Montagne in movimento: 1° uscita


Inizia la terza edizione di “Montagne in Movimento”, una serie di eventi proposti da Gruppo Speleologico, Sezione CAI di Gualdo Tadino, Confraternita della SS. Trinità e strutturata in tre escursioni didattiche sull’Appennino Gualdese. La prima escursione, domenica 24 marzo, è sui monti Fringuello e Penna. Il filo conduttore di questa terza edizione è “camminando nella storia” e in questa occasione sarà affrontato il tema “Il ferro di Pio IX” e le vicende che portarono all’attivazione, a metà ottocento, del polo minerario della Cava del Ferro, sopra Rigali di Gualdo Tadino. La giornata di domenica avrà inizio presso la Base Scout “La Colonia” di Gualdo Tadino, alle ore otto. Dopo una breve presentazione dell’evento, l’escursione si snoderà per la strada della Pineta di Roti, poi per i sentieri del monte Fringuello alla ricerca del complesso carsico delle grotte di Brèus e del Rèolo, per raggiungere infine la cima del Fringuello e il sottostante rifugio monte Penna. Nel primo pomeriggio, dopo la consueta spaghettata al rifugio, ci sarà la visita alla vicina Cava del Ferro, suggestiva e selvaggia, colorata dal verde del muschio, dal giallo della limonite, dal rosso dell’ematite. E’ in questo magico ambiente che s’intrecciano storie delle miniere dello Stato Pontificio e del successivo Regno d’Italia, delle terre coloranti e dei riflessi delle ceramiche gualdesi, di una grotta perduta e poi ritrovata, delle acque che precipitano in essa per perdersi nella montagna. Fianco a fianco con gli speleologi che da decenni hanno qui esplorato ogni possibile via, si potrà affrontare il buio delle antiche gallerie ancora percorribili. Il ritorno alla Base Scout per i consueti sentieri concluderà l’evento. L’escursione è aperta a tutti, nessuno sarà lasciato solo, è gradita una preventiva iscrizione per offrire a tutti le dovute attenzioni e rifornimenti proporzionati all’affluenza.

Riccardo Serroni


Il ferro di Pio IX, escursione sul monte Fringuello del 24.03.2019

Cava del Ferro
Da Gualdo Tadino, attraversato il rione “La Valle”, si prende a salire bruscamente da viale Roma per via della Pineta. Proprio qui, fino a non molto tempo indietro, erano ancora visibili le vestigia di un altoforno costruito nella seconda metà del 1800, il “Fornaccio”, proprio nell’intento di trasformare in ghisa il minerale estratto dalle gallerie della Cava del Ferro. Oppure continuando verso San Rocco si sale alla Colonia, oggi base Scout, e continuando a salire ci si addentra nella Pineta di Roti. L’ampia strada, oltrepassato il luogo detto “Pineta del Soldato” dove una stele ricorda la morte del tenente Armando Tenani (60° Regg. Fanteria) il 31.07.1900 durante le grandi manovre, affronta una buona pendenza fino alla fonte “I Renacci”, m 804 di quota, unica sorgente nella zona; continua poi come sentiero, che sale diagonalmente verso il monte Penna, attraverso macchie, radure ed un ultimo bosco di pini, dove incontra la mulattiera che, provenendo da Rigali, porta fino alla Cava del Ferro, quota m 1070. Da Gualdo Tadino s’impiegano circa due ore di cammino.
Oppure si può raggiungere da Rigali, per strade che dirigono verso le cave abbandonate di Sascupo, fin sopra la grande cava ora utilizzata come poligono di tiro. Da qui, mentre la strada principale piega verso destra, si sale a piedi in forte pendenza dentro una folta pineta in direzione del Rifugio Monte Penna e del monte Fringuello. A circa 1000 metri di quota si lascia la strada per un bel sentiero, che scende tra i pini verso nord; dopo poche centinaia di metri, lasciati i segni bianco – rossi del sentiero che conduce ai Renacci ed alla Pineta di Roti, si risale verso est per una mulattiera, profondamente solcata in antico dai carri che trasportavano a valle il minerale estratto dalla miniera. La mulattiera dalla pineta ci conduce nel folto della macchia e, oltrepassato il bivio segnato da un ometto di sassi che indica la traccia per la Grotta della Miniera, porta ai ruderi di un piccolo rifugio in pietra costruito dai minatori, invaso dai rovi. Oltrepassati i ruderi, si può raggiungere con pochi passi la vecchia Cava del Ferro. Questo percorso richiede meno di un’ora di cammino.
La storia della Cava del Ferro si perde nei tempi, forse fino agli Antichi Umbri e ai vicini Etruschi. L’Umbria è notoriamente povera di risorse minerarie ed in poche località affiorano giacimenti ferriferi, spesso limonitici (Stifone di Narni, Stroncone, Gavelli di Sant’Anatolia di Narco, Pupaggi di Monteleone di Spoleto, Sellano, San Pietro di Fabro, Valcella di monte Cucco, Rigali di Gualdo Tadino). Nel 1846, anno in cui il senigalliese Giovanni Mastai Ferretti è eletto Papa assumendo il nome di Pio IX, si costituisce a Roma la Società Romana delle Miniere di Ferro e sue Lavorazioni, che nell’intento d’individuare e sfruttare giacimenti nell’area appenninica affida l’incarico di studiare alcune località ad Angelo Vescovali (Milano 1826 – Roma 1895). Il Vescovali è ingegnere dello Stato Pontificio (più tardi, sopravvenuto il Regno d’Italia, dirige i lavori per la ferrovia Roma – Ancona e dopo il 1870 è capo dell’Ufficio Idraulico del comune di Roma, realizza i muraglioni del Tevere e progetta alcuni ponti eretti a fine ottocento a Roma, come ponte Garibaldi, ponte Umberto I, ponte Regina Margherita, ponte Cavour). Angelo Vescovali nel 1857 si occupò del nostro territorio, individuando ammassi di argille ocracee, ricche di ossidi di ferro. Con saggi di scavo e apertura di gallerie trovò due filoni di limonite impura, stimando un volume di quasi cinquemila metri cubi di massa ferrifera, valutata adatta ad essere convertita in ghisa. I risultati di questo lavoro furono pubblicati nel 1858 e nello stesso anno iniziò la coltivazione della Cava sul monte Penna, mentre a Gualdo Tadino si provvedeva alla costruzione di un forno fusorio. La ghisa ottenuta era effettivamente di buona qualità, ma ben presto l’attività estrattiva fu definitivamente sospesa, perché il prodotto non era economicamente competitivo, causa i costi di trasporto del materiale, l’ubicazione impervia della miniera ed infine l’insufficiente cubatura del giacimento. La breve vita della miniera trova riscontro nelle modeste dimensioni delle gallerie, nell’assenza quasi totale di strutture e nella scarsità di ricordi e testimonianze. Dell’ematite e della limonite del monte Penna si avvantaggiarono invece l’industria delle terre coloranti per l’edilizia e le botteghe ceramiche di Gualdo Tadino, che trovarono qui materiali idonei per creare splendidi colori e riflessi. Intorno al 1940, ripresi gli scavi in cerca di ferro, una galleria intercettò un gran pozzo naturale, ma solo nel 1976 per opera del nascente Gruppo Speleologico Gualdo Tadino questo fu disceso e esplorato.

