Tagina ceramiche. Identità, tradizione e cultura del territorio

Tagina ceramiche. Identità, tradizione e cultura del territorio ci salvanoIn una realtà come la dorsale appenninica umbro-marchigiana che tra crisi di grandi aziende (Merloni), delocalizzazioni e ristrutturazioni (Faber/Franke e Indesit), bolla edilizia e avvitamento del sistema delle piccole imprese sta progressivamente perdendo la sua vocazione produttiva ed assiste ripiegata su se stessa ad un poderoso processo di desertificazione industriale, le parole con cui Mario Moriconi, amministratore delegato di Tagina ceramiche d’arte, chiude ad ogni ipotesi di delocalizzazione e rivendica una strategia industriale e di mercato fondata nella valorizzazione del territorio debbono essere salutate con grande e generale soddisfazione e ad esse va garantito un assoluto rilievo.

Queste parole non sono usuali di questi tempi nel panorama dell’industria nazionale e rappresentano innanzitutto un messaggio in controtendenza rispetto ad una certa letteratura confindustriale monotematica che sta prendendo piede nel nostro Paese: quella del piagnisteo per l’alto costo del lavoro che taglierebbe le nostre aziende fuori da ogni orizzonte di competitività globale.

É la stessa letteratura che finisce per costruire gli alibi per le fughe all’estero o per imporre le soluzioni “polacche” del modello Marchionne o della vergognosa forzatura di Electrolux.

La storia industriale quarantennale di Tagina, i suoi progressi di mercato, i suoi stessi bilanci, i successi del suo marketing e la sua capacità attuale di fronteggiare le avversità della lunga crisi con una strategia di internazionalizzazione in grado di conservare quote di export che ad oggi rappresentano il 70% del suo intero fatturato rappresentano un bell’esempio di made in Italy, dimostrano la possibilità di una competitività che sia frutto del “capitale” territoriale e fanno onore a tutte le componenti di impresa:

management, progettisti, addetti al marketing, maestranze e indotto.

Le parole di Moriconi ci dicono cioè che il segreto del successo di Tagina sta tutto in una produttività ed in una competitività acquisite grazie al valore aggiunto della tradizione ceramica del territorio, presente nel suo capitale umano e sapientemente assorbito da quest’impresa.

Le innovazioni di processo e di prodotto caratterizzate da un alto contenuto “culturale” derivante proprio dal portato di questa lunga tradizione, dalla ricerca progettuale sulla materia e dall’esaltazione delle competenze di tipo di tipo artigianale trasferite in un’organizzazione industriale e per un mercato globale sono le credenziali con cui la Tagina si è ritagliata un posto al sole, per cui continua a collezionare riconoscimenti e grazie a cui ottiene il gradimento dei clienti.

Non il dumping sociale, la deflazione salariale e il massacro dei diritti dei lavoratori, ma buone relazioni industriali, sostenibilità sociale, relazioni di comunità e nessun sovraccarico dei costi del capitale mirante solo a rimpinguare i profitti dei soci privati completano infine il quadro di un’azienda che riesce a stare nel mercato estero tradizionalmente più appetibile come quello degli USA o in quello dei Paesi emergenti come la Russia, la Cina, l’Australia e ora l’India.

La fortuna di Tagina, al pari di tutte quelle imprese italiane che si reggono principalmente sull’export, risiede dunque nella qualità della sua organizzazione, del suo prodotto e della sua strategia commerciale. Ciò non toglie che non vadano però affrontati quei nodi che hanno storicamente rappresentato un freno ad un’ulteriore crescita dell’azienda e possono rappresentare una minaccia per le sue prospettive, indipendentemente dalle volontà del suo management. Parliamo cioè di tutti quei fattori che incidono negativamente sulla sua competitività, intaccando la sua capacità di reazione quando le flessioni di mercato la mandano in sofferenza e la costringono a ricorrere alla cassa integrazione o quando, come oggi, la grande recessione italiana ha abbattuto la domanda interna.

Lo svantaggio logistico con cui Tagina deve fare i conti, la marginalità infrastrutturale che sconta il territorio di residenza, l’alto costo dell’energia e la crisi della domanda interna aggravata dalle politiche di austerità richiedono delle risposte. Non si può infatti pensare che determinate realtà industriali, ancorché esemplari, possano riuscire all’infinito a sopportare una crisi così lunga e strutturale, colmando solo con la qualità delle loro produzioni lo svantaggio della valuta ed una politica economica che a livello europeo continua ad abbattere la domanda, anche in considerazione delle brutte avvisaglie che si stanno addensando proprio in questi giorni negli stessi Paesi emergenti dove Tagina vende i suoi prodotti.

Se il governo non fa niente e non intende far niente per scongiurare la fuga all’estero e il disimpegno dal nostro Paese delle multinazionali e delle grandi imprese, faccia almeno qualcosa per quelle che dichiarano di volerci rimanere e che rivendicano addirittura il loro punto di forza nella loro italianità creativa, o, come nel caso di Tagina, nel loro essere figlie della grande tradizione ceramica umbra e gualdese, della sua cultura del lavoro e della sua identità fondata sull’arte e sulla bellezza dei luoghi.

Tutto ciò che va sotto il nome di politica industriale, ecco ciò che serve:

dare una svolta per il completamento delle infrastrutture come la Perugia- Ancona; misure concrete di facilitazione dell’accesso al credito ed abbattimento del costo del denaro sia per la liquidità necessaria all’esercizio, sia per quella occorrente agli investimenti tecnologici, produttivi e di marketing; sostegno attivo in termini di politica del commercio estero all’ingresso nei mercati internazionali; una strategia energetica che contribuisca ad abbattere i costi divenuti insostenibili della “bolletta”; programmi di valorizzazione, di “sistematizzazione” e di promozione dei brand “territoriali” che integrano, come nel caso di Tagina, la produzione industriale con la cultura della regione e dei luoghi di provenienza.

Servono cioè misure a grande impatto strategico di politica industriale oggi assente che presiedano a politiche per certi versi più convenzionali, a costo relativamente basso e specificatamente commisurate al territorio ed alla sua migliore valorizzazione. In entrambi i casi, però, siamo costretti a registrare inerzia e grave ritardo.

Nella crisi che si è abbattuta in questo territorio, l’esempio di Tagina rappresenta una luce e grazie a questo esempio il nostro territorio può diventare meno muto. Le parole con cui Mario Moriconi ha voluto render conto delle strategie benemerite della sua azienda debbono perciò servire da invito a fare tutto il possibile – e il più in fretta possibile – affinché simili esperienze possano essere assunte a paradigma di una nuova politica industriale per il Paese e possano fungere da leva per il rilancio complessivo dell’economia del nostro territorio.

Gianluca Graciolini

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