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A mio padre Ugo insignito dal Ministero della Difesa
del distintivo d'onore per i patrioti Volontari della Libertà
essendo stato deportato nei lager
e avendo rifiutato la liberazione per non servire
l'invasore tedesco e la repubblica sociale durante la resistenza
Ai miei figli Francesco, Roberta e Alessia perché non dimentichino
Presentazione
Da circa un decennio si è avviata una riflessione sulla valenza formativa della memoria, sia per costruire le singole personalità, sia per radicare una visione comune della dimensione nazionale ed europea; la memoria, insomma, è diventata una fonte per ricostruire la storia dei soggetti, la storia sociale, la storia delle guerre e della Resistenza. Non è un caso certamente che queste riflessioni sul rapporto tra memoria e storia siano state proposte, in modo incalzante, proprio all'indomani di eventi che hanno prodotto la disintegrazione delle appartenenze politiche, nel mezzo di un processo di frantumazione della coscienza collettiva che ha contribuito a veicolare una visione individualistica ed egoistica e ha prodotto il distacco delle singole esistenze dalla dimensione collettiva.
I giovani, oggi, sembrano non avere più strumenti per costruire memoria, sembrano non percepire la profondità del senso storico; tutte le indagini sui giovani giungono alla conclusione che i ragazzi sono ormai deprivati di memoria e non conoscono la storia. Inutile indagare sulle responsabilità, come appare una scorciatoia attribuire ai giovani, alla loro negligenza e indolenza, tutte le colpe. È invece il mondo degli adulti che non riesce più a trasmettere memoria; da tempo ormai il passaggio di memoria e di tradizioni tra le generazioni, il senso della storia, non è più presente: nessuno trasmette più storia o storie tra nonni-genitori-figli.
Nemmeno la scuola sembra oggi in grado di assolvere funzioni di una corretta educazione alla memoria; i giovani rivendicano l'autonomia della loro vita dalla storia, non provano curiosità per il passato storico, nemmeno per quello familiare, ma la scuola continua a non insegnare la storia recente. Anche dopo il decreto Berlinguer, che riservava all'ultimo anno delle superiori lo studio del Novecento, non sono mancate perplessità e discussioni, sull'insegnabilità della storia più recente; dibattiti che spesso si sono trasformati in polemica politica, che coinvolgendo l'esperienza di vita dei docenti, portando confusione tra storia e politica, hanno, di fatto, impaludato l'iniziativa e impedito che la storia a scuola diventasse uno strumento indispensabile per la formazione di una coscienza critica. Nemmeno l'istituzione della giornata della memoria dell'Olocausto (27gennaio), anniversario della liberazione di Auschwitz, sembra risolvere il problema della cancellazione di memoria, anzi rischia la celebrazione rituale, decontestualizzata dalla storia.
Il problema attuale è dunque quello di comprendere quale rilevanza deve avere la memoria nel campo della ricerca storica e della formazione del senso civile ed etico di una comunità. Nasce allora il problema delle fonti, della loro selezione, della scelta: tutto può, infatti, essere fonte di memoria (cinema, televisione, autobiografia), ma è possibile tuttavia individuare fonti specifiche della costruzione e trasmissione della memoria, fonti che possono riguardare la costruzione della memoria collettiva e della memoria autobiografica personale, del suo passaggio al ricordo, alla testimonianza.
Il volume di Mario Anderlini, Piazza Martiri della Libertà, senza la pretesa di essere una ricerca scientifica e quindi di collocarsi nell'ambito della storiografia ufficiale, riporta alla luce una serie di testimonianze e di ricordi che, facendo uscire dalla dimensione privata e dall'oblio vicende familiari e personali, diventano percorsi collettivi, memoria di una comunità. Pur senza un lavoro storiografico preparatorio, Anderlini riesce a cogliere la specificità, direi la dignità, delle fonti orali che restano per l'autore la via privilegiata per ricostruire la storia dell'individuo, della famiglia, la storia del lavoro, la storia della comunità locale, il luogo in cui la "piccola storia" spesso si incontra con la "grande storia".
Anderlini è convinto che lavorare sulle fonti orali comporta una sorta di violenza sul testimone; attraverso le domande si manifesta sempre un'interferenza tra intervistatore e intervistato, ma piuttosto che assumere un atteggiamento di distanza, l'unico che permetterebbe di esercitare una critica, egli tende a stabilire piuttosto una relazione, fondata sul rispetto del testimone, al quale lascia libertà e spontaneità espressiva. Giova ricordare che ogni racconto del passato, soprattutto quando affronta temi che hanno lacerato il tessuto delle comunità e diviso la memoria, è sempre frutto del presente in cui viene prodotto ed è questo presente a riaffiorare, a rendere pubblici aspetti prima dimenticati o taciuti oppure a sommergere nell'oblio altri non più avvallati.
La ricerca di Mario Anderlini si inquadra in un preciso contesto territoriale, attraverso essa l'autore affronta i problemi legati alle visioni del mondo locale di fronte alla Resistenza, nonché l'influenza delle tradizioni sulla memoria individuale; in ogni caso le biografie presentate in questo volume ci aiutano a ricostruire l'esperienza soggettiva della Resistenza, sollecitano domande sul passato, sul modo in cui è stato vissuto questo grande sconvolgimento, ma interrogano anche il presente, in particolare i giovani ai quali possono meglio consentire di percepire l'appartenenza a un processo storico, di sentirsi parte di una catena di eventi e processi.
Mario Tosti
Presidente ISUC
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Introduzione
Questo libro di testimonianze non ha la pretesa di dirimere alcunché del dibattito tra chi vorrebbe ridurre drasticamente i valori della Resistenza e coloro che ne fanno la base irrinunciabile della nostra democrazia.
Con queste brevi memorie individuali ho creduto di poter valorizzare e diffondere - a mia volta ponendomi da una parte delle due interpretazioni - il patrimonio di idee e di esperienze della Resistenza al fine di portare un piccolo contributo al prosieguo della crescita civile del Paese, all'educazione dei più giovani che, a tutt'oggi, non trovano una trattazione sufficientemente articolata circa la Resistenza nei loro libri di storia. Non è casuale il richiamo (30 ottobre 2003) del presidente Carlo Azeglio Ciampi a rimediare a questo colpevole vuoto di storia nei testi scolastici.
Questi racconti, le risposte alle domande poste ai miei interlocutori hanno invece la pretesa di essere un'ulteriore "vaccinazione" ad ogni possibile manifestarsi di nuove forme di autoritarismo. Penso dunque che per non consentire una emarginazione dell'esperienza partigiana vadano proposte anche modeste pillole di realtà storica da cui è nato e si è consolidato l'antifascismo.
Nei racconti, nelle testimonianze da me raccolte appare anche evidente in quale clima sia nata la collaborazione tra i partiti vissuta nella prima fase del dibattito costituente.
Nei miei interlocutori emerge inoltre chiara la spontaneità dell'antifascismo popolare sfociato anche nella lotta armata.
I nostri partigiani non appaiono astratti ed eroici combattenti della libertà, ma uomini che maturano la scelta della militanza antifascista portando le proprie aspettative e le proprie differenze culturali, politiche e di classe dentro le fila delle brigate partigiane.
È tutta gente in carne e ossa che ha come base il contatto con i partigiani, le popolazioni, i cittadini, tra comandi e comunità locali.
Certo, ciò che vi apprestate a leggere ha una valenza soprattutto locale, che non si discosta tuttavia da un sentire nazionale e che consente parallelismi, seppur nei limiti, con tutte le azioni partigiane del Nord dove il succedersi degli eventi (5 luglio 1944 liberazione di Gualdo Tadino; 25 aprile 1945 quella del Nord e, quindi, dell'intera Penisola) ha dato decisamente più valenza storica (senza dimenticare le Quattro giornate di Napoli) a quei fatti.
Alla fine, anche i nostri martiri hanno dato una dimensione militare alla Resistenza locale.
Ai lettori alcune precisazioni.
La scelta degli interlocutori non segue uno stretto criterio scientifico. È stata spesso una testimonianza a condurmi verso la successiva; e così quasi di seguito, almeno per ciò che concerne alcuni semplici cittadini non in armi.
Gli altri sono testimoni diretti di azioni partigiane e di eventi drammatici.
Per alcuni interlocutori, al fine di consentire una lettura più agevole, è stato necessario tradurre dal dialetto, dal linguaggio semplice della spontaneità, alla forma italiana.
Comunque, mai si tratta di manomissioni o personali interpretazioni.
Appartengono invece ad una mia scelta le omissioni di frasi su precisi personaggi e l'inserimento di omissis al posto di nomi ben precisi.
Per il resto mi auguro che questo mio lavoro, frutto di anni di ricerche, possa contribuire a inculcare nelle coscienze dei più giovani i valori della Resistenza, che ci ha consentito di giungere ad una repubblica democratica anche con il sangue dei nostri concittadini, dei nostri martiri.
L'autore
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LUIGI VINCIOTTI è nato il 12 luglio 1928. Aveva appena sedici anni quando la popolazione iniziò a ribellarsi all'occupazione nazifascista.
So che lei ebbe dei contatti con gli aderenti alle formazioni partigiane. Ciò nonostante la sua giovanissima età.
"Potei conoscere le varie azioni partigiane, potei partecipare anche a riunioni organizzative, tutto ciò avvenne in funzione di mio nonno Minnino , di cognome faceva Martini, che era un vecchio militante socialista.
Dopo la caduta del Fascismo, in luglio, e dopo l'armistizio dell'8 settembre 1944 si verificano due situazioni: da una parte c'era il Partito Fascista che cercava di realizzarsi attraverso la Repubblica di Salò, dall'altra si verificava un crescendo d'avversione al Regime che aveva condotto a quella guerra assurda, di conquista.
Ecco, quindi, che gli antifascisti uscirono allo scoperto, uscirono dalle case.
Alcuni di essi erano tornati dal confino e si cominciarono ad incontrare a casa di mio nonno, a Cerqueto.
È in quelle occasioni che ho potuto conoscere alcuni personaggi come Oreste Tomassini: un socialista anche lui che aveva dovuto emigrare in Lussemburgo per sottrarsi alle persecuzioni. Era uno dei maggiori frequentatori della casa di mio nonno. Insieme con altri passava intere notti a discutere sulle iniziative da prendere, sulle azioni, spesso di sabotaggio, da portare a termine. È in quelle riunioni che ho conosciuto anche Gino Scaramucci (che fu confinato nel 1941, è anche stato Presidente della Provincia di Perugia, nda)*, è dalle loro parole che ho cominciato a capire fino in fondo la brutalità del Fascismo.
Fu proprio in una riunione notturna che Scaramucci dovette prendere la decisione di darsi alla macchia per sfuggire ai rastrellamenti e ai conseguenti arresti. Lo fece insieme con altri antifascisti che poi andranno a formare i gruppi partigiani.
In Umbria, secondo una stima dello stesso Scaramucci, alla fine di gennaio del 1944 esistevano cinque bande, tre composte esclusivamente di comunisti e due miste. Gli effettivi di queste bande dislocate in varie località della provincia non superavano i 120 uomini ed erano munite di scarso armamento.
* Cominciano ad organizzarsi i primi nuclei di quella che sarebbe poi diventata la IV Brigata Garibaldi che avrebbe operato nell'Appennino folignate sotto la direzione di un ufficiale dell'esercito, Antero Cantarelli, e che ebbe come primo commissario politico Francesco Innamorati.
Lei era solo un uditore in queste riunioni ?
"Naturalmente. Non potevo certo prendere parte alle discussioni, ma quelle lunghe notti mi consentirono di comprendere a fondo la realtà delle cose. E' con loro che venne a maturarsi la mia coscienza di Libertà, attraverso loro compresi il valore reale della libertà rispetto ai motti e alla filosofia fascista. Quindi da ragazzo che passa le sue serate accanto al nonno divenni un collaboratore, per quello che la mia giovane età poteva consentire.
Spesso questa gente restava a dormire nei pressi della casa di mio nonno che badava a nasconderli e a chiamarli di mattino presto, quando ancora nessuna squadra tedesca era nei paraggi.
Ecco come sono potuto entrare all'interno dei problemi di quello specifico momento".
Chi altri ha potuto conoscere?
"In quei mesi conobbi Sandro Luani e un certo Vladimiro Rosavivo che partecipavano alle riunioni insieme a Scaramucci; più tardi anche Mario Fernando Rosi. Quest'ultimo operava con un gruppo partigiano di Gualdo, del Centro, dove c'erano anche Giovanni Pascucci, che venne arrestato la sera del 16 dicembre 1943 con Federico Cirelli e Mario Fernando Rosi; due notti dopo furono arrestati Raffaele Sergiacomi e Francesco Guerra: furono tutti trasferiti a Foligno. Tra essi figurava anche un certo Bruno Catalano, tesserato del Fascio Repubblicano e proveniente da Reggio Calabria: si suppone che quest'ultimo fosse una spia fascista. È quello il periodo in cui i partigiani si organizzarono in bande e i fascisti, insieme ai tedeschi, si organizzarono per scovarli e arrestarli".
Come avveniva, in realtà, questa ricerca ?
"Spesso, devo dirlo, altro non era che una sorta di spavalderia: i fascisti entravano nelle case e cominciavano ad affondare le baionette nei materassi, spostavano o rovesciavano qualche mobile. Insomma, più che altro cercavano di intimorire la gente, le famiglie".
Ha potuto conoscere l'episodio che portò alla fucilazione dei quattro martiri di Cerqueto ?
"Si, penso di conoscerlo e di ricordarlo molto bene.
Alcuni partigiani arrivarono al bivio della strada che da Cerqueto conduce verso Morano ed Assisi. C'era lì un casolare, casa Martone, dove si misero a ferrare i cavalli.
Ci fu un atto irresponsabile?
Si trattò di un atto voluto da uno di questi che poi vedemmo collaborare con i fascisti?
Le opinioni degli stessi cerquetani restarono sempre discordanti: la verità non fu mai possibile accertarla".
Come si originò l'episodio di cui tanto si discusse in paese e che dunque qualcuno ipotizza come una provocazione voluta da colui che, di fatto, sparò verso i tedeschi e che spesso, nei racconti, è citato come una spia?
"Sulla strada principale stavano arrivando due soldati tedeschi in motocicletta, venivano da Gualdo. Questo ragazzo, in un attimo, prese la decisione di sparare loro contro. Gli altri non fecero in tempo a fermarlo: "Che cosa fai! Non fare il matto...!" che i colpi erano già partiti dal suo moschetto. I due soldati non furono colpiti, ma si stesero a terra e cominciarono a sparare verso quei giovani radunati nel casolare".
I Quattro Martiri di Cerqueto sono la diretta conseguenza di quel rastrellamento ?
"La disgrazia vera fu che poco dietro i due motociclisti, a poche decine di metri, c'era una colonna d'autoblindo tedesca che era coperta, nel momento della decisione dello sparo, da un dosso. Fece quindi seguito una terribile sparatoria al termine della quale iniziò un rastrellamento per tutto il paese.
Presero molti cittadini, tra cui anche me.
Dunque decisero di fucilarne alcuni.
I partigiani che furono fatti prigionieri appartenevano tutti al Gruppo La Volante che dipendeva dalla Brigata Garibaldi di Foligno. Una Brigata caldeggiata da Scaramucci.
II giorno dopo la sparatoria e il rastrellamento fu ferito anche Mario Bellucci, fratello di Federico, uno degli arrestati. Fu colpito mentre stava tornando, di sera, verso casa. Fu colpito vigliaccamente in un'imboscata tesa dai tedeschi. La conseguenza di quel ferimento fu che Mario Bellucci ci rimise una gamba".
Mi ha detto che anche lei fu preso durante il rastrellamento. Che cosa successe subito dopo?
"Fummo subito allineati lungo un muro con la faccia rivolta verso lo stesso. Io ero vicino ad un anziano, forse settantenne, certo Giuseppe Scassellati, che era stato emigrato in Germania quale rifugiato politico.
Non fu breve il tempo in cui restammo in quella situazione d'estremo pericolo: aspettavamo davvero che la facessero finita ...
" Ci ammazzano - pensavo - Qui non ne usciamo più fuori ".
Esternai la mia preoccupazione anche all'anziano che era vicino a me.
E lui: "Stai tranquillo che non ci ammazzano".
Lui capiva il dialogo che c'era tra i soldati tedeschi, appunto perché aveva vissuto in Germania.
Nel frattempo era arrivata una camionetta del Comando tedesco. Parlando con gli altri soldati aveva sentito che dicevano: " Ma non saranno mica tutti colpevoli! Non possiamo fucilarli tutti. Adesso facciamo un interrogatorio sommario e cerchiamo di trattenere qui qualcuno ".
Presero quindi la decisione di trasferirci presso l'Istituto salesiano. Anche lì ci schierarono contro il muro.
" Allora - chiesi allo Scassellati - non è vero che c'interrogano ... ".
Anche lui non sapeva più cosa dire, non riusciva più a rassicurarmi. Ma da lì ci prelevarono di nuovo e ci trasferirono al carcere".
Al carcere detto Rocca Flea o nelle celle della Caserma dei Carabinieri?
"Alla Rocca. Ma forse qualcuno, non ne sono più sicuro, fu condotto nelle celle della Caserma. Ricordo invece con precisione che ci diedero botte a non finire".
Perché la picchiarono?
"Io presi botte solo perché mi ero girato. Insomma, invece di restare fisso con lo sguardo verso il muro avevo guardato verso i miei carcerieri".
Ma poi v'interrogarono o no?
"Si, lo fecero verso le tre della notte. Dopo l'interrogatorio ci divisero in due gruppi. Rivolgendosi verso il gruppo dove non ero io i tedeschi dissero: " Voi sarete fucilati perché ...", e giù una sequela dì argomentazione legate soprattutto al fatto che costoro si opponevano, non importava come, al regime fascista".
Che cosa fecero invece di voi, diciamo, "graziati"?
"Ci dissero che ci avrebbero portato nelle trincee, in Prima linea dove non avremmo avuto occasione di comportarci male ".
Chi erano i più severi con voi: i tedeschi o i fascisti. Insomma, chi temevate di più?
"I tedeschi erano quelli che, di fatto, prendevano le decisioni; i fascisti, invece, erano un po' più cattivelli, più spacconcelli, si sentivano forti ed erano quelli che cercavano di intimorirci. Per esempio, rivolti verso Gusmano Filoni, il carabiniere della Stazione di Gualdo, nativo (17 marzo 1922, nda) di Maresca, in provincia di Pistoia, gli dicevano: " Domani ti riempiremo il petto di piombo, vedrai quale finaccia ti faremo fare ".
Purtroppo, per portare a compimento il loro disegno, non aspettarono neanche il giorno dopo: li condussero a Cerqueto e li fucilarono.
Era il 24 aprile del 1944.
Così caddero sotto il piombo promesso: Gino Caporali (nato a Gualdo Tadino il 12 giugno 1911), Luigi Anderlini (nato a Gualdo 1'11 maggio 1916), Federico Bellucci (nato a Fossato di Vico il 21 marzo 1920), Oreste Mosca (di Ancona) e Gusmano Filoni (nato a Moresca -PT- il 17 marzo 1922)".
Come andò a finire per voi?
"Non ci inviarono al Fronte. Ci trasferirono al carcere di Perugia senza farci particolari richieste. Questo fino alla rottura delle linee di Cassino. Dopodiché ci lasciarono liberi, e così rientrammo a Gualdo: chi a piedi, chi con mezzi dì fortuna.
Solo di Cerqueto eravamo una ventina: tutti presi nel rastrellamento conseguente alla bravata dì quel giovane che sparò ai due soldati tedeschi in motocicletta.
Certo, ancora oggi è difficile stabilire se costui fosse stato un collaboratore o meno: dì sicuro non era delle nostre idee".
Ricorda o sa da dove erano arrivati quei giovani con i cavalli?
"Erano arrivati da Schifanoia, E, ripeto, mettersi lì, vicino alla strada, a ferrare i loro cavalli sembrò a tutti un atto di spavalderia; poi quella decisione di sparare ai due soldati tedeschi..,
Le conseguenze di quell'atto furono, come le ho raccontato, terribili: vite spezzate, famiglie distrutte, giovani imprigionali".
Prese mai parte ad operazioni di appoggio ai partigiani del Gruppo di Azione Antifascista di Gualdo?
"Si, anche se solo in parte.
Una sera ci riunirono in un casolare, c'era anche Scaramucci. Ci dissero che bisognava portare rifornimenti ai partigiani che erano sulla montagna, a Valsorda. Ricordo che era una rigidissima giornata d'inverno nel corso della quale cominciò a cadere anche la neve. Preparammo le vettovaglie da portare su in montagna e le caricammo su due carri, quelli che si era soliti attaccare ai buoi. Ricordo che per non fare rumore dentro il paese questi carri li trasferimmo fuori sollevandoli, di peso, dal terreno. Poi furono i più grandi a mettere tutto negli zaini e avviarsi su per la montagna.
So che ci arrivarono con molta difficoltà poiché il tempo peggiorò ulteriormente e sulla Valsorda furono letteralmente avvolti da una tempesta di neve.
Era tutto una gran fatica, ma lo facevamo con grande entusiasmo perché il fine che ci prefiggevamo era troppo importante: era quello del riscatto della libertà per tutti":
Come guardavate, come vi comportavate con quelli che erano rimasti fascisti, con coloro che, magari vostri amici, collaboravano con i tedeschi?
"Le sembrerà strano ma li rispettavamo. Più che altro comprendevamo anche le loro ragioni che erano supportate, anche quelle, da ideali. Il muro contro muro non serviva a niente: importante era capire le rispettive ragioni. Soprattutto bisogna capire che molti di questi giovani erano vittime, diciamo, della propaganda fascista: soprattutto dopo l'istituzione della Repubblica di Salò c'erano continue presenze, a Gualdo, di propagandisti che arrivavano da Perugia. Ciò creò un solco tra i giovanissimi e i giovani e gli anziani: i più indifesi si fecero convincere; gli altri pensarono ad organizzarsi per un'azione opposta.
Ma poi furono gli atti di crudeltà a fare la differenza. Fu il sangue dei martiri a far aprire gli occhi a molti di quei giovani fascisti.
" No - dicevano - non è questo il Fascismo ".
E abbandonavano il loro credo".
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Lapide posta a Cerqueto sul luogo dove fu giustiziato il 22/06/1944 Giovanni Troiani |
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Lapide posta nei pressi di Cerqueto sul luogo dove furono giustiziati il 31/05/1944 Sandro Luani e Vladimiro Rosavivo |
Quanti saranno stati questi cosiddetti "fanatici" del regime?
"Non erano poi tanti, ma avevano la consapevolezza di essere supportati dai tedeschi. Questo li faceva sentire dieci volte più potenti. Insomma, pensavano dì potersi permettere qualsiasi azione".
Cosa seppe lei della fucilazione, in piazza Vittorio Emanuele II dei quattro giovani partigiani; come recepiste la notizia a Cerqueto?
"Sapemmo subito di quella esecuzione.
Certo, bisogna un po' rapportarsi al tempo in cui si verificarono quei fatti. Le notizie viaggiavano con difficoltà poiché i mezzi di comunicazione erano molto limitati: la maggior parte dei cittadini si spostava a piedi.
I segnali di quello che avveniva derivavano spesso dal suono del Campanone della torre civica. Oppure, per conoscere di certi fatti, bisognava andare in Piazza che era un po' il fulcro di tutte le notizie. Ma una notizia tanto brutta quanto quella della fucilazione del'1 luglio si seppe in un baleno.
Solo due giorni dopo arrivai anch'io in Piazza a verificare gli effetti di quell'esecuzione barbara. Si raccontava soprattutto dì come avevano reagito quei poveretti negli attimi immediatamente precedenti le raffiche di mitra: morirono tutti, se mi è consentito dirlo, con dignità".
Allo stesso modo veniste a conoscenza della prima esecuzione: quella di Otello Sordi?
"Più o meno si. Si disse che nessuno immaginava che lo avrebbero ammazzato.
Più che altro si pensò ad un gesto, l'arresto, d'intimidazione verso gli altri partigiani.
Anche quando lo condussero dietro l'Ospedale per ucciderlo quelli che videro tutto di quel trasferimento pensarono anch'essi che volessero spaventarlo per costringerlo a parlare dei suoi compagni. Invece lo uccisero... e quello fu il primo atto che convinse la maggior parte dei cittadini che bisognava combattere decisamente quella canaglia nazifascista".
In che maniera ricorda il giorno della Liberazione di Gualdo?
"Prima degli Alleati furono i partigiani ad arrivare a Gualdo ad annunciare la cacciata dei tedeschi, a dire che stavano arrivando le Alleate.
Io i primi Alleati li vidi il 5 o il 6 di luglio, erano Inglesi e Sudafricani. Li vidi a Pastina che provenivano da Assisi che comunque non proseguirono per Gualdo. Sapevano che a Monte Camera c'era un avamposto tedesco e si organizzarono, anche raccogliendo informazioni tra la popolazione, per andarli a scovare: ci fu una sparatoria con i soldati tedeschi che, comunque, furono presto sopraffatti.
Altre jeep arrivarono da Nocera Umbra.
Gualdo fu liberata il 5 luglio.
Nello stesso giorno il CLN locale prese le redini della città fino a che non arrivarono le gerarchie dell'esercito alleato che nominarono un Governatore alla guida della città: una situazione che si protrasse per alcuni mesi; gli stessi partigiani proseguirono a presidiare la città verso nord per diverso tempo.
Si ricostituirono quindi i Partiti".
Ha più rivisto colui che provocò quella scintilla che diede origine alla rappresaglia di Cerqueto?
"Si. l'ho rivisto alla fine di tutto. Ho parlato molto con lui per riuscire a comprendere se fosse stato o no una spia dei fascisti.
Lui mi rispose secco: " Senti, lo sapevo io quello che facevi tu all'interno dell'organizzazione partigiana, quale era il ruolo di tuo nonno? Si tutto. Vi ho mai denunciato ?"
" In più - mi disse - lo sai che Vincenzo Bazzucchi ( un anziano che era stato selezionato tra i cerquetani alcuni dei quali furono poi fucilati, nda) , l'ho salvato io ?".
Una sorta di confidenza che ha voluto farmi dopo la fine di tutto per poter accrescere ancora la sua posizione di onesto.
Comunque il suo nome finì tra quelli che subirono un processo dopo la fine dell'occupazione. Io fui citato come testimone a sua discolpa, ma non ci fu bisogno di chiamarmi: fu in ogni caso assolto, anche se quel dubbio non è stato mai stato dissolto da nessuno di noi".
Lei, Vinciotti, era appena ragazzo. Trovarsi nel bel mezzo di una guerra deve essere stata molto dura per quelli della sua generazione. A distanza di tanto tempo qual erano le cose che pensa potessero mancarle di più in quegli anni?
"A ripensarci si può dire che praticamente non avevamo niente. In quegli anni di guerra, poi, mancava proprio tutto. Pensi che molte madri erano costrette a tagliare i lenzuoli per fare pantaloni ai propri figli: era un inferno.
Giunsero veramente i giorni che non ne poteva più nessuno, spesso la depressione ci faceva rinunciare a tutto, forse anche alla sopravvivenza".
Cosa le viene in mente quando ripensa ai bombardamenti?
"Era terrorizzante sentire quei boati. Ricordo che un giorno di primavera del '44 bombardarono verso la Stazione ferroviaria".
Chi era che sganciava le bombe?
"Gli Inglesi. Lo facevano per una sorta di sondaggio: così si diceva nei comunicati che ricevevamo.
Una bomba cadde anche a Grello e nella mia Cerqueto dove delle persone furono ferite. Una di queste, Rina Bazzucchi, di poco più grande di me, la soccorsi proprio io e la portai a casa. Furono feriti anche sua madre e suo fratello Vincenzo.
Contemporaneamente arrivarono i soldati tedeschi e alcuni fascisti che sì misero ad occupare delle case di Palazzo Ceccoli e di Cerqueto".
Cacciarono i legittimi proprietari?
"Per la verità i proprietari erano scapparti per scampare al bombardamento e per nascondersi dalla luce dei bengala che illuminarono a giorno tutto il paese.
Ecco, l'ultima cosa rimasta un po' per tutti era la casa. Ma, per alcuni, venne a mancare anche quell'ultimo motivo per restare attaccati a qualcosa. E anche quel poco di riserve di cibo che avevano le portarono via gli occupanti.
Pensi che alcuni, di nascosto, andarono a rubare qualche pollo o lo stesso maiale nelle proprie stalle. Rubavano ai tedeschi che si erano impossessati della loro casa e dei loro beni.
Ma tutti avevano qualcosa da mettere sotto i denti poiché la solidarietà era immensa, era senza limiti. E tutto ciò unì la popolazione tanto che ad un certo punto la rivolta contro i tedeschi e i fascisti era diventata di popolo: era un popolo intero che si ribellava".
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Palazzo Municipale, dopo la Liberazione sede del Comando alleato (foto dell'epoca) |
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Macerie del "Ponte novo" fatto saltare dai tedeschi prima della ritirata |
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VIRGILIO PAFFI è nato il 29 marzo 1929 . E' stato uno dei testimoni oculari della fucilazione in piazza Vittorio Emanuele II. Aveva appena 15 anni quando fu costretto ad assistere alla barbarie perpetrata dai nazifascisti.
Ricorda ancora bene quel difficile giorno?
"Purtroppo si tratta di una brutta scena di un film che ho visto e rivisto per tutto il corso della mia vita".
So che lei venne condotto in piazza Vittorio Emanuele II quel 1° luglio 1944. Mi parli di quell'episodio.
"Abitavo in vicolo Clio insieme ai miei genitori e a mio fratello. Ricordo benissimo i soldati tedeschi che bussavano a tutte le case e ci tiravano fuori di forza.
Urlavano: "Fuori fuori, tutti in Piazza!".
Pensai che era la fine, che volevano ammazzarci tutti quanti poiché sentii bene anche la parola " kaputt " ripetuta più volte".
Quanti erano quei soldati?
"Mi pare che fossero in parecchi, bussavano dappertutto con il calcio dei mitra".
Una volta in Piazza vi indicarono loro la posizione dove mettervi?
"No, io e i miei genitori eravamo poco più avanti di metà piazza rispetto alla parete di San Francesco dove i quattro che volevano fucilare erano già disposti in fila. Erano poco distanti dal muro con la faccia rivolta verso la gente. Mi sembra che Peppino (Giuseppe Iacopetti, nda) fosse vicino al chiosco dei giornali *. Degli altri tre non mi ricordo la precisa posizione, ma Travaglia era al centro e tra Busetto e Anastasi. Non ricordo con precisione chi fosse al lato".
* La posizione dello Iacopetti differisce rispetto ad altre testimonianze. Ma la drammaticità del momento può benissimo aver generato qualche opacità nei ricordi.
Cosa pensavate in quei momenti?
"Certo io ero un ragazzino, non è che percepissi bene quanto stava per succedere, anche perché ricordo che i miei genitori dissero che con molta probabilità ci volevano ammazzare tutti. Insomma, pensarono davvero che fosse finita".
Ricorda come erano sistemati i giustizieri ?
"Erano messi come il tipico plotone di esecuzione: davanti ai quattro".
E quanti erano a sparare?
"Erano in quattro e mi sembra imbracciassero il fucile. Altri soldati tedeschi erano sistemati a tutte le entrate della Piazza.
Ma non passò molto tempo tra il nostro arrivo e l'esecuzione.
Un atto terribile, soprattutto per me che ero troppo giovane per subire una scena tanto forte.
Dopo l'esecuzione calò un gran silenzio, nessuno fiatava. Poi piano piano tornammo alle nostre case.
Il giorno dopo assistetti al mesto atto del prelievo dei quattro cadaveri. Li avevano lasciati lì per tutta la notte non consentendo a nessuno di avvicinarsi Li caricarono su un carro di Odolino Bucari".
Dopo tre giorni arrivarono gli Alleati. Riuscì a vivere la gioia di quelle liberazione?
"Ero in Piazza quando arrivarono le jeep con i soldati Americani. Provenivano dal Piazzale (oggi Giardini pubblici).
Arrivati in Piazza alcuni salirono sul balcone del Municipio e vi legarono una grossa bandiera americana. Mio fratello Floriano arrivò con la macchina dell' ingegneretto (Nello Barberini), con sopra anche lui la bandiera americana.
La Piazza era stracolma, ci fu una gran festa".
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ANGELO FAZI è nato il 9 novembre 1921. Ha partecipato a importanti vicende che hanno sconvolto la storia d'Italia: dall'entrata in guerra, il 10 giugno 1940, al giorno della liberazione dell'intero Paese, al passaggio dalla dittatura fascista alla democrazia.
Si definisce un "volontario per legge" perché qualcun altro, per suo conto, decise che si sarebbe arruolato ...come volontario per "decidere i destini del Paese".
La sua testimonianza da un lato ricalca quella dei giovani gualdesi chiamati a "far la guerra"; da un altro lato va fuori dagli schemi allorché Angelo Fazi si trovò tra i soldati, lui ufficiale, che avrebbero dovuto contrastare lo sbarco in Sicilia degli Alleati.
Che cosa prova quando le viene chiesto di ricordare la sua esperienza in un momento in cui moltissimi giovani erano pervasi dall'indottrinamento fascista ?
"Vede, la mia esperienza è comune a tutta la generazione di giovani dell'epoca, una generazione cresciuta e indottrinata nella ideologia fascista fino al ventesimo anno di età allorché, insieme a tanti altri coetanei, fui chiamato obbligatoriamente, quale iscritto al primo anno di Giurisprudenza, a frequentare il corso di allievo ufficiale di complemento (1940-41).
È superfluo ricordare che nelle dittature, specialmente ai tempi della mia giovinezza, era difficile, se non addirittura rischioso, attingere ad altre fonti di cultura e di formazione che non fossero quelle imposte dal regime. In sostanza vigeva un unico dettato pedagogico: l'autarchia, fonte di miseria, mancanza di scambi di varia natura, preparazione psicologica alla supremazia e quindi alle avventure militari, all'esaltazione e discriminazione delle etnie. Questa distorta formazione è stata, fortunatamente per tutti i giovani gualdesi, corretta dai valori morali e religiosi che ci venivano trasmessi dai padri salesiani verso i quali la stragrande maggioranza faceva riferimento".
Lei fu anche studente presso l'Opera salesiana gualdese.
"Ho studiato nella scuola salesiana fino al Ginnasio. Uscito dal Ginnasio salesiano debbo al sacrificio dei miei genitori l'accesso al prestigioso Liceo classico "Torquato Tasso" della Roma imperiale, un liceo che allora ospitava i figli dell'elite della Capitale. Tra i tanti compagni di liceo c'erano i figli di Mussolini, Bruno e Vittorio; mio compagno di corso fu invece l'attore Vittorio Gassman".
Quindi ebbe anche l'occasione di partecipare alle adunate capitoline previste dal regime?
"Certo, adunate oceaniche di studenti, ministeriali e di gente tirata fuori dai vari posti di lavoro per ascoltare la parola del Duce, a piazza Venezia. Erano una costante in quegli anni. Le sfilate, i cortei, gli incolonnamenti, le manifestazioni, più o meno spontanee, sono ancora vive nella mia memoria anche se riferite ormai a sessanta anni fa.
Ricordo bene anche le adunate per assistere alle visite di statisti e personaggi stranieri: quella di Chamberlain, in particolare. Uno statista inglese che operava per evitare ed allontanare le ombre minacciose della vicina tempesta che si profilavano all'orizzonte.
In particolare ricordo la spettacolare visita del Furher Adolf Hitler: un passaggio fra due file di popolo festante ed osannante,".
Ricordi molto chiari, mi sembra.
"Ricordi sempre chiarissimi nella mia mente. Fatti che ho avuto occasione di raccontare a poche persone. Tutta gente, comunque, che mi ha chiesto perché non ponevo mano a scrivere le mie memorie di guerra allo scopo di trasmettere ai posteri, soprattutto alle giovani generazioni, le eccezionali esperienze da me vissute insieme a tanti altri genitori e nonni di oggi. La mia decisione di rispondere alle sue domande trae anche motivo dalle continue sollecitazioni della mia indimenticabile moglie Vera.
Ecco quindi che sono qui a raccontare la mia vicenda bellica a chi potrà trarne insegnamenti utili ad aborrire qualsiasi dittatura".
Come ebbe inizio la sua carriera militare?
"Con il grado di sergente fui assegnato alla Divisione di Fanteria "Torino". Come tale feci parte del convoglio destinato a rinforzare i reparti dislocati sul fronte russo.
Un provvidenziale contrordine bloccò in extremis la partenza del convoglio che si era già formato alla stazione di Roma Trastevere. Senza quest'ultimo evento difficilmente sarei oggi qui a raccontare questa storia.
Fui quindi ammesso al corso per Allievi Ufficiali di complemento, con anzianità 16 marzo 1942; ebbi la nomina di Sottotenente ed assegnato alla Divisione "Livorno".
In questo periodo le esercitazioni militari subirono un notevole inasprimento a causa dei rovesci subiti dal nostro esercito nella avventurosa guerra nei Balcani (ricordo la minacciosa frase del Duce: Spezzeremo le reni alla Grecia). In conseguenza di ciò ci sottoposero a massacranti marce di circa 45 chilometri con cadenza settimanale.
Al corso per ufficiali ricordo un giro dell'Umbria a marce forzate, in cinque giorni, di circa 150 chilometri (Spoleto, Foligno, Montefalco, Todi, Terni, Spoleto), con il relativo materiale di equipaggiamento sulle spalle.
Con la divisione "Livorno" da truppe di fanteria ci trasformarono in fanti da sbarco , una sottospecie di marines americani con addestramento in mare e sulle scogliere nei pressi di Livorno.
Si trattava di operazioni preparatorie al fantomatico e programmato sbarco sull'isola di Malta che negli intenti degli strateghi avrebbe dovuto dare un ausilio determinante alle forze dell'Asse Roma-Berlino che operavano nel Nord-Africa sul fronte di El Alamein, per la conseguente e decisiva avanzata fino al Nilo. Strategicamente sarebbe stata un'operazione tardiva, inutile e tragica.
Per puro amore di Patria non le starò ad evidenziare nei particolari con quali mezzi ci preparavamo per conquistare la ormai inaccessibile ed ultra fortificata isola. Ricordo solo che le esercitazioni consistevano nell'avvicinamento alla costa con rudimentali e piccole barche di pescatori, non da altura, e la successiva arrampicata sulle scogliere con altrettanto rudimentali scale.
Abbandonata forzatamente l'avventura di Malta a seguito della caduta del fronte di El Alamein, che determinò una svolta strategica sull'esito della sciagurata guerra, allorché cominciarono a profilarsi i sintomi della susseguente disfatta, si evidenziò per forza di cose il nuovo obiettivo della difesa del territorio nazionale.
In tale clima e circostanze ebbi occasione di essere avvicinato, nei pressi del porto di Livorno, durante una esercitazione, dal Principe Umberto che mi chiese dello stato del nostro morale, mio e dei soldati. Ricordo che non manifestai falso ottimismo o elevato stato psicologico.
Siamo a questo punto arrivati alla svolta delle operazioni in Sicilia nel periodo che va dal dicembre 1942 al luglio 1943.
Abbandonati, come dicevo, dai nostri strateghi i propositi offensivi, tutto era volto ormai ad un tentativo estremo di difesa del nostro territorio nazionale.
Da fanti da sbarco ci trasformarono nei piani in massa da manovra, che doveva intervenire tatticamente a saldare eventuali fratture nella fatiscente difesa costiera; in sostanza un palliativo di rinforzo ad un traballante e malfermo paziente (i cosiddetti soldati della territoriale , gente anziana e reduce da altre non certo esaltanti esperienze militari)".
In pratica vi stavano predisponendo per contrastare lo sbarco degli Alleati in Sicilia?
"Eravamo proprio chiamati a respingere in mare un nemico che disponeva di ingenti forze di terra, mare ed aria; che stava impegnando mezzi umani e materiali mai visti nella storia.
Le immagini di tali eventi, vedi anche una recente ricostruzione cinematografica del D-Day dello sbarco alleato nel Nord della Francia, danno chiara idea del potenziale bellico che avremmo dovuto affrontare e respingere noi fanti dotati solo di armi leggere e senza l'ausilio di adeguate forze corrazzate e blindate e di aerei bombardieri o da caccia".
Insomma, voi, quasi inermi, eravate lì ad attendere lo "storico evento"?
"Certo, e in attesa che tutto ciò si consumasse passammo i nostri giorni all'interno dell'isola accampati prima a Caltanissetta e successivamente Canicattì e Mazzarino.
Qui va ricordata una delle poche note liete della nostra breve permanenza siciliana. La cordiale accoglienza, a
Caltanissetta, di giovani ragazze appartenenti ad una nobile élite vicine alla real casa, che accolsero noi, giovani ufficiali appena ventenni, volentieri nelle loro dimore.
Ma l'episodio rosa fu solo una fugace meteora.
Per tutto il mese di giugno del 1943 e la prima decade di luglio assistemmo a continui bombardamenti aerei, al passaggio di sciami interminabili di Liberators , le cosiddette Fortezze volanti che scaricavano sull'isola e sul continente i loro micidiali carichi.
Proprio in quei giorni, di ritorno da una brevissima licenza a Gualdo; subii, sullo stretto di Messina, accovacciato sotto una banchina, un terrificante bombardamento aereo.
Era il preludio di quello che a breve mi sarebbe capitato.
Prima dello sbarco fummo anche allertati per la presenza di forze nemiche paracadutate pure nelle nostre vicinanze".
Ma ben presto arrivò anche il vostro D-Day ?
"Lo sbarco avvenne il 10 Luglio 1943.
Quel giorno la nostra massa di manovra con le nostre esili carrette fu trasferita dalla ultima base di Mazzarino verso la piana di Gela nel vano tentativo di ributtare a mare le forze americane sbarcate da migliaia di mezzi anfibi e ormai in possesso della città e di tutte le alture da cui si domina la sottostante piana.
Durante il trasferimento fummo bersagliati dai formidabili e spettacolari cacciabombardieri Lightning che con voli radenti sopra le nostre teste avevano facile gioco a bersagliarci con le loro mitraglie.
In senso contrario alla nostra direzione, sulla stessa strada, incontravamo gruppi di militari in fuga dalla fragile difesa costiera i quali ci commiseravano per la sorte che ci attendeva dicendoci che saremmo andati incontro ad un vero massacro: avevano visto con i loro occhi il poderoso schieramento di navi, aerei, mezzi da sbarco e i giganteschi carri armati che ci avrebbero accolto.
La sera del 10 luglio ci attestammo sulle colline di fronte alla piana di Gela, a pochissimi chilometri dalla costa e quindi dalla formidabile fascia corazzata nemica. Ci coricammo per terra in attesa dell'alba per trascorrere quella che verosimilmente poteva essere l'ultima nostra notte. Per dormire, però, avremmo avuto bisogno di una notevole dose di sonnifero.
Gli Americani ci risparmiarono rinunciando ad un facile tiro al bersaglio forse per favorire una nostra probabile ritirata resa possibile dal favore dalle tenebre".
E voi?
"Non lo facemmo e non ci furono defezioni. All'alba iniziammo quella marcia d'avvicinamento alla testa di sbarco: la più assurda delle tante avventure di questa sciagurata guerra. Quella nostra era un'operazione che avrebbe avuto un senso se fosse stata accompagnata dal simultaneo intervento di forze aeree è corazzate italiane e tedesche...
E c'è da aggiungere che a puro titolo d'incoraggiamento avevano maldestramente diffuso la voce che avrebbe operato al nostro fianco la famosa divisione corazzata tedesca Goering (Hermann).
