-gli stato eletto dal popolo gualdense a suo comprotettore insieme coli’Arcangelo S. Michele, e il celebrarsene la festa addì 15 Gennaro con messa ed uffizio con rito doppio di prima classe susseguita dalla Ottava e col concorso di numerosissime genti anco delle terre e città circonvicine, come nelle principali solennità dell’ anno.
Per ultimo la S. C. de’ Riti con decreto del 30 Luglio 1825 riconobbe il culto prestato ab immemorabile al beato, decreto che fu poi approvato il 3 Agosto di detto anno da Leone XII ; e furono così appagati gli ardenti voti del dottò e santo Vescovo Mons. Piervissani, nonché quei della cittadinanza gualdense.

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