UN ULTERIORE CONTRIBUTO SU DARIA RUBBOLI

talenti-femminili
L’Associazione Culturale Rubboli è lieta di pubblicare on line, per i lettori dell’Allegra Combriccola, un recente intervento della storica dell’arte Marinella Caputo al convegno “I talenti femminili alle origini dell’imprenditoria umbra”. L’evento, organizzato dall’Assessorato Pari Opportunità della Provincia di Perugia, si è tenuto il 14 marzo 2012 e ora, tutti i contributi relativi alle varie figure femminili, sono stati raccolti in una pubblicazione a cura della Provincia di Perugia. 

Il nuovo scritto di Marinella Caputo contiene alcune informazioni importanti su Vincenzo Rubboli (fratello di Paolo Rubboli) e altre notizie inedite relative alla morte in circostanze tragiche di Augusto, primogenito di Paolo e Daria Rubboli.

Daria Vecchi Rubboli, artista e imprenditrice
a Gualdo Tadino tra XIX e XX secolo

di Marinella Caputo

Daria Rubboli (1852-1929) fu alla guida della manifattura omonima che aveva creato con il marito Paolo, per un periodo lungo e produttivo, dalla metà degli anni settanta del XIX secolo fino alla sua morte, anche se negli ultimi quindici anni la responsabilità giuridica della ditta venne affidata ai figli.
Per comprendere meglio la sua figura, è importante considerare il contesto in cui tale impresa si sviluppò e gli eventi che portarono Daria alla sua direzione.
La manifattura nacque a Gualdo Tadino ad opera di Paolo Rubboli (1838-1890) che avviò la creazione della maiolica a lustro nel piccolo centro umbro, perfezionando una tecnica molto speciale, riscoperta dopo un oblio di qualche secolo proprio nell’Ottocento, sulla scia del collezionismo internazionale che ricercava avidamente i preziosi lustri rinascimentali. Grazie a tale interesse si sviluppò il cosiddetto storicismo, una tendenza molto apprezzata nelle arti decorative, basata sull’imitazione di stili del passato. La maiolica preferì riprendere il momento d’oro dell’arte vascolare cinquecentesca, riproponendola a livello sia tecnico che formale.
La formula della maiolica a riflessi dell’Ottocento era la stessa, con le inevitabili personalizzazioni di ogni bottega, di quella impiegata da Mastro Giorgio Andreoli da Gubbio. Cipriano Piccolpasso nel suo libro Li tre libri dell’Arte del Vasaio (1558), la descrive piuttosto dettagliatamente, affermando di averla appresa dal secondogenito dell’Andreoli, Mastro Vincenzo (Cencio) che, a detta dell’autore, gli avrebbe trasmesso il segreto di famiglia per quanto riguarda gli impasti e la cottura. I ceramisti ottocenteschi lessero il trattato del Piccolpasso, ricercandovi la ricetta del lustro, ma si resero presto conto che senza l’introduzione di quelleregolette proprie di ogni bottega di cui si parla nel testo, i risultati non erano affatto garantiti. “Probabilmente – si saranno detti a ragione -Mastro Cencio non avrà svelato la totalità dei procedimenti.”
