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Presentazione
Antonio Pieretti
Si potrebbe dire che la memoria e la fantasia, più che i personaggi, sono le vere protagoniste della suggestiva raccolta dei racconti che Riccardo Serroni offre al lettore con indubbia sagacia e inequivocabile senso narrativo.
I fatti, le situazioni sono quelle di un tempo lontano e di una realtà che ormai forse non esiste più. I personaggi sono quelli che appartengono alla nostra infanzia. Il contesto è quello semplice delle nostre campagne, dove tutto era fatica ed ogni risultato raggiunto aveva il sapore aspro di una conquista ottenuta al prezzo di grandi sacrifici. Eppure, è proprio questo passato a cui tutti cerchiamo di voltare le spalle, come se si trattasse di qualcosa da dimenticare e da ripudiare, che riaffiora sempre nel nostro inconscio e diventa materia incandescente della nostra memoria.
Tutto questo avviene per una sorta di rigurgito ancestrale a cui non riusciamo a sottrarci o piuttosto per una forma di reazione inconsapevole nei confronti del presente, soprattutto quando esso ci si propone con i colori grigi ed inquietanti dell'attuale momento storico? Forse né l'uno né l'altro: per ciascuno di noi il passato è quel momento della nostra vita in cui abbiamo preso coscienza di essere al mondo, abbiamo scoperto la realtà che ci circonda, abbiamo coltivato le prime illusioni, abbiamo costruito le nostre speranze.
E' per questo che nel passato prende forma quella memoria storica che per ogni individuo rappresenta un patrimonio di certezza e di valori, a cui resta legato per il resto della sua esistenza. Per la medesima ragione il passato è fonte di alimento e di ispirazione per la fantasia. Immergendosi nel passato, essa scioglie le briglie e si abbandona ai suoi audaci voli. Peraltro il passato non è più in grado di nuocere, quando la fantasia vi attinge; pertanto questa può mettere in luce gli aspetti più belli e può cogliervi suggestioni che il pensiero non è in grado di intuire.
Spesso il passato, come nel caso dei racconti di Serroni, è povero, modesto, sul punto di rivelarsi insignificante. Ma la fantasia può andare oltre le apparenze, riscattandolo dal rischio della banalità e conferendogli quel valore simbolico per cui diventa alimento di una struggente nostalgia.
Ebbene, è su questo sfondo che si dipanano i racconti di Serroni. Brevi, essenziali, nel loro intreccio narrativo e nel loro svolgimento temporale, ma icasticamente efficaci nel riproporci un mondo che non c'è più, ma a cui nessuno sa rinunciare, perché è il mondo dei nostri sentimenti più profondi e delle nostre appartenenze più genuine.
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La maestra
La maestra osservò i suoi marmocchi con tenerezza. Era al suo primo anno di insegnamento in un paesino di campagna che raggiungeva ogni mattina con il postale. L'aula, ricavata in un locale di una vecchia casa accanto all'osteria del paese, era piccola, dal soffitto basso ed i muri scrostati. Da quando era iniziato l'autunno, l'aria che si respirava al mattino tra quelle quattro mura con l'imbiancatura di calce annerita dal tempo, era impregnata di un acre odore di fumo di legna che fuoriusciva dalla stufa ogni giorno nelle prime fasi dell'accensione mattutina.
I bambini si erano appena sistemati sui banchi di legno, provocando un inevitabile tramestio a causa dei seggiolini pieghevoli i cui perni, ruotando sull'asse di ferro, cigolavano rumorosamente; ora stavano immobili, con le braccia appoggiate sul banco e l'espressione incuriosita, nell'attesa delle decisioni della loro insegnante. Gran parte di quei musetti, con gli occhi vispi e l'espressione furba, erano segnati da piccole macchie scure di unto, simili a tatuaggi. I lavaggi mattutini delle loro mamme erano generalmente piuttosto superficiali: una sciacquata veloce con l'acqua fresca della brocca versata in un piccolo lavamano e un'asciugata rapida con l'asciugamano appeso ad un chiodo sempre nero e umido per i troppi servizi.
Nelle case di campagna un locale adibito a bagno era ancora un lusso che nessuna famiglia poteva permettersi e guai a sprecare l'acqua che, attinta da una sorgente a cento metri o più dall'abitazione, veniva faticosamente trasportata ogni giorno dalle donne di casa con le brocche in equilibrio sulla testa ed un secchio per mano.
La maestra osservò le loro borse di cartone, gli astucci di legno sistemati sopra il banco, i calamai ricolmi di inchiostro, i grembiuli neri tutti uguali che nascondevano i numerosi rattoppi su pantaloni e gonnelline dai colori ormai sbiaditi per i troppi lavaggi, le piccole mani distese sul banco puntinate qua e là con macchie d'inchiostro che solo il tempo avrebbe cancellato del tutto.
La maestra, seduta dietro la cattedra sopra la pedana di legno che la soprelevava di una decina di cm rispetto al pavimento, aprì il registro e cominciò l'appello con un'espressione solenne. Insegnava in una pluriclasse di quindici bambini. Dopo la lettura di ogni nome si fermava, chiedeva all'alunno se aveva fatto i compiti, se aveva avuto difficoltà, se aveva fatto qualche cosa di speciale a casa. Dedicava molto tempo a quelle conversazioni introduttive. Le servivano per trovare spunti didattici e stimolare la conversazione. Ed i racconti dei bambini, infarciti di espressioni colorite e dialettali, erano spesso anche molto divertenti.
La maestra amava quei marmocchi con i loro musetti sporchi, i capelli sempre arruffati, la sincera genuinità. Sapeva ormai per esperienza che di lì a poco tempo molti li avrebbe perduti per sempre. Pochi avrebbero conseguito il diploma di quinta elementare. La maggior parte avrebbe lasciato la scuola al termine della seconda classe. Con i maiali e le pecore da badare, appresa la tecnica di base del leggere, dello scrivere e dell'operare in semplici calcoli matematici, i genitori non avrebbero consentito ai loro figlioli di perdere tempo su un banco di scuola.
La maestra stava pronunciando ad alta voce il secondo nome della lista quando qualcuno bussò discretamente alla porta d'ingresso dell'aula e lei esclamò:
"Avanti".
La maniglia si spostò lentamente verso il basso e la porta girò con discrezione, cigolando con un sibilo stridente sui cardini arrugginiti. Comparve un bimbetto con la testa rasata sulla quale si esaltavano le orecchie leggermente a sventola, gli occhietti attenti di chi è sempre all'erta, due gambette sottili, un corpicino piccolo ed esile, un abbigliamento che oggi definiremmo casual con giacca e pantaloni troppo abbondanti, vistosamente fuori misura. Erano gli abiti dismessi dei due fratelli più grandi. Anche nelle giornate più fredde indossava, sopra un maglione grigio, una semplice giacca il più delle volte slacciata perché i bottoni se li giocava a battimuro con i compagni. La mamma lo aveva rimproverato spesso ma non c'era stato nulla da fare. Gli metteva il cappotto sulle spalle e lo minacciava di infliggergli le punizioni più severe ma Oreste non se ne curava. Quel cappotto non gli piaceva, era troppo lungo ed era lo scarto di una femmina, sua sorella. Fosse stato almeno di un maschio! Così, percorse poche decine di metri dalla propria abitazione, con una leggera scrollatina delle spalle, il cappotto scivolava per terra e lì il bambino lo lasciava, senza nemmeno voltarsi. La mamma, che sapeva, lo seguiva ad una certa distanza e raccoglieva l'indumento. Dopo una settimana di tentativi e di inutili minacce di punizioni, decise che ne aveva abbastanza e rinunciò per sempre a farglielo indossare.
Oreste si fece avanti con un sorriso raggiante e l'espressione trionfante, mentre con la mano destra sorreggeva per le gambe, come un trofeo, una grossa gallina. L'animale si dimenava ancora con energia, nonostante fosse fiaccato dalla stanchezza per la dura lotta che aveva sostenuto lungo i due chilometri di strada che il bambino aveva dovuto percorrere a piedi per raggiungere la scuola. Ogni tanto la gallina sollevava la testa e cercava di beccare la mano di Oreste che non la mollava:
"Te piasse 'n colpo - disse il bambino dandole una sberla sulla cresta - M'ha pizzicato su 'na mano".
Gli scolari scoppiarono a ridere e Oreste si avvicinò alla cattedra. Era un bambino di un'intelligenza vivace, con la battuta pronta, mai timido e mai banale. La maestra conservava gelosamente alcuni suoi brevi scritti che considerava eccezionali per l'immediatezza della comunicazione e l'originalità del testo. Quando aveva affrontato un'improbabile educazione sessuale Oreste aveva scritto su ciò che conosceva:
"La vacca se porta dal toro, se pagano cinque lire ma se il toro nun c'ha voglia le cinque lire te l'ardonno. La maiala, invece, se porta dal guerro e se pagano tre lire. Ma voglia o nun voglia le tre lire nun te l'ardonno".
Nella descrizione di alcuni ambienti geografici aveva utilizzato intelligentemente le sue conoscenze culturali:
"La montagna è 'na montarozza de terra e de sassi".
Per spiegare alcuni fenomeni della natura utilizzò i vocaboli più appropriati del suo patrimonio lessicale:
"Il sole se bira, se bira, se bira e pu' se colca".
Una mattina si presentò in classe con il volto mesto:
"Cosa hai fatto Oreste?- gli chiese preoccupata la sua insegnante- Perché ieri non sei venuto a scuola".
Il bambino cominciò a tirare su con il naso ed a strofinarsi gli occhi. Poi singhiozzò:
"M'è morta nonna"
La maestra lo accarezzò con tenerezza e nel corso di quella giornata gli permise una certa anarchia: non dovette leggere, fu dispensato dallo scrivere, non andò nemmeno alla lavagna ed evitò persino la punizione per il compito che non aveva potuto svolgere a casa, perché gli era morta la nonna. Tutto molto emozionante se la nonna, nonostante la veneranda età, non fosse stata ancora in ottima salute.
Ma Oreste si faceva perdonare anche quelle birichinate perché era un bambino, di solito, molto disponibile ed anche molto generoso. Infatti ora era lì, di fronte alla sua maestra, con il volto trionfante per il trofeo che era riuscito a trasportare fino a scuola:
"Scusate il ritardo, signora maé - disse. Doveva tenere il braccio sollevato quasi sopra la spalla per evitare che la testa della gallina strisciasse sul pavimento - Ma questa m'ha fatto tribbolà per tutta la strada. E' pe' vue. Tené. Ve la regalo".
La maestra sentì nel petto il languorino che avvertiva ogni qual volta veniva sopraffatta da un'emozione troppo intensa. Si alzò e cercò di afferrare la gallina che si dimenava ancora con grande energia.
"La legheremo per le zampe e la porteremo di là nel bagno" disse.
"Va bè sora maè, demme 'no spago che la lego io".
La maestra rovistò nel cassetto della cattedra, ne trasse un rotolo di spago, ne tagliò un pezzo abbondante, lo diede al bambino e l'accompagnò nel bagno per aiutarlo ad immobilizzare l'animale ancora ribelle.
"Grazie Oreste - disse, poi, carezzandogli la testa rasata - Sei stato molto buono e tua madre è stata molto gentile a mandarmi questo regalo. Ringraziala per conto mio".
"Ma que mamma, maè - reagì il bambino, inginocchiato sul pavimento per immobilizzare le zampe dell'animale - Quanno m'ha visto ch'aio preso 'sta gallina pe' vue m'è cursa dietro col bastone pe' levammela ma nun m'ha arriato per fortuna".
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"El dico!"
Oreste era il fratello minore di una bella nidiata: due fratelli, ormai maggiorenni, e due sorelle di quindici e diciotto anni intorno alle quali ronzavano come mosconi giovanotti in cerca di mogli. Contadini da sempre, i suoi genitori riuscivano a mala pena a sfamare le loro bocche. E di soldi ne vedevano ben pochi.
Una mattina Ginevra, la sorella diciottenne, vide che sui mattoni intorno all'orinale poggiato accanto al letto s'era formata una chiazza umida:
"Giudì!". Giuditta, l'altra sorella sedicenne, era ancora addormentata al suo fianco. Dormivano nello stesso letto da una piazza e mezza.
"Giudì!" . Questa volta la ragazza si mosse ed aprì gli occhi.
"L'hae fatta de fori stanotte?"
"Io stanotte manco me s'ho alzata".
Ginevra sollevò il vaso e dal fondo scendevano fitte goccioline di urina.
"S'è bucato" esclamò. Poi si avvicinò rapidamente alla finestra, l'aprì e gettò sulla strada sottostante il contenuto del vaso.
"Emmò commo facemo?" esclamò Giuditta.
Il problema, in effetti, non era di facile ed immediata soluzione. Non c'erano contanti disponibili per acquistarne uno nuovo e poi, per comprarlo, bisognava recarsi in città, dieci km di strada da percorrere a piedi. In genere si attendevano le fiere e si cercava di cumulare le necessità delle spese facendo coincidere il tempo delle compere con quello della vendita di uova e capponi. L'orinale poteva così attendere. Ma nel frattempo? Nelle case di campagna, prive di gabinetti, il vaso da notte era un elemento assolutamente indispensabile.
Ginevra ebbe l'idea risolutiva. Prese una grossa zucca, la tagliò per un quarto, la svuotò e la portò in camera. Per qualche giorno poteva andar bene, anche se c'era da correre qualche rischio. Di Oreste, infatti, non ci si poteva fidare. Aveva appena nove anni ma una furbizia da vendere ed una voglia di far dispetti mai soddisfatta. Bisognava tenerselo caro. Quando il ragazzino vide la zucca nascosta sotto il letto nella camera delle sorelle fiutò la novità come un segugio:
"A que serve que la ciucca?"
Ginevra abbandonò sul letto il ricamo che stava cucendo, lo prese per un braccio e se lo piantò di fronte tenendogli le mani sulle spalle.
"Senti - gli disse con tutta la dolcezza di cui era capace - Non devi dire niente a niciuno. Ce s'è bucato l'orinale e adesso nun c'emo i soldi pe' aggiustallo o andanne a comprà un altro. Ma tu devi sta' zitto, sinnò ce facemo 'na figuraccia".
Oreste si tappò la bocca con le mani per trattenersi dal ridere.
"Lo vedi? Anche tu ce ridi - proseguì la ragazza - Pensa a quanto rideranno gli altri se lo vengono a sapé".
Il bambino roteò gli occhietti furbi sul volto preoccupato della ragazza:
"Io sto zitto - rispose sussurrando, per caricare di elettricità il segreto condiviso con la sorella - Ma tu que me dae?".
"Quanno vo' su lo spaccio te compro 'na bella cioccolata" gli promise Ginevra
"Ce sto" esclamò il bambino.
Ma il pensiero della zucca-orinale lo divertiva da matti e non lo abbandonava mai. Più ci pensava e più immaginava lo spasso se l'avesse riferito a qualcuno; quante risate ci sarebbero state, come ci sarebbero rimaste le sue sorelle!
"Adesso dovete fa' i conti con me" ripeteva mentalmente pensando alle ragazze. Bastava un piccolo sgarbo e subito scattava la ritorsione:
"El dico!" esclamava e le sorelle lo abbracciavano, lo coccolavano, promettevano e soddisfacevano qualsiasi cosa gli venisse in mente di chiedere. Al minimo accenno di diniego o di protesta delle ragazze partiva la parola magica:
"El dico?!" e tutto ritornava fantasticamente a posto, secondo i suoi piani ed i suoi desideri. Quando scendeva la sera, il focolare era sempre circondato da ospiti. Erano prevalentemente giovani che "andavano a veglia" e cercavano di incrociare gli sguardi delle due ragazze per coglierne un cenno di disponibilità iniziale tale da incoraggiarne l'approccio.
E quella sera il fratellino era più vivace del solito. Ne combinava di tutti i colori. Gettava castagne non incise sul fuoco per farle esplodere, spruzzava con l'acqua le sorelle o qualcuno dei ragazzi, apriva la porta per far entrare gelidi spifferi d'aria. Una croce! Nessuno riusciva a calmarlo ed a Ginevra, che lo fulminava con lo sguardo torvo, ripeteva in continuazione:
"Oh, el dico è!?".
I ragazzi, incuriositi, cominciarono a tempestarlo di domande:
"Que hae da di'? Perchè nun c'el dichi?". Oreste gongolava dalla soddisfazione. Li teneva tutti in pugno. Le sorelle che trepidavano e lo squadravano con occhi colmi di odio. I ragazzi che ormai morivano dalla voglia di sapere e pendevano dalle sue labbra.
"Daje, diccelo" insistevano ed Oreste rideva con gli occhi che gli brillavano mentre saltavano da quelli di Giuditta e quelli di Ginevra, sempre più inferociti. Poi la capitolazione:
"A Giuditta e Ginevra je s'è bucato l'orinale e pisceno dentro 'na ciucca" disse rapidamente, scappando di corsa lontano dalle sorelle che erano scattate in piedi come se fossero state punte sul sedere con uno spillo. Ma non erano dirette verso di lui. Fuggirono in camera loro, rosse di vergogna, e per tutta la serata e le sere successive non si fecero più vedere in giro. Quando i giovanotti arrivavano per la veglia, loro erano già chiuse in camera.
"Non si sentono bene" diceva la madre e dopo una mezz'oretta i ragazzi se ne andavano.
Soltanto dopo la terza settimana, quando finalmente ebbero la possibilità di accumulare una ventina di uova e recarsi in città per acquistare l'orinale nuovo, interruppero la clausura. |
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Il topo
L'antipatia degli alunni nei suoi confronti scattò dal primo istante in cui fece il suo ingresso per la prima volta nell'aula. Fu una brutta sorpresa per i bambini, che si attendevano di ritrovare in classe la graziosa signorina dell'anno precedente.
Era un tipo un po' strano, scostante e acido. Alto e magro, un po' stempiato e con i capelli sempre unti con uno spessore eccessivo di brillantina, aveva la bocca piccola e le labbra sottili, mai atteggiate ad un sorriso distensivo. Sembrava fosse stato catapultato lì per forza, contro la sua volontà. Aveva acquisito qualche merito nella guerra appena conclusasi ed aveva ottenuto un posto da insegnante elementare, ma non era il massimo al quale aveva aspirato. Forse nutriva un sentimento di avversione viscerale verso gli alunni. Sempre avvolto nel suo pastrano nero, nel periodo invernale, appena entrato in classe, si piazzava seduto di fronte alla stufa a legna, si toglieva le scarpe ed allungava i piedi davanti alla bocca da fuoco. Qualche volta, inebriato dal calore della stufa, si rilassava a tal punto che chiudeva gli occhi, abbandonava il giornale sulle ginocchia e sonnecchiava fino a quando veniva risvegliato di soprassalto dal chiasso degli scolari che, senza controllo, si davano spinte, si lanciavano oggetti e parlavano sempre più forte. Ed allora gridava come un ossesso e puniva, mettendolo in ginocchio dietro la lavagna, il primo malcapitato che incrociava con gli occhi furibondi.
I bambini lo guardavano con timore, ma senza rispetto. Quei piedi nudi, avvolti in pedalini di lana che fumavano per l'umidità che evaporava, erano un affronto che essi percepivano come un disprezzo. Non li stimava, non aveva alcuna considerazione nei loro confronti. Forse li vedeva un po' malandati nel vestire, anche un po' sporchi.
Il clima, all'interno della classe, rispecchiava questi sentimenti di avversione. Il metodo "nocchino", patrimonio genetico nella didattica dell'insegnante, non aveva prodotto effetti positivi. Quel dito medio che sporgeva dagli altri nella mano chiusa a pugno e colpiva con la nocca violentemente sulla testa dei più somari o dei più discoli, produceva fitte di dolore che perduravano per qualche secondo ma non apriva le menti ad una capacità di apprendimento più rilevante. In compenso provocava forti risentimenti di odio nei bambini, soprattutto in quelli che più di altri erano costretti a subire.
Oreste era tra questi.
Aveva insistito un po' con suo padre affinché gli consentisse di frequentare la terza elementare ed era stato accontentato. Ma il primo giorno di scuola, quando vide che c'era un altro maestro, si pentì di quella decisione. La prima reazione fu quella di abbandonare tutto e tornarsene a casa. Poi soppesò i pro ed i contro. Almeno per il periodo invernale gli conveniva andare a scuola piuttosto che peregrinare al freddo nei campi per badare alle pecore o ai maiali.
Non era risultata, però, una convivenza facile. I "nocchini" si moltiplicavano in maniera esponenziale giorno dopo giorno e per Oreste era diventata una questione di principio quella di studiare sempre nuovi dispetti per mettere in ridicolo il maestro e creargli dei problemi.
L'ultimo al quale aveva pensato era davvero straordinario.
L'aveva catturato in cantina, con una trappola che aveva costruito con il nonno: una piccola gabbietta con uno sportellino aperto che si sarebbe chiuso non appena il topo, attirato dal pezzo di formaggio messo all'interno, fosse entrato. Era un topo bello grasso. Oreste l'aveva chiuso in un sacchetto di iuta e l'aveva nascosto sotto la giacca. Non appena il maestro chiuse la porta e si sistemò a piedi nudi davanti alla stufa, il bambino, celandosi dietro il compagno seduto sul banco di fronte, tirò fuori il sacchetto e liberò l'ospite che si mise a girovagare freneticamente per l'aula provocando un tramestio infernale. Gli scolari cercarono riparo salendo in piedi sui banchi e, tra grida, strepiti ed i piedi che battevano, l'aula sembrava esplodere da un momento all'altro.
Il maestro era fuori di sé. Calzò frettolosamente le scarpe, spalancò le finestre, corse ad aprire la porta, imbracciò la scopa e, sudando ed imprecando, riuscì, dopo un quarto d'ora, ad espellere dall'aula l'ospite sgradito.
Oreste saltava e gridava ancora in piedi sul banco con gli zoccoli di legno che facevano un fracasso infernale quando si sentì afferrare violentemente alle spalle. Aveva commesso un'imprudenza. Stringeva ancora nella mano destra il sacchetto di iuta: un indizio inequivocabile della sua colpevolezza. Il maestro lo arpionò violentemente al braccio con la mano rinsecchita che sembrava una tenaglia e lo trascinò fino alla finestra ancora aperta. Poi lo issò sul davanzale, lo afferrò per i piedi e lo spinse a testa in giù. Oreste, sospeso nel vuoto, si sbracciava e scrutava il terreno sottostante, ricoperto di ortiche e qualche arbusto, alla ricerca ipotetica del punto dove atterrare nel caso in cui il maestro l'avesse mollato. Erano al primo piano, a circa tre metri da terra, ed un'eventuale caduta non sarebbe stata indolore.
Ma l'uomo lo teneva ben saldo alle caviglie e gridava sbavando:
"Lo fai più?"
"Noooo!" strillava Oreste, terrorizzato. I suoi compagni ridevano e schiamazzavano dandosi energiche pacche sulle spalle. Qualche bambina urlava, al contrario, per il terrore.
Quando, dopo un paio di minuti, il maestro lo sollevò sul davanzale e lo rimise in piedi in aula, il bambino era bianco in volto come un lenzuolo fresco di bucato e tremava come una foglia mossa da una brezza leggera. L'aula era piombata in un silenzio di tomba. Gli alunni tornarono ai loro posti, con gli occhi sbarrati e fissi sul maestro, in attesa della mossa successiva. Una bambina piangeva sommessamente, con le mani sulla bocca, per non farsi sentire.
Oreste tornò finalmente a sedere al suo posto e, con il passare dei minuti, le sue guance ripresero a colorirsi del bel rossore rubizzo che le caratterizzava.
Non provava nemmeno tanto rancore. A poco a poco, al contrario, si sentiva invadere da una nuova pace interiore. Aveva deciso, infatti, che della scuola ne aveva ormai abbastanza. Da quel giorno non mise più piede in un'aula scolastica. |
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Il cieco
Oreste sgambettava con le gambette corte ed esili sbuffando per il gran caldo e la stanchezza. Erano già due ore che camminava di qua e di là, di casa in casa. Quella mano di Peppino, poi, incollata sulla sua spalla, non la sopportava più. Gli procurava un calore eccessivo ed una fastidiosa irritazione, lo faceva sentire prigioniero. Eppure non poteva sottrarsi.
"Fermammece 'ntantino - disse il bambino - So' stracco. Me vojo riposà".
"Arriamo giù la casa prossima e pu' ce fermamo" rispose Peppino.
"Uffa!" protestò Oreste.
Cominciava a sentire anche i morsi della fame. Osservò di sbieco il canestro che portava Peppino sull'altra mano e gli venne l'acquolina in bocca. La visita alle abitazioni era stata proficua. Mezzo salametto, tre salsicce, due pezzi di formaggio, quattro uova. Peppino era cieco e per sbarcare il lunario ogni tanto approfittava della bontà dei contadini. Oreste lo accompagnava in questo suo peregrinare:
"Almeno te guadagne 'n tozzo de pane" gli aveva detto il babbo, e non si era potuto rifiutare.
Ma ora aveva fame, c'era tutto quel ben di Dio e non sapeva come fare. Peppino lo avrebbe ricompensato alla fine della giornata, ma, prima, guai se si azzardava!
Osservò ancora il canestro che l'uomo portava al fianco opposto a quello dove camminava lui e non aveva mani tanto lunghe da poterci arrivare senza destare il sospetto in Peppino:
"Me-me tocca piscià! - esclamò Oreste - Aspetteme tuqui che vo' vicino la fratta". Si divincolò dalla mano che lo teneva quasi arpionato sulla spalla e si avvicinò al ciglio della strada, perché in effetti doveva fare anche pipì. Poi, con un passo leggero come quello di un predatore vicino alla sua vittima, si avvicinò all'uomo che era rimasto immobile al centro della strada, prese un pezzo di formaggio e ritornò al fianco di Peppino. Gli afferrò la mano e se la riportò sulla spalla:
"Adesso potemo gì" disse. Poi iniziò a mangiare con voracità.
"Quanto c'è pe' la casa de Vincenzino" chiese improvvisamente Peppino dopo alcuni metri.
Oreste ingoiò in fretta l'ultimo boccone prima di rispondere ed il cieco sospettò che ci fosse qualcosa
"Tu stae a magnà" esclamò.
"No" protestò Oreste. Peppino non replicò, ma dopo un centinaio di metri si fermò e si sollevò gli occhiali scuri:
"Guardeme 'nte st'occhio - disse - m'acciacca. Chissà que me c'è gito?".
Si abbassò leggermente per consentire al suo accompagnatore di osservare meglio avvicinando il viso al suo ed improvvisamente gli mollò un ceffone e lo afferrò per un orecchio:
"Ahio - gridò Oreste - Que s'è matto?".
"Tu hae magnato el cacio" lo rimproverò.
"Commo fae a sapello?"
"Sento la puzza"
Oreste si strofinò la guancia che gli bruciava per il ceffone, si massaggiò l'orecchio che gli faceva male per essere stato strattonato, ma non replicò e proseguirono il cammino.
"Giramo tu qui - disse dopo alcuni metri - C'è 'na scorciatoia in mezzo alla macchia e facemo prima".
"Scì va bè- rispose l'uomo- So' stracco anch'io".
"Leveme la mano dal collo che adesso nun se camina bene" disse Oreste.
Proseguirono mano nella mano, il bambino davanti ed il cieco dietro, con un passo spedito e piuttosto rapido. Il sentiero era comodo. Poi il bambino si arrestò:
"Fermete - disse - sinnò vae a finì 'ntel fosso. C'è da fa' 'n salto. Saltamo 'nsieme. Pronti?"
"Sci"
"Via!".
Saltarono. Il sentiero scendeva leggermente, ma non c'era nessun fosso. Oreste atterrò sul sentiero, Peppino andò a sbattere contro un albero, quello contro cui lo aveva indirizzato il bambino, cadde a terra e si risollevò imprecando e smadonnando con la fronte ed il naso graffiati:
"Do m'hae fatto gi, disgraziato?!" gridò, annaspando con le mani nel vuoto. Oreste si avvicinò e gli afferrò una mano:
"La puzza del cacio la siente - esclamò - ma la puzza del cierro no, eh?"
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La fame
Ginevra accarezzò la testa rasata di Oreste, il fratellino, e la strinse forte al petto mentre i muscoli del collo le si serravano in una morsa di emozione e rabbia e respirava a fatica.
"Ginè, ho fame" replicò il bambino.
La ragazza era seduta di fronte al focolare acceso, con gli immancabili aghi da calzino in mano ed un rotolo di lana che aveva lasciato libero di agitarsi sul pavimento di mattoni. Giuditta, la sorella minore, le sedeva a fianco, impegnata in un ricamo delicato di una federa bianca.
"El sae?- esclamò - 'Sta languizione de stommico nun m'abbandona mae".
"Con quell'acqua sporca ch'emo magnato a pranzo certo che ce vene la languizione!" commentò Ginevra. Oreste si era accovacciato per terra con il mento appoggiato sulle mani ed i gomiti sulle ginocchia. Seguiva distrattamente i discorsi delle sorelle e fissava le lingue di fuoco che duellavano nel camino.
"Ma tu 'l sae do' è la chiave del maganzino?"
"E' dentro la cassetta de legno, sotto 'l letto. Ma la chiave della cassetta ce l'ha babbo nel taschino del gilè" rispose Ginevra.
"Babbo n'è a dormì?"
"Scì".
Le due sorelle si guardarono negli occhi e con un segno di intesa deposero sulle seggiole gli strumenti che avevano in mano e si alzarono:
"Ce penso io - disse Ginevra - Vualtre stete da la porta pe' vedé si rientra mamma".
Ginevra entrò nella grande camera avvolta nella penombra perché gli scuri delle finestre erano chiusi. Osservò per un attimo il volto del babbo Stefano che russava sonoramente. Quando sbuffava, l'aria che le usciva dalla bocca semiaperta faceva tremolare i lunghi peli dei baffi che scendevano a ricoprire il labbro superiore. Ginevra avanzava con il cuore che le randellava il petto e le gambe che sembravano cedere da un momento all'altro. Per un attimo un attacco di codardia le consigliò di tornare indietro ma quando si voltò e vide sulla porta i volti speranzosi di sua sorella e suo fratello che la fissavano pieni di speranza represse quell'attimo di cedimento. Non gli fu difficile trovare il gilè di Stefano. Come sempre era appeso al pomo della ringhiera del letto. Trovò la piccola chiave della cassetta di legno nel primo taschino che ispezionò. Mostrò trionfante verso la porta l'oggetto ritrovato poi si inginocchiò e si diresse carponi verso la parte del letto dove dormiva suo padre. La cassetta era proprio sotto di lui. Sentì la fronte imperlata di sudore ma ormai non aveva più incertezze, doveva andare avanti. La cassetta era proprio sotto il letto e non era possibile aprirla senza farla scivolare verso l'esterno. Era abbastanza pesante, difficile da sollevare con le braccia in quella posizione. Allora Ginevra la fece scivolare lentamente, ma non riuscì ad evitare un leggero stridolio dovuto allo sfregamento del legno sui mattoni. Stefano sussultò, si mosse leggermente dalla posizione supina ed anche il roboante russare s'interruppe. Ginevra si appiattì sul pavimento, spingendo forte quasi volesse essere assorbita dai mattoni. Poi sentì di nuovo il russare fragoroso e riprese coraggio. Aprì la cassetta e, a tentoni, trovò la grossa chiave di ferro del magazzino. Giuditta ed Oreste le fecero festa quando li raggiunse e si precipitarono dalla parte opposta della cucina. Due girate e la porta del magazzino si aprì inebriando i tre ospiti con un fragoroso profumo di salsicce, salami, formaggio. Il magazzino conservava quasi intatto il patrimonio accumulato con l'uccisione dei due maiali ed il formaggio che con tanta generosità assicuravano le dieci pecore. Stefano, però, elargiva i suoi preziosi ai famigliari con il contagocce. Bisognava conservare, non si poteva sprecare la roba. Magari qualche salsiccia prendeva di rancido perché non consumata in tempo ma niente riusciva a smuovere la severità del capofamiglia. Ginevra fece entrare i suoi complici e richiuse la porta alle spalle:
"Que ce magnamo?" chiese.
"Si 'l vene a sapé?" mugolò Giuditta.
"Magna e sta zitta" la rimproverò la sorella.
Dalla mattera avevano preso un tozzo di pane di granturco ed un coltello. Ginevra spiccò un salame, cominciò a tagliarlo su un piccolo tavolo addossato al muro e nel giro di un quarto d'ora, masticando poco ed inghiottendo molto, si riempirono la pancia.
Concentrati sul lavoro delle mascelle, per la verità poco allenate ad un lavoro così intenso, non si avvidero della porta che si apriva alle loro spalle. Il grido quasi disumano di Stefano li fece trasalire:
"Chi ha preso la chiave!"
Ginevra scostò i suoi complici e si fece avanti. Stranamente non aveva più paura del padre. Quella mangiata di salame le aveva ridato vigore fisico e coraggio morale. Si piantò di fronte all'uomo con le gambe divaricate e le mani sui fianchi. La testa era eretta, orgogliosa, lo sguardo fiero di chi è consapevole di stare dalla parte della ragione. Sovrastava il padre di quattro dita e questo la faceva sentire ancora più forte:
"So' stata io - disse con fierezza fissandolo negli occhi - Aiamo fame e tu qui c'è tutto sto ben di Dio che se spreca. Que vorresti dì".
Stefano sostenne per qualche secondo lo sguardo penetrante della figlia. Il labbro inferiore gli tremava per l'affronto subito ma non trovò le parole per replicare:
"Guai se succede 'n'altra volta" riuscì soltanto a replicare, prima di battere in ritirata.
Giuditta ed Oreste raggiunsero Ginevra e la strinsero in un abbraccio così forte che la ragazza dovette minacciarli di non rubare più la chiave se non l'avessero liberata. |
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Il montone
Aveva raccolto una manciata di sassolini piatti e, con movimenti energici e ben coordinati, li lanciava lontano, in direzione delle pecore che pascolavano tranquille nel campo di erba medica.
Il rombo di un'automobile ruppe il silenzio e distolse Oreste dal suo momentaneo tiro a segno. L'auto, una Balilla nera, si fermò lungo la strada polverosa. Il bambino s'impalò ad ammirarne il riflesso sfavillante dei raggi del sole sulla lamiera lucida. Stava seduto in terra, ad una ventina di metri dalla strada, con le braccia strette dietro la nuca e la schiena appoggiata ad una piccola quercia. Non aveva mai visto una macchina così. In paese ce n'era soltanto una, ma quella sembrava molto più bella.
Quando le portiere dell'auto si aprirono Oreste vide scendere un uomo ed una donna, distinti e ben vestiti. Il bambino si sollevò, nascondendo istintivamente i piedi nudi in mezzo all'erba che gli ricopriva le gambe fino al polpaccio. Poi pensò di avvicinarsi ai due sconosciuti per vederli ancor più da vicino, ma prevalse in lui l'istinto di un'innata prudenza e si trattenne. L'uomo e la donna si fermarono sul ciglio della strada, ai limiti del campo. Lui aveva in mano una macchina fotografica:
"Ciao bambino" salutò lei agitando la mano.
"Ciao" rispose Oreste, immobile, con il cuore in tumulto.
"Cosa fai?" gridò l'uomo.
"Paro le pecore" urlò il bambino, di rimando.
"Che anni?" incalzò l'uomo, incuriosito.
"Quanti anni c'ho?" chiese il ragazzino con la più alta tonalità che la sua voce gli consentiva.
"Sì" rispose l'uomo.
"Nove". Oreste alzò le mani per indicare il numero con le dita.
"Vuoi fare una foto?" L'uomo agitava davanti al petto la macchina fotografica.
"Volete fa' la fotografia tammé?" chiese il ragazzino con il cuore in tumulto.
"Sì - rispose l'uomo - Va bene?"
"Va bè, va bè" gridò Oreste eccitato.
Poi ebbe un'esitazione. Doveva fare qualche cosa che i due turisti avrebbero ricordato a lungo. Doveva essere una foto speciale.
"Spettate!" gridò.
Girò lo sguardo intorno per controllare il gregge delle pecore che pascolava e poi puntò deciso verso destra. Il montone si fece avvicinare senza problemi. Era un bell'esemplare, di grossa stazza e con una corporatura asciutta e muscolosa, ricoperto da un folto mantello di lana. Oreste lo accarezzò con dolcezza e lo afferrò per il collo:
"Guardate - gridò di nuovo alla coppia - Monto a cavallo sul birro. Facemme la foto cucì".
Senza fatica, con un piccolo slancio, salì in groppa al montone aggrappandosi energicamente con le mani ad un ciuffo di lana. Girò lo sguardo verso la strada e vide i due turisti che ridevano divertiti. Il montone, stuzzicato per la coda da Oreste che voleva provare il brivido di una partenza veloce, scattò in avanti come un puledro imbizzarrito ed il ragazzino rimase ben saldo sulla groppa, felice per l'aria fresca che gli schiaffeggiava le guance, orgoglioso di far gustare ai suoi personali ammiratori una scena che probabilmente non avevano mai visto.
Il montone correva in direzione di una siepe di rovi e sterpi che delimitava il campo dalla parte opposta alla strada. Ad un metro dalla siepe l'animale frenò bruscamente inchiodando a terra le zampe anteriori e catapultando in avanti Oreste che volò come un pupazzo atterrando, inerme, in mezzo alla sterpaglia sottostante.
Liberatosi faticosamente dall'abbraccio dei rovi, il bambino riemerse sul campo dopo una decina di minuti, marchiato dai graffi degli sterpi spinosi e sanguinante sul volto, sulle mani e sulle gambe ignude. Dolorante, ma felice, puntò ansioso lo sguardo verso la strada ma della macchina non c'era più traccia: sparita nel nulla e con lei se l'erano data a gambe anche i due turisti.
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L'ascia
Una valigia piena di stracci, i soldi giusti per il viaggio rimediati con grandi sacrifici e rinunce e via, verso l'ignoto, verso la speranza, senza nessuna abilità particolare se non un'immensa voglia di lavorare.
Molti venivano inghiottiti nelle miniere di carbone della Francia e del Belgio, altri s'ingegnavano e imparavano mestieri, alcuni sfruttavano un' intelligenza naturale scoprendosi abili imprenditori.
Anche Stefano tentò l'avventura. Il podere che lavorava a mezzadria era piccolo e potevano mandarlo avanti tranquillamente la moglie ed i figli. Era ancora abbastanza giovane, sulla quarantina, aveva braccia solide e salute di ferro ed un paio d'anni all'estero gli avrebbero consentito di guadagnare qualche soldo per migliorare la sua condizione e, magari, comprarsi un poderetto.
Andò in Francia, dunque, e fu tra quelli molto parchi nel dare sue notizie alla famiglia. Poche lettere e molto sintetiche, senza eccessive concessioni al sentimento ed alla nostalgia. Tornò esattamente un anno dopo, ben vestito e ben curato. Sembrava un'altra persona, raffinata e sofisticata, anche nel linguaggio infarcito di francesismi, italiano puro e dialetto francesizzato. Della cosa più importante, però, i soldi guadagnati, non se ne parlava. Carmela, la moglie, non osava indagare e aspettava segnali.
Spesso, alla porta di casa, bussava qualche amico o parente e chiedeva un piccolo prestito, ma la risposta suonava ormai come un ritornello alle orecchie della donna:
"I soldi ci sono - rispondeva Stefano - Per esserci ci sono. Ma sono là".
"Te pjasse 'na paradese -imprecava Carmela quando il questuante se n'era andato - Do' enno sti soldi?".
"Ma che ne vuoi sapere tu?" l'apostrofava il marito e non c'era più discussione.
I soldi rimasero là per sempre. Pare che se li sia goduti una generosa matrona francese, ma non c'erano conferme.
Passarono i mesi e gli anni e della Francia non se ne parlò mai più. Stefano non espresse mai il desiderio di ritornarvi. Gli rimase soltanto quell'aria raffinata che curava in maniera particolare, soprattutto nel linguaggio, nella ricerca delle parole spesso lontane dagli idiomi dialettali anche dei suoi famigliari.
Si era prossimi alla vendemmia e Stefano tirò fuori dalla cantina le botti di legno per ripulirle e riempirle d'acqua per il rinvenimento delle doghe. Senza quell'operazione, al momento di imbottare il vino nuovo, le botti avrebbero fatto registrare numerose perdite in tutta la loro superficie. Con l'aiuto di Oreste, il figlio ormai quindicenne, rotolò la botte più grande fin sullo spiazzo antistante l'ingresso della cantina, un cortile in discesa e degradante fin sulla strada sottostante. Appuntata la botte con un piccolo legno affinché non rotolasse, Stefano preparò gli attrezzi, tolse l'usciolo e si infilò all'interno per ripulire accuratamente le doghe. Oreste teneva le mani appoggiate sulla botte all'esterno, dalla parte della discesa, per evitare che un movimento brusco del padre la mettesse in movimento forzando la resistenza del legnetto.
Dopo qualche minuto Stefano gridò:
"L'ascia"
Oreste era interdetto:
"Si-si te lascio te-te ruzzoli" rispose. Intercalava leggermente nel parlare. Per questo suo difetto gli amici del paese avevano coniato per lui un soprannome, "Il Treglio", che gli rimase appiccicato come una seconda pelle.