Una balla!
Avanzammo con armi leggere come se si fosse andati ad una battuta di caccia alla lepre; personalmente avevo un moschetto ed una pistola Beretta.
E dire che la propaganda di allora ci aveva assicurato che la Sicilia era una fortezza inespugnabile e che il bagnasciuga sarebbe stato il calvario dei malcapitati Yankee .
Gli Americani ci fecero avanzare all'inizio senza colpirci frontalmente, solo alle nostre spalle fummo "deliziati" da possenti bordate dell' U.S. Navy , appostata in mare a pochi chilometri da Gela. Furono gravemente colpite le nostre retrovie.
In una di queste bordate perse la vita il nostro concittadino, ufficiale medico, Armando Ercoli, originario di San Pellegrino, che era intento ad assistere i feriti sotto un ponte, alle nostre spalle.
All'improvviso la nostra avanzata fu interrotta da un fuoco terrificante dei cannoni, mortai e mitragliatrici, appostate sulle alture di Gela, e dal lancio di proiettili a effetto dirompente e devastante.
Una massa di fuoco cadde sulle nostre teste con conseguenze immaginabili. Due o tre volte azzardai degli spostamenti alla ricerca di un posto più sicuro o di qualche, provvidenziale buca sul terreno, pressoché piatto, in mezzo alle grida dei soldati che intorno a me erano stati colpiti".
Si trattò di una carneficina!
"Non conosco il numero preciso delle vittime e dei feriti; in parte lo potei desumere dal racconto dei sopravvissuti che incontrai nei successivi spostamenti da War Prisoner in Africa ed in Francia. Certamente si parlò di gravi perdite".
In pratica lei si trovò ad essere testimone dello sbarco degli Alleati in Sicilia. Accoglieste, in sostanza inermi, coloro che arrivavano per liberare l'Italia.
Che cosa pensò in quei tragici momenti? A chi raccomandò, se lo fece, la sua sopravvivenza?
"In quella circostanza il mio pensiero e la mia speranza di sopravvivenza furono rivolti in Alto. Del resto in tale frangente che cosa ti resta da fare? Da credente il mio anelito fu rivolto a quei punti di riferimento che credo mi abbiano sempre aiutato nei momenti difficili della vita, in particolare chiesi l'aiuto di Maria Ausiliatrice, Don Bosco e del nostro Beato Angelo, dai quali ho sempre attinto luce di speranza e d'ottimismo.
Tutto ciò poiché, voglio ribadirlo, prima di accedere al Liceo Tasso di Roma sono stato allievo dei benemeriti Padri salesiani che a Gualdo Tadino tanto bene hanno profuso per i giovani.
Tornando alla battaglia di Gela dopo aver ancora sottolineato l'assenza di un benché minimo aiuto di altre forze amiche terrestri o aeree, gli Americani, resisi conto della nostra debolezza, e penso per salvare altre vite, inviarono in avanscoperta mezzi blindati anche nell'intento di saggiare ulteriormente le nostre possibilità offensive".
Ripiegaste quindi in una sorta di resa?
"Non saprei dirle se la nostra situazione si tradusse in resa. Ma a questo punto voglio lasciare ad altri il giudizio sul nostro operato, e specificatamente sul nostro mancato suicidio per non esserci gettati stoicamente a sbattere le nostre teste contro le lamiere dei mezzi corazzati.
Credo che le gesta eroiche possano avere un senso se avvengono in un contesto di equilibrio, o perlomeno supportate da un minimo di prospettive di un favorevole esito. Il resto è pura retorica".
Poi cosa accadde ?
"Le camionette americane in avanscoperta iniziarono a raccogliere ed inquadrare i sopravvissuti, che incontravano a mani alzate, avviandoli verso il porto di Gela. Alcuni, mi parve, si finsero morti e rimasero a terra e, approfittando delle tenebre ormai prossime, raggiunsero le retrovie andando ad ingrossare le file degli sbandati, tipiche di una guerra disastrosa".
Cosa le rimase dentro di quella data ?
"Il trauma tremendo vissuto in quel fatidico 11 luglio 1943, all'età di 22 anni, ha determinato una svolta nella mia vita, nella mia costituzione morale, culturale e psichica. Metterei insieme, a lettere cubitali: delusione, crollo di miti e di certezze, di solidi principi e valori dottrinali ed ideologici".
Per lei tutto finisce a Gela? O da Gela prende il via una sua seconda avventura di guerra?
"A Gela iniziò il secondo tempo della mia indimenticabile avventura
Voglio comunque dirle che in qualche ritaglio di tempo, specialmente durante la sosta nei vari campi di Tunisia, ad Algeri e in Marocco, avevo messo mano a qualche traccia di annotazione a mo' di diario. La successione dinamica degli eventi mi ha impedito di dare corpo ad un testo del genere, e ciò con qualche ombra di rimpianto.
Ritornando alla narrazione dei fatti, ricordo che il trasferimento dalle vicinanze di Gela al primo punto di raccolta avvenne a piedi, attraverso la periferia e le vie della città".
Che ricordo ha della gente che vi vedeva passare ?
"Dell'impatto con la gente non ho un buon ricordo.
Si profilò verso di noi una certa ostilità contrapposta a manifestazioni di simpatia ed amicizia verso gli Americani: una dura umiliazione.
Stando in pratica ormai con gli Alleati percepii voci di avvenuti approcci, frutto di una capillare preparazione allo sbarco alleato nell'Isola, con i cosiddetti uomini d'onore di Sicilia e gli Italoamericani in America. Un piano che si sarebbe attuato anche con il lancio di paracadutisti di cui ho già fatto cenno. Questione di mezzi a disposizione e di accorto e saggio operare.
Alla fine dell'ingloriosa marcia ci sistemarono in un accantonamento all'aria aperta, in un cortile in prossimità della spiaggia, mi parve vicino al porto.
A noi Ufficiali, quindi, ci sottoposero ad un sommario interrogatorio. Non ricordo le domande precise, mi sembra che cercassero di sapere se eravamo al corrente di particolari piani tattici. Ricordo fra l'altro che gli uomini della scorta ci rapinarono degli orologi, l'unico bene rimasto addosso oltre alla divisa.
Ricordo anche bene che durante la notte ci fu un incursione degli Stukas tedeschi: operazione tardiva e priva di effetti. Del resto non sarebbe stato difficile colpire qualche Liberty ship o qualche mezzo anfibio da sbarco americano: il mare ne era pieno. Sopra le nostre teste, a brevissima distanza, era posizionata una formidabile postazione aerea americana che intervenne immediatamente provocando una situazione infernale. " Stai a vedere - ci dicemmo, confortati da un cappellano militare che ci era capitato vicino - che a questo punto, dopo aver evitato tanti proiettili e schegge che ci sono caduti vicino, ci tocca saltare per aria ad opera degli aerei tedeschi !"
Anche questo episodio dalle tinte infernali ebbe fine dopo circa mezz'ora.
Il giorno dopo c'imbarcarono sulle navi all'ancora; ricordo che il tratto di mare dalla spiaggia alla nave stessa lo percorremmo a piedi con indosso i soli vestiti che ci erano rimasti. Salimmo a bordo dopo un bagno imprevisto che, data la giovane età e la serata estiva, non ci recò danni. Eravamo abituati a ben altri disagi.
Non ricordo con precisione quello che la mensa ci servì a bordo della nave dopo due giorni di quasi digiuno. In quelle condizioni avremmo ingerito e digerito anche i sassi. Ma in generale il trattamento riservateci, specialmente da parte degli Americani, fu buono; non altrettanto posso dire per gli Inglesi, in quei due mesi circa trascorsi con loro".
In tutto quel succedersi di eventi ebbe mai contatti con i suoi familiari?
"Ricordo che la corrispondenza con i miei familiari funzionava in modo insoddisfacente. Per mesi non ricevetti notizie da loro che, al contrario, vennero in possesso di qualche mia missiva. Il tutto avveniva tramite la Croce Rossa Internazionale la cui sede era in Svizzera. Questo secondo i dettami della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra; una convenzione rispettata, come purtroppo si sa, solo da pochi belligeranti.
Il convoglio che si fermò ci portò, durante la notte, da Gela verso Tunisi con rotta via Malta.
Sbarcati a Tunisi gli Americani ci consegnarono agli Inglesi e qui fummo protagonisti di un altro episodio drammatico.
Qui sostammo solo per pochi giorni; ricordo solo che di notte riposavamo a mo' di bestie sul nudo suolo. Ogni giorno eravamo in attesa di trasferimenti che poi si concretizzarono verso le rotte algerine.
In tale attesa una mattina ci spostarono in una vicina stazione ferroviaria, sui soliti vagoni da carico bestiame. Sostammo alcune ore e, nell'attesa, trovandoci vicini ad altri vagoni carichi di biscotti, avvenne un fatto che avrebbe potuto determinare un'altra tragedia. Ci fu un vero assalto, un saccheggio di quei vagoni con tardivo intervento degli Inglesi di scorta. Ci fecero scendere dal treno e ci trasferirono di nuovo al campo del precario soggiorno. Qui ci annunciarono che avrebbero effettuato una rappresaglia".
Rappresaglia? Si spieghi meglio.
"Capisco come oggi possa apparire una esagerazione. Ma si trattava proprio della così detta decimazione scegliendo le vittime con la conta di uno ogni dieci. Per fortuna prevalse il buon senso, forse derivante dal fatto di aver dato troppa libertà a gente di vent'anni o poco più presa dagli stimoli della fame. Non escludo che si trattasse di una provocazione, di un severo avvertimento.
Da Tunisi a Souk Aras, Philippeville, Bona, Orano, Casablanca: trasferimenti e nuove esperienze attraverso la Tunisia , l'Algeria e il Marocco".
Quanto durò il suo stato di prigioniero.
"Non molto. Da W.P. (prigioniero di guerra) passai al ruolo di Cooperatore delle Forze Alleate. In politica si direbbe, eufemisticamente, operazione dì trasformismo; per me, più semplicemente, si trattò del passaggio dalla dittatura alla democrazia.
A distanza di quasi sessanta anni non mi è facile definire e aggettivare questa svolta drammatica vissuta non solo personalmente ma da tutto un popolo!
Ometto di descrivere tutti i particolari di questo lungo cammino: a piedi, su camion militari, i famosi truks, in nave da Bona ad Orano, in ferrovia da Orano a Casablanca. Il paesaggio era suggestivo, tra il verde della costa mediterranea ed il predeserto.
Ci trovammo a Philippeville, confine tra Tunisia ed Algeria, il 25 luglio 1943, il giorno della caduta di Mussolini.
Dovete solo immaginare i kaputt da parte della gente al nostro passaggio. Ci sbeffeggiavano, ci deridevano: forti umiliazioni.
Anche questo faceva parte della lunga crisi da noi vissuta. Di un segmento triste della nostra giovane esistenza.
Ad Orano c'inoltrarono nel famoso ed immenso campo di concentramento numero 126, gestito dagli Americani.
Rispetto alla fine della prigionia in mano degli Inglesi mi torna alla mente la ripetuta frase del linguaggio dell'era fascista: Dio stramaledica gli Inglesi e la perfida Albione . Tanto per esemplificare negli steccati e nei reticolati a noi Ufficiali ci tenevano reclusi in piccoli scomparti senza possibilità di uscite come avveniva per gli altri militari.
In questo periodo ho patito la vera fame, tant'è che ci gettavano ogni giorno, come si fa con i porci, una grossa pagnotta di riso da dividere fra una ventina di giovani affamati: non restava che starsene sdraiati per terra tutto il giorno e la notte per non sciupare energie.
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Atto di morte di Fernado Baglioni e Antonio Bori fucilati presso l'eremo del Beato Angelo |
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Atto di morte di Giovanni Troiani fucilato nella frazione di Cerqueto |
Nel Campo 126 incontrai il paesano e amico, vicino di casa della fanciullezza nella così detta Porta di Sotto, Nello Meccoli o Nello di Marietta, meglio noto a Gualdo Tadino con l'appellativo di Togliatti per la sua sincera e sentita appartenenza al Partito Comunista Italiano. Era tra gli addetti alla farmacia del campo, e ricordo che qualche piccolo sostegno lo ricevetti anche da lui. Ho detto che ad Orano ci riconsegnarono agli Americani, ma è soprattutto qui che si verificò l'evento più importante dell'esperienza che le sto raccontando.
Com'è noto dopo l'8 settembre 1943 il Re d'Italia e il nuovo governo provvisorio, a seguito delle note drammatiche vicende, si erano trasferiti al Sud e praticamente l'Italia rimase divisa in due: al Sud il governo Badoglio, al Nord i resti del fascismo praticamente in mano ai tedeschi. In quel giorno il governo Badoglio firmò l'armistizio. Quel dì storico ci colse a bordo di una nave nel porto di Orano dove da alcuni giorni ci avevano trasferito in attesa di salpare per gli Stati Uniti d'America. Il convoglio, composto di un gran numero di navi che si stavano radunando, sarebbe partito al più presto, appena completato il carico. Ricordo che la vita a bordo fu caratterizzata da gradite scorpacciate di cibo, dopo alcuni mesi di stenti come ho già evidenziato in occasione della prigionia sotto gli Inglesi.
Dopo l'armistizio ci fecero sbarcare e ci trasferirono di nuovo al famoso Campo 126.
In attesa di nuovi eventi, un certo giorno il governo Badoglio inviò ad Orano il generale Castellano che, se ben ricordo, fu uno dei protagonisti, o addirittura tra i firmatari dell'armistizio insieme al generale Eisenhower (Dwight [ Ike ] David, Comandante in capo degli eserciti alleati nell'Africa del Nord [1943] e in Europa [1943-1945]).
Nella conseguente adunata, dopo averci aggiornato sulla drammatica situazione del nostro Paese sfociata nella firma dell'armistizio, il generale ci pose di fronte ad una scelta coraggiosa: o seguitare da oltranzisti nella più o meno comoda posizione di prigionieri di guerra con conseguenti trasferimenti in campi di concentramento lontani (Egitto, India, Stati Uniti d'America) o diventare Cooperatori delle Forze Alleate. Detta cooperazione sarebbe consistita nell'assegnazione a compagnie di servizio che si articolavano in vari settori: autieri, panettieri, lavandieri (salvo altri) e Polizia Militare, debitamente dotata di armi. Lascio alla vostra riflessione in quale condizione psicologica ci venimmo a trovare, specialmente noi Ufficiali, per una scelta del genere.
Non so con esattezza quanti optarono per la cooperazione e quanti per l'altra scelta oltranzista. Da parte mia non ebbi dubbi e scelsi la prima opzione. A favore della mia scelta giocarono i seguenti fattori:
a) delusione per un mondo creato da una propaganda di regime di facile presa su giovanissimi portati ovviamente all'entusiasmo e all'ottimismo. Non va in ciò dimenticato che gli anni 1936-40 li trascorsi a Roma frequentando il Liceo classico Torquato Tasso ;
b) inganno evidenziatesi alla vista, dall' altra parte, di un colossale schieramento di mezzi. Noi eravamo delle formiche di fronte a quei pachidermi. E dire che ci avevano fatto credere che gli Americani erano a corto di caucciù perfino per le giarrettiere. Inoltre che sarebbe stata una guerra lampo seguita da un'altrettanta sicura vittoria. Roba da teatro dell'assurdo ;
e) mancanza assoluta di un intervento al nostro fianco dell'alleato germanico, celebrato allora per i formidabili Panzer, per i missili ed i micidiali Stukas . Senza essere dei luminari in scienza militare, c'era da supporre che la nostra difesa costiera fosse ancorata agli schemi di protezione contro le incursioni dei velieri dei pirati!;
d) sofferenze morali e materiali derivanti dalla condizione di W.P. , specialmente sotto gli Inglesi;
e) per ultimo i legami esistenti da sempre con gli Stati Uniti d'America, dove vivono tanti nostri parenti, legami rafforzati da circa dieci anni di permanenza negli U.S.A. di mio padre Giovanni, che aveva superato i test per la cittadinanza americana.
Gli americani procedettero in fretta alla formazione delle compagnie fra gli aspiranti cooperatori. Personalmente fui assegnato alla 2001 Military Police Co. , dopo aver superato un test attitudinale e fiduciario. Prevalsero diversi criteri di valutazione. Facemmo un corso accelerato e di addestramento sulla normativa, costume, disciplina e armamento dell'esercito U.S.A. Ci riarmarono con armi leggere (ricordo una carabina ed un fucile Winchester ).
I nostri compiti consistevano nella custodia e guardia di materiale di vario genere, combustibili, disciplina del traffico in punti nevralgici, scorta dei prigionieri di guerra. Quest'ultimo ruolo fu il più difficile e rischioso, specialmente in terra di Francia dove era aperto un fronte operativo ed in presenza di una certa ostilità di una parte della popolazione e senza nascondere il nostro impatto sia in Africa che in Francia con i prigionieri italiani di fede fascista e con i prigionieri tedeschi.
Al fine di perfezionare le nostre esperienze e per farci superare l'empasse sul piano concreto e psicologico, da Orano ci trasferirono per un certo periodo a Casablanca e nelle vicinanze, sempre in riva all'Atlantico ( Camp Lewtey ).
Esaurita questa fase ci riportarono nuovamente ad Orano e qui incominciò il nuovo servizio.
Più di una volta comandai la scorta che dal Porto trasferiva i prigionieri ai campi interni. In questa esperienza mi trovai di fronte a giovani catturati specialmente sul fronte di Cassino. Tra i nostri connazionali notammo un certo stupore. Com'erano usi fare anche i tedeschi cercavano di tenere alto il loro morale con canti patriottici o inneggianti a qualche capo fascista (ne ricordo uno, in particolare, che inneggiava alle gesta di Ettore Muti).
Ai primi del 1944 fummo trasferiti sul fronte francese.
L'attraversata da Orano a Marsiglia fu tranquilla, senza allarmi di attacchi da sommergibili o aerei dell'Asse.
A Marsiglia eravamo accampati alla meglio alla periferia della città; da incontri successivi appresi che nelle vicinanze erano accantonati militari in cattività, appartenenti alla Repubblica Sociale del Nord (le residue forze dell'apparato fascista).
In questo campo sostammo per un mese circa e ricordo che la nostra Compagnia fu impiegata anche nel controllo del traffico.
Da qui ebbi affidata una missione che supponeva anche una buona dose di fiducia da parte degli Americani. Rientra nella mentalità di questo popolo valorizzare e dare fiducia al cittadino, fatte salve severe sanzioni verso i trasgressori (vedi attuali rapporti cittadino-fisco). Un copione figlio del credo nella potenziale grandezza dell'uomo comune, radice della dottrina Calvinista e della profonda convinzione nei valori della Democrazia".
Una missione di fiducia, dice lei. Di cosa si trattava in particolare?
"Al comando di una ventina di uomini, con la sola presenza di un militare americano, non ricordo se Ufficiale o Sottufficiale, ci inviarono nel nord-est della Francia, non lontano dal Fronte (mi pare nei pressi di Epinal) a prelevare circa ottocento prigionieri della Wehrmacth, per scortarli al porto di Marsiglia. Vidi davanti a me giovani ormai stremati e malridotti.
Le preoccupazioni da parte mia di possibili reazioni, anche violente, non ebbero per nostra fortuna nessun seguito. Notai in sostanza una certa rassegnazione per la fine ingloriosa di una guerra che nelle intenzioni degli ideatori e strateghi doveva avere i caratteri di una vittoria lampo.
Dalla nostra base di Marsiglia ci trasferirono nel dipartimento della Cote d'Or , esattamente a Digion e nelle vicinanze. Da qui espletai molte missioni specialmente a custodia e difesa di depositi e di altro materiale bellico. Fra le varie località ricordo: Gemeaux, Epinal, Toule, Nancy e in particolare la regione di Merthe e della Moselle. Furono numerosi gli incontri con nostri emigrati in queste zone.
Da quelle parti ebbe fine la mia odissea di giovane cresciuto alla scuola di un regime, inviato per legge, come studente universitario volontario, a partecipare attivamente ad una guerra che doveva finire in pochi giorni, per gratificare la presenza dell'Italia alla spartizione di un sicuro e cospicuo bottino.
Si è trattato, per me, di un'esperienza triste, drammatica, il pagamento di un prezzo carissimo per il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Con la ferma convinzione che tutte le dittature, sotto le varie espressioni di partito-stato o partito unico, costituiscono le sciagure dei popoli che prima o poi ne pagheranno dolorose conseguenze.
È questo, inoltre, l'insegnamento, tratto a posteriori, a distanza di circa sessanta anni: Tutte le forme istituzionali, a governo dei popoli, sono imperfette. La democrazia parlamentare o rappresentativa, pur essendo molto difficile a gestire, resta di gran lunga la migliore. Rappresenta il sistema peggiore che ci sia; fatta eccezione per tutti gli altri sistemi . (Winston Churchill, 1874-1965)"
Quando fece rientro a casa?
"Ai primi di ottobre del 1945".
Mi ha chiesto di poter dedicare questa intervista-racconto.
"Si, la dedico alla memoria della mia indimenticabile moglie Vera che ci ha lasciato prematuramente il 3 novembre 1995 e che tante volte mi aveva sollecitato a trascrivere questa mia esperienza di guerra".
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ANGELO TOMASSINI nato nel gennaio del 1928 , aveva appena sedici anni quando suo padre fu preso, in una retata, dai tedeschi. Anche Angelo, come il padre, era di fede comunista. Con alcuni suoi amici contribuì ad appoggiare le forze partigiane per le quali procurò anche dette armi.
Lei ha un 'idea del perché suo padre fu preso dai tedeschi e quindi condannato a morte?
"Non l'ho mai capito.
Mio padre aveva un'unica colpa, per i tedeschi e per i fascisti: quella di essere un comunista militante.
Oltretutto era un poliomielitico, con una gamba notevolmente più sottile e corta dell'altra. Quindi non era neanche un uomo che potesse svolgere il servizio militare o che potesse partecipare a particolari azioni, tantomeno quelle partigiane. Le ripeto, aveva il torto di essere comunista e di non nasconderlo".
Sa come avvenne la sua cattura?
"Non lo so di preciso. Quello che so è per sentito dire. Ma anche in questo caso ci sono due versioni che riguardano solo il posto dove fu preso dai tedeschi e fatto salire su un camion. E in proposito alcuni mi riferirono che si trovava all'altezza della chiesa di Santa Maria; altri mi dissero che era appoggiato ad uno dei due puntoni davanti al Municipio.
Quel giorno lo presero insieme ad altre cinque persone. Gli altri, poi, li liberarono mentre mio padre fu condotto verso Case Ribacchi dove c'era un comando dei tedeschi. Lì lo fucilarono il giorno stesso: era il 18 giugno del 1944. Mi hanno riferito che ebbe anche la forza di gridare: Viva l'Italia! "
Quel giorno in cui volevano impiccare Giulio Sorgo, dove si trovava?
"Io lavoravo presso una bottega di meccanico sulle scalette del Reggiaio. Venimmo a sapere di questa possibile esecuzione e ci precipitammo in Piazza, non certo per curiosità ma sempre in un atteggiamento di autodifesa che era rivolto anche verso qualsiasi altro cittadino si trovasse in pericolo. Mi nascosi quindi all'interno della chiesa di San Benedetto. È da una fessura della porta che vidi tutta la scena. Lo condussero in piazza dalla Caserma dei Carabinieri di piazza San Francesco, era sopra un'autoblindo e indossava dei calzini di lana bianchi, senza scarpe, le mani legate dietro la schiena. In quell'occasione i tedeschi avevano portato molta gente in Piazza per assistere all'esecuzione. Ma poi ci fu l'intervento del dottor Gaudenzi che la impedì".
Cosa facevate voi ragazzi? Eravate di supporto ai partigiani o vivevate una situazione di osservatori?
"No no, eravamo molto attivi. Il nostro compito era quello di essere di supporto ai partigiani e per loro procurammo anche armi, soprattutto pistole e fucili che rubammo nella Caserma, quando ci fu l'assalto alla stessa, e che portammo al Fornaccio dove i partigiani scendevano dal monte Penna per rifornirsi. Insieme a me c'era Peppino Paoletti.
Quel giorno si verificò anche un equivoco. Mentre stavamo portando queste armi ci venne incontro Sandrino De Pretis con la pistola in pugno: "Disgraziati, dove andate?" ci gridò. Io ebbi l'impressione che ci volesse sparare per toglierci le armi e mi affrettai a inserire il caricatore su un moschetto: per fortuna che cercai di mettere un caricatore tedesco su un moschetto italiano e l'operazione non mi riuscì. L'equivoco fu che mentre Sandrino ci gridava, o meglio ci sgridava, perché eravamo dei ragazzi e giudicava quell'azione pericolosa per noi, di contro noi avevamo capito che volesse sequestrarci le armi, mentre invece anche lui era un partigiano".
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ATTILIO PASQUARELLI, nato il 23 luglio 1927 , è un testimone particolare della Resistenza gualdese. L'ha vissuta, in alcuni suoi aspetti, diciamo, come osservatore per la posizione strategica della sua abitazione che si trova, tuttora, davanti alla Rocca Flea: crocevia tra la città e la montagna.
L'ha vissuta per essere stato - direttamente e indirettamente - a stretto contatto con alcuni dei protagonisti.
Al di là di ciò è stato comunque testimone oculare di vari episodi, anche tragici.
Con il signor Attilio ci incontriamo nei locali della Rocca Flea dove, al momento, aveva un incarico di portiere pro tempore. Ci appoggiamo ad una finestra che da verso la montagna: davanti a noi si staglia il monte Serrasanta. Lui mi guarda per un attimo, quasi ad interrogarmi su quello che gli andrò a chiedere. Parto con una domanda più che altro di ambientazione.
Andiamo alla Gualdo dell'occupazione tedesca, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.Qual è il primo episodio che le viene in mente ?
Il suo sguardo si fa un po' assente, come di uno che sta rovistando nella sua nastroteca immaginaria. Poi sicuro.
"Un episodio sopra tutti ho ancora vivo nella mente. Era il 26 marzo del 1944 e stavo lavorando nella bottega da falegname di Riccardo Garofoli in via Storelli quando vidi passare dei soldati tedeschi insieme a due fascisti che stavano portando il giovane Otello Sordi verso i Giardini pubblici.
In realtà - seppi poi - lo stavano portando all'ospedale che sorge lì accanto poiché, quando lo avevano catturato presso la frazione di Palazzo Mancinelli, nel corso di un'imboscata, era malato: il medico gli aveva riscontrato una polmonite. Ma non per questo avevano evitato di rinchiuderlo nella prigione della Caserma.
Sordi, naturalmente, allorché si trovava rinchiuso nella Caserma, si lamentava per forti dolori. Fu dunque chiamato un medico, il dottor Gaudenzi, che lo visitò e gli riscontrò, appunto, una polmonite. Perciò consigliò di ricoverarlo presso l'ospedale "Calai".
Ecco dunque il motivo per cui quel povero partigiano era scortato verso l'ospedale da quattro o cinque tedeschi insieme con i due fascisti: un gualdese ed un napoletano che aveva un fratello che lavorava a Gualdo.
Io mi misi a seguire quel drappello più per curiosità che per altro. Mi faceva comunque molta impressione vedere quel bel ragazzo, biondino, alto, essere scortato da tutte quelle persone armate di mitra, compresi i due, diciamo, gualdesi".
Un attimo di pausa. Davanti ai suoi occhi, mi pare, sta di nuovo scorrendo quella scena. Ma ora, a differenza del momento reale, il signor Attilio sa quale fu l'epilogo di quel trasferimento.
Dalle sue labbra escono una sorta di imprecazioni, soprattutto nei confronti di quella scorta gualdese al prigioniero. Quindi riprende il racconto.
"Al tempo l'ingresso per l'ospedale era solo quello centrale, dove anche oggi si erge il grosso cancello in ferro.
Allorché il giovane fu in procinto di superare quel cancello, uno di quelli che lo scortavano lo prese di forza per un braccio e lo indirizzò verso destra. Tutti, quindi, s'incamminarono costeggiando il muro che separa l'area dell'ospedale dai Giardini pubblici. A quel punto il Sordi dovette intuire le reali intenzioni di quei carcerieri.
Cominciò ad urlare: " No, no, non mi ammazzate !"; ma con forza fu condotto di là dall' angolo dell'ospedale dove al tempo c'era una cava di breccione .
Di lì a poco sentii colpi d'arma da fuoco continui e, poco dopo, un colpo secco: immaginai fosse quello, cosiddetto, di grazia".
Il signor Attilio mi guarda come per aggiungere qualcosa. Quindi mi fa capire che è meglio soprassedere su certi giudizi che la storia non è ancora in grado di esprimere a piene mani. Un grosso respiro per comprimere quella rabbia mai sopita, e quindi.
"Fui io, insieme ad Ugo Pennoni, che faceva l'infermiere presso il Calai, e a Giovanni Campioni, ad andare a recuperare il corpo di quel poveretto.
Nel vederlo esanime, coperto di sangue, su quella breccia, ebbi la sensazione che dopo i primi colpi avesse addirittura cercato di scavare con le mani sul terreno per tentare una impossibile fuga".
Il racconto si interrompe.
La pausa è breve ma mi da il tempo di riflettere sui particolari che fanno parte anche di altre interviste sullo stesso episodio.
"L'immagine era terribile e non sono più riuscito a cancellarla dalla mia mente.
Io feci ritorno alla bottega dove, insieme al signor Garofoli, confezionammo in fretta una cassa da morto per deporvi quel corpo straziato e quindi trasportarlo".
Veniamo a quel fatidico 1° luglio 1944. Un po' l'epilogo, ma anche l'episodio centrale della occupazione e della Resistenza a Gualdo Tadino. Quel giorno le forze di occupazione insanguinano piazza Vittorio Emanuele II.
Nel ripercorrere mentalmente quel periodo è evidente come le prime cose che possono tornare nella mente sono quelle legate agli episodi più duri, quelli sanguinosi. Cerco quindi di spaziare un po' per indirizzare il racconto verso episodi marginali, di contorno. Anche per rendermi conto della vita quotidiana di quei duri mesi.
Lei ha sempre abitato di fronte alla Rocca Flea.
Al tempo deve essere stata anche una posizione di tutto rispetto per rendersi conto dei movimenti che si verificavano tra la città e la montagna dove si erano rifugiati i partizioni. Mi parli di quel suo osservatorio.
"Voglio partire da un giorno specifico.
Era il 10 luglio del 1944.
Quel giorno, insieme a mio padre Angelo, mi stavo recando a lavorare sul nostro vigneto che si trovava lungo la Strada Cremona. Erano circa le 8,30 quando mi parve di sentire delle voci.
Mi rivolsi a mio padre con una certa preoccupazione: "Babbo, sento delle voci, ci deve essere della gente che sta arrivando qua, ma parlano in tedesco! ".
Mio padre mi fece immediatamente cenno di tacere e quindi ci nascondemmo cercando di non farci notare.
Erano effettivamente dei soldati tedeschi che stavano salendo con dei muli, caricati a soma, verso la montagna. Avevano mortai e mitragliatrici. Non potemmo fare a meno di farci notare.
Uno di loro, vestito con tuta mimetica, ci si avvicinò: era italiano, uno dei fascisti rimasti dalla parte dei tedeschi anche dopo l'8 settembre.
Ci si rivolse con un: " Buon giorno ".
" Buongiorno !", rispondemmo.
" È questa la strada che conduce al monte Serrasanta ?".
Mio padre comprese subito il perché della domanda. " Se questi - riflette - vogliono arrivarci da questa direzione, da sotto, è chiaramente per sorprendere i partigiani che vi si sono rifugiati ".
Pensando quindi di dissuaderli: " No - rispose loro con una certa fermezza -, è meglio se passate da un'altra parte; di qua è più facile e non potete sbagliarvi. Poi questo sentiero è un po' rovinato, camminereste male".
" Ma i muli - gli ribattè il repubblichino con un po' di sarcasmo - riescono a camminare dappertutto ".
E per la verità ci gettarono addosso uno sguardo che non era certo di ringraziamento. Ma, per fortuna, non era nelle loro intenzioni dilungarsi più di tanto con noi.
Presero quindi a salire per il sentiero che avevano ormai imboccato.
" Andiamo subito via di qui - mi sollecitò mio padre -, vedrai che va a succedere qualcosa di grosso ".
Era domenica, quel giorno, una giornata serena. Anche per questo scendemmo verso la Rocca Flea. Il piazzale antistante era adatto per guardare verso la montagna, verso il Serrasanta. Quegli elci che ci si vedono oggi erano ancora piccoli, vi erano stati piantati appena otto anni prima".
Il racconto del signor Attilio si sta di nuovo indirizzando verso un momento forte della storia di questa città.
E evidente che si tratta del giorno più luttuoso che Gualdo Tadino abbia conosciuto nel periodo della guerra e della Resistenza.
E quella che stavano vivendo il giovane Attilio e suo Padre era una giornata di rastrellamenti come non se ne erano mai conosciuti in città.
I tedeschi stavano risalendo e perlustrando la montagna da ogni lato e in grandi forze, come vedremo in altri racconti.
"Dopo un po' di tempo - prosegue il mio interlocutore - cominciammo a sentire colpi di mortaio, crepitare di mitragliatrici. Il sospetto, la preoccupazione era che avessero sorpreso i partigiani arrivando da sotto, dal Salto del Prete .
Tra l'altro eravamo al corrente che i partigiani avevano con sé quattro o cinque prigionieri tedeschi. Due li avevano presi all'interno della scuola elementare di viale Don Bosco.
Sulla montagna, insieme ai nostri partigiani, c'erano anche dei soldati veneti che si erano rifugiati sugli Appennini dopo lo sbandamento dell' 8 settembre. Uno di questi lo avevamo ospitato anche noi, nella nostra casa, per circa sette mesi: un certo Antonio Cusinato, classe 1925.
Quando l'azione dei tedeschi prese l'avvio sul Serrasanta, i nostri partigiani fuggirono lasciando libero un prigioniero che avevano con loro. Ma fu proprio quel Tedesco ad indicare la strada che i partigiani erano soliti percorrere per scendere in paese.
Quindi si indirizzarono giù verso il Fontanile e ancora giù per la Gola della Rocchetta .
Questa azione gli consentì di precedere i partigiani e attenderli alle Fonti della Rocchetta .
Tra quei partigiani c'era il tenente Alessandrino Busetto e Peppino Iacopetti.
Ma il rastrellamento non si era esaurito con quell'azione. Proseguendo nella loro operazione ben determinata presero anche Riccardo Travaglia e Corradino Anastasi. Quindi anche Antonio Allegrucci che, comunque, liberarono poco dopo.
Tutti furono condotti in piazza Vittorio Emanuele II (oggi piazza Martiri della Libertà).
Noi quel giorno cercammo di non allontanarci dalla nostra abitazione nei pressi della Rocca. Io restai lì insieme ai miei fratelli e ad un soldato che ospitavamo.
Eravamo in casa quando vedemmo passare un Ufficiale tedesco in bicicletta. Cercammo quindi di sporgerci dalle finestre per curiosare e scoprimmo che avevano piazzato delle mitragliatrici nel mezzo dell'incrocio, a pochi passi dalla nostra abitazione.
Ma l'Ufficiale ci aveva visti e allora decidemmo di saltare giù dalle finestre e scappare lungo il muraglione della Rocca: ci nascondemmo dietro il castello, nel punto dove c'era lo scolo delle acque e dove eravamo protetti da una grossa pianta di sambuco.
Ci vennero a cercare, ma non ci trovarono. Lì avremmo passato la notte.
Fu pochi attimi dopo che i tedeschi avevano frugato tra i cespugli che sentimmo colpi di mitraglia che giungevano dalla Piazza centrale: avevano fucilato quei poveri partigiani catturati sulle montagne.
Saranno state tra le 19,30 e le 20,00 del 1° luglio 1944.
Solo il mattino successivo scendemmo verso la Piazza passando per le scalette del Reggiaio (via della Rocca). Quando ci affacciammo sulla Piazza e con raccapriccio scoprimmo che i corpi falcidiati di quei ragazzi erano ancora stesi in terra coperti con delle coperte o dei lenzuoli (tela, probabilmente portata dal vicino negozio di stoffe di Travaglia): un atto di pietà compiuto da alcuni gualdesi che abitavano lì vicino, non certo dagli aguzzini che li avevano giustiziati.
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Opposti richiami a giovani e popolazioni in genere |
Ricordo che il povero Corradino era riverso e aveva un braccio scoperto teso verso il chiosco dei giornali. Poi c'era il corpo di Travaglia, quindi quello del tenente Busetto che mi fece particolarmente effetto perché aveva le gambe rovesciate sulla schiena. Iacopetti aveva ancora il volto gonfio e tumefatto per le percosse ricevute dai soldati tedeschi prima di essere fucilato: era l'ultimo a destra verso il fabbricato che si stacca dalla parete della chiesa di San Francesco.
Ho quindi ancora davanti a me l'immagine di una signora, Lardella Ciana, che si avvicinò a quei corpi per vedere com' erano stati ridotti. La notò una Guardia municipale che in quel momento era appoggiata ad uno dei due puntoni che si ergono davanti all'ingresso del Palazzo Comunale e la apostrofò: "Vai via di lì, non provare a toccare niente".
Tennero quei corpi lì mi sembra per almeno un giorno "affinchè - dicevano - la popolazione apprendesse quella lezione'".
Quando giunse il momento in cui i tedeschi consentirono di portare via quei corpi lo fecero alcuni gualdesi con un grosso carretto a quattro ruote trainato da un cavallo. Tra loro c'era un certo Marietto che aveva un negozio di pentole in corso Piave, all'angolo con piazza Mazzini: il negozio era indicato con il nome della moglie, Sira".
Forse, quel 1° luglio, è stato il giorno più triste detta storia recente di questa città?
"Senza dubbio.
Ma quel 1° luglio successero davvero molte cose. Ho ancora nelle orecchie il forte boato provocato dall'esplosione con la quale gli stessi tedeschi, in ritirata, fecero saltare il Ponte Novo che così si chiamava anche allora.
I sassi sollevati dall'esplosione continuarono a cadere sui tetti delle case e sul terreno per un tempo che sembrava interminabile".
La montagna era la casa dei partigiani, il loro rifugio. Lei ha mai saputo come i partigiani stessi trascorressero il loro tempo tra quelle macchie, tra quelle asperità?
"Beh, sono cose che si raccontavano. In certi periodi non si parlava che di come uscire da quella situazione di occupati. E i partigiani erano il nostro punto di riferimento.
Ma un giorno uno di loro morì davvero per una brutta sorte.
Proprio dietro la chiesetta del monte Serrasanta c'è una buca (una dolina) dove i partigiani erano soliti sedersi, non visti a distanza, per scambiarsi opinioni, per chiacchierare semplicemente o per giocare a carte.
Quel giorno erano in quattro e stavano appunto giocando con le carte. Uno di loro, Giulio Sorgo, aveva con sé una ragazza, non so se fosse stata sua moglie o, semplicemente, la sua compagna. La donna, comunque, era un po' la cuoca della compagnia.
Dunque stavano, dicevo, giocando e accanto a loro tenevano le proprie armi.
La ragazza, avendo evidentemente terminato le sue incombenze di cucina, pensò bene di mettersi a pulire quelle anni. Sorgo la richiamò dicendole che quella che stava effettuando era un'operazione pericolosa giacché le armi erano cariche. E di lì a poco, come per una sorta di presentimento annunciato, da un fucile partì un colpo che colpì lo stesso Sorgo oltre ad un altro compagno, Ferdinando Castellani di Palazzo Mancinelli. Erano circa le quattro del pomeriggio.
Il primo morì sul colpo, mentre il secondo rimase ferito. Agli altri due non restò che costruire immediatamente una barella per trasportare il ferito presso l'ospedale di Gualdo.
Cominciarono a scendere lungo la costa del Serrasanta giù per Campitella . Purtroppo il Castellani spirò poco dopo. Allora decisero di tornare indietro, e così seppellirono i due cadaveri in un angolo della macchia, vicino alla chiesetta. Avevano avvolto i corpi in una coperta militare con accanto una bottiglia con dentro i nomi dei due partigiani.
Era il 22 giugno del 1944.
Solo dopo la liberazione ci recammo a tirarli fuori da quella tomba provvisoria. Ero insieme a Nicola Pasquarelli (Niccolino), Giovanni Campioni (Braccano), oltre a due parenti del Castellani.
Era il mese di luglio e ricordo che più scavavamo e più un cattivo odore esalava dalla terra: i corpi erano ormai in avanzato stato di decomposizione.
Avevamo portato con noi le casse che erano state confezionate nella bottega da falegname dove io lavoravo. Componemmo i corpi dentro quei legni e caricammo le casse sopra il carretto coprendole con dei rami di macchia per non farle vedere".
Lei era al corrente di quanti soldati tedeschi stazionassero abitualmente in città?
"Non saprei, ma non c'era un numero preciso: forse una trentina. Dei giorni, però, sembrava ne restassero non più di cinque o sei".
Dove avevano il Comando ?
"Il Comando era in una vecchia casa rurale in viale Don Bosco, poco sotto l'attuale Croce .
A proposito di quel posto mi viene in mente un episodio un po' particolare.
Un giorno questi soldati presero Nello Ippoliti, lo portarono all'interno del Comando quale prigioniero con la minaccia che il giorno successivo lo avrebbero fucilato. La notte lo tennero sotto stretto controllo facendo montare di guardia uno o più soldati.
Ad un certo punto l'Ippoliti finse di addormentarsi e iniziò a russare con la speranza che la sentinella si addormentasse. Lo stratagemma ebbe i suoi effetti: la sentinella si addormentò e il prigioniero ebbe la possibilità di scappare saltando dalla finestra".
Come seppe di ciò?
"Me lo raccontò lo stesso malcapitato dopo la fine della guerra allorché ci ritrovammo a lavorare nella stessa falegnameria, questa volta di Angelo Gubbini. Mi disse che i tedeschi lo cercarono per diversi giorni".
Una delle tante azioni dei partigiani fu anche quella di un'incursione nella Scuola elementare di viale Don Bosco.
"Si, ricordo bene quell'evento.
Una mattina nella casa a fianco alla mia, in piazzale della Rocca, saranno state le tre o le quattro della notte, fummo svegliati da un gran vociare. Mio Padre cercò di tranquillizzarci dicendoci che con molta probabilità si trattava di partigiani.
Così, in effetti, era.
Erano arrivati con dei carri trainati da buoi, glieli aveva dati Carletto Luzi, figlio del titolare della fabbrica di mattonelle che si trovava poco distante dalla mia abitazione.
I partigiani erano scesi dalle montagne perché avevano l'intenzione di dare l'assalto ai tedeschi che si trovavano nelle scuole elementari dove avevano impiantato una specie di ospedale o di infermeria; so che sul tetto del fabbricato c'era un'evidente croce rossa.
Che si trattasse comunque di quanto segnalato lo potei scoprire allorché un soldato polacco vi fu condotto per le medicazioni del caso dopo che si era rovesciato con l'auto mentre scendeva dalle montagne provenendo da Fabriano. I commilitoni lo avevano appunto scaricato in quel luogo, lo avevo visto con i miei occhi. Ma il poveretto era arrivato praticamente morto.
Si diceva che nella scuola non c'erano più di una decina di tedeschi, e i partigiani erano scesi dalle montagne con l'intenzione di assaltare l'edificio.
Scaricarono armi e munizioni, come dicevo, proprio nella casa a fianco alla nostra. Presero quindi con sé quelle armi che ritenevano necessarie all'incursione e si diressero verso la scuola lasciando un partigiano di guardia alle restanti armi.