Ci furono tentativi e fallimenti, fino a giungere, negli anni cinquanta del XIX secolo agli ottimi risultati della manifattura Ginori di Doccia e di Luigi Carocci a Gubbio.
La personalità artistica e imprenditoriale di Paolo Rubboli si lega, appunto, alle esperienze della Ginori e del Carocci, da lui menzionati nella lettera inviata al Comune di Gualdo Tadino nel 1878. 1
La documentazione, decisamente scarna, sugli esordi di Paolo, si è recentemente arricchita di ulteriori informazioni provenienti dall’archivio dei conti Ferniani di Faenza, pubblicate dalla Ravanelli Guidotti nel suo esaustivo lavoro sulla Fabbrica Ferniani2 . Esiste infatti un carteggio del 1863 tra Angelo Mazzotti di Faenza e Vincenzo Rubboli di Pesaro, in cui il fratello maggiore di Paolo propone una tecnica per dare alle stoviglie una vernice a bronzoche aveva applicato con successo presso la Miliani di Fabriano. Il nome di Vincenzo venne trascritto come Francesco Rubboli3 , e anch’io, nella monografia sull’opificio gualdese4 , ho seguito tale versione erronea, identificando il Rubboli con il nonno di Paolo, mentre invece si trattava del fratello. La Ravanelli Guidotti, inoltre, cita due lettere (una del 7, l’altra del 12 dicembre 1873) tra il conte Annibale Ferniani e Paolo Rubboli che si trovava a Fabriano, come il fratello dieci anni prima. Venne stabilito un accordo per la produzione dei lustri che, analogamente a quanto era accaduto a Vincenzo, non ebbe esito produttivo. Quindi già nel 1873 Paolo a Fabriano sperimentava la maiolica a lustro e due anni dopo si trasferirà a Gualdo Tadino. Non è un caso che la famiglia avesse celebrato il centenario della ditta nel 1973. L’interesse dei fratelli Rubboli nei confronti della ceramica a lustro risulta evidente. Vincenzo, tra l’altro, nel 1879 scriverà al comune della città, proponendo di acquistare i locali dell’ex convento di San Francesco per impiantarvi una fabbrica di terraglie colorate e ad uso inglese,5 un tipo di ceramica molto in voga all’epoca, di cui Pesaro e Fabriano detenevano il primato. Tale richiesta che non ebbe conseguenze, se realizzata, avrebbe sicuramente implicato la gestione da parte del fratello Paolo, già da qualche anno a Gualdo Tadino. La terraglia era un materiale molto adatto al lustro e la Rubboli se ne avvalse in più occasioni, acquistandola alla Corsi di Fabriano o alla Sergiacomi di Gualdo Tadino. La sua produzione sarebbe stata molto utile per la manifattura. Vincenzo, definito in un documento degli anni ottanta ornatista6, in quegli anni viveva a Roma, dove era titolare di una florida impresa di costruzioni ed era senza dubbio intenzionato a fornire aiuto e collaborazione al fratello che stava realizzando un progetto in cui anche lui credeva, come possiamo dedurre dai documenti citati a proposito di Faenza.

