Gualdo: la memoria, la nostalgia.
 
Da un'idea di Fabbrizio Bicchielli, con il contributo degli amici di Allegra combriccola
 

Aneddoti, episodi, personaggi...

 
Alimenti Trento di Fabbrizio Bicchielli
Attività... commerciali di Brunello Troni
di Autori vari
 
Come conobbi Cinicchia di Ruggero Guerrieri tratto da "La Freccia"
 
Pronto? Qualcosa di Cinicchia la so anch'io di Giancarlo Franchi da L'Eco del Serrasanta
Terra di briganti da folkpages
Ciribelli di Carlo Petrozzi
Don Angelo di Alberto Cecconi
Il Bambolo di Riccardo Serroni
Il Capitano Remo Coletti di Alberto Cecconi
Il frantoio di Annetta di Mara Loreti
Il Salgari di Anonimo
Il sogno non realizzato di Carlo Troni
Il Sor Gige di Alberto Cecconi
Il Sor Giuanne di Riccardo Serroni
La Grande Guerra di Domenico di Fabbrizio Bicchielli
Le castagne dell'oratorio di Brunello Troni
L'Omino di San Rocco di Carlo Petrozzi
Lo strano caso del vescovo Nicola Cola di Fabbrizio Bicchielli e Mauro Guidubaldi
Michele il calzolaio di Riccardo Serroni
Michele il violinista di Riccardo Serroni
Michele l'affamato di Riccardo Serroni
Mio Marito, Capitano Coletti Remo di Coletti Tega Valentina
'Ngioletto di Alberto Cecconi
Patatino di Fabbrizio Bicchielli
Peppetiello di Riccardo Serroni
Perché Tagina chiude di Mario Anderlini
Realtà romanzesca da: IL"PEPE" CAPEZZA E PISCIARELLA Anno I N°3 12 maggio 1946

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MIO MARITO, CAPITANO COLETTI REMO

Mio marito, Capitano Coletti Remo, già in servizio dal 1938 come sottotenente nel 51° Regg. nto Fanteria "Cacciatori delle Alpi", allo scoppio della guerra (1940) partì per il fronte occidentale; dopo l'armistizio con la Francia rimase con il suo Reggimento nei pressi di Ventimiglia fino al novembre dello stesso anno. ritornato a Perugia, in seguito ad attacchi appendicolari e sciatica, restò al Deposito fino al novembre del 1941. Il 29 novembre del 1941 partì con il 129° Regg. nto Fanteria "Perugia" per la Croazia dove rimase per qualche mese nei pressi di Sebenico, Spalato ed altri paesi. Più tardi, nel 1942, il Reggimento si spostò nel Montenegro e precisamente a Rijeka, e li rimase fino l'agosto del 1943; pochi giorni prima l'armistizio dell'8 settembre il Reggimento scese in Albania nei pressi di Argirocastro e Porto Edda, nella speranza di prendere imbarco per l'Italia.
Appena l'armistizio, la Divisione "Perugia" si schierò contro i tedeschi, con i quali, da testimoni oculari, ebbe battaglie aperte.
Sempre in attesa d'imbarco che mai arrivava e traditi da un aereo tedesco camuffato da aereo italiano, tutta la Divisione si spostò maggiormente verso la costa; un reparto, ove era mio Marito, si spostò verso l'interno.
I tedeschi che li avevano seguiti accerchiarono sia quelli di Porto Edda sia quelli nell'interno e precisamente a Kuci , lì furono presi, fatti prigionieri e alle 10,40 del 7 ottobre del 1943 barbaramente trucidati.
Mi giunse nel febbraio 1944 una scheletrica notizia da parte tedesca nella quale mi si avvertiva, in lingua tedesca , che mio Marito era caduto combattendo contro i tedeschi.
Le parole della comunicazione tradotte sono le seguenti: Ai componenti la famiglia del Capitano Coletti Remo "Nel presente fascicolo incluso del soprannominato si avverte che il Capitano coletti Remo è caduto sul campo di battaglia contro i tedeschi".

Firmato 
Gebauer - Colonn. e Cam.

Il 27 febbraio 1946 da Roma mi fu confermato che mio Marito era stato fucilato.
Le salme sono ora raccolte in tre tombe sulla riva dello Scinsitza (Abania)

La moglie
Coletti Tega Valentina

Il pro-memoria scritto dalla vedova Valentina Tega in Coletti, Sig. ra Tina per chi la conosceva, riporta i fatti di allora. In seguito, le salme, nella primavera del 1962, sono state esumate e riportate in Patria. Ora si trovano nel Sacrario Militare dei Caduti d'Oltremare a Bari.
Nel 2009 c'è stata l'inaugurazione del monumento eretto nel luogo dove si è compiuto il massacro degli eroi di Kuç.


Il capitano Remo Coletti

La tragedia ebbe origine dai fatti dell’8 settembre; per aggravarsi il 15 del mese, quando la Divisione " Perugia" lasciò la zona di Argirocastro, con l’avvio del ripiegamento su Porto Edda, per un rimpatrio scaglionato. Il 129° fanteria ed alcuni reparti del 151° artiglieria ebbero l’incarico di coprire il ripiegamento di tutta la Divisione, operazione che era ostacolata da forti nuclei di alpini tedeschi appoggiati da alcuni nazionalisti albanesi. Tutto procedé ordinatamente sino al 25 settembre (furono caricati anche i degenti degli ospedali da campo), anche se alcuni navi subirono poi, durante la traversata, attacchi via mare ed aerei da parte dei tedeschi, con naufragi e forti perdite umane tanto che solo un quarto degli imbarcati sembra siano riusciti a raggiungere le sponde italiane.

Dal 25 settembre, però, la situazione precipitò a Porto Edda, quando furono diffusi manifestini che invitavano i soldati ad imbarcarsi in un altro porto: alcuni ci credettero e, a Porto Edda, arrivarono i tedeschi: i militari del 129° e del 151° si trovavano così improvvisamente minacciati anche alle spalle e la sera del 5 ottobre molti furono presi prigionieri dai tedeschi. Fu in questa circostanza – tanto risulta anche dalla comunicazione del capitano Enrico Casaccia Gibelli alla signora Tina Coletti di Gualdo Tadino, datata 2 settembre 1944 – che si verificò un episodio di eroismo e di amicizia di straordinario rilievo tra due umbri, il perugino Rodolfo Betti, che operava nei servizi come amministratore, ed il capitano gualdese Remo Coletti,. I tedeschi chiesero che uscissero dal gruppo degli ufficiali prigionieri gli addetti ai servizi: era il caso di Betti, il quale, per la fraterna amicizia che lo legava a Coletti, volle restargli accanto anche in quei momenti drammatici. Decisione fatale, perché, nonostante le successive richieste di altri ufficiali, compreso Coletti, perché fosse risparmiato, anche Betti rimase vittima delle decisioni militari degli ex alleati e la mattina del 7 ottobre, alle 10,40, a Kucj, in Albania, ove tanti militari caddero sotto il piombo tedesco, tra essi c’erano parecchi umbri, tra cui il capitano Remo Coletti di Gualdo Tadino ed il tenente Rodolfo Betti di Perugia, il sottotenente Egisto Biagini del Comando del 129° Fanteria ed il Capitano Luigi Minelli del Comando del battaglione ciclisti.

Le salme sono state poi composte in tre tombe sulla riva dello Sciusitza e se ne attende ancora il doveroso rimpatrio.

Alberto Cecconi

 

D'Annunzio, gualdesi e… “imboscati d'oltralpe”

Gabriele D'Annunzio, un tipo che durante la Grande Guerra come apriva la bocca causava una strage, li chiamava con disprezzo "imboscati d'oltralpe" e le loro sofferenze sono un'infamia per la nostra Patria: sono gli italiani prigionieri di guerra internati nei campi tedeschi e austro-ungarici. La loro è una storia dolorosa, fatta di sofferenze e malattie; volutamente dimenticati dalla madrepatria 100.000 soldati italiani morirono di fame e di stenti nei campi di prigionia. “Imboscati d'oltralpe, voi non avete diritto alla gloria", scriveva il sommo poeta, bollando tutti i prigionieri come dei vigliacchi. E questo fu il timbro imposto ai prigionieri italiani.

I prigionieri di guerra americani, francesi, inglesi ecc. ricevettero aiuti di ogni genere, mentre gli italiani vennero abbandonati a loro stessi. I nostri connazionali provarono a sopravvivere con la sola mezza gavetta di acqua tinta fornita dagli austriaci, affrontando i rigidissimi inverni con i poveri indumenti che vestivano al momento della cattura. Nonostante gli appelli della Croce Rossa, il Comando Supremo italiano non modificò la sua posizione.

Un fatto è certo: il Parlamento austriaco non sottovalutò l'eccessiva mortalità degli internati italiani tentando in qualche modo di porvi rimedio, a conferma dell'enorme differenza di decessi degli italiani rispetto ai prigionieri degli altri paesi.

“I prigionieri di guerra americani erano mantenuti dal loro governo con una larghezza principesca; gli inglesi ricevevano pure dal loro governo anche il superfluo ed erano vestiti e calzati a nuovo; i francesi avevano tutti, senza distinzione e fin dal primo giorno della cattura, pane biscottato in abbondanza e ricevevano gratuitamente indumenti e viveri a sufficienza da comitati vari. Noi italiani fummo invece abbandonati completamente a noi, ed il patrio governo che pur sapeva le condizioni nostre, non intervenne mai se non a nostro danno: censurò la posta con criteri bizantini, ne limitò l'invio a sole cartoline, impose limitazioni infinite e difficoltà burocratiche d'ogni specie all'invio dei pacchi, vietò la spedizione di generi indispensabili, e per lungo tempo lesinò perfino i mezzi di trasporto dei pacchi stessi”. ( Bronzin Angelo, Memorie di prigionia, Vallardi, Milano, 1920 )

I prigionieri che riuscirono a sopravvivere, dopo il ritorno in Italia, dovettero subire l'umiliazione di interrogatori. Non era ormai opinione comune che fossero dei vigliacchi arresisi al nemico senza combattere? Quindi bisognava trattarli di conseguenza. Il tenente Davide Bandino, un laico salesiano che insegnava lettere e storia nell'istituto di Gualdo Tadino, nelle sue memorie “imboscati d'oltr'alpe” ( Tipografia Renato Fruttini, Gualdo Tadino, 1929 ) esprime tutto il suo sdegno per il trattamento ricevuto dopo il ritorno in patria:

“Basta così... del resto loro devono persuadersi, che essendo ex-prigionieri, devono viaggiare in tradotta e non sui treni ordinari, dove viaggiano le persone dabbene ; escano!”

“Signor Colonnello – gridai offeso sul mio onore – se io, se noi siamo stati prigionieri è stato per salvare la vita anche a lei; perche mentre lei con i suoi scappava terrorizzato davanti al nemico, noi con i nostri uomini combattevamo faccia a faccia contro lo straniero invadente…”.

11 gualdesi non sono tornati dai campi di prigionia e sono oggi sepolti in ben curati cimiteri militari e civili. Quello che segue è l'elenco dei nostri concittadini morti in prigionia e l'attuale luogo di sepoltura:

 

Paolo Matteucci, cimitero militare italiano di Salonicco, Grecia;

Giovanni Passeri, cimitero militare italo-francese di Sofia, Bulgaria;

Eugenio Maurizi e Nazzareno Cambiotti, cimitero militare italiano di Bielany, Polonia;

Giuseppe Martini, civico cimitero di Josefov, Praga, Rep. Ceca;

Cesare Saracini, Sacrario militare di Jindrichovice, Rep. Ceca;

Augusto Galantini, civico cimitero di Hermagor, Carinzia, Austria;

Sante Carpinelli, cimitero militare italiano di Stahsndorf, Berlino, Germania;

Michele Finetti, cimitero militare italiano di Colonia, Germania;

Asdrubale Sdrobolini, cimitero militare italiano di Mauthausen, Germania;

Domenico Negozianti, cimitero militare italiano di Samorin, Slovacchia.

 

Anche le comitive che entrano “per caso”, curiose e allegre, in questi luoghi sacri, vengono ben presto prese da un sentimento di profonda commozione leggendo gli ormai sbiaditi foglietti lasciati dai parenti dei caduti:

“Caro papà ti voglio tanto bene, anche se non ti ho mai conosciuto. Non sei mai tornato da me, ma tra poco verrò io da te”.

Fabbrizio Bicchielli

 

TRENTO ALIMENTI

La vita non è facile per la famiglia di Trento Alimenti : il fratello Oberdan muore nel 1914, il padre Giuseppe nel 1916, la sorella Triestina rimane vedova, giovanissima, nel 1919. Trento, Oberdan, Triestina… i nomi imposti ai figli dal capofamiglia Giuseppe sembrano un manifesto politico.
Trento Alimenti, di Giuseppe e Camilla Tomassoni, nato a Costacciaro il 28 febbraio 1898, residente a Gualdo Tadino dal 27 giugno 1909, calzolaio, comunista, alle ore 1,30 dell'11 marzo 1922 viene ucciso in via delle Mura a seguito di uno scontro a fuoco.
Le cronache giornalistiche di quella giornata sono ovviamente di parte, avendo ormai lo squadrismo fascista messo a tacere qualsiasi altra voce. E' un giornalismo ben allenato, ogni giorno deve mettere una “pezza” alla violenza fascista, ogni giorno deve inventare ricostruzioni fantasiose per sovvertire la realtà dei fatti. I resoconti, quindi, informano che la sera del 10 marzo 1922 una comitiva di amici, tra cui alcuni fascisti, si riunisce in casa di Michele Pericoli per festeggiare il compleanno del padrone di casa. Verso la mezzanotte la comitiva esce di casa e viene beffeggiata da alcuni giovani repubblicani, tra cui i non meglio identificati Santarelli e Demegni. Nella colluttazione rimangono feriti i fascisti Dario e Aldo Liberati e contusi alcuni giovani repubblicani. Sopraggiunti i carabinieri fu subito ristabilita la calma.

“Passata voce tra loro, i comunisti gualdesi (quasi tutti ex disertori amnistiati) cominciarono a sbucare da più parti, bene armati di bastoni e alcuni anche di fucili, coll'intenzione di sfogare i loro istinti sanguinari sui fascisti se avessero potuto coglierli alla spicciolata. Ma i fascisti se ne erano tornati tranquillamente alle loro case e appresero gli avvenimenti successivi la mattina seguente. I carabinieri della stazione di Gualdo Tadino si divisero in due pattuglie per sorvegliare ed impedire una levata di scudi e qualche eccidio da parte dei comunisti che, soli ed armati, scorrazzavano per le vie della città. Una delle due pattuglie di carabinieri, nella parte posteriore del Corso presso largo S. Maria fermò il comunista Ippoliti Aldo per perquisirlo, ma questi riuscì a divincolarsi e a fuggire nei vicoli della parte bassa della città. I carabinieri si diedero ad inseguirlo. Ad un certo punto da due individui che stavano appiattati alla svolta di un vicolo partì un colpo di fucile che colpì in pieno petto il carabiniere Giovanni Pandolfi il quale – da vero eroe – prima di stramazzare a terra, ebbe la forza di spianare il suo moschetto contro i due vigliacchi comunisti, uno dei quali – Alimenti Trento – cadde al suolo tentando ancora di reagire coi due fucili di cui era armato. Ma i carabinieri lo resero all'impotenza e pochi minuti dopo spirò. L'altro comunista – Ippoliti Aldo – fuggì e tuttora è latitante”. (L'Unione liberale, 13 marzo 1922)

Ecco quindi ben individuato il cattivo: il calzolaio Trento Alimenti, vigliacco e disertore. Ecco ben identificati i buoni: i fascisti vigliaccamente malmenati dopo una tranquilla serata di festeggiamenti. Pertanto si è trattato soltanto di una scaramuccia tra giovanotti finita in tragedia?
In questo periodo il clima politico a Gualdo Tadino è pesantemente inquinato dalla violenza fascista degli squadristi locali, sostenuti dai ben più agguerriti squadristi di Foligno (squadra La Disperatissima , guidata dal terribile Negroni) e Perugia (squadra Ardita ), che a loro volta avevano avuto dei maestri d'eccezione nella tristemente famosa squadra di Firenze “La Disperata” .
Mario Piazzesi, squadrista de “La Disperata” di Firenze ricorda le incursioni a Perugia e Foligno:

“Non un circolo rosso, non una cooperativa, non un covo, nulla rimase in piedi e già che eravamo nell'argomento scomparve anche qualcosa dei bianchi, tanto gli uni valevano gli altri; ormai anche nell'Umbria eravamo divenuti professori e gli allievi locali promettevano bene”. (Franzinelli Mimmo, Squadristi, Milano, Mondadori, 2003).

Tutti i giorni le squadre fasciste si rendono responsabili di delitti e devastazioni. Per dare un'idea della violenza squadrista è sufficiente ricordare le operazioni portate a termine il giorno seguente alla morte di Trento Alimenti, per le giornate precedenti e successive basta sostituire i nomi dei morti…

A Puianello muore per sfondamento del cranio il segretario del circolo socialista Armando Taneggi; a Pieveottoville vengono uccisi dalle camicie nere il ventinovenne Renato Guazzi e il ventisettenne Enrico Galli; a Iano è ferito grave¬mente l'antifascista Alfredo Rinaldi; assassinato dai fascisti triestini Giovan¬ni Blasich; a Coenzo gli squadristi uccidono il ventiquattrenne Mario Rabaglia e il cinquantaduenne Vincenzo Amadei. Devastate la Came¬ra del lavoro di Casteggio, la cooperativa di Castelvetro e la cooperati¬va di Caorso, la Società di mutuo soccorso di San Martino in Campo e la sezione socialista di Campi Bisenzio, il circolo ricrea¬tivo di Cascina e il circolo comunista di Bagni di Casciana. Bastonato Antonio Bertoldi, sindaco socialista di Zibello; aggredito a Foligno durante il congresso regionale del PPI il sottosegretario Mario Cingolani; impedita ai repubblicani romani la celebrazione di Mazzini: gli squadristi disperdono l'adunata con manganellate e pistolettate.

Cosa successe veramente a Gualdo Tadino durante la nottata tra venerdì 10 marzo e sabato 11?
Il 10 marzo gli squadristi fascisti si rendono responsabili di un sanguinoso assalto alla Camera del lavoro di Gualdo Tadino; dopo la devastazione della sede avviene lo scontro in piazza Vittorio Emanuele, l'attuale piazza Martiri della Libertà, tra fascisti e antifascisti; dopo poche ore Trento Alimenti giace cadavere in via delle Mura.
Gli oppositori al fascismo sono incapaci di fare i conti con la violenza altrui, una violenza metodica utilizzata per annientare il “nemico”; pochi mesi dopo l'assassinio di Trento, i fascisti impongono le dimissioni al Sindaco Egidio Martino Pucci e all'intera Amministrazione Comunale, guidata dal Partito Popolare; il Sindaco rimane nascosto per dieci giorni in una casa privata del centro storico; gli assessori ricevono la visita degli squadristi gualdesi

“… un manipolo di fascisti, capitanato dal gualdese (omissis), si recò presso l'abitazione di Giubilei Giuseppe in via Rosati, 7 e gli intimò, con il manganello e l'olio di ricino, le dimissioni dall'incarico di Consigliere Comunale e di Assessore effettivo”. (Giubilei Italo, Cattolici e politica a Gualdo Tadino 1904-1944, Gualdo Tadino, Ed. Accademia dei Romiti, 2007)

Gualdo Tadino segue la sorte di tutte le altre città italiane, poche persone trovano il coraggio di opporsi alle devastazioni dello squadrismo fascista: Trento Alimenti e i fatti del 10-11 marzo 1922 rappresentano il canto del cigno dell'antifascismo militante gualdese.

Fabbrizio Bicchielli

 

 

CINICCHIA

 

COME CONOBBI CINICCHIA

Nei miei anni giovanili, spinto dal girovagare un poco pel mondo, fui assunto da una società di navigazione tedesca, come medico di bordo in servizio di emigrazione, sui transatlantici della società stessa. Fu così che nel settembre 1903, capitai a Buenos Aires, la grande e bella capitale della Repubblica Argentina. Quivi ritrovai un mio vecchio amico, il perugino Publio Baduel, dal quale, parlando della patria lontana, seppi che, appunto in Buenos Aires, viveva il famoso, famigerato brigante Cinicchia, che, nella seconda metà del secolo scorso, con una dozzina di omicidi, con innumerevoli atrocità e rapine, aveva terrorizzato tutta l'Umbria e specialmente la regione interposta tra Assisi, la sua città natale, e i confini marchigiani, tanto che in questa plaga, è ancora oggi vivo il triste ricordo delle sue iniquità, per le quali era stato anche condannato alla pena capitale.

Espressi subito il desiderio di conoscere questo leggendario bandito, ma il Baduel seppe solo indicarmi il nome della strada ove risiedeva, Calle Chacabuco, e con questa semplice indicazione, era più che arduo ritrovare uno sconosciuto individuo, in una lunghissima e tumultuosa via della città americana; ma non mi diedi per vinto, tanto più che la nave ove ero imbarcato, avendo subito gravi danni durante il viaggio in seguito ad una tremenda tempesta, avrebbe dovuto sostare vari giorni nel porto argentino per ripararli.

L'incontro

Fui però fortunato, poiché dopo soli tre giorni di ricerche, capitato in un piccolo caffè di quella via, dopo avere rivolto al proprietario la solita domanda se conosceva l'italiano Nazzareno Guglielmi, era questo il vero nome del brigante, mi vidi indicare un individuo che, seduto presso un tavolino, con la pipa in bocca, seguiva con attenzione una partita a carte intrapresa da due altre persone. Io mi figuravo il bandito come un omaccione alto, aitante e di fiero aspetto e vidi invece un vecchietto basso e grassoccio, modestamente vestito di nero, dall'apparenza tranquilla, sul di cui volto però brillavano due occhi dallo sguardo vivissimo e penetrante. Mi avvicinai a lui, lo confesso, un pò titubante e presentatomi, gli dissi di dovergli parlare. Egli si alzò, mi fece cenno di seguirlo, e uscito dal caffè e traversata la via, entrò in una modesta casetta, che gli sorgeva davanti.

