Vincenzo Vavuso: “Rabbia e silenzio” alla Rocca Flea

Vincenzo Vavuso: “Rabbia e silenzio” alla Rocca FleaNel mese di dicembre il Museo Civico Rocca Flea ospiterà la personale di Vincenzo Vavuso dal titolo “Rabbia e Silenzio”, a cura della storica dell’arte Adelinda Allegretti. L’inaugurazione avrà luogo presso la sala Salviati della fortezza federiciana venerdì
5 dicembre alle ore 17.00.
Vincenzo Vavuso, artista, pittore, scultore italiano, nasce a Caserta e si trasferisce a Salerno dopo aver terminato gli studi. Fin dall’età adolescenziale mostra il suo interesse per le arti figurative che deriva dallo studio e dalla dimestichezza con le opere collezionate in famiglia, alla cui acquisizione apprese ben presto a partecipare con la passione che in lui cresceva e si rilevava nei suoi primi disegni ed impasti cromatici. L’artista presenta in questa mostra dipinti, cromosculture e pittosculture, opere caratterizzate da bruciature, squarci, lacerazioni e rotture, la conseguenza di una Cultura, di un’Arte e di una Dignità  calpestate, schiacciate, stritolate, umiliate. Nelle sue tele predomina il nero,  sinonimo di una mondo che è senza pace e ormai privo di valori. Il suo non è soltanto un lamento, ma un grido di dolore unito alla speranza. Dalla profondità del nero emergono pennellate bianche e così la rabbia si concentra nelle forme dell’Arte come aspirazione all’Armonia. La mostra conclude la programmazione annuale della rassegna d’arte “Kontemporanea. Profili d’artista”, promossa dal Polo Museale Città di Gualdo Tadino e sarà visitabile fino al 28 dicembre, dal mercoledì alla domenica, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00. Per informazioni è possibile contattare il numero 075916078, o scrivere a info@roccaflea.com.

 Informazioni:

Titolo: Vincenzo Vavuso. Rabbia e silenzio, a cura di Adelinda Allegretti
Luogo: Museo Civico Rocca Flea, via della Rocca, Gualdo Tadino (PG)
Inaugurazione: venerdì 5 dicembre alle ore 17
Durata: 5-27 dicembre 2014
Orari: mercoledì-sabato 10-13/15-18

Testo critico tratto dal catalogo:
«Sono un figlio arrabbiato di un mondo malato». Tutta la ricerca di Vincenzo Vavuso potrebbe essere racchiusa in questa frase, di una lucidità intellettiva straordinaria. Coloro che si aspettassero pulizia formale da un’analisi tanto puntuale quanto incisiva rimarrebbero sorpresi, invece, da quanta “azione”, intesa anche come distruzione e violenza, sia alla base della sua produzione artistica. Sostanzialmente, sin dal primo approccio virtuale, seguito poi dalla visione dal vero, tali lavori hanno rimandato alla mia mente, più per associazione di idee evidentemente che per reale derivazione, “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Tra i romanzi più formativi del mio percorso liceale, l’idea di una società impegnata a distruggere e bruciare libri – di ogni genere, bene inteso – è da allora ai miei occhi sinonimo di antiutopismo e di massimo aspetto della sua involuzione tout court.