"Ti ho detto l'ascia!" ripeté con rabbia il padre.
Il ragazzo replicò quasi piagnucolando:
"Ma si-si te lascio te-te ruzzoli"
Stefano perse la pazienza e cominciò a gridare. Le sue urla venivano amplificate all'interno della botte:
"Ti ho detto l'ascia, l'ascia, pezzo di cretino".
"E-e va be', fa 'n po' tu" e Oreste lasciò la botte proprio nell'istante in cui il padre, girandosi bruscamente per la collera, aveva provocato una oscillazione. Nonostante il disperato tentativo di frenarla effettuato dal ragazzo, la botte si mise in movimento giù, per il cortile e poi per la strada, accelerando sempre di più con il suo carico che imprecava e gridava nella sua pancia. Si fermò soltanto dopo un centinaio di metri, quando, in prossimità di una leggera curva, proseguì dritta e finì la sua corsa nel campo adiacente che risaliva verso la collina. Stefano uscì dalla botte un po' intronato e con un leggero giramento di testa, ma senza ammaccature particolarmente gravi. Oreste, che aveva inseguito inutilmente la botte nella discesa, lo seguiva a distanza di sicurezza, sulla strada del ritorno.Quando Stefano raggiunse l'ingresso della cantina, prese un'ascia per terra e l'agitò con violenza in aria per mostrarla al figlio lontano:
"L'ascia ti avevo detto, pezzo di cretino, non di lasciare la botte". |
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Il ballo
La vecchia cucina era immersa in una nuvola di nebbia. "Oprete sta finestra chè 'nsa respira"!
L'ampio camino faticava ad inspirare il fumo dalla canna fumaria, e le sigarette accese degli uomini e dei ragazzi contribuivano a rendere irrespirabile l'atmosfera. Le seggiole erano state accostate ai muri scrostati e anneriti e vi sedevano impettite le vecchie donne, con i bianchi ciuffi di capelli che uscivano ribelli dai fazzolettoni legati sotto il mento. Anche il tavolo era stato appoggiato al muro e, sopra, vi troneggiava, seduto su di una seggiola, il suonatore. Le donne parlavano tra loro ma il volto era fisso in avanti con gli occhi che non perdevano di vista il centro della cucina. Coppie di giovani volteggiavano zompettando, saltando, scivolando sui mattoni grigi. Il pavimento, sostenuto da vecchie travi e travicelli di legno, tremava sinistramente sotto il peso dei corpi ormai scatenati nel ritmo dei balli frenetici. Lo sguardo attento delle madri controllava con espressione severa il groviglio dei corpi quasi stipati al centro del locale, onde evitare e prevenire qualsiasi avvicinamento troppo audace tra le ragazze, che sprizzavano energia irrefrenabile, ed i giovani, che utilizzavano l'occasione del ballo per approcci che a volte andavano a buon fine, con fidanzamento e successivo matrimonio.
La notizia della organizzazione della festa da ballo nella vecchia casa colonica si era rapidamente diffusa per tutta la vallata e non era stato difficile radunare una cinquantina di persone. Erano affluiti tutti i nuclei famigliari.
Gli uomini, quelli che non avevano più interesse o gambe per il ballo, si erano dati convegno nella cantina del contadino che aveva organizzato la festa per l'ultimo dell'anno, e onoravano l'ospitalità apprezzando oltre ogni limite la generosità del padrone di casa che riteneva un'offesa personale un bicchiere vuoto per qualche secondo. A serata conclusa le mogli avrebbero avuto il loro bel da fare per riportare a casa i mariti barcollanti.
Ogni tanto una mano generosa, in cucina, si allungava fin sopra il tavolo con la bottiglia in mano e versava il vino nel bicchiere di Tintinella, il suonatore. Tintinella non diceva mai di no, allungava il bicchiere e poi lo vuotava tutto d'un fiato, prima di riprendere a stirare l'organetto. Dopo alcuni bicchieri, la testa del suonatore si lasciava cadere sulla spalla destra, quasi a cullarsi con il ritmo sempre più incerto impresso dalle dita che faticavano a rispondere agli impulsi di un cervello annebbiato non soltanto dal fumo. Tirititop, tirititop. Non c'erano molte variazioni sul tema nella modulazione delle note che uscivano a fatica dall'organetto, ma i giovani si esaltavano ignorando la qualità della musica, quasi che i loro movimenti entusiasti per il contatto con l'altro sesso fossero indipendenti rispetto allo spartito:
"Sona Tintiné!" gli gridava ogni tanto qualche ragazzo passando volteggiando davanti al suonatore.
"Sono, sono, ma sono a erba!" rispondeva rassegnato Tintinella che, con gli occhi ormai semichiusi, gonfio di vino fino al limite della capienza, sentiva, al contrario, nello stomaco, i morsi della fame a causa di una cena tutt'altro che abbondante. |
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La tresca
Non c'era niente da fare. L'orto della signora, da qualche settimana, era diventato impraticabile. Il marito, la sera, non usciva più da casa e, per il Treglio, c'era sempre il segnale di stop. Dopo un paio di settimane, il contadino cominciò a soffrire i morsi dell'impazienza. Avere a portata di mano un frutto maturo e non poterlo cogliere lo infastidiva.
Era in piedi di fronte al bancone dell'osteria con l'immancabile bicchiere di vino in mano ed il braccio sinistro appoggiato sul bancone. Di fronte aveva Peppino, amico fidato di vecchia data.
"Tu-tu m'hae da aiutà" gli disse il Treglio quasi sussurrando.
"Se so' bono, perchè no?" rispose l'amico
"Se' bono, se' bono". Lo prese per un braccio e lo trascinò via:
"Qui c'è troppa gente - disse - Gemo fora".
La serata primaverile era splendida e i due uomini sedettero sulla panchina di pietra, accanto all'ingresso dell'osteria.
"C'ho 'na donna pe' le mano. E' 'na donna sposata".
"Ma va!" esclamò Peppino.
"Nun ce credi?"
"Ma va" replicò l'amico, incredulo.
"E' Filumena, la moglie de Minchietto".
"Ah!", disse Peppino, e non fu capace di aggiungere altro.
"Ma c'è 'n problema. Nun sapemo commo potemo fa' pe' incontracce. Ma tu me poe aiutà".
Peppino diventò rosso paonazzo e poi sentì il cuore battere così forte che gli sembrava volesse sfondare la cassa toracica.
"Ma nun te spaurà. Tu dovrai fa' 'na cosa semplice, semplice. Domanassera spetteme tu qui, verso le otto".
Il Treglio si alzò e si avviò per la via di casa lasciando l'amico impietrito sulla panchina. Non aveva pensato minimamente alla possibilità di un suo rifiuto. Ed infatti la sera successiva fu puntualissimo all'ora stabilita.
La casa di Minchietto era una vecchia abitazione colonica distante una decina di minuti dal centro del paese. Peppino aveva capito perfettamente le istruzioni ma aveva una fifa tremenda di trovarsi in mezzo ad un grosso casino.
"Se' sicuro che funziona?" aveva chiesto più volte e la risposta era stata sempre la stessa.
"Sta' tranquillo, nun c'è nessun problema".
Fu Filumena ad aprire la porta. Era una donna sulla trentina, piacente più nelle movenze che nell'aspetto. I capelli neri, lunghi le scendevano fin sulle spalle. Il volto, scuro e temprato dal sole, era lungo ed affilato, solcato da una doppia fila di denti bianchi ma irregolari. Il petto era ben pronunciato sotto il maglione attillato e dalla gonna uscivano due gambe ben tondite, ricoperte da un paio di calzettoni buchettati.
Minchietto era seduto accanto al camino spento, ricurvo in avanti con la cicca della sigaretta a penzoloni sul labbro inferiore. Ne succhiava fin l'ultimo centimetro, prima di spegnerla e metterla in tasca. Dagli avanzi di cicche avrebbe ricavato il tabacco per fare una sigaretta intera.
I saluti furono cordiali. Pacche sulle spalle, due seggiole accostate al camino, il bicchiere in mano riempito di vino crearono immediatamente un'atmosfera familiare. Poi, dopo una decina di minuti di chiacchiere in libertà, Minchietto ruppe gli indugi.
"Daie Filumè, pija ste carte". Si alzò a fatica lamentando un doloroso mal di schiena e precedette i suoi ospiti al tavolo posto in mezzo alla cucina. Aveva una autentica passione per il gioco del ramino. Avrebbe passato ore e ore a cercare di legare le carte che aveva in mano. La posta in palio era una lira a punto. Era lui che l'aveva voluta.
"Nun c'è gusto si nun ce se gioca gnente" aveva detto ai suoi amici.
Il Treglio precedeva Peppino e gli serviva tutte le carte delle quali aveva bisogno e Peppino, a sua volta, marcava stretto Minchietto scartandogli anche le carte che gli sarebbero servite. Verso le dieci Minchietto era già sotto di cento lire e bestemmiava fitto contro la cattiva sorte. Filumena era accanto al fuoco ad armeggiare con i ferri della maglia e sembrava seguire distrattamente il gioco degli uomini. Poi, verso le dieci, la donna cominciò a sbadigliare, si alzò dalla seggiola, salutò gli ospiti e se ne andò a dormire salendo lentamente la scala di legno che conduceva al piano superiore.
Trascorso un quarto d'ora anche il Treglio cominciò a stiracchiarsi:
"Domane m'ho d'alza' presto. Me vo a dormì" disse sbadigliando. Poi si rivolse all'amico:
"Peppì, si voe tu poe rimané. Stae a vince. Fallo rifa' 'n tantino".
"Va be', va be'" rispose Peppino.
"Oh, sto a perde cento lire. Vorrio vede' che me lasci via adesso" commentò Minchietto.
Il Treglio salutò, uscì e girò l'angolo dell'abitazione fin sotto la finestra della camera da letto che, posta al secondo piano, si affacciava sul tettino di uno stalletto dei maiali. Sarebbe salito con una scala sul tetto della stalla, poi avrebbe tirato su la scala e si sarebbe arrampicato fin sulla finestra. Avrebbe avuto un'ora di tempo a disposizione, l'ora in cui Peppino avrebbe tenuto inchiodato Minchietto al tavolo da gioco. Al ritorno avrebbe fatto la manovra inversa.
Il contadino scalò lentamente i pioli della scala di legno e una volta in cima poggiò cautamente i piedi sulle tegole dello stalletto. Si girò per sollevare la scala quando, all'improvviso, si sentì risucchiare sotto i piedi e precipitò atterrando, con un tonfo sordo, in mezzo al liquame e al grugnito dei maiali. Un dolore lancinante ad un'anca quasi gli impediva di alzarsi in piedi, ma con uno sforzo sovrumano alimentato dal terrore si ritrovò ritto sulle gambe, si guardò per un istante intorno cercando di ambientarsi e si avventò zoppicando verso l'uscita. La porta era fortunatamente aperta perché il clima dolce della primavera aveva suggerito a Minchietto di non chiuderla. Così i maiali avrebbero potuto sostare indifferentemente all'interno della stalla o nel box esterno chiuso da un cancello. Il Treglio aprì il cancello e senza richiuderlo si precipitò nell'aia vicina, nascondendosi dietro un pagliaio, nel punto in cui Minchietto aveva iniziato a tagliare il fieno creando una piccola buca. Nel frattempo Minchietto con il fucile in mano e Peppino dietro, che cercava di trattenerlo, si erano precipitati fuori, richiamati dal fracasso della caduta.
Minchietto notò il cancello del box dei maiali aperto e agitando il fucile gridava:
"Me volevano rubbà i maiali! Me volevano rubbà i maiali!".
Anche Filomena si era affacciata alla finestra.
"Minchié, que è stato?"
"Me volevano rubbà i maiali. Honno lasciato il cancello aperto!".
Peppino, nel frattempo, si era avventurato nell'aia fingendo di cercare:
"Tuqui nun c'è gnente - gridava ogni tanto - Tuqui nun c'è gnente".
"Se sarà 'nfilato giù la macchia" gli rispose Minchietto, che continuava a girare intorno alla casa correndo affannosamente con il fucile in mano.
Quando Peppino si avvicinò alla buca del pagliaio il Treglio emise un leggero sibilo.
"Que t'è successo? - sussurrò Peppino avvicinandosi all'amico - Puzzi come un maiale".
"Ce-ce credo - rispose il Treglio - Me-me so' 'ntrociato tutto".
"Ma que è successo?".
"Me-me s'è rotto 'n travetto e so cascato drento lo stalletto".
"Te s'è fatto male?"
"Me-me fa male 'n ginocchio ma-ma n'è gnente de grave. Oh, ta mamma je dico che so' cascato giù la stalla tua, è?".
"Va bè, va bè".
Peppino riprese il giro dell'aia, poi tornò vicino alla casa accanto a Minchietto che, nel frattempo, si era fermato ad osservare perplesso la stalla dei maiali.
"Me tocca mettece 'n lucchetto pe' sta tranquillo" disse all'altro che l'aveva raggiunto.
Poi rientrarono in casa.
L'indomani, nel tardo pomeriggio, il Treglio sedeva sul balconcino di casa con l'immancabile sigaro in mano ed osservava distrattamente la strada che si perdeva in lontananza nei campi. Quando intravide una massa informe procedere a passo deciso verso la sua abitazione e riconobbe Minchietto si allarmò. Ma non era il volto di un uomo infuriato quello che, due minuti dopo, gli parlava dall'ultimo scalino della scalinata. Era solo preoccupato:
"M'hae da fa' 'n piacere - gli disse Minchietto - Me s'è rotto 'n travetto del tetto dei maiali. Era fradicio e se vede che 'n'ha retto il peso dei coppi. Tu se' adatto a fa' ste cose. Quanno me ce poi venì?".
Il Treglio tirò un sospiro di sollievo e consultò l'orologio a taschino che teneva sempre infilato nel panciotto:
"E' presto. Ce saronno ancora due ore de luce. Gemo a vedé de que se tratta".
L'indomani il Treglio e Peppino erano invitati a cena da Minchietto a mangiare crescia e coniglio. Il contadino, che s'intendeva un po' di muratura, nel giro di due ore aveva cambiato tutti i travicelli fradici del tetto con bei vergoli spessi e resistenti ed aveva riposizionato tutti i coppi.
"Pe' 'n bel po' stae a posto Minchié - disse quando ebbe finito il lavoro - 'Sto tetto regge 'n bove".
Minchietto brindava allegro con il bicchiere di vino in una mano ed il bottiglione nell'altra, ignaro che i travicelli avrebbero dovuto sostenere, soprattutto, il peso del suo amico di carte. |
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Il fidanzamento
Oreste prese il bicchiere dalle mani della ragazzina e le sfiorò la mano. Era delicata, liscia e vide che le guance di Giustina erano improvvisamente avvampate per l'emozione mentre in lui sentì correre per tutto il corpo il fremito del desiderio. Le sorrise mentre lei versava il vino nel bicchiere senza guardarlo negli occhi. La conosceva da sempre, sin dalla nascita. Da bambina l'aveva tenuta tante volte in braccio e l'aveva sempre vista come una bambina. Ora osservava quelle braccia nude, il seno pronunciato sotto la camicia attillata, il caschetto dei capelli che le coprivano la fronte, le labbra carnose e cominciò a fare un rapido calcolo. Lui aveva venticinque anni, lei doveva averne quindici:
"Non è più una bambina" disse tra sé mentre continuava a sorriderle.
Giustina si sentiva a disagio e non riusciva a guardarlo negli occhi. Sorreggeva con un braccio il bottiglione del vino e, con l'altro, quello dell'acqua e, mentre aspettava che Oreste le restituisse il bicchiere, osservava gli altri mietitori curvi con le falci in mano.
"Ne voe più?" gli chiese, quando Oreste le restituì il bicchiere.
"No" rispose Oreste e le fece l'occhiolino. Giustina arrossì di nuovo ed andò a dissetare gli altri mietitori.
"Vedemo chi è più bravo a chiappà la coa!", gridò Corradino. Corradino era il padrone del terreno e quello era l'ultimo campo di grano che aveva da mietere. Qualcuno della famiglia nascondeva una bottiglia di vino ed un ciambellone in un punto imprecisato alla fine del campo, dalla parte opposta dove avevano iniziato a mietere. Il contadino che, per primo, mietendo la sua striscia di grano, avesse raggiunto il ciambellone sarebbe stato in qualche modo considerato il campione della giornata ed avrebbe avuto il premio che era stato precedentemente preparato. Era una gara nella quale si cimentavano gli uomini più giovani e più forti.
Oreste raccolse immediatamente la sfida. Corradino era il padre di Giustina e l'immagine della ragazzina le si era impressa indelebilmente negli occhi. Non era fidanzato, nonostante avesse avuto diverse storie, e cercava proprio una giovane come quella, una da plasmare, da far crescere come voleva lui, una che le piacesse.
E Giustina le piaceva, cavolo se le piaceva.
Ripensava alle due piccole protuberanze sotto la camicetta rosa e sentì, nell'eccitazione, moltiplicarsi le energie sulle braccia alla ricerca della "coa". Voleva vincere quella sfida, voleva mettersi in mostra, voleva far colpo sulla ragazza. Moltiplicò lo sforzo incuneandosi nel grano con un ampio corridoio, incurante del sudore che gli inondava il viso e le spalle.
E vinse. Quando raggiunse il fagotto con il ciambellone lo sollevò in alto come un trofeo e fu accolto da un festoso applauso degli altri mietitori. Cercò con lo sguardo Giustina, ma non c'era:
"Tanto 'el sa"pensò.
Non ebbe più altre occasioni di parlare da solo con lei. A volte si recava a veglia nella casa di Corradino ma Giustina era sempre in gruppo, sempre vicina ai suoi. Le rubava qualche sguardo furtivo, gli sembrava che in qualche modo lo incoraggiasse, ma erano troppo sfuggenti quegli sguardi per avere certezze. Nè poteva essere più esplicito, non voleva tradire la fiducia di Corradino.
Però le piaceva, cavolo se le piaceva.
Ogni volta che la rivedeva le sembrava sempre meno bambina, sempre più donna. L'immagine dei suoi fianchi sinuosi, dei polpacci ben torniti, delle braccia lisce ambrate dai raggi del sole, delle labbra carnose e leggermente prominenti lo accompagnavano la sera nell'abbandono del sonno e lo risvegliavano al mattino in compagnia di pensieri inebrianti.
Dopo la mietitura il grano veniva accatastato nei campi per farlo seccare ulteriormente. Le gregne venivano disposte a croce in forme che i contadini chiamavano cavalletti. Dopo una quindicina di giorni il grano veniva trasportato nell'aia e accatastato in grossi mucchi chiamati barconi.
Oreste, come tutti i contadini del vicinato, andò ad aiutare Corradino e si ritrovò a tu per tu con Giustina quando gli versò da bere e quando gli servì la pasta e la carne nel piatto con la tovaglia stesa sull'erba dell'aia e gli uomini e le donne seduti per terra o su pietre. I due ragazzi si guardarono negli occhi. Oreste sentì il battere tumultuoso del cuore, avrebbe voluto dire qualcosa ma non osava, non voleva dare ai presenti il minimo pretesto per fantasticare e chiacchierare.
"C'è tempo - pensò - tanto dovvà. La tengo d'occhio. Se qualcun altro je gira 'ntorno lo sfugo io".
Dopo una ventina di giorni il grano veniva trebbiato. La trebbiatrice, trainata da un grosso trattore, veniva trasportata nell'aia accanto al barcone, venivano posizionate le scale con i nastri trasportatori per la paglia e la pula ed il trattore veniva posizionato dietro alla trebbiatrice, ad una decina di metri di distanza. Un grosso cinturone collegava una puleggia del trattore ad una della trebbiatrice ed un complesso sistema di cinte azionava la trebbiatrice e le scale.
Non c'era nemmeno bisogno di passarsi la voce. Era ormai una consuetudine consolidata. I contadini facevano il giro delle aie per aiutarsi a vicenda.
Oreste, con altri uomini giovani, si piazzò alle mine. Doveva cioè trasportare sulla schiena i sacchi del grano dall'aia al magazzino di Corradino. Un lavoro pesantissimo, che spezzava la schiena se l'uomo non fosse stato più che robusto. Alla fine della giornata dovevano trasportare decine di quintali di grano. Le donne avevano per loro sempre un'attenzione particolare. Ogni volta che passavano in cucina per recarsi nel magazzino li rimpinzavano con una fetta di dolce e un goccetto di Ferrochina.
Oreste era felice come una pasqua perché poteva passare decine di volte davanti a Giustina. Ed ogni volta i loro sguardi si sprofondavano gli uni negli altri.
Quando la ragazzina lo seguì nel magazzino con il piatto del ciambellone in mano si trovarono finalmente soli.
Oreste se la trovò davanti sorridente e seguì l'istinto. Allungò una mano dietro la sua testa e l'attrasse verso di sé:
"Me dae 'n bacio?" le disse.
Lei cambiò espressione, si irrigì, veramente terrorizzata, e si divincolò energicamente, scappando quasi di corsa.
Oreste ci rimase male. Avrebbe voluto battere la testa sul muro:
"Stupeto- disse tra sé- Cretino. Hae rovinato tutto".
Continuò il lavoro con la morte nel cuore. Avrebbe voluto di nuovo un'occasione per spiegarsi, per chiederle scusa. Ma le ore passavano e Giustina sembrava evitarlo.
Quando l'incrociò sulla rampa delle scale non ebbe esitazioni. Lui scendeva per andare a prendere un altro sacco e lei risaliva con l'immancabile bottiglione del vino. La fermò tagliandole la strada con la mano appoggiata sul muretto delle scale:
"I-io te sposo" le disse. Era proprio quello che aveva pensato di dirle, perché sapeva che soltanto con una promessa così diretta avrebbe rimediato alla gaffe precedente e perché era proprio quello che desiderava veramente.
"Allora dillo ta babbo" le aveva risposto lei prontamente, prima di sfuggirle dall'altra parte.
"E' fatta!" Oreste avrebbe voluto gridare la sua gioia a tutti i contadini che lavoravano sull'aia, ma gli bastò coltivare i sentimenti di trionfo dentro di sé.
Due giorni dopo si cambiò di tutto punto e si recò a casa di Corradino. L'uomo era in cantina, ad aggiustare certi attrezzi. Superato il primo imbarazzo Oreste andò al sodo.
"Ma è 'na fija ancora!" protestò debolmente il contadino, visibilmente sorpreso dalla richiesta.
"Quindici anni - disse Oreste - Mica è tanto fija. Mesà che è ora".
"E già" commentò Corradino. Poi alzò le spalle e non ebbe più obiezioni. Una figlia maritata era una figlia sistemata ed una bocca di meno da sfamare.
"Si lia è d'accordo - aggiunse poi - Tu se' 'n bravo giovane, lavoratore, per me va bene".
"E' fatta!" pensò Oreste. La sera rimase a cena ed il fidanzamento era ormai ufficiale.
Ma non durò per molto. Oreste era impaziente. Aveva conosciuto il piacere che sapeva dare una donna ed avere a portata di mano il nettare senza poterlo succhiafre era un supplizio. Non riusciva mai a stare da solo con Giustina, non riusciva mai a sfiorarle un braccio.
Così un giorno chiese a sua madre di preparargli un letto più grande nella camera che era già stata destinata a lui quando avrebbe preso moglie e la sera riuscì, a gesti, ad accordarsi con la ragazza. Avrebbe fatto finta di andare a casa e l'avrebbe attesa fuori. Lei, verso le undici, dopo che tutti i suoi erano andati a dormire, scivolò dal letto, si vestì al buio, gettò dalla finestra un piccolo sacco con un po' di biancheria, attraversò la cucina in punta di piedi, aprì la porta d'ingresso attenta a non provocare il minimo cigolio e si gettò tra le braccia dell'amato che l'attendeva in strada, dietro l'angolo della casa.
Oreste non aspettò il ritorno a casa per succhiare il dolce nettare. La serata era tiepida ed un campo di trifoglio sostituì degnamente il materasso di foglie di granturco. |
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Le botte
Filumena, avvolta nello scialle nero, il volto bagnato da un torrente di lacrime che sgorgavano dagli occhi arrossati, si era aggrappata alla cassa del marito prima che fosse definitivamente nascosta oltre la lapide di marmo. Due dei suoi figli, sorreggendola per le braccia, la trascinarono quasi di peso verso l'uscita del cimitero. Decine di labbra la baciavano, decine di mani le sfioravano il volto, le spalle, le braccia quasi a voler sottrarle quella ferita insopportabile che le dilaniava il cuore.
Rosina, una vicina di casa della vedova, l'affrontò decisa, quasi arrabbiata
"Filumè, smettela de piagne - la rimproverò quasi gridando - Io 'n'ho 'nvidiato mai gnente e niciuno, altro che 'ste quattro vedove del paese".
La donna, da parte di alcuni uomini rozzi per natura, arroganti, presuntuosi e poco sensibili nonché abituali frequentatori dell'osteria, era tenuta, all'epoca, in ben poca considerazione. Spesso era poco più di un oggetto sottomesso fisicamente e psicologicamente, buona per far figli, accudire la casa e lavorare nei campi, ma privata di qualsiasi considerazione e possibilità di intervento nelle decisioni gestionali della famiglia che spettavano esclusivamente agli uomini, padri, mariti, suoceri o figli. Ed il metodo più sbrigativo ed immediato per ricordare a quelle povere disgraziate chi fosse ad avere in mano le redini del comando era quello di picchiarle, sistematicamente, con qualsiasi pretesto, anche inventato.
Armandino era un uomo rozzo, arrogante, gran bevitore ed ogni volta che tornava a casa ubriaco si dedicava allo sport più diffuso di quei tempi: picchiare la moglie. Rosina andava sempre in giro con il viso ammaccato e chiazzato di more.
La sera, Armandino, quando rientrava in casa barcollando, ubriaco, biascicava parole quasi incomprensibili:
"Que c'è da magna'?".
"La minestra"
"Io volio la pastasciucca"
Rosina taceva, mortificata, con le lacrime che le allagavano gli occhi:
"Ah, nun ce risponni?" e il marito picchiava.
La sera successiva la moglie cucinava la minestra:
"Que c'è da magna'?"
"I maccheroni"
"Io volio la minestra".
"Ma ier sera te s'è arrabbiato perché volii la pastasciucca"
"Ah, ce risponni 'ncò?" ed erano sempre botte.
Una vita da disperata che Rosina sopportava con rassegnazione infinita perché non c'era altro da fare. Davanti a sé non aveva altra prospettiva.
"Rosì, que t'è successo?" le chiedevano le donne del paese quando l'incontravano e ne notavano i segni inconfondibili sul volto devastato..
"So cascata giù pe' le scale te pijasse 'n colpo ta chi l'ha fatte" rispondeva piagnucolando. Le donne facevano finta di crederle, per pietà e commiserazione.
Ma il senso di impotenza e l'apparente rinuncia a qualsiasi forma di riscatto non ne avevano completamente spento un minimo di amor proprio. Quando vide la disperazione inconsolabile di Filumena per il suo uomo, non riusciva a comprenderne la ragione fino in fondo e si arrabbiò. Gli uomini erano tutti uguali, tutti come il suo, nessuno che meritasse di essere compianto fino a quel punto.
L'ora funesta arrivò, un giorno, anche per il suo Armandino, ma nei lamenti di rito che accompagnarono la bara, Rosina non seppe fingere e mentire, nè a se stessa nè agli altri:
"Armandino mio - si lamentava piagnucolando - Dio te perdoni e t'abbi in cielo. Ma quanto eri tristo!". |
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La festa da ballo
Oreste stringeva il berretto con le mani giunte davanti al parroco, don Stefano, che, in piedi sulla porta della canonica, con la cupoletta in testa e lo sguardo inflessibile, squadrava dall'alto in basso i due giovani imploranti ai suoi piedi, due scalini più in basso.
"Don Stè, per piacere, perché nun se po' fa'?".
Il ragazzo con le mani giunte ed i capelli scomposti, continuava a mendicare disperatamente un "sì" mentre l'altro, più arrabbiato e ormai stanco per la sceneggiata, lo tirava per la giacca:
"Vene via, n'el vedi che nun c'è gnente da fa'? Giremo a ballà da 'n'altra parte".
"Perché?- continuava imperterrito Oreste implorante- In tutti i paesi vicini i parroci nun hanno gnete da di'. Solo tavvue v'è venuta st'idea fissa de nun facce divertì 'ntantino. Que facemo de male?"
"Il ballo è l'anticamera del peccato" sentenziò Don Stefano, e diede più autorevolezza alla sua massima puntando l'indice contro i due ragazzi.
"Ma que potemo fa' de male? Stemo tutti insieme nte la sala da ballo, le madri ce guardeno fissi come le vipere e nun gne sfugge gnente. Perché emo da gi' sempre a ballà nti paesi vicini. 'N facemo peccato anco tulì?".
Don Stefano non replicò all'istante e gli occhi del ragazzo colsero al volo la piccola indecisione. Non c'era molto da sperare, perché erano anni ormai che il parroco vietava nella maniera più assoluta l'organizzazione di feste da ballo nella sua parrocchia. Eppure una piccola breccia si stava aprendo nella ferrea volontà del curato ed il giovane l'incalzò:
"Le porte enno aperte, Don Stè. Potete veni' a vede' anco vue se succede qualcosa de brutto. Stemo proprio tu lì, davanti alla chiesa. Venite a vedé. Ve pagamo 'n bicchieretto".
Don Stefano perse ancora una volta la battuta e non replicò. Si lisciò il mento con l'aria confusa, appoggiato allo stipite della porta:
"Cosa dici ma.?" chiese ad alta voce rispondendo ad una voce femminile che proveniva dall'interno della casa.
La donna si approssimò alla porta:
"Ma lasciali fa - esclamò - 'Nse godono gnente sti fiji, je voi negà anco 'sti du salti? E si nun se conoscono a ballà quanno mai possono fa' 'n'amicizia e se possono 'namorà?".
"Ha ragione vostra madre Don Sté - incalzò deciso il ragazzo - 'N'ete visto quante ragazze da marito c'enno?".
Ed ecco il miracolo. Don Stefano, finalmente, cedette; trovò il coraggio di pronunciare un "sì" e autorizzò la festa da ballo:
"Fino a mezzanotte, però, eh? A mezzanotte se chiude perché comincia la quaresima" disse puntando ancora l'indice contro i due interlocutori. Poi, quasi avesse paura di pentirsi della concessione fatta, rientrò velocemente dentro la canonica senza attendere i ringraziamenti dei suoi giovani parrocchiani.
Oreste si preparò di tutto punto per l'appuntamento serale con il vestito della festa, i capelli impomatati e cinque lire nella tasca. Doveva essere la sua serata, doveva essere un trionfo. Si era fidanzato con Giustina ed era orgoglioso della sua ragazza. Quella sera tutti avrebbero dovuto ammirarlo e lui l'avrebbe fatta reginetta.
Una specie di banditore metteva in palio un dolce e gestiva l'asta. Chi offriva di più acquistava il dolce e lo regalava alla sua bella, che diventava così la reginetta della serata.
Il suono della fisarmonica che ritmava valzer, tanghi, saltarelli. era allegro ed incitava le gambe a muoversi con frenesia. Oreste afferrò le mani di Giustina non appena ebbe messo piede nella sala e non le mollò fin quando la fisarmonica cessò di suonare. La madre di Giustina allungava il collo al di sopra delle teste dei ballerini per tenere perennemente sotto controllo la sua creatura illibata.
"Si parte da una lira!" annunciò il banditore, al momento della reginetta. Oreste si tuffò nell'asta con il cuore in tumulto.
"Due lire"
"Tre lire"
"Quattro lire"
Oreste cominciò a perdere la fiducia. Tastò le cinque lire nella tasca per essere sicuro di non averle perse e fissò, con lo sguardo infuriato, il suo rivale che aveva rilanciato fino a quella cifra. Più in alto di cinque lire non poteva andare, perché non aveva più soldi.
Ma il suo rivale, probabilmente, stava peggio di lui perché quando Oreste gridò:
"Cinque lire" l'altro abbassò la testa e si ritirò. Oreste prese trionfalmente l'oggetto e lo regalò alla sua reginetta in mezzo alla sala lasciata libera da tutti gli altri ballerini che applaudivano facendo festa. Giustina consegnò il premio alla mamma e poi si riconsegnò nelle braccia di Oreste per riprendere il ballo inebriante.
Quando, alle undici della sera, don Stefano fece il suo ingresso nella sala da ballo con il bastone in mano, nessuno si sorprese più di tanto. Era così grande la soddisfazione di poter finalmente dare libero sfogo alla gioia di vivere al suono di una fisarmonica, che Don Stefano non incontrò che volti sorridenti, sudati e radiosi. Percorse a piccoli passi il perimetro della sala, salutando con inchini di circostanza le mamme che, sedute accanto al muro, scrutavano attentamente il centro della pista per controllare che le proprie figlie non perdessero l'onore con atteggiamenti sconvenienti. E quando vedeva due corpi, secondo lui, troppo pericolosamente ravvicinati, Don Stefano allungava il bastone tra una pancia e l'altra e li distanziava:
"Lasciate un po' di spazio per lo Spirito Santo" li ammoniva. |
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"M'hae chiamato?"
Il Treglio abbandonò le vacche attaccate all'aratro nel campo ed a grandi passi nervosi si avviò verso casa. I sobbalzi sulle zolle del terreno già arato gli facevano sussultare la berretta mal messa in testa e, ad ogni passo, l'uomo alzava nervosamente la mano destra per rimetterla a posto.
Era infuriato.
Il volto coperto di rughe ed invecchiato dalla barba bianchiccia di due giorni aveva assunto un'espressione minacciosa. In mano brandiva la frusta, dalle labbra umide di saliva uscivano dei mugugni:
"A-adesso me siente - Bofonchiava- Je fo' sentì chi so' io!".
Sposato con una donna di dieci anni più giovane di lui, ora sulla trentina, non aveva superato, come dire, un certo disagio interiore dovuto ad una tranquillità non ancora maturata.
Era da un po' di tempo che l'uomo non riusciva a contenere un impeto di continua irritazione nei confronti della moglie, anche se non aveva motivi seri. Con il passare del tempo, invece di calmarsi, il tarlo diventava sempre più erosivo ed il dispetto gli accecava la vista. I suoi campi da coltivare erano dislocati intorno alla casa, secondo una tipologia tipica della campagna del paese. L'uomo trascorreva ore ed ore ad arare il terreno mentre sua moglie stava in casa intenta alle faccende domestiche e ad accudire i figli. Il Treglio poteva sempre osservare direttamente la sua casa; in qualsiasi campo si trovasse l'aveva sempre di fronte, anche se da angolazioni diverse. A volte controllava l'ingresso, a volte la poteva osservare dal retro ma era sempre lì, a due passi. Eppure non era mai tranquillo. Mentre guidava le vacche su e giù per il campo, nella sua testa frullavano spesso pensieri strani.
Gelosia?
Non esattamente. Giustina aveva dieci anni meno di lui ma niente poteva far immaginare che in quel corpo eroso dal tempo, dalle gravidanze e dalla fatica potessero albergare pruriti peccaminosi. Il suo aspetto dimesso, lo sguardo sempre affranto, l'abbigliamento mai curato, l'arcata dentaria martoriata dalla carie, la facevano sembrare una vecchia ormai rassegnata al suo destino piuttosto che una fanciulla in cerca di avventure.
Al Treglio, nel campo, ogni tanto serviva una bottiglia d'acqua, il vino, la sigaretta, il fiammifero e chiamava spesso la moglie per questi piccoli servizi. A volte, però, la sua voce non arrivava alle orecchie della donna e Giustina continuava tranquillamente nelle sue faccende. Allora il Treglio andava su tutte le furie. Quando la moglie non gli rispondeva lo percepiva come una mancanza di rispetto nei suoi confronti. E la sensazione che la moglie lo snobbasse, che non obbedisse ciecamente ai suoi ordini lo faceva imbestialire.
Come quella mattina.
Spalancò la porta dell'ingresso della cucina con violenza, dandole un calcio con il tacco dello scarpone sporco di terra umidiccia. Giustina era seduta accanto al tavolo, in mezzo alla cucina, intenta a pelare un bel mucchio di patate e si alzò terrorizzata quando udì lo schianto. Poi, d'istinto, frappose la seggiola tra lei ed il marito che si avvicinava minaccioso:
"Que voe? - gridava - Que t'ha preso adesso?".
"E'-è n'ora che te chiamo. Perché nun risponni?"
Il Treglio agitò la frusta nell'aria ma esitò prima di colpire. La moglie, terrorizzata, si proteggeva il volto con le mani:
"Ma nun t'ho sentuto - protestava gridando e piangendo - Sinnò t'aio risposto".
"Siente o-o nun siente - replicò imbufalito l'uomo - M'hae da risponne!".
Fece appena in tempo ad allungarle un ceffone, perché la donna, temendo il peggio, si diede alla fuga nella camera da letto, chiudendosi la porta alle spalle. Il Treglio rinunciò ad inseguirla. Ormai era soddisfatto. L'aveva colpita, il gesto dimostrativo era compiuto e poteva ritornare soddisfatto nel campo per continuare l'aratura.
Giustina pianse a lungo per le sue disavventure, ma la sofferenza le aguzzò l'ingegno. Per evitare altre botte sicure, sfaccendava in cucina con l'orecchio bene attento. E, per non rischiare, era lei che, spesso, si affacciava alla finestra o sul balconcino dell'ingresso e gridava:
"Ooorèèèè, m'hae chiamato?" |
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La fonte
Quando era sceso dal treno alla stazione non aveva trovato nessuno ad accoglierlo, né d'altra parte, si aspettava che ci fosse qualcuno. Erano trascorsi tre anni da quando era stato costretto a lasciare la moglie incinta del primo figlio per andare a fare il soldato. C'era la guerra in atto e nessuno poteva sottrarsi.
Quando gli avevano detto che poteva tornare a casa non aveva trovato il modo e il tempo di inviare due righe alla moglie che aveva lasciato sola ad accudire ai pochi animali che aveva ed ai due campicelli di cui era proprietario. Spesso pensava alle difficoltà che avrebbe dovuto incontrare la donna per sbarcare il lunario, ma era sicuro che in paese ci sarebbe sempre stato qualcuno disposto a darle una mano per tirare avanti.
Si avviò a piedi per risalire la collina verso il suo paesello, e l'atmosfera dei campi coltivati gli riportò alle narici il profumo dell'aria di casa, quella che aveva sognato ogni notte da quando era partito soldato.
Quando oltrepassò le prime case del paese incontrò i primi abitanti. Le donne si portavano le mani alla bocca:
"Filì! Allora 'n s'è morto!"
"Eh, no! - rispondeva Filippo - Perché qualcuno ha itto che ero morto?"
"Eh, scì- è du' anni che n'hae scritto manco 'na riga. Que la poretta de mojeta t'aia fatto 'l pianto oramae".
Filippo rideva, stringeva mani e intanto proseguiva. Era impaziente di tornare a casa, di conoscere il figlio che era nato:
"Ce vedemo" diceva, e proseguiva verso la sua abitazione.
Aprì la porta di casa e si fermò, immobile come una statua, all'ingresso. Giuseppina, la moglie, era accucciata di fronte al fuoco e soffiava per alimentare la fiamma. Sul treppiede c'era la pentola della minestra da riscaldare. Seduto sul pavimento accanto al fuoco c'era un bimbetto moro con il musetto sporco. Quando vide l'uomo in controluce sulla porta si spaventò e andò a cercare rifugio tra le gonne della madre che, nel frattempo, si era alzata in piedi esterrefatta. Sulle braccia teneva una bimbetta bionda di sette-otto mesi che nascose il viso tra le abbondanti mammelle della donna.
A Filippo svanì d'incanto l'allegria sul volto. I conti non gli tornavano. Il bimbetto se l'aspettava, ma la bambina, ancora poppante, che c'entrava se lui era in guerra da cinque anni?
Si creò una situazione strana, come se l'uomo fosse uscito di casa un'ora prima e non tutto quel tempo. Nessuno parlò. La donna si abbandonò su una seggiola vicino al tavolo sgangherato e cominciò a singhiozzare rumorosamente. Filippo andò in camera, si spogliò degli abiti militari sporchi e laceri ed indossò un paio di pantaloni ed una camicia che erano rimasti in ordine nell'armadio. Si guardò allo specchio e respirò profondamente. Era finalmente tornato a casa, si sentiva finalmente libero, era finalmente tornato se stesso.
Anche se, quella bimbetta.
Appeso ad un barbacane della camera c'era un vecchio schioppo. Lo prese, lo esaminò, prese dal cassetto del comò la polvere da sparo e lo caricò. Poi tornò in cucina. Alla vista del fucile Giuseppina non ce n'aveva più una spiccia:
"Ero sola, disperata - cominciò a urlare - Pensao che tu eri morto e me morio de fame si qualcuno nun m'aiutava".
Filippo si sedette di fronte al fuoco, curvo in avanti serrando le mani intorno alla canna del fucile appoggiato per terra. Aspirò profondamente la boccata di fumo della sigaretta appena accesa:
"Stasera me dichi chi è stato - esclamò - Famme da magnà che ho fame".
