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| Da un'idea di Fabbrizio Bicchielli, con il contributo degli amici di Allegra Combriccola |
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"PONCY": UN PERSONAGGIO UNICO
Domenico Frillici detto "el Poncy": l'anima, la mente ed il braccio di Porta San Facondino!
Domenico è senza ombra di dubbio il personaggio più carismatico della porta; tutto o quasi passa per lui e per le sue abilissime mani. Si può definire, nelle dovute proporzioni, il Leonardo da Vinci di San Facondino.
Costruisce carri su carri, crea torri e marchingegni epoi disrtugge ogni cosa per ricominciare da capo; usa il legno come fosse creta; ha sempre mille idee in testa e mille e una ne realizza; sa fare tutto, dall'ago al missile. Sa anche cucire. E' un genio!
I recinti poi sono il suo pane quotidiano, ne avrà costruiti in tutta la sua vita almeno 100 km!
Domenico insomma è l'alfa e l'omega, lo yin e lo yan, il bene e il male, la luce ed il buio; è sempre in prima linea pronto a mettersi in gioco, non si tira mai indietro; prende su di se tutte le critiche per una sconfitta subita o per una scelta sbagliata, le assorbe e le trasforma in nuova linfa per ricominciare; è il riferimento più importanteall'interno della porta, tutti hanno qualcosa da dirgli o da chedergli. Lo incontri sempre dappertutto: sulla stalla tra somarai e giocolieri, in sede tra le sarte, in taverna per organizzare un evento; è uno e trino è una sorta di divinità pagana!
Domenico è un personaggio facile da amare, ma altrettanto facile da evitare; con lui ci si diverte, si ride, si scherza, ci si scontra anche aspramente senza che il rapporto cambi mai.
E' ruvido, è strano, è scorbutico se la giornata è nata storta, è un duro ma dal cuore d'oro; aiuta gli prima di se stesso ed è sempre pronto ad ogno evenienza.
E' una persona che per quanto ti possa far stranire o arrabbiare, si fa voler bene.
Domenico è questo e molto altro ancora; per descriverlo completamente bispgnerebbe dedicargli una voce sull'enciclopedia, ma come ho già fatto in passato, per sintetizzare la sua figura di "mentore", di punto di riferimento, di duro dal cuore d'oro, gli voglio dedicare un passo tratto da "La domenica dell'auriga" una vecchia poesia scritta da me anni fa quasi per gioco:
... dilà la piazza freme diventa un inferno,
speramo che 'na mano ce la dà el Padreterno.
Tutti i somarai vestiti in doppio petto,
per mette el somaro trà le stanghe del carretto.
El somaro è nervoso quasi quasi nun se para,
so più contento farà 'na gran gara.
Tu monti su e te tremeno le mani,
vorriste che in un botto fusse già domani.
Qualcuno t'acccompagna e trema più de te,
me raccomando sulla riga fermelo Domé!
Mattia Pasquarelli
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ENZO SERGIACOMI, FIGURA DI PRIMO PIANO PER LUNGHI ANNI SUGLI SCENARI CITTADINI
Il Dr Enzo Sergiacomi è morto il 3 gennaio 2013. Tutti i gualdesi, escludendo forse i più giovani, conoscevano “il notaio” per eccellenza, colui che dai primi anni ’50 era stato uno dei protagonisti della vita politica, amministrativa, economica gualdese, un protagonista discreto, caparbio, competente. Un personaggio che non lesinava mai i propri consigli anche su pareri complessi.
Era nato a Gualdo Tadino il 10 marzo 1921 da Sestilio Umberto (1885-1978), anch’egli notaio e per due volte podestà di Gualdo Tadino (1927-29) e (1934-39), e da Giuseppina Mazzoleni (1888-1965).
Aveva frequentato in loco le elementari (compagno di classe tra gli altri di Renzo Brunetti, Tito Amoni, Angelo Sabbatini, Livio Bassetti, Giovanni Giombini, Amilcare Lacchi, Astelvio Maurizi, Mario Giubilei, Otello Paffi, Angelo Fazi, Angelo Fioriti, Angelo Perucchini, Alessandro Carlotti, Ferruccio Righi, Giuseppe Salmoni, Umberto Santarelli, Francesco Monacelli), poi le scuole medie presso l’Istituto salesiano, infine il liceo classico a Villa Sora di Frascati. Dopo il diploma s’iscrisse alla Facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Perugia, ma nel 1941 venne chiamato alle armi; nominato sottotenente nel 1942, destinato in zona di operazioni tra i reparti che agivano nei Balcani nel 3° Battaglione del 121° Reggimento Fanteria, al comando di un treno blindato, partecipando a numerose azioni militari, di stanza in Croazia fino all’armistizio. Per le campagne di guerra ottenne quattro croci al Merito.
Catturato dai tedeschi a Fiume nel settembre 1943, veniva internato nei lager di Estonia, Polonia e Germania del nord, dove negli ultimi mesi di guerra lavorava come operaio in una fabbrica di Amburgo, e dove nel 1945 era liberato dalle truppe inglesi e rimpatriato.
Nel 1947 si laureava a Perugia e assumeva subito dopo le funzioni di vice pretore onorario a Gualdo Tadino. Nel 1952 vinse il concorso per notaio; destinato alla sede di Perugia fino al 1956, ritornava a Gualdo Tadino dove ha esercitato la professione fino al 1996, quando arrivava alla meritata pensione.
Notevole è stato il suo impegno nella vita pubblica cittadina. Consapevole dell’importanza che doveva assumere la promozione dell’immagine della città di Gualdo Tadino in funzione di un rinnovato interesse turistico anche in correlazione ad eventi culturali di un certo spessore, nel 1948 era tra i soci fondatori
della Pro Gualdo insieme a Raniero Boccolini (presidente) e Odoardo Benedetti (cassiere). Come prima iniziativa della neonata associazione si annovera l’organizzazione presso la chiesa di San Francesco il 28 settembre 1948 del concerto della Società Polifonica Romana, fondata e diretta fino al 1940 dal gualdese mons. Raffaele Casimiri.
Nel 1954 era fra i soci fondatori e poi componente del consiglio direttivo dell’Associazione turistica Pro Tadino, sorta sulle ceneri della precedente associazione, restandovi alcuni anni.
Contemporaneo era anche il suo impegno in politica: iscritto alla Democrazia cristiana, è stato consigliere comunale (dal 1952 al 1959 e dal 1964 al 1970) e consigliere provinciale, ma soprattutto ha ricoperto per oltre un ventennio le cariche di presidente del consiglio di amministrazione degli I.R.R. (Istituti Riuniti di Ricovero) ospedale “Calai”, Asilo infantile e Opera Pia Ospizio Cronici. Grazie alla sua infaticabile opera, favorita dall’interessamento dell’onorevole Filippo Micheli, nel 1958 la cosiddetta “infermeria” Calai di Gualdo Tadino otteneva il riconoscimento statale di ospedale di terza categoria, si impegnava poi nell’ampliamento della vecchia struttura donata da Mons. Calai fino a raddoppiarne la capienza, la funzionalità e la capacità di attrazione di utenza da un ampio hinterland che travalicava i limiti del comune.
Il resoconto della sua amministrazione, redatto nel 1957 dal segretario Angelo Fazi e dal direttore sanitario dottor Raoul Braccini, parlava, infatti, di 1.287 ricoverati all’anno per un totale di 13.350 giornate di degenza; cifre che, alla fine degli anni 70, con la creazione della sezione territoriale dell’INAM, sarebbero raddoppiate.
Il mio ricordo di lui, pur essendo di una generazione diversa, è estremamente positivo e indelebile.
Rammento con nostalgia le lunghe chiacchierate passate insieme qualche anno, fa quando mi chiese notizie aggiornate sull’albero genealogico dei Sergiacomi, fornendomene a sua volta alcune a me sconosciute. E proprio durante una di queste che mi nacque l’idea di scrivere il volume sulla storia di Gualdo dal 1921 al 1946 ascoltando i suoi preziosi ricordi, sempre precisi, puntuali, mai conditi da aggettivi denigranti. Ogni tanto mi telefonava per darmi immagini, che custodiva gelosamente, e che a causa del terremoto e dei lavori edilizi aveva disposto in alcuni scatoloni. Io, dal mio canto, restituivo queste immagini il giorno dopo sapendo quanto lui ci tenesse. Era così nata una piccola simbiosi grazie alla quale abbiamo avuto una breve ma proficua frequentazione che ha portato alla nascita dell’opera. Durante i nostri incontri mi ricordava la figura di mio padre Tito Amoni, suo amico e compagno di scuola, persona che godeva della sua stima. Credo di aver capito che alla sua età erano poche, sia in ambito locale che nazionale, le persone che stimava in quanto lontane dai suoi canoni di discrezionalità, rigore morale, etica, senso di appartenenza ad una comunità o a un’ideologia. Ma altri ricordi mi affiorano alla mente, tra cui spicca la sua “battaglia” contro la vendita della Banca Popolare Cooperativa di Gualdo Tadino, incorporata per fusione con la Banca dell’Etruria; oggi di quell’istituto di credito, che a partire dal 1885, anno della sua fondazione, era il fiore all’occhiello della città, non esiste che una parvenza di banca, uguale a tante altre.
Ritengo anche che proprio ultimamente la sua figura non abbia avuto la giusta riconoscenza. Mi riferisco alla visita che il Ministro francese della Cultura, madame Aurélie Filippetti, ha fatto a Gualdo il 21 novembre 2012. Ebbene, in quel contesto, la politica gualdese non ha brillato certamente di approfondimenti storiografici quando ha concesso alcuni riconoscimenti sia a deportati che a eredi o parenti di deportati nei campi di lavoro tedeschi trascurando proprio Enzo che aveva provato anche lui la dura quotidianità di quei luoghi di sofferenza.
Oggi “il notaio” non è più tra noi ma vive sicuramente nel ricordo di tantissimi gualdesi. Per questo l’Amministrazione comunale ha voluto rendergli omaggio concedendogli un premio speciale alla memoria in occasione della festa del Beato Angelo. Premio più che meritato anche se ritengo fosse stato più giusto averlo concesso quando era in vita. Nelle nostre frequentazioni ho notato, infatti, anche se non ne ha mai parlato apertamente per una sua congenita riservatezza, un senso di velato dispiacere per essere stato trascurato negli anni dalle Istituzioni in occasione proprio di quel premio. Le motivazioni infatti riportano “Professionista rigoroso di rilevante levatura, testimone di un impegno intenso e costante, esempio di autorevolezza e di un profondo senso del dovere, doti queste riversate anche sul fronte del lavoro politico e delle responsabilità pubbliche assolte al servizio della città”. Ottima e ben centrata la motivazione.
Daniele Amoni
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UN PRETE FURIOSO
9 gennaio 1888. In tutto il paese sono previste manifestazioni per commemorare il decennale della morte del re Vittorio Emanuele II.
A Gualdo Tadino il momento non è dei migliori. Alcuni giorni prima era scoppiata una mezza guerra, con annessa polemica politica, per la mancata illuminazione del palazzo comunale in occasione del compleanno della Regina e i nervi sono a fior di pelle.
I Repubblicani gualdesi, elettrizzati, si danno da fare per organizzare una solenne manifestazione con la quale intendono, onorando il re defunto, riaffermare il concetto di nazionalità e di Roma capitale. I cittadini che ancora non si sono ripresi dalla botta della fine dello Stato Pontificio, seguono i preparativi con sbigottimento: onorare quel birbaccione? Qua non c’è più religione! Altri seguono la questione con interesse di rimbalzo, magari ne esce fuori una bella giornata per evadere dalla monotonia cittadina. La maggioranza dei gualdesi se ne frega, devono pensare a cosa dare da mangiare ai propri figli e come difendersi dal freddo pungente. Con la pancia piena ogni faccenda finisce in polemica, a pancia vuota le questioni sono più serie.
I preparativi fervono. Sulla porta del comune è affisso un manifesto che invita la cittadinanza a una manifestazione per ricordare il Re, Roma, l’Italia e via discorrendo.
Don Nazzareno Pandolfi, noto sacerdote gualdese, ogni volta che attraversa la piazza osserva segretamente quel losco manifesto e, quel che è peggiore, subisce i sorrisini ironici di coloro che considera nullafacenti mangiapreti. Se il suo prestigio non ne risentisse, ci metterebbe un attimo a invitarli ad andare a zappare l’orto!
Don Nazzareno è un “personaggio”. Esecutore testamentario di mons. Antonio Cajani, direttore spirituale delle suore dell’Istituto Bambin Gesù, tra i pochi nel 1871 chiamato a verificare lo stato del corpo del beato Angelo. Insomma, un tipo tosto, mica un pretino tra il lusco e il brusco. Caratterialmente poi... più aceto che vino.
Passa oggi, passa domani, quel manifesto è sempre là, e anche gli ostinati sfaccendati. Don Nazzareno rimugina, sopporta, tace, ribolle di rabbia. Si avvicina alla porta del Municipio, si ferma davanti al manifesto, si gira a guardare i cittadini che a loro volta lo studiano incuriositi. Qualche ingenuo pensa: “Sta a vedere che anche il prete viene alla manifestazione”. Se… certo, come no.
Vittorio Emanuele II, Roma, la cittadinanza tutte è invitata, Italia… quel che è troppo è troppo. Don Nazzareno è un vulcano in eruzione e sfoga sull’indifeso manifesto tutta la sua rabbia, riducendolo in brandelli a colpi di bastone. Ora che i Repubblicani raccoglieranno il pezzo più grande del manifesto col cucchiaio, si sente meglio. Cavolo, quando ci vuole, ci vuole.
Adesso la storia si complica, ma mica tanto, segue le solite vie della faziosità. Si comincia a trafficare da una parte e dall’altra, c’è chi sbraita e chi getta acqua sul fuoco.
I Repubblicani protestano per l’attentato contro la libertà di pensiero e chiedono l’intervento dell’autorità giudiziaria. Quelli pro-prete dicono che, va beh, non si fa, ma quei peccatori se le sono cercate, che avrà fatto mai, e poi è pur sempre un sacerdote, avrà senz’altro ragione. Quelli che hanno fame continuano a fregarsene.
Comunque, l’energico sindaco di Gualdo, Francesco Cajani, decide di deferire all’autorità giudiziaria l’impetuoso sacerdote.
Il 26 gennaio 1888 si apre l’udienza. Don Nazzareno è assente, possono fucilarlo ma non possono costringerlo a mettere piede in un’aula di tribunale del Regno d’Italia, per lui sono un covo di nemici della Chiesa.
L’avvocato Giulio Guerrieri invece si presenta, sostiene l’accusa stigmatizzando con parole di fuoco l’opera del “prete settario che cospira ai danni dell’unità della Patria”. Conclusione, Don Nazzareno Pandolfi è condannato dal pretore Biagio Bellini in contumacia per contravvenzione alla Pubblica Sicurezza.
Il settimanale “La Provincia dell’Umbria” giornale politico amministrativo, nell’edizione di sabato 28 gennaio 1888 picchia come un fabbro sulla vicenda. La faccenda è una “prodezza pretina” e il sacerdote ha contravvenuto alla legge perché “…fegatoso, sfogò tutta la sua bile gesuitesca”.
I Repubblicani festeggiano, hanno vinto, non si sa cosa ma hanno vinto. I “Papalini” sono sbigottiti, hanno perso, non si sa cosa ma hanno perso. Quelli che hanno fame continuano a non avere idee in proposito.
Domani è un altro giorno, e bonanotte.
Fabbrizio Bicchielli
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UN PO' DI TOPOGRAFIA E BREVI CENNI INTORNO AD UNA GUELFA
Un breve cenno di storia della Città di Gualdo Tadino tratto dal primo capitolo di “LA BASTOLA (1901). Racconto popolare del secolo XIII di Alessio Bucari-Battistelli. pagine: 554, cm 13,5x19,5. Letterato e storico erudito, Alessio Bucari Battistelli (Gualdo Tadino 1833-1913), di Gioacchino, divenne canonico della cattedrale di Nocera Umbra nel 1887 e della collegiata di S. Benedetto nel 1895. Insegnò per molti anni Lettere nel seminario diocesano annoverando tra i suoi allievi anche il nipote Raffaele Casimiri (1880-1943). Il romanzo storico La Bastola, dedicatoa mons. Roberto Calai Marioni, prelato domestico di S. S. Leone XIII (1878-1903), rappresenta la prima opera a stampa in cui vengono descritte le vicende storiche gualdesi con una stoaordinaria ricchezza di particolari, talvolta anche inediti. Le notizie appaiono alle fine di ogni capitolo (in totale XXII) come note aggiuntive e fanno riferimento a nomi e luoghi che l’autore nel romanzo cita espressamente.
Stampa: Tipografia Editrice L. F. Cogliati, Corso Pota Romana 17, Milano.”
Chi verso la fine del secolo X avesse avuto vaghezza di dare una corsa per le rovinate città in ispecie del Piceno e dell'Umbria nostra, come Poroflaminio, Martana, Usenti, Plestea o Fistia (1), Luceoli, Sentine ed altre parecchie, egli seguendo il corso della celebre Plaminia (2), Via regia, si sarebbe abbattuto eziandio nell'antica Tagina recentemente distrutta. Questo luogo non pare indegno di particolar menzione, attesoché ivi presso, cioè nel suo piano, il famoso Totila (3), re e condottiero dei Goti, toccasse la memorabile e decisiva rotta dalle armi imperiali di Narsete. Che anzi par certo che in tal battaglia ferito, trovasse quasi oscura morte e sepolcro di quivi non lungi presso al castello di Capra o, qual chiamasi oggi, Capraia (4).
Or quella città, per chi noi sapesse, era posta per la più parte in un piano dopo la giogaia principale degli Apennini, tra Nocera, Ascesi ed Agobbio (5). L'epoca poi della sua finale distruzione si vuoi fissata nell'anno 996, in pena di aver pur essa seguito le parti del console Crescenzio, rubello a Papa Gregorio V, e sciagurato fautore dell'Antipapa Giovanni.
Se però stessero così le cose, ne parrebbe un po' più verosimile che cotal distruzione avvenisse due anni appresso, nel 998; vale a dire dopo che per opera dell'imperatore Ottone III venne fatta alla perfine giustizia sommaria di quel ambizioso ribaldo (6). Perocché in tale ragionevole ipotesi, il castigo sarebbesi naturalmente ed anche più giustamente esteso contro di quelle terre e città che ebbero, forse troppo in fretta e con poco senno, disposato il partito di lui.
Sembra del resto che in tal bisogna, almeno per quel che riguarda 1' ultimo fato della nostra Tagina, quell'imperatore si avesse a potenti e fervorosi coadiutori i conti Offredo, Rodolfo, Vico (nomato altrimenti Lupo), Arnolfo e Monaldo, illustri progenitori dei Trinci. I quali, facendo altresì loro buon prò' delle intestine discordie e delle sanguinose fazioni onde portava lacero il seno lo sciagurato paese, trovarono più agevole il varco a penetrarvi colle loro genti. Così è che poterono consumare la totale rovina dell'infelice, ma per dir vero, ostinata città, e fedele al Console romano ed al suo Antipapa assai più che per avventura le politiche vicende dei tempi non richiedessero (7).
Sia però come si voglia, è certo (8) che dagli avanzi di quel luogo malaugurato (avanzi oggi appena visibili lunghesso la Plaminia), per opera di quei Tadinati che non poterono, non seppero o non vollero, col perdere una patria comune, acconciarsi a vivere come tant'altri sparsi ed isolati ne' prossimani villaggi, nelle castella e città, surse meglio forse per effetto di grande amore ali' antica patria (9) che di naturale fermezza, un castello che appellarono Gualdo dalla parola tedesca Wald, cioè selva. Ciò avvenne circa due secoli dopo quella distruzione; ed al castello fu appiccato tal nome perché veramente ivi dintorno doveva essere il sito ricinto da folta boscaglia (10).
Tuttavolta, quasi ad onta dei grandi sforzi fatti nel-l'ediflcarlo e poscia nel difenderlo, prevalsero alla fine la malvagità e le vessazioni dei circostanti nemici, e fu mestieri di prima abbandonarlo che l'avessero condotto a termine discreto e ragionevole (11). Il sito di
questo primo Gualdo fu nel cosidetto « Pian di Cerreto » forse alla metà d'un miglio dal Gualdo presente, e a due terzi dalla distrutta Taino; ma più segnatamente ne' pressi della Chiesa, ab antico dei SS. Nicolo e Vito e quindi Abbazia di S. Benedetto. A' di nostri rimane al luogo soltanto l'appellativo di « S. Benedetto vecchio, » tanto per significare così 1' esistenza di un S. Benedetto nuovo. Però di entrambi dirassi alcuna parola in appresso.
Abbandonato pertanto il malaugurato castello, e compreso per esperienza che mal si poteva durarla in un piano troppo aperto ed esposto alle insidie e violenze di potenti e numerosi avversarii, i nostri Gual-desi si ritrassero su verso il monte. E più che mai saldi nel loro proposito, non indugiarono a scegliersi quivi un' altra posizione, forte piuttosto e ben coperta per quei tempi, è come dire una remota e chiusa valletta erma ed alpestre, alle falde dell'Apennino soprastante, che vien chiamato tuttora monte di « Serra Santa » quasi terra dei santi o meglio monte santo (12). In seguito se ne dirà la ragione.
E fu in cotal luogo che posero alacremente mano ad innalzare un altro castello sotto lo stesso nome di Gualdo ; dacché ivi pure a grande spazio era boscaglia molto selvatica ed aspra. Pur tuttavia se qui non fu adoperata o non valse apertamente la forza, si fé' largo e disumano uso d'insidie che presto o tardi non potevano fallire al loro scopo. E fu così che anche tal opera, che pur contava parecchi anni di travagli e di spese, andò in un sol giorno completamente disfatta (13).
Ora è a questo castello, se ci verrà fatto alla meglio o alla peggio, che dovrebbero convergere e raggrupparsi le fila del nostro qualsiasi racconto. E tanto potrebbe forse bastare per ciò che riguarda la topografia. Ma, per un certo cotal ordine e chiarezza maggiore, non sarà del tutto superfluo 1’aggiungere che, se al gravissimo intravenuto disastro, rimasero profondamente commossi e addolorati i nostri poveri Gualdesi, non per questo si abbandonarono. Che anzi come se dall’istessa sventura avesser tolto maggiori forze, novelli ardimenti, incoraggiati puranco e sorretti da uomini che furono veracemente amatori della patria (dicemmo a bella posta veracemente a distinzione di cotali sedicenti amatori di.... sé stessi, de' quali v'ebbe sempre dovizia a questo mondo), entrarono poco dopo fiduciosi e baldi ad edificare in altro sito, ma non guari discosto, ancora un nuovo castello e più grande e più forte.
E fu solo in cotal fiata che parve alla fine stanca di perseguitarli fortuna, anzi in cambio volger loro molto benigna la faccia. Mercecchè ricevuti per avventurosa combinazione larghi ed opportuni sussidii dall'imperatore Federico II (14), naturale e trapotente fautore delle parti ghibelline, venne lor fatto di vederlo sorgere con discreta celerità a beneplacito del generoso monarca, sopra un colle più a basso, ma non guari lungi e quasi medio fra quei ove il primo ed il secondo Gualdo un dì erau posti. Questo castello che come è accennato, fu il terzo Gualdo, venne qualch' anno dopo la sua edificazione, per la stessa generosità del munifico Imperatore, circondato di salde mura e di numerose torri, con in sommo una Rócca (15), che credesi eretta sopra gli antichi avanzi della Rócca di Fisa, Flebea ed anche di Plebeo, la quale di que' tempi potea ben valere per una discreta e solida fortezza. Così anche per que' cattivelli de' nostri antenati potè aver luogo il proverbio : Chi la dura la vince.
Pure a tal castello fu dato il nome di Gualdo ; dappoiché nemmen quivi facea difetto la selva, se non vogliasi dirla tutt'una con quella ov'eransi un dì fabbricati gli altri due castelli. Gli fu però in seguito appiccata l'aggiunta di ladino (16), sì a ricordanza dell'antica città, sì a distinzione di altre terre aventi pur esse lo stesso nome di Gualdo.
Or fu questa volta ch'esso crebbe e prosperò, vuoi mercé i varii privilegi e franchige del benevolo Imperatore anche largamente concesse, e non molto dopo dal Pontefice Alessandro IV generosamente confermate, vuoi altresì perché non poche agiate e anche doviziose famiglie qua e colà trapiantatesi, non indugiarono ad accorrervi.
E potenti ne erano a dir vero le attrattive. Ne stimolava parecchie lo spirito di parte, d'interesse o di ambizione a quell'aura lusinghiera d'invadente ghibellinismo, il rinfocolato amore d'una patria più grande, più forte,'più sicura e per giunta già posta sotto le spaziose ali della imperiai protezione. Di che più esteso e più durevole ne fu l'incremento, più vivo e più in tutti sentito l'ardore di accrescere alla nuova patria privati edifizi, di pubblici adornarla. E di fatti nel non lungo giro di poco più che due secoli, Papa Nicolo IV l'ebbe dichiarata e costituita « Terra Murata » (17). E quantunque in epoche successive patisse forte e per fiere pestilenze (18) e per assalti sostenuti e saccheggi (19), e più di recente per continuate e veramente spaven-tevoli scosse di terremoti (20), risorta ancora dalle sue rovine, venne ultimamente per munificenza del Pontefice Gregorio XVI decorata col titolo di Città (21).
Essa è posta sui confini dell'Umbria a cavaliere di un colle ameno e arioso, nomato S. Angelo (22), il quale si stacca appena dagli Apennini tra mezzo ad una valle formata dai contrafforti di questi monti che le stan sovraccapo. L'aspetto esteriore di questa cittadina, comecché rotto qua e colà da spessi orti e giardini (avanzo quasi esclusivo di case e di altri edifizi che più non risorsero), è piuttosto piacevole e grato. L'interno poi, riguardate le sue strade nella più parte anche ben lastricate ed agevoli, le fabbriche, d'altronde per la struttura e per la forma reputabili molto inferiori a quelle che furono, e le numerose fontane di acqua copiosa, fresca e salubre (23), lasciando ora stare il rimanente, può di leggieri avanzare il suo aspetto esteriore, a segno che nel tutto insieme piglia un'aria di allegra e gaia città. Starebbe poi meglio ad altri il dire della sua assoluta e relativa agiatezza, dell'ognor crescente sviluppo commerciale, de' suoi facili differenti sbocchi e andiamo discorrendo (24).
È popolata di circa quattromila abitanti, e, compreso il suo vario e bel territorio, da forse undicimila o su quel torno. E avvegnaché si abbia a ridosso la catena principale di que' monti, le si apre tuttavolta d'innanzi e le corre da basso una pianura abbastanza larga ed estesa, ed in generale anche ben coltivata e fruttifera (25). Vien chiusa di prospetto o vogliam dire all'occaso, da una lunga serra di colline che fronteggiano i monti Pennini a guisa, se può reggere il paragone , di una spessa e prolungata falange di pigmei di contro ad un esercito di giganti. E, sotto un cotal punto di vista, quel piano si può chiamare, come è veramente, una considerevole vallata di questi monti nostrani.
Del rimanente veggonsi, non senza qualche meraviglia, prosperare gli olivi virenti e rigogliosi per buono spazio verso 1' oriente, fin presso e un po' anche per entro alle mura semidirute della città (26). Le montagne poi sovrabbondano di pascoli e fieni, vi allignano de' castagni, vi maturano altresì de' frutti molto saporosi e ricercati. Eran pure una volta ispide e chiuse largamente per grandi selve e foreste che quasi potean dirsi tutt' una (27) e di naturai conseguente, altrici feconde in volatili e quadrupedi, a grande e comune utilità e diletto speciale dei cacciatori.
Inoltre quel tratto di pianura compresa nel territorio di questa cittadetta, è bagnata (pur non facendo ragione dell'acqua più che bastantemente copiosa che da vena speciale scende ad alimentare le varie e molteplici fonti pubbliche e private della Terra) da ben quattro precipui flumetti, i quali tutti han sorgente da quei gioghi. Ciò sono: il Fleo, Flebèo od anche volgarmente Fèo, che sotto 1'omonima Rocca scorrendo a mezzodì, viene a rasentare le mura della piccola città. Pinattantochè entro ai termini del piano, mescolando sue acque con altro fiumicello che un po' più da lungi ma dall’istessa plaga, vien come ad incontrarlo, perde affatto il suo nome, e pigliano insieme quello di Rasina, Rafina o Rosina, siccome lo chiama 1'Olstenio (28). In tal maniera uniti ed in un sol fiume confusi, scendono ad imboccare la valle che da essi prende il nome di Valle di Easina. Questa che per verità non è altro che un seguito della Valle di Flea, dischiudesi precisamente tra i colli dirimpetto al paese, quasi al morir della pianura, considerata nella sua maggiore larghezza.
Dall' altro lato, cioè a tramontana , sgorgano giù dagli stessi monti ed attraversano il piano, il Moro, Rivum Mori (29), detto anche corrottamente le Remorie o come oggi il Rumore, ed il Castriano (30), i quali dopo non lungo tratto, confluendo pur essi addiventano un sol fiume detto volgarmente Sciala, ma in latino idioma appellato Bibula dal Cluverio (31). Esso corre a metter foce in un' altra valle piegando fra il settentrione e l'occaso sui confini del territorio. Tutti questi fiumicelli poi, affluendo con altri maggiori, vanno a sboccare prima o dopo nel Tevere.
Sono poi rispettivamente numerosi i villaggi sorti alcuni presso gli antichi castelli distrutti o caduti in rovina, i quali sulla stessa linea addossati ai quei monti stan posti a destra e a manca di Gualdo. Sono altresì parecchi quei eh' ha di fronte in su i poggi delle colline, o sulle cime di queste verso il tramonto. Figurano tra quei, diversi castelli, o meglio avanzo di quel che furono, circa l'epoca di questo racconto. Quelli poi che almeno in parte restano tuttora in piedi, e compresi nel nostro territorio, sono dall'un de' lati della Valle di Rafina, la Pieve di Compresseto, di quei tempi contea (32), Poggio S. Ercolano (33), S. Pellegrino, Crocicchio e la Capraia (34). Dall'altro lato, senza far conto delle borgate, de' villaggi e dei castelli in rovina, vien solo a noverarsi il quasi distrutto castello di Grillo o Grello (35).
Si erge o meglio si ergeva quest'ultimo sulla punta estrema di una tra que' colli elevantisi, come è detto, di faccia a Gualdo, tutti coperti e chiusi allora di larghe e continuate foreste. E, oltre alla propria natural postura, contribuivano certamente a renderlo ancor più forte, e la salda muraglia e le spesse alte torri, fra le quali una per la sua rispettabile altezza e grossezza chiamata il torrione (36), tutte di pietra nerastra e durissima che qui chiamano morta ed altrove propriamente arenaria, e da ultimo l'erta d'ogni intorno disagevole, continuata e selvaggia. Fu tra gli altri luoghi, dall'lrnp. Ottone III concesso in Vicaria sotto il titolo di Vascoli (37), al conte Offredo (38), figlio del conte Monaldo III, donde trassero origine i Trinci di Foligno, i Monaldeschi di Orvieto, gli Atti di Todi ed i Seri di Alviano e di Vascoli (39).
NOTE
(1) Da xxxxx latinamente fldes come parlando di questo paese nota Ann. Viterb.
