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Ho sentito la necessità di scrivere questo libretto
per una esigenza interiore e non certamente
per la presunzione di voler imitare chi
per professione scrive libri,
tanto è vero che ho chiesto aiuto al mio caro amico,
fin dall'infanzia, Mario Cellitti,
che lo ha curato per renderlo scorrevole
e piacevole alla lettura.
Lo ringrazio della sua disponibilità
e per il tempo che ho sottratto alle sue giornate
Alla cara memoria
dei miei genitori
Elena Galloni
ed
Enrico Evangelisti
conosciuto da tutti come
Righetto
Non credevo che sotto quella cenere
abbandonata per anni, lì nel vecchio camino,
ci fosse ancora brace viva per riscaldarmi.
Ricordi ormai lontani.
E' bastata una soffiata impetuosa, dovuta a tanti anni trascorsi,
per renderla viva
e farmi ritornare indietro negli anni,
e ritrovare giornate belle e tristi!
Franco Evangelisti

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Il nostro arrivo
In una bella e soleggiata mattina di fine estate - era il 1° settembre del 1943, avevo 6 anni e mezzo - arrivai con i miei genitori Enrico ed Elena e i miei fratelli Fulvio di 5 anni e Umberto di 2, a Gualdo Tadino.
Erano circa le 10. La corriera dalla stazione ci portò in piazza, davanti al Comune. Papà dal portabagagli del pullman prese le valigie e la sua bicicletta. Noi bambini cominciammo a guardarci intorno mentre mamma ci sistemava le camicette all'interno dei calzoncini, riallacciando poi le bretelle che erano incrociate dietro le spalle e abbottonate sul davanti; poi ci aggiustò i capelli con le mani e strinse i cinturini degli zoccoli miei e di Fulvio. Nel frattempo Umberto, mani sui fianchi, ci osservava, e mio padre sistemava i bagagli sulla bici.
Sulla piazza si trovavano quasi tutti i negozi della cittadina: il giornalaio, il salumiere (Rigalesi), il gioielliere, la macelleria, il bar ed anche, come già detto, la sede comunale, che aveva la bandiera tricolore sventolante sul balcone.
La corriera ripartì verso la stazione, strombazzando e lasciando una lunga scia di fumo, mentre noi, rimasti al centro della piazza piuttosto imbarazzati, eravamo oggetto della curiosità della gente.
Le persone che ci stavano osservando si chiedevano fra loro chi fossimo, da dove stessimo giungendo: avevamo creato curiosità! Un signore, sentendo parlare mio padre, comprese che eravamo romani (e pensare che mio nonno Giacomo era nativo di Gualdo; suo padre era chiamato "bariletto", forse perché amava sorseggiare del buon vino).
Papà ruppe il nostro imbarazzo invitandoci a riprendere il viaggio, a piedi. Fiancheggiammo la chiesa del Beato Angelico e prendemmo per corso Piave. Conduceva la bicicletta colma di bagagli tenendo con una mano la sella e con l'altra il manubrio. Mamma portava Umberto in braccio, mentre Fulvio ed io seguivamo dietro.
Il cielo era di un azzurro intenso e dava splendore alla giornata; le rondini volavano garrendo ed incrociandosi fra loro, sembravano darci il benvenuto. I nostri zoccoli facevano molto rumore sul selciato, ed alcune massaie che stavano scuotendo le lenzuola dalle finestre, interruppero il loro lavoro per osservare incuriosite il passaggio di noi forestieri.
Corso Piave
 C'è un tratto in corso Piave dove la strada si allarga e dove si trovava una fontana a due vasche con un getto d'acqua importante. Alcune donne erano intente a lavare la biancheria, mentre altre due stavano attorcigliando un lenzuolo per strizzarlo dell'acqua. Accanto alla fontana si trovava un laboratorio di sartoria (Fedeli) dalle cui finestre aperte si scorgevano le ragazze occupate nel lavoro. Una coppia di anziani era seduta su delle sedie di paglia a prendere il sole; lui accostò al naso della polvere di tabacco e immediatamente dopo si esibì in un potentissimo starnuto; seppi più tardi che era un nostro parente (zio Fedele). In questo scenario ci seguiva un tacchino che strillava come se qualcuno gli stesse tirando il collo!
Proseguendo per corso Piave, giù in fondo, c'è un'antica porta d'ingresso alla città, oltre la quale si scorge solo il cielo. In quel tratto di strada c'erano bambini scalzi e vocianti che giocavano con l'acqua traboccante da una condotta guasta e che scorreva nella cunetta, in fondo alla quale era situato un gabinetto pubblico. Nel lato opposto alla cunetta si ergeva un muraglione alto circa due metri che terminava in via del Fosso.
Mi accorsi che una donna ferma sulla soglia di un portoncino ci stava sorridendo: era zia Adele (la moglie di zio Lorenzo, cugino di papà); ci venne incontro accogliendoci calorosamente ed invitandoci ad entrare in casa. Scendemmo quattro gradini per entrare nel cucinone che era sotto il livello stradale. Sulla sinistra era situato un lavandino, senza rubinetto per l'acqua, mentre una brocca di terracotta era appoggiata sulla soglia di una finestrella sovrastante il lavandino. Il soffitto era fatto di travi di legno imbiancati; una porticina verniciata di celeste portava alla cantina, che aveva una uscita in via della Canala. Di fronte all'ingresso della cucina c'era un grande camino con callaro di rame e degli alari con pomi di ottone; alla destra si presentava una credenza (mattera), dove si impastava il pane e al centro un grande tavolo circondato da sedie impagliate; dal soffitto pendeva un piatto smaltato con una lampadina e della carta moschicida. Il pavimento era di mattoni rossi e le pareti verniciate di grigio.
Ci accomodammo; zia Adele affettò del pane, riscaldò latte ed orzo e facemmo colazione.
Mentre zia si diceva preoccupata perché non aveva notizie di suo marito Lorenzo, che era al fronte russo, entrò Angela, la sua secondogenita di 3 anni. Era scalza - aveva giocato con l'acqua assieme ai bambini visti in precedenza - e si avvicinò a sua madre che la prese sulle ginocchia; soddisfatta si mise a succhiare il pollice di una mano mentre con l'altra lisciava i capelli della mamma. Aveva la carnagione scura e gli occhi nerissimi, una bella bambina.
Zia confidò di avere problemi economici, poiché il sussidio che percepiva dal comune non era sufficiente a sfamare tre persone (aveva un altro figlio, Tommaso). Credo che papà la rincuorò dicendole che ora lui l'avrebbe aiutata.
Mentre Angela continuava a succhiare il suo dito le amiche di zia, incuriosite e con scuse banali, venivano in casa per sapere di noi. Di lì a poco tutti sapevano che eravamo arrivati, compreso zio Fedele.
Zia Adele ci condusse al piano di sopra per mostrarci la nostra sistemazione. Prendemmo la lunga ed irta scala e salimmo - quella scala sarà poi oggetto del nostro passatempo e dei nostri giochi: la salivamo e scendevamo con un solo piede, unico modo per scaldarci nelle giornate fredde -. La zia mostrò a mamma l'armadio a muro dove riporre i vestiti e i cassetti per la biancheria, poca per la verità, non avevamo molto! C'era poi un letto matrimoniale esageratamente grande per due persone ma piccolo per tutti e cinque!
Con il passare dei giorni le temperature si abbassavano e noi non avevamo indumenti adatti per l'inverno, ma papà rimediava in qualche modo perché spesso andava a Roma in bicicletta e ci portava dei vestiti più adatti. Ricordo bene un cappottino color panna che avrebbe indossato Fulvio.
In quella casa era nato, nel 1876, mio nonno Giacomo, fratello del più grande Tommaso, padre di Lorenzo, Titta, Assunta e Maria. Giacomo aveva Guglielmo. Umberto (morto sul fronte greco), Angelo, Maria, Enrico mio padre, Tommaso e Giacomo.
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Via della Canale - vista verso est con fontana

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Le nuove conoscenze Dopo un po' di tempo ho conosciuto Antonio: faceva il ciabattino in un piccolo sottoscala. Io mi affacciavo timidamente sulla porta del locale e lui mi invitava ad entrare dicendo "dai romanino, entra! " e chiedeva agli altri bambini già presenti di farmi posto per sedere con loro su di un gradino.
Tutti assieme ascoltavamo i suoi racconti che credo inventasse. Mentre batteva la suola ci chiedeva le capitali e le tabelline; suo nipote Daniele era quello che rispondeva più prontamente. Antonio cuciva le suole, le rifilava con il coltello, le raspava ai bordi, passava la cera calda sui tacchi e tutt' intorno le lucidava; infine con le stringhe legava le due scarpe tra loro, su di una suola scriveva il nome del cliente e le riponeva su di uno scaffale; quindi ricominciava a lavorare ad un altro paio di scarpe e riprendeva a farci domande. Era un tipo molto simpatico, piccolino, con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Aveva perduto una gamba in un incidente e quindi si aiutava nei suoi movimenti con una stampella. Il pantalone della gamba mancante lo teneva ripiegato e attaccato alla vita; quando si alzava dal suo sgabello per prendere qualcosa si muoveva saltando.
Spesso riceveva le visite di alcuni amici e con loro parlava di cose che non riuscivo a capire. Ricordo frasi del genere: "Antonio, no! Tu non puoi, se c'è da fuggir e come fai! Lascia fare a noi" pronunciate da Primo, un giovanottone tanto alto che per non toccare il basso soffitto di quel locale doveva stare ricurvo. "Antonio" proseguiva Primo "siamo d'accordo? Pensiamo noi a tutto, stai tranquillo che ci andrà bene!" Antonio annuiva ma si notava benissimo che non gradiva quei discorsi quando eravamo presenti noi bambini. In seguito capii che quei giovani erano dei partigiani.
C'era un altro suo amico, magro, con capelli neri e lisci e alquanto unti; era sordomuto e per questo sembrava sempre molto attento a quello che si diceva. Si chiamava Antonello, credo, e veniva raccontato a noi bambini creduloni, di una strega cattiva che gli aveva tagliato la lingua, perché aveva riferito un suo segreto.
Via della Canale - vista verso ovest
 Fra le mie conoscenze non c'erano soltanto Antonio ed Alfonso -il falegname di cui parlerò più avanti- ma anche Alfonsina, la madre del mio amichetto Checchino, la quale aveva una cantina dove di nascosto andavamo ad ingozzarci di mosto. C'erano inoltre i vasai, che lavoravano la creta creando vasellame di varie forme: caraffe, brocche, piatti, scodelle, che poi rifinivano dipingendovi decorazioni geometriche, paesaggi o figure di animali.
C'era una fabbrica di ceramiche con diversi dipendenti, credo che si chiamasse Luzzi e andava per la maggiore. I suoi prodotti li spediva all'estero su vagoncini.
Una volta mi procurai dell'argilla e modellai un uccellino; da quel che mi ricordo lo feci abbastanza bene, a grandezza naturale. Lo appoggiai sulla grata della finestrella della cucina e la sera, durante la cena, dissi a mio padre che un passero si era posato davanti la finestra. In un primo momento a lui sembrò un uccello vero e si meravigliò che l'avessi fatto io; la cosa mi fece molto piacere.