L'assalto ebbe inizio dalla parte sinistra della scuola, da quello che era il cortile (oggi parcheggio), proprio dove ora sorge un grosso cedro.
Tutto andò secondo i piani: i tedeschi furono fatti prigionieri e condotti verso la montagna, verso i sicuri rifugi. Ma nel mentre stavano completando questa parte dell'operazione ebbero notizie che stavano giungendo rinforzi da fuori città. La decisione fu immediata: per non rischiare rastrellamenti bisognava liberare quei soldati. Così fu fatto.
Comunque nel pomeriggio ci giunsero voci secondo le quali i soldati arrivati da fuori avevano iniziato a perquisire le case. Mio padre si preoccupò subito di quelle armi che i partigiani, nella fretta, avevano abbandonato nella casa a fianco alla nostra. Allora prendemmo la decisione di entrare in quell'abitazione salendo dalle finestre che si affacciavano sul retro. Una volta dentro iniziammo a trasferire fuori tutte quelle armi e le nascondemmo poco dietro le abitazioni: fu una fatica enorme, ma quanto mai necessaria visto che non avevamo ancora portato a termine l'operazione che i tedeschi, salendo da via Cesare Battisti, stavano già perquisendo la prima abitazione del piazzale della Rocca.
Ero appena rientrato in casa grondante di sudore e rosso in volto che i soldati si affacciarono in fondo alle scale. Con loro c'era un fascista.
" Cosa state facendo ?" domandò proprio quest'ultimo rivolgendosi a mio padre.
" Niente - rispose con sicurezza -, stavo giusto uscendo con mio figlio per portarlo ali'ospedale perché ha la febbre alta e non so più cosa fare ".
Tutti girarono gli sguardi verso di me e si resero conto, guardando il mio volto rosso e sudato, che la mia situazione non era affatto delle migliori.
''Non perda tempo" , gli suggerirono.
Pensai che mio padre fosse stato davvero ispirato da qualche santo per tirarci fuori da una situazione così pericolosa.
Ma non era finita: all'una di notte cominciammo a trasferire le armi nella cava di breccia che si trovava poco sopra la nostra abitazione. Sotterrammo tutto. Ricordo che tra quelle armi c'era anche una bella doppietta che mi scappava dagli occhi per quanto era bella. Ma non mi feci tentare più di tanto: seppellimmo armi e munizioni.
Solo alla fine della guerra andammo nello stesso luogo per tirar fuori tutte quelle armi: non trovammo più niente. L'unica soluzione per quel mistero era che qualcuno ci avesse visto mentre le sotterravamo e che se ne fosse impossessato.
Invece non era andata così poiché quelle armi furono ritrovate una ventina di anni dopo durante i lavori di cava. Con chiara evidenza una frana nella cava, al tempo dismessa, aveva innalzato il livello del terreno, e noi non avevamo quindi scavato a sufficienza per arrivare a quelle armi".
Certamente quelle che mi ha raccontato sono storie di un'intensità unica. Ma i giorni non potevano essere tutti così! Mi spieghi quindi come trascorrevate le vostre giornate, oltre che al lavoro.
"Io uscivo sempre insieme ai miei fratelli Oddino e Francesco.
Una volta, insieme ad un nostro amico, il Sinalco (Enzo Astolfi), decidemmo di fare una casetta in legno dentro la nostra macchia, per andarci a dormire in caso di pericolo. Stavamo giusto lavorando al nostro progetto che ci arrivò una raffica di mitragliatrice: ci stavano sparando da Col di Metino. Francesco ed io ci caricammo degli zaini con le coperte e ci incamminammo verso la Strada Cremona . Ma continuavano a sparare. A un ceto punto il Sinalco li vide arrivare: erano pochi tedeschi con in testa un fascista gualdese che conoscevamo.
Scappammo dentro la macchia mentre continuavano a spararci addosso.
Mio fratello Francesco dallo spavento rimase rinchiuso per tre giorni dentro la casetta di Campitella . Noi siamo rimasti nascosti nella vigna di Rutino fino al sopraggiungere delle tenebre, solo allora abbiamo avuto il coraggio di rientrare a casa. Anzi, per la verità, rientrai solo io.
Al mio rientro mio padre mi chiese:
" Dov' è Chicchino (Francesco)?".
" E' andato a nascondersi a Campitella ", gli risposi.
" E Oddino? .
" Oddino non l'ho più visto ".
La paura di mio padre fu che l'avessero ucciso.
" Portami dove eravate ", mi disse. " Può essere ferito e aver bisogno di aiuto ", aggiunse con una preoccupazione crescente.
Ripercorremmo la strada dove pensavamo si fosse incamminato e trovammo il suo zaino lungo il sentiero. Mio padre si mise a chiamarlo ad alta voce con insistenza.
Nessuna risposta.
" Allora è morto !", esclamò mestamente.
Solo dopo tre giorni Oddino fece ritorno a casa: era rimasto nascosto in una casetta nei pressi del fontanile di Campitella".
Gualdo Tadino subì anche un cannoneggiamento da parte dei tedeschi in ritirata. Lei lo ricorda?
"Sì che lo ricordo.
Era l'11 luglio del 1944.
Durante quella sorta di rappresaglia, dopo che avevano abbandonato la nostra città, i tedeschi cominciarono a cannoneggiare Gualdo, forse dal Purello.
Quelle cannonate uccisero una ragazza: Matilde Carosati, classe 1929; aveva l'età di mia moglie ed era anche una sua amica. Anche il padre della ragazza, Alfredo Carosati, fu colpito e mi sembra che ci rimise un braccio. Una bomba cadde anche vicino alla Taverna di San Benedetto, presso quelle che chiamiamo Le Spinette".
Come fece lei a non essere mai preso dai tedeschi?
"Ciò fu possibile perché insieme ai miei fratelli restavamo quasi sempre nascosti sulla costa del monte, all'interno della macchia. Rientravamo a casa solo quando mia madre ci faceva dei segnali convenuti con un lenzuolo".
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Scuola Elementare, sede di uno dei Comandi tedeschi e di infermeria (foto dell'epoca) |
Ricorda qualche suo amico che invece fu catturato dai tedeschi e, magari, deportato?
"Si, certo.
Ricordo Carletto Campioni, Enzo Pericoli, Mario Bossi, Lolo Finetti, Livio Pasquarelli. Quest'ultimo, che era anche mio cugino, mi raccontò poi che quando li presero li trasferirono a Perugia.
Lì c'era un ufficiale di Gualdo, un repubblichino. I gualdesi, naturalmente, visto questo ufficiale che conoscevano, cercarono di raccomandarsi a lui affinchè li facesse in qualche maniera liberare ed evitare quindi di essere deportati in Germania.
Mi raccontava Livio che per tutta risposta quell'ufficiale li trattò peggio degli altri prigionieri.
Finita la guerra questi nostri cittadini rientrarono in Italia. È evidente che cercarono di ritrovare quell'ufficiale del quale non è ancora tempo di riferire il nome. Seppero che abitava in un vicino Comune. Uno di loro, soprannominato Cacaballe , aveva un cannoncino; partirono muniti appunto di quel cannoncino e lo andarono a cercare, era domenica. Lo trovarono, lo presero e lo portarono sulla piazza per picchiarlo avendo prima però raccontato a tutti i cittadini quello che avevano dovuto subire da quel loro concittadino. Ma con l'ex repubblichino c'era un bambino, il suo bambino, che scoppiò a piangere.
Ebbero pietà per quell'innocente e quindi lo lasciarono andare senza portare a termine quella specie di rivalsa".
Dal suo osservatorio poteva anche controllare i movimenti degli sfollati presso il Convento dei Frati Zoccolanti.
"Certo. In proposito mi viene in mente ora un episodio che risale a subito dopo l'8 settembre.
C'erano dei soldati che erano ospiti appunto presso i Frati Zoccolanti, un convento proprio sopra la mia abitazione.
Dopo quella data cominciarono ad andarsene, la maggior parte risalendo la montagna.
Allora Massimino Moscatelli possedeva una mula secondo me molto cattiva. Quel giorno prese la mula con il carretto e si avviò presso il Convento per recuperare la paglia che era stata lasciata nel chiostro dove dormivano i soldati. Tornò indietro con un bel carico mentre io stavo facendo compagnia a suo figlio Guerrino che era malato di tumore e che morì dopo poco tempo.
Sentii due colpi di pistola.
Allora Guerrino mi chiese di affacciarmi alla finestra per vedere chi c'era fuori. Mi sporsi e vidi due soldati tedeschi che stavano cercando di portare via la mula a suo padre e avevano cercato di intimorirlo sparando. Chiaramente la mula sarebbe loro servita probabilmente per la ritirata.
A quel punto Massimino sciolse i finimenti dell'animale che, lui lo sapeva, non si sarebbe spostato di un millimetro senza i comandi del suo padrone. Allora un soldato, evidentemente irritato per la situazione creata dal Massimino lo colpì in volto con il calcio della pistola. Alla scena dovette assistere anche la moglie del malcapitato non senza lanciare improperi verso il soldato. Ma subito l'altro soldato estrasse la pistola: ebbi davvero la sensazione che l'intenzione fosse di puntarla verso la signora Michela. Non lo fece, ma iniziò a colpirla sul petto con il calcio della stessa pistola il cui caricatore scaricò poi sulla testa della mula. Quindi se ne andarono, ma tutti trascorsero la notte con l'incubo del loro ritorno.
Guerrino, spaventatissimo, chiese invece di poter andare a dormire nella cappella della Rocca Flea preoccupandosi anche di portare con sé la pistola che teneva nascosta nel materasso. Vi rimase due o tre giorni, poi, alcuni giorni dopo che era rientrato in casa, fu stroncato dalla malattia".
Mi dica di quando vide arrivare le Forze Alleate a Gualdo Tadino.
"Mi pare di ricordare che era il 5 di luglio. Vidi la prima camionetta scendere dal prato dove attualmente si trova la piscina comunale.
Mi trovavo proprio davanti alla Rocca.
" Porca matina , - esclamai tra me e me - riecco i tedeschi ! ".
Mi precipitai, insieme ai miei amici, a nascondermi. Solo quando furono più vicini ci rendemmo conto che gli elmetti che portavano in testa erano diversi: erano inglesi.
Era una sola jeep munita di mitragliatrice, gli occupanti dovevano essere tre. Uno di loro, che parlava abbastanza bene l'italiano, mi chiese se in città c'erano ancora i tedeschi. Risposi che se n'erano ormai andati da un paio di giorni. Ce n'era rimasto uno solo ed era rinchiuso nella Rocca prigioniero dei partigiani. Costoro proseguirono verso la piazza principale dove ben presto arrivarono altri soldati delle Forze Alleate.
Noi, naturalmente, ci precipitammo loro dietro.
Alcuni soldati salirono sul balcone del Comune e cominciarono a lanciarci cioccolate e gomme da masticare, la famosa gomma americana".
Come ricorda la ritirata dei soldati tedeschi; in che maniera abbandonarono la città e verso quale direzione?
"Alcuni scapparono con mezzi attrezzati, altri semplicemente a piedi, verso nord.
Quel giorno, era sera - ma non mi chieda di fare nomi - dei partigiani erano scesi dalla montagna e si erano diretti verso il Ponte della ferrovia in località Vaccara. Alcuni soldati tedeschi stavano camminando lungo i binari, in ritirata. Un partigiano cominciò a sparare contro loro e ne colpì uno. I tedeschi lo raccolsero per tentare di portarlo con loro: era impossibile e furono costretti ad abbandonarlo.
La guerra di liberazione non poteva non produrre anche episodi che noi stessi giudicavamo antipatici!"
Testimonianze dirette raccontano che, durante l'occupazione, in piazza Vittorio Emanitele II, i tedeschi si stavano accingendo ad impiccare un partigiano: Giulio Sorgo.
Ne venne a conoscenza ?
"Sì, lo prelevarono dalla Caserma dei Carabinieri in piazza San Francesco. Lo portarono in Piazza con la chiara intenzione di impiccarlo al balcone del Comune. Ma i gualdesi insorsero, ricordarono ai tedeschi che un loro commilitone, gravemente ferito, era stato da poco salvato dalla cittadinanza che lo aveva trasportato all'ospedale facendolo sottoporre alle cure necessarie. Questo fu appurato e, aggiunto all'intervento del medico Gaudenzi, il quale confermò ai tedeschi che la popolazione era stata molto vicina a quel soldato anche dopo il ricovero in ospedale, riuscì a convincere i tedeschi a ritirare la corda da quel balcone e riportare il prigioniero in Caserma.
Quel giorno i tedeschi avevano portato tanta gente in Piazza per assistere a quella macabra esecuzione con il chiaro scopo di intimorire chiunque stesse organizzando una qualsiasi resistenza all'occupazione.
In ogni modo, poi, i tedeschi caricarono il Sorgo su un treno per deportarlo in Germania. Ma in Germania non ci arrivò mai: era saltato giù dal treno facendo perdere le sue tracce, ed era ritornato in montagna a svolgere il suo compito di partigiano.
Comunque il suo destino sembrava un po' segnato. Morì infatti accidentalmente sul monte Serrasanta nella tragica circostanza che le ho raccontato".
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BRUNELLO TRONI è nato il 2 luglio 1919 . Era un militare e dopo l'armistizio aderì al Gruppo d'Azione Antifascista Gualdese il cui riferimento logistico era l'Istituto Salesiano di Gualdo Tadino.
Da quella situazione si adoperò come addetto ai contatti con i partigiani e al loro rifornimento di viveri.
Qual'era la sua posizione di cittadino nel periodo bellico, prima che potesse aderire al Movimento d'Azione Antifascista?
"Ero un militare in servizio di leva.
La mia guerra rischiava di cominciare dopo lo sbarco degli Alleati. Mi fu infatti ordinato di recarmi presso il distaccamento di Reggio Calabria quando già le truppe alleate avevano raggiunto quella città. Ero un ufficiale di prima nomina".
Partì lo stesso?
"Certo. Sono salito sul primo treno utile e mi sono diretto a Roma.
Nella Capitale sono andato a chiedere cosa dovessi fare per raggiungere il mio Reggimento.
" Vada avanti !", fu la risposta, " in qualche posto lo troverà ".
Quindi di nuovo in treno sono arrivato a Napoli.
" Vada avanti ! ", stessa risposta alla mia rinnovata domanda.
Naturalmente ero spaesato, ero davvero di primo pelo e cominciai a preoccuparmi sul mio destino.
Insieme a me c'era un altro militare.
La stazione di Napoli era un putiferio, aveva già subito dei bombardamenti. Era soprattutto la resistenza dei tedeschi a creare confusione e panico.
Dopo un po' di girovagare scoordinato scorgemmo un militare con le nostre stesse mostrine.
Ci aggrappammo a lui.
" Dove stai andando ?", gli chiedemmo.
" Sto tornando al mio reggimento di provenienza - ci rispose - poiché il comandante del Distretto di Napoli mi ha detto che il reggimento di Reggio Calabria è irraggiungibile ".
Gli ripetemmo che ci avevano dato indicazioni di proseguire comunque.
" Non lo fate - ci disse sicuro -. Ho parlato con il comandante del Distretto e mi ha detto di tornare indietro".
Così ci avviammo per far ritorno alla Scuola di provenienza, a Possano, in provincia di Cuneo.
Era il 5 settembre del 1943.
Alla stazione di Ancona siamo stati però bloccati in quanto i tedeschi stavano venendo giù da Rimini effettuando rastrellamenti e deportando in Germania gli Ufficiali.
Così siamo stati indirizzati a Falconara Marittima. C'erano Ufficiali di tutte le armi, tutti in attesa di disposizioni da Roma.
L'ordine che arrivò fu quello di congedare tutti in attesa di diverse disposizioni.
Sono stato quindi congedato dall'Esercito, nei termini descritti, l'8 settembre del 1943.
Poco dopo incontrai un gualdese al quale dissi che ero stato congedato e che avevo inviato un telegramma a casa per comunicare la cosa ai miei genitori. Questo signore si recò, una volta a Gualdo, da mio padre riferendo del nostro incontro e del mio telegramma.
Ma mio padre non aveva ricevuto niente. Allora decise di venire alla Caserma di Falconara per cercarmi. Ci incontrammo e mi chiese cosa stesse accadendo e cosa c'era scritto nel telegramma mai arrivato.
" Niente di particolare ", gli risposi, " ci hanno congedato e volevo avvertirti ".
Lui tirò subito fuori degli abiti borghesi che si era portato preventivamente per farmi liberare di quella divisa che stava diventano ingombrante e, forse, pericolosa.
A Falconara abitava una certa Nena Pagliarini, una gualdese, un po' nostra parente, che aveva sposato appunto un falconarese. Andammo a casa sua e mi cambiai d'abito.
Facemmo quindi ritorno a Gualdo in treno viaggiando su un carro merci".
Una volta a Gualdo?
Seppi subito che erano in funzione, in attività questi movimenti partigiani. Lo seppi da un sacerdote, un aggregato salesiano che era stato anche mio insegnante, don Antonio Busellato.
" Sai ? - mi disse - questi matti si stanno organizzando! E sai dove lo stanno facendo? Qui, proprio nell'Oratorio !".
Come sede per riunirsi avevano scelto una stanza vicino alla sacrestìa della chiesa dell'Oratorio. Non solo. Avevano iniziato anche a passarvi le notti per non essere fermati, in giro, dai tedeschi. Lui, don Antonio, aveva la sua camera lì a fianco e sentiva tutto quello che si dicevano durante le riunioni. Tra l'altro venne a sapere che erano entrati in possesso di alcune bombe ricevute dai Carabinieri con i quali erano entrati in buoni rapporti. Quelle bombe, nientemeno, le tenevano nascoste sotto il palcoscenico del teatro lì vicino.
" Ma tu pensa ", mi disse preoccupato. " Se ci scoprono, se vengono a perquisirci ci fucilano tutti !".
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Gualdo Tadino, Istituto Salesiano (foto dell'epoca) |
E lei cosa fece?
"Per un po' di tempo rimasi in disparte poiché nessuno mi propose di aggregarmi".
Come mai?
"Il problema del periodo era che si doveva un po' conoscere le intenzioni delle persone. Poteva sempre succedere che qualcuno, che si pensava di una idea, potesse essere vicino a quella opposta. Così il professor Vincenzo Morichini, che coordinava il Gruppo referente ai Salesiani, non mi disse niente, non mi propose alcunché, anche perché ero reduce da una situazione militare.
Non passò comunque molto tempo che venni contattato dallo stesso Morichini e, quindi, da Carlo Luzi.
A Carlo dissi che avevo avuto già un contatto con Morichini e che, probabilmente, sarei entrato a far parte della loro Banda ".
Cosa le aveva raccontato Morichini? Come cercò di convincerla ad entrare nella Banda?
"Mi disse che c' era già una Banda molto attiva e che era dislocata sul monte Penna. Ancora bande dislocate a Morano, questa comandata da un certo Peppino, napoletano, a Fabriano, a Campodonico. Insomma, in larghe linee, mi informò su questa situazione. Lo fece con me e con Mario Megni, un universitario.
Demmo la nostra adesione. Lo facemmo attraverso la formula del giuramento".
Quindi diventaste dei combattenti.
"Non proprio. Il nostro ruolo si limitò a quello di collaboratori, cioè addetti ai collegamenti con le altre bande.
Uno dei nostri primi incarichi fu quello del contatto con il tenente Busetto. Un militare del Genio che, con il suo plotone di soldati, era stato incorporato nella Compagnia Tolde, una compagnia addetta ai lavori di ristrutturazione, di preparazione di piazzole per mitragliatrici.
Busetto si era accampato presso l'Istituto Salesiano dove il Comando tedesco aveva un distaccamento.
Quindi, io e Megni, contattammo questo tenente per convincerlo ad aggregarsi alla Banda del Monte Penna. Busetto si convinse, anche perché, evidentemente, c'erano stati dei sentori sulla sua volontà di abbandonare i tedeschi.
Allora insieme al Megni mi recai presso la Banda di Morano per sentire da Peppino come si poteva fare per mettere Busetto in contatto con la Banda del Penna.
Quando ci incontrammo con Peppino lo trovammo in compagnia di fascisti che la sua banda teneva come prigionieri.
Ricordo che mentre gli parlavamo restò tutto il tempo a giocherellare con una bomba a mano.
" Certo " ci disse. " Ho un collegamento con la Banda del Penna e li informerò su questa volontà del Busetto. Vi farò sapere ".
Ci informò nel giro di pochi giorni e ci disse della disponibilità di quella Banda ad accogliere il drappello del tenente Busetto. Così Busetto si trasferì dai Salesiani verso il monte Penna.
Penso che lei sappia quale fu la fine di quel Tenente".
Contattaste mai i partigiani del Penna?
"Si, lo facemmo anche direttamente. L'occasione fu quella determinatasi all'indomani della richiesta di alcuni ex fascisti di aderire a questi movimenti. Insomma, gente che, stanca ormai della situazione che si era venuta a determinare dopo la caduta del Fascismo, avrebbe voluto addirittura, oltre che redimersi, farlo attraverso una collaborazione diretta alla lotta contro gli occupanti tedeschi.
Tra questi lo stesso Peppino Iacopetti che, in precedenza, era stato fascista, …anche un po' esuberante.
Anche Sandro De Pretis ci chiese di partecipare alla lotta contro i tedeschi. Lui, tra l'altro, era proprietario di un mulino.
Ebbene, spesso mise a disposizione farina, ma anche formaggio o salumi, da portare ai partigiani per il loro sostentamento.
Non solo. Al nostro Gruppo facente capo ai Salesiani consegnava spesso dei denari da distribuire a nostra volta alle famiglie più povere.
Noi effettuavamo questa operazione di notte, infilando soldi sotto la porta dei più disgraziati".
Lasciavate un qualche biglietto?
"No, l'atto restava completamente anonimo".
Torniamo al suo ruolo di addetto ai contatti.
Certamente la nostra azione non era solo quella, diciamo, diplomatica. Eravamo sempre noi che spesso portavamo i rifornimenti per i partigiani sulla cava di pietra dove attualmente sorge la Piscina comunale. Lasciavamo lì gli zaini con le vettovaglie".
Non vi incontravate ?
"No, non doveva esserci contatto. Noi non dovevamo conoscere loro, loro non dovevano conoscere noi. Soprattutto non si poteva correre il rischio che qualcuno ci seguisse e che predisponesse qualche imboscata.
Comunque il responsabile di queste operazioni era un salesiano, don Menna.
Il fatto principale era che a volte arrivava la roba anche con dei mezzi di trasporto. Così si pensò che la migliore copertura fossero i Salesiani i quali ricevevano rifornimenti quotidiani per i loro studenti interni.
Quindi lo smistamento, organizzato dal sacerdote, verso le varie Bande.
Noi il mezzo per fare ciò.
Certo, non si può dire che i nostri fossero atti eroici, ma se ci avessero individuati e presi non sarebbe certo finita bene per noi".
Ne eravate consapevoli?
"Certamente. Sapevamo che ci avrebbero fucilato. Eravamo preoccupati per questa evenienza; ma più di noi le nostre famiglie".
Per quanto tempo andò avanti questo vostro appoggio?
"Fino alla fine, fino alla liberazione della città".
Sa come successe che alcuni di questi partigiani furono presi e poi fucilati sulla piazza principale?
"Furono un insieme di più cose. Tra esse spiate e la fuga o il rilascio di uno o più soldati tedeschi che tenevano prigionieri sul monte Penna. Questi riferirono al Comando tedesco presso Villa Testa, e da ciò scaturì un imponente rastrellamento sulle montagne.
Di rastrellamenti ne erano stati compiuti diversi, e diversi furono i prigionieri che trasferirono nelle carceri, in caserma, nei vari comandi e persino a Foligno e Perugia: il tutto conseguenza di continue diffusioni, da parte dei fascisti, dei nomi dei partigiani, dei ribelli al sistema e, quindi, alla sottomissione. Quello di quel giorno, però, fu il più organizzato, il più convinto".
Cosa facevate per sottrarvi a queste operazioni?
"Ad un certo punto decisi di andare a dormire presso i Salesiani. Feci anche finta di essere un salesiano. E ciò a stretto contatto con i soldati tedeschi che, ripeto, avevano un distaccamento anche presso l'Istituto.
A volte andavo a dormire anche presso dei parenti in via Bonfigli. Insomma cercavamo di evitare di farci trovare a casa".
Ricorda quando furono catturati e fucilati i martiri della piazza principale?
"Era il primo di luglio.
Ricordo che la gente non subì questo affronto passivamente. Era stanca di quell'invadenza quotidiana, dello strapotere dei tedeschi. In quella circostanza non furono pochi i cittadini, spesso donne, che non esitarono a ribellarsi, ad insultare i soldati tedeschi. Insomma, decisamente i gualdesi non si nascosero, scesero invece per le strade a dimostrare il loro dissenso.
Ma fu tutto inutile di fronte a tanto spiegamento di forze".
Riesce a ricordare le facce dei prigionieri?
"Si, purtroppo le rivedo sfatte, tumefatte dalle botte che gli avevano dato i tedeschi.
Alcuni sanguinavano.
Li vidi dalla mia abitazione, da dietro le persiane della finestra della sala che dava sull'attuale via Franco Storelli.
Nel frattempo tedeschi e repubblichini entravano nelle case per costringere la gente ad andare in Piazza ad assistere alla fucilazione.
Mia madre piangeva, mia sorella lo stesso. Ma a casa nostra non vennero, anche perché l'ingresso non dava direttamente sulla strada principale. Passarono di li ma non bussarono alla nostra porta.
Poco più tardi udii perfettamente le scariche di mitra. L'atto più crudele dell'intero periodo bellico per ciò che riguarda Gualdo Tadino.
La sera stessa, poco dopo la fucilazione, e dopo aver fatto saltare il Ponte Novo, i tedeschi lasciarono la città in ritirata.
Il giorno successivo, recandomi sulla Piazza, vidi i corpi di quei poveretti coperti da teli.
Un paio di giorni più tardi vedemmo scendere dalla montagna la prima e jeep delle Forze Alleate; c'era su un ufficiale inglese e un sacerdote, don Ermete Scattolini, parroco di Serradica.
Ma non era finita: i tedeschi in ritirata cominciarono a bersagliare Gualdo con colpi di mortaio da Fossato. Colpirono una ragazza, Matilde Carosati, e il contadino dei Rosi, a cui una scheggia amputò un braccio mentre stava lavorando proprio nei pressi dell'Opera Salesiana.
Comunque voglio ricordare tra i nostri patrioti Domenico Tittarelli che dopo la liberazione di Gualdo, si spostò verso il Nord dove la Liberazione si attuò molti mesi più tardi.
Ricordo che Tittarelli, mentre era in attività di partigiano sul monte Penna, ricevette una lettera dalle Ferrovie dello Stato che lo invitavano a presentarsi a Firenze per prendere servizio come addetto al Materiale e Trazione avendo egli vinto un concorso. Ci andò, ma più tardi fece rientro a Gualdo per andare a combattere nel ravennate dove, purtroppo, ci rimise la vita.
Questi partigiani gualdesi avevano un distintivo che portavano cuciti sulla camicia. Quattro lettere, MNTT , che stavano per: Morte Non Ti Temo.
Non era spavalderia".
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| Manifesto del Comando Partigiano con l'indicazione a rifiutare l'invito ad arruolarsi nell'esercito |
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CARLO CAMPIONI è nato il 16 aprile 1924 . È stato uno dei partigiani attivi sulle montagne gualdesi. Ha partecipato a diverse azioni attraverso le quali i partigiani si procurarono delle armi. Ha vissuto la brutta esperienza dell'arresto e della prigionia in una località dell'Italia settentrionale. Con Carlo Campioni ci incontriamo nella sua bottega da falegname in via della Rocca. Il nostro incontro era stato preceduto da una telefonata con la quale gli chiedevo di rispondere ad alcune mie domande circa il periodo dell'ultimo conflitto bellico.
Quando ci incontriamo scopro una persona serena, con il sorriso quasi incorporato sul viso. Dopo pochi convenevoli ci appoggiamo semplicemente al suo banco di lavoro per iniziare quella che gli ho annunciato come una chiacchierata tra una persona che so ha tanto da raccontare e chi vuol sapere affinchè certi periodi bui della vita non vengano dimenticati; ma, soprattutto, affinchè le nuove generazioni sappiano. Entriamo subito nel vivo.
A quale gruppo partigiano apparteneva lei?
"Ero legato al Gruppo Serrasanta."
Lei fu fatto prigioniero. Ricorda quel giorno? Cosa successe quando fu catturato dai tedeschi?
"Fui preso nei pressi di Palazzo Mancinelli, una frazione a nord di Gualdo Tadino.
Cerchiamo comunque di partire da quello che era il nostro Gruppo".
Un attimo di pausa e sul volto del signor Carlo mi pare di vedere che stiano scorrendo episodi e momenti che forse la mente era riuscita ad accantonare in un angolo comunque non troppo nascosto.
Ancora un po' e il racconto ha inizio.
"Noi eravamo organizzati da un comitato al cui vertice c'era Adriano Carini.
Dopo l'8 settembre decidemmo di ritirarci sul monte Serrasanta. Insieme con me c'era Livio Bibo Pasquarelli, Mario Pasquarelli detto l' Africano , Angelo Angeletti (che durante un'azione riportò una ferita ad un braccio e che portammo a curare dal dottor Rubegni), Giovanni Trippa Berardi, c'erano i Castellani di Palazzo, ancora del Palazzo c'erano Enzo e Gennarino... Poi ce n'erano diversi altri di cui, purtroppo, non ricordo il nome.
Insomma prendemmo questa decisione di andare a tribolare lassù, sul monte".
Il mio interlocutore accentua molto quel "tribolare". Giorni durissimi di cui all'inizio nessuno, mi dice, si rendeva veramente conto.
Ricorda il giorno preciso di questo trasferimento?
"Subito. Avvenne la notte tra l'8 e il 9 settembre".
Dove andaste a sistemarvi di preciso?
"All'interno dell'attuale casetta dove c'è la chiesa. Insomma nell'Eremo di Serrasanta. Al tempo non c'era il salone dietro la chiesa. C'era il solo atrio d'ingresso ed una stanza laterale alla chiesa che non era nemmeno protetta da una porta. Ricordo che alla prima nevicata la porta la facemmo con la neve..."
Avevate armi?
"No, all'inizio ci dissero che ne avremmo avute, invece niente: eravamo sprovvisti di un benché minimo armamento.
Non so perché ci trovammo subito in quella difficile situazione, forse non eravamo organizzati proprio bene... Pensi, all'inizio circolava la voce che avremmo avuto a disposizione persino un cannone. Fantasie!
Più di tutti era evidente la necessità di farci credere e sperare oltre il consentito e il verosimile".
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| Gualdo Tadino, Stazione Ferroviaria (foto dell'epoca) |
Una situazione, mi viene spiegato, che doveva essere un misto tra lo stordimento di quei terribili giorni, la voglia e la necessità di chiudere i conti con i tedeschi e con la guerra, la giovane età vissuta in condizioni di terrore e di scarsa coscienza.
Quindi vi si presentò la necessità di procurarvi armi...
"Certo. Non si poteva realizzare quello che ci prefiggevamo senza un minimo d'armamento.
La prima prospettiva fu quella di mettersi sulle tracce dei fascisti ed entrare nelle loro case: di armi costoro ne avevano di sicuro.
Un altro punto di riferimento fu la Stazione Ferroviaria dove c'era un deposito di armi dei tedeschi.
Ma purtroppo, dopo un breve sopralluogo, scoprimmo che questo deposito era ben sorvegliato dai soldati tedeschi che di armi ne avevano, e in pugno. Lì, di guardia, c'erano sempre due soldati, sia di giorno sia di notte.
Una notte però era in servizio alla stazione Giancarlo Cusarelli, un ferroviere, un capostazione che era dalla nostra parte. E quella notte ci avvicinammo al deposito nel momento in cui i due soldati si erano un po' allontanati per andare ad ispezionare altre zone della Stazione. Fu in quel preciso istante che noi entrammo nel deposito visti solo da quel capostazione che ci ignorò completamente facendo finta di interessarsi ad operazioni legate al traffico ferroviario.
A dire il vero, mentre noi eravamo dentro, stava arrivando un treno: Cusarelli lo fermò al segnale di protezione della Stazione.
Nel deposito c'erano parecchie armi, munizioni e bombe a mano: ne prendemmo più che si poteva. Poi scappammo in direzione del Ponte della Stazione dove, poco più in là, c'era il treno fermo con un carro merci pieno di soldati tedeschi.
Riuscimmo a sfuggire ai controlli portandoci subito sulla strada; quindi ci dirigemmo, con non poco affanno e con la paura che sentivamo sulle gambe, verso il Convento dei Frati Cappuccini e, ancora, su per la montagna passando per il Castagneto.
Quella notte erano due le squadre che avevano avuto il compito di procurare armi. La nostra alla Stazione di Gualdo Tadino, l'altra alla Stazione di Fossato di Vico. Ma l'azione alla stazione di Fossato non riuscì.
Ciò che avvenne, come era naturale, non restò inosservato.
I tedeschi diedero inizio a delle perlustrazioni, a dei rastrellamenti sulle cime delle montagne.
Vedevamo soldati cercarci sul monte Penna. Decidemmo allora di trasferirci più in basso, a Valsorda, nel Rifugio che oggi si chiama Perugia, era una casetta fatta a volta".
Il racconto prosegue lucido. Pare proprio che il signor Carlo stia sfogliando un diario su cui è stato appuntato ogni particolare.
"Era il 21 aprile. Quel giorno a Gualdo c'era un'importante Fiera (pari a quella del 1° settembre, detta delle 'nocchie ) e vedemmo molta gente passare proveniente dalle Marche, da Campodonico, da Serradica e dagli altri paesi che si trovano dall'altra parte degli Appennini, che si recava alla Fiera.
Furono questi civili che, di ritorno dalla Fiera, ci salvarono dalla cattura. Ci riferirono che una pattuglia di soldati stava salendo per cercarci. Allora scappammo giù verso il Lentino. Ci fu anche una breve sparatoria sulla Valsorda. Ci sembrò anche di aver colpito un soldato tedesco, ma non era così. In ogni caso continuammo a sparare per cercare di tenerli a distanza, di aprirci la fuga.
Riuscimmo a riparare sulle montagne marchigiane, sul versante opposto, dove c'erano altri partigiani.
II mattino successivo io, insieme a Bibo, Gennarino e l'Africano, attraversammo le montagne e scendemmo giù per tornare a casa.
Arrivati a Palazzo Mancinelli pensammo che non sarebbe stato prudente proseguire per Gualdo.
Ma l'Africano insistette: " Io non mi fermo qui - ci disse - voglio risicarla, provo ad arrivare a casa".
E così fece.
Il padre di Gennarino ci sistemò in una stanza che aveva una botola che dava sul tetto.
" Così - ci disse - in caso di pericolo salite, sul tetto e da lì potete poi scappare ".
" Le armi - ci suggerì - datele in ogni caso a me che so dove nasconderle ".
A tarda sera arrivarono, scendendo giù dalla montagna, anche Otello Sordi, Umberto Mandorla e Giovanni Berardi.
"Domani mattina - ci dissero - bisogna ripartire presto e risalire sulla Valsorda. Ci attendono i partigiani del Lentino con i quali dobbiamo portare a termine una missione''.
Non ci dissero quale.
Umberto e Otello dormirono in una capanna dove c'erano anche accatastate delle fascine. Dormirono nascosti sotto di esse.
Noi eravamo rimasti a casa di Cavalieri, verso l'agglomerato di Genga. Ci alzammo intorno alle 4 e 30. Ma trovammo una brutta sorpresa: eravamo bloccati da tedeschi e da fascisti che, armi in pugno, ci stavano aspettando.
Poteva essere successo solo per una spiata!
A casa di Gennarino c'era anche la sorella, il padre, la madre e i nonni. I tedeschi iniziarono a sparare in direzione di tutte le finestre. " O uscite - ci intimarono - o entriamo noi a prendervi !".
Abbiamo allora messo in piedi il tentativo di uscire dalla finestra che dava sul tetto. Uscì per primo Bibo, quindi Gennarino e per ultimo io. Ma non mi ero neanche affacciato che cominciarono a spararci addosso. Bibo e Gennarino si stesero lungo il cornicione, io feci appena in tempo a rientrare.
A quel punto non restava che uscire dalla casa con le mani in alto.
Appena fuori ci hanno legati tutti e tre con rabbia indescrivibile. Ci hanno quindi costretti a rientrare per cercare le armi, ma il padre di Gennarino le aveva nascoste che neanche noi sapevamo dove: così, per nostra fortuna, non le trovarono.
Quindi ci portarono via.
Prima di noi avevano già catturato Otello e Giovanni: ecco perché affermo che solo una spiata poteva aver indicato la nostra presenza e dove eravamo nascosti.
Ci portarono quindi a Gualdo e ci rinchiusero nella Caserma che era dei Carabinieri, nella piazzetta San Francesco.
Otello era un partigiano che i fascisti avevano riconosciuto in un'azione a San Pellegrino nel corso della quale erano entrati in una casa di un'appartenente al Partito fascista per prendergli le armi. Noi non eravamo invece schedati come partigiani.
"State tranquilli - cercò di rassicurarci Otello -, non parlerò, se mi riconoscono non dirò niente di voi ".
Il primo ad essere interrogato fu proprio Otello. Dopo l'interrogatorio lo rinchiusero in camera di sicurezza. Fu proprio come aveva promesso: non parlò.
Il mattino successivo ci trasferirono a Perugia.
Otello Sordi fu fucilato all'angolo dell'ospedale, dove ora c'è l'obitorio.
Tra i giustizieri di Otello ci riferirono che c'erano anche due fascisti di Gualdo.
Noi fummo rinchiusi in una Caserma che era nei pressi dell'Università per Stranieri. Tra i nostri, diciamo, carcerieri c'era un gualdese..., mi sembra che avesse il grado di Aiutante Maggiore: ora è morto. Io, a Gualdo, ero un vicino di casa di questo Ufficiale, qualche volta gli ero anche andato a comperare le sigarette. Mi venne istintivo di raccomandarmi a lui. Anche Bibo e Gennarino mi dissero di chiedergli se almeno uno di noi poteva ritornare a Gualdo a prendere qualcosa per tutti e tre: eravamo ancora con gli abiti di quando ci avevano catturato. Se dovevamo affrontare un lungo viaggio di deportazione non potevamo certo farlo in quelle condizioni.
"Non ti conosco - mi rispose -, non ti ho mai visto. E poi... - inveì con rabbia - ai banditi niente ...!".
Insistetti.
" Sentite, c'è il fattorino (Antonio Cavalieri) dell'autobus per Gualdo che lo conosciamo, affidateci a lui e solo uno va a prendere i vestiti e qualcos'altro per tutti ".
Niente da fare!
Dapprima ci passarono la visita e subito iniziò a circolare la voce che intendevano mandarci al Fronte. Al medico che mi visitava chiesi, tanto per tentare qualcosa: " Mi scusi, ma c'è la possibilità di restare qui ?". " Certo -mi disse con un garbo inaspettato -. Ho bisogno di un attendente, ti posso prendere con me ".
In quel mentre scendeva dalle scale il Maggiore gualdese:
" Te lo do io l'attendente ...!", mi disse. In un attimo bloccò qualsiasi mia speranza di non essere inviato a combattere.
" Firmate qui ", intimò a tutti. " O al Fronte o in Germania ".
Alla sera, in un grosso salone, attorno ad un lungo tavolo, si riunirono tutti i comandanti del Distretto. Dopo un paio di ore ci caricarono su un camion e ci portarono via: destinazione Gallarate dove c'era una prigione ricavata da una Scuola Allievi dell'Aeronautica. Ci rinchiusero in ventisei in una stanza che era poco più di un porcile.
Era la fine di marzo.
Fu una cosa terribile, una detenzione indescrivibile nei suoi aspetti più negativi, dove non c'era il minimo rispetto della decenza umana.
Con noi c'erano anche vecchi di oltre ottanta anni.
Qgni mattina prelevavano due dal gruppo e li fucilavano, e noi potevamo osservare la macabra scena dalle fessure della porta: li fucilavano proprio di rimpetto a noi.
Poi, un giorno, sospesero le esecuzioni e ci trasferirono in un lager ad Innsbruk, in Austria. Lì ci selezionarono secondo i mestieri che svolgevamo nella nostra vita lavorativa. Io, che ero un falegname, fui trasferito in un aeroporto dove mi misero in una squadra che costruiva aerei finti.
La vita, a quel punto, si fece un po' più decente, sia per quanto riguardava i pasti, sia per gli alloggi notturni".
Per quanto tempo vi trattennero?
"Non vi restammo per molto tempo. Questione di alcune settimane.
Poi cominciarono a circolare voci che la guerra stava volgendo al termine, che le truppe tedesche avevano cominciato a ritirarsi. Così, chi prima chi dopo, scappammo da quel luogo per fare ritorno in Italia.
Ci dirigemmo a piedi verso il confine e, dopo alcuni giorni, arrivammo sulla sponda sinistra del fiume Po dove incontrammo, dopo esserci salvati da vari incontri con le truppe tedesche, i primi soldati americani.
Capimmo che era il momento propizio per fare ritorno a casa.
Sempre a piedi arrivammo a Cattolica dove riuscimmo a mangiare un pasto caldo e dove ci dissero che c'erano dei camion che si dirigevano in Umbria.
Chiedemmo quindi un passaggio ad un camionista che andava fino a Fossombrone: ci fece salire. Arrivati a destinazione ci fece scendere e ci chiese un compenso: era impossibile, non avevamo assolutamente niente con cui pagarlo o, semplicemente, ringraziarlo. Non insistette più di tanto.
Quindi, di nuovo a piedi, arrivammo nei pressi di Scheggia dove i tedeschi avevano fatto saltare un ponte. Lo superammo salendo su una sorta di scala che gli abitanti avevano realizzato con delle corde.
Lì ci separammo con due compagni di Gubbio con i quali eravamo scappati dall'Austria. Avevamo appena salutato i nostri amici che sentimmo delle voci che ci parevano familiari: erano due gualdesi, Armando Piersimoni e un certo Niccolino che faceva il barbiere. Li chiamammo e loro ci fissarono con non poca meraviglia:
" Che bella sorpresa - esclamò Armando - tutti sono ormai convinti che siete morti! ".
E poi.
" Adesso come facciamo per portarvi a Gualdo, abbiamo solo una moto ".
Allora ci dissero che una volta arrivati avrebbero mandato qualcuno a prenderci. Fu a Costacciaro che ci venne incontro mio zio Sildo Campioni insieme a Mario l'Africano: lacrime e abbracci a non finire.
A Sigillo arrivò anche mio padre: inutile cercare di descrivere quel momento...
Siamo arrivati a Gualdo circa alle 21 di una sera di maggio del 1945, era il giorno in cui si celebrava l'Ascensione.
Il nostro primo pensiero, una volta giunti a casa, andò a quel povero Otello Sordi e la nostra rabbia verso chi, tra i gualdesi, aveva permesso quell'esecuzione o vi aveva addirittura partecipato.
Qualche tempo dopo ci fu anche un processo a Perugia, per quella barbara uccisione, cui fummo chiamati come testimoni. Alla sbarra c'erano i fascisti che a Gualdo avevano operato a fianco dei tedeschi: uno di Gualdo, l'altro, un maresciallo degli stessi fascisti, di Magione. Furono condannati, in contumacia,* uno a sette anni, l'altro a dieci.
Naturalmente questi negarono di aver preso parte alla fucilazione di Otello Sordi".
