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lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
da "La guera di Piero" di Fabrizio de André
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Io sono Piero Guerra, nato a Gualdo Tadino l'11 dicembre 1920. Quanto segue è il ricordo della mia vita militare nel periodo della seconda guerra mondiale. Sono stati 5 anni difficili, duri, che hanno segnato il resto della mia vita. Oggi sono pensionato e vivo nella mia Gualdo.
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Militare di leva
L'11 marzo 1940 ero partito per Mantova per il servizio militare di leva, avevo diciannove anni e tre mesi. Mi accolse un paesano: Giacomo Santini di Roveto che già conoscevo e siamo rimasti insieme più di tre anni. Mi occuparono dopo quindici giorni in un ufficio militare, scrivevo a macchina e un mese prima di Natale il Tenente Zucchero mi parlò da padre : “Il reggimento 80° Fanteria al quale appartieni, si sta preparando con il Colonnello Chiaromonte per andare in Russia, sul Don.
Visto che c'è giunta in ufficio una richiesta per due militari “svegli” per la formazione di specialisti, ti consiglio di andare in Albania, zona più vicina e porta con te il tuo amico”, mi disse.
E pensare che quel Tenente mi aveva punito da recluta perché, entrando in una camerata. Dato l'attenti, che non avevo sentito, non mi ero alzato in piedi (8 giorni di consegna).
Partimmo in due per Fano, era lì che si formava la compagna di avvistatori aerei; c'è stato un periodo di preparazione con armi e munizioni e ci hanno dato gli indumenti pesanti perché saremmo partiti per la guerra nei Balcani.
Saremmo partiti senza vedere mamma e i congiunti?
Tornare a Gualdo…
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Venti di guerra
Ero con Giacomo. Da Mantova venuti a Fano, dove ci hanno dato gli indumenti pesanti perché saremmo partiti per la guerra nei Balcani. A Fano c'è stato un periodo di preparazione con armi e munizioni. Saremmo partiti senza vedere mamma e i congiunti? Tornare a Gualdo Tadino in treno, senza permesso, era impossibile; sulle carrozze vigilava una ronda e allora che fare? All'inizio della Flaminia c'era un noleggiatore di biciclette. Di sabato alle 17 noleggiammo un tandem per fare un giretto e.... via verso casa. I primi chilometri furono facili, ma a Fossombrone, già eravamo stanchi. Il Furlo! Ma quanto c'è ancora per Gualdo Tadino? “Pedala Giacomì, pedala”. Un po' guidavo io, un po' lui. Quando ero dietro qualche volta fingevo di spingere. Acqualagna, Cagli. Ci fermiamo a mangiare qualche cosa in un'osteria. Attenti ai carabinieri che, essendo noi in divisa, ci avrebbero potuto fermare. Erano le 9 di sera ed in quattro ore avevamo percorso 60 Km . Ecco il valico di Scheggia (tutto a piedi), Costacciaro, Sigillo. Ma 'sta strada non finisce più? Io ero sfinito. Procedevamo al buio per non far strisciare la rotellina della dinamo sulla ruota, nel tentativo di risparmiare energie. A mezzanotte e mezza io arrivai a casa e consegnai il tandem a lui che partì pedalando ancora per altri 6 Km ., “Ci vediamo lunedì mattina alle sei sul treno per Fano, per il tandem fa il bagaglio appresso”. Lunedì mattina alle sei alla stazione mi chiamava e chiamava; io ero ancora sprofondato a letto. Sono partito con il treno delle nove. Tanto, pensavo, ci puniranno ugualmente quindi ora prima, ora dopo poco vale.
Arrivai a Fano verso mezzogiorno, i commilitoni dopo il rancio erano già ripartiti per l'istruzione. Alla porta l'Ufficiale di picchetto, quando seppe il mio nome disse: “Levati la cintura, i lacci, le fasce e ... sergente apri la prigione e mettilo con quell'altro”. “Era ora”, disse Giacomo contento e felice che ero arrivato. Ci mettemmo sul tavolaccio, aprì un pacco e vennero fuori un paio di piccioni ripieni e arrostiti, "Magna Piè, magna”. Aveva anche una bottiglia di vino e del pane. In seguito facemmo pace con i compagni che, per causa nostra, la domenica erano stati tutti consegnati. Ci tagliarono i capelli più otto giorni di prigione. Ma quanto era stato bello tornare a casa!
Io e Giacomo Santini (a sinistra)
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Ho cercato di aiutare due eroi
Ci imbarcammo a Bari alla volta di Durazzo nella stiva di una nave ed impiegammo 16 ore per la traversata. C'era la guerra ed in Adriatico i sommergibili inglesi. La nostra rotta era tutta a zig-zag per sfuggire ai siluri. A Tirana abbiamo avuto un rapido corso di addestramento per avvistatori aerei poi a gruppi dislocati ai confini albanesi. Con altri 5 fui assegnato al posto di avvistamento di Homeschi sul confine con la Jugoslavia , a due tiri di schioppo dalla città di Dibra. Da poco anche in quella frontiera si cominciava a sparare. Eravamo alloggiati in una casetta-stalla adiacente al cimitero. Un giorno ecco arrivare un nostro piccolo aereo aperto, in ricognizione. Volava sopra di noi, a circa 200 metri di altezza. Raffiche di mitraglia cominciarono a sentirsi; l'aereo ad un certo momento parve precipitare, e si dirigeva abbassandosi verso le linee slave. Ci sbracciavamo da dietro la casa per indicargli che noi eravamo gli amici quando eccolo virare e tornare indietro: perdeva quota, non sapeva dove atterrare. Lo seguivo con il binocolo ed eccolo planare in un campo, a pochi metri da terra. Le ruote stavano per toccare terra quando dall'aereo fu buttato qualcosa. Tentò di virare, ma con la punta dell'ala toccò un mucchio di sassi e immediatamente andò giù di testa, la coda si piegò in avanti verso la carlinga ed una fiammata l'avvolse. Con un compagno partimmo immediatamente a dare aiuto ma fatte poche centinaia di metri fummo fermati da raffiche di mitra. Bisognava aggirare la postazione; c'era però un ostacolo: il fiume Drin che in quel punto era particolarmente impetuoso. Andammo lungo il fiume, ma non c'era modo di attraversarlo; 500 metri a monte la corrente poteva trascinarci, 500 a valle il fiume si allargava. Con l'acqua alla cintola attraversammo il fiume ma era già trascorsa un'ora da quando l'aereo era precipitato. Arrivammo carponi. Al posto del pilota e dietro di lui c'erano due esseri neri, vittime del fuoco; solo la mano di uno ed un piede dell'altro non erano bruciati. Dal collo di uno pendeva una piccola catena che entrava nel petto, tutto scottava ma mi arrampicai, tirai e venne fuori un rettangolino nero, era il piastrino di riconoscimento illeggibile. Cercammo nei pressi e trovammo ciò che era stato lanciato: una macchina fotografica. La punta di un'ala non era stata consumata dal fuoco e con il coltello tagliai quel lembo di tela verniciata argento.