Si diceva nell'Umbria, che il Cinicchia fosse diventato ricchissimo, ma io subito mi accorsi, della povertà dell'ambiente, che doveva essere invece l'opposto. Egli mi ricevette nella sua camera da letto, poveramente arredata con un cassettone, qualche sedia ed un lettuccio, presso il quale, appesa ad un muro vidi una grande, vecchia rivoltella a tamburo. Egli mi invitò allora a precisare il motivo della mia visita, motivo che io non avevo, per cui ricorrendo ad una bugia, dissi che ero venuto a portargli i saluti di un suo vecchio amico, che sapevo essere stato un luogotenente della sua banda brigantesca, residente a Morano, di cui taccio il nome. Egli sorrise e mi rispose: "Ah, è ancora vivo quel birbante?". E poi aggiunse maliziosamente: "Dite piuttosto che siete venuto a trovarmi come si va a vedere una bestia feroce." E alle mie negative proteste, replicò dicendomi che, anche ammettendo il suo parere, non se ne sarebbe sentito offeso e infatti dimostrava chiaramente il desiderio e la soddisfazione di parlare con me delle molte avventure della sua straordinaria vita da bandito.

Fu così che, in quel giorno e durante altre visite che seguirono quando la mia nave ritornava nel porto argentino, che egli mi narrò tanti avvenimenti della sua avventura esistenza, per descrivere i quali occorrerebbero non poche pagine.

Mi limiterò perciò a riferire solo qualche episodio, meglio di ogni altro atto a illustrare la sua mentalità, nonché qualche fatto che si riferisce alla nostra Gualdo, senza però garantire la loro esattezza, poiché ebbi l'impressione che egli talvolta cercasse di mitigare o scusare i suoi misfatti con più o meno giusti motivi.

I racconti spavaldi

Alla mia domanda se era vero che, come si vociferava in Italia, egli era riuscito a fuggire in America mercè l'aiuto di un notissimo avvocato di Perugia, rispose negandolo recisamente, aggiungendo che era invece potuto emigrare con un passaporto falso, intestato con il nome di Rossi, procuratogli da una sua concittadina, cameriera di un Cardinale a Roma. Con questo passaporto era riparato a Marsiglia e da lì la nel Brasile dove aveva cominciato a esercitare il mestiere di muratore, finché, ucciso un giorno in rissa un suo compagno di lavoro, era fuggito ancora, raggiungendo Buenos Aires, da dove non si era più mosso, dedicandosi alla costruzione di piccole case che rivendeva o affittava. Mi disse poi che la prima persona da lui uccisa, fu il proprio fratello perché favoriva la sua cattura, durante la latitanza, mentre invece pare che il fratricidio avvenisse per motivi intimi coniugali, così detti d'onore; mi disse ancora che, transitando un giorno insieme ad un suo compagno nel territorio di Arcevia, con lui discuteva sulla maggiore o minore abilità che ogn'un dei due possedeva, nel colpire con la carabina il bersaglio. Accesasi la discussione, il compagno di Cinicchia, per dar prova della propria bravura, veduto da lontano un contadino che, salito su un olmo, ne coglieva le foglie per alimentare il bestiame, spianò contro di lui la propria arma fulminandolo. "Io, disse Cinicchia, fui disgustato da quell'inutile uccisione, tanto che mi arrestai con un pretesto e mentre il compagno proseguiva, lo punii atterrandolo con una fucilata nella schiena".

Mi narrò anche uno dei suoi più proficui colpi, quando cioè se non erro tra Morano e Montecchio, con la sua banda assalì e pose in fuga una pattuglia militare che scortava, una forte somma destinata al pagamento degli operai che allora costruivano la linea ferroviaria tra Roma e Ancona.

Una notte venne circondato da alcuni gendarmi in un campo di granturco, uno dei soldati incautamente accese una luce, la tenue fiammella servì di mira al brigante che fece fuoco atterrando l'imprudente soldato ed egli, nella confusione seguitane, riuscì a fuggire. Un'altra volta, si presentò nella casa campestre della famiglia Ribacchi, presso Gualdo. Il capo famiglia, Onorato, in preda allo spavento, per ammansirlo, gli offrì cibarie e denaro che egli rifiutò. Comparvero in quel mentre due gendarmi che l'avevano pedinato e contro i quali Cinicchia puntò rapidamente il fucile, ma l'arma non esplose. Ne seguì una scarica di fucilate, alle quali il bandito si sottrasse fuggendo lungo il fiumicello che, incassato nel terreno, scorre lì presso, dopo attraversato il mulino.

Per dimostrare la sua incredibile spavalderia, basti citare il seguente episodio: pur sapendosi attivamente ricercato dalla Polizia, di pieno giorno, si presentò ad un barbiere di Gualdo Tadino, allora comunemente conosciuto col soprannome di "Biscotto" che molti vecchi gualdesi ancora ricordano e che, facendo parte della Guardia Nazionale, si era vantato di catturare, prima o dopo, il Brigante. Quest'ultimo, intimò all'atterrito Figaro di radergli la barba e ciò fatto scomparve. Il Cinicchia, narrandomi l'episodio, rideva di cuore, ricordando il tremore con cui il "Biscotto" maneggiava il rasoio sul mento del suo nemico. Non avrei mai creduto ciò verosimile, se il fatto non fosse stato a tutti notorio anche in Gualdo Tadino. Tanti altri episodi potrei ricordare tra i molti narratimi dal bandito, ad esempio la clamorosa uccisione del perugino Bellini, sulla stradale Valfabbrica-Pianello, dove attualmente esiste anzi una colonna circondata da pini, a ricordo del truce misfatto. Ma lo spazio di questo giornale non lo consente.

La fine del rapporto

Narrerò solo come fini la mia relazione con il Cinicchia: dopo qualche tempo, ritornato a Buenos Aires, me lo vidi un giorno comparire nella mia cabina di bordo, avendo egli appreso dai giornali l'arrivo della nave ove ero imbarcato. Veniva a chiedermi un favore e cioè se, come medico, potevo procurargli una bottiglia della cosiddetta "Acquetta di Perugia". Meravigliato della richiesta, risposi che l'esistenza di questa acqua, era cosa piuttosto favolosa e che si raccontava contenesse sali di piombo o di arsenico e che, nel Medio Evo, pare venisse usata, per avvelenare lentamente qualche nemico. Poi impressionato ed incuriosito, gli domandai lo scopo della richiesta. Egli allora mi narrò, che conviveva da anni con una spagnola e con il di lei figlio, dai quali non poteva più liberarsi e che lo angariavano e lo depredavano a poco a poco, di qualche risparmio che ancora possedeva. "In passato, disse testualmente, avrei ben saputo come sistemare la faccenda, ma ora i tempi sono mutati ed io, divenuto debole e vecchio (era allora all'incirca ottantenne), devo adottare metodi meno pericolosi e spettacolosi e l'"Acquetta di Perugia" mi sarebbe perciò utilissima".

Io, offeso ed indignato, non potei fare a meno di inveire contro il Cinicchia per l'infame proposta, e quegli allora, estratto dalla cintura un pugnale, al colmo dell'esasperazione, agitando l'arma sulla sua testa, cominciò a gridare che, benché vecchio, sarebbe ugualmente riuscito a liberarsi dei suoi sfruttatori. Spaventato e per non far nascere scandali a bordo della nave, tentai di calmare il vecchio delinquente e finalmente, a stento riuscitovi, chiamai un marinaio e lo feci accompagnare a terra. Dopo qualche tempo, ritornato a Buenos Aires, ai marinai di guardia alla passerella che univa la nave alla banchina, diedi ordine che, se fosse venuto a cercarmi un vecchio, di cui fornivo i connotati, rispondessero che ero stato trasferito su un'altra nave diretta, niente meno, in Australia.

Così finì la mia conoscenza con Nazzareno Guglielmi detto Cinicchia. Qualche anno dopo, l'amico Baduel, al quale avevo narrato l'avventura, mi scrisse che il celebre brigante era andato a raggiungere, nell'altro mondo, le sue numerosissime vittime.

Ruggero Guerrieri tratto da "La Freccia"

 

PRONTO? QUALCOSA DI CINICCHIA LA SO ANCH'IO

Lunedì scorso mi ha telefonato Don Francesco Coccia, il vecchio parroco di Grello. Aveva letto sul nostro giornale l'articolo che a suo tempo scrisse sul mensile locale "La Freccia" il nostro storico Ruggero Guerrieri. In questi giorni, in cui si fa un gran parlare del "brigante di Morano", l'articolo ha suscitato vivo interesse nella nostra Comunità. Le notizie su Nazareno Guglielmi, soprannominato Cinicchia, hanno interessato varie associazioni (leggi Rotary Club di Gualdo e di Perugia) e alcuni studiosi di tali accadimenti che fanno parte della nostra storia.

Guido Coccia

Don Francesco, apprezzando la pubblicazione del nostro giornale cittadino, si preoccupava di segnalarmi che la sua famiglia aveva avuto a che fare con il brigante nostrano e che suo fratello Guido, vetusto ma gagliardo nel fisico e nello spirito, avrebbe potuto raccontarmi cose che il Dott. Guerrieri non aveva annotato nel suo interessante "Come conobbi Cinicchia".

Era troppo allettante per me poter parlare con un vegliardo che nonostante la sua bella età centenaria (compirà 100 anni il 12 dicembre p.v.), ricorda per filo e per segno quanto il padre Angelo, nelle fredde sere invernali, davanti al fuoco, raccontava ai suoi figli. Guido esordisce così, dopo la mia fatica a fargli capire ciò che gli domandavo per un difetto dovuto dall'età, la sordità: "Dovete sapere che Cinicchia era venuto a Morano dove s'era aggregato con dei poco di buono, i quali solitamente erano adusi a rubare bestiame e quant'altro. Erano furfantelli che vivevano alla giornata e togliendo agli altri per necessità.

Mio nonno Domenico, che abitava la stessa casa in cui ci troviamo, commerciava legna da ardere sia per le fabbriche che per le famiglie. Ogni settimana, poi, portava al mercato uno o due agnelli. Partiva prima del giorno e rientrava sul tardi del giorno. Un giorno, mentre lavorava un terreno di proprietà si accorse che il vicino aveva sconfinato e seminato il grano su un pezzo di terra che era di nonno Domenico, che cercò di far presente allo scorretto agricoltore che quello che aveva fatto non gli andava bene e che se avesse continuato avrebbe preso provvedimenti. Il colono non sopportò la romanzina di nonno e fece circolare ad arte la voce che lui si lamentava con altri che Cinicchia si comportava come un brigante e non come "il giustiziere" che i suoi compaesani vedevano in lui".

- Cinicchia cosa centra in questa storia, domandiamo?

- "Que centra? Centra, eccome - mi risponde Guido ... Que centra? Stete a sentì che ve sto per dire. Una sera d'inverno, fredda e buia, quando era giunto a meno de centro metri da casa, proprio all'altezza del ponte Coccetta, pe' capicce dove una volta nun c'era il ponte ma una specie de fosso, un omo vestito de nero gli rivolse la parola: "Buon uomo, non avete paura d'incontrare il brigante?".

- Di che brigante state parlando?".

- "Del brigante Cinicchia, buon uomo ...!"

Nonno Domenico aveva riconosciuto in quel losco figuro proprio Cinicchia e, allora, prontamente rispose:" Cinicchia non è un brigante, è un bravissimo uomo. Pensate: rubba ta i ricchi per dare i soldi ai poveri, pensate!".

"A me questo non risulta, rispose il brigante; io lo cerco perché è un assassino. Io che lo conosco posso dirvi che è un pessimo cristiano ...".

E Cinicchia, a questo punto, forse pensò che mio nonno si tradisse. Invece egli restò fermo nell'affermare che il brigante di cui stava parlando era un uomo a modo.

Babbo mi raccontò, allora, che quell'uomo disse: "Cinicchia sono io".

E nonno di rimando con furbizia: "Non ci credo ...". Un attimo di silenzio seguì al colloquio e poi il brigante lesse a nonno il suo testamento, avvertendolo così: "non sono affatto convinto di quello che mi dite, perché sono certo che avete sparlato di me ... Sapete, ero venuto per ammazzarvi!". Prese il fucile che aveva nascosto dietro ad una pianta e prima di partire gli disse: "Non fatemi sapere ancora chiacchiere sul mio conto sennò mi costringerete a farvi fuori".

Mio nonno aspettò che l'uomo si allontanasse, subito dopo raggiunse la propria abitazione dove trovò in preoccupazione i suoi familiari perché quella sera si era attardato più del solito. Raccontò dell'incontro e venne preso da un grosso spavento. Per cinque giorni rimase chiuso in casa perché je s'era sciolto il corpo ...

- Ricordate altro di Cinicchia?

- Quando fece la rapina di Valtopina, prima di scappare con la cassa dell'oro disse ai suoi giannizzeri che se qualcuno fosse stato ferito doveva essere lasciato sul posto ucciso, ribadendo che, se quella sorte fosse toccata a lui, qualcuno doveva eliminarlo. Accadde che nello scontro venne ferito un cugino del brigante. Gli altri cercarono di portarlo con loro, ma quando si accorsero che in quelle condizioni era d'impaccio per tutti Cinicchia lo uccise. So che la spartizione del bottino la fecero sui monti di Nocera e si seppe che una pastorella trovò una moneta d'oro, forse caduta quando i briganti se lo stavano spartendo.

- Mi sapete dire qualcosa dell'avv. Bianchi?

- E' quello che lo fece scappare in America. Quando i Carabinieri lo interrogarono, per sapere se era stato lui a favorirgli la fuga, disse che convinse il brigante ad andare lontano per il bene della collettività e che invece di porgli tante inutili domande dovevano pensare a dargli un premio!

- Ricordate l'assassinio del capitano Bellini?

- Nonno mi raccontò che quel capitano aveva detto che lo avrebbe preso vivo o morto. Sto' fatto Cinicchia lo seppe e temendo che avrebbe potuto nuocergli, una sera gli tese un agguato mentre stava tornando a casa in calesse. Bianchi cercò di scappare attraversando a guado il Chiascio. I briganti erano in cinque o sei ma non riuscirono a colpire il fuggitivo che invece Cinicchia freddò prima che raggiungesse la sponda opposta. E dicono che si vantava con i suoi che solo lui, in quell'occasione, era stato bravo a centrare il bersaglio.

- Sono venuto a conoscenza che conoscevate Lirpo.

- Lirpo l'ho conosciuto di persona. Era una montagna d'uomo. Ha abitato a Morano sino a verso il 1920 o 1922. Era proprietario di una grande vigna e di una casa dove abitava. Viveva compiendo piccoli furti in particolar modo di bestiame. Era cordiale con tutti e nelle feste da ballo suonava il violino. Un giorno era presente ad una festa di paese e mentre stava mangiando la ringa tra due fette di pane, che gli aveva offerto un suo pari, gli raccontò che qualcuno gli aveva rubato una pecora che aveva a sua volta rubato ad un agricoltore vicino. L'amico lo informò che lui stesso glie l'aveva portata via per ripargarsi che Lirpo gli aveva venduto "un cunillo" (coniglio) tubercoloso e così si era rimborsato del danno subito dicendogli: "magna e sta zitto ...".

A questo punto ho voluto sapere qualcosa di lui, che in cento anni di vita non ha mai avuto bisogno di medicine.

- "Quando ero militare, però, m'hanno fatto la puntura ...". Lo guardo. Figura eretta, sguardo profondo e fare birichino. Ha l'aspetto di un giovanotto di soli ottanta anni e lamenta solo che non ci sente bene, sennò è tutto a posto. Quando sono andato ad intervistarlo si era appena allontanato di casa perché doveva fare dei lavoretti nel capannone, adibito ad officina. Don Francesco ha 90 anni e ben portati, lui 100. Mi viene spontaneo di domandare se avesse avuto altri fratelli longevi. "Ho una sorella, Maria, che ha 97 anni ...!" Alla faccia della salute.

Gli domando che mestiere aveva svolto. Risponde: - "L'agricoltore, come mio padre e mio nonno che era originario di Nocera Umbra".

Guido è in buone mani: sua figlia Marsilia e il genero con pazienza gli stanno appresso, Sto per salutarlo e ancora mi ripete: "Sapete perché Ciniccchia si è dato alla macchia? Aveva rubato alcuni salumi che erano in una casa davanti alla sua. Per paura di essere arrestato si è nascosto qui da noi, ma a Morano Madonnuccia."

Era un fiume in piena il vegliardo Guido che lucidamente ricordava quanto il babbo Angelo gli raccontò sul leggendario personaggio che tormentò le popolazioni di Marche ed Umbria.

A Guido il mio ringraziamento e dalla redazione auguri di lunga vita.

Giancarlo Franchi tratto da L'Eco del Serrasanta

 

TERRA DI BRIGANTI

Morano, fino ad un centinaio di anni fa, era una plaga impervia, solcata da pochi e malagevoli sentieri noti solo ai locali. Il brigante Cinicchia lo frequentava ed aveva da quelle parti un dei tanti suoi covi come quello presso il torrente Anna (forse un ex molino) presso Valmare, che utilizzava per dividere le ruberie con la sua banda.Ma chi era questo Cinicchia o Cinicchio? Un brigante chiamato così per la sua non alta statura.

Il suo nome vero era Nazareno Guglielmi; nato ad Assisi, presso porta Perlici. nel 1830, di professione muratore. Lavorando per la ricostruzione della casa del conte Fiumi, un manovale rubò un prosciutto al proprietario dell’edificio e ne fu incolpato ingiustamente Cinicchia che fu condannato e messo in carcere. In prigione meditò vendetta contro il padrone e contro il compagno farabutto. Malmenando un carceriere, riuscì a fuggire dalla casa di pena e riparare nelle Marche dove si unì ad una banda di ladri e contrabbandieri iniziando così la vita di brigante. Ne fece di tutti i colori, tanto che nacque il proverbio: “Ne hai fatte quante Cinicchia” per designare un cattivo soggetto. Imprigionato di nuovo a Jesi, anche qui tramò una fuga, ma scoperto, fu trasferito nelle carceri di Ancona dove, aprendo con un complice un foro nel muro, riuscì a fuggire. Ritornò in Umbria e per alcuni anni seminò terrore tra gli abitanti di Morano, dove raccolse i nuovi elementi della sua banda, Gualdo Tadino, Valfabbrica, Nocera Umbra, Valtopina, Vallemare ecc.

La sua vita è intessuta di ruberie, omicidi, violenze, ma anche da episodi non privi di senso umanitario e soprattutto burleschi.

Il delitto più atroce lo commise quando uccise il suo fratello Domenico. Sembra che Cinicchia desse dei soldi alla moglie Teresa Bucchi e che la donna se li godesse con il cognato: di qui odio e gelosia tra i due fratelli. Un giorno Domenico, che lavorava nella costruenda ferrovia Roma-Ancona, nei pressi di Nocera Umbra, se lo vide arrivare e sapendo di che stampo fosse, intuì il pericolo e per eludere l’odio e il rancore, gli corse incontro tentando di abbracciarlo e baciarlo, ma Cinicchia furente si liberò dell’abbraccio e gli vibrò un coltellaccio nel cuore, dicendo “Ora vatti a godere i miei soldi all’infemo”. E alla moglie, che gli chiese perdono, le tagliò i capelli e la legò tre giorni ad una pianta.

Altro orrendo delitto lo compì proprio a Vallemare, quando eliminò un certo Gallinella, un socio della sua squadra, renitente alla leva militare per sfuggire alle guerre di Indipendenza. Quando di giorno Cirjcchia riposava uno dei suoi doveva montare di guardia. L’incaricato, il detto Gallinella, anche lui armato di fucile, lo puntava ogni tanto verso il capobanda, indeciso se ucciderlo o meno. In un momento di dormiveglia Cinicchia se ne accorse, si svegliò ben bene e disse al suo accolito: “Adesso dormi tu che veglio io”. Quando Gallinella si era pienamente addormentato, Cinicchia con un colpo di fucile Io fece fuori.

Raccolta una catasta di legna vi seppellì lo sventurato compagno; poi andò ad Armenzano e diede ordine ad un altro cliente di dar fuoco alla catasta di legna che era presso il rifugio e che tutto bruciasse bene.

A fine operazione il subalterno, per accertarsi che l’ordine era stato bene eseguito, con un bastone rimosse la cenere e vennero fuori un paio di scarpe bruciacchiate: erano quelle del poveretto che si era scelto un cattivo compagno nella vita. La rapina più eclatante la commise presso la pineta Capranica (Nocera Umbra) quando assaltò la diligenza che portava 150.000 Lire in oro (ora miliardi) per pagare gli operai che costruivano la linea Ferroviaria Roma-Ancona. Insieme a queste rapine e delitti, si raccontano anche episodi di tipo umanitario e alcuni anche burleschi.

Quando i suoi rubavano a povera gente li mandava a restituire; se i defraudati dicevano: “Qui già c’è stato il signor Cinicchia”, non dovevano più molestarli. Una volta uno dei suoi rubò nei pressi di Vallegloria ( Spello) un vomere di aratro a un povero contadino di cognome Mancinelli e soprannome Cutino, lo mandò a riportare la refurtiva dicendo “Adesso come lavora quel poveretto e che mangia ?” Difatti Cinicchia si era dato alla macchia per alleggerire i ricchi e aiutare i poveri e per questo difeso fù dal popolo. Tra gli episodi burleschi si racconta che una volta Cinicchia ritornò ad Assisi ed entrò nella osteria detta: “La Pallotta” e ordinò un quarto di vino. Dopo di lui entrarono nello stesso locale, anche due carabinieri che erano in cerca del bandito. Anche loro stanchi, ordinarono del vino. Con tutta calma, Cinicchia, dopo aver bevuto, si alza, paga l’oste per sè e per i carabinieri poi esce. Quando i carabinieri vanno per pagare: “Già fatto, disse l’oste per voi ha pagato il brigante Cinicchia!” Dopo l’assalto alla diligenza statale, il governo mise sulle tracce dei malviventi un numero ingente delle forze dell’ordine: molti furono uccisi, altri imprigionati. Quando Cinicchia si accorse che il cerchio intorno a lui si stava stringendo, con un passaporto falso, si imbarcò a Civitavecchia ed espatriò in America: Argentina. Era l’anno 1863. A Buenos Aires riprese l’antica attività edile. Da una lettera scritta ai suoi parenti sappiamo che nel 1901 era ancora in vita, poi più nulla. Sulla sua vita furono intrecciati drammi teatrali, romanzi, cantastorie, ballate. Abbiamo voluto riportare una ballata in ottava rima intitolata LA MIRABOLANTE ISTORIA DEL BRIGANTE CINICCHIO che, per sommi capi, ne racconta la vita.

