Presentate al Museo Opificio Rubboli dalla curatrice Marinella Caputo quattro opere inedite

Presentate al Museo Opificio Rubboli dalla curatrice Marinella Caputo quattro opere inedite

Figura 1 – Raffaele Antonioli (pittore) – Luigi Carocci (lustratore), Piattino con Testa di Medusa, 1857 ca., maiolica a lustro oro e rubino, diam. cm. 22, collezione privata, Fossato di Vico.

Sabato 27 luglio 2019 sono state presentate al Museo Opificio Rubboli dalla curatrice Marinella Caputo, quattro opere inedite tra le più antiche della maiolica a lustro ottocentesca. La storica dell’Arte ha inoltre scritto un testo critico  che, a breve, sarà stampato dalla Associazione Culturale Rubboli.

Le quattro opere rimarranno in mostra per tutto il 2019.

Associazione Culturale Rubboli

QUATTRO MAIOLICHE INEDITE

In esposizione temporanea al Museo Opificio Rubboli

A volte anche una quantità esigua di esemplari, può rivelarsi significativa nel delineare un ambito creativo di singolare interesse. È ciò che accade in questa piccola, ma caratteristica esposizione di quattro opere appartenenti a collezionisti privati.

Le maioliche in questione sono state realizzate a Gubbio tra gli anni cinquanta e settanta del XIX secolo, cioè durante quella stagione pioneristica che condusse alla riscoperta ottocentesca del lustro di Maestro Giorgio Andreoli, della quale il Museo Opificio Rubboli è memoria e testimonianza.

Il concept del museo infatti, riguarda la ricostruzione di un contesto storico-artistico e antropologico, con attenzione al passato come alla contemporaneità. La collezione museale oltre a documentare le varie fasi della Ditta Rubboli, comprende esempi di altre rilevanti manifatture che tra il XIX e il XX secolo si dedicarono alla pratica del lustro, oltre a un apprezzabile nucleo di lavori recenti.

Figuara 1 -Presentate al Museo Opificio Rubboli dalla curatrice Marinella Caputo quattro opere inedite

La prima, in termini cronologici, delle opere in mostra è un piattino a lustro (figura 1) in cui la divisione tra tesa e cavetto risulta creata dalla pittura in blu sullo smalto bianco del fondo. La superficie appare estesamente rivestita dai lustri oro e rubino, seguendo la tradizione mastrogiorgesca.

Il motivo centrale è una testa di Medusa dal volto espressivo, bordata da due serpenti dorati che si intrecciano con regolarità alle ciocche mosse, rese attraverso un sapiente chiaroscuro. L’effetto è quello di una simmetria di stampo araldico che interpreta con gusto neoclassico il Gorgoneion, un’iconografia tipica dell’arte greca arcaica, con evidente significato apotropaico.

Gli elementi decorativi della falsa tesa riguardano girali di palmette con due animali fantastici dal corpo a voluta e un mascherone dal quale si dirama la vegetazione, seguendo la tipologia del cosiddetto Green Man, di ascendenza classica, ma ampiamente diffuso in età tardo-medievale e rinascimentale.

La maestria della pittura e la qualità del lustro denotano un’opera di singolare valore artistico, in grado di rivelare qualcosa anche da un punto di vista storico.

È il caso pertanto di prendere in esame una lettera del 2 aprile 1857,1 scritta dall’antiquario Giuseppe Elisei a Giammaria della Porta, un personaggio coinvolto nella produzione e nel commercio di maioliche a lustro eugubine negli anni cinquanta del XIX secolo. Prima però di citare un passo saliente di tale missiva, è opportuno fare una breve premessa sulla situazione che emerge da questo interessante documento.

Il collezionismo internazionale di antichità che aveva sempre riguardato l’Italia come una miniera preziosa e pressoché inesauribile, intorno alla metà dell’Ottocento, scoprì la maiolica a lustro, come vera eccellenza all’interno di quelle arti applicate che stavano provocando un’attenzione crescente nella cultura europea. Si scatenò così una vera e propria caccia alle opere dei ceramisti rinascimentali che se da un lato vennero alienate dai propri luoghi di origine, dall’altro furono in grado di salvarsi da una temibile scomparsa dovuta a inconsapevolezza e incuria, approdando spesso in prestigiosi musei. Naturalmente ciò favorì gli affari di diversi intermediari e mercanti, come ad esempio l’Elisei e il Della Porta, dei quali ci è giunta la corrispondenza.

Quando però la domanda superò l’offerta, comparvero sul mercato anche dei falsi, di cui inizialmente gli acquirenti non si accorsero, ritenendo che la tecnica del lustro non fosse più riproducibile.