Esisteva sur un altipiano a circa 800 metri sul livello del mare. Questa città ch'era posta in una bella pianura che si allarga sotto 1'Appennino propriamente detto a circa tre ore di cammino al di sopra di Nocera, è ricordata essa pure daPlinio, cap. 14. Il Lilii parte II, lib. 9, propende per l'opinione di coloro che la vogliono distrutta dai Longobardi nell'anno 598. Tuttavia troviamo ne' nostri manoscritti che prima fu distrutta dai Goti, poi dai Longobardi e Saraceni; ultimamente nell'anno 996, ma più probabilmente 98, venne affatto rovinata insieme colle città di Taino e di Rosella per aver seguito anch'esse il partito di Crescenzio. Dalle sue rovine furono edificati i castelli di Colfiorito, di Dignano e di altri circonvicini. Il suo tempio principale era negli antichi tempi dedicato a Giove Pistio chiamato santo e fido. Avendo poi gli abitanti di Pistia abbracciato la vera fede l'anno 849 (ma probabilmente anche prima per opera di S. Crispoldo), per opera di S. Feliciano Vescovo di Foligno, quel tempio fu convertito al culto divino e ad onore della gran Madre di Dio, chiamandosi tuttora S. Maria di Pistia. Il suo territorio fu diviso fra le città di Foligno e di Camerino e sottoposto alla diocesi di Nocera.
(2) Trasse questa via il nome dal celebre Censore dell'anno 534 C. Flaminio, quel medesimo che nella famosa giornata del Trasimeno perì combattendo Annibale. Egli la condusse fino a Rimini : costui non è però da confondere, con l'omonimo C. Flaminio che tenne i fasci, con M. Emilio Lepido l'anno 567; il quale alla Flaminia aggiunse un nuovo tronco che congiungeva colla medesima Bologna ed Arezzo, ecc. Mar. Armell. Ant. cimit. crist. di Roma.
(3) Nomato e soprannomato altrimenti Baduilla ossia Baduella. Cfr. Murat. an. 552; Cantù Stor. degli Ital. T. 3; Balbo, Sommar. Vol. 1
(4) Vi è tuttora un rialto, chiamato volgarmente il sepolcro di Totila. Ne fa motto anche un nostro MS.
(5) Parlandosi di cose e luoghi antichi poniamo altresì nomi antichi. Lo stesso dovunque incontrerà, salvo talvolta qualche non frequente eccezione.
(6) La fazione di Crescenzio fu potentissima in Roma; e da lui la mole Adriana fu detta pure Castrum Crescentii. Fu ucciso dalle genti di Ottone presso la Basilica di S. Pancrazio e quivi sepolto. Armellini ivi. V. anche Muratori an. detto.
(7) Cfr. Dorio: Istoria della Famiglia Trinci, e Mss. Guald.
(8) Jacobilli, Cron, e Mss. Guald.
(9) Certo : i popoli, accesi di amore, si argomentarono di gran lena, ovunque il poterono, a riedificare presso i luoghi distrutti. Sembra tuttavia da notare che sovente ne cambiassero i nomi. Così di Foro Flaminio venne Foligno, sebbene non manchino argomenti a dimostrare che queste due città fossero pressappoco contemporanee, di Luceoli Cantiano (secondo altri la Scheggia), di Sentine, Rosella indi Sassoferrato, di Tagina (Taino od anche Tadino) Gualdo, e va dicendo.
(10) In tempi a noi più vicini, forse per elevare nell'animo altrui il concetto del vocabolo, cominciossi a scrivere latinamente Valldum o Wallidum, come a dire Luogo forte. Ma per verità negli antichi Mss., ho trovato quasi sempre Gualdum. Che anzi in una delle annotazioni fatte, se ben ricordo, cura et labore Monachor. Congregai. S. Mauri, all'Epist. di Martino II vulgo IV, fra le altre cose ho letto in proposito la seguente osservazione: « Qui Validum dixerunt errore non vacant, cum Gualdum, (si parla appunto del nostro) sit nomen Longobardorum, a quo illorum nomina composita : Gualdericus, Gualdefridus, Gualterius, ecc. » Probabilmente quel nome fu tolto dal Forum Vallidorum, una delle piazze di Tadino, in cui facevansi dei giucchi ed altre feste all'arrivo delle truppe romane o di qualche illustre personaggio.
Uno poi fra gli altri più antichi nostri Mss. accennando alla sua prima edificazione, dice che: « aedificatum fuit in fundo.... qui Gualdum dicebatur », e per ragione adduce : « quia ibi erat condensa sylva iuxta flumen Fleae ».
Dopo ciò, ognuno si serva come gli talenta.
(11) Jacobill. Cron. e Mss. Guald.
(12) Ivi, Del resto « Serra, inquit Cangius, prò monte vel colle usurpari coepit ». Adnot. Bulland.
(13) Ivi.
(14) Ivi.
(15) Arx in latino. Non concordano però gli AA. sull'origine di quel vocabolo. Chi volesse averne un piccol saggio apra le Antich. ital. del Muratori Dissert. 33 alla parola Rocca. Tuttavia se dobbiamo stare alla rispettabile autorità del Tommaseo « rocca un tempo valeva il medesimo che roccia; e dall'essersi i luoghi muniti fondati tra le rocce e sulle rocce, ne venne che rocca passò a significare fortezza ». V. Sinon. a questa parola.
Del resto quella nostra Rocca che, forse dalla sua forma sferica, fu anche appellata Gironda, non mancò nei tempi di mezzo di una qualche importanza assoluta e relativa. Dapprincipio sotto il dominio dei Trinci, e più precisamente di Vico, ebbe i suoi Conti « Comites de Arce Flebèa » In seguito ci vien sopra innalzata da Federigo II, com'è accennato, la nuova Rocca che secondo un nostro MS. chiamata prima dallo stesso Imp. « Arx latronum » ebbe poi il nome di « Rocca di Gualdo ». Subì poi delle trasformazioni, a seconda della strategia dei tempi. Destinata successivamente a Rocca di frontiera sui confini dei Ducati di Spoleti e di Urbino, non solo fu conservata in ragionevole stato e con proporzionata guarnigione, ma le antiche fortificazioni furono accresciute di nuove e più validamente munite ; massime sotto il dominio ch'ebbe del Ducato di Urbino l'illustre Casa della Rovere.
Non doveva certamente essere allora un dispregevol boccone, se fece tanto gola anche al Signor di Camerino, Giulio C. Varano. Costui trattò segretamente col tristo arnese qual era Filippo degli Arcioni, che aveva ottenuto la Rocca in discorso da Papa Alessandro VI; e messer Filippo, come tempo gli parve, die le viste di ritenerla e poi di usurparla addirittura per sé, ma in realtà pel Varano che di buon accordo con esso Filippo, aveavi già steso gli artigli. Né, per verità, un cotal cliente mostrossi punto indegno del Signore Camerinese.
Di costui, appoggiandosi all'istessa autorità del Lilii, ecco ciò che vi aggiunge il dotto periodico « la Civiltà Cattolica » : « il Varano (sopra nominato) teneva apertamente mano agli assassini e predatori delle terre della Chiesa; porgeva aiuto alla ribellione di Filippo degli Arcioni che avea usurpato per sé la Bocca di Qualdo datagli in guardia dal Papa (Aless. VI), e si faceva istigatore e complice dei fuorusciti Perugini, i quali occupata con frode e messa a sacco Nocera, vi esercitarono contro le chiese ed i monasteri sacrileghe rapine e vi fecero crudel macello di parecchi eco. ». Cfr. Lilii Istor. Camerin. ; e Civ. Catt., 4 Marzo 1876.
Del resto per ciò che riguarda a questo messer Filippo vi si aggiunge che in quella.Rocca occupata si die a battere anche moneta non certo di buona lega, ad esercitar largamente soprusi ed angherie d'ogni fatta ; e ciò che è assai peggio a svaligiare ed all'uopo anche ad assassinare i poveri viandanti che transitavano la soprastante montagna. Cfr. AA. cit.
Tuttavia è da por mente, che gl'illustri antenati del Varano, andarono molto segnalati per la loro devozione e fedeltà alla S. Sede. Cotal che ai medesimi, nel 1416, dalla stessa S. Sede fu confermato il governo di quelle Terre e Città che avevano in feudo, e fra cui figura anche il nostro, allora Castrum Gualdi. Lilii, ivi, 1. 5, pag. 147.
Per altre notizie, riguardanti questa Rocca, rimettiamo il lettore, che ne avesse voglia, ai nostri Mss. Guald. Aggiungeremo soltanto che sulle prime vi risiedevano i Giudici col titolo di Podestà, avente sotto di sé un altro giudice chiamato collaterale. Indi finché durò a fronteggiare i confini del Ducato di Urbino, cioè dal 1480 sino al 1496, ebbe i suoi Castellani. Successero a questi col titolo di Governatori, gli Emm. Cardinali, sino ai 29 Marzo del 1587, in cui ebbe principio il governo dei Commissari Apostolici, con facoltà di giudicare tutte le cause ad eccezione delle più gravi. Dipendevano immediatamente dalla S. Consulta, ma il luogo era soggetto a Perugia in caso di ricorso, a Foligno nelle sole cause civili, in grado di appello al Podestà dello stesso paese. Tal governo ebbe la sua fine col 1816 Dappoiché questa Rocca in parola, ad istanza di Mons. Francesco L. Piervissani Vesc. di Nocera Umbra, venne a lui stesso ceduta ad uso di Conservatorio correzionale, per Rescr. di Mons. Tesoriere Generale, in data dell'11 Gennaio 1817. Oggi serve di carcere mandamentale.
Ora giustizia esige il confessare che, specie al governo in genere degli Emm., il paese va debitore di parecchie e considerevoli opere pubbliche e private. — Mss. Guald.
Del resto cotal Rocca è oggi ridotta ad assai discrete proporzioni. Dappoiché caduta o demolita l'antica e forte cinta, a poco a poco rovinarono anche parecchie torri e fortificazioni quivi entro racchiuse, scomparvero le validissime controscarpe di cui fan parola i Mss., e nel restante furono in varie epoche, almeno con poco senno dei sopracciò, rase le merlature e pur quasi a dì nostri, abbattuti poco meno che dappertutto, i piombatoi. E quel che reggesi tuttora in pie, abbisognerebbe di pronte ed efficaci riparazioni in più d'un luogo; le quali a dir vero cominciano ad essere, almeno parzialmente eseguite.
(16) Con dispaccio dell'Era. Segret. di Stato 5 Settembre 1833.
(17) Jacobilli e Mss. Guald.
(18) Senza parlare della peste del 1529, che minacciolla da presso, ma ne fu libera quasi per grazia ; e per cui Fr. Lodovico Agostiniano ebbe facoltà di fabbricare una Chiesa sotto il titolo di S. Maria del Soccorso, nel sito chiamato Pantana, accenniamo soltanto a quelle del 1656 e specialmente del 1667 che fa invero terribile ed eccessivamente micidiale, a segno che tutto un quartiere videsi spopolato e molte civili famiglie si estinsero. — Mss. Guald.
Non guari al di sotto della Chiesa summentovata, esisteva nel piano l'Ospedale per gli attratti. Oggi resta in piedi soltanto una chiesuola con casa colonica, ed è molto frequentata dagli affetti di quel malanno, i quali anche da lontani paesi si portano in compagnia dei loro amici e parenti a visitarvi la prodigiosa immagine di S. Leonardo; o per ottenerne la grazia della primitiva salute, o per appendervi i loro voti per la grazia già ricevuta.
(19) Mss. Guald.
(20) Tra i più rovinosi pel nostro paese, primeggiano quei del 1747 ed assai più del 1751, che secondo le relazioni a stampa ed i Mss., niente lasciarono d'intatto. E difatti un'iscrizione di quel tempo la dice “... Terram Gualdi ingentibus terree motibus disiectam, ac pene in saxorum aggerem redactam etc.” Ivi. Cfr. anche il Coppi an, detto.
(21) Con Breve di Greg. XVI in data del 5 Marzo 1833.
(22) vi esistè nella sommità una assai antica chiesa, dedicata a S. Angelo di Flea. - Durante Dorio, Stor. della Fam. Trinci. – N’è fatta però menzione anche in una Bolla di Papa Clemente III.
(23) Dell'Aquedotto, di parecchie fonti e di altre opere, pubbliche, Gualdo va debitore all'Em. Card. Del Monte allora (dal 1514 al 1533) Governatore del Luogo. La sorgente di tali acque è su tra gli scogli di S. Marzio, dove stava eretta una chiesa in onore di lui. Poco al disotto alcuni anni or sono, nel fare gli scavi per riallacciare le vene, fu scoperta a parecchi metri di profondità a pie d'un'erta rupe, una grotta o forse meglio caverna preistorica, che evidentemente serviva di ricovero a qualche famiglia nomade. Sia come si voglia, apparisce chiaro dai rottami di antichi vasi, d'ossi e dei denti di varii animali, ch'essa fu abitata.
(24) Cfr. anche Bragazzi « Rosa dell'Umbria » ed il su cit. Breve. Aggiungiamo qui che non guari distanti dalla città già funzionano da qual-que anno due Molini a cilindri, detti americani. Inoltre quasi alle porte del paese sta già, eretto su ridente ed aprica collina un grande e sontuoso Collegio dei Salesiani; e presentemente si sta construendo un ampio e nuovo Ospedale per gl'infermi ed i cronici, a spese dell'altrove lodato Mgr. Calai.
(25) Bragazzi, ivi.
(26) Bragazzi. ivi.
(27) Ai dì nostri però, tra per incuria di chi di ragione, tra per la dissennata maniera di procedere nei tagli, vennero in pochi lustri vandalicamente e poco men che completamente disfatte. A cura tuttavia dei presenti Municipalisti, si stanno notevolmente rimboschendo.
Di sopra al Gualdo presente, e di costa al secondo Gualdo distrutto, e di cui dobbiamo peculiarmente e forse un po' a lungo tener parola, credesi che un tempo esistesse un magnanimo bosco chiamato “Sagro”, non sappiamo se a vera o falsa divinità; e risultante in gran parte dagli elci nascenti pur ora tra le fenditure e i crepacci delle rupi che dall'una banda e dall'altra costeggiano quella vallèa.
28) In Not. ad Cluver, ove dice: « Alluebat autem Tadinas fluviolus Rosina etc. »
(29) Moro chiamavasi pure il castello che a destra gli torreggiava, sull'estremità dell'erta costa, non molto al disopra della sorgente. Questa è nel bel mezzo di una variata e graziosa valletta, che si noma pur oggi Capo d'acqua. Ivi presso esisteva una chiesa dedicata ai SS. MM. Gervasio e Protasio, .che circa il 1345 fu posta sotto il giuspatronato dei Monaci del Corpo di Cristo che avevano un lor nobile Monastero, capo di tutti gli altri, poco sotto la Porta di S. Benedetto nella contrada appellata di Buona Madre. — V. riguardo a questo luogo il Dorio, lib. 4, pag. 168-69 e la nota più avanti.
Oggi del resto appena un quarto di miglio più abbasso, avvi in quella stessa valle il Convento dei PP. Cappuccini, edificato fra i primi conventi dell'Umbria circa il 1556. A pie di questo può vedersi, in fondo alla valle ed in riva al suddetto flumicello, la Chiesetta che sorge, almeno in parte, sull'area ove un dì fu la cella o meglio grotta, in cui racchiuso per ben oltre a sette lustri, visse in austerissima penitenza, e morì santamente il nostro comprotettore B. Angelo, eremita Camaldolese. La stessa valle fu altresì di quei tempi albergo divoto e solitario di parecchi altri eremiti. Sicché cotal luogo sarebbe per noi sagramente storico per più d'un capo.
(30) Oggi detto: Fiume della Vaccara, ch'è un villaggio ivi presso.
(31) Cluv. Ital., 1. 2, c. 6.
(32) Fra i nobili di Porta S. Susanna in Perugia si trova annoverato un cotal “Mascius Monaldutii Comes de Compresseto”. Del resto tal castello, che non era il presente, ma posto in un altipiano più abbasso, pervenne circa il 1150 sotto il dominio del Conte Monaldo IV, figlio al Conte Rodolfo I del Conte Monaldo, il quale Monaldo IV passò ad abitare in Perugia, e vi piantò la nobil famiglia Monalai. Di che quel castello fece, per qualche secolo, parte della lor Signoria. Se non che nel 1256, Tommaso di Monaldo Monaldi, perugino ed Andreulo suo nipote, Conti e signori del predetto castello, ne fecero un presente al comune di Perugia. Donde, non so come distrutto il primo e riedificato il secondo, ch'è l'esistente Pieve di Compresseto, per diverse fasi prima appodiato, indi aggregato fece e fa corpo del territorio Gualdese. — Meni. civ. e ss. di Casa Castaldi di Annibale Mariotti.
(33) II Sigillo di questo castello è molto somigliante a quello del Giudicato forense di S. Croce, di cui si farà cenno più innanzi. Ha forma sferica, e in campo scuro, contornato inoltre da varii cerchielli concentrici, figurano quattro bianche torrette merlate, con le due mediane più sottili, più svelte e più elevate. Le ricinge e lega una muraglia, avente per base una piccola sbarra nel mezzo a due punti del circolo minore agli angoli. Tra questi, cioè nel mezzo, ma un po' più in alto dalla base, vedesi una postierla, se altrimenti non volesse significare uno spiraglio. Attorno poi allo spazio maggiore che passa fra i due circoli più vicini al centro, vi si può leggere in ispiccati caratteri in bianco 1'antica scritta : S. Podii S. Erculani; vale a dire Sigillo del Poggio di S. Ercolano, il quale è sormontato da una piccola croce avente a destra una piccola sbarra serpeggiante puntata ai lati e sopra e sotto ; a manca un semplice punto.
(34) Possiede anche una piccola parte di Gaifana. Verso poi i primordii del sec. XIII sembra che possedesse altresì, per qualche tempo il castello di Belvedere, venduto poi alla città di Camerino e finalmente comperato per 8000 fiorini dai Fabrianesi nel 1043. Tal castello si crede edificato dai Nocerini nell'ali. 1013. Cfr. Marcoaldi, Guida eco. di Fabriano, p. 202.
(35) Chi volesse leggere la non breve enumerazione dei castelli spettanti, di quei tempi, alla regione del Tadinato, può aprire la Cronaca del nostro buon Fr. Paolo.
(36) Nel secolo XVI questa sola torre stava armata di ben sei pezzi di artiglieria.
(37) Cotal Vicariato, oltre a Vascoli suddetto, castello innalzato dalle fondamenta dal conte Offredo, comprendeva : Monte Camera, Foresta, Capraia, Ilio o Ilice, Cisterna, Gasirio, Compresseto, Frecco, Caballione, Grillo, Belviso, Monte Rampone, Morano, Spitonio o Monte Spitone, Monteduello ed Usenti. — Cron. Guald. e D. Borio.
(38) Era già Conte d'Alviano allora che entrò in possesso del suddetto Vicariato. - Ivi.
(39) Cron. Guald., Jacobil., e Dur. Borio.
Tratto da "La Bastola" di Alessio Bucari Battistelli
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IL DISSIDIO PER I CONFINI TRA PERUGIA E GUALDO
Nei primi anni del '500, tra Perugia e Gualdo c'era discordia per i confini, i Perugini sostenevano che il territorio di Morano apparteneva a Casa Castalda. Nel 6 Settembre del 1525 nella Rocca Flea di Gualdo, fu stipulato un atto pubblico nel quale gli arbitri di entrambe le parti riconobbero, salvo alcune lieve differenze, esatta la linea di confine pretesa dai gualdesi. Tale linea partiva dalla località detta Piano di Asciano o Guarciano e da qui si dirigeva in linea retta al fondo del fossato e proseguiva sino ai piedi di Cese e quindi sino a Cerqua Cermoriglia, poi al Casale di Marzio e a Colle Capra, dopo di che scendeva alla Moglia di Negro, al Fosso Maledetto per finire infine al Fossato di Agello. Su questo confine si stabiliva l'apposizione di grandi e solidi termini di pietra, previa misurazione del terreno per opera di due esperti e cioè del gualdese Tiberio dei Ranieri e di Pier Gentile Scialacqua di Casa Castalda. Qualche tempo dopo alla composizione della vertenza per i confini di Morano, sorgeva una nuova lite fra il comune di Gualdo e quello di Castello, per il pagamento scambievole dei diritti di Pedaggio e Gabella per poter passare a Morano il confine, dall'una all'altra parte. Il relativo atto pubblico datato dalla Rocca di Gualdo il 28 Marzo 1527, stabilisce che per l'avvenire il passaggio dall'una all'altra parte sia completamente libero da Gabelle e Pedaggi. Detto atto fu concluso con l'intervento del Cardinal Legato Salviati. (Tratto da Frammenti di storia di G. Bensi)
Cassandra Daolio
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PADRE CAMILLO UN GRANDE UOMO
Forse poche persone ricordano padre Camillo, una persona straordinaria, un frate pieno di amore verso il prossimo. Con il suo modo di fare faceva capire gli sbagli e senza imposizioni si accettavano i suoi consigli perché sempre motivati. Una persona importante per molti, un bel ricordo di infanzia.
Un piccolo pensiero per un uomo con un cuore pieno di amore per tutti PADRE CAMILLO.
Cassandra Daolio
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LE CASSE DA MORTO
Una volta non c'erano le macchine se doveva caminà a piedi, la notte se giva a veia nte le case, s'arcontavano storie per lo più paurose. Quanno se argiva a casa le strade erono buie.
Angelo era un gran fifone, na' sera mentre s'argiva, incontrò sulla sua strada, una cassa da morto, allungò il passo, poco più avanti ne ncontrò naltra, ceva il core su la gola, cominciò a curre, ne ncontrò naltra e naltra ancora. Ormai non riusciva più a pensa' correva, la paura era tanta. Arrivò davanti casa de lo zieso Peppe, erono le due de notte, cominciò a bussa' da la porta, lo zieso tutto spaurato apri la porta, Angelo entrò tutto spaurato, cenno tutte casse da morto, la strada è piena de casse da morto, mamma mia tutte casse da morto, te voi calma se pò sape che stai a di', zi Pe giù la strada sotto 'l fosso cenno sei sette casse da morto, mettete a sede bevete sto bicchiere d'acqua calmete, che nce gnente, è tutta nimpressione tua. No no zi Pe ve dico la verità, cenno tutte casse da morto. Va bè' se è commo dichi tu gemo a vede, no io non ce vengo ciò troppo paura, gicce vue zi, io ‘gne la fo. Tu ce venghi con me, devi vede che c'è na spigazione, sinnò la paura nte se passa più. Daie gemo, no zi Pe nun me ce portate, va a sapé que ce succede, se gimo a vede è meio chiudece dentro fino a quanno se fa giorno, no movete ce gemo adesso. Arrivati sul posto sencontrono la prima cassa, Angelo non se voleva avvicinà, tanta era la paura, daie movete vene a vede, guarda che la tua cassa da morte sono le ceste dei porchetti, queste senz'altro se la perse Giuseppe de Carvaccio, quanno s’è argito da la fiera, l’ho visto a passà stamatina, c’eva le ceste coi porchetti, li giva a venne. Mamma mia, zi Pe che paura ciò auto, ce credo, però arcordete sempre che tutto cià na spigazione, si tu 'nnevi visto co iocchi tua, te saria armasta per sempre la paura, arcordete sempre che qualsiasi cosa vedi la devi controllare subito, per tutto c'è na spigazione.
N.B. La storia è realmente accaduta, si svolge tra Pieve di Compresseto e Cerasa passando per Badia. I nomi sono di fantasia.
Cassandra Daolio
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I MUTILATI DELL'ANIMA: la storia di Mencuccio
Ci sono uomini che durante la Grande Guerra hanno visto cose inimmaginabili e che la tradizione popolare ha vergognosamente chiamato gli “scemi di guerra”.
I soldati che sono tornati a casa con i nervi a pezzi sono migliaia, non hanno ferite evidenti, non sono mutilati e non hanno i polmoni bruciati, soffrono di una malattia indecifrabile: sono i mutilati dell’anima. Cosa videro durante la guerra questi soldati?
Le cartelle cliniche sepolte negli archivi degli ospedali psichiatrici testimoniano le situazioni vissute dai soldati e spiegano le cause scatenanti della temporanea pazzia: ci parlano del soldato che correndo all’assalto inciampa e affonda la testa dentro il ventre di un corpo in putrefazione e del soldato che vede rotolare la testa di un commilitone. Un tenente vede scomparire l’amico colpito da un proiettile da 305: solo il cuore rimane dell’amico e da allora lo rivede tutte le notti con il cuore sanguinante in mano; la sofferenza di riordinare i ricordi durante il giorno viene distrutta di notte dagli incubi che riportano il reduce dentro gli orrori della trincea.
La storia di un soldato gualdese, Domenico Gaudenzi, è emblematica per provare a comprendere le sofferenze sopportate dai nostri soldati.
Domenico Gaudenzi, di Vincenzo, classe 1895, 262° reggimento fanteria, meglio conosciuto come Mencuccio, molti gualdesi ancora lo ricordano seduto sulla sua panchina davanti alla chiesa di Santa Chiara, nel quartiere della Pisciarella, con il toscano sempre accesso che per diletto dei ragazzi si divertiva a fumare al contrario, con la brace in bocca, retaggio di trincea.
Domenico è un portabarelle, dopo la battaglia recupera decine di corpi, sempre sotto il tiro dei cecchini che fanno il loro sporco lavoro: corpi sconosciuti e di amici con i quali aveva condiviso, fino al giorno precedente, le sofferenze della guerra. Quando scende la notte sul campo di battaglia, pieno di soldati che chiamano la mamma in tutti i dialetti d'Italia, dalle trincee escono i barellieri: coppie di uomini con barella che passando tra centinaia di feriti cercano di capire quale di quei moribondi vale la pena di caricare e riportare indietro; si trovano davanti ad una sofferenza senza fine, vedono in pochi minuti tutta l’atrocità della guerra e sono costretti a prendere delle decisioni che li segneranno per sempre.
Recupera ieri, recupera oggi, i nervi di Domenico cedono: lo ricoverano al manicomio militare, dicono che sia ammattito. Quando finalmente riesce a rimuovere gli orrori di cui è stato testimone lo rimandano al reggimento con la stessa mansione di portabarelle; guadagna la Croce al Merito di Guerra per aver portato in salvo decine di soldati, incurante del pericolo, sotto un violento bombardamento nemico.
Domenico torna a casa che è un cadavere vivente, cupo, rabbioso, sfoga la sua rabbia con tutti, con nessuno in particolare. E’ sempre taciturno, rimane chiuso in camera giornate intere e non vuole parlare con nessuno; come tutti i reduci sa benissimo che solo chi ha combattuto in quella macelleria chiamata Grande Guerra potrebbe capirlo. Però bisogna pur campare, parte per la Maremma, con altri gualdesi e con il suo dolore. Di giorno lavora, di notte rivive la battaglia, i morti, le luci e i suoni, e un rumore assordante che non gli permette di dormire. Cede di nuovo. La sua rabbia esplode improvvisa mentre si trova in un caffè ritrovo: lo demolisce, letteralmente. Questa volta lo portano in prigione, dove ricostruiscono la sua storia: è un eroe di guerra, un decorato, Croce al Merito di Guerra, portantino del 262° reggimento fanteria. E’ il 1922, ottiene il “perdono” e una pensione annua di lire 300.
Mencuccio, seduto sulla panchina della Pisciarella, raccontava le vicende della guerra tutti i giorni, storie vere e irreali. Parlava dei campi di battaglia pieni di morti e delle colline colorate di rosso dal sangue dei soldati; quando capiva che nessuno poteva comprenderlo, attaccava con una storia insensata per rallegrare la compagnia:
“una volta è venuto il Re a fare un discorso e me toccato dijelo che la regina non facea altro che scrivemme. E che me lassasse un po’ in pace! N’altra volta ce portano co la nave a Venezia e mentre stavamo a navigà nun sbattemo contro un piantone che stia in mezzo al mare? ‘Na botta!”.
Una storia vera e dieci assurde: anche i brutti ricordi devono riposare. E così Mencuccio è sopravvissuto: raccontando.
Fabbrizio Bicchielli
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4 novembre, non dimenticateci
Alla fine di ottobre del 1918 l’esercito austro-ungarico cede, di schianto, vinto dalla fame e dalle sofferenze; alle ore 17 del 3 novembre viene firmato l’armistizio, le ostilità hanno termine alle ore 15 del 4 novembre. In ogni angolo d’Italia esplode l’entusiasmo popolare.
A Gualdo Tadino, al suono di tutte le campane della città, la popolazione scende in piazza: è un continuo succedersi di dimostrazioni, cortei, imbandieramenti, fuochi artificiali e discorsi estemporanei accompagnati dagli inni patriottici della banda militare della Brigata Alpi.
La Brigata Alpi si trova a Gualdo per un campo di esercitazione delle ultime classi reclutate e alcune compagnie sono già pronte a partire per il fronte: alla notizia che sarebbero tornate ai distretti di Perugia e Spoleto esplode l’entusiasmo delle reclute e così la piazza si riempie anche di soldati festanti.
Dall’improvvisato palchetto, il poeta Ahasvero, al secolo Giulio Guerrieri, recita:
“…mentre gl’imperi crollano, risurgon le Nazioni, e le campane squillano, e tacciono i cannoni”.
A conti fatti il tributo pagato dai gualdesi è altissimo: 217 caduti, una massa di mutilati ed invalidi. Numeri devastanti per una cittadina come la nostra, con ovvie ripercussioni umane.
Gualdo Tadino, come tutte le città italiane, si trova a dover affrontare un dopoguerra terribile, intanto, però, bisogna onorare i morti caduti per la Patria. Il Sindaco propone la nomina di un comitato cittadino “per l’erezione di un monumento a perenne ricordo dei gloriosi gualdesi caduti”. Il comune finanzia l’opera con £ 1000. Occorre innanzitutto trovare i soldi e il comitato, con assoluta mancanza di sensibilità, si rivolge, incredibilmente, alle famiglie dei caduti. Erminia Botticelli, sorella di Giuseppe Botticelli, morto il 26 maggio 1917 sul monte Hermada, scaraventa fuori di casa il delegato del comitato, chiudendo la questione.
In seguito, grazie ad una sottoscrizione popolare e al comune che copre la differenza di spesa, finalmente cominciano i preparativi per la realizzazione del monumento.
Una lettera del ten. Adolfo Ferrero, scritta poche ore prima di morire in combattimento, riassume quanto ci dicono oggi, 4 novembre, i gualdesi che hanno combattuto sul Carso, sulla Bainsizza, sul Grappa, o coloro che hanno sofferto nei campi di prigionia in Bulgaria, in Germania, in Austria:
(trascrizione parziale)
“Fra cinque ore qui sarà un inferno. Fremerà la terra, s’oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa e rombi e boati risuoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che in questo istante medesimo sento in lontananza. Il cielo si è fatto nuvoloso: piove. Vorrei dirvi tante cose... tante.... ma Voi ve l’immaginate. Vi amo tutti, tutti.
O genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando saranno in grado di capirvi, ai miei fratellini, di me, morto a vent’anni per la Patria. Parlate loro di me; sforzatevi di risvegliare in loro il ricordo di me. Che è doloroso il pensiero di venire dimenticato da essi. Fra dieci, vent’anni forse non sapranno più d’avermi avuto fratello. A voi mi rivolgo.”
Fabbrizio Bicchielli
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LA STRADA SALARA-FABRIANESE
(Ponte Valleceppi-Gualdo Tadino, ora provinciale)
L'importante arteria per le nostre comunità, è oggi più che mai al centro dell'attenzione, sia interregionale che nazionale, ma anche in passato la sua realizzazione ha avuto notevoli difficoltà. Nel prossimo articolo andremo ad analizzare nel dettaglio tutte le problematiche relative al collegamento di Pieve e Poggio alla Strada Salara-Fabrianese.
Fin dal 1854, il Consiglio provinciale della Delegazione Apostolica di Perugia aveva finanziato un progetto per la costruzione della strada originariamente denominata Fossatana-Fabrianese (detta anche Salara-Fossatana) e poi Salara-Fabrianese, che avrebbe dovuto collegare la città capoluogo con la Flaminia presso Fossato di Vico o Gualdo Tadino, e che consentisse di raggiungere più agevolmente le Marche e Ancona.
Il piano prevedeva per prima cosa, di prendere in consegna dal Comune di Perugia i1 tratto di strada, già da questo costruito a sue spese, che dalla “Villa di Ponte Valleceppi” giungeva alla cosiddetta “Pievuccia”, nei pressi di Ripa e che la Provincia (all'epoca provincia dell'Umbria) ne assumesse le spese di manutenzione.