Tratto da Folkpages

 

LA MIRABOLANTE ISTORIA DEL BRIGANTE CINICCHIO

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La storia che vi sto per raccontare
è quella d’un ometto disgraziato
egli era onesto e fu spinto a rubare
Gugliemi Nazareno battezzato
Cinicchio si faceva nominare
nella città di Assisi era nato
di mestiere faceva il muratore
ed era noto per il suo buon cuore.
Un giorno fu colpito dall’amore
quando conobbe la Teresa Bucchi
si amaron con passione e con ardore
era un amor sincero e senza trucchi
si sposaron con tanta gioia in cuore
si fece festa con vivande a mucchi
ebber due figli dalla loro unione
ma a quel che segue, fate ora attenzione:
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Lui lavorando con altre persone
pel Conte Fiumi che aveva tutto
un suo compagno fece mala azione
che di nascosto si rubò un prosciutto.
L’ accusaron e misero in prigione
per colpa di quel tale farabutto.
Nella sua cella solo ed innocente
Cinicchio alla vendetta pose mente.
Col sangue agli occhi e l’animo fremente
Cinicchio non smetteva di pensare:
“Diventerò un vero malvivente
al Conte Fiumi la farò pagare!”
Il carcerier percosse audacemente
e fu così che gli riuscì a scappare
sfuggì alle guardie ed ai cani mastini
e nelle Marche pose i suoi confini
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E là si unì ad altri malandrini
che una banda avean già formato:
il Rosi, il Maccabei e il Biscarini
il Lupparelli e il Moro nominato:
costoro eran ladri ed assassini
che non avean paura del peccato
con lor Cinicchio si mise a rubare
ed imparò le armi ad adoperare.
Lungo le strade stavan ad aspettare
armati di pistola e con lo schioppo
dai ricchi i soldi si facevan dare
e insieme dividevano il malloppo.
Guidarelli li volle rifiutare
Cinicchio disse allor: “Ora t’accoppo”
e non appena che l’ebbe ammazzato
un assassino egli era diventato.
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Poiché il terror avevan seminato
contro di lor fu fatta spedizione
grazie a una spia si preparò un agguato
furon presi e portati alla prigione.
Il solo Biscarini era scappato
gli altri erano a Jesi in detenzione
Cinicchio corruppe con un sol quattrino
il carcerier Moretti: “il perugino”.
Furbo Cinicchio e di cervello fino
ma quel suo piano scoprì altra persona
e lo disse in segreto a un secondino
ed egli perse l’occasione buona
poiché il Moro, sempre a lui vicino
fu frasportato al carcere di Ancona
ma il destino si mise a preparare
un di quei giochi che è solito fare.
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Cinicchio e il Moro insieme fecero stare
a ristudiar la fuga in una cella
ed il destino li volle aiutare:
ad Ancona al Moretti: questa è bella,
fu facile i rapporti riallacciare
perche nessun facea sentinella.
Per mezzo di Teresa entran quattrini
che intascavan il Moretti e i secondini.
In cambio ebbero lime e seghettini
coltelli, roncola e un grande scalpello:
ora alla libertà s’era vicini
nel muro essi scavarono un forello
vi strisciaron facendosi piccini
furon liberi si come un uccello
Cinicchia disse: “Non Avrò il processo
o Tribunale ormai t’ho fatto fesso”.
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Di Assisi tornò a prendere possesso
Cinicchio insieme al Moro, suo fidato,
bandito assai temuto egli era adesso
ed una nuova banda avea forrnato:
Salvalanima che parea un ossesso,
Cacabugie con voce da castrato,
il Maccabei fuggito era da Jesi
insieme a una diecin di Moranesi.
I soldi suoi li aveva tutti spesi
perciò ricominciò le grassazioni
in breve tempo molti n’ebbe offesi
tra quelli ch’eran ricchi e eran padroni
egli spadroneggiò per mesi e mesi
a catturarlo mai non eran buoni.
Ora il governo si era trasformato
ma per Cinicchio nulla era cambiato.
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Dovea il ricco esser perseguitato
dovea pagare più che un sol prosciutto
il ricco che l’aveva rovinato
con l a sua mano l’avrebbe distrutto
il povero dovea essere aiutato
a spese di chi in casa aveva tutto
e il Conte Fiumi di denaro pieno
odiava più di tutti il Nazareno.
Ma un fatto venne a scuotere il sereno
Domenico, l’amato suo fratello,
agisce come serpe nel suo seno
e di Teresa prende il corpo bello
Cinicchio pien di rabbia e di veleno
lo trova e poi l’uccide col coltello
Teresa dei capelli vien privata,
come una belva dai cani braccata
chiede perdono, quella sciagurata.
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Torna di nuovo Cinicchio a rubare
da solo una carrozza ha depredata
per poter il coraggio suo mostrare.
Una povera vecchia ha aiutata
che non potea l’affitto suo pagare:
Guglielmi Nazareno è di buon cuore
soltanto i ricchi ne provan terrore.
Ma triste fatto gli da’ gran dolore
un uomo di Valfabbrica ammazzato
che della Civica era il superiore
la polizia gli tese un grande agguato.
Poiché Cinicchio era il malfattore
dell’assassinio lui viene accusato.
Ma a chi conosce grida egli fremente:
“di quella morte io non ne so niente” .
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Dell’ omicidio lui era innocente
ma fu costretto ancora ad ammazzare:
il Moro, suo compagno e confidente
come Giuda si volle trasformare.
Cinicchio che ogni cosa vede e sente
a chi fu grande amico ha da sparare.
Se da un amico puoi venir tradito
non c’è altra scelta che essere bandito.
Cinicchio non veniva mai ferito
e questo grazie ad un segreto
arcano poiché egli infatti era riuscito
a mettersi un’Ostia nella mano
per questo da nessuno fu colpito
ed ogni agguato fu inutile e vano
terrorizzò più di un carabiniere
mostrandogli il suo magico potere.
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Egli era buono e ognun lo può vedere
a un uom che una gumèra avea rubata
che per venderla non avea mestiere
disse: “riportala dove l’hai trovata,
a chi l’hai presa puoi dar dispiacere
con questi soldi io te l’ho pagata” ,
e due monete d’or gli diede in mano
ed alla macchia ritornò lontano.
Il Conte Fiumi pose mente a un piano
per poter il Cinicchio catturare:
prese Teresa con il suo germano
ed ambedue li fece imprigionare,
ma quello che lui fece fu assai vano
perché a Cinicchio non la si può
fare:un cespuglio di more tagliò netto
e al Conte lo spedì con un biglietto.
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Conte, mia rovina, maledetto!
se i miei entro oggi non son liberati,
ti taglierò la testa con diletto
come questi cespugli che ho tagliati
vedrai con che passione mi ci metto
giacché di Conti non ne ho mai ammazzati.
Il Conte fu costretto ad ubbidire
e di Cinicchio gli ordini eseguire.
Quel che poi fece, state ora a sentire
un grosso colpo aveva preparato
e si era messo in mente di rapire
l’oro da una carrozza trasportato:
la ferrovia serviva a costruire
e da ben sei lancieri era scortato:
la banda fece allora radunare
ed ù suo piano si mise a spiegare.
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Il dì che il colpo si doveva fare
con la sua banda andò presso Nocera
e tutta armata la fece appostare
nel folto della macchia fitta e nera
poi disse: “non ci resta che aspettare,
saremo tutti ricchi questa sera”.
Videro la carrozza da lontano
ed alle loro armi poser mano.
Quando la vide a portata di mano
gridò di fare fuoco immantinente
i lancieri s scapparono lontano
ed egli sceso giù rapidamente.
“Tirate giù la cassa piano piano
e non vi verrà fatto proprio niente”.
Quelli pien di paura e di spavento
gli diedero la cassa in un momento.
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Poi se ne andò veloce’ come il vento
e quando ritornarono i lancieri
la faccia del cassier facea spavento
disse: “voi passerere dei guai seri!”
Cinicchio se ne stava assai contento
or non avrebbe avuto più pensieri
centocinquantamila è un bel malloppo
che si era guadagnato con lo schioppo.
Per la Giustizia questo l’era troppo
Cinicchio si doveva imprigionare
e della banda sua renderlo zoppo
i gendarmi si fecero aumentare
per ritrovare tutto quel malloppo.
molti gli riuscì a lor di catturare:
il Maccabei con molti di Morano
Cacabugie, il Pirro e il Sellano.
Salvalanima non andò lontano:
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da una druda s’era rifugiato
in fretta di fuggire cercò invano
e dalle guardie tosto fu ammazzato
Cinicchio si accorgeva mano a mano
che quanto prima sarebbe braccato,
perciò non gli restava che tentare
in altro luogo di poter scappare.
Dall’avvocato suo si fé aiutare:
quel Bianchi assai famoso e celebrato
un passaporto falso fece fare
con il saio da frate mascherato,
a Civitavecchia è fatto imbarcare
dentro un bidone per il vino usato.
Il Bianchi disse: sono perseguito
perché all’Italia ho tolto un bandito?
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Cinicchio per l’America partito
da la scrive ogni tanto un bigliettino:
“io qui son rispettato e riverito”
ma all’Italia vorrei esser più vicino.
Dei miei misfatti non mi son pentito
più lavoro vorrei dare al becchino:
son stato un gran brigante e me ne vanto
che il Conte ancor sia vivo è il mio rimpianto.
Ed ora ormai finisce questo canto
che parla di una vita sregolata
d’un uomo che non era certo un santo
ma che la strada avea predestinata:
d’esser bandito non è certo un vanto
potrebbe dir persona timorata
ma di briganti oggi il mondo è pieno
peggiori di Guglielmi Nazzareno.

Tratto da Folkpages

 

LA MADONNA DI LORETO NON FUNZIONA: RIPORTIAMOLA INDIETRO

Per una antica usanza, in occasione di pubbliche cala- mità o per voto popolare, la venerata immagine della Madonna di Loreto, custodita presso la chiesa di S. Maria di Loreto, volgar- mente detta La Madonna del Piano, è trasportata in processione alla chiesa di San Benedetto e riportata nella sede originaria solo quando il pericolo è terminato.
La guerra scoppiata che già coinvolge mezza Europa e le notizie che sempre più spesso danno per certa la fine della neutralità italiana inducono la popolazione ad appellarsi alla centenaria tradizione: nel febbraio del 1915 la S. Imagine viene trasportata in processione in città, con la speranza di un pronto ritorno. Purtroppo la guerra coinvolge anche l’Italia e tanti gualdesi partono per il fronte. Nel luglio del 1918 si assiste ad una curiosa disputa tra il clero e l’Amministrazione Comunale.
Il sindaco di Gualdo Tadino presenta al parroco di San Benedetto una sottoscrizione popolare con la quale si chiede di riportare la S. Imagine della Madonna di Loreto alla chiesa di S. Maria di Loreto. La S. Imagine, come ricordato, si trova a San Benedetto dal febbraio del 1915 e avrebbe dovuto essere riportata nella chiesa di La Madonna del Piano solo quando il pericolo per la città fosse terminato. La malizia è evidente nella richiesta di alcuni gualdesi: la S. Imagine non ha funzionato, tanto vale riportarla indietro subito.
Il parroco di San Benedetto, stizzito, più che addolorato, per la richiesta, risponde per le rime:
“Il clero è sempre stato passivo nei trasporti dalla Madonna del Piano in Città. Fu sempre la popolazione che ne faceva richiesta all’Autorità Municipale, Patrona del Santuario, ed anche oggi la detta S. Imagine trovasi qui in seguito a pubblica sottoscrizione partecipataci dal Sindaco con nota del 29 gennaio 1915. Quanto poi al riportarla dalla Città alla sua Chiesa, non vi è stata mai né domanda né voto popolare.
E’ consuetudine antica che portata la S. Imagine in San Benedetto in occasione di pubbliche calamità o per voto popolare, non venga poi riportata alla sua sede se non dopo cessata la calamità, o adempiuto il voto.
Per questa evidente ragione, la S. Imagine portata qui da tre anni in occasione della guerra Europea, non fu ancora riportata alla sua sede, in attesa della pace.
Se però la popolazione vuole davvero che sia riportata anche subito, il Clero ne è indifferente ed è pronto a prestare l’opera sua.
Resta a vedere se i firmatari della petizione, molti dei quali o campagnoli, o minorenni, o non gualdesi di origine, o notoriamente disinteressati di cose religiose, rappresentino davvero la maggioranza del popolo credente della Città, che è il più entusiasta per questa S. Imagine. Saremmo dolenti se senza nostra colpa e contro la nostra volontà si eccitasse qualche movimento in contrario che disturbasse l’ordine pubblico.
Ci sembra dunque più opportuno e necessario che codesta Autorità Municipale, rappresentante ed interprete legittima della popolazione, e tutrice dell’ordine pubblico, decida il da farsi.
Il Clero e particolarmente il sottoscritto nella sua qualità di Parroco, in attesa degli ordini della S.V., declina qualsiasi responsabilità per l’ordine pubblico, e dichiara che se dovrà farsi la Processione di trasporto della S. Imagine, prima che finisca la guerra, l’opera sua sarà meramente passiva e la stessa processione dovrà farsi a richiesta e con direzione e con responsabilità del primo firmatario o di chiunque altro stabilirà la S.V.”.
Nel bel mezzo della discussione arriva, il 4 novembre, la fine della guerra, salvando capre e cavoli: la S. Imagine può tornare a casa senza vinti né vincitori.

Fabbrizio Bicchielli e Mauro Guidubaldi

 

 

LO STRANO CASO DEL VESCOVO NICOLA COLA: interventismo e neutralismo tra santi e campanili

Nel maggio del 1915, in varie città d'Italia, si svolgono manifestazioni a favore dell'entrata in guerra dell’Italia; il culmine dell' interventismo è toccato nelle cosiddette radiose giornate di maggio, come vengono definite dalla propaganda una serie di manifestazioni di piazza di cui sono protagonisti studenti universitari e intellettuali. Gualdo Tadino, ovviamente, non è interessata da mobilitazione di folla a sostegno della guerra, la “folla” ha ben altri problemi da risolvere, le radiose giornate di maggio in una piccola cittadina come la nostra rimangono confinate nelle pagine dei quotidiani e i vari interventi dei politici, pro o contro la guerra, si susseguono tanto per fare quattro chiacchiere, quasi che si trattasse di una scampagnata in cui può anche scapparci il morto…
Un grande personaggio gualdese, Mons. Antonio Ribacchi, chiama a raccolta il popolo dei fedeli:
“In omaggio ai desideri del Sommo Pontefice, questa sera nella Chiesa di S. Benedetto, insieme con la Novena dell’Assunta, si darà principio a pubbliche preghiere per implorare da Gesù Cristo Principe della pace che allontani quanto prima le faci di guerra con le sue esiziali conseguenze. S’invitano pertanto i fedeli ad accorrere numerosi in chiesa perché solo da Dio possiamo attendere lo scampo di questo terribile flagello”.
Mentre la chiesa proclama il proprio netto rifiuto alla guerra, si formano dei comitati cittadini che organizzano manifestazioni e pellegrinaggi: va bene l’ubbidienza alla chiesa, ma qua c’è da completare l’Italia perbacco. Sono addirittura pronti a farsi una scarpinata fino a Serrasanta per raggiungere lo scopo. Dietro l’immancabile pensiero verso chi combatte davvero, c’è sempre qualche parola di troppo che svela i veri sentimenti dei combattenti passeggiatori: il 22 agosto ha luogo un pellegrinaggio “al Santuario di Serrasanta per implorare dal Dio degli Eserciti un completo trionfo alle armi italiane, ed una speciale protezione sui soldati gualdesi, che, per l’onore della Patria, combattono al fronte”. Per l’occasione arriva a Gualdo Tadino il noto predicatore don Carlo Rogora, incaricato del discorso di circostanza.
Ed ora sappiamo che esiste anche un Dio degli Eserciti, un Dio che porta l’elmetto italiano e che combatte contro gli austriaci.
Il 2 giugno 1915, il contestatissimo Vescovo di Nocera e Gualdo, mons. Nicola Cola, rivolge una lettera pastorale al clero e al popolo della sua diocesi, in essa, tra l’altro, parla dell’ineluttabile necessità che ha costretto la nostra nazione a prendere le armi:
“Se il fatto per se stesso può sembrare doloroso e grave, il motivo che lo ha provocato è talmente grande e nobile, che noi dobbiamo riconoscervi una disposizione della Divina Provvidenza, che, se sempre veglia al nostro bene, più che mai proteggerà la nostra Italia in questi momenti di supremo interesse. Le nostre preghiere pertanto non cessino, ma siano raddoppiate, affinché non solo la pace, ma una pace onorevole, conseguenza gloriosa delle nostre valorose armi, ci sia data”.
Immaginiamo il sollievo della popolazione, affamata e angosciata per la sorte dei propri cari, nell’apprendere che la Divina Provvidenza parteggia per i Savoia…
In realtà non si tratta di una mossa dettata da una sua personale simpatia verso l’intervento. Per quanto latente la battaglia tra interventisti e neutralisti continua il suo corso, e il Vescovo di Nocera e Gualdo, che da alcuni mesi viene pesantemente e ingiuriosamente contestato dalla sponda nocerina, è coinvolto, suo malgrado, nella disputa. La lettera pastorale serve a frenare le polemiche. La causa scatenante della contestazione è chiarita da una cronaca dell’Unione liberale, corriere quotidiano Umbro-Sabino apertamente schierato a favore dell’intervento, nell’edizione del 22 febbraio 1915: “La popolazione di Nocera è da vari giorni in vivo fermento contro il Vescovo mons. Nicola Cola, perché questi, all’unico scopo di aumentare per l’annua somma di circa Lire 2000 le rendite più che sufficienti della mensa vescovile, si è con tutte le forze adoperato a fare elevare alla dignità di Cattedrale la Chiesa collegiata di San Benedetto di Gualdo Tadino. L’indignazione di tutta la cittadinanza e della popolazione rurale per l’atto del Vescovo che ha cercato di sopprimere i diritti di Nocera più che millenari, a malapena contenuta nei giorni precedenti, ha già esploso clamorosamente una volta il 9 corrente, festa del patrono S. Rinaldo”.
Il 9 febbraio, infatti, per la festa del patrono, furono inviati a Nocera Umbra 30 carabinieri per garantire l’ordine pubblico e la messa pontificale andò avanti tra fischi e urla di contestazione del popolo nocerino, tanto che il Vescovo, per prevenire qualche guaio serio, non partecipò alla processione.
La politica, sempre vigile e insonne, comincia subito a schierarsi pro o contro il Vescovo, tanto che alcuni ambienti politici fanno circolare la voce che alla contestazione hanno partecipato i cittadini di tutti i partiti, tranne quelli socialisti; viene anche ricordato che nelle passate elezioni il Vescovo fu per Fazi contro il marchese Theodoli e per le elezioni provinciali sostenne il socialista Trinca.
Il messaggio è semplice: il Vescovo, oltre che uomo di chiesa, è un socialista e quindi, per estensione, neutralista. Un peccato mortale per i nostrani guerrieri.
Sempre L’Unione liberale, che ha un conto aperto con mons. Cola: “…l’offesa da lui inflitta a questa antichissima sede della diocesi è sentita da tutti, tranne che dai socialisti che gli sono amici e da coloro che hanno cambiato idea per qualche bicchiere di vino”.
Si arriva persino ad organizzare un’ignobile mascherata, a cui partecipano centinaia di cittadini nocerini (cifra fornita da un cronista nocerino… per la curia vescovile i partecipanti sono circa trenta) e alcuni gualdesi, organizzata a Colle di Nocera e a Gaifana, per mettere in ridicolo l’operato del Vescovo: un cittadino di Colle si veste con abiti vescovili e altri si travestono da canonici e da sacerdoti. Il corteo comincia percorrere le vie di Colle, fra l’ilarità della popolazione che accorre per godersi l’inedito spettacolo, fino a raggiungere Gaifana, dove il finto vescovo viene preso platealmente a calci nel sedere dalla popolazione.
Come d’incanto, l’entrata in guerra dell’Italia e i termini usati nella lettera pastorale, fanno dimenticare San Rinaldo e San Benedetto. Lasciati da parte i santi, si comincia a giocare con i fanti.

Fabbrizio Bicchielli e Mauro Guidubaldi

 

 

REALTA' ROMANZESCA

. Cardinali e Casciola (padre), il 2 Giugno voteranno per la monarchia.

. il locale della Biblioteca Comunale sarà lasciato libero per dar modo a qualche reduce di mettervi un negozio qualsiasi. Sembra che la Biblioteca stessa venga trasferita all'ultimo piano del palazzo comunale.

. i patrioti, quando escono la sera dall'Ufficio, spengono la luce.

. nell'elezione del sindaco e la Giunta, non c'è stato nessun accordo precedente.

. tutti i cani da qualche tempo portano la museruola.

. durante uno degli ultimi comizi nessuno ha fischiato.

. L'Avanti! Ha parlato del Congresso della D.C. molto obbiettivamente e senza una certa acidità.

. i 9 milioni dati a Nocera è tutto un trucco.

. i fruttivendoli in pieno accordo hanno deciso di ribassare i prezzi.

. il Commissario per gli alloggi ha passato un'ora senza che nessuno gli abbia chiesto un appartamento.

. il Centralino telefonico ha subito risposto alla chiamata e ha subito data la comunicazione.

. c'è un manifesto affisso un mese fa e che ancora non è stato strappato.