L'indomani mattina Filippo si avviò con passo deciso ed il fucile in spalla verso uno dei due campicelli di cui era proprietario, un terreno nelle vicinanze della sua abitazione che confinava con un campo del Treglio. Nel campo del vicino c'era una bella sorgente da cui sgorgava acqua fresca d'estate e d'inverno. Filippo, invece, doveva servirsi di una fonte a cinquecento metri di distanza, perché il Treglio non voleva assolutamente che attingesse l'acqua della sorgente del suo terreno.
Il Treglio era alla fonte, con la zappa in mano, e stava zappettando per incanalare l'acqua verso alcune spiazze d'insalata e pomodori particolarmente rigogliosi. Quando sopraggiunse Filippo con il fucile a tracolla lo degnò appena di uno sguardo fugace:
"Allora s'è arvenuto!" disse a mezzabocca.
"Eh, sì - esclamò Filippo - e ho trovato qualche novità". Si era seduto ed aveva imbracciato il fucile indirizzando la canna verso il Treglio.
"Allora que volemo fa?" aggiunse poi, impaziente e nervoso.
Il Treglio si fermò, appoggiò le mani e tutto il corpo sul manico della zappa, si tolse la berretta per un attimo grattandosi la testa e poi rispose:
"Siente, tu paria che eri morto. Mojeta se moria de fame e io l'ho aiutata; altro si l'ho aiutata. Eppu, la carne è debbole, 'l sae commo vonno ste cose".
"Allora que volemo fa?" replicò Filippo aggiustando meglio la canna del fucile in direzione dell'uomo che gli stava davanti.
Oreste cominciò ad avere un po' paura: "Va a sapè quanti n'ha ammazzati in guerra questo - pensò - Uno de più e uno de meno que je 'mporta".
"Siente - disse con voce decisa, dissimulando il timore - Tu m'hae sempre chiesto di pija l'acqua da sta fonte che te sta commoda perché è a du' passi da casa tua. Me strappi 'l core perché so più geloso de sta fonte che de mojema. Vene a pija l'acqua quanno te pare e nun ne parlamo più".
"Quanno me pare e per sempre?"
Oreste esitò un attimo, ma fu soltanto un momento di debolezza. La canna del fucile lo guardava ancora con brutte intenzioni:
"Quanno te pare e per sempre" disse, infine.
"Avremo da fa 'n foglio per mette nero su bianco"
"Tu fallo e io firmo. La parola mia vale oro".
Filippo si alzò soddisfatto, si rimise il fucile in spalla e se ne tornò verso casa. |
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Il sigaro
Giustina era seduta in cucina, quasi addossata alla finestra, con la saliera in mano, e batteva il matterello con forza per triturare il sale il più finemente possibile. Batteva e osservava la campagna che si stendeva di fronte a lei, degradante per mezzo chilometro fino al fossato sottostante, dove scorreva un ruscello sempre ricco di acqua. Era stata richiamata dalle bestemmie urlate del marito che arava nel campo con una coppia di vacche imponenti e placide e l'osservava perplessa.
Oreste, il Treglio, teneva ben saldi, con le mani, i manici della perticaia che affondava nel terreno ma, dopo ogni passo, brandiva la frusta e la faceva schioccare sui glutei delle vacche che acceleravano per un istante e poi riprendevano a camminare con la solita flemma. Con il passare dei minuti la collera dell'uomo saliva di tono, le grida aumentavano, le frustate sulla schiena degli animali si moltiplicavano. Sembrava che avesse perso completamente il controllo delle sue azioni. Afferrò addirittura un grosso sasso che gli si era frapposto fra i piedi e lo scagliò con forza contro la vacca di destra, quella che evidentemente gli sembrava più sorniona e meno reattiva alle sue sollecitazioni.
Giustina era un po' preoccupata da quella scena. A volte suo marito si arrabbiava, ma mai aveva trasceso in maniera così paradossale. Ci doveva essere un motivo ben preciso, qualcosa che gli aveva scosso i nervi in maniera irresistibile.
Ed intuì.
La sera precedente il marito le aveva mostrato un mezzo toscano e aveva commentato amaramente:
"E' l'ultimo". Era l'ultimo, infatti, e sapeva che non aveva più una lira in tasca per fare un nuovo rifornimento. Ecco la ragione di tanta rabbia. Giustina chiamò la figlia Elisa che si stava trastullando con il suo gattino in un angolo della grande cucina:
"Babbeto è armasto senza sigari, è infuriato- disse la donna- Va giù 'l pollaio, guarda se qualche gallina ha fetato, prendi du ova e va allo spaccio a compra' 'n pacchetto de mezzi sigari".
La bambina scattò in velocità verso l'uscita e dopo pochi minuti si fece sentire dalla strada:
"Mamma, n' ho troati due".
"Curre, vaje a comprà da fumà sinnò quello diventa matto" gridò Giustina.
Lo spaccio era abbastanza vicino e, dopo una ventina di minuti, Elisa era già di ritorno, trafelata e arrossata dal sudore.
"Portali 'ta babbeto - le ordinò la madre - E portagli anche questi" aggiunse, allungandole una scatoletta di fiammiferi.
Elisa ripartì di corsa, con le gambette nude ed i piedi scalzi. Quando fu nel campo già in parte arato dovette rallentare la sua corsa, perché la terra morbida appena rivoltata dall'aratro e le grosse zolle le impedivano di saltellare a suo piacimento.
Il Treglio continuava il suo disperato soliloquio contro le vacche che ancora non si erano decise ad assumere un'andatura più sostenuta. La bambina l'aveva quasi raggiunto ma, intimorita da quell'ira sfrenata, si fermò istintivamente ad una decina di metri dal padre e lo chiamò:
"Babbo, t'ho portato da fumà!"
Oreste tirò le funi con le quali guidava il tiro degli animali e le vacche si arrestarono. Poi si girò verso la bambina. Elisa gli lanciò i due pacchetti e scappò di corsa come un leprotto.
Giustina osservava la scena dalla finestra, quasi divertita. Suo marito non le avrebbe torto un capello, ma la paura della bambina era comprensibile. L'uomo raccolse i pacchetti e si sedette sulla zolla più grossa che trovò nelle vicinanze dell'aratro, dando di spalle alla casa e alla moglie che l'osservava. Dopo un istante, piccole nubi di fumo schiacciate da una leggera brezza avvolgevano la sagoma scura del Treglio che appariva inebriato e finalmente tranquillo.
Anche le vacche l'osservavano ed a Giustina sembrò che persino il loro atteggiamento fosse finalmente compiaciuto. |
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La giornataccia
Era una giornataccia, di quelle che Giustina non avrebbe mai voluto che cominciassero. Il temporale era iniziato all'alba, quando la prima fievole luce del nuovo giorno penetrava all'interno della camera da letto attraverso le fessure degli scuri chiusi delle due piccole finestre. Giustina pensò di pazientare più del solito nel calduccio che le assicuravano le molte coperte stese sopra il letto. I quarant'anni che aveva appena superato le incombevano tutti addosso come fardelli pesanti. Gli otto figli che aveva dovuto partorire e crescere, le faccende quotidiane che non finivano mai, una vita di stenti che non aveva alternative, tutto improvvisamente le sembrava troppo difficile da sopportare. Ogni mattina le pareva che quelle membra stanche avessero bisogno di più tempo per riposare, ogni giorno faceva più fatica a rimettersi in piedi e ricominciare il circolo incessante delle faccende quotidiane. Era inverno inoltrato, poteva concedersi qualche minuto in più.
A ridestarla dal leggero assopimento fu la voce imbronciata del marito:
"E' giorno, 'n'el vedi? Nun t'arrizzi?".
"Mo scì" rispose Giustina, ma non si mosse. Fuori dalle coperte l'aria era gelida, la sentiva pizzicare sulla fronte che rimaneva scoperta, e non c'era motivo di affrettarsi. Non c'erano faccende che non potessero attendere mezz'ora di più.
"Arrizzete! T'ho itto ch'è giorno" replicò nervosamente l'uomo.
"Adè" sospirò la moglie, muovendosi appena dalla comoda posizione che aveva assunto. Indugio che le fu fatale perché il marito, con una decisa pedata sul sedere, la spinse fuori dal letto e la fece rotolare sul pavimento. Con le lacrime agli occhi Giustina si rialzò, si vestì, tremando per il freddo e la rabbia repressa, e se ne andò in cucina.
Quando accese il fiammifero per dar fuoco alla legna composta nel camino, il marito era dietro di lei:
"Disgraziata! - le gridò - Nun vedi che c'è troppa legna? Nun te sae regolà su gnente! Nun pensi che c'è anco domane, doppodamane e ancora doppodomane!".
Giustina non rispose. Alleggerì la catasta di legna di un paio di pezzi e poi raggiunse il boccataio. C'era da fare il bucato. Dieci persone, anche se non si cambiavano molto spesso, producevano una bella montagna di panni sporchi ed una volta a settimana c'era quella brutta e faticosa incombenza. Sistemò con cura calzetti, camicie, mutande e lenzuola ed aggiunse il sapone necessario. Il marito era ancora dietro di lei:
"Tutto sto sapone! E que semo Turlonia? C'hae le mano bucate stamatina?"
Giustina ripescò pazientemente un piccolo pezzo di sapone e continuò senza aprir bocca. Si sfogò pochi istanti dopo, quando l'uomo era uscito di casa, parlando a se stessa a voce alta. Non c'era nessuno cui potesse confidare le sue angosce. I figli erano troppo piccoli per capire:
"Quant'è tristo stamatina! Sto disgraziato. Chissà que j'ha preso! Me toccarà ammazzà 'na gallinella e faje 'n goccio de brodo bono. Je facesse bene!".
A tavola non c'era molta allegria. Il pessimo umore del padrone di casa incuteva timore e silenzio quasi totale. I bambini erano concentrati sul loro piatto. Agitavano lentamente, con il cucchiaio, il brodo scuro ancora fumante. Nell'aria si sentiva soltanto il tintinnio dei cucchiai che sbattevano sul fondo del piatto di coccio. Quando i cucchiai raggiungevano svogliatamente le bocche affamate, al tintinnio si univano irregolari e sonori risucchi. Di sbieco gli occhi dei bambini scrutavano il piatto del babbo. Il brodo era più chiaro, quasi dorato e vi navigavano abbondanti i tagliolini che la mamma aveva fatto con le sue mani raccogliendo un uovo nel pollaio. Nel brodo dei loro piatti c'erano immerse, invece, soltanto fave. Fu il figlio maggiore, il quindicenne, a protestare:
"Questo nun me sa bono. Fa schifo. Guarda, c'è anco 'n bucarone. Vojo la minestra che magna babbo".
L'uomo sbattè violentemente il cucchiaio sul tavolo facendolo sobbalzare:
"Pijelo pen braccio - gridò alla moglie - daje du calci 'ntel culo, mannalo fora e chiude la porta".
"Si nun te sa bona fa la zuppa col vino" intervenne Giustina, sperando di calmare le acque. "La zuppa col vino! 'n'altro vizio - riprese a gridare l'uomo - Ma chi è il padrone tu qui, chi è che fattiga, chi è che dà da magnà da tutte quante!".
Nessuno dei volti, né dei bambini né di Giustina, osò più sollevarsi dal proprio piatto. Le guance scure erano solcate da lacrimoni che scendevano lentamente e si immergevano nel piatto.
I cucchiai di brodo di fave che i bambini si portavano alla bocca e che ingoiavano a fatica sembravano ancora più amari. |
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L'assalto
Le forze misteriose della natura sembravano essersi chiamate a raccolta per scatenarsi tutte insieme. Il violento acquazzone era stato preannunciato da sinistri boati che rimbalzavano paurosamente con echi assordanti da una parete all'altra delle colline che circondavano la valle. Giustina, la moglie del Treglio, spadarnostrava a ripetizione, sussurrando freneticamente formule religiose. Sui davanzali delle due finestre della cucina, in piccoli bracieri, ardevano foglioline di olivo benedetto che inebriavano l'aria, carica di tensione, con un intenso profumo di incenso. La donna si spostava nervosamente da una finestra all'altra e schiacciava il naso sui vetri schiaffeggiati dall'acqua, per cercare di individuare la sagoma scura del marito. Il Treglio, infatti, si era accorto che, in mezzo al campo di fronte alla casa, dopo il primo scroscio violento di pioggia, l' argine di uno sciacquale non aveva resistito e l'acqua solcava verticalmente il terreno arato creando un ruscello. Il contadino non ci aveva pensato su due volte. Si era gettato frettolosamente una giacca sulla testa, aveva afferrato una zappa, ed ora stava affannosamente lottando con la violenza della pioggia per riparare alla buona la falla che si era aperta ed incanalare l'acqua nel solco originario.
Quando rientrò in casa il Treglio era trapio dalla cima della testa alla punta dei piedi:
"Te se' mollato tutto! Tu se' matto!" l'apostrofò la moglie mugolando mentre, in ginocchio davanti al camino, alimentava, soffiandovi, la fiamma del fuoco acceso.
"'Nun l'è vista que la forma? Si nun gne facìo gnente s'allagava tutto el campo e addio 'l grano" rispose l'uomo gocciolando sui mattoni come una spugna.
"Spojete! Asciughete tal foco. Io te vo' a pijà i vestiti sciucchi" gli disse allungandogli un piccolo asciugamano.
Il Treglio si liberò velocemente degli abiti fradici, mutandoni compresi. Si mise l'asciugamano sulle spalle, si avvicinò alla fiamma che divorava ferocemente il castelletto di legna ammassato e cercava di riscaldarsi strofinandosi energicamente le varie parti del corpo.
Accanto al focolare c'era il camminarello del bambino più piccolo. Sotto al camminarello sonnecchiava distrattamente un gattone grigio, raggomitolato su stesso e per nulla incuriosito dai movimenti dell'uomo. Il Treglio cominciò a stancarsi della posizione ricurva che aveva dovuto assumere per stare, in piedi, il più vicino possibile alla fiamma e sentì il riacutizzarsi di un fastidioso mal di schiena. Decise allora di sedersi sul camminarello. Le seggiole erano, infatti, troppo distanti e non voleva camminare a piedi nudi sui mattoni freddi della cucina per prenderne una.
Il gatto, che stava molto bene al tepore della fiamma, non si mosse. La presenza dell'uomo non lo intimidiva e continuò a sonnecchiare sotto il camminarello, la cui cupola, ora, era occupata dal sedere nudo del Treglio. Poi una stranezza attirò la sua attenzione. Con la coda dell'occhio vide muoversi leggermente sopra di lui, un po' in ombra, un affarino che associò vagamente all'immagine della sua preda preferita. Sollevò lentamente la testa, drizzò le orecchie, inumidì le labbra con l'acquolina che gli stava bagnando la lingua e con un balzo repentino verso l'alto tentò l'attacco. Il salto del Treglio non fu meno felino, tanto che andò a scheggiare il barbacane del camino con una tremenda testata. Il gatto, terrorizzato, se la svignò zigzagando come una saetta verso l'uscita e, raspando disperatamente con gli artigli, riuscì ad aprire la porta d'ingresso che non era chiusa con il chiavistello. Quando sentì vibrare nell'aria i pallini della fucilata del padrone infuriato per l'attentato alla sua virilità, aveva già voltato l'angolo di casa salvando miracolosamente la pelle.
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La benedizione
Quella prima metà di marzo le piogge erano state abbondanti. Le strade del paese, soprattutto quelle che s'immergevano nel cuore della campagna per raggiungere i piccoli agglomerati fuori del centro, erano ridotte, in alcuni punti, ad acquitrini melmosi percorribili a fatica. Una realtà normale per quei tempi. I contadini avevano adottato uno strattagemma efficace per salvaguardare l'incolumità delle scarpe e della loro immagine. Quando dovevano recarsi alla messa o in città, per strade che venivano percorse quasi sempre a piedi, indossavano vecchie scarpe o zocchi di legno e le scarpe buone le mettevano nella borsa o le portavano in spalla. Una volta raggiunta la zona di sicurezza avevano sempre un punto di riferimento dove poter fare il cambio: le scarpe piene di fango venivano nascoste da qualche parte ed i piedi erano infilati in quelle lucidate come nuove. Al ritorno operazione inversa.
Don Stefano, il parroco, seguito come segugi da due fedeli chierichetti, avanzava ansimando zigzagando tra una buca e l'altra per evitare i passaggi più fangosi. Con le mani teneva sollevata la tunica fino ai polpacci per limitarne l'imbrattamento, mentre le scarpe erano ormai completamente ricoperte da uno spesso strato di terra appiccicosa. Quando fu ad una trentina di metri dalla casa del Treglio, il prete si arrestò e fu preso dal panico. Il tratto di strada ancora da percorrere era completamente ricoperto di acqua torbida. Il prete cercò con lo sguardo a destra e a sinistra un piccolo varco tra le siepi che costeggiavano la strada sui due lati. Ricerca vena, l'unica possibilità di poter oltrepassare quello specchio d'acqua era di infilarci le scarpe fino alle caviglie. Sentì le dita dei piedi, già bagnati, contrarsi dentro la suola fradicia, come se avessero percepito la minaccia imminente, ed avvertì quasi una forza misteriosa che gli impediva di andare avanti.
Il prete gettò lo sguardo oltre l'ostacolo, alla disperata ricerca di un appiglio, di una soluzione meno traumatica del problema, poi intravide il padrone di casa che lo salutava con ampi gesti delle mani dal pianerottolo delle scale:
"Qui non si passa - gridò don Stefano - è tutto fango. La benedizione la dò da qui, tanto vale lo stesso".
Senza attendere la risposta, alzò il braccio, pronunciò frettolosamente le preghiere di rito e disperse nell'aria l'acqua benedetta.
Il Treglio rimase di sasso, con la rabbia che gli contraeva i muscoli del collo, delle braccia, di tutto il corpo. Sua moglie aveva faticato per due giorni interi ed una piccola mano glie l'aveva data anche lui. Era difficile rendere presentabili quelle pareti scrostate, quel pavimento di mattoni macchiato dal tempo, quei pochi mobili ricoperti, all'interno, di fogli di giornale, quelle scale di pietra mai prive di fango...Eppure avevano fatto il possibile, perché la visita del prete per la benedizione pasquale delle case era uno degli avvenimenti più attesi dell'intera annata e andava celebrata con il massimo della dignità che la situazione ambientale poteva consentire. Sul tavolo apparecchiato con la tovaglia pulita non mancava una bottiglia di vino, del pane e salame e nel piatto grande erano sistemate con ordine una mezza dozzina di uova. Le avrebbero messe nel canestrello del chierichetto, quale riconoscimento simbolico per la visita del parroco. Sapevano che don Stefano gestiva una parrocchia povera ed anche quelle poche provviste sarebbero state considerate provvidenza divina su un tavolo mai pieno in abbondanza.
Ma ora tutto sembrava inutile. Il prete era rimasto là, nella strada, e tutta la meticolosa preparazione era risultata un lavoro sprecato:
"Aspettate don Sté" gridò il Treglio. Il contadino rientrò di corsa in casa e ne uscì dopo pochi istanti. Il prete era ancora in attesa, in mezzo alla strada:
"V'ho preparato quattr'ova don Sté - gridò il Treglio - Tené, ve le tiro, tanto è lo stesso, no?".
"No, no, aspetta che le vengo a prendere" replicò il prete in preda al panico, con le mani protese in avanti quasi a fermare fisicamente l'intenzione del contadino. Ma non aveva fatto due passi nell'acqua melmosa che dovette arrestarsi. Nell'aria piovevano uova come grossi chicchi di grandine. Ne seguì la traiettoria con gli occhi tristi ed il cuore in gola, fin quando uno ad uno si andarono a sfracellare nel fango:
"Arrivederci don Sté, buon appetito!" gridò ancora il contadino, prima di ritirarsi.
Il prete fece appena un cenno con la mano, si girò sui tacchi, diede uno sguardo distratto al canestrello semivuoto appeso al braccio del chierichetto e riprese, mesto, la strada del ritorno. |
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Il latte
Il Treglio aveva una bella coppia di vacche da latte, due fonti inesauribili che mungerle era un piacere. Ne aveva una terza, però, che andava fuori dal coro. Arida come una steppa desertica, sembrava un'offesa alla fama di bravo agricoltore del suo padrone.
Così, quando Cesarino, all'osteria, di fronte ad un bicchiere di vino, gli confessò la sua intenzione di acquistare una vacca da latte, il Treglio drizzò le orecchie come un segugio in agguato:
"Ce-ce l'ho io - gli disse con prontezza rigirandosi la beriola sulla testa - Si voe te la vendo. Io ce n'ho troppe. U-una me la do via".
Parlarono, discussero, combinarono e l'affare fu fatto:
"M'assicuri che 'l latte 'l fa, è?" chiese per l'ultima volta Cesarino, prima di trasferire la vacca nella sua stalla.
"Co-come 'na mongana - lo rassicurò il Treglio - Te straccherae de mugnela". Trascorsero i mesi, la vacca partorì e quando arrivò il momento di mungerla era uno stillicidio di gocce di latte, altro che fiume in piena. Cesarino aveva la morte nel cuore e soffocava a stento la rabbia, che sfogava menando selvaggiamente con pugni e schiaffi le mammelle rinsecchite dell'ignaro animale. C'era caduto come un bischello e non poteva farci più niente perché il Treglio era irremovibile:
"I-il latte ce l'aia - si risentì quasi offeso quando il nuovo proprietario gli aveva gridato in faccia che se la doveva riprendere - Si 'nte la stalla tua nun nel fa' più, i-io che colpa ce n'ho?".
Nemmeno il giudice rese giustizia a Cesarino. La vacca era stata regolarmente acquistata e pagata e non c'era nessuna testimonianza attendibile che potesse dimostrare che anche prima del passaggio di proprietà non avesse latte a sufficienza nè che la produttività di latte fosse una condizione ineludibile per l'acquisto.
Cesarino, così, dovette rassegnarsi al peggio e soffocare il dispetto in silenzio, meditando sulla sua ingenuità.
Il Treglio, al contrario, era tranquillo e sereno. La vittoria nel giudizio lo aveva ringalluzzito e ne aveva aumentato il buonumore. Era trascorsa una settimana dall'emissione della sentenza ed ogni volta che ci ripensava, chissà perché, gli veniva da ridere nel mettere a fuoco la faccia delusa del suo vicino raggirato.
Seduto sulla scale esterne della sua abitazione, anche quel pomeriggio si gustava il solito toscano con la parte accesa infilata dentro la bocca per farlo durare più a lungo. Il suo sguardo veleggiava distratto sulla campagna variopinta dalla primavera già inoltrata, fin quando si posò casualmente su Cesarino che stava sfaccendando di fronte alla sua abitazione.
E gli venne un'idea.
"Giuannì" chiamò forte. Giuannì, il suo bambino di 10 anni, si presentò all'istante:
"Prendi 'na bottiglia - gli disse - e vai da Cesarino. Digli se te dà 'na bottiglia de latte".
Giuannì prese la bottiglia e corse a piedi scalzi verso la casa di fronte.
Quando il bambino se la diede a gambe inseguito da Cesarino che brandiva un forcone, il Treglio si piegò in due dalle risate. |
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Il pozzo
Il Treglio osservava con distacco dalla finestra della sua cucina quanto stava avvenendo nel campo adiacente la casa di Cesarino, il suo vicino. Un rabdomante, con una stecca di legno in mano, andava su e giù, fermandosi, riprendendo il cammino a passi lunghi, spostandosi a destra ed a sinistra. Finchè si arrestò ed infilzò con forza un bastone nel terreno. Cesarino era accanto a lui, con le braccia conserte ed il cappello di traverso, e chiamò la moglie.
"Que voe?" rispose la donna affacciandosi ad una finestra della casa.
"Vene giù" gridò Cesarino.
Un minuto dopo Michela sgambettava a passi rapidi nel campo strofinandosi con il sinale le mani sporche di farina. Il rabdomante riprese a parlare spiegandole con ampi gesti delle mani ciò che aveva scoperto e la donna commentava gesticolando a sua volta in segno di meraviglia e stupore.
Il giorno dopo, con pala e piccone, Cesarino, aiutato da moglie e figli, cominciò a scavare.
Per raccogliere l'acqua necessaria agli usi domestici i contadini dovevano rifornirsi ad una sorgente a centinaia di metri di distanza e l'approvvigionamento idrico assorbiva parecchio del tempo lavorativo dei componenti la famiglia. Avere l'acqua vicino casa significava migliorare di molto le condizioni di vita del nucleo famigliare.
Ma le indicazioni del rabdomante non erano sempre attendibili. Cesarino, sua moglie ed i suoi due figli maschi, ormai giovanottelli, scavarono da mattina a sera, fradici di sudore, ma dell'acqua non si vedeva traccia. A 5 metri di profondità nulla indicava che più sotto potesse affiorare una sorgente.
Il Treglio ogni tanto si avvicinava al cantiere, ascoltava i commenti, interveniva con le solite battute e poi si allontanava, per ritornare qualche ora dopo e verificare lo stato d'avanzamento dei lavori. Nell'ultima visita registrò la rassegnazione del vicino:
"Basta- disse l'uomo, scaraventando a terra il piccone- L'acqua nun c'è. Inutile andare più giù".
La mattina seguente Cesarino si recò nel campo deciso a riempire la buca già scavata, ma rimase di sasso. Il fondo del pozzo era umido, quasi bagnato. C'era traccia di acqua, valeva la pena di continuare. Chiamò i suoi figli e ripresero a picconare per giorni con rinnovato entusiasmo. Ogni mattina, infatti, trovavano la terra bagnata. Ma, nonostante avessero ormai raggiunto una profondità di una decina di metri, quella che si trovava tutte le mattine sul fondo rimaneva l'unica testimonianza della presenza dell'acqua. Della sorgente non c'era traccia.
"E' inutile, ormai è troppo profondo. E' anche pericoloso continuare a picconare".
Erano ormai le nove di sera passate. Cesarino era appoggiato con i gomiti sul davanzale della finestra della sua camera. Prima di coricarsi respirava l'aria profumata di bosco che penetrava dalla finestra aperta. Una sottile venatura di delusione e disperazione cominciava a rodergli l'animo. Se non fosse stato per quell'umidità mattutina avrebbe rinunciato già da un pezzo.
"Eppure Gigetto era sicuro - si ripeteva - Secondo lue l'acqua c'è".
Era una limpida e fresca sera di agosto. Il pozzo era là, di fronte ai suoi occhi, un buco nero sinistro che si apriva nel chiarore del campo illuminato dalla luna piena. Le luci della camera erano spente. Cesarino era nell'ombra e, mentre aspirava con voluttà l'ultima boccata di fumo dal mozzicone di sigaro prima di mettersi a letto, scorse un'ombra che con passi furtivi e frettolosi attraversava il campo. Cesarino trattenne il respiro e nel silenzio quasi assoluto udì perfettamente lo scroscio dell'acqua versata nel pozzo. Poi l'ombra si dileguò con i secchi che, ormai vuoti, dondolavano sui manici provocando un leggero cigolio.
"Te piasse 'na paradese" esclamò Cesarino stringendo i denti sul sigaro per trattenere la rabbia. Chiuse la finestra e s' infilò sotto le lenzuola, ma non riuscì a prendere sonno. La rabbia che aveva in corpo sembrava che volesse fargli scoppiare la testa. Una domanda lo martellava e non trovava una risposta:
"Perché? Perché 'sto disgraziato del Treglio m'ha fatto scavà 10 metri per farmi credere che c'era l'acqua?". |
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Il brutto
L'attrazione per i broccoletti del Treglio era irresistibile. Ogni qual volta riusciva ad eludere la guardia del suo padrone, una pecora di Cesarino puntava diritta verso l'obiettivo ed arraffava quello che poteva prima di essere scacciata. Il Treglio era esasperato. Avrebbe dovuto recintare il suo orto con della rete metallica, ma non aveva soldi da buttare per ciò che non sarebbe stato necessario se non ci fosse stata l'impertinenza della pecora del vicino di casa:
"Stete tranquillo che ce penso io" si era sentito rispondere da Cesarino. Ma, al di là delle assicurazioni di rito, niente era accaduto. La pecora continuava giornalmente le incursioni devastatrici nel suo orticello.
Anche quel mattino era lì, a brucare avida i germogli freschi e saporiti. Il Treglio era alla finestra:
"Te-te piasse 'na paradese - gridò con la voce tremante per la collera.-Te fo' magnà io stavolta"
Uscì di corsa, afferrò il primo bastone che riuscì a trovare nel cortile e, prima ancora che la pecora potesse alzare la testa ed avvertire la sua presenza, il pezzo di legno si abbattè con violenza sulle zampe del povero animale che stramazzò a terra all'istante. Quando provò a rialzarsi la zampa posteriore destra, spezzata in due, cedeva come un fuscello ogni qualvolta tentava di appoggiarla per terra. La povera bestia provò ad allontanarsi, ma camminava a fatica, incerta e lamentosa, sulle tre zampe rimaste integre.
Il Treglio ce l'aveva con il padrone, non con la pecora, e, nell'osservarla mentre si allontanava rattrappita dal dolore, provò una pena profonda.
"Devo avverti' Michela" pensò. Michela era la moglie di Cesarino. La chiamò:
"La-la pecora tua mesà che s'è rotta 'na gamba. Vella a pija" le disse.
Michela uscì di corsa, strillando imprecazioni mentre si dirigeva verso l'animale. Dalla stalla delle vacche sbucò come un toro infuriato, con un forcone in mano, Cesarino. L'uomo, invece di dirigersi verso la pecora, si avventò contro il Treglio, che nel frattempo aveva imbracciato a sua volta una zappa. Si minacciavano da un paio di metri di distanza, nessuno dei due osava avvicinarsi più di tanto, però, perché la paura era più forte della rabbia che avevano in corpo. Si lanciarono per un quarto d'ora insulti d'ogni genere fin quando, esausti, non si fecero trascinare via dalle rispettive mogli, accorse nel frattempo, per trattenere e dar man forte ai loro uomini.
"Mu-muso brutto!" gridò il Treglio con quanto fiato aveva in corpo, prima di rientrare nella propria cantina.
Cesarino fu come colpito da una freccia avvelenata. Si divincolò dalla stretta della moglie che continuava a trascinarlo per il braccio verso l'ingresso della loro casa e puntò l'indice contro l'avversario, sbraitando come un indemoniato:
"Questo nun nel dovevi di'! Questo nun nel dovevi di'!"
La lite finì in tribunale perché "muso brutto", in paese, era considerata un'offesa gravissima, forse la più pesante di tutte:
"Allora signor Oreste, è vero che avete dato una tremenda bastonata alla pecora del signor Cesarino tanto da romperle una zampa?" chiese benevolmente il giudice.
"N'arpotesse arvedé la-la moje mia- giurò il Treglio agitando la berretta grigia che teneva in mano - Io j'ho fatto solo - UH - per cacciarla via dall'orto mia. Me-me se magnava tutti i broccoletti. Vue ch'avessevo fatto?".
"Lasci perdere quello che avrei fatto io-reagì divertito il giudice- Mi dica piuttosto quello che ha fatto lei".
"I-io 'n'ho fatto gnente, sor preto'. Quanno j'ho ditto -UH- lia s'è spaurata e quanno ha fatto pe' scappà via ha messo male 'n-'na gamba drento 'na buca e je s'è rotta. Io nun c'ho colpa".
"E' vero quello che sostiene il vostro vicino di casa?. Davvero lo avete insultato dicendogli muso brutto?"incalzò il pretore.
Il Treglio fece passare qualche istante prima di rispondere. Rigirò nervosamente la berretta tra le dita con lo sguardo rivolto in basso a fissarsi la punta delle scarpe e poi girò gli occhi verso Cesarino, seduto, quasi rattrappito su una seggiola, in disparte, alla sua destra, con le mani giunte e lo sguardo penetrante che trasudava gioia per l'imminente soddisfazione che avrebbe avuto:
"Si-signor, preto' -esclamò infine- guardatelo bene e dicemme la verità. Tavvue ve sa bello?".
Perse la causa e venne condannato a pagare 100 lire di multa per offese.
Masticava amaro quando uscì dall'aula. Gli sembrava una bestialità dover pagare una multa dopo che la pecora di Cesarino s'era mangiata quasi tutti i suoi broccoletti.
Si avviò per le scale che dalla pretura scendevano sulla piazza principale della città borbottando improperi e di fronte a sé intravide Cesarino che, claudicante, lo precedeva aggrappandosi al corrimano. Lo chiamò. Cesarino si girò e si fermò ad aspettarlo. Aveva vinto la causa ed anche la rabbia apparteneva ormai al passato. Erano vicini di casa, non c'era cosa migliore che una bella stretta di mano ed una bevuta all'osteria. Erano questi i pensieri che gli affollavano il cervello mentre osservava il Treglio che si avvicinava:
"Siente - gli disse il Treglio quasi senza fermarsi - Ho pagato cento lire e so' disposto a-a paganne altre 100. Ma brutto eri e brutto rimanghi". |
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La disperazione
Era estate inoltrata, una ventina di giorni dopo la mietitura, quando era arrivato il tempo di trasferire il grano dai campi all'aia, in attesa della trebbiatura. Il grano veniva trasportato con le tregge trainate da una coppia di buoi o di vacche. Le tregge erano i mezzi di trasporto più agevoli sulle strade sconnesse di una campagna i cui campi si adagiavano spesso su colline scoscese. Come d'uso, il Treglio era aiutato da altri contadini del paese, in uno scambio di servizi e di manodopera che è stato il fondamento dell'attività agricola prima della rivoluzione della meccanizzazione massiccia negli anni '60/'70.
A trasportare il grano del Treglio c'erano tre tregge, la sua, guidata dal figlio più grande, e le altre dei vicini di casa. Venne caricato il grano sulle tregge, i carichi furono legati accuratamente con le funi e poi le tre tregge partirono in direzione dell'aia. Il campo era ad un chilometro di distanza dall'abitazione e per raggiungerlo bisognava percorrere una strada sconnessa, piena di buche profonde come fossati e spesso tracciata su passaggi scoscesi. Quando le tregge avanzavano su quei tratti il pericolo che si rovesciassero era frequente. Gli uomini e le donne che non erano addetti alla guida delle vacche appoggiavano i forconi sui fianchi del carico, per evitare che si ribaltasse. A volte la manovra funzionava, più spesso no, perché la spinta era superiore alla resistenza delle braccia umane. Ed allora la treggia si rovesciava, il carico si sfasciava e bisognava ricominciare daccapo...caricare, legare e ripartire con la paura nel cuore di non aver ancora terminato.
La treggia condotta dal figlio del Treglio era l'ultima delle tre e, prima di imboccare la strada, aveva atteso che le prime due si inoltrassero per un centinaio di metri. Il Treglio era con il figlio. Non si fidava molto delle sue capacità di pilotare un tiro di vacche e voleva stargli vicino.
Dopo una cinquantina di metri, al primo passaggio difficile, la treggia si piegò sul fianco e le "gregne" del grano scivolarono a terra. Grida frenetiche comunicarono la notizia che anche le altre due tregge si erano ribaltate.
Il grano del Treglio era tutto per terra.
L'uomo sembrava impazzito. Le spighe secche, scosse dal movimento della caduta, dall'impatto con le frasche degli alberi e degli arbusti che delimitavano la strada e dal movimento degli uomini che le avrebbero ricaricate, avrebbero perso buona parte dei chicchi di grano che difficilmente si sarebbero potuti recuperare. Con il forcone rivolto verso il cielo, le urla disperate, le lacrime che gli scivolavano sulle guance aggrinzite dal sole e dagli stenti, il Treglio gridava al vento la sua disperazione:
"Ge-Gesù Cristo, perché m' hai fatto questo?" ruggiva come un leone disperato. Poi si inginocchiava per terra e raccoglieva come pepite d'oro manciate di grano sparse nella polvere:
"Si vene'l frate cercatore 'l fo' venì tu qui a 'rcoglie 'l grano - esclamava al mondo intero, mentre raccattava i chicchi gettandoli in un sacco che si portava sempre dietro - Que je do da magnà da sti fii chè la metà del grano è sparsa tu qui per terra?".
Una mezza dozzina di passerotti, fiutata l'abbuffata, si posò senza paura sul terreno intorno alla treggia per iniziare il banchetto ed ingozzarsi. Il Treglio sparò calci a destra e a manca, furibondo per quel furto che gli spezzava il cuore.
Soffriva e piangeva per un qualcosa di importante, di vitale per la sua esistenza e per quella dei suoi cari. Un buon raccolto di grano significava azzerare il debito allo spaccio, farina per pane e maccheroni e non aver paura di soffrire la fame per un anno intero.
E le speranze del Treglio erano immerse tutte lì, mischiate nella polvere, nei sassi e negli sterpi, esposte senza pudore all'ingordigia degli allegri passerotti. |
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I funghi
La vigna del Treglio confinava con una fitta boscaglia che degradava, in un declivio collinare piuttosto scosceso, fino al torrente che scorreva nel fondo della stretta vallata. Era un sabato di inizio ottobre, una giornata piuttosto umida dopo le abbondanti piogge dei giorni precedenti. Il contadino ispezionava i grappoli d'uva matura per decidere se fosse il caso di procedere alla vendemmia oppure no, quando la sua attenzione fu attratta da un rumoroso fruscio che proveniva dalla boscaglia. A fatica il suo vicino di casa Cesarino riuscì ad emergere in mezzo ai rami aggrovigliati. Il Treglio vide per primo un grosso canestro pieno di funghi che Cesarino, ansimante per la gran fatica e bagnato dalla testa ai piedi, appoggiò per terra:
"L'è troate du' fonga" disse il Treglio, avvicinandosi.
"E' da stamatina che sto a tribbolà 'nte sta macchia - rispose il vicino - Ho fatto 'na fattigata".
Il Treglio si accucciò vicino al canestro per ispezionarne il contenuto, poi cominciò a scrollare la testa:
"Ma l'hae arcolti pe' magnatteli o pe' avvelenà quell'insetto de mojeta" esclamò.
"Que vorriste di'?"
"Tammé mesà che hae arcapezzato più quelli velenosi che quelli boni. Magneteli tu si se' bono". Poi si allontanò per riprendere l'ispezione dell'uva nel filone di vigna più vicino. Con la coda dell'occhio seguiva, però, le mosse di Cesarino che era rimasto di stucco vicino al canestro. Lo vedeva ispezionare con la mani la sua abbondante raccolta, sollevare un fungo, annusarlo e poi rimetterlo per prenderne un altro. Non sapeva che fare. L'osservazione del Treglio l'aveva frastornato:
"Tu li conosche?" domandò, poi, quasi gridando.
"Quelli boni scì, quelli tristi è meglio che nun li conosco" fu la replica del Treglio.
"Guardeme quali enno, allora, quelli boni. Mica vojo gì al cimitero pe' i fonga".
Il Treglio si avvicinò senza entusiasmo e cominciò l'operazione chirurgica:
"Questo ammazza 'n bove. questo te fa pija la sciolta pe 'n mese. questo regalelo ta qualcuno che 'nte vole bene. questo.".
Alla fine dell'ispezione, accanto al canestro, la quantità dei funghi scartati era molto superiore a quelli sfuggiti alla dura selezione. Cesarino sollevò il canestro ormai semivuoto con scarso entusiasmo e molta frustrazione e si allontanò curvo, a passi stanchi, deluso per la fatica inutile e mortificato per la dabbenaggine con la quale aveva raccolto funghi che Oreste gli aveva inesorabilmente bocciato.
A sera, quando il Treglio entrò nell'osteria, erano già tutti lì, intorno al tavolo, con le carte da briscola e il bicchiere di vino pieno a portata di mano. Il contadino si avvicinò al bancone, ordinò da bere e poi si girò verso il tavolo strofinandosi la pancia piena:
"Me so' fatto 'na magnata de fonga che nun ne posso più- esclamò ad alta voce affinché tutti potesso ascoltarlo- Mojema me c'ha fatto 'na pastasciucca che ancora me lecco i baffe".
"Ma da quann'è che hae arcominciato a gì' a cerca i fonga?" gli chiese uno.
"E mica ce so gito io? C'ho avuto 'na botta de fortuna. Ogge, vicino la vigna, n'ho trovate un mucchio che saronno state tre chili. E chissà chi ce l'ha lassati? Io l'ho presi tanto sinnò, tulì, s'enfradiciaeno tutte".
Cesarino era al tavolo da gioco e stringeva talmente forte le carte che le mani gli tremavano:
"Que hae fatto Cesarì? - gli chiese un compagno di gioco - Me pare che te sta a pija 'l brutto male!".