Nel 1855 il Consiglio approvava il progetto presentato dall'ingegnere provinciale Domenico Mondragoni, relativo al tratto di strada in questione, che dalla “Pievuccia” conduceva al Rio di Valfabbrica.
Ultimati i lavori nel 1858 fino al Rio di Valfabbrica, per ulteriori studi da farsi il progetto si arrestava. Le problematiche da risolvere erano relative alle linee del percorso da seguire, che potevano essere due: una a destra del fiume Chiascio passando per la Barcaccia e proseguendo per la Branca fino a Fossato di Vico, l'altra a sinistra del fiume passando per Casacastalda e procedendo lungo il torrente Rasina fino a raggiungere la Flaminia a Gualdo Tadino.
Con l'arrivo, nel settembre 1860, del Commissario generale per le Provincie dell'Umbria, Gioacchino Pepoli, tante richieste vennero inviate al nuovo organismo statale per portare a termine la strada incompiuta. Da parte del comune di Perugia con firma del Gonfaloniere Nicola Danzetta, in data 21 novembre 1860, per ottenere un sussidio affinché “...la così detta strada del Pianello possa avere fondi bastanti per essere compita il più sollecitamente possibile”. Un'altra domanda sottoscritta da 78 personalità perugine, con la quale si richiedeva che fosse “effettuato il progetto e la prosecuzione della Strada Fabrianese, la più utile forse a questa provincia e la più ostinatamente e stoltamente contrariata dal Governo clericale, sebbene già dal Consiglio provinciale già decretata”. Un'altra istanza dal comune di Valfabbrica che chiedeva la ricostruzione del ponte sul Chiascio al Pianello, danneggiato dall'alluvione del 7 settembre 1859, con considerevole danno per la comunità di Valfabbrica. Infatti, con Decreto Pepoli dell'11 dicembre 1860, si dichiarava di pubblica utilità “la ricostruzione del ponte sul Chiagio nella strada Salara-Fabrianese” e si autorizzava il comune di Perugia a provvedere, accordando un sussidio di lire 20.000.
Nella riunione del Consiglio provinciale dell'Umbria, sessione straordinaria del 30 giugno 1861, il ponte sul Chiascio è il pretesto per affrontare l'argomento della prosecuzione della strada Salara-Fabrianese. A conclusione della seduta, dopo diversi interventi e proposte, si incarica la Deputazione provinciale, di “accedere, ordinare, e far fare gli studi preparatori della Strada Fossatana-Fabrianese, e portare la questione al Consiglio provinciale nella successiva ordinaria sessione” convocata per settembre.
Il 13 settembre 1861, nella sessione ordinaria del Consiglio provinciale dell'Umbria, il consigliere provinciale Enrico Calai, che deve rendere conto ai suoi elettori di Gualdo Tadino, interviene protestando per la mancata esecuzione della delibera riguardante la Strada Salara-Fabrianese, insistendo che siano mandati sul luogo gli ingegneri perché diano il loro parere sulla linea più idonea da seguire ai fini della prosecuzione della strada.
La relazione del consigliere Tommaso Piccolomini, nell'adunanza del Consiglio provinciale dell'Umbria dell'11 settembre 1862, concordava con i pareri degli ingegneri provinciali Guglielmo Bandini e Napoleone Cherubini.
Il tracciato giudicato migliore era quello che, per circa 23 chilometri, avanzava a sinistra del Chiascio passando per Valfabbrica e Casacastalda, da dove scendendo continuava poi lungo il torrente Rasina e infine raggiungeva la nazionale Flaminia a Gualdo Tadino.
L'altra linea, di circa 36 chilometri, che doveva risalire a destra tutta la valle del Chiascio fino al ponte della Branca, vicino Fossato, veniva scartata in quanto più lunga e dispendiosa, più difficile da costruire per “le dieci balze che s'incontrano” e per i molti corsi d'acqua da attraversare e meno utile perché non passava attraverso centri abitati. Il Consiglio provinciale deliberò che la strada fosse completata seguendo la linea sinistra del Chiascio, fatte salve eventuali necessarie modifiche e per il bilancio preventivo del 1863 si stabilì un fondo di 20.000 lire per l'avanzamento del tratto già esistente da Ponte Valleceppi al Rio di Valfabbrica. Nell'anno successivo durante la discussione del bilancio preventivo 1863, seduta del 23 settembre, veniva accolta la proposta del consigliere Enrico Calai di Gualdo Tadino, che la strada da costruirsi fosse così descritta: “dal Fiumetto di Valfabbrica fino alla stazione della ferrovia in GualdoTadino” e non “sino alla Colonnetta itineraria nella via postale del Furlo in poca distanza dalla città di Gualdo Tadino”, riducendo la strada di un chilometro e mezzo e così anche la spesa. Nella stessa riunione il Consiglio incaricava poi la Deputazione di appaltare per l'anno successivo, nove chilometri dell'ultimo tratto della strada; dal podere Contado alla stazione ferroviaria di Gualdo Tadino, il cui piano d'esecuzione era pronto ad opera dell'ingegnere Domenico Mondragoni. La spesa complessiva di 37.000 lire, da finanziarsi con 10.000 lire per il 1864 e il mancante negli anni 1865 e 1866. Lo stesso Calai incalzava l'ufficio tecnico per la sollecita ultimazione del piano stradale relativo al tratto stradale intermedio da Valfabbrica al mulino Rasina o Contado. Nel maggio del 1864 il progetto di costruzione del tratto Contado alla stazione di Gualdo Tadino fu inviato al Ministero dei lavori pubblici per l'approvazione e in seguito modificato per disposizioni ministeriali. Solo nel luglio e ottobre del 1865 si firmarono i contratti per l'appalto dei lavori per metri 9.000 dal podere detto Contado alla stazione ferroviaria Roma-Ancona a Gualdo Tadino. Nel 1867 il tratto era pressoché ultimato ma per la costruzione di alcuni ponti si chiedevano ulteriori finanziamenti per far fronte agli ultimi pagamenti degli appaltatori. Dopo ripetute sollecitazioni da parte dei comuni di Valfabbrica e Gualdo Tadino, nel settembre del 1868 il Consiglio provinciale deliberava la prosecuzione del tratto mancante: da Valfabbrica, per Casacastalda, al Contado, stanziando per il 1869 lire 40.000 per pagare i lavori già fatti e di 50.000 lire per la conclusione fino a Contado.
In realtà si rimandava l'avvio dei lavori per quest'ultimo tratto, che poi sarà quello più lungo e difficoltoso soprattutto per l'aspetto economico. Il 1870 vedrà nel bilancio preventivo del 1871 assegnati 50.000 lire per la prosecuzione della strada. La strada di Valfabbrica già Salara-Fabrianese ha cambiato nome con la classificazione delle strade provinciali prevista dalla Legge sui Lavori pubblici del 1865. La ripresa dei lavori avverrà solamente nel 1872.
Fiorello Moriconi
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4 NOVEMBRE 1918 La guerra delle donne
Peppona è una contadina robusta, il marito è al fronte e le bocche da sfamare sono tante. Va in comune a brontolare con l’impiegato comunale che da qualche giorno rimanda la consegna del buono per la farina. Brontola a modo suo, dalla piazza i passanti vedono l’impiegato dondolare dalla finestra, tenuto per le caviglie dalla energica donna:
“Me lo dai il buono per la farina?” - e l’impiegato - “Ahhhhhhh”.
“Me lo dai il buono per la farina?” – “Ahhhhhhh”.
La giornata finisce con Peppona che si porta a casa la farina.
Durante la Grande Guerra le donne gualdesi accettano con rassegnazione la partenza di centinaia di uomini per il fronte e vanno nei campi e nelle fabbriche a sostituirli. Rassegnate… ma quando si tratta di dar da mangiare ai propri figli sono capaci di quasiasi azione. Ricorda Santina in una lettera al marito: “Siamo andati tutti sul comune a reclamare, se tu avessi visto pareva lo sciame di api, venne il maresciallo, i carabinieri e tutti gli altri che pareva il castigo”.
4 novembre 1918, in tutto il paese si festeggia la fine della Grande Guerra. A Gualdo, 60 vedove e 110 orfani di guerra non hanno niente da festeggiare. Quel giorno finisce la guerra degli uomini, ma non finisce quella delle donne rimaste sole.
Lasciano le loro misere case, pieni di niente e vuote di tutto, e cominciano a salire le scale del comune per elemosinare una pensioncina che gli garantirebbe un chilo di pane al giorno, appena sufficiente per far sopravvivere i propri figli. I loro uomini sono stati macellati sui campi di battaglia, sono sole e disperate, ma sono anche trasparenti, dovrebbero salire quelle scale su tappeti rossi ed essere portate in processione. Invece non c’è trippa per gatti, la vittoria è costata cara, se sa! In anni in cui la povertà è la normalità, si trovano in una condizione per la quale non esiste un termine appropriato: sopravvivono mangiando nella mensa della Croce Rossa che, ogni tanto, nell’attuale Piazza Garibaldi, distribuisce una minestra calda ai più bisognosi. In seguito avranno la loro misera pensione, ma prima un attestato con tanto di medaglia condita dalle solite belle parole. Resistono e crescono i figli.
Oggi quelle donne non ci sono più, anche i figli se ne sono andati e molti nipoti forse neanche le hanno conosciute, il tempo passa e il loro ricordo è evaporato, come testimoniano le loro spoglie tombe. Spoglie anche l’altro ieri, ricorrenza dei morti, quando noi tutti, perlomeno, ci teniamo a non farci coionà dal vicino di loculo mettendo fiori freschi.
In quelle case gelide, senza acqua e luce, affamati e senza facebook, i nostri figli potrebbero sopravvivere un paio di settimane grosso modo, capirai poi senza cellulare che disastro. Invece hanno la fortuna di vivere in un’altra epoca, un’epoca in cui si fa un esposto alla Procura della Repubblica se la temperatura a scuola è di 17 gradi invece di 18: tra un trillo e l’altro, un fiore e un ricordo per quelle donne che hanno costruito un mondo migliore.
Gualdo non l’ha fatta grande un pittore o un medico, sono state quelle donne sempre affamate.
Fabbrizio Bicchielli
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Tre fratelli, gualdesi e macaronì . Dalla Capezza all'inferno del lager.
Il gualdese Tommaso Filippetti, dopo essersi sorbito tutta la Grande Guerra, aveva attraversato le alpi a piedi, alla ricerca di pane e lavoro, che aveva trovato nelle miniere della Lorena, nel dipartimento di Meurthe-et-Moselle, a confine con il Lussemburgo, in quelle cittadine dai nomi tanto familiari ai gualdesi: Audun-le-Tiche, Villerupt. Esch-sur-Alzette, Thionville. Successivamente viene raggiunto dai fratelli Mariano e Filippo.
La loro vita è dura, tra carbone e guerra, fatta di sudore e pregiudizi, come testimonia un piccolo episodio che vede protagonista il piccolo Angelo (in seguito sindaco di Audun-le-Tiche), figlio di Tommaso, che si prende una sberla dal vecchio sindaco Jubert. Mentre gioca con gli amici per strada, il pallone colpisce il sacro sedere di Madame Jubert:
“Macaronì, sale petit rouge!”.
Vengono deportati in 14, la mattina del 3 febbraio 1944.
“Sono scesi a prenderli in fondo alla miniera… con il permesso dei padroni”: è il racconto disperato delle mogli. Non potevano accettare quella complicità dei padroni con la Gestapo. I loro mariti erano stati arrestati durante il loro lavoro di stenti, sporchi, coperti dalla polvere scura del ferro che incollava le palpebre, le mani legate da corde, gli occhi bendati da cui gocciolavano sudore e sporcizia. (Aurèlie Filippetti, Gli ultimi giorni della classe operaia, Marco Tropea editore, 2004).
Gli arrestati appartengono tutti al gruppo partigiano “Mario”, di cui fanno parte anche i Filippetti, un nucleo della resistenza collegato ai fratelli Rosselli che cerca di opporsi alla prepotenza nazista. Da queste parti transitano i prigionieri diretti ai campi di sterminio, la resistenza li aiuta a fuggire e a nascondersi.
Dopo la cattura, Tommaso, Mariano e Filippo vengono deportati nel campo di concentramento di Dora-Mittelbau, comando distaccato del lager di Buchenwald.
I Filippetti arrivano al campo di Dora assieme ad altre centinaia di prigionieri. Le scene sono tristemente famose: un treno bestiame carico di prigionieri, la raccolta degli internati al centro del campo, la sbrigativa schedatura a mano a mano che passano davanti al tavolo dei nazisti. I numeri di matricola che vengono loro assegnati, in ordine progressivo (89589-89590-89591), lasciano facilmente immaginare come gli spaesati fratelli, in quella bolgia umana, si tenessero quasi per mano.
Erano tre fratelli, cresciuti insieme, si abbracciavano, si amavano. Ma non presentivano che cosa sarebbe avvenuto di loro. Un fratello di notte hanno portato nel lager. Sono rimasti due fratelli, speravano che tornasse. Ed essi cantano la canzone della sua lontananza. Tre fratelli uno dietro l'altro, fusi in un essere solo, divisi per sempre, lontano uno dall'altro. Rasim Sejdic (poeta zingaro)
In seguito i tre fratelli vengono separati: Mariano rimane a Dora, Tommaso è trasferito al lager di Bergen-Belsen e Filippo finisce a Dachau.
L'epilogo è tragico. Tommaso e Mariano non sopravvivono, Filippo riporta a casa quello che resta di lui. Filippo non parlerà mai della sua esperienza nel lager di Dachau, chiudendosi in un mutismo insuperabile; muore nel 1969.
Ricorda Alvio Filippetti, uno dei figli di Tommaso: “La Germania è a due passi, ma in tanti anni non ci abbiamo mai messo piede”.
La grande avventura dei Filippetti, cominciata nei vicoli della Capezza, finisce con l'ingresso a Dora:
Essi ti hanno dato un nome di donna: Dora. Tu avresti dovuto rasserenare le fronti stanche. Ti hanno dato un nome di donna: Dora. Per ingannarci una volta ancora. Tu eri Dora, una donna di pietra. Migliaia e migliaia sono morti tra le tue braccia. Migliaia ti hanno maledetto. Il tuo respiro era gelido. Il tuo sorriso di ghiaccio. Il tuo bacio veleno. Stanislas Radimecki
Fabbrizio Bicchielli
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D'Annunzio, gualdesi e… “imboscati d'oltralpe”
Gabriele D'Annunzio, un tipo che durante la Grande Guerra come apriva la bocca causava una strage, li chiamava con disprezzo "imboscati d'oltralpe" e le loro sofferenze sono un'infamia per la nostra Patria: sono gli italiani prigionieri di guerra internati nei campi tedeschi e austro-ungarici. La loro è una storia dolorosa, fatta di sofferenze e malattie; volutamente dimenticati dalla madrepatria 100.000 soldati italiani morirono di fame e di stenti nei campi di prigionia. “Imboscati d'oltralpe, voi non avete diritto alla gloria", scriveva il sommo poeta, bollando tutti i prigionieri come dei vigliacchi. E questo fu il timbro imposto ai prigionieri italiani.
I prigionieri di guerra americani, francesi, inglesi ecc. ricevettero aiuti di ogni genere, mentre gli italiani vennero abbandonati a loro stessi. I nostri connazionali provarono a sopravvivere con la sola mezza gavetta di acqua tinta fornita dagli austriaci, affrontando i rigidissimi inverni con i poveri indumenti che vestivano al momento della cattura. Nonostante gli appelli della Croce Rossa, il Comando Supremo italiano non modificò la sua posizione.
Un fatto è certo: il Parlamento austriaco non sottovalutò l'eccessiva mortalità degli internati italiani tentando in qualche modo di porvi rimedio, a conferma dell'enorme differenza di decessi degli italiani rispetto ai prigionieri degli altri paesi.
“I prigionieri di guerra americani erano mantenuti dal loro governo con una larghezza principesca; gli inglesi ricevevano pure dal loro governo anche il superfluo ed erano vestiti e calzati a nuovo; i francesi avevano tutti, senza distinzione e fin dal primo giorno della cattura, pane biscottato in abbondanza e ricevevano gratuitamente indumenti e viveri a sufficienza da comitati vari. Noi italiani fummo invece abbandonati completamente a noi, ed il patrio governo che pur sapeva le condizioni nostre, non intervenne mai se non a nostro danno: censurò la posta con criteri bizantini, ne limitò l'invio a sole cartoline, impose limitazioni infinite e difficoltà burocratiche d'ogni specie all'invio dei pacchi, vietò la spedizione di generi indispensabili, e per lungo tempo lesinò perfino i mezzi di trasporto dei pacchi stessi”. ( Bronzin Angelo, Memorie di prigionia, Vallardi, Milano, 1920 )
I prigionieri che riuscirono a sopravvivere, dopo il ritorno in Italia, dovettero subire l'umiliazione di interrogatori. Non era ormai opinione comune che fossero dei vigliacchi arresisi al nemico senza combattere? Quindi bisognava trattarli di conseguenza. Il tenente Davide Bandino, un laico salesiano che insegnava lettere e storia nell'istituto di Gualdo Tadino, nelle sue memorie “imboscati d'oltr'alpe” ( Tipografia Renato Fruttini, Gualdo Tadino, 1929 ) esprime tutto il suo sdegno per il trattamento ricevuto dopo il ritorno in patria:
“Basta così... del resto loro devono persuadersi, che essendo ex-prigionieri, devono viaggiare in tradotta e non sui treni ordinari, dove viaggiano le persone dabbene ; escano!”
“Signor Colonnello – gridai offeso sul mio onore – se io, se noi siamo stati prigionieri è stato per salvare la vita anche a lei; perche mentre lei con i suoi scappava terrorizzato davanti al nemico, noi con i nostri uomini combattevamo faccia a faccia contro lo straniero invadente…”.
11 gualdesi non sono tornati dai campi di prigionia e sono oggi sepolti in ben curati cimiteri militari e civili. Quello che segue è l'elenco dei nostri concittadini morti in prigionia e l'attuale luogo di sepoltura:
Paolo Matteucci, cimitero militare italiano di Salonicco, Grecia;
Giovanni Passeri, cimitero militare italo-francese di Sofia, Bulgaria;
Eugenio Maurizi e Nazzareno Cambiotti, cimitero militare italiano di Bielany, Polonia;
Giuseppe Martini, civico cimitero di Josefov, Praga, Rep. Ceca;
Cesare Saracini, Sacrario militare di Jindrichovice, Rep. Ceca;
Augusto Galantini, civico cimitero di Hermagor, Carinzia, Austria;
Sante Carpinelli, cimitero militare italiano di Stahsndorf, Berlino, Germania;
Michele Finetti, cimitero militare italiano di Colonia, Germania;
Asdrubale Sdrobolini, cimitero militare italiano di Mauthausen, Germania;
Domenico Negozianti, cimitero militare italiano di Samorin, Slovacchia.
Anche le comitive che entrano “per caso”, curiose e allegre, in questi luoghi sacri, vengono ben presto prese da un sentimento di profonda commozione leggendo gli ormai sbiaditi foglietti lasciati dai parenti dei caduti:
“Caro papà ti voglio tanto bene, anche se non ti ho mai conosciuto. Non sei mai tornato da me, ma tra poco verrò io da te”.
Fabbrizio Bicchielli
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TRENTO ALIMENTI
La vita non è facile per la famiglia di Trento Alimenti : il fratello Oberdan muore nel 1914, il padre Giuseppe nel 1916, la sorella Triestina rimane vedova, giovanissima, nel 1919. Trento, Oberdan, Triestina… i nomi imposti ai figli dal capofamiglia Giuseppe sembrano un manifesto politico.
Trento Alimenti, di Giuseppe e Camilla Tomassoni, nato a Costacciaro il 28 febbraio 1898, residente a Gualdo Tadino dal 27 giugno 1909, calzolaio, comunista, alle ore 1,30 dell'11 marzo 1922 viene ucciso in via delle Mura a seguito di uno scontro a fuoco.
Le cronache giornalistiche di quella giornata sono ovviamente di parte, avendo ormai lo squadrismo fascista messo a tacere qualsiasi altra voce. E' un giornalismo ben allenato, ogni giorno deve mettere una “pezza” alla violenza fascista, ogni giorno deve inventare ricostruzioni fantasiose per sovvertire la realtà dei fatti. I resoconti, quindi, informano che la sera del 10 marzo 1922 una comitiva di amici, tra cui alcuni fascisti, si riunisce in casa di Michele Pericoli per festeggiare il compleanno del padrone di casa. Verso la mezzanotte la comitiva esce di casa e viene beffeggiata da alcuni giovani repubblicani, tra cui i non meglio identificati Santarelli e Demegni. Nella colluttazione rimangono feriti i fascisti Dario e Aldo Liberati e contusi alcuni giovani repubblicani. Sopraggiunti i carabinieri fu subito ristabilita la calma.
“Passata voce tra loro, i comunisti gualdesi (quasi tutti ex disertori amnistiati) cominciarono a sbucare da più parti, bene armati di bastoni e alcuni anche di fucili, coll'intenzione di sfogare i loro istinti sanguinari sui fascisti se avessero potuto coglierli alla spicciolata. Ma i fascisti se ne erano tornati tranquillamente alle loro case e appresero gli avvenimenti successivi la mattina seguente. I carabinieri della stazione di Gualdo Tadino si divisero in due pattuglie per sorvegliare ed impedire una levata di scudi e qualche eccidio da parte dei comunisti che, soli ed armati, scorrazzavano per le vie della città. Una delle due pattuglie di carabinieri, nella parte posteriore del Corso presso largo S. Maria fermò il comunista Ippoliti Aldo per perquisirlo, ma questi riuscì a divincolarsi e a fuggire nei vicoli della parte bassa della città. I carabinieri si diedero ad inseguirlo. Ad un certo punto da due individui che stavano appiattati alla svolta di un vicolo partì un colpo di fucile che colpì in pieno petto il carabiniere Giovanni Pandolfi il quale – da vero eroe – prima di stramazzare a terra, ebbe la forza di spianare il suo moschetto contro i due vigliacchi comunisti, uno dei quali – Alimenti Trento – cadde al suolo tentando ancora di reagire coi due fucili di cui era armato. Ma i carabinieri lo resero all'impotenza e pochi minuti dopo spirò. L'altro comunista – Ippoliti Aldo – fuggì e tuttora è latitante”. (L'Unione liberale, 13 marzo 1922)
Ecco quindi ben individuato il cattivo: il calzolaio Trento Alimenti, vigliacco e disertore. Ecco ben identificati i buoni: i fascisti vigliaccamente malmenati dopo una tranquilla serata di festeggiamenti. Pertanto si è trattato soltanto di una scaramuccia tra giovanotti finita in tragedia?
In questo periodo il clima politico a Gualdo Tadino è pesantemente inquinato dalla violenza fascista degli squadristi locali, sostenuti dai ben più agguerriti squadristi di Foligno (squadra La Disperatissima , guidata dal terribile Negroni) e Perugia (squadra Ardita ), che a loro volta avevano avuto dei maestri d'eccezione nella tristemente famosa squadra di Firenze “La Disperata” .
Mario Piazzesi, squadrista de “La Disperata” di Firenze ricorda le incursioni a Perugia e Foligno:
“Non un circolo rosso, non una cooperativa, non un covo, nulla rimase in piedi e già che eravamo nell'argomento scomparve anche qualcosa dei bianchi, tanto gli uni valevano gli altri; ormai anche nell'Umbria eravamo divenuti professori e gli allievi locali promettevano bene”. (Franzinelli Mimmo, Squadristi, Milano, Mondadori, 2003).
Tutti i giorni le squadre fasciste si rendono responsabili di delitti e devastazioni. Per dare un'idea della violenza squadrista è sufficiente ricordare le operazioni portate a termine il giorno seguente alla morte di Trento Alimenti, per le giornate precedenti e successive basta sostituire i nomi dei morti…
A Puianello muore per sfondamento del cranio il segretario del circolo socialista Armando Taneggi; a Pieveottoville vengono uccisi dalle camicie nere il ventinovenne Renato Guazzi e il ventisettenne Enrico Galli; a Iano è ferito grave¬mente l'antifascista Alfredo Rinaldi; assassinato dai fascisti triestini Giovan¬ni Blasich; a Coenzo gli squadristi uccidono il ventiquattrenne Mario Rabaglia e il cinquantaduenne Vincenzo Amadei. Devastate la Came¬ra del lavoro di Casteggio, la cooperativa di Castelvetro e la cooperati¬va di Caorso, la Società di mutuo soccorso di San Martino in Campo e la sezione socialista di Campi Bisenzio, il circolo ricrea¬tivo di Cascina e il circolo comunista di Bagni di Casciana. Bastonato Antonio Bertoldi, sindaco socialista di Zibello; aggredito a Foligno durante il congresso regionale del PPI il sottosegretario Mario Cingolani; impedita ai repubblicani romani la celebrazione di Mazzini: gli squadristi disperdono l'adunata con manganellate e pistolettate.
Cosa successe veramente a Gualdo Tadino durante la nottata tra venerdì 10 marzo e sabato 11?
Il 10 marzo gli squadristi fascisti si rendono responsabili di un sanguinoso assalto alla Camera del lavoro di Gualdo Tadino; dopo la devastazione della sede avviene lo scontro in piazza Vittorio Emanuele, l'attuale piazza Martiri della Libertà, tra fascisti e antifascisti; dopo poche ore Trento Alimenti giace cadavere in via delle Mura.
Gli oppositori al fascismo sono incapaci di fare i conti con la violenza altrui, una violenza metodica utilizzata per annientare il “nemico”; pochi mesi dopo l'assassinio di Trento, i fascisti impongono le dimissioni al Sindaco Egidio Martino Pucci e all'intera Amministrazione Comunale, guidata dal Partito Popolare; il Sindaco rimane nascosto per dieci giorni in una casa privata del centro storico; gli assessori ricevono la visita degli squadristi gualdesi
“… un manipolo di fascisti, capitanato dal gualdese (omissis), si recò presso l'abitazione di Giubilei Giuseppe in via Rosati, 7 e gli intimò, con il manganello e l'olio di ricino, le dimissioni dall'incarico di Consigliere Comunale e di Assessore effettivo”. (Giubilei Italo, Cattolici e politica a Gualdo Tadino 1904-1944, Gualdo Tadino, Ed. Accademia dei Romiti, 2007)
Gualdo Tadino segue la sorte di tutte le altre città italiane, poche persone trovano il coraggio di opporsi alle devastazioni dello squadrismo fascista: Trento Alimenti e i fatti del 10-11 marzo 1922 rappresentano il canto del cigno dell'antifascismo militante gualdese.
Fabbrizio Bicchielli
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CINICCHIA
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| Nei miei anni giovanili, spinto dal girovagare un poco pel mondo, fui assunto da una società di navigazione tedesca, come medico di bordo in servizio di emigrazione, sui transatlantici della società stessa. Fu così che nel settembre 1903, capitai a Buenos Aires, la grande e bella capitale della Repubblica Argentina. Quivi ritrovai un mio vecchio amico, il perugino Publio Baduel, dal quale, parlando della patria lontana, seppi che, appunto in Buenos Aires, viveva il famoso, famigerato brigante Cinicchia, che, nella seconda metà del secolo scorso, con una dozzina di omicidi, con innumerevoli atrocità e rapine, aveva terrorizzato tutta l'Umbria e specialmente la regione interposta tra Assisi, la sua città natale, e i confini marchigiani, tanto che in questa plaga, è ancora oggi vivo il triste ricordo delle sue iniquità, per le quali era stato anche condannato alla pena capitale.
Espressi subito il desiderio di conoscere questo leggendario bandito, ma il Baduel seppe solo indicarmi il nome della strada ove risiedeva, Calle Chacabuco, e con questa semplice indicazione, era più che arduo ritrovare uno sconosciuto individuo, in una lunghissima e tumultuosa via della città americana; ma non mi diedi per vinto, tanto più che la nave ove ero imbarcato, avendo subito gravi danni durante il viaggio in seguito ad una tremenda tempesta, avrebbe dovuto sostare vari giorni nel porto argentino per ripararli.
L'incontro
Fui però fortunato, poiché dopo soli tre giorni di ricerche, capitato in un piccolo caffè di quella via, dopo avere rivolto al proprietario la solita domanda se conosceva l'italiano Nazzareno Guglielmi, era questo il vero nome del brigante, mi vidi indicare un individuo che, seduto presso un tavolino, con la pipa in bocca, seguiva con attenzione una partita a carte intrapresa da due altre persone. Io mi figuravo il bandito come un omaccione alto, aitante e di fiero aspetto e vidi invece un vecchietto basso e grassoccio, modestamente vestito di nero, dall'apparenza tranquilla, sul di cui volto però brillavano due occhi dallo sguardo vivissimo e penetrante. Mi avvicinai a lui, lo confesso, un pò titubante e presentatomi, gli dissi di dovergli parlare. Egli si alzò, mi fece cenno di seguirlo, e uscito dal caffè e traversata la via, entrò in una modesta casetta, che gli sorgeva davanti.
Si diceva nell'Umbria, che il Cinicchia fosse diventato ricchissimo, ma io subito mi accorsi, della povertà dell'ambiente, che doveva essere invece l'opposto. Egli mi ricevette nella sua camera da letto, poveramente arredata con un cassettone, qualche sedia ed un lettuccio, presso il quale, appesa ad un muro vidi una grande, vecchia rivoltella a tamburo. Egli mi invitò allora a precisare il motivo della mia visita, motivo che io non avevo, per cui ricorrendo ad una bugia, dissi che ero venuto a portargli i saluti di un suo vecchio amico, che sapevo essere stato un luogotenente della sua banda brigantesca, residente a Morano, di cui taccio il nome. Egli sorrise e mi rispose: "Ah, è ancora vivo quel birbante?". E poi aggiunse maliziosamente: "Dite piuttosto che siete venuto a trovarmi come si va a vedere una bestia feroce." E alle mie negative proteste, replicò dicendomi che, anche ammettendo il suo parere, non se ne sarebbe sentito offeso e infatti dimostrava chiaramente il desiderio e la soddisfazione di parlare con me delle molte avventure della sua straordinaria vita da bandito.
Fu così che, in quel giorno e durante altre visite che seguirono quando la mia nave ritornava nel porto argentino, che egli mi narrò tanti avvenimenti della sua avventura esistenza, per descrivere i quali occorrerebbero non poche pagine.
Mi limiterò perciò a riferire solo qualche episodio, meglio di ogni altro atto a illustrare la sua mentalità, nonché qualche fatto che si riferisce alla nostra Gualdo, senza però garantire la loro esattezza, poiché ebbi l'impressione che egli talvolta cercasse di mitigare o scusare i suoi misfatti con più o meno giusti motivi.
I racconti spavaldi
Alla mia domanda se era vero che, come si vociferava in Italia, egli era riuscito a fuggire in America mercè l'aiuto di un notissimo avvocato di Perugia, rispose negandolo recisamente, aggiungendo che era invece potuto emigrare con un passaporto falso, intestato con il nome di Rossi, procuratogli da una sua concittadina, cameriera di un Cardinale a Roma. Con questo passaporto era riparato a Marsiglia e da lì la nel Brasile dove aveva cominciato a esercitare il mestiere di muratore, finché, ucciso un giorno in rissa un suo compagno di lavoro, era fuggito ancora, raggiungendo Buenos Aires, da dove non si era più mosso, dedicandosi alla costruzione di piccole case che rivendeva o affittava. Mi disse poi che la prima persona da lui uccisa, fu il proprio fratello perché favoriva la sua cattura, durante la latitanza, mentre invece pare che il fratricidio avvenisse per motivi intimi coniugali, così detti d'onore; mi disse ancora che, transitando un giorno insieme ad un suo compagno nel territorio di Arcevia, con lui discuteva sulla maggiore o minore abilità che ogn'un dei due possedeva, nel colpire con la carabina il bersaglio. Accesasi la discussione, il compagno di Cinicchia, per dar prova della propria bravura, veduto da lontano un contadino che, salito su un olmo, ne coglieva le foglie per alimentare il bestiame, spianò contro di lui la propria arma fulminandolo. "Io, disse Cinicchia, fui disgustato da quell'inutile uccisione, tanto che mi arrestai con un pretesto e mentre il compagno proseguiva, lo punii atterrandolo con una fucilata nella schiena".