La stagione della maiolica ottocentesca che vide uno straordinario spirito di ricerca e di emulazione da parte di diversi geniali ceramisti, si sviluppò proprio dalla necessità di realizzare quelle maioliche all’antica, tanto apprezzate e perciò altamente remunerative.

Tra i primi che ottennero buoni risultati va menzionato senz’altro Luigi Carocci che all’inizio collaborò con Angelico Fabbri e successivamente con Luigi Ceccarelli. Il Carocci viene tra l’altro menzionato nella lettera scritta da Paolo Rubboli il 29 luglio 1878, indirizzata al Comune di Gualdo Tadino: “Sorta a novella vita l’arte ceramica per opera del Ginori, del Carocci e di tanti altri, si tentò di camminare sulle tracce dell’Andreoli, del Xante da Rovigo, del Casteldurante e dopo lunghi, laboriosi e difficili esperimenti si poté scoprire il segreto dell’iride, del rubino e del riverbero.”2

Le sue sperimentazioni, come quelle del Fabbri, raggiunsero risultati soddisfacenti che non riuscirono però a rimanere segreti.3 Al lavoro sommerso subentrò quindi un senso di orgoglio e di affermazione da parte degli artefici che avevano raggiunto tali esiti, ma ciò causò naturalmente danno ai mercanti che avevano precedentemente trattato i falsi, i quali non vedevano affatto di buon occhio la pubblicazione di notizie in merito alla recente creazione di maioliche a lustro.

Nella lettera si allude all’attività di Giovanni Freppa che aveva instaurato un proficuo traffico di opere contraffatte.

“[…] Ieri mentre al suo negozio si parlava di quel maledetto articolo venne M. Delange, cui mostrò come antico il bel piattino d’Antonioli con la testa di Medusa. Bellissimo gli parve, e dopo averlo studiato, disse queste precise parole: ‘non è quindi un’impostura che si sia ritrovata la vernice di Mastro Giorgio’. Freppa e me rimanemmo di sasso e vi direi quasi ch’Egli più di me. Dopo un momento di pausa io presi la parola e gli dissi che non credevo e che poteva convincersene facendone la prova mentre si conosceva la ricetta. ‘Può essere, ma io sono stato assicurato che [altri] sia stato più del Fabbri fortunato, e precisamente il suo giovane che ora si è diviso da lui. Che ne dite conte mio?’ Convenne però che antico o moderno era sempre bello e che chi aveva trovato il segreto avrebbe fatto sempre un grande affare vendendo gli oggetti a prezzi sempre superiori a qualunque porcellana, purché trattassero soggetti dell’epoca [buona].”

Naturalmente “il giovane che si era diviso dal Fabbri” era Luigi Carocci, il cui merito risiedeva nella realizzazione dei lustri, mentre la pittura era opera di Raffaele Antonioli. Tra i due era in corso una collaborazione, proprio nel momento cruciale in cui dalla produzione di falsi si stava passando alla genesi dello Storicismo, rinomata corrente che si diffuse ampiamente in Italia tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo. In questa complicata fase di transizione la ceramica eugubina rivestì senz’altro un ruolo fondamentale.

Non è quindi affatto azzardato identificare il piattino in mostra con l’esemplare citato nella lettera che provocò la sagace discussione tra i due antiquari. L’assenza di qualsiasi marchio o firma e l’alto livello dell’esecuzione sembrano confermare la situazione descritta nel documento citato. Inoltre l’opera proviene proprio da Firenze, dove venne vista e ammirata un secolo e mezzo fa. Sembra davvero difficile che possa trattarsi di qualcos’altro!

Il soggetto della Medusa incontrò un certo favore a Gubbio, se circa settant’anni più tardi venne impiegato da Aldo Ajò proprio mentre lavorava alla Rubboli. L’artista eugubino lo trasformò poi nel proprio autoritratto, con indubitabile estro creativo.4

Figura 2 – Raffaele Antonioli (pittore), Piatto con Allegoria della Notte, 1864, maiolica a lustro oro e rubino, diam. cm. 38.6, collezione privata, Viareggio.

La seconda opera, leggermente più tarda, è un piatto a lustro con tesa a rilievo del diametro di 38.6 cm. che potrebbe agevolmente intitolarsi Allegoria della Notte (figura 2).