"Gnente, gnente" mugugnò. Ma aveva il volto segnato dai muscoli delle mascelle contratti per la grande rabbia con cui stringeva i denti. |
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La camicia nera
I tre ragazzotti lo affiancarono appena ebbe fatto il suo ingresso nella piazza principale della città. Il Treglio procedeva lentamente, con le mani in tasca ed il cappello messo un po' di traverso a scendere verso l'orecchio destro. Dalla bocca stretta con le labbra serrate intorno al sigaro acceso uscivano di tanto in tanto piccole nuvolette di fumo che si liberavano lentamente nell'aria limpida della mattinata. L'uomo avanzava quasi a fatica, leggermente claudicante per un accenno di artrosi, con il volto proteso in avanti, attento a salutare chiunque incontrasse di sua conoscenza o comunque lo degnasse di un minimo di attenzione. Le maniche lunghe della camicia erano state disordinatamente ripiegate fin sui gomiti, lasciando scoperti gli avambracci anneriti dal sole e coperti da una folta peluria qua e là spruzzata di bianco.
Quando i tre giovanotti l'ebbero quasi circondato il Treglio si fermò e li squadrò da cima a fondo:
"Bon giorno" disse togliendosi il sigaro di bocca e sputandosi sui piedi.
I tre ragazzotti lo fissarono senza espressione, nè allegri nè cattivi. Il contadino spaziò con lo sguardo su quei volti inespressivi, infilò il sigaro in bocca con la parte accesa rivolta all'interno e allungò una gamba per riprendere il cammino, ma uno dei ragazzi gli si parò davanti e lo costrinse a fermarsi. Il Treglio sfilò il toscano dalla bocca, allungò la mano con la quale teneva il sigaro verso il volto del ragazzo che aveva di fronte ed esclamò:
"Siente, carino. Ta-tammé nun me serve nquelle. Ta vualtre ve serve qualcosa?".
Il giovane che gli si era quasi appiccicato al fianco destro gli strattonò il braccio proteso e lo costrinse a girarsi versi di lui:
"Non fare lo spiritoso - bofonchiò - Non è il momento".
"Non ti conviene" aggiunse il terzo ragazzo.
Il contadino non era uomo da farsi sopraffare dalla paura, ma la situazione non gli era per niente chiara e qualche preoccupazione l'aveva. Però non voleva darlo a vedere:
"Si nun me diche que voe - esclamò - io fo' quello che me pare. Nte pare anco ta te?".
"Ci risulta che sei una testa calda. Hai troppi grilli per la testa". Era stato il primo giovane a parlare e successivamente parlò sempre lui.
"I grilli ce l'avrae tu - reagì con rabbia il Treglio - Io su la testa ci ho 'n sacco de pensieri, questo sci. 'Na vacca che m'ha da fijà da 'n minuto all'altro e io sto tu qui a perde tempo con te; la moje me sta male e è da 'na settimana che nun va più giù la stalla dei maiali; 'n fijo sta a fa 'l militare e co' sto casino de sta guerra nun so più do è gito a finì. Si quiste per te enno grilli fa 'n po' tu...".
"Finiamola con questa sceneggiata - tagliò corto il ragazzo - Tu sei contro il Duce, lo sappiamo, abbiamo i nostri informatori".
Il Treglio lo fissò dritto negli occhi, costringendo il suo interlocutore a distogliere ogni tanto i suoi da quelle due pupille taglienti che quasi a fatica si facevano largo tra le palpebre appena socchiuse:
"Ah, era per questo. Me lie da di' subbeto. Damme sta bottija d'olio de ricino e 'n ce pensamo più. Tra l'altro me faria anco commodo. Giusto me sento 'npo' pesante de stommico stamatina".
S'era raggruppata una piccola folla intorno ai contendenti ed al Treglio non parve vero di aggiungere un po' di teatralità alle sue risposte. Aveva proteso la pancia in avanti e se la lisciava con evidente provocazione.
I due giovani che affiancavano l'uomo lo bloccarono per le braccia con un gesto improvviso ed il terzo spiegò davanti agli occhi del contadino una camicia completamente nera:
"Mettila" disse il ragazzo con piglio autoritario.
"Sinnò?"
"Altrimenti vieni con noi dal commissario e...".
"La metto la metto - si affrettò ad aggiungere il Treglio - Giusto sta camiciaccia che porto è tutta mezza strappata".
Si liberò dalla stretta dei ragazzi ed infilò la nuova camicia sopra quella vecchia e consunta con gesti lenti e misurati, sotto lo sguardo attento dei tre giovani ed un po' preoccupato degli spettatori:
"Così stai molto meglio!" esclamò soddisfatto il capobranco.
Il Treglio esaminò la camicia, ne arrocciò le maniche fin sui gomiti, diede uno sguardo fuggevole sui volti dei presenti che l'osservavano con un atteggiamento misto di curiosità e preoccupazione e riprese il cammino scartando a destra il ragazzo che lo stava ancora fronteggiando. Dopo alcuni passi si fermò, si girò verso i fascisti che lo stavano osservando mentre si allontanava e tornò indietro di qualche metro:
"La camicia nera me l'ete messa - esclamò con un sorrisetto sarcastico - Ma, se me paccate, drento so' roscio commo 'na cucummera". |
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Lo straniero
Il Treglio si era alzato di buon'ora, prima che sorgesse il sole, com'era sua abitudine. C'erano da governare le vacche nella stalla, una faccenda che non si poteva espletare tanto tardi perché il lavoro nei campi andava iniziato di prima mattina. E poi erano le vacche a dare la sveglia. Il contadino aveva la camera al primo piano della vecchia casa colonica, proprio sopra la stalla. Dal piano terra, oltre all'odore inconfondibile ormai diventato familiare, giungevano forti muggiti di richiamo. Le vacche avevano fame. Appena varcata la soglia della porta della stalla, il Treglio notò un'atmosfera un po' diversa. Le vacche, tutte in piedi, avevano le orecchie dritte, quasi fossero spaventate:
"Ce sarà qualche pantecana" pensò il contadino e cominciò a distribuire il fieno spandendolo nella "greppia" per le bocche affamate delle sue creature. Poi si recò nella parte della stalla più buia e più lontana dalle vacche per prendere un forcone, e lo sguardo gli cadde nell'angolo della mangiatoia. C'era una massa informe sotto una coperta scura e al contadino parve che si muovesse. Strinse il manico del forcone con tutta la forza che aveva nelle mani e si avvicinò con cautela alla strana cosa. La toccò con le punte arruginite del forcone e la cosa si mosse lentamente. Da sotto la coperta, spostata con cautela, emerse la capigliatura bionda di un uomo che rimase immobile quando vide le punte di ferro a pochi centimetri dai suoi occhi. Il Treglio tremava un po', per l'emozione e la paura. Poi arretrò il forcone di qualche centimetro per consentire all'uomo di mettersi a sedere:
"Chi-chi sae?" domandò il contadino con la voce un po' insicura.
L'uomo si spostò leggermente con la testa per farsi illuminare dalla debole luce che già entrava dalla finestra e farsi osservare meglio. Poi alzò lentamente le mani in segno di resa:
"Scenni!" gli ordinò il Treglio, un po' più disteso.
L'intruso scese dalla mangiatoia e gli si avvicinò. Era poco più di un ragazzo:
"Chi sae?" domandò ancora il contadino.
"Io slavo - disse finalmente il giovane - Io scappato Tedeschi".
Il Treglio abbassò definitivamente il forcone. Tra i capelli arruffati, la barba incolta, la pelle sudicia del volto intuì uno sguardo innocente e timido.
"Hae fame?" gli chiese.
"Tanta fame! Tanta!" rispose immediatamente il ragazzo.
"Quanti anni hae, diciannove.venti?"
"Dicinove" confermò il giovane nel suo stentato italiano.
"Vene su con me"
Lo precedette su per le scale e lo introdusse in cucina:
"Giustì - disse alla moglie intenta ad accendere il fuoco - Guarda chi c'era giù la stalla"
Giustina si alzò e fece due passi verso il ragazzo, strofinandosi le mani sporche di cenere con il sinale:
"Chi sete?" domandò.
"E' 'n ragazzo slavo scappato dai Tedeschi" la informò il marito. Il Treglio versò un po' d'acqua nel lavandino ed invitò il ragazzo:
"Datte 'na lavata e poi vene dal tavolino che magne qualcosa"
"Ha l'età di Giuannino nostro" piagnucolò la donna con la lacrime agli occhi.
Il ragazzo si lavò accuratamente le mani ed il volto, si asciugò con l'asciugamano appeso al chiodo del muro accanto al "versatoio" e poi tornò verso il tavolo, al centro della cucina, srotolandosi le maniche che aveva tirato su fino ai gomiti:
"Piangi? - disse rivolto alla donna - Perché?".
"Nue c'emo 'n ragazzo commo te che sta 'n guerra. Da otto mesi nun sapemo che fine ha fatto".
Il giovane abbassò lo sguardo, poi sedette al tavolo che Giustina stava frettolosamente apparecchiando con pane, formaggio e salame. Divorò tutto con frenesia:
"Hae fame, eh?" piagnucolò Giustina asciugandosi gli occhi con il sinale.
Il ragazzo fece di sì con lo sguardo, la bocca era piena zeppa.
"Eh mo' do vae?" gli chiese il Treglio.
Lo slavo ingoiò il boccone:
"Non so".
"Si te chiappeno quei porci t'ammazzeno" esclamò il contadino. Il ragazzo spalancò gli occhi innocenti ed il Treglio era certo di avervi intuito un'espressione di terrore:
"Voe sta tu qui pen po', finché n'è finito tutto?".
Il volto del giovane s'illuminò di gioia e gratitudine:
"Io lavoro nei campi. Io contadino in Slavia. Io fare tutto"
"Tu t'hae da fa' vedé il meno possibbile perché si te scoprono fanno secco ta te e ta nualtre" lo apostrofò il contadino.
"Te mettemo 'na rete 'ntel magazzino. Tulì dorme bene - aggiunse Giustina - Spero che anche Giuannino mio possa 'ncontrà 'na famiglia bona che." non riuscì a finire la frase. Si alzò di scatto e andò precipitosamente in camera da letto a sfogare il suo disperato bisogno di piangere affondando il volto, per qualche minuto, nel guanciale. |
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L'oca
Il Treglio si era arrampicato su per il greppo e, mantenedosi in precario equilibrio, sfalciava energicamente il falaschio che poi raccoglieva nella strada sottostante. La crinella era già piena a metà d' erba fresca appena tagliata. Non era un esercizio di pura estetica ambientale, come farebbero i contadini di oggi, magari con il tosaerba a motore. Si trattava piuttosto di una necessità. La terra a disposizione dei contadini non era mai sufficiente per il fabbisogno della famiglia. Seminando gran parte dei terreni a grano, granoturco, fave o barbabietole, non ne restavano a sufficienza per l'erba da destinare al fieno. Privilegiando, al contrario, la raccolta del fieno per sfamare le vacche o i buoi, c'era il rischio di non avere abbastanza cibo per la famiglia nel corso dell'anno.
I contadini, quindi, dovevano arrangiarsi come potevano. Nella stalla la quantità delle vacche era sempre superiore a quella che avrebbe consentito di mantenere la potenzialità del podere. La vendita di un vitello era un'entrata liquida sicura per l'economia familiare e avere la possibilità di allevarne uno in più poteva significare disporre di soldi sufficienti a comperare un vestito o un paio di scarpe che altrimenti restavano sogni eternamente riposti nel cassetto. E per riuscire a sfamare le vacche senza sacrificare troppi campi per l'erba da fieno bisognava darsi da fare. I greppi erano sempre puliti perché il falaschio, erba non di prima qualità, poteva essere mescolato al trifoglio e fornire una miscela di fieno accettabile. Altra risorsa preziosa era la cosiddetta fronda, le foglie di alberi, come l'olmo, che le vacche dimostravano di gradire molto.
Quella mattina il Treglio, di buon'ora, era già arrampicato su quel greppo abbastanza ripido ma ricco di erbe di molteplici qualità. Il verso inconfondibile dell'oca lo avvertì prima ancora che il pennuto spuntasse da dietro la curva della stradina polverosa. L'animale emergeva da una grossa sporta in tutta la sua maestosità con la parte superiore del corpo, ed il lungo collo arrivava fin sulla spalla della donna che lo trasportava con evidente fatica:
"Do' gete Sterì, stamatina presto" disse il Treglio, interrompendo per un attimo la sfalcettatura dell'erba.
"Vo' a la fiera a venne ' sto diavolo - rispose la donna ansimando - Pesa commo 'l piombo".
Era una signora sulla trentina, un po' sformata dall'incuria del piatto e dalle gravidanze. Aveva i fianchi larghi, il sedere abbondante ed un petto prominente. Il volto, però, racchiuso in un fazzolettone scuro legato sotto il mento, era ancora fresco e dai lineamenti che non tradivano la bellezza giovanile che resisteva al declino. Il Treglio la conosceva bene, ma non era il solo. Sembra che fosse, in effetti, una donna piuttosto generosa.
L'attenzione del contadino, però, non fu attratta dalla presenza della donna ma dall'oca. Era davvero un bell'esemplare. Da tempo il Treglio pensava di incrementare la popolazione degli animali del suo cortile. Le faccende estive imminenti, con la necessità di ricorrere all'aiuto dei vicini, richiedevano un pollaio ricco per sfamare quanti avrebbero prestato gratuitamente la loro opera per mietere, trasportare e battere il grano. Se avessero combinato il prezzo, poteva acquistarla lui quell'oca.
"Sterì - disse - me-me la dete?"
"Eh, scì, Orè! - rispose prontamente la donna - Io ve la darìo nco, ma c'è 'n problema"
"E-e quale sarìa?"
"L'oca chi ce la tene?".
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La canna
Come tutte le sere, all'imbrunire, dopo aver consumato frettolosamente la modesta cena, il Treglio prese la giacca appesa al barbacane vicino alla porta d'ingresso della cucina e l'appoggiò sulle spalle, senza infilarvi le braccia:
"Vo' all'osteria" disse distrattamente alla moglie, affaccendata intorno al versatoio, e, senza attendere la risposta, uscì chiudendo rumorosamente la porta. Con le mani infilate nelle tasche dei pantaloni, si avviò per la strada che serpeggiava tra i campi illuminati dalla luna piena, saltellando da una cunetta all'altra per evitare le numerose pozzanghere formatesi con il recente acquazzone e fischiettando allegro.
Quando fu all'altezza di una casa prospiciente la strada si arrestò e ne scrutò con sospetto una finestra illuminata al secondo piano. Poi abbassò lo sguardo verso l'ingresso dell' abitazione, si avvicinò al muretto del pianerottolo delle scale esterne e, nella penombra, esaminò con attenzione una bella coccia di gerani che l'ornavano.
Il Treglio non era un classico Dongiovanni. Pronto alla battuta scherzosa e affabile con tutti, non apparteneva a quel genere di uomini che... sono sempre in cerca. Dell'altro sesso aveva un interesse normale, circoscritto, più che altro, all'ambito famigliare. La moglie gli sembrava più che sufficiente per soddisfare le sue esigenze. Anche se...non aveva le stimmate del santo. Quando capitava di potersi togliere qualche piccolo sfizio non si tirava certo indietro nè si poneva tanti scrupoli. Il pensiero di non tradire la moglie, insomma, non era in cima alle sue più gravi preoccupazioni o rimorsi. Se c'era l'occasione giusta ne approfittava e poi tornava ad immergersi nel menage famigliare come se nulla fosse accaduto. La moglie sapeva? Sì, quando capitava, il più delle volte, lo veniva a sapere, ma taceva, soffriva in silenzio. Erano piccoli diversivi che mai e poi mai avrebbero messo in crisi l'unità coniugale. I tempi della separazione legale e del divorzio erano ancora molto lontani.
Alcune settimane prima, trovatosi fianco a fianco nel lavoro dei campi con una sua vicina di podere, tra una battuta scherzosa ed uno sfioramento innocente, il Treglio aveva inuito che stava nascendo una simpatia promettente che avrebbe potuto avere un seguito interessante. Gli bastò un pizzico di intraprendenza in più per verificare la fondatezza della sua intuizione ed attivare la combine. La donna, sposata ad un uomo troppo spesso ubriaco e quasi mai presente a se stesso, era una fertile zona di caccia e rivelò anche una insospettabile capacità creativa per trovare i tempi giusti degli incontri. Si sarebbero visti in casa di lei, nelle sere, ed erano frequenti, in cui il marito sarebbe andato all'osteria:
"Ma-ma io commo fo a sapello quanno lue nun c'è?" le aveva chiesto il Treglio alquanto perplesso.
"Metto 'na canna su la coccia del pianerottolo delle scale - gli aveva spiegato la donna - Si vue, quanno passate (era di qualche anno più anziano di lei e non aveva il coraggio di usare il tu), vedete che la canna è dritta vole di' che maritemo nun è scappato e che nun potete entrà. Si invece la canna è piegata da 'na parte vole di' che maritemo è scappato e che potete venì su".
Ed ora il Treglio era lì, ansioso come un adolescente, ad esaminare accuratamente il segnale. Non c'erano dubbi, la canna era talmente obliqua che sembrava adagiata sulla coccia. Era il messaggio inequivocabile del via libera. Con il cuore leggermente palpitante ed il passo felpato del felino prossimo a catturare la preda, cominciò a scalare lentamente i gradini di pietra.
Non aveva superato che la metà degli scalini quando la finestra illuminata al di sopra dell'ingresso si aprì e nella brezza della serata primaverile si librò la voce dolce e melodiosa della padrona di casa che cantava, cullando il suo bambino ancora in fasce:
"Ninna nanna, ninna nanna,
è stato il vento a piegà la canna;
ninnaò, ninnaì,
el marito sta a dormì.
Dormi dormi pe' stavolta
ce facemo 'n'altra volta".
Il Treglio, già sulla via di fuga in mezzo alla strada, salutò con un cenno della mano la donna che, impettita, nel rettangolo illuminato della piccola finestra, cullava forse troppo energicamente il suo bambino e gorgheggiava i suoi acuti quasi con rabbia. Il contadino infilò le mani nelle tasche dei calzoni, sollevò le spalle in segno d' indifferenza e proseguì il cammino verso l'osteria. |
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La spesa
Assunta era rossa paonazza in volto per la collera:
"Guarda tuquì. Guarda che solfa". Aveva estratto dal cassetto del bancone un quaderno di scuola con la copertina nera ormai consunta e mostrava al marito Gioacchino una pagina zeppa di scritte e numeri:
"El sae quant'è? Diecimila lire. E' passato agosto e ancora 'nse vede 'na via de pija 'n centesimo".
Gioacchino seguiva le indicazioni della moglie alternando lo sguardo da quelle righe un po' disordinate al Treglio, che giocava tranquillamente a carte su un tavolo dell'osteria. Assunta, non c'era dubbio, aveva tutte le ragioni ma l'oste, fino ad ora, non aveva avuto l'ardire di intervenire. Sperava che fosse il contadino, di sua iniziativa, a farsi vivo per tirare una linea definitiva sotto quelle cifre che erano il risultato di un anno di spese.
Lo spaccio era il punto di riferimento principale del paese. Allestito quasi come un piccolo bazar, i contadini vi trovavano un po' di tutto di quelle che erano le loro necessità elementari, dal bicchiere di vino, al pacco di pasta, al merluzzo, alle aringhe, ai dolcetti, alle nazionali, ai sigari toscani.
Ai contadini non mancava niente per quanto riguardava il mangiare e bere, ma erano sempre disperati, in tasca non avevano mai un centesimo . E così, quando andavano a fare la spesa, "segnavano". Il padrone dello spaccio appuntava il nome e l'entità della spesa e aggiungeva note su note fino a quando il contadino non vendeva il maiale o l'agnello o il grano o qualsiasi altro genere prodotto dalla terra e poteva permettersi il lusso di saldare il debito. La lista veniva così stracciata ed il giorno dopo se ne inaugurava una nuova, che si sarebbe allungata fino al raccolto successivo.
Anche il Treglio aveva nelle tasche la disperazione di quasi tutti i contadini e sia lui, all'osteria, che la moglie, allo spaccio, "segnavano" e allungavano la nota. In passato, a vendita del grano avvenuta, la prima tappa che facevano con i soldi in tasca era lo spaccio, ma quell'anno, nonostante fosse trascorso il mese di agosto, non avevano ancora regolarizzato la loro posizione. Gioacchino viveva quella situazione con estremo disagio. Chiedere i soldi era un'incombenza che lo prostrava, quasi soffrisse per l'umiliazione che doveva imporre al debitore. Ma alla fin fine aveva ragione la moglie. Bisognava intervenire:
"Senti Orè - disse con aria un po' contrita al Treglio che, avvicinatosi al bancone, chiedeva di segnare la somma dovuta per i bicchieri di vino consumati - La lista s'è fatta lunga. Ae battuto, ma nun te s'è fatto vivo. Io 'nte posso segna' più".
Il Treglio lo guardò sorpreso ma con un'aria quasi distaccata, con gli occhi semichiusi e la stabilità precaria di chi si è preso eccessivamente confidenza con il bicchiere. Era appoggiato al bancone con il braccio destro ed il corpo di traverso in direzione dell'uscita. Percepì quasi con distacco le parole di Gioacchino, come se riguardassero qualcun altro. Scrollò le spalle e si avviò all'uscita:
"A-allora tientelo a mente" disse senza girarsi e se ne andò. |
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Il porco
Disse il giudice:
"Allora signor Oreste. Il qui presente signor Cesarino ha dichiarato che il vostro maiale si è mangiato almeno sei delle sue galline. E' vero quello che sostiene o avete da dichiarare qualche cosa in contrario?"
Oreste strinse nervosamente la berretta con le mani, si agitò sulla seggiola e poi girò la testa all'indietro per avvolgere con lo sguardo l'aula tetra della pretura. Nell'atmosfera fredda, avvolta nell'oscurità delle vecchie mura del palazzo comunale, notò tra il pubblico le facce sorridenti di alcuni suoi compaesani. Avevano lasciato vacche ed aratri per non perdersi lo scontro di fronte al pretore. Alla sua destra, quasi raggomitolato sulla sua seggiola, piccolo tanto da toccare appena i piedi per terra, con le labbra serrate che mostravano una determinazione che ben conosceva, c'era il suo sfidante, il vicino di casa Cesarino. I due contadini vivevano nell'immediata periferia del paese e condividevano uno spiazzo comune. Una mattina di qualche settimana prima Cesarino, in mezzo al cortile, aveva gridato con quanta voce aveva in corpo:
"Oreste!!!" Con la mano destra impugnava un ciuffo di penne, una zampa ridotta a metà, la testa penzoloni: i frammenti di quella che doveva essere stata una gallina. Quando il Treglio si affacciò alla finestra, Cesarino sollevò in alto i brandelli di pollo:
"Guarda que ha fatto 'l maiale tua. E' la sesta gallina che me se magna".
La particolarità delle case di campagna confinanti era quella di avere, in qualche caso, delle proprietà quasi comuni. Per una oscura motivazione urbanistica risalente a tempi remoti, gli stalletti del Treglio e quelli di Cesarino erano attaccati.
Il problema non stava nella scelta urbanistica, ma sulle conseguenze che questa particolarità comportava. Il Treglio occupava la sua parte mettendoci un maiale. Cesarino ne aveva ricavato, invece, un pollaio per le galline. Accadeva, così, che, ogni tanto, qualche gallina trasvolasse dalla parte del maiale che non faceva tanti complimenti e l'addentava.
Cesarino era disperato.
"Il maiale me s'è magnato sei gajine - aveva ribattuto al giudice - Il maiale è de Oreste e lue m'ha da pagà'".
Il Treglio l'aveva sempre snobbato, quasi deriso nelle sue risposte:
"Que-que hae fatto, tu? Se' tu che-che hae da badà ta le galline tua. Si-si je vonno 'nte la bocca que-que ha da fa', pora ferella? Que fo, je caccio i dente?" .
Ed ora erano lì, in attesa di conoscere se il giudice avesse riconosciuto o meno a Cesarino il diritto di avere un risarcimento. Il Treglio rigirò ancora la berretta e, lentamente, si alzò in piedi con un sorrisetto beffardo appena dipinto sul volto. Attese un attimo prima di rispondere, da attore consumato che vuole polarizzare intorno a sé l'attenzione della platea:
"Signor preto' - disse, infine, con ampi gesti delle mani - I-immaginate che questo (indicava l'aula giudiziaria) fusse lo-lo stalletto mia. Che vue fu-fussivo il porco e che questa be-bella signorina (indirizzò l'indice verso la bruna segretaria che stenografava le deposizioni) fusse 'na-na pollastrella. Di-dicemme la verità. Si sta pollastrella ve-ve venisse drento lo stalletto vostro, vue gnel daressevo 'n ciaffo?". |
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Il concime
Le grida dei giocatori di morra schierati di fronte all'osteria echeggiavano come squilli e si udivano a centinaia di metri di distanza.
"Dooo!"
"Cinqueee!"
"Setteee!"
Quando uno dei contendenti azzeccava il punto, batteva forte le mani ruspolose ed immediatamente si piazzava di nuovo curvo con il braccio proteso verso l'avversario quasi avesse fretta di piazzare il colpo decisivo. Accanto ai giocatori c'era sempre qualcuno con il bottiglione di vino sorretto da una mano ed il bicchiere nell'altra:
"Tené, beete, sinnò ve se sciucca la gola" diceva versando il vino nel bicchiere. Faceva il giro degli uomini e tutti bevevano nello stesso bicchiere. L'unica accortezza era quella di scolare le ultime gocce residue oscillando energicamente il bicchiere.
Poi il gioco riprendeva, con i volti paonazzi per lo sforzo delle corde vocali ed i bicchieri di vino ingoiati che cominciavano ad annebbiare le idee.
"T'ho itto che era cinque".
"No, era quattro, mica so' guercio. E-era quattro".
"Allora voi di' che so' 'n bugiardo"
"Si-si sae bugiardo o no questo n'el posso di'. Ma che tu hae buttato quattro nun m'el leva niciuno da la testa".
Quando arrivava la sera i volti arrossati, gli sguardi assenti di occhi che rimanevano faticosamente aperti, quasi appena sfessurati, l'incedere traballante erano indice indiscutibile che la misura era colma. Ma gli uomini continuavano a bere per forza di inerzia, come automi. Le mani faticavano a portare l'ultimo bicchiere alla bocca e, nel tentativo di trovare l'ingresso tra le labbra protese, parte del vino del bicchiere debordava sul mento, bagnava i colli spiegazzati delle camicie, si disperdeva sul bavero della giacca. Spesso, quando l'ora era già tarda e l'oscurità incipiente, erano le donne che andavano all'osteria a recuperare i corpi inerti dei loro mariti per trascinarli a fatica fin sul letto.
Il gioco della morra era quello che suscitava maggiore interesse nel tempo libero degli uomini della campagna ed era anche quello che provocava le più accese discussioni e diatribe. Il Treglio non era un gigante d'uomo ma era testardo e per nulla remissivo e l'imponenza di Giovanni, il suo avversario, un uomo di un palmo più alto di lui, non gli faceva paura. Lo fissava con espressione arcigna e stringeva i denti per la rabbia repressa mentre masticava nervosamente una cicca di tabacco.
"Ta-tammé nun m'encanti - ripeteva sbiascicando le parole quasi faticasse ad estrarle dalla bocca - Hae buttato quattro".
Era ben piantato sulle gambe divaricate, ma se evitava di oscillare lateralmente non poteva fare a meno di dondolare avanti e indietro e la sua testa andava a toccare quella di Giovanni che a sua volta era piegato in avanti per riprendere il gioco:
"Que fae. Gioche o tucce?" gli disse quest'ultimo grattandosi la fronte.
E la rabbia del Treglio esplose senza freni. Raccolse tutte le forze che si sentiva di avere e con la mano malferma colpì al mento Giovanni spedendolo a terra come un sacco di patate. Il Treglio osservava il rivale sdraiato con gli occhi sbalorditi, quasi incredulo di aver osato tanto e continuava ad agitargli il pugno di fronte agli occhi con le gambe malferme ed il corpo che continuava a pendolare avanti e indietro:
"Ce-ce siente?" gli ripeteva.
Giovanni si rialzò faticosamente, aiutato dai presenti, barcollò, si coprì con la mano la guancia colpita dal pugno, ispezionò la giacca ed i pantaloni sporchi di polvere e si avviò verso casa, imprecando e minacciando.
Dopo alcuni giorni denunciò il Treglio per l'aggressione subita ma s'intromisero gli amici e la mediazione produsse un accordo. Giovanni avrebbe ritirato la querela ma avrebbe avuto dall'aggressore, quale risarcimento, due quintali di concime.
Passarono le settimane, i mesi e dell'episodio nessuno parlò più, gli uomini ripresero i loro normali rapporti e tutto sembrò essere finito nel dimenticatoio.
Ma una domenica, di fronte all'osteria, la discussione tornò improvvisamente a rianimarsi. Giovanni era di nuovo al centro della scena, a strillare e strepitare.
Anche il Treglio era lì, ma un po' defilato rispetto alla mischia, quasi volesse di proposito rimanerne fuori. E quando vide Giovanni che cominciava ad uscire dai binari gli gridò:
"Giuà, que t'arserve 'l chimico?" |
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I maiali "profumati"
La sopportazione dei vicini aveva raggiunto livelli di guardia:
"Orè, 'sti maiali! Fa qualcosa!"
Le case di campagna erano prevalentemente disperse in mezzo ai campi in virtù di una certa cultura urbanistica contadina che poneva l'abitazione al centro del podere. Una scelta di comodo, ovviamente, non disturbata da problemi di sicurezza. C'erano, però, piccoli nuclei abitativi con case distanziate da poche decine di metri o addirittura attaccate, a schiera, e le liti più furibonde, che spesso finivano in tribunale, erano proprio tra questi confinanti.
"Orè, nun posso più aprì la finestra de la cammera! E' 'na vita che 'n se po' fa' più".
Il Treglio aveva messo su una bella stallata di maiali, animali giustamente famosi per la prelibatezza delle loro carni ma anche famigeratamente noti per la puzza che emanano. Ed anche i maiali del Treglio non erano esenti da questo vizio: puzzavano, specialmente nei mesi estivi, quelli più caldi, quelli in cui la fermentazione del letame è maggiore, quelli in cui il fetore entra più facilmente nelle case perché c'è la necessità ed il desiderio di tenere le finestre aperte.
"Orè, c'appeste tutti co' sti maiali. Nun se ne po' più!".
In campagna la gente ha generalmente abituato i loro nasi ad ogni genere di "profumo" naturale, ma ai maiali del Treglio i vicini non riuscivano proprio ad abituarsi ed un giorno si e l'altro pure affrontavano il responsabile e protestavano:
"Fa' qualcosa che la puzza è 'nsopportabbele".
Il Treglio ne aveva piene le scatole. Dei nasi delicati dei suoi vicini non glie ne importava assolutamente nulla, però cominciava a spazientirsi di tutte quelle lagnanze, non riusciva più a sopportarle. Ogni volta che incontrava qualcuno per strada o all'osteria era una lagna che non ti dico: i suoi maiali puzzavano... appestavano l'aria... rendevano insopportabile la vita nelle case... e doveva far qualcosa perché non se ne poteva più.
Quel pomeriggio entrò nell'osteria deciso a chiudere la questione. Girò lo sguardo intorno e vide che, seduti, intenti a bere e giocare a carte, c'erano proprio tutti, tutti quei mariti che per giorni e giorni, spinti anche dalla disperazione delle mogli, lo avevano tediato fino al limite della sopportazione. Ordinò un bicchiere di vino, lo sollevò con le dita e ne bevve un sorso, poi si spostò in mezzo al locale:
"A-a chi è che puzzeno i maiali mia?" chiese forte, con l'aria di sfidare il mondo, sollevando il bicchiere fino all'altezza della testa. Gli sguardi si spostarono immediatamente al centro della sala, concentrandosi sull'uomo che, con un'espressione a metà tra il ghigno del divertimento e la curiosità della reazione, stava sorseggiando il vino e aspettava, navigando con lo sguardo da un volto all'altro.
Le risposte non si fecero attendere, i maiali puzzavano a tutti.
"A-allora c'ho da davve 'na bella notizia - proseguì girandosi intorno a trecentosessanta gradi per guardare negli occhi tutti i suoi compaesani, mentre si strofinava i baffi che sovrastavano la bocca atteggiata ad un leggero sorriso - Da domane nun sentirete più niciuna puzza. M'arriveno 'n carico de maiali che cacheno 'l profumo. L'ho ordinati a Fiorenze". |
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La supposta (1)
Giustina si girò sul fianco dalla parte del marito, raggomitolato sotto le coperte:
"Orè, nun t'arrizze stamatina?"
Per tutta la notte lo aveva sentito tossire convulsamente, agitarsi, respirare con affanno... ed ora era un po' preoccupata. Dalla finestra della camera penetrava, attraverso le fessure degli scuri chiusi, il primo albeggiare del mattino. Di solito il Treglio era già in piedi a quell'ora e lei lo ascoltava mentre dialogava con le vacche, a voce alta, nella stalla che si trovava al piano terra, proprio sotto la camera. Attraverso i mattoni irregolari del pavimento penetravano senza difficoltà, insieme al tanfo inconfondibile dei bovini, i rumori, i versi degli animali e la voce del marito. Per la verità, durante l'inverno, saliva anche un bel tieporino e la camera sopra la stalla era, nelle case coloniche, quella privilegiata, quella riservata alle persone più anziane e più bisognose di rispetto.
"Orè, stè male?"
Dal mucchio di coperte non uscì che un grugnito sommesso. Giustina allungò la mano a cercare la fronte del marito:
"Mamma mia quanto scotte! Tu c'è la febbre- disse quasi piagnucolando- Nun t'arrizzà che ce vo' io a guernà le vacche". Cominciò a vestirsi e continuò a parlare. Un monologo, sostanzialmente, perché Oreste continuava a non dare segni di vita:
"Te l'haio itto io che t'ammalai! Eri fradicio ier sera, quanno se' arvenuto".
Le vacche, spazientite dalla fame e dall'insolito ritardo del pasto mattutino, cominciarono a protestare con qualche muggito e notevoli scalpiccii:
"E steteve zitte che mo' arrio. Mica ve morete de fame?" brontolò ad alta voce la donna mentre si vestiva frettolosamente. Poi uscì.
Oreste, il pomeriggio precedente, era stato sorpreso in mezzo al campo da un acquazzone diluviante. Si coprì alla belle meglio con una giacca appesa sulla testa ma si bagnò ugualmente da cima a fondo, anche perché aveva le vacche e non poteva andare di corsa. Una volta in casa la moglie chiuse la porta dell'ingresso, lo fece andare vicino al fuoco, lo aiutò a spogliarsi, lo asciugò e gli fece indossare abiti asciutti. Ma era autunno inoltrato e le conseguenze del bagno fuori stagione si manifestarono immediatamente nella notte successiva. Mal di gola, raffreddore, mal di testa e, forse, la febbre.
Quando Giustina riapparve nella camera era giorno inoltrato. Il marito era nella stessa posizione in cui l'aveva lasciato:
"Orè, voi magnà qualcosa?".
Da sotto le coperte uscì il solito, incomprensibile grugnito. E poi nulla. Giustina restò dritta impalata ed impacciata accanto al letto, in silenzio, per qualche minuto:
"Voe gì dal medico?"
Ancora un grugnito la lasciò perplessa e senza parole.
Poi uscì, si affacciò al balcone e chiamò ad alta voce:
"Noèèè!". Udita la risposta aggiunse:
"Potete venì giù per piacere?".
Noè, che abitava ad un centinaio di metri di distanza, lasciò perdere nell'aia il lavoro che stava facendo e andò a casa del Treglio:
"Oreste sta male - gli spiegò la moglie - Tammé nun me dà retta. Vue cete la somara. Parlatece, convincetelo a venì tal dottore che sinnò va a finì male. Tammé mesà che c'ha anco la febbre".
Noè si avvicinò al letto senza cautela. Erano vecchi amici:
"Orè, que t'è successo?".
Solo allora si vide un cauto movimento delle coperte. Spuntò fuori un braccio coperto dalla manica della maglia di lana e affiorò anche la testa, fino alla fronte:
"Ier sera me so' trapiato tutto - rispose con un filo di voce - Me dole la testa, la gola, gli ossi. Me pare de morì".
"Alzete che te porto dal medico - tagliò corto Noè - Nun poe sta cucì tutt'ogge. E si te vene 'na polmonite? Doppo t'avrio da portà al camposanto, no tal dottore".
Oreste allungò la testa un po' più fuori dalle coperte, gettò uno sguardo distratto sulla moglie in attesa, accanto all'amico, e disse a mezza bocca:
"Dammi i pagni".
Il dottore lo visitò accuratamente, ma escluse gravi complicazioni:
"Non c'è la polmonite - disse - Soltanto una grave costipazione". Pensò un attimo con la penna in mano nell'intento di scrivere la ricetta, poi depositò la penna sul tavolo e, dal primo scaffale a portata di mano, prese una scatola:
"Tieni - disse - prendi queste per quattro o cinque giorni, una la mattina e una la sera. Dovrebbero bastare. E' un campione gratuito che danno a noi medici, così risparmi qualche soldo".
Oreste se ne andò abbastanza rinfrancato. Lo spettro della polmonite si era allontanato e quella era la notizia che valeva più di ogni cosa.
Dopo tre giorni si ripresentò, però, di fronte al medico più bianco e smunto che mai, con gli occhi infossati e il volto improvvisamente invecchiato, con una folta barba infarinata di bianco:
"Oreste, non stai meglio?" domandò il medico allarmato non appena se lo vide di fronte.
"No dottò, anzi sto peggio".
"Ma non l'hai fatta la cura?"
"Ci ho provato dottò, ma ammasteca ammasteca nun gne l'ho fatta a strozzalla. Ho proato a becce anco 'n bicchiere de vino ma nun m'è volsuta gi' giù".
Oreste fissò spaventato il volto del dottore che si gonfiava rosso paonazzo. Non capiva se era arrabbiato o qualcos'altro:
"Orè - gridò infine il medico, quasi che il Treglio fosse sordo - Sono supposte! Le devi mettere nel buco del sedere, non nella bocca". |
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Il pianto
Il Treglio aveva slacciato i lacci delle scarpe ed assaporava già la delizia che avrebbe provato nel distendere i piedi nudi di fronte alla fiamma del focolare che ardeva con insolito vigore. Ma non fece in tempo a sfilare gli zocchi che sentì della grida di femmine provenire dalla strada:
"Oreste!"
"Oreste, currete!"
Le due donne s' inseguivano nella corsa verso la casa del contadino con urla strazianti, quasi sincronizzate. Quando il Treglio aprì la porta della cucina esse avevano già oltrepassato la metà della scalinata d'ingresso:
"Qu'ete fatto?" chiese l'uomo, sinceramente preoccupato.
"La vacca nostraaa!"
"Ce se moreee!"
"S'è gonfiata commo 'na botteee!"
Le due donne, suocera e nuora, gridavano e, con il fazzolettone che usavano per coprirsi la testa, si asciugavano le abbondanti lacrime che le inondavano il viso.
"Venete giù per piacere!"
"Faceje qualcosa, currete!"
Un po' perplesso, il Treglio non aveva altra scelta che dichiararsi disponibile:
"Pijo la giacchetta" disse.
Dopo un minuto era già fuori con la giacca appoggiata sulle spalle ed il passo stanco trascinato, anche perché aveva dimenticato di allacciare i lacci degli zocchi.
Lungo la strada, le due donne precedevano il contadino e continuarono a piangere e disperarsi per tutto il tragitto. Quando incrociavano un'abitazione, le loro grida aumentavano automaticamente d'intensità fin quando dalle finestre non si affacciava qualche donna che chiedeva immancabilmente:
"Que v'è successo?"
"Ce se more 'na vaccaaa"
"Ce se more! Semo gite a chiamà Oreste si je po' fa qualcosaaa!" e intanto proseguivano quella che era quasi diventata una corsa, tanto che il Treglio faticava a tenerne il passo.
Nella stalla c'erano gli uomini, il vecchio ed il figlio. Salutarono l'ingresso del Treglio con un cenno del capo e rimasero a testa bassa, seduti sugli sgabelli. Le due donne, quando entrarono nella stalla e si trovarono al cospetto dei rispettivi mariti, aumentarono il volume dei loro lamenti:
"Commo staaa?!"
"'nel vedi?" rispose il vecchio, burbero.
"Pora ferella nostraaa!" implorò la nuora.
Il Treglio si avvicinò alla vacca, le strofinò affettuosamente il grosso pancione, le prese la morsa e le aprì gli occhi. Sinceramente non sapeva che fare. Chissà per quale motivo gli era stata ritagliata addosso la fama di guaritore degli animali? Non aveva una minima conoscenza di veterinaria, non era uno stregone, eppure s'era guadagnato la fiducia dei contadini che lo chiamavano ogni qualvolta c'era una bestia che "stava poco bene". Più che all'esperienza, il Treglio non poteva ricorrere e stava cercando nella memoria qualche appiglio per non tradire la fiducia di chi l'aveva chiamato.
"Que dicete?!" lo interrogò la vecchia piagnucolando.
Il Treglio tornò ad osservare il muso della vacca, le aprì gli occhi, prima l'uno e poi l'altro, le aprì la bocca e poi esclamò, quasi distrattamente:
"L'occhio è bello. O-o more o-o campa"
Al sentire la parola "more" le due donne reagirono come punte da una vipera e ripresero a strillare con quanto fiato avevano in gola.