Mi narrò anche uno dei suoi più proficui colpi, quando cioè se non erro tra Morano e Montecchio, con la sua banda assalì e pose in fuga una pattuglia militare che scortava, una forte somma destinata al pagamento degli operai che allora costruivano la linea ferroviaria tra Roma e Ancona.
Una notte venne circondato da alcuni gendarmi in un campo di granturco, uno dei soldati incautamente accese una luce, la tenue fiammella servì di mira al brigante che fece fuoco atterrando l'imprudente soldato ed egli, nella confusione seguitane, riuscì a fuggire. Un'altra volta, si presentò nella casa campestre della famiglia Ribacchi, presso Gualdo. Il capo famiglia, Onorato, in preda allo spavento, per ammansirlo, gli offrì cibarie e denaro che egli rifiutò. Comparvero in quel mentre due gendarmi che l'avevano pedinato e contro i quali Cinicchia puntò rapidamente il fucile, ma l'arma non esplose. Ne seguì una scarica di fucilate, alle quali il bandito si sottrasse fuggendo lungo il fiumicello che, incassato nel terreno, scorre lì presso, dopo attraversato il mulino.
Per dimostrare la sua incredibile spavalderia, basti citare il seguente episodio: pur sapendosi attivamente ricercato dalla Polizia, di pieno giorno, si presentò ad un barbiere di Gualdo Tadino, allora comunemente conosciuto col soprannome di "Biscotto" che molti vecchi gualdesi ancora ricordano e che, facendo parte della Guardia Nazionale, si era vantato di catturare, prima o dopo, il Brigante. Quest'ultimo, intimò all'atterrito Figaro di radergli la barba e ciò fatto scomparve. Il Cinicchia, narrandomi l'episodio, rideva di cuore, ricordando il tremore con cui il "Biscotto" maneggiava il rasoio sul mento del suo nemico. Non avrei mai creduto ciò verosimile, se il fatto non fosse stato a tutti notorio anche in Gualdo Tadino. Tanti altri episodi potrei ricordare tra i molti narratimi dal bandito, ad esempio la clamorosa uccisione del perugino Bellini, sulla stradale Valfabbrica-Pianello, dove attualmente esiste anzi una colonna circondata da pini, a ricordo del truce misfatto. Ma lo spazio di questo giornale non lo consente.
La fine del rapporto
Narrerò solo come fini la mia relazione con il Cinicchia: dopo qualche tempo, ritornato a Buenos Aires, me lo vidi un giorno comparire nella mia cabina di bordo, avendo egli appreso dai giornali l'arrivo della nave ove ero imbarcato. Veniva a chiedermi un favore e cioè se, come medico, potevo procurargli una bottiglia della cosiddetta "Acquetta di Perugia". Meravigliato della richiesta, risposi che l'esistenza di questa acqua, era cosa piuttosto favolosa e che si raccontava contenesse sali di piombo o di arsenico e che, nel Medio Evo, pare venisse usata, per avvelenare lentamente qualche nemico. Poi impressionato ed incuriosito, gli domandai lo scopo della richiesta. Egli allora mi narrò, che conviveva da anni con una spagnola e con il di lei figlio, dai quali non poteva più liberarsi e che lo angariavano e lo depredavano a poco a poco, di qualche risparmio che ancora possedeva. "In passato, disse testualmente, avrei ben saputo come sistemare la faccenda, ma ora i tempi sono mutati ed io, divenuto debole e vecchio (era allora all'incirca ottantenne), devo adottare metodi meno pericolosi e spettacolosi e l'"Acquetta di Perugia" mi sarebbe perciò utilissima".
Io, offeso ed indignato, non potei fare a meno di inveire contro il Cinicchia per l'infame proposta, e quegli allora, estratto dalla cintura un pugnale, al colmo dell'esasperazione, agitando l'arma sulla sua testa, cominciò a gridare che, benché vecchio, sarebbe ugualmente riuscito a liberarsi dei suoi sfruttatori. Spaventato e per non far nascere scandali a bordo della nave, tentai di calmare il vecchio delinquente e finalmente, a stento riuscitovi, chiamai un marinaio e lo feci accompagnare a terra. Dopo qualche tempo, ritornato a Buenos Aires, ai marinai di guardia alla passerella che univa la nave alla banchina, diedi ordine che, se fosse venuto a cercarmi un vecchio, di cui fornivo i connotati, rispondessero che ero stato trasferito su un'altra nave diretta, niente meno, in Australia.
Così finì la mia conoscenza con Nazzareno Guglielmi detto Cinicchia. Qualche anno dopo, l'amico Baduel, al quale avevo narrato l'avventura, mi scrisse che il celebre brigante era andato a raggiungere, nell'altro mondo, le sue numerosissime vittime.
Ruggero Guerrieri tratto da "La Freccia"
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PRONTO? QUALCOSA DI CINICCHIA LA SO ANCH'IO
Lunedì scorso mi ha telefonato Don Francesco Coccia, il vecchio parroco di Grello. Aveva letto sul nostro giornale l'articolo che a suo tempo scrisse sul mensile locale "La Freccia" il nostro storico Ruggero Guerrieri. In questi giorni, in cui si fa un gran parlare del "brigante di Morano", l'articolo ha suscitato vivo interesse nella nostra Comunità. Le notizie su Nazareno Guglielmi, soprannominato Cinicchia, hanno interessato varie associazioni (leggi Rotary Club di Gualdo e di Perugia) e alcuni studiosi di tali accadimenti che fanno parte della nostra storia.
Guido Coccia
Don Francesco, apprezzando la pubblicazione del nostro giornale cittadino, si preoccupava di segnalarmi che la sua famiglia aveva avuto a che fare con il brigante nostrano e che suo fratello Guido, vetusto ma gagliardo nel fisico e nello spirito, avrebbe potuto raccontarmi cose che il Dott. Guerrieri non aveva annotato nel suo interessante "Come conobbi Cinicchia".
Era troppo allettante per me poter parlare con un vegliardo che nonostante la sua bella età centenaria (compirà 100 anni il 12 dicembre p.v.), ricorda per filo e per segno quanto il padre Angelo, nelle fredde sere invernali, davanti al fuoco, raccontava ai suoi figli. Guido esordisce così, dopo la mia fatica a fargli capire ciò che gli domandavo per un difetto dovuto dall'età, la sordità: "Dovete sapere che Cinicchia era venuto a Morano dove s'era aggregato con dei poco di buono, i quali solitamente erano adusi a rubare bestiame e quant'altro. Erano furfantelli che vivevano alla giornata e togliendo agli altri per necessità.
Mio nonno Domenico, che abitava la stessa casa in cui ci troviamo, commerciava legna da ardere sia per le fabbriche che per le famiglie. Ogni settimana, poi, portava al mercato uno o due agnelli. Partiva prima del giorno e rientrava sul tardi del giorno. Un giorno, mentre lavorava un terreno di proprietà si accorse che il vicino aveva sconfinato e seminato il grano su un pezzo di terra che era di nonno Domenico, che cercò di far presente allo scorretto agricoltore che quello che aveva fatto non gli andava bene e che se avesse continuato avrebbe preso provvedimenti. Il colono non sopportò la romanzina di nonno e fece circolare ad arte la voce che lui si lamentava con altri che Cinicchia si comportava come un brigante e non come "il giustiziere" che i suoi compaesani vedevano in lui".
- Cinicchia cosa centra in questa storia, domandiamo?
- "Que centra? Centra, eccome - mi risponde Guido ... Que centra? Stete a sentì che ve sto per dire. Una sera d'inverno, fredda e buia, quando era giunto a meno de centro metri da casa, proprio all'altezza del ponte Coccetta, pe' capicce dove una volta nun c'era il ponte ma una specie de fosso, un omo vestito de nero gli rivolse la parola: "Buon uomo, non avete paura d'incontrare il brigante?".
- Di che brigante state parlando?".
- "Del brigante Cinicchia, buon uomo ...!"
Nonno Domenico aveva riconosciuto in quel losco figuro proprio Cinicchia e, allora, prontamente rispose:" Cinicchia non è un brigante, è un bravissimo uomo. Pensate: rubba ta i ricchi per dare i soldi ai poveri, pensate!".
"A me questo non risulta, rispose il brigante; io lo cerco perché è un assassino. Io che lo conosco posso dirvi che è un pessimo cristiano ...".
E Cinicchia, a questo punto, forse pensò che mio nonno si tradisse. Invece egli restò fermo nell'affermare che il brigante di cui stava parlando era un uomo a modo.
Babbo mi raccontò, allora, che quell'uomo disse: "Cinicchia sono io".
E nonno di rimando con furbizia: "Non ci credo ...". Un attimo di silenzio seguì al colloquio e poi il brigante lesse a nonno il suo testamento, avvertendolo così: "non sono affatto convinto di quello che mi dite, perché sono certo che avete sparlato di me ... Sapete, ero venuto per ammazzarvi!". Prese il fucile che aveva nascosto dietro ad una pianta e prima di partire gli disse: "Non fatemi sapere ancora chiacchiere sul mio conto sennò mi costringerete a farvi fuori".
Mio nonno aspettò che l'uomo si allontanasse, subito dopo raggiunse la propria abitazione dove trovò in preoccupazione i suoi familiari perché quella sera si era attardato più del solito. Raccontò dell'incontro e venne preso da un grosso spavento. Per cinque giorni rimase chiuso in casa perché je s'era sciolto il corpo ...
- Ricordate altro di Cinicchia?
- Quando fece la rapina di Valtopina, prima di scappare con la cassa dell'oro disse ai suoi giannizzeri che se qualcuno fosse stato ferito doveva essere lasciato sul posto ucciso, ribadendo che, se quella sorte fosse toccata a lui, qualcuno doveva eliminarlo. Accadde che nello scontro venne ferito un cugino del brigante. Gli altri cercarono di portarlo con loro, ma quando si accorsero che in quelle condizioni era d'impaccio per tutti Cinicchia lo uccise. So che la spartizione del bottino la fecero sui monti di Nocera e si seppe che una pastorella trovò una moneta d'oro, forse caduta quando i briganti se lo stavano spartendo.
- Mi sapete dire qualcosa dell'avv. Bianchi?
- E' quello che lo fece scappare in America. Quando i Carabinieri lo interrogarono, per sapere se era stato lui a favorirgli la fuga, disse che convinse il brigante ad andare lontano per il bene della collettività e che invece di porgli tante inutili domande dovevano pensare a dargli un premio!
- Ricordate l'assassinio del capitano Bellini?
- Nonno mi raccontò che quel capitano aveva detto che lo avrebbe preso vivo o morto. Sto' fatto Cinicchia lo seppe e temendo che avrebbe potuto nuocergli, una sera gli tese un agguato mentre stava tornando a casa in calesse. Bianchi cercò di scappare attraversando a guado il Chiascio. I briganti erano in cinque o sei ma non riuscirono a colpire il fuggitivo che invece Cinicchia freddò prima che raggiungesse la sponda opposta. E dicono che si vantava con i suoi che solo lui, in quell'occasione, era stato bravo a centrare il bersaglio.
- Sono venuto a conoscenza che conoscevate Lirpo.
- Lirpo l'ho conosciuto di persona. Era una montagna d'uomo. Ha abitato a Morano sino a verso il 1920 o 1922. Era proprietario di una grande vigna e di una casa dove abitava. Viveva compiendo piccoli furti in particolar modo di bestiame. Era cordiale con tutti e nelle feste da ballo suonava il violino. Un giorno era presente ad una festa di paese e mentre stava mangiando la ringa tra due fette di pane, che gli aveva offerto un suo pari, gli raccontò che qualcuno gli aveva rubato una pecora che aveva a sua volta rubato ad un agricoltore vicino. L'amico lo informò che lui stesso glie l'aveva portata via per ripargarsi che Lirpo gli aveva venduto "un cunillo" (coniglio) tubercoloso e così si era rimborsato del danno subito dicendogli: "magna e sta zitto ...".
A questo punto ho voluto sapere qualcosa di lui, che in cento anni di vita non ha mai avuto bisogno di medicine.
- "Quando ero militare, però, m'hanno fatto la puntura ...". Lo guardo. Figura eretta, sguardo profondo e fare birichino. Ha l'aspetto di un giovanotto di soli ottanta anni e lamenta solo che non ci sente bene, sennò è tutto a posto. Quando sono andato ad intervistarlo si era appena allontanato di casa perché doveva fare dei lavoretti nel capannone, adibito ad officina. Don Francesco ha 90 anni e ben portati, lui 100. Mi viene spontaneo di domandare se avesse avuto altri fratelli longevi. "Ho una sorella, Maria, che ha 97 anni ...!" Alla faccia della salute.
Gli domando che mestiere aveva svolto. Risponde: - "L'agricoltore, come mio padre e mio nonno che era originario di Nocera Umbra".
Guido è in buone mani: sua figlia Marsilia e il genero con pazienza gli stanno appresso, Sto per salutarlo e ancora mi ripete: "Sapete perché Ciniccchia si è dato alla macchia? Aveva rubato alcuni salumi che erano in una casa davanti alla sua. Per paura di essere arrestato si è nascosto qui da noi, ma a Morano Madonnuccia."
Era un fiume in piena il vegliardo Guido che lucidamente ricordava quanto il babbo Angelo gli raccontò sul leggendario personaggio che tormentò le popolazioni di Marche ed Umbria.
A Guido il mio ringraziamento e dalla redazione auguri di lunga vita.
Giancarlo Franchi tratto da L'Eco del Serrasanta
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| Morano, fino ad un centinaio di anni fa, era una plaga impervia, solcata da pochi e malagevoli sentieri noti solo ai locali. Il brigante Cinicchia lo frequentava ed aveva da quelle parti un dei tanti suoi covi come quello presso il torrente Anna (forse un ex molino) presso Valmare, che utilizzava per dividere le ruberie con la sua banda.Ma chi era questo Cinicchia o Cinicchio? Un brigante chiamato così per la sua non alta statura.
Il suo nome vero era Nazareno Guglielmi; nato ad Assisi, presso porta Perlici. nel 1830, di professione muratore. Lavorando per la ricostruzione della casa del conte Fiumi, un manovale rubò un prosciutto al proprietario dell’edificio e ne fu incolpato ingiustamente Cinicchia che fu condannato e messo in carcere. In prigione meditò vendetta contro il padrone e contro il compagno farabutto. Malmenando un carceriere, riuscì a fuggire dalla casa di pena e riparare nelle Marche dove si unì ad una banda di ladri e contrabbandieri iniziando così la vita di brigante. Ne fece di tutti i colori, tanto che nacque il proverbio: “Ne hai fatte quante Cinicchia” per designare un cattivo soggetto. Imprigionato di nuovo a Jesi, anche qui tramò una fuga, ma scoperto, fu trasferito nelle carceri di Ancona dove, aprendo con un complice un foro nel muro, riuscì a fuggire. Ritornò in Umbria e per alcuni anni seminò terrore tra gli abitanti di Morano, dove raccolse i nuovi elementi della sua banda, Gualdo Tadino, Valfabbrica, Nocera Umbra, Valtopina, Vallemare ecc.
La sua vita è intessuta di ruberie, omicidi, violenze, ma anche da episodi non privi di senso umanitario e soprattutto burleschi.
Il delitto più atroce lo commise quando uccise il suo fratello Domenico. Sembra che Cinicchia desse dei soldi alla moglie Teresa Bucchi e che la donna se li godesse con il cognato: di qui odio e gelosia tra i due fratelli. Un giorno Domenico, che lavorava nella costruenda ferrovia Roma-Ancona, nei pressi di Nocera Umbra, se lo vide arrivare e sapendo di che stampo fosse, intuì il pericolo e per eludere l’odio e il rancore, gli corse incontro tentando di abbracciarlo e baciarlo, ma Cinicchia furente si liberò dell’abbraccio e gli vibrò un coltellaccio nel cuore, dicendo “Ora vatti a godere i miei soldi all’infemo”. E alla moglie, che gli chiese perdono, le tagliò i capelli e la legò tre giorni ad una pianta.
Altro orrendo delitto lo compì proprio a Vallemare, quando eliminò un certo Gallinella, un socio della sua squadra, renitente alla leva militare per sfuggire alle guerre di Indipendenza. Quando di giorno Cirjcchia riposava uno dei suoi doveva montare di guardia. L’incaricato, il detto Gallinella, anche lui armato di fucile, lo puntava ogni tanto verso il capobanda, indeciso se ucciderlo o meno. In un momento di dormiveglia Cinicchia se ne accorse, si svegliò ben bene e disse al suo accolito: “Adesso dormi tu che veglio io”. Quando Gallinella si era pienamente addormentato, Cinicchia con un colpo di fucile Io fece fuori.
Raccolta una catasta di legna vi seppellì lo sventurato compagno; poi andò ad Armenzano e diede ordine ad un altro cliente di dar fuoco alla catasta di legna che era presso il rifugio e che tutto bruciasse bene.
A fine operazione il subalterno, per accertarsi che l’ordine era stato bene eseguito, con un bastone rimosse la cenere e vennero fuori un paio di scarpe bruciacchiate: erano quelle del poveretto che si era scelto un cattivo compagno nella vita. La rapina più eclatante la commise presso la pineta Capranica (Nocera Umbra) quando assaltò la diligenza che portava 150.000 Lire in oro (ora miliardi) per pagare gli operai che costruivano la linea Ferroviaria Roma-Ancona. Insieme a queste rapine e delitti, si raccontano anche episodi di tipo umanitario e alcuni anche burleschi.
Quando i suoi rubavano a povera gente li mandava a restituire; se i defraudati dicevano: “Qui già c’è stato il signor Cinicchia”, non dovevano più molestarli. Una volta uno dei suoi rubò nei pressi di Vallegloria ( Spello) un vomere di aratro a un povero contadino di cognome Mancinelli e soprannome Cutino, lo mandò a riportare la refurtiva dicendo “Adesso come lavora quel poveretto e che mangia ?” Difatti Cinicchia si era dato alla macchia per alleggerire i ricchi e aiutare i poveri e per questo difeso fù dal popolo. Tra gli episodi burleschi si racconta che una volta Cinicchia ritornò ad Assisi ed entrò nella osteria detta: “La Pallotta” e ordinò un quarto di vino. Dopo di lui entrarono nello stesso locale, anche due carabinieri che erano in cerca del bandito. Anche loro stanchi, ordinarono del vino. Con tutta calma, Cinicchia, dopo aver bevuto, si alza, paga l’oste per sè e per i carabinieri poi esce. Quando i carabinieri vanno per pagare: “Già fatto, disse l’oste per voi ha pagato il brigante Cinicchia!” Dopo l’assalto alla diligenza statale, il governo mise sulle tracce dei malviventi un numero ingente delle forze dell’ordine: molti furono uccisi, altri imprigionati. Quando Cinicchia si accorse che il cerchio intorno a lui si stava stringendo, con un passaporto falso, si imbarcò a Civitavecchia ed espatriò in America: Argentina. Era l’anno 1863. A Buenos Aires riprese l’antica attività edile. Da una lettera scritta ai suoi parenti sappiamo che nel 1901 era ancora in vita, poi più nulla. Sulla sua vita furono intrecciati drammi teatrali, romanzi, cantastorie, ballate. Abbiamo voluto riportare una ballata in ottava rima intitolata LA MIRABOLANTE ISTORIA DEL BRIGANTE CINICCHIO che, per sommi capi, ne racconta la vita.
Tratto da Folkpages
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LA MIRABOLANTE ISTORIA DEL BRIGANTE CINICCHIO
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La storia che vi sto per raccontare
è quella d’un ometto disgraziato
egli era onesto e fu spinto a rubare
Gugliemi Nazareno battezzato
Cinicchio si faceva nominare
nella città di Assisi era nato
di mestiere faceva il muratore
ed era noto per il suo buon cuore. |
Un giorno fu colpito dall’amore
quando conobbe la Teresa Bucchi
si amaron con passione e con ardore
era un amor sincero e senza trucchi
si sposaron con tanta gioia in cuore
si fece festa con vivande a mucchi
ebber due figli dalla loro unione
ma a quel che segue, fate ora attenzione: |
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Lui lavorando con altre persone
pel Conte Fiumi che aveva tutto
un suo compagno fece mala azione
che di nascosto si rubò un prosciutto.
L’ accusaron e misero in prigione
per colpa di quel tale farabutto.
Nella sua cella solo ed innocente
Cinicchio alla vendetta pose mente. |
Col sangue agli occhi e l’animo fremente
Cinicchio non smetteva di pensare:
“Diventerò un vero malvivente
al Conte Fiumi la farò pagare!”
Il carcerier percosse audacemente
e fu così che gli riuscì a scappare
sfuggì alle guardie ed ai cani mastini
e nelle Marche pose i suoi confini |
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E là si unì ad altri malandrini
che una banda avean già formato:
il Rosi, il Maccabei e il Biscarini
il Lupparelli e il Moro nominato:
costoro eran ladri ed assassini
che non avean paura del peccato
con lor Cinicchio si mise a rubare
ed imparò le armi ad adoperare. |
Lungo le strade stavan ad aspettare
armati di pistola e con lo schioppo
dai ricchi i soldi si facevan dare
e insieme dividevano il malloppo.
Guidarelli li volle rifiutare
Cinicchio disse allor: “Ora t’accoppo”
e non appena che l’ebbe ammazzato
un assassino egli era diventato. |
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Poiché il terror avevan seminato
contro di lor fu fatta spedizione
grazie a una spia si preparò un agguato
furon presi e portati alla prigione.
Il solo Biscarini era scappato
gli altri erano a Jesi in detenzione
Cinicchio corruppe con un sol quattrino
il carcerier Moretti: “il perugino”. |
Furbo Cinicchio e di cervello fino
ma quel suo piano scoprì altra persona
e lo disse in segreto a un secondino
ed egli perse l’occasione buona
poiché il Moro, sempre a lui vicino
fu frasportato al carcere di Ancona
ma il destino si mise a preparare
un di quei giochi che è solito fare. |
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Cinicchio e il Moro insieme fecero stare
a ristudiar la fuga in una cella
ed il destino li volle aiutare:
ad Ancona al Moretti: questa è bella,
fu facile i rapporti riallacciare
perche nessun facea sentinella.
Per mezzo di Teresa entran quattrini
che intascavan il Moretti e i secondini. |
In cambio ebbero lime e seghettini
coltelli, roncola e un grande scalpello:
ora alla libertà s’era vicini
nel muro essi scavarono un forello
vi strisciaron facendosi piccini
furon liberi si come un uccello
Cinicchia disse: “Non Avrò il processo
o Tribunale ormai t’ho fatto fesso”. |
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Di Assisi tornò a prendere possesso
Cinicchio insieme al Moro, suo fidato,
bandito assai temuto egli era adesso
ed una nuova banda avea forrnato:
Salvalanima che parea un ossesso,
Cacabugie con voce da castrato,
il Maccabei fuggito era da Jesi
insieme a una diecin di Moranesi. |
I soldi suoi li aveva tutti spesi
perciò ricominciò le grassazioni
in breve tempo molti n’ebbe offesi
tra quelli ch’eran ricchi e eran padroni
egli spadroneggiò per mesi e mesi
a catturarlo mai non eran buoni.
Ora il governo si era trasformato
ma per Cinicchio nulla era cambiato. |
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Dovea il ricco esser perseguitato
dovea pagare più che un sol prosciutto
il ricco che l’aveva rovinato
con l a sua mano l’avrebbe distrutto
il povero dovea essere aiutato
a spese di chi in casa aveva tutto
e il Conte Fiumi di denaro pieno
odiava più di tutti il Nazareno. |
Ma un fatto venne a scuotere il sereno
Domenico, l’amato suo fratello,
agisce come serpe nel suo seno
e di Teresa prende il corpo bello
Cinicchio pien di rabbia e di veleno
lo trova e poi l’uccide col coltello
Teresa dei capelli vien privata,
come una belva dai cani braccata
chiede perdono, quella sciagurata. |
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Torna di nuovo Cinicchio a rubare
da solo una carrozza ha depredata
per poter il coraggio suo mostrare.
Una povera vecchia ha aiutata
che non potea l’affitto suo pagare:
Guglielmi Nazareno è di buon cuore
soltanto i ricchi ne provan terrore. |
Ma triste fatto gli da’ gran dolore
un uomo di Valfabbrica ammazzato
che della Civica era il superiore
la polizia gli tese un grande agguato.
Poiché Cinicchio era il malfattore
dell’assassinio lui viene accusato.
Ma a chi conosce grida egli fremente:
“di quella morte io non ne so niente” . |
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Dell’ omicidio lui era innocente
ma fu costretto ancora ad ammazzare:
il Moro, suo compagno e confidente
come Giuda si volle trasformare.
Cinicchio che ogni cosa vede e sente
a chi fu grande amico ha da sparare.
Se da un amico puoi venir tradito
non c’è altra scelta che essere bandito. |
Cinicchio non veniva mai ferito
e questo grazie ad un segreto
arcano poiché egli infatti era riuscito
a mettersi un’Ostia nella mano
per questo da nessuno fu colpito
ed ogni agguato fu inutile e vano
terrorizzò più di un carabiniere
mostrandogli il suo magico potere. |
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Egli era buono e ognun lo può vedere
a un uom che una gumèra avea rubata
che per venderla non avea mestiere
disse: “riportala dove l’hai trovata,
a chi l’hai presa puoi dar dispiacere
con questi soldi io te l’ho pagata” ,
e due monete d’or gli diede in mano
ed alla macchia ritornò lontano. |
Il Conte Fiumi pose mente a un piano
per poter il Cinicchio catturare:
prese Teresa con il suo germano
ed ambedue li fece imprigionare,
ma quello che lui fece fu assai vano
perché a Cinicchio non la si può
fare:un cespuglio di more tagliò netto
e al Conte lo spedì con un biglietto. |
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Conte, mia rovina, maledetto!
se i miei entro oggi non son liberati,
ti taglierò la testa con diletto
come questi cespugli che ho tagliati
vedrai con che passione mi ci metto
giacché di Conti non ne ho mai ammazzati.
Il Conte fu costretto ad ubbidire
e di Cinicchio gli ordini eseguire.
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Quel che poi fece, state ora a sentire
un grosso colpo aveva preparato
e si era messo in mente di rapire
l’oro da una carrozza trasportato:
la ferrovia serviva a costruire
e da ben sei lancieri era scortato:
la banda fece allora radunare
ed ù suo piano si mise a spiegare. |
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Il dì che il colpo si doveva fare
con la sua banda andò presso Nocera
e tutta armata la fece appostare
nel folto della macchia fitta e nera
poi disse: “non ci resta che aspettare,
saremo tutti ricchi questa sera”.
Videro la carrozza da lontano
ed alle loro armi poser mano. |
Quando la vide a portata di mano
gridò di fare fuoco immantinente
i lancieri s scapparono lontano
ed egli sceso giù rapidamente.
“Tirate giù la cassa piano piano
e non vi verrà fatto proprio niente”.
Quelli pien di paura e di spavento
gli diedero la cassa in un momento. |
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Poi se ne andò veloce’ come il vento
e quando ritornarono i lancieri
la faccia del cassier facea spavento
disse: “voi passerere dei guai seri!”
Cinicchio se ne stava assai contento
or non avrebbe avuto più pensieri
centocinquantamila è un bel malloppo
che si era guadagnato con lo schioppo. |
Per la Giustizia questo l’era troppo
Cinicchio si doveva imprigionare
e della banda sua renderlo zoppo
i gendarmi si fecero aumentare
per ritrovare tutto quel malloppo.
molti gli riuscì a lor di catturare:
il Maccabei con molti di Morano
Cacabugie, il Pirro e il Sellano.
Salvalanima non andò lontano: |
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da una druda s’era rifugiato
in fretta di fuggire cercò invano
e dalle guardie tosto fu ammazzato
Cinicchio si accorgeva mano a mano
che quanto prima sarebbe braccato,
perciò non gli restava che tentare
in altro luogo di poter scappare.
Dall’avvocato suo si fé aiutare: |
quel Bianchi assai famoso e celebrato
un passaporto falso fece fare
con il saio da frate mascherato,
a Civitavecchia è fatto imbarcare
dentro un bidone per il vino usato.
Il Bianchi disse: sono perseguito
perché all’Italia ho tolto un bandito? |
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Cinicchio per l’America partito
da la scrive ogni tanto un bigliettino:
“io qui son rispettato e riverito”
ma all’Italia vorrei esser più vicino.
Dei miei misfatti non mi son pentito
più lavoro vorrei dare al becchino:
son stato un gran brigante e me ne vanto
che il Conte ancor sia vivo è il mio rimpianto. |
Ed ora ormai finisce questo canto
che parla di una vita sregolata
d’un uomo che non era certo un santo
ma che la strada avea predestinata:
d’esser bandito non è certo un vanto
potrebbe dir persona timorata
ma di briganti oggi il mondo è pieno
peggiori di Guglielmi Nazzareno. |
Tratto da Folkpages
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LA MADONNA DI LORETO NON FUNZIONA: RIPORTIAMOLA INDIETRO
Per una antica usanza, in occasione di pubbliche cala- mità o per voto popolare, la venerata immagine della Madonna di Loreto, custodita presso la chiesa di S. Maria di Loreto, volgar- mente detta La Madonna del Piano, è trasportata in processione alla chiesa di San Benedetto e riportata nella sede originaria solo quando il pericolo è terminato.
La guerra scoppiata che già coinvolge mezza Europa e le notizie che sempre più spesso danno per certa la fine della neutralità italiana inducono la popolazione ad appellarsi alla centenaria tradizione: nel febbraio del 1915 la S. Imagine viene trasportata in processione in città, con la speranza di un pronto ritorno. Purtroppo la guerra coinvolge anche l’Italia e tanti gualdesi partono per il fronte. Nel luglio del 1918 si assiste ad una curiosa disputa tra il clero e l’Amministrazione Comunale.
Il sindaco di Gualdo Tadino presenta al parroco di San Benedetto una sottoscrizione popolare con la quale si chiede di riportare la S. Imagine della Madonna di Loreto alla chiesa di S. Maria di Loreto. La S. Imagine, come ricordato, si trova a San Benedetto dal febbraio del 1915 e avrebbe dovuto essere riportata nella chiesa di La Madonna del Piano solo quando il pericolo per la città fosse terminato. La malizia è evidente nella richiesta di alcuni gualdesi: la S. Imagine non ha funzionato, tanto vale riportarla indietro subito.
Il parroco di San Benedetto, stizzito, più che addolorato, per la richiesta, risponde per le rime:
“Il clero è sempre stato passivo nei trasporti dalla Madonna del Piano in Città. Fu sempre la popolazione che ne faceva richiesta all’Autorità Municipale, Patrona del Santuario, ed anche oggi la detta S. Imagine trovasi qui in seguito a pubblica sottoscrizione partecipataci dal Sindaco con nota del 29 gennaio 1915. Quanto poi al riportarla dalla Città alla sua Chiesa, non vi è stata mai né domanda né voto popolare.
E’ consuetudine antica che portata la S. Imagine in San Benedetto in occasione di pubbliche calamità o per voto popolare, non venga poi riportata alla sua sede se non dopo cessata la calamità, o adempiuto il voto.
Per questa evidente ragione, la S. Imagine portata qui da tre anni in occasione della guerra Europea, non fu ancora riportata alla sua sede, in attesa della pace.
Se però la popolazione vuole davvero che sia riportata anche subito, il Clero ne è indifferente ed è pronto a prestare l’opera sua.
Resta a vedere se i firmatari della petizione, molti dei quali o campagnoli, o minorenni, o non gualdesi di origine, o notoriamente disinteressati di cose religiose, rappresentino davvero la maggioranza del popolo credente della Città, che è il più entusiasta per questa S. Imagine. Saremmo dolenti se senza nostra colpa e contro la nostra volontà si eccitasse qualche movimento in contrario che disturbasse l’ordine pubblico.