I motivi decorativi della tesa a fondo blu, constano di mascheroni barbati a rilievo, dai quali spuntano girali classicheggianti che al centro formano un intreccio geometrico a doppia losanga. Un anello con palmette a rilievo incornicia il cavetto sul quale è dipinta la scena allegorica. Contro un fondo azzurro variegato che indica un cielo nuvoloso con l’effetto di un notturno lunare, si stagliano alcune figure mitologiche. A sinistra troviamo Kronos-Saturno che emerge da nubi oscure, con uno dei figli da divorare. Seguono due figure femminili, verosimilmente le Ore della Notte, e un nudo muliebre adagiato su uno spicchio di luna.

Il soggetto sembra un pastiche mitologico che unisce fonti iconografiche diverse, nell’intento di raggiungere un particolare risultato tematico. Naturalmente la presenza di Kronos, cioè il Tempo, e della Luna, rimandano alla notte e una delle figure femminili che si librano in aria, sembra tratta dalle gouaches, Le ore del giorno e della notte, la cui origine venne attribuita a Raffaello, eseguite intorno al 1800 da Michelangelo Maestri e conservate al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra.5 Il Maestri, documentato a Roma come pittore e incisore tra il 1779 e il 1812, si era probabilmente ispirato all’Iconologia di Cesare Ripa, l’enciclopedia allegorica per eccellenza, impiegando figure raffaellesche con stile neoclassico. Tale modello risulta ampiamente diffuso nel corso del XIX secolo, fornendo un comodo repertorio per artisti e decoratori.

Per quanto riguarda il nudo femminile sulla falce lunare che verrebbe spontaneo identificare con Selene, l’iconografia non corrisponde a quella comunemente associata alla dea, assimilata ad Artemide nel simboleggiare la luna. La figura della maiolica segue invece la tipologia della Venere e i suoi capelli botticelliani sembrerebbero confermarlo. Un’Afrodite lunare, notturna, dallo sguardo inquieto.

Pur con licenze poetiche nei confronti della classicità, il registro tematico appare comunque comprensibile. Il Tempo, le Ore, la Luna, culminano nella Notte, con un’interpretazione allegorica originale che attinge a varie fonti.

Figura 2 bis
Etichetta di carta presente sul verso del Piatto con Allegoria della Notte.

Sorprendentemente siamo in grado di identificare il pittore e si tratta nuovamente dell’eugubino Raffaele Antonioli. Nella parte bassa della scena figurata infatti, sotto una nuvola nera si scorgono i caratteri tracciati in smalto bianco, Antoni[oli] [p]in[se]. Purtroppo l’iscrizione non si è conservata per intero, in quanto la nuvola è stata dipinta posteriormente, coprendola in parte. Sul verso comunque è tuttora presente un’etichetta di carta scritta a mano ad inchiostro, in una tipica grafia ottocentesca: Antonioli Pinse Uso Mastro Giorgio Gubbio 1864 (figura 2 bis).

L’opera venne quindi eseguita proprio nell’anno in cui Luigi Carocci si trasferì da Gubbio a Firenze per lavorare presso la Ginori, una volta conclusasi l’esperienza imprenditoriale prima con il Fabbri e poi con il Ceccarelli. Proprio nella liquidazione della ditta di quest’ultimo venne coinvolto l’Antonioli che si occupò di recuperare crediti e merci.6

È interessante notare come la forma e la decorazione corrispondano esattamente a quelle di un piatto della Ginori che compare nel listino della manifattura con il numero 210. Sembra plausibile che il tramite fosse proprio il Carocci, all’epoca del suo arrivo a Doccia. Non è possibile affermare chi abbia lustrato l’opera, ma è il caso di segnalare una buona riuscita delle parti in oro, mentre il rosso rubino appare in alcuni punti vaporizzato, sovrapponendosi all’ oro, probabilmente per una temperatura troppo alta in fase di riduzione dell’ossigeno.

Rispetto allo stile della pittura, ancora una volta di mano egregia, si può affermare che a distanza di sette anni dalla testa di Medusa, l’artista avesse sviluppato un tratto più fluido, rispetto a quello calligrafico, con una precisione da incisore, attestabile nell’opera precedente.

Figura 3 – Pio Pieri (pittore) – Giovanni Spinaci (lustratore), Piatto con Ritratto Maschile, 1876, maiolica a lustro oro e rubino, diam. cm. 37, collezione privata, Fossato di Vico.

Figura 3 bis – Verso del Piatto con Ritratto Maschile.

Conclude la serie una coppia di piatti a lustro con ritratti di coniugi, realizzati nella fabbrica eugubina Giovanni Spinaci e Compagni e dipinti da Pio Pieri (figura 3-figura 4).