1.Archivio Storico di Gualdo Tadino (ASGT, Titoli VII, cat. 2, fasc. 1, 7 agosto 1878)
2. C. RAVANELLI GUIDOTTI, La Fabbrica Ferniani, Ceramiche faentine dal Barocco all’Eclettismo, Milano, Silvana Editoriale, 2009, p. 92, nota 311
3. T. STROCCHI, L’Officina di maioliche dei Conti Ferniani, Faenza, Stabilimento tipografico F. Lega 1929, p. 79-80; A. MINGHETTI, I Ceramisti Italiani, Milano, Enciclopedia Biografica e Bibliografica Italiana, 1939, p. 367. Tra l’altro il Minghetti travisò la fonte, citando la data del 1840 e facilitando perciò l’identificazione del Rubboli con il nonno di Paolo che, ironia della sorte, si chiamava proprio Francesco.
4. M. CAPUTO, La Collezione Rubboli, Perugia, Volumnia Editrice, 2010, pp. 25-26
5. M. CAPUTO, op. cit. pp. 41-42
6. R. CRISTINI, La ceramica applicata all’edilizia. Decoro pubblico e pubbliche rivelazioni, in Id. Esotici Eclettismi, Vetralla (VT), 2007, pp. 27-29, 47-49

Per ricostruire l’inizio della carriera di Paolo è importante considerare l’ingente attività che si svolgeva alla Ginori per quanto riguarda la maiolica a lustro a partire dagli anni sessanta, quando Luigi Carocci, una volta conclusasi la breve esperienza della sua manifattura eugubina, andò a lavorare a Doccia e tra le altre mansioni aveva quella di istruire ceramisti specializzati, tra i quali si trovava l’eugubino Marino Pieri, stretto collaboratore di Paolo a Gualdo Tadino alla fine degli anni settanta.
Quindi Paolo, nativo di Fiorenzuola di Focara, piccolo villaggio sul promontorio che separa le Marche dalla Romagna, si spostò in un primo tempo a Pesaro dove iniziò a lavorare come ceramista, probabilmente presso la Benucci e Latti. Qui avrà senz’altro sviluppato l’interesse per i riverberi metallici che in molti all’epoca in Italia, tra i quali il pesarese Gai, stavano cercando di ottenere. Così, forse stimolato dal fratello, si dedicò a perfezionare una formula che potrebbe averlo portato per qualche tempo alla Ginori e poi, come sappiamo, a Fabriano.
Nella città marchigiana incontrò Daria Vecchi che, anche in assenza di documenti, possiamo ragionevolmente affermare lavorasse alla Miliani come ceramista.
La vita privata di Paolo non era stata affatto facile fino a quel momento. Aveva già avuto due matrimoni, il primo con Amalia Giammarchi, di breve durata per la scomparsa precoce di quest’ultima nel 1867, da cui nacque un figlio, Alessandro, e l’altro con Gaetana Baviera, sposata nel 1871.
Perciò quando Paolo conobbe Daria, probabilmente nel 1873, era ancora sposato. La seconda moglie risiedeva a Pesaro con il piccolo Alessandro, mentre Paolo si spostava per lavoro, cercando di realizzare il sogno di una propria manifattura di ceramica a lustro. Non è escluso che fosse già in atto la malattia che porterà anche la seconda moglie di Paolo ad una fine prematura. Gaetana si spense nel maggio del 1876 e proprio in quell’anno ebbe luogo il matrimonio religioso tra Paolo e Daria, mentre il rito civile seguirà dieci anni più tardi.
I coniugi Rubboli, insieme al figlio di primo letto Alessandro, si stabilirono a Gualdo Tadino e l’inizio della loro vita familiare coincise con quella della manifattura che nei primi tempi ebbe un percorso piuttosto difficile.
Nel 1875 Paolo coinvolse nel proprio progetto un collezionista e mercante d’arte piemontese, Marcello Galli Dunn che volle finanziare l’impresa di una produzione a lustro a Gualdo Tadino, assumendone la direzione. Tale attività ebbe però vita breve, cessando l’anno seguente. A questo punto Paolo, probabilmente con l’aiuto di Vincenzo, fonderà la ditta Rubboli, insieme a Daria che da Fabriano l’aveva raggiunto a Gualdo Tadino, come compagna di vita e di lavoro.
Daria Vecchi, nata a Fabriano nel 1852, era un’abile ceramista, una donna che viveva del suo lavoro, proveniente da una famiglia di artigiani, come il fratello Temistocle che si trasferirà nel centro umbro nel 1880 per lavorare alla Rubboli in qualità di pittore. Tra Paolo e Daria si sarà subito innescata un’intesa professionale, oltre che sentimentale, portando il ceramista a coinvolgere la futura moglie nella sua ricerca sui lustri metallici già durante la loro frequentazione fabrianese.
Così l’impresa familiare dei Rubboli nacque grazie al lavoro e all’energia creativa della coppia, del fratello di Daria, Temistocle Vecchi, del figlio di Paolo, Alessandro e del valente pittore gualdese Giuseppe Discepoli, oltre a collaboratori temporanei, tra i quali il già citato Marino Pieri.