Ci sembra dunque più opportuno e necessario che codesta Autorità Municipale, rappresentante ed interprete legittima della popolazione, e tutrice dell’ordine pubblico, decida il da farsi.
Il Clero e particolarmente il sottoscritto nella sua qualità di Parroco, in attesa degli ordini della S.V., declina qualsiasi responsabilità per l’ordine pubblico, e dichiara che se dovrà farsi la Processione di trasporto della S. Imagine, prima che finisca la guerra, l’opera sua sarà meramente passiva e la stessa processione dovrà farsi a richiesta e con direzione e con responsabilità del primo firmatario o di chiunque altro stabilirà la S.V.”.
Nel bel mezzo della discussione arriva, il 4 novembre, la fine della guerra, salvando capre e cavoli: la S. Imagine può tornare a casa senza vinti né vincitori.
Fabbrizio Bicchielli e Mauro Guidubaldi
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LO STRANO CASO DEL VESCOVO NICOLA COLA: interventismo e neutralismo tra santi e campanili
Nel maggio del 1915, in varie città d'Italia, si svolgono manifestazioni a favore dell'entrata in guerra dell’Italia; il culmine dell' interventismo è toccato nelle cosiddette radiose giornate di maggio, come vengono definite dalla propaganda una serie di manifestazioni di piazza di cui sono protagonisti studenti universitari e intellettuali. Gualdo Tadino, ovviamente, non è interessata da mobilitazione di folla a sostegno della guerra, la “folla” ha ben altri problemi da risolvere, le radiose giornate di maggio in una piccola cittadina come la nostra rimangono confinate nelle pagine dei quotidiani e i vari interventi dei politici, pro o contro la guerra, si susseguono tanto per fare quattro chiacchiere, quasi che si trattasse di una scampagnata in cui può anche scapparci il morto…
Un grande personaggio gualdese, Mons. Antonio Ribacchi, chiama a raccolta il popolo dei fedeli:
“In omaggio ai desideri del Sommo Pontefice, questa sera nella Chiesa di S. Benedetto, insieme con la Novena dell’Assunta, si darà principio a pubbliche preghiere per implorare da Gesù Cristo Principe della pace che allontani quanto prima le faci di guerra con le sue esiziali conseguenze. S’invitano pertanto i fedeli ad accorrere numerosi in chiesa perché solo da Dio possiamo attendere lo scampo di questo terribile flagello”.
Mentre la chiesa proclama il proprio netto rifiuto alla guerra, si formano dei comitati cittadini che organizzano manifestazioni e pellegrinaggi: va bene l’ubbidienza alla chiesa, ma qua c’è da completare l’Italia perbacco. Sono addirittura pronti a farsi una scarpinata fino a Serrasanta per raggiungere lo scopo. Dietro l’immancabile pensiero verso chi combatte davvero, c’è sempre qualche parola di troppo che svela i veri sentimenti dei combattenti passeggiatori: il 22 agosto ha luogo un pellegrinaggio “al Santuario di Serrasanta per implorare dal Dio degli Eserciti un completo trionfo alle armi italiane, ed una speciale protezione sui soldati gualdesi, che, per l’onore della Patria, combattono al fronte”. Per l’occasione arriva a Gualdo Tadino il noto predicatore don Carlo Rogora, incaricato del discorso di circostanza.
Ed ora sappiamo che esiste anche un Dio degli Eserciti, un Dio che porta l’elmetto italiano e che combatte contro gli austriaci.
Il 2 giugno 1915, il contestatissimo Vescovo di Nocera e Gualdo, mons. Nicola Cola, rivolge una lettera pastorale al clero e al popolo della sua diocesi, in essa, tra l’altro, parla dell’ineluttabile necessità che ha costretto la nostra nazione a prendere le armi:
“Se il fatto per se stesso può sembrare doloroso e grave, il motivo che lo ha provocato è talmente grande e nobile, che noi dobbiamo riconoscervi una disposizione della Divina Provvidenza, che, se sempre veglia al nostro bene, più che mai proteggerà la nostra Italia in questi momenti di supremo interesse. Le nostre preghiere pertanto non cessino, ma siano raddoppiate, affinché non solo la pace, ma una pace onorevole, conseguenza gloriosa delle nostre valorose armi, ci sia data”.
Immaginiamo il sollievo della popolazione, affamata e angosciata per la sorte dei propri cari, nell’apprendere che la Divina Provvidenza parteggia per i Savoia…
In realtà non si tratta di una mossa dettata da una sua personale simpatia verso l’intervento. Per quanto latente la battaglia tra interventisti e neutralisti continua il suo corso, e il Vescovo di Nocera e Gualdo, che da alcuni mesi viene pesantemente e ingiuriosamente contestato dalla sponda nocerina, è coinvolto, suo malgrado, nella disputa. La lettera pastorale serve a frenare le polemiche. La causa scatenante della contestazione è chiarita da una cronaca dell’Unione liberale, corriere quotidiano Umbro-Sabino apertamente schierato a favore dell’intervento, nell’edizione del 22 febbraio 1915: “La popolazione di Nocera è da vari giorni in vivo fermento contro il Vescovo mons. Nicola Cola, perché questi, all’unico scopo di aumentare per l’annua somma di circa Lire 2000 le rendite più che sufficienti della mensa vescovile, si è con tutte le forze adoperato a fare elevare alla dignità di Cattedrale la Chiesa collegiata di San Benedetto di Gualdo Tadino. L’indignazione di tutta la cittadinanza e della popolazione rurale per l’atto del Vescovo che ha cercato di sopprimere i diritti di Nocera più che millenari, a malapena contenuta nei giorni precedenti, ha già esploso clamorosamente una volta il 9 corrente, festa del patrono S. Rinaldo”.
Il 9 febbraio, infatti, per la festa del patrono, furono inviati a Nocera Umbra 30 carabinieri per garantire l’ordine pubblico e la messa pontificale andò avanti tra fischi e urla di contestazione del popolo nocerino, tanto che il Vescovo, per prevenire qualche guaio serio, non partecipò alla processione.
La politica, sempre vigile e insonne, comincia subito a schierarsi pro o contro il Vescovo, tanto che alcuni ambienti politici fanno circolare la voce che alla contestazione hanno partecipato i cittadini di tutti i partiti, tranne quelli socialisti; viene anche ricordato che nelle passate elezioni il Vescovo fu per Fazi contro il marchese Theodoli e per le elezioni provinciali sostenne il socialista Trinca.
Il messaggio è semplice: il Vescovo, oltre che uomo di chiesa, è un socialista e quindi, per estensione, neutralista. Un peccato mortale per i nostrani guerrieri.
Sempre L’Unione liberale, che ha un conto aperto con mons. Cola: “…l’offesa da lui inflitta a questa antichissima sede della diocesi è sentita da tutti, tranne che dai socialisti che gli sono amici e da coloro che hanno cambiato idea per qualche bicchiere di vino”.
Si arriva persino ad organizzare un’ignobile mascherata, a cui partecipano centinaia di cittadini nocerini (cifra fornita da un cronista nocerino… per la curia vescovile i partecipanti sono circa trenta) e alcuni gualdesi, organizzata a Colle di Nocera e a Gaifana, per mettere in ridicolo l’operato del Vescovo: un cittadino di Colle si veste con abiti vescovili e altri si travestono da canonici e da sacerdoti. Il corteo comincia percorrere le vie di Colle, fra l’ilarità della popolazione che accorre per godersi l’inedito spettacolo, fino a raggiungere Gaifana, dove il finto vescovo viene preso platealmente a calci nel sedere dalla popolazione.
Come d’incanto, l’entrata in guerra dell’Italia e i termini usati nella lettera pastorale, fanno dimenticare San Rinaldo e San Benedetto. Lasciati da parte i santi, si comincia a giocare con i fanti.
Fabbrizio Bicchielli e Mauro Guidubaldi
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REALTA' ROMANZESCA
. Cardinali e Casciola (padre), il 2 Giugno voteranno per la monarchia.
. il locale della Biblioteca Comunale sarà lasciato libero per dar modo a qualche reduce di mettervi un negozio qualsiasi. Sembra che la Biblioteca stessa venga trasferita all'ultimo piano del palazzo comunale.
. i patrioti, quando escono la sera dall'Ufficio, spengono la luce.
. nell'elezione del sindaco e la Giunta, non c'è stato nessun accordo precedente.
. tutti i cani da qualche tempo portano la museruola.
. durante uno degli ultimi comizi nessuno ha fischiato.
. L'Avanti! Ha parlato del Congresso della D.C. molto obbiettivamente e senza una certa acidità.
. i 9 milioni dati a Nocera è tutto un trucco.
. i fruttivendoli in pieno accordo hanno deciso di ribassare i prezzi.
. il Commissario per gli alloggi ha passato un'ora senza che nessuno gli abbia chiesto un appartamento.
. il Centralino telefonico ha subito risposto alla chiamata e ha subito data la comunicazione.
. c'è un manifesto affisso un mese fa e che ancora non è stato strappato.
Da: IL "PEPE" CAPEZZA E PISCIARELLA Anno I N°3 12 maggio 1946
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IL SOGNO NON REALIZZATO
Tra la montagna di documenti che ha raccolto e tra le molte centinaia di pagine che ha scritto non c'è nulla sul "Verde Soggiorno". Eppure a questa opera ha dedicato diversi anni della sua vita, trasformandosi pian piano da sogno a cocente delusione e dispiacere profondo.
Brunello, mio padre, lo aveva immaginato come qualcosa che dovesse essere al servizio dei giovani, dei bisognosi, e dell'intera comunità gualdese.
Non conosco lo statuto, ma so che lo aveva voluto a sfondo sociale. Chiarisco con un esempio:
Il Verde Soggiorno era da poco operativo quando venne ospite una squadra di calcio per il ritiro. Al mattino i giocatori avevano i loro allenamenti, ma il pomeriggio ogn'uno di loro accompagnava un disabile su una carrozzella.
Con un po' di sorpresa non solo i disabili furono entusiasti di questa iniziativa, ma anche i calciatori.
Se non che queste iniziative diventavano sempre più sporadiche e il verde soggiorno ha cominciato a trasformarsi in una attività commerciale. Brunello non voleva un albergo. Ha cercato in tutti Ì modi di impedirlo, senza trovare persone disposte a condividere il suo punto di vista per dare un aiuto concreto, litigando anche con alcuni dei suoi migliori amici, finché ne è uscito sbattendo la porta. Sconfitto. Questo rammarico non lo ha abbandonato mai.
Carlo Troni
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PERCHE' TAGINA CHIUDE
Per ogni cosa c'è un principio, come per ogni cosa c'è una fine. Questa legge non poteva certo risparmiare TAGINA.
Due anni di attività, due anni di noie, gatte da pelare, guai, minacce (più di una volta ci siamo sentiti minacciati di botte - più di una volta ci hanno detto che a Gualdo non c'è posto per noi) e poca, pochissima riconoscenza.
Ora siamo arrivati al penultimo numero. In ognuno di noi c'è un po' di tristezza. Sinceramente ci dispiace. Abbiamo vissuto un'esperienza indimenticabile che racconteremo ai nostri figli, ai nostri nipotini.
Ma ora diciamo basta.
Molti di voi sanno che attualmente cinque dei nostri amici stanno adempiendo all'obbligo del servizio militare, altri cinque ne partiranno alla fine del mese. Le difficoltà quindi di mandare avanti un giornale aumentano. Comunque, per smentire qualsiasi pettegolezzo, vi annunciamo che avremmo smesso comunque. Il militare potete considerarlo come una componente che ci ha indotto a prendere questa decisione.
Il vero motivo va anche aldilà delle vostre aspettative. Ci siamo effettivamente stufati di muovere anche una sola paglia per i gualdesi. Viviamo in una città che non si merita niente, non merita neppure un minuto del nostro tempo libero.
Se solo pensiamo a quante volte abbiamo seriamente rischiato di finire in Tribunale, c'è veramente da riflettere sul nostro caso.
Vi rendete conto che per due anni ci avete costretto ad offrirvi il nostro giornale facendoci sentire dei ladri accattoni? Quando ci allungavate quelle misere 150 lire ci facevate sentire dei vermi, degli affamati, dei ladri.
Forse tu che stai leggendo non ci hai voluto nemmeno concedere nemmeno la soddisfazione di prendere il giornale dalle nostre mani. Non visto, lo hai preso nelle edicole, oppure lo hai "scroccato".
Beh, e noi dovremmo continuare a scrivere per te.?
. ma facci ridere!
Da questo momento hai chiuso con noi.
Forse qualcuno non si merita di essere trattato così. Ci scusiamo con costoro, ma avete la sfortuna di essere troppo pochi.
Non crediate comunque che il nostro operato non sia servito a niente. Siamo pienamente coscienti che abbiamo mosso molto. Abbiamo operato positivamente. Verremo ricordati come "eroi", ma "non è più tempo di d'eroi". Da oggi ci adatteremo al sistema. Non penseremo più a voi. Non ce ne importa più niente se i vostri figli dovranno andare a cercare lavoro lontano. Non ce ne importa se quando li vedrete partire le lacrime vi bagneranno il viso. Non è con noi o con i nostri Amministratori che dovrete prendervela. La cosa riguarda anche e soprattutto voi. Ieri ve ne siete fregati ed oggi il vostro menefreghismo si ritorce su voi stessi. Bravi, meritate un applauso.
È triste doverlo ammettere, ma invece di cambiare voi, siete stati voi a cambiare noi. Assisteremo con voi al tramonto di questo paese.
Ora ci resta solo da fare l'ultimo numero e sorbettarci 200.000 lire di debito. Qualcuno riderà soddisfatto e noi in barba a quanti ci hanno accusato di ricevere finanziamenti da chissà chi, ce ne andremo cercandoci nelle tasche. E non ci compiangete, semmai dovete compiangere voi stessi. Noi abbiamo la fortuna di essere giovani e di non avere figli da sistemare. Ma voi siete da Ospizio. Abbiate pazienza, forse ci riuscirete a fare di Gualdo un vero Ospizio.
Mario Anderlini da "TAGINA" del Centro Giovanile Gualdese, 1972
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LA GRANDE GUERRA DI DOMENICO
"Prima dell'assalto ti davano tutto il cognac che volevi, io non l'ho mai bevuto perchè ti rincoglioniva. Ti faceva passare la paura, ma poi non capivi più niente e uscivi dalla trincea gridando come un matto "Savoia" e crepavi. Dall'altra parte uscivano dalle trincee urlando "Hurrà", e crepavano anche loro. Adesso che è finita, bevo quanto me pare. Nun ve sta bene?"
Questa era la consueta risposta, a chi lo sgridava perché "alticcio", di Domenico Retini, classe 1898, che come tanti altri gualdesi ha conosciuto le trincee della Grande Guerra, combattendo con il 277° Reggimento Fanteria della Brigata Vicenza.
Considerava imboscati tutti quelli che non avevano fatto la guerra e come tutti i reduci conviveva con il continuo ricordo della trincea:
"Correvi verso la trincea nemica e le mitragliatrici ti falciavano, per riparo una buca o una pietra, poi di nuovo di corsa. Arrivavi ai reticolati e cominciava il tiro al piccione. Se eri fortunato raggiungevi la trincea nemica e cominciava la mischia. Bombardamento e contrattacco. Neanche il tempo di pensare che me l'ero scampata che arrivava l'ordine di avanzare verso l'altra trincea. Di nuovo all'attacco, di nuovo correndo in mezzo ad un casino che non capivi più niente, di nuovo il corpo a corpo".
L'assalto alla Bainsizza, il 22 agosto 1917, era l'incubo ricorrente di Domenico, una data come tante altre nel mattatoio della Grande Guerra, quel giorno ha capito quanto valeva poco la sua vita, solo una serie di episodi fortunati ti permetteva di rimanere vivo:
"Il 22 agosto, sulla Bainsizza, due assalti alla baionetta ce semo fatti, tornà vivi era solo una fecenna de fortuna, nel mio settore eriamo in 500, semo armasti in 75. E ce potea gì peggio...".
Una grandinata o il rumore di un forte temporale lo portava di nuovo dentro la trincea:
"Manco ve l'ammaginate i fischi degli scrappenel (Shrapnel, granate a frantumazione.) quanno arriaveno. Era come un miagolio continuo e un cigolamento de porte, ma forte, t'accucciavi e aspettae. Se eri fortunato, dopo l'esplosione t'alzae e annavi a vedè ta chi era toccato".
Per Domenico (come per tutti i fanti) il momento peggiore era quello che precedeva l'assalto. Molti scrivevano quella che ritenevano essere la loro ultima lettera,
altri sgranavano il rosario, la maggior parte restava in silenzio. C'era anche chi scriveva sulla roccia. Tra i suoi ricordi, le centinaia d'incisioni che facevano i soldati:
"Specie la sera prima dell'assalto c'era chi se mettea a piagne come un fio piccolo, chi pregava, chi smadonnava, e c'era chi se mettea a scrive su pe le rocce, se gli dicei che scrivea affà t'arisponnea che così gl'imboscati ce credono che semo morti sul serio. Quanno scriveano durante l'ozio ce se metteamo di buzzo bono".
Nella zona del Carso, dove ha combattuto Domenico, ci sono migliaia di testimonianze, incancellabili, incise con le baionette sulle rocce prima di affrontare la morte. L'esergo di un libro di Scrimali, rende comprensibili le motivazioni delle incisioni:
«Se un giorno gli uomini taceranno, se l'ingratitudine ucciderà ogni ricordo, grideranno le pietre».
150 gualdesi non sono tornati a casa.
Fabbrizio Bicchielli
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PICO DISCEPOLI DECORA LA NUOVA "CAPPELLINA"
Erano già trascorsi quattro anni dal giorno in cui ci eravamo riuniti nella "nuova Cappella", quando giunse come direttore dell'Oratorio il Salesiano Don Michele Morrone.
Come è facile immaginare, anche lui, vedendo il nostro luogo dì preghiera, provò la sensazione di trovarsi in un "camerone casermesco" tozzo e pesante, dalle travature massicce, dal quale tutto sì sarebbe potuto avere "fuorché una Cappella che avesse chiamato a preghiera".
Entrò immediatamente nel suo animo il desiderio dì rendere quell'ambiente idoneo alla specifica funzione per cui era stato costruito e non ebbe pace finché non sopraggiunse la certezza che un giorno si sarebbe realizzato il bel sogno: "trasformare la Chiesa in un Piccolo paradiso", preso contatto con il nostro valente pittore e scenografo Prof. Pico Discepoli gli aveva manifestato le proprie riflessioni e quel che avrebbe voluto.
Quanto ne discussero? Non so! So soltanto che dopo qualche tempo, ecco nuovamente il Prof. Discepoli con un dettagliato progetto, dinnanzi agli occhi soddisfatti di Don Morrone.
Approvato!
Presto ebbero inizio i lavori. La porta della Chiesa venne serrata e nessuno, tranne gli addetti, poteva vedere ciò che si stava realizzando all'interno.
Nessuno?! Via, è una bugia! Lo sapevamo tutti, specie noi ragazzini che non lasciavamo perdere la più piccola occasione che si presentava per dare una "sbirciata" di controllo... Tutti sapevamo che lì dentro lavorava il Prof. Discepoli con due collaboratori: Nicola Lucarelli e Tega; tutti parlavamo degli angeli e dei santi che mano a mano venivano a decorare le pareti, tutti sapevamo che qualche ragazzo dell'Oratorio aveva già "posato" per essere raffigurato fra i giovanetti che attorniavano Don Bosco.
Chi erano ì fortunati?! Si diceva qualche nome, ma non c'era certezza... Essi, gii interessati, si erano impegnati al silenzio!!
"Ed io voglio vedere" dissi un giorno trame...
Il pomeriggio, piano piano, raggiunsi la porta... la spinsi. Si apriva! Lanciai uno sguardo d'insieme...
"Quant'era bella! Quant'era bella la Chiesa!".
Il Professore, girato verso il fondo, non mi vedeva... Però aveva inteso il cigolio della porta. Si voltò di scatto:
"Che fai laggiù!... Chi sei?... Lo sai che non si può entrare!... Vieni avanti, fatti vedere...".
Io, invece di fuggire mi feci avanti pensando: "Adesso mi arriva una sberla!".
Ma sapevo che il Professore era troppo buono e non l'avrebbe fatto. Poi, era grande amico di mio padre.
"Ah, sei tu?" disse riconoscendomi. "Sei curioso eh!... Ti piace?".
"Tanto!".
E additandomi l'ovale di fondo raffigurante Don Bosco e alcuni ragazzi intorno a lui, soggiunse: "Li riconosci?".
"Certo!... Questo è Angelo, Giovanni, Enzo, Lello...".
"Ci vorresti stare anche tu?!".
"Magari!... Ma io...".
"Ma tu?!... Vieni qua... Monta su questa impalcatura... Attento dove metti i piedi!".
Io salgo... Mi guarda con l'occhio clinico del pittore... "Mettili così!", mi dice. Prende il mio mento fra il
suo pollice e l'indice e mi fa mettere in posa.
"E adesso, sta' fermo!".
Pensavo ad uno scherzo... Invece ecco il suo pennello salire alla destra dì Don Bosco e tracciare con mano maestra, niente meno che il mio ritratto...
"Sei contento? Ora vane ne a casa e non dire niente a nessuno. Lo vedranno alla fine".
E la fine giunse il pomeriggio del 27 luglio 1932.
Il "piccolo paradiso" di cui parlava Don Michele Morrone, apparve nel suo splendore.
Dissero subito che il Prof. Discepoli, aveva dato una prova superiore a quelle già date, delle sue capacità.
Il presbiterio con la fuga di angeli alla maniera trecentesca, il bell'ovale della gloria di Don Bosco attorniato da alcuni oratoriani di Gualdo, dava all'altare "una cornice che si fondeva e armonizzava con il quadro vivente dei giovani assiepanti le panche".
Le travature erano state snellite con calotte azzurre punteggiate d'oro, le pareti apparivano più luminose nella semplicità geometrica delle decorazioni. I motti, scritti sui fascioni, stavano a ricordare il concetto di quello che è la preghiera e la vita nella scuola di Don Bosco.
Non dico dell'entusiasmo di tutti e della festa che si fece intorno al Direttore dell'Oratorio e al Prof. Discepoli per il bellissimo "frutto della sua fatica, della sua fede e della sua passione".
E i ragazzi ritratti intorno a Don Bosco? Ostentavano la loro fierezza per il privilgio concesso. Eccoli: Depretis Giovanni, Sergiacomi Enzo, Depretis Angelo, Sergiacomi Raffaele, Boccolini Ettore, Troni Brunello, Discepoli Angelo, aggirarsi compiaciuti fra i presenti per captare ogni commento...
Don Morrone voleva che si chiamasse "Cappella Don Bosco", ma noi non siamo riusciti ad accontentarlo ed abbiamo sempre seguitato a chiamarla col nome con cui eravamo stati accolti da essa la prima volta, quando le sue pareti erano spoglie: la Chiesa dell'Oratorio!
Ne sono passati di anni da allora!
Non più "iscritto", ho seguitato a trascorrere nell'Oratorio tante ore delle mie giornate affiancando nella loro opera i Direttori che si susseguirono e tanti giovani li ho visti diventare uomini e il posto da essi lasciato nei banchi, occupato dai propri figlioli...
Un bel giorno, accanto alla "Compagnia del Pìccolo Clero" emerse una invidiabile "Scola Cantorum" ed è bello ricordare come le voci dei provetti cantori suscitassero l'ammirazione di tutti i fedeli! Tonino Anderlini, Sergio Picchi, Danilo Biscontini, Angelo Brunetti, Carlo Minelli furono gli "artisti" che si esibirono in patetici "a solo", in "duetti" o nei "cori" durante ogni celebrazione, accompagnati dal suono di un modesto organo e quando i loro canti si elevavano fra le pareti della nostra Chiesa, non di rado sentivi entrarti nel cuore uno struggente invito alla meditazione e alla preghiera...
Ma il tempo segue imperterrito la sua corsa...
Purtroppo, tutta l'alta zoccolatura che adornava con figurazioni geometriche le pareti laterali e che col trascorrere degli anni andava deteriorandosi, invece di essere convenientemente restaurata, è stata coperta da un impietoso strato di vernice...
Non facciamo commenti allo scempio!
Nonostante ciò, la Chiesa dell'Oratorio, è restata "bella", come ci apparve quell'indimenticabile 27 luglio 1932 e Don Bosco è lì, in quel fulgido ovale, fra la fuga di Angeli, circondato dai bambini di allora.
E' lì, in attesa dì altre generazioni...
Brunello Troni
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LE CASTAGNE DELL'ORATORIO
Tradizionale abbinamento con la visita al cimitero
Sembra un paradosso dover abbinare nell'arco di un giorno tanto particolare, quale la commemorazione dei defunti, due parole antitetiche del nostro vocabolario: mestizia e allegrezza; ma ciò si deve, nell'ambiente salesiano, per non dimenticare il più simpatico miracolo di Don Bosco, quello della moltiplicazione delle castagne, avvenuto dopo la visita fatta al camposanto, con i suoi ragazzi, il due novembre dell'anno 1849.
Quante volte gli oratoriani di tutte le età hanno inteso il racconto di ciò che accadde quel giorno a Valdocco? Senza dubbio tante, almeno quanti sono gli anni trascorsi accanto alla famiglia salesiana.
Ricordate quando, raccolti nella chiesa, udimmo per la prima volta l'avvincente storia delle castagne? I "più piccoli" dovevano conoscerla e i "più grandi" non dovevano dimenticarla. Di solito veniva narrata la domenica che precedeva la data del 2 novembre. Dovevamo essere preparati a compiere anche noi gesti e atteggiamenti che si sono ripetuti nel tempo in quel giorno particolare, come interpreti di una piacevole sceneggiata in cui, l'evolversi degli avvenimenti era conosciuto solo ad alcuni. Eravamo lì, noi piccoli, intenti ad ascoltare il Direttore dell'Oratorio: "Dovete dunque sapere che il giorno dei morti del lontano 1849, Don Bosco aveva portato tutti i giovani del suo oratorio a visitare il camposanto e aveva promesso una abbondante distribuzione di castagne cotte, al loro ritorno. Per l'occasione ne erano state comperate una notevole quantità, ma Mamma Margherita (la madre di Don Bosco) cui era stato affidato il compito della cottura, non avendo capito le intenzioni del figlio, ne aveva fatte cuocere solo una piccola parte...".
E la narrazione proseguiva piacevole e avvincente.... e ci sembrava vedere Don Bosco circondato dai suoi giovanetti (erano circa seicento) indaffarato ad immergere un grosso mestolo bucato, in un cesto colmo di castagne tenuto fra le braccia da un giovane aiutante. E con la nostra fantasia, così abilmente sollecitata, vedevamo i giovani protendere i loro berretti e Lui che gioiosamente li riempiva e che riempiva le loro mani unite a forma di coppa...
Ancora udiamo le parole del Direttore: "Solo quando si accorge che le castagne non possono bastare, eccolo correre in cucina per prenderne altre, ma sono pochissime quelle che riesce a trovare. Le getta nel canestro. Una miseria!... Tanti giovani ancora stanno aspettando. Quanti ne potrà accontentare? Non ci sta troppo a pensare e... via, è già nel cortile... e il mestolo è nuovamente immerso nel mucchio modesto e lo riversa pieno, in abbondanza, ancora nei berretti e nelle mani protese. E uno. e due... e tre... e le castagne restano sempre nella stessa quantità, calde, in quel canestro meraviglioso e sembra non finiscano mai! Come sembra non finire mai il numero dei ragazzi... Cento ancora... duecento... di più... Quelli che gli erano vicini assistevano meravigliati al portento e al loro richiamo altri corsero a vedere. E tutti trattennero il respiro aspettando la fine... E quando l'ultimo ebbe la sua parte, un grido spontaneo risuonò: Don Bosco è un santo! Don Bosco è un santo! E tutti gli si stringevano intorno"...
E il "narratore" così concludeva: "Questo è il bel miracolo di Don Bosco di cui intendevo parlarvi. E per ricordare tale fatto meraviglioso, ogni anno il due novembre, i giovani di tutti gli oratori salesiani del mondo vengono accompagnati in visita al camposanto e al ritorno si distribuiscono loro tante castagne. E allora anche noi, quel giorno andremo in visita al cimitero e quando ritorneremo ci sarà un'abbondante castagnata. Vi aspetterò nell'immediato pomeriggio. Non mancate ali'appuntamento...".
La castagnata dell'oratorio
Compiuta la visita al cimitero, presto l'esuberanza giovanile riprendeva il sopravvento e ci spingeva a dimenticare ogni motivo di tristezza: ci attendeva il cortile dell'oratorio, ci attendevano le castagne colte e per i più grandi, anche una gradita sorsata di vino. E allora si procedeva ad andatura forzata che, quasi sempre, sì tramutava in corsa. Tutti volevamo arrivare primi anche se si sapeva che a nulla sarebbe servito perché l'ambita distribuzione sarebbe avvenuta soltanto quando, al gruppo riunito il Direttore, giunto con la "retroguardia" avrebbe impartito gli ordini opportuni.
E cominciava l'attesa... prima paziente, poi con evidente irrequietezza sottolineata da qualche improvvisa baruffa per la conquista di un posto in... prima linea. Finalmente eccolo! E un "Ooh!" prolungato e un battimani festoso sì elevavano immancabilmente come ad un segnale convenuto.
Postosi al centro del cortile, con un rapido sguardo si rendeva subito conto della situazione. Caspita! Un miracolo era già avvenuto! Ma non delle castagne, bensì dei ragazzi!!! Improvvisamente com'era cresciuto il numero! Eravamo partiti dall'oratorio appena in sessanta, e lì, in fiduciosa attesa, ci accalcavamo in più di cento... Sfido io! Oltre ai piccolissimi, invitati espressamente, si erano aggregati gii sfaticati, i furbacchioni che di solito attendevano al varco la "carovana" in arrivo per potersi tranquillamente "intrufolare".
Niente paura! Tutto previsto! Giungevano rapidi gli ordini: "Tu e tu... andate a prendere le castagne in cucina! E voi, intanto, perbenino, senza darvi le spinte, mettetevi in fila. Le castagne ci sono per lutti!
Gli incaricati partivano e la massa, ordinatamente (si fa per dire) pronta, si disponeva in due file...
E nell'attesa, quelli che erano in fondo, iniziavano il gioco della "compressione" e con spinte ben calcolate urtavano quelli che lì precedevano e si vedeva il gruppo ondeggiare e accalcarsi in avanti per tornare quasi subito indietro fra le grida allegre di alcuni e quelle indispettite di altri.
"Ma che fate birbanti! State calmi, sennò invece delle castagne... Su, su ricomponetevi perbenino... Ecco, stanno arrivando."
" Il gruppo si calmava. I portatori, giunti dalla cucina col carico fumante, si disponevano accanto ai Direttore dell'oratorio e la distribuzione finalmente iniziava... Chi presentava il berretto, chi un fazzoletto ben allargato, chi semplicemente riuniva a coppa le mani...
Poi, tutti sparpagliati in cortile per la consumazione... Non di rado giungeva un pianto. Chi piangeva?... Era quel piccolo che osservava sconsolato le castagne, cadute per l'urto involontario di qualche scalmanato o per lo scherzo malvagio di un altro che aveva inteso divertirsi... una "pacca" improvvisa al contenitore e tutto era rotolato ai piedi della "vittima designata".
"Via, non piangere", diceva il Direttore, "Sta" allegro... Torna qui... Ce ne sono tante ancora! Ecco, queste sono per te!". E tornava il sorriso.
Pressappoco, in tal modo, ogni due novembre, si ripete la distribuzione delle castagne... E per gli "anziani" che osservano sembra che il tempo si sia fermato. I ragazzi e gli atteggiamenti appaiono sempre gli stessi, come restano invariate le espressioni di chi dona e di chi riceve nel nome di don Bosco.