Figura 4 – Pio Pieri (pittore) – Giovanni Spinaci (lustratore), Piatto con Ritratto Femminile, 1876, maiolica a lustro oro e rubino, diam. cm. 38, collezione privata, Fossato di Vico.

L’ampia tesa, identica in entrambi i piatti, presenta un delicato fregio floreale e il cavetto poco profondo è occupato dal busto dei personaggi, dipinti in blu con qualche piccolo dettaglio a lustro nei gioielli che indossano. I riverberi oro e rubino si concentrano sui motivi ornamentali, mentre i ritratti campeggiano in un efficace contrasto sul bianco dello smalto stannifero.

La figura maschile è barbata, con chioma pettinata all’indietro. Il volto carnoso dall’espressione austera, si associa a una corporatura robusta avvolta in un soprabito stile greatcoat, che si apre su una camicia bianca con cravatta resa a pennellate rapide, fermata da una spilla in oro. Una catena dorata inoltre pende sontuosamente sul petto.

Nel sottile tratteggio reticolato che collega la figura al fondo, compare la firma in blu del pittore, P. Pieri pinse, mentre sul verso in lustro rubino si legge l’iscrizione Giovanni Spinaci Gubbio. Inoltre, sempre sul verso, all’altezza della tesa troviamo un’altra scritta, apposta probabilmente con la vernice dell’oro a cottura già avvenuta e perciò molto rovinata: Gaetano Rossi Nato 183[…] Costruito Gubbio 1876 (figura 3 bis).

Il ritratto femminile accentua la posa di tre quarti rispetto al precedente, mostrando una figura dall’espressione seria, il cui sguardo non si rivolge all’osservatore. Il volto pieno è coronato da un’elaborata acconciatura, secondo la moda dell’epoca e sulla veste spicca una guarnizione di trina, oltre a una catena in oro con un pendaglio a disco che riprende la forma degli orecchini. Alla destra della figura si legge, Pieri fece, mentre sul verso anche in questo caso e con la stessa tecnica, si riesce a decifrare Gigliola (?) Rossi Nata 1840. Questo costruito nel 1876.

I piatti vennero dunque dipinti nel 1876 dall’eugubino Pio Pieri,7 un rinomato pittore accademico attivo presso la manifattura Ginori all’inizio degli anni settanta che, una volta tornato a Gubbio, lavorò stabilmente nella ditta Spinaci, subentrando in un certo senso al Carocci nella produzione di maioliche a lustro.8

Attraverso quattro oggetti è possibile percorrere una fase particolarmente significativa nella storia della ceramica italiana, quando dalle falsificazioni di opere del passato si passò alla creazione di maioliche che imitavano la tecnica e lo stile di quelle rinascimentali. Diverse manifatture sorsero allora con tale intento, tra le quali si distinse presto quella di Paolo Rubboli a Gualdo Tadino, in cui l’attuale mostra viene ora degnamente ospitata.

Marinella Caputo

1 Sezione di Archivio di Stato di Gubbio (SASG), Fondo Della Porta, II. Q. 24 (2 aprile 1857), in F. CECE – E. A. SANNIPOLI, La ceramica ‘a lustro’ nell’Ottocento a Gubbio, Firenze, 1998, p. 30, 174

2 M. CAPUTO (a cura di), La Collezione Rubboli, Volumnia Editrice, Perugia, 2010, p.24

3 JOSEPH MARRYAT, A History of Pottery and Porcelain, Medieval and Modern, London 1857; cfr. F. CECE – E. A. SANNIPOLI, op. cit., pp.28-31

4 M. CAPUTO (a cura di), op. cit., pp. 109-110, 216; G. BOJANI – E. A. SANNIPOLI (a cura di), Aldo Ajò, Ceramiche, MNIA comunicazione Editore, Loreto, 2008, pp. 80-81

5 G. GANDOLFI, The strange case of Raphael’s Planetary Hours: Revealing a Neoclassical Forgery, Conferenza, Gresham College, London 24-27 August 2015

6 F. CECE – E. A. SANNIPOLI, op. cit., pp. 38-39

7 F. CECE – E. A. SANNIPOLI, op. cit., pp.47-49

8 Un piatto della Fabbrica Spinaci, dipinto da Pio Pieri nello stesso anno, molto simile ai nostri esemplari, è stato di recente esposto e pubblicato.

Vedi G. BUSTI- F. COCCHI (a cura di), Maiolica, Lustri oro e rubino della ceramica dal Rinascimento a oggi, Fabrizio Fabbri Editore, Assisi, Palazzo Bonacquisti, 4 maggio – 13 ottobre 2019, p. 213

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