Giuliano, il figlio del sarto e mio grande amico, sottraeva a suo padre dei ritagli di stoffa per fare delle palle con le quali giocare lungo corso Piave, davanti alla scuola elementare; usavamo come pali per le porte i tronchi degli alberi di castagno. Gli schiamazzi e qualche vetro rotto mettevano fine alle nostre partite!
Un giorno l'asina di Alfonso mise alla luce un asinello e noi bambini, gioiosamente incuriositi dall'evento, andammo a farle visita. Ricordo il caldo della stalla e l'asinelio che prendeva a fatica il latte materno, perché ancora traballante sulle sue zampe; a me parve anche di sentire l'odore del latte. Fu un avvenimento indimenticabile.
Spesso mia madre mi cercava chiamandomi a gran voce dalla finestra, che si trovava sopra la bottega di Antonio, il quale mi sollecitava a dare ascolto al richiamo di mamma, mentre io indugiavo perché ero divertito dai suoi racconti.
Altre volte andavo a trovare Alfonso, per vedere l'asinello e per soffermarmi nella sua falegnameria, dove gradivo sentire l'odore del legno e della colla Cervioni (che non si usa più), completamente diverso dall'odore della stalla.
Rimanevo ammirato dall'operosità di Alfonso quando usava la pialla. Era uno spettacolo vedere la caduta dei ricci che si ammucchiavano a terra; quei ricci venivano usati poi per accendere il camino.
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I viaggi dì papà
Papà non era quasi mai con noi; spesso andava a Roma in bicicletta per vendere quello che riusciva a rimediare a Gualdo Tadino: guanciale, uova, lardo, formaggio, fiammiferi, tabacco. Ne ricavava quel tanto che era necessario per la nostra sopravvivenza. Andava in bici perché i treni erano rari e quei pochi che passavano venivano bombardati. Fra andata e ritorno faceva 400 km , ma aveva 30 anni ed era allenato.
Durante i suoi viaggi conobbe un partigiano di nome Adolfo, più giovane di lui, un avventuriero che maneggiava facilmente le armi e divenuto suo compagno d'avventura nei frequenti viaggi a Roma.
Un giorno si trovarono sotto un bombardamento nei pressi di Nocera Umbra. Le loro biciclette appoggiate ad un albero furono prese da uno spezzone che danneggiò una sella, mentre papà ed il suo compagno si erano riparati in una casa abbandonata. Al termine del bombardamento papà aggiustò la sella legandovi delle foglie con lo spago!
Ripreso il viaggio, percorrendo un viale alberato, sentirono dietro di loro il sopraggiungere di un camion; se non fosse stato dei tedeschi avrebbero potuto sperare in un passaggio. Attesero un po' preoccupati ma anche speranzosi! Sì, era proprio un camion civile che andava fino a Trevi. Ottenuto un passaggio, a pagamento, e legate le loro bici a ridosso delle sponde del cassone sul quale si trovavano altri viaggiatori, ripresero il viaggio.
Fra i passeggeri c'erano due militari tedeschi, molto tranquilli ed anche disponibili al sorriso. Uno di questi fece posto ai nuovi arrivati. Dopo aver scambiato alcune frasi in un italiano stentato uno dei due tedeschi si mise a canticchiare la canzone mamma; era felice perché stava tornando a casa.
Ad un certo punto si udirono dei colpi di mitragliatrice, sparati all'indirizzo del camion, che sorpresero non poco gli inermi viaggiatori: provenivano da una camionetta che si stava avvicinando a gran velocità. I passeggeri impauriti bussarono con forza sul tetto della cabina di guida, per chiedere all'autista di fermare il mezzo. Il camion accostò al lato della strada e fu raggiunto da due militari tedeschi che, fatti scendere i passeggeri, li disposero lungo la cunetta, cercando poi di prendere contatti con il loro comando, per chiedere il da farsi. Dei due soldati passeggeri uno era sceso con gli altri, mentre quello che cantava mamma era rimasto esanime sul camion, perché centrato dai colpi dei suoi commilitoni i quali, saliti sul cassone per soccorrerlo, non poterono che constatarne la morte.
Adolfo sussurrò a papà l'intenzione di uccidere i tedeschi, in quanto era in possesso di una pistola che teneva nella fondina alla cintola dei pantaloni. Doveva ucciderli, altrimenti per loro sarebbe finita male, sia perché in possesso della pistola che sicuramente gli avrebbero trovato indosso, sia perché sullo zaino di papà c'era scritto un nome tedesco, per cui avrebbero capito che lui non ne era il legittimo proprietario.
I due militari dettero l'ordine di scaricare tutti i bagagli e di porli in fila lungo la cunetta, mentre il corpo del povero soldato ucciso giaceva a terra come dormiente.
In un italiano approssimativo vollero sapere i nomi dei proprietari dei bagagli. Quando furono presso il bagaglio di Adolfo questi, senza alcuna esitazione, sparò un colpo a bruciapelo ad uno dei due soldati, uccidendolo, mentre l'altro, in quel momento disarmato, cercò di correre verso la camionetta per prendere il mitra lasciato sul sedile, ma fu preceduto da Adolfo che, impossessatosi dell'arma, lo uccise a sua volta!
Tutti gli altri erano rimasti impietriti e come bloccati sulle loro gambe, non credendo a quanto avevano assistito, mentre Adolfo senza perdersi d'animo prese ad organizzare una fuga da quel luogo. "Dai Enrico, dammi una mano, spingiamo la camionetta nella scarpata; anche voi su aiutateci, gettiamo anche i corpi". L'altro tedesco, il passeggero superstite, senza alcun indugio pensò bene di alzare le mani e far intendere di non voler reagire, preoccupato di fare la stessa fine dei suoi commilitoni.
L'autista del camion rimise in moto il mezzo e di lì a poco si allontanarono in tutta fretta, preoccupati di essere raggiunti dai tedeschi chiamati in precedenza via radio.
Ci fu un battimani all'indirizzo di Adolfo per l'azione coraggiosa e per aver loro salvata la vita. Ma Adolfo e papà non erano tranquilli, il tedesco superstite era di peso; all'altezza di Montefalco lo costrinsero a scendere e lo lasciarono al suo destino; quindi proseguirono fino a Trevi, dove ognuno andò per la sua strada.
Mio padre e Adolfo ripresero le biciclette con gli zaini e proseguirono il viaggio per raggiungere Spoleto, ma essendo inverno ed essendosi fatta presto notte, si fermarono a Pissignano. Il giorno seguente, arrivati a Spoleto, presero un mezzo di fortuna per raggiungere Roma.
Dopo la guerra Adolfo fu insignito di medaglia per il coraggio dimostrato in quell'occasione.
Per il ritorno i due amici di avventure non vollero ripercorrere la via Flaminia, perché giudicata troppo pericolosa, e decisero quindi di prendere la via Salaria, passando da Rieti.
Un giorno per rifocillarsi si fermarono in una casa nei pressi di Nerola, sulla Salaria, il cui proprietario, un tale di nome Ernesto Picchioni - conosciuto più tardi come il mostro di Nerola - uccise, fra il 1944 e il 1947, due persone, un avvocato ed un commerciante, per impossessarsi delle loro biciclette, sotterrando poi i loro corpi nel suo orto. Era persona apparentemente accogliente e dai modi gentili, agiva invitando i malcapitati a pranzo o a cena per ucciderli poi a colpi di fucile. A papà andò bene perché era in compagnia di Adolfo mentre il mostro agiva solo verso i viandanti solitari.
Sua moglie, poverina, era complice suo malgrado. Per molto tempo dovette tacere per non fare la fine degli altri, finché non arrivò il giorno che lo denunciò ai carabinieri, approfittando dell'assenza del marito che era andato a sbrigare una pratica al comune.
Solo alcuni anni più tardi si venne a conoscenza dei due delitti e così anche mio padre venne a sapere del pericolo che aveva corso! Il viaggio verso Gualdo avvenne attraverso Leonessa, poi Cascia, Serravalle, Cerreto di Spoleto, Sellano, Casenove, Colle Fiorito, Nocera Umbra, Gaifana e finalmente Gualdo.
Zio Guglielmo, che per il suo lavoro di rappresentante era solito frequentare paesi e cittadine della provincia umbra, apprese dai manifesti affissi in vari comuni che era stato istituito il coprifuoco nella cittadine di Foligno e dintorni, a causa dei due tedeschi uccisi qualche giorno prima, non immaginando che la cosa era dovuta ad un fatto in cui era coinvolto suo fratello Enrico e il suo amico Adolfo. Il tedesco lasciato libero aveva raccontato ai suoi superiori gli avvenimenti specificando che l'autore degli omicidi era un romano.
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La paura dei tedeschi A proposito dei tedeschi, ricordo l'episodio di un treno che trasportava foglie di tabacco e che venne semidistrutto da un bombardamento. Fu preso d'assalto dalla popolazione che riuscì ad impossessarsi di gran parte del carico, finché non intervennero i tedeschi. Qualcuno ci rimise la vita perché venne mitragliato senza pietà! Quell'accaparramento era considerato alto tradimento, in quanto il tabacco era destinato alle truppe tedesche a Roma. Fra coloro che erano riusciti a portare a casa un po' di tabacco ci fu anche chi se ne disfece immediatamente, perché i tedeschi andarono casa per casa alla ricerca della refurtiva, ed erano guai per chi ne venisse trovato in possesso. Chi era riuscito a conservare quelle preziose foglie, ne produsse sigarette per uso personale o da barattare.
Spesso la notte accadeva che le sirene davano l'allarme di un imminente bombardamento, ed in previsione di questa eventualità, si andava a letto vestiti, per essere pronti a fuggire.
Una notte, anziché le sirene, ci svegliò una pattuglia di tedeschi ai quali si era bloccata la camionetta. Per cercare l'aiuto dei civili colpivano le porte delle abitazioni con i calci dei fucili e gridando obbligarono alcune persone a spingere l'automezzo per rimetterlo in moto.
A me sembravano tanti cani che latravano, e provai molta paura!
Il signor Fedele, il vecchietto che usava il tabacco da naso, cade a terra perché spinto da un tedesco e qualcuno gridò "figli di cani, non avete pietà per nessuno, maledetti!".
La camionetta ripartì lasciando dietro di sé una grande fumata, mentre Antonio, ferito ad una mano essendo caduto in seguito ad una spinta, veniva soccorso dalla sorella, che con un fazzoletto gli tamponava la ferita. Un fazzoletto, che rivedrò in quelle stesse mani, sporco di sangue e in una situazione ben più drammatica.
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L'inverno e la fame Intanto era iniziato il mese di ottobre e quando calava il sole la 'temperatura dell'aria si faceva più frizzantina; le giornate si accorciavano e si doveva rincasare sempre più presto, con mio gran dispiacere; comunque non mi annoiavo mai.