Consegnai le altre cose al cappellano militare che, raschiando a lungo il piastrino, riuscì a sapere a chi apparteneva: al tenente osservatore marchese Enrico Theodoli (1)di Roma. Era in ricognizione con un Maresciallo pilota. Ai due venne concessa la medaglia d'oro al valore.
Dopo quattro anni, al mio ritorno dalla prigionia, sono stato messo in contatto con la famiglia. E' venuto da me il padre del Tenente, ha voluto sapere e gli ho consegnato la metà di quella tela. Mi chiese cosa volevo, disse che poteva far tanto per me.
Risposi: “Niente, perché niente sono riuscito a fare, aveva la mia stessa età, 21 anni”. Commosso mi abbracciò forte come fossi stato suo figlio.
(1) ENRICO THEODOLI - MEDAGLIA D'ORO AL V. M. – MOTIVAZIONE
Ufficiale Osservatore d'aeroplano, di non comune ardimento e perizia, in numerosi voli di esplorazione e spezzonamento da bassa quota, dimostrava splendide doti di aggressività, spirito di abnegazione e sprezzo del pericolo. Partito volontariamente per una importantissima missione, senza scorta, nel cielo nemico reso infido dalla presenza dell'aviazione avversaria, dalla forte reazione contraerea e dalle condizioni atmosferiche proibitive, con tenace volontà, raggiungeva l'obbiettivo a bassissima quota e vi rimaneva fino a missione compiuta, incurante della violenta e precisa reazione contraerea nemica.
Colpito a morte da una raffica di mitragliatrice, con l'apparecchio incendiato e crivellato di colpi, con ultimo sublime sforzo, rinunciando a salvarsi col paracadute sul territorio nemico, prima di abbattersi in fiamme, lanciava nelle nostre linee la macchina fotopanoramica per salvare l'importante documentazione della missione compiuta. Espressione di spirito di sacrificio oltre io dovere.
Cielo di Dibra (Iugoslavia) 9 Aprile 1941-XIX.
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Gualdesi in concerto, un lampo di serenità
Uno dei posti di avvistamento si trovava in un nodo stradale tra Argirocastro, in Albania, e Janina in Grecia: Jergucat. Da questa località partiva un'altra strada che conduceva a Seranda, che era stata ribattezzata Porto Edda, in onore della figlia del Duce. Eravamo alloggiati in una costruzione piccolissima, simile a quei casotti rossi che una volta erano lungo le strade statali come rimessa per gli attrezzi e per ospitare i cantonieri in caso di pioggia. Ci stavamo in sei. A 100 m . c'erano quattro case e, alloggiato in capannoni, un battaglione di fanteria. Inoltre c'era un negozietto con osteria. I soldati in libera uscita camminavano sulla strada e per distrarsi avevano fatto nel cortile un piccolo palco dove chi voleva poteva esibirsi. Tra gli spettatori seduti su panche, una sera c'ero anch'io. Due file davanti a me un sergente dei granatieri con gli alamari bianchi e la bustina con i pizzi in fuori, guardava. Lo riconobbi e da dietro gli dissi: “Che fa questo gualdese da queste parti?” Era Renzo Megni, il pittore ceramista e violinista. “Vengo da Atene - rispose - dove stiamo a presidiare. Anche noi abbiamo fatto un complessino e suoniamo. Sai chi c'è alla chitarra? Memmo Cesari, anche lui è granatiere. Sono da queste parti con l'incarico di indicare il luogo dei soldati morti e qui sepolti. Recuperiamo i loro resti per mandarli in Italia”.
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Lo invitai presso la casa dove bevemmo e facemmo tardi. Il giorno dopo lo accompagnai; aveva altri granatieri che scavavano e depositavano i resti nelle bare, mentre un cappellano benediceva. Non era una cosa da vedere! Pensavo alla guerra, pensavo anche che avrebbero potuto essere anche i miei resti, se fossi morto al fronte. Tornai sconvolto. Renzo ripartì. Dopo alcuni giorni ero ancora turbato e stavo pensieroso nella casetta quando si affacciò sulla porta una ragazzetta che tre volte al giorno ci portava l'acqua con delle brocche.
Si chiamava Andronichi. Ci disse: “Domani venite casa mia, sulla collina, che mi sposo”.
Era ortodossa e partimmo in due per l'ora della cerimonia. La vedemmo arrivare in una piccola chiesa, vestita di chiaro e sulla testa aveva una specie di velo con ai bordi attaccate tante, ma tante monete d'oro. Era parte della sua dote. Alla fine i genitori ci invitarono a bere e per entrare in casa, che era modesta, ci dovemmo levare le scarpe perché questo era l'uso. Tra tutto quell'oro il nostro presente era solo un pensiero.
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Andronichi, prima a sinistra |
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L'arte di arrangiarsi
Nel posto di avvistamento stavamo con le orecchie tese durante le ore di servizio, poi eravamo liberi. Dopo aver scritto a casa, agli amici e alle varie madrine di guerra, non sapevamo più cosa fare. Leggevamo e, per rendere la vita più allegra, ci facevamo scherzi. In tre fummo trasferiti in un nuovo posto. All'arrivo trovammo che tutte le brande erano occupate e Flenghi di San Leo, che io andavo a sostituire, mi disse: “ Arrangiatevi per questa notte, dormite sulla paglia, domani partiremo in tre”. Secondo me non c'era altro da fare.
