Una medicina per il settore della ceramica

Una medicina per il settore della ceramicaL’appuntamento con la tradizionale Festa del Ceramista, che ormai da diversi anni scandisce l’andamento di quello che ancora oggi è il comparto più importante della economia del nostro territorio, mi induce a proporre alcuni elementi di riflessione che, a mio avviso, necessitano di un adeguato approfondimento. Una riflessione che non può che partire da un dato oggettivo riscontrabile dalla documentazione in nostro possesso.
Una accurata indagine statistica promossa dal Centro Ceramica Umbra (di cui ero presidente) nel 2002 fotografava questa situazione: nel comparto ceramica lavoravano 1030 addetti ai quali si aggiungevano 300 addetti impegnati nell’indotto.
Oggi, a 12 anni di distanza, le maestranze sono ridotte a 390/400 addetti e 20/30 soggetti che ancora operano nell’indotto. La forza lavoro che ancora resiste è così suddivisa (parliamo in termini generali di addetti, che comprende titolari, dipendenti, collaboratori vari):

  • Nel settore delle piastrelle abbiamo un’azienda con 230 addetti;
  • Nell’artistico commerciale sono attive 12 aziende con 122 addetti;
  • Nel settore modelli/stampi abbiamo 2 aziende con 2 addetti;
  • Nelle terre cotte sono 4 le aziende e 10 gli addetti;
  • Nel biscotto 8 aziende e 20 addetti;
  • Nell’artistica tradizionale 6 aziende con 7 addetti.

In totale, quindi, registriamo ancora 33 aziende (tra grandi e piccole) e, come detto, 391 addetti.
I dati che riportiamo sono impietosi. In 12 anni il comparto ceramica ha perso poco meno dei 2/3 della forza lavoro con circa 640 addetti in meno ai quali si aggiungono circa 270 occupati in meno nell’indotto. Sommando i due dati abbiamo una contrazione di circa 900 posti di lavoro. Una emorragia grave che si è concentrata soprattutto negli ultimi 7 anni, dal 2007 ad oggi. Una emorragia che non è ancora stata tamponata del tutto. Non è escluso, infatti, che nei prossimi mesi ci sia un ulteriore massiccio ricorso alla cassa integrazione perché le sofferenze non accennano a diminuire. E se l’emorragia dovesse continuare con la chiusura di altre aziende verrebbe messa a rischio la sopravvivenza stessa del distretto ceramico.
Che fare? Nella mia veste di ceramista impegnato sul campo ormai da una vita, non mi sono mai fermato al primo scalino dell’analisi, ma ho sempre cercato di indicare le possibili soluzioni alle criticità emerse.
Da un’analisi del mercato attuale effettuata attraverso i nostri canali di promozione e vendita, stiamo registrando una riscoperta del Made in Italy. Gli acquirenti tendono sempre di più ad analizzare il marchio di fabbrica preferendo, a certe condizioni, il prodotto italiano a quello cinese. Una tendenza che investe anche la grande distribuzione. Un carro a cui devono agganciarsi soprattutto le piccole e medie aziende. Certo, non è la panacea immediata di tutti i mali che affliggono il settore. Il processo di risalita sarà lento e lungo. Il mercato è ormai cambiato. Nessuno fa più magazzino e se prima ti ordinavano 1000 adesso va bene se ti ordinano 50. Ma si profila comunque all’orizzonte una nuova realtà nei mercati e la domanda che dobbiamo porci è questa: le aziende che sono in difficoltà come possono agganciarsi a questa nuova realtà?
La strada più semplice sarebbe il ricorso ai finanziamenti degli Istituti di Credito ma per noi questa è una via impercorribile. Le Banche hanno ormai deciso di non finanziare più il settore ceramico. Occorrono quindi dei percorsi alternativi.
La strategia della politica regionale attuale è quella della partecipazione ai bandi. Ma per la maggior parte delle aziende quello dei bandi è un percorso impraticabile. Per l’innovazione c’è un minimo di finanziamento di 800 mila euro a cui la maggior parte delle aziende possono accedere facendo fronte con impegni finanziari che non sono alla loro portata. C’è poi il finanziamento di reti di aziende con un minimo di 5 aziende ed un massimo di finanziamento di 50 mila euro che sono assolutamente insufficienti (e che richiedono comunque l’anticipazione di finanziamenti che le aziende non sono in grado di sostenere).
Il soggetto, a mio avviso, che può far fronte a questa situazione di grave emergenza potrebbe essere Sviluppumbria che è la Società Regionale per la Promozione dello Sviluppo Economico dell’Umbria. Si dovrebbero utilizzare in parte anche le risorse previste nell’accordo di programma per la ex Merloni. Il principio ispiratore dovrebbe essere questo: chi assume deve essere premiato.
E quelle risorse potrebbero essere utilizzate per sostenere in questa fase critica, ma di possibile rilancio, quelle aziende ceramiche e manifatturiere in genere operanti nell’area ex Merloni che con delle risorse finanziarie potrebbero rinunciare o comunque ridurre il ricorso alla cassa integrazione e recuperare molte figure disoccupate ma con competenze spendibili attingendo anche alle maestranze inoccupate della ex Merloni.
Se un’azienda con un finanziamento adeguato assicura un certo numero di posti di lavoro perché non dovrebbe accedere a quei fondi? Sviluppumbria potrebbe essere animatore e garante del sistema ceramico con una funzione di stimolo e di sostegno.
Le aziende che ancora hanno fiducia in un futuro possibile non possono essere lasciate sole. Esistono progetti interessanti come quello della “Ceramica Made in Umbria” promosso dalla Regione tramite l’architetto Elisabetta Furin ed al quale hanno aderito 21 aziende delle quali 6 gualdesi, ma se agli imprenditori non si concede la possibilità di accedere agli strumenti finanziari indispensabili per sopravvivere, tutto diventa aleatorio ed illusorio e la discesa nel baratro rischia di non arrestarsi.

Ceramista, ex presidente del Centro Ceramica Umbra
Claudio Carini

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