Zia Adele lavorava alla raccolta del granturco nei campi, ed alla sera tutti insieme sfogliavamo le pannocchie. E noi bambini potevamo sentire le chiacchiere degli adulti, storie interessanti ma forse non sempre vere.
Angela raccoglieva le foglie e se le avvolgeva sulle gambe; Fulvio le allargava e le metteva una sull'altra come si faceva con le foglie di tabacco -l'aveva visto fare nell'episodio del treno-. Umberto invece si buttava a capofitto tra le foglie e si divertiva tantissimo.
Spesso veniva la signora Alfonsina con la figlia Gianna, sorella di Checchino, che aveva la mia stessa età; ero molto felice di quelle visite perché Gianna mi piaceva.
Non sempre la sera sfogliavamo le pannocchie; a volte zia, aiutata da mamma, preparava l'impasto per fare il pane e noi bambini ci mettevamo intorno al tavolo per spizzicarne un po'. Il giorno seguente zia, sistemato l'impasto lievitato sopra una tavola, andava al forno portandolo in testa su di un panno arrotolato. Tornata dal forno si sentiva nell'aria l'odore fragrante del pane appena cotto e, quando lo poggiava sulla tavola, Tommaso ed io eravamo lì pronti a rubarne dei pezzettini; allora zia, fingendosi arrabbiata, ci scacciava con la scopa!
In paese tutti parlavano della guerra e della fame. Noi eravamo fortunati perché non ci mancava nulla, o quasi. La fame era più sentita nelle grandi città perché lì le popolazioni non avevano le opportunità che avevamo noi. Papà ci raccontava che a Roma c'erano file interminabili davanti ai panifici; i generi alimentari erano razionati e le famiglie numerose andavano ad elemosinare un po' di minestra nei convitti.
Zia Margherita, sorella maggiore di mamma, scriveva da Cordenons -Udine- che lei ed i suoi cinque figli non avevano da mangiare, e diceva che a volte otteneva qualcosa dalla parrocchia. Fu tanta la sua sofferenza che presto ne morì.
Quando ci giunse la notizia mamma pianse per giorni; soffriva per non aver potuto partecipare al funerale e portarle un ultimo saluto, e poi era preoccupata per i bambini che zia lasciava. E' vero che c'era il papà Angelo ma era pur vero che costui non era persona affidabile.
Ricordo con nostalgia zia Margherita perché, quando a Roma da via dei Furi, dove abitava in un sottoscala, veniva a prenderci all'uscita dall'asilo -dalle Suore Figlie della Madonna del Buon Consiglio- il pomeriggio lo passavo a giocare con i miei cuginetti. La zia mi rimproverava perché spesso scendevo le scale dell'asilo con un solo piede (era il 1942).
Lei era fuggita da Roma molto prima di noi. Ricordo quando prese il tram sulla Tuscolana, all'angolo di via Telegono, con zio Angelino, con i figli e con le valigie di cartone. Il più piccolo era Luciano, di pochi mesi, gli altri erano Marcella, Marcello, Mario, Enzo e Mauro.
Quella fu l'ultima volta che vidi zia Margherita!
Recentemente ho letto una sua lettera, spedita a mia madre a Gualdo Tadino e datata ottobre 1943, nella quale si legge tutta la sua preoccupazione, credo che cercasse conforto. "Tu, Elena, sicuramente non hai problemi e ne sono felice per te e per i tuoi figli. Noi purtroppo non viviamo un momento molto sereno; oltre che per la guerra c'è di che preoccuparsi per la fame e per il gran freddo. Ricordi quando a casa nostra non mancava assolutamente nulla? E quelle belle giornate con mamma Maria? Andavamo a Villa Borghese, a largo delle Cinque Lune, alla chiesa di S. Agostino, a piazza Navona e poi si tornava a piedi fino a via Palestra. Sento molto la nostalgia di Roma, di papà Umberto, di Amedeo, di Vittorio; se hai l'occasione manda loro un caro saluto dalla sorella Margherita, io non ho denaro a sufficienza per i francobolli. Baci a te e ai bambini".
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La neve Era la fine di ottobre/inizio novembre '43 ed una mattina non sentimmo i soliti rumori dei carretti tirati dai muli, che solitamente passavano sotto le nostre finestre per andare a caricare i mattoni alla fornace. Tutto era come ovattato, anche la luce che entrava dalla finestra era strana. Mamma ci comunicò che era nevicato. Saltammo giù dal letto e ci accostammo alla finestra per vedere la novità, tenendo il naso appoggiato sui vetri! Durante la notte era caduta tanta di quella neve che i portoncini delle abitazioni non si potevano aprire, e neanche quello nostro! Era inconsueto che nevicasse in autunno!
Davide -un quattordicenne nostro dirimpettaio, ragazzo piuttosto vivace ed imprudente- saltò giù dalla finestra del primo piano tenendo un ombrello aperto come fosse un paracadute; forse sperava di atterrare comodamente e invece si infilò nel mucchio di neve rimanendone sommerso; si scorgeva solo l'ombrello! Naturalmente Davide si mise a gridare a gran voce, tanto che suo padre lo coprì di rimproveri poiché ne aveva combinata un'altra delle sue. E noi dietro i vetri ce la ridevamo a crepapelle. Fu liberato, solamente dopo molto tempo, da parte di alcuni vicini; era infreddolito e piangeva, ma il padre non ebbe compassione e lo liquidò con due calci nel sedere.
Quel giorno in casa faceva più freddo del solito; riscaldamenti non ce n'erano ed avendo solamente il camino, andammo tutti giù in cucina, correndo per quelle scale ripide e pericolose.
Indossavamo i calzoncini corti e le nostre gambe erano pezzate dal freddo.
Angela era la più vicina al camino: aveva la precedenza perché in quei giorni era malata; tutti gli altri erano disposti in semicerchio. Tommaso aveva i calzettoni, come pure Angela; io ne calzai un paio di Tommaso e così fece Fulvio, mentre Umberto mise un paio di calzini che gli arrivavano fino al ginocchio.
Da fuori giungevano i rumori dei badili che i volontari usavano per spalare la neve. Io e Fulvio volevamo uscire perché non avevamo mai visto la neve e tanto meno l'avevamo mai toccata. Il problema era che avevamo gli zoccoli e non le scarpe. Papà risolse il problema: con una pelle di pecora che fungeva da scendiletto preparò una specie di tomaia, tolse le cinghiette dagli zoccoli e vi fissò la pelle, così in qualche modo avremmo avuto i piedi coperti. Il giorno seguente finalmente giocammo con la neve. Non avevamo freddo ma mamma era preoccupata perché avevamo un abbigliamento poco adatto ed ammalarsi avrebbe costituito un problema: i medici erano introvabili e per le medicine si usavano soprattutto i preparati galenici delle farmacie.
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La malattia di Angela
II problema si presentò quando si ammalò seriamente Angela, che infatti non potette ricevere le cure adatte alla sua malattia. Per tanti giorni ebbe la febbre molto alta e non c'erano medicine da somministrarle. Nella camera grande e fredda le tenevamo compagnia giocando insieme sul lettone di zia Adele. Si lamentava di frequente perché soffriva molto; faceva tanta tristezza vederla malata sapendo che era una bambina vispa e gioiosa.
Nevicava da molti giorni. La strada era ricoperta da almeno un metro di neve e le case sembravano aver perso la loro forma.
I passeri beccavano sulla neve alla ricerca del cibo; saltellavano qua e là lasciando solo per un attimo la loro impronta che veniva subito ricoperta da nuovi fiocchi di neve.
Peccato per la malattia di Angela, se fosse stata bene ci saremmo divertiti. Invece nella sua stanza c'era solo silenzio e tanta tristezza!
Quando Angela apriva gli occhi a volte accennava un sorriso ma subito si riassopiva. Dopo molte ricerche fu trovato un medico, il dottor Corsi. Venne una sera sul tardi e dopo una visita molto accurata diagnosticò una polmonite. In quel periodo non c'erano cure efficaci; per la sua salvezza sentivo invocare al miracolo ma si parlava anche di penicillina: soltanto quel farmaco avrebbe potuto guarirla! Ma dove trovarlo? L'avevano solo gli americani, che però non erano ancora arrivati da noi, e forse il Vaticano.
II dottore fece molte visite, sperando anch'egli che Angela potesse migliorare, ma il miracolo non avveniva!
In quei giorni di novembre era mamma a pensare a tutto. Zia, fuori di sé, pregava il Beato Angelico, mamma preparava i brodini di cappone per Angela, che a fatica riusciva ad ingoiare. Tutti si dettero da fare per cercare la penicillina, anche all'ospedale di Perugia, ma non ne avevano! Papà si rivolse ad alcuni partigiani, inutilmente; poi, durante uno dei suoi viaggi in bicicletta, andò in Vaticano, su suggerimento del parroco del Quadraro don Gioacchino Rey, ma senza successo!
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Il ritorno di papà da un viaggio
Papà ogni tanto perdeva la strada del ritorno da Roma, con grande preoccupazione di mamma, perché durante la sua assenza si tirava la cinghia, non avendo molto denaro. Ed era angosciata per tutte quelle bocche da sfamare e per la malattia di Angela.
Un giorno mamma decise di vendere ad un orefice un anello d'oro bianco con zaffiro contornato di brillantini (era un dono di nozze). Con il misero ricavato tirammo avanti finché non tornò papà, che al suo ritorno fu sommerso di rimproveri da parte di mamma, perché aveva tardato troppo nel tornare.
Quando papà seppe dell'anello tentò di recuperarlo, ma non vi riuscì.
Il ritorno di papà da Roma era stato difficoltoso: a Fossato di Vico incontrò una tempesta di neve. Aggirare la zona era pericoloso per la presenza dei tedeschi, così, a fatica, prese la strada per Campottone dove si trovavano i fratelli di nonna Cecilia, sua madre.
Era la famiglia Giuseppetti, stimata e benestante; credo fossero commercianti di formaggi. Zio Guglielmo lavorava presso di loro come rappresentante; era il più grande dei fratelli di mio padre, classe 1904; parlerò di lui in seguito.
Quando papà bussò alla porta, zio Filogene, fratello di Cecilia, non lo riconobbe subito, tanto era malmesso! Aveva i capelli e gli abiti bagnati, la barba lunga, le scarpe infangate con le suole ormai aperte; i piedi li aveva quasi congelati ed era anche molto affamato!
Non appena lo zio si rese conto di chi avesse davanti, con molta premura lo fece accomodare con tutta la bici, che durante il viaggio aveva perduto la catena.
Gli prepararono un bagno caldo, si fece la barba e fu fornito di vestiti -in quella casa non mancavano abiti maschili per la presenza di tanti uomini: Pino Pallotta, sedicenne, Guido Giuseppetti, Torquato, Nino e c'erano naturalmente anche le cugine Fiorella, Maria, Maria Grazia, Anna-.
Quando papà si presentò ai cugini con un aspetto decoroso fu assillato di domande e fu oggetto di ammirazione per i suoi racconti circa i viaggi a Roma con la bici. Egli raccontò delle sue disavventure, alcune delle quali veramente pericolose; e poi egli aveva la capacità di esporre le sue storie in modo avvincente.