A Giacomo invece venne un'idea. Prese un marraccio , si recò nel bosco vicino e tagliò quattro pali a forcina, lunghi non più di 60 centimetri , più una buona quantità di pali e paletti dritti e sottili. Nella stalla in cui dovevamo dormire c'era il pavimento di terra quindi fu facile infilzare i pali a forcina sui quali furono poi stesi orizzontalmente i paletti in modo da formare un piano rialzato. Con il telo da tenda fece un sacco che riempì di paglia e lo collocò sopra il “letto”. Il sacco copriva completamente il piano dove si sarebbe adagiato. Era stato bravo!
Io, in vena di scherzi, in un momento di assenza, sfilai molti sostegni che tenevano il "materasso" sospeso dal suolo. Aveva tanto lavorato, si era accaldato, aveva bevuto. Non vedeva l'ora di andare a dormire. Non era ancora notte che entrò nella stalla e, con aria superiore e soddisfatta, si lasciò cadere sul “letto”. Il sacco, non avendo più i sostegni, cadde a terra insieme con lui che, capito l'arcano, cominciò a gridare. “ Chi è stato, ditemi che è stato che ... “. Poi, guardandomi: “ sei stato tu”, e imbracciava il fucile. Era fuori di sé, cercava di inserire il caricatore quando in due lo spinsero fuori della casa. C'eravamo messi a riparo perché sparava qualche colpo sui muri dimostrando la sua rabbia mentre continuava ad imprecare. Rimase fuori finché la sbronza passò.
La mattina seguente era calmo, ma per non riprendere il discorso della sera, lo mandai con altri due al Comando, distante 15 Km . per consegnare alcuni documenti. Tornò con gli altri a sera. Arrivò e mi mostrò un uccellino morto: “ Stia sui fili de la luce - mi disse - jò sparato e, poretto, lò chiappato . Tatté iersera tè gita bene ” e ridendo fece un cenno con la mano dondolando la testa. Restò inquieto dieci minuti poi si avvicinò e sempre ridendo mi abbracciò. Non sapevamo star lontano l'uno dall'altro.

In licenza a Tirana |
Un pokerino tra i lupi
In cima al monte costruirono per noi una baracca di tavole: un cucinino ed un soggiorno dormitorio per otto persone. Ora eravamo signori!!! La sera quando annottava rientravamo tutti e i cani accucciati che erano con noi cominciavano a dar segni di nervosismo: sommessamente guaivano. Sentivano già i lupi lontani dei quali avevamo, quasi ogni notte, la visita. Più si avvicinavano e più forte i cani guaivano. Noi, attenti, aguzzavamo l'orecchio e sentivamo gli ululati lontani. Udivamo un ululato “assolo” del capo-branco, impressionante le prime volte, poi il coro di risposta dei lupi del branco. Quando il rumore era a circa 200 metri e sulla neve si vedeva una macchia scura avanzare, dalle finestre socchiuse sparavamo tutti insieme verso la macchia scura. Si sentivano guaiti ed il branco fuggiva lontano. Il giorno dopo andavamo sul posto, trovavamo macchie di sangue sulla neve, ma mai un lupo morto. In attesa di questi “amici” la sera ci disponevamo intorno ad un tavolo e giocavamo a poker. Giocavamo a soldi e per ore. Come fiches usavamo fagioli che tenevamo avanti a noi nel coperchio della gavetta. Si vinceva, si perdeva, qualche volta pari; si potevano perdere anche 2-3 mila lire che allora erano tante.
Una sera Giacomo aveva una fortuna sfacciata. Alla fine aveva “pelato” tutti. Ai conti allora! Si contavano i fagioli e si pagava in contanti. Rimasi ultimo a sistemare il debito; avevo perso parecchio. Cominciai a contare : 100, 200, 300 ... “Basta - mi disse - gli altri te li abbuono”. Il gioco la sera era di rigore. Una volta fui io il fortunato. Vincevo anche agli altri, ma particolarmente a lui. Sul coperchio della gavetta non aveva più fagioli. Perdeva più di duemila lire. Tirò fuori il portamonete e cominciò a contare: 100, 200, 300, 400 ... e mi guardava come a dire, non mi fermi? ... 500 ... e alzava gli occhi ... 600 e faceva una pausa ... 700 ..., “ma li vuoi tutti i soldi?”.
“Certo - risposi - mi piace”. Replicò: “quando vinco io te li abbuono, quando vinci tu li vuoi tutti, ti pare giusto?”. Ridemmo; lui a denti stretti pensando che parlavo sul serio. Ridemmo ancora per sciogliere la tensione, lui per aver perso, io per aver vinto. “Allora li vuoi tutti i soldi che ho perso?”. “No, dammi 300 lire e siamo a pari di tutto”. Allora lo sguardo che era avvilito e la pelle del viso tirata si ammorbidì dicendo: “Che paura mi hai messo!”. |
L'incontro con Vittorietto
Era la primavera del 1942 . Mi trovavo nel sud dell'Albania nei pressi di Delvino, sulla montagna sovrastante. C'era sulla vetta un posto di avvistamento aereo; il Comando ci teneva lassù in otto per controllare il passaggio degli aerei dei quali dovevamo segnalare la rotta. Eravamo collegati col CRN (centro raccolta notizie) tramite telefono ed il centro con la DICAT (difesa contraerea) di Tirana. Se un velivolo passava, o di notte o di giorno, dovevamo immediatamente informare. Alloggiavamo in una capace tenda tutti più due cani, Bobi e Mich, regolarmente anche loro registrati in sussistenza: avevano anche loro la razione di vitto giornaliera.
Ai piedi del monte era la cittadina di Delvino che ogni giorno era raggiunta da un avvistatore comandato a ritirare i viveri per il gruppo di stanza presso un deposito.