I successi e i riconoscimenti non si fecero attendere: nel 1878 vennero presentate alcune opere all’Esposizione Internazionale di Parigi e nello stesso anno Paolo donò due piatti da pompa a lustro oro e rubino al comune di Gualdo Tadino. I preziosi manufatti, recanti l’uno lo stemma della municipalità, l’altro la bottega di Matteo da Gualdo, sono tuttora conservati nella raccolta civica della Rocca Flea. La donazione dimostra l’intento da parte del Rubboli di ricercare il favore dell’istituzione alla guida della comunità a cui sentiva di appartenere.
Tra l’altro la manifattura nei primi anni operò in alcuni locali dell’ex convento di San Francesco, concessi in affitto dal comune. Sempre nel 1878 nacque il primogenito di Paolo e Daria, Augusto, cui seguiranno Lorenzo (1884) e Alberto (1888).
La ditta mutò di sede nel 1884, impiantandosi in via del Reggiaro (attuale via Discepoli) dove ancora oggi si trova, attendendo da diversi anni la propria riconversione in museo.
Per Daria i primi anni a Gualdo Tadino furono molto intensi, tra l’attività di ceramista, le maternità che furono quattro, includendo quella di una bambina che ebbe vita brevissima, la cura dei figli e l’assetto organizzativo dell’impresa.
Il suo nome figura nella compravendita di immobili, indicando una sua partecipazione attiva alla gestione dell’azienda. Inoltre si specializzò nella pratica del lustro che rappresentava un esercizio esclusivo della coppia trasmesso soltanto ai figli, come un vero e proprio segreto di famiglia.
La fase iniziale della Rubboli non fu affatto facile, tra contenziosi per i fumi della fornace, insolvenze economiche e persino un tentativo di furto del taccuino con le formule degli smalti e dei lustri7. Ma i piatti e i vasi estratti dai forni a muffola costruiti da Paolo erano davvero mirabili, nell’armonia dell’oro e del rosso rubino, combinazione sempre difficile da ottenere nella pratica del lustro mastrogiorgesco.
Tale ardore produttivo, però, rischiò seriamente di interrompersi a causa della morte prematura di Alessandro nel 1889, seguita l’anno successivo dalla scomparsa improvvisa di Paolo.
In quel momento cruciale in cui la Rubboli era in gioco, Daria assunse la conduzione della manifattura a partire dal 1890.
Se nei primi quindici anni aveva svolto un ruolo ausiliario, lavorando dietro le quinte, ora sarebbe stata protagonista e dimostrò di avere l’energia per esserlo.
È il caso di citare le parole del suo pronipote, per capire il carattere risoluto e tenace di Daria: “Nella mia famiglia penso che Daria sia una delle figure più importanti, sempre ricordata da mia madre e dalle mie zie come una donna energica e pragmatica, una di quelle donne senza le quali certe cose non accadono e certi progetti non si concretizzano e non è fuori luogo dire che senza di lei la tradizione dei Rubboli sarebbe finita più di cento anni fa“ 8
Indubbiamente, senza il coraggio dell’indomita matriarca Daria, come è stata definita da Timothy Wilson9, non ci sarebbe stata la continuità che ha garantito all’opificio Rubboli di durare per circa un secolo e mezzo.
Nell’unica fotografia esistente di Daria, circondata dai membri della famiglia, all’età di settantacinque anni, si può notare, nonostante la figura minuta, la sua centralità e fierezza, come una vera colonna portante per la Rubboli.
Durante la sua gestione la ditta continuò a produrre intensamente, mantenendo lo stesso repertorio di forme e motivi dipinti in blu della fase precedente, con un inalterato livello qualitativo dei lustri. Ci sono comunque variazioni e mutamenti, dovuti all’evoluzione dei tempi e del gusto. Le scene dei piatti e dei vasi con figure tratte dalla storia romana e dalla mitologia, ricercano contrasti più pronunciati e si stagliano su uno smalto tenuemente colorito di azzurro. Prevalgono i piatti con ritratti di Belle Donne, meno frequenti nel decennio precedente e si nota una maggiore ricerca nelle forme dei vasi, con una presenza più elevata di servizi e oggetti d’uso.
Daria si avvalse del contributo di pittori abili e artigiani ingegnosi che producevano ceramiche di alta qualità, ma il segreto degli impasti per i lustri rimase di sua esclusiva competenza.
Nel 1899 ottenne la medaglia d’oro al merito industrialeall’Esposizione Umbra, dimostrando di aver raggiunto nelle opere da lei prodotte eccellenti risultati tecnici.
In tale circostanza la Premiata Fabbrica di Majoliche Artistiche Daria Rubboli poté fregiarsi di un primato, quello di identificarsi con la ceramica a lustro di tradizione umbra che per circa un decennio venne realizzata solamente a Gualdo Tadino, nell’opificio di Daria. A conferma di ciò possiamo citare le parole di Francesco Briganti, nativo di Deruta, noto intellettuale e fine conoscitore di ceramica che così scrive: “Notiamo però con dispiacere che in Gubbio si è cessato ora di fare simili lavori e non esiste più alcuna fabbricazione di maioliche e ciò è deplorevole per