Fu così che i nostri parenti vennero a sapere della nostra presenza a Gualdo e del precedente soggiorno a Fabriano -di cui parlerò in seguito- ospiti di zia Ines. Papà li informò anche del problema di Angela, sperando in un possibile aiuto da parte loro, ma inutilmente!
Fuori nevicava e faceva molto freddo; ma con il camino scoppiettante e con l'allegra compagnia dei suoi cugini papà si sentì a suo agio. Avevano porchetta, formaggio, vino e la... gioventù.
Papà allora aveva trent'anni, i cugini, chi più chi meno, erano suoi coetanei: la mascotte era Pino, figlio di zia Ines.
Sostenuti da qualche fiasco di vino cantarono per tutta la sera canzoni romanesche.
Dopo tanti anni ho avuto occasione di incontrare alcuni dei cugini di papà e tutti ricordavano con piacere quelle serate, anche se erano state vissute nel periodo della guerra.
Ma l'importante è poterle poi raccontare!
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Il ritorno di zio Lorenzo
Una notte fui svegliato da alcuni rumori e dalla luce accesa nella stanza di zia: era tornato zio Lorenzo dalla Russia, entrando in casa con la sua stessa chiave! Naturalmente fu una piacevolissima sorpresa per zia Adele. Era partito da Roma per la Russia a metà luglio del '43 -caserma Guido Reni 8° autocentro- passando prima da Gualdo.
Sentivo distintamente zio che chiedeva "chi è quella gente che sta dormendo sul letto matrimoniale?" e lei: "sss... è tuo cugino Enrico con la sua famiglia, sono fuggiti da Roma e senza di loro non so cosa avrei potuto fare!" e poi ancora: "Angela è sveglia, cos'hai bambina mia? " "Angela è malata, ha la polmonite! " "oh mio Dio! e il dottore che dice?" "perché guarisca si spera in un miracolo" "Dio mio, questa non ci voleva, che maledizione questa guerra, speriamo che Dio l'aiuti!". Spensero la luce ma li sentivo ancora parlare di Angela, di papà che aveva cercato la penicillina a Roma e in Vaticano. Per lo zio non fu certamente un bel ritorno.
La mattina seguente lo trovai in cucina mentre faceva colazione vicino al camino. Provai una certa soggezione perché non lo conoscevo, era la prima volta che lo incontravo. Indossava un vestito che gli stava largo, evidentemente era dimagrito molto! Mi avvicinai e lui mi carezzò la guancia chiedendo il mio nome, e la cosa mi servì a vincere un po' di timidezza. Tommaso gli era accanto e si faceva coccolare. Erano presenti tutti gli altri, tranne Angela che era a letto e alla quale stava facendo compagnia sua cugina Bruna.
Zio, mentre terminava la colazione, raccontava il suo ritorno a casa, che si era presentato pieno d'insidie e di avventure. Zia Adele mi sembrava più tranquilla e sorrideva come l'avevo vista il giorno del nostro arrivo, sulla soglia di casa. Era lei, ora, ad incoraggiare gli altri e a dire che Angela ce l'avrebbe fatta.
La sera, avevo poco meno di sette anni, papà mi mandò a comprare un fiasco di vino; fui contento di quell'incarico: mi faceva sentire grande! Nel tornare a casa accadde quello che può accadere a qualsiasi bambino di quell'età: con in mano un fiasco troppo pesante per me, inciampai e caddi! Tornai a casa con in mano solo il collo del fiasco rotto. Si doveva brindare al ritorno di zio dopo aver gustato le fettuccine preparate dalla stessa zia Adele!
Nonostante l'incidente io ero felice come se fosse stata la festa di Natale e ricordo che a tavola il vino non mancò; non so come e da chi fu procurato.
Zio iniziò a cercare lavoro come falegname ma nessuno in paese aveva bisogno di lavoranti e così decise di riaprire la sua falegnameria, che si trovava in cantina. Aveva aperto la porta grande su via della Canala e per alcuni giorni non fece altro che ripulire i suoi attrezzi e il banco da lavoro.
I passanti si soffermavano a dargli il bentornato e a chiedergli notizie dal fronte russo. Molti chiedevano se avesse incontrato i loro congiunti, senza immaginare quanto fosse grande la Russia; naturalmente zio non aveva notizie di quelle persone ma rincuorava queste dicendo: "vedrete, torneranno anche loro!" Ma purtroppo a Gualdo tornò soltanto lui!
Uscendo per via della Canale, poco prima del lavatoio c'era una porticina che immetteva in un orticello, dove zia coltivava gli ortaggi e dove allevava un maiale e qualche gallina. Nell'orto scorreva l'acqua che alimentava il lavatoio; era acqua potabilissima, veniva dalla sorgente della Rocchetta, oggi sfruttata a livello industriale; naturalmente in quel posto ormai non c'è più acqua, anzi, le vasche della fontana sono divenute contenitori di rifiuti dei passanti!
La cantina di zio Lorenzo era tornata ad essere un bel laboratorio e fra i suoi primi lavori lo zio costruì, per me e per suo figlio Tommaso, uno slittino da neve che poi usammo su via Piave, sfruttando la pendenza della strada. Lo preparò per due posti e predispose anche due manichette come freni. Per evitare di andare a sbattere contro la porta in fondo alla strada, nei giorni successivi andammo a slittare su via del Fosso, senza pendenza e quindi meno pericolosa.
L'inverno a Gualdo Tadino era rigido. Noi bambini eravamo spesso intorno al camino oppure vicino ad Angela, che purtroppo non migliorava.
Intanto al piano di sopra ci era stata concessa un'altra stanza e una cucina, che arredammo con mobili usati. Nel letto grande andammo Fulvio, Umberto ed io, mentre papà e mamma si sistemarono nella nuova camera.
Un giorno ci procurammo una stufa a legna, di ghisa, con la quale ci si scaldava, si asciugavano i panni e si cucinava; sul fianco era presente un raccoglitore d'acqua che mamma usava per riempire la borsa calda per Angela.
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La morte di Angela
Trascorremmo molte ore nella stanza di Angela quel 22 novembre del '43. Dalla finestra della sua stanza, mentre osservavo sul tetto della casa di fronte un pettirosso che, camminando a fatica come se fosse stanco, affondava il becco nella neve cercando invano del cibo, udii zia Adele che urlò disperata: "Angela, Dio mio, non respira più, è morta! Dio perché ce l'hai tolta, aiutaci, che cosa ti abbiamo fatto per meritarci un dolore così grande?". Zio Lorenzo entrò di corsa nella stanza e si fermò: guardava sua figlia in silenzio e senza piangere, era rimasto impietrito!
Noi bambini fummo allontanati, mentre Tommaso si stringeva a sua madre, piangendo.
Seguirono giorni tristissimi. Ricordo la piccola bara bianca, preparata in fretta da Alfonso, con le maniglie ottonate, una croce sul coperchio con la scritta Angela Evangelisti 1940-1943, non aveva ancora quattro anni!
Il corteo funebre ci portò fino al cimitero sulla via Flaminia.
Eppure, nei giorni precedenti, mentre zia e mamma si alternavano al suo capezzale, sembrava che la malattia di Angela volgesse al meglio. Io non sapevo cosa fosse la morte, per me mia cugina era semplicemente malata.
Nei giorni che seguirono zia piangeva disperata, mentre noi bambini sentivamo un grande disagio quando a tavola c'erano dei lunghi silenzi.
Avevamo sentito dire che Angela era andata in Paradiso insieme agli angeli. E così io la immaginavo felice.
Zio Guglielmo, quando veniva, portava dei giocattolini per tutti noi; scherzava anche con Angela, che a volte riusciva a sorridergli, ed allo zio si illuminavano gli occhi!
Anche il giorno del funerale portò una bambolina che pose sulla sua bara!
Eravamo in prossimità del Natale del 1943 ed avremmo sentito molto la mancanza della nostra cara cuginetta!
Intanto zio Lorenzo aveva trovato occupazione presso la ditta Scatena, mentre papà, arrangiandosi con i suoi viaggi a Roma, aveva accantonato dei risparmi, che sarebbero serviti poi per il riscatto del bar del Quadraro e per la sua ristrutturazione; la spesa totale fu di 20.000 lire.
(In quel periodo il bar era affittato a zia Maria, sorella di papà).
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Natale del 1943
A dicembre, il cielo azzurro dei mesi precedenti, quando arrivammo a Gualdo, era solo un ricordo. Il Santo Natale di quell'anno fu completamente diverso da quello passato a Roma.
Zia per il cenone aveva preparato un timballo di spaghetti con le noci, mentre per noi a Roma la tradizione prevedeva gli spaghetti al tonno. Iniziai a mangiare malvolentieri ma poi gustai tutto con gran piacere, tanto era buono.
Tommaso aveva preparato la calza perché nella notte sarebbe arrivato Gesù Bambino a portare i doni. Da noi la calza si usava per l'Epifania ma ci adeguammo e l'appendemmo anche per noi tre fratelli. La mattina seguente trovammo tizzi di carbone, alcune mele, delle noci e qualche nocchia.
Salii nella stanza che fu di Angela, guardai quello che era stato il suo cuscino e rividi per un attimo il suo sorriso, ma quanta malinconia!
La camera era triste e grigia; le travi del soffitto, verniciate chissà da quanto tempo, non avevano più molta vernice ed i tarli non mancavano. Alcune pellicole di tinta bianca si staccavano dal soffitto e giravano su loro stesse come farfalle per poi toccare il pavimento, anch'esso usurato e malmesso. Nello spazio tra i mattoni si intravedeva la luce della stanza sottostante; io non sapevo certamente rendermi conto della pericolosità di quella casa.
I vetri della finestra erano appannati e rigati da rivoli di umidità che scorrevano verso il basso; mi soffermavo a guardarli e scommettevo con me stesso su quale di essi arrivasse giù per primo.
Pulii il vetro per guardare fuori e mi accorsi che era ripreso a nevicare.
Nel frattempo zia Adele aspettava un bambino che sarebbe nato a marzo del '44 e che avrebbero chiamato Angelo.
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Il gabinetto pubblico
In casa di zia non c'era il gabinetto, si andava in quello pubblico poco lontano. Era piccolino, alla turca. Spesso lo si trovava occupato e l'attesa fuori non era piacevole, soprattutto quando faceva freddo; attendevamo battendo i piedi e tenendo le mani sotto le ascelle. Io non ci andavo volentieri, perché si diceva che da quel buco uscissero le pantegane! E quindi preferivo andare al fosso, un vialetto tortuoso che portava al mattatoio comunale. Lì ci andava tutto il vicinato, quando il cesso era occupato.
Una sera accadde che papà tornò dal fosso ridendo a crepapelle; era accaduto che, mentre si preparava a liberarsi di un'urgenza, tirati giù i pantaloni, qualcuno da sotto il suo sedere gli gridò di allontanarsi: era Gregorio che si trovava lì per il suo stesso motivo e che a causa del buio papà non aveva potuto notare. Mancò pochissimo che non la fece in faccia a Gregorio!