Una mattina l'incaricato ero io e, fatto il prelevamento, mi accingevo, nel sacco poche cose, a fare ritorno. La stradina da percorrere passava vicino all'accantonamento di un battaglione di soldati della sussistenza addetti alla panificazione. Infatti c'erano accesi e fumanti tanti forni VAIS e il posto era recintato. Vidi però nello spiazzo un soldato con un gran cappello di paglia in testa, che, con una scopa stava ramazzando e cantava. Mi vide, si avvicinò e mi disse: - “Ma tu nun sae de Gualdo?” – “Sì” - risposi. – “Commo te chiami?”.
Gli dissi il nome e lui. – “Io so Vittorio Paoletti de la Capezza , me dicono Vittorietto” - Parlammo un po' del paese, da quando non lo vedevamo e quando saremmo ritornati a vederlo.
Mi chiese: - “Qué ciae nte sta balla?” Risposi che ero stato a prelevare i viveri, gli raccontai anche quello che facevamo sul monte e detti altre notizie di Gualdo. E lui, “Voe el pane?” - Feci un cenno approvando con la testa. E' piacevole mangiare una pagnotta appena sfornata! Vittorio si allontanò verso i forni e poco dopo eccolo ricomparire con un gran sacco in spalla che buttò oltre la rete: “Portetelo via subbito che l'ho fregato ntel mucchio”.
Con fatica portai in cima al monte tutto quel pane (una trentina di chili) anche se non ne avevamo bisogno.
Però dopo quasi 70 anni ti dico ancora - grazie Vittorio -. |
Da caporale a (quasi) ufficiale
Lasciai Argirocastro, il suo castello, il Tenente Innocenzi, i compagni e Giacomo a giugno 1943 per andare a Tirana al comando della compagnia per frequentare il Corso Reggimentale di tre mesi (luglio, agosto, settembre), dopo i quali sarei stato promosso SottoTenente.
Il corso fu interrotto per la confusione che si creò dopo l'8 settembre. Mentre ero nello spaccio del reparto e sorseggiavo una birra, irrompe un gruppo di soldati festanti gridando “l'armistizio… l'armistizio!”

Un caro amico, il gualdese “Padre Gerardo (Picchi)” (a sinistra) Cappellano militare
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| Argirocastro |
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I corpi dei partigiani albanesi uccisi dai
soldati italiani |
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Dal sogno del ritorno a casa alla deportazione
L'8 settembre 1943 verso le 5 del pomeriggio, mentre ero nello spaccio del reparto a Tirana in Albania e sorseggiavo una birra, irruppe un gruppo di soldati festeggianti gridando: L'armistizio! L'armistizio, l'Italia ha chiesto separatamente la fine della guerra.
La gioia immediata presto rientrò in noi e vennero i pensieri: chi ci riporterà in Italia?
A Tirana c'erano sì e no un centinaio di tedeschi, che subito occuparono i posti di comando ed il campo d'aviazione. Verso le 18 una camionetta tedesca con altoparlanti scandiva: - Italiani state calmi e tranquilli, perché vi porteremo tutti a casa! Siete liberi di fare ciò che volete! - Meno male, pensammo, e la gioia ci invase di nuovo. Uscimmo per le strade piene di soldati e incontravamo i tedeschi che ci sorridevano guardandoci con paura.
Il nostro comando ci comunicò in seguito che il ritorno in Patria sarebbe avvenuto via terra per maggiore sicurezza. Dopo circa otto giorni venne l'ordine di partire a piedi, a scaglioni di 200-300 uomini ciascuno, con armi e munizioni, alla volta di Bitoli, verso la Bulgaria dove c'era la ferrovia con il treno ad attendere. Ognuno era responsabile della propria arma e all'arrivo, in mancanza di essa, si sarebbe proceduto alla decimazione. Figuratevi con quanta paura iniziò il viaggio che durò sei giorni, mentre i partigiani albanesi, che ci controllavano dalle alture, volevano i fucili e le armi leggere e ogni tanto ci attaccavano. Noi rispondevamo al fuoco. Su un camion c'erano i viveri per la trasferta.
Cammina cammina, dopo il lago di Ocrida la tensione si allentò perché in una pianura finalmente, davanti ai tedeschi, si cedevano le armi. Non ho mai visto un mucchio lungo 300 metri e alto più di 5 di fucili buttati, di munizioni, di mitragliatori, di bombe a mano.
La vita era salva. Arrivammo in un mare di tende vicino ad una stazione. Dopo tre giorni un lungo treno con vagoni bestiame scoperti prese il via da Bitoli verso il nord. In ogni vagone eravamo 60 e, se rimanevamo in piedi, ci entravamo altrimenti no. Cosicché stabilimmo che, ogni tre ore, la metà degli occupanti poteva sdraiarsi e dormire, i restanti si sarebbero stretti l'un l'altro per far posto. Il freddo della notte faceva venire i brividi, anche se cercavamo di proteggerci facendo il tetto del vagone con i teli da tenda. Però viaggiavamo, sia pure lentamente, verso l'Italia e ciò ci faceva sopportare ogni disagio.
Le lunghe soste alle stazioni… non mangiavamo tutti i giorni e, quando la tradotta fermava le persone ci donavano qualche povero alimento: mele, cetrioli, fave secche, manciate di grano o granoturco. Arrivammo finalmente a Belgrado, ecco la Sava , ecco il Danubio, il cuore batteva più forte. Si pensava: ora ci dirigeremo verso Zagabria. Il convoglio è scortato da una decina di sentinelle e se volessimo potremmo, senza rischi, anche fuggire. Ma chi ce lo faceva fare! - l'Italia è vicina! - dopo Belgrado, se la ferrovia va verso il mare, andiamo a Zagabria, poi a Trieste. Il treno però non si dirige a Zagabria, ma va verso est.