Brunello Troni
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ATTIVITA'... COMMERCIALI
"Caramellee!... Caramellee!... "
"Caramellee!... Caramellee!... "
Lo ricordate, voi della mia età e voi, non più tanto giovani, questo richiamo di invito e di incoraggiamento all'acquisto della dolce e minuta merce che il venditore, incaricalo dal Direttore dell'Oratorio, presentava ad una clientela provvisoria, fluttuante e spesso troppo sparuta?
"Caramelle!...". E' stato per parecchio tempo il nostro "grido" di piccoli venditori volontari e quello di altri che vennero dopo di noi, frequentatori assidui della Casa Salesiana di Gualdo, oratoriani iscritti e partecipi di tutte quelle attività dove la nostra presenza poteva essere più o meno utile a noi stessi o alla collettività. Certamente, nessuno poteva obbligarci a farlo, ma a gara, ci proferivamo per essere designati quali addetti al piccolo banco ambulante di vendita. Il motivo è facile immaginarlo! Diciamolo con sincerità: non ci importava tanto la vendita per l'incremento della cassa oratoriana, quanto perché era una favorevole occasione che si presentava per l'ingresso in Teatro senza pagare la piccola quota di accesso, per "succhiare a sbafo" qualche caramella e per il sicuro compenso, al termine di ogni prestazione, concesso dalla mano generosa del Direttore. Tante caramelle vendute. e un buon pugno in regalo per noi!
Il "banco di vendita" diveniva funzionale ed attivo solo nei giorni di festa, a cominciare dalle prime ore del pomeriggio, fino al termine degli spettacoli. Lo mettevamo a tracolla sopra le nostre spalle e con atteggiamento dignitoso e pieno di importanza, ci aggiravamo prima fra gli amici in cortile, poi in teatro, fra gli spettatori eventuali clienti.
A tracolla?! Proprio così! Non ricordate come era fatto il "banco di vendita"?
Una cassettina di legno di modeste dimensioni (circa cm. 60x40), suddivisa in sei scomparti predisposti a contenere diversi tipi di caramelle e liquerizia. Una robusta cintura fissata ai due lati costituiva l'ancoraggio al corpo di noi rivenditori che ci aggiravamo impettiti con quell'arnese fissato al collo e poggiato alla pancia.
"Caramellee!... Caramellee!...".
E su, e giù...
Su e giù per il cortile e nei corridoi della platea, sempre con le orecchie tese pronte a percepire il minimo richiamo.
- "Ehi. ce l'hai le caramelle al limone?".
- "SI, certo ! Quante te ne do?".
- "Ne vojo... Vie' qua che me le scelgo".
-"Uffa!... Te le do io... tanto en' tutte uguali...".
- "Ma io, le vojo vede' da me... le vojo pija' io!".
- "E va be'... Basta che te spicci...".
Ed ecco faccia a faccia i due protagonisti... Il dialogo ricomincia.
- "Ecco... Al limone en' quelle con la carta gialla. Quante ne pij?".
- "Queste?... Posso fa' da me?".
- "Spiccete però!...".
Il "ragazzo cliente" allunga la mano nello scomparto indicato, afferra una diecina di caramelle, le guarda, le palpa da intenditore, alfine ne trattiene una lasciando cadere le altre nel loro contenitore.
- "Ne pijo una...".
- "Una?!... Una sola'?!.- E pe' 'na caramella hae fatto tante mosse?".
-"Oh... io i soldi ce l'ho pe' 'na caramella sola! Si te pare poco e pe' lo stesso prezzo me ne voe da' de più...".
- "Ma va' a...".
Il venditore blocca tempestivamente l'improperio affiorato impulsivo alla sua bocca, incassa il misero importo che gli è dovuto, si limita a guardare quasi con disprezzo e commiserazione Io squattrinato cliente, pensa che un bell'insulto per il tempo che gli ha fatto perdere se lo meriterebbe proprio ma... considerando che l'acquirente è ben più grosso di lui e che una eventuale baruffa, lì, in mezzo alla gente, non sarebbe edificante, giudiziosamente, borbottando si allontana pronto a soddisfare acquirenti più danarosi. Ecco, si avvicina un altro:
- "Cinque caramelle...".
E un altro ancora:
- "Vojo un 'ricolizio'...".
Così, fino all'inizio dello spettacolo. Poi sosta.
Non di rado accadeva che impazienti di vendere la nostra merce, non esitavamo a lanciare un richiamo nel bel mezzo di una proiezione...
-"Caramellee!".
Istantaneo Io zittio degli spettatori...
- "Sss!!! E piantatela!...".
E allora, zitti e buoni, cercavamo un posto a sedere, succhiando di trafugo qualcosa della nostra dolce mercanzia... pronti allo "scatto" per la ripresa della vendila, al termine del primo tempo.".
Ma il "colpo grosso", lo smercio sicuro e abbondante avveniva in galleria (riservata agli alunni interni) durante lo spettacolo delle 16,30 al quale partecipavano puntualmente tutti gli studenti dell'istituto. E sì, perché essi, o almeno la maggior parte, soldi da spendere ne avevano, specialmente coloro che, nelle ore precedenti, erano stati confortati dalla visita dei propri parenti. Lassù, in galleria, a quell'ora, ogni festività, saliva a turno uno di noi appositamente distaccato... ed era piacevole andarci perché si sapeva che non dovevi essere tu a richiamare l'attenzione dei clienti ma che, da essi, eri avidamente ricercato. E come suonavano dolcemente quei richiami all'orecchio del caramellaio!
- "A me, ne dai dieci!...".
- "Anch'io ne voglio dieci! Cinque alla menta e cinque al limone!...".
- "Quindici a me!...", incalzava un altro.
- "Quindici? Bel colpo!...".
- "Ecco, ecco: uno alla volta! Datemi i soldi giusti però: contati. È difficile trovare il resto per lutti!...".
Contata rapidamente la quantità richiesta, altrettanto rapidamente incassato l'importo dovuto, ti sentivi subito pronto a soddisfare nuove richieste.
Pressappoco, ogni domenica, si svolgeva in tal modo l'attività del volontario caramellaio.
Concorrenza. leale.
Spesso avevamo dei concorrenti. Però esercitavano all'esterno dell'Oratorio e la merce ero di altra natura. Non erano no, oratoriani clandestini, ma quasi sempre due persone, due donne di diversa età, ben conosciute da noi, munite di regolare autorizzazione alla vendita.
Arrivavano per tempo con tutti gli ingredienti indispensabili per la esposizione, la preparazione e la vendita della mercanzia; il tutto ai due Iati della porta di ingresso.
Era come un rituale che ogni domenica si ripeteva con gli stessi gesti, con serietà, con mal celata tristezza...
Ponevano al lato prescelto il loro sgabello... davanti veniva sistemato il "fornello" per arrostire le castagne, a fianco un cestino di vimini per il prodotto già preparato, poco più in là un sacchetto colmo oon la "riserva". E ancora, altri piccoli contenitori con semi salati (le becchette), noccioline, lupini... Il tutto a portata di mano.
Sedute dinanzi al fornello maneggiavano diligentemente le castagne e mentre una inconfondibile fragranza si diffondeva, per l'aria, restavano in attesa dell'eventuale cliente.
Ed ore ed ore le trascorrevano impassibili. ieratiche, con il bello e con il brutto tempo, sotto il sole o sotto la pioggia protette dai propri ombrelli; sotto il caldo o sotto il freddo ravvolte nei loro scialli di lana.
Non elevavano richiami, ma attendevano tranquillamente ogni avventore.
- "Per favore, venti castagne. Che siano ben cotte, mi raccomando..."
Con un apposito cucchiaio di ferro venivano prese le castagne , chiuse in un pezzo di carta e consegnate all'acquirente....
- "Io voglio le becchette ". Chiedeva un altro. E allora, ecco estrarre un piccolo bicchiere di metallo o di legno, per la misura del prodotto.
Sì, perché i semi salati ed i lupini venivano venduti a " bicchieretti ".
- "Quanti'?" Chiedeva la venditrice. Conosciuta la quantità, prendeva un pezzo di carta già predisposto, lo avvolgeva sapientemente a spirale, ne faceva un "cartoccio" e con il bicchieretto colmo, contava e introduceva: "uno. due. tre..."
Così ogni festività!
Noi "caramellai", anche se pensavamo che la vendita delle nostre caramelle, spesso era subordinata dalla spesa che faceva il "cliente" prima di entrare in teatro, non provavamo dispetto.
Anzi, avremmo voluto aiutarle e frequentemente, prima di iniziare la vendita, andavamo lì, facevamo provviste con ciò che era richiesto dalla golosità di ciascuno e sgusciando lupini o assaporando "becchette" o sgranocchiando castagne, entravamo in azione al consueto richiamo: "Caramellee!"
Intanto, in platea, in attesa dello spettacolo o durante il suo evolversi non udivi altro che lo scricchiare del guscio delle castagne, che il lieve crepitio del frangersi della noccioiina, che il "cllch" della "becchetta" infranta.
E... Cliclil. Crach!...
Sptum!... Era lo sguscio forzato della buccia del lupino, che veniva espulsa con ostentato garbo dalla bocca quando le luci della platea erano accese, ma che spesso te la sentivi schizzare in testa con la complicità del buio, scagliata da ignoti burloni o dai maleducati...
Lo spettacolo iniziava e se la scena era avvincente e aveva "preso" lo spettatore, potevi arguirlo dalla rapidità del movimento della sua mascella e dal susseguirsi incalzante dei conosciuti rumori di schiacciamento...
Alcuni si spazientivano al ripetersi di quegli scricchiolii, poiché desideravano il più assoluto silenzio per godersi il "momento avvincente" e allora, dagli spettatori, si elevava un eloquentissimo: "Ss! E basta! Basta! Non ne posso più! ".
Dopo la guerra, quando apparve nei mercati dolciari la gustosa "gomma amerocana", aumentò di un elemento il "complesso masticatorio" ed era... affascinante vedere le mandibole agitarsi senza scricchiolii interni.
Allora, pensavi inevitabilmente ad una bella mandria di ruminanti indaffarataael compimento della propria funzione nutritiva... e spesso assistevi "ammirato" alla fuori uscita dalla bocca del "ruminante" di un bel palloncino che inevitabilmente scoppiava per depositare i suoi resti sulle labbra dell'imperturbabile masticatore...
Ciach!... Il palloncino disintegrato rompeva impietosamente l'incanto!
A spettacolo compiuto, naturalmente la sala si vuotava e si vedevano lì a terra, fra le sedie o le poltroncine, i resti dell'affannoso maciullare: carte di caramelle, bucce di castagne, di "becchette", di lupini, residui appiccicosi di gomme. Spoglie di un macabro rito...
Il giorno dopo toccava all'uomo addetto alle pulizie rimuovere con rassegnazione tutto quel po'po' di lerciume, lustrare scrupolosamente la sala e prepararla per la nuova... "mattanza!". Brunello Troni
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Si torna al mare: una vacanza ideale - 1^ parte -
Ai tre anni di vacanze estive trascorsi dai giovani Oratoriani presso la vecchia Badia di Campodonico, ne fecero seguito altri due in una località ben più lontana: "la Consuma" tra pinete e praterie, lungo l'omonimo passo che mette in comunicazione Firenze con l'alto Casentino. Lassù eravamo ospitati in un ampio edificio adibito a Casa di accoglienza, predisposto per accogliere un numero considerevole di giovani.
Non ripeterò la solita tiritera degli orari, né come si trascorrevano le ore del giorno e della sera; dirò soltanto che i giovani si trovarono in un ambiente ideale e che non ebbero mai modo di annoiarsi ne di rimpiangere alcunché delle vacanze degli anni precedenti. Anzi le due gite - a lungo percorso - che ogni anno erano compiute come coronamento di una vacanza ideale, dettero modo di conoscere le città più belle della Toscana nonché le località più famose per le loro abbazie e i loro monasteri....
Quando nel IS59 venne a dirigere l'Oratorio di Gualdo Don Giulo Nicolini, si rese subito conto dell'attrattiva che esercitava sui giovani la possibilità di trascorrere "altrove" parte delle vacanze e conoscenóo ciò che si era compiuto, a tale proposito, gli anni passati, manifestò la sua intenzione di non voler "estinguere" quanto di attraente e di bello era stato in precedenze realizzato, ma di "vitalizzarlo" con altre mete e altre esperienze.
"- Allora, quest'anno, dove vogliamo far trascorrere le vacanze ai nostri Oratoriani? " mi chiese un bel giorno.
Ed io : -"Nicò, lo sai che la scelta potrà essere fatta solo fra il mare, la collina o la montagna. Al mare ci sono stati i tre anni successivi alla guerra. soltanto allora. Poi hanno "campeggiato a Campodonico, due anni in Toscana.. ".
" - Ho capito - continua lui - vorresti dire che sarebbe bene riprendere la via del mare? ".
" - Non dico di no!"
Ma si capiva che questa idea era già entrata nella sua mente e non mi meravigliò affatto la conclusione del nostro breve scambio di idee "- Sì, sì! E' bene tornare al mare! I Gualdesi hanno monte e collina sempre a portata di "gambe". è opportuno, è salutare farli respirare altra aria!"
" - Al mare! Al mare !... Quest'anno torneremo al mare!" Fu la voce che si diffuse rapidamente fra i giovani e che suscitò un vero entusiasmo.
Piacque anche a me l'idea di poter godere tranquillamente una vacanza al mare senza eccessive preoccupazioni perché già pensavo che il "gran capo" sarebbe state lui, perché "lui" sarebbe stato il responsabile dell'organizzazione e del soggiorno. Io avrei dato solo il mio appoggio, il mio aiuto e la mia esperienza insieme al Sor Antonio (succeduto ai Prof. Morichini) e al chierico Pietro Zanocco (Pedro) venato a Gualdo in riposo dalla lontana missione salesiana del Perù.
Presto si scelse il posto: Porto Recanati, dove esiste un bell'Oratorio ma senza possibilità di alloggio. Niente paura per questo. La difficoltà fu facilmente superata per la disponibilità dei Salesiani di Loreto di fornire vitto e alloggio al gruppo che ogni mattina, con il pulman , avrebbe potuto agevolmente raggiungere la spiaggia di Porto Recanati.
Ai momento opportuno si passò al reclutamento della "ciurma".
Credete ci fossero difficoltà? Neanche a pensarlo! Presto il Sor Antonio presentò una bella lista di Scout (Esploratori e lupetti); noi la completammo con un'altra trentina di aderenti fra gli iscritti all'Azione Cattolica e non associati.
Gli aiuti della P.O.A. , più consistenti del solito, consentirono di provvedere al mantenimento della sessantina di giovani con larghezze di mezzi.
Ai primi di luglio, caricate le "mercanzie" e tutte le altre cose necessarie al soggiorno, i giovani "villeggianti" poterono partire per la meta stabilita. A Loreto fummo accolti alla maniera salesiana. Due ampie stanze furono messe a nostra disposizione per il riposo notturno, altri locali per potervi trascorrere le ore di svago, la cucina con il suo personale e il "refettorio" della Casa.
Ogni giorno, alle otto, eravamo tutti sul pulman pronti per la partenza. La spiaggia a noi riservata era al di là del Cantiere navale, tutta a nostra disposizione, con un grande "casotto" dove tenevamo sdraie e sgabelli, dove avveniva la nostra "preparazione" per il bagno e dove tornavamo "normali" prime di lasciare la spiaggia.
Dalle otto alle 13,30 era proprio una bella "tirata"! Ne avevamo di tempo per i giochi collettivi, per l'arrosolimento tradizionale, per le gite in moscone e per tutte le altre diavolerie che competono a "villeggianti" spensierati, colmi di allegria e di vitalità.
Don Nicolini e Don Pedro erano i due "delfini"che controllavano la "brigata" al bagno; il Sor Antonio ed io pensavamo allo svago dei ragazzi a terra, spesso anche spinti a curiosare nelle immediate vicinanze del cantiere dove era in allestimento una grossa nave della quale un bel giorno potemmo assistere al varo.
La spiaggia non era molto sabbiosa, ma il mare si presentava sempre coi suoi colori verdastri e azzurrini, bello, limpido, invitante... E verso le dieci era sempre pronto ad accogliere la massa festosa e vociante dei bagnati.
Un fischio e... tutti in acqua! Quel che i ragazzi combinano quando stanno a "bagno", lo sapete meglio di me, quindi è inutile parlarne. Dirò solo ,che Don Nicolini e Don Pedro erano lì, sempre in mezzo, pronti a respingere oltre le "boe" di delimitazione, i più arditi, pronti ad entrare in azione in caso di necessità.
Sì, perche il mare lì, diventava presto profondo e i limiti bisognava proprio rispettarli. Ma non c'era da preoccuparsi! Anzi, i due "guardiani" sostenevano che i ragazzi costretti a non sparpagliarsi troppo stavano tutti più facilmente sotto controllo.
In guanto a me, fatta la consueta discreta "penetrazione" in acqua, tornavo presto a riva a guardare: sciacquii, guizzi, nuotate, capriole, "incapozzate", bevute... Tutto un agitarsi frenetico e tutto un inno alla gioia!
Nicola e Don Pedro, muniti di pinne, si avventuravano al largo solo quando il mare era sgombro...
"- Vieni, vieni anche tu!" mi dicevano. "Possiamo farci una bella nuotata , ora che i ragazzi sono sdraiati al sole!". "Ma io non volevo. E un pretesto per non far conoscere la mia "precarietà" come nuotatore era sempre pronto a giustificarmi.
Alla fine scoprirono il mio segreto. E si: come nuotatore ero veramente una "schiappa"! .
Si torna al mare: una vacanza ideale - 2^ parte -
Presa conoscenza della mia "validità" come nuotatore, non si lasciavano sfuggire alcuna occasione per saggiare il punto limite delle mie "possibilità" e non tardarono a fare insinuazioni ironiche e malignette: "- Come hai fatto a portare si mare, da solo, per tre anni, tanti ragazzi? Non pensavi al rischio...".
"- Nessun rischio, belli miei - rispondevo - sarò una "schiappa" nel nuoto , ma non sono mica uno scemo! Senza che lo sapessero avevo "ingaggiato" un bagnino di professione... e lui era sempre accanto al mio gruppo in acqua, vigile e pronto per ogni emergenza! "Non c'è stato mai bisogno del suo intervento!"
Altra domanda : " E i ragazzi sapevano?"
"- Sapevano che ero un discreto nuotatore, ma che preferivo starmene a riva per controllare la situazione..."
Dopo quei chiarimenti , per salvaguardare la mia reputazione, ritenni opportuno mostrarmi più ardito e più spesso mi trovavo a "guazzare vicino ai due amici e mi spingevo in avanti finché non avevo "acqua alla gola"! E i ragazzi piroettavano intorno...
Un giorno, eravamo tutti in acqua. Don Nicolini e Pedro, calzate le pinne da "sub" per eventuali nuotate da farsi a largo al momento opportuno, stavano puntuali ai loro posti di osservazione per il controllo dell'allegra "brigata" che spensierata si divertiva. Ecco la voce di D.Nicolini:
"- Brune...dovresti sentire il tepore del mare in questo punto..." E Pedro : "E' così tiepida l'acqua... è un vero godimento!" "- Dai, vieni vicino a me - prosegue l'altro - Vieni a sentirei "
Ed io :" Si tocca?" Intanto guardavo le teste dei due, con la cuffietta azzurra, affiorare tranquillamente e i loro occhi invitanti e la loro faccia serena e rassicurante... ma non vedevo le gambe che essi agitavano ritmicamente con le pinne ai piedi per tenere il proprio corpo eretto...
" Si toccai si tocca!" Ed eccomi "abboccare" come un pesce novello. Mi avvicino e intanto i due "rei" si allontanano un poco... ma sono lì, ad un passo da me.
" Senti che bello!" Fu l'ultima frase che udii.
Ad un tratto, la terra manca sotto i miei piedi. Solo acqua! E non sono in grado di tenermi a galla! Ho la netta sensazione di scomparire là sotto ed ho già fatto la mia brava bevutella. Cerco di sollevarmi e di emergere... Vedo D.Nicolini e Pedro sogghignare davanti a me... Agito le braccia ed eccomi all'improvviso avvinghiato al collo di uno di essi. Chi è? Non lo so. Ma stringo e stringo con tutte la mia forza e la mia "fifa".
" Che fai!...Che fai!" sento barbugliare alle mie orecchie. E' la voce di D. Nicolini. " Allenta... allenta... non corri alcun pericolo. Ci sono io... ci siamo noi!"
Ma io stringo , stringo ancora e non lascio il suo collo finché non sento la terra sotto i miei piedi.
Ora sì che posso rilassarmi! Allento la presa... e insieme, finalmente, respiriamo la dolce aria, la buona brezza che giunge refrigerante dal dare.
Lì accanto, sornione, D. Pedro stava a guardare. I ragazzi i divertiti, avevano assistito alla scena credendola tutta un bel gioco.
Poi, ancora quell'inconfondibile voce : " Se stringevi un altro po', tu mi strozzavi!"
Lo guardo con mal represso livore: "0h, come l'avrei fatto volentieri! Ma sono scherzi da farsi quelli?... Nicò' m'hai fatto proprio 'no scherzo da prete !"
E seguita ancore: "Su, non ci pensare... è tutto passato ormai!... Dai Pedro, vieni anche tu. Il bagno basta per oggi. Raduniamo tutti e andiamo a prendere la tintarella..."
Un fischio e il gruppo, grondante, raggiunge rapido la spiaggia.
Lì a poco, le nostre pance saranno protese al sole....
Alle 13.30, il pulman giungeva puntuale nei pressi del Cantiere di Porto Recanati, caricava tutta quell'allegra brigata arrosolita dal sole e via, risaliva a Loreto dove, nel refettorio dell'Istituto, il pranzo veniva sempre servito con cronometrica puntualità, abbondante, gustoso... divorabile!
Ogni mattina si concludeva così.
Trascorrere le ore del pomeriggio è stato sempre un problema di facile soluzione. All'ora di siesta faceva seguito quella dedicata allo studio (per i rimandati ) o ai giochi non troppo chiassosi per piccoli gruppi; poi passeggio, rientro, cena, riposo.
Però non sempre si susseguivano nella stessa maniera poiché spesso venivano varianti e le ore che in tali circostanze si trascorrevano, sembravano più rapide e a sera, pareva che qualcosa di nuovo e d'intenso fosse penetrato nello spirito di tutti, qualcosa che apportava inconsueti pensieri rafforzanti la fede e l'amore.
La facciata principale dell'Istituto, con il grande ingresso e tante finestre era rivolta verso la piazza della Basilica. Il movimento che si svolgeva in essa era la causa dell'interesse dei giovani che si soffermavano a guardare il flusso ininterrotto dei pellegrini...
Giungevano isolati, a gruppi e spesso organizzati in pellegrinaggi imponenti; ed era allora un vocio incessante di malati giacenti nelle loro barelle o nelle carrozzelle spinti da familiari o da amici, malati che non sembravano tali perché non ponevano in evidenza le proprie infermità, e sacerdoti, medici, infermieri, barellieri, gente di ogni età e di ogni condizione sociale, ma tutti spinti da un'unica grande fede e da tanta speranza.
E quando nella piazza si raccoglievano tutti, in attesa che il sacerdote passasse benedicente, pareva che fossero stretti come in un grande abbraccio dal fronte della Basilica e dai palazzi circostanti e udivi sommessa uscire dalle loro labbra la voce della preghiera.
Magli occhi li vedevi sempre sfavillanti e il volto sempre sereno e quella serenità la sentivi entrare anche nell'anima tua portando la pace al tuo cuore...
I nostri ragazzi erano lì, a guardare, dapprima curiosi, poi attratti, partecipi anch'essi, confusi in quell'avvincente scenario d'amore.
A sera, allorché la folla in processione si snodava serpeggiante sul lastricato della piazza e innumerevoli braccia protendevano verso il cielo tante fiammelle sfavillanti, il canto degli astanti si fondeva a quello dei pellegrini nell'accorato saluto alla Vergine Madre: Ave. Ave Maria! Ecco: questo vedevano e sentivano i giovani di Gualdo ospiti a Loreto. Al termine del soggiorno, tornando alle proprie famiglie, non esitavano a dichiarare di aver compiuto una meravigliosa vacanza che aveva contribuito a rinvigorire il corpo e a rinfrancare lo spirito.
Brunello Troni
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C'era una volta. il frantoio di ANNETTA
CHI ERA ANNETTA?
Semplicemente la mia mamma, la preziosa moglie di mio papà Sestilio.
Noi tre ragazzi, ormai un po' grandi, Liana, Mara e Ulderico, siamo nati da questa coppia unita in tutto dal gennaio del 1947 : nel lavoro, nell'amore verso i figli, nelle difficoltà della vita.
Annetta è figlia di nonno Riccardo e di nonna Maria e per eredità ottiene un antico mulino gualdese, a Ponte Cartiere, per macinare le olive. Siamo prima dell' inizio del '900 quando le dure ruote di pietra vengono fatte girare da un tosto e instancabile mulo, sostituito poi dalla forza dell'acqua del fiume Rumore raccolta in un "bottaccio". Ricordi di bambina, ma ricordi nitidi e chiari rimasti nella mia mente, mamma giovanissima che, sempre attenta e presente, seguiva tutta la lavorazione, osservando nonno Riccardo che, col suo grembiulone intriso d'olio, sistemava la pasta sui cestelli; nonno Peppe de' Rotino che, seduto per ore davanti alla brocca con una sottilissima schiumarola di rame, passava il suo tempo a separare l'olio dall'acqua reflua. Tanti nonni acquisiti ho avuto in quegli anni e li ricordo tutti con amore: il tranquillo e laborioso molinaro nonno Vittorio de' Cacabbonora di Rigali, nonno Gigi di Bassetti "il muratore", insieme al quale, con la piccola paletta, ancora da me conservata, contribuivo alla costruzione e restaurazione della casa.
La molitura delle olive era un appuntamento annuo che sapeva di festa solenne. Per il contadino era l'ultima fatica prima della pausa invernale e chiudeva in ricchezza l'anno agricolo. Chi aveva tanta "oliva", chi ne aveva poca. Annetta non negava a nessuno la gioia di vedere trasformate le proprie fatiche nel prezioso liquido da riporsi con cautela in dispensa. La molitura era momento di incontro, a volte solo una volta l'anno, e di racconti - chi si è sposato, chi è nato e chi è morto. Tutt'intorno nel casolare, nel piccolo borgo di Cartiere c'era profumo di olio. A volte le attese erano lunghe e l'occasione diventava convivio. Mentre il pane si bruscava alla brace del caminetto sempre acceso - Annetta accoglieva tutti nella stagione che volge al freddo in un ambiente rustico ma caldo - pronto per essere inzuppato di olio, i contadini in attesa del frutto delle proprie olive, si scambiavano i loro ricordi di guerra ancora vivi e nel frantoio si incrociavano tragiche ritirate di Russia con affondamenti di navi e marce nel deserto d'Africa. Immancabilmente papà Sesto raccontava la sua partenza ancora ragazzo, insieme al fratello maggiore zio Ulderigo, da Boschetto, nel cuore della collinosa Umbria, verso la scintillante e sciabordante Venezia e qui prepararsi ad entrare nella gloriosa Marina Militare italiana.
Ma tra tutti questi racconti, su tutti questi uomini giovani o meno giovani nei quali era già evidente il segno dell'età, tra questo lavoro intenso e serrato, su tutto primeggiava la figura di Annetta, unica donna sotto il controllo della quale, e nessun mulinaio lo può negare, il lavoro procedeva nella più assoluta pulizia perché l'olio è cosa preziosa e per essere di altissima qualità deve essere lavorato con tutte le attenzioni ed amore in ogni fase della sua produzione. Mamma era davvero tosta e tutti, con qualche brontolio, sopportavano i suoi comandi, non era facile starle dietro, era un fulmine, era speciale!
Chi ha conosciuto mamma Annetta sicuramente la ricorderà per sempre. Quando eravamo in pochi ad abitare a Cartiere, mamma giovanissima era amata da tutti perché pronta sempre a prestarsi ad ogni lavoro. Vicino a noi c'era nonno Codignoni, con tutta la sua grande famiglia, che l'ha sempre accolta amorevolmente fin da giovanissima; l'amicizia tra le famiglie si tramanda ancora oggi da generazioni.
Ora la mamma non c'è più, all'improvviso se ne è andata senza disturbare come nel suo stile, un soffio di vita non l'ha salvata da un brutale infarto, il papà è malato da tempo, ora più gravemente dopo la mancanza della sua Annetta, ma, per la gioia dei miei cari genitori, di quanti hanno lavorato in questo mulino, di quanti, in questi cento anni, hanno portato con fedeltà, di generazione in generazione, la loro oliva a macinare, ora il mulino continua la sua attività grazie a Ulderico e Rodolfo, penultima e ultima generazione, che vedranno arrivare i figli dei figli di quei nonni di cui vi ho parlato. Ancora sentiremo il profumo dell'olio estratto a freddo con le macine di pietra. Ancora papà sentirà dal suo letto il rumore della macina e riceverà la visita di tanti cari amici dei tempi migliori e per il mese che precede il Natale, ritornerà la Festa della Molitura, in quella casa sopra il Frantoio.
Questo perché ancora nella nostra verde Umbria la passione per la terra e i suoi frutti non sembra essere stata intaccata dal progresso tecnologico e dalle sue devianze. Tanti in questi anni hanno messo a dimora piante di olivo nelle colline dell'Umbria, questo è segno dell'amore del popolo umbro per la terra ed i suoi prodotti.
Ma il papà e la mamma avevano anche un molino di pietra, il famoso Bianco Meudon. Ricordo ancora il frastuono delle macine, un tempo fatte girare ad acqua dalla grande ruota a pale . La polvere era ovunque, il via vai di camion che portavano pietra dalla montagna e di quelli che portavano lontano i sacchi pieni di polvere bianca preziosa per tempere e stoffe e altro. Lavoro duro con un frantoio che macinava la pietra, e le macine che rendevano la graniglia in polvere bianca.
Verso noi bambini c'era tanta preoccupazione, i nostri amati genitori sempre in ansia perché il pericolo era ovunque; dai camion che arrivavano, alle macine, alla ruota esterna, al frantoio, ai bottacci pieni d'acqua.la curiosità di andare sotto le macine vicine all'acqua, di avvicinarsi ai macchinari era non frenabile.
Il nostro papà Sestilio talvolta andava via con il camion carico del prodotto nei sacchi per andare a Napoli, Ancona, e altre località che non ben ricordo, ma ricordo bene che era un momento triste e andavamo a salutarlo "dalla Strada", la Flaminia e per alcuni giorni rimaneva fuori ed era grande festa al suo ritorno!
C'era sempre un regalo per noi ragazzi e per la mamma che da sola risolveva tutti i problemi in sua assenza, dai conti in banca, ai lavori meccanici con l'officina di "Zio Dundo" di Vaccara che riparava le macchine !
La cosa bella che ricordo sono il loro mai andare in sconforto e la forza della mamma sia morale che fisica: anche nei momenti difficili non li ho visti mai perdere la fiducia di crescere bene la loro amata famiglia.
La mamma era rinomata per la sua pulizia in casa, nei molini, nel piccolo orto . Ricordo la sera mentre studiavo ancora, che lei cuciva i nostri vestitini e la domenica nell'andare a messa eravamo eleganti e tutti ben sistemati. Quanto odiavo quel cappellino bianco con fiori di pannulenci che lei aveva fatto che mi schiaffava in testa per andare in Chiesa . Ero un po' selvaggia fin d'allora e andare a fare l'orto con nonno Riccardo e accudire a conigli e galline mi piaceva tanto di più. Appena arrivavano i primi frutti nell'orto, Il ravanello o la carota o l'albicocco, il nonno arrivava in cima alla strada per farmeli vedere, appena scendevo dal pullman che da scuola mi riportava a casa. Nonno mi portava a curare la tomba di famiglia al cimitero, a portare i fiori alle icone delle strade, a scambiare i porcellini d'india per avere tanti colori. Tra molini, orti, racconti di tanti che venivano nei nostri molini, tra l'amore di tutti nella frazione di Cartiere siamo cresciuti con sani principi e nel rispetto per tutti, pronti ad agire anche nel volontariato quando nel paese c'è stato bisogno.