A Gualdo intanto la neve cadeva incessantemente; le strade erano gelate e si cadeva facilmente. Ed accadde alla somara di Alfonso, carica di legna, di scivolare nella strada in pendenza arrivando fino alla porta del gabinetto, nel quale si trovava in quel momento Italia, la moglie di Primo. Alfonso dovette faticare non poco per rialzare l'asina, togliere la legna caduta davanti la porta del cesso e far uscire Italia, che venne fuori con il sedere scoperto senza rendersene conto; gridava verso Alfonso e non voleva sentire scuse.
Nei giorni seguenti non si parlava d'altro che del poderoso sedere di Italia.
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Il maiale e le "lavannare"
Seppure fossero passati pochi mesi dalla morte di Angela, la vita era rientrata nella normalità. Zia riprese i suoi lavori domestici e presto arrivò il giorno dell'uccisione del maiale -era di colore nero- che rappresentava una risorsa importante per tutti noi.
Il maiale non ne voleva sapere di uscire dal suo recinto. C'era chi lo tirava e chi lo spingeva; si era impuntato con le zampe anteriori ed opponeva una strenua resistenza; secondo me aveva capito! Ma nulla potette dopo che gli fu sparato un chiodo in fronte da Alfonso, che era un esperto in questo tipo di operazioni.
Ricordo i lardi, i due guanciali, le salsicce, i prosciutti e le grandi quantità di sale che occorsero per lavorarne le carni. Ricordo inoltre l'usanza della cosiddetta padellata, carne suina cotta in padella, dal gusto molto particolare, accompagnata da un buon vino rosso. E papà che cantava Nannì.
Oltre a giocare con gli amichetti Checchino, Giuliano, Pierino, Asmara, quest'ultima figlia di Alfonso il falegname, andavo spesso alla canale dove c'era la fontana con tre vasche, adibita a lavatoio e dove le donne andavano a lavare i panni, quelli veri e quelli metaforici! Non c'è forse il modo di dire "sparlare come una lavannara"?
Noi bambini andavamo a guardare i sederi che loro mettevano in mostra quando si inchinavano nelle loro operazioni. A volte io ero tanto audace da andare a guardare sotto le gonne! Ed una volta una donna da una finestra mi sgridò a gran voce; fra le altre ricordo questa frase: "ma guardate quel lattante quanto è sfacciato, ti ho riconosciuto, sai, sei il figlio della romanina, meriteresti proprio due ceffoni!"
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Il rastrellamento e la fucilazione
Noi bambini, pur sentendo spesso parlare di guerra, non ci rendevamo conto di quanti e quali pericoli si correvano. Umberto, quando i tedeschi passavano per la strada, spesso li seguiva imitando il loro modo di procedere e qualcuno di questi gli sorrideva. Anche a me sembravano persone tranquille e miti, invece...
In uno dei primi giorni tiepidi di primavera mamma, per l'ora di pranzo, mi mandò a chiamare papà che, avendo con sé Fulvio, stava giocando a sottomuro con Antonio, Primo, Antonello ed altri.
Mentre tornavamo, giunti vicino a casa, vedemmo un automezzo tedesco che scendendo da via Piave, entrò dalla porta grande, dove si trovavano Antonio e gli altri. L'automezzo si fermò proprio nel punto dove ancora c'erano le monetine in terra. I tedeschi presero di forza Antonio, Primo e Antonello, li fecero salire sulla camionetta e se ne andarono sgommando.
Un giovanotto, detto il biondino, che stava ultimando la copertura della sua abitazione in via della Porta n.9, oggi abitata dalla signora Asmara, si salvò dall'arresto perché non visto dai tedeschi, pur trovandosi a pochi metri dal luogo del sequestro; così anche mio padre, essendosi allontanato da lì da pochissimi minuti!
Qualcuno avvisò le famiglie che preoccupate si adoperarono per rintracciare i loro cari, senza riuscirvi.
A poco a poco la notizia si diffuse in paese.
Era stata una spiata ad intrappolare quei ragazzi, che facevano parte di un folto gruppo di partigiani.
I tre furono portati, assieme ad altri, in una cascina. I loro parenti tentarono presso il comando tedesco di far pervenire loro indumenti e generi alimentari, senza riuscirvi; anzi correva voce che di lì a poco sarebbero stati fucilati!
Antonio, anche perché preoccupato per i suoi genitori anziani, progettò insieme agli altri una fuga, consapevole però delle difficoltà che avrebbe incontrate a causa della sua infermità.
La notte stabilita in sei fuggirono dalla prigionia. I tedeschi si misero immediatamente alla loro ricerca, e così, mentre gli altri cinque riuscirono a far perdere le loro tracce, Antonio fu ripreso.
Dei cinque fuggitivi, quattro si diedero alla macchia mentre il sordomuto Antonello preferì tornare a casa, nascondendosi sul soppalco della stalla.
I tedeschi perquisirono le abitazioni dei ricercati ma non la stalla di Antonello, che così la fece franca.
Antonio e gli altri furono fucilati nella zona dei frati cappuccini.
Sua sorella, così come altri cittadini, assistette da lontano alla fucilazione, dopo di che potette avvicinarsi. Antonio giaceva in una pozza di sangue e la sorella tentò di rianimarlo e di tamponare, con un fazzoletto, le ferite che aveva sul petto. Antonio era ormai senza vita! La poveretta si mise a correre lungo via Piave gridando come una pazza "L'hanno ammazzato! L'hanno ammazzato!" tenendo fra le mani quel fazzoletto intriso di sangue di suo fratello. Alcuni paesani la fermarono, la fecero sedere e cercarono di calmarla.
Un' immagine per me straziante e indimenticabile!
Ed andai con i ricordi a quel fazzoletto che la sorella di Antonio aveva usato per la ferita alla mano, a quel sottoscala dove avevo conosciuto Antonio. Sentivo nelle orecchie il martellare sulle suole delle scarpe, il vociare di noi bambini, le frasi pronunciate da Primo quando con Antonio stava organizzando le azioni da compiere.
Nei giorni successivi rividi Antonello che, a passo svelto e molto guardingo, si aggirava nei dintorni di via della Canale; usciva per prendere un po' d'aria e di sole per poi tornare nel suo nascondiglio nella stalla.
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Un incontro con Antonio
Che pace, che silenzio; ad un tratto vidi 'na nuvola dorata, s'appoggiò sur muro* come 'na farfalla.
Scese 'n angelo, "ahò! nun me riconosci? so' Antonio, er ciabattino-, scusa, ma tu nun sei er romanino?" "Ma sì! tu sei Antonio, ma nun stavi fra gli angeli in paradiso?" "Sì! però ho chiesto 'n 'ora de permesso, pensa che pure san Pietro ces'è scomodato! gl'ho detto che c'era 'n amico e me l'ha dato. La signora è tu mojie? eh... quanto tempo è passato! Ricordi l'artri regazzini quanno me stavate a sentì su li scalini? Mamma tua benedetta te chiamava e poi scenneva, perché tu nun l'ascortavi, poveretta!"
"Vedi? tutto è rimasto uguale; c'è ancora er buchetto mio,** è vero? T'ho visto l'hanno scorso, te sei affacciato timoroso e rispettoso, e m'hai cercato; ecco perché quest'anno s'ho venuto giù e così t'ho accontentato".
Ad un tratto se sentì 'na campana e Antonio disse: "Saluta tutti gli amici, l'ora mia se n 'è andata!"
* muro sovrastante via della Posta ** il sottoscala/laboratorio di Antonio
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Gli zii
Zio Guglielmo di tanto in tanto veniva a farci visita; risiedeva a Fabriano e, in quel momento, faceva il rappresentante di lane per il lanificio Petruglio. Credo che percepisse uno stipendio piuttosto buono, perché era sempre prodigo di regali e di generi alimentari per tutti. Amava giocare con noi bambini e ci consentiva ogni confidenza; per dirne una, si divertiva quanto noi allorché Umberto gli prendeva l'orologio e se lo metteva alla caviglia.
Nel settembre del '43 andammo insieme con lui a raccogliere le more alla Rocchetta -località oggi nota per le sue acque- e lo vidi anche a novembre al funerale di Angela.
Zio Lorenzo, da quando era tornato dalla Russia, la domenica organizzava il torneo di ruzzola, consistente nell'avvolgere uno spago attorno ad una caciottina ben stagionata e nel lanciarla il più lontano possibile. Ogni giocatore possedeva una propria ruzzola e vinceva chi eseguiva il lancio più lungo, conquistando la ruzzola dell'avversario. Naturalmente in quei tempi non c'erano caciottine da usare per il gioco e si facevano di legno.
Papà per un certo periodo sospese i suoi viaggi a Roma ed andò insieme a zio Lorenzo a lavorare presso Scatena -una piccola fabbrica di mobili- ma di quando in quando erano costretti a rimanere a casa perché non sempre c'era lavoro.
Una volta ci fu un furto presso la TIMO, una società che faceva manutenzione sulle linee telefoniche, sostituendo isolatori, circuiti di rame e pali di legno. In un primo momento fu incolpato mio padre perché forestiero, mentre poi i veri colpevoli furono individuati in tre perditempo del paese.
Il fatto fece insorgere dei rancori verso chi aveva accusato mio padre, ma per quieto vivere i miei genitori decisero di metterci una pietra sopra.
Nei giorni che seguirono dovemmo restringerci perché arrivò da Roma zio Angelo con la moglie Fernanda e il figlio Sergio. Essi andarono ad occupare la nostra cameretta e la cucina, ambienti che erano di zio Giovanbattista -detto Titta e fratello di zio Lorenzo- che si trovava al fronte, mentre sua moglie e suo figlio Bruno in quel periodo stavano dalla mamma alle Piagge.
Presto ci furono dei litigi tra mia madre e zia Fernanda perché, essendosi quest'ultima impossessata della nostra cucina, aveva costretto mia madre ad usare la cucina di zia Adele. Zio Angelo cercò con ogni maniera di convincere sua moglie a tenere un comportamento che rispettasse il quieto vivere, ma non ci riuscì; lei era una donna molto aggressiva! Papà la chiamava la cicarola, perché da bambina andava a raccogliere le cicche in strada!
Fortunatamente dopo solo due mesi zio la riportò a Roma.
Era il maggio del 1944.
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La guerra - maggio/giugno 1944
Papà aveva ripreso i suoi viaggi a Roma e, quando una notte suonarono le sirene che avvertivano di un imminente bombardamento, noi eravamo soli. Zio Lorenzo doveva occuparsi della sua famiglia e mamma non volle seguirlo a Serrasanta, perché non riteneva sicuro quel posto. Fu così che ci affiancammo alla famiglia di Alfonso, che per un tratto avrebbe percorso la nostra stessa strada, quando ci dirigemmo verso Pastina, -piccola frazione di Gualdo Tadino e destinazione che papà aveva suggerito di raggiungere in caso di pericolo durante la sua assenza- per andare da zia Emma.
La notte era rischiarata dalla luce prodotta dai bengala e sopra di noi sentivamo il rombo degli aerei.