Pensaste mai di mettere in piedi rappresaglie contro i fascisti che erano stati operativi a fianco dei tedeschi?
"No, riuscimmo a non pensare alla vendetta. Neanche contro colui, che conosco, e che fece la spiata circa il nostro rifugio a Palazzo Mancinelli quando fummo catturati dai tedeschi e dagli stessi fascisti.
La Liberazione ci diede solo lo stimolo per ricominciare daccapo".
* Fecero ritorno tra la popolazione solo un anno dopo la fine della guerra.
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CATERINA CARINI è nata il 10 ottobre del 1927. Non ancora diciassettenne fu testimone di un rastrellamento che coinvolse anche Nicola Tomassini, il padre di Angelo, colui che sarebbe poi diventato suo marito.
Signora Caterina lei fu testimone dell'arresto di Nicola Tomassini. Cosa faceva quel giorno, dove si trovava?
"Nel periodo della guerra abitavo in via del Forno, quella che oggi è via Giuseppe Discepoli, proprio sopra l'allora bottega di Birillino.
Le finestre della mia abitazione si affacciavano anche su via Franco Storelli.
Quel pomeriggio del 16 giugno 1944 fu uno dei più terribili della mia vita. Ma penso che segnò anche la vita di molti gualdesi".
Dunque, mi dica di quale avvenimento fu testimone?
"Dovetti assistere alla cattura di colui che sarebbe dovuto diventare il mio suocero, alla cattura di Nicola Tomassini".
Mi racconti cosa vide quel giorno?
"All'inizio, più che altro, sentii gente che urlava e il rumore del motore di un camion che saliva su dalla strada sottostante. Io stavo lavorando con mio padre che faceva il panettiere.
" Ma che sta succedendo ?", esclamò mio padre.
Non potei fare a meno di affacciarmi dalla finestra della cucina. Sulla strada, fermo, c'era un camion dell'esercito tedesco. Era stato bloccato, in qualche maniera, dalla gente che gli si era messa davanti. Sopra, sul cassone, c'erano due persone: Nicola Tomassini e (omissis). Li avevano presi i tedeschi e li stavano portando via.
Ma proprio lì sotto, in via Bonfigli, c'era l'abitazione di Nicola.
Non avevo ancora messo a fuoco la situazione che sentii gridare: " Nicola, Nicola...! Cosa ti fanno? Dove ti portano ?".
Era sua moglie, Clelia.
Non le dico le scene di disperazione di quella povera donna che cadde anche a terra svenuta.
Intanto i soldati tedeschi stavano cercando di allontanare la gente che si era accalcata anche perché la notizia di quel rastrellamento era arrivata subito.
La signora Clelia riuscì in ogni modo ad avvicinarsi al marito. Questi, ho ancora le parole che mi ronzano nelle orecchie, le disse, la implorò: " Clelia, mi raccomando pensa ai figli, pensa ai figli miei che sono tutta la vita mia ...".
Poi il mezzo si allontanò e lui riuscì ad allungare una mano per toccare quella di sua moglie".
Si trovò, signora Caterina, ad essere testimone di altri episodi?
"Sì. Ricordo bene quando volevano impiccare Giulio Sorgo sul balcone del Municipio. Io mi trovavo sulla strada vicino alla mia abitazione. Venimmo subito a sapere di quanto stava per succedere e che ad un certo punto qualcuno andò a chiamare il dottor Gaudenzi all'ospedale. Insomma questo medico, che era tenuto in buona considerazione dalle Forze occupanti, doveva intercedere per il Sorgo. Sapemmo quindi che questo tentativo andò a buon fine tanto che Sorgo non fu più impiccato".
Dove si trovava, invece, il 1° luglio quando fucilarono i quattro partigiani in Piazza?
"Ero sempre nei pressi della mia abitazione. Nella nostra zona non vennero a prenderci per portarci ad assistere all'esecuzione, cosa che invece fecero con quelli che abitavano sulle scalette del Reggiaio. Restammo quindi lì ad avere notizie, con la speranza che quelle messe in piedi dai tedeschi fossero solo minacce.
Invece ad un certo punto udimmo perfettamente le scariche di mitra: li avevano uccisi.
La paura ci prese ancor di più anche perché quando li conducevano in Piazza mio padre riconobbe che tra le cose che avevano i tedeschi c'era una sacca con la quale riforniva di pane i partigiani. " Ecco - disse mio padre - se hanno scoperto chi è che da il pane ai partigiani ci vengono a prendere... ". Ma non successe niente anche perché i tedeschi erano in pratica già in ritirata, tant'è che il giorno dopo arrivarono le Forze Alleate che liberarono Gualdo".
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CLAUDIO SABBATINI è nato il 25 dicembre 1928 . Nel 1943 perse il padre a Terni nel corso di un bombardamento.
Suo malgrado Sabbatini incappò in un'azione dei soldati tedeschi che tenevano in scacco la città. Quel giorno presero sei cittadini gualdesi sospettati d'essere partigiani.
Ricorda quando fu arrestato dai soldati tedeschi?
"Si, era il 17 giugno del 1944".
Lei era giovanissimo, aveva poco più di sedici anni. Perché l'arrestarono?
"Quel giorno ero andato con mia zia Ada presso quella che era stata la Fabbrica dei fiammiferi a prelevare del grano per fare il pane.
Stavamo appunto facendo ritorno verso il centro passando da via del Fosso (oggi via della Resistenza) quando ci trovammo vicino al vecchio mattatoio (oggi Biblioteca comunale) mi appartai tra i cespugli per un bisogno. In quel momento vidi che stavano risalendo, proprio in quel punto, provenienti dalla Monina (poi Consorzio agrario, N.d.A.), delle persone. Erano: Antonio Bori, Filiberto Berardi, Nello Garofoli, Paolino Micheletti, Fernando Baglioni.
Appena tornato sulla strada ecco che vidi arrivare dei soldati tedeschi su moto e autoblindo. In un attimo scesero e, con i mitra spianati, ci intimarono di alzare le mani. Cominciarono immediatamente a perquisirci, a cercarci nelle tasche. Mi trovarono del tabacco che avevo rimediato dopo il bombardamento di carri alla stazione da parte degli inglesi, me lo buttarono via.
Paolino fu preso a calci e pugni; così toccò anche a qualcun altro".
Quanti soldati potevano essere?
"Non meno di sette o otto".
Quindi cosa vi fecero.
"Ci misero in colonna e, sotto la minaccia delle armi, ci condussero presso il villino Testa, proprio sotto i giardini di viale Don Bosco, accanto al distributore di benzina. Lì c'era uno dei posti comando dei tedeschi.
Un attimo indietro.
Quando passammo sotto la Piattaforma (piazza del Soprammuro) ricordo che un signore si affacciò per guardare cosa stava succedendo: gli scaricarono contro una raffica di mitra intimandogli di ritirarsi. Non so chi fosse, ma so che non fu colpito".
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Villa Testa sede di uno dei Comandi tedeschi |
Una volta dentro il Comando cosa vi fecero?
"In un primo momento ci perquisirono di nuovo e ci tennero lì senza farci niente.
Nel frattempo cominciarono ad arrivare i nostri parenti. Ma non gli consentirono di parlarci.
Tra essi venne anche la figlia di Filiberto, Giuliana. Cercò di consegnare un pacchetto al padre dicendogli che c'era qualcosa da mangiare. Ma il padre glie lo restituì: invece di un panino c'era dentro una bomba a mano. Se se ne fossero resi conto sarebbe stato un guaio per tutti, Giuliana* compresa.
Più tardi chiamarono Baglioni e gli dissero di andare a riparare una gomma di una loro auto presso il riparatore che si trovava vicino alla Fontanella di De Pretis.
Costui sarebbe potuto scappare. Invece fece riparare la gomma e tornò al Comando".
Secondo lei perché non scappò?
"Ma perché non erano partigiani. Pensavano che l'equivoco si fosse presto chiarito. Tanto più che uno di loro aveva anche difficoltà deambulatorie. Insomma poteva dedicarsi a tutto meno che ad azioni particolari".
Ma perché si innescò questo grosso equivoco?
"In qualche maniera ci riferirono che, affacciati alla finestra posteriore del villino, li avevano visti che imbracciavano dei fucili".
* Giuliana Berardi: " In effetti portai questa bomba a mio padre. Me l'aveva consegnata Peppino lacopetti dicendomi che se le avevano presi con le armi addosso, come si diceva, non se la sarebbero cavata.
Più tardi, ma solo quando mio padre venne liberato, mi resi conto della grave ingenuità che avevo commesso. Ma c'è da dire che i tempi non erano quelli più propizi per troppa riflessione. Spesso si parlava di sopravvivenza, e allora si tentavano tutte le vie possibili "
Era vero?
"Si, ma solo in parte.
Si erano recati presso la Monina dove erano stati ammassati e dati alle fiamme dei fucili, delle vecchie armi in disuso, insomma rotte. Loro avevano cercato di recuperare dei pezzi di fucili da caccia.
Certo, fu una grave ingenuità e per i tedeschi questo significava che erano partigiani e non volevano sentire giustificazioni, tant'è che nel pomeriggio cominciarono a chiederci dove fossero nascosti i nostri compagni partigiani. E noi tutti a rispondere che non ne sapevamo niente.
Gli interrogatori proseguirono nonostante che non riuscissero a trovare delle imputazioni contro di noi.
Poi, nel pomeriggio, ci fecero uscire per andare a spingere un camion che si era bloccato proprio vicino alla palestra della Gil (la palazzina si trovava dove sorge ora il Liceo Scientifico. Fu abbattuta a seguito delle lesioni riportate dal sima del 1984, N.d.A.). Terminata l'operazione ci accorgemmo che Paolino era sparito: era scappato senza che nessuno se ne rendesse conto, neanche noi. (1)
Comunque continuarono ad interrogarci ancora uno ad uno.
Solite domande: " Siete partigiani? Dove sono nascosti i partigiani? Hanno armi? Chi li rifornisce? ".
Ripeto, tutte domande a cui non eravamo in grado di rispondere.
Chiamato non so da chi ad una certa ora arrivò anche il dottor Gaudenzi che doveva essere introdotto con i tedeschi. Il medico cercò di dissuaderli dal fucilare qualcuno. Insomma, gli spiegò che noi con la Resistenza non c'entravamo. Ma non ci fu niente da fare.
Ad un certo punto a me, Nello e Filiberto ci trasferirono in un'altra stanza; ci diedero anche da fumare un piccolo sigaro. Antonio Bori e Fernando Baglioni furono invece potati via.
(1) Paolo (Paolino) Micheletti era nato il 17 giugno 1921. Secondo i suoi racconti, racconti riferiti dalla moglie, quel giorno era stato chiamato per spingere un automezzo dei tedeschi in panne. Finita l'operazione, condotta sotto una pioggia battente, si accorse che l'autista, che non doveva essere proprio un tedesco, gli fece un cenno con la testa, un cenno che Paolino interpretò come: " Vai pure via ! ".
Via dove? Si domandò Paolino. Ma non ci stette troppo a riflettere: quel Via! per lui si poteva tradurre solamente in: " Scappa !". E così si comportò.
Si diresse immediatamente dietro al fabbricato delle Scuole Elementari e, di corsa, si andò a nascondere in un tunnel che doveva essere una sorta di scolo delle acque dove da ragazzo si era recato spesso a racimolare degli spiccioli che potevano essere caduti dai tombini disseminati lunga la strada sovrastante. Stette lì fino all'imbrunire. Dopodiché andò a bussare a casa della signora Cecilia che abitava nella vicina piazza Marconi (piazza delle Erbe). Il marito della signora nascose Paolino sulla soffitta. Per accedervi tolse due traverse in legno in modo che nessuno potesse sospettare della cosa. Il mattino, prima che facesse giorno, Paolino venne chiamato ed invitato a trovarsi un rifugio più sicuro. Così uscì dall'abitazione e si recò verso Col de Medina. Ma non restò per molto tempo. Il pomeriggio si avvicinò a Gualdo e incontrò un appaltatore, il signor Pagliari. Domandò a lui se sapesse niente dei suoi compagni che erano stati arrestati insieme a lui. " Dovrebbero averli rilasciati ", fu la risposta. Così Paolino ebbe l'ardire di attraversare persino piazza Vittorio Emanuele II per dirigersi verso casa. Una volta a casa, nei pressi di Fona San Benedetto, fu invece informato che due dei suoi compagni erano stati fucilati. Restò lì nascosto, ancora in un tunnel dove scendevano acque chiare, fino a che i tedeschi lasciarono Gualdo Tadino il primo di luglio.
" Non ci vedremo più ", ci dissero sconsolati.
Ma a noi non sembrava ancora possibile che li avrebbero fucilati".
E a voi?
"Verso le sei ci vennero a prendere a ci trasferirono nei fondi di casa Baldelli, lungo la strada che dalla statale Flaminia conduce al Convento del Padri Cappuccini. Siamo rimasti lì fino a mezzanotte, poi ci hanno lasciato andare a casa.
Solo più tardi abbiamo saputo che avevano fucilato Bori e Baglioni accanto all'Eremo del Beato Angelo, non molto lontano da dove ci avevano trasferiti".
Sa l'ora in cui furono fucilati?
"Forse intorno alle cinque di quello stesso pomeriggio".
In quel periodo lei cosa faceva, intendo nella vita di tutti i giorni?
"Andavo ad imparare il mestiere di barbiere, lavoravo in Corso Italia, nella bottega del Moro (Gino Franceschini)".
Quindi quando il 1° luglio ci fu la fucilazione dei quattro partigiani in piazza Vittorio Emanuele II lei era lì al lavoro?
"Io ero al lavoro finché li condussero in piazza. Però ricordo che non uscii dalla barbieria anche perché, poco prima che li fucilassero, era entrato un soldato tedesco per farsi la barba.
Era ubriaco tanto che ad un certo punto, mentre lo stavo insaponando, mi tolse il pennello dalle mani e se lo infilò tutto dentro la bocca trattenendovi il sapone. Dunque poteva essere solo ubriaco.
Poi il Moro mi mandò a casa ed io, abitando in via Monina, mi diressi nel senso opposto della piazza. Quando fui in fondo al corso sentii le raffiche di mitra..."
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MARIA VITALI è nata il 10 novembre 1931 . Era appena tredicenne allorché fu testimone del trasferimento di Otello Sordi verso il luogo del suo martirio il 3 marzo 1944.
Lei, dunque, è tra le ultime persone che hanno visto Otello Sordi?
"Quasi certamente. Forse era una domenica pomeriggio e stavo passeggiando in piazza insieme a delle mie amiche. Era il momento del tipico su e giù per il corso. Saranno state le sei della sera ed eravamo proprio all'altezza della traversa che conduceva alla Caserma dei Carabinieri (oggi ristrutturata a condominio) in piazza San Francesco. Vedemmo questo Otello Sordi che, scortato da due soldati tedeschi e da un fascista gualdese che indossava un trench chiaro, veniva condotto non so dove.
Aveva, lo ricordo bene, un cappotto appoggiato sulle spalle, i pantaloni vistosamente più corti di quella che poteva essere la sua misura, chissà se si trattava di un pigiama? Dei calzini grigi di lana, di quelli che si fanno con lana vecchia, rimediata".
Voi li seguiste.
" Si. Forse per curiosità. Chissà, ci domandavamo, dove portano questo poveretto. Noi non è che lo conoscessimo, anche perché mi pare che abitasse presso la frazione Vaccara. Insomma li seguimmo tenendoci a distanza. Ci fermammo, un po' titubanti, solo in Largo di Porta Romana. Sa, i giardini non c'erano al tempo. Quello che per noi era il Piazzale era tutto allo scoperto. Ma quando ci accorgemmo che invece di entrare nel cancello dell'ospedale avevano girato dietro l'angolo dell'allora e dell'attuale obitorio ci riavviammo. Non eravamo a metà strada che sentimmo la raffica di mitra: lo avevano ammazzato".
Allora cosa faceste? Tornaste verso la piazza?
"No, anche perché non eravamo certe che lo avessero ammazzato. Ci nascondemmo per un po' e quindi andammo a vedere perché i suoi custodi, la sua scorta, erano tornati indietro.
Lo trovammo riverso in una pozza di sangue, le mani che sembrava avessero tentato di scavare sulla dura breccia.
Ricordo che per tre o quattro notti non sono riuscita a dormire tanto mi aveva sconvolto quell'atto e quella scena decisamente forte anche se avevamo conosciuto molti orrori della guerra".
Ha mai saputo perché presero la decisione di uccidere Otello Sordi?
Altre testimonianze attestano che dopo una visita medica nella prigione della Caserma gli era stata riscontrata una polmonite. Il medico consigliò quindi di ricoverare quel prigioniero all'ospedale.
"Non ho saputo di tutto questo, ma si disse che l'ordine di ucciderlo era stato impartito con un semplice gesto da (omissis). Da qualcuno che evidentemente aveva il potere di indicare certe scelte".
I gualdesi assistettero anche ad un bombardamento della stazione ferroviaria. Lo ricorda?
"Certo che lo ricordo. Erano aerei inglesi che facevano passaggi a bassa quota e bombardavano i carri in sosta sui binari. Un rumore assordante e tanta paura per quelle esplosioni a poche centinaia di metri dalle nostre case. Anche se il bombardamento era da parte degli inglesi per noi era sempre la stessa la paura. Era un ulteriore segnale di una guerra che avevamo in casa".
Cosa ricorda dei giorni che fecero seguito alla liberazione?
"Ricordo che sembrava sempre festa, anche se c'era poco da festeggiare viste le sofferenze patite, visti i martiri che erano stati uccisi.
Ma la cosa che più ho davanti agli occhi è quando ci recavamo davanti Rocca Flea dove c'era il campo degli Inglesi e questi preparavano il rancio anche per i cittadini. Io abitavo sulle scalette del Reggiaro e andavo su con un pentolino dove puntualmente mi mettevano qualcosa da mangiare.
Poi la lunga attesa per i rientri, o i mancati rientri, di chi era stato internato Germania".
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CLEMENTINA TOMASSINI è nata il 22 settembre 1930 . Non aveva ancora quattordici anni quando suo padre Nicola venne prelevato dai tedeschi nel corso di un rastrellamento e fucilato nella stessa giornata.
Per ricostruire quei giorni mi sono incontrato con la signora Clementina nel suo ristorante di via Matteotti. Un buon ristorante che porta il nome di sua madre, Clelia, che ha saputo creare una struttura molto valida nei tempi in cui la frequentazione dei ristoranti non era poi esaltante. Una buona cucina locale che conserva la fama delle migliori tagliatelle della zona. Da poco se ne sono andati i clienti del pranzo e la sala è di nuovo pronta per ospitare i clienti della sera.
Ci sediamo intorno ad un tavolo. Vicino a sé ha voluto che ci fosse anche la figlia maggiore, Nicolina.
Quando iniziamo il nostro dialogo preliminare la signora Clementina è molto tirata in volto, ha paura di ricordare male, ha timore di non saper usare le parole giuste per raccontare una tragedia che ancora oggi, al ricordo, le fa scendere qualche lacrima sul volto.
Cosa le viene in mente di quel periodo? Come vivevate quei giorni di occupazione e di terrore?
"Io e la mia famiglia vivevamo appunto nel terrore che prendessero mio fratello. Mia madre gli raccomandava sempre di essere prudente, di non mostrarsi troppo attivo con coloro che avevano organizzato la Resistenza contro un Esercito, quello tedesco, che ci teneva come in ostaggio.
Mio fratello Angelo era più grande di me e non stava certo a... guardare quello che facevano i tedeschi.
Mia madre si rivolgeva comunque anche a mio padre. Gli raccomandava di non farsi notare di non ostentare quel suo essere comunista attivo.
" Non vi preoccupate - ci rassicurava lui -. Chi volete che si occupi di me, chi volete che mi cerchi per reclutarmi! Non faccio niente di male, non sono libero e spedito... !" (Nicola Tomassini era poliomielitico ed aveva problemi deambulatori).
Ecco, il maggior pensiero per gli uomini era di essere presi e deportati in Germania per i lavori più duri.
Oppure, per i più giovani, quello di essere arruolati a fianco delle truppe tedesche".
Ricorda quando quel 18 giugno suo padre uscì di casa e...
"Si, lo ricordo molto bene.
Mia madre gli chiese dove stesse andando e lui gli rispose che si recava a far merenda insieme ad altri amici da Odino de Menotti, una abitazione verso la zona del Reggiaio".
E fu lì che si recò?
"Non lo so se ci andò. So che mia madre insistette per sconsigliarlo ricordandogli che i tedeschi stavano intensificando i controlli ed i rastrellamenti, ed era preferibile non farsi vedere troppo in giro.
In quel periodo erano tutti sfollati. Noi eravamo tra i pochi ad essere rimasti nella nostra casa di via Bonfigli poiché avevamo mia nonna abbastanza anziana, e ciò bastava a sconsigliarci di allontanarci dalla nostra abitazione.
Oltretutto in quel periodo ospitavamo anche la sorella di mia nonna che era paralizzata e che abitualmente viveva a Foligno.
" Piuttosto - si raccomandò mio padre a mia madre - stai attenta ad Angelo ".
E come ultimo atto di sicurezza mia madre gli disse di lasciare a casa il coltello che abitualmente teneva in tasca. Un coltello neanche troppo piccolo che portava con se per la sua attività escursionistica.
Verso le 16,30 si sparse la voce che c'era in atto un rastrellamento. E purtroppo le brutte notizie sono le più veloci a percorrere i vari angoli della città. Vennero infatti a casa nostra per dirci che avevano preso anche mio padre Nicola".
Il racconto della signora Clementina si interrompe. Davanti ai suoi occhi, è evidente, sta scorrendo di nuovo l'immagine di quel brutto "film" vissuto oltre cinquantacinque anni fa.
In un evidente imbarazzo mi dice anche che per lei è tutto chiaro e vivo come se il triste episodio si fosse verificato un giorno fa.
Riprendo con una domanda.
Dove si trovava lei in quel momento ?
"Ero seduta davanti alla casa di zia Amelia, vicino alla mia abitazione.
È lì che ho appreso la brutta notizia". Sa dove lo presero?
"Ci dissero all'angolo della chiesa di Santa Maria".
E cosa faceste?
"Ricordo che corsi immediatamente da mia nonna Luigia.
" Nonna, nonna - le gridai - hanno preso babbo !".
Di corsa, io e mia nonna, ci dirigemmo verso la Piazza. Mia madre si diresse invece verso quella che chiamavamo Piazza Ferro, dov'era il forno di Carini (via Franco Storelli, Fonte de Birillino).
Io e mia nonna sbucammo su dal vicolo della Farmacia Capeci e quindi ci dirigemmo anche noi verso il forno di Carini. Lì c'era il camion dei tedeschi con sul cassone mio padre.
Mi misi a gridare: " Babbo! Babbo !".
E correvo, correvo.
E lui: " Clementina! Clementina !".
Quando fui all'altezza del camion mi prese sulle braccia Gigi Biscontini, il padre del povero Cencio. Mi accostò a mio padre per farmelo toccare. Lui, non sapendo che mia madre era al corrente dell'accaduto, mi disse di andarla ad avvisare, di dirlo anche a mio fratello".
Il racconto si interrompe di nuovo. Ora l'emozione sfoga anche in qualche lacrima finora trattenuta a stento.
"Purtroppo - cerca di giustificare il suo sfogo la signora Clementina - è come se tutto fosse accaduto qualche giorno fa. Rivivo spesso quei momenti, quei giorni, con una nitidezza davvero sconcertante".
Quindi la testimonianza riprende le sue caratteristiche di vita vissuta, intensamente. Quei giorni, continuo a verificarlo, sono ancora... vicinissimi.
Quindi suo padre si incontrò con sua madre a piazza Ferro.
"Si, poco più avanti di dove lo avevo salutato io c'era mia madre ad attenderlo".
La scena che mi ripete la signora Clementina è quella descritta dalla signora Caterina Carini, colei che poi sarebbe divenuta la sua cognata per aver sposato il fratello Angelo.
E suo fratello, dov'era?
"Dunque, saputo che c'erano dei rastrellamenti in corso, mio fratello era nascosto presso quello che chiamavamo l'Orto dell'Abruzzo , poco sotto casa nostra. C'era una sorta di grosso chiavicotto davanti al quale era nato un grosso ciliegio: mio fratello si era nascosto dentro quel chiavicotto abbastanza sicuro e lontano dagli sguardi".
Torniamo un attimo indietro.
Le hanno quindi riferito che suo padre fu preso presso la chiesa di Santa Maria.
"Si, così ci riferirono. Lui era solo, appoggiato all'angolo della chiesa, quel mentre arrivò il camion dei tedeschi, si fermò, ne scesero dei soldati e lo presero e lo caricarono sopra il cassone".
Quando lo vide lei notò altre persone sul camion?
"Mi pare ci fosse (omissis). Forse anche un'altra persona, non ne so certa: la mia emozione fu troppo grande per potermi interessare di quanto poteva succedere attorno alla figura di mio padre che, capivo, me lo stava portando via, per sempre.
Ricordo che la mattina successiva fu proprio uno di quelli che stava sul camion che ci venne a riferire che avevano ammazzato mio padre".
Ma per quello che ne seppe poi quale poteva essere il motivo per cui presero suo padre?
La signora Clementina si ferma un attimo a riflettere. Più che ripercorrere la sua infanzia pare faccia uno sforzo per ripercorrere i ricordi di quanto poi sentì raccontare.
Mi parla di una famiglia francese che abitava vicino a lei e dalla quale sentì dei racconti.
Ma niente di preciso, niente che possa giustificare una esecuzione.
"Quello che posso riferire - mi dice infine - è che mio padre era un comunista, uno che, magari come tanti altri, parlava di quella situazione prodotta dal Fascismo e, poi, dagli occupanti tedeschi.
Ma niente di particolarmente compromettente che esulasse dal dire comune.
Forse il suo antifascismo gli usciva dalla bocca più frequentemente per il fatto che, lui poliomielitico e impedito ad essere operativo, più di altri esprimeva a parole il dissenso, l'opposizione.
" Tanto che possono farmi " ripeteva spesso a mia madre quando gli suggeriva di essere più cauto".
Ma la sera che precedette l'arresto di suo padre c'era stata la fucilazione di altri due innocenti: Fernando Baglioni a Antonio Bori [17 giugno 1944].
"E' vero. Di questo fatto ne parlavano tutti, anche a casa nostra. Quella sera mio padre era tornato a casa tardi e ricordo che mia nonna gli alzò su la voce.
" Cosa diavolo vai girando che c'è il coprifuoco! Hai visto chi hanno ammazzato !".
Mio padre le rispose che era proprio per quel grave fatto che era rincasato tardi. Per tutta la sera avevano cercato il capo della Piazzaforte di Gualdo. Lo avevano cercato su, verso Casa al Vento, presso la sua villa, un po' dappertutto. Volevano sapere da lui il perché di quella recrudescenza, di quelle esecuzioni senza senso.
Loro avevano saputo da un soldato tedesco che dovevano rivolgersi al Dottore per poter salvare quei due innocenti.
Anche tra i soldati tedeschi c'era gente buona, come pure c'erano i cattivi.
Insomma quel tedesco gli aveva detto di cercare il Dottore per poter salvare dalla fucilazione Baglioni e Bori. Ma non lo trovarono da nessuna parte".
Suo padre subì un qualche processo?
"Sembrerebbe di si.
Tra l'altro sapemmo poi che il Giudice che lo avrebbe condannato avrebbe detto che lui non faceva altro che emettere sentenze, questo sulla base di testimonianze. Pare che costui facesse il Giudice anche nella vita civile e che le sue sentenze non sarebbero state, così diceva lui stesso, cervellotiche, ma basate sui fatti e testimonianze riferite.
Riferite poi da chi sarebbe stato importante saperlo!
Insomma, mi viene da dire che le sue condanne erano basate su semplici spiate di fascisti o repubblichini vicini ai tedeschi e, sicuramente, contrari a chi professava apertamente, come mio padre, il suo essere comunista".
Qualche sospiro, un po' di riflessione mi fanno supporre che la signora Clementina stia un po' ripercorrendo i volti di coloro che potevano essere, o erano, i delatori del tempo, spie senza scrupoli e senza un minimo amore per i propri concittadini.
Dopo un pò la mia testimone ricomincia a parlare, le vengono in mente altri particolari.
"Quando il camion che trasportava mio padre si allontanò dirigendosi verso San Rocco a mia nonna Luigia (Angeli) venne in mente che aveva degli amici a Corcia, una frazione lungo la strada Flaminia, in direzione Roma. C'era una villetta dove abitava una famiglia che lei conosceva bene. Presso quella casa avevano messo un altro Comando dei tedeschi. Lei conosceva bene quella famiglia che, in qualche maniera li ospitava, e pensava che, attraverso costoro, avrebbe potuto ottenere qualcosa.
Ma in quella casa non trovò nessuno.
Allora fece ritorno a Gualdo attraverso le stradelle che corrono parallele alla Flaminia.
Quando arrivò a Gualdo, era ormai notte avanzata, non si rese conto che sotto di lei c'era un muraglione e quindi cadde sulla strada battendo violentemente la schiena e fratturandosi qualche costola.
Arrivò a casa camminando a gatto. Stette per molto tempo a letto con il sospetto che avesse leso la colonna vertebrale.
Solo dopo la fine della guerra fu possibile portarla all'Ospedale di Foligno per farle delle radiografie. Al tempo all'Ospedale di Gualdo non esisteva la radiologia.
Le riscontrarono una vertebra sovrapposta. Ma ormai era passato troppo tempo dalla lesione e i medici avanzarono seri dubbi sul cosa fare.
Quella lesione, mista al dolore per la fucilazione del figlio Nicola, la rese inferma.
Rimase in quelle condizione per dieci anni, fino al 1954. Poi una caduta dal letto la portò presto alla tomba".
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Manifesto razzista e intimidatorio del Comando tedesco |
E qui termina un po' la testimonianza, lucida, puntuale, seppur di un'allora tredicenne.
Nicola Tomassini venne giustiziato il pomeriggio del 18 giugno 1944 presso Casa Ribacchi, dove aveva sede uno dei tanti comandi tedeschi nel territorio. Nicola aveva appena 39 anni.
A questo punto cerco di conoscere con maggiori dettagli ciò che lei, o coloro che non furono testimoni sulla Piazza, seppero della esecuzione, della fucilazione dei quattro partigiani in piazza Vittorio Emanuele II quel 1° luglio 1944, a distanza di pochi giorni dalla fucilazione di Nicola Tomassini, di Fernando Baglioni e di Antonio Bori.
"Furono diverse persone a raccontare che avevano preso dei partigiani sulla montagna. Tra di essi anche Gabriele Pedana che conoscevamo bene e che era salito sulla montagna per lavoro insieme a suo fratello Vittorugo. Mi pare che Vittorugo, insieme ad un altro amico, fosse riuscito a scappare".
Voi sentiste la sparatoria? I colpi che uccisero in Piazza?
"Si, li sentimmo abbastanza nitidamente. Poi ricordo che venne giù una guardia municipale, Giovanni Urbini, che ci riferì dell'accaduto".
Quindi arrivarono gli Alleati. Cosa ricorda di quei momenti?
"Ricordo solo che per noi non poteva esserci festa. Niente poteva lenire il nostro dolore, la nostra ferita ancora così fresca.
So solo che per noi il timore per la possibile cattura di mio fratello Angelo proseguì fino agli ultimi istanti della presenza dei tedeschi.
Li vedevamo correre su per le stradelle, pensavamo stessero effettuando ancora rastrellamenti. Qualcuno mise anche in giro la voce che con il cannocchiale avessero visto mio fratello ed altri uscire da quel chiavicotto dove spesso si nascondevano.
Ma penso si trattasse di fantasie che servivano solo ad alimentare le nostre paure, la nostra disperazione.
Poi invece i tedeschi se ne andarono e, qualche giorno dopo, ci cannoneggiarono da Sigillo.
Vedevamo proprio quelle bombe che colpivano verso la pineta davanti alla nostra abitazione. Fu una di esse a colpire quella povera Matilde Carosati (- sedicenne -l'11 luglio 1944, nda)".
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Lapide posta nei pressi di casa Ribacchi sul luogo dove fu giustiziato il 18/06/1944 Nicola Tommasini |
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ENZO PERICOLI è nato il 21 settembre del 1926 . Fu catturato dai tedeschi, nel corso di un rastrellamento, il 2 maggio del 1944. Deportato in Germania, dove lavorò e visse di stenti, vi restò fino all'arrivo, in quel Paese, delle Forze Alleate.
Mi racconti del giorno in cui i tedeschi la presero, di quella specie di rastrellamento porta a porta.
"Ero a casa con mia madre Santina, mio padre lo avevo perso già da anni nel 1931.
Dei soldati tedeschi bussarono alla porta chiedendo se c'erano giovani"
E sua madre ?
"Mia madre gli rispose, in buona fede, che c'ero io e che avevo appena diciassette anni. Si comportò così anche perché qualche giorno prima avevano fatto un prelievo di forze giovani al Teatro Talìa e io ero stato escluso proprio perché troppo giovane.
Comunque non dissero il vero motivo per cui erano lì, e cioè per deportarci in Germania. A mia madre dissero che ci avrebbero portati in Municipio per accertamenti, per mettere un qualche timbro sul nostro documento d'identità, poi ci avrebbero rimandati a casa.
Invece ?
"Invece, all'altezza della Piazza, mi resi conto che stavamo superando il Palazzo Comunale. Ci invitarono a proseguire verso lo Spiazzale (oggi i Giardini pubblici).
Lì c'erano dei camion militari su cui ci invitarono a salire. Ci trasferirono a Nocera Umbra presso il Vescovado. Alcuni ne rilasciarono, tra essi ricordo Giuseppe Iacopetti e Angelo Angeletti.
Ci tennero fino a sera per poi trasferirci a Perugia, nello stabilimento della Perugina che allora era vicino alla Stazione Ferroviaria. Ci tennero lì per otto giorni".
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Atto di morte di Giulio Sorgo e Fernando Castellani |
Intanto sua madre non sapeva niente di quello che era effettivamente successo?
"Assolutamente no. So che poi si diede molto da fare per avere mie notizie e per mettersi in contatto con me, senza risultati".
Quindi la deportazione?
"Era l'ottavo giorno, era di sera quando ci radunarono.
" Ora chiameremo dei nomi ", ci disse l'interprete.
" Da questa parte tutti coloro che verranno nominati ".
Io fui tra questi. Ci caricarono sui camion e ci condussero a Firenze. Nella città toscana, finalmente, ci diedero qualcosa da mettere sotto i denti: non avevamo comunque fame; il nostro pensiero era rivolto esclusivamente a dove ci avrebbero portato.
Ci fecero entrare in un edificio sul cui portone principale spiccava la scritta: "CENTRO RACCOLTA GIOVANI VOLONTARI IN GERMANIA". Non mi sembrava che fossimo dei volontari.
Ci fecero i nuovi documenti e la sera ci stiparono dentro i vagoni di un treno. Erano carri bestiame: ci chiusero dentro e ci aprirono solo a Bolzano. Alla frontiera con l'Austria ci fecero la disinfezione e ci smistarono. In trentotto fummo indirizzati a Francoforte sul Meno".
Era l'unico gualdese?
"No, con me c'era Mario Bossi che, comunque, aveva già fatto la guerra di Spagna. Fu lui la mia guida di lì in avanti; è grazie a lui se sono potuto rientrare salvo a casa. Se mangiavo, naturalmente qualche tozzo di pane, spesso lo dovevo a lui.
Arrivati al campo di smistamento mi resi conto che su trentotto persone otto eravamo barbieri. Ci diedero di nuovo dei documenti e ci portarono sul luogo dove avremmo dovuto lavorare.
A un certo punto qualcuno ci chiamò: " Paisà ! ".
Erano una quarantina di italiani che lavoravano lì dal 1940; solo che loro erano veramente volontari Uno di questi, un capetto, mi trovò una sistemazione e da quel giorno iniziai a lavorare alla casa farmaceutica Bayern.
Cosa faceva in particolare ?
"Non facevo altro che spingere carrelli con taniche di cloroformio. E spesso eravamo presi dal torpore, proprio per le esalazioni di quel composto chimico. Se il tutto si aggiunge alla debolezza per il poco mangiare...
Alla sera rientravamo al campo, a est della città, a Salzeim.
Peggio di noi, nel campo, stavano i prigionieri, quei soldati italiani che si erano rifiutati di collaborare con l'Esercito tedesco".
Potevate anche usufruire di libere uscite?
"Questo poteva avvenire di domenica".
E come impegnavate quel tempo, diciamo, libero?
"Lo utilizzavamo per arrangiarci.
Spesso, ricordo, andavo ad aiutare delle donne che dovevano caricare dei carrelli di carbone. Noi le aiutavamo a spingerli e, come compenso, ricevevamo dei bollini per il pane. Era una sorta di elemosina".
Quanto si è protratta questa situazione?
"Per parecchi mesi.
Poi ci trasferirono alla frontiera con la Francia a realizzare camminamenti, buche, piazzole, sbarramenti per le strade.
Quel posto divenne l'inferno per me. Per andare a lavorare dovevamo percorrere tredici chilometri a piedi, altrettanti al ritorno. Questo si verificava anche con il tempo cattivo, sotto la pioggia o la neve. Ma al tutto bisogna aggiungere che le nostre scarpe si chiamavano così solo perché le mettevamo ai piedi. Si rompevano in continuazione. Un giorno ricordo che per averne rimediate un paio accettabili ci presi su delle belle bastonate".
Cioè ?
"Avevo trovato un paio di stivaletti da donna con una lunga allacciatura sul davanti; li avevo un po' accorciati e adattati a me; ma erano già fradici quando li avevo trovati: non durarono troppo. Allora un signore, un tedesco mi regalò un paio di zoccoli con sopra il cuoio, ci si camminava davvero bene. Io, a sera, nella mia ingenuità, gli andai a domandare se dovevo restituirli; un soldato mi prese a bastonate con tale violenza che ancora oggi mi vengono i brividi nel ripensare al dolore.
Comunque quegli zoccoli furono una vera manna, ripeto, ci si camminava proprio bene".
Quand'è che percepiste il momento della disfatta dell'Esercito tedesco?
"Quel giorno ero a Kerling, vicino alla Francia, alla Mosella. Avvertimmo i bombardamenti proprio vicino. Era da quel posto che i tedeschi lanciavano le V2.
Più tardi sentimmo che le raffiche di mitraglia erano proprio vicine.
" Arrivano gli americani ", dicemmo in una sorta di speranza neanche troppo remota.
Era effettivamente così.
Ma da quel momento diventammo degli sbandati. Andavamo a prelevare acqua per fare da mangiare persino nelle fognature. Un giorno miracolato trovammo persino della farina e ci facemmo del pane.
Un mattino, ricordo, toccava a me il compito di andare a cercare acqua.
Dovetti attraversare la strada che segnava l 'asse Roma-Berlino ; dall'altra parte incontrai due bergamaschi.
Uno di essi mi disse: " Tu aspetta qui che io salgo su quella collinetta e vedo cosa c'è dietro ".
Aspettai. L'attesa si fece però troppo lunga così, insieme all'altro compagno, decidemmo di andarlo a cercare. Lo vedemmo sulla sommità di un colle.
" Allora - gli gridammo - l'hai trovata quest'acqua ?".
" Tutto oro, tutto oro !" ci rispose.
Aveva con sé una valigia, una di quelle che lanciavano gli americani dagli aerei. C'era dentro ogni ben di dio.
" Giù, giù per la scarpata ce ne sono altre ", ci disse.
Ci gettammo a capofitto fino alla vicina Ferrovia. Ne presi due di quelle valigie, una per me e una per il mio compagno Bossi. Dentro trovai maglioni, calzini, mutande, camicie, cioccolata, carne in conserva.
Da quel momento cominciammo ad incamminarci... verso casa!
Una sera ci fermammo per dormire lungo una scarpata. Al mattino ci svegliò una raffica di mitraglia di tedeschi sbandati che avevano tardato ad allontanarsi rispetto alle autocolonne che vedemmo passare.
Lo stesso giorno arrivammo in una cittadina dove assistemmo ad un vero a proprio assalto ad un treno carico di viveri: approfittammo anche noi della situazione".
La fame, vostra eterna compagna?
"Ricordarsi adesso stento anch'io a comprenderne la portata, ma avere sempre fame tanto da ridursi a mangiare di tutto, e per mesi e mesi, vi assicuro che era una cosa da star male, da soffrire veramente. Senza dimenticare che ogni giorno si doveva lavorare, e di che lena!
Comunque in quell'occasione rivedemmo la margarina, il burro, lo zucchero, oltre la farina che qualche volta aveva fatto parte del nostro mangiare.
Fu quella la prima volta che ci prese voglia di tagliatelle: le cucinammo, anche se senza uova, e fu un momento bellissimo.
Lungo il cammino trovammo anche scatole di carne gettate via dai tedeschi in frettolosa ritirata. Allora facemmo una sorta di minestrone con dentro margarina, carne in scatola e quant'altro ci passava per le mani. Ottenemmo il risultato di una forte dissenteria tale da farci rimpiangere i vari digiuni".
Quindi riprendeste il cammino verso casa ?
"Si, continuammo a rivestire il ruolo di sbandati ancora per un po' di tempo, finché ci presero in consegna gli Americani che ci riunirono in un autoparco dove restammo per circa tre mesi".
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Gualdo Tadino, Convento dei frati Zoccolanti, vi alloggiavano famiglie di sfollati (foto dell'epoca) |
Mesi comunque in libertà.
"Non proprio. Gli Americani ci controllavano, ci facevano lavorare e non potevamo uscire. Il mangiare poi, anche se era ben lontano dai digiuni tedeschi, non era mai abbondante tanto che spesso ci arrangiavamo a rubare ortaggi negli orti dove ci mandavano a lavorare. Insomma non era proprio il bengodi. Tra l'altro la condizione per poter uscire dal Campo era quella di aver fatto le pulizie a puntino".
In questi lunghi mesi ebbe mai contatti con sua madre?
"Mai. Le mie lettere arrivarono dopo il mio ritorno. So che quella poveretta andò fino all'Eremo del Serrasanta, a piedi nudi, come voto, perché il Padreterno le consentisse di rivedermi".
Quand'è che potè intraprendere il vero e proprio viaggio di ritorno a casa:
"Una mattina, senza che nessuno ne avesse anticipato la notizia, cominciarono ad entrare nel Campo diversi camion militari. Ci radunarono e ci fecero salire sopra.
In fretta e furia radunammo su le poche cose di cui eravamo venuti nel frattempo in possesso e salimmo sui cassoni. Ci portarono alla Stazione Ferroviaria e ci caricarono su carri bestiame, e incredibilmente: via verso l'Italia".
Per quanto tempo era restato in Germania?
"Per quindici mesi".
Ricorda il momento dell'ingresso in Italia?
"Lo ricordo perfettamente. Fu quello il momento in cui ci sentimmo di nuovo veramente liberi, di avercela fatta.
" Italia! Italia !", era il grido che si levava da tutti i carri: eravamo al Brennero.
Soprattutto ricordo le lacrime di coloro che, diversamente da me, erano stati prigionieri in Germania e avevano veramente sofferto la dura regola dei lager. Io, in quel momento, in confronto a costoro, conseguentemente ai loro fugaci racconti, mi sentii quasi un turista al rientro da una vacanza".
Insomma, in qualche modo un viaggio festoso.
"Certo, e lo era ancor di più per il calore della gente che ci salutava dai campi, dalle strade, dalle Stazioni. E noi tutto un rispondere a questi gestì di solidarietà. Arrivati ad Ancona più niente. Nessuno si curava più di noi".