Presi da tanto lavoro però Annetta e Sesto di sabato si trasformavano diventavano ancora più belli e via a ballare e al cinema. come mi piaceva quella loro dinamicità quella voglia di fare, anche di divertirsi...nei loro viaggi con la Marina Italiana , sez. di Foligno .L'arrivo di un improvviso ictus di papà Sesto ha bloccato tutta la loro voglia di fare e girare a trovar amici, anche per noi figli accettare questo evento è stato difficile.
Pur nella malattia tutti noi figli abbiamo fatto di tutto per rendere i loro giorni meno tristi e a vincere la solitudine. Li abbiamo portarti in montagna a vedere animali e fiori o a trovare i clienti del molino che facevano festa al nostro arrivo o al negozio di Gaifana da mio fratello Ulderico e mia cognata Pasqualina.. Mia sorella Liana, anche se malata e suo marito Luciano tanto attaccato ai miei genitori, hanno passato tanto tempo a giocare a carte con loro e a raccogliere" l'erba campagnola"nei campi che solo loro conoscono.
Ci hanno trasmesso tanto e speriamo che si siano sentiti amati e accuditi anche nella malattia..Mamma Annetta non è sostituibile e papà innamorato sempre, dopo la sua morte, si sta lasciando andare, ha ormai smesso di dire "Falla tornare"ha capito ormai che non c'è più, la cerca nei sogni e nei nostri occhi e racconti e penso che spera di certo trovarla in cielo. Ancora ricordi e immagini affiorano la mente:
mi mancano quelle lunghe tavole di noi tutti a cena con papà a capotavola sulla sua sedia speciale; mi manca mia l' arrivo di mia sorella a fare torte al testo, con le salsicce mitiche di mio fratello e Pasqualina, che discuteva sul modo di cucinare con la mamma, per me era festa grande, la casa si riempiva e la serenità di mio cognato riusciva a darmi fiducia e tranquillità. Mentre in cucina si lavorava, mio cognato assisteva con occhio al televisore la replica della partita di Basket, mentre io al solito trafficavo sommersa tra libri e progetti e ossa raccolte nelle grotte, sgridata perché impedivo di allestire la tavola fino all'ultimo. Arrivavano poi, attirati dai profumi gli amati nipoti , sempre , tanto presenti a portare allegria ai nonni. Insomma una grande famiglia tutta unita sempre , intorno a quel piccolo camino che tanta legna a fatto ardere..come mi manca quella bistecca delle 13,40 cotta sulla brace che non volevo mai finire, come mi mancano, ci mancano a noi tutti i baci , le carezze le attenzioni di mamma Anna.
Non vedo l'ora che grazie a mio fratello e mio nipote possa risentire girare il molino e che gli prenda la voglia di lasciare il letto.anche se per poco.
In questo novembre di molitura delle olive non lo troverete nel molino come non troverete la mamma che ci ha lasciato in dote l'onestà, il rispetto, la carità, l'amore per il prossimo. Chiunque verrà al molino sentirà la loro mancanza; ma sempre una donna ci sarà a seguire il lavoro di tanti uomini. mia cognata Pasqualina, e la storia di donne emergenti , tenaci, forti che non si arrendono nelle difficoltà, nella nostra Casa-Molino continua.
Ai miei cari genitori , perché rimangano nel ricordo di chi ha avuto la fortuna di conoscerli.
Semplicemente Mara
Mara Loreti
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Il Sor Gige
Seconda guerra mondiale. Il sor Gige, abitante di Voltole, è al fronte.
I suoi familiari gli scrivono varie lettere, lui non risponde mai; loro si preoccupano, pensano male, un giorno decidono di rivolgersi ai Carabinieri per avere notizie. Si avviano le procedure militari del caso, il sergente superiore diretto chiede a Gige: “Ma perché non scrivi ai tuoi?”.
E lui: “Nelle lettere che mi spediscono dicono che stanno bene. Io sto bene, allora perché gli devo scrivere?”.
Alberto Cecconi
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Fiorello

L'incontro con l'amico Fiorello
Un giorno, nella nostra scuola, è venuto un nostro caro amico. Si chiama Fiorello Sabbatini, ha 82 anni. E' un uomo bravo e intelligente. Lavorava nel laboratorio di ceramica che frequentiamo ed è lì che l'abbiamo conosciuto. Ci ha insegnato a dipingere le mattonelle insieme al suo amico Stefano, ed era un bravissimo insegnante perché era paziente e ci aiutava sempre. Ma adesso sta in pensione.
Fiorello è sposato ed ha 3 figli e tre nipoti. Abita a Gualdo Tadino. Fiorello ha i capelli bianchi e grigi, un po' in disordine e con la riga in mezzo; gli occhi sono marroni e porta gli occhiali; il naso a ronchetto. Il viso ce l'ha un po' vecchio, è ovale ed ha la pelle ruvida con qualche ruga. La corporatura è robusta e non è né alto né basso. Era vestito in modo semplice ma elegante, con la camicia a quadri, il maglione celeste scuro, un paio di jeans e delle scarpe marroni chiaro. Parla un po' gualdese e per farsi capire meglio fa i disegni alla lavagna e i gesti con le mani. La voce è leggermente rauca e parla piano, con un tono un po'più basso del normale, così noi dovevamo drizzare le orecchie per sentirlo. Il suo divertimento è suonare il mandolino alla sera con gli amici ed è molto bravo. L'intervista l'abbiamo fatta a scuola e ci ha parlato della sua vita. L'abbiamo ascoltato attentamente e ci siamo divertiti tanto perché il suo racconto è stato interessante. Fiorello ci ha parlato di come viveva da piccolo e come si lavorava in ceramica tanti anni fa. Ci è piaciuto il suo coraggio. E' carino anche quando parla, ci ha fatto ridere un po'.
Quando è arrivato nella nostra scuoia era felice, contento ed emozionato, perché non ci vedeva da tanto tempo.
Noi l'abbiamo accolto con entusiasmo. L'abbiamo abbracciato sorridenti e gli abbiamo fatto capire che non ci siamo dimenticati di lui e che gli vogliamo bene. Quando è andato via ci ha detto che quello era stato uno dei giorni più belli della sua vita.
Quando lavorava ai salesiani
Fiorello aveva cinque fratelli e viveva con la sua famiglia, il babbo Umberto e la mamma Giuseppa, in via Monina. A Gualdo Tadino, 80 anni fa, nelle case mancava un po'di tutto perché c'era molta povertà: su 100 famiglie, 90 stavano male e 10 stavano abbastanza bene.
Alle elementari Fioretto ha avuto come insegnanti il maestro Cavicchi, il maestro Gammaitoni ed il maestro Romiti: " II maestro Romiti - racconta Fiorello - era un capitano degli Alpini e ci faceva cantare "Monte Grappa", "II Piave"... facendoci accompagnare da un cocciaio che era bravo a suonare la fisarmonica.
A 8-9 anni, quando faceva la quarta, a Fiorello gli è morto il padre e la mamma lo ha messo a lavorare nel collegio dei Salesiani perché era povera e non aveva più i soldi per mantenerlo. Fiorello era molto dispiaciuto per aver dovuto abbandonare la scuola: "Soprattutto- racconta- perché ho dovuto abbandonare la mia famiglia, i miei fratelli, i nonni, i miei compagni". In quel collegio faceva lo sguattero. C'erano circa 100 ragazzi di tutta l'Italia (di Corno, Lecco, Milano...) che stavano lì per studiare.
Erano tutti ragazzi sconosciuti. Solo lui era di Gualdo. Aiutato da un vecchio "scapolone" (una persona che non era sposata), doveva fare i letti di tutti e tre i cameroni che si chiamavano Maria Ausiliatrice, Sacro Cuore e San Giuseppe. In ogni camerone ci dormivano 20-30 ragazzi. Poi doveva apparecchiare, sparecchiare e lavare e asciugare le posate (forchette, cucchiai e coltelli) a pranzo e a cena, tutti i giorni per 110 persone. I piatti li lavava lo scapolone. A colazione Fiorello metteva 110 "tazzotte" ed i cucchiai; a pranzo e a cena metteva 110 piatti cupi e 110 piani. I piatti cupi servivano per la pasta e quelli piani per l'insalata ed altre cose. Spesso doveva andare a prendere degli oggetti in soffitta. C'erano 96 scalini e saliva le scale in fretta e furia perché era tanto piccolo e aveva paura.
In quel grande palazzo a dormire andava in una cameretta all'ultimo piano, in soffitta, con un altro ragazzo che aveva 18 anni, al freddo e al buio, dunque aveva paura. Si sentiva solo e piangeva quasi tutte le notti perché gli mancavano la mamma, il babbo e i suoi fratelli e perché aveva paura del buio. Era stato tanti anni in famiglia e la famiglia gli mancava. Questo lavoro lo ha fatto per tre anni; poi, a 12 anni, è andato a lavorare in fabbrica.
Le fornaci
Fioretto ha iniziato a lavorare in una fabbri-ca di ceramica (la Robbia, in via della Robbia) a 12 anni, dopo che era andato via del collegio e ci ha spiegato come era quella volta il lavoro in ceramica.
Ha faticato molto in fabbrica perché 80 anni fa, per cuocere la ceramica, c'erano le fornaci, dei forni a legna in muratura. Per fortuna oggi ci sono i forni elettrici e a gas. Queste fornaci avevano tre scompartimenti. Al primo piano c'era la camera del fuoco che serviva per alimentare il fuoco. Quelli che lavoravano lì si chiamavano fornaciai e avevano il compito di mettere la legna. Al secondo, invece, c'era la camera d'aria dove mettevano i cocci già pitturati, che è la se-conda cottura. La camera d'aria era fatta come un armadio: aveva dei piani sui quali i fornaciai mettevano i cocci (vasi, bicchieri, piatti...). In alto c'era il fornaciotto dove venivano messi i cocci per la prima cottura: entravano grigi ed uscivano rossi. Dopo aver messo i cocci, la camera d'aria ed il fornaciotto si richiudevano con dei mattoncini, perché così non usciva il calore, ma si lasciava un buco per vedere quando i vasi erano cotti.
Sopra i mattoncini, per non far scappare il calore, i fornaciai ci spalmavano il mocco. Il mocco era un miscuglio fatto con l'argilla liquida che avanzava ai tornianti impastata con la cacca dei cavalli, dei somari e dei muli.
Fiorello ci ha raccontato questo perché anche lui, con altri bambini, doveva fare questo lavoro. Andava a prendere quella roba schifosa in giro per Gualdo, nelle stalle degli animali, con dei sacchi, poi tornava in fabbrica e la impastava con le mani insieme all'argilla.
Che esperienza brutta e schifosa! A Fiorello e gli altri bambini faceva schifo toccare la cacca con le mani, ma lo dovevano fare perché le loro famiglie erano povere e dovevano lavorare. Quando era passato il tempo necessario il fornaciaio toglieva il mocco ed i mattoni e prendeva gli oggetti ormai cotti.
La capezza
A Gualdo Tadino, sotto la Rocca Flea, vicino alle monache, c'è un quartiere che si chiama Capezza. Il nome Capezza deriva dalla corda che si mette sul muso dei somari e dei cavalli. Dove oggi ci sono parcheggiate le macchine, ieri c'erano i carretti, trainati dai somari, allineati con le stanghe alzate rivolte verso l'alto, per non occupare molto spazio. I proprietari che guidavano il carretto erano chiamati somarai: "Sulla Capezza - ci ha raccontato Fiorello - ci abitavano molti somarai: Lino di Casetti, Paolino, Mariano, Peppe de Baciocco ed altri che non ricordo come si chiamavano". I somarai erano degli uomini che andavano a tagliare la legna nei boschi dell'Appennino gualdese e poi, con i carretti, la portavano nelle ceramiche e la davano ai fornaciai che la mettevano dentro il fuoco della fornace. Ma la legna appena tagliata era bagnata e verde, perciò la mettevano nello stangato, uno spazio vicino alla fornace, perché le fornaci volevano la legna secca. Lo stangato era lì perché c'era calore e la legna si seccava molto prima e ardeva meglio. Fiorello con i suoi amici doveva mettere la legna nello stangato. I fornaciai accendevano il fuoco alle 5 e lo lasciavano acceso per 17 ore. Nel fuoco prima ci mettevano le fascine, che è un mazzo di legna fina, e poi a mano a mano la legna più grande. Per vedere se i cocci erano cotti mettevano tre provini nella finestrella della camera d'aria, cioè dei bicchierini pitturati. Quando i colori del provino erano molto accesi voleva dire che il coccio era cotto ed erano pronti anche i vasi dentro la fornace. Al termine della giornata, dopo ore e ore di lavoro, i fornaciai diventavano tutti neri, perché con la fuliggine si sporcavano tutti. Quando la ceramica era cotta, i fornaciai spegnevano il fuoco gettandoci sopra l'acqua. Rimanevano sempre dei pezzi di legna bruciati, la carbonella, e le mamme la prendevano per riscaldare la casa senza spendere molti soldi. La mettevano nei bracieri per riscaldare i piedi e la usavano per riscaldare il letto con il prete. Fiorello ha detto: "Non si sprecava niente".
L'argilla
L'argilla arriva oggi nelle fabbriche già confezionata, pronta da modellare, trasportata sui camion in pacchi da 25 Kg . Fiorello ci ha raccontato che ieri l'argilla veniva dalla cava della Matalotta. La Matalotta era un terreno fra la Rasina e Cerqueto, sotto Grello, ed era molto argilloso. Oggi la cava è stata chiusa e al suo posto c'è una discarica. Circa 70 anni fa c'erano dei contadini che caricavano l'argilla con le pale sui carri trainati dai buoi e muli. La portavano nelle fabbriche, poi la mettevano in vasche profonde per pulirla. L'argilla, infatti, non era pulita, perché dentro c'erano i sassolini. All'ultima vasca era tutta pulita. Dopo la mettevano in uno stanzino umido per non farla seccare e farla rimanere umida. Successivamente una persona si sollevava i pantaloni fino alle ginocchia, si toglieva le scarpe e, apiedi nudi, "pistava" l'argilla per tutto il giorno per impastarla. Dopo che l'aveva pestata, con l'argilla si potevano fare i cocci perché era preparata bene. Lavorava dalle 7,00 alle 8,00; faceva colazione dalle 8,30 alle 9,00; dalle 12,00 alle 2,00 man-giava; dalle 2,00 fino alle 6,00 lavorava e così per tutta la vita.
Il lavoro era duro, faticoso, stancante, noioso e anche doloroso perché a chi lo faceva, la sera, facevano male i piedi. Era un lavoro brutto perché tutto il giorno quell'uomo doveva fare le marce. Poteva, però, diventare forte perché faceva ginnastica ogni giorno. Era un lavoro umile e Fiorello racconta che chi lo faceva era una persona semplice. Uno di questi si chiamava Andrea Gherardi, detto II Bersagliere, che lavorava nella fabbrica "La Vincenzina"
Il tornio
Per fare i vasi il torniante lavorava al tornio. I tornianti erano aiutati dai ragazzini. Dopo che la terra era stata amalgamata, il torniante diceva ai ragazzi che lavoravano in fabbrica di fargli delle palle di terra. Il torniante faceva una o due palle così i ragazzi potevano vedere la grandezza.
I ragazzi facevano tante palle di terra e se qualcuno non andava bene il torniante gli diceva di farle più grandi o più piccole, a seconda dì come erano i vasi. Se il vaso era piccolo facevano delle palle piccole, se il vaso era grande delle palle grandi.
Dopo che i bambini avevano fatto le palle le mettevano su un tavolo, così il torniante le prendeva e le metteva sul tornio.
II tornio a quel tempo non era elettrico. Il torniante doveva girare con il piede una ruota di legno che stava in basso. Nel punto dove poggiava il piede, con il passare degli anni, la ruota si consumava e si formava un avvallamento.
Era un lavoro creativo, artistico, difficile, però dava soddisfazione e si guadagnava bene. Oggi il lavoro del torniante è meno faticoso perché non devono girare la ruota con il piede in quanto il tornio ha un motore elettrico. I ragazzini preparavano le palle di terra almeno il torniante perdeva meno tempo e poteva fare più vasi. I bambini imparavano a fare il torniante guardandolo mentre lavorava. A fare queste cose si divertivano, però si stancavano anche. Alla sera, poi, finito il lavoro, quelli che volevano imparare si esercitavano alla ruota.
Oggi i bambini, se vogliono diventare tornianti, devono studiare e fare i corsi.
La colazione
Racconta Fiorello: "Uno dei momenti più belli della vita in fabbrica era la colazione. Si scherzava, ci si raccontavano gli avvenimenti del paese e degli amici". Noi abbiamo immaginato come poteva essere una di queste colazioni e la raccontiamo così. Tutti i giorni, nella fabbrica, alle 8,30 suona la campana. E' l'ora di colazione. Il pittore lava il pennello e va via. Il torniante finisce l'ultimo vaso. Si radunano lì dove c'è la fornace. Il fornaciaio tira fuori dalla camera del fuoco le "Iute" e le spande su di una pietra. Sopra le Iute ci mettono la graticola. Alcune persone portano la barbozza (che è una fettina molto fina fatta con il lardo della guancia del maiale), le salsicce e i mazzafegati e li mettono a cuocere.
Quando la barbozza è cotta Andrea dice: "Micchè, me porti su il pane?" "Un attimo che mi moje n'ha finito de tagliallo ".
"Dije che s'ha da sbriga che noi cento fame". "Va be'".
Che languorino! Nell'aria sì sente l'odore della carne cotta. Quando il pane è pronto Simone dice: "Era ora".
Poi mettono la barbozza o le salsicce o i mazzafegati sul pane e cominciano a mangiare. Per loro è squisita.
I bambini, vestiti con i cappelli, la camicia e i pantaloni alla pescatora, arrotolati fino al ginocchio, le scarpe tutte sporche e rotte, mangiano avidamente perché hanno molta fame. Un ragazzo dice:
"M'è rimasta tutta sul gozzo. Ce vole qualcosa da bere"
Simone risponde: "Me proccupà, ce l'ho io 'na cosa bona".
Quindi tira fuori un bottiglione di vino. Un signore gli dice:
"Poco vino, sennò te 'mbrìachi" Bevono un bicchiere di vino per uno e ne danno un goccetto anche ai bambini.
Alle 9,00 suona la campanella, è l'ora di tornare a lavorare. Giacomo dice:
"E' già ora! Non ero ancora sazio" Mettono a posto e poi tornano a lavorare ridendo e scherzando.
La fabbrica della ginestra
Negli anni '30, prima della guerra, l'Inghilterra punì l'Italia. Non le mandava più le materie prime che le servivano, nemmeno la iuta. Queste erano le sanzioni. La iuta serve per fare i sacchi, viene dalla corteccia degli alberi che si trovano in Africa e in Asia. L'Inghilterra aveva la iuta perché aveva conquistato alcuni paesi dell'Africa e dell'Asia. In Italia, per fare i sacchi, decisero di usare le fibre di ginestra. Per fare le corde e i sacchi avevano fatto una fabbrica a Gualdo perché c'era tanta ginestra. La fabbrica fu aperta nel 1936 e fu chiusa nel 1940-41. Era vicino alla Porta San Benedetto (o Porta di Sotto) nella casa di Angelo Cinti che faceva il pellaio. Le persone andavano a prendere le ginestre lungo le strade con i carri. Nella fabbrica accendevano il fuoco con il petrolio. Sopra il fuoco ci mettevano una grande pentola con acqua e soda caustica. L'acqua doveva bollire. La ginestra, quando era cotta, diventava marrone. Poi la mettevano dentro le vasche con l'acqua fredda. Le donne struffavano la ginestra per fare le fibre, come le nostre mamme quando lavano i panni. Fiorello, a 16 anni, è andato a lavorare in questa fabbrica perché pagavano di più che nella ceramica. Per un anno è andato anche a lavorare in una fabbrica di ginestra vicino Roma. Poi l'hanno chiusa ed è tornato a lavorare in ceramica.
La vendita della ceramica nelle fiere
Quando c'erano le fiere, Fiorello o i suoi amici, a turno, andavano a vendere la ceramica. Ora vi raccontiamo per filo e per segno cosa succedeva, con un po' di immaginazione.
"Driin, tre e trenta, driin". Alle 3,00 la mamma di Fiorello lo sveglia e gli dice:
"Sveglia Fiorello, svegliati che è tardi. Devi andò a la fiera per vende la ceramica". Fiorello, addormentato, risponde: "Sì, sì, la fiera! E' vero, nu me ricordavo. Che noia svegliarmi alle 3,00, ma con una bella lavata con l'acqua fredda mi sveglierò e mi caricherò, così posso scalare anche una montagna".
Tutto insonnolito il ragazzo si va a lavare la faccia. Non c'erano i rubinetti e versa l'acqua fredda di una brocca in un catino: "Brr, quanto è fredda quest'acqua. Ora vado a fare colazione"
Poi si veste e scende giù in cucina dove la mamma gli ha preparato la colazione. Mangia e poi dice alla mamma:
"Mamma, tu sei la più brava cuoca"
E la mamma risponde:
"Grazie figliolo" Poi dice ancora Fiorello: "Ehi, mamma, ora devo andare, sono in ritardo".
La mamma risponde:
"Care de mamma sta'attento, me raccomando e sii prudente".
Esce per andare in ceramica, la Mastro Giorgio. Arriva alla fabbrica dove lo aspetta Andrea, il Bersagliere, che gli dice:
"Quanto sei lento, è 'n'ora che te sto' aspetta"
Poi alle 4,00-4,30 partono con il carico pieno di vasi di ceramica per i fiori, di brocche, di boccali e di piatti. La ceramica la mettono in un carro trainato da un cavallo. Chi guida è Andrea. Devono andare a Perugia. Il Bersagliere dice:
"Di qui sul carro nun ce monta niciuno, manco el Padreterno, perché è troppo pieno" Si incamminano a piedi verso Perugia e sulla discesa di Casacastalda Andrea dice: "Ade ce potemo monta, però stemo attenti a nun casca perché ce so' i sassi per terra". Infatti la strada non era asfaltata come oggi. Finita la discesa scendono dal carro e vanno di nuovo a piedi.
Arrivano sulla piazza grande di Perugia verso le 8,00-8,30. Dopo sistemano tutta la roba e iniziano a vendere. Arriva una vecchia signora e dice a Fiorello: "Bel giovane, mi dareste un vaso per i miei vecchi fiori?"
Fiorello risponde:
"Va bene signora, la accontenterò subito. Le piace questo?" "Sì, molto, quanto costa?" "Per lei una lira perché mi sa simpatica, sennò costava due lire" "La ringrazio" "Non c'è di che"
Ogni pezzo vale 1-5-10 lire ed alla fine della giornata contano i soldi: il risultato è 150-200 lire.
Quando ritornano a Gualdo salgono sul carretto perché hanno venduto molti cocci e c'è spazio. A metà strada si fermano in un'osteria e mangiano e bevono. Questo accadeva negli anni 1939-'40-'41. I cocci non li andavano a vendere tutti in questo modo. Quando li vendevano nelle città più lontane li trasportavano con i camion o con il treno.
I piatti napoletani
Nel piazzale di S. Margherita oggi ci sono i lavori in corso. Stanno costruendo un palazzo con uffici, parcheggi e appartamenti. Tanto tempo fa, invece, in quell'area c'era il convento di S. Margherita.
Nel Medioevo in questo convento c'erano le monache. Successi vamente, dopo po'di anni, le monache sono andate via ed il convento l'hanno utilizzato per fare una fabbrica di ceramica. Circa 70 anni fa c'erano due fornaci ed una cooperativa di ceramisti. Le fornaci servivano per cuocere i cocci, sia di prima che di seconda cottura. Invece la cooperativa è una fabbrica dove non c'è un padrone ma gli operai sono tutti soci. In una di queste fabbriche c'era un pittore chiamato Alfredo Magnatti.
Era un personaggio singolare, unico, tipico, originale. Racconta Fiorello: "Era un tipo molto calmo. Aveva un fratello che faceva il sagrestano a S. Benedetto ed una sorella che faceva la maestra. Abitava in una casa situata sotto il nostro palazzo comunale". Alfredo Magnatti prendeva un piatto, lo metteva su una torneila e poi ci disegnava i fiori napoletani. Questa persona era particolare perché, mentre lavorava, fiottava. Faceva questo verso con la bocca: "Eh!Eh!Eh!Eh!". Per tutta la vita ha disegnato sempre il fiore napoletano. Così Fiorello ci ha raccontato:
"Questo signore si metteva seduto, spingeva la torneila con la mano, metteva un piatto sulla tornella e ci disegnava un filetto blu ed un fiore. Mentre disegnava mugolava, mugugnava sempre, per tutta la giornata faceva: "Eh!Eh!Eh!Eh!"
Circa 30 anni fa il convento è stato demolito perché era tutto fragile. C'è rimasta la chiesa.
La cristallina
A Gualdo Tadino nella ceramica si usa la cristallina. La cristallina è un tipo di smalto che serve per la seconda cottura, per dare brillantezza alla ceramica.
Oggi le ceramiche la comperano già pronta nelle fabbriche specializzate che la producono. Circa 70 anni fa tutte le fabbriche di ceramica la facevano da loro.
Per preparare la cristallina si dovevano avere la porcellana ed il vetro. I lavoratori della ceramica raccoglievano pezzi di porcellana e di vetro e li mettevano dentro la fornace. Dentro la fornace la porcellana ed il vetro si scioglievano come la cera per il gran calore diventando un miscuglio unico, un'unica sostanza, un composto nuovo, cioè la cristallina. Dopo che la fornace si era raffreddata la cristallina diventava fredda e dura, tipo una cera solida. I fornaciai prendevano quei pezzi e li portavano ad un uomo, uno scapolone. Quell'uomo prendeva un asse di legno, si metteva in piedi e frantumava la cristallina. Batteva sul quel composto ed il bastone quando batteva faceva "Toc, tic, toc, tic". Questo composto duro diventava polvere e veniva portato nella zona dei Cappuccini. Lì ci scorre il fiume Romore e ci stava anche un mulino ad acqua. Lo scapolone prendeva la polvere di cristallina, la metteva in una sacca e la portava al mulino. Il mulino la mescolava con l'acqua così la cristallina diventava melmosa ed era pronta per essere usata. L'uomo, con la sacca in spalla, riportava infine la cristallina nella fabbrica, pronta per essere usata.
Era un lavoro difficile e faticoso ed a chi lo faceva gli facevano male le braccia.
I colori ed i pennelli
Nel mondo esistono tre tipi di ceramica: le mattonelle o le piastrelle per il pavimento o da rivestimento; la ceramica d'uso (usata in giardino ed in cucina ad esempio le pentole, i piatti, le tazzine, i portafrutta, le cocce, ecc); la ceramica artistica che serve per l'arredamento della casa (per abbellire gli armadi, i mobili, le vetrine...).
Nella ceramica artistica, per decorare, si usa anche l'oro e il rubino, così diventa brillante e si deve cuocere tre volte. Dopo aver cotto un vaso per la seconda volta, i pittori ci aggiungono l'oro e il rubino e dopo lo rimettono a cuocere. Invece l'altra ceramica, in cui usano i colori normali, si deve cuocere due volte. I colori, fino a trenta anni fa, erano ricchi di piombo. I pittori, quando pitturavano, si intossicavano perché il piombo è tossico e si ammalavano di piombemia. Allora andavano a visitarsi dal dottore, facevano le analisi e se risultava che il sangue era intossicato dovevano restare fermi per una settimana o due settimane finché non guarivano; e poi ritornavano al lavoro.
Invece oggi i colori hanno poco piombo e sono meno tossici, così i pittori non si ammalano più di quella vecchia malattia.
Fiorello racconta: "Nel mio lavoro ho composto molte gradazioni di colori mescolandoli tra di loro e dosandoli per rifarli sempre uguali. A ciascuno gli davo un nome. Ne citerò alcuni: rosso pompeiano, marrone Catania, verde primavera, verde petrolio, ecc". Fiorello ci ha fatto vedere due quadernetti sui quali aveva scritto tutte le combinazioni dei colori. Una cosa curiosa erano i pennelli per fare i contorni. Circa 50 anni fa non c'erano i pennelli di oggi. I pennelli si facevano con i peli delle orecchie delle mucche. I pittori andavano nelle stalle, tagliavano i peli più lunghi dalle orecchie delle mucche, ci facevano un ciuffo con uno spago e poi l'attaccavano ad un pezzo di legno. Erano peli molto duri ed erano utili per fare i pennelli che servivano per fare i filetti molto fini. Secondo me faceva un po'schifo tagliare i peli delle mucche e poi pitturarci senza nemmeno lavarli.
"Come ho imparato a fare il mestiere"
Fiorello, per imparare a fare il pittore, non è andato a scuola di pittura. Ce lo racconta in questa intervista:
"Ho incominciato facendo i lavori più umili. Poi mi sono dato da fare. Prendevo con l'oc¬chio e incameravo. Rubavo con l'occhio".
Che cosa significa?
"Guardavo che cosa faceva il torniante quando lavorava oppure quello che faceva il pittore. Io un maestro non ce l'avevo. All'inizio, in fabbrica, facevo il manuale". Che cosa significa manovale? "Facevo i lavori più umili: badavo il forno, caricavo le fornaci, trasportavo la legna". Com' è nata la passione per la pittura? "Quando andavo nel reparto di pittura io guardavo sempre cosa facevano i pittori: come tenevano il pennello, come facevano il filetto...Poi, quando la sera gli altri andavano via, io mi fermavo per fare il filetto sul bordo dei bicchieri. Stavo nella fabbrica Mastrogiorgio. Era l'anno 1945. Ordinarono alla fabbrica migliaia di bicchieri. Li ordinarono gli Inglesi e gli Americani durante l'occupazione. Io, la sera, dopo aver fatto il mio lavoro, andavo nel reparto dei pittori e disegnavo un bordo sui bicchieri. Mi piaceva molto. Non volevo fare il manovale per tutta la vita. Volevo migliorare la mia situazione". Perché voleva fare proprio il pittore?
"Da bambino, quando avevo 9 anni, mi piaceva ricopiare i giornaletti con la matita. Vicino a me abitava la mamma del pittore Fulberto Frillici, Ughetta Pedana, che era una pittrice molto brava, e mi diceva che ero molto bravo e dovevo continuare. Così ho sempre pensato di fare il Pittore. Nel 1950 andai a lavorare nella fabbrica Dolci, dove facevo il pittore ed ho iniziato a fare il capo-operaio.
Poi nel 1956 costruirono la fabbrica Monina e mi chiamarono a fare il capofabbrica. Per 26 anni ho sempre fatto il capofabbrica e avevo raggiunto il massimo della mia aspirazione, della mia carriera. Però, quando potevo, tornavo a pitturare perché quella era la mia grande passione".
La Monina
Fiorello ci ha raccontato un'altra bella storia parlando della vecchia e nuova Monina. Nel 1935, all'incrocio per andare a Gualdo, c'era la Monina. Fiorello ci ha lavorato quando aveva 12 anni. Fabbricavano delle mattonelle di misura 15x15 per i pavimenti ed i rivestimenti dei bagni.
Degli operai andavano a raccogliere la terra a Cerqueto e la trasportavano con i carri trainati dai muli e dai cavalli. Una volta portata in fabbrica la lasciavano asciugare sul piazzale. Una volta seccata la tagliavano in pezzi piccoli, la mettevano nelle carriole e la trasportavano dentro, la bagnavano e la mettevano negli stampi per fare le mattonelle. Dopo averle tolte dagli stampi, le piastrelle le mettevano a cuocere in un forno a tunnel. In questo forno c'era il fuoco e per farle cuocere le spingevano con una stanga di ferro. Mentre un pezzo entrava l'altro usciva, le mattonelle così si cuocevano ed erano pronte. Questa fabbrica si trovava all'incrocio che passa per la Flaminia e la strada del Cerqueto, dove sono quei capannoni mezzi terremotati. Nel 1956 hanno costruito la nuova Monina sopra l'ospedale, in via Santo Marzio.