“Perché?” - chiediamo alla sentinella – “Ferrovia caput”, ci risponde e ci segna con il dito che per arrivare in Italia dobbiamo fare un arco di giro. Ma sono già cinque giorni che camminiamo! Il treno ora fila in pianura, la terra è rossa, i cavalli tirano gli aratri. Non sappiamo più dove siamo. E' notte, siamo fermi in un piazzale con tanti binari. Passa un ferroviere e gli chiediamo il nome della stazione. “Budapest”, risponde, e se ne va. Ma dove ci portano!? Si riparte. E' vero, la ferrovia caput aveva detto la sentinella, il giro sarà più lungo, vuol dire che anziché da Trieste entreremo dal Brennero. Tre ore in piedi, tre ore sdraiati. Ora sono sette giorni che camminiamo. Il giorno è bello, ci fermiamo in una grande stazione, passa sotto di noi parecchia gente che ci guarda con disprezzo: chi ci chiama Badoglio, chi urla contro di noi, chi ci sputa addosso, siamo in Austria a Vienna. Ci spegniamo come candele, non parliamo più, non cantiamo più. Si parte per Monaco con un'ultima speranza: se da lì andremo a Innsbruk torneremo in Italia. Dopo Monaco una freccia indica Stoccarda; tutti ci siamo ammutoliti, afflitti, non abbiamo più guardato città, montagne, fiumi, panorami, non ci interessava più niente.
Dopo 11 giorni e 12 notti di viaggio, all'alba ho aperto gli occhi, mi sono alzato in piedi ed ho visto una città di ciminiere, quasi nera di fumo: Dortmund, la capitale della Westfalia. Scendere! Scendere! In fila per tre gli italiani prigionieri si avviano al campo di concentramento VI-D, in una pianura, adiacente al campo d'aviazione.
Il VI-D era immenso. C'erano circa 3000 prigionieri di passaggio e l'ora del rancio era veramente caotica. C'era una rete metallica molto robusta che limitava un'area larga 300 metri che si stringeva ad imbuto e dentro la quale cominciavano a camminare i prigionieri per prendere il vitto. Come in un imbuto si finiva, dopo circa due ore, ad essere finalmente nel corridoio che portava alle marmitte del rancio distribuito da altri prigionieri. Si mangiava una alla volta al dì.
Dormivamo fuori in attesa di sistemarci in altro modo. Ogni notte era allarme aereo e nel campo piovevano bombe che facevano morti. Eppure, per una convenzione internazionale, i campi di prigionia dovrebbero essere illuminati. Vi dicevo però che il campo era adiacente a quello d'aviazione e, al momento dell'allarme aereo notturno, tutte le luci si spegnevano e dopo 20 secondi si riaccendevano solo le luci dell'aeroporto!!!...
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| Stalag “VI-D” Stalag “VI-D” |
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le baracche |
Una mattina si presentò al campo un signore distinto che aveva bisogno di una cinquantina di uomini per la sua fabbrica. Saputa la cosa ci presentiamo a lui di corsa e in un francese un po' maccheronico gli dicemmo che andavamo con lui. Fuori attendevano due camion, così siamo partiti. Ad un dato punto gli automezzi si sono fermati in un lungo viale alberato ed il signore, che era ingegnere, ci ha invitato a mangiare la frutta che c'era negli alberi. Erano meli. Nel pomeriggio giungemmo a destinazione: una fabbrica di trasformatori elettrici, la Dominit Werk , sita in una stretta vallata quasi nascosta da grandi abeti.
All'inizio della valle c'erano le baracche dei prigionieri. Ci attendeva una baracca circondata da filo spinato con un piccolo cortile ed un giovane sergente, che aveva già combattuto in Russia ed in Africa, dove ora stato ferito alla testa e per questo aveva ogni giorno crisi di svenimento. Con lui aveva due soldati. In fabbrica lavoravano oltre 200 donne Ost delle repubbliche sovietiche, una decina di prigionieri francesi, ed altri 30 soldati russi.
La mattina sveglia alle 5,30, dopo il “lavaggio” personale sempre a torso nudo, in uno stanzino con i rubinetti di acqua gelata. Poi in cortile l'appello impossibile. Il sergente non chiamava per nome ma per matricola ed in tedesco.
Sentire le prime volte - funf funfasit tausen zuvai hundert sibsen - (55217 il mio numero) non era facile rispondere ed ogni mattina erano in tanti a ricevere schiaffi e calci. Riuscimmo dopo qualche giorno ad affiancare al sergente un italiano che ripeteva la matricola nella nostra lingua. Poi partenza, accompagnati dalle guardie fino alla cucina che distava 300 metri . Trovavamo in refettorio al posto assegnato il “cafè trinchen”, una porcheria di bevanda calda che sapeva di cicoria e che ci scaldava lo stomaco.
Alle 6,30 si entrava in fabbrica dove c'erano degli operai che ci dicevano il da fare. Ad ognuno era stata data una tuta, una credenzina con dentro un pezzo di sapone fatto con sego animale e sabbia perché graffiava se si strisciava sulle braccia, e due stracci per asciugarsi le mani. Chi era già uso al lavoro pesante veniva adibito al carico e scarico dei materiali chi, come me, non sapeva di lavoro, veniva messo all'interno della fabbrica per imparare un nuovo mestiere. Dovevamo osservare gli operai che sapevano fare e far tesoro dei loro insegnamenti che all' inizio erano fatti a gesti.
Quelli del mio reparto ed io stesso eravamo diventati bravi tanto che, quando qualche autorità veniva in ispezione, eravamo presentati e congratulati. Nei primi mesi avevo per guida un francese molto bravo, ma una volta si dimenticò di dirmi che sui contatti elettrici bisognava spalmare un certo grasso altrimenti si sarebbero ossidati ed il trasformatore diventava inservibile. Quando al collaudo dell'apparecchio finito, il tecnico si accorse che questo grasso non c'era, fui immediatamente accusato di sabotaggio con pena la morte e davanti ad una Commissione non fu facile sostenere la mia innocenza, grazie anche all'aiuto che mi dette il mio capo reparto tedesco, Anton Lhame, che ogni giorno mi insegnava cose nuove che seguivo con interesse ed entusiasmo.
La sera tornando in baracca cercavo di parlare con le guardie e chiedevo loro come si diceva pane, acqua, cucchiaio, tavolo, coltello, mangiare, casa, lavoro e scrivevo su un quaderno il corrispondente tedesco in modo da fare un mio vocabolario. Imparavo dieci nomi al giorno e dopo un mese mi facevo capire col mio tedesco. Ho continuato questo esercizio per mesi cercando di perfezionare il mio dire; dopo un anno e mezzo ero l'interprete degli italiani.