Molte persone non sapendo cosa fare fuggivano senza una meta.
Incontrammo Gregorio che era diretto da sua madre a Gubbio e, lasciato Alfonso, ci affiancammo a lui. Aveva radunato poche cose in due vecchie valigie di cartone e le aveva caricate in groppa all'asina. Facemmo insieme una decina di chilometri.
Giunse l'alba quando ancora si sentivano le bombe sganciate dagli aerei; eravamo in piena campagna senza alcun riparo e si avvertiva costantemente un'aria di pericolo. Ad un certo punto la nostra strada si divideva da quella di Gregorio che indicò a mamma la via per proseguire. Camminammo lungo un sentiero per un paio di chilometri. Fulvio cadde e con il sangue che gli usciva dal naso sporcò il suo cappottino color panna -aveva il cappottino perché eravamo usciti di casa in piena notte con una temperatura non proprio estiva-. Mamma lo pulì alla meglio con un fazzoletto e proseguimmo verso Pastina. Il sentiero che stavamo percorrendo terminava davanti ad un campo di grano e mia madre capì che ci eravamo persi; non sapeva da quale parte andare, mentre gli aerei americani continuavano a sganciare bombe. Ci addentrammo in mezzo al campo di grano, senza una meta. Umberto stava in braccio a mamma, Fulvio con il viso sporco di sangue piangeva, io avevo gli occhi arrossati e li sfregavo con le mani perché mi davano prurito (era l'inizio della mia allergia alle graminacee di cui ho sofferto per tutta la vita).
Dopo aver proseguito in mezzo al grano, mamma vide in lontananza delle abitazioni e le si accese un po' di speranza di salvezza. La speranza durò ben poco, perché sulla strada che fiancheggiava le abitazioni stava transitando una colonna di camion tedeschi che in quel momento stava per essere attaccata dagli aerei americani. Poco dopo era completamente distrutta.
Vidi camion che bruciavano, soldati che fuggivano in varie direzioni, altri che avendo le divise in fiamme si rotolavano in terra cercando di spegnerle. Sentivamo distintamente le loro urla strazianti.
Anche il grano aveva preso fuoco e noi tornammo indietro spaventati. Mamma, che aveva sempre Umberto in braccio, era molto stanca e impaurita; Fulvio ed io piangevamo attaccati alle sue gonne. Credo che mamma avesse iniziato a pregare perché la vidi farsi il segno della croce.
Ad un certo punto scorgemmo un capanno e ci riparammo; fortunatamente il grano non lo sfiorava, per cui eravamo riparati dal fuoco. Sentivamo i tedeschi urlare e, temendo di essere scoperti, uscimmo per allontanarci il più possibile da quel posto. Arrivammo in una radura piena di rovi dove c'erano dei fossi colmi d'acqua. Lì mamma lavò il viso di Fulvio.
Ci incamminammo nuovamente in mezzo ad una vegetazione altissima tanto che dovevamo farci largo con le mani e con i piedi. Mamma faceva strada a fatica. Ad un tratto si fermò: le voci dei tedeschi erano vicinissime e fummo costretti a sdraiarci a terra, per nasconderei, sperando nella buona sorte! Due soldati stavano passando vicino a noi, credo a non più di tre metri, e per non farci sentire trattenevamo il respiro. Uno di loro si fermò, si era accorto della nostra presenza: probabilmente un incauto movimento di qualcuno di noi aveva attirato la sua attenzione; disse qualcosa all'altro, si fece largo fra gli arbusti e purtroppo vedemmo il suo volto e lui vide i nostri. Si soffermò un attimo tenendo aperti i rami con la canna del mitra. Il suo viso era sporco di terra, gli occhi senza espressione, sembravano di ghiaccio; aveva l'elmetto legato con il cinturino sotto il mento e la divisa mi parve lercia e incolore. Lasciò le fronde, diresse la sua arma verso di noi, sentii un clic, credo che togliesse la sicura. Io non mi rendevo conto di cosa stesse per fare; non ero tranquillo ma neanche impaurilo; fece un passo avanti: con la canna del mitra ci stava puntando. Mia madre era sconvolta, si raccomandò di non ucciderci! "Non abbiamo fatto niente contro di voi, per pietà risparmiaci, loro sono ancora bambinir. Il tedesco, che probabilmente capiva l'italiano, abbassò il suo mitra, attese qualche attimo, poi fece un passo indietro e si girò. Noi rimanemmo fermi per alcuni minuti, eravamo impietriti. Se ne era andato!
Il rumore degli aerei si era fatto più debole, sentivamo le bombe che cadevano in lontananza ed anche le voci dei militari erano più lontane.
Rimanemmo in quel posto a lungo, finché mamma non si riprese dallo shock. Quando ci rialzammo mia madre si guardò intorno; c'era un gran silenzio, qualche farfalla svolazzava qua e là e le allodole si rincorrevano in volo, per loro non era successo nulla! Ma buona parte del campo di grano era stato distrutto dal fuoco ed in lontananza, dove avevamo visto la colonna di camion, il fumo nero aveva oscurato il ciélo!
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Zia Emma
Riprendemmo il nostro cammino verso Pastina, ma senza avere un riferimento preciso. A Pastina avremmo trovato zia Emma, sorella di nonna Cecilia e quindi zia di papà; ci avrebbe rifocillati e curati. Fulvio aveva ancora sangue nel naso ed io avevo gli occhi gonfi per l'allergia.
Mamma sicuramente si era pentita della decisione di fuggire da Gualdo; chissà cosa avrebbe dato per essere ancora là!
Raggiungemmo per caso una stradina fiancheggiata da alberi; più avanti sulla sinistra c'era uno spiazzo con un grande ciliegio e dietro di esso vedemmo una casa con una stalla sottostante. Ci avvicinammo per bussare alla porta, e notammo nella stalla un bue ed una mucca.
Una signora dai capelli bianchissimi ed un signore si affacciarono alla finestra. Mamma chiese dove ci trovassimo e la signora: "Qui siamo a Pastina, ci sono soltanto altre tre case di contadini oltre a noi; voi chi cercate? E dove eravate durante il bombardamento? " "Noi ci siamo rifugiati in un capanno nei campi " rispose mia madre. La signora uscì di casa, ci raggiunse e proseguì: "Avete corso il pericolo di essere uccisi; chi state cercando di tanto importante da rischiare così?" "La signora Emma Stella" rispose mamma "Ma sono io, e voi chi siete?" Mamma non conosceva zia Emma, ne aveva sentito parlare da papà; si presentò e per poco zia non svenne!
Salimmo in casa. Sulla sinistra c'era l'ingresso di un cucinone con un grande camino, dove erano appese delle pannocchie di mais. Zia ci fece sedere e ci portò dell'acqua in un catino e degli asciugamani. Poi a me fecero dei bagnoli con la camomilla (i contadini conoscevano i rimedi alle allergie, infatti zia disse "Questo bambino è allergico al grano", mentre dopo la guerra al policlinico di Roma mi dissero che avevo un problema alle adenoidi, ma non fu la diagnosi giusta, avevo proprio l'allergia!).
La casa di lì a poco si popolò: zia aveva sette figli, Cesare, Olga, Silvia, Gilda, Antonio -che in quel periodo si trovava in ospedale dove più tardi sarebbe deceduto-, Siro e Cecilia. Arrivarono Siro, il penultimo figlio, Cesare, il più grande, con sua moglie Oliva e le figlie Elide e Francesca.
Rimanemmo da zia alcuni giorni. La mattina presto andavo con zio Cesare nei campi con il carretto tirato dai buoi. Zio schioccava la frusta gridando cose a me incomprensibili verso gli animali. Alle dieci si tornava alla stalla ma in precedenza, lungo la strada, zio, sciolti i nodi di un fazzolettone, di quelli a quadrati blu e rossi, dove aveva riposto pane e lonza, facevamo colazione; per lo zio c'era anche del buon vino rosso.
Papà tornato da Roma non ci trovò a Gualdo.
Informato da zia Adele, venne immediatamente a Pastina con la bicicletta, preoccupatissimo perché sapeva che mamma non conosceva zia Emma e poteva perdere la strada per Pastina. In pochissimo tempo ci raggiunse e si tranquillizzò.
Il giorno seguente l'arrivo di papà, con un carretto tirato da buoi, tornammo di nuovo a Gualdo, dove rimanemmo altri due mesi.
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Il ritorno a Roma
Era il luglio del '44 e papà volle riportarci tutti a Roma, ormai liberata dagli americani.
I treni non c'erano. Sulla ferrovia si notavano solo tronchi di rotaie divelte e vagoni rovesciati. Ma neppure si trovavano mezzi di fortuna, per cui papà decise, coraggiosamente, di tornare a piedi!
Sistemò due portabagagli sulla bicicletta, in cui trovarono posto solo le cose più utili, ed iniziammo l'avventura del ritorno a casa.
Raggiungemmo la Flaminia -strada romana per i gualdesi- con papà che spingeva la bici tenendola per il manubrio e portando Umberto seduto sulla sella. Voltandoci indietro scorgemmo zia Adele che ci salutava sventolando un fazzoletto. Ci eravamo lasciati con tanto dispiacere; eravamo stati molto bene con lei!
II caldo cominciò presto a farsi sentire. L'asfalto si era infuocato e fare 200 km a piedi, anche se a tappe, non era uno scherzo! Credo che papà fosse molto preoccupato.
Il primo giorno percorremmo circa 20 chilometri . A sera arrivammo nei pressi di un casolare; si intravedeva la luce tremolante delle candele accese e di qualche lume ad acetilene. Papà bussò alla porta ed una voce maschile ci chiese, attraverso la finestra, chi fossimo; ottenuta risposta, dopo un prolungato rumore di chiavistelli, una signora ci aprì la porta e ci fece accomodare in cucina. I coniugi erano anziani e soli perché i loro due figli erano al fronte.
Con singolare cortesia ci fecero cenare e poi ci misero in guardia su ciò che ci poteva capitare percorrendo la via Flaminia e così il giorno seguente ci incamminammo per stradine secondarie, fra vigneti ed alberi da frutta.
Arrivati nei pressi del fiume Topino ci si presentò una scena impossibile da descrivere per la sua drammaticità. Dai resti di un ponte crollato pendevano vagoni ferroviari e rotaie attorcigliate. Nel mezzo del fiume altri vagoni caduti dal ponte emergevano dalle acque formando una specie di isolotto fra una sponda e l'altra; e naturalmente si notavano diversi cadaveri! Noi dovevamo passare dall'altra parte del fiume ma, con il ponte crollato e le acque eccessivamente alte per guadarle a piedi, il problema era grosso e quasi insormontabile.
Vidi papà in difficoltà, non sapeva cosa fare. Si guardava in giro per trovare una soluzione; intorno c'era solo campagna, qualche albero e dei tronchi abbattuti.
Da bravo nuotatore papà sarebbe stato in grado di portarci uno ad uno dall'altra parte del fiume ma non potevamo bagnarci i vestiti.
