TEATRO TALIA di Marco Jacoviello

Dopo anni di attesa è ripartita la ricostruzione del teatro Talia di Gualdo Tadino.

La cavea dello storico teatro della borghesia gualdese è oggi colma di macerie, ma almeno il rifacimento del tetto ligneo appare la condizione indispensabile perché si pensi seriamente al suo futuro.
Quale futuro?
Il progetto di ricostruzione, che vorrebbe attenersi alla pianta antica, considera una capienza di un centinaio di posti, o poco più, disposti tra platea e due file di palchi, ma con un palcoscenico ritagliato in modo irregolare a forma di trapezio scaleno, senza torre scenica a causa dello spiovente immodificabile del tetto.
La logica di una ricostruzione dovrebbe prevedere migliorie in corso d’opera al fine di consegnare alla città non un cimelio storico inutilizzabile, ma una sala capace di ospitare la vita culturale e artistica.
Come spesso accade, però, un carattere rigidamente conservativo dei responsabili della ricostruzione, non è sempre sinonimo di capacità di comprendere le reali esigenze di un teatro. Per questo motivo, e di mia iniziativa, vorrei fare alcune considerazioni.
Parto da quelle realtà che conosco meglio: le ricostruzioni del teatro Carlo Felice di Genova e del teatro La Fenice di Venezia. Per entrambi migliorie avviate in corso d’opera sulla disposizione dei posti e sulla struttura del palcoscenico sono state considerate senza supposti tradimenti alla verità storica e neppure a quella progettuale architettonica (a Genova con le colonne laterali dell’impianto luci, a Venezia con un’inclinazione del pavimento della sala che ha permesso una maggiore capienza per i musicisti).
A Gualdo Tadino il progetto del teatro appare soffocato da una logica che lo vorrebbe rifare così com’era. C’è da sottolineare che un tempo, e fino ai primi anni del dopo guerra, si potevano allestire interi melodrammi avvalendosi di una trascrizione orchestrale ridotta e con un impianto scenico approssimato (che ritorna in auge oggi nella formulazione di “opera da camera”). Se, come risulta dalle voci dei melomani gualdesi, Gualdo ha vissuto il suo periodo d’oro con una recita di Lucia di Lammermoor, interpretata dalla divina Lina Pagliughi, oggi non sarebbe più possibile proporre uno spettacolo senza un’impostazione registica, un gioco luci e un golfo mistico adeguati alla realtà offerta. Senza parlare dei camerini degli artisti, della biglietteria, dei servizi igienici e così via (e se ci sono ancora nostalgici di quell’improponibile produzione di spettacoli operistici senza arte né parte, li prego di leggersi con attenzione le pagine scritte dal grande musicologo Paolo Terni nel libro In tempo rubato a proposito di un miserrimo Lohengrin con Beniamino Gigli allestito ad Alessandria). La vita artistica contemporanea è oltremodo impegnativa, se la si vuole interamente rispettare.
Per di più un teatro senza torre scenica imporrebbe unicamente un impianto fisso immodificabile, obbligando i riflettori ad essere disposti lungo le fiancate laterali oppure sul soffitto, con un prevedibile e fastidioso effetto ombra. Inoltre un teatro senza foyer potrà davvero funzionare? Perché non pensare ad una utilizzazione della taverna di San Donato attigua ?
Vorrei inoltre che si ripensasse alla demolizione della gradinata in cemento armato. Potrebbe rientrare in una rivalutazione della capienza. D’altra parte che logica è citare l’ottocento e cancellare il novecento? Nulla vieta di tenerla in piedi, e costruire ai lati le due file di palchetti, come delle semplici barcacce, che avrebbero il pregio di citare quell’ottocento storico che sembra irrinunciabile, senza mutilare la capienza, come nel progetto attuale.
Purtroppo non sarà possibile far ruotare la sala di 180° come un intelligente progetto avrebbe dovuto prevedere, e ciò per risolvere l’essenziale problema della torre scenica e del trasporto delle scenografie che avrebbe potuto risolversi con la costruzione di una semplice cremagliera lungo la discesa che porta al teatro, di molto più ampia di quella che ne è alle spalle.
Credo che sia giunto il momento di chiedere all’amministrazione comunale di ripensare il tutto e di affidarsi a tecnici competenti e appassionati di come si svolge la vita in un teatro e delle sue esigenze artistiche, musicali e sociali.

Marco Jacoviello

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