Sete di pace

Sete di pacePer tre giorni Assisi è stata al centro dell’attenzione dell’Universo con la manifestazione “Assisi 30- Sete di pace- Religioni e culture a confronto”. Solenne celebrazione eucaristica (Basilica Superiore di San Francesco) ed assemblea di inaugurazione (Teatro Lyrick) domenica 18 settembre; Dibattiti e confronti su diversi argomenti per l’intera giornata di lunedì 19 e nella mattinata di martedì 20; Preghiera per la pace nel pomeriggio di martedì presso la Basilica di San Francesco con la presenza di Papa Francesco.

L’evento, organizzato in collaborazione dalla Comunità di Sant’Egidio, la Diocesi di Assisi e le Famiglie Francescane di Assisi, cadeva nel trentesimo anniversario del primo incontro sulla pace tra tutti i rappresentanti delle religioni del mondo voluto da papa Giovanni Paolo II nel 1986, sempre ad Assisi.

Personalmente ho seguito con molto interesse il dibattito inaugurale (che ha visto come ospite momentaneo il Presidente della Repubblica Mattarella) e la cerimonia conclusiva.

Chi volesse prendere coscienza di ciò che si è detto in questi tre giorni può consultare il sito della Comunità di Sant’Egidio che riporta integralmente tutte le relazioni.

Per quanto mi riguarda ho preso qualche appunto e condivido con chi mi legge quelli che, a mio avviso, sono stati i contenuti più salienti ed innovativi del confronto che aveva, come oggetto, la ricerca della pace come valore comune tra tutte le genti, di qualsiasi razza, religione o continente esse siano.

 Andrea Riccardi è il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, un’associazione benefica che in 30 anni ha esteso la sua azione in 70 Stati. Le religioni, ha detto, “sono fonti di speranza per chi ha sete di pace”; “ogni comunità religiosa, che prega, può liberare energie di pace”. “Tutti possono essere artigiani di pace con la forza debole della preghiera e del dialogo”; “le religioni sono chiamate a maggiore audacia” per “eliminare per sempre la guerra che è madre di tutte le povertà”.

Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, parte dal presupposto che la pace è un fatto personale e per uscire dall’isolamento è necessario un dialogo senza condizioni: “Siamo più vicini di quanto non siamo distanti o diversi”. Certo, la bramosia del successo, dell’arricchimento ci rende più egoisti, una tendenza che si può contrastare con “l’ascetismo che è l’antidoto alla divinizzazione delle nostre necessità”. Ciò è possibile con la “trasformazione dei valori in senso spirituale” e “richiede impegno, coraggio, sacrificio”.

La pace è personale, ecologica, culturale ed è sempre una scelta di come vogliamo relazionarci con gli altri.

Ognuno di noi, di fronte alle guerre di oggi, al terrorismo di oggi, alle tragedie dei migranti di oggi si chiede dove stiamo andando, che cosa ci aspetta nel futuro, come andremo a finire. Ed una chiave di lettura, a mio avviso, illuminante della realtà in cui viviamo ce la offre il sociologo e filosofo polacco Zygmun Bauman. La sua è un’analisi di carattere storico.

Fino a ieri l’umanità procedeva per inclusione o esclusione. O appartenevi ad un gruppo oppure ne eri escluso, o eri un amico oppure un nemico in base ad una identificazione ben precisa. Le conseguenze sono state lotte continue con grandi spargimenti di sangue.

Oggi questa chiave di lettura non regge più. Nella umanità globalizzata è difficile trovare il gruppo in cui identificarsi ed il nemico da escludere. Siamo in una realtà cosmopolita. Ogni cosa che facciamo ha un impatto sul resto del mondo, siamo tutti interdipendenti, siamo veramente diventati cittadini del mondo. Il fatto negativo è che non abbiamo nemmeno iniziato a prendere coscienza di questa nuova realtà cosmopolita e stiamo usando ancora strumenti del passato.

Da qui la domanda:

Come integrarci senza aumentare le ostilità?
Qual è la strada da percorrere?

Secondo Bauman la strada la sta indicando Papa Francesco e per dimostrarlo sintetizza tre citazioni:

  • Promuovere la cultura del dialogo;
  • Un’equa distribuzione dei frutti della terra che non è la carità;
  • La cultura del dialogo deve essere alla base della educazione nelle scuole-.

Il percorso è lungo, siamo ancora nel tunnel e non vediamo ancora un barlume di luce in fondo. E non c’è una scorciatoia, non esiste una formula magica.

Occorre pazienza, coerenza e pianificazione a lungo termine. E per farci capire meglio il concetto Bauman cita una massima di Confucio:

Se pensi in termini di anni, pianta il riso.
Se pensi in termini di decenni, pianta alberi.
Se pensi in termini di centinaia di anni, insegna alla gente.

C’è un altro concetto che mi ha colpito. Quello espresso da Mohammad Sammak. Non dobbiamo parlare di tolleranza nei confronti di altri popoli ed altre religioni. La tolleranza è un termine discriminante che implica un concetto di superiorità. Dobbiamo parlare di rispetto dei diritti.

La tre giorni è stata chiusa da Papa Francesco. La conclusione del suo messaggio finale sintetizza perfettamente le speranze di tutti:

“E noi, come Capi religiosi, siamo tenuti a essere solidi ponti di dialogo, mediatori creativi di pace. Ci rivolgiamo anche a chi ha la responsabilità più alta nel servizio dei Popoli, ai Leader delle Nazioni, perché non si stanchino di cercare e promuovere vie di pace, guardando al di là degli interessi di parte e del momento: non rimangano inascoltati l’appello di Dio alle coscienze, il grido di pace dei poveri e le buone attese delle giovani generazioni. Qui, trent’anni fa, San Giovanni Paolo II disse: «La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale»

Per chi vede nei segni tangibili messaggi particolarmente significativi, domenica pomeriggio, mentre all’interno del Lyrick si parlava di pace, all’esterno un arcobaleno abbracciava la città di Assisi. Un segno comunque proveniente dal cielo per coltivare la speranza che si stia intraprendendo la strada giusta verso un futuro più giusto, più sereno… un futuro di pace.

Riccardo Serroni

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