Forse non capirono che eravate dei reduci.
"Non lo so, ma fu una grossa delusione tanto che chiedemmo loro se erano italiani..."
Ormai, comunque, era a pochi chilometri da casa.
"Si, ma c'è da dire che quell'ultimo tratto non finiva mai. Comunque arrivammo a Fossato di Vico.
" Ormai - dicevo agli altri compagni che dovevano proseguire anche fino al Sud - sento l'odore di casa ".
E in quel preciso istante mi sentii chiamare: " Riccio! Riccio ! ", il nomignolo con cui mi chiamavano nella mia città, a Gualdo Tadino. Era Luigi Paffi, un ferroviere che mi riconobbe dal treno incrociante. Mi venne vicino e mi diede la notizia della disperazione di mia madre che nutriva più poche speranze di rivedermi.
E aggiunse: " Aspetta che dico al Capo Stazione di far fermare il treno a Gualdo altrimenti so che la fermata non è stata prevista ".
E come, riflettei, un treno di prigionieri che viene dalla Germania non ferma in tutte le stazioni?"
Quindi?
"Quindi la brutta sorpresa di vedersi passare davanti agli occhi la propria città: il treno non si fermò a Gualdo. Evidentemente l'interessamento dell'amico Luigi non aveva dato gli esiti sperati.
Ma alla Stazione di Gualdo mi riconobbe, mentre transitavo, Luciano Marinelli, che stava facendo pratica da ferroviere, che corse subito a dare la notizia a mia madre".
Insomma, questo treno dove si fermò?
"Grazie a quei ferrovieri gualdesi che ci riconobbero si fermò appena un chilometro dopo la Stazione , nella località Ràsina. Così io e Mario Bossi potemmo scendere.
Fummo subito abbracciati dal casellante Gino Baldarelli. Nei vicini campi, invece, riconoscemmo Raffaele Fazi che stava raccogliendo il grano. Salimmo sul suo carro trainato dal cavallo e ci dirigemmo a Gualdo: era il 13 luglio del 1945.
Fu il signor Fazi a darci il quadro della situazione gualdese, delle sofferenze, dei morti ammazzati".
Quando ci fu l'incontro con sua madre?
"Poco dopo vicino alla vecchia fabbrica di ceramiche Luca della Robbia. Un momento che non si può descrivere con le parole... !"
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GABRIELE PEDANA è nato il 31 marzo 1926. Il 1° luglio 1944 doveva anche lui essere fucilato in piazza Vittorio Emanuele II insieme ai quattro che poi furono giustiziati all'imbrunire di quello stesso giorno. All'epoca dei fatti era appena diciottenne.
La sua occupazione quotidiana era quella di carrettiere, sia perché andava con il padre a raccogliere legna sulla montagna, sia perché utilizzava i muli e i carri per il trasporto di pietrisco o di altri materiali. Abitava in via della Canale, oggi via Mastro Giorgio.
Il nome di Gabriele Pedana mi viene fatto da alcuni anziani che lo ricordano tra i probabili testimoni della fucilazione in Piazza. Per la verità qualcuno mi aveva suggerito il nome del fratello Vittorugo. Ben presto scopro che c'è un equivoco e che, a qualche titolo, era Gabriele la persona che poteva essere utile alla mia ricerca dei testimoni.
Dopo una telefonata per chiedere un appuntamento ci incontriamo nella sua abitazione di via Roma, nel quartiere San Rocco. Con Gabriele c'è ad aspettarmi la moglie Rosanna Fabbri.
Non è difficile rompere il ghiaccio: appena un anno prima del nostro incontro con Gabriele avevamo condiviso un viaggio in Pensylvania (Usa) per incontrare i tanti emigrati di origine gualdese che vivono nell'area di Scranton, Pittston, West Pittston, Jessup. La prima domanda.
Partiamo da quella che è un po' una data cruciale: l'8 settembre 1943. Cosa significò quella data a Gualdo Tadino?
Gabriele si prende qualche secondo di tempo: uno sguardo letteralmente scaraventato nel passato e quindi la precisione di chi non ha dimenticato, non può dimenticare.
"Fu un momento di totale sbandamento. Nessuno sapeva più cosa fare, a cosa fare riferimento".
E quasi come davanti ad un film già visto, ma non per scelta, il signor Gabriele prosegue con sicurezza.
".. .ma ciò determinò anche delle situazioni molto particolari. Partiamo, per esempio, dalla situazione che si era creata presso il Convento dei Frati Zoccolanti (Ss. Annunziata) dove c'era un distaccamento dell'Esercito italiano comandato dal Tenente Alessandro Busetto.
Con lui c'erano dai venti a trenta soldati della classe 1925.
Non so per quale preciso motivo fossero qui a Gualdo. Fatto sta che dopo una ventina di giorni successivi all'8 settembre seppi che il Tenente aveva preso la decisione di darsi alla macchia, di passare dalla parte dei partigiani in maniera attiva".
Come è possibile, chiedo, che da un momento all'altro si possa prendere una decisione così importante in presenza ancora massiccia di forze tedesche in città?
Gabriele si ferma un attimo a rimettere insieme le idee. Ma poi, deciso, mi risponde.
"A creare questa situazione contribuì molto il professor Vincenzo Morichini, un salesiano laico che, piuttosto che attendere che alcuni di quei soldati passassero nelle file dell'Esercito tedesco, convocò delle riunioni organizzative che sfociarono nella creazione di un vero e proprio Nucleo partigiano.
Il Professore, secondo il parere di molti, doveva essere un capo dell'organizzazione nazionale dei partigiani, anche se non lo disse mai, neanche negli anni successivi alla guerra in cui continuò ad operare presso la scuola e l'Opera Salesiana".
Lei, in qualche modo, entrò nel giro dell'organizzazione? "Si, ma mi successe anche un po' per caso.
Il signor Gabriele si ferma ancora. Gli è accanto la moglie che sembra quasi volerlo incitare al ricordo. Anche lei appare interessata e curiosa di rivisitare quei fatti ormai così lontani un po' per tutti.
Io, invece, sto per ricevere una testimonianza importantissima per la ricostruzione storica del 1° luglio 1944.
Il ricordo prende forma.
Una mattina insieme a Giulio Gubbini, anche lui carrettiere, ci stavamo recando a fare il taglio della macchia. Su per la montagna incontrammo il Tenente Busetto insieme a dei soldati.
Ricordo che mi fecero subito una buona impressione: erano ben equipaggiati con zaini, fucili, munizioni, mitragliatrici. Si stavano trasferendo a Campitella , la stessa nostra meta. Forti della nostra esperienza di montanari li convincemmo a cambiare strada, a fare un sentiero più corto di quello che erano intenzionati a percorrere.
Siamo dunque saliti per il Pian della Croce , per i Trocchi di Campitella fino a destinazione.
È da quel momento che ebbe inizio la mia partecipazione all'idea partigiana, alla resistenza contro i tedeschi che ci tenevano in scacco.
Assunsi così il mio ruolo.
Cominciai a trasportare materiale e vettovaglie su per i monti per rifornire questa gente, questi giovani Patrioti. Lo facevo a volte con il carretto a volte con il solo mulo caricato a soma".
Quindi con questi contatti aveva l'opportunità di conoscere un po' tutti.
"Questo no. Non dovevo mai arrivare al punto dove si trovavano, ogni volta stabilivamo un luogo di incontro con uno o due di essi. Questo per prevenire ogni possibilità che venissi seguito da qualcuno: un tedesco o un fascista spia".
Ricorda qualche azione particolare di questo nucleo di partigiani?
"Un giorno scesero giù dal monte Penna fino al Fornaccio. Prepararono un agguato per assaltare un camion tedesco carico di armi. Misero in atto il disegno con una certa perizia facendo anche tre prigionieri: i soldati di scorta al carro. Quindi si impossessarono di tutte le armi che poi trasferirono sul monte Penna insieme ai tre prigionieri.
Una volta giunti al loro rifugio si aprì una accesa discussione: alcuni optavano per uccidere i tre prigionieri, altri erano assolutamente contrari. Fu il tenente Busetto ad opporsi con forza, lo fece dall'alto della sua fede cristiana che non gli consentiva di uccidere, anche se si trattava di nemici, così a freddo.
Ma questo suo atto di cristiana generosità gli si sarebbe rivoltato contro di li a poca distanza di tempo".
Il mio intervistato mi conduce nel vivo di quello che fu il giorno più tragico della guerra a Gualdo Tadino.
Ora la voce si abbassa di tono, tradita anche da un po' d'emozione per i ricordo riposto da tempo negli archivi della mente.
"Era il mattino del 1° luglio, mi pare che fosse domenica. Mi alzai presto, erano appena le quattro, per andare a prendere il fieno sugli Abbrugiaticci, sulla Valle del Fonno. Insieme a me c'era mio fratello Vittorugo, oltre a Nello Spigarelli e Ventura Tommasini.
Lungo la strada incontrammo Peppino (Giuseppe Iacopetti, uno dei quattro fucilati in Piazza) insieme ad un militare di quelli che facevano capo a Busetto sul Penna: erano scesi a fare rifornimento.
Peppino mi riferì che doveva recarsi a Casa Luna, verso Nocera Umbra, per incontrarsi con un altro gruppo di partigiani. Doveva portare loro degli ordini, delle comunicazioni importanti.
Quindi salimmo insieme a loro due fino al Fonno. Lì caricarono sul carretto tutto il materiale da trasferire a Casa Luna.
Sul Fonno c'era un albero che chiamavamo il ciocco , in quel punto si diramavano due strade. Il soldato proseguì verso il monte Penna con il suo zaino carico di viveri; Iacopetti dall'altra parte insieme a me verso la Val del Pelo.
Saranno state le 8 del mattino quando all'improvviso sentimmo un colpo di mortaio: ci sparavano, cercavano di colpirci a colpi di cannone.
Ci rendemmo presto conto che la montagna era disseminata di soldati tedeschi armati di ogni cosa.
Continuarono a spararci contro e alcuni colpi caddero anche a poca distanza da noi.
Mio fratello Vittorugo e Ventura non ebbero un attimo di esitazione: presi da spavento si buttarono giù per le balze come dei forsennati. In pochi attimi erano fuori dal tiro dei tedeschi, erano letteralmente spariti. Seppi poi che erano precipitosamente tornati a Gualdo, a casa".
Per quale motivo lei non scappò, non seguì la decisione di suo fratello e del suo amico ?
"Io e Nello restammo lì perché fu Peppino ad implorarci di non lasciarlo solo. Lui non se la sentì di abbandonare i suoi compagni partigiani, noi non ce la sentimmo di lasciare lui solo.
Intanto gli obici di mortaio continuavano a caderci attorno. Ci nascondemmo nella macchia. Poi, all'improvviso, tutto si fermò e calò un gran silenzio.
Ci guardammo in faccia.
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Atto di morte di Fiulio Sorgo e Fernando Castellani |
" Cosa facciamo adesso ? Se usciamo allo scoperto ci ammazzano ".
Guardai Peppino.
Lui, prima dell'armistizio, era stato dall'altra parte, era con quei Fascisti che avevano seguito i proclami di Mussolini. Ci affidammo a lui come ad uno che oramai doveva sapere tutto sulle strategie dei tedeschi.
E ingenuamente gli chiedemmo: " Diccelo tu, cosa faranno adesso ?
Certo, ripeto, una domanda oziosa, ma in quel momento mi venne proprio pensato che lui potesse anticipare le mosse di quelli con cui era in qualche maniera stato a fianco.
E lui, forse per attenuare il nostro terrore, non ci negò quella speranza: " state tranquilli - ci disse - qui non vengono ". Purtroppo successe esattamente il contrario.
Erano circa le 14 e 30 quando decisi di mettermi la falce in spalle per dirigermi verso Gualdo. Se mi incontra qualcuno - pensai - gli dico che sto facendo ritorno dalla falciatura.
Mi avviai verso i muli e Peppino verso la Val del Pelo.
Avrà percorso poco più di duecento metri che di nuovo sento raffiche di mitra. Mi precipito a vedere e lo scorgo in mezzo alla strada con le mani alzate. D'istinto mi buttai all'interno del macchione . Ma non si rivelò un gran rifugio, era troppo rado, mi avrebbero visto. Tantopiù che indossavo una maglietta rossa. Se lì vicino ci fosse stato un bosco... sarei letteralmente sparito. I tedeschi cominciarono a chiamarmi con insistenza, ma io non risposi, si stancheranno, pensai.
Invece iniziarono di nuovo a sparare con la mitragliatrice all'interno del rado bosco.
Non potevo resistere pensando di cavarmela. Decisi di uscire allo scoperto. Nello non mi seguì. Ma loro ci avevano visti che eravamo in due.
Insistettero a chiamarlo perché uscisse fuori anche lui: ripresero a sparare all'interno della boscaglia. Allora decisi di intervenire:
" Nello, vieni fuori che non ti fanno niente, sei troppo piccolo. Se non esci va a finire che ti ammazzano ".
In realtà Nello era più giovane di me di un paio di anni, e ne dimostrava ancora di meno. A quel punto uscì fuori ma subito sbottò in un pianto di paura".
Casa fecero i tedeschi: vi legarono, vi ammanettarono o cos'altro?
"No, no. Al contrario. Ci caricarono sulle spalle delle armi che dovevano trasportare, quindi ci indirizzarono verso il Penna sotto la minaccia delle loro armi.
Insieme a loro, che erano tutti delle SS, c'era un interprete che mi pare fosse austriaco.
Mentre salivamo su mi rivolsi a lui: " Casa ci faranno adesso ? ", gli chiesi. " Alle cinque kaputt " mi rispose secco.
Mi prese ancora più paura di quella che già avevo, ... e già ne avanzava.
Ad un certo punto uscimmo dalla stradella che dal Fonno va verso il Penna. Su un lato la montagna faceva una specie di scrimine; noi eravamo sopra i Quarti .
" Gabriè, Gabriè guarda di sopra ... " mi sollecitò Peppino.
Mi girai, ma in quel momento sopra di me c'era un dosso e non vidi niente.
" C'era qualcuno? Chi erano ?" gli chiesi.
Ma in quel momento l'interprete ci mise a distanza per non farci parlottare.
" Tanto se ce la faccio a salvarmi li ammazzo tutti e tre ", si sfogò più tardi Peppino".
Seppe mai a chi si riferisse?
"Non ebbi più modo di farmelo dire con precisione, ma parlava di tre fascisti gualdesi, di tre spie che avevano accompagnato i tedeschi sulla montagna per farci prendere. I nomi non me li disse ... o non me li volle dire".
Ma lei se la fece un'idea di chi fossero?
Si..."
Una breve sospensione del racconto. Ma Gabriele non pronuncia quei nomi
II racconto prosegue sui fatti.
"Arrivammo dunque sul monte Penna.
Quando ci fecero fermare mi rivolsi all'interprete: " Io ho lasciato i muli da soli, se non li riprendo non li trovo più. Poi questo mio compagno è piccolo, è qui con me solo perché siamo venuti a tagliare la macchia " .
L'interprete parlottò con i soldati tedeschi e questi acconsentirono che Nello se ne andasse. Subito mi sentii risollevato, ma poco dopo presi coscienza che la mia situazione non era affatto cambiata.
La montagna era piena di tedeschi.
" Mi raccomando - dissi all'interprete - avvisate che non gli sparino addosso ".
"Si, si - mi rispose - li abbiamo già avvisati ".
Invece giù al Piano della Torre cominciarono a sparargli, per fortuna senza colpirlo.
A quel punto ci fecero scendere verso Gualdo.
Quando arriviamo poco sopra la Racchetta, all'altezza di un macigno caduto giù dalla parete, scorgemmo distintamente la Fonte della Racchetta: in mezzo alla strada il Tenente Busetto".
Com'è che si trovava lì? Lo ha saputo?
"Era successo che quando i tedeschi avevano iniziato a cannoneggiare i partigiani erano tutti scappati, si erano dispersi per la montagna. Naturalmente i tre soldati tedeschi che i partigiani avevano fatto prigionieri scappati anche loro..."
Torniamo al Tenente Busetto.
"Insieme al Tenente, io l'avevo visto, c'era uno dei suoi soldati. Ma questo, alla vista dei tedeschi che scendevano con noi, si tuffò letteralmente dentro un fosso dove c'era un grosso tubo. Si nascose là dentro".
Perché Busetto non fece altrettanto ?
"Perché pensò che a lui lo avessero già visto e, se avesse seguito il suo compagno, li avrebbero presi tutti e due. Almeno l'altro si salvò!
Quando vidi Busetto da più vicino, mi resi conto che i suoi abiti erano tutti strappati. Questo a seguito della fuga tra i boschi e i dirupi della Gola della Racchetta".
I tedeschi capirono subito di chi si trattava?
"Penso di no perché, attraverso l'interprete, cominciarono a fargli domande di ogni genere.
Lui rispose che era andato in montagna a fare legna, quello era il suo mestiere.
" Documenti !" gli intimarono.
" Non li ho - gli rispose - sapete..., andare in montagna a lavorare in mezzo alla macchia si rischia di perderli, allora li ho lasciati a casa ".
" Allora vieni a Gualdo con noi che verifichiamo se le autorità locali ti conoscono ".
Così ci intimarono di avviarci di nuovo verso il paese. Prima, però, chiesi se era possibile bere alla fontanella. Era una giornata caldissima e io mi misi letteralmente con la testa e la schiena sotto il raggio dell'acqua della fontanella che c'era al tempo sotto l'attuale vascone della Fonte della Rocchetta.
" Sei matto ?" mi disse Busetto. " Ti prende un accidenti ".
" Tanto che gli fa - gli risposi sconsolato -, questi alle cinque hanno detto che mi ammazzano ".
Busetto si mise invece a sorseggiare l'acqua che era freddissima come solo i gualdesi sanno. Per me, qualche giorno dopo, ci fu la sorpresa di una pleure doppia.
Quindi siamo ripartiti passando per Bucone.
Lì ho provato un gran dispiacere.
Una riflessione: penso che quando te la vedi brutta pensi solo a te stesso. Insomma il detto " ognuno per sé, Dio per tutti " non è una cosa buttata là tanto per dire.
Mi spiego: in quella casa cosiddetta di Bucone c'erano degli sfollati. Appena questi ci scorsero pensarono solo a gridarci contro.
" Ma come, li fate passare qui? Non sapete che ci siamo noi sfollati? Mascalzoni !".
Sono rimasto esterrefatto. Ma come, mi domando ancora, i tedeschi delle SS ci spingevano sotto la minaccia delle armi e quei paesani non ebbero neanche un momento di riflessione nei nostri confronti? Su quanto ci era successo? Su quanto ci poteva accadere? *
Poi siamo arrivati a Gualdo scendendo giù da quella che dopo la Liberazione è diventata via V Luglio.
Quando fummo all'altezza di Largo di Porta Romana, davanti a casa Amoni, ci rendemmo conto che da verso il Ponte Novo stavano risalendo altri cittadini scortati da SS in armi.
Erano: Riccardo Travaglia, Corradino Anastasi, Vincenzo Pennacchioli, Giancarlo Angeli.
Mi ricordo che, a differenza di noi silenziosi e rassegnati, questi gridavano ai tedeschi la loro innocenza.
Ci riunirono tutti insieme mettendoci in fila. Ormai, insieme a Iacopetti, Busetto e me, eravamo in sette.
In quel momento incontrammo due tedeschi di quelli che erano stati fatti prigionieri durante l'assalto al camion carico di armi verso la Valle.
* GIULIANA BERARDI: "Ero da Bucone insieme ad altri sfollati. Quando vidi passare quella colonna di soldati con i tre prigionieri mi avvicinai a Peppino Iacopetti con il quale ero molto amica. Gli chiesi dove li portassero. 'Stavolta - mi rispose - o la va o la spacca'. Non so con precisione cosa volesse dire perché qualche ora dopo li fucilarono! Ma fui ingenua ad avvicinarmi perché anch'io avevo portato dei viveri ai partigiani presso la casetta del Fontanile, e proprio quando avevano fatto prigionieri tre tedeschi. Mi avrebbero potuto riconoscere ".
Questi riconobbero Busetto e dissero ai loro commilitoni che era uno dei partigiani che li avevano detenuti sul monte Penna.
Senza un attimo di esitazione i tedeschi iniziarono a menar botte da orbi all'indirizzo di Busetto. Poi ci rimisero in fila. Quindi uno dei tedeschi che era stato prigioniero dei partigiani iniziò a contare.
" Uno, due, tre, quattro " attuando quindi la scelta di quelli che dovevano essere fucilati. Io mi ritenni uno dei quattro e mi spostai.
Anastasi mi disse mestamente: " Fermati che hanno detto a me ... ".
La realtà è che non capivo più niente, cominciavo ad essere veramente stordito.
Ci hanno quindi separati di un metro o poco più dai primi quattro.
In quel momento arrivò mio padre proveniente da Piazza:
" Che fai - gli gridai - invece di uno vuoi che ne ammazzino due? Torna indietro !".
Ma lui non si diede per vinto: andò all'ospedale a cercare Pia, una nostra parente, una inserviente che conosceva bene (omissis), un capo fascista. Lei lo convinse a venire a verificare la situazione, insomma a far qualcosa per noi. Quando arrivò e provò a parlare a nostro favore le SS lo presero a calci nel sedere e a schiaffoni rimandandolo indietro.
Quando siamo arrivati poco più avanti, vicino a Marziale, dove attualmente c'è il magazzino Biscontini (lì c'era un muro, il muro dell'Asilo infantile) arrivarono tre noti fascisti gualdesi che stavano tornando dal Ponte Novo dove avevano fatto le buche per metterci la dinamite per far saltare il ponte stesso.
Ci vennero vicino, dissero per vedere se tra noi c'era qualcuno che aveva collaborato a fare lavori per conto dei tedeschi. Ma mi parve una fesseria... Comunque i tre ci seguirono, vennero insieme a noi.
Davanti al Forno di Carini ci incrociammo con la figlia di Terenosse (Seconda Anastasi), aveva un secchio nelle mani, stava andando a governare il maiale.
Mi vide ed esclamò: " Grabriè, anche tu !".
Risposi di si e aggiunsi: " Quando vedi quelli di casa salutameli, di loro che ci rivedremo nell'aldilà ".
Ero veramente convinto, anche perché me lo avevano annunciato, che mi avrebbero ammazzato.
Passammo quindi per Piazza e proseguimmo verso la Palestra della Gil (attuale Liceo Scientifico).
Sotto la Gil non c'era l'attuale strada, c'era uno sorta di discarica di materiali inerti. Ci portarono sopra a quella montagnola: secondo me avevano intenzione di fucilarci lì. Poi invece ci ripensarono e ci portarono presso la Vigna del sor Ughetto , in viale Don Bosco dove la strada riprende un po' a spianare e dove c'era un muretto. Ci misero tutti e sette addosso a quel muretto.
Cominciarono a confabulare e quindi a darci botte. Ma più di tutti le botte erano rivolte al Tenente Busetto, lo colpirono anche con il calcio del fucile mitragliatore. Si sentivano le ossa spezzarsi, lo piegavano giù conficcandogli la testa in mezzo alle gambe, e ancora colpi di calcio alla testa: era tutto sanguinante.
Poi i capi delle SS si rivolsero ai soldati. Capii che chiedevano chi di loro avesse voluto partecipare alla fucilazione: fu tutto un alzare di mani.
Ne scelsero una decina.
A quel punto selezionarono i quattro da fucilare.
Io ero vicino ad Anastasi ma non mi chiamarono. Ma intervenne uno dei soldati che mi aveva preso sulla montagna: " Tu, anche tu " mi disse con forza e fece il gesto di colpirmi con la cassa del fucile per spingermi avanti.
Quando non è arrivata l'ora è proprio vero: non si muore.
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Piazza Vittorio Emanuele II e Chiesa di San Francesco presso la facciata laterale dove furono fucilati il 1° luglio 1944, Alessandrino Busetto, Corradino Anastasi, Riccardo Travaglia e Giuseppe Iacopetti (foto dell'epoca) |
Perché questa riflessione?
In quel preciso istante arrivò una macchina, una Topolino con a bordo un Tenente, un giovane, uno dei tre prigionieri catturati dai partigiani e portati sul Penna. Aveva la mia stessa età, era una SS anche lui.
Nell'attimo preciso in cui mi spostai per non prendere la botta con la cassa del fucile quell'Ufficiale mi notò, borbottò qualcosa e con una spinta sul petto mi ricacciò verso gli altri due che non dovevano essere fucilati.
Poi i nostri quattro compagni li portarono via. Quando arrivarono all'altezza dell'incrocio con via dei Cappuccini (al tempo non c'era la strada), proprio dove ancora oggi c'è una Madonnina, arrivò Pia con la madre di Peppino Iacopetti, Giuseppina Vinciotti.
" Peppino, Peppino ! " si mise ad urlare quella poveretta.
" Mamma ", le rispose, " mi portano ad ammazzare ".
In una attimo quella povera madre cadde a terra svenuta".
E voi tre?
"Eravamo praticamente liberi.
A quel punto i tre Fascisti che ci avevano avvicinati davanti a Marziale insistettero per dirci che loro non c'entravano niente con il nostro arresto, che loro non avevano riferito niente ai tedeschi di quanto si svolgeva sul Penna.
Mi tornò allora in mente la frase sospesa di Iacopetti".
Quindi non vi fecero assistere alla fucilazione dei vostri compagni?
"No, noi arrivammo in Piazza dopo l'esecuzione.
Comunque pareva non dovesse mai finire. Mentre salivamo su da viale Don Bosco incontrai di nuovo uno dei soldati che mi aveva preso in montagna.
Mi riconobbe: " Tu venire, prendere cassette ".
Erano due cassette di munizioni.
Allora mi rivolsi agli altri due: " Datemi una mano ".
Allora il tedesco rivolto a me; " Tu raus " mi intimò.
Le munizioni le portarono i tre fascisti al Comando presso il villino Testa. Più tardi ancora i tre fascisti si raccomandarono (non va dimenticato che si cominciava a vociferare che gli Alleati erano già a Foligno):
" Ditelo che noi abbiamo cercato di aiutarvi ".
E noi: " Cosa avete fatto? Niente ".
Man mano che ci avvicinavamo a Piazza avvertivamo un silenzio terrificante, la gente era sulle finestre ammutolita. Le strade vuote. Sulla Piazza piccoli gruppi di gente.
Quindi la terribile scena dei nostri compagni riversi in un lago di sangue. Un foro alla testa del colpo di grazia.
Quei corpi restarono lì fino al giorno dopo".
Ma i tedeschi stavano battendo in ritirata.
"Certo, la sera stessa abbandonarono Gualdo facendo saltare, non ricordo bene se il giorno dopo, il Ponte Novo.
Ma dopo qualche giorno ripresero a cannoneggiarci da Sigillo.
Dopo una quindicina di giorni mi mandò a chiamare la signora Peppina, la madre di Iacopetti, era insieme a Giuliana Berardi che era stata una stretta amica di Peppino. Mi chiesero di testimoniare che i famosi tre fascisti erano stati le spie dei tedeschi. In effetti loro dovevano essere sulla montagna insieme ai tedeschi allorché ci catturarono, qualcuno li vide. Ma, nonostante tutto, io non potevo testimoniare una cosa di cui non potevo essere sicuro.
E se per caso non fosse stato così? Chi mi avrebbe tolto il rimorso di coscienza per aver accusato tre possibili incolpevoli?
Dopo qualche giorno andai a trovare Giancarlo Angeli, uno degli scampati insieme a me alla fucilazione, per sentire come stava. Gestiva una bottega di alimentari.
Entrai. " Ciao, Giancà, come stai ?"
Mi guardava come si guarda ad un estraneo.
" Giancà, non ti ricordi che c'ero io con te quando ...?".
E lui di rimando e con meraviglia: " Tu? No ".
Mi resi conto che era letteralmente fuori di sé. Evidentemente quella giornata lo aveva sconvolto più di quanto non si potesse immaginare, anche perché, non l'ho detto prima, Travaglia, uno dei quattro fucilati, era suo suocero.
Mi sono dovuto fermare e con la santa pazienza gli ho ricostruito tutte le fasi di quel tragico pomeriggio. Alla fine di tutto il racconto mi disse un po' meravigliato con sé stesso:
" Pensa, io non ti ho visto affatto, o per lo meno non mi ricordo di averti mai visto quel giorno "."
Insomma, dopo la Liberazione la vita ricominciò a scorrere quasi normale.
"Si cercò di dimenticare quanto era successo; si misero da parte i rancori creatisi in quegli anni, soprattutto nel periodo della Resistenza, dopo l'Armistizio.
Nacque l'Associazione dei partigiani. Mio padre una mattina era andato all'Associazione, la cui sede era in quella che fu la Caserma dei Carabinieri, per restituire lo zaino, un fucile e una coperta. Il capo dell'associazione gli disse che dovevo presentarmi per tesserarmi. E lui mi spinse ad andarmi ad iscrivere".
Ma so che non lo fece. Perché?
"Perché nell'elenco degli associati trovai nomi di persone che erano state dalla parte dei fascisti, come potevano ora appartenere ad una associazione che portava il nome di gente morta per la Libertà , per la Patria ? Non mi iscrissi".
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Attestato a firma del Maresciallo britannico supremo delle Forze Armate del Mediterraneo H.R. Alexander rilasciato alla famiglia di Gino Marcacci per aver ospitato soldati alleati |
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ALBINA BETTARELLI è nata a Genga (An) il 1° gennaio 1911 , si è trasferita a Gualdo Tadino nel 1931. Oltre ad aver vissuto e conosciuto le varie vicende che hanno caratterizzato la Gualdo tra I'8 settembre 1943 e la Liberazione , è una delle testimoni della fucilazione in piazza Vittorio Emanuele II.
Dunque lei fu una delle donne che vennero portate in piazza del Comune per assistere alla fucilazione dei quattro partigiani.
Sì, fui di forza portata in piazza".
Ci ricordi quei momenti drammatici.
"Abitavo sopra il cinema Talìa ( angolo tra via Ruggero Guerrieri e via Giorgio Mancini). Era un tardo pomeriggio e stavo uscendo per andare a dar da mangiare al maiale, avevamo uno stalletto davanti all'Opera Salesiana. Ricordo anche che quel giorno ci voleva andare mio marito Tullio (Giulio Brega il vero nome, ma così lo chiamavano tutti, nda).
" No, no - gli dissi - ci vado io, ho sentito tante voci.... Chissà che non ti prendono i tedeschi !".
Quindi ci sono andata io e mio figlio Silvano che era ancora un bambino. Non sono passata per Piazza (piazza Vittorio Emanuele II), anche perché ricordo che c'era tanta confusione. Ho quindi attraversato piazza Garibaldi. Ma mentre stavo attraversando la piazza dei soldati tedeschi mi notarono. Mi si avvicinò uno e mi indicò che dovevo tornare in dietro e mi spinse verso la piazza del Comune. Insisteva e io cercavo di fare qualche resistenza. A quel punto, visto che non era sua intenzione lasciarmi andare, gli dissi che se avesse lasciato andare a casa mio figlio lo avrei seguito.
Mi resi ben presto conto che quel soldato non capiva niente di quanto gli stavo dicendo.
Se ne avvicinò un altro che comprendeva un po' d'italiano: lasciò andare mio figlio a casa e a me disse che dovevo andare a vedere... in Piazza.
Ci andai, ma a forza di spintoni.
C'era un po' di gente, ma non più di tanta: forse una cinquantina di persone".
Sa per quale motivo avevano preso i quattro che erano lì in attesa di essere fucilati?
"Avevo saputo che i partigiani avevano fatto prigioniero un soldato tedesco che stava transitando con un mulo verso la zona di San Rocco. Lo avevano preso e trasferito sulle montagne. Ricordo anche di due anziani che ogni giorno portavano da mangiare ai partigiani, a quelli che erano nascosti verso il monte Penna. Sulla montagna c'era anche Peppino (Icopetti, nda), il figlio di Peppina la levatrice, un altro era un tenente che veniva dal Nord (Alessandrino Busetto, nda)".
Torniamo sulla Piazza.
"Dove la chiesa di San Francesco fa spigolo c'era un chiosco dove vendeva i giornali Zuccarini. Avevano messo i quattro, due partigiani e i due che secondo i tedeschi gli portavano i viveri, una sorta di fiancheggiatori, di fianco a quel chiosco.
I due vivandieri li giustiziarono con i fucili; gli altri due con le mitragliatrici. Peppino cadde riverso verso di noi, il tenente cadde in dietro a gambe larghe. Ma tutti giacevano in una pozza di sangue.
Una donna dietro di me si mise a piangere convulsamente e seppi poi che era la moglie di uno di quei poveretti appena giustiziati".
Cosa si pensa in quei momenti ?
"Eravamo tutti fermi e in silenzio come degli inebetiti. Si pensa un po' anche a sé stessi, ci si domanda se poi toccherà anche a noi, se ci uccideranno tutti".
Aveva paura ?
"Sembra impossibile, ma in quei momenti così forti non si ha paura. Ma non solo io, forse il resto della gente che era lì davanti a quella tragedia. O forse la paura ce l'avevamo già dentro e non la avvertivamo più. Invece ricordo che avevo tanta pena e preoccupazione per mio figlio".
Poi cosa successe?
"Si avvicinarono a noi i soldati. Uno di essi, con tono minaccioso e trionfalistico allo stesso tempo, si rivolse verso noi tutti che eravamo stati costretti ad assistere all'esecuzione.
Ci disse: " Due muoiono perché portavano il vitto ai partigiani sulla montagna; due muoiono perché traditori dell'Italia. Noi combattiamo per l'Italia e loro contro di noi ".
Non ricordo come, ma poco dopo tutti ci allontanammo mentre i soldati tedeschi impedivano a chiunque di avvicinarsi a quei cadaveri".
Per quanto tempo li lasciarono lì?
"Fino al giorno successivo. Il giorno dopo fu Giulio Liberati che arrivò in Piazza con un carretto sul cui pianale caricò due di quei ragazzi".
Perché due...?
"Perché erano quelli più rovinati, quelli che erano davvero immersi nel sangue ormai rappreso".
Come mai dice che due erano più rovinati?
"Erano quelli che avevano giustiziato con i fucili. Gli altri due colpiti con la mitragliatrice avevano dei fori netti e non avevano perso troppo sangue. Questi furono trasferiti al cimitero, come i primi, più tardi".
Dov'era lei al momento della fucilazione?
"Mi trovavo vicino all'arco che va verso il Soprammuro.
Ma io resto dell'opinione che noi italiani non sappiamo fare del male fino in fondo: se non avessero lasciato quel soldato tedesco che avevano fatto prigioniero e portato sulle montagne quella strage di poveri innocenti non ci sarebbe stata. Perché fu quel soldato a riferire dei suoi custodi e dove si trovavano. Praticamente si era vendicato contro chi gli aveva salvato la vita".
A lei risulta che i tedeschi fossero già in ritirata?
"Si, ormai il grosso era già dislocato verso Sigillo. Naturalmente lo sapemmo qualche giorno dopo".
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GIANFRANCO TRAVAGLIA è nato il 30 marzo 1937 . Aveva appena sette anni quando suo padre Riccardo fu preso dai tedeschi nel corso di un rastrellamento per venire poco dopo fucilato in piazza Vittorio Emanuele II. La pur giovanissima età non ha impedito a Gianfranco di memorizzare, comunque, la terribile scena della cattura e i maltrattamenti inferiti a suo padre.
Lei, purtroppo nel male, è stato un coprotagonista della storia più severa che abbia potuto sopportare questa città nei tempi moderni.
Che cosa ha potuto significare tutto questo nella sua vita, nella sua gioventù ?
Sostando in quella che oggi si chiama piazza Martiri della Libertà le viene un po' in mente che quel martirio in qualche maniera le appartiene?
"C'è da puntualizzare, in tutto questo, che io ero ancora un bambino quando fucilarono mio padre. E a quell'età è comunque difficile qualificare certi eventi.
Poi, c'è da aggiungere, che qualche tempo dopo, e fino a ventidue anni, sono emigrato, insieme alla famiglia, in Francia. Ciò ha attenuato non poco la portata di quegli eventi.
In pratica il martirio di mio padre non mi ha fatto sentire a mia volta un martire, anche se mi ha consentito di acquisire delle basi culturali e sociali molto forti.
Ma questo è valso per me, per la mia vita, per il mio modo di interpretare le cose".
Dunque era un tardo pomeriggio quando vennero a prelevare suo padre. Che cosa ricorda di quel particolare momento?
"Stavamo tutti a casa, era quasi ora di cenare, anche se non era troppo tardi. Mio padre stava aiutando un vicino di casa, un certo Boccio, a rimettere nella stalla il fieno per il bestiame.
In quel frangente udimmo dei canti di soldati tedeschi che scendevano giù dalla Pineta del Soldato. Al tempo abitavamo proprio in via della Pineta, pochi metri prima che la strada sterrata si immettesse in via Roma.
Erano una quarantina di soldati che, in colonna, scendevano verso il paese. Erano tutti equipaggiatissimi: mitra di traverso sul petto, bombe a mano appese ai pantaloni, elmetto. Ecco, li ricordo così.
Appena arrivati all'altezza della nostra abitazione presero mio padre e il padre di mio cognato Sergio che abitava di fronte a noi.
Calci e pugni a non finire nei confronti di tutti e due. E sangue, io ricordo tanto sangue sui volti di entrambi". Lei ebbe la forza di restare a guardare?
"No, ero troppo bambino. Ebbi paura e scappai".
Seppe, magari negli anni, il motivo per cui suo padre venne catturato con l'accusa di partigiano, come nemico dei tedeschi?
"Si, lo seppi poi dai racconti di mia madre e di mia sorella di dieci anni più grande di me.
Mio padre fu riconosciuto da un soldato tedesco che era stato prigioniero dei partigiani sul monte Penna.
Siccome mio padre era solito portare rifornimenti ai partigiani dislocati sulle montagne, questo soldato lo aveva visto e lo riconobbe nel mentre scendevano giù davanti alla nostra abitazione".
Sua madre tentò una qualche soluzione ?
"Quella poveretta si andò subito a raccomandare a (omissis). Era uno legato, anche per gli incarichi che aveva all'interno del Movimento fascista, alle forze di occupazione della città.
Costui le disse di non preoccuparsi, che sarebbe intervenuto prima del processo o, in ogni caso, prima dell'eventuale sentenza legata ad un processo seppur sommario".
Ma la sentenza fu comunque di morte.
"Purtroppo intervenne negativamente il fatto che quel soldato tedesco, che era stato per qualche giorno prigioniero dei partigiani, sostenesse con forza che mio padre era un collaboratore stretto dei partigiani. Sul calare della sera fu giustiziato".
Quella sera lei restò a casa?
"Fui portato, insieme a mia sorella, a casa di mia nonna, la madre di mia madre, in piazzale Santa Margherita. Poco più tardi, potevano essere le otto, le otto e mezza, sentimmo delle raffiche di mitragliatrice".
Che cosa pensaste ?
"Assolutamente niente. Non ci passò minimamente per la testa, neanche ai grandi, che ci fosse stata un'esecuzione. Tra l'altro mio padre aveva già quarantacinque anni e non era certo riconducibile ad uno dei giovani in armi".
Lei pensa che se non ci fosse stata la testimonianza di quel soldato, quel gualdese a cui si rivolse sua madre avrebbe potuto salvare suo padre?
"Penso di si".
Quando venne a conoscenza che suo padre era morto?
"Più o meno mia madre mi disse la verità solo dopo una settimana. Alle mie insistenti domande aveva sempre risposto che i tedeschi lo avevano trasferito in Germania e che presto sarebbe tornato.
Poi dovette cedere alle perplessità mie e di mia sorella".
Le raccontò mai della sua collaborazione partigiana?
"Si. Quando fui più grande mi raccontò della sua partecipazione attiva alla causa della Resistenza".
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GIOVANNI PERICOLI nato il 19 giugno 1920 , è colui che, all'interno del Gruppo di Azione Antifascista di Gualdo Tadino, aveva l'incarico, tra gli altri, di redigere i verbali di tutte le decisioni che mano mano si prendevano nel corso delle riunioni.
La sua testimonianza, quindi, diventa quanto mai importante ed attendibile.
In una panoramica più ampia è anche un testimone di quella vita che, comunque, continuava a scorrere nella città di Gualdo Tadino.
Dalla fine della guerra è stato insegnante di scuola elementare. Ha insegnato anche matematica (per la sua specifica laurea) presso l'Istituto Magistrale del "Bambin Gesù".
Ci incontriamo nella sua casa di via Edmondo De Amicis, le cosiddette "case dei maestri". Palazzine bifamiliari costruite negli anni Cinquanta ed ancora oggi di buon gusto.
Mi accoglie insieme alla moglie Angela Pascucci, anch'essa ex maestra.
C'è una data precisa in cui l'Italia dichiara la sua discesa in guerra a fianco della Germania. Un giorno tragico, importante. Lo ricorda?
"Il 10 giugno 1940, appunto il giorno dell'entrata in guerra dell'Italia, mi trovavo a Perugia dove stavo sostenendo gli esami di Maturità scientifica per accedere all'Università, alla Facoltà di matematica e fisica.
Nel pomeriggio di quel giorno Mussolini, parlando per radio, che era diffusa attraverso gli altoparlanti sistemati in tutte le piazze d'Italia, avrebbe dato uno storico annuncio al popolo italiano.
L'adunata di massa a Perugia era stata indetta in piazza IV Novembre, ed anch'io sentii la necessità di andare ad ascoltare il discorso per conoscere quale futuro ci sarebbe stato riservato.
Nella piazza riecheggiavano tanti slogan propagandistici, inni patriottici e quant'altro poteva servire a creare la solita atmosfera di vibrante entusiasmo.
Inizia il discorso: " Italiani, un 'ora solenne batte sui destini della Patria ... ".
Ci veniva annunciata l'entrata in guerra dell'Italia, a fianco della Germania in quel momento vittoriosa e travolgente su tutti i fronti...
E poi frasi puerili come: " Popolo italiano, corri alle armi !" cui faceva seguito un applauso fragoroso e delirante che si levava dalla folla in mezzo alla quale mi trovavo immerso.
Io non capivo - forse per temperamento (che non è mai stato quello dell'eroe), o anche per un certo senso di prudenza innata - come fosse possibile accogliere in maniera così frenetica l'idea di andare a far la guerra, a combattere, a soffrire e morire per una guerra di conquista...
Tutto ciò era tanto lontano dai miei principi, anche se non era assente in me il senso della Patria e del dovere che la cultura di quel tempo aveva saputo infondere nell'animo delle giovani generazioni.
In ogni modo io non fui chiamato subito al servizio militare. E mentre la mia classe 1920 era già sotto le armi dal marzo 1940, io potei usufruire di un rinvio per motivi di studio.
Venni poi selezionato, in quanto in possesso di un diploma, per l'ammissione al Corso Ufficiali di Complemento. I diplomati, a qual tempo, non erano così numerosi come oggi.
In ogni modo, dopo più di due anni dall'inizio della guerra, anch'io fui chiamato: precisamente il 1° agosto 1942 ed assegnato al 12° Reggimento Genio di Palermo.
Uscii dal corso di Palermo con il grado di sergente ed inviato in licenza a casa per Natale (1942) in attesa dell'apertura del corso Allievi Ufficiali di Complemento del Genio che si sarebbe svolto a Pavia. La chiamata per Pavia giunse nell'ultima decade di gennaio 1943.
Rimasi in quella città per sei mesi. Poi di nuovo in licenza a casa dopo il 20 luglio, in attesa della nomina e della destinazione per il servizio da sottotenente".
Si era a ridosso della caduta del Fascismo.