Così racconta Fiorello: "Questa fabbrica è nata dalla società formata dalla Sig.ra Dionisi e dal Sig. Poerio Luzi. E' lì che mi sono fatto una grande esperienza di ceramista: componendo un gran numero di colori, i colori normali tra di loro, facendo un'infinità di gradazioni di colori, componendo anche smalti colorati che ho chiamato Artistico A, Artistico B, smalto vecchio, rosso pompeiano, ecc". Fiorello ci è andato a lavorare come pittore e dopo è stato scelto come capofabbrica. In quel tempo i capi delle fabbriche mettevano le multe ai lavoratori se non facevano bene il loro lavoro. Lui, però, non ha mai messo una multa a nessuno perché non gli piaceva metterle. Adesso quella fabbrica è stata demolita per fare dei palazzi. Nel 1972 un insieme di persone che hanno lavorato nella fabbrica della Monina hanno creato una società ed hanno fatto la Tagina. La Tagina, adesso, è una delle più importanti fabbriche del mondo che produce piastrelle in ceramica.
La mandola
La mamma di Fiorello andava sempre a casa di un prete a mezzo servizio, cioè gli puliva la casa. Un giorno Fiorello la seguì e vide attaccato al muro uno strumento musicale che si chiama mandola. La mandola è uno strumento musicale simile al mandolino; solo che il mandolino è bombato, invece la mandola è piatta. Fiorello aveva tanta voglia di suonarla che la spiccò e cominciò a strimpellarla. In quel momento arrivò il proprietario, don Pelio, che lo sgridò dicendo: "Cosa fai! Rimettila a posto, altrimenti me la rompi".
Il giorno seguente la mamma andò di nuovo a fare le pulizie a casa di don Pelio. Il sacerdote le chiese subito: "Ma a tuo figlio piace suonare?"
Lei gli rispose:
"Non ha mai suonato, non lo so...E' solo che ha visto lo strumento appeso al muro e ha voluto provare a suonarlo!"
Allora don Pelio le disse:
"Se vuoi te lo do! Basta che non me la rompe, perché è un mio ricordo di famiglia e ci tengo molto".
La mamma ritornò a casa con la mandola e Fiorello cominciò a suonarla insieme a Michele e ad un altro suo amico che si chiamava Antonio Bori e fu fucilato dai nazisti ai Cappuccini. Questi due suonavano il violino. Michele era un bravissimo violinista, invece l'altro era bravo a fare tutto: il calzolaio, il falegname, il ceramista. Pensate che con la sua intelligenza si era costruito il violino da solo. Purtroppo era "infelice", cioè handicappato, perché era zoppo, ma era intelligentissimo. Suo padre faceva il calzolaio.
A loro si unì Renzo Megni, che era un grande pittore, suonava molti strumenti e conosceva la musica.
Gli altri ragazzi iniziarono a suonare ad orecchio perché non conoscevano la musica. Renzo Megni, per insegnare a suonare ai suoi amici, invece delle note, scriveva i numeri perché era più semplice.
Così i cinque formarono una band, lì chiamavano "I musicanti".
Dato che avevano formato un gruppo musicale, la gente li chiamava per suonare e loro andavano un po'dappertutto: a Rigali, Grello, Morano, Nocera, Piagge, Vaccara, San Pellegrino... Però era molto faticoso perché dovevano andare a piedi perché non c'erano le macchine. Quando suonavano non guadagnavano soldi, non erano pagati, ma ricevevano cose in natura come le galline, le uova, il formaggio...
Quando andavano a suonare nelle case di campagna si mettevano a suonare nelle cucine dove c'erano appesi salami e salsicce e certe volte face vano degli scherzi: per suonare ognuno si metteva in un posto diverso nella cucina, tranne Michele che si metteva sotto le salsicce ed i salami appesi. Quello che era vicino alla luce la spegneva e Michele, con l'archetto del violino, spiccava un salame o le salsicce e se li nascondeva nella camicia. Poi si riaccendeva la luce e si continuava a suonare.
Alla fine ritornavano nelle loro case e dividevano tutto quello che avevano o si facevano delle belle cenette.
Alunni: Abdija Claudio, Belardi Ilary, Benkoraki Hamza, Betti Simone, Falcetti Martina, Ficarelli Cristian, Ghiandoni Andrea, Giacometti Jessica, Haxhi Persida, Jayed Hasna, Livieri Cristian, Micheletti Silvia, Msalla Otman, Pastorelli Marica, Pennacchioli Sara, Ranieri Angelica, Rondelli Simone.
Insegnanti: Ascani Cinzia, Serroni Riccardo
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Ciribelli
Quando si parla o si cita la frase "si chiappo el letto al volo!" molti, erroneamente, l'accostano ad un fattore di stanchezza, tipo "non vedo l'ora di andare a letto", ma non è così. Tutto deriva invece dalla storia di un mio bisnonno, detto Ciribelli, padre di mia nonna, assiduo frequentatore dell'osteria di Maria del Cappanno, moglie di Lacchi Nello detto il Pinco e sicuramente uno dei migliori clienti del locale. Come suol dirsi ogni bicchiere una tacca, pardon...una sbornia.
Tornando a casa per cena nonno Ciribelli, forse più ubriaco del solito, disse a mia nonna che non avrebbe cenato e che sarebbe andato diretto a letto. Si fece accompagnare in camera ed entrato si fermò: il letto davanti a lui sembrava girare vorticosamente, tanto che Ciribelli disse:" vò a dormì, si chiappo el letto al volo?". Poi, si tuffò.
Risultato: alcune costole rotte e ricovero al Calai.
Carlo Petrozzi
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L'Omino di San Rocco
Estate anni '60. Ci troviamo a San Rocco. C'è un vecchietto molto minuto seduto sul parapetto che dà sulla Flaminia. Sta lì vedendo passare le macchine, quando ad un tratto se ne ferma una che gli domanda:
"scusi, omino, mi sa dire la strada per Roma"? E lui:
"fattelo dì da uno più grosso de me"!
Carlo Petrozzi
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Il Salgari
Il Salgari, personaggio degli anni 50-60 era solito raccontare, a noi bambini della capezza, le sue più che avventure, direi, disavventure.
In queste storie della sua vita, alcune anche molto drammatiche, come il suo ferimento in guerra da alcune scheggie di una bomba, altre meno gravi, ma tendenti quasi sempre al negativo, lui ce le raccontava facendole diventare quasi barzellette forse anche per il suo compiacimento di asservire la sua vita al sorriso di noi bambini. La più conosciuta:
Ieri so gito a caccia con la vespa sopra Rigali, sulla Flaminia me ferrmeno i carabinieri de Gualdo e 'l Brigadiere me fa: scenda e favorisca la patente.
Io je dico che nun ciò ne il cavalletto, ne la patente.
Lue me fa: andiamo bene e le luci?
Je fo, sa Brigatié, ce vo sempre de giorno a caccia.
Lue, me dice: e i freni?
Ce vo sempre in prima su pe sti monti a caccia.
Lue arrabbiato me dice: vada vada altrimenti la devo arrestare.
Io je dico: Brigatié mo che ce stete demme anche na spintarella che nun ciò manco la messa in moto.
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Michele il calzolaio
Uno dei personaggi più caratteristici di Gualdo dagli anni '40 agli anni '70 è stato sicuramente Michele il calzolaio. Abitava in una casetta nel pieno centro storico, in una viuzza trasversale a via Storelli. Aveva un paio di baffi ben coltivati ed una folta capigliatura che pettinava orgogliosamente all'indietro lasciandola spaziare in altezza così da sembrare di una spanna più alto di quanto fosse in realtà. Camminava con un portamento altezzoso, con il petto in fuori, il tronco rigido ed un'andatura sostenuta, quasi avesse continuamente fretta di andare da qualche parte.
Michele era un ottimo artigiano. La risolatura delle scarpe da lui eseguita era sempre a regola d'arte. Aveva di conseguenza una vasta clientela sia in città che nelle frazioni. Spesso, quando aveva eseguito il lavoro, era lui stesso che, gambe in spalla, si recava a casa del cliente per riportare le scarpe "accomodate". Scambiava qualche chiacchiera (era un conversatore brillante, con una voce chiara e cristallina), beveva un bicchiere di vino, non disdegnava una merendina e tornava a casa con l'obolo guadagnato con la riparazione.
Anche se, purtroppo, difettava di una qualità importante: la sincerità. Michele era conosciuto a Gualdo come il più bugiardo dei bugiardi. Sapevi quando gli consegnavi un paio di scarpe ma non avevi idea di quando ne saresti potuto rientrare in possesso.
I suoi clienti provenienti dalla campagna lo andavano a visitare regolarmente nel giorno della fiera. Michele aveva il suo laboratorio in un locale antistante la cucina, il primo che si incontrava dopo aver salito la ripida scalinata. La sua attrezzatura era essenziale: un tavolinetto di legno su cui poggiava i pochi arnesi che utilizzava. Intorno al tavolo il pavimento era cosparso di scarpe da riparare. I suoi clienti, prima di salire le scale, lo chiamavano per verificare se ci fosse.
Michele ne riconosceva immediatamente la voce, donna o uomo che fosse. Allora prendeva velocemente in mano le scarpe della persona che lo aveva chiamato e lo invitava a salire:
"Enno pronte 'ste scarpe?" era la domanda che si sentiva inevitabilmente rivolgere.
"Ecco, guardate- rispondeva con il candore di una innocenza infantile- Le sto terminando proprio adesso. Oggi è la fiera e me l'immaginavo che venivate a prenderle".
"Eh, ma quanto c'ete ancora?"
"Poco, 'na mezz'oretta. 'Nc'ete da gi' a fa' spesa? Facete quello che ete da fa' e pu venite a pijà le scarpe".
"Micché, me raccomando. Nun facete come al solito vostro".
"Ma que scherzate? N'el vedete che enno quasi finite?"
L'uomo, o la donna, se ne andava un po' perplesso ma rassegnato. D'altra parte, con tutte le commesse che aveva da sbrigare, non poteva star lì a lungo ad aspettare che Micchele (così lo chiamavamo tutti, con la doppia c) terminasse il suo lavoro. In realtà faceva bene a non fidarsi. Infatti, appena uscito il cliente, Michele appoggiava le sue scarpe per terra e terminava un altro lavoro che, a suo dire, era più urgente. Quando il cliente tornava un'ora dopo con la speranza di riportarsi a casa le scarpe, trovava la porta d'ingresso irrimediabilmente chiusa e di Michele non c'era traccia.
E così per settimane, a volte per mesi.
Una volta mio nonno gli consegnò un paio di scarpe e gli pagò subito la riparazione:
"Se lo pago in anticipo- pensò- Me le farà subito".
Aveva pensato male. Trascorse un anno finquando, dopo reiterate proteste e minacce (ma quali minacce, che gli potevi fare?), un pomeriggio mi incontrò sulla piazza di Gualdo e mi annunciò con entusiasmo:
"Dì a tuo nonno che stasera gli porterò le scarpe"
"Sicuro?" risposi con sarcasmo.
"Ma voi scherzà? Che, nun me conosci?"
"Appunto" commentai.
Era vero. La sera, appena dopo cena, Michele bussò puntualmente alla porta di casa mia con l'espressione felice di chi è in pace con il mondo intero.
"Dov'è Davidde?" chiese dopo essere entrato in cucina.
Mio nonno, però, non c'era perché se n'era già andato a letto:
"Non me ce vojo trova'- disse- Sinnò je meno".
Riccardo Serroni
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Michele il violinista
Michele, il calzolaio, era un artista. Ma non soltanto nell'uso dell'ago e della lesina. Era, infatti, anche un ottimo suonatore di violino. Adagiava lo strumento sulla spalla, lo imprigionava con la mascella, chiudeva gli occhi e l'archetto disegnava melodie straordinarie sulle corde vibranti.
Michele si era associato con un gruppo di amici suonatori che ogni tanto si radunava da qualche parte e si esibiva. Era in tempo di guerra. Con Michele suonava il violino Antonio Bori, fucilato poi dai nazisti presso i Cappuccini, mentre un altro amico, Fiorello, suonava la mandola. Questa vicenda l'ha raccontata Fiorello ai ragazzi di una mia classe V ed è stata poi pubblicata nel volumetto :"Fiorello.ed un po' di storia della ceramica di Gualdo ". Da qui in poi virgoletto perché il testo è la trascrizione fedele di ciò che hanno scritto i miei alunni:
"A loro si unì Renzo Megni, che era un grande pittore, suonava molti strumenti e conosceva la musica. Gli altri ragazzi iniziarono a suonare ad orecchio perché non conoscevano la musica. Renzo Megni, per insegnare a suonare ai suoi amici, invece delle note scriveva i numeri perché era più semplice.
Così i cinque formarono una band; li chiamavano "I musicanti".
Dato che avevano formato un gruppo musicale, la gente li chiamava per suonare e loro andavano un po' dappertutto: a Rigali, Grello, Morano, Nocera, Piagge, Vaccara, San Pellegrino. Però era molto faticoso perché dovevano andare a piedi perché non c'erano le macchine. Quando suonavano non guadagnavano soldi, non erano pagati, ma ricevevano cose in natura come le galline, le uova, il formaggio.
Quando andavano a suonare nelle case di campagna si mettevano a suonare nelle cucine dove c'erano appesi salami e salsicce e certe volte facevano degli scherzi. Per suonare ognuno si metteva in un posto diverso nella cucina, tranne che Michele che si metteva sotto le salsicce ed i salami appesi. Quello che era vicino alla luce la spegneva e Michele, con l'archetto del violino, spiccava un salame o le salsicce e se li nascondeva nella camicia. Poi si riaccendeva la luce e si continuava a suonare.
Alla fine ritornavano nelle loro case e dividevano tutto quello che avevano o si facevano delle belle cenette"
Riccardo Serroni
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Michele l'affamato
Anni '40 o inizio '50, non so di preciso. C'era ancora molta fame, comunque, in giro. Michele, il calzolaio, non faceva eccezione. Di soldi ne giravano pochi e la gente, piuttosto che privarsi di qualche cosa di essenziale, preferiva andare in giro con le scarpe sfondate. Ed il nostro calzolaio doveva tirare la cinghia, suo malgrado.
Ma quando capitava l'occasione.pancia mia fatti capanna. Michele, però, era fondamentalmente un puro d'animo, uno che non voleva far intendere ciò che effettivamente era, uno che aveva un certo pudore ed una propria dignità e ci teneva in maniera esagerata all'etichetta ed alla sua immagine.
Una sera, al nostro amico, capitò la fortuna di sedersi in una famiglia intorno ad un tavolo riccamente imbandito. Niente di particolarmente sofisticato, naturalmente. Soltanto un piatto cupo di quelli belli grandi pieno di salsicce ben arrostite che emanavano un profumo delizioso:
"Micché, sedevve con noialtri, magnate qualcosina" gli aveva detto la padrona di casa.
L'invito era allettante; il calzolaio sentiva come un miagolio dentro lo stomaco e si sarebbe mangiato tutto il piatto, ma si schernì facendosi pregare:
"Per carità, ho appena mangiato. Nun saprei do' mettele".
"Ma su- insistette la padrona- Mo' nun ce vorressivo fa st'affronto. Almeno assaggiatene una per manda' giù un bicchiere de vino".
"E va bè- si rassegnò il calzolaio- Il profumo è invitante e ne pijo 'n pezzetto, ma giusto pe' sentì quant'enno bone".
Si accomodò al tavolo, prese una forchetta, infilzò una salsiccia, ne staccò un pezzo direttamente con i denti e cominciò a masticare lentamente tenendo bene in vista appoggiata sul tavolo la mano sinistra che teneva ben salda la forchetta infilzata nell'altra metà della salsiccia; e la mano sinistra la tenne sempre lì, bene esposta alla vista dei padroni di casa con il pezzo di salsiccia morsicato, tanto per far capire che stava facendo uno sforzo sovrumano per terminarla. La destra, però, approfittando dei momenti di distrazione degli altri commensali, l'affondava rapidamente e ripetutamente nel piatto portandosi altre salsicce in bocca con la velocità di un fulmine. Ne mangiò 19 pezzi.
Se i padroni di casa si siano accorti o meno dell'abbuffata di Michele nessuno lo sa. L'importante, per il nostro calzolaio, era di aver salvato la faccia senza aver scontentato la pancia.
Riccardo Serroni
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Patatino
Chi è nato alla Capezza si ricorderà sicuramente di Patatino. Il pomeriggio, alle 16 in punto, sbucava dalla bottega e gridava a squarciagola "El merenderoooo". Per noi ragazzi era un mito, potevi brontolare due giorni per un pallone nuovo, senza ottenerlo, ma quando chiedevi i soldi per andare da Patatino non erano mai negati, quindi a Gualdo chi comandava era lui.
Fare la spesa nel piccolissimo negozio era come assistere ad una gara di nuoto sincronizzato, ogni movimento era studiato nei minimi particolari. Chiedevi il the? Tecla, la moglie, si spostava a destra, Patatino saliva la ripida scaletta in legno e andava a prendere il the, lavoro pericoloso, da uomini. Chiedevi il detersivo? Patatino si spostava dal bancone verso il muro e lasciava passare Tecla, che serviva il cliente. Mai uno scontro.
Un pomeriggio, convinto dagli amici più grandi che era finita la stagione del Buondì Motta (quasi fosse un frutto), mi presento da Patatino con la truppa, senza chiedere niente. Quando ha servito tutti, mi guarda :
"E tu?"
"Voleo il Bondì ma tanto semo fori stagione."
Patatino capisce in un attimo la situazione e risponde :
"Embè, te do questo, è quello della stagione prossima", bloccando quei birbaccioni già pronti a sghignazzare per lo scherzo.
Fabbrizio Bicchielli
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Don Angelo
Fine anni 50. Chiesa di San Donato. Il parroco è don Angelo Paffi, ultraottantenne. Un sacerdote tutto dedito alla sua missione. E' apprezzato dalla gente, ma anche dalla Curia. E' ormai al termine del suo mandato pastorale e viene nominato "Monsignore". Un fedele frequentatore della chiesa gualdese, lo incontra e gli dice cordialmente: "Complimenti per la sua nomina. Meritatissima!". E lui risponde: "E' come chi dà l'incenso ta i muorte".
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'Ngioletto
Anni 60. Un caldo pomeriggio d'estate. Davanti al piccolo bar di San Rocco, c'è un solo, anziano avventore, riparato da un ombrellone. Sta sonnecchiando.
Sulla Flaminia passa un'automobile, un uomo ed una donna occupano i due posti anteriori: l'auto si ferma, la donna chiede: "Scusi, signore, sa dirmi cortesemente se questa è la strada giusta per andare verso Fano?"
L'anziano solleva lentamente la testa, guarda i due automobilisti. E risponde: "Me sapete di' que c.o gete giranno si nun sapete la strada?"
Alberto Cecconi
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Il sor Giuanne
Gualdo Tadino, anni '50/'60, una via centrale. Un automobilista ferma sul lato destro la sua fiammante automobile rossa, scende, ne esamina il cofano, raccoglie un piccolo sasso e comincia a blaterare agitandosi come un ossesso.
Il sor Giuanne, un capoguardia imponente e autorevole, lo inquadra e si avvicina:
"Che succede?"
"Guardi, guardi qua - l'apostrofa l'automobilista agitandogli sotto il naso il piccolo sasso - Questo sasso ha colpito il cofano della mia macchina e gli ha fatto una bozza. Guardi qua". Si avvicina al cofano e mostra al comandante la dolorosa ferita sulla vernice immacolata.
"Come è accaduto?" chiede, perplesso, il sor Giuanne.
"Il sasso era sulla strada, la macchina che mi precedeva ci è salita sopra con una ruota posteriore e quando è ripartita me l'ha scagliato sulla mia auto. Adesso chi paga? Io voglio i danni. La colpa è del comune che non ha pulito la strada".
Il sor Giuanne allunga una mano:
"Mi faccia vedere" dice.
L'automobilista gli passa il sasso. Il capoguardia lo esamina attentamente e poi lo restituisce:
"Mi dispiace - esclama - Questo sasso non è di Gualdo. Non le posso far niente". E se ne va.
Riccardo Serroni
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Peppetiello
Peppetiello era un bravo e onesto lavoratore. Ma aveva un difettuccio: non ci vedeva una mazza, nonostante le spesse lenti degli occhiali da vista. Amava giocare a biliardo e se qualche buontempone si divertiva (e capitava di frequente) a scambiargli le boccette bianche con un fazzoletto, lui nemmeno se ne accorgeva, lo picchiava come se fosse stata una boccetta vera.
Un pomeriggio si trovava al Circolo con Aldo (forse si chiamava così ma non ne sono certo), un suo amico. Aldo gli confidò un piccolo problema. Doveva recarsi nella vicina Vaccara ma aveva la lambretta fuori uso e non sapeva come fare:
"Ti accompagno io - si offrì Peppetiello - Gemo".
Scesero le scale, l'uomo inforcò la lambretta parcheggiata appena fuori l'ingresso del Circolo e la mise in moto:
"Monta" disse all'amico.
Aldo salì e Peppetiello partì sgassando e zigzagando.
Era il tempo in cui, a Caselle, non era ancora stato costruito il ponte di attraversamento della ferrovia ed il transito sulla Flaminia era regolato dalle classiche sbarre dei passaggi a livello. Quando furono ad una cinquantina di metri dall'incrocio, Peppetiello gridò all'amico:
"Guarda 'n po' si enno aperte le sbarre del passaggio a livello".
Aldo gli bussò forte sulla spalla e gridò a sua volta:
"Fermete!"
Peppetiello accostò a destra e si fermò. Poi mise a fuoco:
"Ma enno aperte, perché m'hae fatto fermà?"
"M'ha preso voja de sgranchimme le gambe - rispose Aldo - Me fo 'na passeggiata".
E proseguì a piedi.
Riccardo Serroni
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Il Bambolo
Facoltà di lettere dell'Università di Perugia, anni '70, tardo pomeriggio. Il corridoio antistante l'aula di italiano è gremito ancora di decine e decine di ragazzi e ragazze in attesa di superare l'esame di lingua e letteratura italiana. Il professore, sommerso da quella marea di studenti, è fuori di testa. Guarda continuamente l'orologio, sbuffa, fuma . e cerca di sbrigarsi bocciando a ripetizione senza tanti complimenti.
Esce l'ultimo esaminando ed Angelo si ricompone. Tocca a lui. Si aggiusta il capello, la giacca, prende un paio di libri, saluta sorridendo gli amici ed entra con fare disinvolto.
Dopo neppure un minuto la porta si riapre ed Angelo esce dall'aula. Gli amici lo gurdano perplesso:
"Come, non lo dai l'esame?"
"Ho fatto"
"Come puoi aver fatto?! Non è trascorso nemmeno un minuto!".
"Non mi ha fatto mettere nemmeno a sedere - racconta Angelo - Mi ha detto:
Mi parli dei critici del Boccaccio.
Io gli ho chiesto: chi, i quindici del Boccaccio?!
Fuori! Mi ha cacciato subito via".
Riccardo Serroni
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LA CACARELLA: CRONACA PUZZOLENTE DI UNA GITA A FIRENZE
Si ringraziano:
Il Ministero dei Beni Culturali, il sindaco di Firenze, il sindaco d Montelupo, i frati di Salmata, le zanzare del Trasimeno.
Il contadino del campo di Salmata ringrazia il ristorante "Tonio” per l'iniziativa avuta e in special modo, tutti i classaioli del "46" per l'effettivo contributo dato alle culture in atto.
Questa storia è dedicata a tutti i protagonisti di questa bella e singolare avventura che con la loro partecipazione hanno permesso di realizzare questa "speriamo simpatica" relazione.
Il presidente Claudio Moriconi
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Giù la Pretura ce semo altroati
tutti presenti, gnente mancanti
solo l’autista col pulma, ereno assenti.
Tra la paura de fassela a piede
già qualcuno invoca la fede:
“Madonna mia, mò que se fà”
quanno un pulma se vede a passà.
C’è chi urla, chi strilla e se sbraccia
chi se rassegna e abbassa la faccia
chi urla e je dice “Do vae”
quanno el pulma se vede a frenà.
Mò sartorna e mbocca la dritta
mò se ferma e apre la porta
mò se scusa e pare che piagne
ma ‘ntanto cominciamo a montà.
Finalmente a sede sul pulma
se matteggia, se parla e se ride
de scurregge manco l’odore,
de cacare manco se dice
mò pensamo solo a viaggiare.
Dopo un po’, ce fermamo e scennemo
detto fatto, apparecchiamo e tagliamo
el salame, el formaggio e la lonsa
tanto pane e dolcetti de sorta.
Mò magnamo, cantamo e ridemo
delle cacchiate che qualcuno sa dì
e sul pulma tornamo a salì.
S’armatteggia, se parla e se ride
de scurregge manco l’odore
de cacare manco se dice
mò pensamo solo a viaggiare.
Finalmente Firenze te vedo
tutti a terra frementi scennemo
cicerone speciale ci attende
per portarci Florenza a vedé.
Un segnale gentile egli ostenta
tutti dietro prendiamo a seguir
un bel mazzo di fiori e una canna
che è il segnale del nostro cammin.
Una bella e avvenente signora
fa da guida a un gruppo straniero,
vede il mazzo di fiori e la canna
e de corsa ce vole copià.
Laltroamo mezzora più tarde
con un bel giglio con tanto di gambo
cel mostra e ridendo e schersanno
el cicerone se vene a bacià.
Ringraziamo del gentile pensiero
tra applausi, risate e commenti
con un sorriso npo’ accattivante
per Florenza lei va a passeggià.
Mo la guida nostrana ncomincia a spiegà
tutto quello che gli altri nun sonno.
Altre guide s’uniscono al gruppo
pe ‘mparà tutto quello che dovronno sapé.
El cicerone nostrano,
spiega sculture, disegni e pitture
tra gli affreschi e gli accaldi discerne
più preciso de questo nse po’.
Sul Ponte Vecchio, perché è vecchio
uno alla volta ce fa passà
sinno sull’Arno, si se rompe,
qualcheduno ce va a cascà.
Tra le statue piuttosto zozzette
tutti nudi per fallo sapé
tra Perseo, Nettuno e Davidde
poca ciccia ce fonno vedé.
C’è lo zozzo che chiappa el pisello
c’è quel porco che strigne ‘na fava
c’è quell’altro che ciuccia el fagiolo
nte n’orto me pare de stà.
Ponte Vecchio, la chiesa el palazzo
statue antiche e bei disegni su i muri
nun c’è gnente che te possa stufà.
Per Firenze nun basta un milione de fogli
e nso io che posso istruì
io te dico solo quello che so
che Firenze è bella, ma bella mbelpò.
Mò giramo giramo
tante le cose che gimo a vedé
belle tutte se sà
ma è ora che gemo a magnà.
E armontamo a sede sul pulma
se matteggia, se parla e se ride
de scurregge manco l’odore
de cacare manco se dice
mò pensamo solo a magnare.
Finalmente da “Tonio” arriamo,
tutti allegri de corsa scennemo
nte la testa manco un pensiero
de quello che gemo a magnà.
Tutti quanti el sapemo
che de core è Costantino
e ta l’autista poverino
l’antipasto gli ha donato
per me el sapia quel tapino
che l’antipasto è avvelenato.
E magnamo, magnamo, magnamo
che el vino è bono tel posso dichiarà
ma de tutto el resto, que ne so?
Solo questo te posso dì
che me sento gonfio, ma gonfio mbelpo’.
Quel patè o la ribollita
o la macedonia sciroppata
o la fiorentina o la ‘nsalata
o la pulenta fusse stata
questo proprio ntelso dì.
Mò per Siena se decide
pel ritorno de passare
e sul pulma a risalire
per rimettese a sedere.
Se matteggia, se parla e se ride
de scurregge manco l’odore
de cacare nessuno lo dice
ma Rambotti comincia a sudare.
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Ce fermamo ntantino più avanti
sotto un greppo Rambotti finisce
e comincia così a vomitare
ma sul pulma qualcosa se move
qualcun altro comincia a sudare.
Finalmente Siena si prende a visitare
città bella e interessante
pochi bagni in verità.
Per qualcuno la chiesa, il Palio, la piazza
son portati a ricordare
molti invece e son palesi
si ricordano le feci.
Mò nun te posso raccontare
quello che siamo andati a visitare
il gonfiore, core mia,
tira, tira la pancia mia.
Mò sul pulma semo argiti pel Trasimeno destinati.
Se scorreggia, se parla e se ride
ma de scurregge se sente l’odore
de cacare qualcuno lo dice
ma strignete che mumente semo arriati.
Mò dal pulma scennemo veloci
in sette o otto ce semo guardati
tutti gli altri enno spariti
tutti ai bagni senno altroati.
Mò la cena è apparecchiata
e la gente va a magnà
qualcuno arria e qualcuno parte
ma la cena sa da fà.
Un po’ de puzza? Sarà el lago!
manco ce vurrio pensà
ma che col cielo chiaro
manco lue dovria tonà.
“Qui tona senza lampi”
strilla el solito marmotto
e qualcuno poveretto
pe la vergogna
strigne bene el suo culetto
ma el rumore “aimé se sente”
cambia solo in re maggiore.
Delle belle regazzette s’avvicinano
a quel desco e si decide immantinente
di donargli il rimanente.
“Senza offesa ma di cuore”,
esse accettano e si va.
Mò tornamo a risalire
salutati da sto gruppo,
ma alla curva per uscire
un bel casino gimo a fare.
La cunetta la scalzamo
el segnale lo strappamo
un parafango cel perdemo
poro autista che casino.
È l’autista che sta male
già sta male il poverino
tutta colpa de Costantino
che l’antipasto gli ha voluto dare.
Tutti quanti o giù di lì si lamentavano così
dei dolori lancinanti, dei dolori al basso ventre,
sudarella ed aria in corpo
che solo il cesso può calmare.
Ce fermamo tante volte
e l’autista è el primo a scenne,
poi de seguito le donne
e poi tutti in verità.
Enno state diciassette le fermate,
poi a Salmata, e qui ltracollo, nse potea più ripartire
venti dentro e venti fora e a giro a ritornare
pe riscendere e risalire.
Sette i pacchi de salviette
che Luigi, immune al male,
dava a quelle poverette
poi anche lui a gambe strette
all’improvviso a da fuire.
Scura è la notte
ma le salviette bianche
se vedono a volare
e se si moeno basse se vedono a cascare.
Non più grilli né ranocchie
pel campo a gracidare,
ma solo le scurregge
se sentono a cantare.
Ogni tanto na mprecazione qua e la se sente
ed è quasi certamente na pistata malamente.
C’è chi cerca la borsetta, appoggiata li per terra,
che al buio nun se vede e nte va de gì a tastà
do qualcuno è stato già.
Mo è tardi e tocca argisse
e l’autista è pronto a gì.
Una conta svelta svelta “Semo tutti” e via de corsa
verso Gualdo a ritornà.
Mo pe stultimo viaggetto, zitti zitti pen fa rumore,
senza movese de pezzo, col sudore sulla fronte,
con il vento dentro al corpo
già Gaifana e Roveto emo passato.
Mo a rigali e pù a San Rocco
già qualcuno se rilassa
e se sentono puzzette
come fussero ova toste.
Mo svoltamo pe la pretura,
scenne Tati con premura
e urla “Bruna curre che ciò da fa”
manco si avesse da sgravà.
E nte n’attimo fuggente
nce’è più nisciuno, nc’è più gnente
e cialtroamo in quattro o cinque
pe la robba a scaricà.
E qui finisce l’avventura pe la gita de Firenze
ma ce rimane ncore quanto semo stati bene
e un ricordo un poco strano, ma rigrazianno Dio
potemo dì, “Quel giorno c’ero anch’io”. |
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Claudio Moriconi
EDIZIONE "CLASSE 46" AD 11/5/1997
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