Così, scartata l'idea di passare il fiume a nuoto, pensò di posizionare un tronco d'albero tra la riva ed i vagoni. Con l'aiuto di mamma ne trascinò uno fino alla sponda del fiume, si tolse scarpe e pantaloni, spinse il tronco in acqua e si tuffò; quindi vi si aggrappò e lo diresse verso i resti del treno che emergevano dall'acqua. Si arrampicò su di un vagone e tirò a sé l'estremità del tronco, incastrandolo ad uno sportello. Tornato in acqua, papà prese l'altra estremità e l'appoggiò sulla riva; ma il solo appoggio non bastava a tenere fermo il tronco, per cui scavò un alloggiamento sulla sponda, dello stesso diametro del tronco, e ve lo ancorò rigidamente ottenendo così una specie di passerella.
Fulvio passò per primo, sorretto e incoraggiato da papà che lo seguiva a nuoto; poi toccò a mamma che sorreggeva Umberto. Io ero molto titubante e dapprincipio mi rifiutai di affrontare quel pericolo. Papà dovette adoperarsi molto per incoraggiarmi ed esortarmi ad affrontare la traversata ma provai molta paura! A questo punto c'era da trasportare la bicicletta con i bagagli. Un solo tronco non era sufficientemente largo per appoggiarvi la bici per cui, preso un altro tronco, papa lo legò al primo con dei legacci vegetali ricavati dalle numerose ginestre presenti sul posto e costruì una specie di zattera larga abbastanza da sostenere bici e bagagli. Poi a nuoto la spinse fino alla sponda opposta.
Questa operazione aveva richiesto molto tempo e tanta fatica e così papà si prese un attimo di respiro per recuperare un po' di forze.
Noi, mentre lo osservavamo, ci tenevamo in equilibrio con difficoltà, perché il vagone era inclinato. Ed eravamo in "compagnia" di diversi cadaveri che giacevano all'interno del treno!
Quando riprese le operazioni, non senza alcune difficoltà, papà collocò i due tronchi fra il vagone e la seconda sponda.
Il secondo passaggio fu per noi più agevole del primo, potendo camminare sui due tronchi appaiati.
Dopo questa enorme fatica, durata circa 4-5 ore, riprendemmo il cammino ed incontrammo case sparse e contadini che lavoravano la terra.
Ad un certo momento raggiungemmo di nuovo la Flaminia e lungo la strada capitò di incontrare dei Doodge -camion in dotazione alle truppe americane- carichi di militari che ci salutavano e vedevo papà più tranquillo perché non si incontravano i tedeschi, anzi si vedevano solo camion americani.
Per raggiungere brevemente Nocera Umbra papà decise di prendere una scorciatoia percorrendo il letto di un fiume in secca da molto tempo. Scivolammo lungo la scarpata sfruttando la sua pendenza e sporcandoci ben bene di polvere; quindi ci incamminammo lungo il letto del fiume. Ad un certo punto dissi ai miei: “ come mai qui in terra si sono queste macchie gialle?” . Non ricordo la risposta di mio padre, ricordo solo che dall'alto delle sponde c'erano delle persone che gridavano al nostro indirizzo e man mano aumentavano di numero. Un signore con un rudimentale megafono ci avvisò che stavamo camminando su un percorso minato. Ci bloccammo terrorizzati ed incapaci di decidere cosa fare. Eravamo in trappola. Ma con molta attenzione, senza tornare indietro e con un po' di fortuna risalimmo la scarpata dall'altra parte e ci andò bene!
Arrivammo a Nocera Umbra, verso le 19. Nei giardini di una grande piazza la gente, inaspettatamente per noi molto tranquilla, era seduta sulle panchine a godere del fresco della sera. Papà cercava sua cugina Maria, sorella minore di zio Lorenzo. Ci fu indicata un'abitazione, che poi sapemmo essere provvisoria, poiché anche lei era sfollata da Roma; le era stata procurata dallo zio parroco, don Giuseppe, anche nostro zio.
L'ingresso in quella casa -un corridoio, la cucina ed una camera- avvenne nel peggiore dei modi: Fulvio, non appena entrato, prese una bastonata sul volto da uno dei figli di zia Maria -di appena cinque anni- e fu soccorso alla meglio passando sopra la contusione una fredda lama di coltello.
Dopo questo benvenuto zia ci fece accomodare. Sentivo nell'aria odore di latte bollito: infatti avevano appena cenato con latte, caffè e pane. Zia, dispiaciuta, disse di non avere nulla da offrirci se non latte e pane (suo marito Ignazio era prigioniero degli Inglesi a Tripoli).
Papà nella valigia aveva del salame ed una caciottina, quindi cenammo con le nostre cose; anche zia ed i cugini si sedettero a tavola con noi e per loro fu la cena bis.
Quella notte fummo ospiti del parroco e l'indomani avremmo ripreso il nostro cammino verso Roma.
Prima di coricarci facemmo, con la zia, una passeggiata nei giardini pubblici, dove si trovava una fontana a forma circolare con i pesciolini rossi, che io vedevo per la prima volta. Nel giardino c'erano anche tre o quattro cedri del Libano, che di giorno facevano molta ombra. In un banco lì vicino papà acquistò delle fette di cocomero.
Il giorno seguente, al risveglio, Fulvio aveva il viso gonfio, conseguenza della bastonata del cuginetto. In farmacia ci rassicurarono che di lì a qualche giorno sarebbe guarito, e così fu.
Riprendemmo il viaggio ed arrivati a Foligno papà vide dei camion dell'esercito italiano, incolonnati e pronti a partire. C'erano uomini in uniforme; alcuni con le camicie nere e delle crocerossine. Tutti si agitavano, qualcuno dava ordini; entravano ed uscivano da un edificio, forse una scuola; nell'insieme una grande confusione!
Papà si avvicinò ad una crocerossina per domandare se andavano a Roma e per chiedere un passaggio. La donna, in modo alquanto sgarbato, rispose che sui camion non c'era posto neanche per loro stessi e che comunque stavano dirigendosi verso nord. La crocerossina ci aveva scrutati attentamente ma non le avevamo fatto pena! Il suo sguardo mi era sembrato assolutamente freddo e vuoto.
Naturalmente i miei genitori rimasero molto delusi.
Dopo altri due giorni arrivammo a S. Giacomo di Spoleto, verso le 15; faceva tanto caldo che si respirava a fatica. Scorgemmo una fontana e ci rinfrescammo un po': in quel momento era la cosa più desiderabile! Mamma lavò le nostre canottiere e degli asciugamani -avuti in dote da sua madre- e stese il tutto ad asciugare su di un filo che si trovava nelle vicinanze, tirato fra due paletti. Papà nel frattempo si era allontanato alla ricerca di un mezzo di fortuna; aveva capito che non si poteva proseguire a piedi e forse era pentito di essere partito. Dopo circa un'ora, mentre eravamo seduti all'ombra di una quercia, lo vedemmo tornare con passo svelto e visibilmente soddisfatto "Andiamo, andiamo" disse "sta arrivando un Doodge di un soldato inglese, ci porterà fino a Roma!". Mamma gli fece notare che doveva riprendere la biancheria stesa ad asciugare, ma lui: "Lascia stare, non possiamo perdere quest'occasione, facciamo presto", e così lasciammo lì le nostre canottiere e la dote di nonna!
Arrivò il camion, salimmo non molto agevolmente sul cassone, pur aiutati dal militare e da papà; e venne caricata anche la bicicletta, naturalmente. Lungo le sponde del cassone erano situati dei sedili ma non li utilizzammo: per non essere visti ci sdraiammo sul fondo. Per diversi chilometri siamo stati a pancia in giù e quindi anche con i visi rivolti verso la lamiera infuocata; fu un vero martirio!
Per evitare la Flaminia il camion percorse strade impervie e scomode. Papà tentava di vedere attraverso le fessure della lamiera quali luoghi stavamo attraversando; era preoccupato perché non si fidava molto dell'inglese.
Ad un certo momento avvertimmo uno scrosciare d'acqua: eravamo giunti alla cascata delle Marmore, a Terni. Il camion si fermò e l'inglese venne ad assicurarsi che stessimo tutti bene. Eravamo sconvolti da quel viaggio massacrante ma stavamo in buona salute; soltanto Fulvio si lamentava, perché aveva rimesso di stomaco.
L'inglese, dopo essersi assicurato che nessuno ci vedesse, ci fece scendere, per farci sgranchire le gambe in mezzo ad un boschetto.
Quando riprendemmo il viaggio, essendosi fatto buio, papà si sedette accanto all'autista per indicargli la strada, conoscendola molto bene per averla percorsa varie volte in bicicletta.
Arrivammo a Grottarossa dove le nostre strade si separavano. Ci abbracciammo a lungo con il militare, che accettò del denaro soltanto dopo molte insistenze di mio padre.
Era notte piena e la nostra casa del Quadraro era ancora molto lontana. Ricordando l'esistenza di un casolare in quelle vicinanze, papà si diresse alla sua ricerca e lo individuò poco lontano. Entrammo nella fattoria dove c'erano alcune persone che stavano conversando sedute nell'aia. Queste, vedendoci uscire dall'ombra, rimasero alquanto sorprese e forse un poco spaventate. Mio padre chiese se fosse possibile pernottare da loro, magari nella stalla. Ci osservarono attentamente e credo che rimasero impietositi da noi bambini e ci accettarono.
Furono molto ospitali: ci offrirono subito dell'acqua fresca e qualcosa da mangiare. Dormimmo nella stalla, sopra giacigli preparati con la paglia. Il giorno seguente, dopo aver usato la fontana/abbeveratoio delle mucche per lavarci il viso e dopo aver consumata la colazione, preparata dalla generosa padrona di casa, riprendemmo il nostro cammino.
Percorrendo la via Flaminia arrivammo a viale delle Belle Arti, dove prendemmo il tram che ci portò a S.Giovanni e da lì quello per Quadraro/Cinecittà.
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A casa
Che bello essere di nuovo a casa nostra! Mi ricordavo tutto: l'appartamento al primo piano, per il quale papà aveva continuato a pagare l'affitto; il nostro bar, gli zii ed anche un aeroplanino di legno che avevo lasciato sull'armadio e che però non ho ritrovato.
Gli amici e i conoscenti ci fecero molte domande, erano curiosi di sapere com'era stato possibile tornare a piedi da così lontano!
Fui molto contento di rivedere il mio amichetto Mario Cellitti, mio grande compagno di giochi, che abitava l'appartamento di fronte al mio, sullo stesso pianerottolo.
Pochi anni dopo avremmo affrontato insieme le nostre prime esperienze pittoriche, confrontandoci ed emulandoci a vicenda.
Durante la nostra assenza la casa era stata usata dagli americani delle truppe di liberazione. La trovammo in condizioni disastrose, sporca ed infestata da pulci e da cimici. Per disinfettare le reti dei letti fu usata la lanterna, di quelle adoperate dagli idraulici. Furono rinfrescate le pareti e i soffitti e così potemmo riprendere possesso della nostra abitazione.
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La partenza da Roma
Eravamo partiti il 20 luglio del 1943. Il giorno precedente c'era stato il bombardamento di S.Lorenzo, dove avevano trovato la morte migliaia di civili. Papà, preoccupatissimo per la nostra incolumità, volle portarci lontano da Roma.