Il Treglio trascorse nella stalla tutta la notte, più per sostegno morale che per necessità. Aveva visto all'opera un veterinario anni prima per un caso analogo e ne scopiazzò qualche movimento sull'esito del quale, lui per primo, non avrebbe, però, scommesso un centesimo. Eppure sembrò funzionare. Nel corso della notte la pancia della povera bestia cominciò a sgonfiarsi gradualmente ed al mattino era quasi ritornata normale.
Le due donne, non paghe di aver pianto ininterrottamente per tutta la notte, quando videro la vacca ritornata quasi normale, abbracciarono calorosamente il Treglio e gli inondarono il volto con calde lacrime di ringraziamento.
Il contadino non tornò immediatamente a casa. Erano già le otto quando aveva ripreso la strada, e decise di fare una puntatina all'osteria. Nel locale c'era soltanto il padrone. Interruppe la pulizia dei tavoli e si mise dietro il bancone:
"Orè, comm'è gita?" chiese riempiendo un bicchiere di vino. Ormai tutto il paese era a conoscenza del grave malore che aveva colpito la vacca.
"Pare che sta bene" rispose il Treglio. Ingoiò tutto d'un fiato il bicchiere di vino e si asciugò la bocca con il dorso della mano:
"Però siente - proseguì - Me saprìa mejo che me morisse uno de casa mia che uno de casa loro pe' nun sentì a piagne quelle du' befane". |
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La motoguzzi
La motoguzzi avanzava sbuffando a velocità moderata ma zigzagando da una cunetta all'altra sulla strada imbrecciata di recente:
"Fratè, nun te pare che fae troppe sturcinelle?", disse il Treglio. Era in sella alla moto, aggrappato ai fianchi del pilota, il fratello Amedeo, e cominciava a preoccuparsi.
"Que, nun te fide? - rispose Amedeo quasi offeso - Quante volte t'ho arportato a casa?".
"Sarà"pensò il Treglio e tacque, ma quella moto che vagava nel buio della strada guidata dalla flebile luce del fanale non prometteva nulla di buono. Quando ci fu il salto nel vuoto i due uomini nemmeno se ne resero conto. Soltanto l'impatto con l'acqua gelida del torrente in cui erano precipitati li fece riprendere contatto con le realtà.
"Fratè, gemo a la fiera domane?". Il Treglio non rispondeva mai di no. La fiera era un'occasione di festa e di allegria che non si poteva tralasciare, anche se trasferirsi da una località ad un'altra costituiva sempre un'impresa che richiedeva un po' di coraggio e molto spirito di sacrificio e di adattamento ma che si trasformava sempre in un avvenimento da ricordare. O perché si acquistavano degli animali o perché si vendevano o perché si rincontrava un amico dopo tanto tempo o perché...
Il Treglio e suo fratello Amedeo non se ne perdevano una di fiera e potevano soddisfare questa loro passione piuttosto agevolmente perché potevano spostarsi abbastanza in fretta con una motoguzzi che Amedeo aveva acquistato investendoci la somma guadagnata con la vendita di un vitello. Il guaio è che questi incontri si trasformavano spesso in una maratona da un'osteria all'altra. Pago io e paghi tu, invito io ed inviti tu e prima di sera ce n'erano ben pochi di contadini che rimanevano sobri ed in grado di tornare a casa senza tentennare.
I due fratelli erano persone affabili, allegre, chiacchierone, compagnone, simpatiche, e prima di sera avevano versato nello stomaco bicchieri e bicchieri di vino.
Tornare a casa in sella alla moto in quelle condizioni costituiva un affronto alla buona sorte.
Quella sera, al ritorno da una fiera in un paese delle Marche, quando era già notte, sul ponticello di un fiumiciattolo nelle vicinanze del paese, ad una decina di Km dalla loro casa, i due fratelli erano finiti nel torrente sottostante dopo un volo di tre metri. Riuscirono a riemergere a fatica sulla riva del corso d'acqua non molto profondo e, bagnati fradici e malfermi sulle gambe, si avviarono per il campo nel tentativo di risalire fin sul ciglio della strada.
Il Treglio piagnucolava con l'anca dolorante ed i brividi di freddo e, con un filo di voce, rimproverava l'audacia del fratello:
"Te-te l'haio itto io che nun gii dritto!"
"M'ha tradito 'na buca, te pijasse 'na paradese" maledisse Amedeo. Procedevano incerti tenendosi a braccetto e barcollando a destra e a sinistra con accellerazioni e frenate improvvise.
Dopo alcuni passi le gambe del Treglio cedettero e l'uomo scivolò fino a terra nonostante Amedeo tentasse disperatamente di sorreggerlo:
"Su, su, Orè-lo incoraggiava cercando di risollevarlo-Tirete su che tocca gì su la strada sinnò c'enfradiciamo tu qui".
Il Treglio raccolse tutte le sue forze ed aggrappandosi al fratello riuscì a rimettersi in piedi. Ma dopo alcuni passi furono le gambe di Amedeo a cedere di schianto:
"Su, su, Amedé-lo incitava il Treglio piagnucolando-Que-que caschi tu, adesso? Tirete su che tocca argisse".
La luna piena illuminava la campagna e le sagome nere dei due fratelli, che avanzavano a fatica e in mezzo al campo, sembravano due anime in pena in cerca di riscatto. Guadagnato a fatica il ciglio della strada, si sdraiarono sulla cunetta finalmente liberi di riposare, sporchi di terra e bagnati dalla testa ai piedi.
Quando arrivò la prima auto, dopo un'ora circa, trovarono le energie sufficienti per rialzarsi, piazzarsi in mezzo alla strada ed alzare le mani per farsi vedere bene. L'autista rallentò ad una decina di metri dalle due sagome nere, incerto sul da farsi ed abbastanza preoccupato per l'improvvisa visione. Poi si avvicinò lentamente, riconobbe i due autostoppisti e li fece salire.
Non avevano riportato ferite gravi ma al Pronto Soccorso ne decretarono il ricovero immediato per ulteriori accertamenti.
"Vi è andata bene - esclamò il medico di turno la mattina successiva - Vi potevate essere ammazzati. Lei, però, mi deve spiegare come avete fatto a non affogarvi dentro il torrente dopo un volo di tre metri".
"Fra-fratemo 'n'el so. Ma tamme 'nte la bocca nun me ce n'entrava manco 'na goccia d'acqua perché ero pieno de vino fin tu qui" rispose il Treglio portandosi la mano sul collo, proprio sotto il mento. |
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Il campo seminato
La minaccia era seria ed era stata replicata in diverse circostanze.
"Nun t'azzardà a passà pel campo mio che te ce stenno co' 'na fucilata".
Cesarino non aveva alcuna intenzione di scherzare ed il Treglio perse la sua solita baldanza.
La campagna intorno al paese era frazionata in centinaia di fazzoletti di terra di proprietà diverse e le liti per un passaggio non concesso, un'invasione non autorizzata, uno sciacquale che portava l'acqua dalla parte sbagliata non finivano mai.
Anche il Treglio e Cesarino avevano diversi terreni confinanti. C'era un campo, in particolare, che non faceva dormire sonni tranquilli ad uno dei confinanti. Un quadrato di terra che da un lato era addossato ad un bosco e dagli altri tre era circondato dalle proprietà di Cesarino. Se il Treglio voleva arare, seminare, raccogliere i prodotti su quel terreno doveva necessariamente attraversare la proprietà del vicino. E Cesarino non voleva più concedere il passaggio. Troppi erano stati i dispetti, gli sgarbi, le offese che aveva subito dal suo dirimpettaio ed ora, con un solo colpo, voleva assaporare il dolce gusto della vendetta. L'aveva atteso quel momento, ci aveva pensato ogni volta che il Treglio si era preso gioco di lui, ed ora provava una gioia sottile e cinica nell'osservare l'uomo che si rodeva il fegato per dover lasciare bruciare al sole quel pezzo di terra senza poterlo sfruttare.
"Provaci - gli aveva detto Cesarino - Tu prova ad attraversà il campo mio e te fulmino co' 'na fucilata 'nte miezzo la fronte".
"Questa non è la solita sbruffonata" pensò il Treglio, e non se la sentì di provocarlo. Avrebbe atteso il momento più opportuno.
Era da un po' di tempo che Cesarino soffriva per violentissimi dolori allo stomaco. Sua moglie cercava di sdrammatizzarne i lamenti.
"Nun è gnente-gli diceva- Sarae 'mbarazzato. Purghete" e gli somministrava un abbondante cucchiaio d'olio di ricino.
Ma invece di diminuire, il mal di stomaco aumentava e finalmente Cesarino decise di recarsi in città per consultare il medico.
Il dottore lo visitò, scrisse frettolosamente qualcosa su un foglio e glie lo passò:
"Vai all'ospedale - gli disse - Con questo foglio ti ricoverano e poi mettiti nelle loro mani. Hai una brutta ulcera, Cesarì. Ti devi operare".
"So' contiento pe' mojema che 'n ce credia!" esclamò il contadino, ma poi cominciò a sudare a freddo Non aveva mai subito un'operazione. Mille interrogativi si affollavano nella sua mente confusa. Si sarebbe risvegliato? Avrebbe provato dolore? Ma decise, nonostante tutto, di seguire le indicazioni del medico. Andò tutto bene, l'intervento non ebbe complicazioni.
Trascorse le due settimane di degenza, Cesarino tornò finalmente a casa, riprese cautamente, giorno dopo giorno, la vita di sempre e, dopo alcune settimane di convalescenza, andò ad ispezionare la "verginità" del suo campo.
Fu sufficiente un rapido sguardo per rendersi conto che sul terreno del Treglio erano spuntate migliaia di piantine di grano. Sgranò gli occhi dalla sorpresa e strinse le mascelle per la rabbia. Com'era possibile che fosse nato il grano senza che fosse stato seminato? E come era stato possibile seminarlo senza attraversare il suo campo? Indignato, denunciò il suo confinante e due litiganti si ritrovarono, per l'ennesima volta, di fronte al pretore.
Il Treglio negò decisamente l'evidenza:
"I-io nun so' passato pel campo suo" diceva energicamente alzando il tono della voce ed indicando la controparte con la berretta in mano.
"Ma allora spiegatemi-chiese pazientemente il giudice piuttosto divertito- Se l'unica possibilità per accedere al vostro terreno è quella di attraversare il campo del signor Cesarino, mi potete spiegare come avete fatto a seminare il grano sul vostro campo senza passare su quello del vostro vicino?".
"Io-io so' cacciatore signor giudice - spiegò il Treglio senza scomporsi - Ho-ho preso il fucile e ho sparato 'n po' di chicchi de qua e 'n po' de chicchi de là... e cucì ho sumentato 'l grano". |
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La buca
L'osteria era più che mai affollata. L'appuntamento del sabato sera costituiva un'occasione inviolabile per ritrovarsi insieme tra gente che durante la settimana si spezzava la schiena nei campi, dietro ad un aratro. I tavoli intorno ai quali sedevano i giocatori di carte erano avvolti dal fumo denso delle sigarette, dei sigari, delle pipe in un'atmosfera quasi irreale. Le voci erano sommesse, ma ogni tanto si alzavano, improvvise, urla di scherno o di rimprovero a commentare le varie fasi del gioco. Sui tavoli campeggiavano bottiglie di vino e bicchieri mai pieni. Il Treglio era appoggiato, di fianco, al tavolo dell'osteria. Il braccio destro, posato sul bancone, reggeva in precario equilibrio un bicchiere di vino appena riempito dall'oste. Gli occhi erano semichiusi, con le labbra che stringevano a fatica un mozzicone di sigaretta che sembrava lì lì per cadere. Di fronte a lui, in posizione simmetrica, Cesarino, il vicino di casa, si era portato l'ultimo bicchiere alla bocca e, incurante dei rivoletti di vino che gli scivolavano sul mento per finire la loro corsa sulla camicia e sul pavimento, aveva vuotato il bicchiere tutto d'un fiato. Poi si asciugò strofinandosi la bocca ed il mento con il polso della giacca del braccio destro ed appoggiò il bicchiere vuoto sul bancone:
"'N ciarfacemo?"Le parole erano uscite a fatica dalla bocca del Treglio, quasi fossero state arrotolate da una ruota dentata, ma Cesarino intuì la richiesta:
"E arfacemmece. Però stavolta tocca ta mé".
"E sci tocca ta te, ta te sia - replicò il Treglio - Io nu-nun m'offenno".
I bicchieri furono di nuovo pieni:
"Orè, mesà che hae accimato!" l'apostrofò l'oste.
Il Treglio lo inquadrò con lo sguardo penetrante e lo indicò minaccioso con l'indice della mano destra malferma:
"Tu-tu fatte i fatte tua".
"Pe' argitte stasera toccherà attaccà 'na treggia" replicò l'oste.
Il Treglio lo ignorò e si concentrò sul bicchiere di vino portandolo a fatica all'altezza della bocca. Sul pavimento, tra lui e Cesarino, il vino che ogni volta debordava dai bicchieri aveva formato una piccola chiazza bagnata:
"Enno le una - disse infine Cesarino consultando la cipolla estratta dal taschino del panciotto - Me tocca argimme, sinnò con que la bestia de mojema chi ce combatte?".
"M'arvengo anch'io" esclamò il Treglio. Si diressero barcollando verso l'uscita. Fuori la strada bianca era illuminata dalla luna piena. I due uomini si avviarono con passo deciso in direzione delle loro abitazioni. Avrebbero dovuto percorrere all'incirca un Km. Camminavano fianco a fianco, ondeggiando a destra e a sinistra, malfermi sulle gambe. Ad un certo punto il movimento ondulatorio era talmente sincronizzato che andavano all'unisono verso l'interno della strada, si davano poderose spallate e si respingevano violentemente verso le opposte cunette. Nessuno dei due parlò per un lungo tratto:
"Ciò da fa' 'na fecenna" disse il Treglio ad un certo punto girandosi verso la cunetta e slacciandosi a fatica i bottoni dei pantaloni:
"Cesarì - esclamò qualche istante dopo piegato su se stesso - Tuquì mesà che è 'n affare. 'N s'artrova gnente".
Finalmente riuscì nell'intento e quando si riposizionò in carreggiata per riprendere la marcia si guardò intorno, perplesso:
"Te scappaa anco tatté?" disse ispezionando con lo sguardo la strada per scorgere l'amico. Ma di Cesarino non c'era traccia.
"Cesarì - esclamò con un tono di voce più deciso - E du se' gito a piscià, giù l'inferno?".
Si avvicinò alla cunetta verso valle, per controllare il campo sottostante:
"'N sarae gito 'ntel campo?". Non ottenne nessuna risposta.
"Di là c'è 'n greppo de du' metri. Nun ce po' esse". Nonostante l'abbondante bevuta, all'uomo non mancava un minimo di lucidità per analizzare la situazione:
"Me toccarà artonnamme" disse, infine, seguendo a ritroso la strada e chiamando ripetutamente l'amico. Dopo una cinquantina di metri percepì la flebile voce dell'uomo:
"Du sae?"
"Tu qui" rispose Cesarino.
"Tu qui do'?" replicò il Treglio, che non vedeva anima viva sulla strada.
"Nte la buca" gridò Cesarino.
Il Treglio si avvicinò cautamente al ciglio della strada dove degli operai avevano scavato, il giorno prima, una cavità profonda un paio di metri per conficcarci un palo della linea della corrente elettrica che stava per essere installata. I raggi della luna non riuscivano ad illuminarne l'interno ma il Treglio intuì ugualmente la presenza dell'uomo:
"Te pijasse 'na paradese - disse - Nun la potii fa' su la strada? C'era bisogno de finì drento tu lì".
"Me c'è buttato tu co 'na spallata quanno camminiamo - protestò Cesarino - Aiuteme, famme arvenì su".
Il Treglio si accucciò vicino al bordo della cavità e allungò il braccio verso la mano tesa di Cesarino:
"Nun c'arrio" mugolò l'uomo nella fossa.
Il Treglio si sporse un altro po', troppo per mantenersi in equilibrio, e capitombolò sul fondo, accanto a Cesarino.
Li ritrovarono l'indomani mattina le loro mogli che, allarmate per l'assenza prolungata, avevano percorso a ritroso la strada fino all'osteria.
"Senno argiti verso mezzanotte" aveva detto l'oste.
"Erano 'nbriachi?"
"Eh!" aveva grugnito l'oste accompagnando l'espressione con un gesto inequivocabile. E le due donne avevano capito.
Setacciarono i fianchi della strada metro per metro, scrutando tra i cespugli che ricoprivano le scarpate laterali. Finché li trovarono sdraiati sul fondo della buca, ancora immersi in un sonno profondo.
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La pipa
Il Treglio era un malato modello. Prendeva tutte le medicine che i sanitari gli avevano prescritto, stava a letto quando gli dicevano che non si doveva alzare, faceva tutte le analisi che doveva fare e non dimostrava mai impazienza. Oltretutto, malattia a parte, all'ospedale ci si trovava proprio bene. Quando mai avrebbe potuto mangiare a casa tutti i giorni primo, secondo, contorno, frutta...
C'era un solo handicap che lo assillava. Non poteva fumare. Doveva rinunciare alla sua "pippa", uno dei piaceri assoluti al quale non avrebbe mai rinunciato. Ogni tanto faceva qualche rapido bliz al bagno dove furtivamente accendeva, s'inebriava aspirando con avidità qualche boccata di fumo e poi spegneva, rimettendo tutta l'attrezzatura nella tasca del pigiama.
Anche quel pomeriggio, come tutti gli altri, era sdraiato sul letto, sopra le coperte e contemplava il soffitto, immerso nei suoi pensieri:
"Che-che voglia de fumà!" sospirò, girandosi verso il suo vicino di camera, un ometto anziano, sofferente di cuore.
"E facevvela 'na fumatina -gli rispose il vecchio - chi ve vede?"
"C'è quella monnicaccia ch'è furba commo 'l diavolo - rispose il Treglio - Si se n'accorge senti tu che solfa!".
"Ma so le due ancora - lo incoraggiò il vecchio - Lia prima de le quattro nun se fa vedé. Doppo apri 'ntantino la finestra e nun se sente gnente".
"Ta-tavvue nun ve da' fastidio?"
"Stete tranquillo carino - disse il vecchio - Per me potete fumà quanto ve pare".
"Allora quasi quasi ce provo. Pijo la pippa e facemo 'sta fecenna"
Si alzò, chiuse la porta della camera, prese dal comodino la pipa già carica di tabacco ed i "fulminanti", aprì la finestra perché tanto era una bella giornata di sole e, appoggiato sul davanzale, diede fuoco alla ciminiera aspirando ampie boccate di fumo che poi soffiava con forza, per limitare al minimo la presenza di fumo nella camera.
"Sicuro che nun ve fa male, è?" disse ancora al vecchio rannicchiato sotto le coperte.
"Tamme nun me fa male più gnete ormae" fu la flebile risposta.
Il Treglio, comunque, non approfittò della situazione in maniera eccessiva e non aspettò che la ciminiera esaurisse il contenuto. Dopo pochi minuti la svuotò gettando il tabacco ancora fumante fuori dalla finestra. Quindi chiuse le imposte, ripose l'attrezzatura nel comodino, si rimise a letto e si assopì per la tradizionale pennichella pomeridiana.
Fu svegliato di soprassalto dalla porta della camera che si aprì rumorosamente, spinta senza delicatezza. Era la suora che, con procedere autoritario, era penetrata nella cameretta come un ciclone:
"Che puzza di pipa!" esclamò annusando l'aria come un segugio.
"Eh soré - rispose prontamente il Treglio - Sarà la vostra che nualtre nun ce l'emo".
Fatto un rapidissimo dietro front, la suora, rossa paonazza di vergogna e di rabbia, fuggì dalla camera, inseguita dagli ammiccamenti sarcastici dei due infermieri che l'accompagnavano. |
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L' ubriaco
La voce del Treglio, con le parole impastate e un po' strascicate, giunse forte e chiara alle orecchie della moglie raggomitolata tra le lenzuola e ancora sveglia.
"Giustì, opreme!".
La finestra della camera era proprio al di sopra della porta di ingresso, che venne scossa con violenza dai calci dell'uomo:
"Ariè 'mbriaco!" maledisse la donna con le lacrime che già le inumidivano gli occhi.
"Giustììì! Opreme! Nun siente!"
La donna si strinse ancora di più sotto le coperte per allontanare quel lamento insopportabile che le penetrava nelle orecchie:
"Nun t'opro manco si vene giù 'l Padreterno - sussurrò a se stessa sotto le coperte - Schiatta de fora".
L'aveva giurato una settimana prima.
Oreste era rientrato in casa a mezzanotte, con gli indumenti fradici di pioggia, gli stivali imbrattati di fango e la solita espressione beffarda di chi non ha niente da giustificare a nessuno. Giustina era scesa ad aprire il portone e le era quasi caduto ai piedi, incapace di reggersi senza un appoggio:
"S'è più fradicio de vino che d'acqua" le aveva urlato in faccia disperata, ma non poteva lasciarlo lì per terra, appena varcato l'ingresso. Lo sollevò a fatica e, con la vista annebbiata dal pianto ed uno sforzo sovrumano, si avviò su per la ripida scalinata che conduceva alla camera trascinando il marito con una mano e aggrappandosi con l'altra al corrimano. Raggiunto il letto, sdraiò Oreste sopra le coperte come un sacco inerme.
Ripensando alla scena, Giustina rabbrividiva ancora di rabbia e di disprezzo. La coperta e le lenzuola erano fradici di acqua e impastati di fango. Gli stivali non riusciva ad estrarli dai piedi perché Oreste non faceva la minima resistenza. Quando lei tirava lo stivale, si spostava tutto il corpo del marito che rischiava di cadere per terra. Eppoi. la difficoltà nel sollevare quel corpo inerme per togliergli gli abiti bagnati e rivestirlo, i movimenti eccessivi che ne avevano provocato uno schifoso conato di vomito sul cuscino, la fatica nel ricambiare tutte le lenzuola e le coperte...
"Giustìììì! Nun m'arropre?".
"Crepa!" gridò la donna sollevandosi a sedere. Non aveva cedimenti nella propria coscienza. Più sentiva la voce sbiascicata del marito e più aumentava in lei la determinazione e la rabbia.
"Opreme, te piasse 'n canchero!"
"Crepa! - replicò la donna indignata - Te l'haio itto che s'arvenii 'mbriaco anche stasera te chiudeo de fora. Va a dormì giù la stalla".
Guardò la sveglia. Era mezzanotte appena passata. Tese l'orecchio per ascoltare eventuali movimenti che giungessero dalla camera dei figli e tornò a rifugiarsi sotto le coperte.
"Si nun m'opri me butto 'nte la troscia" .
"Magara la Madonna me facesse sta grazia" gridò Giustina sollevando la testa per farsi sentire meglio dal marito attraverso la finestra aperta.
Seguirono diversi minuti di silenzio assoluto, rotto dal gracidare delle rane che stazionavano allegre nel piccolo stagno vicino casa. Prima che l'acquedotto comunale conducesse l'acqua in ogni abitazione, ogni casa colonica aveva nelle sue vicinanze una troscia, un piccolo laghetto di acqua stagnante che si riempiva con le piogge, regno incontrastato di oche ed anatre.
Quando Giustina udì lo "splasc" fragoroso dell'acqua sentì il cuore impazzire per lo spavento:
"Madonna mia, sto matto ha fatto sul serio" farfugliò tremando e poi cominciò a gridare:
"Oreste! Oreste, que hae fatto!" Scese a precipizio le scale con le due grosse mammelle che le ballavano libere sotto la lunga camicia da notte, aprì il portone e, seguendo il percorso rischiarato dalla luna piena, si diresse correndo, scalza, verso il piccolo stagno. Poi si fermò di botto perché alle sue spalle aveva avvertito il colpo secco dello sbattere della porta. Con il cuore in tumulto ed il respiro affannato, girò lo sguardo dalla troscia alla porta di casa, ormai chiusa. Poi alzò gli occhi e vide il marito affacciato alla finestra:
"Vacce tu a dormì 'nte la stalla" le gridò e chiuse le imposte.
Tornò sui suoi passi e tentò di aprire il portone, ma invano. Non provò nemmeno a chiamarlo il marito. Tanto sapeva che sarebbe stato inutile. |
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La supposta (2)
Il Treglio era seduto sul bordo del lettino dell'ospedale con le braccia abbandonate sulle ginocchia, il volto un po' emaciato ed il pallore in parte nascosto dalla folta barba bianchiccia.
"Allora Oreste, come andiamo? Sta febbraccia è partita finalmente?"
Il medico aveva preso in mano la cartella clinica appesa in fondo al letto e continuava ad interrogarlo senza guardarlo e senza attendere le risposte:
"E' due giorni che non hai più la febbre. Ormai ci siamo. Domani, se non ci sono complicazioni, puoi anche tornare a casa".
Il Treglio finalmente s'illuminò sul volto ed il sorriso radioso lasciò scoperti gli ultimi spuntoni, anneriti dal tabacco, che resistevano eroicamente nella bocca devastata dalla carie:
"Bisogna farsi la dentiera, Oreste, non puoi andare avanti a forza di minestrine e pancotto" lo ammonì il dottore, mentre gli si avvicinava. Oreste si mise a sedere sul letto ed il medico gli sollevò la maglia di lana per esplorargli le spalle.
"Ho messo da parte quattro soldarelli- promise il contadino- quanno scappo vo' dal dentista e me la fo".
Il medico lo invitò a sdraiarsi, gli sollevò la maglia fin quasi all'altezza del collo e gli ascoltò i battiti del cuore:
"Tutto a posto- disse- non hai più niente. Domani ti mandiamo a casa".
Tornò ai piedi del letto seguito dallo sguardo vigile del Treglio, prese la cartella e cominciò a scrivere:
"Allora Oreste, mi raccomando- disse, mentre la mano scorreva velocemente sulla cartella -Fuma poco e bevi ancora meno. Per le medicine ti scriveremo tutto su un foglio che farai vedere al tuo medico personale. Per oggi continua con le supposte e le capsule".
Il Treglio tirò un profondo sospiro di sollievo. Finalmente a casa! Anche se le forze lo avevano un po' abbandonato, si sentiva veramente meglio. La brutta bronchite che aveva rimediato e che ogni tanto tornava ad infastidirlo sembrava scomparsa. Niente più tosse e niente più febbre.
Il medico stava già visitando il vecchietto del letto accanto quando al Treglio venne in mente che quella mattina non aveva ancora messo la supposta che l'infermiera gli aveva posato sul comodino:
"L'ha metto subbeto - brontolò tra sé - sinnò m'ariscordo anco doppo".
Si infilò sotto la coperta, prese la supposta, la scartò e poi se l'appoggiò alle labbra.
"Oreste, cosa fai - gridò il medico che nel frattempo ne aveva intravisto le manovre - Quelle sono supposte. Mica le devi mettere in bocca?".
Il Treglio sorrise, con l'espressione ironica di chi la sa lunga:
"Dottò' - rispose prontamente - Que-que ve credete che so' stupeto? Ma 'n'el sapete che si nun gne se molla 'n po' la testa nun ce n'entra?". |
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La giacchetta
La piazza era gremita di gente. Le bancarelle avevano lasciato poco spazio al via vai della fiumana umana che s'incrociava allegra, si salutava, si scambiava battute, si spostava da un punto di vendita all'altro, contrattava il prezzo, si informava sui prodotti esposti. Era la fiera, con tutto il contesto immaginabile che una simile parola può suscitare in termini di simpatica confusione.
Il Treglio non aveva fatto in tempo a scendere dal postale che si era ritrovato con un bicchiere di vino in mano di fronte al bancone di un'osteria:
"Nun me posso abbadà" aveva supplicato gli amici che lo invitavano a partecipare ad un altro turno di bevuta.
"M'ho da gì a comprà 'na giacchetta" aveva specificato di fronte alle insistenze petulanti di una mano che lo tratteneva per il braccio con eccessivo zelo.
Liberatosi finalmente della compagnia, s'immerse nella fiumana che si spostava lentamente lungo il corso e puntò deciso verso la prima bancarella che esponeva appese diverse giacche. Il venditore era impegnato a trattare con una signora ed il Treglio decise di anticipare i tempi servendosi da solo. Spiccò una giacca e l'infilò, ma non riuscì ad allacciarla. La misura delle maniche sembrava giusta, anche come lunghezza copriva tutto il necessario, anzi si allungava fino alla coscia, ma lì, sulla pancia, non era caso di poterla allacciare. A malincuore l'uomo la reinfilò sulla stampella e ne provò un'altra, ma il risultato era sempre lo stesso: non riusciva ad infilare i bottoni nelle rispettive asole. Rinunciò sfiduciato all'impulso di provarne una terza e, convinto che quella bancarella non avesse una taglia adatta a lui, si spostò e andò a visitare un secondo ambulante.
Ma sembrava una giornata decisamente negativa per il contadino, perché anche le altre tre giacche che provò ad indossare avevano lo stesso difetto: non arrivavano di pancia, erano troppo strette ed anche quelle che sembravano, alla vista, abbastanza ampie si allacciavano appena e mostravano un effetto ridicolo, anche per uno come il Treglio che non aveva certo pruriti incofessati di vestire alla moda:
"Sta a vedè che ogge nun riesco a trovà 'na giacchetta che fa per me" brontolò allontanandosi dalla bancarella prima che l'ambulante facesse in tempo a chiedergli quale fosse il problema.
Fu attratto, pochi metri più avanti, da una vasta esposizione di giacche, tutte accuratamente allineate e ben stirate, catalogate in scale di colori graduati. Al di là del bancone un'anziana signora stava tranquillamente seduta sferruzzando su una maglia color crema, apparentemente indifferente a quanto accadeva intorno alla sua esposizione. Il Treglio pensò che non fosse il caso di disturbarla e, così come aveva fatto in precedenza, prese una giacca e l'infilò: niente, non andava, era troppo stretta. Quasi con frenesia, sopraffatto ormai da un sentimento di dispetto, l'uomo ne prese un'altra e poi un'altra ancora fin quando la donna perse la pazienza:
"Oé, quell'omo, nun ve pare de fa' 'n po' troppa confusione. Mica enno i stracci de casa vostra!".
Il Treglio arrossì e si arrestò contrito e mortificato con l'ultima giacca in mano appena sfilata perché, pensate un po', era troppo stretta.
"Scusate" rispose a mezza bocca rimettendo a posto l'ultimo capo indossato.
"Que problema c'ete - continuò la donna - Perché nun ve ne va bene manco una?".
"Me stonno tutte piccole - spiegò il Treglio con tono quasi implorante - Nun m'arrieno de trippa. Guardate anco vue".
Infilò l'ennesima giacca, provò ad allacciarla e, pur restringendo la pancia fin quanto poteva, i bottoni faticavano a tenere unite le due parti.
"Guardate" replicò verso la donna. Ma rimase a braccia aperte, con lo stupore dipinto sul viso, perché la donna era esplosa in una risata fragorosa e quasi irrefrenabile. Aveva chiamato anche una vicina per condividere quella gioia e quel divertimento così forte:
"Ma si nun ve levate il tascapane dalla schina certo che ve stonno tutte strette" riuscì infine a dire a fatica.
Il Treglio si sentì avvampare dalla vergogna dalla testa ai piedi ed il viso, pur temprato da giornate e giornate trscorse nei campi sotto il sole di luglio, sembrava immerso in un forno a 100 gradi. Senza riuscire a proferire una sola parola di giustificazione, sfilò la giacca, ne chiese il prezzo, pagò e se ne andò, senza riuscire a guardare negli occhi la donna che l'aveva così pesantemente mortificato. |
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Fulmine o fulminante?
L'aria era calda, afosa. Giorni e giorni di solleone avevano trasformato la campagna in una vasta estensione di terra bruciata.
I contadini erano disperati. Settimane e settimane di siccità rischiavano di mandare in malora un'intera annata di fatiche, spese e sacrifici.
Il Treglio, seduto sul balcone di casa, gustava le ampie boccate di fumo che uscivano dalla sua pipa ormai consunta.
Il contadino aveva cinquant'anni ma la fronte stempiata, il viso scavato e coperto da una folta peluria ormai bianchiccia, l'aria dimessa, quasi rassegnata lo facevano sembrare un vecchio al capolinea. L'uomo soffiava fuori dalle labbra le nuvolette di fumo con la mente assorta e lo sguardo fisso in un punto preciso di fronte a lui.
L'annata non era stata delle migliori. I raccolti erano stati scarsi. Sua moglie aveva trascorso diverse settimane in ospedale, c'era voluta qualche spesuccia extra e l'orto era stato un po' trascurato.
Eppoi c'era Giovanni, il figlio maggiore, che scalpitava. Aveva venticinque anni e l'energia di un toro. Lavorava nei campi da mattina a sera ed ora voleva sistemarsi. Si era messo a far l'amore con Luisa, una ragazzotta del paese, giovane conosciuta, sicura, proprio quella che ci voleva per lui. Ma il Treglio non sapeva come fare. L'ambiente per ricavare una camera nella vecchia casa c'era, ma occorreva fare qualche lavoretto di manutenzione. Il pavimento poteva anche andare ma le pareti dovevano essere imbiancate, il tetto andava rinforzato, bisognava acquistare la camera.
E per lo sposalizio c'era da organizzare un pranzetto per i parenti. Oche e galline non sarebbero bastate. Qualcosa bisognava pur comprare. E quindi i vestiti per lo sposo, per lui e sua moglie, per gli altri quattro figli più piccoli. Che indecenza sarebbe stata se si fossero presentati in chiesa con gli stessi abiti che indossavano ormai da anni?
Spese che non avrebbero richiesto un patrimonio ma per il Treglio rappresentavano un ostacolo quasi insormontabile. Il suo forziere, una cassetta di legno che nascondeva sotto il letto, ormai non lo chiudeva più neanche a chiave. A che pro, se non c'era una lira? A Giovanni glie l'aveva spiegata la situazione ma il ragazzo non sentiva ragioni. Voleva sposare la sua Luisa. Non c'erano i soldi? Pazienza:
"Me la porto via" aveva promesso. E quindi niente cerimonia e niente spese. Ma la camera sì, quella la voleva. Dove sarebbero andati a dormire? Il Treglio aveva piegato la testa, quasi umiliato per non poter soddisfare quell'innocente e giusta richiesta, ed era stato pugnalato al cuore da una minaccia che lo aveva messo in costernazione:
"Se non mi aiuti tu me ne andrò di casa, andrò da Luisa. I genitori sua m' honno promesso che la cammera ce la donno".
Il padre era rimasto di sasso, senza parole, con un dolore profondo nel petto asciutto. Non un dolore fisico, ma qualcosa di indefinibile e di opprimente:
"Ce-ce credo - aveva mormorato tra sé battendo i pugni sul tavolo - Gne pare 'l vero de mettese drento casa du braccia commo quelle del fijio mia. Ma nun l'avranno vinta. Dovussi gi' a rubbà".
Mentre aspirava profondamente l'acre sapore del fumo pensava a Giovanni, a Luisa, alla camera da acquistare e guardava fisso il pagliaio di fieno ad una cinquantina di metri di distanza, di fronte alla casa. L'aveva ammucchiato un po' distante dall'aia, emarginato, quasi predestinato, ai limiti di un campo di grano ormai mietuto. Era un fieno che non si era maturato tanto bene. Prima della raccolta era stato ripetutamente bagnato dalla pioggia ed il contadino ne aveva dovuto bruciare parecchio perché presentava vaste tracce di muffa.
Il Treglio osservava pensieroso il pagliaio e lo cominciava a guardare con occhi diversi, quasi con tenerezza.
La memoria correva indietro nel tempo, al freddo pomeriggio poco prima di Natale di tre anni prima quando non seppe resistere alle insistenze di un signore in giacca e cravatta che gli proponeva di sottoscrivere una polizza di assicurazione contro gli incendi.
L'uomo alzò lo sguardo verso il cielo finalmente addensato di nuvole, ascoltò il brontolio sommesso di un tuono lontano e ripose la pipa nel taschino dopo averne scaricato il contenuto battendone il braciere sul muretto del ballatoio. Fissò ancora il mucchio di fieno prima di alzarsi e balbettò:
"Ce cascasse 'n fulmene!"
Scese le scale, s'infilò nella cantina e puntò come un segugio un grosso topo che all'apertura della porta si era messo in prudente attesa sulla parete alla sinistra dell'entrata.
"Nun te move che te fulmino" sibilò il contadino e, girandosi con movimenti cauti quasi impercettibili, afferrò una scopa appoggiata al muro vicino alla porta e lasciò partire un colpo secco che non lasciò scampo alla panticana che cadde a terra stordita. Ma non era ancora morta. Il Treglio la sospinse con la scopa fuori dalla porta e ne controllò le reazioni.
"Ancora c'hae voja de' campà? Adesso te fo vedé io" balbettò, illuminato da un'idea. Prese una bottiglia di benzina che usava per riempire l'accendisigari ed innaffiò abbondantemente il topo su tutto il corpo. Poi prese un fiammifero, lo accese e lo gettò sull'animale, apparentemente esanime a terra. In un attimo il Treglio vide partire di fronte a sé come un razzo una palla di fuoco che si diresse fulminea verso il campo e andò ad infilarsi nel pagliaio.
Quando, dopo pochi minuti, vide del fumo alzarsi dal monticello di fieno se ne guardò bene dall'intervenire. S'infilò nella cantina e aspettò. Soltanto quando Michela, la vicina di casa, lo chiamò a gran voce annunciandogli l'incendio il Treglio mise il naso fuori dalla porta. Ma ormai le fiamme non erano più domabili, il pagliaio era già quasi completamente distrutto.
Il Treglio si sforzò di far assumere al volto un'espressione dispiaciuta, ma la sua mente già volava lontana e immaginava letti e armadi, quelli che avrebbe finalmente avuto la possibilità di acquistare per far sposare il suo impaziente primogenito.
Il maresciallo finì di scrivere l'intestazione di un foglio e poi fissò l'uomo, seduto di fronte a lui, con il berretto sgualcito dalle mani agitate in maniera eccessiva. Il maresciallo sfoderò un ampio sorriso ma il Treglio non abbandonò la sua diffidenza. Ricordava perfettamente cos'era accaduto ad un suo compaesano l'anno precedente:
"Chi ha dato fuoco al pagliaio?" aveva chiesto bruscamente un carabiniere al figlio di Peppino.
"Io nun so' stato, è stato babbo" aveva risposto il ragazzo, e addio soldi dell'assicurazione:
"Tammé nun me freghi" pensò il Treglio.
"Allora, signor Oreste, ci può spiegare come è avvenuto questo incendio?"
L'uomo fissò il maresciallo dritto negli occhi, con un'espressione più divertita che intimorita, anche perché il volto sorridente dell'uomo in divisa gli era sembrato stranamente amichevole:
"Marescià - rispose tranquillo il contadino - Io nun n'el so perché ero drento la cantina e num me so accorto de gnente. Ma le cose enno due: o fulmine o fulminante".
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La cagnetta
I lamenti del Treglio si perdevano, strazianti, nella brezza mattutina.
"Celletta mia!!! Que t'honno fatto, carina! Celletta mia bella!"
"Orè, que t'è successo!"
"Orè, qu'ae fatto!"
Le voci delle donne che si rincorrevano da una casa all'altra s'incrociavano nell'aria con i gemiti del Treglio, in una confusione di suoni allarmanti e sinistri, ed il figlio Giacomo aveva il suo daffare nel rispondere a destra ed a sinistra per urlare la spiegazione di quanto stava accadendo a casa sua.
Oreste era nell'aia, inginocchiato per terra nell'erba bagnata e fredda per la rugiada mattutina, e teneva in braccio la cagnetta ormai esanime. Sul collo, un grosso taglio, evidenziato da un'abbondante fuoriuscita di sangue che aveva macchiato il manto candido, ne testimoniava la causa del decesso. Il contadino la stringeva al petto mentre lacrime abbondanti gli scendevano sulle guance e gocciolavano sul corpo dell'animale.
Era inverno e la cagnetta, una bastardina affezionata e brava nel fiutare i lepri, che il Treglio aveva soprannominato "Celletta", aveva trovato rifugio nell'aia, in una buca ricavata nel pagliaio di fieno. La notte, per riscaldarsi, si nascondeva nella buca e vi rimaneva fino all'alba.
Giacomo, un figlio del Treglio, si alzava di buon mattino per dar da mangiare alle vacche e la prima operazione che doveva svolgere era il taglio del fieno. Si recava nell'aia e con forti colpi ben assestati infilava la lama della tagliafieno sui fianchi del pagliaio. Uno dei colpi, più forte degli altri, trovò, quella mattina, poca resistenza e la lama sprofondò veloce giù fino alla buca che ospitava il cane ancora addormentato. La punta affilata della lama s'infilò nel collo di Celletta che ebbe appena il tempo di guaire ed ora era lì, ancora sanguinante, tra le braccia del suo padrone, mentre Giacomo era rimasto come paralizzato, incapace di una qualsiasi forma di reazione, incerto nel capire se il dolore più atroce fosse quello per la perdita della cagnetta o nell'aver reso il padre così disperato.