7. M. CAPUTO, op. cit., pp. 42-43
8. M. TITTARELLI RUBBOLI, La Maiolica Rubboli a Gualdo Tadino, Perugia, Volumnia, 1996, p.25
9. T. WILSON, Prefazione, in “La Collezione Rubboli”, a cura di MARINELLA CAPUTO, Perugia, Volumnia Editrice, 2010, p. 10
un paese dove ci sono così belle tradizioni di un’arte, la quale trovò dei sommi cultori che la fecero vivere e prosperare anche nel secolo presente. “ E poi aggiunge a proposito di Deruta: “Possiamo concludere che Deruta, la quale non figurava affatto nell’ultima esposizione del 1879, dà ora segno di un evidente progresso e segue un buon indirizzo che dà a sperare degli ottimi risultati. Il plauso universale ottenuto nella presente Esposizione sarà un forte stimolo a percorrere la via intrapresa e speriamo di vedere eseguiti anche i riflessi metallici che donano tanto splendore ad ogni genere di ceramiche” 11
Quindi, dal momento che all’epoca degli articoli del Briganti i lustri mastrogiorgeschi a Gubbio non si facevano più e a Deruta non si facevano ancora, Daria era l’unica a realizzare maioliche a lustro oro e rubino in Umbria. Nella stessa occasione apparve sulla scena un ceramista gualdese, Alfredo Santarelli, formatosi nella bottega di Daria che diverrà noto soltanto più tardi. All’Esposizione Umbra del 1899, il Santarelli espose delle opere a lustro che vennero ritenute dalla critica ancora incerte, ricevendo invece apprezzamento per la pittura. 12
Agli albori del nuovo secolo Daria iniziò a firmare i propri pezzi con le lettere D.R. o con D.Rubboli. Paolo tendeva a non firmare le proprie opere, tranne quelle destinate alla municipalità e poche altre. Ciò rappresentava una consuetudine nel primo storicismo, dove l’intreccio di originali rinascimentali, copie ottocentesche e falsificazioni era molto diffuso e, direi, confuso. Quando la linea del revival ottocentesco si affermò nelle arti decorative, non ci fu più bisogno dell’anonimato o della riproduzione del monogramma di Mastro Giorgio e i ceramisti iniziarono ad apporre marchi e sigle ai propri lavori.
Nei pezzi firmati di Daria, il suo nome non è mai scritto per esteso e ciò potrebbe aver causato l’errore che si riscontra in un articolo del 1909, in cui troviamo che la ditta D.Rubboli è sorta ad opera di Domenico Rubboli.13 Tale citazione trova riscontro in un’altra circostanza a proposito del diploma attribuito a Daria nella già menzionata Esposizione Umbra. Da un punto di vista ravvicinato, infatti, si può notare come l’ultima lettera del nome sia stata modificata con l’aggiunta di una stanghetta, in modo da correggere Dario in Daria, nell’elegante corsivo dello scrivano. Quindi in entrambi i casi si esclude l’evenienza che possa trattarsi di una donna, soprattutto nel ruolo dirigenziale di un laboratorio ceramico, posizione insolita all’epoca per il genere femminile.
La manualità di Daria in ambito artigianale è concentrata sulla pratica del lustro che padroneggia magistralmente e che trasmetterà ai figli Lorenzo e Alberto, futuri eredi della manifattura, dopo il trasferimento in Lombardia del primogenito Augusto.
La vita privata di Daria continua ad essere piuttosto dinamica; nel 1896 contrae un secondo matrimonio con Angelo Pascucci, imprenditore gualdese, anch’egli vedovo, con il solo rito religioso. Nel suo necrologio, infatti, Daria verrà indicata come vedova di Paolo Rubboli e non di Angelo Pascucci, perché prima dei Patti Lateranensi soltanto i matrimoni civili avevano valore ufficiale. Inoltre il matrimonio con Angelo, nei registri della Cattedrale di San Benedetto è definito segreto e questo ci fa comprendere meglio la natura dell’unione. La coppia avrà fatto tale scelta per non compromettere l’eredità delle rispettive ditte e famiglie, pur condividendo un sentimento autentico, onorato dalle nozze. Il Pascucci aveva una fabbrica di ceramiche e cristalline, letti di ferro e reti metalliche. Entrambi continuarono a occuparsi delle proprie imprese e mantennero dimore separate con i reciproci nuclei familiari. Risulta pertanto del tutto improbabile che la ditta Pascucci avesse iniziato a realizzare maioliche a lustro in coincidenza del matrimonio con Daria,