Da: IL "PEPE" CAPEZZA E PISCIARELLA Anno I N°3 12 maggio 1946

 

IL SOGNO NON REALIZZATO

Tra la montagna di documenti che ha raccolto e tra le molte centinaia di pagine che ha scritto non c'è nulla sul "Verde Soggiorno". Eppure a questa opera ha dedicato diversi anni della sua vita, trasformandosi pian piano da sogno a cocente delusione e dispiacere profondo.
Brunello, mio padre, lo aveva immaginato come qualcosa che dovesse essere al servizio dei giovani, dei bisognosi, e dell'intera comunità gualdese.
Non conosco lo statuto, ma so che lo aveva voluto a sfondo sociale. Chiarisco con un esempio:
Il Verde Soggiorno era da poco operativo quando venne ospite una squadra di calcio per il ritiro. Al mattino i giocatori avevano i loro allenamenti, ma il pomeriggio ogn'uno di loro accompagnava un disabile su una carrozzella.
Con un po' di sorpresa non solo i disabili furono entusiasti di questa iniziativa, ma anche i calciatori.
Se non che queste iniziative diventavano sempre più sporadiche e il verde soggiorno ha cominciato a trasformarsi in una attività commerciale. Brunello non voleva un albergo. Ha cercato in tutti Ì modi di impedirlo, senza trovare persone disposte a condividere il suo punto di vista per dare un aiuto concreto, litigando anche con alcuni dei suoi migliori amici, finché ne è uscito sbattendo la porta. Sconfitto. Questo rammarico non lo ha abbandonato mai.

Carlo Troni

 

 

PERCHE' TAGINA CHIUDE

Per ogni cosa c'è un principio, come per ogni cosa c'è una fine. Questa legge non poteva certo risparmiare TAGINA.
Due anni di attività, due anni di noie, gatte da pelare, guai, minacce (più di una volta ci siamo sentiti minacciati di botte - più di una volta ci hanno detto che a Gualdo non c'è posto per noi) e poca, pochissima riconoscenza.
Ora siamo arrivati al penultimo numero. In ognuno di noi c'è un po' di tristezza. Sinceramente ci dispiace. Abbiamo vissuto un'esperienza indimenticabile che racconteremo ai nostri figli, ai nostri nipotini.
Ma ora diciamo basta.
Molti di voi sanno che attualmente cinque dei nostri amici stanno adempiendo all'obbligo del servizio militare, altri cinque ne partiranno alla fine del mese. Le difficoltà quindi di mandare avanti un giornale aumentano. Comunque, per smentire qualsiasi pettegolezzo, vi annunciamo che avremmo smesso comunque. Il militare potete considerarlo come una componente che ci ha indotto a prendere questa decisione.
Il vero motivo va anche aldilà delle vostre aspettative. Ci siamo effettivamente stufati di muovere anche una sola paglia per i gualdesi. Viviamo in una città che non si merita niente, non merita neppure un minuto del nostro tempo libero.
Se solo pensiamo a quante volte abbiamo seriamente rischiato di finire in Tribunale, c'è veramente da riflettere sul nostro caso.
Vi rendete conto che per due anni ci avete costretto ad offrirvi il nostro giornale facendoci sentire dei ladri accattoni? Quando ci allungavate quelle misere 150 lire ci facevate sentire dei vermi, degli affamati, dei ladri.
Forse tu che stai leggendo non ci hai voluto nemmeno concedere nemmeno la soddisfazione di prendere il giornale dalle nostre mani. Non visto, lo hai preso nelle edicole, oppure lo hai "scroccato".
Beh, e noi dovremmo continuare a scrivere per te.?
. ma facci ridere!
Da questo momento hai chiuso con noi.
Forse qualcuno non si merita di essere trattato così. Ci scusiamo con costoro, ma avete la sfortuna di essere troppo pochi.
Non crediate comunque che il nostro operato non sia servito a niente. Siamo pienamente coscienti che abbiamo mosso molto. Abbiamo operato positivamente. Verremo ricordati come "eroi", ma "non è più tempo di d'eroi". Da oggi ci adatteremo al sistema. Non penseremo più a voi. Non ce ne importa più niente se i vostri figli dovranno andare a cercare lavoro lontano. Non ce ne importa se quando li vedrete partire le lacrime vi bagneranno il viso. Non è con noi o con i nostri Amministratori che dovrete prendervela. La cosa riguarda anche e soprattutto voi. Ieri ve ne siete fregati ed oggi il vostro menefreghismo si ritorce su voi stessi. Bravi, meritate un applauso.
È triste doverlo ammettere, ma invece di cambiare voi, siete stati voi a cambiare noi. Assisteremo con voi al tramonto di questo paese.
Ora ci resta solo da fare l'ultimo numero e sorbettarci 200.000 lire di debito. Qualcuno riderà soddisfatto e noi in barba a quanti ci hanno accusato di ricevere finanziamenti da chissà chi, ce ne andremo cercandoci nelle tasche. E non ci compiangete, semmai dovete compiangere voi stessi. Noi abbiamo la fortuna di essere giovani e di non avere figli da sistemare. Ma voi siete da Ospizio. Abbiate pazienza, forse ci riuscirete a fare di Gualdo un vero Ospizio.

Mario Anderlini da "TAGINA" del Centro Giovanile Gualdese, 1972

 

 

LA GRANDE GUERRA DI DOMENICO

"Prima dell'assalto ti davano tutto il cognac che volevi, io non l'ho mai bevuto perchè ti rincoglioniva. Ti faceva passare la paura, ma poi non capivi più niente e uscivi dalla trincea gridando come un matto "Savoia" e crepavi. Dall'altra parte uscivano dalle trincee urlando "Hurrà", e crepavano anche loro. Adesso che è finita, bevo quanto me pare. Nun ve sta bene?"
Questa era la consueta risposta, a chi lo sgridava perché "alticcio", di Domenico Retini, classe 1898, che come tanti altri gualdesi ha conosciuto le trincee della Grande Guerra, combattendo con il 277° Reggimento Fanteria della Brigata Vicenza.

Considerava imboscati tutti quelli che non avevano fatto la guerra e come tutti i reduci conviveva con il continuo ricordo della trincea:
"Correvi verso la trincea nemica e le mitragliatrici ti falciavano, per riparo una buca o una pietra, poi di nuovo di corsa. Arrivavi ai reticolati e cominciava il tiro al piccione. Se eri fortunato raggiungevi la trincea nemica e cominciava la mischia. Bombardamento e contrattacco. Neanche il tempo di pensare che me l'ero scampata che arrivava l'ordine di avanzare verso l'altra trincea. Di nuovo all'attacco, di nuovo correndo in mezzo ad un casino che non capivi più niente, di nuovo il corpo a corpo".

L'assalto alla Bainsizza, il 22 agosto 1917, era l'incubo ricorrente di Domenico, una data come tante altre nel mattatoio della Grande Guerra, quel giorno ha capito quanto valeva poco la sua vita, solo una serie di episodi fortunati ti permetteva di rimanere vivo:
"Il 22 agosto, sulla Bainsizza, due assalti alla baionetta ce semo fatti, tornà vivi era solo una fecenna de fortuna, nel mio settore eriamo in 500, semo armasti in 75. E ce potea gì peggio...".
Una grandinata o il rumore di un forte temporale lo portava di nuovo dentro la trincea:
"Manco ve l'ammaginate i fischi degli scrappenel (Shrapnel, granate a frantumazione.) quanno arriaveno. Era come un miagolio continuo e un cigolamento de porte, ma forte, t'accucciavi e aspettae. Se eri fortunato, dopo l'esplosione t'alzae e annavi a vedè ta chi era toccato".

Per Domenico (come per tutti i fanti) il momento peggiore era quello che precedeva l'assalto. Molti scrivevano quella che ritenevano essere la loro ultima lettera, altri sgranavano il rosario, la maggior parte restava in silenzio. C'era anche chi scriveva sulla roccia. Tra i suoi ricordi, le centinaia d'incisioni che facevano i soldati:
"Specie la sera prima dell'assalto c'era chi se mettea a piagne come un fio piccolo, chi pregava, chi smadonnava, e c'era chi se mettea a scrive su pe le rocce, se gli dicei che scrivea affà t'arisponnea che così gl'imboscati ce credono che semo morti sul serio. Quanno scriveano durante l'ozio ce se metteamo di buzzo bono".
Nella zona del Carso, dove ha combattuto Domenico, ci sono migliaia di testimonianze, incancellabili, incise con le baionette sulle rocce prima di affrontare la morte. L'esergo di un libro di Scrimali, rende comprensibili le motivazioni delle incisioni:
«Se un giorno gli uomini taceranno, se l'ingratitudine ucciderà ogni ricordo, grideranno le pietre».

150 gualdesi non sono tornati a casa.

Fabbrizio Bicchielli

 

 

PICO DISCEPOLI DECORA LA NUOVA "CAPPELLINA"

Erano già trascorsi quattro anni dal giorno in cui ci eravamo riuniti nella "nuova Cappella", quando giunse come direttore dell'Oratorio il Salesiano Don Michele Morrone.
Come è facile immaginare, anche lui, vedendo il nostro luogo dì preghiera, provò la sensazione di trovarsi in un "camerone casermesco" tozzo e pesante, dalle travature massicce, dal quale tutto sì sarebbe potuto avere "fuorché una Cappella che avesse chiamato a preghiera".
Entrò immediatamente nel suo animo il desiderio dì rendere quell'ambiente idoneo alla specifica funzione per cui era stato costruito e non ebbe pace finché non sopraggiunse la certezza che un giorno si sarebbe realizzato il bel sogno: "trasformare la Chiesa in un Piccolo paradiso", preso contatto con il nostro valente pittore e scenografo Prof. Pico Discepoli gli aveva manifestato le proprie riflessioni e quel che avrebbe voluto.
Quanto ne discussero? Non so! So soltanto che dopo qualche tempo, ecco nuovamente il Prof. Discepoli con un dettagliato progetto, dinnanzi agli occhi soddisfatti di Don Morrone.
Approvato!
Presto ebbero inizio i lavori. La porta della Chiesa venne serrata e nessuno, tranne gli addetti, poteva vedere ciò che si stava realizzando all'interno.
Nessuno?! Via, è una bugia! Lo sapevamo tutti, specie noi ragazzini che non lasciavamo perdere la più piccola occasione che si presentava per dare una "sbirciata" di controllo... Tutti sapevamo che lì dentro lavorava il Prof. Discepoli con due collaboratori: Nicola Lucarelli e Tega; tutti parlavamo degli angeli e dei santi che mano a mano venivano a decorare le pareti, tutti sapevamo che qualche ragazzo dell'Oratorio aveva già "posato" per essere raffigurato fra i giovanetti che attorniavano Don Bosco.
Chi erano ì fortunati?! Si diceva qualche nome, ma non c'era certezza... Essi, gii interessati, si erano impegnati al silenzio!!
"Ed io voglio vedere" dissi un giorno trame...
Il pomeriggio, piano piano, raggiunsi la porta... la spinsi. Si apriva! Lanciai uno sguardo d'insieme...
"Quant'era bella! Quant'era bella la Chiesa!".
Il Professore, girato verso il fondo, non mi vedeva... Però aveva inteso il cigolio della porta. Si voltò di scatto:
"Che fai laggiù!... Chi sei?... Lo sai che non si può entrare!... Vieni avanti, fatti vedere...".
Io, invece di fuggire mi feci avanti pensando: "Adesso mi arriva una sberla!".
Ma sapevo che il Professore era troppo buono e non l'avrebbe fatto. Poi, era grande amico di mio padre.
"Ah, sei tu?" disse riconoscendomi. "Sei curioso eh!... Ti piace?".
"Tanto!".
E additandomi l'ovale di fondo raffigurante Don Bosco e alcuni ragazzi intorno a lui, soggiunse: "Li riconosci?".
"Certo!... Questo è Angelo, Giovanni, Enzo, Lello...".
"Ci vorresti stare anche tu?!".
"Magari!... Ma io...".
"Ma tu?!... Vieni qua... Monta su questa impalcatura... Attento dove metti i piedi!".
Io salgo... Mi guarda con l'occhio clinico del pittore... "Mettili così!", mi dice. Prende il mio mento fra il
suo pollice e l'indice e mi fa mettere in posa.
"E adesso, sta' fermo!".
Pensavo ad uno scherzo... Invece ecco il suo pennello salire alla destra dì Don Bosco e tracciare con mano maestra, niente meno che il mio ritratto...
"Sei contento? Ora vane ne a casa e non dire niente a nessuno. Lo vedranno alla fine".
E la fine giunse il pomeriggio del 27 luglio 1932.
Il "piccolo paradiso" di cui parlava Don Michele Morrone, apparve nel suo splendore.
Dissero subito che il Prof. Discepoli, aveva dato una prova superiore a quelle già date, delle sue capacità.
Il presbiterio con la fuga di angeli alla maniera trecen­tesca, il bell'ovale della gloria di Don Bosco attorniato da alcuni oratoriani di Gualdo, dava all'altare "una cornice che si fondeva e armonizzava con il quadro vivente dei giovani assiepanti le panche".
Le travature erano state snellite con calotte azzurre punteggiate d'oro, le pareti apparivano più luminose nella semplicità geometrica delle decorazioni. I motti, scritti sui fascioni, stavano a ricordare il concetto di quello che è la preghiera e la vita nella scuola di Don Bosco.
Non dico dell'entusiasmo di tutti e della festa che si fece intorno al Direttore dell'Oratorio e al Prof. Discepoli per il bellissimo "frutto della sua fatica, della sua fede e della sua passione".
E i ragazzi ritratti intorno a Don Bosco? Ostentavano la loro fierezza per il privilgio concesso. Eccoli: Depretis Giovanni, Sergiacomi Enzo, Depretis Angelo, Sergiacomi Raffaele, Boccolini Ettore, Troni Brunello, Discepoli Angelo, aggirarsi compiaciuti fra i presenti per captare ogni commento...
Don Morrone voleva che si chiamasse "Cappella Don Bosco", ma noi non siamo riusciti ad accontentarlo ed abbiamo sempre seguitato a chiamarla col nome con cui eravamo stati accolti da essa la prima volta, quando le sue pareti erano spoglie: la Chiesa dell'Oratorio!

Ne sono passati di anni da allora!
Non più "iscritto", ho seguitato a trascorrere nell'Oratorio tante ore delle mie giornate affiancando nella loro opera i Direttori che si susseguirono e tanti giovani li ho visti diventare uomini e il posto da essi lasciato nei banchi, occupato dai propri figlioli...
Un bel giorno, accanto alla "Compagnia del Pìccolo Clero" emerse una invidiabile "Scola Cantorum" ed è bello ricordare come le voci dei provetti cantori suscitassero l'ammirazione di tutti i fedeli! Tonino Anderlini, Sergio Picchi, Danilo Biscontini, Angelo Brunetti, Carlo Minelli furono gli "artisti" che si esibirono in patetici "a solo", in "duetti" o nei "cori" durante ogni celebrazione, accompagnati dal suono di un modesto organo e quando i loro canti si elevavano fra le pareti della nostra Chiesa, non di rado sentivi entrarti nel cuore uno struggente invito alla meditazione e alla preghiera...

Ma il tempo segue imperterrito la sua corsa...
Purtroppo, tutta l'alta zoccolatura che adornava con figurazioni geometriche le pareti laterali e che col trascorrere degli anni andava deteriorandosi, invece di essere convenientemente restaurata, è stata coperta da un impietoso strato di vernice...
Non facciamo commenti allo scempio!
Nonostante ciò, la Chiesa dell'Oratorio, è restata "bella", come ci apparve quell'indimenticabile 27 luglio 1932 e Don Bosco è lì, in quel fulgido ovale, fra la fuga di Angeli, circondato dai bambini di allora.
E' lì, in attesa dì altre generazioni...

Brunello Troni

 

 

LE CASTAGNE DELL'ORATORIO

Tradizionale abbinamento con la visita al cimitero

Sembra un paradosso dover abbinare nell'arco di un giorno tanto particolare, quale la commemorazione dei defunti, due parole antitetiche del nostro vocabolario: mestizia e allegrezza; ma ciò si deve, nell'ambiente salesiano, per non dimenticare il più simpatico miracolo di Don Bosco, quello della moltiplicazione delle castagne, avvenuto dopo la visita fatta al camposanto, con i suoi ragazzi, il due novembre dell'anno 1849.
Quante volte gli oratoriani di tutte le età hanno inteso il racconto di ciò che accadde quel giorno a Valdocco? Senza dubbio tante, almeno quanti sono gli anni trascorsi accanto alla famiglia salesiana.

Ricordate quando, raccolti nella chiesa, udimmo per la prima volta l'avvincente storia delle castagne? I "più piccoli" dovevano conoscerla e i "più grandi" non dovevano dimenticarla. Di solito veniva narrata la domenica che precedeva la data del 2 novembre. Dovevamo essere preparati a compiere anche noi gesti e atteggiamenti che si sono ripetuti nel tempo in quel giorno particolare, come interpreti di una piacevole sceneggiata in cui, l'evolversi degli avvenimenti era conosciuto solo ad alcuni. Eravamo lì, noi piccoli, intenti ad ascoltare il Direttore dell'Oratorio: "Dovete dunque sapere che il giorno dei morti del lontano 1849, Don Bosco aveva portato tutti i giovani del suo oratorio a visitare il camposanto e aveva promesso una abbondante distribuzione di castagne cotte, al loro ritorno. Per l'occasione ne erano state comperate una notevole quantità, ma Mamma Margherita (la madre di Don Bosco) cui era stato affidato il compito della cottura, non avendo capito le intenzioni del figlio, ne aveva fatte cuocere solo una piccola parte...".

E la narrazione proseguiva piacevole e avvincente.... e ci sembrava vedere Don Bosco circondato dai suoi giovanetti (erano circa seicento) indaffarato ad immergere un grosso mestolo bucato, in un cesto colmo di castagne tenuto fra le braccia da un giovane aiutante. E con la nostra fantasia, così abilmente sollecitata, vedevamo i giovani protendere i loro berretti e Lui che gioiosamente li riempiva e che riempiva le loro mani unite a forma di coppa...

Ancora udiamo le parole del Direttore: "Solo quando si accorge che le castagne non possono bastare, eccolo correre in cucina per prenderne altre, ma sono pochissime quelle che riesce a trovare. Le getta nel canestro. Una miseria!... Tanti giovani ancora stanno aspettando. Quanti ne potrà accontentare? Non ci sta troppo a pensare e... via, è già nel cortile... e il mestolo è nuovamente immerso nel mucchio modesto e lo riversa pieno, in abbondanza, ancora nei berretti e nelle mani protese. E uno. e due... e tre... e le castagne restano sempre nella stessa quantità, calde, in quel canestro meraviglioso e sembra non finiscano mai! Come sembra non finire mai il numero dei ragazzi... Cento ancora... duecento... di più... Quelli che gli erano vicini assistevano meravigliati al portento e al loro richiamo altri corsero a vedere. E tutti trattennero il respiro aspettando la fine... E quando l'ultimo ebbe la sua parte, un grido spontaneo risuonò: Don Bosco è un santo! Don Bosco è un santo! E tutti gli si stringevano intorno"...

E il "narratore" così concludeva: "Questo è il bel miracolo di Don Bosco di cui intendevo parlarvi. E per ricordare tale fatto meraviglioso, ogni anno il due novembre, i giovani di tutti gli oratori salesiani del mondo vengono accompagnati in visita al camposanto e al ritorno si distribuiscono loro tante castagne. E allora anche noi, quel giorno andremo in visita al cimitero e quando ritorneremo ci sarà un'abbondante castagnata. Vi aspetterò nell'immediato pomeriggio. Non mancate ali'appuntamento...".

La castagnata dell'oratorio

Compiuta la visita al cimitero, presto l'esuberanza giovanile riprendeva il sopravvento e ci spingeva a dimenticare ogni motivo di tristezza: ci attendeva il cortile dell'oratorio, ci attendevano le castagne colte e per i più grandi, anche una gradita sorsata di vino. E allora si procedeva ad andatura forzata che, quasi sempre, sì tramutava in corsa. Tutti volevamo arrivare primi anche se si sapeva che a nulla sarebbe servito perché l'ambita distribuzione sarebbe avvenuta soltanto quando, al gruppo riunito il Direttore, giunto con la "retroguardia" avrebbe impartito gli ordini opportuni.

E cominciava l'attesa... prima paziente, poi con evidente irrequietezza sottolineata da qualche improvvisa baruffa per la conquista di un posto in... prima linea. Finalmente eccolo! E un "Ooh!" prolungato e un battimani festoso sì elevavano immancabilmente come ad un segnale convenuto.

Postosi al centro del cortile, con un rapido sguardo si rendeva subito conto della situazione. Caspita! Un miracolo era già avvenuto! Ma non delle castagne, bensì dei ragazzi!!! Improvvisamente com'era cresciuto il numero! Eravamo partiti dall'oratorio appena in sessanta, e lì, in fiduciosa attesa, ci accalcavamo in più di cento... Sfido io! Oltre ai piccolissimi, invitati espressamente, si erano aggregati gii sfaticati, i furbacchioni che di solito attendevano al varco la "carovana" in arrivo per potersi tranquillamente "intrufolare".

Niente paura! Tutto previsto! Giungevano rapidi gli ordini: "Tu e tu... andate a prendere le castagne in cucina! E voi, intanto, perbenino, senza darvi le spinte, mettetevi in fila. Le castagne ci sono per lutti!

Gli incaricati partivano e la massa, ordinatamente (si fa per dire) pronta, si disponeva in due file...

E nell'attesa, quelli che erano in fondo, iniziavano il gioco della "compressione" e con spinte ben calcolate urtavano quelli che lì precedevano e si vedeva il gruppo ondeggiare e accalcarsi in avanti per tornare quasi subito indietro fra le grida allegre di alcuni e quelle indispettite di altri.

"Ma che fate birbanti! State calmi, sennò invece delle castagne... Su, su ricomponetevi perbenino... Ecco, stanno arrivando."

" Il gruppo si calmava. I portatori, giunti dalla cucina col carico fumante, si disponevano accanto ai Direttore dell'oratorio e la distribuzione finalmente iniziava... Chi presentava il berretto, chi un fazzoletto ben allargato, chi semplicemente riuniva a coppa le mani...