Poi si fece coraggio, strappò l'animale dalle braccia del padre e si allontanò verso il bosco:
"Nu-nun vojo vedé do' la sotterr - gridò il Treglio - Nun n'el vojo sapé" e se ne andò dalla parte opposta, verso casa.
Giustina, la moglie, era assente dal giorno prima. Era andata a casa del suo anziano genitore, residente in un paese ad una decina di Km di distanza e gravemente malato. Non tornò che la sera successiva. Quando mise piede in cucina e vide il marito seduto davanti al focolare, si abbandonò su una seggiola piangendo a singhiozzo con la testa tra le mani.
"Que hae fatto?" le domandò incredulo Oreste, piagnucolando a sua volta.
"Babbo è morto!"urlò la donna.
"Ma almeno lue stia male - ribattè il marito con la voce rotta dal pianto e dalla disperazione ancora viva - Celletta mia che n'aia gnente, allora....?!". |
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Il dazio
Il dazio! Che tortura! Per i contadini la famigerata tassa era un vero e proprio cataclisma. Bisognava denunciare la produzione di vino o l'uccisione del maiale per Natale e bisognava pagare. In un'epoca in cui il "soldo" era più raro di una mosca bianca, le acrobazie per evitare la tagliola del fisco erano probabilmente più che giustificate.
La tassa più odiata era il dazio, perché non veniva associato ad un corrispettivo in servizi. Il contadino doveva togliersi dalla bocca quello che era suo per pagare una cosa che era sempre stata sua, e non capiva.
Così, alla fine di dicembre, quando il maiale si era ben inquartato e arrotondato di grasso, il Treglio stabilì che era arrivato il momento di macellarlo. Una voce ai pochissimi amici fidati e, di buon mattino, il sacrificio venne fatto. Il dazio? E perché mai, era sufficiente non farlo sapere tanto in giro e tutto sarebbe andato liscio.
Ma in un paese così piccolo si viveva in una casa di vetro. Era difficile tenere nascosto qualcosa.
Era consuetudine che il veterinario, incaricato dal comune, si recasse nei vari paesi con ciclicità periodica per esaminare i maiali macellati e. sdaziati. Naturalmente non faceva il giro delle abitazioni. Si recava all'osteria del paese. La padrona chiamava i contadini che avevano ammazzato il maiale e questi portavano al dottore il fritto dell'animale per farlo esaminare.
Il Treglio era barricato in casa come un ricercato. Con il veterinario in giro e le pacche del maiale fresco ancora appese alla soffitta del magazzino non c'era molto da star tranquilli.
Così, quando sentì la voce della padrona dell'osteria che lo chiamava, gli prese quasi un colpo:
"Oresteeee! Oresteeee!"
Dapprima pensò di non rispondere ed anche alla moglie ordinò di non aprire la finestra. Poi pensò che sarebbe stato peggio perché si sarebbero preoccupati e l'avrebbero cercato. Così decise di affacciarsi alla finestra. Ma mise fuori appena il naso e la visiera della berretta:
"Que c'è?" gridò sull'arrabbiato.
"Me pensao che 'nce siate - proseguiì la donna - Si volete fa' vede' ìl fritto del maiale tal veterinario è arrivato. Sta su la bottega!"
"El tua je farìo vedé" imprecò il Treglio. Poi chiuse rabbiosamente la finestra e rinforzò il chiavistello della porta. Avrebbero dovuto sfondarla per scoprire il maiale appeso alla trave più grossa del magazzino. |
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La volpe
Il Treglio era un uomo aperto, disponibile con tutti, per niente scontroso. Ma c'era un ragazzo la cui presenza in casa sua lo disturbava:
"Nu-nun me piace. 'Nte 'n casa mia nun c'el vojo".
Di mezzo c'era Elisa. Il Treglio, nonostante i suoi quattordici anni, continuava a vederla come una bambina, anche se una certa precocità, con un corpo slanciato e ben tornito e due seni già pronunciati, ne tradivano l'età effettiva. Non c'erano dubbi, Elisa era già una ragazza da fidanzato e forse era proprio l'inconscio di questa consapevolezza che rendeva il padre particolarmente insofferente. Scattava in lui un inconscio meccanismo difensivo quando temeva che qualche soggetto non fosse proprio il tipo più raccomandabile. Come Sesto, appunto.
Di famiglia poverissima, il ragazzo era cresciuto bene fisicamente, perché un pezzo di pane non gli era mai mancato ed era un gran lavoratore. Un giorno di qua e l'altro di là, prestava volentieri la sua opera ai contadini viciniori ricevendone in cambio piccoli regali e un pasto abbondante. Questo gli era sufficiente benché, ormai diciottenne, non fosse un tipo di occupazione che gli potesse aprire una grande prospettiva futura. Educato fino alla riservatezza, dai lineamenti delicati nonostante le rudezze della vita di campagna, Sesto poteva definirsi un bel ragazzo ed il Treglio aveva intuito che gli occhi della sua Elisa spesso l'incrociavano quando avevano l'occasione di stare nello stesso gruppo. E ciò gli causava motivi di preoccupazione. Si era confidato con Giustina ma non ne aveva ricevuto solidarietà:
"Perché nun te piace?-gli chiedeva- E' 'n bravo ragazzo, educato, co' 'na gran voja de' fattigà. Un pezzo de pane nun gliel faria mai mancà ta la fija nostra".
"E'-è 'na pappa molla - replicava indispettito il Treglio - Vive come un servo da un contadino all'altro, nun c'ha un pizzico d'orgoglio".
La discussione finiva lì perché Giustina sapeva che quando suo marito si intestardiva su un binario non c'era verso di fargli cambiare idea. Ed il Treglio, ogni volta che vedeva Sesto in casa sua, cadeva in preda ad un'agitazione che non sapeva controllare, le ragioni per cui se lo ritrovava spesso tra i piedi lo angustiavano.
"Tanto è per lue - si ripeteva - Tanto je la fo' pagà, vojo vedé si nun se sbira da casa mia".
Una sera d'autunno, quando la sua ampia cucina era piena di ospiti per la scartocciatura dal granoturco, lanciò un'idea:
"Giocamo a caccia alla volpe?" propose.
"Sì, sì - dissero gran parte dei presenti - Giocamo".
C'era anche Sesto:
"Que gioco è?" chiese candidamente.
"I-io fo la volpe - gli spiegò il Treglio - Prenderò un bastone e me lo terrò in mezzo alle gambe commo 'na coda. Voialtri sete tutti i-i cacciatori che mi devono chiappà. Il primo che riesce a bloccamme chiappanno il bastone con le mani è il vincitore".
Il Treglio girò lo sguardo intorno ammiccando ai presenti:
"Adesso io vo fora-continuò -Me preparo e quanno è ora ve chiamo".
Uscì e le altre persone si alzarono in piedi appressandosi alla porta d'ingresso per poter essere pronti al momento dell'assalto. Dopo qualche minuto il Treglio li chiamò:
"E' ora" disse.
Stava in mezzo alla strada, di fronte alla porta dell'abitazione, un po' ingobbito per poter reggere tra le gambe il bastone-coda e avvolto dall'oscurità della notte. Tutti si precipitarono nella strada e, gridando e schiamazzando, circondarono la volpe che cercava di scappare, accennava a correre, si fermava, si girava a destra e a sinistra, indietreggiava, avanzava ma rimaneva sempre lì e nessuno afferrava il bastone. I cacciatori cercavano piuttosto di evitare il contatto con la coda invece di prenderla. Allora Sesto ruppe gli indugi, avanzò facendosi largo in mezzo al gruppo ed afferrò il bastone con entrambi le mani. Il Treglio scattò in avanti come un centometrista e le mani del ragazzo scivolarono per tutta la lunghezza del bastone impastandosi di letame. Schizzi di sterco lo schiaffeggiarono sul volto e gli imbrattarono camicia e pantaloni. Sesto rimase immobile in mezzo al gruppo schiamazzante, con le braccia piegate in avanti, le mani insudiciate ed un fetido puzzo che gli saliva al naso da ogni parte del corpo mentre intorno a lui il cerchio della gente che rideva si allargava sempre di più per allontanarsi dal fetore che emanava. Il ragazzo avanzò come un automa in mezzo al gruppo che gli aprì un varco, percorse la strada per una ventina di metri e raggiunse una fonte dove cercò di lavarsi come poteva, mentre lacrime amare si mescolavano all'acqua che si strofinava con violenza sul volto. Infine se ne andò, continuando a piangere come un bambino, tremando di rabbia e di vergogna e lasciando interdetti quanti si erano burlati di lui in modo così disgustoso. |
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L'odio
La storia era cominciata tanti anni fa, poco dopo il matrimonio. Gigetto, uno dei figli del Treglio, c'era rimasto proprio male di come 'Ntogno, il suocero, aveva trattato lui e la figlia:
"Tu pijetela - aveva detto 'Ntogno al ragazzo quando gli aveva manifestato le sue intenzioni - C'hae tutta la mia bedinizione - aveva aggiunto con un sorrisetto ironico - Ma ricordete che tu qui, si voe 'n piezzo de pane, nun te mancheria mae. Ma si voe i solde è mejo che piji 'n'antra strada. Tuquì nun c'è 'na lira".
Gigetto aveva ingoiato a fatica il boccone amaro. Non è che avesse deciso di sposare Lina per interesse, ma qualcosina sperava che il suocero sul piatto potesse mettere per aiutarlo a metter su famiglia. Perché di difficoltà ne aveva da vendere. Con i genitori non poteva restare. Erano contadini. La casa era piccola per allargare un nucleo familiare già superaffollato da dodici persone tra nonni, genitori e figli. Il podere era sufficiente a sfamare appena la famiglia. Non c'era possibilità di farlo rendere un pochino di più, fino a soddisfare anche le minime esigenze di una nuova coppia che presto avrebbe avuto dei figli. Gigetto era così entrato nell'ordine di idee di metter su casa per conto suo. L'opportunità l'aveva colta al volo, facendosi assegnare un piccolo podere appena liberato da un contadino che si era trasferito. E lì avrebbe costruito il suo nido. Ma quante pagliuzze avrebbe dovuto faticosamente raccogliere! Perché non aveva niente. A parte gli attrezzi padronali per la coltivazione dei campi, la casa era praticamente vuota.
Per le prime esigenze c'era stata una simpatica solidarietà nel vicinato. Nella camera da letto vi aveva trasferito il suo lettino e l'aveva accoppiato con un altro che un contadino aveva momentaneamente parcheggiato nella capanna degli attrezzi. Un'abile vecchia contadina era stata, poi, molto generosa nel confezionare il saccone poi riempito con foglie di granturco ben asciutte. E così fecero la loro comparsa qualche stoviglia, un tavolo con quattro seggiole, una vecchia madia un po' sbilenca e tenuta in piedi da una recente chiodatura, un cassone tutto tarlato dove Lina avrebbe potuto riporre il suo modesto corredo:
"Di quello nun t'hae da proccupà - l'aveva assicurato 'Ntogno - El corredo nun gne manca".
Il suocero non se la passava poi tanto male. Aveva un suo poderetto con il vantaggio di non dover dividere, quindi, a metà il raccolto con il padrone, e la famiglia poteva condurre una vita dignitosa. Gigetto sapeva che, se 'Ntogno avvesse voluto, un piccolo aiuto glie l'avrebbe potuto dare. Il fatto è che non voleva. Il motivo? Avrebbe voluto far maritare Lina con un altro uomo, uno che "C'ha 'l podere, 'nte farìa manca gnente né ta te né ta la fameja tua". Lina era stata anche picchiata, minacciata di essere rinchiusa dalle "monniche" ma era stata irremovibile:
"Mejo morta!" aveva detto.
Ntogno, alla fine, s'era rassegnato, ma se l'era legata al dito e la promessa fatta l'aveva mantenuta. Non le aveva dato nulla, al di là del minimo indispensabile per il corredo. Per il matrimonio non c'erano stati problemi. Una sera di maggio, verso le dieci, Gigetto aveva aspettato Lina nell'aia ed insieme se n'erano andati nella loro casa. I pianti delle mamme e le arrabbiature dei padri furono solo di circostanza. Tutti sapevano che quella era stata la sola soluzione possibile. Ma la ferita rimase, sanguinò perennemente nel petto e nell'orgoglio di Gigetto e della sua famiglia. Il Treglio aveva cancellato "Ntogno" dal suo vocabolario, provava ribrezzo soltanto a nominarlo. Perché il trascorrere del tempo, anziché lenire il disappunto, aveva alimentato e ingigantito l'avversione verso il consuocero. 'Ntogno non si era mai, infatti, rassegnato alla scelta ed alla disobbedienza della figlia ed anche a distanza di anni continuava a penalizzarla, rispetto alle sorelle ed ai fratelli, nelle piccole donazioni e semplici attenzioni. Lina ne soffriva un po', più per rabbia nel dovere subire quelle piccole ingiustizie, che per non aver avuto il perdono del padre. Sapeva di aver fatto la scelta giusta e non se n'era mai pentita. Sarebbe stato il padre a doversi pentire della sua cocciuta intransigenza.
Gigetto, invece, aveva accumulato un odio viscerale nei confronti del suocero. Erano ormai anni che non frequentava più la sua casa, che non gli rivolgeva più la parola ed il Treglio l'appoggiava in pieno in questa sua determinazione:
"Il mondo va avante anche senza de lue" diceva alla nuora, che invece si recava spesso a casa dei suoi, soprattutto per star vicina alla vecchia madre che non condivideva quell'ostracismo nei confronti della figlia ma che era impotente e non poteva far nulla per evitarlo, se non soffrirne in silenzio.
Ma il tempo aggiusta tutte le cose ed anche per 'Ntogno venne il momento di allungarsi sul letto con le mani giunte sul petto e raccomandare la sua anima al Signore.
I tre amici spinsero la porta socchiusa a colpo sicuro. A quell'ora del tardo pomeriggio sapevano che il Treglio non poteva che essere lì, nella stalla delle vacche, per sostituire la paglia bagnata, tagliare il fieno o dar da mangiare agli animali. I tre amici entrarono in fila indiana. Nella luce fioca di una lampadina annerita dal tempo non riuscirono a scorgere immediatamente la figura dell'uomo e si fermarono sulla soglia, lasciando la porta aperta:
"Chiudete la porta che n'entra il freddo" gridò una voce dal profondo di un piccolo locale attiguo alla stalla, la foraggera, quello dove il Treglio tagliava il fieno con il trinciaforaggio. Si percepiva il suono acuto del motorino sotto sforzo e i tagli netti delle lame sul fieno. Dalla porticina della foraggera uscivano galleggianti nell'aria piccolissimi frammenti polverosi del fieno tagliato. Da pochi mesi il Treglio si era motorizzato. La grande ruota del trinciaforaggio era fatta girare da un motorino elettrico. Risparmiava così fatica e personale, perché, prima, c'era sempre la necessità di una doppia persona per compiere quell'operazione, una che girava la ruota ed una che "infornava" il fieno nell'apposita buca. Ora, invece, il Treglio operava da solo. Accendeva il motorino ed "infornava" il fieno. C'era naturalmente il problema della spesa per il maggior consumo della corrente elettrica, ma l'ostacolo era stato aggirato senza tante difficoltà. La corrente elettrica arrivava sul muro di casa con due fili scoperti. Tutti, in campagna, si erano specializzati per baypassare il contatore. Prendevano un filo della corrente, attaccavano due ganci alle due estremità, appendevano i due ganci con un bastone ai fili esterni e poi collegavano l'altra estremità all'impianto dentro la casa, dopo il contatore. Il numeratore del contatore restava così immobile, mentre i contadini potevano usare la corrente a loro piacimento con poche lire di spesa. Era un'operazione che veniva fatta tutte le sere, all'imbrunire, quando c'era la certezza che, data l'ora, era difficilissimo che qualcuno passasse per eventuali controlli. Ogni tanto si prendevano qualche paura, ma i contadini del circondario avevano escogitato un sistema perfettamente funzionante per avvisarsi rapidamente tra di loro quando girava una persona sospetta.
L'ultimo dei tre amici chiuse la porta e tutti sedettero sulla panca sistemata lungo il muro, dietro il sedere delle vacche. In campagna, durante le fredde giornate invernali, la stalla era il luogo più confortevole che gli uomini potessero desiderare per trascorrere interi pomeriggi a chiacchierare, ingoiare decine di bicchieri di vino, farsi una partita a carte. La stalla era una specie di salotto, il luogo più caldo della casa. La presenza delle vacche assicurava, infatti, una temperatura costante piuttosto elevata.
Il Treglio riemerse dalla foraggera portando un bottiglione di vino ed un bicchiere. Non ci si formalizzava più di tanto. Il bicchiere veniva scolato, dopo una bevuta, con un paio di movimenti bruschi della mano per togliere le gocce di vino residue e poi passava da una persona all'altra.
"Orè, nualtre ce semo venuti pe' 'n motivo particolare" attaccò Stefano, uno dei tre amici, quello che faceva da portavoce.
Faticava a trovare le parole giuste. Si sentiva a disagio, perché quanto era accaduto negli anni precedenti era noto a tutti e non era facile far finta di niente. L'odio che si era accumulato tra la famiglia del Treglio e quella di Ntogno, aveva superato ogni limite. Oltre alle questioni di eredità si erano frammisti problemi di confini, sgarbi, pregiudizi, equivoci.tutto sembrava che negli ultimi dieci anni avesse congiurato affinché in quei due nuclei famigliari il fluido dell'avversione avvelenasse fino all'ultima goccia del loro sangue. L'ultimo episodio, accaduto un paio di mesi prima, aveva mandato il Treglio su tutte le furie. Due ispettori della luce elettrica erano partiti dalla casa di Ntogno e si erano diretti alla sua. Nel giro di pochi minuti, nell'aria, si sentirono decine di fischi ed il Treglio staccò immediatamente il filo abusivo. Ma che spavento! Ed al Treglio nessuno riuscì a togliere dalla mente che era stata la spiata di Ntogno ad indirizzare gli ispettori verso la sua casa.
"Il tempo - continuò Stefano che si era assunto l'incarico di parlare per tutti - cancella tutto, no? Sul passato tocca mettece 'na pietra sopra, no? Soprattutto quando."
Il Treglio li squadrava perplesso, con il bottiglione in mano e lo sguardo che circolava dall'uno all'altro. Non ci stava capendo un accidente di dove volesse andare a parare.
"El so che l'odio è 'na brutta bestia, che nun se po' cancellà da 'n momento all'altro, ma di fronte a certi fatti."
Il contadino continuava ad ignorare il senso delle parole dell'amico e cominciò a spazientirsi:
"Beh? Que c'è?" disse in modo brusco.
A quel punto Stefano ruppe gli indugi:
"Ntogno.Sapii che nun stia tanto bene, no.?"sembrava che le parole trovassero un ostacolo insormontabile in fondo alla gola e non riuscissero ad emergere.
"Mbè?"replicò il contadino che, a sentire quel nome, gli si era già surriscaldata la testa.
"E' morto stamatina" disse finalmente Stefano, quasi sussurrando le ultime parole.
"Lue solo?!" esclamò con un grugnito il Treglio. |
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La confessione
Sembrava un altro uomo. Vestito a festa con l'abito scuro, la barba ben rasata, i baffi ritagliati, il cappello nero pulito e non spiegazzato, la camicia bianca aperta sul collo, il Treglio attendeva impaziente sul ballatoio delle scale esterne della sua abitazione. Gioacchino, l'unico abitante del paese che poteva permettersi un'automobile, gli aveva promesso che l'avrebbe accompagnato al Santuario Francescano del Divino Amore per "prendere Pasqua". Era un rito annuale al quale non avrebbe mai rinunciato, "cascasse el monno" diceva. Confessarsi e prendere la comunione al Divino Amore, invece che in parrocchia, sembrava quasi più solenne, più importante. Il parroco ne aveva intuito l'importanza e chiudeva un occhio. Erano tradizioni che andavano rispettate per quello che significavano per la gente che le coltivava e le tramandava di generazione in generazione.
Eppoi, al Divino Amore, il Treglio era atteso.
Un abituale frequentatore della campagna era fra' Silvestro, il frate cercatore, una figura di uomo imponente, con una barba bianca solenne, l'incedere autoritario, il volto simpatico e la parlantina bergamasca accattivante. Non c'era molto da spremere in quei magazzini mai pieni di abbondanza, ma l'arrivo di fra' Silvestro era sempre un avvenimento che i contadini festeggiavano con simpatia. Il francescano estraeva come per magia da una tasca nascosta sotto il saio una scatoletta che i contadini conoscevano ormai bene. L'apriva ed i contadini prendevano un pizzico di tabacco che appoggiavano alle narici. Il doppio starnuto conseguente era sempre accolto con sorrisi e pacche sulle spalle. A volte capitava che la visita di fra' Silvestro coincidesse con l'ora del pranzo e per i contadini era una festa l'avere come ospite il frate cercatore. Ed al momento del commiato, con la sacca mai vuota, c'era sempre il solito augurio:
"Ci vediamo per Pasqua al convento" diceva il frate e per il Treglio la promessa era una cambiale in scadenza, non si poteva non saldare.
La vecchia balilla di Gioacchino gracchiò sulla strada ed il Treglio invitò la moglie ad affrettarsi per partire.
Non c'erano da attendersi sorprese particolari. Avrebbe trovato i soliti frati, avrebbe raccontato i soliti peccati, avrebbe preso la comunione e poi avrebbe fatto colazione al convento con pane, tonno e un buon vinello che sul tavolo dei francescani non mancava mai.
Ma quando si avvicinò all'inginocchiatoio del confessionale il Treglio percepì che c'era qualcosa di diverso. La faccia del fraticello che l'attendeva non era quella solita bonacciona dei francescani che conosceva. La novità lo lasciò perplesso, quasi preoccupato.
La diffidenza aumentò durante il colloquio. Raccontò al solito le bestemmie, le imprecazioni e poi tacque, ascoltando i rimproveri per le offese recate al Signore.
"E in politica da che parte stiamo?" chiese improvvisamente il confessore.
Il Treglio diventò rosso paonazzo per la vergogna, il dispetto o la sorpresa. Non gli era mai capitato di dovere raccontare in confessione queste cose ed era disorientato, incerto se dire la verità o fare il reticente.
Poi si decise. Che male c'è?
"I-io so' socialista - disse - so' sempre stato socialista perchè Cristo era socialista, era quello che aiutava i poveri commo me".
"Chi ti ha raccontato questa cretinata? - lo rimproverò duramente il frate - Tu sei in grave peccato. I socialisti professano l'ideologia di Marx che è contro la chiesa. Io non ti posso assolvere se tu non mi prometti che non darai più il tuo sostegno a questo partito che vuole l'annientamento della chiesa e della religione. Prometti?".
Il Treglio non rispose. Accecato dalla rabbia, riprese il suo cappello, si alzò in piedi ed uscì quasi di corsa dalla chiesa. |
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Il telefono
Assunta, la padrona dello spaccio, vagava, incerta, nell'angusto locale della bottega. Il fazzoletto in testa, legato dietro la nuca, aveva dei quadretti rossi e blu un po' sbiaditi dal tempo; il grembiule era di un bianco opaco perché passato nel bucato in epoca non molto recente; le guance rosse rubizze erano tinte dal freddo pungente dell'inverno che si faceva sentire anche dentro la bottega, appena stiepidita da un braciere di carbone...
La donna serviva i rari clienti e poi vagabondava di qua e di là fingendosi indaffarata. In realtà voleva controllare i due uomini che ormai da mezza giornata stavano lavorando nel suo locale. Gli aveva dato da bere, gli aveva offerto la colazione, ogni tanto chiedeva loro se avevano bisogno di qualcosa e stava sempre lì, a gironzolare accanto agli operai, senza perdersi un attimo delle loro manovre. Non era mancanza di fiducia, ma curiosità allo stato puro. Stavano, infatti, installando un apparecchio telefonico pubblico, il primo in assoluto nel paese.
Un'innovazione straordinaria, il telefono. La fine dell'isolamento cronico di intere comunità disperse tra i monti e le campagne. Ma la diffusione capillare del servizio nelle case, spesso disseminate in mezzo ai campi e lontane le une dalle altre, ha richiesto tempi lunghissimi, anni. Inizialmente, nei paesi, c'era un solo apparecchio, quello dello "spaccio" pubblico. Il gestore del negozietto-osteria fungeva da centralinista. Prendeva le chiamate, informava come poteva le persone interessate, prendeva appuntamenti per una chiamata successiva, telefonava al dottore o al veterinario... e quindi, sostanzialmente, dirigeva il traffico della nuova comunicazione a distanza.
Ma i proprietari delle osterie, pur intraprendenti e con buone capacità di apprendimento anche verso le nuove tecnologie, erano privi di una sufficiente cultura di base ed anche di fronte al progresso non si spogliavano di quell'anima candida ed un po' ingenua che li ha resi così simpatici.
"Ecco fatto - disse uno degli operai dentro la cabina grigia - Alzò la cornetta e rimase in ascolto per qualche istante".
Poi compose un numero e aspettò che il telefono squillasse. Alzò il ricevitore e rassicurò l'interlocutore:
"Tutto a posto" disse e ripose la cornetta al suo posto.
Assunta l'osservava con gli occhi stupiti di chi ha appena visto un marziano. Raccolto il materiale e gli attrezzi, gli uomini salutarono la donna, ma lei li trattenne:
"Sentete 'n po' - disse - Prima de givvia me dovressevo di' commo se fa perché io 'l telefeno nun l'ho usato mai".
Uno degli operai sorrise benevolmente, posò a terra il materiale che aveva in mano e si avvicinò all'apparecchio:
"Lo abbiamo già spiegato a suo marito" disse.
"Sci, ma ardicetelo anco tammé perché lue 'n capisce gnente e so sicura che 'n sa ricorda 'nquelle" replicò decisa la donna.
"Va bene, allora ascolti - le spiegò con calma il tecnico - Quando sente suonare, non deve fare altre che alzare la cornetta e parlare con chi sta dall'altra parte".
"Va bè, questo l'ho capito. Ma per telefenà commo se fa?".
Pazientemente l'uomo gli illustrò tutta la procedura, soprattutto per farsi pagare dai clienti.
Assunta ascoltò con grande attenzione e sembrò finalmente soddisfatta quando i due uomini se ne furono andati.
Quando arrivò il primo squillo, la donna quasi sussultò per lo spavento. Poi abbandonò sul bancone la mortadella che stava tagliando, si strofinò energicamente le mani con il grembiule e andò a rispondere:
"Pronto chi parla?" chiese l'interlocutore dall'altra parte.
"Eh, parleremo 'n po' per uno - rispose gridando la donna - Sinnò dicemme un po' vue commo volete fa'". |
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Il medico
"Assuntaaaa!"
"Que c'èèè?!"
"Vene giù che c'è 'l medecooo!"
"Nun posso venì giù che me s'abbrucia 'l sugo! Dije che ha da gì da casa del Tregliooo!!".
Gioacchino, il padrone dell'osteria, sbucò dalla porticina che conduceva ai piedi delle scale che conducevano all'appartamento al secondo piano e tornò dietro al bancone.
"Dottò - disse al medico che aspettava pazientemente appoggiato alla pietra di marmo - E' stata mojema che v'ha telefenato. Lia nun po' venì giù che je s'abbrucia 'l sugo, ma m'ha itto ch'ete da gì giù casa del Trejo. La sapete do' è?".
"Penso proprio di no" rispose il medico.
"Ah, è facile. Guardate". Lo accompagnò in strada e gli indicò la casa, in mezzo ai campi, e la strada che vi conduceva.
Oreste l'attendeva sulla panchina di pietra ai piedi delle scale davanti alla casa. Era stato lì per tutto il tempo da quando era andato all'osteria per far telefonare, impaziente di vedere finalmente sbucare la macchina che aspettava. Quando vide la vernice nera della carrozzeria riflettere i raggi del sole e lasciarsi dietro una nuvola di fumo, si alzò e gli andò incontro. Rimase, però, deluso. Non era il dottore che conosceva, quello che aveva fatto chiamare tante volte. Lo salutò, comunque, con evidente euforia e lo invitò ad entrare:
"Venete dottò, ve 'nsegno do' è".
Perplesso, il medico lo seguì verso la stalla ed entrò titubante, attento a mettere i piedi dove non c'era pericolo di sporcarsi le scarpe:
"Eccola dotto', pora ferella, nun gne la fa a partorì. Ce vole 'na bona mano vostra".
La vacca si era girata, attratta dalla novità del personaggio sconosciuto, e lo guardava con lo sguardo spento di chi soffre molto. Il dottore rimase a debita distanza, un po' nauseato dall'ambiente:
"Credo che ci sia un equivoco- disse poi- Io sono un medico, non un veterinario. Sapevo di essere qui per sua moglie, non per la sua vacca".
" Oh per la miseria, s'è sbagliata Assunta - esclamò il Treglio- Quanno ha telefenato c'era anche Martino che voleva 'l dottore pe' la moje. E allora ha fatto confusione. Ha mannato 'l medico ta la vacca mia e 'l dottore ta la moje de Martino".
"Beh, allora è meglio che mi affretti" rispose il medico. Ma il Treglio lo trattenne:
"Dottò - disse - Mo' ce sete. Gne potete dà 'na guardata lo stesso? Tanto, tra 'na vacca e 'na donna, que differenza c'è?"
Il dottore si era già affrettato verso l'uscita. Poi, all'uomo che l'inseguiva verso la macchina, rispose bonariamente:
"Vi assicuro che, anche se le dimensioni sono molto più grandi, non saprei dove mettere le mani. Vi farò mandare il veterinario". |
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Il pollo
La Topolina sbuffava singhiozzando sui tornanti polverosi della stradina di campagna. Il dottorino teneva premuto il pedale dell'acceleratore, un po' perché gli piaceva ascoltare il motore che soffriva a pieno regime ed un po' perché aveva fretta di tornare a casa, in ambulatorio. La visita ad un'anziana contadina si era protratta più del previsto ed ora cercava di recuperare tempo per non perdere l'eventualità di altre richieste di intervento. La strada era abbastanza stretta e piuttosto sconnessa in alcuni tratti, erosi dall'abbondante pioggia dei giorni precedenti. Il dottorino fischiettava allegro e sudato per la calura estiva della tarda mattinata, sussultando sul sedile della macchina che lo sbalzava in alto, a destra e a sinistra ogni qual volta le ruote inciampavano in una buca. Quando vide, dietro la curva, la casa colonica lungo la strada non pensò di rallentare. Non c'era nessuno nelle vicinanze della strada e non c'era pericolo. A pochi metri dalla casa l'istinto lo consigliò di pigiare il clacson che emise un grido sofferto, quasi umano.
Sul lato sinistro della strada, di fronte alla casa, c'era il praticello dell'aia contadina. Sul praticello, lungo il ciglio della strada, un pollo si attardava ruspando con le zampe e beccando tra la polvere e i fili d'erba in cerca di semi e d'insetti. Era un bel pollo robusto e rossiccio, con la cresta rossa, le piume lucenti ed il passo regale di chi si sente padrone del pollaio. Quando avvertì il grido della Topolina cominciò ad annaspare con le zampe, correndo avanti e indietro sul ciglio della strada, con la testa eretta, finché si decise ad attraversare per tornare al sicuro nell'area intorno alla casa e vicino al pollaio. Il dottorino non fece in tempo a frenare o, probabilmente, nemmeno percepì l'imminenza del pericolo per il povero pollo che finì sotto le ruote e lì rimase, esanime.
Il dottorino arrestò la macchina, scese con cautela, fece alcuni passi a ritroso e raggiunse il pollo ormai senza vita disteso in mezzo alla polvere. Lo toccò leggermente con la scarpa ma. sì, era proprio morto. Diede uno sguardo rapido intorno, soprattutto verso la casa e, non vedendo anima viva, prese il pollo per le zampe, aprì lo sportello della topolina e lo depositò sul tappetino. Poi richiuse lo sportello, si strofinò le mani e fece il giro della macchina per tornare al volante e ripartire:
"Nun me direte ch'el volete porta' all'ospedale!".
La voce colpì il dottorino come una sassata prima che s'infilasse dentro la macchina.
Accanto alla casa c'era una maestosa pianta di noci. Ai piedi della pianta era posizionata una grossa pietra e, sopra di essa, sedeva, all'ombra, il padrone di casa, il Treglio, che aveva assistito a tutta la scena. Il dottorino cominciò a balbettare non sapendo cosa rispondere:
"E' vostro? - chiese infine - Io non ho fatto apposta, il pollo s'è infilato sotto le ruote e.Adesso lo prendo e."
"La-lasciate perde - esclamò il Treglio - Vue c'ete i dente più boni dei mia pe' magnallo. Vorrà di' che quanno me pija el dolor de trippa vengo da vue e me regalerete 'na scatola de supposte". |
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In treno
Prese la pipa dal taschino interno della giacca, pizzicò un bel ciuffo di tabacco dalla apposita scatola custodita in un'altra tasca, pressò ben bene il tabacco schiacciandolo con l'indice e poi diede fuoco con un fulminante strofinato sul bordo inferiore del finestrino. Già dalla prima boccata di fumo l'aria dello scompartimento si impregnò di un odore forte e aspro, perché il tabacco che usava il Treglio non era aromatizzato ma proveniva direttamente da qualche parte delle piantagioni umbre, grosse foglie che aveva provveduto a far essiccare in cantina prima di stritolarle in un piccolo sacco di tela. L'uomo aspirava tranquillo perdendo lo sguardo nelle immagini della campagna che scorrevano veloci al di là del finestrino. Erano colori e soggetti completamente diversi da quelli della campagna che conosceva e ne era rapito. Quel viaggio a Roma, in treno, cominciava a piacergli. La figlia maggiore che prestava servizio presso una famiglia della capitale aveva tanto insistito perché andasse a trovarla che alla fine, all'ultima lettera, aveva risposto con una promessa:
"Sì, ce vengo domenneca 18".
Ed ora era lì, di fronte a una signora minuta, con i capelli dorati ben pettinati e l'aria inferocita. In braccio teneva un barboncino bianco tutto riccioli e fiocchetti. Il cagnolino aveva una certa libertà di movimento all'interno dello scompartimento occupato soltanto dalla sua padrona e dal contadino. Saltava in braccio alla signora, poi scendeva, andava ad annusare il Treglio sulla poltroncina di fronte, ritornava alla padrona, abbaiava quando percepiva qualche rumore strano...insomma, era abbastanza irrequieto. Ad un certo punto cominciò anche a graffiare sulla porta scorrevole, ma, visto che la sua padrona non lo prendeva in considerazione, alzò la gambetta e bagnò abbondantemente il pavimento. La signora aveva estratto un fazzoletto dalla borsetta e se lo teneva stretto sulla bocca e sul naso. Poi sbottò:
"Ma insomma, la vuole smettere con questa pipa!?. Ha appestato tutto lo scompartimento! Mi viene da vomitare!"
Il Treglio non si scompose. Nemmeno la degnò di uno sguardo e continuò a fumare scrutando l'orizzonte piatto della pianura che quasi fuggiva ai suoi occhi. Voleva dirle:
"Sarà meglio la puzza della pipa che quella de sto' canaccio che s'è fatto anco 'na pisciata" ma si trattenne. Non voleva contaminare il piacere della visione di quel panorama mettendosi a litigare con una donna con i grilli per la testa. Quando il tabacco fu esaurito scaricò la cenere nell'apposito contenitore, infilò la pipa nel taschino esterno della giacca e si allungò sul divanetto. Non è che avesse sonno, ma sentiva l'esigenza di sdraiarsi per riposarsi un po' ad occhi chiusi.
La mano della signora l'avvertì delicata e furtiva come il fruscio di una vipera. Si insinuò maligna nel taschino della giacca, ne estrasse con delicatezza la pipa ancora calda e abbassò il vetro del finestrino. Quando il Treglio si sollevò di scatto avendone intuito le intenzioni, la sua amica fidata si era già schiantata sulla massicciata della ferrovia:
"Così impara ad aver rispetto delle signore per bene!" biascicò la donna prima di andare a rintanarsi nell'angolo più lontano del suo divanetto. Il contadino non seppe dire "a". Stupito e inebedito da quel gesto improvviso e imprevedibile della sua occasionale coinquilina, sprofondò nella poltroncina maledicendo il giorno che aveva deciso di partire.
E cambiò d'umore. Lo sgarbo subito l'aveva irritato ma decise di tenere a freno la rabbia che provava. Tanto ormai la pipa era irrecuperabile. Ma il paesaggio esterno non era più l'esclusivo oggetto della sua attenzione. Ogni tanto lo sguardo girava a destra, verso la signora, finalmente tranquilla e distesa, e seguiva con più attenzione i movimenti del barboncino, sempre più iperattivo. Ad un certo punto il cagnolino cominciò a giocare con la punta di una sua scarpa. L'addentava, ci saliva sopra, mimava movimenti copulatori. Il Treglio lo lasciava fare, più divertito che infastidito, ma quando la sfrontatezza del barboncino arrivò a spruzzargli la scarpa con un piccolo gettito di urina perse la pazienza:
"Tello signò, n'el vedi que combina?" esclamò con rabbia. Ma dall'angolo dove si era rincattucciata la bionda non giunse nessun cenno di risposta. La donna si era addormentata e dalle labbra rosse usciva un piccolo e impercettibile sbuffo.
Il Treglio cominciò ad accarezzare il cagnolino, sulla testa, sulla schiena, sotto la pancia. La bestiolina gradiva moltissimo le attenzioni di quel nuovo amico e quando il contadino lo prese in braccio e si alzò in piedi, lo guardava in faccia incuriosito. Quando volò fuori dal finestrino che il contadino aveva abbassato con la delicatezza di un ladro, era ormai troppo tardi per abbaiare e chiedere la protezione della padrona.
Il viaggio continuò nella tranquillità più assoluta fino alle porte di Roma. Il Treglio, finalmente in pace con la propria coscienza, si era profondamente addormentato.
Si risvegliò di soprassalto, scosso dalle grida della donna:
"Fufi! Fufi! Avete visto il mio Fufi?".
Il Treglio si sollevò in piedi, si aggiustò i pantaloni, si assestò la giacca sulle spalle, evitò la donna che quasi con furia ispezionava ogni angolo dello scompartimento alla ricerca del cagnolino, aprì la porta dello scompartimento e l'oltrepassò:
"Non avete visto il mio Fufi?" lo implorò ancora la bionda in un ultimo disperato tentativo.
"Me-mesà che è gito a cercà la pippa mia" rispose il Treglio. Poi fece scorrere la porta e scappò quasi di corsa alla ricerca dell'uscita.
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| S |
Il baratto
Il Treglio ansimava faticosamente sulla strada polverosa, sotto i raggi potenti del sole di agosto. Il vestito nero di lana, quello che indossava per le cerimonie importanti, lo faceva sudare in abbondanza, ma non si sfilò la giacca. La fronte, con il cappello a falde larghe ben calcato fin quasi a sfiorare le orecchie, era imperlata di goccioline lucenti e l'uomo avanzava con la testa alta, guardando dritto con espressione solenne e autoritaria, accentuata dal taglio approssimativo dei baffi incolti. Dietro, la moglie Giustina lo seguiva a due metri di distanza, come una cagnetta fedele, senza mai affiancarlo, forse perché non riusciva a tenerle il passo o più probabilmente perchè non osava. Di fronte all'osteria il Treglio si fermò ed anche Giustina si arrestò prima di raggiungerlo. L'uomo girò lo sguardo a destra, poi a sinistra e infine decise di andare avanti, verso l'ingresso della bottega.
"Orè, è tardi. Perché te fermi? Te voe 'mbriacà prima del tempo?"
L'uomo non la degnò di uno sguardo e scomparve nell'osteria. Giustina sedette fuori, sul sedile di pietra appoggiato al muro a fianco dell'ingresso, ed attese. Il Treglio uscì dopo mezz'ora. La sua andatura non era più tanto sicura. Inciampò sullo scalino dell'ingresso e barcollò in avanti arrestandosi a fatica in mezzo alla strada. Il passo era malfermo, quasi claudicante. L'andatura era piuttosto ondeggiante, tra la cunetta ed il centro della strada. Quando si fermò per riaccendere il braciere della pipa, le gambe stentavano a rimanere incollate sulla breccia della strada, perché la parte superiore del corpo sembrava il pendolo di un orologio a muro, quasi fosse scosso da violente raffiche di vento. Poi riprese a camminare, con un passo quasi frettoloso, e Giustina lo seguì, sempre a distanza, con gli occhi lucidi per le lacrime di rabbia represse a fatica:
" Ne potii fa' a meno de 'mbriacatte, te pijasse 'na paradese" gli gridò alle spalle.