10. F. BRIGANTI, Le ceramiche Umbre – Gubbio, in “Giornale Illustrato dell’Esposizione Umbra, 10 settembre 1899
11. F. BRIGANTI, Le ceramiche Umbre – Deruta, in “Giornale Illustrato dell’Esposizione Umbra,
12 novembre 1899
12. F. NATALI, Le Ceramiche Umbre, Gualdo Tadino, in “Giornale Illustrato dell’Esposizione Umbra”, 6, 24 settembre, 1899, p. 2. L’articolo è datato 12 settembre 1899
13. G. MAZZOTTI, Le Maioliche d’Arte all’Esposizione di Faenza, Agosto-Ottobre 1908, Firenze 1909

come qualcuno ha ipotizzato14. Un nipote del secondo marito di Daria, omonimo del nonno lo farà, ma soltanto negli anni venti del secolo successivo. Quindi il segreto dei Rubboli non venne svelato da Daria nel talamo nuziale, ma rimase prerogativa della famiglia. Nel terzo decennio del XX secolo, ad ogni modo, si sviluppò una ingente produzione gualdese di ceramiche a lustro, su scala industriale e la specialità di una sola famiglia finì per trasferirsi all’intera città.
Si instaurò così una competizione proficua tra le varie manifatture che cercavano di rinnovarsi nel repertorio, di espandere il mercato, approdando in molti casi alla creazione di cooperative e consorzi. Ma questa è un’altra fase che non vede più la partecipazione attiva di Daria alla Rubboli, affidata ormai alla gestione dei figli. Il suo ruolo in famiglia rimarrà comunque centrale, tra matrimoni, nascite, perdite e l’attività professionale che non smetterà di esercitare, intendendola come strettamente connessa alla sfera privata.
Daria si spense il 22 febbraio 1929, nella casa del figlio Alberto che aveva visto edificare, tra i discendenti che avrebbero dato seguito all’impresa familiare.
Nella lettera di condoglianze inviata dal sindaco di Gualdo Tadino si legge:
“Nella triste circostanza che ha colpito la S.V. i componenti questa amministrazione a capo il Sottoscritto le porgono vivissime condoglianze e la pregano di gradire l’attestazione del loro profondo cordoglio. Con la scomparsa della sua eletta mamma scompare una donna esemplare, adorna di ogni virtù, ma soprattutto scompare colei che tra difficoltà di ogni sorta ha conservato, alimentato e sviluppato i processi per la fabbricazione delle pregevoli ceramiche a riflessi alla cui industria la nostra Gualdo deve tanta parte del suo benessere e della sua rinomanza nel mondo. Voglia anche gradire l’attestazione della nostra vivissima simpatia.”
La Società Ceramica Umbra, denominazione assunta dalla Rubboli negli anni venti, volle onorare Daria, attribuendole l’epiteto dimaestra del terzo fuoco15, ravvisando la sua abilità di ceramista, piuttosto che il ruolo di moglie e madre di ceramisti.
Vale anche la pena di citare un frammento di memoria orale tramandato nella famiglia Rubboli, sul funerale di Daria. In quel febbraio del 1929 c’era stata a Gualdo Tadino una nevicata memorabile e si dovette scavare una galleria nella neve per condurre il feretro al cimitero. Un funerale arduo, come lo fu la sua esistenza, affrontata coraggiosamente.
Il valore e la forza di Daria erano apertamente riconosciuti all’epoca della sua scomparsa, ma nei successivi studi e ricostruzioni storiche sulla ceramica gualdese la sua figura è risultata decisamente ridotta rispetto a quella di Paolo e spesso la parte più lunga nella storia della Rubboli è stata genericamente risolta con l’appellativo Eredi di Paolo Rubboli, riconoscendo a Paolo il merito di avere introdotto una tradizione, ma considerando ciò che venne dopo di lui come un periodo di declino o comunque di tono minore.
Quando Daria si spense la Rubboli era ancora florida, garantendo una produzione elevata e impiegando quarantuno dipendenti. Con la fondazione della Società Ceramica Umbra, e l’ingresso nel Consorzio Italiano Maioliche Artistiche, la ditta trovò solidità amministrativa e nuove aperture di mercato, non risentendo troppo della concorrenza di altre fabbriche gualdesi che producevano e vendevano oggetti analoghi. In tale società i due fratelli Rubboli, affiancati da Giuseppe Baduel sul piano imprenditoriale e da Aldo Ajò su quello creativo, riuscirono a dare nuovo vigore alla manifattura, introducendo linee più moderne e audaci nel repertorio tradizionale del lustro mastrogiorgesco.
A Daria venne risparmiata la notizia della morte violenta e misteriosa di suo figlio Augusto, scomparso nel 1931 in circostanze mai chiarite e ritrovato senza vita nel fiume Adda. È una storia