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L'amico Adelino Pizzarotti
Morto a Dortmund il 18 giugno 1944 |
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Freddo, gelo e tanta fame
La vita in fabbrica era dura, ma di soddisfazione. Mi tormentava un desiderio continuo: mangiare. Avevo una fame indicibile. Non c'è menzogna quando si dice: ho una fame che non ci vedo! Ci passavano due volte al giorno una brodaglia più un filone di pane con un pezzetto di lardo, un formaggino ed un cucchiaio di margarina e di zucchero ogni settimana.
Quando ero partito da Tirana pesavo 85 Kg ., ma ogni giorno diminuivo di peso che controllavo 3 - 4 volte al dì; nel mio reparto infatti c'era una bascula precisa al livello del piano di calpestio (ci pesavano i carrellini con i rocchetti di filo di rame): passando mettevo il piede sulla bascula ed immediatamente nell'ovale di vetro una lancetta indicava il mio peso. In un periodo sono diminuito fino a due etti al giorno. Non sono morto chissà perché. Forse per le preghiere di mia madre o perché mio padre, deceduto 10 anni prima, mi vegliava dal cielo. Mi accadde un fatto che direi oggi miracoloso.
Durante il lavoro mi ferii ad un dito e mi venne un'infezione alla mano. Non essendoci in quel periodo al campo un dottore per i prigionieri, il sergente mi mandò col treno, accompagnato da una guardia, da un dottore di un paese vicino. La guardia anziché attendere dal medico mi disse: - ci vediamo alla stazione alla partenza del treno. Il dottore mi medicò quasi subito e, una volta libero, andai anch'io per il paese. C'era una chiesa ed io, in cerca di cicche, andai nei pressi della porta a cercarle. Guardavo in terra quando l'occhio si posò su un anello. Lo raccolsi, capii subito che era una fede nuziale, dentro c'era scritto LUCIA e una data. Portai l'anello in baracca, lo feci vedere. I francesi mi offrirono cinque filoni di pane mentre un vecchio in un ufficio mi offrì segretamente venti filoni di pane, uno a settimana da andare a ritirare in una casa che mi avrebbe indicato, distante tre quarti d'ora di cammino. Per 20 settimane ho avuto quell'aiuto insperato e sono riuscito a vivere. Pur tuttavia alla liberazione da parte degli americani pesavo 48 Kg .
A fine gennaio ‘45 con mio stupore venni trasferito dalla fabbrica a un campo d'aviazione distante una trentina di chilometri. La ragione la seppi dopo un mese da alcuni amici. Nel mezzo della fabbrica c'era un ufficio interno tutto a vetri, dove lavoravano 2-3 signorine con 2-3 capi. Una di queste ragazze portava spesso nei reparti fogli e disegni e, per il suo modo di camminare con passi brevi e rapidi, l'avevamo soprannominata “la littorina”; quando era nei miei pressi rallentava e mi guardava. Vi giuro che io non le ho mai parlato; mi guardava, la guardavo. Il mio torto, se c'è stato, è tutto e solo questo. Chissà cosa avrà pensato il capo ufficio per esserne così geloso?

Due mie amiche tedesche: Hildegard (a sinistra) e Annemarie
Trasferito con una decina di compagni dovevamo scavare fondazioni per un altro hangar. Era freddo, c'era neve, gelo e temperatura sotto zero e facevamo buche. Il ghiaccio che zappavamo mi schizzava in faccia e sul corpo, sulle mani che non riuscivano spesso a stringere il mio piccone. Il maresciallo d'aviazione, che presenziava e dirigeva i lavori, a turno ci faceva andare a scaldarci, ci diceva di non sforzarci e di capire che lui non era cattivo. Mangiavamo due volte al giorno lo stesso pasto degli avieri. Verso la fine di marzo le cose cambiarono. Il maresciallo, non potendo parlare… ci faceva segni che presto sarebbe tutto finito.
E’ successo anche questo.
“Du Main Liebe”
Ultimi giorni di Marzo ’45. Dalla caserma degli avieri dove alloggiavamo e il posto di lavoro che dovevamo raggiungere c’era un chilometro di strada, quasi deserta. La temperatura era bassissima e lungo il percorso la neve. A circa settecentocinquanta metri un locale pubblico, un bar altrettanto deserto, con antestante un giardino con reclame di birre ed altri prodotti. A piano terra il saloncino e dai vetri si vedeva una giovane signora che guardava chi passasse. Un giorno fece il cenno che dovevamo avvicinarci; entrai e mi offrì la birra. La ringraziai e le feci i complimenti sulla sua persona e la sua giovinezza. Mi disse che la sera, tornando dal lavoro, dovevo fermarmi dieci minuti per parlare e che era lì ospitata in attesa che arrivasse …”un militare”? Il barista proprietario della pensione mi fece capire trattarsi di un ufficiale tanto importante e che, se non fosse stata libera, mi avrebbe fatto lui il cenno di non avvicinarmi. Parlavo dell’Italia, di Roma, della vita da libero e quella da prigioniero. Parlai più di una sera; la trovavo simpatica anche ad ascoltarmi. Mi diceva che aveva ventisette anni e che i giovani – con il loro vigore – erano tutti alla guerra a morire; al che le chiesi se anche i prigionieri le facevano la stessa impressione. Mi fece capire che la guerra era agli sgoccioli e la sera seguente sarebbe uscita per incontrarmi. E venne a sera con la neve che fioccava, su una solitaria collinetta vicina al posto di lavoro. Era tutta impellicciata, coperta di neve. Io emozionato per quello che avrei dovuto fare, anche se mi diceva di stare tranquillo che non sarebbe arrivato nessuno. Era calda come una stufa; mi baciava, mi abbracciava. Dopo un minuto riuscii a parlare e le dissi che avevo paura ma lei ripetè che era certa che l’ufficiale superiore fosse lontano. Mi colpì che indossasse una “coulotte alla francese” che arrivava sopra il ginocchio e sotto biancheria intima di raso. Non stette tanto a pensare come me, mi aiutò e io feci il resto. Mi incoraggiava appoggiata alla neve – come chi fa le stampe – e voleva… (e i miei venticinque anni si fecero onore). Poi fuggii dallo stradello dove avevamo consumato l’amore, lei con un giovane che desiderava, io per essere stato con una bella, elegante e sensibile amante, forse di un vecchio generale. Quando ricordo questo fatto mi sovvengono le parole che mi sussurrava ed il fiatone che aveva in quel momento: “Du main Liebe” – “tu amore mio”. Gli anni passano inesorabili e si portano tutti i ricordi belli e brutti. Tra i belli pongo anche questo. La mia Signora terdesca, della quale ignoro il nome, vive nei miei ricordi e dolcemente mi sussurra sempre “tu amore mio”.