Il Treglio si arrestò all'improvviso girandosi di scatto con la mano destra alzata e Giustina arretrò d'istinto. Ma era solo un avvertimento. Meglio tacere e la donna non aprì bocca per il percorso successivo se non per imprecare tra sé, quasi sgranasse un rosario. La casa di Amedeo, il fratello del Treglio, era piena di gente. Fuori, sulla strada, gli uomini in attesa parlottavano sommessamente. Sulla rampa delle scale esterne le donne, vestite di scuro, con un fazzoletto nero stretto sotto il mento, seguivano con lo sguardo e salutavano le persone che salivano. Alcune piangevano, altre parlavano diffusamente. In tutti c'era un'espressione di sincero dolore. La morte improvvisa della moglie di Amedeo, colpita da infarto, aveva addolorato tutto il paese. Amedeo piangeva disperatamente di fronte alla cassa non ancora chiusa. Si abbandonava tra le braccia degli amici e dei parenti che lo andavano a consolare e bagnava senza ritegno di lacrime calde le spalle di quanti lo abbracciavano e le guance di quanti lo baciavano. Anche se qualche schiaffo non glie l'aveva risparmiato, per la moglie nutriva un affetto sincero.
Il Treglio salì le scale d'ingresso facendosi largo a gomitate tra la ressa dei presenti. Raggiunse il fratello e lo abbracciò. Amedeo moltiplicò i singhiozzi:
"Que fo' io senza de lia, commo fo' a gi' avanti".
Il Treglio guardò il fratello afflitto e poi spaziò per tutta la camera dove non vide che volti disperati.
"Fratè - gli disse ad alta voce perché tutti potessero ascoltare - Nu-nun piagne. Guarda. Te propongo 'n affare. Facemo 'no scambio. Tu me dae la moje tua morta e io te dò la mia viva. E te rifò anche 'n milione". |
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Il terremoto!
Una pensioncella d'invalidità. E' questo il miraggio che per anni ha monopolizzato i sogni degli uomini e delle donne della campagna. Un piccolo vitalizio che potesse integrare il mai florido bilancio familiare. Ed anche quando figli e nuore hanno scoperto il lavoro in fabbrica o impiegatizio portando il benessere, quella piccola opportunità è rimasta sempre l'obiettivo della vita per le persone più avanti negli anni, la sicurezza che, se anche le forze sarebbero venute a mancare improvvisamente, la pensioncella avrebbe garantito il minimo di sussistenza.
Il Treglio si guardava intorno ed era ogni giorno più indispettito. Aveva da poco superato i sessanta e gente come lui, anzi, che stava meglio di lui, aveva già il suo prezioso assegno che andava a ritirare regolarmente ogni due mesi all'Ufficio Postale. Il Treglio era corroso dall'invidia. Perché solo lui doveva rinunciare a quel gruzzoletto che senza alcuna fatica andava a finire nel portafoglio risolvendo parecchi problemi?
C'era soprattutto Michela, la moglie di Cesarino, il vicino di casa, che gli faceva rodere il fegato dalla rabbia. Era vispa come un fringuello, con la pelle liscia di una trentenne, i capelli ancora tutti neri nonostante i sessant'anni e già prendeva la pensione perché, diceva, era cieca. Il Treglio sapeva che si trattava di una vera e propria bugia, l'aveva scoperto con tanti piccoli trabocchetti. Dopo che aveva preso la pensione, l'aveva pedinata in più di una circostanza e l'aveva vista muoversi con troppa sicurezza per essere cieca. Quando aveva attraversato un sentiero di campagna gli aveva messo sul percorso dei piccoli ostacoli, come il ramo di un albero, e lei abilmente lo aveva aggirato e superato... Quando si spostava nel cortile, che era in comune tra le loro abitazioni, spesso il Treglio le si era frapposto davanti e lei si era spostata per oltrepassarlo.
La prova decisiva l'aveva avuta un pomeriggio. Cesarino aveva portato un secchio dallo stagnaio per tappargli un buco ed al ritorno lo aveva appoggiato da una parte, nel cortile, nel solito punto dove Michela, diceva, lo avrebbe facilmente trovato, nonostante la vista. Il Treglio si aggirò avanti e indietro nel cortile per tutto il pomeriggio, armeggiando con degli arnesi da falegname per aggiustare il manico di una zappa. Quando capì che nessuno lo stava osservando, prese il secchio, piantò un punteruolo nel punto di saldatura e riaprì il foro. Poi si nascose dietro la porta della sua cantina per osservare il cortile senza essere visto. Michela non tardò ad uscire di casa. Si diresse sicura verso il secchio, lo prese, lo squadrò e poi chiamò il marito:
"Cesarì, te pjasse 'na paradese. Lo stagnino t'ha fregato. Guarda che buco!"
Il Treglio decise che non era più il caso di attendere :
"Do-dotto', 'sto braccio me fa 'n male cane - disse al medico che gli doveva avviare la pratica - Quanno è notte la sera nun 'n'el posso appoggià da niciuna parte che-che me fa' vede' le stelle. Si nun me donno la pensione ta me nun la donno ta niciuno".
Il dottore lo visitò, preparò la pratica e, dopo un mese, il Treglio fu convocato dall'INPS a Perugia per sottoporsi alla consueta visita medica.
Prese il "postale" e durante tutto il percorso non fece che guardare e riguardare quel braccio che, per lui, non prometteva nulla di buono. Lo confrontava all'altro, il sinistro, e non notava alcuna differenza. Il dolore c'era, sì, ma non era visibile:
"Si-si almeno fusse 'n po' gonfio" pensò tra sé.
Quando arrivò a destinazione, alla stazione degli autobus, si girò intorno per orientarsi, lesse "WC" su una porta e s'infilò dentro il locale chiudendosi a chiave:
"Mo' te gonfio io!" disse deciso.
Arrotolò la manica della camicia e cominciò a battere il braccio sulla parete del gabinetto con una violenza tale che, ad ogni fendente, il cesso tremava quasi stesse lì lì per schiantarsi.
Si arrestò soltanto quando, dal gabinetto accanto, uscì di corsa una donna che, con le mutande in mano, gridava come un'ossessa:
"Il terremoto! Il terremoto!" |
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L'assessore
L'osteria era stracolma di gente. Dietro la ventina di seggiole disordinate sulle quali avevano trovato posto i primi arrivati, si erano schierati tutti gli altri avventori, chi in piedi, chi appoggiato al muro, chi seduto sul davanzale della finestra o sui tavoli ammassati in un angolo. L'arrivo dell'assessore era un avvenimento al quale nessuno dei contadini del paese aveva voluto mancare. La buca, il palo della luce, la strada dissestata, l'acqua che non c'era.ognuno aveva un buon motivo per alzare la mano e chiedere l'intervento del comune.
Sigari, sigarette, pipe.a decine si notavano le piccole ciminiere che contribuivano ad addensare con una spessa coltre nebbiosa l'aria già irrespirabile del locale, nonostante la finestra e la porta fossero state lasciate aperte per consentire un minimo di riossigenazione dell'ambiente.
L'assessore era impegnato in una lunga e approfondita dissertazione ideologica. Gli uomini, rossi in viso per il caldo opprimente e gli effetti dei molti bicchieri di vino inglobati, lo osservavano con aria distratta prima e impaziente poi. Era difficile che riuscissero a seguire e a comprendere fino in fondo le argomentazioni che l'omino con gli occhiali, dall'aria vagamente professorale, cercava di elaborare. Ed anche la loro pazienza ebbe un limite.
Una mano dal fondo della sala si allungò sopra le teste dei convenuti ed interruppe il "professore":
"Ditemi - disse l'assessore - Volete qualche chiarimento?"
Il contadino si alzò in piedi, ingoiò la saliva, si assestò la camicia dentro i pantaloni, tossì leggermente per schiarirsi la voce e, infine, parlò:
"Ta me tutti 'sti discorsi me sonno anco belli. Ma n'è che ce capisco 'ngranché de politica. Però volio sapé quanno ve decidete a portà quattro cambi de breccia pe' accomodà la strada che va giun casa mia".
L'assessore scribacchiò velocemente qualcosa nella sua agendina, poi si aggiustò gli occhiali spingendoli con l'indice sul naso e riprese:
"Senza dubbio questa è un'esigenza legittima. Vedremo quello che si può fare. Però vorrei proseguire il mio discorso perché queste non sono elezioni amministrative, sono elezioni politiche e sono troppo importanti".
Di fronte a lui, nella seconda fila di seggiole, un'altra mano scattò in alto e senza attendere che l'assessore gli desse la parola, l'uomo che l'aveva sollevata cominciò a parlare:
"Nualtre semo gli ultimi del comune a nun avecce ancora l'acqua. Ce tocca gì tutti i giorni co' la brocca e le stagnate a careggialla da la fonte a duecento metri. 'Nse potria fa' qualcosa?".
L'assessore ricominciò a scrivere sull'agenda, sempre più in fretta, sempre più nervosamente:
"Forse non mi sono spiegato- disse- Al di là dei vostri problemi che sono legittimi, oggi è più importante affrontare il problema del futuro del nostro paese. Queste elezioni politiche sono decisive."
Sulla sua sinistra una terza mano si allungò e l'uomo che l'aveva sollevata era già in piedi prima che l'assessore lo invitasse a parlare:
"De chiacchiere ne facete tante- disse il contadino- Ma tu qui manca tutto. L'acqua nun c'è e le strade fonno schifo".
"Ve sete magnati tutto o c'è armasta ancora qualche lira per nuantre?" la voce, ironica, era giunta dal fondo della sala.
L'assessore cercò invano in mezzo alla nuvola di fumo l'autore che l'aveva pronunciata:
"Questa sera non ero venuto qui per affrontare questi argomenti- riprese l'assessore chiaramente infastidito- Avremo occasione di parlarne approfonditamente in un'altra circostanza".
Il Treglio era seduto in terza fila, con l'immancabile cappello in testa e la pipa ancora calda stretta nella mano destra protesa in alto per parlare:
"Ditemi" lo incoraggiò l'assessore.
"Assessò - disse il Treglio - ma je l'ete itto ta la moje vostra che stasera puesse che facete 'n po' tarde?".
L'assessore fissò il Treglio con la bocca atteggiata ad un sorriso che era una smorfia forzata più che una vera espressione di serenità, e cambiò registro:
"Io mi appunterò tutte le vostre richieste - disse finalmente - Troveremo sicuramente in bilancio i soldi necessari per realizzare ciò che vi serve. Qualcun altro deve parlarmi di altri problemi del paese?". |
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Il lupo
Era stato un raid notturno a mettere nell'angoscia il Treglio e la sua famiglia. A fare la tragica scoperta era stata la moglie, svegliatasi come sempre di buon mattino. Le era bastato gettare lo sguardo fuori dalla finestra in direzione delle stalle degli animali per capire che c'era stato qualcosa di nuovo. La conferma l'ebbe due minuti dopo, quando si era precipitata in vestaglia per verificare la fondatezza dei timori. Una pecora era distesa sull'ingresso, con la testa fuori dalla porta ed il collo chiazzato di rosso vivo. Una seconda era rimasta nella stalla, scannata senza scampo dalla furia omicida dell'animale che nella notte era riuscito a penetrare nell'ovile. L'ingresso della stalla era spalancato. Il cancello, forzato dalla spinta delle pecore terrorizzate, era stato abbattuto. Giustina vagava da una parte all'altra dello spiazzo chiamando il marito con grida di pianto:
"Oreste! Oreste! Vene a vedé que disastro! Le pecorre enno scappate. Chissà quante ce n'enno morte".
Il bilancio era pesante. Sei pecore erano state sgozzate, un'altra zoppicava vistosamente. Le altre si erano rifugiate nel bosco vicino e ci volle l'intera mattinata per recuperarle e riportarle all'ovile.
Il Treglio raccontava le sue angoscie al vicino di casa Cesarino promettendo vendetta:
"Tanto l'ammazzo - diceva battendo il pugno sul tavolo - Ho preparato la doppietta e l'aspetto. Tanto 'l so che c'arvene. Ma stavolta gne convene".
Cesarino l'ascoltava con profonda attenzione, condividendo il dolore del vicino con le espressioni del volto, ma ne contestò i propositi di vendetta:
"Nooo! - esclamò con le mani giunte - Nun nel poe ammazzà, il lupo è 'n animale protetto, gne se po' torce 'n pelo. Però t'ardonno i solde. Fae domanna ta 'n ufficio, je diche che t'ha ammazzato le pecore e te l'arpagheno".
"Se' sicuro?" esclamò il Treglio.
"Commo de la vita mia" giurò Cesarino.
Oreste si fece spiegare per filo e per segno dal vicino di casa tutto ciò che sapeva ed il giorno dopo prese il postale e si recò in città per presentare la pratica:
"Stia tranquillo- lo rassicurò l'impiegato- Le verrà risarcito il danno".
"Ma se m'arcapita que la bestiaccia gne posso tirà?"
"Eh no, guai, perderebbe tutti i diritti e si beccherebbe pure 'na denuncia. Ma è difficile che ritorni".
"E se invece torna?"
"Chiuda bene le stalle degli animali, magari cerchi di spaventarlo, ma non gli spari, per carità".
Il Treglio non era tanto convinto, ma la promessa dei soldi per il risarcimento del danno subito vanificava ogni dubbio, e se ne tornò a casa impaziente di dare la bella notizia alla moglie Giustina.
Trascorse circa un mese senza che del lupo ce ne fosse più traccia, finché in una notte di luna piena, verso mezzanotte, sentì i cani abbaiare con insolita veemenza. Prese il fucile appeso alla parete della camera e si appostò sulla finestra scrutando nella penombra. Il lupo vagava nel cortile di fronte alle stalle, ancora indeciso a quale delle porte dare l'assalto. Il contadino imbracciò il fucile e sparò in aria. Il lupo, spaventato, se la diede a gambe.
L'indomani il Treglio si recò all'osteria e telefonò all'ufficio:
"Vue sete quello che m'ha da da' i solde de le pecore?" s'informò. Avuta conferma proseguì:
"Stanotte 'l lupo s'è arfatto arvedé. Io je tiro si nun se la smette".
"No, per carità, non lo faccia - esclamò l'impiegato - vedrà che non verrà più".
"Sarà - biascicò il contadino - Ma sti solde quanno arrieno?"
"Ah, non si preoccupi - lo rassicurò l'impiegato - arriveranno".
Dopo un paio di settimane i cani del Treglio diedero ancora l'allarme e svegliarono il loro padrone. Il lupo era ancora lì, a gironzolare intorno alle stalle alla ricerca di un varco. Soltanto dopo la seconda fucilata si convinse ad allontanarsi:
"Stanotte ariera 'ntorno casa mia! - Il Treglio gridava alla cornetta del telefono, tanto che l'impiegato, all'altro capo, dovette allontanare l'apparecchio dall'orecchio - Io la prossima volta je tiro e cucì la facemo finita".
"Mi raccomando, non faccia questa stupidaggine" lo ammonì l'impiegato.
"Ma allora commo dovrio fa'?".
"State tranquillo, non abbiate paura. Eppoi il lupo non va ad uccidere nello stesso posto dove è già stato una volta".
"Ah sci? E allora, si nun è venuto pe' magnà, que è venuto a fa', a porta' i solde che m'ete da da'?". |
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Il ladro
"Deje là, que ve costa?! Stasera c'è la luna piena, ce se vede commo si fusse giorno. Quanno m'arcapita 'n'occasione cucì?!".
L'altro lo squadrava perplesso dall'alto in basso, più propenso a credere ad una sceneggiata fatta ad arte che ad un'autentica pena interna. Ma l'uomo, implorante, lo incalzava:
" Nte 'n casa mia c'enno cinque bocche che n'enno mai sazie pe' la fame. Si sto tu qui chi ce pensa? Mojema, da sola, que po' fa'!?".
L'uomo teneva le mani giunte con la berretta in mano e gli occhi serrati per lo sforzo nel tentativo goffo di spremere qualche lacrimuccia. Di fronte a lui l'altro, con la fronte aggrottata e un mazzo di grosse chiavi in mano, continuava a scrutarne ogni minima variazione espressiva:
"Mimmo, que te posso fa'? Nun se po' fa quello che voi, si se scopre ce passo i guai mia" rispose infine con l'espressione mesta, veramente dispiaciuto di non poter essere disponibile.
Mimmo intuì la piccola breccia che si apriva nella fiacca resistenza dell'uomo e vi s'insinuò vigliaccamente con decisione; stringeva ad arte le corde vocali, così che le ultime parole gli uscivano quasi a fatica, come straziate dal dolore e dalla disperazione:
"Chi lo po' sapé? Niciuno! Commo fonno a sapello. Semo nualtre due e basta. Vue stete 'nte 'na botte de ferro".
"Nun me pare manco tanto giusto - replicò il carceriere - Tu i billi l'è rubbati o no?".
"Sci, l'ho rubbati, nun nel posso negà, ma per fame e m'honno messo drento solo perché quel vecchio bacucco ha itto che m'ha visto. Eppoi mica l'ho rubbati per me. E' pe' que le criature ch'enno giun casa. Le fo' morì de fame? 'N'el sapete che nualtre casengoli semo i più disgraziati della terra?".
Mimmo era ormai un ladro patentato. Le visite più proficue e più frequenti erano quelle nei magazzini, nei pollai o nelle stalle dei conigli. Ma l'ultima volta ci aveva lasciato le penne. Il Treglio aveva percepito nel silenzio della notte il cigolare di una porta, si era alzato e aveva riconosciuto il ladro che stava scappando con un sacco sulla schiena. Il giorno dopo si recò dal maresciallo e per Mimmo si erano aperte le porte della prigione. Era da una settimana che soffriva tra quelle fredde quattro mura dell'antico castello trasformato in carcere.
"Senti - disse infine il carceriere, ormai rassegnato al cedimento, scandendo bene le parole - me prometti che per le cinque rientri?"
"Dio me stramaledica si pe' le cinque nun so tuquì a dormì su sto lettaccio" esclamò Mimmo saltando come un ragazzino.
Così la porta si aprì e l'uomo si mimetizzò nell'oscurità della sera ormai inoltrata. Divorava con la velocità di una gazzella stradine e sentieri, giunse alla sua abitazione dove prese un grosso sacco nella capanna e, poi, proseguì il cammino sempre con passo sostenuto. Verso la mezzanotte era davanti al pollaio del Treglio.
Il vecchio, da qualche settimana, soffriva un po' di insonnia. Da quando Mimmo gli aveva rubato quattro billi nel cuore della notte, al minimo rumore sobbalzava ed era costretto ad alzarsi per verificare se nel cortile ci fosse qualche estraneo. Il vecchio sussultò al suono di un rumore sordo di una porta sbattuta, scese rapidamente dal letto e con i piedi nudi si avvicinò alla finestra scostandone la bianca tendina:
"Arieccolo sto disgraziato " esclamò stringendo i pugni per la rabbia.
Mimmo quasi gigioneggiava di fronte alla stalla, con il volto scoperto rivolto verso la finestra della camera del Treglio. Soltanto quando fu sicuro che il contadino l'aveva visto bene in faccia se ne andò con il sacco sulle spalle dove una mezza dozzina di galline in preda al panico starnazzavno come ossesse.
"Era lue marescià - implorava con la mani giunte - L'ho arconosciuto quanto è vero Iddio. Che nun possa arvedé mojema quando m'arvò. Che pu', trista com'è, saria anco 'na benedizione".
Il maresciallo l'osservava con un'espressione mista tra scetticismo e benevolenza. Poi provò una certa commiserazione e lo informò:
"Senta, Oreste. Non è possibile che sia stato Mimmo. Mimmo è da una settimana che sta in galera. L'avrà scambiato per qualcun altro"
"None, none ve dico - continuava ad implorare il Treglio - Dio me cecasse si nun era lue. Capirete, n'el conosco? Se po' dì che l'ho visto nasce". Ma il maresciallo fu irremovile. D'altronde l'evidenza parlava chiaro. L'indomani Mimmo uscì definitivamente dal carcere. Il Treglio quale testimone, era ormai considerato un rimbambito e con una attendibilità uguale a zero. Quindi anche la testimonianza sull'episodio precedente, stante il continuo negare dell'accusato, fu considerata non degna di considerazione. Ma nessuno riuscì mai a convicere il vecchio di essersi sbagliato:
"Commo ha fatto 'sto diavolo a fregamme!" si domandava, invece, cento volte al giorno. |
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Le galline
"Mimmo, curre, eccoli che arrieno.!"
Maria, la moglie di Mimmo, saliva a zompi le scale di casa e irruppe in cucina facendo sbattere rumorosamente al muro la porta d'ingresso. Mimmo aveva appena tirato il collo ad un paio di gallinelle ora distese inermi sul tavolo della grande cucina affumicata.
"Que t'ha pizzicato, 'l diavolo?" disse l'uomo alla moglie appena entrata.
"Arrieno, t'h itto che arrieno!" replicò la donna tremando e con le lacrime agli occhi.
"Arrieno chi?"
"I carabinieri. Enno su la strada. Ho visto la camionetta"
Mimmo lasciò istintivamente la testa della gallina appena giustiziata e s'irrigidì.
"E mo que facemo?"
"Buttele vie - lo implorò la moglie - Nun l'honno da troà, si no arvae 'n galera".
Mimmò squadrò gli occhietti lucidi dei suoi quattro marmocchi rincattucciati nell'angolo accanto al focolare, poi accarezzò le due gallinelle ormai esanimi:
"E' 'n peccato - commentò - Eppù commo fo? Mica posso scappà da la porta co' le galline. Si enno su la strada i carabinieri me vedono. E manco le posso buttà da la finestra. Si s'affacciano le vedono di sicuro".
"Allora annisconnemmole - esclamò Maria - Troammie 'n posto sicuro".
Mimmo girò lo sguardo intorno, ma le pareti della cucina erano totalmente disadorne. Né la piccola e sgangherata credenzina avrebbe garantito un minimo di sicurezza. Si sentì sopraffatto dalla disperazione. Poi notò che nel camino acceso era appeso il caldaio con un po' d'acqua:
"Vamme a pijà 'l vaso col cece" ordinò alla moglie.
"Que voe fa'?" chiese Maria asciugandosi le lacrime.
"Sta zitta e vamme a pijà 'l cece" le urlò il marito.
La donna scattò in direzione del piccolo magazzino, soffiandosi rumorosamente il naso.
Mimmo afferrò le galline e le affondò nel caldaio spingendole in basso con un bastone. Poi rovesciò nel caldaio tutto il contenuto del vaso che gli aveva portato la moglie.
I carabinieri avevano già fermato la camionetta sulla strada di fronte alla casa. Mimmo andò ad aprire la porta con assoluta tranquillità. La moglie, per non tradirsi, si era rifugiata in camera da letto e si era infilata sotto le lenzuola:
"Bon giorno marescià. Commo mae da ste parti?"
Il maresciallo saliva lentamente le scale, seguito a ruota dal fido appuntato. Sul pianerottolo di fronte alla porta di ingresso riprese fiato:
"Come mai? Stavo facendo una passeggiatina e mi sono detto: perché non andare a trovare quel galantuomo di Mimmo? Sarà contento di vedermi"
Mimmo si scostò dalla porta e precedette i due carabinieri all'interno della cucina. Poi prese due seggiole sgangherate e le avvicinò al camino:
"Tené, metteteve a sedé. Ve offro 'n goccio de vino?".
Il maresciallo nemmeno l'ascoltava. Gironzolò perplesso per la cucina, aprì gli sportelli della credenzina, scrutò sotto il "versatoio" spostandone la tendina e poi si piantò in mezzo alla cucina con le mani ai fianchi:
"Avanti - disse - non fammi perdere tempo. Dove stanno queste galline".
"Quali galline, marescià". L'espressione di sorpresa di Mimmo fu talmente sincera che il maresciallo cominciò a dubitare di se stesso.
"Quelle che hai rubato stamattina nel pollaio qui vicino. Ti hanno visto. Sono venuti subito a denunciare il furto", esclamò deciso.
"Me pijasse 'na paradese secca si ne so' qualcosa - replicò prontamente Mimmo - Vel possono giurà su ste crature innocenti" aggiunse poi, indicando i bambini che si erano come avviluppati tra di loro per la paura.
Il maresciallo osservò quei musetti sporchi pieni di terrore e quasi si vergognò della sua presenza. Poi reagì al momento di sconforto facendo leva sul senso del dovere, si fece accompagnare nel magazzino, visitò con discrezione la camera da letto, chiedendo scusa alla signora malata, mandò l'appuntato ad ispezionare l'unica stalla ed alla fine si rassegnò. C'era un qualcosa, però, che gli impediva di andarsene. Percepiva nell'aria una tensione innaturale e aveva la sensazione che ciò che stava cercando fosse lì, a portata di mano e che gli sfuggisse banalmente. I ceci, nel caldaio, sopra la fiamma ben alimentata da due grossi pezzi di legna, avevano iniziato a gorgogliare nell'acqua ormai bollente:
"Oggi ceci a pranzo?" disse sorridendo rivolgendosi ai bambini ancora stretti l'uno all'altro. Il maresciallo notò come un fremito in quei corpicini quasi consunti per la magrezza. Osservò con maggiore concentrazione il caldaio avvolto dalle fiamme, poi si avviò bruscamente verso l'uscita:
"Appuntà, andiamocene" disse oltrepassando il commilitone. Non salutò Mimmo. Era indignato perché aveva la certezza che l'aveva raggirato. Ma non gli dispiacque l'immagine di quei bambini che affondavano i dentini nella tenera polpa di un coscio di gallina. |
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La nostalgia
Il semicerchio di persone, intorno al fuoco acceso, era illuminato frontalmente dal dardeggiare delle fiamme che invadevano la cappa del camino mentre il resto del locale era immerso nella penombra. Il vertice della fila di persone sedute sulle sedie impagliate arrivava fino a metà della grossa cucina. Fuori soffiava un vento gelido di tramontana che filtrava, tra le fessure della vecchia porta, con spifferi e spruzzate di neve. Gli uomini tenevano la giacchetta appoggiata sulle spalle per proteggerle dell'aria fredda che proveniva dalla porta, e le donne si coprivano con scialli lunghi e scuri.
Le donne, nel punto del semicerchio più lontano dalla sorgente di calore, tenevano sotto le gambe degli scaldini che ogni tanto rimboccavano con palettate di lute ardenti. Erano dei contenitori rudimentali, fatti con barattoli di lamiera che un tempo avevano contenuto aringhe e sardine ed ai quali erano stati applicati dei manici di filo di ferro.
Era una di quelle lunghe serate invernali nelle quali, non essendoci faccende particolari da sbrigare, si cercava di ammazzare il tempo radunandosi nelle case per farsi compagnia e chiacchierare del più e del meno. Le donne sferruzzavano, veloci, matasse di lana grigia e, sotto le loro abili mani, prendevano forma rapidamente pesanti calzini e calde maglie:
"Ragà - esclamò ad un certo punto Giustina, la padrona di casa - volemo magnà 'n po' de castagne?".
L'idea piacque a tutti e Giustina andò nel magazzino tornando con una padella dal fondo buchettato ed un secchio di castagne:
"Tené ommini - disse - Crastatele che nualtre c'emo da fa' 'l calzetto".
Posò ai loro piedi le castagne e sistemò la padella sopra uno spesso strato di braci ardenti, sul piano di cottura del camino. Poi tornò a sedersi spingendo con i piedi lo scaldino fin sotto le gambe.
Sbucarono dei coltelli e gli uomini cominciarono ad incidere i frutti uno ad uno depositandoli, poi, nella padella.
Un'esplosione improvvisa echeggiò nella cucina sollevando spruzzi di cenere e piccoli frammenti di legna ancora infuocati. Due delle donne presenti erano quasi finite gambe all'aria per il gesto istintivo di sollevarsi al momento dello scoppio, mentre gli altri ridevano rumorosamente animando la cucina con grida e schiamazzi:
"Te pijasse 'na paradese - Esclamò Giustina strofinandosi le gambe per ripulirle dalla cenere attaccata - Chi è stato?".
Qualcuno aveva messo nel suo scaldino una castagna non incisa che era esplosa con molto fragore.
"Oré - esclamò uno degli uomini dopo che fu tornata la calma - Se sente 'na puzza de bruciato. Mesà che è successa 'na fecenna brutta tra le gambe da mojeta. Qualcosa ha preso foco".
Giustina, che, nonostante la paura, non aveva perso il buonumore, riprese a sferruzzare:
"Nun ve la pijate per lue cocco mia- disse risentita, assestando il sedere sulla seggiola- che tanto, anco si s'abbrucia, nun gne 'mporta più gnente".
"Me dichi sul serio? Oré, nun te difenni?" replicò l'uomo faticando a farsi sentire tra le sguaiate risate dei presenti.
"Ma io la fo' discorre - replicò calmo il Treglio - Conteno i fatte".
"Oh - s'intromise una delle donne - Tu qui i conte n'artorneno, nun se sa chi ha ragione. Una dice 'na cosa e quel'altro ne dice 'n'altra. Com'è st'affare, Giustì!".
"La bona 'intenzione ce la metteria 'nco - replicò la pdrona di casa - Ma quanno ce gemo a dormì mette là la mano, s'assicura che c'è e pu' se gira da quel'altra parte".
"Orè, nun m'el di'-s'insinuò un terzo uomo- emo finito le cartucce?"
"Eh, cocco mio, vene via - balbettò il Treglio - Quann'ero giovene me mettio a piagne si nun la vidio. Adesso, 'nvece, me metto a piagne ogni volta che la vedo". |
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La pecora
"Fratello, possiamo fermarci a parlare un quarto d'ora con te?".
Il Treglio era seduto sugli scalini dell'ingresso della sua abitazione e squadrò la coppia con un po' di diffidenza. Erano molto giovani. Lui con gli occhiali da miope e l'aria da professore. Lei più alta, con i capelli sciolti sulle spalle, una bella ragazza. Ma non li conosceva e continuò a guardarli con sospetto, senza invitarli ad entrare.
La popolazione del paese, come quella di qualsiasi altra località di campagna, era gente semplice, la cui cultura spesso non oltrepassava il minimo indispensabile del leggere e dello scrivere. Ed anche quando le nuove generazioni frequentarono le "scuole alte" o la televisione portò il mondo nelle loro case, gli anziani rimasero impenetrabili al contatto con nuove culture e nuove testimonianze di fede. Eppure non è che avessero avuto vita facile con il parroco. Don Sesto era un prete all'antica. Per lui non c'erano mezze misure: un atto, un gesto o era peccato o non lo era. Certe regole andavano rispettate e basta, senza commenti e chiacchiere eccessive.
Le donne dovevano recarsi in chiesa con il velo in testa e le braccia rigorosamente coperte.
Il ballo? Era una tragedia! Don Sesto lo aveva quasi messo al bando.
E forse era proprio la dura legge imposta da Don Sesto a rendere inossidabili e inattaccabili come dura roccia i principi religiosi della gente di campagna; ed anche per il Treglio non c'era altro credo che quello di Don Sesto. Mai era venuto a contatto con altre professioni. Probabilmente non sapeva nemmeno che esistessero:
"Noi siamo i testimoni di Geova" disse la donna, notando lo smarrimento dell'anziano agricoltore.
Il Treglio sollevò le sopracciglia più stupito che mai e guardò i due giovani con aria interrogativa:
"Ah sci? E-e quanno c'è 'l processo?".
I giovani si guardarono stupefatti trattenendo a fatica l'istinto di prorompere in una risata fragorosa. Fu ancora la donna ad intervenire:
"Ma no, che ha capito? Non c'è nessun processo. Noi siamo qui per ritrovare le pecorelle smarrite".
"Ah, me l'iate da dì subbeto".
Al Treglio s'illuminò il volto. Finalmente aveva capito cosa volevano i due sconosciuti, non c'era nulla di che preoccuparsi:
"Spettate che-che chiamo la moje" esclamò alzandosi.
Si diresse verso l'angolo più vicino dell'abitazione e chiamò ad alta voce:
"Giustina!"
"Ehhh!"
La voce della donna proveniva dal retro della casa, dalle stalle degli animali.
"Guarda 'n po' se c'è 'na pecora 'n più- Gridò il Treglio- C'enno du' persone che se n'enno persa una". |
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L'accompagno
Ce l'avevano trascinato quasi a forza.
"O bà - l'avevano insistemente implorato i figli - La pijeno tutti. Perché solo nualtre emo da esse i più cojoni?".
Ma ogni volta che i suoi famigliari toccavano quel tasto il Treglio contraeva i muscoli del volto con la pelle incartapecorita che si piegava, lo sguardo tagliente e le mascelle serrate per la rabbia. Poi non rispondeva nemmeno alla richiesta, girava la testa da un'altra parte e si allontanava dalla sorgente fastidiosa.
Ma le continue insistenze di figli, nuore e generi avevano aperto una piccola breccia nella sua determinazione di pietra. Non che si fosse mosso a compassione. Era nell'atteggiamento dei suoi congiunti che aveva notato un graduale mutamento di umori. Persino i bambini, i suoi nipotini, in genere così affettuosi ed espansivi, da un po' di tempo gli erano sembrati più assenti, più distratti nei suoi confronti ed anche più freddi. Evidentemente erano stati condizionati dal clima di pressione che lo stava accerchiando, tanto che uno di essi, Peppino, aveva persino tentato un piccolo approccio:
"O nò - gli aveva detto - perché nun voe gì a passà 'sta visita?".
La breccia, nel cuore del Treglio, diventò ben presto un piccolo varco fino a trasformarsi in una inevitabile resa. In quel clima vagamente ostile tra le mura della casa, che l'aveva sempre protetto con l'affetto incondizionato di chi gli stava vicino, si sentiva fortemente a disagio. Così, quando una delle figlie tentò il centesimo approccio sull'argomento, il muro d'impenetrabilità finì per cedere:
"Quanno toccaria gicce?" s'informò con il solito atteggiamento scontroso.
"Facemo tutto nualtre, quanno è ora vel dicemo".
Ed ora era lì, che saliva arzillo una rampa di scale che non aveva mai percorso. In cima c'era la Mecca tanto sognata dai suoi figli: l'ufficio dove sarebbe stato accuratamente visitato per verificare se, per le sue condizioni di salute, aveva necessità di una pensione di accompagnamento.
Era una salita un po' movimentata, per la verità, tanto che più di una persona si era soffermata ad osservare la coppia con curiosità mista a divertimento. Il Treglio saliva tenendo ben saldo il braccio sinistro al corrimano mentre con l'altro strattonava energicamente la donna che voleva sostenerlo:
"Camino da solo!" borbottava tra i denti per nascondere il dispetto alle persone che lo stavano osservando. Dava colpi decisi al braccio della figlia, ma la donna non voleva mollarlo e manteneva salda la presa sbuffando imprecazioni e sudando abbondantemente per la fatica e la vergogna.
Il Treglio entrò nello studio medico a testa alta, il volto fiero ed il passo deciso. Erano tre le persone in camice bianco che si sarebbero interessate di lui e le guardava con un'espressione ironica e divertita. Cominciò la visita:
"Quanti anni ha?"
"77"
"Le fa male qui?"
"No"
"Le fa male qui?"
"No"
"Le fa male qui?"
"No"..
"Mi scusi, ma c'è qualche cosa di particolare di cui soffre?"
"No, tammè nun me fa male gnente. Io 'l dottore se po' dì che nun so manco do sta de casa. I dente, pe' la verità, nun ci ho più ma nun me n'en curo. C'ho du gengie dure commo i sassi che ce posso acciaccà anco le nuce".
"Ma senza denti avrà probabilmente disturbi di digestione."
"Io? Digerisco anche le vitalbie. La sera magno sempre l'insalata co' le cipolle. E nten casa ta tutti fa male meno che tammé!".
"Ma allora mi scusi - disse uno dei componenti la commissione, ormai affascinato dalla personalità del vecchietto - Perché è venuto a fare questa visita per chiedere la pensione d'accompagnamento?".
"Stete zitto dottò che me ce so' rovenato 'l fedeco. Nu ne potio più. Me c'honno voluto portà per forza. Ma io ancora so 'n celletto". |
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Il nonno racconta
"Nonno, m'hai da raccontà qualche fatterello curioso de la vita tua e io lo scrivo"
Seduto su di un sasso all'ombra di una grande quercia al limite del campo, il Treglio poggiava entrambe le mani sul manico ricurvo del bastone conficcato nel terreno. Il mento era appoggiato a sua volta sulle mani, e, sul lato destro della bocca, con i denti e le labbra serrate intorno al bocchino della pipa, scendeva un piccolo rivolo di saliva. Ogni tanto il vecchio si toglieva la pipa di bocca, sputava, detergeva il rivolo di saliva con il dorso della mano e poi ritornava nella posizione originaria, aspirando con piacere il fumo. Con lo sguardo era attento a controllare che le pecore non uscissero dal confine del campo d'erba fresca loro assegnato. Accanto al vecchio, sdraiato sull'erba con i gomiti poggiati per terra e la testa sorretta dalle mani, stava Giacomino, il nipotino di nove anni, che con la penna in mano ed il quaderno aperto sull'erba fresca, aspettava che l'ispirazione del nonno gli consentisse di riempire quelle righe bianche, che gli sembrava lo squadrassero con perfida sfida.
"Te racconto questa" ruppe infine gli indugi il Treglio.
Era poco più che un ragazzo, appena diciassettenne. Con l'immancabile doppietta in spalla e la compagnia di un cane, si aggirava per le campagne ed i boschi circostanti in cerca di emozioni. Aveva camminato molto sconfinando nei terreni di uno dei paesi vicini quando udì un dolcissimo canto di fanciulla provenire da un campo. Spinto dalla curiosità, si avvicinò attraversando un boschetto e la ragazza gli apparve come una splendida ninfa. Era bella. Il caschetto di capelli neri racchiudeva un visetto ovale che ispirava tenerezza. Il ragazzo sentì il cuore martellargli prepotentemente nel petto. Spinse il cane nel campo e poi gli corse dietro per inseguirlo perché stava spaventando le pecore della giovanetta. L'approccio non fu difficoltoso. Tra mezze frasi e sguardi intensi i due giovani fecero conoscenza, si confessarono che erano liberi da legami e cominciarono a simpatizzare. Il Treglio era al settimo cielo. Non aveva ancora mai avuto una ragazza vera e, quella che aveva incontrato per caso in quel campo, gli piaceva da morire.
"Me tocca argimme" disse ad un certo punto la giovanetta.
"Do-do è casa tua?" le chiese il Treglio. L'emozione lo tradiva ed accentuava il suo leggero intercalare.
"E' tulassù" indicò la ragazza allungando il braccio ed indicando il posto con l'indice.
"T'accompagno?"
"Fino a tulà - spiegò la giovane - Doppo no, che si me vede babbo m'ammazza".
Si avviarono e il Treglio non stava nella pelle dalla gioia. Aveva anche sfiorato con la mano il braccio nudo della ragazza e l'emozione del tatto di quella pelle vellutata gli aveva mozzato il fiato. C'era un rivoletto che tagliava il campo, uno "sciacquale" reso più profondo dallo scorrere dell'acqua. In preda all'euforia più sfrenata, il Treglio, per attraversarlo, invece di allungare semplicemente il passo, si slanciò in un salto atletico. Quando atterrò sulla sponda opposta, dal fondo dei calzoni gli uscì un "brrri" che sibilò distintamente nell'atmosfera silenziosa del campo. Sopraffatto dal panico e dalla vergogna, il Treglio se la diede a gambe levate verso il bosco senza voltarsi mai indietro e si fermò, ansimante, soltanto quando fu certo che era ormai fuori dalla portata visiva del suo amore ormai perduto.
Giacomino si era sdraiato con la schiena distesa sull'erba e le mani poggiate sulla pancia, quasi a trattenere il fiato che gli mancava per il gran ridere.
"E nun l'hai rivista più quella ragazza?" domandò infine.
"Sci, dopo un po' d'anni - rispose il vecchio - Ma appena me vidde je scappò da ride. Me sario sotterrato da la vergogna".
Asciugandosi gli occhi pieni di lacrime provocate dalla risata, Giacomino si rovesciò sull'erba tornando a centrare la sua attenzione sul foglio del quaderno ancora bianco:
"Sci, ma que ce scrivo? - domandò ancora - Commo la posso chiamà".
"Era.era.- il Treglio esitava nel cercare il vocabolo più appropriato. Sputò per terra, si asciugò il solito rivoletto di saliva con il dorso della mano, infilò il bocchino tra i denti, aspirò una boccata di fumo e poi afferrò la pipa con la mano come folgorato da un'intuizione improvvisa- Era.'na scoreggetta" disse.
Giacomino riprese a ridere convulsamente:
"'Na scoreggetta.- ripeteva rovesciandosi sull'erba - 'na scoreggetta".
Poi finalmente riuscì a controllarsi e cominciò a scrivere. |
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La strega
Ce n'erano una decina, di tutti i colori: bianchi, grigi, neri, marroni, maculati.una varietà assortita di razze e di dimensioni. Si erano dati convegno davanti alla porta della cantina del Treglio, e oziavano in paziente attesa, con gli occhi convergenti in direzione dell'uomo che, un metro appena dentro il locale, armeggiava con una pialla ed una raspa su di un pezzo di legno per modellarne un manico di zappa. Il contadino, dapprima, non si rese conto della straordinaria attenzione di cui era fatto oggetto, poi, quando alzò lo sguardo e li vide schierati sullo spiazzo, s'incuriosì:
"E vualtre da do' venete?"
I gatti facevano ondeggiare lentamente le lunghe code e oscillavano la testa di qua e di là, ad intervalli lunghi e regolari, con gli occhi spalancati fissi sull'uomo che li aveva interrogati. Il contadino cominciò a percepire una leggera inquietudine per quell'attenzione prolungata ed allora alzò le braccia all'improvviso sporgendosi in avanti con un piccolo salto:
"Via!" gridò.