14. D. AMONI, L’Arte Ceramica a Gualdo Tadino, Perugia, p. 115; M. BECCHETTI, Gualdo Tadino, in F. BERTONI – I. SILVESTRINI, Ceramica Italiana del Novecento, Milano 2005, pp. 283-284; S. MERLI, La ceramica gualdese, in AA. VV., Gualdo Tadino, Storia, Istituzioni, Arte, a cura di C. Cardinali e A. Maiarelli, Montepulciano, 2004
15. M. TITTARELLI RUBBOLI, op. cit., p. 33

 a tinte fosche che si può ripercorrere leggendo gli articoli pubblicati dal quotidiano La Stampa, dal 21 al 23 giugno 1931. Si parlò di feroce delitto, messo in atto con un agguato che sorprese il commendatore Augusto Rubboli sulla via di casa appena dopo il suo arrivo a Cassano d’Adda con il treno da Milano. Si sentì un urlo terrificante e vennero trovati il cappello, gli occhiali rotti e la sua borsa, permettendo l’identificazione che avviò le ricerche. L’assassinio avvenne nelle prime ore antimeridiane del 20 giugno e il corpo fu ritrovato la mattina successiva in un canale a venti chilometri di distanza. Non si fecero che poche indagini. Vennero fermate alcune persone, cercando di risalire a possibili inimicizie che la vittima avrebbe potuto avere in qualità di direttore della Cassa di Risparmio di Cassano d’Adda, senza alcun risultato.
Secondo diverse testimonianze familiari, la figlia di Lorenzo, Livia, affermava di aver sentito il padre esclamare con rabbia e dolore a proposito del fratello: “l’ha fatto uccidere De Bono”.
Augusto, infatti, aveva un legame di frequentazione assidua con uno dei personaggi più influenti del fascismo, Emilio De Bono, di Cassano D’Adda, città di origine anche della moglie di Augusto, Livia Desirelli, nonché luogo di residenza per entrambe le famiglie che erano in rapporti di amicizia. Il gerarca, già implicato nel delitto Matteotti mentre era a capo della polizia e per questo allontanato da tale incarico, quando Augusto morì era stato da poco nominato ministro degli affari coloniali. Finirà in seguito per scontare la condanna capitale, insieme al conte Ciano e diversi altri dirigenti del partito, a Verona nel 1944.
Si può ragionevolmente supporre che Augusto, con responsabilità dirigenziali nel settore bancario, avesse scoperto qualcosa di scomodo che finì per costargli la vita.
Sempre nel 1931 si sciolse la Società Ceramica Umbra e i fratelli continuarono per qualche anno un’impresa a conduzione congiunta che presto si incrinò, per dissapori e divergenze tra Lorenzo e Alberto. Dal 1934 ci furono due ditte Rubboli che si divisero i locali dell’opificio, con i forni a muffola, i torni e gli stampi in gesso. I due opifici ebbero una durata diversa, quello di Lorenzo, scomparso nel 1943, giunse alla metà degli anni cinquanta, tramite le tre figlie, Livia, Ingina – detta Gina – e Ivana, mentre quello di Alberto, scomparso nel 1975, arrivò con i suoi eredi fino alle soglie del nuovo secolo.
Attualmente Maurizio Tittarelli Rubboli, figlio di Gina e pronipote di Paolo e Daria, continua individualmente la tradizione di famiglia, realizzando originali lavori artistici in maiolica a lustro. A lui si deve la creazione dell’Associazione Culturale Rubboli che ha all’attivo molte iniziative culturali, come mostre, pubblicazioni e conferenze per promuovere non unicamente la Rubboli, ma la ceramica e l’arte in senso generale.
In conclusione possiamo considerare come l’esperienza vissuta da Daria sia stata coinvolgente e gratificante per la sua vita, avendo in più avuto il merito di lasciare una preziosa eredità artistica nella storia della ceramica a lustro. Daria Rubboli va considerata a tutti gli effetti una protagonista della maiolica tra Ottocento e Novecento, forse l’unica donna da annoverare tra i pionieri del lustro.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE su Daria Rubboli

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