All'inizio di aprile, un pomeriggio, ci disse di andare a prendere le nostre robe e partire con altri prigionieri verso l'interno della Germania perché gli alleati stanno avanzando. La lunga colonna di prigionieri camminava piano sulla strada innevata, accompagnata non da soldati, ma da borghesi vecchi con il fucile per due - tre km e poi altri vecchi davano il cambio. C'era una studiata organizzazione poiché arrivati a destinazione tutti eravamo messi al coperto e un po' rifocillati. Il giorno dopo si ripartiva. Io, che parlavo abbastanza il tedesco, ero a capo di un gruppo di italiani.
Un giorno, erano circa le dieci, mentre camminavamo arrivò a cavallo un ufficiale e chiese dell'interprete. Mi avvicinai e ci ordinò di non proseguire la marcia, ma di andare subito in un paesino che si vedeva fuori strada, a circa due Km, dove ci aspettavano per darci istruzioni. Ci avviammo e, giunti, un altro ufficiale ci disse di andare nel teatro del paese tutti a dormire nella platea vuota e alle 18, dopo aver mangiato, partire con lui. Era successo che aerei americani avevano bombardato e fatto crollare un ponte ferroviario lì vicino, alto circa 40 metri . Un treno, carico di munizioni, sarebbe arrivato da una parte mentre un altro treno sarebbe arrivato dall'altra. Durante la notte dovevamo trasbordare tutte le munizioni da un treno all'altro. Ci caricavamo i proiettili a spalla per scendere fino in fondo al fiumiciattolo, risalire 1'erta e caricare il treno. Lavoro massacrante e pericoloso perché gli aerei che passavano a ondate successive potevano colpire il treno che sarebbe saltato in aria con tutti noi. Alla mattina eravamo sfiniti, più morti che vivi. Abbiamo dormito un poco e col mio amico Eugenio di Sarnano, si è deciso di fuggire verso le tre del pomeriggio.
Vicino a noi riposava un altro marchigiano di Castelfidardo, più anziano di me di 5 anni, sposato e con figli. Ha sentito o intuito le nostre decisioni e, con le lacrime agli occhi, ci ha detto: “Portatemi con voi, se rimarrò qui non riuscirò a tornare a casa, povera la mia famiglia ! Cammino male perché ho le vesciche ai piedi, per voi sarà una giustificazione dicendo che aiutate un malato”. Si chiamava Giovanni Papa, ma lo avevamo soprannominato Pompeo.
Alle tre del pomeriggio, mentre gli altri dormivano, uno alla volta ci siamo allontanati e infilati in un bosco dal quale, pur camminando, potevano controllare la strada maestra. Siamo rimasti fino a notte poi ai piedi di un pino stretti insieme ci siamo addormentati. La mattina sveglia all'alba e poi... come ci comportiamo oggi? Dove andiamo? Pompeo aveva trovato un barattolo di lamiera da 5 Kg, ci sarebbe servito.
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La liberazione - “Allora simme paisane”
Camminavamo ai bordi del bosco con l'occhio sempre rivolto al movimento sulla strada principale. Le macchine militari non passavano più, allora decidemmo di scendere perché la strada aveva a destra e a sinistra delle abitazioni. Avremmo chiesto l'elemosina, io da un lato e Eugenio dall'altro, mentre Pompeo avrebbe controllato se fosse arrivato qualcuno. Bussavamo e … “Siamo prigionieri italiani, abbiamo perso la nostra colonna, dateci qualche cosa da mangiare”. Venivano sulle porte delle case donne che avevano figli al fronte, piangevano, ci davano una fettina di pane o un pezzetto di lardo, due patate e così chiedevamo in quattro - cinque case. Quando avevamo fatto un po' di viveri ritornavamo nel bosco e mangiavamo. Una mattina un uomo mi dette uno schiaffo.
Un pomeriggio incontrammo altri due italiani che non conoscevamo; erano più pratici di noi e ci dissero che la sera dovevamo andare in un piccolo paese e chiedere del borgomastro (sindaco). Era questi un uomo sui 65 anni; gli raccontammo che avevamo perso la colonna a causa del nostro amico malato; ci spedì lì vicino, presso una grande fattoria, dicendoci che ci avrebbe mandato da mangiare. La fattoria era del sig. Cunziman. Arrivammo mentre il giorno si stava spegnendo. Grande raccomandazione: dormite nel fienile, ma non fumate. Il proprietario aveva la moglie, due figlie con lui, un figlio a sud di Roma, ed un genero veterinario disperso in Russia. Nella fattoria c'erano mucche, pecore, cavalli, maiali, pollame. Vivevano e lavoravano lì due prigionieri francesi, tre donne russe, due soldati russi. Quella sera ero sulla porta aperta del fienile ad aspettare il mangiare promesso quando dalla casa si affacciò la figlia sposata e mi chiese perché aspettavo. Saputa la ragione si ritirò per venire da noi dopo dieci minuti, portandoci 12 panini con burro, salsiccia, uova, marmellata e formaggio. Era il martedì santo. Ci commuovemmo e decidemmo di festeggiare con quella cena la Pasqua tanto più che per quel giorno potevamo non essere più in vita. Poi ci addormentammo sul fieno.