I gatti arretrarono scattando all'indietro, ma non furono talmente spaventati da andarsene. Verificata la sicurezza della nuova posizione acquisita, tornarono a sedersi poggiandosi sulle zampe anteriori e tenendo sotto sorveglianza l'uomo. Il Treglio agitava il pezzo di legno che aveva in mano, indeciso se usarlo o tentare ancora di scacciare i gatti spaventandoli con un gesto:
"Via!" gridò ancora, e questa volta si precipitò fuori dalla porta brandendo il bastone. I gatti, terrorizzati, saltarono all'indietro e scapparono in tutte le direzioni. Soltanto uno evitò la fuga, fermandosi a non più di tre metri di distanza dall'uomo. Aveva assunto una posizione pronta per lo scatto, qualora avesse percepito il pericolo, ma la testa era girata verso il Treglio e lo fissava con espressione intensa, profonda, quasi di sfida:
"Ma tu que voe? Via!" Il semplice gesto del braccio non allarmò il gatto che rimase immobile, fissando l'uomo che sentiva crescere dentro di sé quella strana inquietudine. C'era un che di familiare in quegli occhi, un'espressione quasi di confidenza:
"Te pijasse 'na paradese secca": il bastone volò con violenza sulle gambe del gatto che fu sorpreso e non poté evitare il colpo tremendo. Partì miagolando con disperazione e zompettando su tre gambe perché la quarta, ogni volta che provava a poggiarla per terra, gli procurava un dolore lancinante:
"Ce siente s'in se sordo?"
Il Treglio, finalmente tranquillo senza quei tanti sguardi concentrati su di lui, tornò in cantina.
L'indomani mattina Giustina, la moglie del contadino, era impegnata a sfornare il pane appena cotto nel forno addossato alla parete della casa, nel cortile vicino la strada, quando vide arrivare Valmina, una vecchietta minuta ed arzilla. Zoppicava vistosamente e camminava con sofferenza aiutandosi con un bastone:
"Valmì, volete magnà 'n pezzetto de pane appena sfornato?"
"Vorrio magnà 'l veleno" rispose acida la vecchia.
"Quete fatto stamatina? Zoppicate commo no struppio e sete acida commo 'l latte cattio".
"El domanne tammé quo fatto? Domannelo ta quel maritaccio tua piuttosto" esclamò la vecchia, poi proseguì per la strada, zoppicando e imprecando parolacce incomprensibili.
"Era 'na strega"
"'na strega?!".
Giacomino era accucciato davanti al fuoco, di fronte alla nonna seduta su una seggiola, con le braccia che stringevano le ginocchia. Aveva gli occhi spalancati per la meraviglia e la fronte corrugata. La piccola bocca era leggermente aperta per lo stupore. Il racconto della nonna suscitava mille interrogativi nella sua fervida fantasia di bambino. Inghiottiva a fatica, sopraffatto dall'emozione. Si alzò e si precipitò sulle gambe della nonna, aggrappandosele al collo e nascondendo il volto tra i suoi lunghi capelli di stoppa, all'altezza della spalla. |
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Gli sposi
Peppino era seduto di fronte al focolare della vecchia casa colonica. Mentre i pensieri correvano in libertà negli spazi sconfinati della sua vita passata, osservava con malinconia la fiammella che ardeva viva consumando un grosso ceppo di legna mentre ampie nuvolette di fumo uscivano dalla pipa che teneva in mano e s'infiltravano nella cappa del camino. Quando udì bussare alla porta il vecchio sussultò e si alzò stancamente dalla seggiola per andare ad aprire.
"Marié, sete vue?" disse dopo aver socchiuso la porta. Cedette il passo alla donna che si diresse verso il tavolo per appoggiarvi una bracciata di panni.
Peppino aveva raggiunto i 75 anni ed era rimasto vedovo da quattro. Sua moglie era morta per una polmonite lasciandolo solo nella vecchia casa di campagna. I figli abitavano tutti in città lontane, dove avevano trovato lavoro. Nei primi tempi di solitudine, nel cuore e nei pensieri dell'uomo c'era stato posto soltanto per il rimpianto e la nostalgia per una presenza, quella della moglie, diventata improvvisamente indispensabile. Poi era subentrata la rassegnazione e l'assuefazione alla nuova condizione di lupo solitario. Della possibilità di trasferirsi in città per star vicino ad uno dei figli non ne aveva voluto nemmeno parlare. Mai e poi mai si sarebbe staccato dalle sue cose, dai suoi animali, dalla sua casa, dai suoi amici. Aveva imparato a convivere senza difficoltà con la solitudine e la necessità di dovere fare tutto da solo. Rifare il letto, scopare per terra, preparare il pranzo, accudire al maiale e alle galline, coltivare i tre campi che integravano il reddito della sempre magra pensione...erano tutte occupazioni piacevoli che lo aiutavano a trascorrere il tempo senza pensare troppo alla sua condizione di vecchio contadino che si avviava stancamente all'ultima chiamata..
L'unico grosso problema che non era riuscito a risolvere era quello del bucato. Non ci si ritrovava, non riusciva a coordinare manualmente le operazioni da fare ed i risultati erano sempre pessimi. Avrebbe dovuto acquistare una lavatrice ma non se la sentiva di affrontare una spesa che riteneva troppo esosa.
Si rivolgeva così a Marietta, vedova anche lei da lunga data, di una decina di anni più giovane di lui. La donna abitava con il figlio, la nuora e quattro nipoti in una casa distante un chilometro circa da quella di Peppino. Ogni settimana la donna riportava la biancheria pulita e prendeva quella sporca da lavare. Un servizio preciso e puntuale che all'uomo, comunque, costava un piccolo sacrificio economico. Ogni volta che riceveva indietro i panni puliti allungava a Marietta una banconota da mille lire. La donna sembrava quasi vergognarsi di prendere i soldi:
" Io vel fario anche gratis - gli disse anche quell'ultima volta - Per me è 'n piacere davve 'na mano. Ma io sto 'n fameja, nun posso fa' commo me pare. E se vue me pagate stonno tutte zitte, perché je convene anche ta lora".
Peppino osservò la donna con maggiore attenzione del solito. C'era un qualcosa in lei che lo incuriosiva. Aveva 65 anni ma li portava bene. Era energica e svelta nei movimenti di un corpo ancora snello e reattivo. I lineamenti del volto consumato dal tempo lasciavano trasparire una freschezza giovanile ancora non del tutto sfiorita.
L'uomo aprì la bocca, ma poi si trattenne. Da diverse settimane pensava e ripensava il modo di introdurre l'argomento, ma non aveva mai trovato il coraggio necessario. Questa volta sentiva che le parole potevano finalmente uscire, ma la bocca si chiuse istintivamente e da una sensazione di calore percepita sul volto capì che era diventato anche rosso. No, non ce la faceva, non ce l'avrebbe mai fatta. E, soprattutto, aveva il terrore di compromettere tutto.
"E se doppo se rifiuta de continuamme a lava' anche la biancheria?"
Il solo pensiero di un'eventualità del genere lo terrorizzava. Dove mai avrebbe trovato un'altra donna disposta a fare altrettanto?
Marietta percepiva questo disagio e ne aveva intuito quale fosse la causa. Ogni volta che riceveva le mille lire accentuava con maggiore espressività quel sofferto suo disagio nello stare "in fameja", a dipendere da nuora e figlio anche per le piccole cose.
"Adesso m'el dice" pensò quando vide la bocca del vecchio trattenersi quasi a fatica. Ma poi le labbra si chiusero, il desiderio di parlare venne represso per l'ennesima volta e Marietta perse la pazienza. Non voleva più aspettare, non ce la faceva più a sopportare l'incertezza.e partì decisamente all'attacco:
"Ce saria 'n sistema si nun volete paga' più" disse quasi distrattamente, dirottando lo sguardo verso il focolare.
Di fronte a quell'espressione così sfacciatamente civettuola Peppino rimase lì per lì senza fiatare. Ma durò soltanto un attimo lo smarrimento. Al diavolo i dubbi, al diavolo la preoccupazione di non farcela, al diavolo la reticenza. Vada come vada:
"Io è da 'n pezzo che ce penso, Marié - disse finalmente, schiarendo la voce con un leggero colpo di tosse - Alla nostra età sarieno cose che nun se dovrieno di' nè se dovrieno fa'. Ma che male ce saria si ce mettessemo 'nsieme. Io so' rimasto solo, vue altrettanto. Mettemmece 'nsieme e ce consolamo, ce facemo 'n po' de compagnia. Eh? Che ne pensate?".
Vuotato il sacco, respirò profondamente e continuò a fissare Marietta che sorrideva con un'espressione di felicità disegnata sul volto e lo sguardo innocentemente perso nel vuoto.
"Ce saria solo 'n problema da supera' - sospirò la donna con un filo di voce - Mi fijo e la moje m'ammazzeno".
Ma non fu un ostacolo insormontabile. La reazione fu piuttosto violenta ma, di fronte alla decisione irremovibile della donna, non restò loro altro da fare che piegarsi al suo volere ed accettare la nuova situazione.
"Io però me vojo sposà" disse Marietta, quando venne il momento di curare i particolari.
Decisero per la sola unione religiosa. Legalmente ognuno sarebbe rimasto vedovo e avrebbe goduto dei piccoli benefici che ciò comportava in fatto di reversibilità delle pensioni dei coniugi morti. Eppoi non ci sarebbero state confusioni ereditarie. Peppino non avrebbe avuto nessun diritto sulle proprietà della nuova moglie e viceversa.
Venne finalmente il gran giorno. I due indossarono gli abiti della domenica, il parroco benedisse l'unione in una semplice cerimonia celebrata nel tardo pomeriggio, poi gli sposini andarono a casa e tutto sembrò terribilmente normale, quasi una routine quotidiana. Cambiarono gli abiti della festa con quelli abituali, accudirono ai maiali e alle galline, cenarono e se ne andarono a letto.
La camera era quella solita di Peppino e della moglie morta. Marietta aveva solo aggiunto un pizzico di civetteria con una coperta a fiori:
"Era del corredo mio da ragazza - disse con orgoglio, quando la mostrò per la prima volta al suo nuovo marito - L'ho ricamata co' le mano mia". Non c'era apparentemente grande tensione o una particolare emozione nei loro gesti. Si spogliarono con tranquillità, parlarono della giornata appena trascorsa, degli animali, di quello che avrebbero dovuto fare l'indomani e si misero a letto. Continuarono a parlare per qualche minuto poi Peppino si girò sul fianco opposto a quello della donna, spense la luce e le diede la buonanotte.
Marietta girò la testa dalla parte del marito già ritiratosi nel suo cantuccio e si sentì smarrita, quasi persa in quell'angoletto del letto diventato improvvisamente troppo grande. Non era così che aveva immaginato l'esordio nella sua seconda avventura di moglie:
"Oh Pè!" esclamò con un filino di voce.
"Che volete Marié?" chiese il marito sollevando appena la testa dal cuscino.
"Si volete quella robba è pronta".
"Embé, tenetela 'n po' pe' domane!" rispose il vecchio senza girarsi. |
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La sega
"Arria Giuanne. Guardelo tulì. N'opre gli occhi da quant'è 'mbriaco" disse Carlotta affacciata alla finestra.
"Senti tu che solfa per que la poretta de Clara - aggiunse un'altra donna da una finestra accanto - Je tocca arfà el mattutino".
Giuanne era un omaccione di circa un metro e settanta, con le spalle larghe e la pancia a botte che la camicia e la giacca non riuscivano mai a contenere del tutto. Il collo taurino sorreggeva un testone rotondo, con la pelle eternamente arrossata e ciuffi di capelli ribelli che non ne volevano sapere di restare raccolti sotto la beriola indossata di sguincio, con la visiera che solcava la fronte di traverso. Giuanne, all'anagrafe Giovanni, per tutti era Giuanne e, per alcuni, qualche volta, era Giuannaccio, con quel tanto di alterazione che non sapevi se dettata da commiserazione o un po' di disprezzo. Giuanne era un casengolo, una delle categorie di coltivatori della terra più disgraziate che popolavano la campagna fino agli anni '50. Il casengolo era un proprietario, quindi, sulla scala sociale, avrebbe dovuto occupare un gradino più alto di un contadino perché aveva la casa del suo, mentre il contadino viveva sulla casa e sulla terra di un padrone. In realtà così non era perché il casengolo, oltre alla casa, possedeva soltanto un orto e poche centinaia di mq di terra. Troppo poco per sfamare una moglie e dei figli. Mentre il contadino, pur dovendo dividere a metà il raccolto con il padrone, coltivava vasti appezzamenti di terreno e aveva nel magazzino quanto bastava per non far soffrire di troppi stenti la famiglia. Il casengolo era di fatto un servo, quotidianamente al lavoro sui terreni dei vicini, contadini o coltivatori diretti, che lo ricompensavano sfamando, in quel giorno, anche la moglie o i figli e regalandogli pugni di farina di granturco, pezzi di lardo o bottiglioni di vino della vecchia annata, di quello che, tanto, aveva preso di spunto, cioè già sapeva d'aceto e non voleva più bere nessuno. Nè poteva pretendere di più. Perché l'esiguità del terreno che possedeva non gli permetteva di allevare vacche o buoi ed ogni volta che doveva arare la poca terra che aveva doveva ricorrere alla buona disponibilità dei vicini. Se non li avesse aiutati con il lavoro delle proprie braccia non avrebbe mai potuto arare il suo campicello.
Per garantire la sopravvivenza del nucleo familiare poteva contare su una piccola riserva costituita dal salario per il lavoro nel cantiere, agli ordini di un'associazione che gestiva la montagna. Giuanne partiva a piedi la mattina prima dell'alba e, dopo aver percorso una decina di Km, raggiungeva la montagna dove, agli ordini di un caporale, lavorava con pala e piccone alla costruzione di una strada, insieme ad altri operai. La paga era al limite della sussistenza e veniva integrata da pacchi di pasta e barattoli di pomodoro. Così, in un modo o nell'altro, i quattro bambini avevano sempre qualcosa da mettere sotto i denti.
Quando i vicini lo chiamavano, Giuanne evitava il cantiere ed era trattato con tutti i riguardi nelle case dove andava a prestare i suoi servizi perché era un infaticabile lavoratore che svolgeva senza protestare le mansioni più umili, quelle che gli altri contadini, se potevano, cercavano di evitare. Nel periodo della battitura il suo posto fisso, nelle varie aie in cui era invitato, era il pulaiolo. Il pulaiolo era un pagliaio fatto con la pula, cioè la parte più minuta della spiga del grano che veniva espulsa dalla trebbiatrice quasi in forma di polvere. La pula veniva trasportata in alto, sopra il pagliaio in costruzione, da un nastro azionato da un complesso sistema di cinte collegate alla trebbiatrice e, ricadendo addosso ai contadini che la dovevano sistemare con il forcone, si appiccicava alla pelle sudata provocando un prurito fastidiosissimo al quale ormai Giuanne non faceva più caso. Usava legarsi intorno al collo, al di sopra del colletto della camicia allacciata, un fazzoletto che avrebbe dovuto impedire alla polvere di penetrare nel petto e sulla schiena. In realtà l'espediente non costituiva un ostacolo sufficiente e quando Giuanne scendeva dal pulaiolo sembrava uscito da un sacco di farina, "impulato" dalla testa ai piedi. Ma non se ne curava. Si dirigeva con passo deciso verso i bottiglioni che le donne avevano depositato all'ombra di un albero, riempiva un bicchiere di vino e poi, con l'altra mano, afferrava per il collo il bottiglione dell'acqua. Con una mano si portava alle labbra il bicchiere di vino ed iniziava a bere mentre con l'altra versava l'acqua nel bicchiere all'angolo della bocca. All'inizio il sapore del vino sovrastava quello dell'acqua. Poi piano piano si affievoliva e, alla fine della bevuta, del vino non c'era più traccia. Poteva bere anche un litro di acqua tutto d'un fiato prima di riuscire a soffocare il gusto acre della pula che s'era infiltrata in bocca, e più ingoiava più il pancione gli si dilatava a vista d'occhio.
Giuanne era un tipo d'uomo generoso, del quale molti vicini approfittavano impunemente. Lo gonfiavano di vino e ne sfruttavano i servigi per un pezzo di pane e lui era. La pelle del suo volto sembrava eternamente bruciata dal sole; a volte, quando la generosità dei vicini aveva superato il limite delle decenza, si colorava di un rosso fuoco. A sera il passo era incerto, la parlantina sciolta ma sbiascicata e, chissà perché, quando rientrava in casa gli sembrava che tutto girasse per il verso sbagliato: la moglie Clara, i quattro figlioletti. ognuno di loro aveva un buon motivo per far ribollire il sangue nelle vene di Giuannaccio.. A fare le spese dei cambiamenti d'umore del casengolo era soprattutto la povera Clara, una donnetta minuta con i capelli neri già striati diffusamente di grigio, nonostante avesse soltanto una trentina di anni, e sempre scompigliati come non avesse mai il tempo per sistemarsi un po'. Quando il marito rientrava in casa con il passo malfermo e le palpebre che faticavano a restare aperte, Clara intuiva al volo e, per non infastidirlo, camminava sulle punte dei piedi, più leggera di una piuma. Ma Giuanne, quando era ubriaco, aveva una sensibilità ancora più acuta ed anche il soffio più leggero che lo sfiorasse poteva mandarlo su tutte le furie.
Anche quella sera il passo incerto e traballante rivelava, nell'uomo, uno stato di ebbrezza oltre le righe. Aveva fatto il suo ingresso sulla piazzetta a testa bassa, zigzagando sulle gambe malferme, poi si era fermato per orientarsi ed aveva tagliato la piazza in diagonale, puntando deciso in direzione delle scale della sua abitazione:
"Giuà, ariae accimato anco stasera, no?".
Giuanne si arrestò ed oscillando leggermente si girò in direzione della voce femminile che lo aveva apostrofato. Era una piazzetta quadrata, sulla quale si esponevano i balconcini di una mezza dozzina di abitazioni l'una addossata all'altra, con le mura di pietra ingrigite dal tempo. Nelle belle serate, quando la temperatura era mite, gli uomini, di ritorno dai campi, sostavano volentieri sui rispettivi balconi scambiandosi impressioni sul tempo e sui raccolti, raccontandosi le ultime novità del piccolo borgo, invitandosi a veglia dopo la cena. Le donne sfaccendavano in cucina alla preparazione della cena ed ogni tanto si affacciavano alle finestre per scambiarsi qualche battuta. Alle 19,30 il richiamo inconfondibile di un uccellino meccanico annunciava il giornale radio. Dalla casa di Guglielmo, uno dei coltivatori più benestanti che popolavano il borgo, Carlotta, sua moglie, alzava al massimo il volume dell'apparecchio e la voce dello speaker che leggeva il giornale radio si diffondeva su tutta la piazza immersa improvvisamemte nel più assoluto silenzio. Era l'unica radio del borgo e l'ora del notiziario era magica, persino i bambini interrompevano i giochi rumorosi di cui erano protagonisti.
Giuanne impiegò qualche secondo prima di mettere a fuoco la situazione. Girò lo sguardo a tutto tondo, zoomò con gli occhi stretti nelle palpebre le figure dei vicini che lo stavano osservando, incuriositi, dai loro balconi e poi si soffermò su Carlotta, colei che lo aveva apostrofato e l'indicò con l'indice puntato.
"Fatte i cazze tua" esclamò; poi continuò il percorso e, a fatica, cominciò a salire le scale della sua abitazione. "N'è che anco stasera armeni da que la poretta de mojeta, no?" l'incalzò Carlotta. Era una donna imponente, con un corpo giunonico culminante in una bella testa di capelli neri raccolti sulla nuca in una cipolla sempre in ordine, ed era cosciente della sua posizione sociale nella piccola comunità. La sua era la famiglia più ricca, ma senza ostentazione eccessiva e con una forte propensione ad aiutare chi avesse avuto bisogno; e questo la poneva al riparo da qualsiasi sorpresa nei confronti dei vicini che avevano, verso di lei, un rispetto quasi reverenziale. Era, quindi, per nulla intimorita di fronte all'uomo ubriaco.
Giuanne si fermò, appoggiandosi al muretto che delimitava le scale. Quando era sobrio sapeva essere l'uomo più umile e rispettoso, ma in stato di ubriachezza perdeva qualsiasi freno inibitorio e poteva essere molto scortese.
"C'è qualcosa che t'appartene per caso? Pensa ta casa tua" rispose; poi riprese a salire faticosamente i gradini di pietra e s'infilò nel portone di casa richiudendolo con violenza.
Fu il segnale della ritirata. Ogni famiglia si rintanò nella propria cucina per consumare il pasto serale. Dopo si sarebbero ritrovati tutti ancora fuori a chicchierare tirando fin verso le dieci. C'era il lavoro dei campi l'indomani, ma la dolcezza dell'aria fresca che si respirava all'aperto nelle ore notturne era un piacere al quale né gli uomini né le donne sapevano rinunciare. In quanto ai bambini, poi, era un problema mandarli a letto. Saltavano, si rincorrevano, acchiappavano le lucciole,.scalzi e spensierati, felici di vivere e ignari di ciò che non avevano mai avuto.
Le grida d'aiuto, provenienti dalla piazzetta, soffocarono nel gozzo l'ultimo cucchiaio di fagioli che Guglielmo si apprestava a ingoiare. L'uomo si alzò di scatto facendo rotolare a terra la seggiola su cui era seduto e si precipitò sul balconcino, seguito dalla moglie Carlotta e dai due figlioletti.
Sul pianerottolo di fronte alla porta di casa Giuanne faceva fatica a tener ferma la moglie distesa a pancia in giù sul pavimento di mattoni. I loro bambini strillavano terrorizzati dentro la cucina affacciandosi di volta in volta dalla finestra che dava sulla piazza o dalla porta d'ingresso. Clara, schiacciata a terra dal peso del marito che le teneva un ginocchio sulla schiena ed una mano sulla testa, gridava e dimenava le gambe nell'aria mentre le braccia, sospese nel vuoto in cima alle scale, annaspavano inutilmente.
"Te tajo el collo!" urlava Giuanne con ferocia. In mano teneva effettivamente una piccola sega dentata, di quelle con cui i contadini tagliavano piccoli pezzi di legno, e cercava di appoggiarla sul collo della moglie che aveva il capo a penzoloni sul primo scalino e si torceva come un serpente a cui avessero schiacciato la testa per terra.
"Te tajo el collo!" continuava ad urlare Giuanne e, quando Guglielmo era giunto correndo in cima alle scale, la sega aveva già intaccato la carne viva nella carne bianca della donna. Guglielmo colpì l'uomo con un violento calcio al costato; Giuanne si piegò sul fianco gemendo con il respiro che gli mancava e mollò la presa della sega che l'altro scaraventò via lontano, sul selciato della piazza. Carlotta, che aveva seguito il marito, andò in soccorso di Clara sollevandola, abbracciandola e controllandone il collo:
"Te piasse 'na paradese secca!- Esclamò gridando- Eh gna fatto 'n tajo sto matto! Tocca portalla all'ospedale".
Dagli altri balconcini, tutta la gente del piccolo borgo osservava più incuriosita e divertita che atterrita. Le scenate di Giuannaccio nei confronti della moglie erano ormai diventate una routine, un piccolo spettacolo di divertimento che rompeva la monotonia della vita del borgo. Nessuno, probabilmente, aveva percepito l'eccezionale gravità di quell'ultimo episodio. Soltanto quando udirono la parola "ospedale" le bocche atteggiate a sorriso assunsero un'espressione più seria, quasi mortificata. Gli uomini tacevano. Le donne si scambiavano espressioni di commiserazione:
"Poretta, quanto je tocca tribbolà co' st'omo".
"Certo che i peccati li sconta tutti prima de morì".
"Nse troasse più 'n goccio de vino sulla faccia della terra".
"C'honno colpa anco quelli ch'el fanno 'mbriacà sempre"
"Eh, ma da quelli je fa commodo cocca mia. S'approfittano. Sapessi tu quanto je fattiga pe' gnente".
Guglielmo, nel frattempo, aveva aperto il garage. Mise in moto la Bianchina, la trasferì ai piedi delle scale dell'abitazione di Clara e fece salire la donna ferita. Anche Carlotta prese posto in macchina sul sedile posteriore, dopo essersi rivolta ai vicini:
"Ragà, guardateme ste creature" disse.
Giuanne si era precipitato giù per le scale ed aveva afferrato lo sportello della macchina:
"Ce vengo anch'io!"gridava.
"Delinquente! - gli urlò Carlotta - C'hae anco 'sto coraggio?".
Ma l'uomo, aggrappato allo sportello aperto, impediva a Guglielmo di salire.
"Ce vengo anch'io" replicò deciso.
Guglielmo, spazientito, lo spinse dentro e, finalmente, la macchina, tossendo, si avviò verso l'ospedale.
Dopo circa nezz'ora da quando Clara era stata affidata alle cure dei sanitari, la porta del Pronto Soccorso si aprì e ne uscì un medico. Giuanne, Guglielmo e Carlotta, che avevano aspettato in silenzio, seduti sulle seggiole del corridoio, si alzarono istintivamente e si avvicinarono:
"E' tutto a posto - disse il dottore - Ma ora venite dentro perché mi dovete dire che cosa è successo. La signora non vuole parlare".
Clara era sdraiata sul lettino dell'emergenza e, quando entrarono Giuanne ed i vicini, li rinfrancò con un sorriso.
"N'è gnente- disse a Carlotta che le si era avvicinata- N'è gnente de grave".
Guglielmo e Giuanne stavano in piedi, con la berretta in mano, di fronte alla scrivania del medico sulla quale era aperto un grosso registro. Il dottore, seduto, cominciò a fare domande:
"Nome, cognome, residenza, ora dell'accaduto.". Giuanne e Guglielmo dettavano le informazioni integrandosi a vicenda ed il medico scriveva. Poi ssi incepparono:
"Allora? Cos'è accaduto questa volta? Come mai la signora Clara ha questa grossa ferita sul collo, tanto che le ho dovuto mettere cinque punti?". Il medico era visibilmente spazientito. Non era la prima volta che aveva dovuto curare la donna per le ferite riportate in incidenti domestici definiti fortuiti in circostanze che gli erano sembrate, al contrario, sempre poco plausibili. Ed ora voleva conoscere la verità. Ma Guglielmo e Giuanne avevano improvvisamente perduto la parola. Guardavano il medico con un'espressione inconfondibile di colpevolezza e la fronte imperlata di sudore, ma tacevano. Per la verità Guglielmo avrebbe voluto parlare, raccontare le cose come le aveva viste, ma accanto a lui c'era Giuanne e non voleva tradirlo. Quando, poi, aveva indirizzato lo sguardo verso Clara, la donna, con dei gesti inequivocabili, gli aveva fatto capire che doveva tacere la verità; così decise di non impicciarsi. Clara scese dal lettino, sostenuta per un braccio da Carlotta, e si avvicinò alla scrivania.
"Ve l'ho detto prima, dottò. Me so tajata dal magazzino - disse con un filo di voce- C'è un barbacane de ferro troppo basso e, nun so commo ho fatto, ce so gita a struscià e me so tajata".
Il medico la squadrò severamente, poi, scuotendo la testa, scrisse velocemente due righe e chiuse il registro con violenza.
"Sto delinquente, prima o poi, t'ammazza- esclamò con rabbia puntando l'indice contro Giuanne che aveva dipinta, sul volto, un'espressione contrita e addolorata, quasi fosse stato lui la vittima- Però è affar tuo. Ma la prossima volta che succede, fatemi il piacere, non venite qui, andate in un altro ospedale, perché io 'sta commedia non la sopporto più".
I quattro uscirono a testa bassa, più per la vergogna per il rimprovero subito che per la necessità di controllare dove mettevano i piedi.
"Hae sbagliato- disse Carlotta, rivolta a Clara, quando erano ormai nel cortile dell'ospedale- Lo dovevi denuncià stavolta. Lo dovevi fa' gì in galera 'sto disgraziato".
"Già - rispose Clara con il solito filo di voce, quasi avesse paura di disturbare il mondo parlando più forte - Eppù que magnono qui fije? Si nun l'arporta lue qualcosa da mette sotto i denti ce moremo de fame, nun n'el sae?".
"Ma c'ha ragione el dottore. Prima o poi t'ammazza"
"Nun è tristo - replicò Clara piagnucolando - E' che quanno bee troppo, el vino je da' 'ntel cervello e se trasforma in un demonio".
"Scì, ma bee commo 'n colpo tutti i giorni e la sera t'arvene sempre mbriaco!" esclamò Carlotta.
Erano già arrivati alla macchina. Presero posto sulla Bianchina e, fino a casa, nessuno ebbe più voglia di aprir bocca. Soltanto una volta Clara sospirò:
"Chissà quei fiji!?"
"Nun te preoccupà- la tranquillizzò Carlotta- Ce penseno i vicini. E' tutta gente brava"
"El so".
Sulla piazzetta del borgo la gente era ancora tutta seduta sui tronchi di legno appoggiati ai muri delle case a mo' di panchine, mentre i bambini giocavano come sempre. Quando la macchina di Guglielmo si arrestò davanti alle scale di Clara, tutti si alzarono in piedi, si avvicinarono e la circondarono. C'era un silenzio assoluto. I bambini interruppero i loro giochi e si precipitarono sui balconcini delle abitazioni per vedere meglio. Gli occupanti dell'auto aprirono gli sportelli e la piccola folla aprì un varco per farli scendere. Nessuno osò chiedere notizie. Il fatto che fossero tornati tutti insieme significava che l'incidente non aveva avuto gravi conseguenze. Clara si avviò con lo sguardo fisso per terra, per evitare quelli dei vicini pieni di commiserazione e salì lentamente le scale, seguita da Giuanne che le poggiava una mano sulla schiena per sostenerla. Guglielmo mise l'auto in garage e poi anche lui rientrò casa, insieme a sua moglie. Quando Clara e Giuanne scomparvero dietro l'uscio, tutti, in un silenzio surreale interrotto soltanto dallo scalpiccio dei piedi, si ritrassero nei loro gusci.
Quella sera nessuno osò pronunciare il tradizionale "Bona notte". |
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La spia
"Ragà, vo' a vedé se c'enno du' funghi".
Celestino, un quarantenne piccoletto e mingherlino e dallo sguardo vivace, lasciò il gruppetto dei parenti sdraiati sull'erba e si avviò camminando lentamente sul prato. Era una splendida giornata di sole, una delle prime di quella primavera precoce ed i prati della Valsorda erano stati presi d'assalto dai gualdesi. Molti erano saliti a piedi, altri avevano attaccato calessi e carretti agli asini o ai cavalli. Ed ora, era l'ora del riposino pomeridiano. Dopo l'abbondante abbuffata di pasta e carne che aveva raggiunto i mille metri di quota a bordo di ceste e cestini, la distesa dei prati era puntellata di camice e magliette colorate. Alcuni erano sdraiati al sole, altri preferivano sonnecchiare all'ombra. I bottiglioni non erano stati avari ed il vino abbondante intorpidiva le menti annebbiate.
Celestino si sentiva vagamente euforico e con il forte desiderio di muoversi. La distesa dei prati era interrotta ogni tanto da folti cespugli di piccoli alberi. Celestino ne ispezionava accuratamente il terreno coperto di erbacce alla ricerca di qualche rosciolo. Fu in uno di quei cespugli che dovette ritrarsi all'improvviso senza, però, aver potuto evitare di vedere:
"Oh - esclamò - e que saria sta fecenna?".
La domanda era, in realtà, pleonastica perché Celestino aveva capito tutto. I due corpi avvinghiati tra il falaschio erano un libro stampato. E Celestino li conosceva, essendo ambedue abitanti del suo paese.
Dopo un attimo di comprensibile sbandamento in cui restò immobile ad osservare i due che cercavano di ricomporsi alla meglio, l'uomo, con il sorriso sulle labbra, indietreggiò e si allontanò proseguendo il giro ispettivo per i prati. Non aveva fatto un centinaio di passi che si sentì chiamare da una voce affannata, quasi strozzata in gola per la fatica o l'emozione:
"Per carità - lo implorò l'uomo non appena lo raggiunse - Nun dicete gnente sinnò mojema m'ammazza e anco il marito sua nun è gnente de bono".
Celestino lo osservava con viva curiosità ed un ghigno spontaneo della bocca:
"Nun dicete gnente sinnò domani el sa tutto 'l paese - continuò ad implorarlo l'uomo con il cuore ancora in tumulto per la breve corsetta - Me l'ete da promette". Poi infilò la mano in tasca, ne trasse il portafoglio e gli mise in mano cento lire:
"Tené - gli disse - Pe' tene' la bocca chiusa nun basteno?
Celestino rigirò i soldi nella mano, se li mise in tasca, salutò dicendo "Bastano, bastano" e se ne andò. Ma non era soddisfatto. Già aveva pregustato la gioia ed il divertimento nel raccontare quella storia piccante ai suoi amici di circolo.
Quando ritornò nel gruppo dei parenti c'era impressa sul suo volto un'immagine divertita che traspariva in maniera così evidente che la moglie non fece a meno di chidergli:
"Que hae arfatto? Perché c'hae sto sorrisetto maligno?"
Ma Celestino era uomo d'onore e aveva fatto una promessa:
"Nun vel posso di', ho fatto 'na promessa".
Ma involontariamente aveva aperto una breccia nel suo sistema difensivo e le domande incalzavano:
"Que è? Que hae visto? Perché nun c'el dichi?"
Celestino non stava più nella pelle. Sentiva dentro di sé un'energia irrefrenabile, pronta a liberarsi. Ma c'erano i soldi a tenerlo a freno. Metteva la mano in tasca, strofinava con le dita le cento lire e per un profondo senso morale violentò il suo desiderio e tenne la bocca chiusa.
Ma era un supplizio. Più di una volta, sotto l'incalzare degli amici al Circolo, era stato sul punto di cedere. Poi, all'improvviso, aveva preso la sua decisione.
Erano appena scese le luci del giorno quando si ritrovò a bussare al portone di casa del suo compaesano:
"Que c'è" gli chiese, allarmato, l'uomo che aveva sceso le scale di corsa.
"Gemo giù la cantina, n'è meglio? Mojeta mesà che è 'nten casa, no?" replicò Celestino.
L'uomo arrossì ed annuì. Si avviarono in silenzio, ognuno inseguendo i propri pensieri e cercando di dominare le proprie ansie:
"Io to d'ardà sti sold i- tagliò corto Celestino, una volta dentro il vecchio locale - Nun li posso tené perché io sto segreto nun so sicuro de nun dillo a niciuno".
L'uomo sovrastava Celestino di una buona spanna ed era anche più robusto. Il cazzotto colpì al mento il poveretto e lo mandò a sbattere contro una botte lussandogli una spalla ma, prima che gli arrivasse il secondo, l'ometto aveva già guadagnato la porta serrando le mascelle per il gran dolore.
E così Celestino si ritrovò in un istante con 100 lire in meno ed una spalla dolorante in più, ma l'indomani tutto il paese era a conoscenza della tresca.
I protagonisti sembra fossero di Vaccara ed è da allora che circola il detto che "gli abitanti di Vaccara se la ca., non la tengono".
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Il Treglio-Oreste Il Treglio-Oreste, protagonista principale di quasi tutti i racconti pubblicati in questa raccolta, è figlio esclusivo della fantasia del sottoscritto, sia nel nome che nella caratterizzazione fisica e psicologica. Ed è per mia esclusiva scelta che a questo personaggio sono stati ricollegati quasi tutti gli episodi narrati. Inutile, quindi, che il lettore cerchi dei riferimenti reali precisi in merito ai luoghi, alle situazioni ed ai personaggi descritti. Essi sono assolutamente inventati anche se possono, a volte, essere ispirati a fatti realmente accaduti o tramandati come tali. Gli uni e gli altri, comunque, ci offrono uno spaccato abbastanza significativo della vita di un tempo nelle nostre vallate e sulle nostre colline, così come il sottoscritto l'ha in parte direttamente conosciuta nella sua infanzia. Conservare la memoria storica di essa è l'unico obiettivo che mi ha ispirato nella stesura dei racconti. Nell'uso dei dialoghi ho privilegiato l'uso delle forme dialettali perché il dialetto era la lingua più diffusa all'epoca dei fatti narrati. E qualche termine dialettale l'ho anche usato nel corpo del testo narrativo.
Molte sono le persone che dovrei ringraziare per aver ispirato, con i loro aneddoti, alcune delle novelle contenute nella raccolta. Un ringraziamento particolare lo devo ali 'amico Armando Fioriti con cui ho iniziato questo percorso e dalle cui narrazioni ho tratto spunto per scrivere molti dei racconti pubblicati in questo volume.
Uno speciale ringraziamento, infine, lo devo all'Eco del Serrasanta che ha deciso di pubblicare questa raccolta
L'autore
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L'Autore

Riccardo Serroni è nato a Gualdo Tadino il 25 aprile 1947. Laureato in materie letterarie, esercita la professione di maestro elementare. Giornalista pubblicista, collabora con diverse testate giornalistiche. Nel campo letterario ha partecipato al concorso letterario "Rocca Flea" anno 2002, indetto dalla Pro Tadino, classificandosi al 2° posto con il racconto "La Bastula". E' alla sua prima pubblicazione |
Il disegno in copertina e quelli nel corpo del volume sono di Giovanni Biscontini. Nato a Gualdo Tadino il 17 luglio 1989 è studente delle scuole medie statali. Nel corso degli studi ha evidenziato delle doti di particolare bravura nelle arti figurative.
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Recensioni
L'Eco del Serrasanta, periodico quindicinale che si pubblica a Gualdo Tadino da 16 anni, accanto alle notizie di informazione corrente, ha sempre seguito con particolare attenzione la riscoperta e la "cultura" della storia, dei valori e delle tradizioni, bagaglio etnico delle popolazioni del territorio, con riferimento specifico agli aspetti della vita di un recente passato a volte distrattamente dimenticati, a volte quasi ripudiati perché espressione di un passato di stenti che si voleva solo dimenticare.
In questo contesto si colloca la rubrica "Racconti di paese", ideata e realizzata ormai da vari anni da Riccardo Serroni, che ha raccolto un largo consenso da parte dei lettori del giornale, per cui siamo venuti nella determinazione di raccogliere i molti fatterelli narrati in questa pubblicazione, confidando di far loro cosa gradita.
Un cordiale "in bocca al lupo" all'amico Riccardo ed al giornale tutto per questa esperienza editoriale per la quale auspichiamo un meritato successo.
Valerio Anderlini (Direttore de L'Eco del Serrasanta)
Il tempo fugge inesorabile, annebbia, sino a cancellarle, le memorie di persone, di costumi e di civiltà, che sono state storia, ma che non verranno ricordate dalla Storia. Riccardo Serroni propone un recupero, sicuramente meritorio; porta alla ribalta personaggi umili, situazioni, quadri di vita, episodi, aneddoti del mondo contadino gualdese del '900: lo fa con partecipazione umana e sorridente simpatia che coinvolgono il lettore.
Un'opera da gustare., che serve per non dimenticare le comuni radici.
Alberto Cecconi (La Nazione)
Un popolo che non ricorda le proprie origini non ha futuro, ha detto qualcuno. Racconti di paese è stato questo, ricordare quelle storie che da sempre la tradizione orale delle nostre zone ci ha tramandato. Tante storie, che magari hanno visto all'epoca protagonisti i nostri nonni e che noi ci siamo spesso raccontati, quasi leggende metropolitane. Il lavoro di Riccardo Serroni racconta quella storia che i trattati non racconteranno mai, ma che fa parte del patrimonio di una città, di un popolo che voglia affermare la propria identità.
Salvatore Zenobi (Il Corriere dell'Umbria)
"Racconti di paese" sono storie di vita sospese sul filo del ricordo e della fantasia, ambientate nelle campagne umbre che si estendono tra i comuni di Gualdo Tadino, Valfabbrica, Assisi. I racconti, anche se dotati di vita propria, sono legati tra loro dal sottile filo dell'umorismo ed hanno come sfondo comune il mondo contadino, una realtà sociale che ci appartiene, infatti, agli inizi degli anni Cinquanta, ancora il 60 % delle famiglie, nel nostro territorio, era dedito all'agricoltura. Protagonisti sono una galleria di personaggi che l'autore non lascia mai soli, sembra, infatti, partecipare alle loro (dis)avventure, gioire e soffrire con loro, sorridere simpaticamente della loro goffaggine o delle loro trovate.
Varie storie vedono agire il Treglio, un contadino burbero, ombroso, maschilista, reso scaltro dalla dura lotta che deve sostenere per l'esistenza. Tutti i personaggi, però, attraversano la vita con passo leggero, non c'è niente di tragico e di drammatico, l'arguzia e la saggezza contadina sono un buon viatico.
Le storie sono di grande immediatezza e Giovanni Biscontini, un "artista" di 13 anni, si è cimentato a trasformarne alcune in immagini.
Mauro Mancini (L'Eco del Serrasanta)
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Finito di stampare agosto 2003
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