Poi, tutti sparpagliati in cortile per la consumazione... Non di rado giungeva un pianto. Chi piangeva?... Era quel piccolo che osservava sconsolato le castagne, cadute per l'urto involontario di qualche scalmanato o per lo scherzo malvagio di un altro che aveva inteso divertirsi... una "pacca" improvvisa al contenitore e tutto era rotolato ai piedi della "vittima designata".

"Via, non piangere", diceva il Direttore, "Sta" allegro... Torna qui... Ce ne sono tante ancora! Ecco, queste sono per te!". E tornava il sorriso.

Pressappoco, in tal modo, ogni due novembre, si ripete la distribuzione delle castagne... E per gli "anziani" che osservano sembra che il tempo si sia fermato. I ragazzi e gli atteggiamenti appaiono sempre gli stessi, come restano invariate le espressioni di chi dona e di chi riceve nel nome di don Bosco.

Brunello Troni

 

 

ATTIVITA'... COMMERCIALI

"Caramellee!... Caramellee!... "

"Caramellee!... Caramellee!... "
Lo ricordate, voi della mia età e voi, non più tanto giovani, questo richiamo di invito e di incoraggiamento all'acquisto della dolce e minuta merce che il venditore, incaricalo dal Direttore dell'Oratorio, presentava ad una clientela provvisoria, fluttuante e spesso troppo sparuta?
"Caramelle!...". E' stato per parecchio tempo il nostro "grido" di piccoli venditori volontari e quello di altri che vennero dopo di noi, frequentatori assidui della Casa Salesiana di Gualdo, oratoriani iscritti e partecipi di tutte quelle attività dove la nostra presenza poteva essere più o meno utile a noi stessi o alla collettività. Certamente, nessuno poteva obbligarci a farlo, ma a gara, ci proferivamo per essere designati quali addetti al piccolo banco ambulante di vendita. Il motivo è facile immaginarlo! Diciamolo con sincerità: non ci importava tanto la vendita per l'incremento della cassa oratoriana, quanto perché era una favorevole occasione che si presentava per l'ingresso in Teatro senza pagare la piccola quota di accesso, per "succhiare a sbafo" qualche caramella e per il sicuro compenso, al termine di ogni prestazione, concesso dalla mano generosa del Direttore. Tante caramelle vendute. e un buon pugno in regalo per noi!
Il "banco di vendita" diveniva funzionale ed attivo solo nei giorni di festa, a cominciare dalle prime ore del pomeriggio, fino al termine degli spettacoli. Lo mettevamo a tracolla sopra le nostre spalle e con atteggiamento dignitoso e pieno di importanza, ci aggiravamo prima fra gli amici in cortile, poi in teatro, fra gli spettatori eventuali clienti.
A tracolla?! Proprio così! Non ricordate come era fatto il "banco di vendita"?
Una cassettina di legno di modeste dimensioni (circa cm. 60x40), suddivisa in sei scomparti predisposti a contenere diversi tipi di caramelle e liquerizia. Una robusta cintura fissata ai due lati costituiva l'ancoraggio al corpo di noi rivenditori che ci aggiravamo impettiti con quell'arnese fissato al collo e poggiato alla pancia.
"Caramellee!... Caramellee!...".
E su, e giù...
Su e giù per il cortile e nei corridoi della platea, sempre con le orecchie tese pronte a percepire il minimo richiamo.
- "Ehi. ce l'hai le caramelle al limone?".
- "SI, certo ! Quante te ne do?".
- "Ne vojo... Vie' qua che me le scelgo".
-"Uffa!... Te le do io... tanto en' tutte uguali...".
- "Ma io, le vojo vede' da me... le vojo pija' io!".
- "E va be'... Basta che te spicci...".
Ed ecco faccia a faccia i due protagonisti... Il dialogo ricomincia.
- "Ecco... Al limone en' quelle con la carta gialla. Quante ne pij?".
- "Queste?... Posso fa' da me?".
- "Spiccete però!...".
Il "ragazzo cliente" allunga la mano nello scomparto indicato, afferra una diecina di caramelle, le guarda, le palpa da intenditore, alfine ne trattiene una lasciando cadere le altre nel loro contenitore.
- "Ne pijo una...".
- "Una?!... Una sola'?!.- E pe' 'na caramella hae fatto tante mosse?".
-"Oh... io i soldi ce l'ho pe' 'na caramella sola! Si te pare poco e pe' lo stesso prezzo me ne voe da' de più...".
- "Ma va' a...".
Il venditore blocca tempestivamente l'improperio af­fiorato impulsivo alla sua bocca, incassa il misero importo che gli è dovuto, si limita a guardare quasi con disprezzo e commiserazione Io squattrinato cliente, pensa che un bell'insulto per il tempo che gli ha fatto perdere se lo meriterebbe proprio ma... considerando che l'acquirente è ben più grosso di lui e che una eventuale baruffa, lì, in mezzo alla gente, non sarebbe edificante, giudiziosamente, borbottando si allontana pronto a soddisfare acquirenti più danarosi. Ecco, si avvicina un altro:
- "Cinque caramelle...".
E un altro ancora:
- "Vojo un 'ricolizio'...".
Così, fino all'inizio dello spettacolo. Poi sosta.
Non di rado accadeva che impazienti di vendere la nostra merce, non esitavamo a lanciare un richiamo nel bel mezzo di una proiezione...
-"Caramellee!".
Istantaneo Io zittio degli spettatori...
- "Sss!!! E piantatela!...".
E allora, zitti e buoni, cercavamo un posto a sedere, succhiando di trafugo qualcosa della nostra dolce mercanzia... pronti allo "scatto" per la ripresa della vendila, al termine del primo tempo.".
Ma il "colpo grosso", lo smercio sicuro e abbondante avveniva in galleria (riservata agli alunni interni) durante lo spettacolo delle 16,30 al quale partecipavano puntualmente tutti gli studenti dell'istituto. E sì, perché essi, o almeno la maggior parte, soldi da spendere ne avevano, specialmente coloro che, nelle ore precedenti, erano stati confortati dalla visita dei propri parenti. Lassù, in galleria, a quell'ora, ogni festività, saliva a turno uno di noi appositamente distaccato... ed era piacevole andarci perché si sapeva che non dovevi essere tu a richiamare l'attenzione dei clienti ma che, da essi, eri avidamente ricercato. E come suonavano dolcemente quei richiami all'orecchio del caramellaio!
- "A me, ne dai dieci!...".
- "Anch'io ne voglio dieci! Cinque alla menta e cinque al limone!...".
- "Quindici a me!...", incalzava un altro.
- "Quindici? Bel colpo!...".
- "Ecco, ecco: uno alla volta! Datemi i soldi giusti però: contati. È difficile trovare il resto per lutti!...".
Contata rapidamente la quantità richiesta, altrettanto rapidamente incassato l'importo dovuto, ti sentivi subito pronto a soddisfare nuove richieste.
Pressappoco, ogni domenica, si svolgeva in tal modo l'attività del volontario caramellaio.

Concorrenza. leale.

Spesso avevamo dei concorrenti. Però esercitavano all'esterno dell'Oratorio e la merce ero di altra natura. Non erano no, oratoriani clandestini, ma quasi sempre due persone, due donne di diversa età, ben conosciute da noi, munite di regolare autorizzazione alla vendita.
Arrivavano per tempo con tutti gli ingredienti indispensabili per la esposizione, la preparazione e la vendita della mercanzia; il tutto ai due Iati della porta di ingresso.
Era come un rituale che ogni domenica si ripeteva con gli stessi gesti, con serietà, con mal celata tristezza...
Ponevano al lato prescelto il loro sgabello... davanti veniva sistemato il "fornello" per arrostire le castagne, a fianco un cestino di vimini per il prodotto già preparato, poco più in là un sacchetto colmo oon la "riserva". E ancora, altri piccoli contenitori con semi salati (le becchette), noccioline, lupini... Il tutto a portata di mano.
Sedute dinanzi al fornello maneggiavano diligentemente le castagne e mentre una inconfondibile fragranza si diffondeva, per l'aria, restavano in attesa dell'eventuale cliente.
Ed ore ed ore le trascorrevano impassibili. ieratiche, con il bello e con il brutto tempo, sotto il sole o sotto la pioggia protette dai propri ombrelli; sotto il caldo o sotto il freddo ravvolte nei loro scialli di lana.
Non elevavano richiami, ma attendevano tranquillamente ogni avventore.
- "Per favore, venti castagne. Che siano ben cotte, mi raccomando..."
Con un apposito cucchiaio di ferro venivano prese le castagne , chiuse in un pezzo di carta e consegnate all'acquirente....
- "Io voglio le becchette ". Chiedeva un altro. E allora, ecco estrarre un piccolo bicchiere di metallo o di legno, per la misura del prodotto.
Sì, perché i semi salati ed i lupini venivano venduti a " bicchieretti ".
- "Quanti'?" Chiedeva la venditrice. Conosciuta la quantità, prendeva un pezzo di carta già predisposto, lo avvolgeva sapientemente a spirale, ne faceva un "cartoccio" e con il bicchieretto colmo, contava e introduceva: "uno. due. tre..."
Così ogni festività!
Noi "caramellai", anche se pensavamo che la vendita delle nostre caramelle, spesso era subordinata dalla spesa che faceva il "cliente" prima di entrare in teatro, non provavamo dispetto.
Anzi, avremmo voluto aiutarle e frequentemente, prima di iniziare la vendita, andavamo lì, facevamo provviste con ciò che era richiesto dalla golosità di ciascuno e sgusciando lupini o assaporando "becchette" o sgranocchiando castagne, entravamo in azione al consueto richiamo: "Caramellee!"
Intanto, in platea, in attesa dello spettacolo o durante il suo evolversi non udivi altro che lo scricchiare del guscio delle castagne, che il lieve crepitio del frangersi della noccioiina, che il "cllch" della "becchetta" infranta.
E... Cliclil. Crach!...
Sptum!... Era lo sguscio forzato della buccia del lupino, che veniva espulsa con ostentato garbo dalla bocca quando le luci della platea erano accese, ma che spesso te la sentivi schizzare in testa con la complicità del buio, scagliata da ignoti burloni o dai maleducati...
Lo spettacolo iniziava e se la scena era avvincente e aveva "preso" lo spettatore, potevi arguirlo dalla rapidità del movimento della sua mascella e dal susseguirsi incalzante dei conosciuti rumori di schiacciamento...
Alcuni si spazientivano al ripetersi di quegli scricchiolii, poiché desideravano il più assoluto silenzio per godersi il "momento avvincente" e allora, dagli spettatori, si elevava un eloquentissimo: "Ss! E basta! Basta! Non ne posso più! ".

Dopo la guerra, quando apparve nei mercati dolciari la gustosa "gomma amerocana", aumentò di un elemento il "complesso masticatorio" ed era... affascinante vedere le mandibole agitarsi senza scricchiolii interni.
Allora, pensavi inevitabilmente ad una bella mandria di ruminanti indaffarataael compimento della propria funzione nutritiva... e spesso assistevi "ammirato" alla fuori uscita dalla bocca del "ruminante" di un bel palloncino che inevitabilmente scoppiava per depositare i suoi resti sulle labbra dell'imperturbabile masticatore...
Ciach!... Il palloncino disintegrato rompeva impietosamente l'incanto!

A spettacolo compiuto, naturalmente la sala si vuotava e si vedevano lì a terra, fra le sedie o le poltroncine, i resti dell'affannoso maciullare: carte di caramelle, bucce di castagne, di "becchette", di lupini, residui appiccicosi di gomme. Spoglie di un macabro rito...
Il giorno dopo toccava all'uomo addetto alle pulizie rimuovere con rassegnazione tutto quel po'po' di lerciume, lustrare scrupolosamente la sala e prepararla per la nuova... "mattanza!".

Brunello Troni

 

 

Si torna al mare: una vacanza ideale - 1^ parte -

Ai tre anni di vacanze estive trascorsi dai giovani Oratoriani presso la vecchia Badia di Campodonico, ne fecero seguito altri due in una località ben più lontana: "la Consuma" tra pinete e praterie, lungo l'omonimo passo che mette in comunicazione Firenze con l'alto Casentino. Lassù eravamo ospitati in un ampio edificio adibito a Casa di accoglienza, predisposto per accogliere un numero considerevole di giovani.

Non ripeterò la solita tiritera degli orari, né come si trascorrevano le ore del giorno e della sera; dirò soltanto che i giovani si trovarono in un ambiente ideale e che non ebbero mai modo di annoiarsi ne di rimpiangere alcunché delle vacanze degli anni precedenti. Anzi le due gite - a lungo percorso - che ogni anno erano compiute come coronamento di una vacanza ideale, dettero modo di conoscere le città più belle della Toscana nonché le località più famose per le loro abbazie e i loro monasteri....

Quando nel IS59 venne a dirigere l'Oratorio di Gualdo Don Giulo Nicolini, si rese subito conto dell'attrattiva che esercitava sui giovani la possibilità di trascorrere "altrove" parte delle vacanze e conoscenóo ciò che si era compiuto, a tale proposito, gli anni passati, manifestò la sua intenzione di non voler "estinguere" quanto di attraente e di bello era stato in precedenze realizzato, ma di "vitalizzarlo" con altre mete e altre esperienze.

"- Allora, quest'anno, dove vogliamo far trascorrere le vacanze ai nostri Oratoriani? " mi chiese un bel giorno.
Ed io : -"Nicò, lo sai che la scelta potrà essere fatta solo fra il mare, la collina o la montagna. Al mare ci sono stati i tre anni successivi alla guerra. soltanto allora. Poi hanno "campeggiato a Campodonico, due anni in Toscana.. ".

" - Ho capito - continua lui - vorresti dire che sarebbe bene riprendere la via del mare? ".

" - Non dico di no!"

Ma si capiva che questa idea era già entrata nella sua mente e non mi meravigliò affatto la conclusione del nostro breve scambio di idee "- Sì, sì! E' bene tornare al mare! I Gualdesi hanno monte e collina sempre a portata di "gambe". è opportuno, è salutare farli respirare altra aria!"

" - Al mare! Al mare !... Quest'anno torneremo al mare!" Fu la voce che si diffuse rapidamente fra i giovani e che suscitò un vero entusiasmo.

Piacque anche a me l'idea di poter godere tranquillamente una vacanza al mare senza eccessive preoccupazioni perché già pensavo che il "gran capo" sarebbe state lui, perché "lui" sarebbe stato il responsabile dell'organizzazione e del soggiorno. Io avrei dato solo il mio appoggio, il mio aiuto e la mia esperienza insieme al Sor Antonio (succeduto ai Prof. Morichini) e al chierico Pietro Zanocco (Pedro) venato a Gualdo in riposo dalla lontana missione salesiana del Perù.

Presto si scelse il posto: Porto Recanati, dove esiste un bell'Oratorio ma senza possibilità di alloggio. Niente paura per questo. La difficoltà fu facilmente superata per la disponibilità dei Salesiani di Loreto di fornire vitto e alloggio al gruppo che ogni mattina, con il pulman , avrebbe potuto agevolmente raggiungere la spiaggia di Porto Recanati.

Ai momento opportuno si passò al reclutamento della "ciurma".

Credete ci fossero difficoltà? Neanche a pensarlo! Presto il Sor Antonio presentò una bella lista di Scout (Esploratori e lupetti); noi la completammo con un'altra trentina di aderenti fra gli iscritti all'Azione Cattolica e non associati.

Gli aiuti della P.O.A. , più consistenti del solito, consentirono di provvedere al mantenimento della sessantina di giovani con larghezze di mezzi.

Ai primi di luglio, caricate le "mercanzie" e tutte le altre cose necessarie al soggiorno, i giovani "villeggianti" poterono partire per la meta stabilita. A Loreto fummo accolti alla maniera salesiana. Due ampie stanze furono messe a nostra disposizione per il riposo notturno, altri locali per potervi trascorrere le ore di svago, la cucina con il suo personale e il "refettorio" della Casa.

Ogni giorno, alle otto, eravamo tutti sul pulman pronti per la partenza. La spiaggia a noi riservata era al di là del Cantiere navale, tutta a nostra disposizione, con un grande "casotto" dove tenevamo sdraie e sgabelli, dove avveniva la nostra "preparazione" per il bagno e dove tornavamo "normali" prime di lasciare la spiaggia.

Dalle otto alle 13,30 era proprio una bella "tirata"! Ne avevamo di tempo per i giochi collettivi, per l'arrosolimento tradizionale, per le gite in moscone e per tutte le altre diavolerie che competono a "villeg­gianti" spensierati, colmi di allegria e di vitalità.

Don Nicolini e Don Pedro erano i due "delfini"che controllavano la "brigata" al bagno; il Sor Antonio ed io pensavamo allo svago dei ragazzi a terra, spesso anche spinti a curiosare nelle immediate vicinanze del cantiere dove era in allestimento una grossa nave della quale un bel giorno potemmo assistere al varo.

La spiaggia non era molto sabbiosa, ma il mare si presentava sempre coi suoi colori verdastri e azzurrini, bello, limpido, invitante... E verso le dieci era sempre pronto ad accogliere la massa festosa e vociante dei bagnati.

Un fischio e... tutti in acqua! Quel che i ragazzi combinano quando stanno a "bagno", lo sapete meglio di me, quindi è inutile parlarne. Dirò solo ,che Don Nicolini e Don Pedro erano lì, sempre in mezzo, pronti a respingere oltre le "boe" di delimitazione, i più arditi, pronti ad entrare in azione in caso di necessità.

Sì, perche il mare lì, diventava presto profondo e i limiti bisognava proprio rispettarli. Ma non c'era da preoccuparsi! Anzi, i due "guardiani" sostenevano che i ragazzi costretti a non sparpagliarsi troppo stavano tutti più facilmente sotto controllo.

In guanto a me, fatta la consueta discreta "penetrazione" in acqua, tornavo presto a riva a guardare: sciacquii, guizzi, nuotate, capriole, "incapozzate", bevute... Tutto un agitarsi frenetico e tutto un inno alla gioia!

Nicola e Don Pedro, muniti di pinne, si avventuravano al largo solo quando il mare era sgombro...

"- Vieni, vieni anche tu!" mi dicevano. "Possiamo farci una bella nuotata , ora che i ragazzi sono sdraiati al sole!". "Ma io non volevo. E un pretesto per non far conoscere la mia "precarietà" come nuotatore era sempre pronto a giustificarmi.

Alla fine scoprirono il mio segreto. E si: come nuotatore ero veramente una "schiappa"! .

 

Si torna al mare: una vacanza ideale - 2^ parte -

Presa conoscenza della mia "validità" come nuotatore, non si lasciavano sfuggire alcuna occasione per saggiare il punto limite delle mie "possibilità" e non tardarono a fare insinuazioni ironiche e malignette: "- Come hai fatto a portare si mare, da solo, per tre anni, tanti ragazzi? Non pensavi al rischio...".

"- Nessun rischio, belli miei - rispondevo - sarò una "schiappa" nel nuoto , ma non sono mica uno scemo! Senza che lo sapessero avevo "ingaggiato" un bagnino di professione... e lui era sempre accanto al mio gruppo in acqua, vigile e pronto per ogni emergenza! "Non c'è stato mai bisogno del suo intervento!"

Altra domanda : " E i ragazzi sapevano?"

"- Sapevano che ero un discreto nuotatore, ma che preferivo starmene a riva per controllare la situazione..."

Dopo quei chiarimenti , per salvaguardare la mia reputazione, ritenni opportuno mostrarmi più ardito e più spesso mi trovavo a "guazzare vicino ai due amici e mi spingevo in avanti finché non avevo "acqua alla gola"! E i ragazzi piroettavano intorno...

Un giorno, eravamo tutti in acqua. Don Nicolini e Pedro, calzate le pinne da "sub" per eventuali nuotate da farsi a largo al momento opportuno, stavano puntuali ai loro posti di osservazione per il controllo dell'allegra "brigata" che spensierata si divertiva. Ecco la voce di D.Nicolini:

"- Brune...dovresti sentire il tepore del mare in questo punto..." E Pedro : "E' così tiepida l'acqua... è un vero godimento!" "- Dai, vieni vicino a me - prosegue l'altro - Vieni a sentirei "

Ed io :" Si tocca?" Intanto guardavo le teste dei due, con la cuffietta azzurra, affiorare tranquillamente e i loro occhi invitanti e la loro faccia serena e rassicurante... ma non vedevo le gambe che essi agitavano ritmicamente con le pinne ai piedi per tenere il proprio corpo eretto...

" Si toccai si tocca!" Ed eccomi "abboccare" come un pesce novello. Mi avvicino e intanto i due "rei" si allontanano un poco... ma sono lì, ad un passo da me.

" Senti che bello!" Fu l'ultima frase che udii.

Ad un tratto, la terra manca sotto i miei piedi. Solo acqua! E non sono in grado di tenermi a galla! Ho la netta sensazione di scomparire là sotto ed ho già fatto la mia brava bevutella. Cerco di sollevarmi e di emergere... Vedo D.Nicolini e Pedro sogghignare davanti a me... Agito le braccia ed eccomi all'improvviso avvinghiato al collo di uno di essi. Chi è? Non lo so. Ma stringo e stringo con tutte la mia forza e la mia "fifa".

" Che fai!...Che fai!" sento barbugliare alle mie orecchie. E' la voce di D. Nicolini. " Allenta... allenta... non corri alcun pericolo. Ci sono io... ci siamo noi!"

Ma io stringo , stringo ancora e non lascio il suo collo finché non sento la terra sotto i miei piedi.

Ora sì che posso rilassarmi! Allento la presa... e insieme, finalmente, respiriamo la dolce aria, la buona brezza che giunge refrigerante dal dare.

Lì accanto, sornione, D. Pedro stava a guardare. I ragazzi i divertiti, avevano assistito alla scena credendola tutta un bel gioco.

Poi, ancora quell'inconfondibile voce : " Se stringevi un altro po', tu mi strozzavi!"

Lo guardo con mal represso livore: "0h, come l'avrei fatto volentieri! Ma sono scherzi da farsi quelli?... Nicò' m'hai fatto proprio 'no scherzo da prete !"