Partimmo la mattina presto, era ancora buio; con noi venne anche la nostra cuginetta Cecilia, figlia del fratello di papà Umberto, morto in Grecia. Ella venne con noi fino a Gualdo Tadino, dove fu prelevata dal cugino di papà Cesare, che la condusse a Pastina da zia Emma.
Alla stazione Termini prendemmo il treno per Ancona.
Ero piacevolmente emozionato: vedevo e prendevo un treno per la prima volta!
C'era tanta gente; chi correva, chi si agitava, chi chiamava, chi passava le valigie attraverso i finestrini. C'era anche lo strillone dei giornali e chi vendeva sigarette. Credo che qualcuno vendesse anche le cicche!
Noi ci accomodammo in uno scompartimento dopo aver sistemato le valigie nel portabagagli fatto di spago intrecciato.
Ad Orte il treno si fermò perché era stato annunciato un bombardamento. Lasciammo tutti i bagagli nel treno e corremmo nei campi alla ricerca di un rifugio. Io ingenuamente mi attardai a cogliere le pannocchie di granturco!
Trovammo riparo in un capanno, forse da poco abbandonato dai contadini che probabilmente si erano rifugiati nel treno! Nel capanno c'erano dei viveri: pane, acqua, vino e formaggio, era anche l'ora della colazione e l'occasione fu buona per farci dei panini.
Si sentirono arrivare gli aerei che poi sorvolarono sopra di noi pacificamente. Quando risuonarono le sirene di fine allarme tornammo al treno che riprese il suo cammino.
Io osservavo la campagna che scorreva e che si presentava via via con colori diversi. I pali del telegrafo scorrevano uno dietro l'altro e i fili che li "congiungevano salivano in prossimità del palo per poi ridiscendere, e così via. Osservare quelle cose era per me molto divertente.
La gente che vedeva il passaggio del treno accennava dei saluti, ma velocemente si perdeva in lontananza, fino a sembrare solo puntini. Ricordo due bambini in bici, con il cane, un ruscello, un pastore con il gregge e poi le fermate di Narni, Terni, Foligno, Nocera Umbra.
A Gualdo Tadino, come già detto, Cecilia fu prelevata da zio Cesare, che salì sul treno solo per poco tempo; quindi proseguimmo per Fabriano.
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Gli zii di Fabriano
Zia Giulia ci stava aspettando, aveva saputo del ritardo del treno e non era preoccupata. Era una donnetta minuta, piccolina, dalle maniere gentili e piena di accortezze.
Nel tragitto dalla stazione fino a casa sua notai l'albergo con la scritta Giuliana, mentre il viale che stavamo percorrendo era intitolato a Stelluti Scala. Passammo sul ponte del fiume Giano e finalmente arrivammo a casa della zia.
Notai subito un bell'albero di mele cotogne e mi ripromisi di raccoglierne appena possibile. Sul terrazzino di casa vidi quella che a me sembrava una spugna; la toccai con il manico della scopa e immediatamente ne uscì un nugolo di vespe che, come impazzite, volteggiarono sul terrazzino ed entrarono in cucina, dove zia stava preparando il pranzo. Si creò un grande scompiglio; io urlavo dal dolore perché ero stato punto, mentre Fulvio mi osservava stupito non capendo il motivo del mio pianto.
Zia e mamma si adoperarono per scacciare le vespe ma durante quella gran confusione che si era generata si rovesciò la pentola dell'acqua e si ruppe una brocca. Quando fu ristabilita la calma, zia mi appoggiò sulla fronte una grande chiave e spinse fortemente finché non fu sicura che il gonfiore si fosse fermato.
Il dolore della puntura di vespa era stato così intenso che ogni qualvolta ne incontravo qualcuna fuggivo a gambe levate!
In quel frattempo papà era andato incontro a suo fratello Guglielmo, il marito di zia Giulia, che era andato ad acquistare del pane. Insieme al pane portò anche una scatoletta di alici, di quelle arrotolate attorno ad un'oliva. Chissà dove 1' aveva trovata, non era facile in quei tempi procurarsi certe prelibatezze!
Zio, messi gli occhiali, con una forchetta prendeva le alici, una ad una, e le adagiava sopra i nostri piatti; aveva preparato un piccolo antipasto.
Prima ancora di metterci a tavola zio si accorse che da due piatti erano sparite le alici. Fulvio, con mano lesta, le aveva prese e mangiate in un solo boccone! Lo stupore di zio ben presto si tramutò in rabbia e rivolto a mio fratello disse, senza rendersi conto di parlare ad un bambino di quattro anni: " Che accidenti hai combinato, le hai mangiate tutte d'un fiato, goloso e maleducato che non sei altro! Adesso fammi vedere quanto sei bravo, puoi mangiare le altre, se vuoi". Fulvio non se lo fece ripetere due volte che già aveva presa un'altra alicetta "E no, questa volta la rimetti nel piatto, brutto lestofante!". Zìa, mamma e papà se la ridevano e allora zio rivolto a suo fratello disse: "Certo è normale che si comporti così, se voi ci ridete lui se ne approfitta!". E rivolto a mio fratello "Questa sera, per punizione, andrai a dormire senza scarpe, d'accordo?". Fulvio senza parlare rispose di sì con un cenno della testa. Quella scenetta, tutto sommato, aveva portato il buonumore e poi anche zio ci rise sopra; spesso si divertiva nel ricordarlo.
Nello stesso giorno conoscemmo Rossana, la figlia degli zii.
Zia Giulia comunicò a papà che, non essendoci posto in casa sua, zio Francesco Pallotta era disponibile ad ospitarci per un paio di mesi, fin quando non si fosse liberata la casa a Gualdo Tadino (Pallotta era il marito della sorella minore di nonna Cecilia, la madre di papa e di zio).
E' così che conobbi la bella e numerosa famiglia Pallotta.
Zia Ines, moglie di F. Pallotta, aveva circa quarant'anni, sei figli, tre maschi e tre femmine - Pino, Marisa, Vinicio, Anna, Lillina e Marcello -. C'era anche la madre di zio Francesco; stava sempre seduta in cucina allo stesso posto, mi incuteva timore e se potevo la evitavo.
Da loro si dormiva e si cenava, mentre da zia Giulia andavamo a pranzo.
Per la mia età non ero in grado di capire ma certamente, con una famiglia tanto numerosa, la vita non era facile per zia; eppure la sera il piatto era sempre abbondante per tutti.
Zio lavorava presso la cartiera Miliarii e lo vedevo solo la sera. Era una persona squisita ma severa: non tollerava che si lasciasse qualcosa nel piatto. Zia era premurosa e simpatica; spesso la seguivo in cantina quando vi andava per controllare se il prosciutto era ben stagionato. In cantina sopra un tavolo c'erano le pere, di quelle grandi e durissime; erano lì a maturare sotto dei rametti di pungitopo.
Dalla cucina si accedeva in giardino, dove c'era l'albero del pero e delle piccole aiuole ben curate. Sulla destra una siepe ci divideva dai vicini, che avevano una bambina della mia stessa età.
Io dormivo con Vinicio e Pino.
Una sera volevo assolutamente dormire con mia madre che divideva il letto con Marisa, Anna e Lillina, ma zio non permetteva che un maschietto dormisse con le ragazze. Io mi ero intestardito tanto che piagnucolai per molto tempo finché Vinicio e Pino non mi convinsero a restare con loro. Ogni qualvolta ricordo quell'episodio ne provo disagio, pensando anche all'imbarazzo che procurai a mamma.
Un giorno Pino mise in allarme tutta la famiglia: era fuggito di casa! Si diceva che volesse arruolarsi con gli avanguardisti, per andare a Salò. Quel giorno stesso zio Francesco lo riportò a casa e credo che Pino beccò qualche calcio nel sedere!
Zia di tanto in tanto controllava il prosciutto, che sembrava di buona qualità, abbastanza magro e con il grasso al punto giusto. Purtroppo intorno all'osso si erano formati dei vermicelli bianchi e zia, con la punta di un coltello, eliminava le parti infestate. Penso che soffrisse di miopia perché, mentre ripuliva il prosciutto socchiudeva gli occhi.
Come ho già detto, a pranzo si andava da zia Giulia.
Mamma, prima di andare, aiutava zia Ines nelle pulizie della casa poi, intorno alle 12, preparava noi bambini ed uscivamo. Si andava senza fretta, badando di non arrivare prima delle 13, perché zia Giulia era molto gelosa delle faccende domestiche ed era così attenta all'igiene che non permetteva ad alcuno di toccare nulla. Per questi motivi mamma suonava alla sua porta soltanto cinque minuti dopo le 13.
Prima di pranzo ci faceva lavare le mani insaponandole più volte, era una vera esagerazione. Zia stessa aveva le mani sempre sotto il rubinetto dell'acqua, tanto che zio Guglielmo metteva in evidenza la sua mania con il classico gesto del dito indice puntato verso la tempia.
Credo che neanche mamma si trovasse a suo agio con lei per questa sua mania ma, nonostante ciò, la zia era una persona brava e buona.
A tavola le porzioni erano misurate, non per motivi economici ma perché zia imponeva a se stessa certe misure e le estendeva che agli altri. Per questi motivi, ed anche per altri, zio Guglielmo non andava molto d'accordo con lei e non perdeva occasione per rimbrottarla.
Alla sera, tornando a casa da zia Ines, io allungavo il passo perché mi attendevano Vinicio, Anna e Lillina per giocare in giardino, dove dovevamo però badare a non fare troppo chiasso.
Anche mamma si trovava più a suo agio con zia Ines, con lei c'era una intesa migliore.
I due mesi trascorsero rapidamente, con mio grande disappunto; qui avevo fatto delle amicizie mentre non sapevo chi avrei trovato a Gualdo; l'incognita mette sempre un po' di apprensione.
Comunque il primo settembre partimmo per Gualdo Tadino.
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A Roma
A Roma gli amichetti mi prendevano in giro per l'accento umbro; quando parlavo ripetevano le mie parole ridendo ed imitandomi, mentre a Gualdo succedeva il contrario. Papà riprese possesso della latteria che trasformò poi in bar.
Fece delle modifiche per rendere il locale più moderno. Tolse le maioliche bianche delle pareti e le abbellì con lastre di marmo rosa. Gli arredi erano composti da tavoli tondi con il piano di alluminio e da sedie di ferro e doghe di legno.
L'ampio marciapiede antistante il locale, prima sterrato, fu pavimentato con un piano di sabbia e cemento.
In estate vi trovavano posto una ventina di tavoli.
Fu poi aggiunta la gelateria che permise a papa di incominciare ad avere qualche soddisfazione economica.
La qualità del gelato era tanto apprezzata dagli abitanti del Quadraro che nei mesi estivi c'era bisogno della collaborazione di altro personale.
Si era già nel dopoguerra
all'inizio della rinascita nazionale
della ricostruzione
del boom economico
del conseguente benessere generale.
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Corso Piave - Il luogo della storia

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