La Cava del Ferro propriamente detta è una valletta risultante dai suddetti scavi ottocenteschi e contornata da cumuli di minerale estratto, al di sotto di una falesia ai bordi della pineta. La situazione attuale è caratterizzata da pietrami instabili e alberi che lentamente si riappropriano di quegli spazi, con ingressi alle gallerie spesso quasi cancellati da crolli e rovi. C’è una galleria d’ingresso, 645 UPG, orizzontale di m 12, in parte crollata, che permetteva lo scarico all’esterno dei materiali scavati nelle gallerie adiacenti. Altre sei gallerie (per uno sviluppo complessivo di un centinaio di metri) si aprono a diverse altezze nell’area, ma solo un paio sono visitabili in tutta sicurezza: la galleria 649 UPG, la più ampia con uno sviluppo di trentacinque metri, e la 648, di diciotto metri, aperta in parete sulla verticale della 649.
Nelle vicinanze, al disotto dei ruderi di una costruzione sicuramente usata dai minatori come deposito e rifugio, si apre una galleria ben più lunga, oltre cento metri, che porta alla Grotta della Miniera 106 UPG, ritrovata dal GSGT su indicazioni di Italo Scatena nel 1976 e riaperta. La storia dell’esplorazione della Grotta della Miniera prosegue fino ai nostri giorni e tuttora la grotta, con uno sviluppo totale di m 461 e un dislivello di m 66, nasconde con imponenti frane interne le prosecuzioni più importanti.

Tana del Rèolo e Antro di Brèus.
Oltrepassata la sorgente dei Renacci, in direzione della Cava del Ferro, giunti a quota m 900 s’incontra il primo canalone, affluente nord del Fosso Selva Grossa. Si prende per tracce sulla sinistra del canalone fino a quota m 980, dove s’incontra una breve galleria artificiale (probabile saggio di scavo realizzato nel 1857 dall’ing. Vescovali, per prospezioni minerarie). Si abbandona il canalone risalendo a sinistra fino ad incontrare, a quota m 1000, un evidente complesso carsico. In assenza di precedenti denominazioni conosciute, gli esploratori del GSGT, guidati lassù nel 1981 da Massimo Gaudenzi, chiamarono le cavità coi nomi di Rèolo e Breus: la prima (una galleria con ingresso stretto, che scende per poi diventare orizzontale e che si addentra nel calcare massiccio per una ventina di metri) tramanda nel nome un importante elemento dell’immaginario, radicato nella tradizione gualdese. il Rèolo. Il “Rèolo dei Seghettoni” è un animale fantastico, un rettile dalle dimensioni straordinarie di cui raccontavano paurosi incontri boscaioli e solitari uomini di montagna che si addentravano in impervi boschi del nostro Appennino. Al di là dell’orrore e del terrore, come in certi antichi miti, il serpente era però depositario di tesori favolosi e soprattutto della saggezza. La seconda e più ampia grotta deve il nome a Brèus, il cavalier de’ cavalieri, che torna nella casa natia da cui partì ragazzo e la trova in abbandono, “… c’era tant’erba, c’era tanta ortica.
Il rovo vi crescea come una siepe,
e la muraglia piena era di crepe.
L’edera aveva la muraglia invasa …”.
I versi di Giovanni Pascoli ben si accompagnano alla magia del posto.
Il crollo della volta di una notevole caverna ha formato l’aspetto attuale, diviso in due segmenti di cui quello più a monte è il più ampio e facilmente visitabile, è la parte più interna della caverna originaria. Attualmente appare come una dolina, uno sprofondamento ricco di muschio ed alberi, le pareti con evidenti forme carsiche, residui di condotte, corrosioni. Solo a monte si è mantenuta una parte sotterranea, un’ampia condotta che dopo quattordici metri sembra chiudere definitivamente.

Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, marzo 2019.

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