E seguita ancore: "Su, non ci pensare... è tutto passato ormai!... Dai Pedro, vieni anche tu. Il bagno basta per oggi. Raduniamo tutti e andiamo a prendere la tintarella..."

Un fischio e il gruppo, grondante, raggiunge rapido la spiaggia.

Lì a poco, le nostre pance saranno protese al sole....

Alle 13.30, il pulman giungeva puntuale nei pressi del Cantiere di Porto Recanati, caricava tutta quell'allegra brigata arrosolita dal sole e via, risaliva a Loreto dove, nel refettorio dell'Istituto, il pranzo veniva sempre servito con cronometrica puntualità, abbondante, gustoso... divorabile!

Ogni mattina si concludeva così.

Trascorrere le ore del pomeriggio è stato sempre un problema di facile soluzione. All'ora di siesta faceva seguito quella dedicata allo studio (per i rimandati ) o ai giochi non troppo chiassosi per piccoli gruppi; poi passeggio, rientro, cena, riposo.

Però non sempre si susseguivano nella stessa maniera poiché spesso venivano varianti e le ore che in tali circostanze si trascorrevano, sembravano più rapide e a sera, pareva che qualcosa di nuovo e d'intenso fosse penetrato nello spirito di tutti, qualcosa che apportava inconsueti pensieri rafforzanti la fede e l'amore.

La facciata principale dell'Istituto, con il grande ingresso e tante finestre era rivolta verso la piazza della Basilica. Il movimento che si svolgeva in essa era la causa dell'interesse dei giovani che si soffermavano a guardare il flusso ininterrotto dei pellegrini...

Giungevano isolati, a gruppi e spesso organizzati in pellegrinaggi imponenti; ed era allora un vocio incessante di malati giacenti nelle loro barelle o nelle carrozzelle spinti da familiari o da amici, malati che non sembravano tali perché non ponevano in evidenza le proprie infermità, e sacerdoti, medici, infermieri, barellieri, gente di ogni età e di ogni condizione sociale, ma tutti spinti da un'unica grande fede e da tanta speranza.

E quando nella piazza si raccoglievano tutti, in attesa che il sacerdote passasse benedicente, pareva che fossero stretti come in un grande abbraccio dal fronte della Basilica e dai palazzi circostanti e udivi sommessa uscire dalle loro labbra la voce della preghiera.

Magli occhi li vedevi sempre sfavillanti e il volto sempre sereno e quella serenità la sentivi entrare anche nell'anima tua portando la pace al tuo cuore...

I nostri ragazzi erano lì, a guardare, dapprima curiosi, poi attratti, partecipi anch'essi, confusi in quell'avvincente scenario d'amore.

A sera, allorché la folla in processione si snodava serpeggiante sul lastricato della piazza e innumerevoli braccia protendevano verso il cielo tante fiammelle sfavillanti, il canto degli astanti si fondeva a quello dei pellegrini nell'accorato saluto alla Vergine Madre: Ave. Ave Maria! Ecco: questo vedevano e sentivano i giovani di Gualdo ospiti a Loreto. Al termine del soggiorno, tornando alle proprie famiglie, non esitavano a dichiarare di aver compiuto una meravigliosa vacanza che aveva contribuito a rinvigorire il corpo e a rinfrancare lo spirito.

Brunello Troni

 

 

C'era una volta. il frantoio di ANNETTA

CHI ERA ANNETTA?

Semplicemente la mia mamma, la preziosa moglie di mio papà Sestilio.

Noi tre ragazzi, ormai un po' grandi, Liana, Mara e Ulderico, siamo nati da questa coppia unita in tutto dal gennaio del 1947 : nel lavoro, nell'amore verso i figli, nelle difficoltà della vita.

Annetta è figlia di nonno Riccardo e di nonna Maria e per eredità ottiene un antico mulino gualdese, a Ponte Cartiere, per macinare le olive. Siamo prima dell' inizio del '900 quando le dure ruote di pietra vengono fatte girare da un tosto e instancabile mulo, sostituito poi dalla forza dell'acqua del fiume Rumore raccolta in un "bottaccio". Ricordi di bambina, ma ricordi nitidi e chiari rimasti nella mia mente, mamma giovanissima che, sempre attenta e presente, seguiva tutta la lavorazione, osservando nonno Riccardo che, col suo grembiulone intriso d'olio, sistemava la pasta sui cestelli; nonno Peppe de' Rotino che, seduto per ore davanti alla brocca con una sottilissima schiumarola di rame, passava il suo tempo a separare l'olio dall'acqua reflua. Tanti nonni acquisiti ho avuto in quegli anni e li ricordo tutti con amore: il tranquillo e laborioso molinaro nonno Vittorio de' Cacabbonora di Rigali, nonno Gigi di Bassetti "il muratore", insieme al quale, con la piccola paletta, ancora da me conservata, contribuivo alla costruzione e restaurazione della casa.

La molitura delle olive era un appuntamento annuo che sapeva di festa solenne. Per il contadino era l'ultima fatica prima della pausa invernale e chiudeva in ricchezza l'anno agricolo. Chi aveva tanta "oliva", chi ne aveva poca. Annetta non negava a nessuno la gioia di vedere trasformate le proprie fatiche nel prezioso liquido da riporsi con cautela in dispensa. La molitura era momento di incontro, a volte solo una volta l'anno, e di racconti - chi si è sposato, chi è nato e chi è morto. Tutt'intorno nel casolare, nel piccolo borgo di Cartiere c'era profumo di olio. A volte le attese erano lunghe e l'occasione diventava convivio. Mentre il pane si bruscava alla brace del caminetto sempre acceso - Annetta accoglieva tutti nella stagione che volge al freddo in un ambiente rustico ma caldo - pronto per essere inzuppato di olio, i contadini in attesa del frutto delle proprie olive, si scambiavano i loro ricordi di guerra ancora vivi e nel frantoio si incrociavano tragiche ritirate di Russia con affondamenti di navi e marce nel deserto d'Africa. Immancabilmente papà Sesto raccontava la sua partenza ancora ragazzo, insieme al fratello maggiore zio Ulderigo, da Boschetto, nel cuore della collinosa Umbria, verso la scintillante e sciabordante Venezia e qui prepararsi ad entrare nella gloriosa Marina Militare italiana.

Ma tra tutti questi racconti, su tutti questi uomini giovani o meno giovani nei quali era già evidente il segno dell'età, tra questo lavoro intenso e serrato, su tutto primeggiava la figura di Annetta, unica donna sotto il controllo della quale, e nessun mulinaio lo può negare, il lavoro procedeva nella più assoluta pulizia perché l'olio è cosa preziosa e per essere di altissima qualità deve essere lavorato con tutte le attenzioni ed amore in ogni fase della sua produzione. Mamma era davvero tosta e tutti, con qualche brontolio, sopportavano i suoi comandi, non era facile starle dietro, era un fulmine, era speciale!

Chi ha conosciuto mamma Annetta sicuramente la ricorderà per sempre. Quando eravamo in pochi ad abitare a Cartiere, mamma giovanissima era amata da tutti perché pronta sempre a prestarsi ad ogni lavoro. Vicino a noi c'era nonno Codignoni, con tutta la sua grande famiglia, che l'ha sempre accolta amorevolmente fin da giovanissima; l'amicizia tra le famiglie si tramanda ancora oggi da generazioni.

Ora la mamma non c'è più, all'improvviso se ne è andata senza disturbare come nel suo stile, un soffio di vita non l'ha salvata da un brutale infarto, il papà è malato da tempo, ora più gravemente dopo la mancanza della sua Annetta, ma, per la gioia dei miei cari genitori, di quanti hanno lavorato in questo mulino, di quanti, in questi cento anni, hanno portato con fedeltà, di generazione in generazione, la loro oliva a macinare, ora il mulino continua la sua attività grazie a Ulderico e Rodolfo, penultima e ultima generazione, che vedranno arrivare i figli dei figli di quei nonni di cui vi ho parlato. Ancora sentiremo il profumo dell'olio estratto a freddo con le macine di pietra. Ancora papà sentirà dal suo letto il rumore della macina e riceverà la visita di tanti cari amici dei tempi migliori e per il mese che precede il Natale, ritornerà la Festa della Molitura, in quella casa sopra il Frantoio.

Questo perché ancora nella nostra verde Umbria la passione per la terra e i suoi frutti non sembra essere stata intaccata dal progresso tecnologico e dalle sue devianze. Tanti in questi anni hanno messo a dimora piante di olivo nelle colline dell'Umbria, questo è segno dell'amore del popolo umbro per la terra ed i suoi prodotti.

Ma il papà e la mamma avevano anche un molino di pietra, il famoso Bianco Meudon. Ricordo ancora il frastuono delle macine, un tempo fatte girare ad acqua dalla grande ruota a pale . La polvere era ovunque, il via vai di camion che portavano pietra dalla montagna e di quelli che portavano lontano i sacchi pieni di polvere bianca preziosa per tempere e stoffe e altro. Lavoro duro con un frantoio che macinava la pietra, e le macine che rendevano la graniglia in polvere bianca.

Verso noi bambini c'era tanta preoccupazione, i nostri amati genitori sempre in ansia perché il pericolo era ovunque; dai camion che arrivavano, alle macine, alla ruota esterna, al frantoio, ai bottacci pieni d'acqua.la curiosità di andare sotto le macine vicine all'acqua, di avvicinarsi ai macchinari era non frenabile.

Il nostro papà Sestilio talvolta andava via con il camion carico del prodotto nei sacchi per andare a Napoli, Ancona, e altre località che non ben ricordo, ma ricordo bene che era un momento triste e andavamo a salutarlo "dalla Strada", la Flaminia e per alcuni giorni rimaneva fuori ed era grande festa al suo ritorno!

C'era sempre un regalo per noi ragazzi e per la mamma che da sola risolveva tutti i problemi in sua assenza, dai conti in banca, ai lavori meccanici con l'officina di "Zio Dundo" di Vaccara che riparava le macchine !

La cosa bella che ricordo sono il loro mai andare in sconforto e la forza della mamma sia morale che fisica: anche nei momenti difficili non li ho visti mai perdere la fiducia di crescere bene la loro amata famiglia.

La mamma era rinomata per la sua pulizia in casa, nei molini, nel piccolo orto . Ricordo la sera mentre studiavo ancora, che lei cuciva i nostri vestitini e la domenica nell'andare a messa eravamo eleganti e tutti ben sistemati. Quanto odiavo quel cappellino bianco con fiori di pannulenci che lei aveva fatto che mi schiaffava in testa per andare in Chiesa . Ero un po' selvaggia fin d'allora e andare a fare l'orto con nonno Riccardo e accudire a conigli e galline mi piaceva tanto di più. Appena arrivavano i primi frutti nell'orto, Il ravanello o la carota o l'albicocco, il nonno arrivava in cima alla strada per farmeli vedere, appena scendevo dal pullman che da scuola mi riportava a casa. Nonno mi portava a curare la tomba di famiglia al cimitero, a portare i fiori alle icone delle strade, a scambiare i porcellini d'india per avere tanti colori. Tra molini, orti, racconti di tanti che venivano nei nostri molini, tra l'amore di tutti nella frazione di Cartiere siamo cresciuti con sani principi e nel rispetto per tutti, pronti ad agire anche nel volontariato quando nel paese c'è stato bisogno.

Presi da tanto lavoro però Annetta e Sesto di sabato si trasformavano diventavano ancora più belli e via a ballare e al cinema. come mi piaceva quella loro dinamicità quella voglia di fare, anche di divertirsi...nei loro viaggi con la Marina Italiana , sez. di Foligno .L'arrivo di un improvviso ictus di papà Sesto ha bloccato tutta la loro voglia di fare e girare a trovar amici, anche per noi figli accettare questo evento è stato difficile.

Pur nella malattia tutti noi figli abbiamo fatto di tutto per rendere i loro giorni meno tristi e a vincere la solitudine. Li abbiamo portarti in montagna a vedere animali e fiori o a trovare i clienti del molino che facevano festa al nostro arrivo o al negozio di Gaifana da mio fratello Ulderico e mia cognata Pasqualina.. Mia sorella Liana, anche se malata e suo marito Luciano tanto attaccato ai miei genitori, hanno passato tanto tempo a giocare a carte con loro e a raccogliere" l'erba campagnola"nei campi che solo loro conoscono.

Ci hanno trasmesso tanto e speriamo che si siano sentiti amati e accuditi anche nella malattia..Mamma Annetta non è sostituibile e papà innamorato sempre, dopo la sua morte, si sta lasciando andare, ha ormai smesso di dire "Falla tornare"ha capito ormai che non c'è più, la cerca nei sogni e nei nostri occhi e racconti e penso che spera di certo trovarla in cielo. Ancora ricordi e immagini affiorano la mente:

mi mancano quelle lunghe tavole di noi tutti a cena con papà a capotavola sulla sua sedia speciale; mi manca mia l' arrivo di mia sorella a fare torte al testo, con le salsicce mitiche di mio fratello e Pasqualina, che discuteva sul modo di cucinare con la mamma, per me era festa grande, la casa si riempiva e la serenità di mio cognato riusciva a darmi fiducia e tranquillità. Mentre in cucina si lavorava, mio cognato assisteva con occhio al televisore la replica della partita di Basket, mentre io al solito trafficavo sommersa tra libri e progetti e ossa raccolte nelle grotte, sgridata perché impedivo di allestire la tavola fino all'ultimo. Arrivavano poi, attirati dai profumi gli amati nipoti , sempre , tanto presenti a portare allegria ai nonni. Insomma una grande famiglia tutta unita sempre , intorno a quel piccolo camino che tanta legna a fatto ardere..come mi manca quella bistecca delle 13,40 cotta sulla brace che non volevo mai finire, come mi mancano, ci mancano a noi tutti i baci , le carezze le attenzioni di mamma Anna.

Non vedo l'ora che grazie a mio fratello e mio nipote possa risentire girare il molino e che gli prenda la voglia di lasciare il letto.anche se per poco.

In questo novembre di molitura delle olive non lo troverete nel molino come non troverete la mamma che ci ha lasciato in dote l'onestà, il rispetto, la carità, l'amore per il prossimo. Chiunque verrà al molino sentirà la loro mancanza; ma sempre una donna ci sarà a seguire il lavoro di tanti uomini. mia cognata Pasqualina, e la storia di donne emergenti , tenaci, forti che non si arrendono nelle difficoltà, nella nostra Casa-Molino continua.

Ai miei cari genitori , perché rimangano nel ricordo di chi ha avuto la fortuna di conoscerli.

Semplicemente Mara

Mara Loreti

 

Il Sor Gige

Seconda guerra mondiale. Il sor Gige, abitante di Voltole, è al fronte.
I suoi familiari gli scrivono varie lettere, lui non risponde mai; loro si preoccupano, pensano male, un giorno decidono di rivolgersi ai Carabinieri per avere notizie. Si avviano le procedure militari del caso, il sergente superiore diretto chiede a Gige: “Ma perché non scrivi ai tuoi?”.
E lui: “Nelle lettere che mi spediscono dicono che stanno bene. Io sto bene, allora perché gli devo scrivere?”.

Alberto Cecconi


Fiorello

L'incontro con l'amico Fiorello

Un giorno, nella nostra scuola, è venuto un nostro caro amico. Si chiama Fiorello Sabbatini, ha 82 anni. E' un uomo bravo e intelligente. Lavorava nel laboratorio di ceramica che frequentiamo ed è lì che l'abbiamo conosciuto. Ci ha insegnato a dipingere le mattonelle insieme al suo amico Stefano, ed era un bravissimo insegnante perché era paziente e ci aiutava sempre. Ma adesso sta in pensione.
Fiorello è sposato ed ha 3 figli e tre nipoti. Abita a Gualdo Tadino. Fiorello ha i capelli bianchi e grigi, un po' in disordine e con la riga in mezzo; gli occhi sono marroni e porta gli occhiali; il naso a ronchetto. Il viso ce l'ha un po' vecchio, è ovale ed ha la pelle ruvida con qualche ruga. La corporatura è robusta e non è né alto né basso. Era vestito in modo semplice ma elegante, con la camicia a quadri, il maglione celeste scuro, un paio di jeans e delle scarpe marroni chiaro. Parla un po' gualdese e per farsi capire meglio fa i disegni alla lavagna e i gesti con le mani. La voce è leggermente rauca e parla piano, con un tono un po'più basso del normale, così noi dovevamo drizzare le orecchie per sentirlo. Il suo divertimento è suonare il mandolino alla sera con gli amici ed è molto bravo. L'intervista l'abbiamo fatta a scuola e ci ha parlato della sua vita. L'abbiamo ascoltato attentamente e ci siamo divertiti tanto perché il suo racconto è stato interessante. Fiorello ci ha parlato di come viveva da piccolo e come si lavorava in ceramica tanti anni fa. Ci è piaciuto il suo coraggio. E' carino anche quando parla, ci ha fatto ridere un po'.
Quando è arrivato nella nostra scuoia era felice, contento ed emozionato, perché non ci vedeva da tanto tempo.
Noi l'abbiamo accolto con entusiasmo. L'abbiamo abbracciato sorridenti e gli abbiamo fatto capire che non ci siamo dimenticati di lui e che gli vogliamo bene. Quando è andato via ci ha detto che quello era stato uno dei giorni più belli della sua vita.

Quando lavorava ai salesiani

Fiorello aveva cinque fratelli e viveva con la sua famiglia, il babbo Umberto e la mamma Giuseppa, in via Monina. A Gualdo Tadino, 80 anni fa, nelle case mancava un po'di tutto perché c'era molta povertà: su 100 famiglie, 90 stavano male e 10 stavano abbastanza bene.
Alle elementari Fioretto ha avuto come insegnanti il maestro Cavicchi, il maestro Gammaitoni ed il maestro Romiti: " II maestro Romiti - racconta Fiorello - era un capitano degli Alpini e ci faceva cantare "Monte Grappa", "II Piave"... facendoci accompagnare da un cocciaio che era bravo a suonare la fisarmonica.
A 8-9 anni, quando faceva la quarta, a Fiorello gli è morto il padre e la mamma lo ha messo a lavorare nel collegio dei Salesiani perché era povera e non aveva più i soldi per mantenerlo. Fiorello era molto dispiaciuto per aver dovuto abbandonare la scuola: "Soprattutto- racconta- perché ho dovuto abbandonare la mia famiglia, i miei fratelli, i nonni, i miei compagni". In quel collegio faceva lo sguattero. C'erano circa 100 ragazzi di tutta l'Italia (di Corno, Lecco, Milano...) che stavano lì per studiare.
Erano tutti ragazzi sconosciuti. Solo lui era di Gualdo. Aiutato da un vecchio "scapolone" (una persona che non era sposata), doveva fare i letti di tutti e tre i cameroni che si chiamavano Maria Ausiliatrice, Sacro Cuore e San Giuseppe. In ogni camerone ci dormivano 20-30 ragazzi. Poi doveva apparecchiare, sparecchiare e lavare e asciugare le posate (forchette, cucchiai e coltelli) a pranzo e a cena, tutti i giorni per 110 persone. I piatti li lavava lo scapolone. A colazione Fiorello metteva 110 "tazzotte" ed i cucchiai; a pranzo e a cena metteva 110 piatti cupi e 110 piani. I piatti cupi servivano per la pasta e quelli piani per l'insalata ed altre cose. Spesso doveva andare a prendere degli oggetti in soffitta. C'erano 96 scalini e saliva le scale in fretta e furia perché era tanto piccolo e aveva paura.
In quel grande palazzo a dormire andava in una cameretta all'ultimo piano, in soffitta, con un altro ragazzo che aveva 18 anni, al freddo e al buio, dunque aveva paura. Si sentiva solo e piangeva quasi tutte le notti perché gli mancavano la mamma, il babbo e i suoi fratelli e perché aveva paura del buio. Era stato tanti anni in famiglia e la famiglia gli mancava. Questo lavoro lo ha fatto per tre anni; poi, a 12 anni, è andato a lavorare in fabbrica.

Le fornaci

Fioretto ha iniziato a lavorare in una fabbri-ca di ceramica (la Robbia, in via della Robbia) a 12 anni, dopo che era andato via del collegio e ci ha spiegato come era quella volta il lavoro in ceramica.
Ha faticato molto in fabbrica perché 80 anni fa, per cuocere la ceramica, c'erano le fornaci, dei forni a legna in muratura. Per fortuna oggi ci sono i forni elettrici e a gas. Queste fornaci avevano tre scompartimenti. Al primo piano c'era la camera del fuoco che serviva per alimentare il fuoco. Quelli che lavoravano lì si chiamavano fornaciai e avevano il compito di mettere la legna. Al secondo, invece, c'era la camera d'aria dove mettevano i cocci già pitturati, che è la se-conda cottura. La camera d'aria era fatta come un armadio: aveva dei piani sui quali i fornaciai mettevano i cocci (vasi, bicchieri, piatti...). In alto c'era il fornaciotto dove venivano messi i cocci per la prima cottura: entravano grigi ed uscivano rossi. Dopo aver messo i cocci, la camera d'aria ed il fornaciotto si richiudevano con dei mattoncini, perché così non usciva il calore, ma si lasciava un buco per vedere quando i vasi erano cotti.
Sopra i mattoncini, per non far scappare il calore, i fornaciai ci spalmavano il mocco. Il mocco era un miscuglio fatto con l'argilla liquida che avanzava ai tornianti impastata con la cacca dei cavalli, dei somari e dei muli.
Fiorello ci ha raccontato questo perché anche lui, con altri bambini, doveva fare questo lavoro. Andava a prendere quella roba schifosa in giro per Gualdo, nelle stalle degli animali, con dei sacchi, poi tornava in fabbrica e la impastava con le mani insieme all'argilla.
Che esperienza brutta e schifosa! A Fiorello e gli altri bambini faceva schifo toccare la cacca con le mani, ma lo dovevano fare perché le loro famiglie erano povere e dovevano lavorare. Quando era passato il tempo necessario il fornaciaio toglieva il mocco ed i mattoni e prendeva gli oggetti ormai cotti.