"Infatti. Proprio in quei giorni, il 25 luglio 1943, avvenne la caduta del Fascismo, e per questo, dopo qualche giorno, tutti noi del Corso Allievi fummo richiamati a Pavia a svolgere servizio d'ordine pubblico.
Mi ritrovai per tutto il mese di agosto a presenziare le strade, le piazze e la periferia della città, soprattutto di notte. Poi giunse la nomina a sottotenente con assegnazione al 5° Reggimento Genio con sede a Banne, presso Trieste, località dove fu fatto prigioniero mio cugino, nonché tuo padre, Ugo Anderlini, deportato in Germania nel lager di Kostryn.
Preso servizio il 5 settembre 1943, dopo tre giorni, il mercoledì 8 settembre 1943, ci fu l'Armistizio. Mi disfeci della divisa acquistai un abito borghese confezionato. Insieme con altri commilitoni ci avviammo verso la stazione di Trieste. Fummo informati, da alcune ragazze che avevamo conosciuto in città che la stazione ferroviaria di Trieste non era controllata dalle Forze tedesche.
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Gualdo Tadino, Molino De Pretis, sede di uno dei Comandi tedeschi (foto dell'epoca) |
La sera di sabato 11 settembre io e un mio collega del 5° Reggimento Genio, un certo Vito Russo, alle ore 21 salimmo in treno e dopo 24 ore, la sera di domenica 12, senza aver percorso un solo chilometro a piedi, scendemmo alla stazione di Gualdo Tadino dove potei riabbracciare i miei genitori commossi e increduli.
Era stata importante e fortunata la scelta che avevo fatto, vale a dire quella di scendere alla Stazione di Ferrara e servirmi della linea Ferrara-Rimini, una linea secondaria e sicuramente meno controllata dai tedeschi. Evitai così il nodo ferroviario di Bologna dove era concreto il rischio di essere effettivamente fermati dai soldati del Fiihrer. Il mio amico Vito Russo decise, invece, di proseguire per Bologna essendo diretto a Roma. Seppi però che fu fatto prigioniero dai tedeschi e condotto a Udine da dove, comunque, riuscì a fuggire. Queste notizie le ebbi direttamente dallo stesso Russo che incontrai casualmente, qualche anno dopo, a Roma.
Dunque la mia "brillante" carriera di ufficiale si esaurì nel giro di tre giorni. E non fui più chiamato a svolgere il servizio militare a guerra finita (adempimento che invece toccò ad alcuni miei coetanei) perché rientrai in una disposizione di legge del primo dopoguerra a me favorevole. Da quanto ho detto risulta evidente che la mia vita militare, fortunatamente, si svolse senza grosse difficoltà o sofferenze: tanta disciplina, impegno e severità durante i corsi di Palermo e di Pavia per un periodo complessivo di tredici mesi e poi... i famosi tre giorni da ufficiale a Trieste.
Quindi un agevole viaggio di ritorno a casa (diversamente da tanti miei amici e conoscenti che hanno dovuto farlo a piedi camminando per giorni e giorni, magari di notte rimanendo nascosti di giorno): niente combattimenti in zona di guerra, niente ferite, non la prigionia nei lager tedeschi o nei campi di concentramento angloamericani".
Una volta tornato a Gualdo Tadino come riuscì a reinserirsi nella vita di tutti i giorni?
"A Gualdo Tadino potei assumere servizio in qualità d'insegnante di ruolo presso la Scuola Elementare della frazione di San Pellegrino poiché l'anno precedente (1942) avevo sostenuto e vinto il Concorso magistrale.
Era l'autunno del 1943, ero a casa, sfuggito a tanti pericoli, insegnavo ma non c'era da vivere tranquilli. Eravamo certamente in ansia, depressi e stressati dal pensiero (noi che eravamo fuggiti dall'Esercito) di essere arrestati. Continui bandi c'invitavano a rientrare nell'Esercito con la minaccia, verso chi si fosse sottratto all'appello, di venire fucilato".
In quel periodo nacque anche un Gruppo antifascista.
"Sì. Fu così che in molti, di coloro che si ritrovavano a Gualdo Tadino per essere venuti via dai rispettivi reparti, avvertimmo la necessità di rimanere uniti per consigliarci reciprocamente sul da farsi, specialmente in merito alle continue ingiunzioni a doverci ripresentare ai comandi militari per avere notizie sui possibili rastrellamenti o su altri fatti importanti.
Ci riunivamo di tanto in tanto presso l'Istituto Salesiano coordinati e consigliati dal professor Vincenzo Monchini, salesiano laico, che seppe comprendere umanamente la nostra difficile posizione tanto che sposò decisamente la nostra causa impegnandosi per tutto il periodo con lealtà e correttezza. Era nato così il nostro Gruppo di consultazione, d'informazione e d'assistenza che poi divenne un movimento clandestino di resistenza all'occupazione tedesca".
Chi partecipò, insieme a lei, a quella prima riunione ?
"Alla prima riunione tenutasi presso l'Istituto Salesiano, verso la metà di settembre, erano presenti, insieme a me, Giovanni Pascucci, Arivio Gherardi, Spartaco Casciola, il professor Vincenzo Morichini, che ci aveva convocati, e il direttore dell'Istituto salesiano don Felice Pennelli.
Nei giorni successivi si ebbero le adesioni di Alessandro De Pretis, Domenico Tittarelli e Luigi Girelli. E poi ancora quelle di Francesco Guerra, Manlio Casciola, Mario Fernando Rosi, Vito Tomassini e Brunello Troni. Ma al Gruppo aderirono anche delle persone più anziane di noi, non soggette ad obblighi militari come Livio Frillici e Nello Barberini.
Devo dire che per tutto il periodo restammo molto uniti in questa organizzazione e presto prendemmo contatti con altri gruppi di Gualdo e delle zone vicine, specie con la Brigata Garibaldi di Foligno.
Molto ben organizzati erano i gruppi di Palazzo Mancinelli e di Cerqueto, formazioni queste legate all'organizzazione del Partito comunista.
Ma una considerazione a questo punto va fatta: la maggior parte dei giovani, fuggiti dal loro reparto dopo l'8 settembre, anche se non aderenti alle organizzazioni clandestine, erano in realtà contrari alla Repubblica di Salò e ai tedeschi, e combattevano la loro battaglia d'opposizione da soli, vivendo nascosti per giorni e giorni nei posti più impensati delle proprie abitazioni o presso parenti od amici in casolari isolati, e ciò per sfuggire ai rastrellamenti e per evitare di essere costretti a ritornare nell'Esercito".
Eravate tutti usciti dall'incantesimo delle... conquiste?
"Sì, si era esaurita quell'enfasi che aveva spinto tanti ragazzi ad arruolarsi volontari ancor giovanissimi o a partire per la guerra fiduciosi della potenza del nostro Esercito e nella ... guida del Duce insonne e magnifico .
In effetti, alla fine di tutto c'era una disillusione totale, uno scoramento tipico dei giovani che avevano creduto in qualcosa di grandioso.
C'è da aggiungere che non tutti i giovani o meno giovani avevano provato questo profondo senso di disincanto: coloro che avevano aderito a partiti clandestini o che comunque di tanto in tanto potevano ascoltare commenti e giudizi da fonti che non erano di regime potevano conoscere la realtà della situazione. Quindi, per loro, ebbe un senso il perché di quell'andamento della guerra, il perché dell'armistizio dell'8 settembre, il perché dello sfacelo che ne seguì: tutto poteva essere ricondotto in un ambito più prevedibile.
Ma ci furono anche altri che sentirono di dover restare fedeli al regime e alla parola data all'alleato germanico. Giudicavano la guerra momentaneamente perduta a causa dei tradimenti; ritenevano che ancora si potesse combattere per la vittoria finale.
Alla catastrofe delle distruzioni, delle morti e di una guerra perduta si aggiunse così la tragedia della guerra civile".
Quali furono le prime azioni intraprese dal vostro Gruppo?
"A dir la verità più che delle azioni vere a proprie la nostra prima preoccupazione si rivolse alle famiglie povere, a quelle famiglie che non avevano più niente. E, per la verità, non furono pochi i ricchi, i benestanti che ci consegnarono consistenti somme di denaro".
Come si rendeva concreta questa vostra assistenza?
"Lo facevamo spesso di nascosto. A volte di notte infilavamo mille lire (il corrispondente di uno stipendio mensile) sotto la porta delle case di queste famiglie. Ero un po' io, insieme a mio cugino Brunello Troni, questa sorta di postino".
Mi parli invece di quando ebbe inizio la vostra azione, quella legata alla Resistenza.
"Nel mese di ottobre del 1943 il nostro Gruppo riuscì ad entrare in possesso di armi (bombe a mano e pistole), e questo grazie al grosso supporto dell'allora maresciallo dei Carabinieri che, fin dalla metà di settembre, aveva assicurato la sua cooperazione con il movimento.
Per non provocare allarme o sospetti sul maresciallo, poiché era opportuno che egli restasse al suo posto, architettammo una specie di assalto-furto da parte di sconosciuti alla Caserma stessa".
Ricorda un momento, tra i tanti, particolarmente difficile?
"Fu nel marzo del 1944 allorché i tedeschi catturarono in montagna Giulio Sorgo. Lo volevano impiccare mediate un capestro che pendeva dal balcone del Municipio. Ma, proprio quando si stava per dare via all'esecuzione, intervenne il dottor Gaudenzi. Convinse il Comando tedesco delle SS affinchè la crudele esecuzione non avvenisse. E così Sorgo fu rilasciato. Ma qualche mese dopo cadde in servizio sul monte Serrasanta.
È lo stesso periodo in cui i tedeschi fucilarono Otello Sordi dietro l'ospedale Calai.
Un periodo di terrore, di rastrellamenti, di catture e di fucilazioni che si protrasse fino all'arrivo degli Alleati".
Incappò mai in un fermo? In un rastrellamento?
"Si, era una domenica pomeriggio del 1944. Una pattuglia tedesca mi fermò per strada e mi portò con sé. Fui condotto nel cortile dell'Oratorio salesiano: ero stato il primo ad essere catturato di numerosi altri che giunsero più tardi.
In quel pomeriggio all'interno del Teatro salesiano alcuni miei coetanei della Filodrammatica si stavano accingendo ad una rappresentazione teatrale. Si posero ad osservare dalle finestre che davano sul cortile interno. Mi vedevano ansioso passeggiare su e giù, ma non potevano mettersi in contato con me che ero posto sotto stretta sorveglianza".
In quei momenti quali sono i pensieri che possono percorrere la mente di un giovane?
"Pensai che fosse davvero giunto anche per me il momento della deportazione in Germania; ma pensai anche al peggio...
La rappresentazione teatrale fu sospesa. Gli attori, piuttosto, si preoccuparono di andarsi a nascondere per non incappare in quello che era un vero e proprio rastrellamento.
Qualche tempo prima avevo chiesto ed ottenuto dal mio Direttore didattico, Arduino Teodori, un attestato dattiloscritto da cui risultava che ero in servizio come maestro di ruolo presso la scuola di San Pellegrino. Avevo fatto di più: quell'attestato me lo ero fatto tradurre in tedesco da Nello Donati il quale mi aveva aggiunto la traduzione in calce al documento.
Nel momento in cui il cortile si stava riempendo di giovani presi dai tedeschi intervenne, prendendo le nostre difese, l'allora Direttore dei Salesiani, Don Pennelli, che parlò con il tenente dei tedeschi che era di nazionalità austriaca oltre che cattolico; più propenso, quindi, ad ascoltare un sacerdote.
Per quello che mi riguarda il Direttore mostrò all'ufficiale il mio documento di insegnate e costui non ebbe alcuna esitazione a lasciarmi libero. Altri furono trasferiti a Perugia per essere deportati, ma alcuni riuscirono a fuggire. Uno di questi, Vincenzo Pascucci, il fratello di mia moglie, mentre incolonnato con gli altri stava sfilando in una via di Perugia, riuscì ad infilarsi in un portone di uno stabile dove c'erano dei muratori a lavorare: questi gli schizzarono addosso della calce e gli misero un pennello in mano affinchè potesse essere scambiato per uno di loro. Si salvò così dal trasferimento in Germania, fece quindi ritorno a Gualdo a piedi restando nascosto per non essere di nuovo catturato: naturalmente era nell'elenco dei ricercati.
Fu quello un periodo particolarmente difficile in cui in molti decisero di trasferirsi in montagna".
Quale era il suo ruolo all'interno dell'Organizzazione?
"Dopo un po' di tempo che ero entrato a far parte dell'Organizzazione, fui designato a membro del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) in rappresentanza della Democrazia Cristiana. Ad essere sinceri non avevo una preparazione politica vera e propria, semplicemente provenivo dall'Azione cattolica".
Chi altri faceva parte dell'Organizzazione?
"Insieme a me erano entrati a far parte del Comitato il professor Vincenzo Morichini, Carletto Luzi, Alessandro De Pretis, Domenico Tittarelli e Fiorello Sergiacomi. La costituzione del C.L.N. a Gualdo avvenne sulla base di quanto stava avvenendo in tutte le città italiane occupate dalle truppe germaniche".
Di cosa parlavate nelle vostre riunioni? Quali decisioni prendevate? Ne ricorda qualcuna in particolare?
"Ricordo una riunione in particolare che mi pare fosse stata tra le più rischiose. Si tenne alla mezzanotte circa fra il 16 e il 17 giugno del 1944. Ci demmo l'appuntamento all'aperto, in una collinetta vicina al luogo dove attualmente si trova la Piscina comunale. Un luogo indicato come punto di convergenza fra i comandanti dei gruppi armati che dovevano scendere dalla montagna in quanto convocati per la riunione; vi partecipavano anche i componenti del C.L.N. residenti a Gualdo o sfollati nei dintorni.
Io ero tra gli sfollati e mi trovavo, insieme ai miei genitori, presso il Convento dei Frati Zoccolanti: sentii fortemente il dovere di non mancare a quell'appuntamento in piena notte, questo nonostante l'accorato tentativo di dissuadermi da parte di mia madre.
Solo, nel buio dell'oscuramento, percorsi la strada per giungere nel luogo stabilito (c'era il rischio di incontrare qualche pattuglia tedesca in perlustrazione) con il coraggio che nasce dalla circostanza per cui necessità fa virtù.
Nel pomeriggio di quel 16 giugno si era diffusa la notizia che gli Alleati, risalendo la Penisola , erano giunti a Foligno: notizia avvalorata dal fatto che i tedeschi avevano bruciato un loro automezzo, avevano fatto saltare la centrale elettrica presso la Stazione Ferroviaria e compiuto altre azioni che facevano davvero pensare ad una loro probabile imminente ritirata.
La riunione di mezzanotte era per fare il punto della situazione e per decidere il da farsi: la maggior parte dei presenti (specialmente i comandanti dei gruppi più numerosi e meglio armati) era dell'avviso di sferrare immediatamente un attacco contro i tedeschi e liberare così Gualdo, anche perché si pensava che gli angloamericani presto sarebbero arrivati da noi.
C'era anche chi invitava a considerare le cose con maggiore cautela.
In quella stessa notte i tedeschi fecero saltare, dopo averlo minato, il Ponte Novo. Alla fine prevalse la convinzione che fosse necessario pazientare ancora qualche giorno, e pertanto la decisione presa fu che i gruppi armati non dovessero muoversi.
Ma nonostante tale decisione e l'ordine impartito in tal senso ai reparti il mattino successivo alcune pattuglie scesero in città con le armi in pugno e diedero inizio all'attacco disarmando e catturando dei soldati tedeschi.
Ne furono catturati anche nell'edificio delle Scuole elementari del centro dove i tedeschi avevano allestito l'Ospedale militare, e ciò avvenne contravvenendo alle regole internazionali che vietavano, e vietano, attacchi a locali della Croce Rossa e della Sanità in genere. Fu l'enfasi del momento a portare a questa trasgressione.
L'apparizione in città delle pattuglie e le azioni che ne seguirono determinarono un certo entusiasmo: anche uomini non più giovani e solitamente pacifici li vidi incitare i patrioti armati e li sentii dichiararsi disposti ad entrare in azione, se necessario.
I soldati tedeschi fatti prigionieri furono condotti sul monte Penna (m. 1432) e, più precisamente, nel rifugio situato nel sottostante monte Fringuello e guardati dai gruppi armati. Una situazione che si protrasse per circa quindici giorni. Alla fine di giugno i tedeschi erano venuti a conoscenza della zona dove erano tenuti prigionieri i loro uomini. Iniziarono così a mettere la montagna sotto i tiri dei mortai e di altre armi automatiche. Ma i partigiani erano stati preavvertiti di quanto poteva accadere dagli addetti ai collegamenti e, prevedendo una grossa azione di rastrellamento, pensarono bene di lasciar liberi i prigionieri tedeschi cercando di riparare in zone più sicure.
Il rastrellamento ebbe luogo e si protrasse per un'intera giornata. Non furono pochi coloro che incapparono nella maglia delle Forze tedesche.
In seguito a questa operazione furono catturati il sottotenente Alessandrino Busetto e il giovane Giuseppe Iacopetti; nei pressi di Gualdo Corradino Anastasi e Riccardo Travaglia. I quattro furono fucilati in piazza. Vittorio Emanuele II (oggi piazza Martiri della Libertà) la sera del 1° luglio 1944".
E vero che i tedeschi tirarono fuori la gente dalle case per farli assistere alla esecuzione?
"Sì, sulla Piazza furono portati, cacciati a forza dalle case, una cinquantina di civili, e tra loro, appunto, c'erano anche donne e bambini. Tutti raccontarono di una scena terribile".
Sembrerebbe che i prigionieri tedeschi furono trattati molto bene dai partigiani e quindi in molti non compresero il perché di tanta ferocia e di un'esecuzione che aveva un po' pescato tra cittadini senza precise colpe.
"Quella situazione è stata ricordata, in una delle recenti celebrazioni sulla Resistenza, dall'allora partigiano Mario Fernando Rosi.
I prigionieri tedeschi furono trattati bene. Fra l'altro quando arrivava il rifornimento dei viveri (e in quei tempi non ce n'erano certo in abbondanza), i primi ad essere serviti ed accontentati erano proprio loro. Rosi intendeva con ciò sottolineare che i tedeschi, pur nella loro reazione, non avrebbero mai dovuto giungere a quell'atto di barbarie che fu la fucilazione dei quattro martiri.
Se avessero anche tenuto nel dovuto conto il senso di umanità e di riguardo con cui erano stati trattati i loro uomini durante i giorni di prigionia si sarebbero dovuti comportare di conseguenza".
Spesso sentire la parola sfollati ci ha fatto un po' fantasticare, noi che, da ragazzi, sentivamo i racconti ancora vivi di quel periodo. In pratica, cosa significava vivere da sfollati?
"A parte il disagio ...di natura tecnica e logistica, oltre al periodo bellico che stavamo vivendo, da sfollati le cose non andavano malissimo: si stava di certo più tranquilli che se fossimo rimasti a casa. C'erano i pochi anni della gioventù che ci facevano sopportare quella situazione come una sorta di villeggiatura forzata.
Un materasso messo sul pavimento del portico del chiostro nel convento della S.S. Annunziata, con sopra materassine e coperte, allineato con i giacigli di altre famiglie come in un dormitorio di un collegio. Io e i miei genitori stavamo lì con fornelli da campo e sporte contenenti viveri e indumenti. Se mancava qualche cosa si scendeva di volta in volta in paese. Dagli Zoccolanti ci si sentiva più sicuri sia rispetto ai probabili bombardamenti aerei (eravamo fuggiti di casa quando gli aerei alleati avevano sganciato bombe sulla Stazione Ferroviaria e in altri punti di Gualdo), sia perché meno esposti alle azioni dei tedeschi".
Insomma, tutto andò liscio in quel Convento.
"Non proprio. Una notte, mentre tutti eravamo immersi nel sonno, un gruppo di soldati tedeschi bussò al portone del Convento. Ci svegliammo e quando ci rendemmo conto che erano i tedeschi fummo presi dal timore che si trattasse di una retata di uomini da deportare o da destinare alle compagnie di lavoro. Qualcuno dei Frati che era andato ad aprire riuscì a convincere i militari che nel Convento c'erano soltanto famiglie di civili, inermi, che si erano trasferite lì per sfuggire ai bombardamenti... i tedeschi si convinsero e se ne andarono.
La mattina dopo tutti coloro, tra gli sfollati, che in un modo o nell'altro erano in possesso di armi (pistole e bombe a mano) provvidero a disfarsene poiché, se si fosse ripetuto il controllo, e qualche ospite del Convento fosse stato trovato con le armi, le conseguenze sarebbero state funeste, e non solo per il possessore di armi".
Era difficile vivere così? Come passavate le vostre giornate fuori dalle vostre case, da sfollati?
"Mi pare di ricordare che le giornate scorressero via abbastanza bene. Anche il clima ci assisteva. Insomma si stava in compagnia e si conversava cordialmente, ci si riferiva notizie su Gualdo e sulla guerra in genere.
Ma quello che ci rendeva più inquieti era l'attesa snervante dell'arrivo delle Truppe Alleate: ogni giorno sembrava quello giusto, ma gli Alleati non arrivavano mai. Sapemmo poi che erano fermi a Ponte Centesimo, poco più a nord di Foligno. Lì la Flaminia era interrotta proprio perché i tedeschi avevano fatto saltare quel ponte".
Le notizie vi arrivavano dalla radio ? O da cos'altro ?
"No, purtroppo non avevamo notizie di prima mano. Le radio non potevano funzionare poiché a Gualdo non c'era più energia elettrica: la centrale era stata disattivata dai tedeschi la sera stessa che si era saputo dell'arrivo degli angloamericani a Foligno".
Come eravate venuti in possesso di una notizia così importante per voi?
"Tra noi c'era uno sfollato in possesso di una radio a batteria (cosa rarissima a quel tempo) e, attraverso le trasmissioni di Radio Londra, c'era l'opportunità di captare notizie sull'andamento della guerra. Così venimmo a sapere che in quei giorni gli Alleati avevano operato l'imponente operazione dello Sbarco in Normandia: in quel momento quello italiano era un fronte secondario e pertanto le Truppe Alleate procedevano senza fretta".
Dove passavate, voi giovani, il tempo libero?
"Per la verità mi resta alquanto difficile, adesso, inquadrare come si svolgeva la mia vita in quel periodo e come occupassi il mio tempo libero. Intanto la mattinata la impegnavo andando ad insegnare a San Pellegrino. Nel pomeriggio e di sera, quando la situazione lo permetteva, noi ragazzi e ragazze stavamo nella Piazza del Municipio, ma non come fanno i giovani di oggi in piedi davanti ad un ritrovo o seduti sulle gradinate delle chiese. Passeggiavamo su e giù per il Corso fino a stancarci.
Un'altra consistente parte del nostro tempo la trascorrevamo al Caffè Appennino o in quello di Guido Pagliari (a fianco alla chiesa di San Francesco). Dopo cena ci ritrovavamo presso il Teatro dei Salesiani dove spesso assistevamo alle prove dell'operetta La chiavica atturata che poi andò in scena a liberazione avvenuta con grande successo e numerose repliche".
Perché? Di cosa trattava?
"Perché in chiave comica e in stretto dialetto gualdese vi si narravano le gesta della grande contesa fra il rione della Valle e quello della Capezza e i loro capi Baldisserra e Liberato.
Altre volte, per tornare al nostro tempo libero, ci riunivamo, di pomeriggio o di sera, a casa di qualcuno dei nostri amici o delle nostre amiche ad ascoltare della musica dai dischi girati da un grammofono. Potevamo anche cimentarci in qualche valzer, tango o marcetta. Era anche l'occasione per mangiare dolcetti preparati in casa: una cosa molto gradita e rara a causa del razionamento dello zucchero. In più, al tempo, non ricordo che a Gualdo ci fossero negozi di pasticceria.
Ho parlato di qualche ballo fra di noi in case private perché per tutto il periodo della guerra le feste danzanti in luogo pubblico erano proibite. Questa mancanza di divertimenti protrattasi per tanto tempo spiega un po' l'esplosione delle feste da ballo che si organizzarono numerose subito dopo la Liberazione, quando ancora nel Nord Italia la guerra continuava.
Già nel mese di agosto una sera ci fu un ballo all'interno del Municipio, nella Sala del Consiglio, in onore degli ufficiali alleati ormai di stanza a Gualdo e nelle località vicine.
Mi ricordo di una serata molto calda e che ad una certa ora fu rinfrescata da un leggera brezza che cominciò a scendere giù dal Serrasanta.
Uno di questi ufficiali, un po' alticcio per aver bevuto troppo, ad un certo punto ebbe la necessità di orinare e, al buio dell'oscuramento ancora in atto, non trovò di meglio che farlo dal balcone del Municipio. Proprio in quel momento due donne si immettevano sulla piazza provenendo dal vicolo a ovest del Municipio, andavano rasenti il muro della facciata del Municipio e furono investite da uno spruzzo di goccioline tanto che una ebbe a esclamare: " Senti? Buficchia !".
Un episodio che non è mai scomparso dalle cronache buffe del tempo.
Grandi veglioni si organizzarono invece per Carnevale al Teatro Talìa, mentre le comuni feste da ballo si organizzavano in diversi altri locali come nell'attuale auditorio di Santa Chiara, qualche anno prima adibito a laboratorio della Cooperativa Calzolai di Gualdo (di cui mio padre fu presidente) e che era comunemente chiamato, Calzaturificio. Un ambiente che divenne famoso perché le feste vi si svolgevano fra tanta confusione e baldoria, con ...solenni sbornie e incontri ravvicinati fra coppie tanto che i gualdesi gli appiopparono il nomignolo de: Il Brodò.
Una situazione che oggi, comunque, non desterebbe più meraviglia".
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Atti di morte di Alessandrino Busetto, Riccardo Travaglia, Corradino Anastasi e Giuseppe Iacopetti |
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GIUSEPPA CACIOPOLINI, detta Peppinella, è nata il 5 novembre 1927 . La incontro nella sua abitazione di via San Benedetto. E' una delle tante gualdesi che, giovanissima, ha vissuto la città sconvolta dalla guerra, terrorizzata dall'occupazione tedesca, piena di speranze per l'attività delle forze partigiane. Si dice di lei che fosse una ragazza molto vivace che, anche per questa sua caratteristica, non è certo restata chiusa in casa nascondendosi o cercando di ignorare quanto le succedeva attorno.
Il suo racconto parte dai momenti in cui è la radio a tenere i contatti con il resto del mondo. Ecco come comincia il suo racconto che parte senza una mia precisa domanda.
"Ad una certa ora si sentiva: "Il cancello è aperto"; "La rosa ha sfiorito"; "Il tulipano è rosa"; "II fratello si è visto con il tale...".
Si trattava di comunicazioni che davano ai partigiani. Ma i fascisti lo vennero a sapere e ci bloccarono le radio.
Una notte sentimmo questo comunicato: " Il soldato Oberdan Franceschini è prigioniero ". Si trattava di un gualdese, e Oberdan sarebbe diventato poi mio marito.
Subito mia madre, che era lì con me, esclamò; " È Oberdan, è Oberdan..., corri bisogna dirlo alla madre... !".
Ma ben presto facemmo la riflessione che, se avessimo capito male, avremmo dato una ulteriore pena a quella poveretta!
Per un periodo la nostra radio non ricevette più niente. Era guasta. Ma, dopo qualche giorno, la facemmo riparare per riaprire quel contatto di cui non potevamo più fare a meno.
Una notte eravamo sintonizzati su Radio Londra e sentimmo l'annuncio che il Fascismo era caduto. Ci parve la fine di un incubo, la fine di tutto.
Ma ben presto ci dovemmo rendere conto che i guai erano appena cominciati.
Vicino alla nostra abitazione, proprio nella casa a sinistra guardando l'arco di vicolo Scuro, c'era una bottega di generi alimentari. Un giorno mia madre mi disse di andare lì per prendere una bottiglia di gazzosa, quelle bottiglie con la pallina di gomma. Sa, la mischiavamo con il vino che sapeva troppo di acetello.
Dentro il negozio c'era una Guardia municipale. Lo conoscevo bene, era un fascistone... ! Di li a poco quella Guardia uscì, e allora mi sfogai verso la padrona del negozio: " Vedi, io dentro questa bottìglia ci infilerei quel farabutto ..'.
E, subito dopo, un'altra persona che era nel negozio se ne andò.
" Ma sei matta - mi urlò contro la proprietaria -, quello era il padre della Guardia, se glie lo va a ridire ci mettono tutti in galera: devi stare zitta ...!"'.
La cosa si riseppe a casa mia e mio padre andò a parlare con quel tizio cercando di fargli capire che ero una ragazzina e che non mi rendevo conto di quello che dicevo.
Ma io lo sapevo quello che dicevo! Comunque non ci furono conseguenze".
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Case Ribacchi sede di uno dei Comandi tedeschi |
Dunque mi diceva che sentiste l'annuncio che il Duce era caduto.
"Si. Quella notte che sentimmo l'annuncio la proprietaria del negozio mi chiamò: " Peppinè, Peppinè, fallo capità adesso ta quel fasciatone che 'l mettemo dentro 'sta cassetta de le gazzose ...!"
Nelle settimane successive cominciarono a tornare dei prigionieri o dei dispersi.
Io non mi dimenticherò mai di quando tornò a Gualdo Enzo il barbiere (Enzo Pericoli. Vedi intervista allo stesso Enzo Pericoli in altra parte del libro, nda).
Una scena che non dimenticherò mai.
Tutta la gente correva fuori dalle case: " Arrivano i prigionieri! Correte, correte, qualche prigioniero sta tornando a casa ! ".
Enzo lo vidi venire giù dalla strada di San Rocco. La madre Santina lo aveva saputo: quella poveretta uscì di casa addirittura in sottoveste. La potei osservare nel momento dell'incontro con il figlio: cercava di corrergli incontro, ma faceva due passi avanti e uno indietro. Pareva dovesse svenire da un momento all'altro: una scena, una emozione che non si possono descrivere, ma che non puoi più dimenticare".
Mi racconti pure di qualche altro episodio che Le viene in mente.
"Purtroppo sono ancora tanti gli episodi che ricordo con molta chiarezza. Le voglio dire dei Guerra.
Dunque, Angelo e Giacomino Guerra, due fratelli, commerciavano in cavalli. Prima della guerra facevano i fruttivendoli in piazza dell'Erba (piazza Marconi), ma con gli eventi che succedettero si dovettero adattare a creare mestieri nuovi che potessero dar da mangiare alle famiglie; il commercio spicciolo era andato in malora, i soldi non c'erano e la gente usciva di casa il meno possibile.
Tornando ai due fratelli gli stessi pensarono di portare quei pochi cavalli che avevano a Valsorda " altrimenti - dicevano - qui ce li prendono i tedeschi ...".
Così fecero.
Ma sulle montagne, in quello stesso periodo, cominciarono ad arrivare i partigiani. Fu il tempo in cui, lo avrà sentito raccontare, i partigiani avevano fatto prigioniero un soldato tedesco e lo avevano condotto sul monte Penna.
Lo ricordo bene che alcuni di essi erano propensi ad ammazzarlo mentre prevalse la volontà di lasciarlo vivere.
Insomma, Angelo decise che bisognava portar via i cavalli anche da lì, perché temeva che sarebbero iniziati i rastrellamenti dei tedeschi. Ma non fecero in tempo a trasferirli tutti: così si fermarono a Valsorda Franco e Cesare con qualche cavallo.
Ma quando arrivarono i soldati tedeschi glie li portarono via tutti.
Gli altri li nascondemmo nell'orto qui a Gualdo. Franco, saputo che quei soldati stavano operando un rastrellamento proprio relativo alla cattura di quel soldato da parte dei partigiani, cominciò a temere per la sua vita.
" Mi hanno visto bene quei tedeschi ", diceva. " Quelli penseranno che ero lì per quel prigioniero. Che ne sanno che noi volevamo solo tenere nascosti quei cavalli... !".
Quel giorno sulle montagne c'erano altri giovani gualdesi: i fratelli Vittorugo e Gabriele (Pedana) coi muli di Pinchetto. So che uno di loro, Vittorugo, scappò, non si lasciò prendere. Corse giù col Bozzoletto , il marito di Anna di Travaglia".
Ma alcuni li presero...
"Sì, ne presero alcuni. Tra essi anche il tenente Alessandrino Busetto. Pensi un po' che uno dei soldati di quel tenente, che era veneziano, ci tornò a trovare dopo la guerra...
Noi lo avevamo conosciuto prima dell'8 settembre. Sa, eravamo ragazze giovani e facevamo un po' le cioette con quei soldati veneti... !
Comunque per ore e ore Angelo continuò a temere che potessero venire a prenderlo! Lo nascondemmo nelle volte del mulino della farina dei Mancini, in via Matteotti. Ogni tanto andavamo a tranquillizzarlo. Pensi, dalla paura i capelli gli si riempirono di pidocchi bianchi".
Cosa sa dirmi del giorno della fucilazione in piazza del Comune?
"Il giorno della fucilazione in Piazza io ero sulla finestra di casa mia in via Fratelli Tromba.
Tenevamo le persiane chiuse per la paura. Eravamo io, mamma e Gianni di Cesarone , mentre Cesarone era con i cavalli che erano riusciti a salvare: uno di essi aveva anche partorito.
Stavamo lì e sentivamo la gente che diceva: " Li hanno presi! Li hanno presi !".
Ida de Pinchetto , la mamma di Gabriele, si mise allora a strillare: Gabriele non lo aveva rivisto e pensava che fosse tra i prigionieri.
Poco più tardi vedemmo il Bozzoletto che stava andando a casa verso La Botte .
Io non ce la facevo a restare chiusa in casa. Chiesi a mia madre di lasciarmi uscire e, nonostante le sue minacce, non ce la feci ad ubbidire, anche perché qualche voce cominciava a dire che Gabriele era stato rilasciato.
Poco dopo una scarica di mitraglia echeggiò per tutte le strade.
" Oddio! Oddio! Hanno ammazzato anche Gabriele ", si mise ad urlare quella povera Ida. Allora vidi scendere giù dalla strada la Guardia , il sor Gioanni (Giovanni Urbini, guardia municipale). Gli chiesi cosa era successo, e lui mi riferì della fucilazione e della gente che erano andati a prelevare sulle stradine del Reggiaio per portarla ad assistere alla fucilazione.
Li hanno uccisi nel tardo pomeriggio.
Era un caldo terribile e li lasciarono lì sul pavimento della piazza minacciando chiunque tentasse di avvicinarsi: uno sfregio anche alla morte.
Li lasciarono portar via solo il giorno dopo".
Ne conosceva qualcuno?
"Solo una settimana prima avevo scherzato con Peppino (Iacopetti).
Era a spasso con due ragazze: lui in mezzo le teneva tutte e due a braccetto.
" A te non te ne basta una eh ...!" gli avevo gridato.
Era un bel ragazzo. Era ben piazzato, proprio un bel ragazzo!".
Sa, la madre di quel povero Peppino dopo quel tragico giorno non passò più in quella piazza dove avevano fucilato il figlio. Non ha più visto Piazza quella poveretta.
Quando vado al cimitero passo sempre davanti alla tomba di quel ragazzo".
Qual'è il giorno che, oltre il tragico momento della fucilazione di piazza Vittorio Emanuele II, c'è stata maggiore apprensione.
"Probabilmente quando bombardarono la Stazione Ferroviaria (la cabina elettrica a poche decine di metri dalla stazione FS, nda). Ricordo che eravamo dalla suore del Bambin Gesù, in via Cesare Battisti. Stavamo lavorando, cioè stavamo imparando il cucito. Entrò nella nostra stanza la Madre Superiora ed avvertì la suora che era con noi, suor Anna Maria, che forse sarebbe stato opportuno rimandarci tutte a casa. E aggiunse: "Ci sono i tedeschi nel Convento e, con molta probabilità, vorranno occupare una pane dell'Istituto".
Prendemmo su tutte le nostre cose e ce ne tornammo a casa.
Ora non ricordo se era lo stesso giorno, ma mentre stavamo trascorrendo il nostro tempo presso le suore sentimmo arrivare degli aerei. Ci precipitammo tutte alle finestre e assistemmo al bombardamento di cui le dicevo. Erano le forze inglesi che cercavano di fare terra bruciata agli occupanti tedeschi.
Più tardi, sempre quello stesso giorno, incontrai per strada Giancarlo Cusarelli. Lui faceva il ferroviere e ci disse che durante il bombardamento si trovava di servizio alla Stazione. Era spaventatissimo!
A quel punto io ed una mia amica decidemmo di andare a vedere i risultati di quel bombardamento. Ma niente, arrivammo alla Croce (nei pressi dell'attuale Liceo, nda) e, visto tutto quel fumo che saliva verso il cielo, facemmo ritorno verso casa".
Di lì a poco sarebbe finito tutto.
"Si, ma i tedeschi vollero darci l'ultimo schiaffo.
Dopo la ritirata del 5 luglio ci presero a bombardare da Sigillo. Quella povera Matilde... fu l'ultima vittima di quelle canaglie che solo il giorno prima avevano insanguinato Piazza.
Io la vidi Matilde, la vidi nell'Obitorio dell'Ospedale: indossava un vestito a fiori e ancora oggi mi sembra di ricordarla come se fosse passato solo un giorno.
Nei giorni a seguire incontrammo molti sfollati. Tra i tanti ricordo un ragazzo greco che ci chiese del pane. Lo facemmo entrare in casa e gli demmo una fetta di pane con la marmellata che facevamo in casa.
Beh, tutti i giorni alla stessa ora si presentava per la sua razione.
Chiaro che con questi sfollati o sbandati nacquero anche degli innamoramenti...!
Insomma, un po' di vita cominciò a riprendere. Facevamo delle feste da ballo insieme a tutti questi sfollati che stavano a dormire nelle Scuole Elementari di viale Don Bosco. I genitori ci contrastavano un po', ma noi avevamo bisogno di ricominciare a vivere e, se possibile, anche a ridere".
Comunque, ormai, c'erano gli Alleati.
"Meno male! Ricordo un Comando delle Forze Alleate si era insediato nel Palazzo del Comune. Noi avevamo la possibilità di andare a vedere questa nuova situazione che ci dava qualche speranza. C'era persino un interprete che ci aiutava a comunicare con gli Inglesi e gli Americani, era un certo signor Rosi di Rigali che arrivava a Gualdo tutte le mattine in bicicletta e la lasciava in un cortile in fondo a via San Rocco".
I momenti terribili della disperazione erano così messi un pò da parte...
"Giusto un po'. Pensammo comunque che si sarebbero cancellati dalla nostra mente: non ci hanno abbandonato più ....
Ecco, per esempio, mi torna in mente di quel giorno, molto prima dell'arrivo degli Alleati, che ero con le mie amiche Iva, Veliera e diverse altre. Stavamo andando al Cinema Talìa quando vedemmo arrivare un blindato con un partigiano che avevano fatto prigioniero. Insieme ai tedeschi c'erano dei fascisti armati di tutto punto, uno era di Napoli.
Ci guardammo una con l'altra e nessuna ebbe più voglia di andare al cinema. Ci fermammo qualche metro più avanti in una rientranza della via. Continuammo a guardare dove stavano conducendo quel poveretto. Non avemmo il coraggio di andare più avanti, ma non tornammo neanche indietro.
Dopo qualche minuto: Ta-ta-ta-ta... ; scoppiammo a piangere come matte: lo avevano ammazzato, avevano giustiziato quel povero ragazzo che solo qualche minuto prima era passato davanti a noi e per il quale avevamo avuto tanta pietà".
Tacendo sui nomi, si seppe mai chi fu a sparare?
"Noi venimmo a sapere che sull'uliveto che sovrastava la Cava che era dietro l'Ospedale si trovò, in quello stesso istante, non visto da quei giustizieri, uno che abitava sulla Capezza. So che raccontò tutta la scena. Al partigiano gli diedero una sigaretta e appena glie la ebbero accesa gli spararono. Sembra che al momento dell'esecuzione pensò bene di non farsi vedere".
Era di domenica?
"Si, era di domenica".
Poi cosa faceste?
"Decidemmo di andare a vedere e, se avessimo potuto raccogliere un po' di coraggio, tentare di raccogliere un fiore per portarlo su quel corpo straziato.
Quando arrivammo noi era già stato deposto sulla pietra dell'Obitorio. Da quanto era grande i piedi gli penzolavano fuori da quella pietra, gli penzolavano e mi parve di capire che anche dopo la morte il rispetto era non lontano da quello che si può usare per una bestia..."
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Atto di morte di Gino Caporali, Gusmano Filoni, Oreste Mosca, Luigi Anderlini e Federico Bellucci |
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ANGELA FRANCESCHINI è nata il 12 agosto 1909. Al tempo della guerra e dell'occupazione tedesca si trovava a vivere in una zona della città che è stata crocevia di diversi episodi legati ai movimenti dei partigiani e a quelli dei tedeschi che davano loro la caccia.
Dov'era la sua abitazione?
"Abitavo vicino al Ponte Novo, nel quartiere Valle Alta".
Il Ponte Novo venne minato e fatto saltare in aria dalle truppe tedesche in ritirata. Cosa sa dirmi di quella vicenda?
"I tedeschi avevano deciso, prima di ritirarsi, di far saltare il Ponte. Fecero fare, dagli stessi cittadini, diverse buche alla base del Ponte. Una buca ogni due o tre metri.
C'è da ricordare che l'attuale strada Flaminia non c'era, e quella via era l'unica per attraversare la città".
Al momento di far saltare il Ponte voi eravate ancora nelle vostre case?
"No, i soldati fecero un giro per tutte le case della Valle Alta e ci cacciarono annunciandoci il pericolo che avremmo corso se fossimo restati dentro. Noi ci trasferimmo presso il quartiere Capezza dove c'era casa di mia madre.
Quando accesero le micce per far saltare il Ponte ricordo che delle pietre caddero anche nei pressi della casa di mia madre. Andammo quindi a vedere da Casa al Vento (oggi piazza Dante Alighieri) se la nostra casa era ancora in piedi e cosa era rimasto del Ponte. La nostra casa era intatta, del Ponte giusto tre cumuli di detriti.
Più tardi, comunque, ci trasferimmo, in otto famiglie, sulla Gola della Racchetta, vicino alla Coda del Diavolo. Ci eravamo sistemati in una grotta in attesa dell'arrivo degli Alleati. Avevamo portato con noi solo poche cose. Io ricordo che mi caricai sulle spalle mezzo sacco di farina e un po' di biancheria. La roba da mangiare la nascosero mio marito Americo e Peppe del Sisano . Nascosero tutti i viveri in una buca sopra la Taverna della Bastola che si trova vicino alle Fonti della Rocchetta.
Il giorno che arrivarono gli Alleati facemmo ritorno nelle nostre abitazioni. Ricordo che i soldati Inglesi e Americani ci diedero delle scatolette di carne e del cioccolato. Avevamo delle tessere per ricevere questi viveri. Ricordo una fila lunghissima di persone nell'attuale via Storelli, proprio dove ora c'è la macelleria all'angolo di via del Curiale.
Una sera avevamo deciso, insieme alla mia amica Giulia, di fare lo spezzatino con le patate. Proprio mentre stavo pelando le patate sentimmo un forte sibilo passarci sopra le nostre teste: erano i tedeschi che ci bombardavano da Sigillo. Noi avevamo l'Osteria in largo di Porta Romana, dove ora c'è un laboratorio ceramico. Mio marito era lì quando iniziarono i cannoneggiamenti. Mi venne a chiamare per scappare. Feci un po' di fatica per trovare mio figlio Antonio, quindi tutti insieme ci incamminammo verso Nocera Umbra. Eravamo ancora sulle stradelle della Pineta che cadde un mortaio non molto lontano. In quell'occasione fu colpita e uccisa una ragazza, Matilde Carosati. Ci fermammo a dormire per un paio di notti presso dei parenti a Corcia".
