UN PRETE FURIOSO

9 gennaio 1888. In tutto il paese sono previste manifestazioni per commemorare il decennale della morte del re Vittorio Emanuele II. 

A Gualdo Tadino il momento non è dei migliori. Alcuni giorni prima era scoppiata una mezza guerra, con annessa polemica politica, per la mancata illuminazione del palazzo comunale in occasione del compleanno della Regina e i nervi sono a fior di pelle.
I Repubblicani gualdesi, elettrizzati, si danno da fare per organizzare una solenne manifestazione con la quale intendono, onorando il re defunto, riaffermare il concetto di nazionalità e di Roma capitale. I cittadini che ancora non si sono ripresi dalla botta della fine dello Stato Pontificio, seguono i preparativi con sbigottimento: onorare quel birbaccione? Qua non c’è più religione! Altri seguono la questione con interesse di rimbalzo, magari ne esce fuori una bella giornata per evadere dalla monotonia cittadina. La maggioranza dei gualdesi se ne frega, devono pensare a cosa dare da mangiare ai propri figli e come difendersi dal freddo pungente. Con la pancia piena ogni faccenda finisce in polemica, a pancia vuota le questioni sono più serie.
I preparativi fervono. Sulla porta del comune è affisso un manifesto che invita la cittadinanza a una manifestazione per ricordare il Re, Roma, l’Italia e via discorrendo.
Don Nazzareno Pandolfi, noto sacerdote gualdese, ogni volta che attraversa la piazza osserva segretamente quel losco manifesto e, quel che è peggiore, subisce i sorrisini ironici di coloro che considera nullafacenti mangiapreti. Se il suo prestigio non ne risentisse, ci metterebbe un attimo a invitarli ad andare a zappare l’orto!
Don Nazzareno è un “personaggio”. Esecutore testamentario di mons. Antonio Cajani, direttore spirituale delle suore dell’Istituto Bambin Gesù, tra i pochi nel 1871 chiamato a verificare lo stato del corpo del beato Angelo. Insomma, un tipo tosto, mica un pretino tra il lusco e il brusco. Caratterialmente poi… più aceto che vino.
Passa oggi, passa domani, quel manifesto è sempre là, e anche gli ostinati sfaccendati. Don Nazzareno rimugina, sopporta, tace, ribolle di rabbia. Si avvicina alla porta del Municipio, si ferma davanti al manifesto, si gira a guardare i cittadini che a loro volta lo studiano incuriositi. Qualche ingenuo pensa: “Sta a vedere che anche il prete viene alla manifestazione”. Se… certo, come no.
Vittorio Emanuele II, Roma, la cittadinanza tutte è invitata, Italia… quel che è troppo è troppo. Don Nazzareno è un vulcano in eruzione e sfoga sull’indifeso manifesto tutta la sua rabbia, riducendolo in brandelli a colpi di bastone. Ora che i Repubblicani raccoglieranno il pezzo più grande del manifesto col cucchiaio, si sente meglio. Cavolo, quando ci vuole, ci vuole.
Adesso la storia si complica, ma mica tanto, segue le solite vie della faziosità. Si comincia a trafficare da una parte e dall’altra, c’è chi sbraita e chi getta acqua sul fuoco.
I Repubblicani protestano per l’attentato contro la libertà di pensiero e chiedono l’intervento dell’autorità giudiziaria. Quelli pro-prete dicono che, va beh, non si fa, ma quei peccatori se le sono cercate, che avrà fatto mai, e poi è pur sempre un sacerdote, avrà senz’altro ragione. Quelli che hanno fame continuano a fregarsene.
Comunque, l’energico sindaco di Gualdo, Francesco Cajani, decide di deferire all’autorità giudiziaria l’impetuoso sacerdote.
Il 26 gennaio 1888 si apre l’udienza. Don Nazzareno è assente, possono fucilarlo ma non possono costringerlo a mettere piede in un’aula di tribunale del Regno d’Italia, per lui sono un covo di nemici della Chiesa.
L’avvocato Giulio Guerrieri invece si presenta, sostiene l’accusa stigmatizzando con parole di fuoco l’opera del “prete settario che cospira ai danni dell’unità della Patria”. Conclusione, Don Nazzareno Pandolfi è condannato dal pretore Biagio Bellini in contumacia per contravvenzione alla Pubblica Sicurezza.
Il settimanale “La Provincia dell’Umbria” giornale politico amministrativo, nell’edizione di sabato 28 gennaio 1888 picchia come un fabbro sulla vicenda. La faccenda è una “prodezza pretina” e il sacerdote ha contravvenuto alla legge perché “…fegatoso, sfogò tutta la sua bile gesuitesca”.
I Repubblicani festeggiano, hanno vinto, non si sa cosa ma hanno vinto. I “Papalini” sono sbigottiti, hanno perso, non si sa cosa ma hanno perso. Quelli che hanno fame continuano a non avere idee in proposito.
Domani è un altro giorno, e bonanotte.

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