Immediata, quindi, l’affinità elettiva, per continuare con le citazioni letterarie, nei confronti della ricerca di Vavuso. Vedere le pagine martoriate perché strappate, bruciate, letteralmente calpestate, tagliate, infilzate e segate in due, per chiunque creda nel ruolo salvifico della Bellezza di dostoevskijana memoria e della Cultura, è davvero un colpo al cuore. Ma tutto ciò è necessario per risvegliare le coscienze da un torpore che ha il sapore di un rassegnato abbandono all’ignoranza, alla truculenta mancanza di valori che a loro volta generano ingordigia, imbrutimento, sudditanza e repressione intellettuale. Insomma, tutto ciò che chiunque creda negli ideali della Libertà proprio non vorrebbe mai vivere, né vedere. Sotto chiave, poi, spalanca le porte verso un messaggio ancora più subdolo: la Cultura e la Conoscenza come appannaggio di pochi privilegiati, il che farebbe indietreggiare l’Uomo di molti secoli. Non a caso Elio Vittorini affermava che «la cultura non è professione per pochi: è una condizione per tutti, che completa l’esistenza dell’uomo». Anche in L’abbandono la chiave compare spezzata, mentre l’altra metà è rimasta all’interno del lucchetto, che simbolicamente non si aprirà più. Il messaggio è chiaro: se tralasciamo che le fondamenta della nostra cultura, ma anche della nostra civiltà, rimangano inaccessibili o semplicemente passino in secondo piano rispetto ad altre frivolezze, sarà poi molto complicato, se non addirittura impossibile, recuperarle e farle nuovamente nostre. La rabbia di Vavuso, in questo, è la stessa che dovremmo provare tutti, nel vedere e sperimentare quotidianamente quanti pseudo valori/cultura/arte prendano il posto di più elevati messaggi. La rabbia, pertanto, scaturisce dalla presa di coscienza che l’Arte e la Cultura racchiudono un potere salvifico. È una dichiarazione forte, che molti altri artisti in passato hanno pronunciato, seppure in modi molto diversi da Vavuso. E proprio per sottolineare questo aspetto, rimando alla lettura di molte opere – ed altrettante affermazioni – di Marc Chagall, pensando a qualcosa di drasticamente antitetico alla ricerca dell’artista salernitano; il ruolo dell’artista, e dell’Arte, è quello di riportare l’umanità sulla giusta via, laddove “giusta” stia per etica. Solo così la Bellezza salverà il mondo.

Adelinda Allegretti

Note dell’artista sul progetto “Rabbia e silenzio”:

Nel nero più del nero di questo mondo senza pace non riesco a trovare segnali forti di valori umani.

Squilibri, disuguaglianze, povertà, malessere, rapporti umani e sociali in crisi abissale… e il dolore, imponente, cresce a dismisura, si condensa ed esplode nella rabbia. Per diventare un dolore potente.

La mia rabbia si concentra nelle forme dell’Arte come aspirazione all’Armonia. Il mio desiderio di ripristinarla diventa più forte ed irrinunciabile, dove l’umana essenza è vilipesa dalla corruzione, dalla prevaricazione, dall’ignoranza arrogante e violenta.

In questa apocalittica allegria di naufragi, vorrei richiamare l’attenzione sulle e mozioni celate dalle immagini, più che dalla parola.

Le mie opere, alcune prive di tela, sono caratterizzate da bruciature, squarci, lacerazioni, rotture e portano i segni della Cultura, dell’Arte, della Dignità calpestate, schiacciate, stritolate, umiliate.

Non voglio aggiungermi al coro dei comuni lamenti fini a se stessi, ma il mio grido, di delusione, di rabbia, di dolore, vuole essere un grido di amore e di speranza verso ciò che potrebbe essere e che invece è nascosto e soffocato dalla polvere della polvere.

E sogno… sperando che dal nero emerga finalmente il bianco!

E la mia esposizione d’arte è il segno di questo sogno…

Note sulla curatrice:

Nasce a Roma nel 1969 e qui si laurea presso l’Università degli Studi “La Sapienza” in Storia comparata dell’arte dei paesi europei col Prof. Enzo Bilardello, affrontando una tesi di ricerca sul pittore italo-spagnolo Bartolomé Carducho, vissuto in Spagna a cavallo tra il 1500 ed il 1600.

Iscritta dal 2003 all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Elenco Pubblicisti, ha lavorato come referente artistico per diversi quotidiani, da “Il Giornale” a “Torino Sera”, a “Torino Cronaca”. Attualmente scrive per il settimanale statunitense “L’Italo Americano”.

Dal 1999 cura mostre in spazi pubblici e gallerie private, sia in Italia che all’estero. Nel 2004-2005 completa la sua formazione curatoriale frequentando il Master in “Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano.

Già docente di Storia dell’Arte presso l’Upter – Università Popolare di Roma e presso l’Accademia di Belle Arti di Brera in veste di Tutor del Master curatoriale in “Landscape Design”, vive tra Roma e la provincia di Perugia.

 D.ssa Adelinda Allegretti – via Roberto Paribeni, 19 – 00173 Roma

@: allegretti@allegrettiarte.com  –  www.allegrettiarte.com

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