La capezza

A Gualdo Tadino, sotto la Rocca Flea, vicino alle monache, c'è un quartiere che si chiama Capezza. Il nome Capezza deriva dalla corda che si mette sul muso dei somari e dei cavalli. Dove oggi ci sono parcheggiate le macchine, ieri c'erano i carretti, trainati dai somari, allineati con le stanghe alzate rivolte verso l'alto, per non occupare molto spazio. I proprietari che guidavano il carretto erano chiamati somarai: "Sulla Capezza - ci ha raccontato Fiorello - ci abitavano molti somarai: Lino di Casetti, Paolino, Mariano, Peppe de Baciocco ed altri che non ricordo come si chiamavano". I somarai erano degli uomini che andavano a tagliare la legna nei boschi dell'Appennino gualdese e poi, con i carretti, la portavano nelle ceramiche e la davano ai fornaciai che la mettevano dentro il fuoco della fornace. Ma la legna appena tagliata era bagnata e verde, perciò la mettevano nello stangato, uno spazio vicino alla fornace, perché le fornaci volevano la legna secca. Lo stangato era lì perché c'era calore e la legna si seccava molto prima e ardeva meglio. Fiorello con i suoi amici doveva mettere la legna nello stangato. I fornaciai accendevano il fuoco alle 5 e lo lasciavano acceso per 17 ore. Nel fuoco prima ci mettevano le fascine, che è un mazzo di legna fina, e poi a mano a mano la legna più grande. Per vedere se i cocci erano cotti mettevano tre provini nella finestrella della camera d'aria, cioè dei bicchierini pitturati. Quando i colori del provino erano molto accesi voleva dire che il coccio era cotto ed erano pronti anche i vasi dentro la fornace. Al termine della giornata, dopo ore e ore di lavoro, i fornaciai diventavano tutti neri, perché con la fuliggine si sporcavano tutti. Quando la ceramica era cotta, i fornaciai spegnevano il fuoco gettandoci sopra l'acqua. Rimanevano sempre dei pezzi di legna bruciati, la carbonella, e le mamme la prendevano per riscaldare la casa senza spendere molti soldi. La mettevano nei bracieri per riscaldare i piedi e la usavano per riscaldare il letto con il prete. Fiorello ha detto: "Non si sprecava niente".

L'argilla

L'argilla arriva oggi nelle fabbriche già confezionata, pronta da modellare, trasportata sui camion in pacchi da 25 Kg . Fiorello ci ha raccontato che ieri l'argilla veniva dalla cava della Matalotta. La Matalotta era un terreno fra la Rasina e Cerqueto, sotto Grello, ed era molto argilloso. Oggi la cava è stata chiusa e al suo posto c'è una discarica. Circa 70 anni fa c'erano dei contadini che caricavano l'argilla con le pale sui carri trainati dai buoi e muli. La portavano nelle fabbriche, poi la mettevano in vasche profonde per pulirla. L'argilla, infatti, non era pulita, perché dentro c'erano i sassolini. All'ultima vasca era tutta pulita. Dopo la mettevano in uno stanzino umido per non farla seccare e farla rimanere umida. Successivamente una persona si sollevava i pantaloni fino alle ginocchia, si toglieva le scarpe e, apiedi nudi, "pistava" l'argilla per tutto il giorno per impastarla. Dopo che l'aveva pestata, con l'argilla si potevano fare i cocci perché era preparata bene. Lavorava dalle 7,00 alle 8,00; faceva colazione dalle 8,30 alle 9,00; dalle 12,00 alle 2,00 man-giava; dalle 2,00 fino alle 6,00 lavorava e così per tutta la vita.
Il lavoro era duro, faticoso, stancante, noioso e anche doloroso perché a chi lo faceva, la sera, facevano male i piedi. Era un lavoro brutto perché tutto il giorno quell'uomo doveva fare le marce. Poteva, però, diventare forte perché faceva ginnastica ogni giorno. Era un lavoro umile e Fiorello racconta che chi lo faceva era una persona semplice. Uno di questi si chiamava Andrea Gherardi, detto II Bersagliere, che lavorava nella fabbrica "La Vincenzina"

Il tornio

Per fare i vasi il torniante lavorava al tornio. I tornianti erano aiutati dai ragazzini. Dopo che la terra era stata amalgamata, il torniante diceva ai ragazzi che lavoravano in fabbrica di fargli delle palle di terra. Il torniante faceva una o due palle così i ragazzi potevano vedere la grandezza.
I ragazzi facevano tante palle di terra e se qualcuno non andava bene il torniante gli diceva di farle più grandi o più piccole, a seconda dì come erano i vasi. Se il vaso era piccolo facevano delle palle piccole, se il vaso era grande delle palle grandi.
Dopo che i bambini avevano fatto le palle le mettevano su un tavolo, così il torniante le prendeva e le metteva sul tornio.
II tornio a quel tempo non era elettrico. Il torniante doveva girare con il piede una ruota di legno che stava in basso. Nel punto dove poggiava il piede, con il passare degli anni, la ruota si consumava e si formava un avvallamento.
Era un lavoro creativo, artistico, difficile, però dava soddisfazione e si guadagnava bene. Oggi il lavoro del torniante è meno faticoso perché non devono girare la ruota con il piede in quanto il tornio ha un motore elettrico. I ragazzini preparavano le palle di terra almeno il torniante perdeva meno tempo e poteva fare più vasi. I bambini imparavano a fare il torniante guardandolo mentre lavorava. A fare queste cose si divertivano, però si stancavano anche. Alla sera, poi, finito il lavoro, quelli che volevano imparare si esercitavano alla ruota.
Oggi i bambini, se vogliono diventare tornianti, devono studiare e fare i corsi.

La colazione

Racconta Fiorello: "Uno dei momenti più belli della vita in fabbrica era la colazione. Si scherzava, ci si raccontavano gli avvenimenti del paese e degli amici". Noi abbiamo immaginato come poteva essere una di queste colazioni e la raccontiamo così. Tutti i giorni, nella fabbrica, alle 8,30 suona la campana. E' l'ora di colazione. Il pittore lava il pennello e va via. Il torniante finisce l'ultimo vaso. Si radunano lì dove c'è la fornace. Il fornaciaio tira fuori dalla camera del fuoco le "Iute" e le spande su di una pietra. Sopra le Iute ci mettono la graticola. Alcune persone portano la barbozza (che è una fettina molto fina fatta con il lardo della guancia del maiale), le salsicce e i mazzafegati e li mettono a cuocere.
Quando la barbozza è cotta Andrea dice: "Micchè, me porti su il pane?" "Un attimo che mi moje n'ha finito de tagliallo ".
"Dije che s'ha da sbriga che noi cento fame". "Va be'".
Che languorino! Nell'aria sì sente l'odore della carne cotta. Quando il pane è pronto Simone dice: "Era ora".
Poi mettono la barbozza o le salsicce o i mazzafegati sul pane e cominciano a mangiare. Per loro è squisita.
I bambini, vestiti con i cappelli, la camicia e i pantaloni alla pescatora, arrotolati fino al ginocchio, le scarpe tutte sporche e rotte, mangiano avidamente perché hanno molta fame. Un ragazzo dice:
"M'è rimasta tutta sul gozzo. Ce vole qualcosa da bere"
Simone risponde: "Me proccupà, ce l'ho io 'na cosa bona".
Quindi tira fuori un bottiglione di vino. Un signore gli dice:
"Poco vino, sennò te 'mbrìachi" Bevono un bicchiere di vino per uno e ne danno un goccetto anche ai bambini.
Alle 9,00 suona la campanella, è l'ora di tornare a lavorare. Giacomo dice:
"E' già ora! Non ero ancora sazio" Mettono a posto e poi tornano a lavorare ridendo e scherzando.

La fabbrica della ginestra

Negli anni '30, prima della guerra, l'Inghilterra punì l'Italia. Non le mandava più le materie prime che le servivano, nemmeno la iuta. Queste erano le sanzioni. La iuta serve per fare i sacchi, viene dalla corteccia degli alberi che si trovano in Africa e in Asia. L'Inghilterra aveva la iuta perché aveva conquistato alcuni paesi dell'Africa e dell'Asia. In Italia, per fare i sacchi, decisero di usare le fibre di ginestra. Per fare le corde e i sacchi avevano fatto una fabbrica a Gualdo perché c'era tanta ginestra. La fabbrica fu aperta nel 1936 e fu chiusa nel 1940-41. Era vicino alla Porta San Benedetto (o Porta di Sotto) nella casa di Angelo Cinti che faceva il pellaio. Le persone andavano a prendere le ginestre lungo le strade con i carri. Nella fabbrica accendevano il fuoco con il petrolio. Sopra il fuoco ci mettevano una grande pentola con acqua e soda caustica. L'acqua doveva bollire. La ginestra, quando era cotta, diventava marrone. Poi la mettevano dentro le vasche con l'acqua fredda. Le donne struffavano la ginestra per fare le fibre, come le nostre mamme quando lavano i panni. Fiorello, a 16 anni, è andato a lavorare in questa fabbrica perché pagavano di più che nella ceramica. Per un anno è andato anche a lavorare in una fabbrica di ginestra vicino Roma. Poi l'hanno chiusa ed è tornato a lavorare in ceramica.

La vendita della ceramica nelle fiere

Quando c'erano le fiere, Fiorello o i suoi amici, a turno, andavano a vendere la ceramica. Ora vi raccontiamo per filo e per segno cosa succedeva, con un po' di immaginazione.
"Driin, tre e trenta, driin". Alle 3,00 la mamma di Fiorello lo sveglia e gli dice:
"Sveglia Fiorello, svegliati che è tardi. Devi andò a la fiera per vende la ceramica". Fiorello, addormentato, risponde: "Sì, sì, la fiera! E' vero, nu me ricordavo. Che noia svegliarmi alle 3,00, ma con una bella lavata con l'acqua fredda mi sveglierò e mi caricherò, così posso scalare anche una montagna".
Tutto insonnolito il ragazzo si va a lavare la faccia. Non c'erano i rubinetti e versa l'acqua fredda di una brocca in un catino: "Brr, quanto è fredda quest'acqua. Ora vado a fare colazione"
Poi si veste e scende giù in cucina dove la mamma gli ha preparato la colazione. Mangia e poi dice alla mamma:
"Mamma, tu sei la più brava cuoca"
E la mamma risponde:
"Grazie figliolo" Poi dice ancora Fiorello: "Ehi, mamma, ora devo andare, sono in ritardo".
La mamma risponde:
"Care de mamma sta'attento, me raccomando e sii prudente".
Esce per andare in ceramica, la Mastro Giorgio. Arriva alla fabbrica dove lo aspetta Andrea, il Bersagliere, che gli dice:
"Quanto sei lento, è 'n'ora che te sto' aspetta"
Poi alle 4,00-4,30 partono con il carico pieno di vasi di ceramica per i fiori, di brocche, di boccali e di piatti. La ceramica la mettono in un carro trainato da un cavallo. Chi guida è Andrea. Devono andare a Perugia. Il Bersagliere dice:
"Di qui sul carro nun ce monta niciuno, manco el Padreterno, perché è troppo pieno" Si incamminano a piedi verso Perugia e sulla discesa di Casacastalda Andrea dice: "Ade ce potemo monta, però stemo attenti a nun casca perché ce so' i sassi per terra". Infatti la strada non era asfaltata come oggi. Finita la discesa scendono dal carro e vanno di nuovo a piedi.
Arrivano sulla piazza grande di Perugia verso le 8,00-8,30. Dopo sistemano tutta la roba e iniziano a vendere. Arriva una vecchia signora e dice a Fiorello: "Bel giovane, mi dareste un vaso per i miei vecchi fiori?"
Fiorello risponde:
"Va bene signora, la accontenterò subito. Le piace questo?" "Sì, molto, quanto costa?" "Per lei una lira perché mi sa simpatica, sennò costava due lire" "La ringrazio" "Non c'è di che"
Ogni pezzo vale 1-5-10 lire ed alla fine della giornata contano i soldi: il risultato è 150-200 lire.
Quando ritornano a Gualdo salgono sul carretto perché hanno venduto molti cocci e c'è spazio. A metà strada si fermano in un'osteria e mangiano e bevono. Questo accadeva negli anni 1939-'40-'41. I cocci non li andavano a vendere tutti in questo modo. Quando li vendevano nelle città più lontane li trasportavano con i camion o con il treno.

I piatti napoletani

Nel piazzale di S. Margherita oggi ci sono i lavori in corso. Stanno costruendo un palazzo con uffici, parcheggi e appartamenti. Tanto tempo fa, invece, in quell'area c'era il convento di S. Margherita.
Nel Medioevo in questo convento c'erano le monache. Successi vamente, dopo po'di anni, le monache sono andate via ed il convento l'hanno utilizzato per fare una fabbrica di ceramica. Circa 70 anni fa c'erano due fornaci ed una cooperativa di ceramisti. Le fornaci servivano per cuocere i cocci, sia di prima che di seconda cottura. Invece la cooperativa è una fabbrica dove non c'è un padrone ma gli operai sono tutti soci. In una di queste fabbriche c'era un pittore chiamato Alfredo Magnatti.
Era un personaggio singolare, unico, tipico, originale. Racconta Fiorello: "Era un tipo molto calmo. Aveva un fratello che faceva il sagrestano a S. Benedetto ed una sorella che faceva la maestra. Abitava in una casa situata sotto il nostro palazzo comunale". Alfredo Magnatti prendeva un piatto, lo metteva su una torneila e poi ci disegnava i fiori napoletani. Questa persona era particolare perché, mentre lavorava, fiottava. Faceva questo verso con la bocca: "Eh!Eh!Eh!Eh!". Per tutta la vita ha disegnato sempre il fiore napoletano. Così Fiorello ci ha raccontato:
"Questo signore si metteva seduto, spingeva la torneila con la mano, metteva un piatto sulla tornella e ci disegnava un filetto blu ed un fiore. Mentre disegnava mugolava, mugugnava sempre, per tutta la giornata faceva: "Eh!Eh!Eh!Eh!"
Circa 30 anni fa il convento è stato demolito perché era tutto fragile. C'è rimasta la chiesa.

La cristallina

A Gualdo Tadino nella ceramica si usa la cristallina. La cristallina è un tipo di smalto che serve per la seconda cottura, per dare brillantezza alla ceramica.
Oggi le ceramiche la comperano già pronta nelle fabbriche specializzate che la producono. Circa 70 anni fa tutte le fabbriche di ceramica la facevano da loro.
Per preparare la cristallina si dovevano avere la porcellana ed il vetro. I lavoratori della ceramica raccoglievano pezzi di porcellana e di vetro e li mettevano dentro la fornace. Dentro la fornace la porcellana ed il vetro si scioglievano come la cera per il gran calore diventando un miscuglio unico, un'unica sostanza, un composto nuovo, cioè la cristallina. Dopo che la fornace si era raffreddata la cristallina diventava fredda e dura, tipo una cera solida. I fornaciai prendevano quei pezzi e li portavano ad un uomo, uno scapolone. Quell'uomo prendeva un asse di legno, si metteva in piedi e frantumava la cristallina. Batteva sul quel composto ed il bastone quando batteva faceva "Toc, tic, toc, tic". Questo composto duro diventava polvere e veniva portato nella zona dei Cappuccini. Lì ci scorre il fiume Romore e ci stava anche un mulino ad acqua. Lo scapolone prendeva la polvere di cristallina, la metteva in una sacca e la portava al mulino. Il mulino la mescolava con l'acqua così la cristallina diventava melmosa ed era pronta per essere usata. L'uomo, con la sacca in spalla, riportava infine la cristallina nella fabbrica, pronta per essere usata.
Era un lavoro difficile e faticoso ed a chi lo faceva gli facevano male le braccia.

I colori ed i pennelli

Nel mondo esistono tre tipi di ceramica: le mattonelle o le piastrelle per il pavimento o da rivestimento; la ceramica d'uso (usata in giardino ed in cucina ad esempio le pentole, i piatti, le tazzine, i portafrutta, le cocce, ecc); la ceramica artistica che serve per l'arredamento della casa (per abbellire gli armadi, i mobili, le vetrine...).
Nella ceramica artistica, per decorare, si usa anche l'oro e il rubino, così diventa brillante e si deve cuocere tre volte. Dopo aver cotto un vaso per la seconda volta, i pittori ci aggiungono l'oro e il rubino e dopo lo rimettono a cuocere. Invece l'altra ceramica, in cui usano i colori normali, si deve cuocere due volte. I colori, fino a trenta anni fa, erano ricchi di piombo. I pittori, quando pitturavano, si intossicavano perché il piombo è tossico e si ammalavano di piombemia. Allora andavano a visitarsi dal dottore, facevano le analisi e se risultava che il sangue era intossicato dovevano restare fermi per una settimana o due settimane finché non guarivano; e poi ritornavano al lavoro.
Invece oggi i colori hanno poco piombo e sono meno tossici, così i pittori non si ammalano più di quella vecchia malattia.
Fiorello racconta: "Nel mio lavoro ho composto molte gradazioni di colori mescolandoli tra di loro e dosandoli per rifarli sempre uguali. A ciascuno gli davo un nome. Ne citerò alcuni: rosso pompeiano, marrone Catania, verde primavera, verde petrolio, ecc". Fiorello ci ha fatto vedere due quadernetti sui quali aveva scritto tutte le combinazioni dei colori. Una cosa curiosa erano i pennelli per fare i contorni. Circa 50 anni fa non c'erano i pennelli di oggi. I pennelli si facevano con i peli delle orecchie delle mucche. I pittori andavano nelle stalle, tagliavano i peli più lunghi dalle orecchie delle mucche, ci facevano un ciuffo con uno spago e poi l'attaccavano ad un pezzo di legno. Erano peli molto duri ed erano utili per fare i pennelli che servivano per fare i filetti molto fini. Secondo me faceva un po'schifo tagliare i peli delle mucche e poi pitturarci senza nemmeno lavarli.
"Come ho imparato a fare il mestiere"
Fiorello, per imparare a fare il pittore, non è andato a scuola di pittura. Ce lo racconta in questa intervista:
"Ho incominciato facendo i lavori più umili. Poi mi sono dato da fare. Prendevo con l'oc¬chio e incameravo. Rubavo con l'occhio".
Che cosa significa?
"Guardavo che cosa faceva il torniante quando lavorava oppure quello che faceva il pittore. Io un maestro non ce l'avevo. All'inizio, in fabbrica, facevo il manuale". Che cosa significa manovale? "Facevo i lavori più umili: badavo il forno, caricavo le fornaci, trasportavo la legna". Com' è nata la passione per la pittura? "Quando andavo nel reparto di pittura io guardavo sempre cosa facevano i pittori: come tenevano il pennello, come facevano il filetto...Poi, quando la sera gli altri andavano via, io mi fermavo per fare il filetto sul bordo dei bicchieri. Stavo nella fabbrica Mastrogiorgio. Era l'anno 1945. Ordinarono alla fabbrica migliaia di bicchieri. Li ordinarono gli Inglesi e gli Americani durante l'occupazione. Io, la sera, dopo aver fatto il mio lavoro, andavo nel reparto dei pittori e disegnavo un bordo sui bicchieri. Mi piaceva molto. Non volevo fare il manovale per tutta la vita. Volevo migliorare la mia situazione". Perché voleva fare proprio il pittore?
"Da bambino, quando avevo 9 anni, mi piaceva ricopiare i giornaletti con la matita. Vicino a me abitava la mamma del pittore Fulberto Frillici, Ughetta Pedana, che era una pittrice molto brava, e mi diceva che ero molto bravo e dovevo continuare. Così ho sempre pensato di fare il Pittore. Nel 1950 andai a lavorare nella fabbrica Dolci, dove facevo il pittore ed ho iniziato a fare il capo-operaio.
Poi nel 1956 costruirono la fabbrica Monina e mi chiamarono a fare il capofabbrica. Per 26 anni ho sempre fatto il capofabbrica e avevo raggiunto il massimo della mia aspirazione, della mia carriera. Però, quando potevo, tornavo a pitturare perché quella era la mia grande passione".

La Monina

Fiorello ci ha raccontato un'altra bella storia parlando della vecchia e nuova Monina. Nel 1935, all'incrocio per andare a Gualdo, c'era la Monina. Fiorello ci ha lavorato quando aveva 12 anni. Fabbricavano delle mattonelle di misura 15x15 per i pavimenti ed i rivestimenti dei bagni.
Degli operai andavano a raccogliere la terra a Cerqueto e la trasportavano con i carri trainati dai muli e dai cavalli. Una volta portata in fabbrica la lasciavano asciugare sul piazzale. Una volta seccata la tagliavano in pezzi piccoli, la mettevano nelle carriole e la trasportavano dentro, la bagnavano e la mettevano negli stampi per fare le mattonelle. Dopo averle tolte dagli stampi, le piastrelle le mettevano a cuocere in un forno a tunnel. In questo forno c'era il fuoco e per farle cuocere le spingevano con una stanga di ferro. Mentre un pezzo entrava l'altro usciva, le mattonelle così si cuocevano ed erano pronte. Questa fabbrica si trovava all'incrocio che passa per la Flaminia e la strada del Cerqueto, dove sono quei capannoni mezzi terremotati. Nel 1956 hanno costruito la nuova Monina sopra l'ospedale, in via Santo Marzio.
Così racconta Fiorello: "Questa fabbrica è nata dalla società formata dalla Sig.ra Dionisi e dal Sig. Poerio Luzi. E' lì che mi sono fatto una grande esperienza di ceramista: componendo un gran numero di colori, i colori normali tra di loro, facendo un'infinità di gradazioni di colori, componendo anche smalti colorati che ho chiamato Artistico A, Artistico B, smalto vecchio, rosso pompeiano, ecc". Fiorello ci è andato a lavorare come pittore e dopo è stato scelto come capofabbrica. In quel tempo i capi delle fabbriche mettevano le multe ai lavoratori se non facevano bene il loro lavoro. Lui, però, non ha mai messo una multa a nessuno perché non gli piaceva metterle. Adesso quella fabbrica è stata demolita per fare dei palazzi. Nel 1972 un insieme di persone che hanno lavorato nella fabbrica della Monina hanno creato una società ed hanno fatto la Tagina. La Tagina, adesso, è una delle più importanti fabbriche del mondo che produce piastrelle in ceramica.