La mattina presto tutti svegli e ragionammo: - Se questi stanno così bene bisognerebbe trovare il sistema di fermarci qualche giorno! - Ma come ??? Aprimmo la porta del fienile e davanti c'era una capanna legnaia con dentro un mucchio esagerato di tronchetti di abete da spaccare per il fuoco. Senza dir niente Eugenio ed io cominciammo a spaccare i "rocchi" e in 3-4 ore facemmo un lavoro così ben fatto che la famiglia rimase meravigliata. All'ora di pranzo, mentre gli altri prigionieri mangiavano in cucina, Eugenio ed io eravamo ospiti al tavolo della famiglia nella sala da pranzo.
Finito di spaccare la legna il vecchio mi disse: “Non pensi che sarebbe opportuno scavare nell'orto un rifugio per noi?”. Si sentivano in lontananza ogni giorno tuoni di cannone. Aiutammo tutti, ed in un giorno e mezzo il rifugio, fatto a L, era pronto coperto con legname e terra.
Il Venerdì santo, erano circa le 13, quando, mentre ci accingevamo a pranzare, all'improvviso si sono sentiti degli spari vicini, poi ancora raffiche di mitraglia e colpi forti sempre più fitti. Cunziman ha capito come noi quello che stava per succedere e, da comandante di vascello, dopo aver nuovamente sentito le cannonate più vicine ha ordinato: “Non si mangia; tutti a disposizione - dava ordini secchi. - tu prendi un sacco, riempilo di pane e legalo alla corda del pozzo; tu prendi i prosciutti, i salami e mettili sotto la paglia; tu i barattoli di carne tritata e nascondili nella catasta delle fascine; tu prendi il formaggio” … impartì ordini e ordini a tutti. Poi ci recammo nell'orto e scendemmo nel rifugio: eravamo in 14, stavamo tutti accucciati ma stretti. Io ero da un lato della L ed Eugenio dall'altro. Il rumore degli spari era così forte che, per parlarci, bisognava gridare. I carri armati con la croce uncinata si ritiravano e sparavano, apparivano da dietro una collina e spaccavano tutto; abbattevano tralicci, linee elettriche, pali telefonici, ponti, sembravano impazziti. Mi chiamò Eugenio … “guarda laggiù, mi sembra di vedere un carro con la stella bianca”! Era vero. Eccone un altro ed altri due e altri. Era un inferno! Nell'aria c'era tutto: fra gli scoppi delle cannonate carri armati americani che venivano verso di noi, i tedeschi si ritiravano e distruggevano tutto.
Quando gli americani furono a 150 metri balzammo dal rifugio e a mani alzate e corremmo verso di loro. Sapete chi correva di più? Pompeo! Giungemmo in uno slargo contemporaneamente, i carri e noi. Un puzzo di polvere da sparo, di olio, di gasolio, di fumo, di motori, di caldo. Loro si fermarono, erano enormi, non ne avevo visti così grossi ; cinque o sei di noi, quasi sotto, con le mani alzate. Io non so una parola di inglese - pensavo - come ci intenderemo? - sapranno il francese, il tedesco? Dal carro a me vicino si sollevò un coperchio sulla torretta e … molto, ma molto lentamente, venne fuori un elmetto, poi degli occhi, solo gli occhi che mi guardavano. La testa venne più fuori e sempre rivolto a me disse: “Jù gheneral - e ripeté - jù gheneral?” Chiedeva se ero un generale? Perché? Avevo sul bavero della giacca una stelletta, l'altra l'avevo scambiata con un ragazzino per un pezzo di pane. I generali americani hanno le stellette? Gli occhi che mi guardavano sorridevano mentre mi sforzavo di strillare: “Io soldato, io Italy, io Italia”.
Venne fuori allora tutta la testa dalla torretta e mi gridò: “Allora simme paisane” – “Ma tu sei italiano?” – “No, mi papà mi mama de Sicilia”.
Poi, rivolgendosi agli altri con la radio, lo comunicò e tutti aprirono la torretta gridando “paisà, paisà”. Scoppiammo in un pianto dirotto. Era finita, veramente finita. Era il Venerdì della settimana di Pasqua e nascevo di nuovo.
Tornai a casa il 7 di Agosto dopo essermi rimesso un po' in carne. |
Finalmente in congedo
Erano passati 3-4 anni dalla fine delle ostilità ed ebbi bisogno, per il mio lavoro, del foglio matricolare. Il distretto militare nel frattempo era stato trasferito da Spoleto a Perugia. Arrivai durante la mattinata nel capoluogo e mi recai al distretto; era pieno di giovani soldati e borghesi. In un salone c'erano delle scrivanie attorno alle quali si affaccendavano gli impiegati. Vidi ad un tavolo un maresciallo e mi rivolsi a lui per chiedere ciò che mi serviva. Il sottufficiale fu gentile, perse tempo a cercare e ricopiare parte del foglio poi mi disse: “S ei col treno?” - “No maresciallo, sono con la macchina” . Avevo una Topolino 500 che è stata la mia prima macchina alla quale ho voluto più bene che ad una persona. “ Hai un posto per Gualdo Tadino?” – “ Sì, marescià ” – “ Mi dovresti allora fare una cortesia, portare mia moglie alla Rasina dove è nata, ha i parenti e dove si fermerà qualche giorno. Ti ricompenserò” .
Era uscito in quel tempo un decreto - credo che non lo sapeva nessuno - per cui inoltrando richiesta a Roma, la maggiore autorità militare dello Stato riconosceva con uno scritto e con una Croce al Merito su nastro azzurro i sacrifici che avevamo fatto in guerra ringraziandoci. La domanda fu inoltrata a mia insaputa a scambio dei piaceri e, dopo 15 giorni, mi arrivò un plico dal Ministero della Difesa con il brevetto a fregiarmi della Croce al Merito. Ne ho fatto un quadretto, l'ho appeso ad una parete del tinello a dimostrare i miei cinque anni e mezzo di “ naia” .
Sono stati anni duri, carichi non di spensieratezza ma più belli: di gioventù.

Papigno, 1941

Giacomo Santini – Homeschi, aprile 1941

Homeschi, 1941 – tra contadini albanesi
 
Con Tavella, 1941 Tirana, 1941

Jergucat, dicembre 1941
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