Cosa ricorda dei rastrellamenti per deportare giovani in Germania?
"Quei soldati giravano per le strade ed aprivano le case come dei forsennati. Ricordo di quando presero Gino Liri. Era un collaboratore dei partigiani. Quel giorno lo feci entrare in casa mia per non farlo prendere dai tedeschi. Dopo un po' scappò dalla finestra che dava sul retro e si diresse di corsa vero la Pineta del Soldato.
Una mattina, avevo appena fatto del pane e mi ero recata per cuocerlo presso il Forno di Peccatore, vicino a Porta San Donato. Erano circa le sei del mattino. Stavo facendo ritorno quando, nei pressi degli attuali Magazzini Biscontini, incrociai dei soldati tedeschi che stravano attuando un rastrellamento. Noi avevamo l'Osteria a poche decine di metri. Pensai subito a mio marito Americo. Capirai, era da poco tornato soldato dopo l'Armistizio e ora correva il rischio di venir deportato in Germania".
Da dove aveva fatto ritorno?
"Era scappato dai tedeschi a Firenze. Da lì, a piedi, aveva preso la direzione di Siena e quindi verso Gualdo. Rientrò circa nove giorni dopo gli altri soldati, proprio perché lui era incappato nelle maglie delle truppe tedesche.
Ora, pensai, se vanno a casa lo trovano a letto e lo prendono di nuovo... ?
Arrivai prima dei tedeschi e lo feci nascondere.
Diversi giovani furono tirati fuori dalle case e deportati. È ad alcuni di essi che fecero fare le buche per mettere le mine presso il Ponte Novo".
Dove si trovava quando fucilarono i quattro partigiani in piazza Vittorio Emanuele?
"Mi trovavo a casa di mia madre, sulla Capezza. Ad assistere alla fucilazione ci portarono mia sorella Righetta".
Le disse, sua sorella, cosa pensò in quel momento ?
"Si, mi disse che era convinta che la uccidessero, che uccidessero tutti coloro che avevano condotto in Piazza, proprio come avevano fatto a Gubbio.
Tra l'altro si ritrovò accanto alla moglie di Corradino (Corrado Anastasi, uno dei quattro messi al muro per essere fucilati). Subito dopo l'esecuzione quella poveretta cadde svenuta accanto ai suoi piedi. Un momento terribile solo a sentirlo raccontare".
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MARGHERITA BAGLIONI è nata il 2 settembre 1931. È una delle vittime indirette della barbarie nazifascista. Suo padre Fernando fu fucilato, insieme ad Antonio Bori, presso l'eremo del Beato Angelo il 17 giugno 1944 quando lei aveva poco più di dodici anni.
Con la signora Margherita c'incontriamo nella sua abitazione di via Bonfigli. È insieme ad un'amica, in una cucina che lei utilizza anche come laboratorio per i suoi piccoli lavori da sarta. Un ambiente caldo (siamo in pieno inverno quando avviene il nostro incontro) reso ancorpiù tale dal tipo di lavoro che la signora svolge.
Ha da pochi mesi perso il marito, Enio Barberini detto "Fofi", e ciò la rende particolarmente triste e, soprattutto, sola.
"Sa - mi dice - eravamo molto legati, stavamo sempre insieme e la sua allegria riempiva tutti gli angoli della mia giornata.
In realtà Fofi era uno dei tipici personaggi gualdesi che riusciva a sfornare una battuta di simpatia ed un sorriso per ognuno".
Gli occhi della signora Margherita diventano lucidi. Cerco di non forzare la situazione.
Se vuole possiamo vederci tra qualche settimana, magari anche tra qualche mese.
Le dico ciò poiché ora le dovrò far rivangare i giorni di guerra in cui i tedeschi presero suo padre e lo fucilarono: un momento tragico della gioventù della signora Margherita.
"No - mi dice con dolcezza, quasi a tranquillizzarmi -, non si preoccupi, non ce n'è bisogno: è anche questo, purtroppo, il succedersi degli eventi della vita".
Ed è lei ad agevolare il mio lavoro entrando autonomamente nel racconto che io mi aspetto da lei.
"Quei giorni, ricordo, avevo una fissazione: ero sempre preoccupata che i tedeschi prendessero mio padre. Gli ripetevo ogni volta, allorché si apprestava ad uscire di casa, di fare attenzione.
Il giorno che lo presero c'eravamo alzati abbastanza presto, un po' come sempre per la verità.
Quel giorno mio padre ed altri uomini si erano radunati sotto l'arco di Porta San Benedetto, noi abitavamo lì vicino, in Corso Piave. Ero uscita di casa e avevo gettato lo sguardo giù, verso la Porta. Scorsi appunto mio padre che stava parlando con il Ghiggio (Antonio Bori), Rigane, che poi emigrò in Francia, Filiberto Berardi, Paolino (Paolo Micheletti), Nello Garofoli e diversi altri. Mi pare proprio che fossero in parecchi".
La voce un po' preoccupata e la precisione con la quale la signora Margherita entra nei dettagli mi appaiono come il vero termometro della sua continua preoccupazione del tempo in cui si svolsero gli avvenimenti di cui sta narrando.
"Quella mattina stavano bruciando dei materiali, compresi vecchi fucili, presso la Monina (vecchia fabbrica di mattoni, poi sede del Consorzio agrario in via Vittorio Veneto, nei pressi dell'incrocio con la statale Flaminia).
" Vogliamo andar giù ?", disse qualcuno di loro.
E ancora: " Dai, dai, andiamo; pare che stiano dando fuoco anche a dei fucili ".
" Sì, sì - rispose qualcun altro - se riusciamo a recuperare qualche fucile ci può sempre far comodo ".
Quel giorno, era il 16 giugno 1944, mi pare che diversi partigiani fossero scesi giù a Gualdo dalle montagne. Provenivano dai loro rifugi, erano scesi per una qualche manifestazione. Ma non so dire di preciso cosa fossero venuti a fare, quale fosse il loro scopo.
" Babbo, babbo, non andare !" gli gridai. Ripeto, sempre per quella mia fissa che qualcuno potesse prendermelo.
" Dai, non preoccuparti, siamo tutti insieme, chi vuoi che ci tocchi! Non aver paura che non andiamo a fare niente di strano e di pericoloso !".
Così andarono giù alla Monina.
Mi hanno poi raccontato che avevano preso, tra l'altro, proprio come pensavano, anche dei vecchi fucili, addirittura smontati in vari pezzi.
Pare, ce lo hanno più volte raccontato, che i tedeschi stessero controllando i loro movimenti da Villa Testa, una palazzina presso la quale c'era il loro Comando.
Mio padre, ricordo, indossava una camicetta di colore bruciato. Il Ghiggio era zoppo e quindi facilmente riconoscibile. Ci dissero appunto che li avevano osservati e seguiti con un cannocchiale proprio da quella villa.
Mentre stavano facendo rientro verso via del Fosso, verso il vecchio Mattatoio, io gli andai incontro. Li osservai da via delle Mura, all'altezza di casa di Filiberto.
Mi accorsi che avevano proprio dei pezzi di fucile. " Siete matti ! - gridai - Buttate via quella roba che stanno andando in giro i tedeschi... Poi dicono anche che ci sono in giro dei partigiani, è troppo pericoloso ! ".
Insomma, cercai di dirgli tutta la mia paura. E non è che non mi ascoltarono. Tutto quel materiale lo nascosero in un orto pensile che si trovava proprio attaccato all'abitazione di Filiberto. Quindi in tutta tranquillità si fermarono lì fuori a parlottare del più e del meno.
Qualche attimo dopo arrivarono i tedeschi con una camionetta: mitra spianati, quattro urla di intimidazioni e li hanno quindi caricati sull'auto per portarli via".
Chi hanno portato via?
"Nellino Garofoli, Filiberto Berardi, Paolino Micheletti, Antonio Bori e mio padre. Naturalmente li perquisirono e pare che sia a mio padre che a Bori abbiano trovato in tasca delle cartucce che avevano recuperato giù alla Monina. Li portarono nel Comando dislocato presso Villa Testa da dove dovrebbero averli visti mentre tornavano con quel poco che avevano recuperato. Per tutto il giorno li hanno tenuti dentro e li hanno interrogati.
Io e mia madre siamo state tutto il giorno a passeggiare lì davanti: eravamo disperate!"
E la disperazione di quelle lunghe ore si può percepire dal racconto concitato che la signora Margherita mi sta facendo di quel tragico episodio. Lei stessa, in vari momenti del nostro colloquio, mi confessa che per lei non è passato un solo giorno da quella data, il ricordo è insieme vivo, vero e triste come se il tempo non fosse riuscito a lenire niente di quel dolore e di quella disperazione.
Cercaste aiuto? Vi rivolgeste a qualcuno che potesse intercedere presso i tedeschi così come tentarono di fare altre famiglie ?
"C'era all'ospedale un medico molto influente con i tedeschi. Mia madre andò a parlare con lui per spiegargli che mio padre era estraneo a qualsiasi cosa potesse preludere ad un'azione contro i tedeschi; che quello che avevano fatto era solo una cosa personale, legata alle attività di passatempo di quei quattro amici.
Andammo anche a raccomandarci da un prete. Niente da fare. Continuammo a passeggiare su e giù davanti a quella palazzina che teneva prigioniero mio padre.
Mia madre aveva nella borsa una bomba a mano. Man mano che arrivava qualcuno di coloro che conoscevamo chiedevamo come stessero andando le cose. Ma la risposta era sempre la stessa: "Non c'è niente da fare, non c'è niente da fare!".
Paolino riuscì in ogni modo a scappare...
"Si, ci riuscì. Lo avevano chiamato insieme a mio padre per riparare una gomma di una macchina o di un camion militare. So che lui ad un certo punto se n'andò. Mio padre non lo fece perché, sentendosi innocente, non se la sentì di scappare: era evidentemente sicuro che lo avrebbero rilasciato gli stessi tedeschi proprio per la sua estraneità ad azioni di tipo militare".
Le sue aspettative, la sua logica comunque lo tradirono...
"Purtroppo si".
Lei era ancora lì quando li portarono via ?
"Si. Poco dopo che era rientrato nella palazzina, dopo che aveva portato a riparare quella ruota del camion, lo portarono di nuovo al piano superiore per essere di nuovo interrogato.
Le parole che ci arrivarono suonavano solo: " kaputt! kaputt !".
Quindi li vedemmo uscire scortati da soldati: erano solo mio padre e Bori. Li indirizzarono verso la Croce.
Io e mia madre ad urlare come due disperate: " Babbo! Babbo! Dove lo portate.. .?". Insomma, non ricordo neanche bene tutto quello che abbiamo detto e fatto in quel momento così difficile e drammatico. So solo che ad un certo punto quei soldati che li portavano via si girarono verso di noi puntandoci la canna del mitra. Ci siamo dovute fermare, abbiamo dovuto tacere.
Ho gettato un ultimo sguardo verso mio padre non so se pienamente cosciente che non l'avrei più rivisto".
Quindi il racconto s'interrompe; non tanto perché giunto al suo epilogo quanto, piuttosto, perché la signora Margherita è presa dall'emozione. Mi chiede scusa per il suo atteggiamento che potrebbe apparire puerile. Le dico che so benissimo che non è così, che non è quella l'interpretazione che si può dare a quella commozione.
D'altra parte lo so, ormai, che questa gente sta rivisitando quell'angolo triste della propria vita con tutta la disperazione che il dramma richiese allora e che si riverbera nel presente, netto e chiaro, ad oltre cinquant'anni di distanza.
Ricorda cosa faceste quella sera? Avevate il sospetto che li avessero portati via per fucilarli?
"No, non so se per una sorta di auto protezione, di auto convincimento o per cos'altro cercammo di non pensare al peggio.
Rientrammo quindi a casa. Passammo la notte tra la disperazione e le domande: "Chissà dove li avranno portati? Cosa gli faranno?". Ci rimbalzavamo addosso le stesse domande, per tutta la notte".
Quando seppe che suo padre era stato ucciso dai tedeschi?
"Il mattino successivo venne a trovarci Olga (sorella di Antonio Bori).
Portava in mano il bastone che il fratello usava per sostegno poiché era fortemente claudicante. Urlava dalla disperazione. Ci disse dell'accaduto. Ci disse che li avevano fucilati e, oltretutto, sepolti senza neanche una cassa: avvolti in un lenzuolo e messi in una fossa.
Furono, diciamo, riesumati circa un mese più tardi, dopo che i tedeschi se ne erano andati. Olga vide quei corpi, vide mio padre che aveva un foro di proiettile alla testa.
Io sono andata a vedere il luogo della fucilazione dopo cinquanta anni, non avevo mai avuto il coraggio di farlo. E le confesso una cosa: quel posto io
lo avevo immaginato e visto nei miei sogni per cinquanta anni proprio come era nella realtà. Era identico a come lo aveva costruito la mia immaginazione, il mio subconscio. Sognavo persino che mi recavo lì, ma al risveglio non trovavo il coraggio di andarci realmente.
Dopo cinquanta anni mi ci ha portato mio figlio Raffaele nel giorno della commemorazione della Liberazione. Quando fui lì mi prese un tremore terribile, avevo la sensazione di sentirmi davvero male. Ci sono andata a mettere dei fiori solo altre due volte, poi ci ho rinunciato poiché ogni volta era un dolore fortissimo".
Mi hanno detto che suo padre parlò con gli altri prigionieri prima di essere trasferito da Villa Testa per essere condotto verso la fucilazione, parlò anche di lei.
"Si, Nellino (Nello Garofoli) me lo ha sempre detto, ogni volta che m'incontrava mi raccontava delle raccomandazioni che avrebbe dovuto fare a mia madre per farmi crescere bene. Nellino mi ha sempre detto che mio padre e Bori non furono rilasciati perché avevano trovato loro in tasca quelle poche pallottole che avevano trovato giù alla Monina. I tedeschi continuavano a ripetere che li avrebbero fucilati poiché quello significava che erano partigiani".
Pochi giorni dopo ci fu anche l'esecuzione dei quattro partigiani in piazza Vittorio Emanuele II.
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Lapide posta presso l'eremo del Beato Angelo sul luogo dove furono giustiziati il 17/06/1944 Fernando Baglioni e Antonio Bori |
"Lo ricordo bene, anche se noi avevamo fresca la disperazione di quanto ci era accaduto. Il giorno dopo la fucilazione, era di mattina, andai in Piazza con mia nonna. Vidi un carretto davanti la chiesa di San Benedetto, un carretto di quelli che ci trasportavano la legna da ardere. Sopra il carretto quei quattro corpi avvolti tra teli.
Ma l'immagine terribile che mi è rimasta stampata nella mente è il gran sangue che vidi sulla Piazza. Sono cose che non si dimenticano, non si possono dimenticare. Ricordo che poi si misero a ripulire il pavimento con getti d'acqua. Vedere quell'acqua tinta di rosso scorrere e finire nelle fogne dava una sensazione terribile, una sensazione di mattatoio".
Poi arrivarono gli Alleati...
"Si, ma noi non avevamo voglia di far festa. Mia madre, per sei mesi, ha pianto tutte le notti. Dormivamo da una mia zia, in terra su un materasso di foglie.
Ricordo anche quando suo padre (Ugo Anderlini. Il riferimento è a me che sto raccogliendo la testimonianza) fece ritorno dalla prigionia in Germania. Rivedo ancora la gioia della moglie Giovannina (Giovanna Allegrucci). Tra me pensai: " Vedi, loro possono far in qualche maniera festa. Mio padre invece non farà mai ritorno ! ". Non era né invidia né gelosia. Era la guerra con tutti i suoi incubi e drammi che si porta dentro e appresso".
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MARIA FRANCESCA SCASSELLATI è nata il 27 Vuglio 1912. Individuata da alcuni soldati tedeschi nei pressi delle sorgenti di Capodacqua fu obbligata a recarsi in piazza Vittorio Emanuele II per assistere alla fucilazione dei quattro partigiani che furono giustiziati il 1° luglio 1944.
Dove si trovava quel 1° luglio?
"Mi trovavo a Capodacqua con la famiglia Biscontini che era lì sfollata. Avevano appena bombardato il Cimitero di San Facondino. Le assicuro che era un vero e proprio disastro.
Mi stavo per incamminare per far ritorno a casa allorché sopraggiunse una pattuglia di tedeschi insieme alla quale c'era un fascista di Gualdo.
" Donne e bambini a casa, uomini restare " ci intimarono.
Meno male che avevo lasciato mio padre infermo sulla porta di casa.
Ero appena arrivata alla fontanella di via Urania, davanti alla mia abitazione, che udii distintamente raffiche di mitragliatrici. D'istinto mi misi le mani sulla testa. Subito dopo sentii la necessità di andare a vedere cos'era successo. Ma lì, nel mio quartiere, c'erano rimasti tutti bambini perché i genitori ed i nonni (lo seppi poco più tardi) erano stati portati in Piazza per assistere alla esecuzione.
" No, non andare via ", mi gridavano, " resta almeno tu ".
Poi tutti fecero rientro nelle loro case: era una disperazione.
Ero invece in Piazza quando volevano impiccare Giulio Sorgo".
Quanta gente avevano portato quel giorno i tedeschi?
"Tanti. Diversamente da quando uccisero i quattro partigiani quel giorno la piazza era davvero colma".
Poi, però, desistettero dal loro intento.
"Fu il dottor Gaudenzi a salvarlo. Ricordo come fosse oggi che lo andarono a chiamare all'ospedale. Quel giorno la gente aveva intenzioni serie. Se lo avessero impiccato non so davvero cosa sarebbe successo.
Fatto sta che quando aveva già il cappio la collo arrivò l'ordine di riportarlo in Caserma".
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MARIA GAROFOLI è nata il 17 settembre del 1931. Era appena una ragazzina di tredici anni quando, il ì° luglio 1944, la prelevarono dalla sua abitazione, insieme alla madre Alina e alla sorella minore Rina, per condurla in piazza Vittorio Emanuele II per assistere alla fucilazione di Corradino Anastasi, Alessandrino Busetto (veneziano, fu fatto seppellire nel cimitero gualdese a spese di Italia Gherardi abitante in Corso Piove), Giuseppe lacopetti e Riccardo Travaglia.
Dove abitava in quel periodo?
"La nostra abitazione era in via Urania, una traversa di via della Rocca".
Ricorda quel giorno in cui vennero i tedeschi per portarvi in Piazza ad assistere alla fucilazione dei quattro partigiani?
"Purtroppo lo ricordo benissimo, sono momenti che non si possono più cancellare.
Vivevo con i miei genitori, Alina e Pietro, i quattro nonni e mia sorella Rina che aveva appena otto anni. Quel giorno a casa nostra c'era anche Alvaro Teodori, un giovane che abitava di fronte a noi, ma non mio padre che stava a lavorare presso il Molino di De Pretis dove c'era anche uno dei posti di comando dei tedeschi.
Quella sera di luglio era ancora giorno alto e sentii un gran vociare sulla strada. Cercai di sbirciare dai vetri della finestra e vidi due soldati tedeschi, armati di mitra, che stavano tirando fuori le persone da casa di Ghita.
" Via, fuori tutti - gridavano -, tutti morire, tutti kaputt ".
" Scappa via! Corri !", disse mia madre rivolgendosi al Alvaro. Costui non ci pensò su un attimo. Di corsa si mise a correre lungo il vicolo ed entrò negli orti di Frillici.
Pochi attimi dopo i tedeschi bussarono anche alla nostra porta: " Tutti in Piazza, tutti morire ", ci urlarono.
Mia nonna Stella riuscì a regalarci anche un attimo di simpatia. Mentre si attardava a togliersi il sinale, un soldato le disse di non perdere tempo.
" Non penserai che vengo in Piazza tutta sporca ! " gli rispose secca.
Così ci siamo avviati tutti verso la Piazza del Comune.
Mamma aveva in braccio Rina e mentre scendeva dalla scalinata del Reggiaio pensò tra sé e sé: " Speriamo di vedere Adriana o Righetta (due cugine che abitavano qualche metro più sotto) così gli consegno queste monelle ".
Ma non vide nessuno. Le trovammo in Piazza dove le avevano già condotte prima di noi. Io tenevo a braccetto mia nonna.
" Capirai - si rivolse mia madre a zia Adriana -, ti cercavo per vedere se ti potevo lasciare Maria e Rina ... ".
" Vai lì - gli rispose zia Adriana -, vai da quel tedesco vicino alla porta del Municipio. Chiedigli se le puoi portare a casa ".
Davanti al Municipio c'era una camionetta dei tedeschi e questo soldato pieno di gradi; almeno mi sembrava che tutte quelle cose appiccicate sulla divisa fossero gradi.
" Guarda - aggiunse mia zia - che Sergio e Silvana, i figli di Romallo (Picchi), stavano piangendo e quello lì li ha mandati a casa !".
Mia madre si fece allora coraggio. Si avvicinò al soldato e gli disse: " Bambina piccola - indicandogli Rina -, bambina paura ".
" Mamma, bambina, a casa ", le rispose subito il soldato. La stessa cosa valeva anche per me e mia nonna, ma io non avevo capito, pensavo riguardasse solo mia madre e mia sorella.
" Cammina - mi spinse mia nonna-, cammina che ha detto anche a noi ". " Ma non ce l'ha detto ", gli risposi impaurita. " Ti dico che ce l'ha detto ", insistette lei.
Non sarebbe necessario aggiungere che era una donna risoluta e che in quel momento fece una scelta abbastanza coraggiosa, per mia fortuna.
Quando arrivammo davanti alla fontana di San Benedetto ecco che dall'osteria di fronte, di Remo del Biscio (Remo Micheletti), escono fuori i due soldati tedeschi che ci erano venuti a prelevare a casa. Avevano gli occhi rossi come un peperoncino; quelle due 'S' (SS) gli luccicavano sulla divisa. Uno col mitra puntato verso di me, l'altro verso mia nonna ci urlarono.
" Va in Piazza, tu va in Piazza !".
" Camerata detto a casa ", gli urlò di rimando mia madre.
Hanno immediatamente abbassato il mitra e ci hanno lasciato allontanare. Io camminavo e continuavo a voltarmi. Quei due ci hanno seguito con lo sguardo fino al negozio di ferramenta di Scatena.
" Non andiamo su per le scalette - ci disse mia madre -. Giriamo per piazza Garibaldi che se ci vedono può darsi che ci richiamano ".
Così ci incamminammo verso i vicoli che ci avrebbero riportato a casa passando dietro la Banca Popolare (oggi Banca Etruria). Quando eravamo circa a metà piazza udimmo distintamente i colpi di mitraglia.
Improvvisamente calò un silenzio che ci atterrì. Non si sentiva un fiato. Un silenzio che durò non so per quanto tempo...
Lei ebbe il tempo di scorgere i quattro condannati?
"Si, li ricordo molto bene. C'erano il tenente Busetto e Peppino (Giuseppe Iacopetti) tutti insanguinati per le botte che gli avevano dato i tedeschi! Erano tutti con le braccia alzate e la faccia rivolta verso la gente, accanto al chiosco di giornali di Zuccarini. Erano disposti uno accanto all'altro. Mi sembra che verso l'angolo della Piazza ci fosse il tenente Busetto, poi Travaglia, quindi Anastasi e Iacopetti".
Che lei sappia, c'era qualche congiunto dei condannati?
"Si. Ma questo me lo ha raccontato poi mia zia Adriana. C'era la moglie di Anastasi. Ma comunque mi pare che non assistette all'esecuzione poiché svenne in mezzo alla piazza. Quando cadde a terra svenuta lì vicino c'era una guardia municipale, il Sor Giovanni (Urbini).
" Non vi muovete ! ", intimò la guardia a bassa voce ai vicini che avrebbero voluto soccorrerla.
" Se ci vedono muoverci possono pensare a una qualche sommossa e ci sparano addosso !" ".
Così quella poveretta fu almeno esentata dal destino di assistere all'atto della fucilazione del marito.
"Penso di si, così mi raccontò mia zia Adriana".
Sua zia le disse anche del momento in cui i mitra spararono?
"Certo. Mi riferì che quei poveri martiri gridarono " Viva l'Italia ! " pochi attimi prima di essere uccisi. Dopo gli spari ci fu quel gran silenzio che avevamo avvertito anche noi. Poi i tedeschi si avvicinarono a quei quattro corpi e con la pistola gli diedero il famigerato colpo di grazia e si allontanarono.
So che i presenti sulla piazza, quasi ringraziarono il cielo per non essere stati uccisi".
E intanto voi?
"Noi eravamo rimasti quasi inebetiti lì ad attendere. Nessuno si azzardava a parlare. Pensavamo che li avessero uccisi tutti, ebbi il sospetto che quella sorte fosse toccata anche ai miei nonni che erano stati trattenuti sulla piazza.
All'improvviso sentimmo la voce di Romallo che chiamava i figli... e forse, non ne sono sicura, tirammo un sospiro di sollievo. A mano a mano vedemmo rientrare tutti".
Quant'era la gente che era stata portata in Piazza per assistere all'esecuzione ?
"Non saprei di sicuro. Ma non arrivavano a cinquanta. Penso che avevano prelevato, per condurli lì, solo gli abitanti del Reggiaio. C'erano: zia Adriana, zia Righetta, nonna Andreina, nonna Peppa, nonno Michele, il Sor Giovanni, Ghita, Caterina, Catozza".
Ebbe modo di guardarsi attorno? Dentro i negozi? Sulle finestre?
"Non c'era nessuno. Quando ci portarono in Piazza non incontrammo nessuno. Era tutto chiuso. Nessuno sulle finestre.
Seppi poi che zio Nello Carini era nascosto sul soffitto e da una finestrella vedeva tutta la situazione. I figli che piangevano perché gli avevano portato via la madre e pensavano che volessero ucciderla.
Il fatto tremendo fu proprio quel silenzio dopo l'esecuzione: chi era nascosto pensò davvero che avessero ucciso tutti".
Poco dopo sopraggiunse l'oscurità?
"Si, si fece buio e ricordo che eravamo senza luce. Poco dopo un boato ci fece di nuovo sobbalzare dallo spavento: i tedeschi in ritirata avevano minato e poi fatto saltare il Ponte Novo. Anche mio padre mi raccontò, il giorno dopo, di quella notte".
Suo padre era all'oscuro di quello che era successo in Piazza, del fatto che avevano tentato di farvi assistere a quell'esecuzione.
"Certo, perché mio padre era di servizio al Molino e ci restò per tutta la notte.
Proprio di quella notte mi disse dell'improvviso parlottare agitato dei comandanti e dei soldati che nel frattempo vi erano giunti. Capì anche perfettamente che era nelle loro intenzioni far saltare anche il Molino, ma poi, chissà perché, non lo fecero. Comunque dovette arrivare un ordine preciso che li indusse ad allontanarsi con molta fretta".
È stata testimone di quanto successe poi in Piazza il giorno dopo ?
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Uno dei tanti editti lusinga del Comando tedesco |
"La mattina successiva alla fucilazione mi recai in Piazza per andare a messa, nella chiesa di San Benedetto. Vidi che ancora quei corpi straziati erano lì in terra coperti da teli bianchi. Non ci avvicinammo. So solo che io ero piena di pidocchi dallo spavento della sera precedente".
Poi ci fu anche un cannoneggiamento sulla città.
"Questo mi sembra che avvenne dopo qualche giorno (11 luglio 1944, NdA). Tutta la mia famiglia, dopo i primi spari, si rifugiò in una stalla, la stalla di Ghita in un vicolo poco distante dal Reggiaio. Un fondo fatto a volta: dicevano che avrebbe dovuto essere più resistente degli altri luoghi; ma penso che se fossimo stati colpiti saremmo morti tutti.
Solo mia nonna non venne con noi dicendo che non aveva paura. Ma poi seppi che era andata a rifugiarsi sulle grotte accanto alla fabbrica di mattonelle di Luzi".
Quante paure in quel lungo periodo della guerra?
"Tante, davvero tante.
Quel giorno del cannoneggiamento ricordo che mia madre Alina era andata, insieme a Romallo, a raccogliere un po' di verdura da cuocere verso i campi vicino alla Stazione Ferroviaria. Ci dissero poi che si erano rifugiati in una nicchia e che il loro pensiero era rivolto a noi in quanto vedevano che le bombe esplodevano poco di qua dal centro del paese.
"Prima o poi - pensarono - colpiranno le nostre case... "
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MARIO BELLUCCI nato il 22 ottobre 1924, è uno dei tanti gualdesi che al momento dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale non era ancora ventenne. Così fu chiamato a svolgere il Servizio militare a Vetralla, in provincia di Viterbo.
L'annuncio dell'Armistizio lo ha quindi sorpreso in una Caserma. Dopo il suo ritorno a casa è stato coinvolto in una serie di episodi che hanno segnato profondamente la sua vita e quella dei suoi familiari. E' stato anche di supporto all'organizzazione partigiana gualdese, in particolare partecipando al gruppo di Cerqueto.
Come ricorda il giorno dell'Armistizio? Forse una liberazione per molti giovani come lei!
"L'8 settembre 1943 mi trovavo a fare il servizio militare a Vetralla, in provincia di Viterbo. Non avevo ancora compiuto 20 anni.
In seguito all'annuncio dell'Armistizio ebbe inizio un fuggi fuggi generale. Una situazione che ho potuto rivedere nel film con Alberto Sordi: " Tutti a casa ". Era proprio quella la frase che riecheggiava in caserma: " Tutti a casa ! "
C'incamminammo per andare alla Stazione Ferroviaria. Una volta arrivati lì ognuno cercò di salire sul primo treno possibile.
Ricordo che un ferroviere ci sconsigliò di dirigerei verso Viterbo.
" A Viterbo è pieno di tedeschi - ci disse -, se andate lì vi prendono tutti ".
Quindi ci dirigemmo verso Capranica; da Capranica a Terni.
Sembrava l'inferno. La stazione era stracolma di persone che cercavano di salire sui treni: c'era gente perfino sui tetti delle vetture. Siamo riusciti quindi anche noi a salire su un treno per tornare a casa, a Gualdo Tadino".
Pensavate davvero che fosse tutto finito?
"Non nego che ci fu un po' di illusione. Per lo meno consolidammo la speranza di non dover andare a combattere.
Ma non passarono quindici giorni che il Regime tentò di riorganizzare l'Esercito. Era lo stesso Ente Comunale che ci richiamava.
Un funzionario arrivò a Cerqueto e ci consegnò la cartolina di chiamata. Eravamo in tre o quattro a dover di nuovo tornare nell'Esercito. Ma ci rifiutammo, rifiutammo anche di prendere in mano la cartolina.
Il funzionario firmò per conto nostro e mi ricordo che protestammo non poco".
Eravate coscienti dei pericoli a cui sottoponevate la vostra stessa esistenza ?
"Da quel momento mi ero posto, insieme ai miei amici, nella posizione di un disertore. Lo sapevo. Ma non avevo alternative: dovevo nascondermi per non essere preso dai tedeschi.
Era l'ultima decade di settembre e ancora non faceva freddo: si poteva anche dormire all'addiaccio.
Ma ben presto l'aria notturna si fece insopportabile. Il nostro albergo notturno divennero quindi i tanti pagliai disseminati nelle campagne.
All'epoca tutti i contadini ne avevano. Noi approfittavamo di quelli dislocati sulle colline di Poggio e di Pastina.
Ma ben presto sia i fascisti che i tedeschi vennero a conoscenza di questi nostri rifugi.
Allora la prima loro azione fu di spaventare i contadini che si prestavano ad offrirci quel povero ricovero. Entravano nelle case e cominciavano a forare, con le baionette, i modesti materassi fatti di foglie di granoturco: era un inutile sfregio volto solo ad intimorire quei contadini disposti a nasconderci.
Il risultato fu che quella povera gente c'invitò, per la tutela della loro famiglia, a non tornare più, a cercarci un diverso rifugio".
E voi?
"Noi continuammo a recarci negli stessi ricoveri di nascosto, alla chetichella. Spesso, però, erano i cani a dare l'allarme.
" Per favore - ci chiedevano i proprietari -, non ci compromettete'' .
Era un invito molto triste. Si capiva benissimo che avrebbero voluto aiutarci, ma anche loro avevano i propri cari da difendere, da tutelare.
Allora, per qualche notte, andammo a dormire sotto le mangiatoie dei buoi. Ma ben presto anche questa soluzione fu abbandonata.
L'ultima trovata fu quella di scavare una fossa tra un filare e l'altro di una vigna. Eravamo in tre: io, Angelo Luzi e un nostro amico, certo Cesarino, che viveva in Francia ma che fu costretto a rientrare in Italia per il servizio militare. Alla sera c'infilavamo in questa buca e un contadino ci veniva a coprire con delle stoppie: solo una spia ci poteva far scoprire".
Come potevate resistere al freddo sdraiati tra l'umidità della terra?
"Per non sentir freddo, qualche volta, ci portavamo un braciere. Ma una notte sentii che mi mancava il respiro e mi misi a sbracciare violentemente per uscire da quella trappola: non so se fu a causa dell'ossido di carbonio che si era creato o se perché il contadino ci aveva chiuso troppo ermeticamente. Fatto sta che quella fu l'ultima volta che dormimmo in quel rifugio.
La frazione di Cerqueto ha conosciuto momenti drammatici nel periodo dell'occupazione. Lei sa come si originò la rappresaglia che generò numerosi lutti e sofferenze?
"Un giorno, mentre continuavamo a restare nascosti, un certo Cirullo ci avvertì che dalle colline erano scesi dei partigiani con i cavalli. Subito mi resi conto della gravita del fatto.
" Cosa andate facendo di giorno con questi cavalli? - dissi loro -. Volete compromettere tutto il paese? State creando un inutile allarme ".
Ricordo che mentre stavo scendendo da Pastina per recarmi in paese ad un certo punto dovevo attraversare la Strada Perugina. Era molto pericoloso poiché c'erano delle pattuglie di tedeschi in perlustrazione. Fu colei che sarebbe poi diventata mia moglie ad avvisarmi della pericolosità del momento: lei aveva un negozio di generi alimentari che dava sulla strada e aveva scorto i tedeschi che stavano arrivando.
Quando furono all'altezza del crocevia per Assisi cominciarono a sparare: erano arrivati con cinque o sei automezzi.
Era scoppiata una vera e propria guerriglia. Mi resi conto che gli spari erano indirizzati dalla parte opposta alla mia. Io dovevo assolutamente passare dall'altra parte della strada. Allora mi diressi verso quella che era chiamata la Strada Cupa , proprio perché era più bassa delle altre strade. Ma una volta giunto a Palazzo Ceccoli dovetti di nuovo bloccarmi perché i tedeschi stavano facendo su e giù per la strada. Mi nascosi nella casa di un contadino, un certo Bossi.
" Per carità - mi disse - non mi compromettere ! ".
" State tranquillo ", gli risposi.
Ma proprio in quell'istante ripresero gli spari. Allora saltai giù dalla finestra della casa e mi ritrovai nell'orto per uscire dal quale dovetti superare delle reti: non so davvero come feci, se fu più la paura o la mia agilità a farmi superare quell'ostacolo.
Però non mi fu possibile attraversare la via e mi nascosi dietro delle cataste di legna al confine con la strada aspettando che i tedeschi se ne andassero .
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Gualdo Tadino, Ospedale Calai (foto dell'epoca) |
Rischiò mai l'arresto?
"Si, proprio dopo una riunione.
Era ormai mezzanotte quando vidi passare un certo Silvio Tittarelli: una persona molto brava, anche se portava la divisa della milizia. E sono certo che lo faceva, come molti altri, solo per garantire un boccone di pane alla propria famiglia, non certo per un qualche credo fascista.
Mi rivolsi a lui chiedendo aiuto o, più semplicemente, un consiglio su come potevo uscire da quella situazione.
" Vieni a casa mia - mi disse -. Con la divisa che ho è probabile che nessuno ti faccia niente ".
Non vedevo altre scappatoie e mi affidai a lui.
Erano quasi le due di notte quando terminò quel via vai di soldati tedeschi. Allora mi riaccompagnò a casa.
Non era ancora giorno che ecco di nuovo i soldati tedeschi. Entrarono a casa mia e subito si rivolsero a me accusandomi di essere un partigiano.
" No, non sono un partigiano ", risposi.
Allora cominciarono a mettere tutto sotto sopra, a rovesciare quei pochi bauli che avevamo. E proprio in uno di questi bauli, dove mia madre teneva i panni, trovarono delle fasce militari.
Il mio povero babbo, che aveva fatto la Prima Guerra Mondiale, le aveva portate a casa: non so proprio come mai. Erano ormai da più di vent'anni in quel baule.
" Tu essere partigiano ", insistettero.
Mi salvò un foglio che avevo in tasca. Si trattava di un'esenzione dalle esercitazioni paramilitari del sabato: non avevo mai legato con il sistema e quindi mi ero fatto fare, qualche tempo prima, quell'esenzione per... motivi di salute.
" Guarda papier, guarda la carta che ho - dissi al soldato -, leggi qui ! ".
Mi salvò proprio quel foglio cui ormai non davo più nessun conto.
Però a Cerqueto era successo un vero disastro: sparatorie, botte da tutte le parti. Molte persone furono prese e condotte in Caserma.
Per fortuna tra quei fermati non presero nessuno di noi che avevamo ricevuto la cartolina per presentarci di nuovo nell'Esercito".
Poteva durare quella situazione, diciamo, clandestina?
"No, infatti comprendemmo che la nostra posizione non era delle migliori; la nostra diserzione poteva recare danno a tutta la popolazione.
Allora ci organizzammo per riunirci clandestinamente, per parlarne.
La decisione fu che decidemmo di presentarci.
Ma non era facile, poteva accadere di tutto poiché, per loro, eravamo comunque disertori e nei nostri confronti chissà quale decisione avrebbero potuto prendere.
In ogni posto della città, delle frazioni c'era un gerarchetto. Anche a Cerqueto ce n'erano due o tre, diciamo ...da quattro soldi.
Ci rivolgemmo ad uno di questi tre perché indagasse presso la Caserma della Milizia a Gualdo ( la Caserma dei Carabinieri, in piazza San Francesco) su come si sarebbero comportati nel caso ci fossimo presentati per arruolarci e "... riparare così al nostro errore ".
" Vi potete presentare senza conseguenze ", ci disse il gerarca.
Il giorno dopo salimmo le scale della Caserma col vero e proprio tremore alle gambe: chi poteva garantirci che non si trattasse di una trappola?
Il Comandante della Milizia era anch'egli uno di quelli che stava lì per mangiare un tozzo di pane, insomma non era cattivo".
" Bravi ragazzi ", ci disse subito abbracciandoci. " Perché non lo avete fatto prima ...?".
Ci consegnò un documento con il quale ci dovevamo presentare nell'Esercito a Spoleto.
" Con questo documento - ci disse - potete viaggiare di giorno e di notte senza problemi ".
Dovevamo presentarci entro due o tre giorni".
Ma arriva il giorno del suo grave ferimento.
"Alla sera dello stesso giorno in cui ebbe luogo quel colloquio andai a casa di Orlando Ficarelli, che poi sarebbe diventato mio cognato, per metterci d'accordo su come e quando partire. Ci trovai anche Giovanni Giombini.
La casa si trovava in fondo all'abitato di Cerqueto, quasi al bivio per Assisi.
Terminata la riunione tornai a casa insieme a Giovanni.
Arrivati all'altezza della strada che va alle Piagge il mio compagno deviò poiché la sua abitazione era in quella direzione; io invece dovevo girare a destra verso la strada che conduce alla chiesa. Ma proprio in quel punto c'erano dei soldati tedeschi che si erano nascosti in una scala dell'abitazione di Pirolo (Salvatore Allegrucci), un atrio di quelli senza porta.
Giovanni aveva avuto la fortuna di girare prima di quella che si sarebbe rivelata una trappola. Io, invece, mi avvicinai alla fonte pubblica di Cerqueto per bere un po' d'acqua e per fare pipì, al tempo nessuno aveva il bagno in casa.
Appena portate a termine le mie necessità partì una raffica di mitra nella mia direzione, contemporaneamente un bengala illuminò tutto il paese.
Caddi a terra colpito.
Ma ancora non riuscivo ad avvertire il dolore tant'è che ebbi la forza di gridare verso quei soldati tedeschi.
" Perché mi avete sparato? Perché lo avete fatto? Siete impazziti ?".
Il fatto avvenne a poca distanza dalla mia abitazione tanto che mia madre riconobbe la voce e si precipitò fuori della casa.
Ma appena i tedeschi videro accendersi la luce ripresero a sparare.
Mia madre, spari o non spari, corse verso di me. Era disperata vedendomi colpito alle gambe. Mi presero su e mi portarono dentro casa, al piano terra. Mi stesero su un materasso di crine. Mi resi allora conto di quanto mi era accaduto.
Ripresi ad inveire verso i tedeschi.
" Perché mi avete sparato ?", e mostrai loro il foglio con il quale dovevo presentarmi a Spoleto.
Non capii perché non mi avessero dato l'altolà!; mi sarei fermato e avrei mostrato quel documento... tanto più che ci fu espressamente detto che con quel foglio potevamo girare sia di giorno che di notte.
I soldati erano quattro. Alla vista di quel foglio uno di loro cominciò a rimproverare quello che aveva sparato.
Di certo non potevo comprendere le parole, ma era fin troppo chiaro che stava inveendo e tutti si preoccuparono dell'accaduto.
Ma per uno che si era dimostrato incosciente in un attimo tutti e quattro si rivelarono per quello che erano... Niente affatto preoccupati della grave situazione in cui mi avevano cacciato pensarono bene di andarsene lasciandomi lì senza cure e senza preoccuparsi di condurmi all'Ospedale, pur avendo verificato la gravita delle mie ferite.
Ma al problema delle mie ferite si aggiunse quello di trovare un qualsiasi mezzo per portarmi al Calai: un problema, al tempo, tutt'altro che di facile soluzione".
Come mai, nonostante l'esistenza e la vicinanza di un Ospedale, lei ha comunque perso la gamba ?
"Non ricordo come avvenne il mio trasferimento, ma ricordo solo che mi ritrovai su un lettino dell'Ospedale.
Lì, le assicuro, non finii certo in mani migliori...
(Il racconto di Bellucci prosegue con una dovizia di particolari su circostanze e personaggi intorno a cui la breve distanza di tempo non ci consente ancora di riferire. nda).
Mia madre era disperata anche perché nella sparatoria di Cerqueto, quella originatasi quando dalle colline erano scesi quei ragazzi con i cavalli, era incappato mio fratello Federico che era reduce dalla guerra di Grecia.
Lui era un po' fissato per i cavalli, e per questo non si rese conto del pericolo che si era creato in quell'imprudente arrivo a Cerqueto. Uno di loro, infatti, si era messo a sparare ai tedeschi: un atto di vera incoscienza del quale nessuno comprese il significato anche perché, successivamente, colui che aveva sparato si arruolò nella Milizia".
In quella circostanza fu dunque preso anche suo fratello.
"Mio fratello fu catturato mentre si trovava in groppa ad un cavallo nella circostanza di cui le ho raccontato. Venne quindi imprigionato.
Mia madre, ricordo, si andò a raccomandare al dottor Gaudenzi.
" La prego - gli disse -, faccia liberare mio figlio, lui non ha fatto niente, non c'entra con chi ha sparato. E poi guardi la mia situazione: un figlio in prigione per non aver fatto niente, l'altro qui ferito solo perché stava tornando a casa ".