La mandola

La mamma di Fiorello andava sempre a casa di un prete a mezzo servizio, cioè gli puliva la casa. Un giorno Fiorello la seguì e vide attaccato al muro uno strumento musicale che si chiama mandola. La mandola è uno strumento musicale simile al mandolino; solo che il mandolino è bombato, invece la mandola è piatta. Fiorello aveva tanta voglia di suonarla che la spiccò e cominciò a strimpellarla. In quel momento arrivò il proprietario, don Pelio, che lo sgridò dicendo: "Cosa fai! Rimettila a posto, altrimenti me la rompi".
Il giorno seguente la mamma andò di nuovo a fare le pulizie a casa di don Pelio. Il sacerdote le chiese subito: "Ma a tuo figlio piace suonare?"
Lei gli rispose:
"Non ha mai suonato, non lo so...E' solo che ha visto lo strumento appeso al muro e ha voluto provare a suonarlo!"
Allora don Pelio le disse:
"Se vuoi te lo do! Basta che non me la rompe, perché è un mio ricordo di famiglia e ci tengo molto".
La mamma ritornò a casa con la mandola e Fiorello cominciò a suonarla insieme a Michele e ad un altro suo amico che si chiamava Antonio Bori e fu fucilato dai nazisti ai Cappuccini. Questi due suonavano il violino. Michele era un bravissimo violinista, invece l'altro era bravo a fare tutto: il calzolaio, il falegname, il ceramista. Pensate che con la sua intelligenza si era costruito il violino da solo. Purtroppo era "infelice", cioè handicappato, perché era zoppo, ma era intelligentissimo. Suo padre faceva il calzolaio.
A loro si unì Renzo Megni, che era un grande pittore, suonava molti strumenti e conosceva la musica.
Gli altri ragazzi iniziarono a suonare ad orecchio perché non conoscevano la musica. Renzo Megni, per insegnare a suonare ai suoi amici, invece delle note, scriveva i numeri perché era più semplice.
Così i cinque formarono una band, lì chiamavano "I musicanti".
Dato che avevano formato un gruppo musicale, la gente li chiamava per suonare e loro andavano un po'dappertutto: a Rigali, Grello, Morano, Nocera, Piagge, Vaccara, San Pellegrino... Però era molto faticoso perché dovevano andare a piedi perché non c'erano le macchine. Quando suonavano non guadagnavano soldi, non erano pagati, ma ricevevano cose in natura come le galline, le uova, il formaggio...
Quando andavano a suonare nelle case di campagna si mettevano a suonare nelle cucine dove c'erano appesi salami e salsicce e certe volte face vano degli scherzi: per suonare ognuno si metteva in un posto diverso nella cucina, tranne Michele che si metteva sotto le salsicce ed i salami appesi. Quello che era vicino alla luce la spegneva e Michele, con l'archetto del violino, spiccava un salame o le salsicce e se li nascondeva nella camicia. Poi si riaccendeva la luce e si continuava a suonare.
Alla fine ritornavano nelle loro case e dividevano tutto quello che avevano o si facevano delle belle cenette.

Alunni: Abdija Claudio, Belardi Ilary, Benkoraki Hamza, Betti Simone, Falcetti Martina, Ficarelli Cristian, Ghiandoni Andrea, Giacometti Jessica, Haxhi Persida, Jayed Hasna, Livieri Cristian, Micheletti Silvia, Msalla Otman, Pastorelli Marica, Pennacchioli Sara, Ranieri Angelica, Rondelli Simone.
Insegnanti: Ascani Cinzia, Serroni Riccardo

 

 

 

 

 

Ciribelli

Quando si parla o si cita la frase "si chiappo el letto al volo!" molti, erroneamente, l'accostano ad un fattore di stanchezza, tipo "non vedo l'ora di andare a letto", ma non è così. Tutto deriva invece dalla storia di un mio bisnonno, detto Ciribelli, padre di mia nonna, assiduo frequentatore dell'osteria di Maria del Cappanno, moglie di Lacchi Nello detto il Pinco e sicuramente uno dei migliori clienti del locale. Come suol dirsi ogni bicchiere una tacca, pardon...una sbornia.
Tornando a casa per cena nonno Ciribelli, forse più ubriaco del solito, disse a mia nonna che non avrebbe cenato e che sarebbe andato diretto a letto. Si fece accompagnare in camera ed entrato si fermò: il letto davanti a lui sembrava girare vorticosamente, tanto che Ciribelli disse:" vò a dormì, si chiappo el letto al volo?". Poi, si tuffò.
Risultato: alcune costole rotte e ricovero al Calai.

Carlo Petrozzi

 

L'Omino di San Rocco

Estate anni '60. Ci troviamo a San Rocco. C'è un vecchietto molto minuto seduto sul parapetto che dà sulla Flaminia. Sta lì vedendo passare le macchine, quando ad un tratto se ne ferma una che gli domanda:
"scusi, omino, mi sa dire la strada per Roma"? E lui:
"fattelo dì da uno più grosso de me"!

Carlo Petrozzi

 

Il Salgari

Il  Salgari, personaggio degli anni 50-60  era solito raccontare, a noi bambini della capezza, le sue più che avventure, direi, disavventure.
In queste storie della sua vita, alcune anche molto drammatiche, come il suo ferimento in guerra da alcune scheggie di una bomba, altre meno gravi, ma tendenti quasi sempre al negativo, lui ce le raccontava facendole diventare quasi barzellette forse anche per il suo compiacimento di asservire la sua vita al sorriso di noi bambini. La più conosciuta:
Ieri so gito a caccia con la vespa  sopra Rigali, sulla Flaminia me ferrmeno i carabinieri de Gualdo e 'l Brigadiere me fa: scenda e favorisca la patente.
Io je dico che nun ciò ne il cavalletto, ne la patente.
Lue me fa: andiamo bene e le luci?
Je fo, sa Brigatié, ce vo sempre de giorno a caccia.
Lue, me dice: e i freni?
Ce vo sempre in prima su pe sti monti a caccia.
Lue arrabbiato me dice: vada vada altrimenti la devo arrestare.
Io je dico: Brigatié mo che ce stete demme anche na spintarella che nun ciò manco la messa in moto.

 

 

Michele il calzolaio

Uno dei personaggi più caratteristici di Gualdo dagli anni '40 agli anni '70 è stato sicuramente Michele il calzolaio. Abitava in una casetta nel pieno centro storico, in una viuzza trasversale a via Storelli. Aveva un paio di baffi ben coltivati ed una folta capigliatura che pettinava orgogliosamente all'indietro lasciandola spaziare in altezza così da sembrare di una spanna più alto di quanto fosse in realtà. Camminava con un portamento altezzoso, con il petto in fuori, il tronco rigido ed un'andatura sostenuta, quasi avesse continuamente fretta di andare da qualche parte.
Michele era un ottimo artigiano. La risolatura delle scarpe da lui eseguita era sempre a regola d'arte. Aveva di conseguenza una vasta clientela sia in città che nelle frazioni. Spesso, quando aveva eseguito il lavoro, era lui stesso che, gambe in spalla, si recava a casa del cliente per riportare le scarpe "accomodate". Scambiava qualche chiacchiera (era un conversatore brillante, con una voce chiara e cristallina), beveva un bicchiere di vino, non disdegnava una merendina e tornava a casa con l'obolo guadagnato con la riparazione.
Anche se, purtroppo, difettava di una qualità importante: la sincerità. Michele era conosciuto a Gualdo come il più bugiardo dei bugiardi. Sapevi quando gli consegnavi un paio di scarpe ma non avevi idea di quando ne saresti potuto rientrare in possesso.
I suoi clienti provenienti dalla campagna lo andavano a visitare regolarmente nel giorno della fiera. Michele aveva il suo laboratorio in un locale antistante la cucina, il primo che si incontrava dopo aver salito la ripida scalinata. La sua attrezzatura era essenziale: un tavolinetto di legno su cui poggiava i pochi arnesi che utilizzava. Intorno al tavolo il pavimento era cosparso di scarpe da riparare. I suoi clienti, prima di salire le scale, lo chiamavano per verificare se ci fosse.
Michele ne riconosceva immediatamente la voce, donna o uomo che fosse. Allora prendeva velocemente in mano le scarpe della persona che lo aveva chiamato e lo invitava a salire:
"Enno pronte 'ste scarpe?" era la domanda che si sentiva inevitabilmente rivolgere.
"Ecco, guardate- rispondeva con il candore di una innocenza infantile- Le sto terminando proprio adesso. Oggi è la fiera e me l'immaginavo che venivate a prenderle".
"Eh, ma quanto c'ete ancora?"
"Poco, 'na mezz'oretta. 'Nc'ete da gi' a fa' spesa? Facete quello che ete da fa' e pu venite a pijà le scarpe".
"Micché, me raccomando. Nun facete come al solito vostro".
"Ma que scherzate? N'el vedete che enno quasi finite?"
L'uomo, o la donna, se ne andava un po' perplesso ma rassegnato. D'altra parte, con tutte le commesse che aveva da sbrigare, non poteva star lì a lungo ad aspettare che Micchele (così lo chiamavamo tutti, con la doppia c) terminasse il suo lavoro. In realtà faceva bene a non fidarsi. Infatti, appena uscito il cliente, Michele appoggiava le sue scarpe per terra e terminava un altro lavoro che, a suo dire, era più urgente. Quando il cliente tornava un'ora dopo con la speranza di riportarsi a casa le scarpe, trovava la porta d'ingresso irrimediabilmente chiusa e di Michele non c'era traccia.
E così per settimane, a volte per mesi.
Una volta mio nonno gli consegnò un paio di scarpe e gli pagò subito la riparazione:
"Se lo pago in anticipo- pensò- Me le farà subito".
Aveva pensato male. Trascorse un anno finquando, dopo reiterate proteste e minacce (ma quali minacce, che gli potevi fare?), un pomeriggio mi incontrò sulla piazza di Gualdo e mi annunciò con entusiasmo:
"Dì a tuo nonno che stasera gli porterò le scarpe"
"Sicuro?" risposi con sarcasmo.
"Ma voi scherzà? Che, nun me conosci?"
"Appunto" commentai.
Era vero. La sera, appena dopo cena, Michele bussò puntualmente alla porta di casa mia con l'espressione felice di chi è in pace con il mondo intero.
"Dov'è Davidde?" chiese dopo essere entrato in cucina.
Mio nonno, però, non c'era perché se n'era già andato a letto:
"Non me ce vojo trova'- disse- Sinnò je meno".

Riccardo Serroni

 

Michele il violinista

Michele, il calzolaio, era un artista. Ma non soltanto nell'uso dell'ago e della lesina. Era, infatti, anche un ottimo suonatore di violino. Adagiava lo strumento sulla spalla, lo imprigionava con la mascella, chiudeva gli occhi e l'archetto disegnava melodie straordinarie sulle corde vibranti.
Michele si era associato con un gruppo di amici suonatori che ogni tanto si radunava da qualche parte e si esibiva. Era in tempo di guerra. Con Michele suonava il violino Antonio Bori, fucilato poi dai nazisti presso i Cappuccini, mentre un altro amico, Fiorello, suonava la mandola. Questa vicenda l'ha raccontata Fiorello ai ragazzi di una mia classe V ed è stata poi pubblicata nel volumetto :"Fiorello.ed un po' di storia della ceramica di Gualdo ". Da qui in poi virgoletto perché il testo è la trascrizione fedele di ciò che hanno scritto i miei alunni:
"A loro si unì Renzo Megni, che era un grande pittore, suonava molti strumenti e conosceva la musica. Gli altri ragazzi iniziarono a suonare ad orecchio perché non conoscevano la musica. Renzo Megni, per insegnare a suonare ai suoi amici, invece delle note scriveva i numeri perché era più semplice.
Così i cinque formarono una band; li chiamavano "I musicanti".
Dato che avevano formato un gruppo musicale, la gente li chiamava per suonare e loro andavano un po' dappertutto: a Rigali, Grello, Morano, Nocera, Piagge, Vaccara, San Pellegrino. Però era molto faticoso perché dovevano andare a piedi perché non c'erano le macchine. Quando suonavano non guadagnavano soldi, non erano pagati, ma ricevevano cose in natura come le galline, le uova, il formaggio.
Quando andavano a suonare nelle case di campagna si mettevano a suonare nelle cucine dove c'erano appesi salami e salsicce e certe volte facevano degli scherzi. Per suonare ognuno si metteva in un posto diverso nella cucina, tranne che Michele che si metteva sotto le salsicce ed i salami appesi. Quello che era vicino alla luce la spegneva e Michele, con l'archetto del violino, spiccava un salame o le salsicce e se li nascondeva nella camicia. Poi si riaccendeva la luce e si continuava a suonare.
Alla fine ritornavano nelle loro case e dividevano tutto quello che avevano o si facevano delle belle cenette"

Riccardo Serroni

 

Michele l'affamato

Anni '40 o inizio '50, non so di preciso. C'era ancora molta fame, comunque, in giro. Michele, il calzolaio, non faceva eccezione. Di soldi ne giravano pochi e la gente, piuttosto che privarsi di qualche cosa di essenziale, preferiva andare in giro con le scarpe sfondate. Ed il nostro calzolaio doveva tirare la cinghia, suo malgrado.
Ma quando capitava l'occasione.pancia mia fatti capanna. Michele, però, era fondamentalmente un puro d'animo, uno che non voleva far intendere ciò che effettivamente era, uno che aveva un certo pudore ed una propria dignità e ci teneva in maniera esagerata all'etichetta ed alla sua immagine.
Una sera, al nostro amico, capitò la fortuna di sedersi in una famiglia intorno ad un tavolo riccamente imbandito. Niente di particolarmente sofisticato, naturalmente. Soltanto un piatto cupo di quelli belli grandi pieno di salsicce ben arrostite che emanavano un profumo delizioso:
"Micché, sedevve con noialtri, magnate qualcosina" gli aveva detto la padrona di casa.
L'invito era allettante; il calzolaio sentiva come un miagolio dentro lo stomaco e si sarebbe mangiato tutto il piatto, ma si schernì facendosi pregare:
"Per carità, ho appena mangiato. Nun saprei do' mettele".
"Ma su- insistette la padrona- Mo' nun ce vorressivo fa st'affronto. Almeno assaggiatene una per manda' giù un bicchiere de vino".
"E va bè- si rassegnò il calzolaio- Il profumo è invitante e ne pijo 'n pezzetto, ma giusto pe' sentì quant'enno bone".
Si accomodò al tavolo, prese una forchetta, infilzò una salsiccia, ne staccò un pezzo direttamente con i denti e cominciò a masticare lentamente tenendo bene in vista appoggiata sul tavolo la mano sinistra che teneva ben salda la forchetta infilzata nell'altra metà della salsiccia; e la mano sinistra la tenne sempre lì, bene esposta alla vista dei padroni di casa con il pezzo di salsiccia morsicato, tanto per far capire che stava facendo uno sforzo sovrumano per terminarla. La destra, però, approfittando dei momenti di distrazione degli altri commensali, l'affondava rapidamente e ripetutamente nel piatto portandosi altre salsicce in bocca con la velocità di un fulmine. Ne mangiò 19 pezzi.
Se i padroni di casa si siano accorti o meno dell'abbuffata di Michele nessuno lo sa. L'importante, per il nostro calzolaio, era di aver salvato la faccia senza aver scontentato la pancia.

Riccardo Serroni

 

Patatino

Chi è nato alla Capezza si ricorderà sicuramente di Patatino. Il pomeriggio, alle 16 in punto, sbucava dalla bottega e gridava a squarciagola "El merenderoooo". Per noi ragazzi era un mito, potevi brontolare due giorni per un pallone nuovo, senza ottenerlo, ma quando chiedevi i soldi per andare da Patatino non erano mai negati, quindi a Gualdo chi comandava era lui.

Fare la spesa nel piccolissimo negozio era come assistere ad una gara di nuoto sincronizzato, ogni movimento era studiato nei minimi particolari. Chiedevi il the? Tecla, la moglie, si spostava a destra, Patatino saliva la ripida scaletta in legno e andava a prendere il the, lavoro pericoloso, da uomini. Chiedevi il detersivo? Patatino si spostava dal bancone verso il muro e lasciava passare Tecla, che serviva il cliente. Mai uno scontro.

Un pomeriggio, convinto dagli amici più grandi che era finita la stagione del Buondì Motta (quasi fosse un frutto), mi presento da Patatino con la truppa, senza chiedere niente. Quando ha servito tutti, mi guarda :
"E tu?"
"Voleo il Bondì ma tanto semo fori stagione."
Patatino capisce in un attimo la situazione e risponde :
"Embè, te do questo, è quello della stagione prossima", bloccando quei birbaccioni già pronti a sghignazzare per lo scherzo.

Fabbrizio Bicchielli

 

Don Angelo

Fine anni 50. Chiesa di San Donato. Il parroco è don Angelo Paffi, ultraottantenne. Un sacerdote tutto dedito alla sua missione. E' apprezzato dalla gente, ma anche dalla Curia. E' ormai al termine del suo mandato pastorale e viene nominato "Monsignore". Un fedele frequentatore della chiesa gualdese, lo incontra e gli dice cordialmente: "Complimenti per la sua nomina. Meritatissima!". E lui risponde: "E' come chi dà l'incenso ta i muorte".

Alberto Cecconi

 

'Ngioletto

Anni 60. Un caldo pomeriggio d'estate. Davanti al piccolo bar di San Rocco, c'è un solo, anziano avventore, riparato da un ombrellone. Sta sonnecchiando.
Sulla Flaminia passa un'automobile, un uomo ed una donna occupano i due posti anteriori: l'auto si ferma, la donna chiede: "Scusi, signore, sa dirmi cortesemente se questa è la strada giusta per andare verso Fano?"
L'anziano solleva lentamente la testa, guarda i due automobilisti. E risponde: "Me sapete di' que c.o gete giranno si nun sapete la strada?"

Alberto Cecconi

 

Il sor Giuanne

Gualdo Tadino, anni '50/'60, una via centrale. Un automobilista ferma sul lato destro la sua fiammante automobile rossa, scende, ne esamina il cofano, raccoglie un piccolo sasso e comincia a blaterare agitandosi come un ossesso.
Il sor Giuanne, un capoguardia imponente e autorevole, lo inquadra e si avvicina:
"Che succede?"
"Guardi, guardi qua - l'apostrofa l'automobilista agitandogli sotto il naso il piccolo sasso - Questo sasso ha colpito il cofano della mia macchina e gli ha fatto una bozza. Guardi qua". Si avvicina al cofano e mostra al comandante la dolorosa ferita sulla vernice immacolata.
"Come è accaduto?" chiede, perplesso, il sor Giuanne.
"Il sasso era sulla strada, la macchina che mi precedeva ci è salita sopra con una ruota posteriore e quando è ripartita me l'ha scagliato sulla mia auto. Adesso chi paga? Io voglio i danni. La colpa è del comune che non ha pulito la strada".
Il sor Giuanne allunga una mano:
"Mi faccia vedere" dice.
L'automobilista gli passa il sasso. Il capoguardia lo esamina attentamente e poi lo restituisce:
"Mi dispiace - esclama - Questo sasso non è di Gualdo. Non le posso far niente". E se ne va.

Riccardo Serroni

 

Peppetiello

Peppetiello era un bravo e onesto lavoratore. Ma aveva un difettuccio: non ci vedeva una mazza, nonostante le spesse lenti degli occhiali da vista. Amava giocare a biliardo e se qualche buontempone si divertiva (e capitava di frequente) a scambiargli le boccette bianche con un fazzoletto, lui nemmeno se ne accorgeva, lo picchiava come se fosse stata una boccetta vera.
Un pomeriggio si trovava al Circolo con Aldo (forse si chiamava così ma non ne sono certo), un suo amico. Aldo gli confidò un piccolo problema. Doveva recarsi nella vicina Vaccara ma aveva la lambretta fuori uso e non sapeva come fare:
"Ti accompagno io - si offrì Peppetiello - Gemo".
Scesero le scale, l'uomo inforcò la lambretta parcheggiata appena fuori l'ingresso del Circolo e la mise in moto:
"Monta" disse all'amico.
Aldo salì e Peppetiello partì sgassando e zigzagando.
Era il tempo in cui, a Caselle, non era ancora stato costruito il ponte di attraversamento della ferrovia ed il transito sulla Flaminia era regolato dalle classiche sbarre dei passaggi a livello. Quando furono ad una cinquantina di metri dall'incrocio, Peppetiello gridò all'amico:
"Guarda 'n po' si enno aperte le sbarre del passaggio a livello".
Aldo gli bussò forte sulla spalla e gridò a sua volta:
"Fermete!"
Peppetiello accostò a destra e si fermò. Poi mise a fuoco:
"Ma enno aperte, perché m'hae fatto fermà?"
"M'ha preso voja de sgranchimme le gambe - rispose Aldo - Me fo 'na passeggiata".
E proseguì a piedi.

Riccardo Serroni

 

Il Bambolo

Facoltà di lettere dell'Università di Perugia, anni '70, tardo pomeriggio. Il corridoio antistante l'aula di italiano è gremito ancora di decine e decine di ragazzi e ragazze in attesa di superare l'esame di lingua e letteratura italiana. Il professore, sommerso da quella marea di studenti, è fuori di testa. Guarda continuamente l'orologio, sbuffa, fuma . e cerca di sbrigarsi bocciando a ripetizione senza tanti complimenti.
Esce l'ultimo esaminando ed Angelo si ricompone. Tocca a lui. Si aggiusta il capello, la giacca, prende un paio di libri, saluta sorridendo gli amici ed entra con fare disinvolto.
Dopo neppure un minuto la porta si riapre ed Angelo esce dall'aula. Gli amici lo gurdano perplesso:
"Come, non lo dai l'esame?"
"Ho fatto"
"Come puoi aver fatto?! Non è trascorso nemmeno un minuto!".
"Non mi ha fatto mettere nemmeno a sedere - racconta Angelo - Mi ha detto:
Mi parli dei critici del Boccaccio.
Io gli ho chiesto: chi, i quindici del Boccaccio?!
Fuori! Mi ha cacciato subito via".

Riccardo Serroni

 
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