Ma la situazione non si modificò.
La mia degenza in Ospedale non ebbe risultati migliori. Gli unici a prendersi cura di me furono due infermieri, lo fecero di iniziativa loro: Ugo Pennoni e Gustavo Gentilucci. Loro mi hanno salvato la vita. Io avevo due ferite: quella sulla gamba destra era procurata dal proiettile che mi era passato da parte a parte; sulla sinistra mi aveva preso l'osso e, come mi dissero, si trattava di proiettili dum dum che si dilatavano all'interno del corpo.
Fatto sta che quella mia povera gamba era proprio sconquassata. Rischiavo la cancrena e tutte le mattine mi dovevano praticare delle dolorosissime medicazioni per estrarmi il liquido che la grave infezione mi creava all'interno.
Quei due infermieri furono bravissimi, mi seguirono come si trattasse di un loro figlio.
"Fatti coraggio - mi dicevano —, vedrai che cercheremo di farti operare".
Bisognava, infatti, intervenire all'interno, togliere quei corpi estranei che mi procuravano l'infezione.
Restai in quelle condizione per circa un mese".
Lei era quindi ricoverato quando avvenne la liberazione di Gualdo
"Si, ricordo che un giorno cominciò a circolare la notizia che gli Alleati erano arrivati a Foligno e che stavano risalendo lungo la strada statale Flaminia. A un certo punto vidi un chirurgo presentarsi accanto al mio letto. Se mi avessero operato quando era tempo non avrei perso la gamba...
Ma voglio anche pensare, in cuor mio, che non si fossero resi conto della gravità della mia ferita.
Comunque un medico si avvicinò e mi diede un forte pugno sull'ingessatura che mi era stata praticata dagli infermieri.
" Stai dritto con questa gamba !", mi urlò.
Ma io cacciai un urlo tremendo di dolore: quel colpo mi aveva sicuramente mosso le schegge che avevo all'interno. Una di esse, infatti, mi tagliò una vena principale procurandomi una forte emorragia. Allora mi fecero portare in sala operatoria.
Notai subito una seghetta, una sega vera e propria.
" Non è che mi vorranno amputare la gamba ...?", mi domandai.
Poi mi hanno addormentato.
Mi sono reso conto che non avevo più una gamba dopo circa una settimana, quando, da solo, alzai le lenzuola per vedere se mi era uscito del pus".
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| Monumento ai partigiani presso la frazione di Cerqueto |
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| Lapide presso Cerqueto dove furono giustiziati il 24/04/1944 Luigi Anderlini, Federico Bellucci, Giusmano Filoni, Oreste Mosta |
Mentre tutti facevano festa lei era dunque in Ospedale.
"Rimasi in Ospedale fino a dopo la Liberazione.
Tornai a casa che era il 20 luglio del 1944.
Anni fa (1995) mi è venuta la voglia di andare a ricercare la mia cartella di ricovero di quella volta per poter verificare il giorno del ricovero, il giorno dell'amputazione della gamba e il giorno preciso in cui ero stato dimesso.
Niente di tutto questo.
Sulla cartella c'era semplicemente scritto: " Ricoverato a seguito di ferite riportate durante un bombardamento aereo ".
Torniamo un po' indietro.
Dunque lei perse per sempre una gamba e per sempre un fratello. Mi parli della storia di suo fratello preso e condannato senza precise accuse.
"Mio fratello Federico fu preso, lo ricordavo in precedenza, in una situazione assurda, quasi una monellata di quei giovani che erano scesi giù in paese con i cavalli.
Una volta fatto prigioniero non so per quale motivo decisero di ucciderlo, di fucilarlo.
Le testimonianze di molti cittadini ci hanno riferito che fu addirittura costretto a scavarsi la fossa dove lo avrebbero messo dopo l'esecuzione.
Lo portarono poco distante da Cerqueto, in aperta campagna.
" Chi gli avrà dato gli attrezzi, la vanga e la pala, per scavarsi la fossa ?", anche questo mi sono spesso chiesto e continuo a chiedermelo.
Una domanda rimasta sempre senza risposta.
Lo fucilarono cinque o sei giorni dopo che lo avevano preso: aveva 24 anni. Insieme a lui fucilarono un ex carabiniere, Gusmano Filoni, che aveva abbandonato il servizio per darsi alla macchia, per combattere il sistema.
Mi pare che fossero in quattro ad essere giustiziati.
Quanti misteri in quel periodo! Quante cose non sono mai state chiarite!
Anche la circostanza in cui Sandro e Mirco, due giovani dell'Italia settentrionale, che furono uccisi alle Fornaci, lungo la strada che conduce a Morano...
Li attesero in un'imboscata, si salvò un certo Martini di Grello che, tra l'altro, era privo di un braccio, e che, non colpito dalle prime raffiche di mitra, si gettò giù per la scarpata in fondo alla quale c'era un torrente. Una volta lì riuscì a dileguarsi senza farsi più trovare.
Comunque un periodo pieno di paure e di lutti per Gualdo, dove furono tanti i martiri".
Ricorda azioni particolari?
"Il nostro problema era quello di essere, per la maggior parte, privi di armi tali che ci potessero consentire azioni clamorose. Dovevamo, per forza di cose, limitarci a compiere dei sabotaggi alle attrezzature, alle linee elettriche, alle cose indispensabili agli occupanti.
Oppure facevamo servizio di assistenza ai partigiani.
Ricordo che un giorno ci riunimmo alle Fornaci, che erano ormai fuori servizio, dove ci doveva incontrare un Tenente di Fabriano. Costui ci informò che era necessario portare viveri ai partigiani sulla montagna, più precisamente a Valsorda (m. 1050).
L'appuntamento era per la sera dopo, mi sembra a Palazzo Mancinelli. Quando arrivammo ci portarono in un magazzino dove c'erano le scorte: l'indispensabile per sopravvivere, naturalmente. A me consegnarono un grosso zaino pieno di vettovaglie.
Ma non fu un giorno particolarmente fortunato per quella missione: si mise infatti a nevicare e di li a poco la nevicata si trasformò in una forte bufera.
Nonostante tutto la nostra missione non poteva essere rinviata.
Non ricordo il numero preciso, ma mi pare di ricordare che dovevamo essere una quindicina di giovani ad arrampicarsi su per la montagna.
Non si vedeva niente, riuscivamo giusto a seguire il sentiero tracciato tra la boscaglia.
A un certo punto, dopo una marcia non proprio facile, ci rendemmo conto che eravamo arrivati sulla Valsorda, ma non sapevamo di preciso il punto dove eravamo e la consegna doveva avvenire presso una casetta dove si trova l'attuale Rifugio Perugia.
La nostra guida era un certo Riccardo Farinelli, un pastore che conosceva molto bene la montagna. Purtroppo in quella situazione neanche lui riusciva ad orientarsi: la tormenta era davvero tremenda. Provammo allora ad esplodere dei colpi di fucile per farci sentire. Anche questo tentativo fu inutile.
Solo dopo aver girato in qua e in là riuscimmo a rintracciare il rifugio e a consegnare quei viveri ai partigiani".
Quante sofferenze per lei e per tutti?
"Certo, il mio periodo da clandestino non può essere paragonato a quello di tanti altri perché non è stato molto lungo. Ma la sofferenza mia e della mia famiglia è stata intensissima: ho perso un fratello fucilato e ho perso una gamba dopo atroci e lunghe sofferenze"
Pensò, pensaste mai alla vendetta?
"La cosa più saggia che successe alla fine di tutto fu quella della non vendetta.
Noi conoscevamo bene i repubblichini che ci avevano dato la caccia; conoscevamo bene i delatori verso l'Esercito tedesco; conoscevamo bene chi aveva fatto del male a noi, ai nostri compagni, alle nostre famiglie. Eppure non ci fu vendetta, nessuno scaricò la sua rabbia su nessuno.
Fu un grosso momento di civiltà dopo una guerra che ci aveva messi anche uno contro l'altro".
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MARIO FERNANDO ROSI è nato il 16 settembre 1923. Quando lo incontro mi si mostra in un atteggiamento sicuro; sa già, al di là delle mie possibili domande, quello di cui vuole parlarmi, preliminarmente.
"L'8 settembre 1943? Fu una grossa delusione".
È questo il suo punto di partenza per tutto ciò che avvenne e, soprattutto, per tutto ciò che non doveva accadere.
Allora la sua filosofia, su ciò che accadde, si sposta di qualche mese indietro, alla data del 25 luglio, sempre del 1943, quando Benito Mussolini fu messo in minoranza.
"Era allora - mi dice con tono perentorio - che bisognava evitare tutto ciò che invece accadde. Bisognava trattare con i tedeschi, trattare la loro ritirata al di là del Brennero. Non si doveva aspettare, non si doveva solo annunciare la caduta del Fascismo, la sua fine storica.
Noi, che già da mesi combattevamo il regime, che lo contrastavamo politicamente, ci saremmo aspettati che il Principe Umberto di Piemonte, lo stesso Badoglio, che alle ore 21 del 25 luglio disse alla radio: "La guerra continua... ", l'ambasciatore italiano a Londra (un umbro), lo stesso Cianetti (anche lui umbro) che era a favore della ritirata dei tedeschi, avessero predisposto la trattativa con i tedeschi stessi contro i quali non eravamo in guerra, con i quali, di contro, eravamo alleati. Bisognava far riemergere il concetto di Libertà, un concetto che ci apparteneva e per il quale già un grosso movimento aveva messo in piedi la sua Resistenza".
Ecco, un suo punto fermo, un concetto dal quale non si può e dal quale non vuole prescindere.
Mario Fernando Rosi mi parla e mi scruta negli occhi. Vuole essere certo, prima ancora di avventurarsi nei racconti specifici, che io comprenda bene i preliminari a quella grossa avventura che fu la Resistenza.
Quindi, supportato da scarni appunti che ha sul tavolo, prosegue.
"Una Resistenza che, dunque, non fu inventata, non fu tirata fuori dal cassetto dopo l'8 settembre. Se i nostri statisti, ripeto il concetto, avessero trattato la ritirata delle Forze tedesche non saremmo scesi in armi.
E non va dimenticato che i tedeschi non erano in Italia in massa come invece fecero dopo l'Armistizio; non erano nostri nemici. Erano alleati con i quali bisognava evidenziare, trattare la nostra dissociazione dall'insistere nell'offensiva agli altri popoli poiché in Italia era venuto meno quel regime che aveva sostenuto e predisposto quella scelta.
Insomma si trattò di una scelta che umiliò i nostri soldati. Pensi che due o tre soldati tedeschi erano in grado di entrare in una caserma e disarmare mille nostri uomini: lo fecero anche a Foligno.
E sul nostro conto sono state riferite cose terribili, non vere.
Noi, va gridato, non eravamo fratricidi. Non riferimmo, per portare un solo valido esempio, di una nave piena di soldati antecedentemente al 25 luglio.
Rifiuto il fatto che qualcuno possa affermare il contrario".
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Ex casa colonica in Viale Don Bosco sede di uno dei Comandi tedeschi |
Ma il nostro specifico argomento deve, prima o poi, addentrarsi nelle pieghe del Movimento, di come esso si realizzò a Gualdo Tadino.
"La situazione, il movimento di pensiero a Gualdo Tadino - mi spiega -visse di quella filosofia, ben più ampia, che animò la Resistenza nel resto del Paese, soprattutto al Nord.
Gualdo Tadino, quindi, non deve essere sottratta a questo quadro. Qui esisteva già una resistenza politica. Il 25 luglio non arrivò per caso, non fu un evento partorito da pochi intimi, da pochi oppositori d'Alto rango. Fu il frutto del forte dissenso popolare che era cresciuto nel paese. Era un genuino e meraviglioso movimento patriottico popolare che, voglio ribadire il concetto, ebbe inizio ben prima del 25 luglio e dell'8 settembre 1943. Coinvolse l'intera popolazione gualdese, di tutti i ceti sociali".
L'esposizione del mio testimone si ferma di nuovo.
Lo osservo mentre di nuovo mi fissa negli occhi: vuole che si sappia bene che il merito di quello che di buono fu fatto per ostacolare l'invasore tedesco, fu di un'intera popolazione e non di pochi eroi. Quindi prosegue.
"Noi, a Gualdo, eravamo già attivissimi politicamente. La riunione del 10 settembre a casa mia non fu un'invenzione di due giorni. Quel 10 settembre ci incontrammo conseguentemente alla non soluzione politica della guerra, del rapporto con la Germania.
E subito, insieme a Fiorello Sergiacomi, riprendemmo i contatti con i vari personaggi perugini della Resistenza con i quali già da tempo collaboravamo e con i quali mettevamo a punto le eventuali strategie politiche. Allacciammo rapporti con la zona di Casacastalda, di San Presto, del Subasio. Certo, da quel momento bisognava mettere in atto non più una resistenza politica ma una resistenza armata.
Allora i tedeschi scesero in massa in Italia, ad occuparla. E' a quel punto che si pose il serio problema di contrastarli, di ricacciarli: non sarebbe stato facile".
Azzardo quindi una prima domanda.
Lei mi ha parlato di varie realtà locali, di vari gruppi organizzati. Si trattava di gruppi autonomi, specialmente all'inizio?
"Più o meno era così: tutto nasceva da una opposizione politica, oltre che nazionale, soprattutto locale.
Dunque ecco il sorgere dei vari nuclei autonomi distribuiti sul territorio che impegnarono seriamente le truppe tedesche togliendo loro la sicurezza non conoscendo l'entità dei singoli nuclei e la loro dislocazione: questa è la Resistenza.
Questa situazione obbligò il Comando tedesco a dislocare un numero maggiore di truppe che invece gli sarebbero state preziose al Fronte.
Il generale Alexander, comandante delle Truppe Alleate, ne fece un riconoscimento ufficiale con encomio solenne personale per tutti i patrioti della nostra formazione".
Un atto che, lo si evince dal modo in cui tende a sottolinearlo, diventa una sorta di imprimatur all'azione svolta dalla Resistenza gualdese; uno scaccia chiacchiere per chi, nella sua inferiore negatività, tende a togliere valore a tutto quello che può non piacergli.
E allora Rosi insiste.
"Gli Alleati ritengo siano gli unici giudici credibili ed obiettivi per valutare la concretezza dei risultati della Resistenza gualdese. Risultati che furono certamente superiori alle aspettative grazie alla spontaneità e alla non organizzazione ferrea".
Un impegno, il suo, che, mi è stato riferito, le procurò subito un arresto.
"Si, venni arrestato il 16 dicembre.
Vennero in forze a casa mia. Erano le due di notte e bussarono alla porta della nostra abitazione. Io mi ero preventivamente nascosto in una stanza inaccessibile. Solo quando minacciarono di salire al piano superiore e prendere mio padre decisi di uscire. Lo feci con forza, senza mostrare timore verso quella Polizia fatta molto di prepotenza e di un coraggio che era il frutto del mucchio e delle armi di cui disponevano.
Mi presero, ero un minorenne. Mi trasferirono a Foligno insieme a Giovanni Pascucci e Gigino Cirelli.
Eravamo accusati di complotto contro la Repubblica sociale e di organizzazione segreta.
Dopo vari interrogatori fui rilasciato e denunciato a piede libero, proprio per la mia giovane età (all'epoca si era maggiorenni a 21 anni).
Ma al di là dei vari episodi su cui sono disposto a rispondere alle sue domande mi piace evidenziare ancora una cosa.
Certo, la nostra Resistenza non era fatta di centinaia di uomini e bene armati. La nostra Resistenza non ebbe il tempo di assumere i connotati di quella del Nord Italia dove, non va dimenticato, le Forze Alleate arrivarono circa nove mesi dopo che da noi, e dove i lunghi mesi di contrasto all'occupante consentirono e obbligarono le Bande e la massa ad una più incisiva organizzazione militare.
Quindi noi ci trovammo nell'esigenza di proseguire quel Movimento che avevamo già messo in piedi da tempo, ma di farlo, ora, subito, con le armi, in guerra contro i tedeschi.
La nostra principale forza fu di aver fatto credere al Comando teutonico di essere in tanti. Di avergli fatto credere che le nostre montagne brulicassero di partigiani. E questa è la chiave con la quale si spiega la massiccia presenza di soldati tedeschi a Gualdo Tadino, dei vari Comandi disseminati nel territorio gualdese.
Nel nostro piccolo riuscimmo a tenere impegnata seriamente la Milizia tedesca, lo facemmo con una buona organizzazione fatta di uomini determinati e fidati; di gente che contribuì anche con la propria vita al riscatto di un popolo intero.
E il senso del nostro impegno si evidenziò anche dopo l'arrivo degli Alleati.
La nostra azione proseguì ancora per due mesi a fianco degli Alleati, insieme a loro e, spesso, ancora con i nostri mezzi.
Mi viene in mente, in proposito, quando ricevetti l'incarico, quale responsabile della zona di Fossato di Vico, di portare un messaggio appunto agli Alleati dislocati al di là di Gubbio, verso Ponte d'Assi.
In una Gubbio ancora presidiata dai tedeschi arrivai in pieno giorno con una moto Benelli e insieme a Umberto Mandorla. Attraversammo il centro della città facendo un fracasso d'inferno con la nostra moto che non disponeva certo di una marmitta a posto. I tedeschi, che di giorno si ritiravano sul monte Ingino, presero a cannoneggiarci con mortai. Colpirono un paio di case. Noi proseguimmo nella nostra folle corsa che oggi giudicherei anche un po' sconsiderata per i reali pericoli cui ci sottoponemmo.
Arrivati al ponte prestabilito mi resi conto solo all'ultimo momento che non c'era più, che era stato fatto saltare. Ma i detriti del ponte stesso producevano un dosso: lo superammo con un salto di due o tre metri. Riuscimmo anche a non cadere. Quindi consegnammo il messaggio alle Truppe Alleate che erano proprio lì, vicino al ponte.
Forse fu quello il nostro ultimo impegno di resistenti, prima al regime fascista e poi all'occupazione nazifascista.
Ma la mente non può fare a meno di tornare indietro a quel 25 luglio 1943: perché non trattarono con i tedeschi la loro ritirata al di là del Brennero?".
Qualcuno, anche localmente, vi oppone la critica per certi atti di sabotaggio messi in piedi contro le truppe tedesche.
"Questa critica merita una sola risposta".
Ora il suo atteggiamento si fa severo dopo il racconto quasi goliardico dell'azione nel territorio eugubino.
"La risposta è che il 10 giugno 1940 la assurda e criminale guerra non doveva essere iniziata. La Resistenza gualdese è stata un anelito interiore di giustizia e libertà per un mondo migliore, meno egoista, con maggiore rispetto del prossimo e la piena disponibilità al perdono senza dimenticare".
Qualcuno lo chiede. Ad ogni occasione legata a questo passato c'è chi formula la richiesta di chiudere... appunto di dimenticare.
"No - mi risponde -, dimenticare potrebbe significare riaprire le porte alle atrocità e alle dittature. E soprattutto non si può mettere sullo stesso piano l'oppresso e l'oppressore".
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MARIA SPIGARELLI (MARY) è nata il 22 aprile 1916. È una delle donne, ancora in vita, che ha fiancheggiato i partigiani. I suoi ricordi sono vivissimi e gli fanno rivivere quegli anni con lo spirito di una sorta di pasionaria.
Com'è avvenuto che lei entrò a far parte delle donne che erano di supporto al Gruppo d'Azione Antifascista di Gualdo?
"Avevo un'amica, Rita, che era la moglie di Fiorello Sergiacomi che è anche stato Sindaco della città. Lei un giorno mi prese in disparte e mi disse che mi doveva parlare.
" Mi devi aiutare - mi disse subito -, devi collaborare con me per quello che ti chiederò. Però ti devi solo fidare e non mi devi chiedere niente del perché faremo questo o quello ...".
Insomma, iniziai a collaborare con i partigiani proprio in funzione di quella mia amica che ha tanto fatto per la causa della Liberazione".
Quali furono le prime cose che lei fece per i partigiani.
"Fu sempre Rita a darmi il via alla collaborazione.
Un giorno venne a casa mia - abitavo all'inizio di via Borgovalle, poco sotto il forno Carini - e mi disse che bisognava fare qualcosa per questi ragazzi che erano nascosti sulla montagna. Bisognava preparare da mangiare perché non avevano niente. Sa, a noi non mancava soprattutto la farina: io e mio marito avevamo una sartoria e spesso la gente ci pagava con cose pratiche come uova, patate, a volte polli, conigli o, appunto, farina. Così, una sera, ci mettemmo a preparare delle cresce che poi lei, senza dirmi il punto preciso, portò su per la montagna".
Ma poi sarà entrata in contatto con questi partigiani; avrà capito cosa facevano e dove si organizzavano.
"Si, ad un certo punto fu inevitabile che la mia collaborazione si rendesse concreta anche con atti specifici".
Ne ricorda qualcuno ?
"Un giorno alcuni di questi partigiani arrivarono di corsa a casa mia. Avevano assaltato la Caserma dei Carabinieri ed avevano portato via delle armi, parecchie, soprattutto fucili. Mi dissero che dovevo assolutamente nasconderle in casa mia.
" Madonna mia ! - gli dissi preoccupatissima- e adesso dove le metto? Se passano i tedeschi ci fucilano tutti!".
Ma certo, non potevo rifiutare quella mia assistenza. In un angolo della casa avevo un mucchio di patate accostate ad un baule, le scansai e ci misi sotto quelle armi che poi ricoprii con le stesse patate. Pensi, il giorno dopo due soldati tedeschi bussarono alla porta di casa. Quando andai ad aprire e li vidi dissi tra me e me: " Ecco, è finita. Adesso ci fucilano tutti ! ".
Non poteva essere che erano venuti per qualche altro motivo se non quello di cercare qualcosa. Così sono entrata nella cucina, hanno guardato nella saletta dove c'erano queste patate, poi nella camera dove hanno aperto l'armadio e hanno guardato sotto i letti, poi se ne sono andati.
Ricordo che dalla paura dovevo essere diventata bianca come la carta tanto che uno di loro mi diede un buffetto su una guancia dicendomi: " Mamma, paura ?".
Sono riuscita appena a balbettare: " No ! ".
Quindi se ne sono andati.
Un'altra volta venne a casa mia un partìgiano, Ottorino Galafate.
" C'è uno di noi che sta tanto male - mi disse —, ha la febbre sopra a 40. Devi metterlo in casa e curarlo perché se resta su in montagna rischia di morire, domani lo portiamo via ".
" E adesso? Che facciamo ?", dissi con mio marito Corrado (Ercolani).
In ogni modo lo feci portare dentro. Erano circa le 11 della sera dell'estate del 1943. Certo, non è che avessimo medicine in casa. Tuttavia prendemmo uno dei due materassi del letto e lo mettemmo in terra, ci mettemmo sopra delle coperte e ci sdraiammo questo malato. Ricordo che gli feci della camomilla, non avevamo altro in casa per potergli prestare delle cure particolari".
Ricorda anche il nome di questo febbricitante?
"No, anche perché non lo chiedemmo. Mi ricordai dell'inizio della mia adesione al Movimento: non dovevo fare domande.
In ogni modo il mattino successivo vennero a portarlo via i parenti che, comunque, non conoscevo e non so neanche se fossero stati gualdesi.
Insomma, non furono poche le volte che misi a rischio la mia vita e quella dei miei familiari, avevo un figlio di cinque anni, per prestare quest'opera di supporto all'azione dei partigiani".
Salì mai sulla montagna per vedere da vicino coni'erano organizzati i partigiani?
"Non proprio. Un giorno soltanto Rita passò a chiamarmi nel laboratorio da sarto di mio marito. Mi disse che dovevamo recarci verso il rifugio della Madonnuccia dove ci sarebbero venuti incontro dei partigiani ai quali dovevamo consegnare un messaggio di cui, naturalmente, non conoscevo il contenuto".
Quando i tedeschi decisero di impiccare Giulio Sorgo sulla Piazza furono chiamati molti cittadini delle vicine abitazioni per assistere all'esecuzione. Toccò anche a lei di essere condotta lì?
"Si, fui chiamata anch'io. Il nostro laboratorio era proprio in Corso Italia, accanto a quella che era l'osteria di Clelia.
Fu terrificante, eravamo in tanti.
Mi vengono ancora i brividi se rivedo la scena di Sorgo che veniva condotto su una camionetta dalla Caserma dei Carabinieri a davanti il Municipio dal cui balcone già pendeva la corda con la quale doveva essere impiccato".
In quale punto della piazza si trovava lei ?
"Ero proprio davanti al negozio Lucarelli. Era il 23 marzo del 1944. La piazza piena di gente sotto la sorveglianza di tedeschi e fascisti. All'improvviso arrivò l'ordine che non dovevano più procedere all'impiccagione. Ci rispedirono tutti a casa, ma la paura era stata tanta!"
Nel suo laboratorio c'erano mai incontri con qualcuno delle varie organizzazioni antifasciste?
"Ogni tanto arrivavano per parlare o con mio marito, o tra loro, o per lasciarmi qualche messaggio. Il più delle volte, però, parlavano tra loro dell'organizzazione. Fatto sta che trovavano sempre qualche scusa per farmi allontanare: o mi mandavano a comperare una cannellina di filo, o da qualche altra parte; insomma, era chiaro che io non dovevo assistere ai loro colloqui.
Un giorno si presentarono Augusto Pinacoli, Fiorello Sergiacomi e Nello Barberini: quel giorno non mi mandarono via. Mi chiesero di realizzare una bandiera rossa per il loro partito, erano tutti del Partito Comunista. Così confezionai questa bandiera con falce e martello. Il problema fu che questa bandiera dovevamo tenerla nascosta noi, nel nostro laboratorio.
Certo, i tedeschi facevano sempre su e giù per Corso Italia, e da un giorno all'altro potevano anche entrare se si fossero insospettiti per quelle riunioni, anche se di poche persone. Mio marito ripose la bandiera all'interno di una stoffa doppia.
Un giorno due tedeschi entrarono. Penso proprio che lo fecero per una qualche spiata. Si misero a girare come a cercare chissà cosa. Io e mio marito eravamo proprio spaventati, sicuri che si sarebbero messi a cercare dappertutto. L'unica a non avere paura era Maria, la ragazza che lavorava con noi, una ragazza piccola e con un handicap alle gambe: il fatto è che lei era allo scuro di tutto e questo le dava quella tranquillità che noi non potevamo avere.
Avevamo una sorta di retrobottega dove i clienti si misuravano gli abiti che noi confezionavamo. Nello stesso ambiente tenevamo un sacco di iuta dentro il quale mettevamo i ritagli delle stoffe, ritagli che poi si rivendevano; in un altro sacco tenevamo il carbone per il ferro da stiro.
I due tedeschi presero i due sacchi, li portarono in mezzo al laboratorio e li rovesciarono sul pavimento: fecero un polverone che non le dico! Poi lasciarono tutto lì e se ne andarono".
Le viene in mente come si viveva in quegli anni, se il mangiare era sufficiente, se c'era solidarietà?
"Si viveva male; si soffriva molto. Il pane, per esempio, era cattivo, ma veramente cattivo. Chissà con cosa lo facevano? Noi, come le ho riferito, ci salvavamo un po' da questo punto di vista poiché il pane lo facevamo da soli con la farina che riuscivamo a rimediare. Poi davanti a casa nostra c'era il forno di Carini e ci lasciava cuocerlo. Quanto ne abbiamo dato via... ! C'erano famiglie con bambini piccoli, come si faceva? Se non gli davano pane o pancotto con cosa sopravvivevano i figli? Noi, devo dirlo sinceramente, non abbiamo provato la miseria, proprio per il lavoro di scambio che facevamo. Ma la miseria ce n'era davvero tanta".
Che cosa diceva la gente dei partigiani, di questi ragazzi che erano rifugiati in montagna e che di tanto in tanto scendevano a fare azioni o sabotaggi contro i tedeschi?
"Avevano paura anche di loro. Non so dirle di preciso perché. Posso immaginare che la situazione era talmente difficile, si viveva oppressi e controllati in tutti i movimenti che si aveva quindi paura di chiunque.
Certo, molto del timore derivava anche dalle possibili azioni di rappresaglia che potevano derivare dalle azioni partigiane. Ma come si doveva fare? Bisognava pur ribellarsi a quella situazione! Ma c'è da dire che ogni giorno di più cresceva il dissenso verso i fascisti e verso l'esercito tedesco".
Erano molti i fascisti che supportavano i soldati tedeschi?
"Eh, non erano pochi. Non bisogna dimenticare che prima della guerra se non eri fascista non lavoravi. Allora ecco che, sulla carta, di fascisti ce n'erano tanti. Magari erano contrari a quell'idea, ma erano iscritti".
Tutti duri nei loro comportamenti?
"No, di fanatici ce ne saranno stati dieci o quindici. Di questi bisognava aver paura perché erano irrefrenabili; si facevano forti al fianco dei tedeschi e spesso erano carichi d'armi".
Dove si trovava quando avvenne la fucilazione del 1° luglio 1944 in piazza Vittorio Emanuele?
"Ero a casa. In quell'occasione non vennero a prelevarmi come avevano fatto per Sorgo. Io seppi dell'esecuzione solo dopo che fu consumata. Però so che portarono molta gente sulla piazza, soprattutto dalla zona del Reggiaio. Anche la ragazza che lavorava con noi fu portata ad assistere".
Come ricorda il momento in cui arrivarono gli Alleati?
"Fu un momento indimenticabile.
Arrivavano dallo Spiazzale, da dove ora ci sono i Giardini pubblici. Quel giorno non ha pranzato nessuno! Abbiamo lasciato i fornelli accesi e siamo corsi in Piazza, così com'eravamo. Tutti a battere le mani, a fare festa, a ballare per le strade: sembravamo matti!"
Come viveste il periodo in cui gli Alleati restarono a Gualdo?
"Certo, era tornata la tranquillità, almeno quella della pace se non quella del superamento della miseria. Ricordo che vicino alla mia casa paterna, verso le Vallotte, c'era un accampamento di soldati inglesi e sudafricani. Io qualche volta andavo a casa dei miei dove c'era anche mia sorella. Santiddio le sigarette che ci davano! Ecco, quando andavo a trovare mia sorella gli dicevo di farsi dare le sigarette perché qui a Gualdo non si trovavano; così potevo rifornire non pochi amici di Corradino, mio marito.
Invece a casa di mio padre una notte i tedeschi portarono via un maiale.
Quella notte mio padre fu svegliato dagli strilli dell'animale. Allora si alzò per andare a vedere cosa succedeva.
" Fermo !" gli intimarono i soldati costringendolo a rientrare.
Avevamo solo quel maiale e ce lo hanno portato via.
Un altro accampamento doveva essere verso San Lazzaro. Lo vidi un giorno che dovetti andare da quelle parti a rimediare un po' di latte (più avanti ci diedero quello in polvere) per mio figlio che stava male. Anche lì vidi soldati bianchi e neri, e non è che non mi mettessero paura, anche se nessuno si permetteva di infastidirci".
Ha mai ottenuto dei riconoscimenti o delle segnalazioni per questa sua partecipazione attiva all'azione partigiana a Gualdo Tadino?
"No. Ma un giorno avviai delle pratiche in proposito. Dopo la guerra io e mio marito gestimmo, per un certo periodo, il cosiddetto Circolo dei Signori, in Corso Italia. Ricordo che fu l'avvocato Carlo Luzi a chiedermi quanto avessi percepito per la mia attività di partigiana. "Niente", risposi. "Ma perché -insistette -, non eri iscritta?".
Al tempo fu mio marito a non volermi far iscrivere, nonostante le insistenze della mia amica Rita. Me lo sconsigliò per una questione di sicurezza. Tuttavia Luzi mi preparò la domanda alla quale allegai una dichiarazione d'appartenenza al Gruppo antifascista sottoscritta da Giovanni Pascucci, Giovanni Berardi, Umberto Mandorla e Nello Barberini che erano stati tutti partigiani molto attivi, oltre che dell'allora Sindaco Armando Baldassini.
Andò a finire che dopo varie peripezie la mia domanda non fu accolta: sia perché i termini erano scaduti, sia perché erano esauriti anche i fondi con i quali era stata finanziata la legge.
Ma non fa niente!"
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SATURNA GAMMAITONI è nata a Gualdo Tadino l'1 febbraio 1931. Era una bambina quando Gualdo conobbe l'occupazione tedesca e le vicende che condussero la città verso la liberazione del 5 luglio 1944. La sua testimonianza principale è quella legata alla esecuzione capitale di Otello Sordi.
Signora Saturna, lei mi ha detto che quando giustiziarono Otello Sordi nei pressi dell'Ospedale lei si trovava a giocare proprio nei vicini Giardini Pubblici.
"Ero solo una bambina, ma ricordo benissimo che vidi arrivare quattro repubblichini che, armati di tutto punto, spingevano qual poveretto dietro l'Ospedale, vicino all'Obitorio. Due di essi, per me, erano forestieri; gli altri due erano gualdesi.
Mentre i primi due spinsero Sordi verso quella che era una specie di cava di rena, gli altri due gualdesi vennero verso di noi. Il più giovane (la signora Saturna pronuncia il suo nome e cognome, nda) restò più lontano da noi; l'altro gualdese (anche in questo caso la signora Saturna pronuncia il suo nome e cognome, nda) si avvicinò a noi ragazzine che stavamo giocando vicino a quella che oggi è la seconda fontana dei giardini. Ci disse che non dovevamo muoverci da lì".
Restò con voi fino al momento dello sparo o degli sparì ?
"Si, non si allontanarono nessuno dei due. Ripeto, il primo restò più vicino al muro di cinta dell'Ospedale, il secondo quasi cercava di distrarci da quello che stava per accadere.
Ricordo anche le grida di mia madre che aveva visto, dall'osteria, che gestivano la scena che si stava preparando. Continuò a chiamarmi fin dopo l'esecuzione. Penso che fosse terrorizzata".
Me lo dica lei, signora Angela (Franceschini, mamma di Saturna), cosa provò.
"Io avevo incontrato quel drappello proprio all'altezza di Porta Romana. Sapendo che Saturna stava giocando ai Giardini mi resi subito conto che la cosa non era di quelle di routine, di quelle scene quotidiane. Intuii che qualcosa stava andando storto. Quindi non so per quanto tempo continuai a gridare il nome di Saturna..."
Signora Saturna, cos'è successo subito dopo ?
"Hanno portato il corpo del ragazzo dentro l'Obitorio. Poi se ne sono andati tutti.
Noi siamo corse, insieme a tanta altra gente attirata dagli spari, a vedere il posto dell'esecuzione. Ricordo solo una grande pozza di sangue che non ho più dimenticato per tutto il resto della mia vita. Quindi noi ragazzine ce ne siamo andate, anche perché era arrivata mia madre a portarci via. Solo più tardi tornammo a vedere il corpo di quel ragazzo disteso sulla pietra dell'obitorio. Lo facemmo arrampicandoci sulla finestra che da sul retro".
Lei era una bambina, che cosa avvertiva quando incontrava le truppe tedesche?
"Avevo comunque paura.
Tra l'altro lungo i Giardini pubblici, cioè vicino alla nostra abitazione, c'erano alberi di castagno che noi chiamavamo piantarelle ; bene, i tedeschi erano soliti, quando passavano con le autocolonne, fermarsi e nascondersi sotto quegli alberi.
Ricordo che una notte cominciarono a sorvolare la zona aerei inglesi alla ricerca di una colonna che si era fermata proprio lì. Lanciavano razzi illuminanti per poterli individuare e noi, ogni volta, ci andavamo a rifugiare nella cantina della casa che era fatta a volta. La paura non era mai poca, anche se ero una bambina.
Anche quando gli inglesi bombardarono la Stazione ferroviaria fu un momento molto difficile; addirittura era bello vedere tutte quelle luci (traccianti) che segnavano il cielo dall'aereo al bersaglio.
Ma anche il dopo bombardamento portò delle disgrazie perché i ragazzi, compreso mio fratello Antonio, andavano a raccogliere i bossoli. Questa specie di gioco produsse morti e feriti".
Ma ci fu anche il momento dell'arrivo degli Alleati.
"Fu un momento - mi risponde la signora Angela - molto importante, anche se ormai eravamo rientrati tutti nelle nostre case, alle nostre attività perché i tedeschi se ne erano andati il 5 luglio.
Però con i militari inglesi e americani ritrovammo qualche gioia alimentare che avevamo dimenticato: carne in scatola, cioccolato...
Ricordo che molti di questi soldati avevano con sé una mascotte. Un inglese veniva sempre nella nostra osteria con un cane da lepre: lo chiamava Gibù. Quando il soldato lasciò Gualdo ci consegnò quel cane che è rimasto con noi. Avevamo in casa un gatto con il quale conviveva in modo molto tranquillo. Abbiamo provato anche a darlo via più di una volta, ma lui è sempre tornato a casa. Addirittura l'ultima volta lo avevamo regalato ad un cacciatore di Carbonesca: niente da fare, una sera, era la notte di Natale, abbiamo sentito raspare alla porta ed era ancora Gibù".
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Lapide posta dietro l'Ospedale Calai sul luogo dove fu giustiziato Otello Sordi |
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SERGIO ANASTASI è nato il 5 agosto 1932 . Il padre, Corradino, fu fucilato in piazza Vittorio Emanuele II il 1° luglio 1944.
Quel giorno Sergio era appena tornato dal lavoro nei campi insieme al padre che, secondo i suoi ricordi e le sue conoscenze di allora, non apparteneva ufficialmente all'organizzazione partigiana, anche se lo stesso non esclude che possa aver collaborato con l'organizzazione in maniera molto clandestina e fuori dalla portata dei figli e della moglie.
Non aveva ancora compiuto dodici anni quando suo padre fu catturato, nel corso di un rastrellamento, dalle SS tedesche.
Quanto sono vivi i suoi ricordi di quella che fu una tragica giornata soprattutto per la sua famiglia, ma anche, seppur informa diversa, per l'intera città?
"Sono purtroppo vivissimi. Quel pomeriggio ero andato a lavorare nei nostri campi verso Taino , precisamente al Padule .
Mentre facevamo ritorno verso casa, abitavamo in via Roma proprio sotto la Pineta del Soldato, la gente che c'incontrava ci avvisava che i tedeschi stavano compiendo un rastrellamento, pareva in grande stile.
Ad un uno di questi signori mi ricordo che mio padre rispose: " Di cosa devo aver paura... io non ho fatto niente di compromettente !".
Quindi, per quello che mi resi conto, non ebbe esitazione a far ristorno verso casa".
Che ora poteva essere quando arrivaste a casa?
"Dunque, mi faccia pensare. Le giornate erano lunghe... Le sette, saranno state le sette di sera".
Suo padre che fece?
"Rientrò in casa, si dette una sistemata e quindi si mise seduto in uno dei due banchetti che avevamo fuori dalla porta, sulla strada.
Pochi attimi dopo dei soldati tedeschi scesero giù dalla strada della pineta e lo presero".
Senza un preciso motivo? Senza dirgli niente?
"So solo che un sodato disse: "Uno è questo, lo riconosco".
"...riconosco" per cosa?
"Per quanto riguardava lui non so. Ma certo il movimento che c'era stato, non ricordo se la stessa mattina, con dei soldati tedeschi lo vidi anch'io. C'era stata una qualche azione dei partigiani contro un mezzo militare. Ma ecco, non so dire di più".
So che suo padre era nella zona dove si verifica l'azione. Il soldato potrebbe averlo, più che riconosciuto per la partecipazione all'atto, semplicemente visto.
"Penso, non mi vengono in mente altri motivi".
Ma qualcun 'altro sostiene che suo padre collaborasse con i partigiani; li andava a rifornire in montagna, anche di viveri.
"Dicono. Ma certo che da me e da mia sorella non si fece notare. Poi, se lo faceva, era di certo perché qualcuno gli consegnava i viveri. Non poteva certo portare da mangiare da casa. Purtroppo non ne avevamo a sufficienza neanche per noi".
Quindi lei assistette, diciamo, all'arresto di suo padre. Che cosa fece in quel momento?
"Restai a casa. Non so perché. Forse fu qualcuno a farmi restare lì. Più tardi, però, i tedeschi passarono dicendo alla gente che doveva trasferirsi in Piazza".
E Lei?
"Ci andai anch'io.
Quando fui in Piazza mi misi poco sotto la scalinata della chiesa di San Benedetto. So che era pieno di gente, o così mi parve.
Davanti a me, vicino al negozio di Pachini , c'era un soldato tedesco che imbracciava il mitra. Mi faceva uno spavento terribile. Così era in ogni via d'accesso alla piazza. Io, comunque, ero un ragazzine e non mi rendevo conto della gravita di quanto stava per accadere e so che mi ritrovai coperto dalla gente rispetto a quello che avrei potuto vedere".
Passò molto tempo prima che... ?
"No, all'improvviso sentii sparare delle raffiche di mitra. Riconobbi le urla e la disperazione di mia madre che era sulla piazza. Insomma fu un momento molto confuso in cui le cose si succedevano ad un ritmo che per me era insostenibile, almeno per la mia comprensione chiara".
Dei testimoni mi hanno riferito che sua madre svenne.
"Si, è vero svenne".
Ma lei si rese conto che avevano sparato a suo padre?
"No, lì di sicuro no.
Comunque la notte la trascorsi malissimo. Non so se sognassi o se avessi degli incubi. Rivedevo tutta la scena: quella della cattura, di tedeschi che ci spingevano verso Piazza, poi quegli spari, i pianti.
Che mio padre era morto me lo dissero il mattino successivo".
Ne parlò mai con sua madre del come mai avessero preso anche suo padre?
"Si, ma anche lei non ne sapeva granché. Anche a lei avevano detto di una sua certa collaborazione, ma per lei erano solo voci, indizi precisi non ne aveva avuti".
Però non lo escluse.
'No".
Voi ragazzoni come vedevate questa presenza dei soldati tedeschi, degli occupanti?
"Era una cosa quasi normale, ormai ci convivevamo.
Un giorno, per esempio, proprio davanti casa mia si fermarono con tre camion e ne scesero diversi. Proprio davanti a quelle che chiamavano le stradelle per andare verso la pineta fermarono un signore, uno che era tornato dalla Francia. Costui fece una certa resistenza, e gridava probabilmente la sua innocenza. Insomma, lui era estraneo all'azione contro i tedeschi che c'era stata proprio lì qualche tempo prima.
Quindi quel francese si girò verso di me e mi chiamò. " Senti tu, vieni qua. Senti ragazzina, devi andare da ... - pronunciò un nome che ora non ricordo - a chiamarlo .
Io mi misi a correre, ma un tedesco mi urlò contro minacciandomi con il fucile mitragliatore.
" Non devi correre " mi suggerì ancora il francese - . Digli di venire subito qui ".
Io andai da quella famiglia che abitava verso il Ponte Novo. Quel signore venne subito su, parlò con i tedeschi e quel francese venne rilasciato".
Come vivevate la vostra età ?
"Per quanto riguarda me, ma anche molti altri della mia età, passavo tutto il giorno a cercare qualcosa da mangiare: il primo problema era proprio la fame.
La fame è una cosa brutta e io l'ho sofferta.
Pensi che mio padre, insieme con altri suoi amici, a volte andava in bicicletta fino a Cagli per comperare, ad un prezzo molto basso, un barattolo di tonno, di quelli grandi. Lì c'era una casa conserviera. Per qualche giorno eravamo a posto...
Non era insomma facile per niente e gli eventi bellici ci avevano segnato profondamente, sia nel fisico che nello spirito. Senza pensare alle disgrazie dirette che colpirono famiglie come la mia.
Mio padre fu fucilato su quella Piazza. Nessuno è riuscito mai a dirmi perché".
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